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Archivio Dicembre 2005

Cormorani, vil razza dannata !


Puntuali come le feste comandate sono giunte le solite richieste da parte dell?Amministrazione comunale di Cabras (OR) per debellare l?ennesima ?invasione? da parte dei ?crudeli e voraci? Cormorani (Phalacrocorax carbo sinensis), specie di importanza prioritaria ai sensi della direttiva n. 79/409/CEE sulla tutela dell?avifauna selvatica. Si uniscono le associazioni dei pescatori oristanesi Legapesca, Federcopesca e Uncipesca. Il prossimo 10 gennaio 2006 programmano una manifestazione, anch?essa consuetudinaria, a Cagliari. Contro, a loro dire, l?inattivismo del Presidente della Regione Renato Soru, ?colpevole? di non aver stanziato cospicui fondi per gli indennizzi e di non aver neppure disposto radicali ?abbattimenti? della famelica specie. E vengono sciorinati dati senza tema di smentite: Gianfranco Pinna, pescatore cabrarese, afferma: ?I cormorani mangiano anche un chilo di pesce al giorno. E sono più di diecimila, non ho dubbi !?. Noi, insieme fortunatamente alla Regione, abbiamo invece molti e fondati dubbi. La relazione fornita dal Corpo Forestale e di Vigilanza Ambientale al Comitato regionale faunistico durante la seduta dello scorso 13 dicembre 2005 è molto chiara sul punto: i Cormorani in tutti gli Stagni dell?Oristanese non superano attualmente i 1.500 esemplari, con tendenza alla diminuzione. Nell?ultimo censimento condotto dalla soc. IVRAM per conto dell?Assessorato regionale della Difesa dell?Ambiente (inverno 2003-2004) i Cormorani svernanti in tutte le zone umide della Provincia non hanno superato il numero massimo di 4.500 esemplari (29 novembre 2003) con medie di circa 2.000 esemplari. I dati scientifici recenti su quanto effettivamente mangiano giornalmente i Cormorani indicano, invece, una predazione da parte di un?intera popolazione svernante di 5,2 ? 7,5 kg. di pesce per ettaro (Università degli Studi di Ferrara, gruppo prof. Volponi, 1995), circa 4 etti di pesce al giorno per ogni esemplare, in buona parte specie ittiche non commerciali, come i ciprinidi (‘Tecniche e metodologie di mitigazione utili per il controllo della popolazione di cormorano presente nella provincia di Grosseto’, Provincia di Grosseto, 2005, indagine svolta in collaborazione con la Coop. Pescatori di Orbetello). Insomma, stop alle bufale, attenzione alla realtà ecologica, lotta senza quartiere alle vere cause del degrado ambientale degli Stagni oristanesi, l?inquinamento di origine organica ed agricola, la cattiva gestione, la pesca abusiva, varie opere pubbliche dal pesante impatto ambientale. Curiosamente su questi evidenti fattori di degrado troppo spesso si sorvola o se ne minimizza l?importanza, il ?colpevole? è il Cormorano, ?crudele e vorace predatore?. L?accusa ai Cormorani olezza un po? troppo di alibi, così come la pretesa dei cacciatori sardi di cacciare Tordi, Passeri e Storni in febbraio per ?salvare? il mirto ? pretesa che è costata l?apertura di una procedura di infrazione da parte della Commissione europea per violazione delle direttive comunitarie sulla tutela della fauna, visto che, tra l?altro, tali specie non si nutrono delle bacche di mirto, inesistenti sulla pianta in quel periodo ? così come l?allarme lanciato alcuni anni or sono nel mese di marzo contro gli altrettanto ?crudeli e voraci? Gruccioni, ?rei? di mangiarsi le api. L?unico, marginale, dubbio era determinato dal fatto che i variopinti uccelli giungono in Sardegna soltanto in maggio, due mesi dopo?..

Lega per l?Abolizione della Caccia, Gruppo d?Intervento Giuridico
e Amici della Terra

(foto L.A.C.)

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Aperte le iscrizioni al XIV Corso di Diritto Ambientale !

30 Dicembre 2005 Commenti chiusi


Le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico organizzano il quattordicesimo Corso di Diritto Ambientale: inizierà venerdi 27 gennaio 2006, alle ore 20.30, presso la sede cagliaritana di Via Cocco Ortu n° 32 (telefono e fax 070/490904 e-mail: amicidellaterra@libero.it).
Le conversazioni, tenute da avvocati, architetti, magistrati ed operatori del diritto, avranno carattere monografico, con cadenza settimanale, ognuna relativa ad una specifica tematica propria del diritto ambientale: tutela delle coste e pianificazione territoriale, caccia e tutela degli ?altri? animali, aree protette, strumentazione volontaria ambientale, diritti di uso civico ed altri diritti d?uso collettivi, inquinamento elettromagnetico, diritto all?informazione ambientale e partecipazione al procedimento amministrativo, gestione dei rifiuti, abusivismo edilizio e condono, salvaguardia e gestione delle aree boscate, valutazione di impatto ambientale.
Le precedenti 13 edizioni del Corso ? l?unico del suo genere in Sardegna ? hanno visto la proficua frequenza di oltre 600 partecipanti della più varia estrazione (numerosi studenti universitari, appartenenti al mondo professionale, tecnici nei vari settori ambientali, funzionari pubblici, insegnanti, ecc.) proprio perché l?approccio agli argomenti è quanto più agevole e concreto. E? infatti intendimento fondamentale del Corso quello di fornire al maggior numero possibile di persone un?introduzione quanto più possibile approfondita all?utilizzo dello ?strumento diritto? per la difesa dell?ambiente e dei connessi diritti dei cittadini.

Viene inoltre distribuita ai partecipanti una dispensa su compact disk relativa agli argomenti trattati durante il Corso. Per informazioni ed iscrizioni è possibile rivolgersi presso la segreteria degli Amici della Terra, in Via Cocco Ortu 32, a Cagliari (telefono e fax 070/490904; e-mail: amicidellaterra@libero.it) oppure contattando questo blog.

Gruppo d?Intervento Giuridico e Amici della Terra

(foto S.D., archivio GrIG)

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Banche armate: consigli per gli acquisti…..


riceviamo da ?L?Appunta Lapis? (www.TraTerraeCielo.it), agenda settimanale delle scelte consapevoli, appuntamenti e creatività nel mondo equo e naturale, e pubblichiamo volentieri:

? LA TUA BANCA FA AFFARI CON LA GUERRA ? PERCHE’ NON CAMBI BANCA ? ELENCO DELLE BANCHE ARMATE.
Questa volta non occorre fare lunghi viaggi per partecipare. Basta arrivare alla nostra banca (o scriverle). La fine dell’anno è il momento di fare bilanci e previsioni, lasciare il vecchio per il nuovo. L’occasione per un nuovo passo verso le scelte consapevoli. Invitiamo anche quest’anno a consultare la lista delle Banche Armate, gli istituti di credito che traggono profitto dal commercio italiano delle armi da guerra. In un periodo di “vacanza” della Banca d’Italia, in cui chi dovrebbe controllare, è sotto processo, è ancora più doveroso aprire gli occhi e rendersi conto di quello che succede. I dati non ce li inventiamo noi, ma sono trasmessi ogni anno a primavera dalla Presidenza del Consiglio, grazie alla legge n. 185/1990, minacciata più volte di essere soppressa dal governo. Controlla se la tua banca fa parte della lista e decidi se vuoi continuare a servirtene. Se è nella lista delle “Banche Armate” scrivile per segnalarle che non approvi tale genere di operazioni. Ricorda che questo tipo di scelte consapevoli nel quotidiano contano di più di un voto e hanno più effetto di tante astrazioni su pace, giustizia e solidarietà.
La Campagna Banche Armate, promosssa da Nigrizia, Missione Oggi e Pax Christi ha già dato i primi risultati: il gruppo Unicredito, il Monte dei Paschi di Siena e la Cassa di Risparmio di Firenze hanno promesso di sospendere qualsiasi operazione legata alle armi. Ma non illudiamoci troppo, teniamo gli occhi aperti. LA TUA BANCA FA AFFARI CON LA GUERRA ? Il made in Italy è in crisi ? Non preoccupatevi la produzione di armi va a gonfie vele. L’industria bellica italiana colleziona nuove autorizzazioni all’esportazione per quasi 1,5 miliardi di euro con un incremento del 16% rispetto all’anno precedente. Nella relazione presentata dalla Presidenza del Consiglio, si registra un incremento notevole delle transazioni bancarie per i materiali d’armamento, che nel 2004 hanno raggiunto la nuova cifra record di 1,317 milioni di euro. Ma a chi vendiamo le armi di guerra ? I principali destinatari delle autorizzazioni sono il Regno Unito (15,52 %), seguito dalla Norvegia (13,36 %), Polonia (8,89 %), Portogallo (8,55 %), Stati Uniti (6,50 %), Grecia (5,74 %), Malaysia (5,02 %), Repubblica Ceca (3,73 %), Svezia (3,31 %) e Turchia (3,24 %). Nell’elenco compaiono paesi dove vi sono violazioni dei diritti umani tra cui Malaysia e Turchia, stati in conflitto tra cui India (2,79 %) e Pakistan e la Cina, nonostante il reiterato embargo da parte dell’Ue. Due singole banche ricoprono quasi il 60 % delle esportazioni: si tratta di Banca di Roma (per un valore complessivo di quasi 400 milioni di euro) e Gruppo bancario San Paolo Imi (366 milioni di euro). Seguono la Banca Popolare Antoniana Veneta (121 milioni), la cui conquista da parte di Fiorani-BPItaliana e amici è fallita, e la Banca Nazionale del Lavoro (71 milioni), che invece Consorte-Unipol cerca ancora di catturare, pur sotto inchiesta. Si registrano invece segnali positivi da parte di Unicredit (solo l’1,5 % delle autorizzazioni quest’anno) Banca Intesa (1,7 %) che lo scorso anno ha dichiarato il proprio disimpegno dal settore, insieme all’uscita pressoché definitiva del Monte dei Paschi di Siena. E’ da rilevare con preoccupazione l’ingresso della Banca Popolare di Milano, che si aggiudica 22 commesse per oltre 53 milioni di euro di importi autorizzati, più del 4 % del totale. Preoccupa soprattutto perché è uno dei “sostenitori storici” di Banca Popolare Etica.
INFO: www.disarmo.org, www.unimondo.org
Per consultare i dati ufficiali vedi la relazione presentata alla Camera dei Deputati: www.camera.it/_dati/leg14/lavori/documentiparlamentari/indiceetesti/067/elenco.htm
Per conoscere le partecipazioni nel capitale delle banche: www.abi.it
Alcune banche possono comparire in più liste perché partecipate da diversi gruppi bancari.
LE BANCHE DIRETTAMENTE COINVOLTE (che hanno effettuato transazioni finanziarie legate al commercio delle armi nel 2004):
ABC International Bank PLC
ABN – AMRO Bank
Arab Banking PLC
Arab Banking Corporation
Banca di Roma (Gruppo CAPITALIA)
Banca Intesa
Banca Nazionale del Lavoro
Banca Popolare Antoniana Veneta
Banca Popolare dell’Emilia Romagna
Banca Popolare di Lodi
Banca Popolare di Milano
Banca Popolare di Vicenza
Banco Bilbao Vizcaya Argentaria
Banco di Brescia (Gruppo BANCA LOMBARDA)
Banco di San Giorgio (Gruppo BANCA LOMBARDA)
Banco di Sicilia (Gruppo CAPITALIA)
Barclays Bank PLC
BIPOP – CARIRE SPA
BNP PARIBAS Succursale Italia
Calyon – Corporate and Investment Bank
Cassa di Risparmio della Spezia (Gruppo CASSA DI RISPARMIO DI FIRENZE)
Cassa di Risparmio di Lucca
COMMERZBANK Aktiengezellschaft
Credit Agricole Indosuez
Credit Lyonnais Italia
Credito Bergamasco (Gruppo BANCA POPOLARE DI VERONA)
DeutscheBank S.p.A.
Gruppo Bancario S. Paolo IMI
HSBC Bank plc
Société Générale
UBAE Arab Italian Bank S.P.A.
UniCredit Banca d’Impresa (Gruppo UNICREDITO ITALIANO)
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LE BANCHE CONTROLLATE DAI GRUPPI BANCARI ARMATI:
GRUPPO BIPOP-CARIRE (Banca Popolare di Brescia, Cassa di Risparmio di Reggio Emilia, Banca Fineco, Banca del Popolo di Trapani,ICQ – Banca Cisalpina)
GRUPPO BANCA POPOLARE ITALIANA, ex BIPIELLE di Lodi (Cassa di Risparmio di Lucca, Cassa di Risparmio di Pisa, Cassa di Risparmio di Livorno, Banca Popolare di Mantova, Banca Popolare di Crema, Banco di Chiavari, Banca Popolare del Trentino, Banca Bipielle Adriatico, Banca Valori, Banca Popolare di Vicenza, Banca Nuova)
GRUPPO BANCA ANTONVENETA (Banca Antoniana Popolare Veneta, Credito Industriale Sanmarinese, Interbanca, Antonveneta Abn Amro Bank, Banca di Credito Popolare di Siracusa)
GRUPPO BNL (Banca Nazionale del Lavoro, Artigiancassa, Coopercredito)
GRUPPO BANCA POPOLARE DI VICENZA (Banca Popolare Vicenza, Banca Nuova, Banca Idea, Banca del Popolo – Trapani)
GRUPPO BANCA POPOLARE DELL’EMILIA ROMAGNA (Banca Popolare Emilia Romagna,
Banca CRV – CR Vignola, Banca del Monte di Foggia, Banca Popolare di Aprilia, Banca Popolare Castrovillari e Corigliano Calabro, Banca Popolare di Crotone, Banca Popolare di Lanciano e Sulmona, Banca Popolare di Ravenna,
Banca Popolare di Salerno,Cassa di Risparmio della Provincia dell’Aquila,
Banca Popolare Materano, Banca popolare della Val d’Agri, Banca Popolare di Sinni, Banca Popolare dell’Irpinia, Banco di Sardegna)
GRUPPO CAPITALIA – BANCA DI ROMA (Banca di Roma, Banca Manager, Banca Mediosim – Banca della Rete, Mediocredito di Roma, Mediocredito Centrale,
Banco di Sicilia)
GRUPPO SAN PAOLO IMI (Istituto Bancario S.Paolo di Torino, Istituto Mobiliare Italiano, Banca Fideuram, Banco di Napoli, Crediop, Banca Opi)
GRUPPO INTESA – BCI (Cariplo)

L’APPUNTALAPIS è supplemento fatto di elettroni al mensile ?Tra Terra e Cielo? fatto di carta. Iscritto al R.O.C. al n. 1052, al Tribunale di Lucca al n. 398/1985. Socio U.S.P.I. Direttore responsabile Maurizio Baldini.

(foto da mailing list politico-sociale)

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Falde idriche del Sàrrabus in pericolo !

28 Dicembre 2005 Commenti chiusi


Come se non bastasse la trasformazione del povero Flumendosa, il fiume con il maggior apporto idrico in Sardegna, in un mesto rigagnolo nella gran parte dell?anno a causa dei troppi sbarramenti esistenti (ben quattro dighe) ed in progetto (la quinta diga, a Monte Perdosu), l?Ente Autonomo del Flumendosa (E.A.F.), nel silenzio generale, sta mandando avanti un ulteriore progetto che rischia di porre in ulteriore pericolo le falde idriche costiere del Sàrrabus. Si tratta del progetto di ?Schema idrico Sardegna Sud Orientale – Schema Basso Flumendosa – Picocca ? Opere di approvvigionamento idropotabile ?Schema 39 P.R.G.A. – 2°e 3° lotto?, comprendente la costruzione di condotte per una lunghezza di circa 70 km di sviluppo, 12 grandi serbatoi in calcestruzzo di regolazione idrica da costruire sulle alture lungo la costa tra Muravera e Villasimius in vicinanza del mare, centrali di sollevamento ed altre opere, tra cui l?attraversamento del Rio Picocca. Il progetto è compreso nel 1° programma di opere di interesse nazionale (c. d. legge Obiettivo) in base alla delibera C.I.P.E. n. 121/2001 per un importo di 60 milioni di euro. Lo scorso 23 novembre 2005 l?E.A.F., in quanto soggetto aggiudicatore (delibera C.I.P.E. n. 58/2003) ha pubblicato l?annuncio di avvio del procedimento finalizzato alla dichiarazione di pubblica utilità conseguente all?approvazione del progetto definitivo a cura del C.I.P.E. (art. 4 del decreto legislativo n. 190/2002): il progetto è stato, poi, trasmesso ai comuni di Muravera, San Vito, Villaputzu, Castiadas e Villasimius per la richiesta delle autorizzazioni di competenza. Parte delle opere ricadono all?interno di aree tutelate con misure di conservazione integrale di cui alla legge regionale n. 8/2004, mentre parte delle opere ricade all?interno del proposto sito di importanza comunitaria (pSIC ) ?Foce del Flumendosa ? Sa Praia? (codice ITB 040018) ai sensi della direttiva n. 92/43/CEE sulla salvaguardia degli habitat naturali e semi-naturali. Il complesso di opere, per legge (D.P.R. 12 aprile 1996 e legge regionale n. 1/1999 e successive modifiche ed integrazioni), deve essere assoggettato alla preventiva e vincolante procedura di valutazione di impatto ambientale (V.I.A.) di competenza regionale, ma, finora, l?E.A.F. non se n?è curato. Le motivazioni, probabilmente, risiedono nella pretesa di far passare il progetto come rientrante in quello dell?invaso di Monte Perdosu, sul quale il Ministero dell?Ambiente e della Tutela del Territorio ha espresso giudizio positivo circa la compatibilità ambientale (DEC VIA3734 del 18 maggio 1999) e in quanto l?opera sarebbe inserita nel programma attuativo del Commissario per l?Emergenza Idrica in Sardegna (ordinanza n. 353/2003). In realtà il progetto dell?invaso di Monte Perdosu non comprende e non riporta il progetto dell?acquedotto in argomento schema n. 39, 2° e 3° lotto, del 2005 e quindi il Ministero dell?Ambiente e della Tutela del Territorio non può aver espresso nel 1999 un parere di compatibilità ambientale su un?opera non ancora progettata. Tale parere si riferisce esclusivamente al progetto del citato invaso, unico progetto a suo tempo depositato per lo svolgimento del procedimento di valutazione di impatto ambientale.
Per giunta, il richiamato decreto ministeriale V.I.A. non risulta, in ogni caso, tuttora pienamente efficace in quanto l?E.A.F. non appare aver ancora ottemperato alle prescrizioni in esso contenute ed in particolare alla realizzazione della rete di monitoraggio della falda costiera del Sàrrabus. Inoltre, lo ?stato di emergenza idrica? in Sardegna appare formalmente concluso il 31 dicembre 2004 e, conseguentemente, il Commissario per l?emergenza idrica non appare aver più poteri di deroga su opere di nuova esecuzione e tantomeno sul procedimento di impatto ambientale. Le deroghe alla normativa V.I.A. devono essere obbligatoriamente comunicate alla competente Commissione europea, pena l?apertura di un procedimento di infrazione e la sospensione dei finanziamenti. Ma è la stessa finalità dell?opera ad essere molto discutibile: l?acquedotto in progetto non dispone e non disporrà di una fonte di alimentazione idrica in quanto la diga di Monte Perdosu da cui l?acquedotto dovrebbe prelevare l?acqua non è ancora realizzata nè finanziata; questa opera potrebbe non essere mai realizzata vista anche l?opposizione dei Comuni e delle popolazioni interessate. Inoltre un eccessivo prelievo dal Flumendosa in prossimità di San Vito durante il periodo estivo aggraverebbe aggravare la già critica situazione di salinizzaazione della falda costiera. L?acquedotto in progetto, poi, argomento prevede di alimentare villaggi turistici costieri che non esistono e la cui ipotetica realizzazione appare ben lontana dalla realtà in relazione alle previsioni del piano paesaggistico regionale ? P.P.R., la cui procedura di approvazione definitiva è stata recentemente avviata con la deliberazione Giunta regionale n. 59/36 del 13 dicembre 2005. Il complesso di opere in progetto appare molto impattante sull?ambiente naturale e sul paesaggio sia durante l?esecuzione (grandi scavi in zone roccioso di grande valenza naturalistica) che una volta ultimato (circa 70 Km. di condotte e 12 grandi serbatoi in cemento armato da costruire sulle colline rocciose in prossimità del mare): la tubazione in progetto attraverserebbe l?alveo del Rio Picocca vicino ai pozzi da cui viene prelevata l?acqua che serve in modo sufficiente tutti i centri abitati del Sarrabus; la costruzione della condotta potrebbe causare l?interruzione della circolazione sotterranea della falda e danni gravissimi ai pozzi che costituiscono la fonte di alimentazione potabile del Sarrabus. Anche durante la ?crisi idrica? isolana i centri del Sàrrabus hanno avuto risorse sufficienti prelevate dai pozzi e non hanno risentito della situazione di crisi generalizzata della Sardegna. Ora questo progetto pone moltissimi interrogativi che soltanto il procedimento di V.I.A. potrebbe far considerare nelle dovute prospettive. Con questa finalità le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico, raccogliendo preoccupate segnalazioni provenienti dal Sàrrabus, hanno inoltrato un ricorso (nota del 29 dicembre 2005) a tutte le pubbliche amministrazioni statali, regionali, agli Enti locali interessati, alla Commissione europea ed allo stesso E.A.F. per l?avvio del procedimento di V.I.A. prima di decisioni che potrebbero costare care alla collettività sul piano ambientale ed economico-sociale. Ora è il momento di un serio ripensamento su un?opera fin troppo discutibile.

Gruppo d?Intervento Giuridico e Amici della Terra

(foto L.C., archivio GrIG)

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Stagni dell’Oristanese, inquinamenti e cattiva gestione.

28 Dicembre 2005 Commenti chiusi


Inquinamento: esposto ambientalista: Fantoni si rivolge alla Procura e alla Commissione europea (da La Nuova Sardegna, 28 dicembre 2005).

“Così non si può più andare avanti Vogliamo collaborare ma chi sono gli interlocutori?”

