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Archivio Maggio 2006

Diga di Monte Nieddu, scempio annunciato, vergogna presente…..


Da qualche anno una delle parti più pregevoli della più vasta foresta del Mediterraneo, le vallate contigue di Monte Nieddu e di Is Canargius (Comuni di Villa S. Pietro, Sarroch e Pula), è stata sventrata per un?opera pubblica tanto inutile quanto deleteria. Di un?importantissima area di rilevanza naturalistica, ricca di vegetazione mediterranea e di specie faunistiche di primaria importanza (Cervo sardo, Falco pellegrino, Aquila reale, ecc.) ne è stata fatto semplicemente carne da macello. Perché ? Per realizzare la diga di Monte Nieddu con la traversa di Is Canargius e le opere connesse. Il progetto: la costruzione di una diga sul Rio di Monte Nieddu (nei Comuni di Sarroch, Pula, Villa S.Pietro, in Provincia di Cagliari) in località Sa Stria, altezza mt. 87 (mt. 17 fondazioni + mt. 70 fuori terra), lunghezza mt. 340, in ?calcestruzzo rullato? a gravità, capacità potenziale di invaso di 35,4 milioni di mc. di acqua; una traversa sul Rio Is Canargius in località Medau Aingiu, altezza mt. 15, lunghezza mt. 100 circa, destinata successivamente a diventare una diga alta mt. 40 fuori terra, con un invaso di circa 8 milioni di mc. potenziali. I due invasi saranno collegati da una galleria di valico lunga circa 1 Km., mentre sono previste altre tre traverse ?minori? sui Rii Lilloni, Tintioni, Palaceris con una condotta irrigua addutrice di circa 8 Km. ed altre opere connesse (elettrodotti ad alta tensione a valle della diga, strade, accantieramenti, ecc.).

Questa immane opera pubblica venne progettata dal prof. Costantino Fassò, un?autorità in materia, negli anni ?60 del secolo scorso e poi approvata dal Consiglio superiore dei lavori pubblici nel lontano 1970. La concessione per la derivazione della risorsa idrica venne rilasciata al Consorzio di bonifica per la Sardegna meridionale, ente attuatore, dall?Assessorato regionale dei lavori pubblici nel lontano 1975 (decreto n. 663 del 5 agosto 1975). Per questa ?archeologica? approvazione non si diede corso ? contro ogni esigenza territoriale, economica e di buon senso ? al procedimento di valutazione di impatto ambientale ? V.I.A., obbligatorio per simili interventi dal 1988. Nel 1994 il progetto emerse dal lungo sonno e venne approvato dalla Regione autonoma della Sardegna.

Secondo gli intendimenti del Consorzio di bonifica, uno dei tanti ?feudatari? delle acque sarde, le previsioni di utilizzazione idrica indicavano in origine 23.321.000 mc. di acqua/anno per l?irrigazione di 5.000 ettari, 6.300.000 mc. di acqua/anno per usi industriali, 3.500.000 mc. di acqua/anno per usi civili, mentre, nel bel mezzo della crisi idrica di metà degli anni ?90, affermavano che 21.500.000 mc. di acqua/anno sarebbero andrebbero ad irrigare 4.590 ettari e 9.600.000 mc. di acqua/anno per usi civili in favore della popolazione residente (circa 30 mila abitanti). Silenzio su quanta acqua finiva alle industrie. Le industrie del polo di Sarroch, infatti, hanno ricevuto negli anni 1995 e 1996 dall?acquedotto costiero del CASIC (attraverso la controllata TECNOCASIC spa) una media di circa 10 milioni di mc. di acqua annui (dati CASIC) a cui si sommano (stime 1994) altri 700 mila mc. di acqua attinti dalla SARAS spa dai pozzi. Soltanto una percentuale di circa il 30 % del consumo idrico industriale del polo di Sarroch proveniva dalla desalinizzazione e dal riciclaggio. Si tratta di svariati milioni di mc. di acqua che potevano essere destinati agli usi agricoli e civili (nel 1995 l?E.S.A.F. ha fornito circa 3.350.000 mc. di acqua nella zona per usi civili). E? ovvio – e lo abbiamo sempre sostenuto – che la destinazione di questi quantitativi idrici agli usi civili ed agricoli avrebbe tolto i pretesi argomenti a sostegno della realizzazione della diga di Monte Nieddu.

La realizzazione dell?invaso e delle opere connesse è stata finanziata con il piano operativo plurifondo ? P.O.P. 1994-1999 (fondi strutturali europei) con un finanziamento di 110 (anni 1994-1996) + 70 (anni 1997-1999) miliardi di lire che, però, sarebbero stati sufficienti per il solo 1° lotto. In totale la spesa prevista veniva stimata in circa 250 miliardi di vecchie lire.

Grazie ad una nutrita serie di azioni legali e di sensibilizzazione esperite in tutte le sedi dalle associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico a partire dal 1994 il progetto dal pesantissimo impatto ambientale venne ridimensionato: con decreto del 16 luglio 1996 (poi modificato) il Ministero per i beni e le attività culturali annullava l?autorizzazione paesaggistica regionale n. 894 del 19 gennaio 1996. Lo stesso Ministero dell?ambiente – Servizio VIA (nota n. 3976/VIA/A.51.10 del 14 maggio 1996) richiedeva radicali cambiamenti progettuali riguardo ?il complesso delle opere? in relazione alle ?destinazione d?uso previste? ed a ?misure di mitigazione e compensazione tali da evitare problemi di salinizzazione delle falde (che risultano già fortemente presenti nella zona, n.d.r.), alterazione dei regimi idrici, compromissione di aree individuate ai sensi della Direttiva Comunitaria n. 92/43, ecc.? , ritenendo inoltre ?che si possano raggiungere notevoli risparmi nell?uso delle acque a scopo industriale così come negli susi agricoli attraverso la scelta di diversi sistemi irrigui o di riciclaggio dei reflui … alla luce delle mutate situazioni … alla luce delle mutate tecnologie?. L?area interessata, infatti, è tutelata con vincolo paesaggistico (decreto legislativo n. 42/2004), destinata a parco naturale regionale (legge regionale n. 31/1989 ? allegato A), inclusa nel proposto sito di importanza comunitaria ? pSIC ?Monte NIeddu? (direttiva n. 92/43/CEE). Per ?sbloccare? l?invaso si mossero un po? tutti: dall?allora Presidente della Giunta regionale Federico Palomba (oggi deputato) all?allora assessore regionale dei lavori pubblici Paolo Fadda, parlamentari, consiglieri regionali (attivissimo l?attuale deputato Paolo Fadda), le organizzazioni degli agricoltori, l?allora Presidente della Provincia di Cagliari Nicola Scano, gli allora sindaci di Villa S. Pietro, Pula, Sarroch e Capoterra minacciarono le dimissioni. Aurelio Misiti, Presidente del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, dichiarava (1997) che ?sotto un certo parallelo, più precisamente nel centro-sud, opere come questa di Monte Nieddu vengono spesso boicottate per i più svariati motivi. Non ultimo da pseudo culture che si richiamano all?ambientalismo. Nessuno può permettersi il lusso di dire che in Europa deve entrare solo una parte del nostro Paese, i ritardi nella realizzazione dei progetti dei progetti al sud rischiano però di avvalorare queste tesi? definite ?pseudo culture ambientaliste?. L?allora assessore regionale dei lavori pubblici Paolo Fadda, docente nella Facoltà di Ingegneria dell?Ateneo cagliaritano, minacciava imprecisate azioni di rivalsa contro gli ecologisti ?cattivi?. Per indorare la pillola veniva fatto, depositato (ottobre 1994) e pagato anche uno ?studio per la valutazione di impatto ambientale? a babbo morto sottoscritto dal prof. Pasquale Ristretta, allora come oggi Magnifico Rettore dell?Università di Cagliari, dall?ing. Roberto Binaghi, presenza frequente nelle progettazioni della ricorrente ?emergenza idrica? di quegli anni, dalla prof.ssa Emanuela Abis, allora assessore comunale dell?urbanistica cagliaritana, dal noto ?ambientalista? Helmar Schenk e vari altri esperti?..
La ?grande diga? si doveva fare, punto e basta.

Dopo la regolare gara d?appalto europea – con un ribasso del 21,4 % rispetto agli 87 miliardi e 447 milioni di vecchie lire dell?importo a base d?asta – si aggiudicava i lavori l?A.T.I. spagnola Dragados e FCC Fomento: il 21 gennaio 1998 venivano consegnati i lavori che dovevano concludersi, pena la perdita di ingenti fondi comunitari, entro il 30 dicembre 2001. Roba da Guiness dei primati?..

Come era facilmente prevedibile, si scoprì che, per rendere utilizzabile l?invaso, sarebbero stati necessari altri 125 miliardi di vecchie lire per realizzare le condutture di adduzione ed irrigazione, non arrivarono i 200 posti di lavoro locali promessi, sparirono le decine e decine di alberi secolari (lecci, carrubi, ginepri, ecc.) che dovevano essere reimpiantati a valle dello sbarramento, vi furono i soliti ?problemi tecnici?. Dopo un paio di anni il cantiere veniva abbandonato dal consorzio spagnolo vincitore dell?appalto (A.T.I. Dragados e FCC Fomento) per presunte inadempienze del Consorzio di bonifica della Sardegna meridionale (ente attuatore) con una richiesta di risarcimento danni di ben 60 miliardi di vecchie lire. Con lo svanire del termine ultimo per la chiusura dei lavori del 31 dicembre 2001 sono andati persi 38 miliardi e 628 milioni di vecchie lire di fondi comunitari. All?ottobre 2005 i lavori realizzati risultavano pari al 19,46 % di quelli previsti. Per il termine e la funzionalità dei lavori non saranno necessari, oggi, meno di 150 milioni di euro. L?attuale assessore regionale dei lavori pubblici Mannoni spera di reperirne almeno un po? dai fondi comunitari del piano operativo nazionale ? P.O.N. ?aree depresse?. Un vero successo !

Oggi, nel silenzio dei tanti ?padri? di questa vergogna istituzionale, di questo scempio ambientale ed economico, ci sembra esistere un?unica soluzione anche per trarre d?impaccio la gestione commissariale del Consorzio di bonifica della Sardegna meridionale: la rescissione del contratto per la realizzazione dell?opera su adeguati indirizzi da parte della Regione autonoma della Sardegna in materia di politica di gestione della risorsa idrica ed un serio progetto di rinaturalizzazione delle vallate di Monte Nieddu e Is Canargius curato dalle strutture tecnico-amministrative regionali (Corpo forestale e di vigilanza ambientale, Ente foreste della Sardegna, Genio civile).

