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Archivio Gennaio 2006

Stagione di caccia, stagione di morte…..

31 Gennaio 2006 Commenti chiusi


Il 30 gennaio è terminata la stagione di caccia. Ma il bracconaggio resta incontenibile in diverse aree del Paese, con il corollario di decine di morti e feriti per ?incidenti? con armi da caccia e di circa 100 milioni di animali selvatici abbattuti. Con la fine della legislatura svanisce alla Camera dei Deputati il penoso tentativo di indebolire le sanzioni ai bracconieri, diminuire le specie protette e dilatare la stagione venatoria.

Al tramonto di lunedì 30 gennaio si è conclusa la stagione di caccia 2005-2006. I cacciatori italiani sono passati dai 2 milioni degli anni ?60 del secolo scorso ai 680.000 di oggi: un?attività ormai oggetto della diffidenza quando non del disprezzo della maggioranza degli Italiani, di scarso interesse per i giovani d?oggi, cerca di sopravvivere ai propri errori invocando assurde “deregulations” anziché concorrere alla tutela del patrimonio faunistico.

I dati della stagione di caccia ora terminata attestano una sequenza impressionante di fatti di sangue in incidenti di caccia: 37 morti e 83 feriti per soli episodi correlati all?impiego di armi da fuoco, tra questi 15 persone non cacciatori, recatisi nei boschi o in campagna per altre attività, e rimaste vittime della caccia (1 morto e 14 feriti).

Anche l?alto numero di cacciatori colpiti da infarto nella zone di caccia mentre vagavano con armi cariche dimostra la frettolosità degli esami medici per il rinnovo delle licenze, e l?inadeguatezza del decreto del Ministero della Salute del 26 aprile 1998 sui requisiti psicofisici per esercitare la caccia, che nulla prescrivono in caso di malattie cardiovascolari o propensione all?alcolismo. Non è garantito che maggior rigore venga prestato al preliminare accertamento di turbe psichiche, perlomeno questo obbligatorio, stante l?alto numero di tragedie avvenute nel 2005 connesse all?uso a fini di violenza privata di armi da caccia.

I dati completi sul sito : www.abolizionecaccia.it

Nel frattempo – con la fine della legislatura – si arena, per fortuna, dopo diffuse e vibrate proteste, l?iter parlamentare, in Commissione Agricoltura della Camera dei Deputati, di un testo unificato di 12 proposte di legge cosiddette ?spara-tutto?, sostenute in particolare da un piccolo gruppo di deputati di A.N. e Lega, noti estremisti della doppietta ?sempre, ovunque, e comunque?. Il testo unificato, rimasto in soffitta, contemplava la depenalizzazione del bracconaggio nei parchi e nelle oasi faunistiche, della caccia di frodo in periodi vietati, della crudele uccellagione con le reti, e proponeva addirittura di trasformare in sanzione amministrativa il reato di sparo dagli autoveicoli !

L?insufficienza dell?attività di vigilanza non riesce ancora a contrastare alcune grandi sacche di bracconaggio, come nella provincia di Brescia, nei laghi costieri pugliesi, in alcune zone della Sardegna e nelle lagune venete, compreso in special modo il Delta del Po, dove il 30 gennaio scorso si è svolta a Pila (RO) una manifestazione delle associazioni per la tutela della fauna, che chiedeva di mettere fine alla lucrosa e dilagante caccia di frodo con armi illecite senza limitazioni di colpi e l?esasperato uso dei proibiti richiami acustici a funzionamento elettromagnetico, con conseguenti mattanze di decine di migliaia di uccelli acquatici.

Lega per l’Abolizione della Caccia

(foto L.A.C.)

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Arriverà un po’ di giustizia per il Poetto ed i cagliaritani ?

31 Gennaio 2006 Commenti chiusi


Si è tenuta la mattina del 31 gennaio 2006 presso il giudice dott. Giorgio Cannas la terza udienza preliminare relativa al procedimento penale (R.G. n. 9090/2004) relativo ai purtroppo noti “lavori di risanamento del litorale del Poetto” condotti dall?Assessorato viabilità della Provincia di Cagliari. Indagati l?ex presidente della Provincia Sandro Balletto (la cui difesa ha richiesto l?applicazione del rito abbreviato), dell?ex assessore dei lavori pubblici della Provincia di Cagliari Renzo Zirone, del geologo provinciale Salvatore Pistis, del dirigente dell?Assessorato provinciale dei lavori pubblici e direttore dei lavori ing. Andrea Gardu, del responsabile del complesso dei lavori ing. Lorenzo Mulas, del presidente del consiglio di amministrazione della Mantovani s.p.a. e legale rappresentante dell?A.T.I. esecutrice Piergiorgio Baita, del funzionario dell?impresa “ripascitrice” Sidra Daniele Defendi e dell?amministratore unico della Sarcobit s.r.l. (impresa stoccatrice di 800 metri cubi di sabbia nell?ex Tiro a Volo) Marcello Vacca nonché di cinque componenti della commissione di monitoraggio. L?indagine condotta dai pubblici ministeri Guido Pani e Daniele Caria ipotizza in particolare i reati di danneggiamento aggravato di beni pubblici (art. 635 cod. pen.), abuso di ufficio (art. 323 cod. pen.), violazione del vincolo paesaggistico (art. 181 del decreto legislativo n. 42/2004).

E? stata accolta l?istanza di costituzione di parte civile dell?associazione ecologista Gruppo d?Intervento Giuridico, rappresentata dall?avv. Guendalina Garau, mentre alla precedente udienza (13 dicembre 2005) era stata accolta quella avanzata dall?associazione ambientalista riconosciuta Amici della Terra, rappresentata dall?avv. Lia Pacifico, (analogamente al Comune di Cagliari, al WWF, a Legambiente), già presentata in tale sede. Inoltre si sono costituiti anche la Provincia di Cagliari (la quale, però, non è stata esclusa quale civilmente responsabile, su istanza dell?Agenzia del Demanio) con l?avv. Giorgio Deiana ed il Comune di Quartu S. Elena con l?avv. Carlo Augusto Melis Costa. Successivamente sono già previste nuove udienze preliminari il 17 ed il 24 febbraio, nonché il 3 marzo. Le azioni ecologiste sono finalizzate ad ottenere in primo luogo giustizia per un pesante danno ambientale ed al patrimonio affettivo dei cagliaritani e l?obbligo del ripristino ambientale a carico dei responsabili.

La vicenda dei “lavori di risanamento del litorale del Poetto”, svolti grazie a fondi comunitari, ha portato in questi ultimi tre anni a parecchie “sorprese” negative: la candida e fine sabbia del Poetto ha subìto un pesante ripascimento (370.000 metri cubi) con sabbia ben più grossa e scura, con caratteristiche differenti e ricca di materiale organico e di pietre, la vecchia viabilità costiera, sostituita dalla nuova strada lungo-saline, non è stata completamente rimossa, le dune non sono state realizzate, la pineta non è stata ripristinata ed è divenuta un mega-parcheggio, in buona parte a servizio di chioschi di dubbia legittimità?. Il progetto iniziale, munito delle necessarie autorizzazioni di carattere ambientale, ed il relativo capitolato d?appalto non appaiono rispettati, così come i termini per l?ultimazione dei lavori, e non hanno convinto minimamente le assicurazioni dell?Amministrazione Provinciale uscente, con tanto di costosi opuscoli dalle foto “taroccate” ed “esperti” convenzionati: la difesa ad oltranza, spintasi fino ad accusare i “terroristi ecologisti” di aver addirittura disseminato la spiaggia di proiettili della II guerra mondiale, oggi ha virato di 180 gradi e parla di “errori” dell?impresa esecutrice e dei tecnici. A fianco dell?indignazione popolare, con gran risalto sui mezzi di informazione nazionali e locali, gli Amici della Terra ed il Gruppo d?Intervento Giuridico hanno, quindi, provveduto ad interessare (marzo e luglio 2002) la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Cagliari e la locale Procura della Corte dei conti che hanno avviato le relative indagini. La deputata verde on. Monica Frassoni ha inoltrato specifica interrogazione alla Commissione europea sulla gestione dei fondi ed il rispetto del progetto approvato. Adesso il procedimento penale. Ma il Poetto potrà mai ritornare come prima ? Speriamo fortemente innanzitutto nell?azione del mare e degli eventi atmosferici, nella natura. Che possa almeno temperare la sconsiderata mano dell?uomo?..

Gruppo d?Intervento Giuridico e Amici della Terra

(foto S.D., archivio GrIG)

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Un sentiero verde per la Sella del Diavolo


Ormai da tre anni è operativo il sentiero naturalistico ed archeologico della Sella del Diavolo, dove vengono promosse escursioni guidate per i cagliaritani ed i turisti con le guide delle associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico. Ora, a partire da domenica 5 febbraio 2006, le escursioni guidate saranno effettuate ogni domenica mattina, con partenza alle ore 10.00, grazie ad un programma escursionistico curato dal prof. Antonello Fruttu e dalle guide volontarie Claudia Ghiani, Laura Lecca, Claudia Massidda, Natasha Sebis e Francesca Zedda. Il programma è sostenuto da un contributo della Presidenza della Provincia di Cagliari. Il sentiero è stato predisposto a proprie spese dalle associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico grazie alla collaborazione del Comando Militare autonomo della Sardegna e del Comando Militare Marittimo autonomo in Sardegna, titolari dell?area demaniale militare della Sella del Diavolo.

La Sella del Diavolo rappresenta uno dei simboli più noti di Cagliari ed alla sua storia è indissolubilmente legata: si rinvengono testimonianze archeologiche fin dal neolitico (Grotta di S. Elia, stazione all?aperto della Sella del Diavolo, Grotta dei Colombi), dall?epoca punica e romana (tempio di Ashtart ? Venere Ericina, luogo della “prostituzione sacra”, cisterne ed opere di raccolta idrica, cave, strada) e dal medioevo (monastero e chiesa benedettina di S. Elia, torre). Svettano tuttora, benchè danneggiate dal tempo e dagli avvenimenti bellici, le torri di S. Elia (realizzata dai Pisani nel 1282) e del Pohet (del “pozzetto”, del Poetto), in collegamento con i vicini torre dei Segnali (o della Lanterna) ed il settecentesco Forte di S. Ignazio, baluardo contro l?invasione francese del 1793. Ancora durante la II guerra mondiale la Sella del Diavolo ospitò delle postazioni anti-aeree a difesa di Cagliari. Ma non sono da meno la caratteristiche naturali, tanto da farla tutelare con vincolo paesaggistico (decreto legislativo n. 42/2004 e D.M. 26 aprile 1965) ed in parte con vincolo idrogeologico (regio decreto n. 3267/1923 e successive modifiche ed integrazioni), da individuarla quale sito di importanza comunitario ? S.I.C. “S. Elia ? Cala Mosca ? Cala Fighera” (codice ITB002243) e futura riserva naturale regionale “Capo S. Elia” (legge regionale n. 31/1989). L?area è attualmente demanio militare ? ramo Esercito e ramo Marina (artt. 822 e ss. cod. civ.). E? stata classificata quale zona ?H? con possibilità di interventi di ?valorizzazione turistica? nel nuovo piano urbanistico comunale. Il promontorio è di calcare miocenico del quaternario di origine biogena, coste alte e rocciose con alcune calette e diverse grotte, clima con forte escursione termica e notevole salsedine. Presenti numerosi reperti fossili, molto interessante la vegetazione a macchia termoxerofila litoranea (olivastri, carrubi, ginepri, palme di S. Pietro, lentischi, pini d?Aleppo, lecci, euphorbia dendroides, timo, sparto, ecc.) con peculiari endemismi (narciso canalicolato, scrofularia a tre foglie, bellium crassifolium, iris planifolia). Particolarmente interessante la fauna: sono presenti e nidificanti il falco pellegrino ed il gheppio, la rondine, la volpòca, la pernice sarda, varie specie di còrvidi, di uccelli marini, la volpe, il coniglio selvatico, il colombaccio, la tortora, lo storno, vari passeriformi.

La realizzazione del sentiero naturalistico ed archeologico della Sella del Diavolo (progetto degli ing.ri Giovanni Battista Cocco e Margherita Secci e della paesaggista Iris Sohn, descrizione del prof. Antonello Fruttu), mediante semplice segnatura di sentieri preesistenti con vernice “ecologica” in terre naturali e colore “verde foglia” e posizionatura di due pannelli illustrativi all?inizio ed al termine del percorso, intende consentire una migliore conoscenza da parte dei residenti e dei turisti di questo inestimabile “gioiello” cagliaritano, evitando quelle faraoniche, dispendiose e distruttive opere pubbliche (monumento delle rimembranze, funivia + servizi, illuminazione con mega-fari) che comitati promotori ed il Comune di Cagliari intendevano realizzare con l?utilizzo di cospicui fondi pubblici). Nell?aprile del 2000 oltre 1.200 cagliaritani inoltrarono una specifica petizione all?amministrazione comunale per sventare tale assurdo progetto: oggi conoscere per tutelare e valorizzare la Sella del Diavolo è diventato ancora più facile e sono già migliaia i cagliaritani ed i turisti ad aver percorso il sentiero in una delle aree cittadine più belle e significative !

Amici della Terra Gruppo d?Intervento Giuridico

(foto L.C., archivio GrIG)

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No al tunnel di Tuvumannu !

29 Gennaio 2006 Commenti chiusi


Le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico provvedono ad inviare un nuovo esposto alle pubbliche amministrazioni ed alla Magistratura competenti in relazione ai lavori in corso relativi al 1° lotto, tratto Via Cadello ? Via Is Maglias, del progetto di “intervento di riqualificazione urbana ed ambientale dei Colli di Sant?Avendrace. Realizzazione viabilità di penetrazione urbana via Cadello ? via S. Paolo. Interconnessione tra l?asse mediano di scorrimento, l?asse litoraneo e le s. s. n. 130, 131, 195, 554″. In questi giorni, infatti, si sono verificati anche cedimenti del terreno immediatamente contiguo ai palazzi di Via Castelli, creando notevole allarme sociale. Già nel novembre 2005 il Consiglio di circolo “Is Mirrionis”, il Consiglio dei docenti del Circolo didattico “Is Mirrionis” e le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico erano corsi in aiuto della Scuola Elementare “Italo Stagno”, anch?essa fortemente minacciata dai lavori in corso per la realizzazione del tunnel, il cui imbocco sarà contiguo alla scuola, con tutti gli evidenti quanto ovvi pesanti impatti ambientali e sulla sicurezza, nonché sulla stessa didattica. Al Presidente della Regione, agli Assessori regionali della difesa dell?ambiente e dei beni culturali ed al Sindaco di Cagliari era stata quindi rivolta un?istanza per la sospensione dei lavori e la predisposizione di un?adeguata variante progettuale nei sensi della mitigazione dell?impatto ambientale e del miglioramento della sicurezza pubblica. In realtà la medesima opera appare avere oggi ben poca se non nulla utilità: infatti, anche dopo diverse istanze delle associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico in tal senso, con indubbio buon senso e razionale logica della corretta gestione della res publica, in data 14 ottobre 2005 è stato concluso un accordo informale, successivamente da tradursi in un atto aggiuntivo all?accordo di programma del 20 gennaio 2003 approvato con D.P.G.R. 14 febbraio 2003, fra Presidenza della Regione autonoma della Sardegna, Comune di Cagliari e Iniziative compresa s.p.a. che prevede, fra i vari punti, sostanzialmente l?eliminazione dei lotti 2° e 3° del detto progetto viario. Si trattava del noto “passante viario” con quattro corsie + due di emergenza + spartitraffico centrale + marciapiedi (importo complessivo 12.653.194,00 euro) che avrebbe dovuto collegare l?asse mediano a Via S. Paolo, attraverso Via Cadello, l?incrocio di Via Is Mirrionis con Via Campania, Tuvumannu (da attraversare in galleria), Via Is Maglias, il canyon di Tuvixeddu (con “sfioramento” di tombe puniche ed acquedotto romano), Via Falzarego (con “sfioramento” della locale Scuola Media ed abbattimento di parte del Liceo ? Ginnasio “Siotto”), Viale Trento (parte in sopraelevata) fino a Via S. Paolo con finanziamento a totale carico pubblico (42,5 milioni di euro) attraverso il programma integrato d?area (P.I.A.) CA 17 “Sistema dei Colli” ai sensi della legge regionale n. 14/1996 e successive modifiche ed integrazioni (accordo di programma ? atto aggiuntivo 20 gennaio 2003, approvato con D.P.G.R. 14 febbraio 2003). Ora, dopo l?aggiudicazione della gara d?appalto del 1° lotto alla Gecopre s.p.a. di Cagliari ed un importo dei lavori di euro 9.919.064,80 (I.V.A. esclusa e ribassati del 23.32 %) + euro 306.775,20 (I.V.A. esclusa) per òneri di sicurezza non soggetti a ribasso d?asta, un annullamento totale dell?opera appare difficile, pur essendo la soluzione logica. Ma la mitigazione dell?impatto ambientale ed il miglioramento della sicurezza emergono come i minimi correttivi da fare per rendere quest?opera pubblica meno indecente ed offensiva per la collettività cagliaritana.

Gruppo d?Intervento Giuridico e Amici della Terra

(foto S.D., archivio GrIG)

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Shoah, per non dimenticare… mai…..

28 Gennaio 2006 Commenti chiusi


LILIANA SEGRE: UNA TESTIMONIANZA, da http://venus.unive.it/rtsmf

Mi chiamo Liliana Segre, sono nata a Milano nel 1930 e a Milano ho sempre
vissuto. La mia famiglia era ebraica agnostica, cioe’ non frequentavamo il
Tempio o ambienti ebraici. Io ero una bambina amatissima, vivevo in una
bella casa della piccola borghesia, insieme a mio padre e ai miei nonni
paterni, in quanto la mia mamma era morta poco dopo la mia nascita.
Mi ricordo la sera di fine estate del 1938: avevo fatto la prima e la
seconda elementare in una scuola pubblica del mio quartiere, quando mio padr
e cerco’ di spiegarmi che siccome eravamo ebrei, non sarei piu’ potuta
andare a scuola. Quel momento ha segnato una cesura tra il prima e il dopo;
era difficile per mio padre, con un sorriso commosso, spiegarmi quel fatto:
io che mi sentivo cosi’ uguale a tutte le altre bambine, invece ero
considerata diversa. Mi ricordo la fatica di dover cambiare scuola e di non dover dire mai niente nei primi giorni nella nuova scuola di quella che io ero al di fuori delle mura scolastiche. Le bambine con le quali ero stata a scuola nei primi due anni, quando le incontravo per strada, mi segnavano e dicevano che io non potevo piu’ andare nella loro scuola in quanto ero ebrea. Io sentivo e vedevo quelle risatine e non capivo perche’ facessero cosi’.
Mi ricordo come cambio’ la nostra vita: ad esempio suonavano alla porta, mia
nonna andava ad aprire ed io dietro di lei; erano dei poliziotti che
venivano a controllare i documenti. Mia nonna, piemontese, li faceva
accomodare in salotto e offriva loro dei dolcetti e questi rimanevano
spiazzati, in quanto dovevano trattarci da “nemici della patria”; noi che
nella nostra famiglia avevamo avuto mio zio e mio padre ufficiali nella
prima guerra mondiale, loro che si ritenevano italiani, patrioti. Loro non
sapevano cosa fare con una signora cosi’ affabile e gentile; mia nonna mi
mandava fuori della stanza, ma io stavo dietro la porta ad origliare per
sentire cosa dicevano questi poliziotti, ma avevo anche molta paura.

Gli anni di persecuzione si snodarono uno dopo l’altro, le leggi razziali
fasciste erano cosi’ umilianti, perche’ avevano deciso che questa minoranza
(35.000-37.000 ebrei italiani di allora) fosse declassata a cittadini di
serie B. Era difficile essere cittadini di serie B, in una zona grigia come
la nostra; la solitudine si faceva tangibile vedendo coloro che finora erano
stati amici, allontanarsi da noi, perche’ e’ sempre facile essere amici di
chi e’ sulla cresta dell’onda, ma non di quelli che sprofondano
inesorabilmente. Mi ricordo che non venivo piu’ invitata alle festicciole delle amiche, alcuni genitori dicevano alle figlie di non invitarmi alle loro feste, a casa loro. Mi ricordo che queste cose che vedevo, le leggevo con una maturita’ inadatta alla mia eta’; mi ricordo che non potevamo piu’ ascoltare la radio, dovevamo chiedere il permesso per fare tutto; la cameriera che seguiva mio nonno, che era ammalato del morbo di Parkinson, non potevamo piu’ tenerla.
Erano molte le cose che non potevamo fare, proibite, e ci venivano indicate
in un modo sottile, sotterraneo e universalmente accettato. Ho letto poi da
adulta tante cose che allora non sapevo, per esempio del silenzio colpevole
di tutto il popolo universitario italiano: quando i professori dell’universita’ italiana di allora videro mandare via dei professori ebrei
per la colpa di essere nati ebrei, invece di scendere in strada a gridare il
loro disgusto (molti di questi ebrei furono poi chiamati in America, tanta
era la loro professionalita’ ed esperienza), nessuno fece sentire la propria
voce, anzi fu molto interessante prendere i posti lasciati liberi; ci fu
questo silenzio-assenso che faceva parte del grande trionfo del fascismo di
quegli anni; e non importa se, finita la guerra, tutti quelli che incontravo
per strada mi venivano a dire: “Noi eravamo antifascisti, noi abbiamo fatto
scappare molti ebrei…”, ci fu qualcuno antifascista, e qualcuno ha fatto
scappare molti ebrei, ma la maggior parte andava in piazza Venezia ad
applaudire quello che gridava piu’ forte. Questo silenzio colpevole intorno a noi fu la cosa piu’ grave di tutte: perche’ davanti a delle leggi cosi’ discriminanti, un popolo che sa ragionare con la propria testa, non fa come le pecore che vanno dietro il gregge, anche se questo va a finire in un fosso.

Allo scoppio della guerra, gli italiani vivevano in una situazione precaria,
gli ebrei italiani in una situazione ancora piu’ difficile. Mi ricordo che quando nell’ottobre del 1942 iniziarono i bombardamenti su Milano, tutti i milanesi cercarono di fuggire, come noi che ci rifugiammo in un paese della Brianza, dove non c’era una scuola adatta a me, in quanto c’era solo una scuola pubblica: a dodici anni ho smesso di andare a scuola. Quindi stavo sempre a casa, curavo mio nonno che adoravo, mio nonno che era ammalato (quando vedo il papa che in tv trema con la sua debole mano, mi viene in mente mio nonno). Mio nonno non era piu’ autosufficiente ed io vivevo vicino a lui: piangeva, non aveva piu’ le forze per riprendersi, lui
che era stato attivissimo, aveva portato il benessere alla nostra famiglia,
si rendeva conto dello sfacelo che stava succedendo intorno a se’. Io
inventavo storie fantastiche, gli facevo da infermiera e sentivo la radio e
capivo quello che stava succedendo in tutta Europa: ero diventata una
esperta dei bollettini di guerra. Capivo come l’esercito nazista stava mettendo in ginocchio tutta l’Europa e stava avanzando e che quindi gli ebrei venivano trattati in quel modo disumano che ancora noi non conoscevamo. Nell’estate del 1943, subito dopo la caduta del fascismo (l’8 settembre), i nazisti divennero padroni dell’Italia del nord, e alle leggi razziali fasciste severe si sovrapposero le leggi di Norimberga che avevano nel loro testo quelle due paroline “soluzione finale”, di cui ancora nessuno capiva il significato.