ARBOREA. Lancia un paio di siluri Gian Carlo Fantoni, portavoce del Gruppo di intervento giuridico, ma offre collaborazione per cercare di mettere fine agli “infiniti danni ambientali” che si registrano negli stagni dell?Oristanese. Per ora Fantoni prende carta e penna e scrive alla Commissione auropea, a vari ministeri, assessorati regionali, Forestale, Azienda sanitaria locale, sindaco di Arborea e, dulcis in fundo, al procuratore della Repubblica di Oristano. “Siamo alle solite – esordisce -. Tra convegni, dibattiti, interventi del mondo scientifico, università, organi regionali, personaggi del mondo politico, progettisti e imprenditori edili, ma soprattutto fra complici silenzi, la situazione degli stagni dell?Oristanese rimane critica e ormai rischia di essere giunta al collasso totale”. Fantoni, per il suo ennesimo esposto, prende spunto dall?ultimo inquinamento registrato nel compendio lagunare di Marceddì e nello stagno di Corru S?Ittiri, “con evidentissimi e pesantissimi danni ambientali ed economici a causa della diffusa morìa di pesce”. Sono stati ipotizzati, scrive ancora Fantoni, motivi legati soprattutto agli scarichi delle aziende zootecniche e dei reflui agricoli, “ma già nel marzo 2004 – evidenzia ancora – le nostre associazioni avevano segnalato, con un esposto, un caso analogo di morìa di pesce avvenuta negli stessi luoghi. A queste ragioni – prosegue Fantoni – si potrebbe aggiungere quanto da noi segnalato con ulteriore esposto del maggio 2004 riguardo la costruzione di un depuratore di mitili a Corru Mannu. nel progetto era previsto che le acque reflue di depurazione e di lavaggio e i liquami degli scarichi civili sarebbero stati tutti riversati nello stagno di Corru S?Ittiri. Malgrado le nostre segnalazioni, l?impianto in questione è stato ugualmente costruito ed è funzionante”. Nell?esposto, inoltre, il portavoce del Gruppo di intervento giuridico ricorda la classificazione di ?zona umida di importanza internazionale? tutelata, quindi, con specifico vincolo paesaggistico. L?area, inoltre, è tutelata con vincolo di conservazione integrale e rientra nei proposti siti di importanza comunitaria ?Corru S?Ittiri? e ?Stagni di San Giovanni e Marceddì? ai sensi della direttiva sulla salvaguardia degli habitat naturali e semi-naturali e nell?istituenda riserva naturale regionale denominata ?Stagno S.Giovanni e Marceddì?. Logica la conclusione dell?esposto di Gian Carlo Fantoni, il quale chiede informazioni a carattere ambientale relative agli accertamenti svolti in merito. All?autorità giudiziaria, infine, si chiede di valutare se in seguito agli accertamenti possano ravvisarsi eventuali estemi penalmente rilevanti. Fin qui l?esposto di Gian Carlo Fantoni. Come si ricorderà, giovedì scorso era scattata ancora una volta l?emergenza negli stagni dell?Oristanese a causa di una grossa morìa di pesci registrata a Corru Mannu, in territorio di Arborea. La morìa riguardava in particolare orate e spigole, le specie più pregiate. Sul luogo erano intervenute le autorità sanitarie e gli uomini del Corpo forestale e di vigilanza ambientale della Regione, i quali avevano effettuato dei prelievi per accertare le reali cause del fenomeno. Ma da subito sotto accusa erano finitigli scarichi e i reflui delle coltivazioni e degli allevamenti intensivi di Arborea.

(foto L.A.C.)

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Scivoli, pontile e parcheggi a Mandriola ? Sì, ma da un’altra parte !


Certe volte si riescono a complicare anche le cose più semplici. Sembra proprio il caso della realizzazione di una serie di opere per la fruizione nautica sul litorale della borgata marina di Mandriola, nel Comune di San Vero Milis (OR). Da anni i residenti estivi subissano il Comune per porre rimedio all?inquinamento veicolare ed acustico derivante dall?accesso ad uno scivolo in terra battuta posto in mezzo alle case. Decine di mezzi nautici e di auto in attesa (ne sarebbero state contate anche 60 !) del loro turno per ? finalmente ? guadagnare l?agognato mare in strade strette dove si affacciano le residenze per le così dette vacanze. Gas di scarico, urla, talvolta insulti, sono la realtà quotidiana certamente non amata da nessuno. Ora, incredibilmente, sta per essere realizzato un complesso di interventi, che, se possibile, riesce a peggiorare la situazione: lo scivolo per barche dovrebbe esser asfaltato, dovrebbe, inoltre, esser realizzato un pontile mobile lungo 48 metri per ormeggi ed un parcheggio per gli autoveicoli. Sempre nella medesima area, che sarebbe così gravata di ulteriori impatti ambientali e sulla qualità della vita dei residenti e degli stessi turisti nautici. Dal 28 novembre 2000 esiste in proposito un accordo di programma fra il Comune di S. Vero Milis e la coop a r. l. Sa Marigosa per la sistemazione e la conseguente gestione dello scivolo a mare, del pontile e dei parcheggi auto di Mandriola grazie a fondi pubblici (euro 140.215.066,00) provenienti da programmazione economica negoziata ai sensi degli artt. 19 della legge regionale n. 37/1998 e 23 della legge regionale n. 4/2000. Conseguentemente il Comune di San Vero Milis ha chiesto le varie autorizzazioni amministrative per la realizzazione degli interventi. Tuttora diverse autorizzazioni non sembrano sussistere: si è, quindi, ampiamente in tempo per rivedere un?ubicazione delle opere e realizzarle dove non vanno a creare danni ambientali ed ad una qualità della vita che meriterebbe certo migliore attenzione. E? proprio questa la finalità con la quale le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico hanno inoltrato (nota del 27 dicembre 2005) un esposto con richiesta di informazioni a carattere ambientale ed adozione di opportuni interventi alle competenti amministrazioni pubbliche (Assessorati regionali della difesa dell?ambiente e dei beni culturali, Servizio tutela del paesaggio, Soprintendenza per i beni ambientali di Cagliari, Servizio centrale demanio e patrimonio, A.R.P.A.S., Capitaneria di Porto, Comune di San Vero Milis), informandone per opportuna conoscenza la competente Magistratura. Basterebbe poco per ottenere molto?..

Gruppo d?Intervento Giuridico e Amici della Terra

(foto G.C.F., archivio GrIG)

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Occupazioni demaniali illecite a Torre delle Stelle: finalmente si interviene !

26 Dicembre 2005 Commenti chiusi


L?Assessorato regionale degli EE.LL., Finanze, Urbanistica ? Servizio centrale Demanio e Patrimonio ha recentemente comunicato (nota n. 36927 del 9 dicembre 2005) di aver ingiunto lo sgombero entro il termine di 30 giorni dall?avvenuta notificazione (note nn. 416 del 23 marzo 2005, 446 del 29 marzo 2005, 449 del 30 marzo 2005, 454 del 30 marzo 2005, 455 del 30 marzo 2005, 461 del 31 marzo 2005, 474 dell?1 aprile 2005, 475 dell?1 aprile 2005477 dell?1 aprile 2005, 478 dell?1 aprile 2005) ai trasgressori delle aree demaniali (complessivamente migliaia di metri quadrati) in loc. Cannesisa (area prospiciente la spiaggia compresa tra le Vie Acquario, del Cigno e Ariete), Torre delle Stelle, in Comune di Maracalagonis (CA). Tali aree demaniali sono state, nel corso degli anni, occupate illegittimamente da recinzioni in muratura, giardini privati, costruzioni. Ovviamente nessun trasgressore ha ottemperato all?ingiunzione di sgombero nei termini assegnati (art. 54 del codice della navigazione), per cui il competente Servizio assessoriale ha reso noto che “sta ponendo in essere tutti gli atti conseguenti ai suddetti provvedimenti amministrativi” per la procedura di sgombero coattivo. Anche recentemente (nota del 25 ottobre 2005) le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico hanno richiesto alle pubbliche amministrazioni competenti, informandone nel contempo la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Cagliari, l?adozione degli opportuni interventi per il ripristino della legalità. Già con analoghi esposti del 12 maggio e del 31 luglio 2003 avevano richiesto specifici interventi in materia. Senza esito definitivo, purtroppo. Eppure la situazione è nota da lunghi anni: con nota n. 07/910/17854/Dem la Capitaneria di Porto di Cagliari confermava l?accertamento, in seguito a sopralluogo congiunto (19 maggio 2003) con personale dell?Agenzia del Demanio, dell?avvenuta occupazione abusiva di alcune aree del demanio marittimo con la realizzazione di opere edilizie. Con nota n. 6954/2002 del 16 dicembre 2002 l?Agenzia del Demanio di Cagliari comunicava ad un richiedente Privato “l?avvenuto accertamento dell?occupazione senza titolo”, di cui non si conoscono ulteriori conseguenze. Con nota n. 463/U.T. del 25 giugno 2003 il Comune di Maracalagonis rispondeva positivamente, con una marginale condizione, alla richiesta di parere del Servizio centrale Demanio e patrimonio dell?Assessorato regionale EE.LL., Finanze, Urbanistica (nota prot. n. 25781 del 4 giugno 2003) finalizzato al successivo rilascio delle relative concessioni demaniali, senza che sia nota l?avvenuta emanazione dei necessari provvedimenti comunali e regionali repressivi delle opere abusive e delle occupazioni sine titulo riscontrate. Si ricorda che l?area demaniale marittima (artt. 822 e ss. cod. civ.) interessata, rientrante nella fascia dei mt. 300 dalla battigia marina, è tutelata con vincolo di conservazione integrale nonché con vincolo paesaggistico. A distanza di anni, finalmente, una notizia positiva per la legalità e l?ambiente. Speriamo di non dover attendere ancora a lungo per vedere un bel pezzo di demanio marittimo restituito alla collettività.

Gruppo d?Intervento Giuridico e Amici della Terra

(foto S.D., archivio GrIG)

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Il Sindaco di Quartu S. Elena sull’abusivismo edilizio…

24 Dicembre 2005 Commenti chiusi


«Le ruspe da sole non basteranno» (da La Nuova Sardegna, 24 dicembre 2005, di Pablo Sole). Quartu, il sindaco della città prima in Sardegna per gli abusi. Sono necessarie nuove strategie in difesa dell?ambiente. ??Le ruspe contro gli abusi edilizi? Certo, sono contemplate tra le possibili azioni per contrastare il fenomeno, ma crediamo che il problema non si risolva solo con le benne in azione??. Così il sindaco Gigi Ruggeri si inserisce nel dibattito aperto da Stefano Deliperi, responsabile del Gruppo di intervento giuridico, che nei giorni scorsi aveva lanciato l?allarme: ??Le ruspe della legalità – aveva detto il rappresentante dell?associazione ambientalista – hanno i motori spenti da troppo tempo??. Gigi Ruggeri parla a trecentosessanta gradi: parte dal litorale, sorvola la città ed arriva dritto a Molentargius, passando da sindaco a presidente del Parco in quattro battute. ??Conosciamo bene la situazione in cui versa il nostro Comune, e crediamo che vada affrontata con una strategia ben precisa che prenda in considerazione diversi aspetti – spiega Ruggeri – come il potenziamento degli uffici che si occupano della vigilanza sul territorio e sull?urgenza di snellire tutti i procedimenti che riguardano gli abusi, con l?obiettivo di agire concretamente sul problema??. I numeri sciorinati dal Gruppo di intervento giuridico sono tutt?altro che risibili: secondo gli ultimi dati, i casi totalmente insanabili sono circa centotrenta, e se si prendono in considerazione anche quelli parzialmente condonabili si arriva ad una volumetria complessiva di un milione e trecentomila metri cubi distribuita nelle zone costiere e in quelle a destinazione agricola. ??Non abbiamo dimenticato la possibilità di utilizzare le ruspe – assicura Ruggeri – e non appena ci saranno le condizioni saremo i primi a girare la chiave d?accensione. Detto questo, ripeto, non possiamo pensare di risolvere il problema esclusivamente in questo modo??. Deliperi ha ricordato anche la possibilità, per il Comune, di acquisire gratuitamente le strutture abusive, a condizione che non deturpino in maniera grave il territorio. E? una strada percorribile? ??La legge vigente permette di acquisire le aree sui quali sorgono gli abusi – spiega il sindaco – e potremo anche decidere di optare per una soluzione del genere. Prima, però, dobbiamo chiederci che cosa può fare il Comune una volta ottenuti i terreni e, di conseguenza, verificare le disponibilità economiche per una loro gestione??. Piano paesaggistico: cosa cambia per la città? ??Uno degli aspetti da verificare riguarda i vincoli imposti per costruire nei terreni agricoli – dice Ruggeri – vista la situazione quartese, il tetto dei dieci ettari non è concepibile: sono finiti i tempi in cui grandi proprietari terrieri possedevano superfici così estese in un unico lotto, e oggi tutti i possidenti hanno più appezzamenti sparsi sul territorio. Ma d?altra parte bisogna metterli in condizioni di lavorare e, quindi, rivedere una norma così rigida??. Infine Molentargius, dove gli abusi si chiamano Medau su cramu. ??Anche nel bel mezzo del Parco sono stati individuati diversi edifici che, per le loro caratteristiche, non hanno potuto beneficiare dei vari condoni – conclude Ruggeri – e anche in questo caso si è ventilata l?ipotesi di demolire. Ma ricordiamoci che in un quartiere particolare come Medau su cramu ci sono anche altri abusi. Un esempio? Le strutture sorte in tempi recenti e fatte passare come vasconi per l?irrigazione. A casa mia, si chiamano piscine??. Ogni riferimento ad Aldo Pili, fratello dell?ex presidente della Regione, è tutt?altro che casuale.

Sì, certo: l’abusivismo edilizio non si ferma soltanto con le ruspe e con le acquisizioni al patrimonio comunale. Tuttavia, se si inizia a far rispettare la legge si fa soltanto bene alla legalità ed all’ambiente…..

(foto S.D., archivio GrIG)

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Treni e pecore…..

24 Dicembre 2005 Commenti chiusi


dal blog di Beppe Grillo: “Da oggi si può! Grazie all?alta velocità si possono risparmiare 11 minuti da Roma a Napoli in treno. Non ci credete?
Il giorno 22/12/2005 (ieri) il primo treno ad alta velocità è partito da Roma ed è arrivato a Napoli in 1 ora e 35 minuti netti. Tutta un?altra vita rispetto ai treni Eurostar che impiegano ben 1 ora e 46 minuti abbondanti per lo stesso percorso. Certo, investire nell?alta velocità comporta dei sacrifici, i soldi da qualche parte devono pur arrivare.
E i soldi sono stati trovati. La finanziaria tremontilunardi 2006 prevede infatti il taglio del 92,6% degli investimenti per le Ferrovie.
Abbiamo treni più vecchi dei macchinisti, che se li passano in eredità da padre in figlio. Gran parte della rete ferroviaria è sprovvista di moderni sistemi automatizzati per le frenate d?emergenza. Zecche, scorpioni, cimici viaggiano in prima e seconda classe. Qualcuno ogni tanto ci rimette la vita come Antonio Vallillo, morto nell?incidente ferroviario di Roccasecca. Un signore emigrato in Inghilterra per lavoro e tornato per far conoscere l?Italia ai suoi tre figli, di cui il più piccolo, una bambina di otto anni, è in coma. Elio Catania, ex vice magazziniere della IBM (il capo era Stanca) ed oggi presidente delle Ferrovie, ha affermato dopo l’incidente che il nostro sistema ferroviario è il più sicuro d?Europa.
Il sindacato Fit-Cisl si sbilancia un po? di più e parla di disastro annunciato. A chi dar ragione? La competenza in termini di trasporti di Elio non può essere messa in discussione, anche perché non ce l?ha.
E? lo stesso personaggio che per la Val di Susa si avventurò, Nostradamus delle traversine, a dichiarare: ??dal 2018 la Torino-Lione permetterà di ridurre l?emissione di gas a effetto serra del 15% con il trasferimento di circa 1 milione di camion all?anno sui treni dell?autostrada ferroviaria e quella di inquinanti nocivi di circa 360 tonnellate al giorno?.
Postato da Beppe Grillo, 23 Dicembre 2005, ore 15:37.
E che cosa direbbe Beppe Grillo se provasse, con coraggio, ad andare in treno da Cagliari a Porto Torres ? Lo sa che se riesce ad impiegare meno di quattro ore per percorrere i 220 km., magari superando l’handicap dell’attraversamento della linea ferrata da parte di un gregge di pecore, lo iscrivono d’ufficio nel Guiness dei primati ?

(foto da www.beppegrillo.it)

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Auguroni !!!!!


un caro e sentito augurio di buon Natale e sereno anno nuovo… con coste più tutelate e meno inquinamento, più parchi naturali e meno caccia contro gli “altri animali”, migliore qualità della vita e meno ingiustizie…..

Gruppo d’Intervento Giuridico e Amici della Terra

(immagine da mailing list animalista)

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Cemento a Piscina Rey ? Ma non bastano gli scempi fatti ?

22 Dicembre 2005 Commenti chiusi


I cantieri a Bellavista, sulla collina di Costa Rey, a Muravera, sono sempre più un triste ?alveare? dominato dal cemento. Era ovvio, scontato. Quando un Comune, come quello di Muravera, fra gli anni ?60 e ?70 del secolo scorso ha svenduto illegittimamente centinaia di ettari ad uso civico su quelle coste per far giungere l?agognato turismo a base di villette e mattoni che cosa ci si poteva aspettare ? Gli imprenditori belgi, in buona parte provenienti dall?appena indipendente Zaire, l?ex Congo belga, fecero quello che sapevano. Lucrare. E costruirono sulla costa ed in collina, per vendere. Spesso senza le necessarie opere di urbanizzazione, tanto a questo avrebbero pensato le amministrazioni pubbliche. Privatizzare gli utili e pubblicizzare le uscite, non è soltanto uno slogan?.. E, nel tempo, ottenevano le varie autorizzazioni per costruire in ogni dove. Per chi fosse stato distratto, negli anni scorsi, quasi esclusivamente le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico cercarono di opporsi nelle necessarie sedi legali a questa marea montante di cemento: davanti al Commissario per gli usi civici fermarono (1996) il tentativo di ?legittimazione? delle occupazioni abusive del demanio civico sostenuto dal Comune di Muravera, consentirono alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Cagliari, grazie al prezioso lavoro del pubblico ministero dott. Paolo De Angelis, di aprire indagini sulle svendite illegittime di terreni ad uso civico a fini speculativi. Arrivò la legge regionale n. 18 del 1996 per aprire la porta alle ?sclassificazioni? dei terreni edificati abusivamente sui demani civici e a salvare notai curiosamente distratti ed imprenditori, nonché incolpevoli acquirenti. Ma arrivarono anche le ruspe per demolire complessi abusivi a Piscina Rey in seguito a sentenze penali passate in giudicato (2001). E giunsero in questi ultimi anni anche i dovuti atti di recupero di centinaia di ettari al demanio civico di Muravera. Vogliamo forse dimenticarlo ? Oggi l?amministrazione comunale di Muravera, guidata dal sindaco Salvatore Piu vuole porre un freno all?edificazione sulla collina di Costa Rey, anche se si tratta di cantieri regolarmente autorizzati ? Benissimo, la strada è piuttosto in salita, ma, se desidera, possiamo dargli una mano. Ma se la ?soluzione? prospettata è quella di trasferire i diritti di edificazione sulla costa di Piscina Rey, tutelata anche dalla presenza dei diritti di uso civico, può pure scordarselo: i diritti di uso civico sono imprescrittibili, non soggetti ad usucapione e inalienabili. Il rimedio sarebbe peggiore del male: degradare con cemento e cazzuola un tratto di costa ancora sostanzialmente abbastanza integro. Di scempi ne sono stati già fatti abbastanza?..

Gruppo d?Intervento Giuridico e Amici della Terra

(foto S.D., archivio GrIG)

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Pittulongu, speculazione continua…..

22 Dicembre 2005 Commenti chiusi


Le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d’Intervento Giuridico, dopo aver ricevuto diverse segnalazioni da parte di residenti della zona, inoltrano in questi giorni (nota del 23 dicembre 2005) una richiesta di informazioni a carattere ambientale e di adozione di opportuni provvedimenti alle pubbliche amministrazioni (Comune di Olbia, Servizio tutela del paesaggio, Soprintendenza ai beni ambientali di Sassari) ed alla Magistratura competenti in relazione ad un cantiere edilizio in corso d’opera sulla collina di Pittulongu, in Comune di Olbia, a circa 800 metri dal mare. Secondo le segnalazioni pervenute, i lavori sono stati avviati grazie alla concessione edilizia n. 832 del 13 ottobre 2004, mentre
la legge regionale n. 8/2004 prevede il “divieto di realizzazione di nuove opere soggette a concessione e autorizzazione edilizia, nonché quello di approvare, sottoscrivere e rinnovare convenzioni di lottizzazione” (art. 3) e si applica a tutti i territori comunali non provvisti di piano urbanistico comunale ? P.U.C. alla data del 10 agosto 2004 (art. 8, comma 1°), quale Olbia. L’area è, inoltre, tutelata con vincolo paesaggistico (decreto legislativo n. 42/2004). Si attendono risposte rapide ed esaurienti su interventi in area ancora pregevole sul piano ambientale ed aggredita da una speculazione edilizia fin troppo arrembante.

Gruppo d?Intervento Giuridico e Amici della Terra

(foto S.D., archivio GrIG)

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Stop all’abusivismo edilizio !


Sono state eseguite in sede sostitutiva (su richiesta dei Comuni ai sensi della legge regionale n. 23/1985) oltre 1.100 ordinanze di demolizione relative ad abusi edilizi non condonabili secondo quanto previsto dalle leggi nn. 47/1985, 724/1994 modificata con 662/1996, 326/2003 e successive modifiche ed integrazioni (cioè realizzati in aree tutelate con vincolo di inedificabilità assoluto) da parte del Servizio vigilanza in materia edilizia dell?Assessorato EE.LL., finanze, urbanistica della Regione autonoma della Sardegna. Sono stati, quindi, demoliti circa mc. 300.000 di volumetrie abusive (in gran parte fra il 1986 ed il 1987, con una breve ripresa fra il dicembre 1994 ed il gennaio 1995). Ogni anno vengono emesse dai Comuni sardi almeno un migliaio di ordinanze di demolizione di abusi edilizi: quasi nessuna viene eseguita dal trasgressore. Sono tuttora giacenti diverse decine di richieste provenienti da Comuni di personale e mezzi regionali per procedere alle demolizioni degli abusi edilizi: inutilmente, perché da anni non si procede neppure alla prevista gara di appalto (art. 15 della legge regionale n. 45/1989). Nei primi otto mesi del 1994, a cavallo dei provvedimenti normativi inerenti il secondo condono edilizio, sono stati accertati ben 397 casi di abusivismo edilizio nella sola Provincia di Cagliari. Nel 2004 sono stati accertati ben 420 casi di abusivismo edilizio nel solo territorio comunale di Quartu S. Elena. Altri 130 casi negli ultimi mesi del 2005, di cui ben 25 casi di abusivismo totale sulla costa (Flumini). I casi di abusivismo edilizio stimati in base al censimento regionale con aereofotogrammetria (2001) sono circa 45.000 (sotto i profili urbanistico, paesaggistico, dei diritti di uso civico, ecc.), quelli insanabili sono attualmente più di 4.500, in gran parte tutti lungo i litorali. Secondo l?allora Assessore regionale degli EE.LL., finanze, urbanistica ing. Gabriele Asunis (già Direttore generale della pianificazione territoriale) i casi di abusivismo edilizio (opere senza concessione edilizia o autorizzazione) al 29 gennaio 2004 sarebbero stati 17.387, di cui 9.934 aumenti di volumetria di fabbricati esistenti (chiusura balconi, loggiati, ecc.), 965 casi di parziale difformità con il progetto autorizzato, 471 abusi su aree pubbliche (soprattutto in edifici di proprietà I.A.C.P.), 43 ristrutturazioni non autorizzate, 91 mutamenti di destinazione d?uso, 13 ?abusi interni?, 2.383 opere prive di alcuna autorizzazione (di cui 3 lottizzazioni) e 581 casi di difficile inquadramento. In realtà, tale classificazione sembra che si riferisca ai soli abusi esclusivamente sotto il mero profilo urbanistico. L?unico Comune sardo ad avere la ?mappa? pressochè completa dell?abusivismo edilizio sul proprio territorio è Quartu S. Elena (CA): sono risultati (1995 – termine operazione condono legge n. 47/1985) circa 10.400 casi di abusivismo (al 3° posto in Italia per numero di casi, dopo Napoli e Gela), dei quali 127 ?insanabili parziali? e ben 486 ?insanabili totali?. Ben 2.858 casi di abusivismo per mc. 739.007 di volumetria complessiva sono risultati nelle zone ?F? (turistiche) costiere ed altri 1.336 casi nelle zone ?E? (agricole) per mc. 490.971 di volumetria complessiva. Dopo il nuovo condono edilizio (leggi nn. 724/1994 e 662/1996) i casi di abusivismo ?insanabili totali? sono scesi a 147, gli ?insanabili parziali? a 72. Negli ultimi anni l?Amministrazione comunale ha predisposto oltre 20 piani di risanamento ancora inattuati, sono cresciuti a dismisura gli òneri economici collettivi per dotare dei necessari servizi (depurazione, acqua, energia elettrica, smaltimento rifiuti, scuole, ecc.) gli ?abusi condonati? per una spesa complessiva stimata in oltre 222 milioni di euro, a fronte di circa 18/20 milioni di entrate derivanti dalle oblazioni di legge. Riguardo l?ultimo condono edilizio (2003-2004) sono state presentate oltre 3.000 istanze di condono relative ad altrettanti abusi edilizi, dato di notevole rilievo visto che a livello nazionale le domande sono state 102.126 (dati Confedilizia). Al Comune di Cagliari, ad esempio, le istanze presentate sono 2.300. Ancora nell?agosto 2005 sono stati riscontrati ben 25 casi di abusivismo edilizio totale in area costiera (Flumini). Si deve ricordare che, neppure sotto il mero profilo finanziario, il condono edilizio è vantaggioso: nel 1985, a fronte di una previsione di entrata di 2.995 milioni di euro, le entrate effettive furono pari al 58 %, nel 1994, a fronte di un gettito previsto di 2.531 milioni di euro, le entrate effettive furono del 71 %, attualmente, a fronte di una previsione di entrata pari a 3.165 milioni di euro, si stimano solo il 40 % di entrate effettive. Fra i casi più eclatanti di abusivismo edilizio in aree di rilevante interesse ambientale si devono ricordare i 185 edifici abusivi dentro il parco naturale di Molentargius ? Saline (Cagliari ? Quartu S. Elena), le 26 strutture abusive (fra cui una decina di campeggi con bungalows e roulottes) sulla costa algherese entro il parco naturale di Porto Conte per cui il Comune ha richiesto inutilmente i mezzi regionali per la demolizione, centinaia di edifici abusivi nel territorio comunale di Nuoro (Testimonzos, Sa Toba, Murichessa, Ortobene), circa 50 strutture abusive (villette, pontili, ecc.) nel parco nazionale dell?Arcipelago della Maddalena per cui l?Amministrazione comunale ha richiesto invano i mezzi regionali per la demolizione, 45 strutture abusive nell?isoletta di Corrumanciu (Stagno di Porto Pino), i lavori per il campo da golf sulle sponde dello Stagno di Chia (Domus de Maria) oggi sotto sequestro penale.