Qualche dato complessivo sulla disponibilità idrica regionale: la Sardegna possiede ben 32 invasi di grandi/medie dimensioni aventi una capacità massima attuale di 2 miliardi e 194 milioni di mc. di acqua, di cui 1 miliardo e 472,33 milioni di mc. con autorizzazione all?invaso (dati R.A.S.). Ha 1.640.000 residenti (la metà di Roma) e circa un sesto della risorsa idrica ?invasabile? di tutto il territorio nazionale (526 bacini medio/grandi per circa 10 miliardi di mc. di risorsa idrica ?invasabile?, vi sono ulteriori 10 mila circa piccoli bacini con capacità inferiore a 100 mila mc., più facili da gestire – dati Ministero LL.PP.). A partire dal 31 dicembre 1995 è stata autorizzata una complessiva ulteriore capacità di invaso, in seguito alle previste procedure di collaudo (art. 14 regolamento dighe), di ben 328,359 milioni di mc. di acqua. La sola nuova diga sul Tirso (la 32^) potrà invasare, a collaudi ultimati, circa 800 milioni di mc. di acqua: è, quindi, agevole sostenere che, a operazioni di collaudo ultimate delle dighe già realizzate, la Sardegna potrà contare su circa 2 miliardi e 600 milioni di mc. di risorsa idrica ?invasabile?.

Non dobbiamo, poi, dimenticarci che attualmente si stimano in circa 350 milioni di mc. annui i reflui civili depurati scaricati direttamente in mare senza praticamente alcun riutilizzo (il solo depuratore consortile di Cagliari-Is Arenas scarica circa 60 milioni di mc. all?anno, che solo da poco vengono portati ?in risalita? nel bacino di Simbirizzi per essere destinati all?agricoltura, con una spesa complessiva di circa 80 miliardi di vecchie lire, senza considerare le ingenti spese di esercizio). Analogamente avviene per i depuratori industriali: non siamo in possesso di dati complessivi, ma si tratta di una realtà certo non trascurabile. Il solo depuratore CASIC produce circa 20 milioni di mc. all?anno di acqua depurata.

Il caso della diga di Monte Nieddu ? Is Canargius dovrebbe insegnare qualcosa: gestire l?acqua vuol dire avere una regìa unica, collegamenti fra gli invasi, riciclaggio e riutilizzo dei reflui, risparmio idrico, sistemi a circuito chiuso e, soprattutto, basta con ulteriori dighe !

Gruppo d?Intervento Giuridico Amici della Terra

(foto L.C., archivio GrIG)

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Sotto gli occhi di tutti…..

30 Maggio 2006 Commenti chiusi


Sotto agli occhi di tutti, residenti e passanti, ecco come in una località della costa ovest della Sardegna si sta puntando ad un?edilizia di qualità, poco impattante, perfettamente integrata con il paesaggio, assolutamente discreta e poco visibile, da qualsiasi parte la si guardi.
Ecco, infatti, un mirabolante esempio di conformità a quanto suggerito dall?ormai vigente piano paesaggistico regionale (P.P.R.) dove si consiglia il recupero dell?esistente, spesso numeroso e in stato di forte abbandono, dove si propone un?architettura, anche per il nuovo, in armonia con il paesaggio fatto di ambiente naturale e del passaggio dell?uomo, dalla sua traccia.
Certo il segno che in questo paesaggio, assolutamente splendido e certamente uno dei tratti più belli della costa ovest oltre ad uno dei più significativi dell?intero perimetro dell?Isola, non dimostra molto equilibrio. Non dimostra neppure il minimo rispetto per il più misero buon senso e la più comune intelligenza. Certo questa architettura di ?impatto?, in stile Montecarlo, richiamerà frotte di turisti che arriveranno numerosi per soggiornarvi colpiti da tanta bellezza, inoltre miriadi di cittadini si trasferiranno per popolarla, questa località, in sì mirabili opere di ricovero umano……
Complimenti a tutti, progettisti ed amministratori.

Lorenza Cavinato, architetto

(foto C.L., archivio GrIG)

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Rigurgiti di poco Santissima Inquisizione…..


Il rogo di un libro è sempre qualcosa di negativo. Anche se il libro è illegibile, anche se lo sventurato scrittore fa pena. Le buie notti venivano illuminate dai roghi di streghe, eretici, poveri Cristi e di libri, grazie alle torce della SS. Inquisizione. Più recentemente lugubri figuri dal passo cadenzato iniziarono con il rogo dei libri della “cultura debosciata” e la finirono con oltre sei milioni di morti in fumo e sulla coscienza, se mai ne ebbero una. E con un’Europa in rovine. Oggi la tristezza del gesto, seppure simbolico, non ha ancora insegnato abbastanza. Neppure a chi dovrebbe predicare tolleranza ed amore…..

da La Nuova Sardegna, 29 maggio 2006
Clamorosa protesta del parroco di Arzana contro la tesi dello scrittore Dan Brown. Brucia sul sagrato una copia del Codice da Vinci. Il gesto davanti ai fedeli dopo la processione: «Il libro è blasfemo». Proteste dei presenti. Il sindaco: «Non condivido tutto questo». CATERINA MURGIA.

ARZANA. «Questo libro è blasfemo». Con queste parole il parroco di Arzana si è reso protagonista di un gesto dal vago sapore inquisitorio. Dopo la processione in onore di Maria Regina della Pace, don Vincenzo Pirarba, ha voluto castigare lo scrittore Dan Brown bruciando una copia de «Il codice da Vinci». Continua quindi anche nella periferia sarda la lotta che il clero romano sta facendo contro Brown. Lo scrittore nel libro parla di Maria Maddalena come sposa di Gesù Cristo che non sarebbe morto sulla croce per salvare il popolo di peccatori. L?ultima cena rappresenterebbe, infatti, per l?autore del thriller, il loro banchetto di nozze. Il parroco non adopera mezzi termini riferendosi allo scrittore: «Con il tuo libro, ed il relativo film, hai venduto Gesù, come Giuda, non per trenta danari, ma per più di trenta miliardi di dollari. Hai offeso gravemente i sentimenti più profondi dei cristiani, infangato i veri valori nel cuore di tante persone, soprattutto dei giovani. Hai propagato la menzogna e stravolto la verità storica». Il sacerdote ogliastrino non ha dubbi quando dice che non sarà di certo Brown a distruggere il Cristianesimo, ricordando che anche Nietzsche gridò con forza che Dio fosse già morto, riuscendo solamente a farlo risorgere una volta di più. Don Vincenzo Pirarba auspica che Dan Brown si penta del male: «Cristo è morto anche per te, se non ti convertirai, brucerai per l?eternità all?inferno, come io sto bruciando, giustamente, questo tuo libro blasfemo».
Il suo gesto ha colto di sorpresa numerosi presenti, molti dei quali conoscitori del testo in questione, non hanno condiviso il suo gesto. Il sindaco Marco Melis è chiaro nel giudizio: «Non condivido il gesto ma ognuno di noi è libero di agire come meglio crede». Un gruppetto di giovani commenta negativamente l?accaduto: dicono che sembra di essere tornati all?epoca dell?inquisizione, mettendo in dubbio la loro capacità di lettura e critica. Alcuni di loro hanno sottolineato che se avessero saputo che la processione andava a finire così, non vi avrebbero partecipato. Molti dei presenti hanno, però, approvato il gesto, ma in tanti si chiedono se conoscono il contenuto del libro. Certo è che Dan Brown continua ad alzare il polverone, e finora a trarne beneficio sono soprattutto le sue tasche e quelle degli editori. Intanto in Ogliastra la proiezione del film tratto dal suo libro continua ad essere out per la sala di Lanusei, antistante l?istituto Salesiano. Una censura inutile e controproducente dato così facendo non si fa che aumentare la curiosità sia sui contenuti del libro che sul film. Il prelato ha concluso la celebrazione mariana con una frase dell?Apocalisse: «A Colui che siede sul trono e all?Agnello, cioè a Gesù e a sua madre Maria, vincitrice di tutte le battaglie di Dio, lode, onore, gloria e potenza nei secoli».

(foto L.C., archivio GrIG)

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Spegnete gli impianti di riscaldamento !

29 Maggio 2006 Commenti chiusi


da Cagliari Mon Amour, http://web.tiscali.it/cagliari_mon_amour/

Terra, 27 maggio 2006

Allora: diversi assessori comunali, più o meno competenti per materia, hanno sempre asserito che lo scarso, ma presente, inquinamento dell’aria di Cagliari fosse dovuto soprattutto agli impianti di riscaldamento a gasolio dei condomini cittadini e non solo al traffico automobilistico.
Come tutti avrete senz’altro sperimentato, questo mese di maggio è stato particolarmente freddo e uggioso, e i cagliaritani hanno dovuto riaccendere il riscaldamento. Tanto che i valori dei PM10 hanno toccato punte elevate. Look at (il valore limite è 50):
18 Maggio 2006
Piazza Sant’Avendrace 51.3
Via Italia – Pirri 57.3
Viale A. Diaz 64.4
Colle Tuvixeddu 55.8
19 Maggio 2006
Piazza Sant’Avendrace 56.1
Via Italia – Pirri 64.7
Viale A. Diaz 89.8
Mercato Ittico 50.2
Colle Tuvixeddu 75.6
20 Maggio 2006
Viale A. Diaz 53.7
22 Maggio 2006
Via Italia – Pirri 52.9
23 Maggio 2006
Via Italia – Pirri 54.3
Viale A. Diaz 59.2
Colle Tuvixeddu 66.4
La ripetuta presenza del Colle di Tuvixeddu tra i siti monitorati che hanno superato le soglie previste, sta a indicare che persino i punici sopravvissuti hanno avuto freddo. Ovviamente scherzo, sul freddo; ma i dati delle polveri sottili invece sono veri.
Altro che gasolio. Il combustibile responsabile dell’inquinamento è la benzina; il contesto è il traffico cittadino; gli uomini corresponsabili sono gli automobilisti incalliti e gli amministratori comunali che non solo non hanno il coraggio di drastiche scelte, ma sponsorizzano altri mega parcheggi in centro inchinandosi di fatto alle solite lobbies e mostrandosi loro stessi fedeli sostenitori dell’auto in città.
Nel frattempo, come ad ogni estate, a complicare lo stato della qualità dell’aria ci si mette anche il biossido di azoto, che per due volte (su 10 giorni analizzati) supera le soglie limite (240). Look at:
19 Maggio 2006
Colle Tuvixeddu 245.8
22 Maggio 2006
Colle Tuvixeddu 280.1
Poveri abitanti di Tuvixeddu. Speriamo che vi venga risparmiato almeno il nuovo stradone/mostro.