Mi ricordo che mio padre decise che avremmo dovuto cambiare identita’,
compro’ una carta d’identita’ falsa; mi ricordo lo strazio di una famiglia
onesta e normale che si recuperava una carta d’identita’ falsa. Mi ricordo
che dovevo imparare il mio nuovo nome e cognome, le mie nuove generalita’
che avrebbero potuto essere la mia salvezza… ma il mio cervello si
rifiutava di impararle. Non riuscivo a memorizzare quei dati che non erano i
miei e che mi facevano nata a Palermo, con un altro cognome. Con quella
carta falsa fui ospite di due famiglie cattoliche eroiche che mi nascosero.
Mio padre, con quella carta falsa, ogni tanto mi veniva a trovare ed era
sempre piu’ disperato perche’ non sapeva cosa fare: era stanco, esaurito da
cinque anni di persecuzione con la responsabilita’ di una ragazzina di 13
anni e di vecchi genitori, mia nonna stava diventando pazza, e mio nonno
stava sempre peggio. Ad un certo punto riusci’ dalla questura di Como,
pagando un funzionario, ad avere per i propri genitori un permesso che
diceva che Olga e Giuseppe Segre, visto il loro stato fisico, potevano
risiedere nella loro casa sotto la custodia di gente cattolica, perche’
impossibilitati a nuocere al grande Reich tedesco. Evidentemente non erano
impossibilitati a nuocere al grande Reich tedesco, perche’ nel mese di
maggio, quando gia’ noi eravamo ad Auschwitz, furono denunciati, arrestati,
deportati e uccisi per la colpa di essere nati ebrei.

Avuto questo permesso al quale ancora si credeva, perche’ era stato
rilasciato dalla questura di Como, mio padre, aiutato da alcuni amici,
decise che io e lui saremmo fuggiti in Svizzera. Eravamo non lontani dal
confine svizzero e tentammo questa fuga grottesca e per certi versi nata
male fin dall’inizio. Era il 7 dicembre 1943, quando noi tentammo questa
fuga verso la Svizzera. Mi ricordo come fuggivo nella notte, correndo e tenendo la mano di mio padre su quelle montagne. Era una fuga in cui mi sentivo una eroina… mi sembrava una avventura fantastica sulla montagna, con i contrabbandieri che ci dicevano di andare piu’ veloci se non volevamo essere presi; ma io ero fiduciosa, con la mia mano nella mano di mio padre, a due passi dalla Svizzera, dove ci sarebbe stata la liberta’. All’alba del 7 dicembre passammo il confine e ci sembrava impossibile avercela fatta e quando fummo al di la’ su questa cava di sassi, guardavamo la montagna ed eravamo felici, ci abbracciavamo, io, mio padre e due cugini che si erano uniti a noi. Ma la sentinella che ci prese in custodia in quel boschetto, ci accompagno’ al comando di polizia del paese piu’ vicino del Canton Ticino (esiste ancora adesso e si chiama Arzo), e dopo una lunga attesa dentro il comando, senza un bicchiere d’acqua, senza una parola da parte di nessuno, ci ricevette nel suo ufficio un ufficiale svizzero e ci disse, con disprezzo: “Ebrei impostori, non e’ vero che succede tutto quello che accade in Italia, in Svizzera non c’e’ posto per voi” e ci rimando’ indietro con le guardie armate che ci scortavano. E’ stato quell’ufficiale
svizzero a condannare a morte quattro persone, delle quali solo io mi sono
salvata. Seppi dopo che 28.000 persone che avevano chiesto ospitalita’ in
Svizzera furono respinte, rimandate indietro.

Nel pomeriggio di quella giornata interminabile, sotto una pioggerelina
battente, noi tentammo di tornare in Italia passando per quella rete che
delimita la terra di nessuno tra due stati; appena toccai la rete suono’
l’allarme, vennero dei finanzieri italiani in camicia nera e fummo
arrestati. Il giorno dopo entrai da sola nel carcere femminile di Varese,
avevo 13 anni e ho subito quell’iter consueto che subisce un arrestato:
fotografie, impronte digitali, e mi ricordo i miei passi tra le lacrime in
quel corridoio lungo con quella secondina gelida alle spalle che poi mi
spinse malamente nella cella a me destinata. Era una cella grande dove
c’erano altre donne ebree. Sono stata sei giorni dentro il carcere di Varese
e piangevo disperata, perche’ non sapevo quello che mi sarebbe successo; poi
nel carcere di Como e poi tutte le famiglie furono riunite nel grande
carcere di Milano che si chiama San Vittore. E’ fatto come una stella: un
corpo centrale con dei raggi; uno di questi era adibito agli ebrei. Non
c’erano divisioni tra uomini e donne, io e mio padre potevamo stare insieme
nella stessa cella; rimanemmo li’ 40 giorni. Ero felice di stare a San
Vittore, in una cella nuda e spoglia, ma insieme a mio padre. Ogni quattro o
cinque giorni la Gestapo chiamava tutti gli uomini per degli interrogatori e
io rimanevo sola nella mia cella a piangere senza una spalla sulla quale
appoggiarmi: sapevo che li picchiavano e li torturavano. Furono giorni speciali, ma un pomeriggio entro’ un tedesco nel raggio ed elenco’ 605 nomi: eravamo uno dei tanti trasporti che partivano dall’Italia. Era la deportazione a cui non avevamo creduto fino all’ultimo momento: la gente diceva non e’ possibile che mandino degli italiani fuori dal paese. Mi
ricordo una lunga fila che usciva dal carcere con le nostre poche cose,
urlavano parole d’incoraggiamento: Dio vi benedica, Non avete fatto niente
di male. Furono straordinari gli altri detenuti comuni che ci vedevano dalle
loro celle e ci lanciavano arance, biscotti, guanti, di tutto, e noi uscimmo
dal carcere con questo grande scoppio, bagno di umanita’, furono gli ultimi
uomini… poi incontrammo solo mostri. Saranno stati anche ladri e assassini, ma erano uomini che hanno provato pieta’ per noi.

Portati alla stazione centrale, nei sotterranei erano preparati dei vagoni:
a calci e pugni fummo caricati dalle SS e dai loro servi. Come si sta dentro un vagone? Il viaggio e’ un momento importantissimo – chiave della prigionia; il viaggio duro’ una settimana; eravamo sprangati dentro un vagone dove non c’era niente, con un secchio per i nostri bisogni, che ben presto si riempi’; non c’era luce, non c’era acqua, c’eravamo solo noi con la nostra umanita’ dolente. Io, insieme agli altri, vissi tre fasi: la fase del pianto; la seconda fase, quella surreale: gli uomini pii si riunivano al centro del vagone, pregavano e lodavano Dio; era un momento di tensione fortissima che ci teneva uniti, mentre altri uomini ci portavano a morire. La terza fase e’ quella del silenzio: persone coscienti che andavano a morire; noi lo sentivamo che sarebbe stato cosi’. Non c’era piu’ niente da dire. Gli occhi che comunicavano al vicino: “Sono qui con te, ti voglio bene!”, ma non c’era piu’ niente da dire, non c’era piu’ bisogno di parlare.
Furono gli ultimi miei giorni con mio padre, e devo dire che la fase del
silenzio e’ quella che e’ stata di massima trasmissione tra noi; poi a
questo silenzio cosi’ importante, c’e’ quel rumore osceno e assordante degli
assassini intorno a noi, quando arrivati a quella stazione preparata per
noi, dai nostri assassini, gia’ da anni, Birkenau-Auschwitz: la porta si
apri’ e con grande violenza fummo tirati fuori tutti.

C’era una folla immensa: scendevamo dai vagoni, smarriti, non sapevamo cosa
fare, perche’ c’erano le SS con i loro cani, i prigionieri adibiti a
dividerci, ad ammucchiare i nostri bagagli; le SS con i loro occhi gelidi e
i loro sorrisini (straordinari i loro sorrisini), avevano un ghigno con il
quale ci dicevano: “State calmi, calmi, adesso vi dobbiamo solo registrare e
poi le famiglie saranno riunite”. Le donne con i bambini da una parte, e gli
uomini dall’altra. Lasciai per sempre la mano di mio padre e non lo rividi
mai piu’, e fui messa in fila con le altre donne. Certo non lo sapevo che
non l’avrei piu’ rivisto, che era un momento cosi’ determinante della mia
vita. Ed ecco che i nostri assassini perpetrarono il delitto massimo del momento, cioe’ facevano l’atroce selezione, perche’ cosi’ feroce non la facevano piu’. Loro nella loro organizzazione teutonica, avevano in mano la lista del numero dei deportati, sapevano quanti uomini e donne contenevano i vagoni appena arrivati, sapevano quanta forza lavoro desideravano far rimanere nei lager, e decisero quel giorno che sarebbero rimaste una trentina di donne e una sessantina di uomini. Io fui scelta, non so perche’, mentre tante donne, ragazze andarono direttamente al gas. Noi scelte guardavamo con una certa invidia quelle che andavano via con i camion; c’erano dei camion dove venivano caricate tutte le persone che da li’ andavano direttamente al gas. Noi in quel momento, stravolte dal viaggio, con i piedi sulla neve, non potevamo sapere cosa intendevano fare di noi, e ci sembrava una grande fortuna per quelle che venivano portate via con i camion. Io, con le altre donne, fui avviata a piedi nella sezione femminile del campo di concentramento di Birkenau ad Auschwitz: una citta’ immensa dove c’erano 60.000 donne di tutte le nazionalita’, era una babele di linguaggi, in quanto c’erano le polacche, le ungheresi, le cecoslovacche, le greche, le francesi, le olandesi, le belghe, pochissime italiane. La’ dove erano passati i nazisti avevano fatto queste retate spaventose, portando i prigionieri ad Auschwitz. Ci guardavamo intorno, noi ragazze scese da quel treno dove ancora qualcuno ci chiamava amore, tesoro, guardavamo quel posto con muri grigiastri, fili spinati elettrizzati e ci chiedevamo ma dove siamo, quale posto e’, stiamo sognando, e’ un incubo da cui ci sveglieremo, non e’ possibile. Poi il dramma nella prima baracca: fummo denudate, mentre i soldati passavano sghignazzando, questi non ci guardavano come donne, perche’ per le leggi di Norimberga gli ariani puri non si dovevano accoppiare con donne di razze inferiori, per cui non ci trattavano come donne, ma come pezzi, delle persone schiave delle quali prendersi gioco. Fummo denudate, ci portarono via tutto, della nostra vita precedente non ci rimase nulla; la’ venivamo rasate dappertutto sempre davanti ai soldati sghignazzanti e poi ci tatuarono un numero: il mio e’ 75190 e io lo porto con grandissimo onore perche’ e’ una vergogna per chi lo ha fatto. Se voi pensate che tre anni fa il sindaco di Milano ha invitato i padroni dei cani, che amano le loro bestie, a tatuare sulla zampa un numero, cosi’ qualora il cane si perdesse, il padrone lo potrebbe ritrovare. Beh, anche allora i nostri padroni ci volevano tenere sott’occhio e questo numero che fa parte di noi sopravvissuti e’ piu’ importante del nostro nome. In questo sono riusciti i nostri assassini, perche’, mentre in quel momento con quel numero volevano sostituire la nostra identita’ di persone e farci diventare dei numeri, sono riusciti a far si’ che questo numero sia cosi’ profondamente inciso nella nostra carne da essere diventato simbolo di noi stessi: noi siamo essenzialmente quel numero, perche’ chi ricorda Auschwitz perche’ c’e’ stato, non dimentica mai.

Rivestite di stracci con un fazzoletto in testa, con gli zoccoli ai piedi,
ci guardavamo l’una con l’altra: non eravamo gia’ piu’ quelle scese dal
treno due ore prima, eravamo gia’ delle cose diverse, eravamo gia’ quelle
nullita’ che loro volevano noi fossimo. Il dramma della prima baracca non fu nulla rispetto alla seconda dove delle ragazze francesi che erano li’ da quindici giorni ci spiegarono dove eravamo arrivate: ci spiegarono cos’era quell’odore di bruciato che permeava sul campo: e’ l’odore della carne bruciata, perche’ qui gasano e poi bruciano nei forni. Noi ci guardavamo l’una con l’altra e tra noi pensavamo che quelle erano pazze, ma che cosa stanno dicendo che qui bruciano le persone. Ci mostrarono la ciminiera in fondo al campo dicendoci che la’ bruciavano le persone e dicendoci che si chiamava crematorio. Noi non volevamo credere loro, ma poi ci spiegarono perche’ la neve era grigia e c’era la cenere, che eravamo diventate schiave e che per un si’ o per un no potevamo andare anche noi al gas, che non dovevamo mai guardare in faccia i nostri assassini, che dovevamo imparare in tedesco il nostro numero il piu’ in fretta possibile, solo cosi’ potevamo sopravvivere.

Come si fa a vivere in queste condizioni? Sopportare tutto questo? Perche’
l’uomo e’ fortissimo e questo io l’ho sperimentato. Io ero una ragazzina di
13 anni, non avevo nessuna particolarita’, semmai ero una ragazzina viziata,
cresciuta in una famiglia che aveva fatto in modo di preservarmi da tutti i
problemi della vita; la forza che c’e’ in ognuno di noi e’ grandissima, ed
e’ di questa che noi dobbiamo far tesoro. Tutti i ragazzi devono credere in
questa forza, perche’ se loro crederanno di avere questa grandissima forza
psichica piu’ che fisica, allora non diranno male di nessuno, della
famiglia, della scuola, della societa’ se non riescono a fare qualcosa.
Ognuno di noi e’ un mondo e se si impegna puo’ assolutamente fare della sua
vita o un capolavoro o anche una piccola vita normale che se sara’ onesta e
per bene sara’ comunque un capolavoro.

Noi abbiamo scelto la vita: certamente chi ha scelto la vita e soprattutto
di non farsi abbattere da queste disgrazie terribili, e’ stato aiutato a
mantenersi con la mente sveglia, perche’ da quel momento e per mesi il corpo
e’ diventato scheletro, per mesi abbiamo visto morire le nostre compagne,
per mesi abbiamo visto calare le nostre forze, abbiamo visto i nostri
assassini torturare, fare esperimenti e trattare con un’inumanita’ che non
credevamo possibile al mondo (che degli esseri umani fossero capaci di fare
delle cose del genere ad esseri simili, colpevoli solo di essere nati).
Abbiamo scelto la vita. Io avevo scelto, senza avere una spalla su cui
piangere o qualcuno che mi consigliasse, avevo scelto di non essere li’, di
estraniarmi, si’ il mio corpo era li’, veniva picchiato e torturato, aveva
fame, era dimagrito, aveva freddo, aveva paura, ma il mio spirito no, la mia
mente no: io ero quella di prima, quando correvo sulla spiaggia, quando
coglievo un fiore sul prato, quando ero seduta nella mia casa con le persone
care vicino a me. Io non volevo essere li’, mi rendevo invisibile, cercavo
di non guardare in faccia i miei persecutori e vigliaccamente non mi voltavo
mai a guardare indietro tutti i cadaveri, gli scheletri fuori, pronti per
essere bruciati, non guardavo le compagne in punizione, non guardavo la
fiamma del forno che bruciava, io guardavo solo i miei zoccoli, li potrei
disegnare anche adesso; guardavo i miei piedi perche’ non volevo
assolutamente guardarmi intorno, non volevo essere li’, non volevo che i
miei persecutori si impadronissero anche del mio spirito.

Nel campo tra le prigioniere amicizia e fratellanza erano morte quasi
subito, perche’ quando non si ha nulla e’ molto difficile essere fratelli ed
essere amici. Parlavamo solo di mangiare, eravamo delle ragazze affamate, che avevamo inventato delle ricette che oggi si chiamerebbero virtuali e soprattutto avevamo inventato una torta enorme, straordinaria, grande come una casa, che avrebbe potuto stare sul piazzale dove avvenivano le esecuzioni, le impiccagioni, e che avrebbe sfamato con la sua panna, con il suo cioccolato, con la sua crema, tutte le prigioniere e tutte avremmo scavato questa torta. Questi erano i nostri discorsi legati al pensiero fisso di mangiare. Noi per essere diventati scheletri mangiavamo delle cose che facevano parte di una dieta ben studiata per ridurci cosi’, e per una sopravvivenza di pochi mesi. Alla mattina, con la frustata e con l’appello, ci veniva dato sulla scodella senza cucchiaio che dovevamo condividere in cinque o sei, con l’ammalata, con quella con le croste, un sorso di una bevanda che non sapeva ne’ di te’, ne’ di caffe’, era una cosa strana, forse una specie di tisana, indescrivibile perche’, per fortuna, non ho mai piu’ sentito una cosa del genere nella mia vita. Era una cosa molto voluta, perche’ era calda; poi uscivamo, nel gelo della Polonia d’inverno, vestite di stracci e stavamo in piedi una o due ore per l’appello, a seconda di quello che volevano i nostri aguzzini. Poi uscivamo dal campo, io ero stata fortunata ad essere scelta per diventare operaia-schiava in una fabbrica dove si costruivano munizioni; una fabbrica che esiste ancora che si chiama Union, e che in tempo di pace faceva automobili, in tempo di guerra munizioni per mitragliatrici. Io ebbi
la grande fortuna di essere scelta per quel lavoro, nonostante non sapessi
fare nulla; fui scelta per un lavoro di fatica che mi permise pero’ di
lavorare al coperto. Eravamo 700 ragazze di tutte le nazionalita’ (700 del
turno di giorno, 700 del turno di notte). Uscivamo la mattina dal campo,
dopo l’appello e raggiungevamo a piedi la fabbrica che si trovava nella
citta’ di Auschwitz. Mi ricordo le ragazze violiniste, prigioniere nel lager, facenti parte della famosa orchestrina ed erano obbligate a suonare delle allegre marcette sia che il comando uscisse per andare a morte oppure per andare a lavorare. Era strano vedere queste violiniste suonare delle marcette allegre piangendo. Noi facevamo questo tragitto con le guardie vicine che ci obbligavano a marciare, cantando canzoni tedesche. Incrociavamo dei ragazzi tutti i giorni, erano bei ragazzi su delle
biciclette (io avevo lasciato la mia bicicletta a Milano, e quando compii 14
anni mi venne in mente la mia bella bicicletta lasciata a casa piu’ di ogni
altra cosa), io li guardavo questi ragazzi che ci sputavano addosso e ci
dicevano delle parolacce che quando iniziai a capire, non volevo credere che
dopo averci tolto tutto, l’odio, il fanatismo fossero tali, da permettere
alle loro menti di comandare al cervello di dire delle parole di quel tipo.
Io allora li odiavo profondamente quei ragazzi e sentivo nei loro confronti
qualcosa di forte, di prepotente che quasi mi facevo paura; negli anni mi
sono accorta, nella mia maturita’ di donna di pace, che quel sentimento si
e’ tramutato in pieta’, ad avere pena. Quando scoprii che era molto meglio
essere stata vittima o figlia di vittima, piuttosto che carnefice, fu un
momento molto importante nella mia vita, fu un momento di maturazione
psicologica non indifferente nel mio percorso di donna di pace. Allora
invece li odiavo profondamente. Poi arrivavamo in fabbrica e lavoravamo tutto il giorno; alla sera tornavamo indietro e vedevamo la fiamma con il fumo.

Tre volte passai la selezione nell’anno che trascorsi ad Auschwitz. Non era
la selezione della stazione. Erano delle selezioni annunciate, di cui noi
sapevamo a che cosa andavamo incontro. Ecco che le Kapo’ ci chiudevano dentro le baracche e poi a gruppi ci portavano nella sala delle docce, tanto cara ai nostri assassini, e la’ tutte nude, in fila indiana, dovevamo attraversare la sala e uscire attraverso un’uscita obbligatoria, dove un piccolo tribunale di tre persone ci guardava, come le mucche al mercato, davanti, dietro, in bocca, se avevamo ancora i denti, se eravamo abili al lavoro e poi un piccolo gesto gelido che voleva dire “vai”. Io mi ricordo come attraversavo quella sala: il cuore mi batteva come un pazzo e io mi dicevo: “non voglio morire, non voglio morire…” e rimanevo li’, non avevo il coraggio di guardarli in faccia, mi atteggiavo ad indifferenza; mi ricordo la prima volta che passai la selezione che il medico (uno dei tre assassini era medico), mi fermo’ e con un dito mi tocco’ la pancia, dove due anni prima avevo fatto l’operazione dell’appendicite e dissi: “Adesso, perche’ ho la cicatrice sulla pancia, questo mi manda a morte”, e invece lui, tutto sorridente, mostrava ai suoi colleghi assassini la cicatrice, dicendo che questo medico italiano era una bestia, aveva fatto male la cicatrice. Questa ragazza la vedra’ sempre questa cicatrice, mentre io la faccio sottilissima e se anche una donna e’ nuda, questa cicatrice non si vede piu’. Poi mi fece un segno, con il quale mi indicava che io potevo andare avanti con la mia cicatrice sulla pancia, e io avevo fatto quei due passi che mi separavano dall’uscita, provando una felicita’ immensa; non mi importava niente di dove ero, di cosa mi era successo, dell’orrore di cui facevo parte, ero viva. Ma una volta fui vigliacca e orribile quando fermarono dietro di me, Janine, una ragazza francese che lavorava con me alla macchina in fabbrica; la macchina, qualche giorno prima, le aveva tranciato due dita. Durante la selezione, lei, che era nuda, aveva coperto la ferita con uno straccio, ma certamente l’assassino lo vide subito, e senza neanche fiatare fece segno alla scrivana (una prigioniera come noi), di prendere il numero. E io sentii dietro di me che fermarono Janine, che lavorava con me da diversi mesi, ma io non mi voltai; io fui spaventosa e Janine fu portata al gas per la sola colpa di essere nata ebrea. Janine era una ragazza francese, di 22-23 anni, voce dolce, occhi azzurri, capelli biondi. Io non mi voltai, non mi comportai come i prigionieri di San Vittore; ma non potevo piu’ sopportare distacchi, io ero viva.

Alla fine di gennaio del 1945, fummo, da un momento all’altro, obbligati a
lasciare il campo di Auschwitz e a cominciare quella marcia, giustamente
detta della morte, che attraverso la Polonia e la Germania portava i
prigionieri che ancora stavano in piedi su verso il nord e man mano si
avvicinavano i russi. Noi da un po’ sentivamo il rumore della guerra che si
avvicinava, ma non sapevamo niente, perche’ noi da un anno non avevamo piu’
sentito la radio, visto un giornale, non avevamo ne’ un calendario, ne’ un
orologio, non sapevamo mai che ora fosse, che giorno fosse. Ad un certo punto i nostri assassini decisero di far saltare il campo di Auschwitz per non far trovare nulla ai russi e per far andar via noi prigionieri. Lessi poi, che i prigionieri ancora vivi che si misero su quelle strade d’inverno, fummo 56.000. Fu una cosa epocale: cortei infiniti di prigionieri
scheletriti che si snodavano su queste strade tedesche, di notte soprattutto, seguiti dalle guardie con i cani.

Non so come ho fatto! (oggi ho un nipote, Edoardo, che ha l’eta’ che io
avevo allora, e lo vedo cosi’ acerbo, cosi’ fragile e vedo i miei figli
preoccupati che tutto vada bene, che si copra quando fa freddo). Mi vedo su
quella strada e mi vedo nonna di me stessa: quella ragazzina di allora aveva
l’eta’ che ha mio nipote oggi. Il cervello comandava alle gambe di
camminare; non si poteva cadere, perche’ chi cadeva veniva finito dalle
guardie. Io non mi voltavo a vedere quelli che cadevano; facevo una fatica
enorme a camminare, non avrei mai potuto aiutare nessuno. Quando qualcuno
cadeva, si sentiva quel rumore sordo della fucilata alla testa; mi ricordo i
bordi della strada insanguinati. Camminavamo di notte attraverso cittadine e strade deserte e come pazze ci gettavamo sui letamai e ci rubavamo l’una con l’altra i rifiuti: bucce di patate crude sporche di terra, ossi spolpati… uno schifo. E ci riempivamo come pazze lo stomaco, sapendo che il giorno puntualmente dopo vomito e diarrea ci avrebbero atteso; ma non importava, intanto lo stomaco si riempiva in quel momento e il cervello poteva comandare di camminare alle nostre gambe. Furono molte notti, altri letamai, altre stelle in cielo.