ORDINI DI DEMOLIZIONE CONTENUTI NELLE SENTENZE PENALI IRREVOCABILI

Si tratta di diversi casi, i più noti dei quali sono i seguenti (tutti denunciati in vari momenti da Gruppo d?Intervento Giuridico e Amici della Terra):

Portu Malu ? Baia delle Ginestre: sulla costa di Teulada (CA). Con sentenza Cassazione penale, Sez. III, 12.1.1996, n. 50, confermativa della sentenza Corte d?Appello di Cagliari, 7.7.1995, n. 117, a sua volta di parziale riforma della sentenza del Pretore di Cagliari n. 1380 del 7.6.1993 sono stati ordinati la demolizione e ripristino ambientale degli abusi realizzati dalla BAIA DELLE GINESTRE s.p.a. (un parcheggio coperto, un fabbricato-alloggio del personale , un campo da tennis, ampliamento del ristorante, un vascone, una cabina ENEL, locali-servizio, la reception del complesso alberghiero, un comparto alberghiero da 100 camere, una piscina con locale-filtri, una piattaforma-pizzeria, tre baracche di legno, un locale, una pista di accesso alla spiaggia, tre pontili galleggianti, una barriera frangiflutti per complessivi mc. 15.600). Finora non è stato demolito quasi nulla. La Corte d?Appello di Cagliari (ordinanza 2.3.1999) ha confermato in sede di incidente di esecuzione l?ordine di demolizione e ripristino ambientale dando opportune disposizioni al pubblico ministero. La Corte di Cassazione (sentenza Sez. III, 30.11.1999, n. 3827) ha respinto definitivamente i ricorsi dei condannati e delle banche creditrici (nonché del Comune). Ma non finisce qui: nuovi incidenti di esecuzione per fermare le ruspe militari della Procura Generale della Repubblica vengono promossi dai condannati, dall?esecutore fallimentare e dal Comune, ma vengono respinti dalla Corte d?Appello (ordinanze 23.4.2001, 25.5.2001, 18.6.2001). Nel giugno 2001 le ruspe del Genio Militare demoliscono le opere abusive, ma si attende ancora il ripristino ambientale. Incredibilmente la Corte di Cassazione accoglie poi un ricorso del Comune (ordinanza Sez. III, 6.8.2002, n. 817) ed ora pende un ulteriore incidente di esecuzione presso la Corte d?Appello di Cagliari.
Baccu Mandara: sulla costa di Maracalagonis (CA). Con sentenza del Pretore di Cagliari ? Sez. Sìnnai n. 146 del 18.6.1996 di applicazione della pena su richiesta delle parti sono stati ordinati demolizione e ripristino ambientale delle opere abusive realizzate dalla TRE P s.r.l. (una serie di 29 unità immobiliari ed ulteriori basamenti in cemento per complessivi mc. 12.900). Finora non è stato demolito nulla. Il Pretore di Cagliari (ordinanze 21.5.1999, 4.3.2002, 7.3.2002, 12.3.2002, 14.3.2002) prima e la Corte di Cassazione (sentenze 8.2.2000 e n. 16377 del 18.11.2002) poi hanno confermato in sede di incidente di esecuzione l?ordine di demolizione e ripristino ambientale dando opportune disposizioni al pubblico ministero, che, sempre con le ruspe militari, ha provveduto alla demolizione e, in collaborazione con il Comune, ad avviare il ripristino ambientale nel marzo 2002 .
Piscinnì: sulla costa di Domus de Maria (CA). Con sentenza Cassazione penale, Sez. III, 6.6.1997, n. 1435, confermativa della sentenza Corte d?Appello di Cagliari, 8.10.1996, n. 634, a sua volta di parziale riforma della sentenza Pretore di Cagliari, 4.12.1995, n. 2183, e con sentenza Pretore di Cagliari, 7.4.1995, n. 854 di applicazione della pena su richiesta delle parti è stata ordinata la demolizione e ripristino ambientale delle opere abusivamente realizzate (due moli frangiflutto, opere di viabilità entro la fascia dei mt. 300 dalla battigia, scavi, sbancamenti e viabilità nell?arenile). Le numerose denunce ecologiste, l?intervento del Ministero per i Beni e le Attività Culturali (che con D.M. 4.10.1993 annullò l?autorizzazione paesaggistica regionale ?in sanatoria? delle opere abusive e con D.M. 16.9.1994 fermò definitivamente la ripresa abusiva dei lavori), della Soprintendenza per i Beni Ambientali di Cagliari (che con nota n. 7164 del 17.6.1994 bloccò sul nascere la ripresa abusiva dei lavori), dell?Assessorato regionale EE.LL., Finanze, Urbanistica (che con decreto n. 180/SV del 28.2.1994 annullò in sede sostitutiva, dopo le inadempienze comunali, le concessioni edilizie illegittime) e della Magistratura hanno fermato la lottizzazione MALFATANO s.p.a. di 80.000 mc. complessivi (prima del gruppo MONZINO, poi della LEGA DELLE COOPERATIVE). Nel periodo novembre-dicembre ?99 è stata svolta, a cura dei condannati, la demolizione delle opere abusive: oggi la spiaggia, grazie all?azione marina, sta riacquistando il suo aspetto, ma incombe un nuovo progetto edilizio della medesima LEGA DELLE COOPERATIVE.
Piscina Rey: sulla costa di Muravera (CA). Con sentenza Cassazione penale, Sez. III, 25.9.1997, è stata parzialmente riformata (disponendo nuovo giudizio per il sindaco di Muravera, poi assolto con sentenza Corte d?Appello di Cagliari ? Sez. Sassari) la sentenza Corte d?Appello di Cagliari n. 699 del 5.11.1996, a sua volta di parziale riforma della sentenza del Pretore di Cagliari ? Sez. Sìnnai n. 91 del 25.5.1995: è stata stabilita la demolizione ed il ripristino ambientale degli abusi realizzati dalla SAITUR s.r.l. (un intero complesso immobiliare di villette a schiera per migliaia di mc. di volumetrie) in area ad uso civico. La lottizzazione è stata posta sotto sequestro (sent. Cass. pen., Sez. III, 7.4.1994). Con ordinanza Corte d?Appello Cagliari del 7.9.1998 e sentenza Cassazione penale, Sez. III, 9.4.1999, n. 769 è stata respinta la richiesta di revisione degli ordini di demolizione e ripristino ambientale: ordini confermati in sede esecutiva con ordinanza Corte d?Appello di Cagliari n. 104 del 19.10.1999. Un nuovo incidente di esecuzione ha visto la Corte d?Appello confermare le statuizioni precedenti (ordinanza 28.2.2001). Dopo ben dieci pronunce giurisdizionali (forse un record !), il condannato ha provveduto in proprio alla demolizione (novembre 2001) ed ha avviato il ripristino ambientale.

CONTRO IL ?SACCO? DELLE COSTE SARDE

Da più di dieci anni le associazioni ecologiste Gruppo d?Intervento Giuridico e Amici della Terra conducono moltissime ?battaglie? legali per difendere i litorali isolani dalla speculazione immobiliare.
Questi sono i ?numeri? (giugno 1992 ? giugno 2005):
* esposti, richieste di atti, segnalazioni n. 1.015
* azioni a cui è seguito l?intervento delle pubbliche amministrazioni competenti e/o della Magistratura n. 875 (86,20 %)
* ricorsi ai Giudici amministrativi e speciali (T.A.R. Sardegna, Consiglio di Stato, ric. straord. al Capo dello Stato, Commissario per gli Usi civici) n. 40
* costituzioni di parte civile in procedimenti penali per reati ambientali n. 15
* le denunce ecologiste in tutti i casi di mancata esecuzione degli ordini di demolizione e di ripristino ambientale conseguenti a sentenze penali irrevocabili hanno portato la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Cagliari a svolgere indagini sull?operato dei sindaci e dei tecnici comunali di Teulada, Domus de Maria, Maracalagonis e Muravera. L?ex sindaco di Teulada C. L. Piras è stato condannato dal Tribunale di Cagliari con sentenza n. 407 dell?1.7.1998 ma assolto in sede di appello, l?ex sindaco di Maracalagonis M. Fadda è stato assolto (2004) in seguito al processo (R.G. n. 2600/01). La Procura della Repubblica di Cagliari sta conducendo una clamorosa indagine penale relativa a gravi ipotesi di reato (corruzione, abuso d?ufficio, concussione, ecc.) che coinvolgono i vertici del Servizio di tutela del paesaggio della Regione autonoma della Sardegna, imprenditori, dirigenti dei Servizi tecnici di vari Comuni, ecc. riguardo l?attività di tutela o, meglio, non tutela del paesaggio nel sud dell’Isola.

Amici della Terra Gruppo d?Intervento Giuridico

(foto S.D., archivio GrIG)

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Quartu S. Elena: terra di abusi edilizi.

21 Dicembre 2005 Commenti chiusi


Il territorio comunale di Quartu S. Elena continua a presentarsi come la “capitale” dell?abusivismo edilizio in Sardegna. Di fatto è l?unico Comune sardo ad avere la “mappa” pressochè completa dell?abusivismo edilizio sul proprio territorio: sono risultati (1995 – termine operazione condono legge n. 47/1985) circa 10.400 casi di abusivismo (al 3° posto in Italia per numero di casi, dopo Napoli e Gela), dei quali 127 “insanabili parziali” e ben 486 “insanabili totali”. Ben 2.858 casi di abusivismo per mc. 739.007 di volumetria complessiva sono risultati nelle zone “F” (turistiche) costiere ed altri 1.336 casi nelle zone “E” (agricole) per mc. 490.971 di volumetria complessiva. Dopo il secondo condono edilizio (leggi nn. 724/1994 e 662/1996) i casi di abusivismo “insanabili totali” sono scesi a 147, gli “insanabili parziali” a 72. Negli ultimi anni l?Amministrazione comunale ha predisposto oltre 20 piani di risanamento ancora in gran parte inattuati, sono cresciuti a dismisura gli òneri economici collettivi per dotare dei necessari servizi (depurazione, acqua, energia elettrica, smaltimento rifiuti, scuole, ecc.) gli “abusi condonati” per una spesa complessiva stimata in oltre 222 milioni di euro, a fronte di circa 18/20 milioni di entrate derivanti dalle oblazioni di legge. Riguardo l?ultimo condono edilizio (2003-2004) sono state presentate oltre 3.000 istanze di condono relative ad altrettanti abusi edilizi, dato di notevole rilievo visto che a livello nazionale le domande sono state 102.126 (dati Confedilizia). Al Comune di Cagliari, ad esempio, le istanze presentate sono 2.300. Si deve ricordare che, neppure sotto il mero profilo finanziario, il condono edilizio è stato vantaggioso: nel 1985, a fronte di una previsione di entrata di 2.995 milioni di euro, le entrate effettive furono pari al 58 %, nel 1994, a fronte di un gettito previsto di 2.531 milioni di euro, le entrate effettive furono del 71 %, attualmente, a fronte di una previsione di entrata pari a 3.165 milioni di euro, si stimano solo il 40 % di entrate effettive. La situazione non è, purtroppo, migliorata con gli anni a seguire. Nel 2004 sono stati accertati ben 420 casi di abusivismo edilizio nel solo territorio comunale di Quartu S. Elena. Ancora nell?agosto 2005 sono stati riscontrati ben 25 casi di abusivismo edilizio totale in area costiera (Flumini). Ancora in questi ultimi mesi scorsi le strutture comunali hanno riscontrato 130 nuovi abusi edilizi, totali e parziali. Ora il Comune vorrebbe migliorare la vigilanza sul territorio coinvolgendo una non nota associazione ambientalista per svolgere controlli e segnalazioni. Speriamo che sia utile, anche se crediamo che nessuno voglia metterci la mano sul fuoco. Fra i casi più eclatanti di abusivismo edilizio in aree di rilevante interesse ambientale a livello regionale si devono ricordare i 185 edifici abusivi dentro il parco naturale di Molentargius ? Saline (Cagliari ? Quartu S. Elena). L?unica vera soluzione per affrontare efficacemente il fenomeno è portare a compimento i procedimenti amministrativi di acquisizione gratuita al patrimonio comunale degli abusi edilizi riscontrati e non demoliti dai trasgressori e di demolizione di quelli non compatibili con le norme di salvaguardia ambientale, in primo luogo dove sussistono vincoli di conservazione integrale (es. la fascia costiera dei 300 metri dalla battigia marina). Da dieci anni le “ruspe della legalità” hanno i motori spenti. Altrimenti saranno soltanto miseri palliativi, oltraggi alla legalità ed all?ambiente e palesi delusioni per i cittadini rispettosi della legge.

Gruppo d?Intervento Giuridico e Amici della Terra

(foto S.D., archivio GrIG)

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Editoriale. Il Gruppo d’Intervento Giuridico riscuote interesse sul web !

19 Dicembre 2005 Commenti chiusi


Questo blog, il blog del Gruppo d’Intervento Giuridico, è nato da pochissimo. I primi articoli sono stati inseriti domenica 11 dicembre 2005 e la sua esistenza è stata pubblicizzata soltanto a partire dal successivo martedi 13. Con cadenza regolare – finora – sono stati inseriti altri articoli su varie tematiche ecologiste, sulla salute pubblica, sulle iniziative associazionistiche svolte ed in programma. Con un po’ di sorpresa e, naturalmente, con soddisfazione verifichiamo che, in meno di una settimana di vita, il blog ha superato i 1.000 contatti. Segno che ha suscitato interesse. Desidero, quindi, ringraziare tutti i visitatori ed i tanti che ci hanno fatto gli auguri per una lunga e proficua “navigazione”, ma dedico un ringraziamento speciale a Claudia Basciu, giovane e brava operatrice del diritto con il “pallino” di quel fantastico mondo di internet divenuto così importante per la libera informazione. Senza di lei questo blog non esisterebbe. Cercheremo di essere sempre più un punto di riferimento per chi vuole informarsi sulle tematiche ambientali e dei diritti civili offrendo uno spazio di partecipazione libero ed accogliente.
Grazie ancora e… buona navigazione !

(foto L.C., archivio GrIG)

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Campagna anti-bracconaggio nel Cagliaritano

18 Dicembre 2005 Commenti chiusi


La nona campagna anti-bracconaggio nel Cagliaritano è stata organizzata e svolta dalla Lega per l?Abolizione della Caccia (L.A.C.) con la collaborazione della Lega Italiana per la Protezione degli Uccelli (L.I.P.U.) e dell?associazione animalista Agire Ora a cavallo fra ottobre e novembre 2005. Come avvenuto nelle analoghe iniziative precedenti, l?obiettivo è stato quello di eliminare il maggior numero possibile di trappole per “altri animali” selvatici, crudeli strumenti illegali di caccia che uccidono ogni anno centinaia di migliaia di esemplari spesso appartenenti anche a specie faunistiche protette, contribuendo così al lavoro portato avanti fra molte difficoltà dagli uomini del Corpo Forestale e di Vigilanza Ambientale. Intendimento fondamentale è, inoltre, portare davanti all?opinione pubblica il bracconaggio quale attività illegale e distruttiva del patrimonio ambientale (si stimano n. 120 bracconieri “fissi” + n. 350 “occasionali” nella sola Capoterra). Il giro di affari è di sensibili dimensioni: basti pensare che una sola “griva” (spiedo di 8 tordi) costa al mercato illegale 30-40 euro al dettaglio ! Tuttavia i più grossi “fruitori” finali del bracconaggio sembrano proprio essere alcuni noti ristoranti del Cagliaritano nei confronti dei quali appaiono necessarie ispezioni senza preavviso da parte delle Forze dell?ordine. Sono state effettuate dieci battute per la ricerca di trappole (in costante contatto con le locali Stazioni del Corpo Forestale e di Vigilanza Ambientale), perlustrando le seguenti località: Sette Fratelli (Sinnai ? Maracalagonis), S. Barbara, Punta Sa Menta, Monte Pauliara, Su Spantu, S?Arcu s?Enna e? sa Craba, S. Girolamo (Capoterra), Santa Lucia, Gutturu Mannu (Assemini ? Santadi), Monte Arcosu (Uta). Complessivamente hanno preso parte alle operazioni trenta volontari provenienti dalla Lombardia, dal Lazio, dalla Sicilia, dalla Calabria e, naturalmente, dalla Sardegna. Sono state rinvenute le seguenti trappole: n. 140 reti per l?uccellagione e n. 12.500 lacci per avifauna (tordi, pettirossi, frosoni, verdoni, ecc.). Nel corso delle operazioni sono stati rinvenuti numerosi “altri animali” (pettirossi, verdoni, tordi) morti, ma numerosi altri sono stati rinvenuti vivi (pettirossi e tordi) e sono stati prontamente liberati. La richiesta alla Magistratura competente, al Presidente della Regione, all?Assessore regionale della Difesa dell?Ambiente ed ai competenti comandi del Corpo Forestale e di Vigilanza Ambientale e della Guardia di Finanza è chiara: lo svolgimento di opportune indagini contro il bracconaggio e, in particolare, presso i mercati e contro i grossi “utilizzatori finali”, nonché l?adozione degli opportuni provvedimenti per l?inasprimento delle sanzioni nei confronti di chi attacca illecitamente il patrimonio faunistico collettivo.

Lega per l’Abolizione della Caccia (L.A.C.)

(foto L.A.C.)

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A proposito di due convegni…

17 Dicembre 2005 Commenti chiusi


Circa dieci giorni fa, su iniziativa della Provincia di Oristano, si sono tenuti due convegni. Il primo aveva come argomento il turismo. Lo scopo dichiarato era quello di gettare le basi per un possibile sodalizio pubblico?privato per far uscire l?Oristanese dal ruolo di Cenerentola della Sardegna. Come organizzare il riscatto ? Secondo il Presidente Onida, imprimendo una svolta con nuovi progetti di sviluppo e pianificazione che devono essere condivisi e realizzati, fin dall?inizio, con le popolazioni. Bellissime parole. Hanno poi parlato i relatori. La parte grande l?hanno fatta Piero Maria Pellò, amministratore delegato di Is Arenas Golf, Salvatore Ledda di Bosa Sviluppo, Salvatore Poddi di Sardegna Ovest, Ettore Giachino dell?Horse Country di Arborea. Questi imprenditori hanno quindi dichiarato di voler dar vita ad un Consorzio tra Operatori del settore con la benedizione dell?Amministrazione Provinciale. Forse la sola voce fuori dal coro è stata quella del Sindaco di Laconi e Consigliere regionale, Paolo Pisu, sinceramente preoccupato del lancio (innovativo) del territorio di Laconi (Centro Sardegna). E la programmazione del territorio, l?innovazione, la auspicata concertazione con le popolazioni? Poco importante. Insomma, nella conferenza presentata per discutere di un turismo condiviso, si è scoperto che la condivisione auspicata era solo quella degli imprenditori (e dell?Amministrazione Provinciale).
Ma per chi aveva ancora qualche dubbio sulle metodologie inaugurate dall?Amministrazione Provinciale, è stata presentato qualche giorno dopo nella chiesa di San Domenico, il ?Primo rapporto sullo stato dell?ambiente della Provincia di Oristano?, realizzato nell?ambito del progetto Agenda 21. Per chi non lo sapesse, l?Agenda 21 è un organismo autonomo di partecipazione delle comunità locali. Il Forum ne è un elemento fondamentale ed ha il compito di presentare il Progetto, predisporre il Rapporto dello stato dell?ambiente, partecipare alle consultazioni sulle prime elaborazioni, impostare il piano d?azione, ecc. ecc. Ne fanno parte i rappresentanti della comunità provinciale e del mondo produttivo e, citiamo testualmente, Associazioni di consumatori, Associazioni ambientaliste, Sindacati, Gruppi di interesse, Ordini professionali, Associazioni di categoria, Aziende ed enti pubblici e privati. Le funzioni sono consultive, propositive e di verifica. Detto ciò possiamo constatare come raramente si è potuto vedere un così palese tradimento dello spirito e della lettera dei protocolli e delle buone pratiche di Agenda 21 e, più in generale, delle procedure di sostenibilità ambientale. C?è stata un?assoluta mancanza di qualsiasi coinvolgimento (per ciò che ci riguarda) delle Associazioni ambientaliste locali, così come di qualunque soggetto non istituzionale, con evidenti gravi carenze di analisi del territorio sia sul piano ecologico che su quello del tessuto economico-sociale (ad esempio, dove sono finiti i dati sul turismo nella Provincia ? Chi conosce i piani e i progetti di Sardegna Ovest ?). Queste sono state le procedure adottate dalla Provincia, esattamente l?inverso di quelle dell?Agenda 21, e caratterizzate dall?assoluta chiusura verso ogni forma di partecipazione dei cittadini e verso la più assoluta autoreferenzialità. Tutto l?opposto di quello che dovrebbe essere. E le centinaia di migliaia di euro della dotazione progettuale a quali finalità sono effettivamente servite ? Non ci sembra siano state destinate al miglioramento del rapporto uomo ? ambiente ed allo sviluppo sostenibile della collettività oristanese.