Cagliari Mon Amour

(foto S.D., archivio GrIG)

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Cagliari migliora ? Chi ricorda il mitico dissalatore ?


In questo periodo di campagna elettorale per le ormai vicine elezioni comunali dell?11-12 giungo siamo bombardati da cifre, dichiarazioni, manifesti con faccette sorridenti, ?santini? con gli slogans più improbabili. Ogni candidato fa quel che crede con i suoi soldi. Con i soldi pubblici della pubblicità istituzionale sarebbe invece opportuno essere un po? più oggettivi. Ad esempio ricordare anche le ?cantonate? prese dalle amministrazioni pubbliche. Dal sito istituzionale www.cagliarimigliora.it sappiamo che in città sono stati aperti 360 cantieri che hanno dato lavoro ad oltre 4.500 persone. Lavoro temporaneo, ma sempre lavoro. Leggiamo che le imprese dal 2001 sono aumentate del 9,5 % ed oggi sono 16.354. Ha preso avvio il porto canale con 350 posti di lavoro diretti ed indiretti. Ci ha messo quasi 40 anni, ma è partito davvero. E tante altre cose, cosucce e cosette di maggiore e minore importanza. Ma sempre positive. A questo punto il cagliaritano medio non dovrebbe più avere alcun dubbio e l?amministrazione comunale uscente del sindaco Emilio Floris avere la riconferma in tasca. Ma sarà proprio così ? A parte le mille varie critiche che si possono fare, preme attenersi alla ? a nostro modesto e soggettivo parere ? pubblicità istituzionale mancata. Quella delle ?cantonate? prese. Limitiamoci ad uno dei più grandi progetti della ?Cagliari capitale del Mediterraneo?. Il dissalatore. Alla cagliaritana, naturalmente. Nel febbraio 2003, nel bel mezzo dell?ennesima ?crisi idrica? sarda, preceduto da amorevoli campagne stampa, il progetto di un ?impianto di potabilizzazione col sistema della dissalazione? viene proposto dal Comune di Cagliari a Is Arenas, in pieno parco naturale regionale ?Molentargius ? Saline?. Zona di tutela integrale ed inedificabile. Il progetto depositato per il necessario procedimento di valutazione di impatto ambientale – V.I.A. riguardava ?la realizzazione di un impianto di potabilizzazione col sistema della dissalazione, la relativa opera di presa a mare, la condotta per conferimento dell?acqua potabile ai serbatoi cittadini di Monte Urpinu, la condotta per lo smaltimento della salamoia e le opere accessorie? (avviso al pubblico del 5 febbraio 2003 e quadro di riferimento programmatico). L?impianto di dissalazione, tecnologicamente definito ?ad osmosi inversa?, prevedeva ? nel sito prescelto ? l?occupazione di un?area di 2,7 ettari (n. 3 edifici con altezza max di mt. 4 fuori terra, viabilità di larghezza 8 mt.) con condotte di captazione dell?acqua marina dal litorale del Poetto, condotte di adduzione dell?acqua dolce verso i serbatoi comunali di Monte Urpinu con interessamento della zona umida (sede di nidificazione del Fenicottero rosa e di altre specie faunistiche di interesse prioritario) e vie di scarico della salamoia di risulta attraverso la condotta verso Cala Mosca o mediante il canale di Terramaini verso l?area portuale. L?intera iniziativa progettuale poggiava su un assunto assolutamente non dimostrato, la necessità imprescindibile della realizzazione di un impianto di dissalazione perché non esiste e non può esistere altra fonte di approvvigionamento idrico per la città di Cagliari. Tale preteso ?postulato? è apparso destituito di fondamento, come affermato anche nei pareri negativi espressi e depositati dal Servizio Difesa del suolo e Politica forestale e dal Servizio Tutela delle acque dell?Assessorato regionale della Difesa dell?Ambiente.
Basti pensare che, nel periodo, secondo i dati comunicati dal Comune di Cagliari all?Osservatorio nazionale sui servizi idrici (1999), Cagliari ha avuto un volume medio di ingresso nella rete idrica di 40,331 milioni di metri cubi di acqua/anno in favore di circa 220.000 utenti (82.445 utenze, di cui 66.663 civili e 15.165 industriali-commerciali nei Comuni di Cagliari, Elmas e Monserrato, quartiere di Su Planu di Selargius), mentre le perdite venivano stimate nell?ordine del 35 % (il Servizio Tutela delle acque dell?Assessorato regionale della Difesa dell?Ambiente indica addirittura il 40%), pari a 14,116 milioni di metri cubi di acqua/anno. Un impianto miracoloso che avrebbe prodotto 10 milioni di metri cubi di acqua all?anno (che però le solite condutture ?bucate? avrebbero ridotto a 6,5 con le perdite) e 15 milioni di metri cubi di salamoia annui. E che si sarebbe fatto di questi ? Li si sarebbe buttati a mare e pazienza se avrebbero ammazzato ogni forma di vita nel Golfo di Cagliari, la posidonia innanzitutto. Alternativa: diluirli con 15 milioni di metri cubi annui di acqua dolce?..
Il tutto al modico costo di 36.150.000.000 euro.
E come andò a finire ? Dopo il puntuale atto di ?osservazioni? inoltrato nel procedimento di V.I.A. da parte delle associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico (nota del 28 febbraio 2003) ed alcuni (pochi, per la verità) servizi giornalistici, nel successivo mese di maggio 2003 il Comune di Cagliari ritirava il progetto, anzi lo ?metteva in sonno?, come dichiarava l?assessore comunale competente Angius. Così veniva evitata la sonora ?bocciatura? in sede di V.I.A. Buonanotte. Neppure alcun affettuoso foglio di informazioni quotidiano ne parlò più.
Soltanto a distanza di anni, dopo mille insistenze ecologiste, sono finalmente partiti i lavori per il risanamento della ?bucherellata? rete idrica cittadina?.. Ogni tanto qualche ?bocciatura? fa bene, perché non ricordarlo allora ?

Gruppo d?Intervento Giuridico Amici della Terra

(foto L.C., archivio GrIG)

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Adottato il P.P.R. sardo, ma la stalla sarà chiusa prima della fuga dei buoi ?