Arrivammo nel lager di Ravensbrueck, ma ripartimmo dopo cinque giorni per
raggiungere un sottocampo che si chiamava Marchow nel nord della Germania;
era un piccolo campo dove non si lavorava, e dove invece, non come ad
Auschwitz, dove finito un lager ne cominciava un altro, la’ vedevamo fuori
dal lager cosa c’era. C’erano prati, in quanto era arrivata anche li’ la
primavera incredibilmente; questo dono straordinario di cui godiamo ogni
anno, senza accorgersene, questa terra che sboccia alla vita. Eravamo delle larve, eravamo ragazze dure, miserabili, ragazze che non sentivano neanche piu’ la fame, non sentivamo neanche piu’ le botte, eravamo degli esseri ancora attaccati alla vita per miracolo e se la guerra da li’ a poco non fosse finita, di certo saremmo morte. Mi ricordo insieme ad altre due ragazze italiane, che sono sopravvissute anche loro: una e’ Luciana Sacerdoti di Genova e l’altra e’ Graziella Coen di Roma, che adesso sta in Sud Africa, che pur nella nostra miseria, eravamo ancora in piedi, mentre la maggior parte non si alzava piu’ dai propri giacigli. Nelle prime ore del pomeriggio, non mi ricordo se si allentasse la sorveglianza o se avessimo il permesso di uscire dietro la baracca, uscivamo e prendevamo quel tiepido sole dell’Europa del nord. Io avevo avuto un ascesso terribile sotto l’ascella sinistra in quei giorni, tagliato con le forbici e non certamente curato come normalmente si cura un ascesso; stavo molto male per i dolori che avevo al braccio, e mi ricordo che tiravo giu’ il misero straccio di giacca che avevo e mettevo questo mio braccio massacrato al sole tiepido: mi sembrava che qualcuno avesse detto che questo metodo faceva bene.

Passavano, al di la’ del filo spinato, dei soldati francesi prigionieri di
guerra, che avevano lavorato per cinque anni nelle fattorie tedesche e che
quindi non erano diventati scheletri come noi; passavano e vedevano queste
figure indistinte da lontano, giorno dopo giorno, ci chiamavano e in
francese ci chiedevano chi fossimo. Noi in coro, perche’ nessuna di noi
aveva abbastanza voce per rispondere, urlavamo che eravamo delle ragazze
ebree italiane. Loro stupiti, non potevano credere che eravamo ragazze,
perche’ eravamo cosi’ orribili, degli scheletri senza forma, con le occhiaie
profonde, senza piu’ femminilita’. Furono i primi, dopo i detenuti di San
Vittore, ad avere pieta’ di noi; e giorno dopo giorno ci dicevano di non
morire, state vive e serene perche’ la guerra sta per finire, stanno per
arrivare gli americani da una parte e i russi dall’altra. Noi ragazze nulla, schiave, non ci potevamo credere, noi che ci eravamo abituate a sopportare tutti i dolori del mondo, alla gioia non eravamo piu’ abituate; mi ricordo che rientravamo nelle baracche e alle nostre compagne che stavano veramente per morire, davamo queste notizie strepitose e straordinarie e loro con gli occhi facevano fatica a seguire e chiedevano se
era vero, se era proprio vero. E noi urlavamo che era tutto vero. I soldati francesi che sentivano la radio, giorno dopo giorno, ci davano queste notizie meravigliose che i russi e gli americani erano vicinissimi.
Sentivamo rumori sopra di noi, aerei che volavano, sentivamo cannonate e ci
chiedevamo cosa sarebbe successo di noi; pensavamo che ci avrebbero ucciso
perche’ non possono farci trovare cosi’. Vivevamo con un’ansia terribile quei momenti, non sapendo cosa stessero per fare i nostri persecutori, e loro portavano via tutto dal campo: portavano via scrivanie, documenti, registri… e mentre prima erano con noi sempre implacabili e crudeli, tra loro ora erano nervosi. Noi li spiavamo e non volevamo morire, ma volevamo vedere questo momento tanto atteso ed insperato. Sognavamo di uscire da quel cancello, di strappare quell’erba, quelle foglie, di mettercele in bocca, di sentire il sapore della clorofilla. E questo avvenne, in quei giorni di fine aprile, proprio l’ultimo giorno di aprile, aprirono quel cancello e ancora prigioniere, con le guardie vicine, quelle che ancora stavano in piedi, uscimmo da quel cancello e veramente strappavamo l’erba, le foglie e ce le mettevamo in bocca, non potevamo mandarle giu’, ma sentivamo che era un sapore speciale, diverso, sognato e improvvisamente: un miracolo! Noi ragazze nulla, noi ragazze schiave fummo testimoni della storia che cambiava davanti ai nostri occhi ed era una visione incredibile perche’ vedemmo i civili tedeschi uscire dalle loro case (fino ad allora erano rimasti asserragliati all’interno, senza darci mai un pezzo di pane, un bicchiere d’acqua, senza mai degnarci di uno sguardo), e caricavano tutto
sui carri perche’ volevano andare verso la zona americana, mentre la’ fu poi
zona russa, e volevano andare verso gli americani. Noi non capivamo niente e le nostre guardie, che camminavano insieme a noi, buttavano via le divise, le armi, si mettevano in borghese, in mutande, mandavano via i cani che erano stati proprio il simbolo del potere del soldato SS, i cani andavano e poi tornavano e non capivano piu’ niente. Noi eravamo sbalordite, con i nostri occhi, con la nostra debolezza, con le gambe che non reggevano piu’, vedevamo la storia che cambiava davanti a noi ed era una visione apocalittica, straordinaria, incredibile. Si mettevano in
mutande e buttavano via quella divisa che aveva terrorizzato gli eserciti di
tutta Europa; quando anche il comandante di quell’ultimo campo, vicino a me,
mi sfiorava, si mise in mutande, quell’uomo alto, sempre elegantissimo,
crudele sulle prigioniere inermi, e buttu’ la divisa nel fosso, la sua
pistola cadde ai miei piedi ed io ebbi la tentazione fortissima di prenderla
e sparargli. Io avevo odiato, avevo sofferto tanto, sognavo la vendetta:
quando vidi quella pistola ai miei piedi, pensai di chinarmi, prendere la
pistola e sparargli. Mi sembrava un giusto finale di quella storia, ma capii di esser tanto diversa dal mio assassino, che la mia scelta di vita non si poteva assolutamente coniugare con la teoria dell’odio e del fanatismo nazista; io nella mia debolezza estrema ero molto piu’ forte del mio assassino, non avrei mai potuto raccogliere quella pistola, e da quel momento sono stata libera.

Vedemmo arrivare gli americani e fu una visione festosa, incredibile,
perche’ questi ragazzi americani che venivano dalle prime linee, erano
ragazzi bellissimi e vidi la prima jeep americana con la stella bianca.
Questi ragazzi buttavano dal camion – senza distinguere se eravamo
prigionieri, soldati, civili tedeschi perche’ ancora ne sapevano poco -
sigarette, cioccolato, frutta secca e quel giorno che era il primo maggio io
mi ricordo che ricevetti addosso un’albicocca secca, squisita, e me la misi
subito in bocca e il giorno della liberazione e’ legato per me al sapore
dell’albicocca secca. Vidi poi il giorno dopo unirsi le due armate vincitrici ed era una cosa molto particolare vedere arrivare i camion con questi soldati cosi’ pronti a montare mense e ospedali da campo e a darci cibo buono. L’armata russa passo’ di corsa ed era composta da ufficiali a cavallo senza sella, carri armati cigolanti, che fungevano da cucine improvvisate e tiravano dietro capre e bestiame vario; era cosi’ differente rispetto all’armata americana cosi’ ben organizzata. Furono dei giorni particolari; poi passarono quattro mesi prima di essere divisi a seconda della nazionalita’ e sempre gli americani ci organizzarono per farci tornare nelle nostre case. Quando arrivai a Milano, la mia casa era chiusa.

Spero che almeno uno di quelli che hanno ascoltato oggi questi ricordi di
vita vissuta li imprima nella sua memoria e li trasmetta agli altri, perche’
quando nessuna delle nostre voci si alzera’ a dire “io mi ricordo”, ci sia
qualcuno che abbia raccolto questo messaggio di vita e faccia si’ che sei
milioni di persone non siano morte invano per la sola colpa di essere nate,
se no tutto questo potra’ avvenire nuovamente, in altre forme, con altri
nomi, in altri luoghi, per altri motivi. Ma se ogni tanto qualcuno sara’
candela accesa e viva della memoria, la speranza del bene e della pace sara’
piu’ forte del fanatismo e dell’odio dei nostri assassini.

(foto da mailing list umanitaria)

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Stagni, cormorani, pesci e pinocchi: come ti trovo il colpevole…..

22 Gennaio 2006 Commenti chiusi


da La Nuova Sardegna, 21 gennaio 2006

Il mondo chiuso e bloccato dei pescatori di Cabras. Il tempo si è fermato in laguna. I baroni non ci sono più ma la disperazione è la stessa. Dietro la moria di pesci c?è un sistema ecologico ferito che ora rischia di collassare.

CABRAS. E? come una danza leggera. Dolce e crudele: nella luce abbagliante di un giorno di gennaio, azzurro e di freddo affilato, centinaia di gabbiani galleggiano nell?aria immobile sopra il rio Tanui. L?acqua sembra bollire. I muggini, imprigionati nel canale, si agitano impazziti alla ricerca di ossigeno, terrorizzati da quelle ombre veloci che corrono sull?acqua. C?è un fascino orrido in questo spettacolo di morte, nel rito selvaggio che prelude a un atroce banchetto. Da un vicino canneto arriva il fragore secco di una fucilata. Poi un?altra e un?altra ancora. Allora i gabbiani, spaventati, si raccolgono in una nuvola immensa, bianca e palpitante, e volano via verso lo stagno, ferendo l?aria con i loro gridi stonati, quasi isterici. «Torneranno – dice a voce bassa un pescatore -. Torneranno. Tra meno di un?ora saranno di nuovo qui». Giovedì 19: era di scena l?ultimo atto di un dramma che si ripete da anni. Ed era soprattutto la vigilia del giorno invocato dai pescatori, la tanto attesa apertura delle ostilità contro il nemico, il cormorano. Che qui a Cabras è visto come una maledizione, come il demone che ruba la vita ai pescatori. Più che una convinzione, però, sembra l?esercizio di un esorcismo, il bisogno innato di trovare in un nemico fisicamente identificabile il responsabile delle proprie disgrazie e della propria dannazione. Si è arrivati perfino a dire che i cormorani abbiano pianificato, con un?improbabile organizzazione sociale, la strage dei muggini: spingendoli verso l?imbuto dei canali che alimentano gli stagni, per potere poi fare razzia. «Impossibile» sentenziano biologi e zoologi. Allora ecco la correzione del tiro: «I pesci, spaventati dai cormorani, fuggono verso i canali, inconsapevoli di andare verso la morte o addiritura scegliendo un suicidio collettivo». La verità è che dall?altro ieri si spara contro dei fantasmi, contro un sospetto e, forse, anche contro la paura. Qualche centinaio di uccelli sarà abbattuto per arrivare al prevedibile risultato che tutto resterà com?è. A provarlo è l?esperienza degli anni scorsi. Basti infatti pensare che, nel periodo 2000-2001, furono uccisi 576 cormorani e il problema è poi rimasto tutto. Forse perché questi uccelli, che arrivano dal nord Europa per svernare in Sardegna, è vero che provocano danni alle undici cooperative di pescatori degli stagni di Cabras, ma non c?entrano nulla con le morie di pesce che si stanno verificando negli ultimi anni.

I PRECEDENTI. Perciò oggi non ha tanto senso l?inutile disputa su quanti cormorani abitino negli stagni. Se siano 15 mila, come dicono i pescatori, o 1.500 come ha dichiarato a dicembre il comandante del Corpo forestale Carlo Boni o circa 5.500 come sostiene invece l?International waterfowl census. L?unica cosa certa è che migliaia di quintali di muggini sono finite a marcire nel Rio Tanui e per i pescatori si è verificato un danno oggettivo. Grave e incontestabile. Insomma, una calamità. Non è quindi difficile prevedere che presto si aprirà la guerra degli indennizzi. Ma questo non servirà ad aiutare la verità e il mondo chiuso e bloccato dei pescatori. Oggi è inutile dire: «Fenomeni del genere non accadevano in passato, prima dell?invasione dei cormorani». Perché questo non è vero. Ne scrisse infatti anche Peppino Fiori nel suo straordinario reportage ?Baroni in laguna?, riferendosi alla moria del 1960: «… i pesci facevano mucchio, un ammassamento da non potersi raccontare, più pesci che acqua… Il giorno dopo vediamo un fumo lungo, giallo. E subito, per chilometri e chilometri, questo odore di pesce abbrustolito. Altro odore in paese e in campagna non c?era: l?erba, l?uva e anche i fiori con questo odore di pesce bruciato». Per non farli marcire, infatti, i pesci furono bruciati. Ben ottocento quintali. Allora il vero problema, cioé chi sia il vero nemico dei pescatori, è da cercare altrove. Ed è una verità qui appena sussurrata, ma della quale sono tutti consapevoli: l?alterazione dei delicati equilibri del sistema degli stagni. Se prima era solo il ?mare vivo?, penetrando in laguna, a mettere in crisi il sistema, aumentando la salinità dell?acqua, oggi il ?veleno? arriva da quei fiumiciattoli che un tempo erano l?ossigeno dello stagno, il vero regolatore dell?intero ecosistema. Quell?acqua infatti è oggi corrotta da scarichi che la fanno marcire. E poi questi piccoli fiumi sono invasi da detriti e rifiuti che, accumulandosi, li trasformano nelle pozze opache che stanno diventando la ?camera della morte? per i pesci che risalgono la corrente, rincorrendo la loro fame di ossigeno e di acqua dolce. La verità è lì, impietosamente davanti agli occhi, nelle benne delle ruspe del Consorzio di bonifica che da ieri stanno dragando il rio Tanui per cercare di aprire una via di fuga ai muggini.

IL FIUME MORENTE. I pescatori sono lì. Vedono. Sanno bene che è proprio in quel fango la vera origine di un disastro che si sta compiendo silenziosamente nel ?loro? stagno. Il demone, la maledizione, non sono dunque i cormorani. Dietro i volti immobili bruciati dal sole si intuisce un mondo segreto, sospeso tra il passato e il presente. Forse ancora oggi, come diceva Peppino Fiori, «più di là che di qua». Un mondo di fatica, ma anche di antichi rudi principi ispirati dalla logica della sopravvivenza. Oggi sono 283 i pescatori divisi nelle undici cooperative che formano il Consorzio Pontis. I baroni, is meris de pischera, non ci sono più. Ma il tempo dei Carta, dei Boi e dei Corrias in qualche modo sopravvive nei comportamenti e nei modi di pensare dei pescatori. E nella fatica del vivere. Ci deve essere infatti un motivo se molti attendono, oggi come un secolo fa, la notte giusta. E la notte giusta per rubare è quella buia, fredda, con il vento che aguzza la pioggia come aghi gelati. Perché i guardiani non si avventurano sulle barche. Quello è il momento giusto per immergersi nell?acqua scura come l?inchiostro che ti spacca lentamente le ossa e ti consuma i polmoni, spinti dalla speranza di portare a casa qualche chilo di pesce.

LADRI PER NECESSITA?. La storia, insomma, si ripete. Oggi i guardiani non sono più al soldo de is meris. Sono pescatori delle cooperative che difendono la loro unica ricchezza. E i ladri, i ladri sono pescatori come loro. Le sanzioni, quelle poi, sono sempre le stesse: nessuna denuncia, ma una gragnuola di colpi che ti lascia a terra mezzo morto. Una silenziosa giustizia sommaria, proprio come quella che imponevano i baroni. Se si continua a rubare, significa che qualcosa non funziona, che il passato invade ancora il presente. Peppino Fiori, che sapeva leggere nelle pieghe dell?anima, diceva che l?individualismo unisce il pastore e il pescatore. Ma mentre il pastore ruba anche per una sfida sfrontata e ribalda che diventa affermazione di forza sociale, il pescatore ruba quasi sempre solo per sopravvivere. Cioé non ha culturalmente una prospettiva e la sua vita è come un?improvvisazione quotidiana dettata dal bisogno.
I numeri raccontano la sofferenza sociale: il fatturato del Consorzio nel 2004 è stato di un milione e 891 mila euro. Un milione in meno rispetto al 2003. Ma ci sono anni neri, come il 2002, nel quale gli incassi si sono fermati a 345 mila euro. Cifre che garantiscono appena, in questo sistema di fatica, il reddito per quasi trecento famiglie. Nel 1982 la Regione ha cancellato il feudalesimo acquistando gli stagni e dandoli in concessione a chi dagli stagni ci vive. Cioé ai pescatori organizzatisi in cooperative. Ma come pretendere che i vassalli, i valvassori e i paria di un sistema gerarchico e violento da un giorno all?altro riuscissero a crescere e a organizzare un sistema produttivo efficiente e moderno?

IL FUTURO CHE NON ARRIVA. Il sindaco sardista di Cabras, Efisio Trincas, per anni ha combattuto perché si creasse una società di gestione pubblico-privata in grado di sbloccare un mondo culturalmente cristallizzato nella somma di egosimi nati dalla necessità. Lui, figlio di uno dei cosiddetti ?scioperanti?, cioé i ?palamitai? che fecero scoccare la scintilla della rivolta contro i baroni, dice: «Ho il massimo rispetto per i pescatori e per il loro lavoro, ma oggi non si può pensare di andare avanti in questo modo. Per dare un futuro di lavoro e una speranza di benessere, si deve pensare in modo diverso. E il primo passo deve essere un?alleanza tra il pubblico e il privato con l?obiettivo di sfruttare al meglio la risorsa della pesca, ma anche quell?immenso patrimonio di sapienze e di attività collaterali che possono fare sistema». Battaglia non facile, visto che la società di gestione è nata un anno fa, ma si trova in uno stato di animazione sospesa. E intanto, negli stagni si spara ai cormorani.

(foto G.C.F., archivio GrIG)

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Tapis roulant, scale mobili in Castello e pesci in barile…


E? recentemente pervenuta la risposta da parte dell?Amministrazione comunale di Cagliari alla petizione popolare promossa dal Comitato per la difesa di Castello con l?appoggio delle associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico riguardo il progetto dei ?lavori di realizzazione di un sistema coordinato di parcheggi di scambio e di trasporto meccanizzato nel centro storico?. Si ricorda che il progetto comprende: 1 parcheggio interrato di tre piani in via Cammino Nuovo; 4 tappeti mobili (tapis roulant) di collegamento tra via Cammino Nuovo e via dei Genovesi; 1 scala mobile di collegamento tra via S. Margherita e via Cammino Nuovo; 2 scale mobili di collegamento tra via S. Giorgio e via Cammino Nuovo; 3 tappeti mobili di collegamento tra via Cammino Nuovo e la base della Torre dell?Elefante; 1 tappeto mobile e 1 scala mobile di collegamento tra piazza Dettori e via Manno; 3 ascensori (due interni al parcheggio sotterraneo e uno, interno alle mura del Bastione di S. Croce, che mette in collegamento il bastoncino piemontese con la Via S. Croce) resi necessari (legge n. 104/1992 e legge n. 13/1989) dal fatto che l?uso delle scale mobili e dei tapis roulant è impedito ai disabili; 1 bar-ristorante nel ?rivellino? piemontese, situato tra il Bastione di S. Croce e il Cammino Nuovo. Per collegare il ?rivellino? al Bastione di S. Croce ? e per permettere i flussi pedonali ? è prevista l?apertura di una breccia nelle mura; 1 bar sulla copertura del parcheggio, in fronte alla Via S. Giorgio; la sistemazione a verde attrezzato degli spazi non occupati dagli impianti elettromeccanici, nonché l?illuminazione di tutti i percorsi meccanizzati e dell?area attrezzata a verde; la copertura mediante una pensilina del collegamento tra i due ascensori già in esercizio in Viale Regina Elena. L?intervento appare integralmente finanziato (importo complessivo dei lavori pari a euro 15.000.000,00) in base ad atto aggiuntivo sottoscritto in data 8 agosto 2003 fra Regione autonoma della Sardegna, Provincia di Cagliari e Comune di Cagliari all?accordo di programma relativo al piano integrato d?area ? P.I.A. CA 17 ?Sistema dei Colli?, mentre non ha ricevuto la dichiarazione di congruità con l?attuazione della misura 6.2 (accessibilità e governo della mobilità nei maggiori contesti urbani) del P.O.R. Sardegna 2000-2006 . Tale intervento sembra, inoltre, essere soltanto la prima parte di un disegno complessivo che comprenderebbe anche analoghe serie di collegamenti dal mercato di San Benedetto verso Castello. Il costo di gestione ordinaria annuo ammonta a ben 570.000,00 euro. Oltre 2.000 cagliaritani hanno sottoscritto la petizione popolare contro questo progetto. Ora l?Amministrazione comunale del sindaco Floris non ha fatto altro che delegare per la risposta il dirigente dell?Area gestione del territorio, l?ing. Paolo Zoccheddu, per ripercorrere semplicemente l?iter amministrativo del progetto: approvazione all?unanimità del progetto con deliberazione Consiglio comunale n. 12 del 18 febbraio 2002, approvazione del progetto preliminare con deliberazioni Giunta comunale n. 202 del 15 aprile 2002 e n. 807 del 18 febbraio 2002, approvazione definitiva all?unanimità del progetto ed adozione della variante al piano particolareggiato degli spazi verdi intorno Castello con deliberazione Consiglio comunale n. 64 del 9 novembre 2004. La Giunta comunale di Cagliari, con deliberazione n. 523 del 15 settembre 2005 (attualmente in fase di pubblicazione all?albo pretorio), ha approvato definitivamente il progetto dei ?lavori di realizzazione di un sistema coordinato di parcheggi di scambio e di trasporto meccanizzato nel centro storico?, valutando le ?osservazioni? presentate formalmente nell?ambito della relativa procedura di variante al piano particolareggiato di sistemazione degli spazi verdi intorno Castello. Sono state incluse altre sette tavole progettuali. Tre gli atti di ?osservazione? presentati: due, respinti, di residenti (Mario Loi e Marino Di Martino) nella zona interessata e relative ad accessi alle proprietà private ed alle emissioni acustiche degli impianti in progetto. L?altro, presentata dalle associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d’Intervento Giuridico (nota del 10 dicembre 2004), accolto. Riguarda l?obbligo di sottoposizione del progetto al vincolante procedimento di c. d. ?verifica preventiva? o screening. Il Consiglio comunale l?ha adottato senza alcun preventivo coinvolgimento della cittadinanza e soltanto la presentazione di specifico atto di ?osservazioni? ecologista ha portato al pronunciamento regionale che richiede la necessaria procedura di c. d. verifica preventiva (nota prot. n. 4398 dell?8 febbraio 2005 dell?Assessorato regionale della Difesa dell?Ambiente ? Servizio S.I.V.I.A.). Il Comune di Cagliari ha, quindi, affidato recentemente (determinazione n. 10/D/AGT del 13 aprile 2005 del Dirigente dell?Area Gestione del Territorio) l?incarico per la redazione della relazione di impatto ambientale. Le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d’Intervento Giuridico ed il Comitato per la difesa di Castello hanno inviato alla Regione autonoma della Sardegna (Assessorato difesa ambiente ? Servizio S.I.V.I.A. e Assessorato P.I. e beni culturali), al Comune di Cagliari, alle Soprintendenze ai beni culturali e paesaggio ed ai beni archeologici, alla Commissione europea e, per conoscenza, ai Ministeri dell?ambiente e dei beni ed attività culturali uno specifico atto di intervento preventivo (nota del 6 luglio 2005) riguardo il procedimento di c. d. verifica preventiva (screening) al quale dovrà esser assoggettato il progetto suddetto. Tutto, non una sola parte. Si suppone, quindi, che l?avvio del procedimento di c. d. verifica preventiva sarà entro tempi brevi. E ci saranno anche le ragioni della cittadinanza e del buon senso?.. Ultima considerazione, non casuale: dopo la ?sollevazione? popolare ed ecologista, diversi consiglieri comunali ed anche qualche assessore iniziano ad aprire gli occhi e a rivedere il proprio precedente voto favorevole o la propria assenza: speriamo che siano finiti i tempi delle votazioni unanimi ?a scatola chiusa??..

Comitato per la difesa di Castello, Gruppo d?Intervento Giuridico e Amici della Terra

(foto A.F., archivio GrIG)

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Cagliari città dello smog, altro che maestrale?..