(foto L.C., archivio GrIG)

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Castello: progetto di mobilità meccanizzata del centro storico


valore storico-culturale: la prima immagine di Cagliari che appare al visitatore è il profilo di Castello che si staglia maestoso contro il cielo, con l?imponente cinta muraria, le magnifiche torri, il tessuto urbano di impianto medievale e il complesso architettonico della Cattedrale. Anche per questo motivo, fin dalla sua origine, tale quartiere è divenuto l?emblema della città, tanto che il dato costante e ricorrente delle antiche iconografie che la riguardano è l?aspetto imponente delle sue fortificazioni e delle torri. Anche oggi, del resto, l?immagine più rappresentativa di Castello è legata alle sue mura che, al contrario di quelle presenti negli altri quartieri storici cittadini, risultano in gran parte ancora conservate. Tale cinta muraria sorge sulla barriera naturale formata dagli strapiombi del Fossario e di San Pancrazio e si estende fino ai precipizi rocciosi del Balice, dello Sperone e di Santa Croce. L?antico sistema difensivo di epoca pisana, era costituito da semplici cortine erette a strapiombo e da torri, delle quali rimangono quasi intatte le torri di S. Pancrazio e dell?Elefante – edificate da Giovanni Capula nel 1305 e nel 1307 – entrambe dotate di una struttura muraria senza intonaci a faccia vista, con conci perfettamente squadrati. Dalla torre dell?Elefante, le mura continuavano – con altre quattro torri rotonde, completamente scomparse – fino ad una delle porte del Castello, detta Porta de Caller, presso la quale i Pisani eressero un?altra torre, oggi quasi inglobata nel palazzo Boyl, chiamata prima Torre del Leone, poi Torre dell?Aquila. Poco più in basso della Torre dell?Elefante, nella zona pianeggiante, si ergeva un?altra torre – distrutta durante un attacco degli aragonesi e dei catalani – sotto la quale sorgeva la Porta di Stampace. L?intero sistema di difesa venne modificato in epoca spagnola – attraverso la formazione di pareti a scarpa e di mura bastionate a forma pentagonale – dal grande architetto Rocco Capellino, il quale trasformò anche il baluardo di S. Croce, che terminava nei pressi della Torre dell?Elefante, da cui partiva il baluardo di S. Antonio, opera anch?esso del Capellino, che scendeva verso l?attuale via Manno per riunirsi al barbacane del Balice nei pressi della biblioteca universitaria. La stessa cinta muraria, fra il 1563 e il 1579, venne rinforzata con i possenti bastioni a rivellino, secondo il progetto di Jacopo Palearo Fratino, rimasto quasi immutato, nonostante i rimaneggiamenti di fine Ottocento. Durante l?epoca sabauda l?architetto Felice de Vincenti modificò ancora l?aspetto delle mura della Città attraverso la costruzione di una muraglia che, oltrepassando l?Avanzada allora presente nell?attuale Cammino nuovo, dal bastione della Zecca, conduceva al baluardo del Mulino a vento, verso il Belvedere del Buon Cammino. Nel 1861 Cagliari cessò di essere una piazzaforte e di conseguenza, nel 1886, la maggior parte delle mura – che allora circondavano tutti i quartieri storici cittadini – fu ceduta al Comune che, per recuperare nuovi spazi, iniziò una demolizione sconsiderata delle cinte murarie e delle porte, senza tenere in alcun conto l?importanza della storia cittadina. Il quartiere di Castello, però, data l?evidente difficoltà di intervento nella struttura muraria, finora non ha subito demolizioni o modifiche consistenti, ma ha visto solo la trasformazione dei bastioni meridionali in «belvedere».

Descrizione del progetto: il progetto ?lavori di realizzazione di un sistema coordinato di parcheggi di scambio e di trasporto meccanizzato nel centro storico? prevede:
1 parcheggio interrato di tre piani in via Cammino Nuovo;
4 tappeti mobili (tapis roulant) di collegamento tra via Cammino Nuovo e via dei Genovesi;
1 scala mobile di collegamento tra via S. Margherita e via Cammino Nuovo;
2 scale mobili di collegamento tra via S. Giorgio e via Cammino Nuovo;
3 tappeti mobili di collegamento tra via Cammino Nuovo e la base della Torre dell?Elefante;
1 tappeto mobile e 1 scala mobile di collegamento tra piazza Dettori e via Manno;
3 ascensori (due interni al parcheggio sotterraneo e uno, interno alle mura del Bastione di S. Croce, che mette in collegamento il bastoncino piemontese con la Via S. Croce) resi necessari (legge n. 104/1992 e legge n. 13/1989) dal fatto che l?uso delle scale mobili e dei tapis roulant è impedito ai disabili;
1 bar-ristorante nel bastoncino piemontese, situato tra il Bastione di S. Croce e il Cammino Nuovo. Per collegare il bastioncino al Bastione di S. Croce ? e per permettere i flussi pedonali ? è prevista l?apertura di una breccia nelle mura;
1 bar sulla copertura del parcheggio, in fronte alla Via S. Giorgio;
la sistemazione a verde attrezzato degli spazi non occupati dagli impianti elettromeccanici, nonché l?illuminazione di tutti i percorsi meccanizzati e dell?area attrezzata a verde;
la copertura mediante una pensilina del collegamento tra i due ascensori già in esercizio in Viale Regina Elena.
Tutti i sistemi meccanizzati sono sormontati da una copertura in policarbonato, connessa a una struttura in alluminio preverniciato, a sua volta fissata a montanti di acciaio zincato e verniciato, ancorati a una struttura di cemento armato. Ogni impianto sarà dotato lateralmente di una scala pedonale di sicurezza, anch?essa riparata dalla pensilina in policarbonato e sarà protetto lateralmente da una struttura frangisole e parapioggia in acciaio microforato. I vettori mobili descritti dal progetto ?sono in grado di trasportare in servizio continuo fino a 60/75 persone/minuto ciascuno, ovvero 4.500 persone/ora?, per cui, considerati i 10 vettori previsti per l?accesso al quartiere di Castello, con la predisposizione di tali sistemi di trasporto si ipotizza il transito di 45.000 (quarantacinquemila) persone all?ora – più di un quarto del totale dei residenti cittadini – per un costo di gestione ordinaria annuo ammontante a 570.000,00 (cinquecentosettantamila) euro.
Il costo totale del progetto ammonta a 15.000.000,00 di euro.

Normativa di riferimento: il Consiglio comunale di Cagliari ha approvato il progetto dei ?lavori di realizzazione di un sistema coordinato di parcheggi di scambio e di trasporto meccanizzato nel centro storico?, in sede di prima adozione senza alcun preventivo coinvolgimento della cittadinanza (deliberazione Consiglio comunale Cagliari n. 64 del 9 novembre 2004). La Giunta comunale, con deliberazione n. 523 del 15 settembre 2005, lo ha approvato definitivamente valutando le ?osservazioni? presentate formalmente nell?ambito della relativa procedura di variante al piano particolareggiato di sistemazione degli spazi verdi intorno Castello. Rispetto alla precedente versione, approvata dal Consiglio comunale sono state incluse altre sette tavole progettuali. Il progetto trova copertura finanziaria mediante decreto del Presidente della Regione n. 121 del 8 ottobre 2003 con il quale è stato approvato l?atto aggiuntivo al P.I.A. Ca 17 ?Sistema dei Colli? e costituisce una variante al PUC comunale. Pertanto trova applicazione la legge regionale n. 45/1989 (artt. 20-21).

Normativa di tutela di cui si richiede il rispetto: tre atti di ?osservazione? sono stati presentati ex art. 1 della legge regionale n. 32/1996: due, respinti, di residenti (Mario Loi e Marino Di Martino) nella zona interessata e relative ad accessi alle proprietà private ed alle emissioni acustiche degli impianti in progetto. L?altro, presentato dalle associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d’Intervento Giuridico (nota del 10 dicembre 2004), accolto. Riguarda l?obbligo di sottoposizione del progetto al vincolante procedimento di c. d. ?verifica preventiva? o screening. Pertanto, con nota prot. n. 4398 dell?8 febbraio 2005 l?Assessorato regionale della Difesa dell?Ambiente ? Servizio S.I.V.I.A., ha comunicato al Comune di Cagliari che il detto progetto deve essere assoggettato al procedimento di ?verifica preventiva? (art. 10 del D.P.R. 12 aprile 1996, allegato B, punto 7, lettera c e successive modifiche ed integrazioni, e art. 31 della legge regionale n. 1/1999 e successive modifiche ed integrazioni) finalizzato all?eventuale successivo svolgimento del procedimento di valutazione di impatto ambientale (V.I.A.). Con determinazione n. 10/D/AGT del 13 aprile 2005 il Dirigente dell?Area Gestione del Territorio del Comune di Cagliari ha affidato all?ing. Giuseppe Frongia l?incarico della predisposizione della relazione sugli impatti ambientali del progetto in argomento ai fini del procedimento di ?verifica preventiva?.

Osservazioni: la descrizione del progetto mette in evidenza come la costruzione del parcheggio multipiano e di 12 vettori mobili – per superare un dislivello di soli 20/25 metri – determini un notevole impatto ambientale nel cuore storico della città, senza soddisfare le effettive esigenze dei cittadini. Si sostiene, infatti, che la costruzione di un parcheggio multipiano a pagamento nel cuore del centro storico non risolva i problemi del traffico e si ponga in contrasto con la politica europea che è orientata ad incentivare il trasporto pubblico, promuovendo la costruzione di parcheggi di scambio nelle zone periferiche. Tali considerazioni sono confermate dal fatto che il progetto in esame non ha potuto fruire di forme di finanziamento comunitario, perché ritenuto dall?Assessorato Regionale ai Trasporti non coerente con la misura del POR 6.2 – Accessibilità e governo della mobilità nei maggiori contesti urbani – che prevede come obiettivo prioritario quello di ?…elevare la qualità dei servizi, aumentando l?utilizzo delle strutture trasportistiche esistenti, generando effetti benefici per le famiglie e le imprese, in modo soprattutto da soddisfare la domanda proveniente dalle attività economiche?. Il progetto pertanto non è stato ritenuto idoneo a raggiungere l?obiettivo prefissato.

Iniziative: è stata avviata una petizione popolare, già sottoscritta da oltre 2.000 cagliaritani, ai sensi dell?art. 65 dello Statuto del Comune di Cagliari in cui si richiede di modificare il progetto e di rimodulare l?atto aggiuntivo al PIA Ca 17 firmato 8 agosto 2004 come indicato dall?art. 3 dello stesso prevedendo il potenziamento del progetto previsto dal medesimo atto aggiuntivo ?Riqualificazione urbana delle aree circostante Castello? al fine di finanziare opere di effettiva necessità per il quartiere quali opere di manutenzione delle infrastrutture primarie e secondarie. Le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d’Intervento Giuridico ed il Comitato per la difesa di Castello, hanno inviato alla Regione autonoma della Sardegna (Assessorato difesa ambiente ? Servizio S.I.V.I.A. e Assessorato P.I. e beni culturali), al Comune di Cagliari, alle Soprintendenze ai beni culturali e paesaggio ed ai beni archeologici, alla Commissione europea e, per conoscenza, ai Ministeri dell?Ambiente e dei Beni ed Attività Culturali, uno specifico atto di intervento preventivo (nota del 6 luglio 2005) riguardo il procedimento di c. d. verifica preventiva (screening) al quale è assoggettato il progetto suddetto.

Amici della Terra, Comitato per la difesa di Castello e Gruppo d?Intervento Giuridico

(foto S.D., archivio GrIG)

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Altri accertamenti nell?area di Quirra (La Nuova Sardegna, 14/12/2005)

16 Dicembre 2005 Commenti chiusi


Finora era stata negata perfino la prima delle due premesse del sillogismo. E cioé che le stellette inquinano gravemente l?ambiente. Diventava quindi impossibile arrivare alla cosiddetta ?deduzione necessaria? del proceso deduttivo che era: la presenza militare può avere serie ripercussioni sulla salute collettiva. E quindi, nonostante alcuni drammatici segnali, si era in un vicolo cieco. L?indagine condotta dalla Regione nelle aree industriali e in quelle controllate dalle forze armate non arriva a sfondare il muro che ha finora ?protetto? ciminiere e cannoni. Ma in quel muro apre un varco importante, creando così le premesse per un?indagine approfondita, tesa a provare scientificamente quello che oggi è molto di più di un sospetto. Rispetto a qualche mese fa lo scenario è profondamente cambiato, nel senso che adesso esiste un dato di partenza certo, un rapporto statisticamente sicuro tra specifiche attività e il superamento della soglia statistica di patologie gravi nella popolazione. E questo vale sia per le aree caratterizzate da un?intensa attività industriale e sia quelle militarizzate. Per esempio: il ?caso La Maddalena?, finora vigorosamente negato, ha fatto emergere la forte probabilità di un rapporto tra l?alta insorgenza di tumori della pleure, della vescica e del sistema emolinfatico e le attività militari.
La seconda fase dell?indagine cercherà di determinare la consistenza di questa relazione. Ma è molto probabile che si approfondiranno alcuni aspetti come quello degli aborti terapeutici su donne maddalenine. Soprattutto se l?interruzione di gravidanza è stata decisa per casi di anencefalia. Dall?indagine regionale emerge poi la nebbiosità del ?caso Quirra?. Esiste infatti uno scarto violento tra i numeri nelle mani della commissione di indagine e i dati raccolti nella zona dal Comitato di Tutela Ambientale del Sarrabus. L?unica spiegazione possibile è che la documentazione che avrebbe fotografato la tragedia è stata trasmessa solo in parte. Come dire: c?è stata una strozzatura che ha impedito la raccolta completa degli elementi documentali sulla situazione in una parte del Sarrabus. C?è anche un altro problema: quello delle dimensioni troppo ridotte del cluster, cioè del quadrante, nel quale si è concentrata l?indagine. La ricerca non può essere infatti limitata alla minuscola frazione di Villaputzu, ma dovrebbe essere allargata a gran parte del Sarrabus e alla bassa Ogliastra. Questo per due motivi: perché non tutte le persone che lavorano in quella che può essere definita l?area critica, ci vivono anche; e poi perché le patologie del sistema emolinfatico sarebbero diffuse in tutta l?area intorno al poligono del Salto di Quirra. E che dire, infine, del ?caso Escalaplano?, dei bambini nati con gravi malformazioni soprattutto tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta? Un?anomalia che è stata sembra occultata da un atteggiamento che qualcuno ha perfino chiamato come una congiura del silenzio. L?assessore alla Sanità Nerina Dirindin ha fatto chiaramente capire che alcune situazioni, come quella del Sarrabus appunto, dovbranno essere messe maggiormente a fuoco. Ci sarà quindi, fino al prossimo marzo, un ulteriore lavoro di raccolta di dati e di conseguenti interpretazioni statistiche. Solo allora si dovrà passare alla fase di identificazione delle cause delle patologie. Sarà davvero interessante vedere se reggerà la ?tesi dell?arsenico?, diventata per il ministero della Difesa l?unica verità.

(foto S.D., archivio GrIG)

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Sardegna, isola felice…dell’inquinamento…


Il 12 dicembre 2005 l?Assessore regionale della sanità Nerina Dirindin ha messo una bella pietra miliare nella storia della trasparenza e della lotta all?inquinamento e per una migliore qualità della vita in Sardegna. Curiosamente nessuno dei tanti ?critici? sulla sua persona, decisamente scatenati al momento della nomina, ha dato un cenno di commento in merito. C?è voluta un?assessore ?piemontese? per tirar fuori dai non ignoti cassetti un bel po? di dati che danno purtroppo serie indicazioni di picchi di inquinamento nel territorio regionale. Nel nebbioso ed oppiaceo clima locale e tutto ?sardo? degli anni trascorsi chi, come anche noi ecologisti, chiedeva trasparenza e verità sui dati della morbilità e della mortalità nelle aree a forte concentrazione industriale veniva tacciato di allarmismo o, peggio, di terrorismo. Il Rapporto sullo stato di salute delle popolazioni residenti in aree interessate da poli industriali, minerari e militari della Sardegna è stato promosso dall?Assessorato regionale della sanità grazie all?Osservatorio epidemiologico regionale ed a fondi del Quadro comunitario di sostegno ? P.O.N. ATAS 2000-2006 gestito dal Ministero della salute e dalla Società E.S.A., riguarda 18 aree del territorio regionale e prende in esame, in relazione ai residenti in Sardegna, l?evoluzione della mortalità nel periodo 1981?2001 (oltre 279.000 decessi) e la prevalenza delle patologie in base all?archivio dei ricoveri 2001?2003 (oltre un milione di ricoveri). Costituisce un?evidente essenziale fonte informativa per la promozione di politiche ambientali e della salute in aree potenzialmente fortemente interessate da fenomeni di nocività ambientale. In otto aree il rischio alla salute è determinato da fattori industriali (Portoscuso, Porto Torres, San Gavino, Sarroch, Ottana, Tortolì, comprensorio del sughero, Macomer), in altre tre da fattori militari (Capo Teulada, La Maddalena, Salto di Quirra), nelle restanti da fattori minerari ed urbani (Arbus, Iglesias, Cagliari, Sassari, Nuoro, Oristano, Olbia). Ed alcuni dati sono proprio da evidenziare. Nella zona di Portoscuso e Comuni limitrofi la mortalità nel periodo 1997-2001 è superiore alla media regionale del 30 % per le malattie respiratorie e del 24 % per i tumori al polmone fra gli uomini, del 18 % per le malattie respiratorie e del 16 % per i tumori al polmone fra le donne. Eccessi, nel periodo complessivo preso in esame, rispetto alla media regionale del 40 % per le malattie dell?apparato respiratorio, del tumore al polmone, delle malattie dell?apparato urinario e dei tumori alla vescica, mentre la mortalità infantile maschile (periodo 0-1 anno) è superiore dell?85 % rispetto alla media regionale. A La Maddalena vi sono eccessi rispetto alla media regionale del 178 % per i linfomi non Hodgkin e del 121 % per i tumori alla vescica. A Porto Torres si sono verificati eccessi rispetto alla media regionale di sarcomi nei tessuti molli del 77 % fra gli uomini e dell?89 % fra le donne, di tumori alla tiroide del 45 % fra le donne, mentre gli incrementi tumorali ai polmoni fra gli uomini sono stati del 37 % nel periodo 1981-1983 e del 6 % nel periodo 1999-2001, con punte di eccessi del 20 % per i tumori al fegato. A Cagliari si è riscontrato un eccesso rispetto alla media regionale del 42 % di tumori all?utero. Ad Arbus sono, invece, stati riscontrati, sempre nel periodo complessivo in esame, eccessi del 149 % per le malattie respiratorie fra gli uomini. A Teulada un eccesso del 43 % di linfomi non Hodgkin fra gli uomini. Al Salto di Quirra sono stati verificati eccessi rispetto alla media regionale del 107 % per le malattie dell?apparato digerente fra le donne e del 28 % per i tumori linfoematopoietici fra gli uomini, mentre a Sarroch un eccesso del 13 % per i tumori del polmone. Davanti a dati scientifici di questo tenòre stonano le dichiarazioni soporifere e tranquillizzanti di diversi, troppi, amministratori locali e sindacalisti (?i morti per tumore eredità di una stagione ormai alle spalle?), stonano le prese di distanza di alcune aziende industriali (?non si faccia allarmismo?). La verità è che finchè non saranno accertati scientificamente i rapporti causa ? effetto fra inquinamenti e malattie non sarà possibile fare chiarezza ed ottenere giustizia. E non vi potrà essere autentico disinquinamento definitivo senza vera giustizia. In proposito ritornano ancora alla memoria le parole dell?illuminante deposizione del 10 novembre 2004 di Massimo Porceddu, tecnico ambientale del Presidio multizonale di prevenzione (P.M.P.) dell?Azienda USL n. 7, davanti alla Commissione parlamentare d?inchiesta sul ciclo dei rifiuti: “da dieci anni è interrotta ogni attività sistematica di controllo del territorio e delle industrie e i tecnici non possono più operare con quella autonomia prevista dalla legge; solo quando ci vengono fatte richieste ad hoc dell?autorità giudiziaria interveniamo, per il resto il Pmp è in una condizione di inerzia, di sostanziale inefficienza e ininfluenza su comportamenti potenzialmente illeciti di terzi ? in questo territorio esercitare il controllo ambientale non è un diritto ? dovere derivante dalle norme, ma un optional concesso in funzione del contesto politico-istituzionale presente e in funzione della situazione socio-economica della zona ? non abbiamo problemi tecnici, non siamo impossibilitati dalla tecnologia a svolgere i controlli, semplicemente non ce li fanno fare seriamente come si fa nel resto d?Italia”. Una conferma di quanto si ipotizzava da tempo: da lunghi anni le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico denunciano la palese assenza dei necessari riscontri dei controlli ambientali di legge nel territorio del basso Sulcis, gli scandalosi ritardi nell?attuazione del piano di risanamento ambientale e di disinquinamento della locale zona a rischio di crisi ambientale (approvato nel 1993 ed esecutivo con il relativo accordo di programma del 1994). Analogamente da troppi anni denunciano la mancata attuazione in Sardegna (ultima regione d?Italia) dell?Agenzia regionale per la protezione dell?ambiente ? voluta dal risultato favorevole del referendum del 1992 promosso dagli Amici della Terra che ha sottratto i controlli ambientali alle U.S.L. ? unico strumento possibile di monitoraggio, verifica e controllo sullo stato dell?ambiente senza i troppi legami e condizionamenti provenienti dal mondo politico. I legami politico-amministrativi con il mondo dell?industria, evidentemente, hanno contato ben più del diritto alla qualità della vita e della salute pubblica. Ed ora questa ?operazione trasparenza? dell?Assessore Dirindin fa ben sperare in un futuro migliore, soprattutto perché ha confermato di voler andare fino in fondo. E pare proprio una persona di parola. Brava, avrà il nostro appoggio e quello certamente di tutte le persone oneste. Analoga indagine dovrebbe essere svolta dalla Magistratura competente, presso cui sono state inoltrate negli anni denunce circostanziate così come sono state svolte perizie ed analisi su vasta scala. Senza guardare in faccia a nessuno e chi ha sbagliato paghi, perché ? ancora una volta è necessario ribadirlo ? non vi può essere risanamento ambientale e sociale senza una vera giustizia.

Gruppo d?Intervento Giuridico e Amici della Terra

(foto da mailing list ambientalista)

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Quanti interrogativi sulla T.A.V. !

15 Dicembre 2005 Commenti chiusi


Ci sono veramente tanti interrogativi sul Treno ad Alta Velocità (T.A.V.), sull’impatto ambientale del tratto italiano della linea del “corridoio 5″ (Lisbona – Kiev), soprattutto nei siti della Val di Susa e del Carso, e sulla reale utilità economica. Ai cittadini sensibili alla tutela ambientale (e sono molti !) che lo finanziano con le proprie tasse piacerebbe certo saperne di più. Riportiamo dal blog di Beppe Grillo (www.beppegrillo.it) alcune delle considerazioni e domande alle quali vorremmo avere risposte davvero convincenti.