La Giunta regionale, con la deliberazione n. 22/3 del 24 maggio 2006, ha adottato il piano paesaggistico regionale – P.P.R. in seguito all’adozione dello schema di P.P.R. (deliberazione G.R. n. 59/36 del 13 dicembre 2005), le successive conferenze di co-pianificazione, la presentazione di atti di “osservazioni” da parte di soggetti imprenditoriali, enti locali, associazioni ecologiste, ecc. Ora il P.P.R. sarà inviato al Consiglio regionale per il prescritto parere da parte della IV Commissione permanente “urbanistica” (entro 60 giorni) In seguito vi sarà l’approvazione definitiva da parte dell’Esecutivo regionale (entro i successivi 30 giorni). Le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d’Intervento Giuridico danno sul P.P.R. adottato complessivamente una prima valutazione positiva, tuttavia, riservandosi una compiuta valutazione una volta ultimato l’esame dell’intero complesso di disposizioni del Piano, fin d’ora possono evidenziare alcuni elementi fortemente negativi legati alla fase transitoria: in particolare la possibilità, per i Comuni dotati di piano urbanistico comunale – P.U.C. di mandare avanti interventi di trasformazione del territorio in base a semplice stipula di convenzione di lottizzazione entro il 24 maggio 2006, anche in assenza di alcun intervento. Previsione inserita in particolar modo per le pressioni del gruppo D.S. in Consiglio regionale. In queste settimane, infatti, numerosi Comuni dotati di P.U.C. hanno approvato convenzioni di lottizzazione in fretta e furia proprio per anticipare l’entrata in vigore delle norme provvisorie del P.P.R. Fra i tanti casi, a Teulada è stato approvato il piano di lottizzazione presentato dalla soc. Holdima a Porto Tramatzu, pur esistendo un contenzioso societario su chi abbia realmente titolo su quelle aree. A Carloforte hanno rapidamente presentato all’approvazione il piano di lottizzazione del gruppo Verdelandia sulla collina di Macchione. A Castiadas il Consiglio comunale lavora a ciclo continuo per adottare piani di lottizzazione in zona costiera ed in area agricola. Si chiuderà la stalla quando i buoi saranno scappati ? Di positivo, rispetto alla situazione giuridica precedente, oltre all’inclusione dell’area archeologica urbana di Tuvixeddu (Cagliari), c’è sicuramente anche la revoca del vecchio ed illegittimo piano territoriale paesistico – P.T.P. n. 7 del Sinis. La fascia di salvaguardia costiera, norma di tutela provvisoria di cui alla legge regionale n. 8/2004 (la c. d. legge salva-coste), ora varia nel P.P.R. in funzione della conformazione del paesaggio costiero, in alcuni casi è più profonda, in qualche caso meno profonda dei 2 chilometri. Lungo la fascia costiera sono vietate anche costruzioni in area agricola, a meno che non siano legate all’attività agro-zootecnica, nel caso di ricovero per attrezzi, o nel caso che la residenza in campagna sia strettamente necessaria alla conduzione dell’attività. Le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d’Intervento Giuridico avevano presentato le proprie “osservazioni” al P.P.R. con atto del 21 marzo 2006. Osservazioni che puntano a rendere ancora migliore un P.P.R. decisamente improntato ad un’approfondita conoscenza del territorio costiero sardo ed ad una corretta gestione della parte più pregiata dell’Isola. Le “osservazioni” sono incentrate principalmente su una più puntuale tutela dei demani civici (i terreni ad uso civico, il 15 % della Sardegna), oggi purtroppo oggetto di pericolose disposizioni che ne prevedono di fatto la “svendita”, sulla salvaguardia di zone umide e dei boschi, sul contenimento delle possibilità edificatorie lungo le coste, sui meccanismi procedurali in caso di inerzia degli Enti locali nelle loro attività di pianificazione urbanistica in attuazione del P.P.R. una volta approvato definitivamente e sulla correzione di alcune discrasie cartografiche (Chia, Portu Malu di Teulada, Porto Conte, Bados e Pittulongu di Olbia, Baccu Mandara di Maracalagonis). Con l’accoglimento di tali “osservazioni” l’impianto del P.P.R. risulterebbe ulteriormente rafforzato nel senso della salvaguardia ambientale e della corretta gestione del territorio. Le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d’Intervento Giuridico, dopo aver presentato diverse proposte in tema di pianificazione territoriale paesistica, hanno preso parte alla fase delle conferenze istruttorie di co-pianificazione (gennaio-febbraio 2006). In questi mesi sono apparse decisamente ingenerose e confuse tante critiche mosse al P.P.R. da amministratori locali ed associazioni imprenditoriali, mentre demagogiche, elettoralistiche e prive di reale riscontro concreto le proposte referendarie avanzate da Forza Italia contro un P.P.R. addirittura non definitivamente approvato. Non certo meglio le contro-proposte avanzate dall’on. Paolo Manichedda, le quali sembrano quasi frutto del desiderio di quegli amministratori locali e progettisti alle disposizioni lassiste degli illegittimi piani territoriali paesistici del 1993, annullati su ricorsi ecologisti dai Giudici amministrativi perché l’esatto contrario di una corretta pianificazione paesistica. Si ricorda, infine, che una forte connotazione di salvaguardia costiera nel nuovo piano paesaggistico con l’istituzione del Conservatore delle coste aveva espresso nella primavera del 2005 una petizione promossa proprio dagli Amici della Terra e dal Gruppo d’Intervento Giuridico con migliaia di aderenti, fra cui decine di associazioni ecologiste del bacino del Mediterraneo: le successive azioni in materia della Giunta Soru appaiono proprio conseguenti. Ora c’è da proseguire quanto iniziato. Di seguito un’analisi più approfondita del P.P.R. e del relativo atto di “osservazioni”. Le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d’Intervento Giuridico, dopo aver esaminato lo schema di piano paesaggistico regionale – P.P.R., adottato dalla Giunta regionale con la deliberazione n. 59/36 del 13 dicembre 2005, ed aver partecipato (gennaio-febbraio 2006) alle conferenze istruttorie di co-pianificazione, hanno presentato uno specifico atto di “osservazioni” al Presidente della Regione Renato Soru e, per opportuna conoscenza, agli Assessori regionali dei beni culturali Elisabetta Pilia e dell’urbanistica Gianvalerio Sanna, al Presidente della IV Commissione permanente del Consiglio regionale Giuseppe Pirisi ed al Direttore regionale dei beni culturali e del paesaggio Paolo Scarpellini al fine di migliorarne le disposizioni. Ritengono, nel complesso, di poter dare un giudizio positivo sul nuovo strumento di pianificazione. Le “osservazioni” presentate riguardano i seguenti punti: si deve, in primo luogo, evidenziare che il P.P.R. appare supportato da un’ampia e, sostanzialmente, esaustiva analisi tecnico-scientifica territoriale, ambientale, insediativa (relazioni illustrative, tecniche, del comitato scientifico, 27 schede illustrative degli ambiti costieri) che costituisce la “motivazione” dell’atto pianificatòrio; analogamente appare decisamente congrua la rappresentazione cartografica delle analisi di piano (5 tavole illustrative in scala 1 : 200.000 contenenti rispettivamente la perimetrazione degli ambiti di paesaggio costieri e la struttura fisica, l’assetto ambientale, l’assetto storico-culturale e l’assetto insediativo + 141 carte in scala 1 : 25.000 illustrative dei territori ricompresi negli ambiti di paesaggio costieri + 38 carte in scala 1 : 50.000 relative alla descrizione del territorio regionale non ricompreso negli ambiti costieri, anche in compact disk), supporto connesso ed inscindibile per le norme tecniche di attuazione; si conviene con l’individuazione degli ambiti di paesaggio e dei beni paesaggistici (art. 4 delle norme tecniche di attuazione), in particolare con la ripartizione del territorio regionale in quattro livelli di valore paesaggistico (art. 5 delle norme tecniche di attuazione), con gli obiettivi di qualità paesaggistica (art. 6 delle norme tecniche di attuazione) e con la tipologia delle previsioni di piano, suddivise in prescrizioni dirette e indirette, indirizzi, misure di conoscenza, misure di conservazione, criteri di gestione e trasformazione, azioni di recupero e riqualificazione (art. 8 delle norme tecniche di attuazione); particolare importanza positiva assume la disciplina generale degli ambiti di paesaggio, individuati nelle 141 carte in scala 1 : 25.000, dove, nelle aree costiere, salve specifiche diverse disposizioni di piano, sono consentiti unicamente interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria di consolidamento statico, di restauro, modesti volumi tecnici che non alterino lo stato dei luoghi, interventi consentiti dall’art. 13 (lettere b, e, f, g, h, l, m, p) della legge regionale n. 23/1985, interventi direttamente funzionali ad attività agro-silvo-pastorali che non comportino alterazioni permanenti dello stato dei luoghi o sul piano idrogeologico, interventi di riforestazione, taglio e riconversione colturale, antincendio e conservazione in base al piano regionale antincendi, interventi di risanamento e consolidamento degli abitati e delle aree interessate da movimenti franosi, di sistemazione idrogeologica e di bonifica dei siti inquinati: in sostanza, negli ambiti di paesaggio non è consentito alcun nuovo intervento di trasformazione comportante nuove volumetrie, con esclusione dei citati eventuali modesti volumi tecnici strettamente funzionali alle opere esistenti e senza alterazione dello stato dei luoghi (artt. 9 e 13 delle norme tecniche di attuazione); analogamente particolare importanza positiva assumono le disposizioni a tutela delle aree agricole: in particolare gli indirizzi vincolanti per la pianificazione urbanistica comunale relativi al mantenimento dell’equilibrio fra gli insediamenti con case sparse ed il contesto ambientale, la facoltà di nuovi edifici a carattere residenziale per i soli conduttori dell’attività agricola in relazione alle caratteristiche geo-pedologiche dei terreni interessati rispetto alle coltivazioni previste e l’estensione minima del fondo di 5 ettari per colture intensive e di 20 ettari per colture estensive (art. 76, delle norme tecniche di attuazione). Si deve rammentare, infatti, che la superficie agricola regionale è drasticamente diminuita soprattutto a causa dei fenomeni di urbanizzazione: in dieci anni, dal 1990 al 2000, si è registrato un calo del 24,7 % (dati ISTAT, 2005). Emblematico il caso delle aree agricole olivetate del Sassarese: fra il 1977 ed il 1998 Alghero ha perso 474 ettari di oliveti su 2.456 (- 19,3 %), Sassari ne ha perso 361 ettari su 4.981 (- 7,2 %), Sorso ne ha perso 342 ettari su 1.611 (- 21,2 %). Soltanto Sennori e Tissi hanno registrato minimi incrementi, rispettivamente di 16 (+ 3,5 %) e di 13 (+ 7,3 %) ettari (dati Università degli Studi di Sassari, cattedra di olivicoltura, 2006). In relazione alla sola Sassari, al 2002 dei 4.620 ettari presenti nel 1977, ne sono risultati “degradati” (“oliveti radi, con 50-100 alberi per ettaro) ben 562, 27 ettari sono risultati formati da alberi sparsi (meno di 50 olivi per ettaro): grazie a tale indagine condotta con l’ausilio di immagini satellitari si è appurato, quindi, che la perdita complessiva dell’area olivetta fruibile anche a fini economici è stata di ben 926 ettari (- 19 %). E tale perdita è dovuta quasi esclusivamente alla crescita edilizia incontrollata nell’agro; le aree appartenenti ai demani civici, oltre ad essere tutelate con specifico vincolo paesaggistico (art. 142, comma 1°, lettera h, del decreto legislativo n. 42/2004), vedono i relativi diritti di uso civico quali inalienabili (art. 12 della legge n. 1766/1927 e successive modifiche ed integrazioni), inusucapibili ed imprescrittibili (artt. 2 e 9 della legge n. 1766/1927 e successive modifiche ed integrazioni) , in quanto “intesi come i diritti