Il sistema di monitoraggio comunale della qualità dell?aria ? installato dopo numerose richieste ecologiste in base a previsione di legge (D.P.R. n. 203/1988, D.P.C.M. 28 marzo 1983, D.M. 25 novembre 1994) ? verifica giornalmente i livelli di inquinamento dell’aria di Cagliari, fornendo quotidianamente le medie dei rilevamenti effettuati. E? organizzato in sette punti fissi di monitoraggio ed una rete informatica di verifica. I sette punti di monitoraggio della qualità dell?aria sono posizionati in luoghi piuttosto aperti e ventilati (Piazza Repubblica, Piazza S. Avendrace, Via Italia ? Pirri, Viale Diaz, Viale Ciusa, Mercato ittico, Colle di Tuvixeddu). Recentemente sono stati pubblicizzati i dati della seconda metà di dicembre 2005. Nei sedici giorni compresi dal 16 al 31 dicembre, per ogni sostanza inquinante monitorata (polveri sottili ? PM 10, biossido di zolfo, biossido di azoto, ossido di carbonio, ozono), ci sarebbero dovute essere, conseguentemente, 112 rilevazioni. In realtà, considerando che ben 33 volte le centraline erano “fuori servizio” (FS), le rilevazioni utili effettive si riducono a 79. E i dati non sono per niente rassicuranti. Le “polveri sottili” (PM 10) per ben 42 volte hanno avuto un valore superiore al limite di legge (50 microgrammi per metro cubo di aria, D.M. 15 aprile 1994). Più del il 53 % dei campionamenti sono superiori ai 50 microgrammi per metro cubo, oltre il 68 % delle volte si sono superati i 40 µg/m3. Picchi di 111,6 mg/m3 in Via Italia (Pirri) il 22 dicembre, di 101,1 mg/m3 in Viale Diaz il 24 dicembre. Qualità dell?aria pessima il 19, il 20, il 22 ed il 24 dicembre con una sola media rilevata di “polveri sottili” sotto i limiti di legge, sul Colle di Tuvixeddu, dove non c?è traffico veicolare, almeno per ora?.. E conforta poco l’avvertenza dell’Ufficio ecologia del Comune di Cagliari e le rassicurazioni dell?Assessore ai servizi tecnologici Angius, secondo cui i punti di monitoraggio non sono stati posizionati correttamente a termini di legge. L’aria di Cagliari è inquinata dalle “polveri sottili” (PM 10): non si vedono, però, i necessari provvedimenti per la tutela della salute pubblica, soprattutto di quella dei bambini, per ragioni fisiche molto più prossimi ai tubi di scarico degli autoveicoli rispetto ai punti di analisi delle centraline, posti a 3 metri di altezza. e a nostro avviso la situazione è tale da richiedere drastici interventi da chi è preposto a tutelare la salute pubblica. Sarebbe davvero il caso di adottare efficaci provvedimenti di limitazione del traffico veicolare. Ora, adesso. E sarebbe anche il caso che su questi problemi concreti, piuttosto che sulla forma della scheda delle “primarie”, si esprimessero i vari candidati che si sono presentati alla carica di Sindaco. L?attuale sindaco sarebbe addirittura avvantaggiato se si degnasse di provvedere fin da ora?..

Gruppo d?Intervento Giuridico e Amici della Terra

(foto da mailing list ambientalista)

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Ultimi posti disponibili per il XIV Corso di Diritto Ambientale !


Le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico organizzano il quattordicesimo Corso di Diritto Ambientale: inizierà venerdi 27 gennaio 2006, alle ore 20.30, presso la sede cagliaritana di Via Cocco Ortu n° 32 (telefono e fax 070/490904 e-mail: amicidellaterra@libero.it).

Sono ancora disponibili pochi posti: chi fosse interessato deve affrettarsi !

Le conversazioni, tenute da avvocati, architetti, magistrati ed operatori del diritto, avranno carattere monografico, con cadenza settimanale, ognuna relativa ad una specifica tematica propria del diritto ambientale: tutela delle coste e pianificazione territoriale, caccia e tutela degli “altri” animali, aree protette, strumentazione volontaria ambientale, diritti di uso civico ed altri diritti d?uso collettivi, inquinamento elettromagnetico, diritto all?informazione ambientale e partecipazione al procedimento amministrativo, gestione dei rifiuti, abusivismo edilizio e condono, salvaguardia e gestione delle aree boscate, valutazione di impatto ambientale.

Le precedenti 13 edizioni del Corso ? l?unico del suo genere in Sardegna ? hanno visto la proficua frequenza di oltre 600 partecipanti della più varia estrazione (numerosi studenti universitari, appartenenti al mondo professionale, tecnici nei vari settori ambientali, funzionari pubblici, insegnanti, ecc.) proprio perché l?approccio agli argomenti è quanto più agevole e concreto. E? infatti intendimento fondamentale del Corso quello di fornire al maggior numero possibile di persone un?introduzione quanto più possibile approfondita all?utilizzo dello “strumento diritto” per la difesa dell?ambiente e dei connessi diritti dei cittadini.

Viene inoltre distribuita ai partecipanti una dispensa su compact disk relativa agli argomenti trattati durante il Corso. Per informazioni ed iscrizioni è possibile rivolgersi presso la segreteria degli Amici della Terra, in Via Cocco Ortu 32, a Cagliari (telefono e fax 070/490904; e-mail: amicidellaterra@libero.it).

Gruppo d?Intervento Giuridico e Amici della Terra

(foto F.C., archivio GrIG)

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Voglio fare il Sindaco di Cagliari ? Si, bravo, ma per fare che cosa ?


Le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico hanno deciso di promuovere una serie di iniziative per far conoscere le posizioni dei vari candidati alla carica di sindaco di Cagliari, alcuni attraverso il metodo delle elezioni primarie, sulle tematiche ambientali. La prima iniziativa è un “forum” telematico con la proposizione delle seguenti cinque domande:

1) in questi ultimi mesi si è fatto sempre più forte il bisogno di partecipazione alla gestione della cosa pubblica da parte dei cagliaritani: sentirebbe di far proprie queste esigenze ? In caso affermativo, quali provvedimenti concreti (es. Agenda 21, progettazione partecipata, ecc.) adotterebbe per coinvolgere la cittadinanza e prenderne in considerazione le relative istanze ?

2) si è definita anche troppo spesso Cagliari “città ambientale” consegnandola, però, ad una serie di trasformazioni edilizie (Tuvixeddu ? Tuvumannu, ex cementeria di Via S. Gilla, zone B S 3 * già destinate a servizi pubblici di quartiere, ecc.) che rischiano di saturare i pochi spazi liberi della Città: è d?accordo con questa lettura ? Ritiene che il piano urbanistico comunale debba essere rivisto in senso davvero “ambientale” e, in caso affermativo, quali provvedimenti concreti adotterebbe per dare alla Città una migliore qualità della vita ? Ritiene opportuna un?adesione della Città di Cagliari agli accordi internazionali per la sostenibilità ambientale (es. protocolli di Kyoto, protocolli sul turismo sostenibile, ecc.) ed una loro trasposizione nell?azione amministrativa ? Quali specifici interventi ritiene opportuni per migliorare la situazione del traffico veicolare ?

3) il problema elettrosmog è sempre più sentito: oggi Cagliari ha già delle situazioni a rischio, documentate da monitoraggi ancora sporadici (es. centrale ENEL di trasformazione dell?energia elettrica dall?alta alla bassa tensione di via Aosta), e un numero di ripetitori per telefonìa mobile in crescita esponenziale: ritiene che si debba fare qualcosa ? In caso affermativo, quali provvedimenti concreti (es. delocalizzazione impianti, regolamento comunale elettrosmog ai sensi dell?art. 8 della legge n. 36/2001, ecc.) adotterebbe per tutelare l?ambiente e la salute pubblica dei cittadini ?

4) alcuni progetti di opere pubbliche proposti in questi ultimi anni comporterebbero un sensibile impatto ambientale e sulla stessa identità della Città: uno di questi, quello relativo alla mobilità meccanizzata nel centro storico rischia di snaturare il “cuore” di Cagliari e di costare notevolmente anche in fase di esercizio. Un altro, quello dello “stradone” con tunnel fra via Cadello, Tuvumannu e Tuvixeddu andrebbe a porre in pericolo la corretta fruizione del parco archeologico in corso di realizzazione e, addirittura, degraderebbe pesantemente degli Istituti scolastici. E? d?accordo con questa lettura ? In caso affermativo, quali provvedimenti concreti adotterebbe nelle singole situazioni ?

5) l?intervento di “ripascimento” della spiaggia del Poetto non pare abbia avuto esito positivo, è in corso un procedimento penale con diversi ex amministratori pubblici e tecnici coinvolti, ma, soprattutto, non ha restituito la spiaggia tanto cara ai cagliaritani: è d?accordo con questa lettura ? In caso affermativo, quali interventi concreti adotterebbe per riportare la spiaggia alle sue caratteristiche ambientali ?

Le domande sono state inviate il 13 gennaio scorso, rigorosamente in ordine alfabetico, a Fausto Ferrara, Emilio Floris (sindaco uscente), Gianni Loy, Patrizio Rovelli, Giandomenico Sabiu e Gian Mario Selis.

Sono pervenute diverse risposte che di seguito si riportano:

* Fausto Ferrara: è probabilmente il candidato con maggior dimestichezza con il mezzo informatico. Ha risposto prontamente ed ha chiesto, causa la frenetica campagna elettorale delle primarie, di integrare le sue risposte con quanto pubblicato nel programma elettorale sul suo “blog” (www.salvatoreferrara.it). Ha chiesto anche un incontro. Previsione degli strumenti di democrazia partecipata (Agenda 21, ecc.) e loro attuazione, realizzazione di un parco archeologico-ambientale sul Colle di Tuvixeddu senza alcuno “stradone”, revisione del piano urbanistico comunale ? P.U.C. in senso “ambientale” e con attenzione verso i bisogni sociali (edilizia agevolata, ecc.). Poco chiara la proposta di gestione delle aree di rilievo ambientale cittadine (Sella del Diavolo, Molentargius, Saline, Poetto) mediante un unico consorzio: Molentargius e Saline fanno già parte di un parco regionale (legge regionale n. 5/1999) con un esistente consorzio di gestione fra gli Enti locali, al quale partecipa anche il Comune di Cagliari, la cui “non ? gestione” lascia già molto a desiderare, la Sella del Diavolo ed il Poetto hanno problematiche ben differenti. Contrarietà al progetto di mobilità meccanizzata del centro storico. Previsione, infine, di interventi concreti contro l?inquinamento elettromagnetico (delocalizzazione degli impianti forieri di pericolo e regolamentazione comunale) e adesione ai protocolli internazionali sullo sviluppo sostenibile;

* Emilio Floris (sindaco uscente): non è pervenuta alcuna risposta. Dall?attività dell?Amministrazione comunale in questo mandato possiamo ipotizzare che quanto attuato (o non attuato) in questi anni sia una “risposta di fatto”: il P.U.C. è quello ben noto, non è stato attivato alcun processo di coinvolgimento dei cittadini, il 1° lotto dello “stradone” fra via Cadello, Tuvumannu e Tuvixeddu è stato appaltato, non c?è stata alcuna attenzione al “rischio elettrosmog”, un assordante silenzio sul “ripascimento” del Poetto fino alla recente ? finalmente ? sacrosanta costituzione di parte civile nel relativo procedimento penale. Non si ricordano adesioni comunali a protocolli e accordi sullo sviluppo sostenibile. Speriamo che nei confronti futuri si possa registrare qualche nota positiva;

* Gianni Loy (consigliere comunale uscente): nonostante il continuo richiamo al coinvolgimento di associazioni, comitati, ecc. non ha fatto pervenire alcuna risposta. Forse i tempi stretti della campagna elettorale per le primarie non l?hanno consentito, tuttavia non abbiamo alcun riscontro in proposito. Proviamo a vedere alcune proposte dal suo sito web (www.gianniloysindaco.org): il suo programma punta molto sull?identità cittadina, la legalità e la trasparenza, la valorizzazione del lavoro e degli strumenti di concerto con le altre amministrazioni pubbliche per la sua promozione, la pace e la solidarietà, l?accoglienza verso chi viene da fuori Città. Le proposte sui temi ambientali si possono così sintetizzare: revisione del P.U.C. per migliorarne la qualità ambientale ed insediativi, promozione della mobilità leggera (piste ciclabili, auto elettriche), parco ambientale-archeologico di Tuvixeddu senza alcuno “stradone”, recupero dell?originario arenile del Poetto (ma come ?). Indicazioni programmatiche generiche, meritevoli di approfondimento. Speriamo fin dai confronti futuri;

* Patrizio Rovelli: non è pervenuta alcuna risposta. Forse le ristrettezze temporali della campagna elettorale per le primarie non l?hanno consentito, ma non abbiamo alcun riscontro in proposito. Anche qui abbiamo provato a vedere alcune proposte dal suo sito web (www.patriziorovelli.org): il suo programma punta sul “diritto alla felicità” raggiungibile soprattutto con libertà e solidarietà sociale, sulla lotta alla disoccupazione e sulle politiche di coesione. Le proposte sui temi ambientali si possono così sintetizzare: piano per l?edilizia agevolata (ma non si parla di revisione del P.U.C.), piano di riconversione del patrimonio edilizio pubblico per il risparmio energetico ed idrico, utilizzo dei mezzi di trasporto pubblico elettrici e con “bio-diesel” per combattere l?inquinamento atmosferico, dismissione delle “servitù militari” e creazione di un parco ambientale sulla Sella del Diavolo. Indicazioni programmatiche generalmente generiche, alcune puntuali ed interessanti e meritevoli di approfondimento. Speriamo fin dai confronti futuri;

* Giandomenico Sabiu (consigliere comunale uscente): il suo staff ha risposto con solerzia ed è stato sollecitato anche un incontro. Per le risposte è stato chiesto di utilizzare l?ampio ed analitico programma pubblicizzato sul suo sito web (www.unaltracagliari.net). Numerosi i punti del programma sui temi ambientali, sintetizzabili come segue: revisione del P.U.C. per una maggiore salvaguardia ambientale, recupero delle zone industriali dimesse, creazione di un “parco marittimo” esteso sull?intero litorale cittadino (da S. Gilla al Poetto) e di un “ufficio per il lungomare” (che attui anche interventi coordinati con altre amministrazioni pubbliche per la gestione del Poetto e la lotta all?erosione), promozione dell?edilizia economica agevolata; sottovalutazione della qualità dell?aria, ma previsione di specifiche e puntuali disposizioni contro l?inquinamento elettromagnetico sulla base del principio di precauzione (delocalizzazione o completo interramento degli impianti “a rischio”, regolamentazione comunale restrittiva degli impianti produttivi di emissioni elettromagnetiche, ecc.); previsione dei piani di risanamento acustico e revisione della mobilità di superficie (ferrovie, metropolitana leggera, trasporto su gomma) per favorire trasporto pubblico, lotta all?inquinamento e miglioramento della qualità della vita. Indicazioni programmatiche piuttosto puntuali, alcune molto interessanti. Assenza di alcuni punti (come avviare al fallito “ripascimento” del Poetto, gestione dell?area archeologica di Tuvixeddu). Speriamo di aver ulteriori approfondimenti fin dai confronti futuri;

* Gian Mario Selis: ha risposto prontamente, preferendo la forma dell?intervista. Molti gli aspetti ambientali del suo programma e risposte specifiche sui quesiti posti. Propone strumenti di democrazia partecipata (Agenda 21, progettazione partecipata, bilancio sociale) da estendere a tutta l?attività amministrativa comunale. Il P.U.C. è da rivedere per una seria tutela dei valori ambientali: Cagliari dev?essere considerata “città nel parco”, perché in mezzo a zone umide di importanza internazionale (S. Gilla, Molentargius ? Saline), al mare, alla Sella del Diavolo, in rapporto con la sua “area vasta” metropolitana e con l?esterno. In proposito, deve aderire agli accordi internazionali sullo sviluppo sostenibile ed uniformarvi la sua programmazione. Promozione dell?edilizia agevolata, per combattere lo spopolamento, soprattutto delle fasce giovanili. Il problema elettrosmog (anche per attività concreta personale svolta negli anni scorsi) dev?essere adeguatamente affrontato, con interventi di delocalizzazione degli impianti “a rischio” in base al principio di precauzione e con l?adozione di un regolamento comunale sui siti di cui alla legge n. 36/2001. Assoluta contrarietà ai progetti comunali sulla meccanizzazione del trasporto pubblico nel centro storico (tapis roulant e scale mobili in Castello, ecc.) e dello “stradone” fra via Cadello, Tuvumannu e Tuvixeddu. Il “ripascimento” delle spiaggia del Poetto è stato un fallimento, ma ora si deve pensare ad un organico intervento di progressiva rinaturalizazione non solo della spiaggia (dove possibile) ma anche delle dune e della pineta in coordinamento con la Provincia ed il Comune di Quartu S. Elena. Indicazioni programmatiche piuttosto puntuali, con necessità di approfondimento per i necessari interventi concreti. Auspichiamo questi approfondimenti fin dai prossimi confronti.

Come si può comprendere, è stato un primo “giro di opinioni”, talvolta con proposte interessanti, magari meritevoli degli opportuni approfondimenti concreti?naturalmente soprattutto per chi ha avuto la bontà di rispondere. Cercheremo di proporne altri con la finalità di favorire la massima informazione e trasparenza per i cittadini elettori: bisogna avere le idee chiare su chi si va a votare, perché andrà a gestire la “cosa pubblica” comunale, quella di tutti noi.

Gruppo d?Intervento Giuridico e Amici della Terra

(foto L.C., archivio GrIG)

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Piano paesaggistico regionale, un?altra puntata?…

18 Gennaio 2006 Commenti chiusi


P.P.R. , un?altra puntata?

Lunedi mattina è stato presentato un altro pezzo del Piano Paesaggistico Regionale, quello relativo all?Isola di S. Pietro, Sito di Interesse Comunitario nella sua totalità, quindi un pezzo del territorio della Sardegna di notevolissimo valore ambientale e con potenzialità davvero interessanti per il suo sviluppo futuro, possibilmente duraturo.

Durante la presentazione introduttiva di carattere politico che ha ribadito i principi ispiratori del Piano, la relazione tecnica che sostiene le scelte pianificatorie suggerite ed i successivi interventi chiarificatori in risposta a perplessità degli amministratori, si è avuta ancora una volta l?impressione che il lavoro che sottende a questo strumento sia davvero di qualità.
La Regione, con l?introduzione di questo irrinunciabile strumento di definizione delle strategie territoriali, ribadisce, finalmente e in maniera decisa e precisa, la propria funzione. O quantomeno afferma che c?è, che intende esserci e che non si può più prescindere dalle linee guida sul paesaggio e sullo sviluppo del territorio, e quindi economico e sociale, che si è data. In questa nuova situazione per la Sardegna, i Piani Urbanistici Comunali tornano ad avere il loro ruolo precipuo e fondante, quello di pianificare l?insediamento urbano, non più il territorio ?vasto? come è finora avvenuto per mancanza di una pianificazione sovraordinante. Questi dovranno esser adeguati, nelle proprie componenti, ai caratteri del P.P.R., basato su criteri statistici ma anche su valutazioni qualitative, sociologiche ed ambientali di sicuro spessore.
Vengono proposti diversi livelli di tutela del territorio, in particolare per una realtà geografica e sociale come quella di Carloforte e dell?intera isola minore, tali da assicurare, anche alla luce delle nuove tendenze, una prospettiva di sviluppo turistico di lungo periodo, settore trainante per l?economia della piccola isola. Basati su una forte caratterizzazione dell?insediato urbano, sul territorio come elemento stesso di fruibilità turistica, tali da mettere insieme un modello diverso di ricezione turistica appoggiato su infrastrutture adeguate da pervenire fondamentalmente attraverso il recupero di quanto già esiste e, molto spesso, non viene utilizzato ed è lasciato in situazione di forte degrado.
Alle economie locali come quella di Carloforte, come per la gran parte delle realtà sarde che basano le proprie prospettive di sviluppo sull?offerta turistica del lungo periodo, una buona parte dei paesi e delle città dell?Isola, si suggerisce di partire dalla propria identità storica, dal proprio patrimonio fatto di natura, di storia, di uomini, di tradizioni, di costumi, di prodotti tipici ed esclusivi. Di organizzare e rivalutare, credendoci, tutto questo e di avere la risolutezza di offrirlo al visitatore. Partendo da questi presupposti, lo sviluppo locale non può che essere rispettoso ed attento, innanzi tutto, alle esigenze primarie di chi vive e lavora, per tutto l?anno, nel territorio e deve aver garantiti servizi idonei e un livello della qualità della vita dignitoso.
Con queste direttive, caratterizzazioni, principi ispiratori, la Regione, si intuisce, non intende imporre agli enti locali la propria visione strategica quando frazionare la responsabilità con gli stessi, chiamandoli ad essere protagonisti della tutela di quanto è riconosciuto, a livello internazionale, nazionale e, ora, anche regionale, come elemento da salvaguardare e tutelare, in un percorso di sviluppo regionale uniforme che non porti al consumo del territorio, come finora è diffusamente avvenuto, dove le singole tradizioni o prassi non costituiscano elemento derogatorio ai Piani, ma un punto di partenza per uno sviluppo commisurato alle reali capacità di crescita, di lungo periodo, di ogni territorio.
Regione e Comuni, quindi, concorrenti per la custodia del proprio territorio, della propria identità.
L?idea nuova, diversa, è quella di puntare, in maniera condivisa, ad una veramente nuova cultura dell?uso del territorio che parta dalle buone pratiche locali. E? quella di voltare pagina rispetto ad un?idea di sviluppo turistico che, negli anni, ha caricato eccessivamente alcuni territori svuotandone altri, con danni ambientali ed economici notevoli. Per non parlare degli effetti sulle persone. E? quella di puntare su un?idea di turismo basato sull?accoglienza indimenticabile, quella fatta dalle persone, non omologabile in alberghi e in animatori, fatta di turista e di abitante, in comunione.
E questi sono aspetti che non possono essere messi in discussione per lasciar spazio alla lottizzazione di turno, alla speculazione turistica di vecchio stampo, alle interferenze di chi, la cultura, la storia, la vera natura di chi abita in quest?Isola, non la prende neppure in considerazione nella relazione introduttiva.