Elenco una serie di luoghi comuni sul TAV in Val di Susa con i commenti del comitato No TAV. Se esiste un comitato Pro TAV e vuole confutare questi punti, mi invii una mail e la pubblicherò, se non è possibile confutare questi punti si apra allora una commissione di inchiesta europea.
” I nove luoghi comuni
1. SENZA LA TORINO-LYON IL PIEMONTE SAREBBE ISOLATO DALL’EUROPA
In realtà il Piemonte è già abbondantemente collegato all?Europa e soprattutto attraverso la Valle di Susa. In questa valle esistono già due strade statali, un?autostrada e una linea ferroviaria passeggeri e merci a doppio binario. Esiste perfino la cosiddetta autostrada ferroviaria (trasporto dei TIR su speciali treni-navetta). Sono tutte linee di collegamento con la Francia attraverso due valichi naturali (Monginevro e Moncenisio) e due tunnel artificiali (Frejus ferroviario e autostradale). Il tutto in un fondo-valle largo in media 1,5 km ! A fatica ci sta anche un fiume, la Dora Riparia, che di tanto in tanto va in piena.
2. LE LINEE FERROVIARIE ESISTENTI SONO SATURE
In realtà l?attuale linea ferroviaria Torino-Modane è utilizzata solo al 38% della sua capacità. Le navette per i TIR partono ogni giorno desolatamente vuote. (Ma sono state riscoperte e prese d?assalto nel periodo di chiusura del Frejus per incendio). Il collegamento ferroviario diretto Torino-Lyon è stato soppresso per mancanza di passeggeri. E il flusso delle merci -previsto da chi vuole l?opera in crescita esponenziale -è invece sceso del 9% nell?ultimo anno!
3. LA TORINO-LYON E? INDISPENSABILE AL RILANCIO ECONOMICO DEL PIEMONTE.
In realtà è? vero il contrario. Togliendo risorse (è tutto denaro pubblico) alla ricerca, all?innovazione e al risanamento dell?industria in crisi profonda (Fiat e non solo), il TAV sarà la mazzata finale all?economia piemontese.
4. Il TAV TOGLIERA? I TIR DALLA VALLE
In realtà tanto per cominciare, i 10/15 anni di cantiere necessari a costruire la Torino-Lyon porteranno sulle strade della Valle e della cintura di Torino qualcosa come 500 camion al giorno (e alla notte) per il trasporto del materiale di scavo dai tunnel ai luoghi di stoccaggio. Con grande aumento di inquinanti e polveri. Finita la apocalittica fase di cantiere e realizzata la Grande Opera, chi ci dice che le merci passeranno dall?autostrada alla nuova ferrovia? Anzi. I promotori dell’opera e recenti studi di ingegneria dei trasporti ci dicono che solo l’ 1% dell’attuale traffico su gomma si trasferirà sulla ferrovia. Bel vantaggio.
5.I VALSUSINI SONO EGOISTI. NON PENSANO AGLI INTERESSI DELL?ITALIA.
In realtà attraverso la Valle di Susa, attualmente, passa già il 35% del totale delle merci che valicano le Alpi! Lungo l?Autostrada del Frejus passano circa 4.500 TIR al giorno, contro i 1.500 del Monte Bianco, in val d?Aosta, dove il numero dei TIR è stato limitato per legge.
6.LA TORINO-LYON PORTA LAVORO AI PIEMONTESI
In realtà come già sta succedendo per tutte le infrastrutture in corso, si tratterebbe di lavoro precario, per mano d?opera in gran parte extracomunitaria. Inoltre le ditte appaltatrici si porterebbero tecnici e operai dalla loro Regione (ditte e buoi dei paesi suoi). Per i comuni della Valle di Susa e della cintura di Torino arriverebbe invece un bel problema: la mafia. Turbative d’asta sono già state individuate per la fase di sondaggio geologico a carico di uomini politici piemontesi e non… figurarsi per la realizzazione dell’opera!
7.LA LINEA E? QUASI TUTTA IN GALLERIA. CHE MALE FA?
In realtà fa malissimo. Il tracciato prevede una galleria di 23 km all?interno del Musinè, montagna molto amiantifera. La talpa che perforerà la roccia immetterà nell?aria un bel po? di fibre di amianto. Invisibili e letali. Il vento le porterà dappertutto. Il foehn le porterà fin nel centro di Torino. Respirare fibre di amianto provoca un tumore dei polmoni (mesotelioma pleurico) che non lascia scampo. L?amianto è un materiale fuori legge dal 1977. Scavare gallerie in un posto così è illegale e criminale. E ancora: il tunnel Italia-Francia di 53 km scavato dentro al Massiccio dell?Ambin incontrerà (oltre a falde e sorgenti che andranno distrutte) anche roccia contenente uranio. E ancora: una linea in galleria si porta appresso tante gallerie minori, trasversali a quella principale. Si chiamano gallerie di servizio, o più simpaticamente, ?finestre?. Ce ne saranno 12! Con altrettanti cantieri, tutti a ridosso di centri abitati. Sarà un inferno di rumore, polvere, camion avanti e indietro per le strette vie dei paesi, di giorno e di notte, per 15 anni almeno. E ancora: la perforazione di tratti montani così lunghi vicino a centri densamente abitati potrà prosciugare le falde idriche e gli acquedotti, come accaduto per le gallerie TAV del Mugello, oggetto di processi per disastro ambientale. E ancora: la viabilità sarà stravolta. Verranno costruiti sovrappassi in corrispondenza di ogni cantiere. Forse queste nuove strade saranno calcolate come compensazioni all?impatto ambientale dell?opera? (per averne una vaga idea, farsi un giro sull?autostrada Torino-Milano osservando i guasti della tratta TAV Torino-Novara).
8. QUEST?OPERA FA BENE ALL?ECONOMIA, PERCHE? METTE IN MOTO CAPITALI PRIVATI
In realtà il costo stimato di 20 miliardi di euro è tutto a carico della collettività. Tutto denaro pubblico, ma affidato a privati, secondo la diabolica invenzione del general contractor. Garantisce lo Stato Italiano. Nessun privato ci metterà un euro, soprattutto dopo l?esperienza del tunnel sotto la Manica che ha mandato in fallimento chi ne aveva acquistato i bond. I tantissimi soldi che servono a quest?opera verranno tolti alle linee ferroviarie esistenti (già disastrate), a ospedali, scuole, e a tutti i servizi di pubblica utilità, e allo sviluppo delle energie rinnovabili destinate a sostituire il petrolio. E ancora: è già previsto che la nuova linea ferroviaria Torino-Lyon avrà altissimi costi di gestione e che sarà in perdita per decine e decine di anni. E ancora: nonostante la maggior parte del tracciato sia in territorio francese, il governo italiano si è impegnato a sobbarcarsi il costo dei due terzi della tratta internazionale (Borgone ? St.-Jean-de-Maurienne). Tanto paghiamo noi.
9. CHI E’ CONTRO LA TORINO-LYON E’ CONTRO IL PROGRESSO
In realtà è vero il contrario. Il progresso non deve essere confuso con la crescita infinita. Il territorio italiano è piccolo e sovrappopolato, le risorse naturali (acqua, suolo agricolo, foreste, minerali) sono limitate, l’inquinamento e i rifiuti aumentano invece senza limite, il petrolio è in esaurimento. Progresso vuol dire comprendere che esistono limiti fisici alla nostra smania di costruire e di trasformare la faccia del pianeta. Progresso vuol dire ottimizzare, rendere più efficiente e durevole ciò che già esiste, tagliare il superfluo e investire in crescita intellettuale e culturale più che materiale, utilizzare più il cervello dei muscoli. Il TAV rappresenta l’esatto contrario di questa impostazione, è un progetto vecchio e ormai anacronistico, che prevede una crescita infinita nel volume del trasporto merci (che poi saranno i rifiuti di domani), privilegia come valore solo la velocità e la quantità, ignora la qualità, ovvero se e perché bisogna trasportare qualcosa.”
IL MOVIMENTO NO TAV
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In un’intervista all?Espresso Marco Ponti, professore al Politecnico di Milano, uno dei maggiori esperti di economia dei trasporti in Europa e consulente della Banca Mondiale ha fatto queste interessanti affermazioni:
“? il sistema italiano è largamente sottoutilizzato. Su una linea normale a doppio binario possono transitare 240 treni al giorno, su una ad AV fino a 350. Non ha senso aggiungere su alcune tratte una tale enorme capacità, poiché non esiste una domanda di trasporto ferroviario di queste dimensioni. Si aggiunga che le linee ad AV sono costosissime”. ??le linee in Italia debbono correre tutte su viadotto o in galleria. E i costi salgono a livelli stratosferici. Inoltre, mentre l’AV francese è un’AV ‘leggera’, solo per passeggeri, il modello che abbiamo scelto noi è misto, passeggeri e merci, e assai più dispendioso”. “Non ha (questo modello) alcuna motivazione razionale: la capacità della rete esistente è molto esuberante rispetto alla domanda e le merci che viaggiano in ferrovia non hanno alcun bisogno di andare a 300 all’ora, bastano e avanzano i 180. Le gallerie hanno costi proporzionali al quadrato del loro raggio: farle un po’ più larghe raddoppia la spesa. Se si vuole che i treni corrano veloci occorre che i trafori siano abbondanti, altrimenti si produce un ‘effetto ariete’ che li rallenta. Conclusione: o si fa come nel tratto AV tra Bologna e Firenze, che non viene ultimato perché i costi sono saliti in modo demenziale per fare gallerie ampie, oppure se ne fanno di normali, come nel progetto Frejus, ma allora i treni dovranno andare a non più di 120-150 all’ora. Alla faccia dell’AV”. “Esiste già un’AV che non costa nulla allo Stato: i voli low-cost. Imbattibili sopra i 500 km. Per andare da Torino a Parigi difficilmente si prenderà la Torino-Lione. Ma ciò renderà ancor più improbabile quadrare i conti: l’AV ha bisogno di flussi enormi di traffico per essere giustificata. Ne siamo lontani. I treni giornalieri a lunga distanza tra Milano e Torino sono 30 e viaggiano mezzi vuoti; quelli previsti dalle stime ufficiali sul Frejus sono una dozzina”.
“Si è partiti promettendo che (il progetto AV) si sarebbe ripagato al 60 per cento. Poi si è scesi al 40 e infine è stato stabilito che bastava il 40 dei costi, esclusi quelli per i ‘nodi’ in prossimità delle città, molto dispendiosi. Secondo le mie simulazioni si arriverebbe al 20 per cento; altri stimano il 23. Il sistema è destinato al default: pagherà lo Stato. Molti di questi lavori verranno inaugurati ma poi non ci saranno i soldi per proseguirli e saranno ri-inaugurati a ogni tornata elettorale. La Torino-Lione è un monumento alla dissipazione: costerà almeno 13 miliardi, come 3 o 4 ponti sullo Stretto. Werner Rothengatter, presidente mondiale degli esperti di trasporti, nel suo ‘Megaprojects’ ha però calcolato che alla fine i costi di queste grandi opere aumentano in media del 30-40 per cento”. “Per sviluppare l’innovazione si deve puntare sulle tecnologie, non sul cemento. Quanto all’occupazione, oggi le grandi opere hanno un moltiplicatore modesto: non si mobilitano più, come nell’Ottocento, i braccianti. È poi evidente che il nostro è un territorio con un grande valore turistico per il futuro. Quindi ci sono modi più redditizi per spendere. A meno che qualcuno non si riprometta, per se stesso, grandi affari sulle grandi opere”. fonte: Espresso.

C?è uno straccio di esperto in Italia che voglia ribattere numeri alla mano?
Vi consiglio di leggere l?intervista al professor Angelo Tartaglia del Politecnico di Torino. Una frase del professor Tartaglia è illuminante:
? I tecnici capiscono che i conti non tornano, ne parlano coi politici che dicono di non capirne di dati tecnici e, nel mentre, l?opera si fa?.
Qualche dato dall?intervista: ?Il problema centrale è che i treni merci in Italia viaggiano a una velocità media di 19 km/h, essendo sovente fermi per dare precedenza ai treni passeggeri. Questo è il dato da migliorare. Non serve che le merci arrivino dalla Francia a 150 Km/h se poi in Italia passano la maggior parte del tempo in stazione?. ?Ha senso parlare di Alta velocità quando gli spostamenti superano i 250-300 Km. In Italia, se prendiamo in mano le cifre, scopriamo che l’80% della domanda di trasporto passeggeri è costituita da spostamenti a corto raggio, entro i 100km. E’ vero che i nostri treni sono pienissimi su alcune tratte ma sono poche le persone che vanno da un capo all’altro del Paese. Le tratte più frequentate sono quelle dove c’è più ricambio di viaggiatori?. ?Uno studio commissionato dalla Comunità Montana Bassa Valle di Susa alla Società di ingegneria dei Trasporti Polinomia, rivela che la linea sarebbe giustificata se nei prossimi anni transitassero 40 milioni di tonnellate di merci l’anno, per un totale di 350 treni al giorno, uno ogni 4 minuti alla velocità di 150 km/h, alternati da treni passeggeri a 300 km/h?. Lo stop ai lavori deciso dal governo è un risultato straordinario, ed è già un precedente. Da oggi in poi prima di iniziare qualsiasi opera si dovranno interpellare i veri datori di lavoro: i cittadini. Si continua a blaterare di traffici di merci mirabolanti attraverso la Val di Susa quando, tra 15 o 20 anni, sarà terminato il traforo. A fare previsioni tra venti anni sono capaci tutti, anche Elio Catania, presidente delle FS ed ex vice magazziniere dell?IBM (il capo magazziniere era Stanca).
E in particolar modo con i nostri soldi, visto che quest?opera ci costerà dalle tre alle quattro volte il ponte di Messina. Ma perché non parliamo invece di quello che succede adesso. Il numero dei veicoli pesanti che attraversano il traforo del Frejus diminuisce da molti anni: -15,47% (includendo i bus)nel 2003, -7,61% nel 2004, -12,85% nel 2005 (proiezione in funzione del periodo di apertura, a causa della chiusura del tunnel per alcuni mesi). E se diminuisce, perché dovrebbe aumentare in futuro a tal punto da giustificare una linea ad alta capacità? Per i dati consultate il sito della società SITAF che gestisce il traforo.
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Legislatura 14 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-05191
Pubblicato il 18 settembre 2003
Seduta n. 458 del Senato della Repubblica Italiana
Premesso che: la società Rocksoil è una delle principali società italiane di geoingegneria per la progettazione in particolare di gallerie, di cui risultava proprietario sostanziale, quale maggiore azionista, Pietro Lunardi;
il ministro Pietro Lunardi, già azionista di maggioranza della società Rocksoil, ha ceduto le proprie azioni a suoi stretti familiari nel momento in cui ha acquisito responsabilità di governo come Ministro, come egli stesso ha dichiarato alla stampa ed in sede parlamentare;
secondo alcune dichiarazioni del ministro Lunardi la società Rocksoil starebbe portando avanti in Italia le sole commesse già acquisite prima dell incarico governativo dell ing. Lunardi (tra le altre: la metropolitana di Napoli, quella di Roma e alcune opere autostradali e ferroviarie), per non trovarsi nella discutibile condizione di sovrapposizione del proprio ruolo istituzionale di Ministro e di quello tecnico dell ingegnere progettista;
invece, nonostante le dichiarazioni del Ministro, la società Rocksoil nel 2002 è stata incaricata della progettazione del tunnel della linea ferroviaria ad alta velocità Torino – Lione, come si evince dal bilancio societario del 2002 (si veda «Milano Finanza», pagina 3, del 21 agosto 2003);
si arriva alla Rocksoil attraverso una cascata di subincarichi e consulenze: la committente originaria è la società francese LTF, che è pariteticamente controllata dalla francese RFF e dall italiana RFI, le omologhe società che gestiscono le reti ferroviarie in Francia ed in Italia. La LTF ha incaricato la società francese Effage, la quale ha incaricato la Rocksoil [continua qui: http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/showText?tipodoc=Sindisp&leg=14&id=00078146&parse=si]

Ed ancora, gli Amici della Terra di Trieste sostengono che “essendoci occupati direttamente del tratto di Corridoio 5 che interessa la nostra regione (Friuli Venezia Giulia), abbiamo potuto rilevare quelle che vengono definite “criticità” del progetto presentando, sin dal luglio del 2003 le osservazioni in opposizione. I problemi ambientali dell’intervento previsto nella nostra regione sono rilevantissimi con la previsione di un tunnel scavato interamente sotto il Carso triestino e che dovrebbe poi passare, proseguendo in parte nel sottosuolo, nella vicina Slovenia per arrivare a Lubiana e continuare poi in Ungheria. Le nostre osservazioni (on line sul nostro sito internet www.adt-fvg.org – sezione le nostre campagne – come la nostra posizione sul Corridoio 5, sin dal luglio del 2003) sono state regolarmente presentate al Ministero dell’Ambiente senza che ottenessimo alcun tipo di risposta (fatto naturalmente capitato non solo a noi a dimostrazione della trasparenza messa in atto dalle istituzioni). Nelle nostre osservazioni abbiamo messo in evidenza l’impatto ambientale, l’insostenibilità economica, la difficoltà di realizzazione tecnica e l’impossibilità nella pratica per i cittadini di prendere visione del progetto (in violazione delle basilari norme del diritto comunitario – visto che il progetto è comunitario). La difficoltà tecnica di scavare tunnel nel Carso può essere ben compresa se si pensa che la galleria per la Grande Viabilità Triestina in corso di realizzazione (sul Carso appunto) sta procedendo con grande difficoltà e con grandi ritardi (2 Km previsti in fase di scavo da tre anni e con previsione di conclusione non prima dei quattro). I problemi maggiori sono l’intercettazione di grotte e corsi d’acqua (inoltre da evidenziare i numerosi contenziosi aperti per danneggiamento di abitazioni private a seguito delle vibrazioni e delle esplosioni). Si consideri che i tunnel del Corridoio 5 hanno uno sviluppo superiore ai 30 Km (con rischio di intercettazione del fiume Timavo) e dovranno passare nella parte finale sotto la città di Trieste attraversandola. Non è stato inoltre risolto il problema squisitamente tecnico di come ci si raccorderà con la Slovenia posto che le gallerie dovranno prendere rapidamente (poche centinaia di metri) quota dalla piana di Trieste (quota 50 m circa) per salire ai 450 metri del M.te Carso dove comincia il plateau dell’altopiano. La linea potrebbe quindi terminare a Trieste perchè le pendenze non consentirebbero la realizzazione di una linea TAV (a meno che non si pensi risalire dalle viscere del M.te Carso – posto tra l’altro nella riserva naturale della Val Rosandra – con rotatoria stile parcheggio cittadino) ma nemmeno di una linea ferroviaria normale. Il costo stimato della sola tratta Ronchi – Trieste (ovvero i tunnel sotto il Carso) è di oltre 3 milardi di euro. Né Slovenia, né Ungheria, né Ucraina hanno peraltro realmente aderito al progetto per mancanza totale di finanziamenti. Se il Corridoio 5 si farà sarà completamente a carico dell’Unione Europea (tanto che il governatore della Regione FVG Illy, per accendere i tiepidi interessi della Slovenia ha proposto che sia la stessa Regione FVG ad accollarsi una parte dei costi dell’opera). Chi glielo dirà ai cittadini italiani che dovranno pagare ulteriori tasse per permettere la realizzazione della rete ferroviaria slovena, ungherese ed ucraina?”

(foto da mailing list ambientalista “NO TAV”)

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S.O.S. Scuola Italo Stagno !

15 Dicembre 2005 Commenti chiusi


Il Consiglio di circolo “Is Mirrionis”, il Consiglio dei docenti del Circolo didattico “Is Mirrionis” e le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico corrono in aiuto della Scuola Elementare “Italo Stagno”, minacciata dai lavori in corso relativi al 1° lotto, tratto Via Cadello ? Via Is Maglias, del progetto di “intervento di riqualificazione urbana ed ambientale dei Colli di Sant?Avendrace. Realizzazione viabilità di penetrazione urbana via Cadello ? via S. Paolo. Interconnessione tra l?asse mediano di scorrimento, l?asse litoraneo e le s. s. n. 130, 131, 195, 554″. Contiguo alla scuola l?imbocco del tunnel, con tutti gli evidenti quanto ovvi pesanti impatti ambientali e sulla sicurezza, nonché sulla stessa didattica. Al Presidente della Regione, agli Assessori regionali della difesa dell?ambiente e dei beni culturali ed al Sindaco di Cagliari è stata rivolta un?istanza, spedita in questi giorni per la sospensione dei lavori e la predisposizione di un?adeguata variante progettuale nei sensi della mitigazione dell?impatto ambientale e del miglioramento della sicurezza pubblica. In realtà la medesima opera appare avere oggi ben poca se non nulla utilità: infatti, anche dopo diverse istanze delle associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico in tal senso, con indubbio buon senso e razionale logica della corretta gestione della res publica, in data 14 ottobre 2005 è stato concluso un accordo informale, successivamente da tradursi in un atto aggiuntivo all?accordo di programma del 20 gennaio 2003 approvato con D.P.G.R. 14 febbraio 2003, fra Presidenza della Regione autonoma della Sardegna, Comune di Cagliari e Iniziative compresa s.p.a. che prevede, fra i vari punti, sostanzialmente l?eliminazione dei lotti 2° e 3° del detto progetto viario. Si trattava del noto “passante viario” con quattro corsie + due di emergenza + spartitraffico centrale + marciapiedi (importo complessivo 12.653.194,00 euro) che avrebbe dovuto collegare l?asse mediano a Via S. Paolo, attraverso Via Cadello, l?incrocio di Via Is Mirrionis con Via Campania, Tuvumannu (da attraversare in galleria), Via Is Maglias, il canyon di Tuvixeddu (con “sfioramento” di tombe puniche ed acquedotto romano), Via Falzarego (con “sfioramento” della locale Scuola Media ed abbattimento di parte del Liceo ? Ginnasio “Siotto”), Viale Trento (parte in sopraelevata) fino a Via S. Paolo. Ora, dopo l?aggiudicazione della gara d?appalto del 1° lotto alla Gecopre s.p.a. di Cagliari ed un importo dei lavori di euro 9.919.064,80 (I.V.A. esclusa e ribassati del 23.32 %) + euro 306.775,20 (I.V.A. esclusa) per òneri di sicurezza non soggetti a ribasso d?asta, un annullamento totale dell?opera appare ben difficile, pur essendo la soluzione logica. Ma la mitigazione dell?impatto ambientale ed il miglioramento della sicurezza emergono come i minimi correttivi da fare per rendere quest?opera pubblica meno indecente ed offensiva per la collettività cagliaritana.