delle collettività sarde ad utilizzare beni immobili comunali e privati, rispettando i valori ambientali e le risorse naturali, appartengono ai cittadini residenti nel Comune nella cui circoscrizione sono ubicati gli immobili soggetti all’uso” (art. 2 legge regionale n. 12/1994 e successive modifiche ed integrazioni). Ogni atto di disposizione che comporti ablazione o che comunque incida su diritti di uso civico può essere adottato dalla pubblica amministrazione competente soltanto verso corrispettivo di un indennizzo da corrispondere alla collettività titolare del diritto medesimo e destinato ad opere permanenti di interesse pubblico generale (art. 3 della legge regionale n. 12/1994 e successive modifiche ed integrazioni). Quindi appare fonte di potenziali equivoci la disposizione di cui all’art. 12 delle norme tecniche di attuazione che uniforma il regime giuridico dei demani civici a quello degli altri beni paesaggistici suscettibili potenzialmente di modifica, pur con il mantenimento delle caratteristiche ambientali (es. comma 4°). Necessita, inoltre, un raccordo con la specifica normativa di settore. Si propone, pertanto, l’inserimento di un comma 9° del seguente tenòre: “le aree appartenenti ai demani civici sono qualificate beni paesaggistici, così come indicati dal precedente articolo 11, e sono gestite mediante gli istituti di cui alla legge n. 1766/1927 e successive modifiche ed integrazioni, nonché relativi regolamenti attuativi, e di cui alla legge regionale n. 12/1994 e successive modifiche ed integrazioni”. Analogamente i demani civici devono essere adeguatamente riportati nella cartografia del P.P.R. al fine di evitare qualsiasi equivoco; i piani attuativi a regìa regionale, in sede di avvenuto adeguamento dei piani urbanistici comunali alle disposizioni del P.P.R., possono prevedere nei territori costieri da un lato interventi di oggettiva positiva riqualificazione dell’edificato (es. risanamento e riqualificazione urbanistica ed architettonica degli insediamenti turistici esistenti, riuso e trasformazione a scopo turistico e ricettivo di edifici esistenti, ecc.) o nuovi insediamenti turistici con destinazione ricettivo-alberghiera con standard di elevata qualità nelle aree già antropizzate di cui all’art. 15 delle norme tecniche di attuazione (comma 2°, lettere b, c, d, e, g), tuttavia possono prevedere anche “trasformazioni finalizzate alla realizzazione di residenze” anche se soltanto se contigui a centri abitati e frazioni, con il rischio di innescare fenomeni di trasformazione speculativa contigui a centri urbani prossimi alla costa (es. Pula, Bosa, Villasimius Posada, ecc.). Si richiede, quindi, l’eliminazione integrale della previsione della realizzazione di “residenze” contenuta nel citato art. 15, comma 2°, lettera a; l’art. 18, comma 1°, lettera c, delle norme tecniche di attuazione, concernente prescrizioni per le aree naturali e semi-naturali, prevede nelle zone umide endoreiche specifico divieto di interventi diretti e indiretti che “possono comportare rischi di interramento e di inquinamento”: sembra opportuno rinforzare e rendere efficace tale prescrizione, a tutela della biodiversità e degli habitat, con puntuale ”divieto di qualsiasi intervento che possa alterare, modificare, degradare, pregiudicare la conservazione dell’habitat naturale delle zone umide endoreiche”; in merito all’art. 21 delle norme tecniche di attuazione, riguardante le prescrizioni del P.P.R. per le aree semi-naturali, si riscontra una stridente incongruenza fra il giusto divieto di interventi di modificazione del suolo e di ogni altro intervento che possa provocare pregiudizi alla stabilità, alla funzionalità ecosistemica, alla fruibilità paesaggistica di cui al comma 1° e la possibilità prevista dal comma 7° di autorizzare nei complessi dunali e nei litorali sabbiosi l’accesso di mezzi motorizzati sui litorali e sui complessi dunali, le asportazioni industriali (cave) e private di sabbia, le coltivazioni agrarie ed i rimboschimenti produttivi: si richiede, quindi, l’eliminazione integrale del 7° comma; l’art. 20, comma 2°, delle norme tecniche di attuazione , riguardante la definizione delle aree semi-naturali, vi ricomprende i “boschi naturali” (leccete, quercete, sugherete e boschi misti, dune e litorali soggetti a fruizione turistica, ecc.), mentre l’art. 23, comma 3°, lettera b, delle norme tecniche di attuazione, concernente la definizione delle aree ad utilizzazione agro-forestale, vi comprende gli “impianti boschivi artificiali”, mentre i successivi artt. 24 e 25 indicano relativi prescrizioni ed indirizzi: tale differente classificazione è in palese contrasto con quanto previsto dall’art. 2, commi 1° e 6°, del decreto legislativo 18 maggio 2001, n. 227, che esplicitamente qualifica come “bosco i terreni coperti da vegetazione arborea associata o meno a quella arbustiva di origine naturale o artificiale, in qualsiasi stadio di sviluppo, i castagneti, le sugherete e la macchia mediterranea….devono avere estensione non inferiore a 2.000 metri quadrati e larghezza media non inferiore a 20 metri e copertura non inferiore al 20 per cento…”. Si richiede, quindi, l’eliminazione integrale di qualsiasi inferiore tutela in favore dei c. d. boschi di impianto artificiale; in merito all’art. 82 delle norme tecniche di attuazione, riguardante gli indirizzi del P.P.R. per gli insediamenti turistici, si rinviene (comma 1°, punto 4) un eccessivo premio volumetrico massimo in favore dei titolari di insediamenti turistici nei territori costieri di maggior impatto paesaggistico che acconsentano al trasferimento delle loro strutture verso insediamenti residenziali preesistenti. Un premio volumetrico massimo del 100 % rispetto alla volumetria esistente, da conseguirsi mediante procedure negoziali, appare decisamente eccessivo, in quanto rischia di innescare fenomeni speculativi negli esistenti centri abitati a breve distanza dalla costa (es. Bosa, Posada, Villasimius, Pula, ecc.) con conseguenze non prevedibili sul tessuto storico urbano. Si richiede, quindi, il contenimento del premio volumetrico entro un massimo del 30 % della volumetria esistente; in merito all’art. 100 delle norme tecniche di attuazione, riguardante l’adeguamento della disciplina urbanistica provinciale alle previsioni del P.P.R., si riscontra una carenza nel prevedere soluzioni all’inattività delle Province nei propri compiti di adeguamento degli strumenti di pianificazione. Si richiede, quindi, l’inserimento del seguente 2° comma: “Qualora le Province, nei termini previsti dal 1° comma del presente articolo, non provvedano all’adeguamento dei propri strumenti di pianificazione alle disposizioni del P.P.R., il Presidente della Regione provvede all’assegnazione di un ulteriore termine non superiore a tre mesi e, in caso di infruttuoso spirare di quest’ultimo, provvede alla nomina di un commissario ad acta per i necessari adempimenti ai sensi e per gli effetti degli artt. 78, comma 2°, del decreto legislativo n. 267/2000 e successive modifiche ed integrazioni e 26 della legge regionale n. 38/1994”; in merito all’art. 101 delle norme tecniche di attuazione, riguardante l’adeguamento della disciplina urbanistica comunale alle previsioni del P.P.R., si riscontra una carenza nel prevedere soluzioni all’inattività dei Comuni nei propri compiti di adeguamento degli strumenti di pianificazione. Si richiede, quindi, l’inserimento del seguente 2° comma: “Qualora i Comuni, nei termini previsti dal 1° comma del presente articolo, non provvedano all’adeguamento dei propri strumenti di pianificazione alle disposizioni del P.P.R., il Presidente della Regione provvede all’assegnazione di un ulteriore termine non superiore a tre mesi e, in caso di infruttuoso spirare di quest’ultimo, provvede alla nomina di un commissario ad acta per i necessari adempimenti ai sensi e per gli effetti degli artt. 78, comma 2°, del decreto legislativo n. 267/2000 e successive modifiche ed integrazioni e 26 della legge regionale n. 38/1994”; si riscontrano, inoltre, alcuni errori materiali nelle cartografie del P.P.R. dove – a differenza che nella realtà – vengono qualificati quali “insediamenti turistici” (area di colore azzurro), con le ovvie conseguenze riguardo la disciplina attuativa del P.P.R. applicabile (artt. 80-82 delle norme tecniche di attuazione), aree costiere prive di legittimi insediamenti edilizi di rilievo: * Stagno e costa di Pittulongu (Comune di Olbia, ambito paesaggistico n. 18 “Golfo di Olbia”), dove sono presenti fenomeni di occupazione abusiva di aree demaniali e di abusivismo edilizio (verbale di ispezione demaniale Agenzia del demanio – Filiale di Sassari n. 001/fp del 30 gennaio 2002 e nota Agenzia del Demanio – Filiale di Sassari prot. n. 1452/02Dm del 9 aprile 2002), procedimenti penali in corso (vds. nota Procura della Repubblica presso il Tribunale di Tempio Pausania del 5 novembre 2004 al Sindaco di Olbia) e provvedimenti di sequestro preventivo (2004, 2005, 2006) da parte della procura della Repubblica presso il Tribunale di Tempio Pausania (confermati dal competente Tribunale penale); * spiaggia di Bados (Comune di Olbia, ambito paesaggistico n. 18 “Golfo di Olbia); * Porto Conte – Pineta Mugoni (Comune di Alghero, ambito paesaggistico n. 13 “Alghero”), dove sono presenti fenomeni di abusivismo edilizio (vds. ordinanze di demolizione e ripristino ambientale Assessorato regionale P.I. e BB.CC. – Ufficio tutela paesaggio di Sassari n. 6784 del 6 giugno 1990, n. 11464 del 9 ottobre 1990 e n. 1724 del 24 febbraio 2000, ordinanza Sindaco di Alghero n. 94 del 23 maggio 1990), procedimenti penali in corso e provvedimenti di sequestro preventivo (luglio 2004) da parte della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Sassari (confermato dal competente Tribunale penale); * costa di Chia – Campana – sponde Stagno di Chia (Comune di Domus de Maria, ambito paesaggistico n. 3 “Chia”), dove l’area rientrante nella classificazione in argomento appare decisamente troppo estesa rispetto alla reale esistenza di legittimi interventi di trasformazione edilizia, sussistono procedimenti penali in corso e provvedimenti di sequestro preventivo (giugno 2005) da parte della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Cagliari (confermati dal competente Tribunale penale); * Portu Malu (Comune di Teulada, ambito paesaggistico n. 4 “Golfo di Teulada”), dove l’area rientrante nella classificazione in argomento appare decisamente troppo estesa rispetto alla reale consistenza di legittimi interventi di trasformazione edilizia, esistendo fenomeni di abusivismo edilizio conclamati in sentenza penale passata in giudicato (vds. sentenza Cassazione penale, sez. III, 12 gennaio 1996, n. 50, confermativa della sentenza Corte d’Appello di Cagliari, 7 luglio 1995, n. 117, a sua volta di parziale riforma della sentenza del Pretore di Cagliari n. 1380 del 7 giugno 1993. La Procura Generale della Repubblica di Cagliari, dopo numerosi pronunciamenti dei Giudici penali in sede di esecuzione, ha condotto la demolizione delle strutture abusive per mezzo del Genio militare nel giugno 2001 e, da ultimo, è pendente suo ricorso per cassazione n. 48/06 notif. in data 28 febbraio 2006 per l’attribuzione delle spese per il ripristino ambientale); * Baccu Mandara – Sa Culazziga (Comune di Maracalagonis, ambito paesaggistico n. 27 “Golfo orientale di Cagliari”), dove l’area rientrante nella classificazione in argomento appare decisamente troppo estesa rispetto alla reale consistenza di legittimi interventi di trasformazione edilizia, esistendo fenomeni di abusivismo edilizio conclamati in sentenza penale passata in giudicato (vds. sentenza del Pretore di Cagliari – sez. Sìnnai n. 146 del 18 giugno 1996 di applicazione della pena su richiesta delle parti. Dopo vari pronunciamenti dei Giudici penali in sede di