(foto S.D., archivio GrIG)

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Cormorani: un colpo al cerchio, un colpo alla botte..se ne occuperà l’Europa…


L?Assessore regionale della difesa dell?ambiente Tonino Dessì, secondo notizie giornalistiche, ha firmato il decreto che prevede l?abbattimento fino al 28 febbraio 2006 del 5 % dei Cormorani presenti negli Stagni dell?Oristanese. Motivo dichiarato: la salvaguardia delle specie ittiche. La decisione appare decisamente sbagliata. Al di là delle tante “disinformazioni” circolate in queste settimane (ad es. sabato 14 gennaio il TG 3 regionale, edizione delle 14.00, fonte di informazione pubblica, ha effettuato un servizio sulla “calamità dei cormorani” negli stagni dell’Oristanese, dove si è affermato che le importanti lagune sono assaltate giornalmente da 15.000 cormorani che mangiano un kg. e mezzo di pesce ciascuno al giorno?), non è certamente inventando cifre ed attribuendo la “colpa” del degrado degli stagni ai Cormorani che si risolvono i veri problemi. A parte il fatto che, secondo gli studi più accreditati e recenti (‘Tecniche e metodologie di mitigazione utili per il controllo della popolazione di cormorano presente nella provincia di Grosseto’, Provincia di Grosseto, 2005, indagine svolta in collaborazione con la Coop. Pescatori di Orbetello), nel corso della riunione del Comitato faunistico regionale, convocato d’urgenza dall’Assessore regionale alla difesa dell’ambiente venerdi 13 gennaio u. s. per discutere del problema, i rappresentanti ecologisti hanno potuto prendere visione dei dati del censimento della popolazione di Cormorano svernante in Sardegna nell’area dell’Oristanese effettuato dall’Istituto regionale fauna selvatica della Regione. Il censimento è stato effettuato nelle aree di S. Maria – Corru Mannu, Corru S’ittiri – S’Ena Arrubia – Mistras e nel periodo dicembre/aprile 2002-2003, 2003-2004,2004-2005 e nel periodo settembre-ottobre 2005. Le cifre medie relative al periodo 2004/2005 sono le seguenti: S. Maria : 12,5 esemplari, Corru Mannu-Corru S’Ittiri : 677,5 esemplari, S’Ena Arrubia : 1.843 esemplari, Mistras: 1.143 esemplari. Nemmeno un terzo delle sbandierate 15.000 presenze. Naturalmente per il censimento del periodo 2005/2006 bisognerà aspettare la fine del mese di marzo. Sono però interessanti di dati del censimento invernale del cormorano (dati IWC) negli Stagni di Marceddi (594 esemplari), Corru Mannu e S’Ittiri (903), S’Ena Arrubia (937), S. Giusta (62), Mistras (2.052) ed Is Benas (44) per un totale di 5.529 esemplari. Insomma, nonostante si cerchi di “tirare” un pò di qui e un pò di là non si va oltre il terzo della cifra di presunti 15.000 cormorani. Durante la riunione del Comitato faunistico dello scorso 15 dicembre 2005 il Comandante del Corpo forestale e di vigilanza ambientale Carlo Boni ha riferito di circa 1.500 esemplari svernanti, con tendenza alla diminuzione. E’ significativo che i siti di nidificazione di Capo Nieddu e Capo Frasca non sono stati occupati nelle stagioni monitorate, ad eccezione di Capo Frasca dove nel 2003 sono stati censiti 6 individui nidificanti. Ma sono i dati (forniti dal Corpo forestale e di vigilanza ambientale) relativi agli abbattimenti autorizzati dei Cormorani che meritano una riflessione. Infatti, nel periodo 2001/2005 i capi abbattuti sono stati 576 così ripartiti: S. Giusta: 57 capi; Valle Marceddì: 125; Corru Mannu e S’Ittiri: 32; S’Ena Arrubia: 77; Cabras: 246; Mistras: 7; Is Benas: 32. Il fatto che sussista il problema, nonostante gli abbattimenti effettuati, dimostra che la caccia al Cormorano non è il metodo efficace, anche perchè l’andamento della presenza dei cormorani nel periodo di abbattimento è altalenante con un picco massimo di presenze nel 2001, un calo nel 2003 ed un rialzo nel 2004/2005. Ma soprattutto, autorizzando l’abbattimento dei Cormorani come strumento di dissuasione nelle valli da pesca sarde, si è inciso anche su tutte le altre specie di uccelli acquatici ed in particolare nello stagno di Cabras dove il numero è diminuito drasticamente negli ultimi anni con valori pressochè nulli nel 2005 relativi alla presenza di folaghe (1, si avete letto bene proprio uno !) ed anatidi (7). Ed è ancor più grave che se ne preveda l?abbattimento fino a tutto il mese di febbraio, proprio in periodo nevralgico per la migrazione e la riproduzione delle specie avifaunistiche, con un potenziale danno asslolutamente non considerato con grave leggerezza. E l?assenza di qualsiasi parere favorevole dell?Istituto nazionale per la fauna selvatica (I.N.F.S.) non fa che rincarare la dose. Quello che fa, inoltre, pensare è che, nell’ipotesi di concessione degli indennizzi, a fronte delle dichiarate (dai pescatori) 15.000 presenze, gli stessi non sono stati in grado di fare una stima degli effettivi danni subiti con la predazione da parte dei cormorani del pescato. L’Assessore si è riservato di decidere. Le associazioni ecologiste Amici della Terra, Gruppo d?Intervento Giuridico e Lega per l?Abolizione della Caccia ora valuteranno il contenuto del decreto non appena disponibile e, se del caso, inoltreranno specifico ricorso alla Commissione europea (art. 226 trattato U. E.) per l?eventuale violazione della normativa comunitaria in materia di tutela dell?avifauna selvatica.

Gruppo d?Intervento Giuridico, Amici della Terra e Lega per l?Abolizione della Caccia

(foto L.A.C.)

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Editoriale. Voglia di informazione, voglia di partecipazione.


Il “blog” del Gruppo d’Intervento Giuridico è nelle ampie praterie del web da poco più di mese. I primi articoli sono stati “postati” lo scorso 11 dicembre 2005 ed la presenza del “blog” è stata pubblicizzata due giorni dopo. In un mese sono stati ampiamente superati i 3.000 contatti, con numerose “visite” degli articoli relativi ad informazioni particolarmente documentate sul piano paesaggistico regionale, su inquinamento, omissioni e tumori, su “falsi problemi” come quello dei cormorani svernanti nelle zone umide dell’Oristanese rispetto al degrado delle stesse, sul pessimo avvio della raccolta differenziata a Cagliari. L’attenzione dei frequentatori del web non può che farci piacere, per consentire una sempre maggiore delle tematiche ambientali e dello sviluppo sostenibile. Tuttavia fa fare anche qualche riflessione in più, soprattutto sullo stato dell’informazione in Sardegna e, naturalmente, sulla libertà di informazione. Quante di queste notizie sono “uscite” sulla stampa “ufficiale” ? Molte e poche insieme, nel senso che alcuni mezzi di informazione tengono fin troppo la barra sugli interessi del proprio proprietario e del suo entourage. Qualcuno penserà che siamo un po’ ingenui: sappiamo, certo, benissimo che “l’asino si lega dove vuole il padrone”, tuttavia continuiamo a credere che uno dei pilastri di una vera democrazia sia l’informazione più libera possibile. Purtroppo ne siamo ancora lontani… e, allora, w il web e speriamo che continuiate a seguirci ed a partecipare sempre di più !

(foto S.D., archivio GrIG)

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Cormorani fra realtà e fantasia…..


Sabato 14 gennaio alle ore 14.00 sul TG sardo di Rai 3, fonte di informazione pubblica della collettività regionale per eccellenza, è stato effettuato un servizio sulla "calamità dei cormorani" negli stagni dll’Oristanese, dove si è affermato che le importanti lagune sono assaltate giornalmente da 15.000 cormorani che mangiano un kg. e mezzo di pesce ciascuno al giorno, con una cifra facilmente immaginabile facendo una semplice moltiplicazione aritmetica. Ma, a fronte del problema che indubbiamente esiste, non è certamente inventando le cifre che lo si risolve. Nel corso della riunione del comitato faunistico regionale, convocato d’urgenza dall’Assessore regionale alla difesa dell’ambiente venerdi 13 gennaio u. s. per discutere del problema, comitato del quale faccio parte in rappresentanza delle associazioni ambientaliste, abbiamo potuto prendere visione dei dati del censimento della popolazione di cormorano svernante in Sardegna nell’area dell’Oristanese effettuato dall’Istituto regionale fauna selvatica della Regione. Il censimento è stato effettuato nelle aree di S. Maria – Corru Mannu, Corru S’ittiri – S’Ena Arrubia – Mistras e nel periodo dicembre/aprile 2002-2003, 2003-2004,2004-2005 e nel periodo settembre-ottobre 2005. Le cifre medie relative al periodo 2004/2005 sono le seguenti: S. Maria : 12,5 esemplari Corru Mannu-Corru S’Ittiri : 677,5 S’Ena Arrubia : 1843 Mistras: 1143 Come si può vedere, facendo una semplice addizione aritmetica non si arriva neanche ad un terzo delle sbandierate 15.000 presenze. Naturalmente per il censimento del periodo 2005/2006 bisognerà aspettare la fine del mese di marzo. Sono però interessanti di dati del censimento invernale del cormorano (dati IWC) negli stagni di Marceddi (594 esemplari), Corru Mannu e S’Ittiri (903), S’Ena Arrubia (937), S. Giusta (62), Mistras (2052) ed Is Benas (44) per un totale di 5.529 esemplari. Insomma, nonostante si cerchi di "tirare" un pò di qui e un pò di là non si va oltre il terzo della cifra di presunti 15.000 cormorani. Durante la riunione del Comitato faunistico dello scorso 15 dicembre 2005 il Comandante del Corpo forestale e di vigilanza ambientale Carlo Boni ha riferito di circa 1.500 esemplari svernanti, con tendenza alla diminuzione. E’ significativo che i siti di nidificazione di Capo Nieddu e Capo Frasca non sono stati occupati nelle stagioni monitorate, ad eccezione di Capo Frasca dove nel 2003 sono stati censiti 6 individui nidificanti. Ma sono i dati (forniti dal Corpo forestale e di vigilanza ambientale) relativi agli abbattimenti autorizzati dei Cormorani che meritano una riflessione; infatti, nel periodo 2001/2005 i capi abbattuti sono stati 576 così ripartiti: S. Giusta 57 capi – Valle Marceddì 125 – Corru Mannu e S’Ittiri 32 – S’Ena Arrubia 77 – Cabras 246 – Mistras 7 – Is Benas 32. Il fatto che sussista il problema, nonostante gli abbattimenti effettuati, dimostra che la caccia al cormorano non è il metodo efficace, anche perchè l’andamento della presenza dei cormorani nel periodo di abbattimento è altalenante con un picco massimo di presenze nel 2001, un calo nel 2003 ed un rialzo nel 2004/2005. Ma soprattutto, autorizzando l’abbattimento dei cormorani come strumento di dissuasione nelle valli da pesca sarde, si è inciso anche su tutte le altre specie di uccelli acquatici ed in particolare nello stagno di Cabras dove il numero è diminuito drasticamente negli ultimi anni con valori pressochè nulli nel 2005 relativi alla presenza di folaghe (1, si avete letto bene proprio 1 !) ed anatidi (7). Quello che fa pensare è che, nell’ipotesi di concessione degli indennizzi, a fronte delle dichiarate (dai pescatori) 15.000 presenze, gli stessi non sono stati in grado di fare una stima degli effettivi danni subiti con la predazione da parte dei cormorani del pescato. Nelle riflessioni e valutazioni forniti all’Assessore durante la riunione del Comitato, sulla base anche dei dati forniti, assieme al collega ambientalista Mauro Aresu, abbiamo espresso la nostra contrarietà all’abbattimento dei cormorani. L’Assessore si è riservato di decidere. Paolo Fiori, rappresentante ecologista nel Comitato regionale faunistico (foto L.A.C.)

Quello in corso di adozione è un buon piano paesaggistico regionale !

Com?è noto, con la deliberazione n. 59/36 del 13 dicembre 2005 la Giunta regionale ha adottato il piano paesaggistico regionale ? P.P.R., punto fondamentale del programma ambientale-territoriale dell?Amministrazione regionale del Presidente Renato Soru. In queste settimane si lèvano contro il fondamentale atto di pianificazione ambientale regionale numerose proteste da parte di diversi amministratori locali (Olbia, Teulada, Villanova Monteleone, Alghero, S. Anna Arresi, ecc.), nonché da parte di gruppi consiliari regionali, seppure con molte distinzioni (D.S., Forza Italia, A.N.). Le motivazioni sono tutte incentrate su un binomio ormai veramente lògoro: ?lesione dell?autonomia comunale e ostacolo allo sviluppo?. Curiosamente nessuna flebile voce si leva da quelle parti per contestare (ed affrontare) ad esempio l?abusivismo edilizio, evidentemente corollario di quella pretesa ?autonomia? sulle scelte costiere che fin troppo spesso sfocia nella più triste ?anarchia?. Particolarmente ingenerose appaiono le polemiche di chi vorrebbe un rinvio per permettere studi più approfonditi da parte di alcuni Comuni, di chi vorrebbe tempi di intervento maggiori per gli Enti locali rispetto ai 5 minuti programmati, di chi contesta completamente la procedura seguita, ecc.
Le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico, dopo aver esaminato il P.P.R, ritengono, invece, di poter dare un giudizio positivo sul nuovo strumento di pianificazione, soprattutto paragonandolo alla cattiva esperienza che diede luogo ai fin troppo noti ed illegittimi 14 piani territoriali paesistici approvati nel 1993 ed annullati dopo puntuali azioni giurisdizionali inoltrate proprio dalle stesse associazioni ecologiste.
Ricordiamo che il piano paesaggistico regionale adottato, è per ora limitato agli ampi ambiti costieri con alcune estensioni verso l?interno dell?Isola. Prima tappa verso la pianificazione paesistica di tutto il territorio regionale. Fin dall?adozione i numerosi documenti del piano (deliberazione di adozione, relazioni illustrative, tecniche, del comitato scientifico, normativa tecnica di attuazione, 5 tavole illustrative in scala 1 : 200.000 + compact disk con 141 carte in scala 1 : 25.000, con 38 carte in scala 1 : 50.000 e 27 schede illustrative degli ambiti costieri) sono stati pubblicati sul sito web della Regione (http://www.regione.sardegna.it/pianopaesaggistico/) con un bell?esempio di trasparenza istituzionale purtroppo non comune. Chi volesse, può esaminarli senza particolari difficoltà, così come abbiamo fatto? Da un primissimo esame, necessariamente sommario, alcuni punti appaiono piuttosto qualificanti: nei 27 ambiti di paesaggio si prevede una sostanziale esclusione di ulteriori volumetrie nella fascia costiera perimetralmente definita, potranno proseguire soltanto gli interventi legittimamente autorizzati alla data di entrata in vigore della legge regionale n. 8/2004, la c. d. legge salva-coste. Si prevedono, poi, quattro diverse graduazioni di tutela, dagli ambiti di conservazione integrale alle aree meritevoli di riqualificazione ambientale, aumenterà l?estensione di terreno per edificare nelle zone agricole (dal limite minimo attuale di un solo ettaro si passerà a 10 ettari dove sono colture intensive e, addirittura, a 20 ettari dove sono colture estensive) e per sole strutture connesse alla conduzione agricola ed aumenteranno le disposizioni di tutela per le campagne (salvaguardia delle recinzioni tradizionali, come il muretto a secco, divieto di nuova viabilità, salvaguardia degli alberi monumentali, ecc.). Inoltre, al di fuori dei centri urbani (dove si punta al recupero urbanistico delle periferie), i Comuni non potranno più decidere in esclusiva gli interventi di trasformazione territoriale, ma subentrerà una procedura di co-pianificazione con il coinvolgimento regionale. Il piano paesaggistico regionale (P.P.R.) è strumento di pianificazione e gestione del territorio sovraordinato e vincolante rispetto agli atti di pianificazione delle province (piano urbanistico provinciale ? P.U.P.) e dei comuni (piano urbanistico comunale ? P.U.C.): questi ultimi dovranno, quindi, essere adeguati alle previsioni di “tutela dinamica” del P.P.R. Dopo l?adozione da parte della Giunta regionale, sarà il momento della fase della concertazione con gli Enti locali e tutti i soggetti sociali interessati. La previsione di un procedimento “aperto” ai soggetti istituzionali e sociali per l?adozione del piano paesaggistico regionale, così come i medesimi contenuti di forte salvaguardia ambientale, sono insiti nella filosofia ispiratrice e nelle medesime previsioni normative (convenzione europea sul paesaggio, decreto legislativo n. 42/2004, legge regionale n. 8/2004, linee guida per la redazione del P.P.R. approvate dal Consiglio regionale il 26 maggio 2005). La proposta di P.P.R., una volta adottata dalla Giunta regionale, deve essere pubblicata per un periodo di sessanta giorni consecutivi all?albo di tutti i Comuni territorialmente interessati (art. 11 della legge regionale n. 45/1989, come sostituito dall?art. 2 della legge regionale n. 8/2004). Per favorire la partecipazione e la concertazione istituzionale, il Presidente della Regione ? durante il periodo della pubblicazione presso gli albi pretori comunali ? convoca proprio apposite conferenze pubbliche per illustrare la proposta di P.P.R. e raccogliere osservazioni, proposte e suggerimenti: ad esse devono essere convocati “i soggetti interessati”, cioè gli Enti locali, le associazioni ecologiste, le associazioni imprenditoriali, ecc. In tali conferenze pubbliche possono essere raccolte osservazioni, proposte, ecc. in forma scritta, da esaminare nella prosecuzione dell?iter procedimentale di approvazione del P.P.R., anche se ? per aver pieno valore giuridico e dover essere motivatamente esaminate ai fini dell?approvazione dell?atto di pianificazione definitivo ? necessitano della successiva proposizione al Presidente della Regione nel periodo di trenta giorni successivo all?ultimo giorno di deposito (art. 11, comma 2°, della legge regionale n. 45/1989, come modificato dall?art. 2 della legge regionale n. 8/2004). Al termine, dopo aver esaminato le varie osservazioni pervenute, la Giunta regionale approverà definitivamente il P.P.R. Un ultimo aspetto, ma non di infima importanza: l?operazione di predisposizione della proposta di piano, effettuata all?interno degli uffici regionali, è costata circa 400 mila euro, mentre quella relativa ai vecchi 14 piani territoriali paesistici annullati perché illegittimi era costata circa 15 milioni di euro?.
Le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico, convocate dalla Regione (note Ass.re EE.LL., Finanze, Urbanistica n. 537/GAB del 20 dicembre 2005 e n. 541/GAB del 22 dicembre 2005), stanno prendendo parte attiva alle conferenze istruttorie di co-pianificazione. In tale sede, davanti alla partecipe presenza del Presidente della Regione Renato Soru e dell’Assessore dell’urbanistica Gianvalerio Sanna, hanno presentato – unico soggetto ? puntuali “osservazioni” sul piano (complessivamente su: gestione dei demani civici, disciplina delle zone semi-naturali, premi volumetrici, meccanismi giuridici in caso di carenza di attività di adeguamento degli Enti locali). Diversi i rappresentanti di enti locali intervenuti nelle prime conferenze (arco est ed arco ovest del Golfo di Cagliari): in particolare si sono evidenziati gli apporti del sindaco di Teulada Albai, decisamente contrario all?impostazione del P.P.R. in quanto impedirebbe lo sviluppo turistico, dei sindaci di Pula Cabasino, di Capoterra Marongiu, di Villa S. Pietro Uccheddu, preoccupati soprattutto dalla viabilità principale (nuovo tracciato della S. S. n. 195). Particolarmente apprezzabile il contributo propositivo di Salvatore Sanna, sindaco di Villasimius, mentre diverse problematiche su “diritti acquisiti” reali o meno hanno presentato i sindaci di Sinnai Serreli, di Assemini Casula e di Capoterra Marongiu. Aspetti legati alla scarsità di personale nelle strutture impegnate in sede di pianificazione comunale sono stati, invece, evidenziati dal sindaco di Quartu S. Elena Ruggeri. Meramente legato agli interessi edilizi l’intervento del rappresentante dell’A.N.C.E. De Pascale. Aspetti connessi all’ampiezza ed alla successione degli atti di pianificazione sono stati proposti dai rappresentanti delle amministrazioni comunali di Sestu e di Quartucciu, quest?ultimo preoccupato dalla evidente possibilità di non dar corso all?ulteriore ampliamento della zona commerciale presso Viale Marconi
Si ricorda, inoltre, che nell?estate scorsa è stata consegnata al Presidente della Regione Renato Soru ed al Presidente del Consiglio regionale Giacomo Spissu la petizione popolare per la salvaguardia delle coste sarde promossa dagli Amici della Terra e dal Gruppo d?Intervento Giuridico. Gli aderenti sono stati ben 3.515 e vedono tra di loro parlamentari europei (on. Monica Frassoni), l?intera direzione nazionale degli Amici della Terra (Rosa Filippini, Walter Baldassarri e Maria Laura Radiconcini), personalità della cultura (lo scrittore Giorgio Todde), personalità del volontariato attivo (don Ettore Cannavera), rappresentanti di associazioni ecologiste di tutto il Mediterraneo (Coordinamenti Friends of the Earth dell?Europa e del Mediterraneo, associazioni nazionali aderenti a Friends of the Earth di Francia, Spagna, Cipro, Israele, Palestina, Croazia, Tema Foundation della Turchia, Istria Verde della Croazia, N.T.M. di Malta, C 21 dell?Algeria, Green Action della Croazia, European Geography Association della Grecia, E.N.D.A. della Francia, Green Home del Montenegro, S.P.N.L. del Libano, Link di Israele, E.N.D.A. Maghreb del Marocco, Tunisian Front Organization della Tunisia, Ecomediterrania della Spagna, O.D.R.A.Z. della Croazia, A.P.E.N.A. della Tunisia, A.F.D.C. del Libano, R.A.E.D. dell?Egitto, Ceratonia Foundation di Malta, C.O.A.G. della Spagna, WWF ? programma Mediterraneo dell?Italia, I.P.A.D.E. della Spagna, Forum della Laguna di Venezia dell?Italia, W.A.D.A. del Libano, Associazione per la Wilderness dell?Italia), componenti di formazioni politico-sociali (vari aderenti a circoli di Progetto Sardegna) e, soprattutto, tanti comuni cittadini sardi, di tante altre parti d?Italia e numerosi stranieri. La petizione chiede che il nuovo piano paesistico contenga efficaci misure di tutela, una fascia di rispetto costiero di almeno 500 metri dal mare e la conservazione integrale dei tratti costieri ancora integri o non compromessi. Si chiede, poi, anche l?istituzione dell?Agenzia per la Salvaguardia delle Coste cui affidare l?acquisizione al patrimonio pubblico e la corretta gestione dei tratti di litorale più pregevoli dal punto di vista ambientale e paesaggistico, della quale, recentemente, la Giunta regionale ha avviato la realizzazione con l?istituzione del Servizio della Conservatoria delle coste sarde.

Gruppo d’Intervento Giuridico e Amici della Terra

(foto S.D., archivio GrIG)

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Premio di laurea in memoria di Ornella Sanna

14 Gennaio 2006 Commenti chiusi


Comitato Sulle Orme di Ornella – in memoria di Ornella Sanna

Ornella Sanna ci ha lasciato il 17 Giugno del 2004 a soli 32 anni, dopo una breve malattia.

Oltre al suo impegno rigoroso nella ricerca scientifica, era ingegnera e stava portando avanti il suo dottorato di ricerca presso il Dipartimento di Elettronica dell’Università di Cagliari, vogliamo ricordare la sua curiosità intellettuale e il suo impegno politico, che si sono realizzati nella ricerca e nella pratica della nonviolenza. Ornella agiva per una pace costruita innanzi tutto nelle relazioni umane, quotidianamente, e nella conoscenza e rispetto di quanto di nuovo e bello può venire da altre culture e altri stili di vita, nel senso di sé e del genere femminile. Molti ricorderanno il suo sorriso solare nella sfilata con il “costume arcobaleno” durante la festa di S.Efisio del 2003, altri le sue silenziose testimonianze fra le donne in nero. Ornella ha saputo osservare la realtà intorno a sé con lo sguardo intelligente e attento di chi vuole capire e agire, perché un altro mondo sia davvero possibile.

Il Comitato Sulle Orme di Ornella nasce per raccogliere la sua eredità etica e culturale e per questo ha voluto dedicarle un premio di laurea.

In memoria di Ornella Sanna, il 16 giugno del 2005 presso il Chiostro di S. Mauro in Cagliari, il Comitato ha organizzato ?Re-cordis ritornare dalle parti del cuore?, una serata di musica e spettacoli e di sottoscrizioni libere che hanno permesso di raccogliere i fondi necessari per l?organizzazione del premio di laurea.