Gruppo d’Intervento Giuridico Amici della Terra

(foto S.D., archivio GrIG)

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Piano Paesaggistico Regionale (P.P.R.), un buon avvìo


Con la deliberazione n. 59/36 del 13 dicembre 2005 la Giunta regionale ha adottato il piano paesaggistico regionale, per ora limitato agli ampi ambiti costieri con alcune estensioni verso l’interno dell’Isola. Prima tappa verso la pianificazione paesistica di tutto il territorio regionale. In contemporanea i numerosi documenti del piano (deliberazione di adozione, relazioni illustrative, tecniche, del comitato scientifico, normativa tecnica di attuazione, 5 tavole illustrative in scala 1 : 200.000 + compact disk con 141 carte in scala 1 : 25.000, con 38 carte in scala 1 : 50.000 e 27 schede illustrative degli ambiti costieri) sono già sul sito web della Regione (http://www.regione.sardegna.it/pianopaesaggistico/) con un bell’esempio di trasparenza istituzionale purtroppo non comune. Da un primissimo esame, necessariamente sommario, alcuni punti appaiono piuttosto qualificanti: nei 27 ambiti di paesaggio si prevede una sostanziale esclusione di ulteriori volumetrie nella fascia costiera perimetralmente definita, potranno proseguire soltanto gli interventi legittimamente autorizzati alla data di entrata in vigore della legge regionale n. 8/2004, la c. d. legge salva-coste. Si prevedono, poi, quattro diverse graduazioni di tutela, dagli ambiti di conservazione integrale alle aree meritevoli di riqualificazione ambientale, aumenterà l’estensione di terreno per edificare nelle zone agricole (dal limite minimo attuale di un solo ettaro si passerà a 10 ettari dove sono colture intensive e, addirittura, a 20 ettari dove sono colture estensive) e per sole strutture connesse alla conduzione agricola ed aumenteranno le disposizioni di tutela per le campagne (salvaguardia delle recinzioni tradizionali, come il muretto a secco, divieto di nuova viabilità, salvaguardia degli alberi monumentali, ecc.). Inoltre, al di fuori dei centri urbani (dove si punta al recupero urbanistico delle periferie), i Comuni non potranno più decidere in esclusiva gli interventi di trasformazione territoriale, ma subentrerà una procedura di co-pianificazione con il coinvolgimento regionale. Il piano paesaggistico regionale (P.P.R.) è strumento di pianificazione e gestione del territorio sovraordinato e vincolante rispetto agli atti di pianificazione delle province (piano urbanistico provinciale – P.U.P.) e dei comuni (piano urbanistico comunale – P.U.C.): questi ultimi dovranno, quindi, essere adeguati alle previsioni di “tutela dinamica” del P.P.R. Dopo l’adozione da parte della Giunta regionale, sarà il momento della fase della concertazione con gli Enti locali e tutti i soggetti sociali interessati. La previsione di un procedimento “aperto” ai soggetti istituzionali e sociali per l’adozione del piano paesaggistico regionale è insita nella filosofia ispiratrice e nelle medesime previsioni normative (convenzione europea sul paesaggio, decreto legislativo n. 42/2004, legge regionale n. 8/2004, linee guida per la redazione del P.P.R. approvate dal Consiglio regionale il 26 maggio 2005). La proposta di P.P.R., una volta adottata dalla Giunta regionale, deve essere pubblicata per un periodo di sessanta giorni consecutivi all’albo di tutti i Comuni territorialmente interessati (art. 11 della legge regionale n. 45/1989, come sostituito dall’art. 2 della legge regionale n. 8/2004). Per favorire la partecipazione e la concertazione istituzionale, il Presidente della Regione – durante il periodo della pubblicazione presso gli albi pretori comunali – convoca apposite conferenze pubbliche per illustrare la proposta di P.P.R. e raccogliere osservazioni, proposte e suggerimenti: ad esse devono essere convocati “i soggetti interessati”, cioè gli Enti locali, le associazioni ecologiste, le associazioni imprenditoriali, ecc. In tali conferenze pubbliche possono essere raccolte osservazioni, proposte, ecc. in forma scritta, da esaminare nella prosecuzione dell’iter procedimentale di approvazione del P.P.R., anche se – per aver pieno valore giuridico e dover essere motivatamente esaminate ai fini dell’approvazione dell’atto di pianificazione definitivo – necessitano della successiva proposizione al Presidente della Regione nel periodo di trenta giorni successivo all’ultimo giorno di deposito (art. 11, comma 2°, della legge regionale n. 45/1989, come modificato dall’art. 2 della legge regionale n. 8/2004). Al termine, dopo aver esaminato le varie osservazioni pervenute, la Giunta regionale approverà definitivamente il P.P.R. Le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d’Intervento Giuridico, ad un primo esame sommario del nuovo P.P.R., confermano una valutazione provvisoria positiva e confermano la partecipazione al procedimento di approvazione definitiva del piano nei modi previsti dalla legge. Si ricorda, inoltre, che nell’estate scorsa è stata consegnata al Presidente della Regione autonoma della Sardegna on. Renato Soru ed al Presidente del Consiglio regionale on. Giacomo Spissu la petizione popolare per la salvaguardia delle coste sarde promossa dagli Amici della Terra e dal Gruppo d’Intervento Giuridico. Gli aderenti sono stati ben 3.515 e vedono tra di loro parlamentari europei (on. Monica Frassoni), l’intera direzione nazionale degli Amici della Terra (Rosa Filippini, Walter Baldassarri e Maria Laura Radiconcini), personalità della cultura (lo scrittore Giorgio Todde), personalità del volontariato attivo (don Ettore Cannavera), rappresentanti di associazioni ecologiste di tutto il Mediterraneo (Coordinamenti Friends of the Earth dell’Europa e del Mediterraneo, associazioni nazionali aderenti a Friends of the Earth di Francia, Spagna, Cipro, Israele, Palestina, Croazia, Tema Foundation della Turchia, Istria Verde della Croazia, N.T.M. di Malta, C 21 dell’Algeria, Green Action della Croazia, European Geography Association della Grecia, E.N.D.A. della Francia, Green Home del Montenegro, S.P.N.L. del Libano, Link di Israele, E.N.D.A. Maghreb del Marocco, Tunisian Front Organization della Tunisia, Ecomediterrania della Spagna, O.D.R.A.Z. della Croazia, A.P.E.N.A. della Tunisia, A.F.D.C. del Libano, R.A.E.D. dell’Egitto, Ceratonia Foundation di Malta, C.O.A.G. della Spagna, WWF – programma Mediterraneo dell’Italia, I.P.A.D.E. della Spagna, Forum della Laguna di Venezia dell’Italia, W.A.D.A. del Libano, Associazione per la Wilderness dell’Italia), componenti di formazioni politico-sociali (vari aderenti a circoli di Progetto Sardegna) e, soprattutto, tanti comuni cittadini sardi, di tante altre parti d’Italia e numerosi stranieri. La petizione chiede che il nuovo piano paesistico contenga efficaci misure di tutela, una fascia di rispetto costiero di almeno 500 metri dal mare e la conservazione integrale dei tratti costieri ancora integri o non compromessi. Si chiede, poi, anche l’istituzione dell’Agenzia per la Salvaguardia delle Coste cui affidare l’acquisizione al patrimonio pubblico e la corretta gestione dei tratti di litorale più pregevoli dal punto di vista ambientale e paesaggistico, della quale, recentemente, la Giunta regionale ha avviato la realizzazione con l’istituzione del Servizio della Conservatoria delle coste sarde. Un ultimo aspetto, ma non di infima importanza: l’operazione di predisposizione della proposta di piano, effettuata all’interno degli uffici regionali, è costata circa 400 mila euro, mentre quella relativa ai vecchi 14 piani territoriali paesistici annullati perché illegittimi era costata circa 15 milioni di euro…. Amici della Terra Gruppo d’Intervento Giuridico (foto S.D., archivio GrIG)

La Conservatoria delle coste sarde (dalla Rivista Giuridica dell’Ambiente)

14 Dicembre 2005 Commenti chiusi


Una novità veramente interessante nel panorama nazionale delle attività amministrative in favore della salvaguardia e della corretta valorizzazione del patrimonio costiero viene dalla Sardegna. Si tratta dell’istituzione della Conservatoria delle coste della Sardegna. Sulla spinta delle richieste provenienti da alcune associazioni ecologiste molto attive in materia di tutela delle coste locali (Friends of the Earth International – Amici della Terra e Gruppo d’Intervento Giuridico), le quali hanno recentemente promosso anche una petizione popolare di sostegno della politica di conservazione dei litorali sardi con migliaia di adesioni provenienti da tutta Italia e dall’estero, la Giunta regionale della Sardegna, presieduta dall’on. Renato Soru, ha dato corso ad uno dei punti programmatici del proprio programma di governo (2004) avviato dopo le ultime elezioni regionali. Con la deliberazione n. 9/2 del 9 marzo 2005 la Giunta regionale ha istituito, quindi, la Conservatorìa delle coste della Sardegna, Servizio presso la Presidenza della Regione che dovrà, per ora, coordinare la gestione delle aree più importanti sul piano ambientale dell’Isola e, in seguito a provvedimento legislativo, avrà il compito di acquisire al patrimonio pubblico e di gestire in un’ottica di sviluppo sostenibile i “gioielli naturalistici” costieri. Il nuovo istituto è visto quale uno dei “tasselli” fondamentali della nuova politica di tutela e di corretta valorizzazione del territorio costiero sardo, insieme ai provvedimenti normativi finalizzati alla predisposizione, adozione ed approvazione del nuovo piano paesaggistico regionale, in attuazione dei compiti in tema di pianificazione territoriale scaturiti principalmente dalla Convenzione europea sul paesaggio, sottoscritta il 20 ottobre 2000, e dal Codice dei beni culturali e del paesaggio (decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42) , nonché necessitati dall’avvenuto annullamento per gravi vizi di legittimità dei preesistenti atti di pianificazione territoriale paesistica. La Conservatoria delle coste della Sardegna è stata istituita, esplicitamente, sul modello del Conservatoire du littoral francese e del National Trust inglese, istituzione pubblica nel primo caso ed associazione privata nel secondo che hanno dato buona prova nel tutelare e gestire estesi patrimoni terrieri litoranei . Il Conservatoire du littoral è stato istituito in Francia nel 1975. È un Ente pubblico a carattere nazionale, posto sotto la vigilanza del Ministero dell’Ecologia. Attua una politica di protezione e gestione degli spazi naturali, acquisiti mediante donazioni, prelazioni o espropriazioni. Attualmente gestisce circa 70.500 ettari e 900 chilometri di litorali marini e lacuali, dei quali può definire utilizzi e modalità di gestione. Il National Trust, istituito nel 1895 a Londra, invece, è una fondazione privata indipendente e senza scopo di lucro che ha l’obiettivo di preservare ambienti e paesaggi naturali e culturali. È riconosciuto dai governi di Gran Bretagna, Belgio e Germania e ha un patrimonio (l’1,5 % del territorio di Inghilterra, Galles e Irlanda del Nord, di cui circa 600 miglia di coste) costituito da riserve, aree costiere, paludi, giardini storici e aree rurali acquisite nel corso degli anni. Sulla scorta di tali modelli, la Conservatorìa delle coste sarde ha il compito di promuovere acquisizioni al demanio regionale, con vincolo di destinazione, di terreni lungo i 1.850 chilometri di costa dell’Isola, anche attraverso sottoscrizioni pubbliche, lasciti testamentari, permute, comodati gratuiti da privati e da altri enti, e di tutelare questo importante patrimonio naturalistico e paesaggistico dai rischi ai quali è sottoposto. Secondo la deliberazione di Giunta regionale istitutiva, la Conservatorìa potrà agire su più livelli. Gestirà i beni immobili costieri di rilevante interesse paesaggistico e ambientale facenti già parte del patrimonio e del demanio regionale, ma potrà anche acquisire i territori costieri dall’equilibrio ecologico più fragile o a rischio di degrado e compromissione sia attraverso accordi con Amministrazioni statali o locali o Enti pubblici, sia mediante donazioni, acquisti attraverso sottoscrizioni pubbliche, permute con privati. Nel caso di donazioni o lasciti testamentari, i terreni saranno acquisiti al demanio regionale con specifico vincolo di destinazione in favore della Conservatorìa. Dopo l’acquisizione, la Conservatorìa potrà attuare i lavori di ripristino naturale delle località e poi predisporre i piani di gestione: la cura delle attività gestionali potrà essere successivamente affidata ad Enti locali, a cooperative, società di servizi o associazioni ambientaliste che dovranno, comunque, assicurare l’accesso al pubblico. La struttura gestionale della Conservatoria delle coste appare piuttosto agile e vede nel Presidente della Regione il garante del coordinamento delle politiche paesaggistiche e ambientali. E’ previsto un Comitato d’indirizzo, con competenze politiche e programmatiche, formato formato dal Presidente della Regione, dagli Assessori dei beni culturali, informazione, spettacolo e sport, degli enti locali, finanze ed urbanistica, della difesa dell’ambiente, della programmazione, bilancio ed assetto del territorio, del turismo e commercio, affiancati da tre esperti nominati dalla Giunta regionale con incarico triennale. La struttura tecnica e operativa verterà su un nuovo Servizio interassessoriale, istituito presso la Presidenza della Regione avvalendosi di risorse degli assessorati interessati. Questo secondo livello si occuperà dell’attività giuridico-amministrativa (acquisizione delle aree, cura degli aspetti amministrativi della gestione, istruttorie, predisposizione delle sottoscrizioni pubbliche, ecc.) e tecnico-scientifica (cura ed attuazione dei piani di gestione delle aree costiere, predisposizione dei monitoraggi ambientali, promozione dell’educazione ambientale e del turismo sostenibile, ecc.). Per le attività di supporto tecnico, la Conservatorìa dovrà raccordarsi con le esistenti strutture regionali competenti in materia di ambiente e di tutela del paesaggio. In estrema sintesi, la recente iniziativa amministrativa della Giunta regionale della Sardegna individua un Servizio amministrativo finalizzato alla salvaguardia, gestione e valorizzazione economica sostenibile delle aree costiere sarde più pregiate. Un’iniziativa che dovrà trovare in tempi brevi ulteriore forma compiuta mediante l’approvazione di un apposito provvedimento legislativo, ma che fa intuire lungimiranza per la conservazione dei litorali isolani, sottraendoli al troppo spesso presente rischio di speculazione immobiliare. L’istituzione della Conservatoria delle coste della Sardegna ha già avuto eco internazionale: i partecipanti alla conferenza internazionale della società civile sulla strategia mediterranea di sostenibilità (MSSD) hanno manifestato la loro soddisfazione in un messaggio al Presidente della Regione. Ben 80 rappresentanti di 162 associazioni di 18 Paesi del bacino del Mediterraneo hanno espresso il loro compiacimento per l’istituzione della nuova struttura di tutela ambientale e auspicato che le altre Regioni che si affacciano sul Mare Nostrum adottino analoghi provvedimenti di salvaguardia dei litorali costieri. (foto S.D., archivio GrIG)

Lo scempio del Poetto va in giudizio..

13 Dicembre 2005 Commenti chiusi


Si è tenuta la mattina del 13 dicembre 2005 presso il giudice dott. Giorgio Cannas la seconda udienza preliminare relativa al procedimento penale (R.G. n. 9090/2004) relativo ai purtroppo noti "lavori di risanamento del litorale del Poetto" condotti dall’Assessorato viabilità della Provincia di Cagliari. Indagati l’ex presidente della Provincia Sandro Balletto, dell’ex assessore dei lavori pubblici della Provincia di Cagliari Renzo Zirone, del geologo provinciale Salvatore Pistis, del dirigente dell’Assessorato provinciale dei lavori pubblici e direttore dei lavori ing. Andrea Gardu, del responsabile del complesso dei lavori ing. Lorenzo Mulas, del presidente del consiglio di amministrazione della Mantovani s.p.a. e legale rappresentante dell’A.T.I. esecutrice Piergiorgio Baita, del funzionario dell’impresa "ripascitrice" Sidra Daniele Defendi e dell’amministratore unico della Sarcobit s.r.l. (impresa stoccatrice di 800 metri cubi di sabbia nell’ex Tiro a Volo) Marcello Vacca nonché di cinque componenti della commissione di monitoraggio. L’indagine condotta dai pubblici ministeri Guido Pani e Daniele Caria ipotizza in particolare i reati di danneggiamento aggravato di beni pubblici (art. 635 cod. pen.), abuso di ufficio (art. 323 cod. pen.), violazione del vincolo paesaggistico (art. 181 del decreto legislativo n. 42/2004). E’ stata accolta l’istanza di costituzione di parte civile dell’associazione ecologista Amici della Terra, rappresentata dall’avv. Lia Pacifico, (analogamente alla Regione autonoma della Sardegna, all’Agenzia del Demanio, al Comune di Cagliari, al WWF, a Legambiente), già presentata in tale sede. Prossima udienza preliminare il 26 gennaio 2006. Successivamente, in sede di apertura del dibattimento penale, verrà avanzata istanza di costituzione di parte civile anche da parte del Gruppo d’Intervento Giuridico. Azioni finalizzate ad ottenere in primo luogo giustizia per un pesante danno ambientale ed al patrimonio affettivo dei cagliaritani e l’obbligo del ripristino ambientale a carico dei responsabili. La vicenda dei "lavori di risanamento del litorale del Poetto", svolti grazie a fondi comunitari, ha portato in questi ultimi tre anni a parecchie "sorprese" negative: la candida e fine sabbia del Poetto ha subìto un pesante ripascimento (370.000 metri cubi) con sabbia ben più grossa e scura, con caratteristiche differenti e ricca di materiale organico e di pietre, la vecchia viabilità costiera, sostituita dalla nuova strada lungo-saline, non è stata completamente rimossa, le dune non sono state realizzate, la pineta non è stata ripristinata ed è divenuta un mega-parcheggio, in buona parte a servizio di chioschi di dubbia legittimità…. Il progetto iniziale, munito delle necessarie autorizzazioni di carattere ambientale, ed il relativo capitolato d’appalto non appaiono rispettati, così come i termini per l’ultimazione dei lavori, e non hanno convinto minimamente le assicurazioni dell’Amministrazione Provinciale uscente, con tanto di costosi opuscoli dalle foto "taroccate" ed "esperti" convenzionati: la difesa ad oltranza, spintasi fino ad accusare i "terroristi ecologisti" di aver addirittura disseminato la spiaggia di proiettili della II guerra mondiale, oggi ha virato di 180 gradi e parla di "errori" dell’impresa esecutrice e dei tecnici. A fianco dell’indignazione popolare, con gran risalto sui mezzi di informazione nazionali e locali, gli Amici della Terra ed il Gruppo d’Intervento Giuridico hanno, quindi, provveduto ad interessare (marzo e luglio 2002) la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Cagliari e la locale Procura della Corte dei conti che hanno avviato le relative indagini. La deputata verde on. Monica Frassoni ha inoltrato specifica interrogazione alla Commissione europea sulla gestione dei fondi ed il rispetto del progetto approvato. Adesso il procedimento penale. Ma il Poetto potrà mai ritornare come prima ? Speriamo fortemente innanzitutto nell’azione del mare e degli eventi atmosferici, nella natura. Che possa almeno temperare la sconsiderata mano dell’uomo….. Gruppo d’Intervento Giuridico Amici della Terra (foto S.D., archivio GrIG)