esecuzione, la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Cagliari, per mezzo del Genio militare e con la collaborazione del Comune di Maracalagonis, ha provveduto alla demolizione delle strutture abusive e ad avviare il ripristino ambientale nel marzo 2002). In proposito, si rammenta che l’art. 13 delle norme tecniche di attuazione del P.P.R. dispone che nei territori costieri “nelle aree inedificate all’entrata in vigore del … piano è precluso qualunque intervento di trasformazione” ad eccezione di quelli manutentivi, di consolidamento e restauro senza nuove volumetrie (art. 9) e con assoluta esclusione, ad esempio, di “campi da golf”, tutti interventi consentiti in presenza di “insediamenti turistici” come definiti nel P.P.R. Le associazioni ecologiste chiedono, quindi, alla Giunta regionale la modifica/integrazione del P.P.R. nel senso delle “osservazioni” presentate. Ricordiamo che, con la deliberazione n. 59/36 del 13 dicembre 2005, la Giunta regionale aveva adottato lo schema di piano paesaggistico regionale, per ora limitato agli ampi ambiti costieri con alcune estensioni verso l’interno dell’Isola. Prima tappa verso la pianificazione paesistica di tutto il territorio regionale. In contemporanea i numerosi documenti del piano (deliberazione di adozione, relazioni illustrative, tecniche, del comitato scientifico, normativa tecnica di attuazione, 5 tavole illustrative in scala 1 : 200.000 + compact disk con 141 carte in scala 1 : 25.000, con 38 carte in scala 1 : 50.000 e 27 schede illustrative degli ambiti costieri) sono stati pubblicati sul sito web della Regione (http://www.regione.sardegna.it/pianopaesaggistico/) con un bell’esempio di trasparenza istituzionale purtroppo non comune. Chi volesse, può esaminarli senza particolari difficoltà, così come abbiamo fatto… Dall’esame svolto, alcuni punti appaiono piuttosto qualificanti: nei 27 ambiti di paesaggio si prevede una sostanziale esclusione di ulteriori volumetrie nella fascia costiera perimetralmente definita, potranno proseguire soltanto gli interventi legittimamente autorizzati alla data di entrata in vigore della legge regionale n. 8/2004, la c. d. legge salva-coste. Si prevedono, poi, quattro diverse graduazioni di tutela, dagli ambiti di conservazione integrale alle aree meritevoli di riqualificazione ambientale, aumenterà l’estensione di terreno per edificare nelle zone agricole (dal limite minimo attuale di un solo ettaro si passerà a 10 ettari dove sono colture intensive e, addirittura, a 20 ettari dove sono colture estensive) e per sole strutture connesse alla conduzione agricola ed aumenteranno le disposizioni di tutela per le campagne (salvaguardia delle recinzioni tradizionali, come il muretto a secco, divieto di nuova viabilità, salvaguardia degli alberi monumentali, ecc.). Inoltre, al di fuori dei centri urbani (dove si punta al recupero urbanistico delle periferie), i Comuni non potranno più decidere in esclusiva gli interventi di trasformazione territoriale, ma subentrerà una procedura di co-pianificazione con il coinvolgimento regionale. Il piano paesaggistico regionale (P.P.R.) è strumento di pianificazione e gestione del territorio sovraordinato e vincolante rispetto agli atti di pianificazione delle province (piano urbanistico provinciale – P.U.P.) e dei comuni (piano urbanistico comunale – P.U.C.): questi ultimi dovranno, quindi, essere adeguati alle previsioni di "tutela dinamica" del P.P.R. Dopo l’adozione da parte della Giunta regionale, sarà il momento della fase della concertazione con gli Enti locali e tutti i soggetti sociali interessati. La previsione di un procedimento "aperto" ai soggetti istituzionali e sociali per l’adozione del piano paesaggistico regionale è insita nella filosofia ispiratrice e nelle medesime previsioni normative (convenzione europea sul paesaggio, decreto legislativo n. 42/2004, legge regionale n. 8/2004, linee guida per la redazione del P.P.R. approvate dal Consiglio regionale il 26 maggio 2005). La proposta di P.P.R., una volta adottata dalla Giunta regionale, deve essere pubblicata per un periodo di sessanta giorni consecutivi all’albo di tutti i Comuni territorialmente interessati (art. 11 della legge regionale n. 45/1989, come sostituito dall’art. 2 della legge regionale n. 8/2004). Per favorire la partecipazione e la concertazione istituzionale, il Presidente della Regione – durante il periodo della pubblicazione presso gli albi pretori comunali – ha convocato apposite conferenze pubbliche per illustrare la proposta di P.P.R. e raccogliere osservazioni, proposte e suggerimenti: ad esse devono essere convocati "i soggetti interessati", cioè gli Enti locali, le associazioni ecologiste, le associazioni imprenditoriali, ecc. In tali conferenze pubbliche sono state raccolte osservazioni, proposte, ecc. in forma scritta, da esaminare nella prosecuzione dell’iter procedimentale di approvazione del P.P.R., anche se – per aver pieno valore giuridico e dover essere motivatamente esaminate ai fini dell’approvazione dell’atto di pianificazione definitivo – necessitano della successiva proposizione al Presidente della Regione nel periodo di trenta giorni successivo all’ultimo giorno di deposito (art. 11, comma 2°, della legge regionale n. 45/1989, come modificato dall’art. 2 della legge regionale n. 8/2004). Al termine, dopo aver esaminato le varie osservazioni pervenute, la Giunta regionale approverà definitivamente il P.P.R. Le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d’Intervento Giuridico non possono che considerare decisamente ingenerose le polemiche di questi mesi di chi, amministratore locale o associazione imprenditoriale, ha parlato di “piano calato dall’alto” o di “mancato coinvolgimento degli enti locali” ovvero, peggio, di chi contesta completamente la procedura seguita e l’essenza medesima della pianificazione paesistica. Sembrano essere piuttosto ingenerose davanti ad un’attività di pianificazione decisamente buona, soprattutto paragonandola alla cattiva esperienza che diede luogo ai fin troppo noti ed illegittimi 14 piani territoriali paesistici approvati nel 1993, annullati proprio grazie alle azioni legali degli Amici della Terra davanti ai Giudici amministrativi. Pura demagogia ed elettoralismo di piccolo cabotaggio, addirittura, per le proteste e le iniziative referendarie o pseudo-tali condotte da esponenti di Forza Italia, in primo luogo dall’ex Presidente della Regione Mauro Pili, oggi all’opposizione del governo regionale: proposte referendarie su un P.P.R. ancora in corso di approvazione, su una legge regionale n. 8 del 2004 recentemente giudicata costituzionalmente legittima dalla competente Corte costituzionale con la sentenza n. 51 del 6 febbraio 2006: d’altra parte che ci si potrebbe aspettare da forze politiche che durante l’intera legislatura regionale trascorsa (1999-2004) non hanno fatto proprio nulla per porre rimedio all’annullamento dei vecchi ed illegittimi piani territoriali paesistici ? A costoro non viene certo in mente di intervenire con atti di “osservazioni”, né con atti consiliari per rendere migliore un piano paesaggistico che vede le sue caratteristiche assegnate comunque dalla legge (decreto legislativo n. 42/2004) e da convenzioni internazionali, come quella sul paesaggio del 20 ottobre 2000. Non è da meglio la c. d. contro-proposta Manichedda, avanzata dall’omonimo consigliere regionale: riduzione della misura di conservazione integrale ad alcune aree (non meglio individuate) definite “di maggior pregio”, previsione di nuove volumetrie alberghiere (fino al 50 % delle attuali previste nelle zone “F – turistiche”) oltre i 300 metri dal mare, eliminazione del divieto di nuovi campi da golf, strade extraurbane, ecc. nelle zone costiere, eliminazione del divieto di realizzazione di strade esclusivamente su fondo naturale nelle zone costiere, eliminazione del c. d. lotto minimo per l’edificazione nelle aree agricole, sospensione della disciplina del P.P.R. per due anni per i Comuni già dotati di piano urbanistico comunale in attuazione degli annullati perchè illegittimi piani territoriali paesistici, negli altri Comuni sono comunque possibili infrastrutturazioni ed urbanizzazioni. Una contro-proposta comprendente previsioni assolutamente illegittime e censurabili (ultra-vigenza dei P.U.C. attuativi degli annullati piani territoriali paesistici) o previsioni in contrasto con la medesima positiva filosofia del nuovo P.P.R. C’è da chiedersi chi abbia suggerito tali posizioni all’on. Paolo Manichedda, finora non certo noto per il suo impegno “ambientalista”: forse quel settore di progettisti e di urbanisti, già autore di molti piani e altamente “sensibile” ai temi della c. d. urbanistica contrattata, fortemente “spodestato” dal nuovo piano paesaggistico regionale. Se è così, non sarebbe certo una battaglia di grande nobiltà….. Si ricorda, inoltre, che nell’estate 2005 era stata consegnata al Presidente della Regione autonoma della Sardegna on. Renato Soru ed al Presidente del Consiglio regionale on. Giacomo Spissu la petizione popolare per la salvaguardia delle coste sarde promossa dagli Amici della Terra e dal Gruppo d’Intervento Giuridico. Gli aderenti sono stati ben 3.515 e vedono tra di loro parlamentari europei (on. Monica Frassoni), l’intera direzione nazionale degli Amici della Terra (Rosa Filippini, Walter Baldassarri e Maria Laura Radiconcini), personalità della cultura (lo scrittore Giorgio Todde), personalità del volontariato attivo (don Ettore Cannavera), rappresentanti di associazioni ecologiste di tutto il Mediterraneo (Coordinamenti Friends of the Earth dell’Europa e del Mediterraneo, associazioni nazionali aderenti a Friends of the Earth di Francia, Spagna, Cipro, Israele, Palestina, Croazia, Tema Foundation della Turchia, Istria Verde della Croazia, N.T.M. di Malta, C 21 dell’Algeria, Green Action della Croazia, European Geography Association della Grecia, E.N.D.A. della Francia, Green Home del Montenegro, S.P.N.L. del Libano, Link di Israele, E.N.D.A. Maghreb del Marocco, Tunisian Front Organization della Tunisia, Ecomediterrania della Spagna, O.D.R.A.Z. della Croazia, A.P.E.N.A. della Tunisia, A.F.D.C. del Libano, R.A.E.D. dell’Egitto, Ceratonia Foundation di Malta, C.O.A.G. della Spagna, WWF – programma Mediterraneo dell’Italia, I.P.A.D.E. della Spagna, Forum della Laguna di Venezia dell’Italia, W.A.D.A. del Libano, Associazione per la Wilderness dell’Italia), componenti di formazioni politico-sociali (vari aderenti a circoli di Progetto Sardegna) e, soprattutto, tanti comuni cittadini sardi, di tante altre parti d’Italia e numerosi stranieri. La petizione ha chiesto che il nuovo piano paesistico contenesse efficaci misure di tutela, una fascia di rispetto costiero di almeno 500 metri dal mare e la conservazione integrale dei tratti costieri ancora integri o non compromessi. Si è chiesta, poi, anche l’istituzione dell’Agenzia per la Salvaguardia delle Coste cui affidare l’acquisizione al patrimonio pubblico e la corretta gestione dei tratti di litorale più pregevoli dal punto di vista ambientale e paesaggistico, della quale, recentemente, la Giunta regionale ha avviato la realizzazione con l’istituzione del Servizio della Conservatoria delle coste sarde. Richieste provenienti dal mondo ecologista internazionale e dalla “società civile” alla quale la Regione autonoma della Sardegna ha iniziato a dare risposte positive: ora cerchiamo di renderle migliori e più efficaci. Un ultimo aspetto, ma non di infima importanza: l’operazione di predisposizione della proposta di piano, effettuata all’interno degli uffici regionali, è costata finora meno di 1 milione di euro, mentre quella relativa ai vecchi 14 piani territoriali paesistici annullati perché illegittimi era costata circa 15 milioni di euro…. Gruppo d’Intervento Giuridico Amici della Terra (foto S.D., archivio GrIG)