Info:
sulleormediornella@tiscali.it
Pinella Depau , tel. 070488780 ? e-mail: pinella.depau@tiscali.it
Maria Chiara Esposito, tel. 070490133 ? e-mail: mariachia@tiscali.it

BANDO DI CONCORSO

Il Comitato Sulle Orme di Ornella, desiderando riproporre in memoria il percorso di vita di Ornella Sanna, che nell?impegno culturale e sociale si è ispirata alla nonviolenza
ISTITUISCE
a proprio carico (e con il contributo di quante e quanti hanno amato Ornella) un premio straordinario costituito da due borse dell?importo di ? 1.000,00 (mille/00) ciascuna da assegnarsi ad autrici o autori di tesi di laurea aventi ad oggetto tematiche inerenti :
a ) teorie e pratiche della nonviolenza – nell’approccio ai conflitti, all’ambiente, all’organizzazione economica e sociale e nell?approccio alla scienza – con particolare riferimento al lavoro di donne.
b) argomenti di scienza e tecnologia con applicazioni finalizzate a pratiche non violente e di preservazione dell’ambiente e delle risorse naturali

REGOLAMENTO

1) potranno concorrere: laureate/i e laureande/i di tutte le facoltà (italiane ed europee) che abbiano discusso o, quantomeno, depositato nel periodo 1 gennaio 2004 ? 16 marzo 2006 tesi di laurea aventi come oggetto gli argomenti suddetti;
2) chi voglia concorrere dovrà inviare al Comitato – entro il 30 marzo 2006 – all?indirizzo sottoindicato, unitamente ad una breve sintesi della tesi e ad un curriculum, un?autocertificazione del medesimo in cui si attesti l?esito della tesi, se già discussa, o gli estremi dell?avvenuto deposito presso l?Università, se non ancora discussa.
3) Una Commissione appositamente costituita farà una prima valutazione delle sintesi pervenute e su tale base richiederà l?eventuale invio della tesi. La valutazione sulla validità degli elaborati sarà di competenza esclusiva della Commissione giudicatrice, il cui giudizio sarà insindacabile;
4) Sarà attribuito un premio per l?argomento indicato con a) e una per l?argomento indicato con b);
5) L?esito del concorso, la data, il luogo e le modalita? di consegna dei premi verranno resi noti tramite posta elettronica o lettera personale.

e-mail del comitato: sulleormediornella@tiscali.it
Referenti del Comitato:
Pinella Depau , tel. 070488780 ? e-mail: pinella.depau@tiscali.it
Maria Chiara Esposito, tel. 070490133 ? e-mail: mariachia@tiscali.it

(foto Comitato sulle orme di Ornella)

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Elezioni comunali cagliaritane: cinque domande "ambientali" ai candidati sindaci


Le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico hanno deciso di promuovere una serie di iniziative per far conoscere le posizioni dei vari candidati alla carica di sindaco di Cagliari, alcuni attraverso il metodo delle elezioni primarie, sulle tematiche ambientali. La prima iniziativa è un “forum” telematico con la proposizione delle seguenti cinque domande:

1) in questi ultimi mesi si è fatto sempre più forte il bisogno di partecipazione alla gestione della cosa pubblica da parte dei cagliaritani: sentirebbe di far proprie queste esigenze ? In caso affermativo, quali provvedimenti concreti (es. Agenda 21, progettazione partecipata, ecc.) adotterebbe per coinvolgere la cittadinanza e prenderne in considerazione le relative istanze ?

2) si è definita anche troppo spesso Cagliari “città ambientale” consegnandola, però, ad una serie di trasformazioni edilizie (Tuvixeddu ? Tuvumannu, ex cementeria di Via S. Gilla, zone B S 3 * già destinate a servizi pubblici di quartiere, ecc.) che rischiano di saturare i pochi spazi liberi della Città: è d?accordo con questa lettura ? Ritiene che il piano urbanistico comunale debba essere rivisto in senso davvero “ambientale” e, in caso affermativo, quali provvedimenti concreti adotterebbe per dare alla Città una migliore qualità della vita ? Ritiene opportuna un?adesione della Città di Cagliari agli accordi internazionali per la sostenibilità ambientale (es. protocolli di Kyoto, protocolli sul turismo sostenibile, ecc.) ed una loro trasposizione nell?azione amministrativa ? Quali specifici interventi ritiene opportuni per migliorare la situazione del traffico veicolare ?

3) il problema elettrosmog è sempre più sentito: oggi Cagliari ha già delle situazioni a rischio, documentate da monitoraggi ancora sporadici (es. centrale ENEL di trasformazione dell?energia elettrica dall?alta alla bassa tensione di via Aosta), e un numero di ripetitori per telefonìa mobile in crescita esponenziale: ritiene che si debba fare qualcosa ? In caso affermativo, quali provvedimenti concreti (es. delocalizzazione impianti, regolamento comunale elettrosmog ai sensi dell?art. 8 della legge n. 36/2001, ecc.) adotterebbe per tutelare l?ambiente e la salute pubblica dei cittadini ?

4) alcuni progetti di opere pubbliche proposti in questi ultimi anni comporterebbero un sensibile impatto ambientale e sulla stessa identità della Città: uno di questi, quello relativo alla mobilità meccanizzata nel centro storico rischia di snaturare il “cuore” di Cagliari e di costare notevolmente anche in fase di esercizio. Un altro, quello dello “stradone” con tunnel fra via Cadello, Tuvumannu e Tuvixeddu andrebbe a porre in pericolo la corretta fruizione del parco archeologico in corso di realizzazione e, addirittura, degraderebbe pesantemente degli Istituti scolastici. E? d?accordo con questa lettura ? In caso affermativo, quali provvedimenti concreti adotterebbe nelle singole situazioni ?

5) l?intervento di “ripascimento” della spiaggia del Poetto non pare abbia avuto esito positivo, è in corso un procedimento penale con diversi ex amministratori pubblici e tecnici coinvolti, ma, soprattutto, non ha restituito la spiaggia tanto cara ai cagliaritani: è d?accordo con questa lettura ? In caso affermativo, quali interventi concreti adotterebbe per riportare la spiaggia alle sue caratteristiche ambientali ?

Le domande sono state inviate oggi, rigorosamente in ordine alfabetico, a Fausto Ferrara, Emilio Floris (sindaco uscente), Gianni Loy, Patrizio Rovelli, Giandomenico Sabiu e Gian Mario Selis. Si attendono le cortesi risposte entro martedì 17 gennaio 2006: successivamente si provvederà a pubblicizzarle e ad inserirle su http://gruppodinterventogiuridico.blog.tiscali.it/.

Gruppo d?Intervento Giuridico e Amici della Terra

(foto L.C., archivio GrIG)

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Per chi ha la memoria corta, quindici anni or sono: L’Aga Khan del cemento.

11 Gennaio 2006 Commenti chiusi


Diversi amministratori locali, imprenditori, progettisti imprecano contro la nuova politica della Giunta Soru per la salvaguardia delle coste e la loro corretta gestione anche attraverso strumenti di pianificazione, come il piano paesaggistico regionale ora in corso di approvazione definitiva. A tutti costoro ed all’opinione pubblica sembra opportuno ricordare quanto scrisse un maestro del giornalismo italiano, Antonio Cederna, in un articolo recentemente ripreso da www.eddyburgh.it, il sito di uno dei più bravi pianificatori italiani, Edoardo Salzano.
Da La Repubblica, 25 marzo 1990. “L’Aga Khan del cemento.
Si sta portando a termine la soluzione finale di quelle che erano le più splendide coste del Mediterraneo, grazie a un radicato analfabetismo urbanistico che va sostituendo spietatamente alla crosta terrestre la crosta della speculazione edilizia. Il quadro è impressionante. Negli strumenti per così dire urbanistici dei 64 comuni costieri della Sardegna è prevista la costruzione di ben settanta milioni di metri cubi di edilizia cosiddetta turistica (un terzo già costruita) con la prospettiva che i 1600 chilometri di litorali sardi verranno privatizzati, inquinati, cancellati e sommersi sotto un ininterrotto tavoliere di cemento, a esclusivo arbitrio delle società immobiliari, capace di ospitare (per i nove decimi in seconde case, già ne sono state costruite settantamila) oltre un milione e mezzo di persone, praticamente raddoppiando l?attuale popolazione dell?isola. L?ultimo colpo all?integrità delle coste sarde è stato inferto mercoledì scorso dal Consiglio comunale di Olbia, che a poche ore dal suo scioglimento in vista delle prossime elezioni amministrative, ha ceduto (con l’opposizione dei comunisti) all?arroganza del consorzio Costa Smeralda Aga Khan: approvando un piano che prevede in dieci anni la costruzione di seicentomila metri cubi di ville, alberghi, campi di golf, approdi turistici, eccetera. Il primo intervento sarà la costruzione di 157 mila metri cubi nella zona intatta di Razza di Juncu a pochi passi dal mare. Il che non potrebbe avvenire se si applicasse la legge sull?uso e la tutela del territorio che la Regione sarda ha tre mesi fa approvato, superando gli ostacoli insensatamente frapposti sul suo cammino dal governo. È una legge che giustamente pone un vincolo di inedificabilità graduata e temporanea su una fascia di 500 metri e di due chilometri dal mare, in attesa che vengano approvati i piani paesistici. Una legge che in questo caso è stata aggirata con una scappatoia predisposta fin dal 1983 da un protocollo fra Regione e consorzio, col quale la zona in questione è stata classificata come zona di espansione residenziale, mentre è completamente deserta e distante decine di chilometri dal centro abitato. Dunque appena fatta la legge è stata violata e volta in burletta. E quel mucchio di metri cubi viene ad aggiungersi a tutto quanto è già stato costruito a Olbia (che si badi è senza piano regolatore) occupando le aree costiere tramite singole licenze, di fatto lottizzazioni, quindi in buona parte illegali. MA SE l?Aga Khan attacca il fronte nord del comune di Olbia un altro potentato sferra un rovinoso attacco a Sud. È l’Edilnord di Silvio Berlusconi, che ha da gran tempo acquistato 500 ettari sui quali intende costruire villaggi marini e villaggi collinari, ville, residence, alberghi, porticciolo eccetera, per 570 mila metri cubi, per 5-6 mila persone, facendo tra l’altro sparire magnifiche zone umide che da sempre i naturalisti considerano biotopi intoccabili. Per aggirare la legge si troveranno altre scappatoie, si ricorrerà alla facoltà di deroga prevista dall’articolo 12 comma 3 della legge, che il sindaco può accordare previo nulla osta della giunta regionale. E si sa che in Italia, nel governo del territorio le deroghe diventano la regola. Per il momento tuttavia il progetto Berlusconi sembra segnare il passo, si vede che ha meno carte da giocare dell’Aga Khan: tornerà alla carica con la nuova amministrazione che uscirà dalle prossime elezioni. Ma intanto, scrive Roberto Badas responsabile regionale dell?istituto nazionale di urbanistica, si va formando un regime parallelo a quello della legge, che approfitta delle maglie lasciate aperte dalla legge stessa (così capita a Gonnesa nella Sardegna sud-occidentale, a Chia al sud, a Tortoli sulla costa orientale eccetera). In sostanza anziché l?urbanistica di iniziativa pubblica viene praticata, come nel resto d?Italia, l’urbanistica contrattata, tipica della deregulation che ci affligge da anni. E urbanistica contrattata (il caso più clamoroso di tutti è stato il progetto Fiat-Fondiaria di Firenze poi felicemente mandato a monte) significa rinuncia al controllo pubblico delle trasformazioni territoriali, significa assegnare il ruolo decisionale agli operatori privati, aumentare la discrezionalità degli amministratori e dei partiti a discapito dei consigli comunali, relegando il piano regolatore in posizione marginale e ininfluente. Con la conseguenza in Sardegna di dare il via ad uno sviluppo edilizio distorto e con effetti economici negativi: il prezzo di case e terreni che aumenta assai più del tasso di inflazione, un’edilizia turistica fatta quasi tutta di seconde case che offrono posti di lavoro dieci volte inferiori a quelli offerti dagli alberghi, dipendenza dall?esterno per i materiali da costruzione e per il fabbisogno alimentare, e via dicendo. Infine un fatto inquietante successo da poco: negli anni scorsi per iniziativa di un assessore coraggioso era stato istituito un servizio di vigilanza in materia edilizia, e si era riusciti a demolire 380 mila metri cubi tra case villette insediamenti precari abusivi eccetera, recuperando una settantina di chilometri di litorale. Ora la giunta di pentapartito, anziché premiarlo, ha allontanato da quel servizio il funzionario responsabile.”

(foto L.V., archivio GrIG)

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"Aliga" a Cagliari, raccolta differenziata e scaricabarile…

11 Gennaio 2006 Commenti chiusi


E bravo il sindaco di Cagliari: non contento del fallimento, speriamo soltanto temporaneo, della raccolta differenziata dei rifiuti in città, testimoniato dalle frequenti “discariche” che nascono intorno ai multicolori cassonetti, afferma che la colpa della situazione è della Regione che, “crudele”, costringe il Comune di Cagliari a rivolgersi, in tempi di manutenzione del termovalorizzatore del Tecnocasic, alla discarica consortile di Villacidro, con ulteriori costi in più. Si lamenta, poi, perché deve andar a cercare i conferitori finali dei rifiuti differenziati, come avviene in tutta Italia? Ma dove vive, si è accorto della realtà ? Vuol vedere uno “spettacolo” ormai comune nelle strade cittadine ? Accontentiamolo: un distinto signore sta armeggiando in maniera sempre più concitata davanti ad alcuni cassonetti per rifiuti pieni oltre ogni immaginazione, inizia a “litigare” con sé stesso e ci scappa pure qualche colorita espressione in vernacolo cagliaritano? motivo ? Sta cercando di cravare a viva forza una bacinella rotta di plastica dentro il foro rotondo di un cassonetto blù per la raccolta differenziata? Una riflessione quasi immediata: i cagliaritani hanno risposto generalmente abbastanza bene ad una raccolta differenziata dei rifiuti urbani organizzata e gestita, invece, assai male dall?Amministrazione comunale. I toni quasi trionfalistici espressi nei giorni scorsi dall?Assessore comunale ai servizi tecnologici Giorgio Angius appaiono piuttosto fuori luogo: nel primo mese di raccolta differenziata è stato vantato il raggiungimento del 9 % di percentuale “differenziato”, cioè nemmeno quel 10 % che il decreto legislativo n. 22/1997, il c. d. decreto Ronchi, prevedeva di raggiungere nel 2003? E? da quasi due mesi iniziata la raccolta differenziata dei rifiuti urbani a Cagliari e, in contemporanea, stanno arrivando ai cagliaritani le “bollette” per il servizio di smaltimento dei rifiuti con aumenti, rispetto all?anno scorso, in media del 10-20 %?? Ma sta finalmente migliorando davvero la situazione della gestione dell?aliga ? Non sembra si possa dare una risposta positiva. Il 5 agosto scorso, dopo infinite proroghe del rapporto contrattuale precedente ed un lungo contenzioso giudiziario, il Comune di Cagliari ha aggiudicato l?appalto annuale per la raccolta differenziata dei rifiuti urbani all?A.T.I. composta dalle società De Vizia, Waste Management e Cooplat per un importo di ben 27 milioni di euro. A partire dal 20 ottobre 2005 sono disseminate le vie cittadine di 2.500 contenitori (1.000 per i rifiuti indifferenziati, 600 per vetro ed alluminio, 600 per carta e cartone, 200 per la plastica), a Pirri, Genneruxi, Quartiere europeo, Baracca Manna e Mulinu Becciu ? in via sperimentale ? le singole famiglie (40 mila residenti) hanno le loro “bio-pattumiere” dove depositare la “frazione umida” dei rifiuti da loro prodotti (con raccolta almeno quattro volte alla settimana). La raccolta dei rifiuti organici è partita a gennaio 2005 per 1.100 esercizi commerciali (600 ristoranti e bar, 500 negozi di frutta e verdura) e 1.500 negozi per gli imballaggi: dal 20 ottobre il loro numero dovrebbe essere raddoppiato. Ma l?appalto annuale sarà, poi, la migliore soluzione ? Quale situazione si sta delineando ? Nessuna campagna informativa per i cittadini, ad esclusione di un opuscoletto in carta riciclata distribuito nelle cassette postali. La distribuzione iniziale non appare uniforme: le “isole ecologiche”, dove vengono situati insieme i cassonetti per le varie tipologie di rifiuti (giallo per carta e cartone, azzurro per imballaggi di plastica, verde per vetro e lattine, grigio per gli “indifferenziati”), sono ancora molto poche. Per giunta s?è deciso di complicare la vita agli utenti posizionando nelle strade i cassonetti per la plastica con due soli piccoli “buchi”.. dove entrano solo piccoli oggetti, a meno che, come il povero signore cagliaritano,non li si voglia cravare dentro a forza? L?assessore Angius ha promesso un raddoppio dei cassonetti per la plastica ed un forte aumento di quelli per la carta, nonché un aumento del diametro dei fori. Vedremo che cosa ci si potrà buttare dentro?.. Aumenterà anche la frequenza del ritiro dei rifiuti, oggi piuttosto scarsa. Finalmente inizierà la raccolta diretta della carta presso 200 “grandi utenze” (uffici, ecc.). Vedremo?.. Sembra, però, che il Comune di Cagliari voglia ancora fare i conti senza l?oste: oltre alle “furbate” degli anni scorsi quando di raccolta differenziata neppure se ne voleva sentir parlare, che finiranno per costare ai cagliaritani pesanti aumenti sulla “bolletta” dei rifiuti, continua ad ignorare le metodologie di alta efficienza della raccolta differenziata: continua, insomma, a voler privilegiare il cassonetto rispetto alla differenziazione attuata nelle singole case, il metodo che ha dato di gran lunga i migliori risultati, se accompagnato da una buona campagna di sensibilizzazione dei cittadini. E le giustificazioni, secondo cui in nessuna medio-grande città è possibile la raccolta “porta a porta” non reggono: Reggio Emilia ha 155 mila residenti e raggiunge il 43 % annuo di raccolta differenziata dei “suoi” rifiuti, Padova ha 205 mila abitanti e raggiunge il 38 % annuo di raccolta differenziata, Perugia ha 162 mila abitanti e raggiunge il 31 % annuo di raccolta differenziata, Prato ha 180 mila abitanti e il 34 % annuo di raccolta differenziata, Firenze ha 367 mila abitanti e raggiunge il 29 % annuo di raccolta differenziata. Tuttavia, la gestione dei rifiuti urbani in Sardegna ha, nel corso degli ultimi vent?anni, provocato sempre maggiori problemi pur essendo la regione una delle meno popolate d?Italia. I costi ambientali, sociali ed economici non sono mai stati accuratamente analizzati, quantificati e posti in evidenza. Tuttavia qualche “indizio” può essere tratto dagli inquinamenti di suoli ed acque determinato dalle discariche abusive, dalle proteste di vari comitati popolari contro discariche “legali” sempre più estese, dalle “tasche” dei cittadini progressivamente “svuotate” in misura maggiore dalle pubbliche amministrazioni per servizi, come quello della gestione dei rifiuti urbani, troppo spesso non all?altezza delle necessità. Non solo delle “necessità” determinate dalle buone pratiche ambientali, ma con fin troppa frequenza delle “necessità” determinate dalla legge. Il c. d. decreto Ronchi, il decreto legislativo n. 22/1997 e successive modifiche ed integrazioni è la fondamentale norma quadro vigente in Italia e recepisce le direttive comunitarie in materia di gestione dei rifiuti. Esso prevede, in linea generale, la gestione dei rifiuti urbani attraverso l?adozione di metodologie di raccolta differenziata, recupero, riciclaggio dei rifiuti. La discarica è la soluzione residuale, sito di conferimento di quanto non può esser più recuperato e riciclato. Oggi il decreto legislativo n. 36/2003 (attuativo della direttiva n. 1999/31/CE) stabilisce che i rifiuti possono esservi conferiti soltanto dopo trattamento (art. 7, comma 1°). E nemmeno la realizzazione dei “termovalorizzatori” (in sostanza inceneritori con recupero energetico) è vista come la soluzione privilegiata. Il c. d. decreto Ronchi assegna, poi, specifiche competenze in materia a Stato, Regioni, Province e Comuni. In Sardegna è stato, finora, attuato ben poco correttamente, soprattutto per quanto riguarda la gestione dei rifiuti urbani. 878 mila tonnellate di rifiuti urbani prodotti ogni anno in Sardegna, 532 kg. per abitante. Al 31 dicembre 2003 la percentuale di raccolta differenziata svolta dai Comuni sardi non superava il 3,8 % dei rifiuti prodotti annualmente nell?Isola (dati Ass.to reg.le difesa ambiente, 2005), mentre al 31 dicembre 2000 era dell?1,7 %. Significa che in tre anni il miglioramento è stato minimo. La media nazionale di raccolta differenziata è del 21,5 %. Peggio della Sardegna è soltanto il Molise. Le “colpe” sono certamente della Regione autonoma della Sardegna, che per troppo tempo non ha svolto in modo incisivo il suo ruolo e ha dato fin troppo spazio ai “signori delle discariche”, delle Province, che hanno mancato clamorosamente nei loro compiti di coordinamento e raccordo dei Comuni, ma, soprattutto, dei Comuni, in particolare i maggiori, che hanno scandalosamente omesso i loro doveri di assicurare una corretta gestione dei rifiuti. Il piano regionale per la gestione dei rifiuti urbani (deliberazione Giunta regionale n. 57/2 del 17 dicembre 1998) probabilmente è da rivedere in alcuni punti, ma non si può negare che, se Cagliari, Sassari, Quartu S. Elena, Olbia, Oristano, Nuoro, Assemini e Macomer, i più popolosi Comuni isolani, svolgessero correttamente il servizio di raccolta differenziata, il problema della gestione dei rifiuti urbani sarebbe pressoché risolto in Sardegna. In base al c. d. decreto Ronchi (art. 24 del decreto legislativo n. 22/1997 e successive modifiche ed integrazioni) doveva essere assicurata la raccolta differenziata di precise percentuali minime di rifiuti urbani entro ogni “ambito territoriale ottimale” (A.T.O., circoscrizione territoriale di uno o più Comuni dove razionalmente deve svolgersi la gestione dei rifiuti): il 15 % entro il 1999, il 25 % entro il 2001 e il 35 % entro il 2003. Pena il progressivo aumento del costo dello smaltimento dei rifiuti a carico dei Comuni, i quali ? ovviamente ? finiranno per far pagare le loro “colpe” ai singoli cittadini. Si deve, infatti, ricordare che il 31 dicembre 2005 è scaduta l?ennesima proroga del termine (art. 11 del decreto-legge 30 giugno 2005, n. 115 convertito, con modificazioni, nella legge 17 agosto 2005, n. 168) per l?adeguamento alle prescrizioni del relativo quadro normativo. Si deve ricordare anche che ormai si è passati dal vecchio regime della “tassa” sui rifiuti a quello della “tariffa” per la gestione di essi, con l?intera sopportazione degli òneri economici per lo svolgimento del servizio. Finalmente la Regione, dopo aver speso negli ultimi 5 anni ben 16 milioni di euro per promuovere la raccolta differenziata e conta di spenderne altri 60 nel prossimo futuro (sempre con co-finanziamento comunitario grazie ai fondi P.O.R. 2000-2006), sembra essersi ricordata di svolgere con la necessaria determinazione i propri compiti di programmazione e vigilanza: con la deliberazione Giunta regionale n. 34/14 del 19 luglio 2005 ha indicato agli Enti locali gli “indirizzi ai quali attenersi per lo smaltimento in discarica di rifiuti urbani trattati” e le ulteriori iniziative per incentivare la loro raccolta differenziata. Ormai, inoltre, iniziano a circolare gli importi presuntivi delle sanzioni che la Regione andrà ad applicare a carico dei Comuni inadempienti in tema di raccolta differenziata dei rifiuti urbani: aumenti fra il 10 % ed il 30 % della tariffa prevista per lo smaltimento. Importi che giungono a milioni di euro per il Comune di Cagliari, importi che l?Amministrazione comunale finirà per scaricare sulle “bollette” dei cittadini. Proprio il Comune di Cagliari è uno dei maggiori “colpevoli” della cattiva situazione della gestione dei rifiuti urbani isolani. 270 tonnellate al giorno di àliga, 94 mila all?anno. I conti sono presto fatti: per ogni tonnellata di rifiuti portati al termovalorizzatore il Comune paga 116 euro, senza raccolta differenziata funzionante e con la penale del 10-30 % pagherà fra 118,80 e 140,40 euro. La sanzione, per le 94 mila tonnellate di rifiuti cagliaritani, sarà, quindi, fra 1.015.200 e 3.45.600 euro. I cittadini cagliaritani ringrazieranno di sicuro. Già oggi pagano, in media, 157,32 euro all?anno per la tassa di smaltimento dei rifiuti, quinta città in Italia con un incremento del 68,7 % negli ultimi cinque anni (elaborazione C.G.I.A. su dati Ministero dell?interno, 2005): anche senza sanzione, andranno a pagare nel 2006 in media 190 euro.Il Comune di Cagliari sta facendo partire la raccolta differenziata sul proprio territorio soltanto ora, con il progetto SE.P.A.RA. (Servizio pubblico di assistenza alla raccolta differenziata). E?, quindi, inadempiente a termini di legge da otto anni. Ha finora dato da lavorare al termovalorizzatore della Tecnocasic s.p.a. di Macchiareddu e, soprattutto, ha fatto la felicità della mega-discarica della Ecoserdiana s.p.a. nel Parteolla. Più volte ampliata proprio per accogliere i rifiuti del capoluogo isolano fino a divenire uno dei più grandi “poli” dei rifiuti europei con milioni di metri cubi di volumetria complessiva, in una delle aree che vorrebbe essere di eccellenza per il settore agro-alimentare. Più recentemente si è rivolta anche alla discarica del Consorzio industriale di Villacidro. Il 5 agosto scorso, dopo infinite proroghe del rapporto contrattuale precedente ed un lungo contenzioso giudiziario, il Comune di Cagliari ha aggiudicato l?appalto annuale per la raccolta differenziata dei rifiuti urbani all?A.T.I. composta dalle società De Vizia, Waste Management e Cooplat per un importo di ben 27 milioni di euro. A partire dal 20 ottobre 2005 sono disseminate le vie cittadine di 2.500 contenitori (1.000 per i rifiuti indifferenziati, 600 per vetro ed alluminio, 600 per carta e cartone, 200 per la plastica), a Pirri, Genneruxi, Quartiere europeo, Baracca Manna e Mulinu Becciu ? in via sperimentale ? le singole famiglie (40 mila residenti) avranno le loro “bio-pattumiere” dove depositare la “frazione umida” dei rifiuti da loro prodotti (con raccolta almeno quattro volte alla settimana). La raccolta dei rifiuti organici è partita a gennaio 2005 per 1.100 esercizi commerciali (600 ristoranti e bar, 500 negozi di frutta e verdura) e 1.500 negozi per gli imballaggi: dal 20 ottobre il loro numero dovrebbe raddoppiare. Ma l?appalto annuale sarà, poi, la migliore soluzione ? Quale situazione si sta delineando ? Nessuna campagna informativa per i cittadini, ad esclusione di un opuscoletto in carta riciclata distribuito nelle cassette postali. La distribuzione iniziale non appare uniforme: le “isole ecologiche”, dove vengono situati insieme i cassonetti per le varie tipologie di rifiuti (giallo per carta e cartone, azzurro per imballaggi di plastica, verde per vetro e lattine, grigio per gli “indifferenziati”), sono ancora molto poche. Per giunta s?è deciso di confondere i cittadini posizionando nelle strade dei cassonetti metallici di colore viola dall?ignota funzione e di dotare i cassonetti per la plastica di due soli “buchi” dal diametro contenuto.. dove entrano solo piccoli oggetti. Inoltre il Comune di Cagliari sembra voler ancora fare i conti senza l?oste: oltre alle “furbate” degli anni scorsi quando di raccolta differenziata neppure se ne voleva sentir parlare, che finiranno per costare ai cagliaritani pesanti aumenti sulla “bolletta” dei rifiuti, continua ad ignorare le metodologie di alta efficienza della raccolta differenziata: continua, insomma, a voler privilegiare il cassonetto rispetto alla differenziazione attuata nelle singole case, il metodo che ha dato di gran lunga i migliori risultati, se accompagnato da una buona campagna di sensibilizzazione dei cittadini. E le giustificazioni, secondo cui in nessuna medio-grande città è possibile la raccolta “porta a porta” non reggono: Reggio Emilia ha 155 mila residenti e raggiunge il 43 % annuo di raccolta differenziata dei “suoi” rifiuti, Padova ha 205 mila abitanti e raggiunge il 38 % annuo di raccolta differenziata, Perugia ha 162 mila abitanti e raggiunge il 31 % annuo di raccolta differenziata, Prato ha 180 mila abitanti e il 34 % annuo di raccolta differenziata, Firenze ha 367 mila abitanti e raggiunge il 29 % annuo di raccolta differenziata. Recentemente l?Assessore regionale della difesa dell?ambiente Dessì ha ricordato che sussistono le prescrizioni della deliberazione Giunta regionale n. 34/14 del 19 luglio scorso e vanno rispettate: nel cassonetto ci si può buttar dentro di tutto e la differenziazione non può esser delegata alla buona volontà degli impianti Tecnocasic. In queste condizioni l?irrogazione della sanzione pecuniaria per non aver raggiunto nemmeno il 10 % di raccolta differenziata dei rifiuti è, secondo l?assessore regionale della difesa dell?ambiente Tonino Dessì, inevitabile. Insomma, ancora una volta, i pesanti costi ambientali ed economici dell?insipienza del Comune di Cagliari dovranno pagarli il territorio ed i residenti ? E se la sanzione fosse oggetto di accertamenti per eventuale danno erariale ?