Energia eolica e Sardegna: problemi di compatibilità ambientale e paesaggistica


Energia eolica: dipende da dove e come… Ultimamente anche la Sardegna, come gran parte dell’Italia centro-meridionale, sembra diventata la “terra promessa” dell’energia eolica: grazie all’accesso a cospicui fondi pubblici – soprattutto comunitari – ed alla liberalizzazione della produzione dell’energia elettrica, ma soprattutto all’obbligo per i produttori di ottenere almeno il 2 % (c. d. “certificati verdi”) da energie rinnovabili (decreto legislativo n. 79/1999, c.d. decreto Bersani, e D.M. Industria 11 novembre 1999), è cresciuta in termini esponenziali la richiesta di soggetti privati per installare le wind farm, le “fattorie-fabbriche eoliche”. Ben 368 proposte per una potenza complessiva di 13.300 megawatt sono state presentate in campo nazionale, di queste sono pervenute (luglio 2001 – aprile 2003) 88 istanze per 3.765 megawatt (2.814 aereogeneratori) in Sardegna (dati Servizio V.I.A. Assessorato difesa ambiente R.A.S., 2004). La più alta concentrazione. Quasi tutti gli impianti in progetto sfrutteranno forti contributi pubblici ai sensi della legge n. 488/1992. La produzione di energia si avvicinerebbe, quindi, a 1,4 miliardi di kilowattora, il 25 % della massima domanda di energia (in pieno inverno), lo 0,5 % del fabbisogno nazionale, sostituendo combustibili fossili “tradizionali” che produrrebbero 1,4 milioni di tonnellate di CO 2 (anidride carbonica, se ne emettono 1.000 grammi per kilowattora), 1.960 tonnellate di SO 2 (anidride solforosa, se ne emettono 1,4 grammi per kilowattora) e 2.660 tonnellate di NO 2 (ossido di azoto, se ne emettono 1,9 grammi per kilowattora). Il prezzo attualmente riconosciuto dall’Autority dell’energia elettrica e gas è di 0,07 euro (130 lire) per kilovattora. Da parte sua, un produttore di elettricità da fonti rinnovabili, oltre a vendere energia al gestore della rete al prezzo corrente del chilowattora (circa 5,6 centesimi di euro), vende anche “certificati verdi” (art. 11, comma 3°, del decreto legislativo n. 79/1999) ai produttori di energia elettrica da fonti convenzionali. Il prezzo del “certificato verde” viene stabilito in base a criteri abbastanza complessi dettati dall’Autorità per l’energia e, solo in teoria, determinati dal mercato. Nel 2002, è stato di circa 8,40 centesimi di euro/kWh. Sommando il prezzo di vendita dell’energia e quello del certificato verde, il produttore di energia da fonti rinnovabili ricava circa14,00 centesimi di euro/kWh (5,60 + 8,40 = 14). Da uno studio accurato del costo di produzione del chilowattora eolico in funzione della ventosità del sito, si ricava che, al di sopra dei 6 metri al secondo di velocità media annua del vento, l’eolico è già competitivo, senza bisogno di incentivi. Con il “certificato verde”, a queste condizioni, il ricavo è più che raddoppiato e costituisce un business molto attraente. Addirittura, l’incentivo rende conveniente anche un impianto eolico di scarsa ventosità, al di sotto dei 5 metri al secondo, che funziona, non 2.000 o 3.000 ore all’anno, ma anche solo 1.000 ore. Ecco perché in Italia si è verificata la corsa alla costruzione di impianti eolici, anche in siti che, in Germania, in Danimarca o in Gran Bretagna, non verrebbero nemmeno presi in considerazione per la loro scarsa produttività. Gli operatori hanno abbastanza da guadagnare anche in siti non idonei, e possono promettere compensi ai Comuni per agevolare il rilascio delle autorizzazioni all’installazione degli impianti. Da notare che, già oggi, si avviano ad essere depositate al Gestore della rete domande per l’installazione di impianti eolici per una potenza complessiva di oltre 14.000 MW, mentre, il piano energetico nazionale ha stabilito, seppure in via indicativa, una quota di 2.500 MW per il periodo 2008-2012. Ma esiste davvero un potenziale eolico così alto nel nostro paese? Quale può essere il contributo al bilancio energetico nazionale? In altre parole, quale sarebbe il vantaggio effettivo a fronte del sacrificio del nostro paesaggio montano? Considerando tutti i siti con condizioni favorevoli di ventosità (velocità media annua di 6 metri al secondo) e in assenza di vincoli di natura storico-paesaggistica, gli Amici della Terra, in uno studio che stanno ultimando per il Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio, valutano un potenziale massimo di 8.000 MW (di 6.000 MW inferiore alle domande depositate), capace di generare circa 15 TWh all’anno. Questo contributo teorico massimo rappresenterebbe il 5% del fabbisogno nazionale di elettricità (310 TWh nel 2002) e l’1,8% dell’intero bilancio energetico italiano. Tuttavia, il valore di 15 TWh rappresenta anche il limite massimo di accettabilità da parte delle rete elettrica per qualsiasi fonte di natura intermittente, dunque non solo per l’energia eolica, ma anche per quella solare. Ora, il senso dell’incentivazione delle fonti rinnovabili non era quello di fare affari esagerati con una tecnologia matura e dal potenziale limitato ma riguardava soprattutto la promozione di fonti energetiche di importanza strategica, capaci di rappresentare, in futuro, un’alternativa reale al consumo di fossili, fonti bisognose di sostegno anche per facilitare la sperimentazione di tecnologie in evoluzione. Il “certificato verde”, invece, concedendo un incentivo indifferenziato a qualsiasi fonte, senza tener conto dei diversi costi di investimento, finisce per scoraggiare proprio le tecnologie per ora più costose ma strategicamente più significative come, ad esempio, il solare fotovoltaico. Se, a causa degli incentivi così definiti, verranno realizzati gli impianti eolici relativi all’intero potenziale di 8.000 MW, circa 8.000 torri alte un centinaio di metri, sarà precluso ogni spazio di sviluppo del solare e, in pochi anni, il paesaggio montano risulterà irrimediabilmente compromesso. Non per niente il Piano energetico nazionale del 1988 indicava un potenziale eolico di gran lunga più basso (300 – 600 MW) perché aveva escluso, in accordo con la legge n. 431/1985, tutti i siti al di sopra dei 1000 metri. Attualmente in Italia la potenza installata è di circa 500 megawatt con circa 1.000 “torri” eoliche. Il maggiore produttore attualmente è la Germania con 8.600 megawatt, mentre in Danimarca vi è la maggior percentuale (16 %) di energia prodotta grazie al vento rispetto alla produzione totale. Nel mondo, però, soltanto lo 0,35 % dell’energia prodotta è di matrice eolica, l’Unione Europea spera di giungere al 12 % di energia prodotta da tutte le fonti alternative entro il 2010. Premettiamo una valutazione favorevole di carattere generale riguardo tutte le fonti di energia alternativa: da anni le associazioni ecologiste premono perché la produzione dell’energia elettrica si rivolga alle fonti rinnovabili ed a minore impatto ambientale: il solare, l’eolico, il geotermico, ecc. Oggi, finalmente, grazie alla Convenzione internazionale sui cambiamenti climatici di Kyoto ed al relativo protocollo (1997), alla decisione dei Ministri dell’ambiente degli Stati membri dell’Unione Europea del 17 giugno 1998 (per l’Italia riduzione del 6,5 % delle emissioni di gas serra rispetto ai valori del 1990, 100 milioni di tonnellate equivalenti di anidride carbonica), alla legge n. 120/2002 (ratifica del Protocollo di Kyoto) ed al decreto legislativo n. 387/2003 la promozione delle energie alternative inizia a divenire realtà anche in Italia. Gli esempi sardi del passato, tuttavia, non inducono all’ottimismo: negli anni ’80 sono stati realizzati alcuni campi sperimentali per la produzione dell’energia dal vento. Quello dell’ENEL (2,09 megawatt) nella Nurra (Porto Torres) ha visto letteralmente cadere a terra nel dicembre 2001 l’ultimo aereogeneratore presente, la centrale ENEL del Monte Arci (Morgongiori, Ales, Pau) è entrata finalmente in esercizio nel 2000 (10,88 megawatt) dopo anni di lavori ed è già stata giudicata obsoleta dal medesimo Gruppo ENEL, mentre la centrale mista solare-eolica di Nasca (Carloforte), costruita nel 1992, in un primo tempo non ha visto collaudata la parte eolica (0,96 megawatt), tanto che le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d’Intervento Giuridico hanno provveduto ad interessare (2001) la competente Procura della Corte dei conti perché potesse approfondire tutti gli aspetti legati all’utilizzo dei 17 miliardi di vecchie lire (10 comunitari + 7 regionali) investiti nell’intervento. Soltanto nel 2003, dopo nuovi interventi di adeguamento da parte della società realizzatrice del gruppo Ansaldo, l’impianto misto è stato consegnato in perfetta efficienza al Comune di Carloforte: la potenza complessiva attuale è di 3-4 megawatt (a seconda delle condizioni del vento e dell’irradiazione solare), pari a circa il 15-20 % delle necessità locali. Oggi sicuramente i progressi della tecnologia hanno fatto fare “passi da gigante” anche nel campo eolico: l’aereogeneratore è costituito da una torre di acciaio al cui vertice è posto un rotore azionato dalle pale di un’elica e raggiunge in media i mt. 75 di altezza (mt. 50 la torre + mt. 25 l’elica) per una potenza di 0,6 megawatt. Sono in progetto impianti alti mt. 107 (mt. 67 la torre + mt. 40 l’elica) per una potenza di 2 megawatt: l’altezza sarebbe pari ad un palazzo di 25 piani….. L’aereogeneratore necessita di vento quanto più possibile costante a velocità media (tra 7 e 25 metri/secondo). In questi anni sono diversi i soggetti imprenditoriali “sbarcati” in Sardegna per fare affari con il vento: fra i principali l’ERGA s.p.a. del gruppo ENEL, la FRI. EL. s.p.a. (operativa fra le sedi di Bolzano e Pordenone), la Gamesa s.p.a. (Spagna), la Sun Wind s.p.a. (Germania), la Sun Tec Italia s.p.a., la Enerprog s.r.l. (Sassari) e la IVPC 4 s.r.l. (Avellino). Le imprese opzionano in regime di esclusiva i terreni, li affittano per un periodo generalmente di 25 anni (canoni medi di 1.549, 37 euro per megawatt prodotto), contrattano con i Comuni i benefici economici (in media l’1,6 % del fatturato al netto di I.V.A., liquidabile soltanto ad impianto avviato). Le wind farm principali già operative sono quella della IVPC s.r.l. in alta Gallura – Punta Salici (una cinquantina di “torri” fra Bortigiadas, Aggius e Viddalba per una potenza installata di 38,94 megawatt, in funzione dal settembre 2001), quella dell’ERGA s.p.a. sulle colline di Tula (28 “torri” per una potenza di 25,2 MW, in funzione dal 2003) e quella dell’Enel Green Power s.p.a sul Monte Arci (Morgongiori, Ales, Pau, con una potenza di 10,88 megawatt), già definita pubblicamente obsoleta da parte dello stesso soggetto gestore e di cui oggi si propone l’aggiornamento tecnologico (sostituzione delle 34 “torri” bipala da 320 kW con 16 nuove “torri” di ultima generazione da 850 kW). Tutte le altre già operative, da Campanedda ed Ottava (Sassari) a Villacidro, da Villagrande Strisaili ad Assemini, hanno potenza installata non superiore ad 1 megawatt. La Regione autonoma della Sardegna, senza alcuna procedura ad evidenza pubblica di selezione della partnership, l’11 gennaio 2001 ha stipulato con l’ERGA s.p.a. (gruppo ENEL) un protocollo d’intesa per lo sfruttamento di fonti rinnovabili nel campo eolico in Sardegna. Il Piano operativo regionale – P.O.R. 2000-2006 (sostegno comunitario straordinario) prevede la misura 1.6 proprio per interventi relativi a fonti di energia rinnovabile. Soltanto con la deliberazione Giunta regionale n. 22/32 del 21 luglio 2003 (+ allegato) la Regione ha dato linee guida, di indirizzo e coordinamento, per la realizzazione di impianti industriali di energia da fonte eolica (in precedenza, con la deliberazione Giunta regionale n. 13/54 del 29 aprile 2003 era stato di fatto sospeso l’esame di nuovi progetti di parchi eolici in attesa delle linee guida): esse prevedono limiti di potenza (2.000 MW al 2012), valutazione di aspetti di natura ambientale, individuazione di aree idonee cantierabilità e tempi degli interventi, garanzie sul decommissioning, accordi preliminari con le Amministrazioni direttamente ed indirettamente interessate, aspetti di interconnessione con la rete elettrica, previsioni di due bandi pubblici per l’assegnazione della potenza prevista (900 MW entro il 2004, 1.100 MW entro il 2005). I progetti già autorizzati devono avviare i lavori entro un anno, pena la perdita della potenza assegnata. Il piano energetico regionale (PERS02), approvato con deliberazione giunta regionale n. 15/42 del 28 maggio 2003, prevede una potenza massima installabile riservata all’energia eolica pari a 2.000 MW. Si ricorda che il sistema elettrico sardo ha visto una punta massima di fabbisogno pari a 1.730 MW (fonte GRTN, il fabbisogno notturno minimo è stimato in 1.300 MW per il 2005), mentre il collegamento in corrente continua con la Corsica e la Penisola ha una capacità massima pari a 300 MW. Attualmente i grossi produttori di energia locali assommano una potenza minima pari a 800 MW (Sarlux di Sarroch 500 MW vincolati fino al 2021, Endesa di Porto Torres minimo 200 MW, centrale Sulcis 3 ENEL minima 100 MW) che saliranno a 900 MW nel 2008 con l’entrata in funzione della centrale Sulcis 2 ENEL a carbone (letto fluido). In alcuni casi (es. centrale Sarlux) gli impianti, per tipologia tecnologica, devono in pratica funzionare al massimo della potenza. Si prevede che soltanto nel 2005 potrà divenire operativo il nuovo collegamento in corrente continua con la Corsica e la Penisola (500 MW). L’intenzione regionale è quella di sopperire alle necessità rimanenti e di fornire energia tramite il collegamento Corsica – Penisola con una quota di potenza riservata all’energia eolica, appunto, pari a 2.000 MW (fornita da 1000-1.200 torri eoliche), decisamente ben superiore alle necessità energetiche isolane e, addirittura, all’attuale capacità di cessione all’esterno tramite il collegamento Corsica – Penisola. Di contro vi è da dire che – se vi fosse tale effettiva produzione di energia eolica – vi sarebbe un forte contributo alla realizzazione degli impegni presi per l’attuazione del Protocollo di Kyoto sulla riduzione delle emissioni di gas “ad effetto serra”, esecutivi con legge n. 120/2002 ed il relativo piano di azione nazionale: sarebbero evitate emissioni di 3,312 milioni di tonnellate/anno di anidride carbonica (CO2), 15.600 tonnellate/anno di anidride solforosa (SO2) e 7.600 tonnellate/anno di ossidi di azoto (NOx). Pur producendo energia “pulita”, le centrali eoliche hanno sempre un impatto ambientale non trascurabile, innanzitutto sotto il profilo visivo e paesaggistico. Possono, poi, provocare il taglio di vegetazione anche ad alto fusto per la realizzazione di piste di accesso, elettrodotti e piazzole e, al termine del periodo di attività (25 anni), deve essere effettuata la costosa rimozione o decommissioning, aspetto di notevole importanza che generalmente viene tralasciato dalle valutazioni di Regione e Comuni con il rischio di ritrovarsi per decenni spettrali “mulini a vento” di donchisciottesca memoria nei paesaggi sardi. Le ultime generazioni di impianti appaiono aver, invece, fortemente contenuto l’inquinamento acustico. L’installazione di centrali eoliche in Sardegna è stata subordinata, oltre che alle ordinarie autorizzazioni ambientali ed urbanistiche, fino all’aprile 2003 alla procedura di verifica preventiva (screening) per appurare se, in relazione all’ubicazione ed alle dimensioni, risulti necessario il vero e proprio procedimento di valutazione di impatto ambientale – V.I.A. (direttiva n. 97/11/CE, art. 10 del D.P.R. 10 aprile 1996, art. 31 della legge regionale n. 1/1999 e successive modifiche ed integrazioni): fino ad allora l’Assessorato regionale della difesa dell’ambiente – Servizio S.I.V.E.A. soltanto in quattro casi (due progetti ENEL Green Power s.p.a. nei territori di Aritzo – Meana Sardo e Sinnai – Dolianova, un progetto I.V.P.C. 4 nel territorio di Nulvi – Ploaghe ed un progetto della Società parco eolico Campeda – Bonorva nel territorio comunale di Bonorva) si è deciso di sottoporre a preventivo procedimento di V.I.A. Soltanto il Comune di Orune ha deciso di verificare preventivamente, attraverso la cooperativa specializzata Itaca a r.l., l’eventuale compatibilità ambientale di centrali eoliche sul proprio territorio. In diversi casi (Meana Sardo – Aritzo, Sanluri, Baccu s’Alinu di Maracalagonis, Ulassai) le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d’Intervento Giuridico, su richiesta di nutriti comitati locali, sono intervenute nei procedimenti di valutazione di impatto ambientale o di autorizzazione definitiva di impianti eolici in aree sensibili sotto il profilo naturale o archeologico. Con la legge regionale n. 3/2003 (art. 20, comma 13°) tali progetti devono essere preventivamente sottoposti al vincolante procedimento di valutazione di impatto ambientale. Con decreto Assessorato regionale difesa ambiente n. 14/DG del 7 giugno 2004 (previa deliberazione Giunta regionale n. 22/69 del 13 maggio 2004) è stato approvato il bando per la presentazione di progetti di parchi eolici per un ammontare complessivo di 900 MW. Uno dei primi atti concreti della nuova Amministrazione regionale presieduta dall’on. Renato Soru è stato quello di accogliere la proposta di “moratoria” avanzata anche dalle associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d’Intervento Giuridico: con la deliberazione Giunta regionale n. 31/7 del 27 luglio 2004 è stata disposta la revoca del predetto bando e della relativa procedura. Si ricorda, inoltre, che con il decreto legislativo n. 387/2003 (attuazione della direttiva n. 2001/77/CE sulla promozione dell’energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili) sono state introdotte diverse disposizioni in materia, fra le quali riveste notevole importanza la previsione di linee guida per la realizzazione degli impianti produttivi di energia da fonti alternative, con particolare riferimento al loro corretto inserimento ambientale-paesaggistico e con la facoltà, da parte delle Regioni, di individuare i siti non idonei per l’ubicazione di tali impianti, in particolare le centrali eoliche (art. 12, comma 10°, del decreto legislativo n. 387/2003). Ma è con la recente legge regionale 25 novembre 2004, n. 8 (“norme urgenti di provvisoria salvaguardia per la pianificazione paesaggistica e la tutela del territorio regionale”) che viene posto un deciso freno alla realizzazione incontrollata di “parchi eolici” in Sardegna. Fino all’approvazione del piano paesaggistico regionale (P.P.R.) è vietata la realizzazione di nuovi impianti di produzione di energia da fonte eolica “salvo quelli precedentemente autorizzati, per i quali, alla data di entrata in vigore della … legge (26 novembre 2004, n.d.r.) i relativi lavori abbiano avuto inizio e realizzato una modificazione irreversibile dello stato dei luoghi. Per gli impianti precedentemente autorizzati in difetto di valutazione di impatto ambientale, la realizzazione o la prosecuzione dei lavori … che, comunque, non abbiano ancora realizzato una modificazione irreversibile dello stato dei luoghi, è subordinata alla procedura di valutazione di impatto ambientale” (art. 8, comma 3°, della legge regionale n. 8/2004). La successiva circolare interpretativa interassessoriale ha specificato (punto 9) il concetto di “modifica irreversibile dello stato dei luoghi”: dopo una lunga analisi delle modificazioni del territorio (escavazioni, ripristino viabilità e/o nuova viabilità, ecc.), considerate quasi generalmente “non irreversibili” attraverso adeguati interventi di ripristino ambientale, devono essere presi in considerazione anche aspetti di ordine economico per giungere alla conclusione che “nel caso di parchi eolici, così come sono stati concepiti e autorizzati sino ad ora, si ritiene che la modifica irreversibile dei luoghi … interviene nel momento nel quale sono state realizzate tutte le opere preordinate a consentire il funzionamento dell’impianto o, dove previsto, ad un lotto funzionale dello stesso”. Qundi, in via esemplificativa, quando sia stata realizzata la completa infrastrutturazione primaria prevista nel progetto approvato (viabilità, sbancamenti, ecc.), siano stati realizzati i basamenti di fondazione, vi sia stata la posa in opera dei cavi di collegamento tra singoli impianti e tra essi e la stazione di trasformazione, nonché sia stato predisposto il collegamento tra la stazione di trasformazione e la rete di distribuzione GRTN. Naturalmente, qualora il “parco eolico” sia suddiviso in più lotti funzionali, le disposizioni di deroga al regime vincolistico si applicano al solo lotto in possesso dei necessari requisiti. Non si può non evidenziare, quindi, che risulta necessario verificare concretamente e seriamente caso per caso dove e come possono essere realizzate le centrali eoliche: in base alle effettive esigenze energetiche regionali, un conto è realizzarle sui crinali, magari boschivi, del Gennargentu, del Limbara e dei Sette Fratelli, diverso è realizzarle, ad esempio, lungo la piana del Campidano. C’è una bella differenza e non devono certo essere i “signori del vento” a decidere. E’, quindi, urgente quanto fondamentale, dopo il piano paesaggistico regionale (P.P.R.), un atto di pianificazione su scala regionale che vada a effettuare una serie programmazione del settore, connaturata anche con i reali fabbisogni energetici regionali, da sottoporre a valutazione ambientale strategica, secondo quanto previsto dalla direttiva n. 2001/42/CE del Parlamento e del Consiglio del 27 giugno del 2001, il cui termine per l’attuazione nell’ordinamento interno dei singoli Stati membri è scaduto il 21 luglio 2004, essendo ora divenuta direttamente esecutiva . In attesa dell’atto di pianificazione appare opportuno mantenere la moratoria delle autorizzazioni degli impianti eolici. Gruppo d’Intervento Giuridico e Amici della Terra (foto da mailing list ambientalista)

La Magistratura si occupi dei Fenicotteri morti nello Stagno di Chia !

11 Dicembre 2005 Commenti chiusi


All’inizio di dicembre 2005, le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d’Intervento Giuridico hanno inviato un’urgente esposto alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Cagliari ed alle amministrazioni pubbliche competenti sulla morte tuttora dalle cause "misteriose" di numerosi esemplari di Fenicottero rosa nello Stagno di Chia, in Comune di Domus de Maria (CA), avvenuta nell’ottobre scorso ed alla fine di novembre. Ancora analisi e referti esaustivi non sono ancora giunti (si suppone che i decessi siano dovuti a batteri) e, dai mezzi di informazione, appaiono preoccupanti carenze di collegamento fra chi dovrebbe portare a termine in tempi rapidi tali operazioni. A poca distanza, nello Stagno di Spartivento, altri Fenicotteri continuano a sostare tranquilli. Ma che cosa sta succedendo ? Anche lo Stagno di Chia, dopo quello di Capoterra nei giorni scorsi, ha ricevuto materiali tossici ? Oppure vi sono stati scarichi inquinanti ? Già nell’ottobre scorso venne segnalata la morte di altri quattro esemplari di Fenicottero. Le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d’Intervento Giuridico auspicano quindi una rapida conclusione dei necessari accertamenti per l’individuazione di eventuali responsabilità. Altro che "influenza aviaria", qui, dalla dinamica degli eventi, sembra proprio che si tratti di cause ben più "umane"…… Gruppo d’Intervento Giuridico Amici della Terra (foto M.M., archivio GrIG)

A caccia nei parchi è reato ! La "telenovela" del Gennargentu


Domenica 4 dicembre 2005, diverse compagnie di caccia grossa hanno fatto battute di caccia al cinghiale dentro la perimetrazione provvisoria del parco nazionale del Gennargentu – Golfo di Orosei. A Talana, a Baunei, ad Arzana, a Desulo, a Villagrande Strisaili. Una quarantina di cinghiali abbattuti. Le Forze dell’ordine – Carabinieri, Polizia di Stato, Corpo Forestale e di Vigilanza Ambientale – non sono intervenute, secondo quanto si apprende dai mezzi di informazione. Nessun cacciatore presente ed operante all’interno del parco, cioè bracconiere, è stato identificato. Il Ministro dell’interno, il sardo on. Beppe Pisanu, presente ieri all’assemblea di Forza Italia di Arborea, ha ricevuto diversi sindaci dei Comuni interessati, ma non ha ritenuto opportuno dire una parola su quanto accaduto. Se le notizie giornalistiche sono rispondenti al vero – e non v’è motivo alcuno per non credervi – ieri il Ministro dell’Interno e il Prefetto di Nuoro, quali massimi responsabili dell’ordine pubblico e della prevenzione dei reati, hanno scritto una delle peggiori pagine per la legalità in Sardegna. Hanno lasciato che venissero platealmente commessi dei reati senza intervenire, accrescendo certo la sfiducia delle persone oneste verso le Istituzioni. Andare a caccia nei parchi e nelle riserve naturali è reato (art. 30, comma 1°, lettera d, della legge n. 394/1991 e successive modifiche ed integrazioni) e le Forze dell’ordine, dal Corpo forestale e di Vigilanza Ambientale ai Carabinieri, alla Polizia di Stato, devono vigilare perché non avvenga e fermare e denunciare alla competente Autorità giudiziaria chi lo fa. Questi semplici e basilari concetti erano stati ribaditi solo una settimana or sono dall’Assessore regionale della difesa dell’ambiente Tonino Dessì al Prefetto di Nuoro, alle Province di Nuoro e dell’Ogliastra, ai Comuni ed alle competenti Autorità giudiziarie. Il fatto è semplice quanto la vicenda è complicata: la sospensione delle misure di salvaguardia provvisorie del parco nazionale del Gennargentu – Golfo di Orosei è stata deliberata dal Consiglio dei Ministri e sottoscritta dal Presidente della Repubblica con apposito D.P.R., ma vi sono, nella formulazione, fondati dubbi di legittimità espressi dal competente ufficio di controllo della Corte dei conti. Quindi il D.P.R. non è stato pubblicato e non è in vigore. Quindi sono tuttora vigenti le misure di salvaguardia provvisorie, compreso il divieto di caccia. Al di là di mille elucubrazioni, condivisibili o meno, anche la conseguente domanda è semplice: la legge si deve rispettare anche in Barbagia ed in Ogliastra ? Crediamo di sì. Pertanto ci attendiamo, ora, che almeno le Procure della Repubblica di Lanusei e di Nuoro dimostrino che la legge si fa tuttora rispettare. E’, però, opportuno ricordare quanto avviene, puntualmente ad ogni inizio di stagione di caccia, riguardo il parco nazionale del Gennargentu – Golfo di Orosei. Da anni, infatti, si leva alta la protesta di parte del mondo venatorio, di amministratori locali, di esponenti del mondo politico isolano contro l’entrata in vigore, dopo infinite proroghe, delle normative di salvaguardia provvisorie (tra cui il divieto di caccia) nell’area del parco nazionale del Gennargentu – Golfo di Orosei (D.P.R. 30 marzo 1998). Ne dicembre 2004 l’Assessore regionale della Difesa dell’Ambiente Tonino Dessì ne chiedeva ufficialmente, a nome della Regione autonoma della Sardegna, al Ministro dell’Ambiente e della Tutela del Territorio Altero Matteoli la revoca del decreto istitutivo. La motivazione risiedeva nella volontà di ricontrattare con lo Stato l’esistenza ed i contenuti dell’area protetta. Anche Legambiente, con energia degna di miglior causa, si accodava alla richiesta. In sostanza se ne chiedeva la “morte” annunciata. Già da un paio di anni l’allora Presidente della Provincia di Nuoro Francesco Licheri propone ai sindaci dell’area del Gennargentu di richiedere formalmente all’Unesco la dichiarazione di "patrimonio dell’umanità" dell’intera zona, così da "superare" il parco nazionale del Gennargentu – Golfo di Orosei e di avviare "un nuovo modello di sviluppo condiviso". Oggi si viene a scoprire che tale proposta all’Unesco è stata accompagnata da lucrose consulenze da centinaia di migliaia di euro. Saranno tutti quanti certamente animati dalle migliori intenzioni, ma tutto questo sembra proprio assurdo quanto noioso. A parte il fatto che il Gennargentu non pare proprio avere quelle caratteristiche di unicità che, ad esempio, hanno portato il patrimonio di archeologia industriale ad essere inserito nel primo parco geo-minerario mondiale, tuttora non decollato per scandalosi scontri di potere, elefantiasi, forti interessi particolari nel campo degli interventi di risanamento ed oggi a rischio di perdita di fondi.L’area del Gennargentu – Golfo di Orosei ha, invece, sicuramente caratteristiche naturalistiche, ambientali, paesaggistiche, storico-culturali di primaria importanza tanto da dover essere conservate e valorizzate con cura ed attenzione ed essere promosse internazionalmente proprio mediante un’area protetta, che non può che essere nel nostro ordinamento giuridico un parco nazionale. Ma come si può immaginare un Gennargentu "patrimonio dell’umanità" quando i cento campanilismi non "tollerano" che negli organi gestionali del già istituito parco nazionale siano presenti rappresentanti statali (magari sardi al 100 %) o, peggio, di altri comuni ? Ricordiamo che al "famigerato" D.P.R. 30 marzo 1998 si è giunti dopo ben tre intese Stato – Regione (1992, 1995 e 1998) e che proprio la Provincia di Nuoro è l’ente gestionale provvisorio fino alla nomina degli organi definitivi. Ricordiamo anche che su 24 Comuni interessati ben 18 hanno formalmente aderito al parco nazionale, 3 hanno aderito con condizioni, uno non si è espresso per le dimissioni del proprio sindaco (Orgosolo) e solo due (Desulo e Talana) hanno opposto un rifiuto formale: perchè in Barbagia ed Ogliastra esiste la "democrazia al contrario" e l’area protetta non può partire con i Comuni favorevoli ? Ricordiamo, inoltre, che il programma comunitario Feoga 1994-1999 (sottoprogramma sviluppo rurale) fra i vari finalizzati proprio al decollo del parco ha distribuito circa 35 miliardi di vecchie lire in favore di 161 interventi anche fra tanti oppositori del parco. Possono essere citati tanti altri "fiumi di denaro pubblico" già giunti in nome della tanto vituperata area protetta nel campo delle progettazioni, degli interventi di infrastrutturazione e così via. Ora l’unica cosa decente da fare sarebbe mostrare responsabilità e coerenza: il parco nazionale esiste, le norme di gestione provvisoria esistono, esistono varie linee di finanziamento comunitarie, nazionali e regionali per avviare concretamente il parco. La Provincia di Nuoro ha il compito di gestire questa fase iniziale e lo faccia. Se, al contrario, Regione ed altri Enti territoriali vogliono compiere nuovi voltafaccia istituzionali e rimangiarsi intese sottoscritte come già fatto da chi ha inoltrato ricorsi che giacciono da anni davanti ai Giudici amministrativi, lo facciano. Si annulli anche l’idea di qualsiasi parco del Gennargentu – Golfo di Orosei e non se ne parli più: “a morte il parco che distrugge il territorio”. Conseguentemente non si dia più neppure un euro, a qualsiasi titolo, finalizzato ad aree protette. Che la Barbagia e l’Ogliastra prosperino finalmente con le condizioni attuali, come, forse, vorrebbero i vari comitati anti-parco e i non pochi violenti che constestano l’area protetta con scritte minacciose contro gli amministratori pubblici, mufloni squartati e cimiteri profanati. Qualcuno, però, spieghi per quale curioso motivo una comitiva di turisti "stranieri", magari in “bassa stagione”, dovrebbe attualmente andare a Gairo o a Ovodda oppure a Talana o Urzulei: chi può aiutarci ? (foto L.C., archivio GrIG)

Bimbi ammalati di asma ? Tutto regolare… Cento morti in più ? Tutto normale..