Minima immoralia…i condannati onorevoli…


Un po’ di decenza, onorevoli condannati, un po’ di rispetto per il popolo italiano che, in qualche modo, siete andati a rappresentare..dimettetevi…..

da www.beppegrillo.it, 23 maggio 2006, ore 18.07.

Aggiornamenti sui pregiudicati in Parlamento.

8 sono stati eliminati e sono quindi ormai pregiudicati extra parlamentari, liberi di rifarsi una vita. 16 sono stati rieletti in quanto scelti dai segretari di partito che li hanno messi in lista. Uno si è fatto condannare dopo le elezioni per corruzione giudiziaria e non si sa bene se si sia dimesso o voglia partecipare alle sedute nelle due ore d?aria. Per sicurezza lo lascio in elenco. Il totale dei pregiudicati è quindi sceso da 24 a 17. Di questo passo per le elezioni del 2101 il Parlamento sarà finalmente pulito. Un lieto evento a cui assisteranno i nostri pronipoti.
I 17 superstiti sono tutti deputati di lungo corso, alcuni sono lì da prima dell?ultimo scudetto dell?Inter. Sono affezionati alle istituzioni che rappresentano. Grazie alla loro esperienza in termini di reati possono legiferare in modo da prevenirli o, e questo è il sogno di tutti quelli che si sono fatti beccare, per eliminare il reato e tornare vergini e puri.
La contabilità dei pregiudicati vede saldamente al primo posto, come da tradizione, la casa circondariale delle libertà con 9 presenze. Gli altri partiti sono minoritari. Inquietano però i neo parlamentari Pomicino e De Michelis eletti nella nuova Dc e nel nuovo Psi. Sono il nuovo che avanza, o forse l?avanzo che resta ? Come venirne a capo di questi benedetti uomini (avete notato che sono tutti uomini) ? Io non so più cosa fare.
Ma cinque anni sono lunghi, tutto può succedere. Pur non augurando nulla di male ai pregiudicati (basta e avanza per questo il numero 17), se per qualche problemino fisico, ma piccolo, piccolo, fossero costretti a levare le tende prima di fine legislatura, gli italiani onesti, i non pregiudicati per intenderci, lo prenderebbero come un segno di un destino benevolo, quelle fortune che ogni tanto capitano nella vita.

I 17 CONDANNATI DEFINITIVI IN PARLAMENTO

1. Berruti Massimo Maria, F.I.
2. Biondi Alfredo (reato poi depenalizzato), F.I.
3. Bonsignore Vito, U.d.c. – Parlamento Europeo
4. Bossi Umberto, Lega Nord – Parlamento Europeo
5. Cantoni Giampiero , F.I.
6. Carra Enzo , Margherita
7. Cirino Pomicino Paolo , Nuova D.c.
8. Dell’Utri Marcello , F.I.
9. De Michelis Gianni , Nuovo P.s.i.
10. Jannuzzi Lino , F.I.
11. La Malfa Giorgio , P.r.i.
12. Maroni Roberto , Lega Nord
13. Previti Cesare , F.I.
14. Sterpa Egidio , F.I.
15. Tomassini Antonio , F.I.
16. Visco Vincenzo , D.s.
17. Vito Alfredo , F.I.

(foto S.D., archivio GrIG)

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Orario estivo per le escursioni sul sentiero verde della Sella del Diavolo !


A partire da domenica 28 maggio 2006 le escursioni guidate sul sentiero naturalistico ed archeologico della Sella del Diavolo curate dalle guide volontarie delle associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico cambiano l’orario di inizio per la stagione estiva: l’appuntamento, sempre nel piazzale di Cala Mosca, è anticipato alle ore 9.00.

Il sentiero naturalistico ed archeologico della Sella del Diavolo è uno dei pochi “gioielli” ad esser fruibile tutto l?anno: continuano, infatti, le escursioni guidate per i cagliaritani ed i turisti sul sentiero naturalistico ed archeologico della Sella del Diavolo, operativo da oltre tre e promosso delle associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico. In soli tre mesi di escursioni domenicali le guide volontarie ecologiste hanno accompagnato a scoprire i valori ambientali, paesaggistici ed archeologici di uno dei “gioielli” del Golfo degli Angeli oltre 500 visitatori, fra i quali anche numerosi stranieri (inglesi, tedeschi). A partire da domenica 5 febbraio 2006, le escursioni guidate sono effettuate ogni domenica mattina, con partenza alle ore 9.00, grazie ad un programma escursionistico curato dal prof. Antonello Fruttu e dalle guide volontarie Claudia Ghiani, Laura Lecca, Claudia Massidda, Natasha Sebis e Francesca Zedda. Il programma è sostenuto da un contributo della Presidenza della Provincia di Cagliari. Il sentiero è stato predisposto a proprie spese dalle associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico grazie alla collaborazione del Comando Militare autonomo della Sardegna e del Comando Militare Marittimo autonomo in Sardegna, titolari dell?area demaniale militare della Sella del Diavolo.

La Sella del Diavolo rappresenta uno dei simboli più noti di Cagliari ed alla sua storia è indissolubilmente legata: si rinvengono testimonianze archeologiche fin dal neolitico (Grotta di S. Elia, stazione all?aperto della Sella del Diavolo, Grotta dei Colombi), dall?epoca punica e romana (tempio di Ashtart ? Venere Ericina, luogo della “prostituzione sacra”, cisterne ed opere di raccolta idrica, cave, strada) e dal medioevo (monastero e chiesa benedettina di S. Elia, torre). Svettano tuttora, benchè danneggiate dal tempo e dagli avvenimenti bellici, le torri di S. Elia (realizzata dai Pisani nel 1282) e del Pohet (del “pozzetto”, del Poetto), in collegamento con i vicini torre dei Segnali (o della Lanterna) ed il settecentesco Forte di S. Ignazio, baluardo contro l?invasione francese del 1793. Ancora durante la II guerra mondiale la Sella del Diavolo ospitò delle postazioni anti-aeree a difesa di Cagliari. Ma non sono da meno la caratteristiche naturali, tanto da farla tutelare con vincolo paesaggistico (decreto legislativo n. 42/2004 e D.M. 26 aprile 1965) ed in parte con vincolo idrogeologico (regio decreto n. 3267/1923 e successive modifiche ed integrazioni), da individuarla quale sito di importanza comunitario ? S.I.C. “S. Elia ? Cala Mosca ? Cala Fighera” (codice ITB002243) e futura riserva naturale regionale “Capo S. Elia” (legge regionale n. 31/1989). L?area è attualmente demanio militare ? ramo Esercito e ramo Marina (artt. 822 e ss. cod. civ.). E? stata classificata quale zona “H” con possibilità di interventi di “valorizzazione turistica” nel nuovo piano urbanistico comunale. Il promontorio è di calcare miocenico del quaternario di origine biogena, coste alte e rocciose con alcune calette e diverse grotte, clima con forte escursione termica e notevole salsedine. Presenti numerosi reperti fossili, molto interessante la vegetazione a macchia termoxerofila litoranea (olivastri, carrubi, ginepri, palme di S. Pietro, lentischi, pini d?Aleppo, lecci, euphorbia dendroides, timo, sparto, ecc.) con peculiari endemismi (narciso canalicolato, scrofularia a tre foglie, bellium crassifolium, iris planifolia). Particolarmente interessante la fauna: sono presenti e nidificanti il falco pellegrino ed il gheppio, la rondine, la volpòca, la pernice sarda, varie specie di còrvidi, di uccelli marini, la volpe, il coniglio selvatico, il colombaccio, la tortora, lo storno, vari passeriformi.

La realizzazione del sentiero naturalistico ed archeologico della Sella del Diavolo (progetto degli ing.ri Giovanni Battista Cocco e Margherita Secci e della paesaggista Iris Sohn, descrizione del prof. Antonello Fruttu), mediante semplice segnatura di sentieri preesistenti con vernice “ecologica” in terre naturali e colore “verde foglia” e posizionatura di due pannelli illustrativi all?inizio ed al termine del percorso, intende consentire una migliore conoscenza da parte dei residenti e dei turisti di questo inestimabile “gioiello” cagliaritano, evitando quelle faraoniche, dispendiose e distruttive opere pubbliche (monumento delle rimembranze, funivia + servizi, illuminazione con mega-fari) che comitati promotori ed il Comune di Cagliari intendevano realizzare con l?utilizzo di cospicui fondi pubblici). Nell?aprile del 2000 oltre 1.200 cagliaritani inoltrarono una specifica petizione all?amministrazione comunale per sventare tale assurdo progetto. Lo scorso 4 aprile il sindaco di Cagliari Emilio Floris, le Autorità militari, i Dipartimenti universitari di botanica di Cagliari, Novara e Roma hanno sottoscritto un accordo per svolgere itinerari turistici e ricerche scientifiche a Cala Mosca, sulla Sella del Diavolo, a Capo S. Elia. Il Comune, per l’attuazione del progetto, ha circa mezzo milione di euro (fondi legge regionale n. 37/1998, art. 19).

Evviva, anche l’amministrazione comunale cagliaritana ha scoperto in positivo la Sella del Diavolo ! In proposito, però, vorremmo ricordare che, comunque, da anni la Sella del Diavolo è già perfettamente fruibile….. Oggi conoscere per tutelare e valorizzare la Sella del Diavolo è diventato ancora più facile e sono già migliaia i cagliaritani ed i turisti ad aver percorso il sentiero in una delle aree cittadine più belle e significative: è importante che chi si candida al “governo cittadino” possa conoscerla ed apprezzarla !