Gruppo d?Intervento Giuridico e Amici della Terra

(foto S.D., archivio GrIG)

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No al ponte sullo Stretto di Messina !


vi proponiamo, qui di seguito, l?appello per la manifestazione in difesa della bellezza e della integrità dello Stretto di Messina e per la cancellazione dell?inutile ed insensato progetto di ?megaponte? pervenutoci dalla Rete No Ponte tramite il Prof. Osvaldo Pieroni, ordinario di Sociologia dell’ambiente dell’Universita’ della Calabria. La Rete No Ponte associa decine di comitati e associazioni calabresi e siciliane, le principali organizzazioni ambientaliste, le istituzioni municipali di Villa San Giovanni e di Messina, oltre ad esponenti di partiti, partiti e coalizioni. Per aderire alla manifestazione, sia come singole persone che come associazioni, gruppi, ecc. potete collegarvi al sito www.retenoponte.org oppure rispondere direttamente a questa mail. Chi è disposto a collaborare al successo della iniziativa, oltre all?adesione, potrà diffondere questo comunicato, far circolare l?informazione, stimolare nuove adesioni. Grazie per l?attenzione,

NO AL PONTE ? DIFENDIAMO LO STRETTO DI MESSINA

APPELLO PER LA MANIFESTAZIONE DELLO STRETTO

Messina, P.zza Cairoli – 22 gennaio 2006 ? ore 10

La manifestazione per lo Stretto di Messina, promossa per domenica 22 gennaio 2006 (raduno ore 10,00 a piazza Cairoli, Messina) dalla Rete Noponte, si ispira ad un modello di società basato su principi ecosostenibili e solidali e intende difendere la ricchezza paesistica, ambientale e naturalistica del mare e delle terre tra Calabria e Sicilia, vera grande risorsa turistica, in un luogo unico nella storia e nella cultura del Mediterraneo che va difeso da interventi il cui impatto sarebbe irreversibile. La Manifestazione per lo Stretto di Messina vuole riportare le popolazioni al centro dei processi decisionali che riguardano i progetti che hanno impatto sul loro territorio. In questa zona ad elevato rischio sismico e dai precari equilibri urbanistici e territoriali, il Governo, nonostante evidenti carenze progettuali e la crescente opposizione della popolazione, sta portando avanti la realizzazione di un ponte che vorrebbe collegare le due sponde dello Stretto, ad unica campata della lunghezza di 3.360 metri, con doppio impalcato stradale e ferroviario, per un costo prudenziale stimato, oggi, a consuntivo in circa 6 miliardi di euro (quando il costo reale dell?opera, per l?aumento dei prezzi dei materiali, delle compensazioni ambientali e del calcolo sbagliato sulla durata dei cantieri, almeno 12 invece di 6 anni, portano a stime che si aggirano tra i 7,5 e i 9 miliardi di euro). La scelta governativa è stata imposta ai cittadini italiani e alle città di Messina e Villa San Giovanni, sfruttando i meccanismi antidemocratici di semplificazione e accelerazione delle procedure della cosiddetta Legge Obiettivo (L. n. 443/2001), che prevede in tutta Italia la realizzazione (senza alcuna seria analisi degli impatti ambientali e del calcolo costi/benefici per la comunità) di oltre 250 interventi per una spesa complessiva preventivata di 264 miliardi di euro ed elevatissimi costi ambientali e sociali. Anche la TAV, che vede mobilitati migliaia di cittadini in Val di Susa, è figlia della stessa Legge Obiettivo, che vorrebbe imporre loro costi sociali ed ambientali ingenti, senza verifiche approfondite e senza la volontà della popolazione che dovrebbe subire per oltre 15 anni, lavori e danni anche sanitari incalcolabili. Nonostante ben 3 indagini in corso della D.I.A. di Roma per turbativa d?asta in merito alla gara del general contractor già espletata, per falso in atto pubblico e sottrazione di documenti sul parere reso dalla commissione speciale V.I.A. del Ministero dell?Ambiente, per infiltrazioni mafiose (che hanno già visto l?arresto di personaggi legati alla criminalità organizzata, pronti ad investire ben 5 miliardi di euro per la realizzazione del ponte) e nonostante la messa in mora del governo italiano da parte dell?Unione Europea per la violazione di due direttive comunitarie, il Governo insiste senza tentennamenti, nel continuare a lanciare questa sfida avventata e distruttiva che noi raccogliamo con la Manifestazione per lo Stretto promossa per domenica 22 gennaio 2006.

Noi riteniamo che questa sia una sfida sbagliata:

- per il progresso tecnologico. Non esiste ponte al mondo, stradale e ferroviario, ad unica campata che superi i 1.900 metri. Allo stato attuale delle conoscenze un ponte ad unica campata di 3.360 metri di lunghezza, come quello voluto dal Governo, potrebbe essere costruito solo tra 100 anni.
- per i conti pubblici. Stime ufficiali prevedono che il traffico stradale previsto nel 2032 sia di soli 18.500 autoveicoli al giorno, quando (se davvero si volesse ripagare il ponte con i pedaggi) bisognerebbe garantirne perlomeno 100.000, con le conseguenze prevedibili per le aree urbane di Messina, Villa San Giovanni e Reggio Calabria; il traffico ferroviario è modesto ma le FS dovranno pagare una gabella annua, quando il ponte andrà in esercizio, di 138 milioni di euro per contribuire a ripagarlo e per garantirne gli elevatissimi costi di gestione.
- per l?economia del Sud. I 6 miliardi (che potrebbero diventare tra i 7,5 e i 9) a consuntivo e i 138 milioni l?anno, per oltre 40 anni, potrebbero essere meglio impiegati per il potenziamento e l?ammodernamento delle reti stradali e ferroviarie siciliane e calabresi, per la ristrutturazione degli scali portuali e aeroportuali o da trasformare in aeroporti civili (come Comiso e Sigonella) e per incentivare il trasporto via mare e aereo di merci e passeggeri. Mentre il mondo intero promuove le autostrade del mare come mezzo più economico ed ecologico per il trasporto delle merci, in Italia si vuole rendere carrabile il braccio di mare che separa la Sicilia dal continente.
- per il lavoro nel Mezzogiorno. L?occupazione temporanea nei 7 anni di cantiere, stimata dal Governo, è gonfiata del 100% e sarà richiesta manodopera ad alta specializzazione che escluderà le maestranze locali mentre si nasconde che, a regime, verranno tagliati centinaia di posti di lavoro tra gli addetti del traghettamento.
- per l?ambiente. Con opere, cantieri, discariche e cave si devasta un habitat unico nel Mediterraneo per la ricchezza della biodiversità e 11 tra siti di interesse comunitario e zone di protezione speciale, tutelate dall?Europa; la qualità della vita di decine di migliaia di cittadini che vivono sulle due sponde, sarà compromessa definitivamente.
- per il territorio. Dicono che il ponte reggerà sismi anche elevati, ma solo il 25 % delle case di Messina e Reggio Calabria sono in sicurezza antisismica. In caso di terremoto, le due città si trasformerebbero in due cimiteri.

Noi rispondiamo all?avventurismo del Governo chiedendo con la Manifestazione per lo Stretto del 22 gennaio di:
1)non perfezionare alcun accordo con il General Contractor per evitare qualunque danno ai conti pubblici, tanto più che ancora non si conoscono gli esiti delle indagini in corso e delle procedure d?infrazione europee;
2) impiegare i 6 miliardi di euro (che potrebbero diventare tra i 7,5 e i 9) previsti a consuntivo per la realizzazione del ponte per adeguare e potenziare invece le infrastrutture esistenti in Calabria e Sicilia;
3)cancellare l?aiuto di Stato di 138 milioni di euro, garantito attraverso RFI, alla Stretto di Messina S.p.A.;
4)rivedere la posizione degli enti pubblici nei confronti della Stretto di Messina S.p.a, con l?obiettivo del progressivo superamento del suo attuale assetto, al fine di una reale promozione delle infrastrutture realmente utili al Sud, sulla base di un piano di investimenti, frutto di un ampio confronto tra le popolazioni e gli enti locali.

la Rete No Ponte

(immagine Rete No Ponte)

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Stagni dell’Oristanese: un disastro che viene da lontano…

8 Gennaio 2006 Commenti chiusi


Cari amici, frugando nel “mare magnum” della letteratura che oramai ingombra sempre più il mio studio, ho trovato queste note inviate alla Regione Sarda 11 anni fa (!). I problemi sono rimasti gli stessi con la sola eccezione del convogliamento degli scarichi fognari nel depuratore della zona industriale. Ma si potrebbero aggiungere fatti gravissimi accaduti da allora quali le ricorrenti morie, l?aggravamento della situazione del ?sistema Arborea?, il collasso del S?Ena Arubia, le vicissitudini degli stagni di Cabras e Santa Giusta, ecc. Ricordo che allora avevamo cercato di verificare all?Assessorato all?Ambiente della R.A.S. se queste nostre note erano state almeno lette. Nessuno ne sapeva niente. Ora si dice che qualcosa stia per cambiare. Ma non c?è da farsi grandi illusioni. Alle famose ?conferenze di servizio? sugli stagni vengono invitati e partecipano i soliti noti. Spesso sono gli stessi che con le loro opere hanno contribuito al degrado delle nostre lagune o altri che, anche di fronte alle evidenze, non hanno mai aperto bocca o hanno addirittura concorso ad un pesante clima di omertà per nascondere le malefatte ?in corso d?opera?, forse sperando di poter dividere la torta dei contributi e degli emolumenti professionali. Stiamo esagerando? Magari ! Come giudicate queste parole dette due anni fa dall?Assessore Provinciale oristanese all?Ambiente (verbale del 29 gennaio 2004) a proposito di una moria di pesce verificatasi a Corru S?Ittiri (ve lo trascrivo alla lettera con tutte le sgrammaticature e gli anacoluti che fanno parte del bagaglio culturale del relatore): ?Nel primo incontro dovevamo capire esattamente, ma non andando a cercare responsabili, perché se dobbiamo andare a cercare responsabili allora non si sa dove arriveremo, però per capire esattamente cosa stava succedendo; quindi il Comune di Arborea e tutti altri enti preposti al controllo, in quel primo incontro ci hanno detto esattamente cosa stava succedendo.? E ancora: ?Non voglio dire tante altre cose perché vorrei che all?esterno meno cose escono e meglio è, perché noi dobbiamo anche da fare i conti con la qualità delle arselle di Marceddì che meno pubblicità negativa si fa e meglio è.? Allora avevamo avanzato il solito esposto anche alla Magistratura, purtroppo senza alcun esito. Ma non si creda che quello descritto sia un fatto isolato. Su L?Unione Sarda del 4 gennaio 2006, in seguito alla moria di pesce nello stagno di Corru S?Ittiri, i Sindaci di Terralba e Arborea dichiarano con incredibile spudoratezza che la moria è ?naturale? ed è causata dalle piogge. Gian Pietro Pili di Terralba conferma: ?se vogliamo ottenere gli indennizzi per i pescatori non possiamo che sostenere che la moria sia stata provocata da un fattore ambientale? e Bepi Costella, sindaco di Arborea ?non possiamo accusare le aziende agricole, perché se si fermano gli allevatori ne risente l?economia della Provincia?. Insomma i responsabili lasciamoli in pace. A noi tutto ciò sembra avere un forte odore di omertà. Non sarebbe ora di intervenire ?

febbraio 1995, 11 anni or sono: GLI STAGNI DELL’ORISTANESE E LE OPERE PUBBLICHE
Abbiamo letto che lavori per oltre 28 miliardi di lire verranno appaltati dall’Assessorato Regionale alla Difesa dell’Ambiente per la bonifica degli stagni dell’Oristanese. Conoscevamo già l’esistenza di questi finanziamenti e ci eravamo augurati che potessero essere destinati al ripristino delle condizioni biologiche originarie degli stagni per riportarli alle rese unitarie che li collocavano fra gli specchi d’acqua più produttivi d’Europa e che gli interventi dovessero incidere essenzialmente sulle vere cause che hanno provocato il degrado delle nostre lagune. Siamo certi, infatti, che i mali di cui soffrono i nostri stagni sono essenzialmente i seguenti:
a) inquinamenti (organici, chimici e soprattutto agricoli);
b) interramenti;
c) opere pubbliche o/e private effettuate sugli stagni o adiacenti gli stagni;
d) cattiva gestione;
e) altre cause occasionali.
Limiteremo in ogni modo le nostre sintetiche osservazioni alle lagune dell’Oristanese (interessate dagli stanziamenti regionali).

INQUINAMENTI

Sono le maggiori cause del degrado degli stagni che raccolgono attraverso i fiumi ed i ruscelli che si riversano nelle loro acque, tutti gli scarichi provenienti da un ampio anfiteatro geografico ai cui apici stanno San Gavino, l’alto Oristanese ed i paesi del Sinis.
Inquinamenti organici
Corru S’Ittiri, S’Ena Arrubia, Santa Giusta, Cabras
sono gli stagni più direttamente colpiti. Sono provocati dagli scarichi fognari dei Comuni adiacenti e alcune industrie ( es. cartiera di Santa Giusta, caseificio di Arborea, etc.).
Santa Giusta: la proliferazione di Mercierella Sp ha determinato un ristagno nel regime delle correnti con conseguente rallentamento dell’azione di ossigenazione dell’acqua. Nello stesso stagno, dall’Università di Sassari, è stata segnalata la presenza della Chatonella sp, alga tossica, che ha concorso in modo decisivo alla grande moria di pesce avvenuta nell’agosto 1994.
Inquinamenti chimici
Stagni di San Giovanni e Marceddì: responsabile soprattutto il fiume Mannu che convoglia le acque provenienti da Montevecchio, Guspini, Villacidro, San Gavino, ecc.: soprattutto le prime piene autunnali provocano gravi morie di pesce.
Inquinamenti agricoli
derivano dai numerosi canali di scolo, molti dei quali creati da enti di bonifica, che immettono negli stagni i residui di concimi, diserbanti chimici e sopratutto antiparassitari usati prevalentemente nelle risaie. Ne sono colpite tutte le lagune ad eccezione, forse, di Mistras. Causano l’instaurarsi di fenomeni eutrofici che procurano, particolarmente nei periodi estivi, morie di pesci per mancanza di ossigeno.
Stagni particolarmente colpiti: Corru S’Ittiri (sei canali di bonifica, tre principali, tre secondari che si immettono nello stagno ad est); S’Ena Arrubia (attraverso le due idrovore gestite dal Consorzio di Bonifica); Santa Giusta (particolarmente grave la situazione di Pauli Figu); Cabras(numerosi i corsi d’acqua che scaricano prodotti inquinanti: in particolare il Rio Mare Foghe proveniente da Ovest e Rio Tanui da Nord); Sale Porcus(sono numerosi canali costruiti da privati per prosciugare paludi adiacenti da destinare ad uso agricolo. Questi inquinamenti sono particolarmente gravi dato che lo stagno non ha emissari).
Non trascurabili, inoltre, i lavori agricoli che si estendono fino alle rive delle lagune e che apportano i residui chimici ed organici nelle acque.

INTERRAMENTI

Ne soffrono tutti gli stagni indistintamente. In particolare ne sono colpiti S’Ena Arrubia (cfr. cpv. seg. “opere pubbliche”) e Santa Giusta.

OPERE PUBBLICHE

Sono fra le cause di maggiore degrado delle lagune e sono state oggetto di numerose denunce da parte delle associazioni ambientaliste. Da rilevare come in nessun caso sia stata fatta una V.I.A. a supporto delle opere, a testimonianza di quanto scarso interesse venga dimostrato nei confronti degli aspetti sia produttivi sia naturalistici delle zone umide.
San Giovanni e Marceddi’: le opere pubbliche (lavorieri, sbarramenti, opere protettive, ecc.) effettuate per conto della R.A.S., e in particolare la c.d. terza peschiera, hanno procurato grave degrado del litorale con conseguente danno delle opere stesse che sono state in gran parte danneggiate e/o distrutte. Attualmente tutte le opere, in seguito a denuncia da parte delle associazioni ambientaliste, sono soggette ad indagine;
Corru S’Ittiri e Corru Mannu: la costruzione di una nuova bocca a mare e l’allargamento del canale circondariale hanno provocato la scomparsa della pineta, l’aumento della salinità dei suoli, l’erosione delle spiagge tra le due bocche a mare e nella 18, la distruzione degli argini, ecc. Le opere riguardanti i nuovi lavorieri sono diventate inservibili;
S’Ena Arrubia: il cosiddetto “diversivo di S.Anna” che raccoglie le acque di alcuni torrenti discendenti dal Monte Arci per riversarli nello stagno, è stato allargato e cementato dal Consorzio di Bonifica della Piana di Terralba, congiungendo ad esso altri canali. Ciò ha determinato il raddoppio della portata dell’acqua e la velocità con cui arriva a causa delle pendenze e della cementificazione degli argini, è tale che trascina ogni sorta di rifiuti e sedimenti rendendo più celere il processo di interramento dello stagno. E per difendere la bocca a mare dello stagno dagli interramenti e dal vento di maestrale sono stati costruiti moli foranei. Ma queste opere hanno creato a mare un bacino di calma che ha favorito l’insabbiamento della foce. Le paratie messe in opera sono arrugginite ed inservibili. Dentro lo stagno è stato costruito un canale a marea largo m. 10 collegato al diversivo di S.Anna allo scopo di far defluire velocemente le acque verso il mare. Nel giro di pochi anni, come prevedibile, questo canale si è interrato dopo aver procurato gravi danni alla zona ed erosioni della spiaggia. Dragaggi, costruzione di vasconi per contenere fanghi dragati, riversamento di terra di riporto sulle sponde, ecc. completano il quadro e concorrono ad aumentare l’incredibile degrado di S’Ena Arrubia;
Santa Giusta: per limitare i danni provocati dagli scarichi organici, inorganici ed agricoli che affliggono questo stagno, è in costruzione un canale circondariale in cui ristagneranno le acque inquinanti che ora scaricano nello stagno (costo: circa 12 miliardi, diventati misteriosamente 22 dopo l’esecuzione del primo intervento). Questa fogna a cielo aperto dovrà in seguito essere collegata al depuratore della zona industriale di Oristano. Eppure era stato depositato c/o la R.A.S., prima dell’inizio dei lavori, un progetto (costo circa 2,5 miliardi) per collegare direttamente gli scarichi al depuratore senza la costruzione del canale circondariale. Si aggiunga che quest’ultimo ricalca un’opera precedente (1984 ca.) che si era interrata e, in seguito a dilavamento dovuto ad acque meteoriche, aveva contribuito a suo tempo al notevole interramento dello stagno;
Cabras: numerosi gli interventi pubblici nello stagno. Fra tutti citiamo il canale scolmatore – attuato dal Consorzio di Bonifica di II grado – che ha cancellato dalla geografia del Sinis la peschiera di “Sa Madrini” creando danni economici ed ecologici di portata incalcolabile; ora esiste il progetto per la sua ricostruzione (con quanti miliardi ?);
Mistras: opere private (in cemento) nella bocca della laguna per un vasto impianto di ittiocoltura con conseguente difficoltà di ricambio idrico, conseguente danno naturalistico ed eliminazione di un isolotto al centro dello stagno;
Is Benas: “sistemazione” dello stagno con grave distruzione della pineta adiacente; opere a mare per la difesa della foce con giganteschi moli, con conseguente creazione di un bacino di calma, insabbiamento successivo e difficoltà di ricambio idrico.