11 Dicembre 2005 Commenti chiusi


Il 27 novembre 2005 a Carbonia è stato presentato lo studio "Drias" sui disturbi respiratori dei bambini che vivono nelle aree a rischio ambientale della vecchia Provincia di Cagliari. I risultati dell’iniziativa (voluta dall’Assessorato regionale alla Sanità e che ha coinvolto 3.467 alunni delle Scuole elementari di Sant’Antioco, Portoscuso, Carbonia, Villacidro, San Gavino, Villasor, Villa San Pietro, Capoterra e Sarroch). Presenti il sindaco di Carbonia Tore Cherchi, l’assessore regionale alla Sanità Nerina Dirindin, il professor Annibale Biggeri dell’Università di Firenze (partner assegnato dal Ministero della salute per un supporto metodologico e tecnico), Pietro Greco (direttore dell’Unità Operativa di Peumologia dell’ospedale Fratelli Crobu di Iglesias), Umberto Pelosi (dell’Unità di Pneumologia Pediatrica dell’Università di Cagliari) e Pierluigi Cocco (docente di Medicina del Lavoro all’Università di Cagliari). Lo studio Drias (Disturbi Respiratori nell’Infanzia e Ambiente in Sardegna) è stato promosso nell’ambito del Piano operativo nazionale (P.O.N.) Atas del Ministero della salute per il potenziamento degli Osservatori Epidemiologici delle regioni dell’Obiettivo 1. Al progetto hanno contribuito i pediatri dei centri interessati dall’indagine, insieme ai responsabili dei Servizi di igiene pubblica delle Asl di Cagliari, Sanluri e Carbonia, i referenti dello studio Drias nelle stesse aziende sanitarie, i rappresentanti dell’ A.R.P.A.S. , i responsabili dei Settori bonifiche e inquinamento atmosferico dell’Assessorato regionale all’Ambiente e quelli del Servizio inquinamento atmosferico della Provincia di Cagliari. Lo studio Drias si è articolato in tre momenti (novembre 2004 – giugno 2005). Il primo ha visto un anno fa l’installazione nei cortili delle scuole elementari dei nove comuni interessati di misuratori passivi di inquinanti (ossido di azoto, anidride solforosa e benzene), collocati dalla Provincia di Cagliari. Il secondo momento ha visto la distribuzione ai bambini di tutte le classi delle elementari di un questionario per indagare sui disturbi respiratori e sui fattori di rischio correlati. Nella terza fase un pneumologo della Asl di Carbonia ha sottoposto a misure spirometriche gli alunni delle classi terza, quarta e quinta elementare. I risultati si commentano da soli: a Portoscuso e Sarroch vi sono il doppio della media generale dei ricoveri per asma, tali dati sono confermati dall’archivio dei ricoveri regionali (166 % rispetto alla media regionale per i bambini maschi di Portoscuso 0-14 anni e 101 % per le bambine; 11 % dei bambini e 28 % delle bambine a Sarroch). Tali dati confermano gli indici della mortalità ISTAT 1997-2001 e le schede di ricovero ospedaliero: a Portoscuso si verificano eccessi rispetto alla media regionale tra gli uomini del 30-65 % per le malattie dell’apparato respiratorio e del 24-62 % per i tumori al polmone, tra le donne del 18-23 % per le malattie dell’apparato respiratorio e del 16-54 % per i tumori al polmone. A Sarroch analoghi eccessi per gli uomini del 10 % per le malattie dell’apparato respiratorio e del 13-24 % per i tumori al polmone, per le donne del 10-16 % per le malattie dell’apparato respiratorio e del 20 % per i tumori al polmone. Sempre secondo tale studio, i precedenti dati si traducono in un aumento dei morti nella sola Portoscuso pari a un centinaio di casi e a circa 400 ricoveri in più. A Portoscuso il dato dei tumori al polmone risulta nella media fra il 1981 ed il 1983, dal 1989 aumenta del 30 % rispetto alla media regionale e si mantiene costante negli anni successivi. In proposito ritornano alla memoria le parole dell’illuminante deposizione del 10 novembre 2004 di Massimo Porceddu, tecnico ambientale del Presidio multizonale di prevenzione (P.M.P.) dell’Azienda USL n. 7, davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti: "da dieci anni è interrotta ogni attività sistematica di controllo del territorio e delle industrie e i tecnici non possono più operare con quella autonomia prevista dalla legge; solo quando ci vengono fatte richieste ad hoc dell’autorità giudiziaria interveniamo, per il resto il Pmp è in una condizione di inerzia, di sostanziale inefficienza e ininfluenza su comportamenti potenzialmente illeciti di terzi … in questo territorio esercitare il controllo ambientale non è un diritto – dovere derivante dalle norme, ma un optional concesso in funzione del contesto politico-istituzionale presente e in funzione della situazione socio-economica della zona … non abbiamo problemi tecnici, non siamo impossibilitati dalla tecnologia a svolgere i controlli, semplicemente non ce li fanno fare seriamente come si fa nel resto d’Italia". Una conferma di quanto si ipotizzava da tempo: da lunghi anni le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d’Intervento Giuridico denunciano la palese assenza dei necessari riscontri dei controlli ambientali di legge nel territorio del basso Sulcis, gli scandalosi ritardi nell’attuazione del piano di risanamento ambientale e di disinquinamento della locale zona a rischio di crisi ambientale (approvato nel 1993 ed esecutivo con il relativo accordo di programma del 1994). Analogamente da troppi anni denunciano la mancata attuazione in Sardegna (ultima regione d’Italia) dell’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente – voluta dal risultato favorevole del referendum del 1992 promosso dagli Amici della Terra che ha sottratto i controlli ambientali alle U.S.L. – unico strumento possibile di monitoraggio, verifica e controllo sullo stato dell’ambiente senza i troppi legami e condizionamenti provenienti dal mondo politico. I legami politico-amministrativi con il mondo dell’industria, evidentemente, contano ben più del diritto alla qualità della vita e della salute pubblica. A questo punto per la nuova Amministrazione regionale del Presidente Soru diventa inderogabile far davvero partire l’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente, sottraendo i controlli ambientali alle Aziende USL, e svolgere un’indagine approfondita sui condizionamenti subiti dalle strutture preposte in materia di monitoraggi ambientali. L’Assessore Dirindin ha assicurato di voler andare fino in fondo e di voler intervenire: appare persona di parola e le crediamo, attendendo risultati concreti. Analoga indagine dovrebbe essere svolta dalla Magistratura competente, presso cui sono state inoltrate negli anni denunce circostanziate così come sono state svolte perizie ed analisi su vasta scala. Senza guardare in faccia a nessuno e chi ha sbagliato paghi, perché – ancora una volta è necessario ribadirlo – non vi può essere risanamento ambientale e sociale senza una vera giustizia. Gruppo d’Intervento Giuridico e Amici della Terra (foto S.D., archivio GrIG)

"aliga" a Cagliari, raccolta differenziata e "salassi" per i cittadini…


Un distinto signore sta armeggiando in maniera sempre più concitata davanti ad alcuni cassonetti per rifiuti pieni oltre ogni immaginazione, inizia a "litigare" con sé stesso e ci scappa pure qualche colorita espressione in vernacolo cagliaritano… motivo? Sta cercando di "cravare" a viva forza una bacinella rotta di plastica dentro il foro rotondo di un cassonetto blù per la raccolta differenziata… Una scena ormai comune sulle strade cittadine. Ed una riflessione quasi immediata: i cagliaritani hanno risposto generalmente abbastanza bene ad una raccolta differenziata dei rifiuti urbani organizzata e gestita, invece, assai male dall’Amministrazione comunale. I toni quasi trionfalistici espressi nei giorni scorsi dall’Assessore comunale ai servizi tecnologici Giorgio Angius appaiono piuttosto fuori luogo: nel primo mese di raccolta differenziata è stato vantato il raggiungimento del 9 % di percentuale "differenziato", cioè nemmeno quel 10 % che il decreto legislativo n. 22/1997, il c. d. decreto Ronchi, prevedeva di raggiungere nel 2003… E’ da quasi due mesi iniziata la raccolta differenziata dei rifiuti urbani a Cagliari e, in contemporanea, stanno arrivando ai cagliaritani le "bollette" per il servizio di smaltimento dei rifiuti con aumenti, rispetto all’anno scorso, in media del 10-20 %…… Ma sta finalmente migliorando davvero la situazione della gestione dell’aliga? Non sembra si possa dare una risposta positiva. Il 5 agosto scorso, dopo infinite proroghe del rapporto contrattuale precedente ed un lungo contenzioso giudiziario, il Comune di Cagliari ha aggiudicato l’appalto annuale per la raccolta differenziata dei rifiuti urbani all’A.T.I. composta dalle società De Vizia, Waste Management e Cooplat per un importo di ben 27 milioni di euro. A partire dal 20 ottobre 2005 sono disseminate le vie cittadine di 2.500 contenitori (1.000 per i rifiuti indifferenziati, 600 per vetro ed alluminio, 600 per carta e cartone, 200 per la plastica), a Pirri, Genneruxi, Quartiere europeo, Baracca Manna e Mulinu Becciu – in via sperimentale – le singole famiglie (40 mila residenti) hanno le loro "bio-pattumiere" dove depositare la "frazione umida" dei rifiuti da loro prodotti (con raccolta almeno quattro volte alla settimana). La raccolta dei rifiuti organici è partita a gennaio 2005 per 1.100 esercizi commerciali (600 ristoranti e bar, 500 negozi di frutta e verdura) e 1.500 negozi per gli imballaggi: dal 20 ottobre il loro numero dovrebbe essere raddoppiato. Ma l’appalto annuale sarà, poi, la migliore soluzione? Quale situazione si sta delineando? Nessuna campagna informativa per i cittadini, ad esclusione di un opuscoletto in carta riciclata distribuito nelle cassette postali. La distribuzione iniziale non appare uniforme: le "isole ecologiche", dove vengono situati insieme i cassonetti per le varie tipologie di rifiuti (giallo per carta e cartone, azzurro per imballaggi di plastica, verde per vetro e lattine, grigio per gli "indifferenziati"), sono ancora molto poche. Per giunta s’è deciso di confondere i cittadini posizionando nelle strade dei cassonetti metallici di colore viola dall’ignota funzione e di dotare i cassonetti per la plastica di due soli "buchi" dal diametro contenuto.. dove entrano solo piccoli oggetti, a meno che, come il povero signore cagliaritano,non li si voglia cravare dentro a forza… L’assessore Angius ha promesso un raddoppio dei cassonetti per la plastica ed un forte aumento di quelli per la carta, nonché un aumento del diametro dei fori. Vedremo che cosa ci si potrà buttare dentro….. Aumenterà anche la frequenza del ritiro dei rifiuti, oggi piuttosto scarsa. Finalmente inizierà la raccolta diretta della carta presso 200 "grandi utenze" (uffici, ecc.). Vedremo….. Sembra, però, che il Comune di Cagliari voglia ancora fare i conti senza l’oste: oltre alle "furbate" degli anni scorsi quando di raccolta differenziata neppure se ne voleva sentir parlare, che finiranno per costare ai cagliaritani pesanti aumenti sulla "bolletta" dei rifiuti, continua ad ignorare le metodologie di alta efficienza della raccolta differenziata: continua, insomma, a voler privilegiare il cassonetto rispetto alla differenziazione attuata nelle singole case, il metodo che ha dato di gran lunga i migliori risultati, se accompagnato da una buona campagna di sensibilizzazione dei cittadini. E le giustificazioni, secondo cui in nessuna medio-grande città è possibile la raccolta "porta a porta" non reggono: Reggio Emilia ha 155 mila residenti e raggiunge il 43 % annuo di raccolta differenziata dei "suoi" rifiuti, Padova ha 205 mila abitanti e raggiunge il 38 % annuo di raccolta differenziata, Perugia ha 162 mila abitanti e raggiunge il 31 % annuo di raccolta differenziata, Prato ha 180 mila abitanti e il 34 % annuo di raccolta differenziata, Firenze ha 367 mila abitanti e raggiunge il 29 % annuo di raccolta differenziata. Purtroppo la situazione negativa non riguarda soltanto Cagliari: la gestione dei rifiuti urbani in Sardegna ha, nel corso degli ultimi vent’anni, provocato sempre maggiori problemi pur essendo la regione una delle meno popolate d’Italia. I costi ambientali, sociali ed economici non sono mai stati accuratamente analizzati, quantificati e posti in evidenza. Qualche "indizio" può essere tratto dagli inquinamenti di suoli ed acque determinato dalle discariche abusive, dalle proteste di vari comitati popolari contro discariche "legali" sempre più estese, dalle "tasche" dei cittadini progressivamente "svuotate" in misura maggiore dalle pubbliche amministrazioni per servizi, come quello della gestione dei rifiuti urbani, troppo spesso non all’altezza delle necessità. Non solo delle "necessità" determinate dalle buone pratiche ambientali, ma con fin troppa frequenza delle "necessità" determinate dalla legge. Il c. d. decreto Ronchi, il decreto legislativo n. 22/1997 e successive modifiche ed integrazioni è la fondamentale norma quadro vigente in Italia e recepisce le direttive comunitarie in materia di gestione dei rifiuti. Esso prevede, in linea generale, la gestione dei rifiuti urbani attraverso l’adozione di metodologie di raccolta differenziata, recupero, riciclaggio dei rifiuti. La discarica è la soluzione residuale, sito di conferimento di quanto non può esser più recuperato e riciclato. Oggi il decreto legislativo n. 36/2003 (attuativo della direttiva n. 1999/31/CE) stabilisce che i rifiuti possono esservi conferiti soltanto dopo trattamento (art. 7, comma 1°). E nemmeno la realizzazione dei "termovalorizzatori" (in sostanza inceneritori con recupero energetico) è vista come la soluzione privilegiata. Il c. d. decreto Ronchi assegna, poi, specifiche competenze in materia a Stato, Regioni, Province e Comuni. In Sardegna è stato, finora, attuato ben poco correttamente, soprattutto per quanto riguarda la gestione dei rifiuti urbani. 878 mila tonnellate di rifiuti urbani prodotti ogni anno in Sardegna, 532 kg. per abitante. Al 31 dicembre 2004 la percentuale di raccolta differenziata svolta dai Comuni sardi non superava il 5,3 % dei rifiuti prodotti annualmente nell’Isola (dati rapporto rifiuti 2005 di A.P.A.T. e Osservatorio nazionale rifiuti), mentre al 31 dicembre 2003 era al 5,8 % (dati Ass.to reg.le difesa ambiente, 2005), mentre al 31 dicembre 2000 era dell’1,7 %. Significa che in quattro anni il miglioramento è stato minimo. La media nazionale di raccolta differenziata è del 21,5 %. Peggio della Sardegna è soltanto il Molise (3,6 %). Irraggiungibile il Veneto con il 43,9 %. Le "colpe" sono certamente della Regione autonoma della Sardegna, che per troppo tempo non ha svolto in modo incisivo il suo ruolo e ha dato fin troppo spazio ai "signori delle discariche", delle Province, che hanno mancato clamorosamente nei loro compiti di coordinamento e raccordo dei Comuni, ma, soprattutto, dei Comuni, in particolare i maggiori, che hanno scandalosamente omesso i loro doveri di assicurare una corretta gestione dei rifiuti. Il piano regionale per la gestione dei rifiuti urbani (deliberazione Giunta regionale n. 57/2 del 17 dicembre 1998) probabilmente è da rivedere in alcuni punti, ma non si può negare che, se Cagliari, Sassari, Quartu S. Elena, Olbia, Oristano, Nuoro, Assemini e Macomer, i più popolosi Comuni isolani, svolgessero correttamente il servizio di raccolta differenziata, il problema della gestione dei rifiuti urbani sarebbe pressoché risolto in Sardegna. In base al c. d. decreto Ronchi (art. 24 del decreto legislativo n. 22/1997 e successive modifiche ed integrazioni) doveva essere assicurata la raccolta differenziata di precise percentuali minime di rifiuti urbani entro ogni "ambito territoriale ottimale" (A.T.O., circoscrizione territoriale di uno o più Comuni dove razionalmente deve svolgersi la gestione dei rifiuti): il 15 % entro il 1999, il 25 % entro il 2001 e il 35 % entro il 2003. Pena il progressivo aumento del costo dello smaltimento dei rifiuti a carico dei Comuni, i quali – ovviamente – finiranno per far pagare le loro "colpe" ai singoli cittadini. Si deve, infatti, ricordare che il 31 dicembre 2005 scade l’ennesima proroga del termine (art. 11 del decreto-legge 30 giugno 2005, n. 115 convertito, con modificazioni, nella legge 17 agosto 2005, n. 168) per l’adeguamento alle prescrizioni del relativo quadro normativo. Si deve ricordare anche che ormai si è passati dal vecchio regime della "tassa" sui rifiuti a quello della "tariffa" per la gestione di essi, con l’intera sopportazione degli òneri economici per lo svolgimento del servizio. Finalmente la Regione, dopo aver speso negli ultimi 5 anni ben 16 milioni di euro per promuovere la raccolta differenziata e conta di spenderne altri 60 nel prossimo futuro (sempre con co-finanziamento comunitario grazie ai fondi P.O.R. 2000-2006), sembra essersi ricordata di svolgere con la necessaria determinazione i propri compiti di programmazione e vigilanza: con la deliberazione Giunta regionale n. 34/14 del 19 luglio 2005 ha indicato agli Enti locali gli "indirizzi ai quali attenersi per lo smaltimento in discarica di rifiuti urbani trattati" e le ulteriori iniziative per incentivare la loro raccolta differenziata. Ormai, inoltre, iniziano a circolare gli importi presuntivi delle sanzioni che la Regione andrà ad applicare a carico dei Comuni inadempienti in tema di raccolta differenziata dei rifiuti urbani: aumenti fra il 10 % ed il 30 % della tariffa prevista per lo smaltimento. Importi che giungono a milioni di euro per il Comune di Cagliari, importi che l’Amministrazione comunale finirà per scaricare sulle "bollette" dei cittadini. Proprio il Comune di Cagliari è uno dei maggiori "colpevoli" della cattiva situazione della gestione dei rifiuti urbani isolani. 270 tonnellate al giorno di àliga, 94 mila all’anno. I conti sono presto fatti: per ogni tonnellata di rifiuti portati in discarica il Comune paga 108 euro, senza raccolta differenziata funzionante e con la penale del 10-30 % pagherà fra 118,80 e 140,40 euro. La sanzione, per le 94 mila tonnellate di rifiuti cagliaritani, sarà, quindi, fra 1.015.200 e 3.45.600 euro. I cittadini cagliaritani ringrazieranno di sicuro. Già oggi pagano, in media, 157,32 euro all’anno per la tassa di smaltimento dei rifiuti, quinta città in Italia con un incremento del 68,7 % negli ultimi cinque anni (elaborazione C.G.I.A. su dati Ministero dell’interno, 2005): anche senza sanzione, andranno a pagare nel 2006 in media 190 euro.Il Comune di Cagliari sta facendo partire la raccolta differenziata sul proprio territorio soltanto ora, con il progetto SE.P.A.RA. (Servizio pubblico di assistenza alla raccolta differenziata). E’, quindi, inadempiente a termini di legge da otto anni. Ha finora dato da lavorare al termovalorizzatore della Tecnocasic s.p.a. di Macchiareddu e, soprattutto, ha fatto la felicità della mega-discarica della Ecoserdiana s.p.a. nel Parteolla. Più volte ampliata proprio per accogliere i rifiuti del capoluogo isolano fino a divenire uno dei più grandi "poli" dei rifiuti europei con milioni di metri cubi di volumetria complessiva, in una delle aree che vorrebbe essere di eccellenza per il settore agro-alimentare. Più recentemente si è rivolta anche alla discarica del Consorzio industriale di Villacidro. Recentemente l’Assessore regionale della difesa dell’ambiente Dessì ha ricordato che sussistono le prescrizioni della deliberazione Giunta regionale n. 34/14 del 19 luglio scorso e vanno rispettate: nel cassonetto ci si può buttar dentro di tutto e la differenziazione non può esser delegata alla buona volontà degli impianti Tecnocasic. Insomma, ancora una volta, i pesanti costi ambientali ed economici dell’insipienza del Comune di Cagliari dovranno pagarli il territorio ed i residenti ? E se la sanzione fosse oggetto di accertamenti per eventuale danno erariale ? Gruppo d’Intervento Giuridico e Amici della Terra (foto G.N., archivio GrIG)