CATTIVA GESTIONE

E’ un capitolo vastissimo ed un argomento contro il quale le forze sociali e la RAS hanno dovuto misurarsi. A noi preme rilevare su alcuni aspetti:
gestione autonoma: attualmente tutti gli aspetti della gestione sono spesso lasciati all’assoluta incompetenza tecnica dei soci di cooperative caratterizzati soprattutto da un incredibile tasso di litigiosità. La R.A.S. non ha dettato alcun regolamento che stabilisca norme certe per la gestione; per queste ragioni ancora sono indistinte le competenze di ordinaria e/o straordinaria amministrazione che spettano ai concessionari degli stagni od alla R.A.S. Ciò determina una confusione di ruoli che sfocia nell’assistenzialismo. A ciò si aggiunga la scarsa attenzione ed il poco credito attribuiti dai concessionari degli stagni ai tecnici esperti del settore della pesca.
professionalita’: indispensabile definire la figura professionale del pescatore delle lagune. Attualmente lavorano negli stagni persone di ogni ceto sociale e di ogni categoria lavorativa: pescatori di mare, bidelli, falegnami, agricoltori, ecc. – purché iscritti a qualsiasi cooperativa – che contribuiscono, fra l’altro, ad aumentare a dismisura il numero degli addetti.
fermo biologico: fa parte integrante di una corretta gestione economica degli stagni – ed è inoltre da considerarsi una pratica corrente e doverosa per un buon equilibrio biologico – che ha i suoi riflessi sulla qualità e quantità del pescato; di tutto ciò, dopo diversi anni, si sono convinti anche i pescatori. Non si ritiene però ammissibile che i pescatori vengano rimborsati per il periodo di inattività facendo perdurare la situazione di assistenzialismo che è una delle cause di mancata gestione corretta ed economica delle lagune. Per fare un paragone col mondo agricolo, sarebbe come se gli agricoltori pretendessero – e venisse loro concesso da parte di un Ente pubblico – di essere rimborsati per i periodi di inattività stagionali. E’ inoltre assurdo l’importo del rimborso (per ogni marittimo 70.000 lire giornaliere per il fermo biologico più 25.000 per il fermo tecnico; per ogni motobarca spetteranno all’armatore 45.000 lire, per un piccolo peschereccio di 10 tonnellate di stazza lorda poco più di 5 milioni); ciò limita qualsiasi stimolo di miglioramento ad un?evoluzione indirizzata verso la pesca d’altura.
attrezzi da pesca: sono numerosissimi quelli fuori legge per i quali la repressione deve essere ferma e decisa. Fra tutti i più dannosi sono i bertivelli, causa della diffusione della broma (Mercierella enigmatica), soprattutto nello stagno di Santa Giusta, che crea difficoltà alla circolazione delle acque.

CORMORANI

Costituiscono un problema recente ma di grande rilevanza. In seguito alla protezione dei nidi del Nord-Europa, una moltitudine di questi uccelli, seguendo i flussi migratori, si sono riversati nelle nostri stagni. Pescano in gruppo dimostrando un?organizzazione sociale. Secondo gli ultimi censimenti (gennaio 1995), negli stagni dell’Oristanese sono presenti circa 8.000 esemplari. Bisogna affrontare il problema a livello scientifico intervenendo nelle zone di nidificazione del Europa settentrionale per contingentarne il numero (tale richiesta è stata sottoscritta, in un documento unitario, dalle associazioni ambientaliste, dai pescatori e dall’Amministrazione provinciale di Oristano).

E’ evidente, a conclusione di questa note – peraltro assolutamente incomplete ma documentabili – che è necessario, prima di intervenire sugli stagni (facendo salve opere elementari che fanno parte dell’ordinaria gestione), avere dati precisi e certi sulla crisi dell’ossigeno, conoscere le cause ed il preciso grado di inquinamento e conseguentemente agire per neutralizzare a monte le cause della degradazione ecologica che negli stagni si mostra solo nel suo aspetto conclusivo. In caso contrario gli interventi potranno rappresentare semplici palliativi dal risultato incerto ma con effetti ecologici assolutamente imprevedibili e con conseguente sperpero di danaro pubblico. Gli stanziamenti, più che per un intervento diretto all’interno delle lagune, a nostro parere andrebbero cioè erogati per combattere le cause che hanno determinato il grado di eutrofia delle acque. Anche per gli interramenti crediamo che un intervento non possa prescindere da un serio studio e da una massiccia azione onde limitare il dilavamento dei territori conseguente a scarichi a regime torrentizio dovuti a cause varie (tra queste: disboscamenti, incendi, cave). E’ sintomatico il fatto che negli armadi della R.A.S. gli studi sugli stagni sono innumerevoli; e mentre ciò consiglia di non commissionarne assolutamente degli altri, bisogna prendere atto che seri studi sulle cause del degrado degli stagni non sono state mai prese in attenta considerazione. Per ciò che concerne le opere pubbliche da programmare, è indispensabile conoscere almeno la dinamica idraulica e la dinamica dei movimenti. Bisogna tener presente che una semplice modificazione del ricambio idrico delle lagune è sufficiente a variare negativamente la produttività e/o ad avviare processi di alterazione irreversibili. Finora abbiamo assistito, quasi esclusivamente, ad interventi sugli stagni effettuati senza un serio supporto scientifico. L’opera pubblica è stata quasi sempre presentata con una relazione tecnica da parte di un progettista (normalmente si tratta di opere di ingegneria idraulica) spesso ben eseguita, ma ovviamente insufficiente per una valutazione totale dell’azione. E’ indispensabile quindi che questi interventi pubblici siano corredati da un serio dossier di Valutazione di Impatto Ambientale (secondo quanto espresso anche dalla Giunta Regionale il 31.2.1980) e verificati criticamente da una seria commissione di esperti.

Elenchiamo in particolare solo alcuni punti che crediamo debbano esser presi in attenta e profonda considerazione nella valutazione di qualsiasi intervento negli stagni:
terra di riporto: nei progetti non viene mai indicato il luogo di discarica e spesso a soffrirne maggiormente sono i margini degli stagni con la loro vegetazione o, peggio che mai, altre paludi adiacenti che vengono così tombate;
strade: vengono costruite per l’accesso dei camion nelle zone dei lavori. Spesso attraversano zone limitrofe gli stagni creando nuove linee permanenti di traffico (favorendo quindi l’antropizzazione del luogo) e determinando in modo diretto ed indiretto la sparizione del manto vegetazionale. Non è mai stato previsto il ripristino della situazione originale (ammesso che ciò sia possibile) né l’eliminazione della strada;
vegetazione: non viene mai considerata nelle relazioni tecniche. A parte le arature – è questo un argomento che avrebbe bisogno di un vasto approfondimento – che i contadini spesso spingono fino al limite del bordo dello stagno, le opere pubbliche sono le maggiori responsabili del suo degrado. La vegetazione è soffocata da scarpate (spesso di oltre due metri) di terra di riporto. Spesso decine di ettari sono sommersi da terreno di riporto salmastro che ha fatto sparire ogni traccia di vegetazione spontanea e no. Gli esempi sono innumerevoli;
salvaguardia del patrimonio naturalistico: molti lavori pubblici vengono effettuati su stagni di valore naturalistico internazionale (ricordiamo che, tra i grandi stagni dell’Oristanese, solo quelli di Santa Giusta e Is Benas non sono protetti dalla Convenzione Internazionale di Ramsar). Molto raramente capita di leggere una relazione approfondita che tenga conto degli aspetti dell’avifauna, dei rettili, degli insetti e della vegetazione anche con caratteristiche autoctone;
scavo di fondali e costruzione di canali: anche in questo caso è indispensabile, prima dell’intervento, un serio studio sulle caratteristiche del fondo degli stagni con un adeguato sondaggio. Gli scavi possono cambiare le peculiarità dei fondali (fango, sabbia, roccia, ghiaia, ecc.) con conseguente sconvolgimento dell’habitat delle specie viventi nello stagno, provocando danni duraturi od irreversibili;
correnti: mancano sempre studi che tengano conto di lunghi (o lunghissimi) tempi, della stagionalità, dell’intensità, ecc. Le opere a mare costruite tendono ad insabbiarsi. Lo studio delle correnti (e dell’azione dei venti) deve essere effettuato sia all’interno delle lagune, sia nelle bocche a mare, sia nello stesso mare prospiciente lo stagno;
salinità: spesso e’ anch’essa rilevata occasionalmente ma mancano, come sopra, dati organici. Uno studio di intervento ci sembra indispensabile per conoscere preventivamente quanto l’apporto di acqua salina o acqua dolce potrà influire sulla popolazione ittica (selezionando le specie), sulla vegetazione e sulla fauna in genere. E’ indispensabile quindi estrapolare da una serie storica di dati scientifici, il grado di salinità anche stagionale degli stagni per poter prevederne l?intensità in seguito all’esecuzione delle opere pubbliche.

Bisogna convincersi che e’ indispensabile salvaguardare tutto un equilibrio biologico in cui ogni elemento considerato gioca in uguale misura un ruolo importantissimo di interscambio ecologico con gli altri. Lo stagno non può essere considerato in alcun caso una semplice pozza d’acqua. Trascurando molte altre considerazioni, vorremmo sottolineare la necessità ormai stringente di studiare – prima di qualsiasi intervento – le singole situazioni, non tramite dati rilevati per campioni, ma attraverso una serie di dati organici riscontrati nel tempo, onde prevedere e prevenire le diverse situazioni in tutti i campi per permettere di poter fare delle buone scelte operative. In conseguenza di ciò che abbiamo esposto, chiediamo che vengano tenute in buon conto, in occasione di interventi pubblici e/o privati negli stagni, le seguenti condizioni:
1) la valutazione di impatto ambientale (secondo quanto deliberato anche dalla Giunta Regionale il 13.2.1980) dell’opera pubblica con particolare attenzione agli argomenti da noi illustrati riguardanti:
a) la terra di riporto;
b) le strade;
c) la vegetazione;
d) la fauna;
e) la conseguenza dell’azione sui fondali degli stagni;
f) le correnti marine e delle lagune;
g) le variazioni della salinità.
2) il nome ed il curriculum professionale dei progettisti e di tutti coloro che hanno contribuito a preparare la valutazione di impatto di cui sopra (idraulico, biologo, ittiologo, limnologo, chimico, zoologo, geologo, etc.);
3) l’onorario dei progettisti;
4) un giudizio di convenienza economica sulle opere progettate;
5) che si tenga conto, finalmente, del fatto che gli interventi prioritari vadano fatti non tanto nei limiti delle acque stagnali (contenenti una difficile complessità di elementi biologici) quanto a monte, sia attraverso i rimboschimenti, ma soprattutto sugli accumuli di inquinanti dovuti a sostanze chimiche ed organiche che determinano incrementi sia del grado di eutrofia delle acque, sia della presenza di organismi patogeni.

A conclusione di queste nostre osservazioni invitiamo la R.A.S. a voler soprassedere all’appalto delle opere pubbliche in progetto onde poter studiare le singole situazioni con lo scopo di identificare i corretti interventi tecnici e biologici atti non solo al recupero ma anche alla promozione della produzione naturale di questi ambienti salmastri.

(foto L.A.C.)

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Erode a Cagliari ? Forse ora è diventato anche più subdolo..

5 Gennaio 2006 Commenti chiusi


E? arrivato un nuovo Erode, a Cagliari stavolta ? Forse sì, ma ora si è fatto più subdolo?
Tra vedere e non vedere, è meglio, comunque, che nessun bimbo abiti nelle case che circondano la centrale ENEL di trasformazione dell?energia elettrica dall?alta (150 kv) alla bassa (15 kv) tensione situata in Via Aosta. Esagerazioni degli ecologisti ? Terrorismo psicologico ? Magari, purtroppo no. Sono soltanto dati scientifici. Infatti, con la nota prot. n. 2466 del 28 novembre 2005, recentemente pervenuta, l?A.R.P.A.S. (la locale Agenzia per la protezione dell?ambiente) ha, finalmente, fornito i dati di alcuni rilevamenti svolti dal P.M.P. dell?Azienda USL n. 8 (nota prot. n. 11157 del 2 novembre 2005) relativi ai campi elettromagnetici prodotti dalla suddetta centrale di trasformazione. Ci sono voluti numerosi esposti inoltrati dalle associazioni ecologiste Amici della Terra, Gruppo d’Intervento Giuridico e dal Comitato di quartiere”Zona Via Aosta” (l?ultimo il 5 settembre 2005) ed indirizzati alle pubbliche amministrazioni competenti e, per conoscenza, alla Magistratura. Da ultimo il Servizio atmosferico e del suolo, gestione rifiuti e bonifiche dell?Assessorato regionale della difesa dell?ambiente chiedeva (nota n. 31135 del 27 settembre 2005) alla Provincia di Cagliari ed al Comune di Cagliari di esercitare le proprie ?funzioni di controllo e di vigilanza sanitaria e ambientale utilizzando le strutture dell?Agenzia Regionale per la Protezione dell?Ambiente Sardegna?, l?A.R.P.A.S., ritenendo che si debba in primo luogo ?conoscere lo stato attuale dei valori dei campi elettromagnetici emessi dalla cabina di trasformazione, inserendo nella verifica anche la valutazione delle distanze minime di cautela del citato impianto?. Ed ora, finalmente, almeno un rilevamento c?è ed è stato effettuato nella sola data del 28 dicembre 2004 (c?è quindi voluto ben un anno per pubblicizzarli?). In sostanza, ha dato i seguenti risultati:
le due linee ad alta tensione (n. 388 ?Cagliari centro ? Porto canale? e n. 389 ?Cagliari centro ? Molentargius?) hanno dato come valore medio di corrente rispettivamente 237 ampere e 163 ampere ed hanno determinato valori di induzione magnetica compresi fra 0,22 ? 0,40 micro tesla nel giardino e nella veranda di Via Aosta n. 18, 0,16 micro tesla nel cortile condominiale di via Cuneo n. 1, 0,40 micro tesla nel piazzale di Via Aosta, 0,13 ? 0,27 nella via Bolzano;
?il valore massimo di corrente nel trimestre ottobre ? dicembre 2004? è stato di ?circa 470 ampere per ciascuna linea AT?, per cui ?il valore corrispondente del campo magnetico risulta pari a 2,4 volte quelli riportati?, cioè 0,53 ? 0,96 microtesla nel giardino e nella veranda di Via Aosta n. 18, 0,38 micro tesla nel cortile condominiale di via Cuneo n. 1, 0,96 micro tesla nel piazzale di Via Aosta, 0,31 ? 0,65 nella via Bolzano;
?nel caso si consideri una corrente massima di 860 ampere (la potenza massima della centrale di trasformazione, n.d.r.)… su ciascun conduttore delle due linee AT ? il suddetto valore moltiplicativo risulta pari a circa 4,5?, cioè i valori di campo magnetico devono essere moltiplicati per 4,5 rispetto a quelli riscontrati: quindi, 0,99 ? 1,80 micro tesla nel giardino e nella veranda di Via Aosta n. 18, 0,72 micro tesla nel cortile condominiale di via Cuneo n. 1, 1,80 micro tesla nel piazzale di Via Aosta, 0,58 ? 1,21 nella via Bolzano.
A puro titolo di cronaca, nel medesimo periodo (inverno 2004?2005), da parte ecologista è stato effettuato un simbolico monitoraggio (n. 15 rilevamenti in orari e giorni feriali e festivi diversi), senza alcuna pretesa scientifica, ma soltanto come “indizio” della reale situazione dei campi elettromagnetici mai rilevati con la centrale di trasformazione in funzione. I rilevamenti dei valori di induzione magnetica sono stati effettuati con strumentazione manuale Cell Sensor ed hanno dato in sintesi i seguenti risultati:
* i valori di induzione magnetica rilevati nel giardino di Via Aosta 18 sono risultati sostanzialmente compresi costantemente fra 0,6 e 0,8 microtesla;
* i valori di induzione magnetica rilevati nel piazzale di Via Aosta sono risultati costantemente superiori ad 1 microtesla, così come ? sostanzialmente ? anche in immediata prospicienza dell?abitazione di Via Aosta 33;
* i valori di induzione magnetica nell?abitazione di Via Aosta 33 (unico rilevamento) sono risultati compresi fra 0,7 e superiore ad un microtesla.
Come si può vedere, i dati non sono sostanzialmente diversi con quelli relativi ai valori di trimestre ottobre ? dicembre 2004.
I valori di induzione magnetica riscontrati sono nei limiti di cui alla legge n. 36/2001 sull?elettrosmog e del D.P.C.M. 8 luglio 2003 di attuazione, in particolare l?art. 3, commi 1° e 2° (limiti di esposizione pari a 100 micro tesla e valori di attenzione di 10 micro tesla) e l?art. 4 (obiettivi di qualità di 3 micro tesla), tuttavia i primi risultati delle ricerche epidemiologiche in materia non conoscono i limiti di legge.
Infatti, la pericolosità dei campi elettromagnetici è ormai riconosciuta quale potenziale produttrice di incrementi di leucemia infantile dalle principali organizzazioni sanitarie internazionali e nazionali (es. l?Istituto superiore di Sanità ? I.S.S., vds. rapporti ISTISAN 98/31 del 1995 e del 1999) e dai principali centri di ricerca in seguito ad oltre un trentennio di analisi epidemiologiche condotte in tutto il mondo industrializzato. Tali eventi negativi “scattano” a medio-lungo termine, riguardo ai campi elettromagnetici generati a frequenza industriale (50-60 Hz, es. elettrodotti, centrali di trasformazione) una volta superato il valore di induzione magnetica di 0,2 micro tesla (unità di misura in materia). Valore ?stracciato? dai rilevamenti condotti nel quartiere di Via Aosta.
Emerge, quindi, in primo luogo come indifferibile la necessità di un costante monitoraggio con adeguate strumentazioni scientifiche da parte di una struttura tecnico-scientifica indipendente. Ma questo dovrebbe già esistere: a richiesta ecologista l?Assessorato regionale della difesa dell?ambiente comunicava (note prot. n. 25372 del 9 luglio 2003 e n. 1986 del 19 gennaio 2004) l’avvìo a breve ? tramite la Fondazione Ugo Bordoni (istituzione privata di alta cultura, ai sensi della legge 16 gennaio 2003, n. 3) ? dello svolgimento dei rilevamenti dei campi elettromagnetici nell?ambito di una campagna di monitoraggio che interesserà tutto il territorio regionale. Nell?ottobre 2004 la Fondazione Ugo Bordoni, grazie ad una convenzione con il Ministero delle comunicazioni e con la Regione autonoma della Sardegna, ha svolto un “giro dimostrativo” per le città sarde per parlare ai cittadini di elettrosmog e svolgere vari rilevamenti in punti ritenuti ?sensibili?. Lunedi 4 ottobre 2004 è stata a Cagliari, in Piazza Giovanni XXIII. In tutta Italia avrebbe già dovuto fornire, secondo quanto annunciato, 1.205 centraline di monitoraggio dei campi elettromagnetici alle Agenzie per la protezione dell’ambiente (A.R.P.A.S.). Tuttora non risulta alcun rilevamento per la centrale di trasformazione di Via Aosta, né per alcun sito cagliaritano. Basta consultare il sito web www.monitoraggio.fub.it/rete_italiana.html). Non solo: è ancor più drastico il 2° Rapporto sulla qualità dell?ambiente urbano (A.P.A.T., 2005) che, riguardo il monitoraggio dell?elettrosmog, considera Cagliari ?non disponibile? in quanto priva di alcun monitoraggio (pagg. 565 e ss.). Nel mentre la benemerita Fondazione avrà avuto i compensi per la trànche sarda del monitoraggio ? Particolare di sensibile importanza ai fini dell?indipendenza e trasparenza dei rilevamenti, fin troppo spesso taciuto, è che alla suddetta Fondazione partecipano i principali soggetti gestori della telefonìa mobile.
Per risolvere definitivamente il problema in base al fondamentale principio di precauzione basterebbe, infatti, trasferire la centrale in un?area pubblica (non privata, questa volta !) lontana da abitazioni (es. nella zona demaniale di Su Siccu) e riutilizzare come struttura pubblica (es. palestra, centro sociale, ecc.) l?edificio previo indennizzo soltanto di questo e del trasferimento dei trasformatori e dei servizi connessi.
Ricordiamo che, grazie alle informazioni a carattere ambientale fornite dal Comune di Cagliari su richiesta delle associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d’Intervento Giuridico, è possibile conoscere numero, gestore ed ubicazione dei ripetitori per telefonìa mobile posizionati nel territorio comunale cagliaritano: al 3 febbraio 2005 gli impianti autorizzati erano ben 114 suddivisi fra i gestori TIM (26 ripetitori), H 3 G (26 ripetitori), Wind (21 ripetitori), Omnitel Vodafone (24 ripetitori), Ericsson (3 ripetitori) e Nokia (14 ripetitori). I ripetitori autorizzati erano 107 al 26 maggio 2004, 87 al 31 dicembre 2002, 68 al 31 dicembre 2001 e “solo” 29 al 31 dicembre 2000: in cinque anni sono quadruplicati !
Nel mentre il pericolo elettrosmog a Cagliari continua ad essere sottovalutato, pur con continue proteste popolari, nel mentre continua a non esserci alcuna pianificazione urbanistica in merito, nonostante petizioni popolari e previsioni di legge (art. 8 della legge n. 36/2001). Infatti, pur consentito dalla legge n. 36/2001 contro l?inquinamento elettromagnetico (art. 8), il Comune di Cagliari non ha voluto dotarsi di un regolamento urbanistico comunale per stabilire fasce di rispetto in favore di “zone sensibili” (scuole, luoghi di cura, parchi, ecc.) nonostante una specifica petizione al Sindaco (depositata l?8 ottobre 2001) sottoscritta da oltre 1.500 cittadini e finalizzata alla previsione di adeguate fasce di rispetto per zone residenziali, scuole, ospedali, parchi, ecc. nel recentemente adottato piano urbanistico comunale riguardo gli impianti produttivi di inquinamento elettromagnetico (es. centrali di trasformazione, elettrodotti, ripetitori radio-televisivi, per telefonìa mobile, ecc.) ed alla rimozione degli impianti abusivi. Anche per tali impianti la soluzione non sarebbe troppo complessa: la Regione dovrebbe rendere obbligatoria la predisposizione negli strumenti urbanistici comunali (P.U.C.) di un regolamento di ubicazione degli impianti produttivi di inquinamento elettromagnetico, individuando aree di rispetto nei confronti dei “siti sensibili” (es. scuole, ospedali, residenze, parchi, ecc.).
Sarebbe ora che vi fossero rapidi sviluppi, ma, nel mentre, è meglio che i bimbi girino al largo dalla centrale ENEL di Via Aosta?..

Comitato di quartiere “Zona Via Aosta”, Gruppo d’Intervento Giuridico e Amici della Terra

(foto S.D., archivio GrIG)

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Centrale eolica nelle campagne fra Nulvi e Tergu, ma i lavori sono regolari ?

3 Gennaio 2006 Commenti chiusi


Le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico, raccogliendo preoccupate segnalazioni di residenti, hanno inoltrato (nota del 3 gennaio 2006) una specifica richiesta di informazioni a carattere ambientale ed adozione di opportuni interventi alle pubbliche amministrazioni competenti (Ministeri per i beni ed attività culturali e dell?ambiente, Assessorati regionali della difesa dell?ambiente e dei beni culturali, Soprintendente per i beni ambientali di Sassari, Corpo forestale e di vigilanza ambientale, Comuni di Nulvi e di Tergu) e, per opportuna conoscenza, alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Sassari in relazione ai lavori per la centrale eolica della Fri. El. s.p.a. di Bolzano ora in corso di esecuzione nelle campagne fra Nulvi e Tergu (SS). L?area interessata è in parte coperta da vegetazione mediterranea e, quindi, tutelata con vincolo paesaggistico. Ma, soprattutto, si ricorda che ai sensi dell?art. 8, comma 3°, della legge regionale n. 8/2004, “fino all?approvazione del Piano Paesaggistico Regionale, nell?intero territorio regionale è fatto divieto di realizzare impianti di produzione di energia eolica, salvo quelli precedentemente autorizzati, per i quali alla data di entrata in vigore della ? legge i relativi lavori abbiano avuto inizio e realizzato una modificazione irreversibile dello stato dei luoghi”. In sostanza, i lavori relativi ad impianti similari, qualora non abbiano provocato “irreversibili mutamenti dello stato dei luoghi”, sono inibiti fino alla definitiva approvazione del piano paesaggistico regionale ? P.P.R. (tuttora non intervenuta), come esplicato dalla circolare interassessoriale n. 40/GAB del 3 febbraio 2005 e, soprattutto, autorevolmente confermato dalla giurisprudenza in tema (Cass. pen., sez. III, 27 aprile 2005, n. 568; Trib. pen. Sassari, 7 gennaio 2005, ord.; G.I.P. Trib. pen. Sassari, 16 dicembre 2004, decr.). Perché, allora, i lavori proseguono con particolare lèna ? Sono regolari ? Vorremmo saperlo al più presto?..

Gruppo d?Intervento Giuridico e Amici della Terra

(foto M.F., archivio GrIG)

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