Gruppo d?Intervento Giuridico e Amici della Terra

(foto L.C., archivio GrIG)

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Svendita dei demani civici: iniziano a saltar fuori "padri" e "padrini"…


Dopo alcuni giorni di forti polemiche conseguenti alla dura presa di posizione da parte delle associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico avverso le disposizioni del c. d. collegato alla legge regionale finanziaria (art. 27, commi 13-15, della legge regionale n. 4/2006) che stracciano qualsiasi certezza del diritto in tema di usi civici ed alla decisione della Giunta regionale presieduta da Renato Soru di porvi rimedio, saltano fuori alcuni dei ?padri? e dei ?padrini? che, nel silenzio generale, volevano fare piazza pulita delle terre civiche. Il materiale estensore di parte delle disposizioni (del resto s?ignora tuttora?) sarebbe Claudio Ponti, ex sindaco di Nurachi (OR), aiutato da un non meglio noto ?funzionario comunale?, il quale avrebbe consegnato il suo corpus giuridico ad un altro non meglio noto ?consigliere regionale?, che, a sua volta, avrebbe ?interessato la Commissione competente?. Se è andata davvero così, si deve riconoscere che nella ?commissione competente? del Consiglio regionale di ?competenza? in materia di usi civici ve n?è ben poca. Può anche essere che un ex sindaco del quale si ignorano eventuali specifiche ?competenze? porti all?attenzione del Legislatore regionale un ?problema?, ma è indubbio che il ?problema? non si risolve scrivendo norme semplicemente assurde ed incostituzionali.

Sono, poi, saltati fuori anche alcuni ?padrini?, amministratori comunali di Cabras, Narbolìa ed altri centri del Sinis e dell?Oristanese, proprio dove, per anni ed anni, gli usi civici sono stati trattati troppo spesso come ?carne da macello? e svenduti (o consegnati) alla speculazione immobiliare alla faccia dei diritti delle collettività locali. Basti ricordare i terreni ad uso civico finiti in disponibilità del gruppo societario Is Arenas interessato all?omonimo progetto turistico edilizio sulle dune del Sinis. Fortunatamente si sono pubblicamente opposti numerosi sindaci del Nuorese e dell?Ogliastra, rivendicando il mantenimento dei diritti collettivi sui demani civici e respingendo qualsiasi tentativo di ?privatizzazione? strisciante, soprattutto in favore di occupatori abusivi. Stupisce, poi, il tentativo di avallare queste norme eversive dei demani civici da parte di Linetta Serri, già consigliere regionale ed amministratore locale ed attualmente presidente regionale dell?A.N.C.I.: avrebbe chiesto un incontro urgente all?assessore regionale agli affari generali Dadea per scongiurare la rapida abrogazione delle folli norme. E, per finire, almeno temporaneamente, i consiglieri regionali U.D.S. Mario Floris ed Oscar Cherchi hanno presentato una proposta di legge che, partendo da un dato destituito da ogni fondamento (?gli usi civici vincolano l?80 % del territorio regionale?), intende venire incontro a tutti i Comuni che hanno realizzato strutture pubbliche o venduto illegittimamente terreni appartenenti ai demani civici per lottizzazioni edilizie, solo però quando la ?data certa dell?ultima alienazione da parte dell?ente locale sia precedente al 31 dicembre 2005?. Come dire, avant?ieri?.

Ricordiamo di che cosa si tratta e cerchiamo di far capire le conseguenze assolutamente deleterie di queste norme male pensate e peggio scritte. Nel silenzio generale il Consiglio regionale della Sardegna ha approvato recentemente alcune disposizioni che rischiano di aprire una nuova, pesante, ennesima fase di ?svendita? di terreni appartenenti ai demani civici. I terreni ad uso civico, inclusi o meno in provvedimenti di dichiarazione, assommano a circa 370.000 ettari in Sardegna, circa il 15 % del territorio regionale. Essi, fin dalla legge n. 431/1985, la c. d. legge Galasso, hanno anche acquisito una valenza di tutela ambientale (riconosciuta più volte dalla Corte costituzionale: vds. ad es. sent. n. 345/1997 e n. 46/1995) che si è aggiunta ai tradizionali criteri di inquadramento giuridico. Gli usi civici sono in generale diritti spettanti ad una collettività, che può essere o meno organizzata in una persona giuridica pubblica (es. università agraria, regole, comunità, ecc.) a sé stante, ma comunque concorrente a formare l?elemento costitutivo di un Comune o di altra persona giuridica pubblica: l?esercizio dei diritti spetta uti cives ai singoli membri che compongono detta collettività. Gli elementi comuni a tutti i diritti di uso civico sono stati individuati in:
- esercizio di un determinato diritto di godimento su di un bene fondiario;
- titolarità del diritto di godimento per una collettività stanziata su un determinato territorio;
- fruizione dello specifico diritto per soddisfare bisogni essenziali e primari dei singoli componenti della collettività
.
L?uso consente, quindi, il soddisfacimento di bisogni essenziali ed elementari in rapporto alle specifiche utilità che la terra gravata dall?uso civico può dare: vi sono, così, i diritti di uso civico di legnatico, di erbatico, di fungatico, di macchiatico, di pesca, di bacchiatico, ecc. Quindi l?uso civico consiste nel godimento a favore della collettività locale e non di un singolo individuo o di singoli che la compongono, i quali, tuttavia, hanno diritti d?uso in quanto appartenenti alla medesima collettività che ne è titolare.
Molte normative regionali, così come anche la legge regionale sarda n. 12/1994 e successive modifiche ed integrazioni, vi hanno aggiunto alcune nuove ?fruizioni? (es. turistiche), ma sempre salvaguardando il fondamentale interesse della collettività locale. In particolare sono rimasti invariate le caratteristiche fondamentali dei diritti di uso civico. Essi sono inalienabili (art. 12 della legge n. 1766/1927), inusucapibili ed imprescrittibili (artt. 2 e 9 della legge n. 1766/1927): ?intesi come i diritti delle collettività sarde ad utilizzare beni immobili comunali e privati, rispettando i valori ambientali e le risorse naturali, appartengono ai cittadini residenti nel Comune nella cui circoscrizione sono ubicati gli immobili soggetti all?uso? (art. 2 legge regionale n. 12/1994). Ogni atto di disposizione che comporti ablazione o che comunque incida su diritti di uso civico può essere adottato dalla pubblica amministrazione competente soltanto verso corrispettivo di un indennizzo da corrispondere alla collettività titolare del diritto medesimo e destinato ad opere permanenti di interesse pubblico generale (art. 3 della legge regionale n. 12/1994).

Ma la legge regionale n. 4 dell?11 maggio 2006 riesce, se possibile, a bissare ed ampliare la già pesante portata negativa delle disposizioni sulla ?sclassificazione? dal regime demaniale civico introdotte dalla legge regionale n. 18/1996. La nuova legge prevede norme veramente eversive dei demani civici: il dirigente del competente Servizio dell?Assessorato regionale dell?agricoltura può annullare i decreti di accertamento dei demani civici se i relativi diritti ?non siano praticati o formalmente reclamati da oltre un ventennio? (art. 27, comma 13°), senza minimamente porsi il problema di quante centinaia di ettari siano occupati illegittimamente e, soprattutto nelle zone dell?interno, tutti stanno zitti ? formalmente o meno ? per paura di ritorsioni. Il comma successivo è addirittura schizofrenico: ?non sono passibili di provvedimento definitivo di accertamento i terreni nei quali: i diritti delle collettività ad utilizzare i beni immobili non siano praticati o reclamati da oltre un ventennio, l?estinzione della pratica dell?uso civico sia avvenuta con violenza o clandestinità?, l?uso civico su quei terreni abbia perso irreversibilmente la sua funzione sociale da dimostrarsi tramite inequivocabili atti di disposizione? (art. 27, comma 14°). Che si fa ? Si premia chi ha occupato illecitamente i demani civici soffocando i relativi diritti ?con violenza o clandestinità? ? Si incentiva l?occupazione abusiva delle terre collettive ? Ma chi ha scritto queste follie ? C?è, infine, un?inguardabile ?sanatoria? per le vendite (o svendite) illegittime perché non autorizzate di terreni ad uso civico intervenute prima dell?individuazione dei relativi demani civici o la realizzazione di opere pubbliche e di preminente interesse pubblico o ? incredibile ? l?inclusione in piani particolareggiati ed in zone ?F ? turistiche? dei piani urbanistici comunali (art. 27, comma 15°). Esattamente il contrario di quanto richiesto dalla Corte dei conti, Sezione regionale del controllo, al termine di due indagini sulla gestione delle funzioni amministrative esercitate dalla Regione autonoma della Sardegna in materia (deliberazioni n. 6/2002 del 31 maggio 2002 e n. 9/04 del 15 novembre 2004).

Le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico da anni ? troppi anni, purtroppo ? contrastano in tutte le sedi possibili, in primo luogo quelle legali, i vari tentativi che si sono succeduti nel tempo di legalizzare vendite, svendite, speculazioni edilizie su terreni appartenenti ai demani civici. Ricordiamo, giusto per dare un?idea, quanto accaduto a Costa Rey, sul litorale di Muravera, oggi sempre più un triste ?alveare? dominato dal cemento. Era ovvio, scontato. Quando un Comune, come quello di Muravera, fra gli anni ?60 e ?70 del secolo scorso aveva svenduto illegittimamente centinaia di ettari ad uso civico su quelle coste per far giungere l?agognato turismo a base di villette e mattoni che cosa ci si poteva aspettare ? Gli imprenditori belgi, in buona parte provenienti dall?appena indipendente Zaire, l?ex Congo belga, fecero quello che sapevano. Lucrare. E costruirono sulla costa ed in collina, per vendere. Spesso senza le necessarie opere di urbanizzazione, tanto a questo avrebbero pensato le amministrazioni pubbliche. Privatizzare gli utili e pubblicizzare le uscite, non è soltanto uno slogan?.. E, nel tempo, ottenevano le varie autorizzazioni per costruire in ogni dove. Per chi fosse stato distratto, negli anni scorsi, quasi esclusivamente le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico cercarono di opporsi nelle necessarie sedi legali a questa marea montante di cemento: davanti al Commissario per gli usi civici fermarono (1996) il tentativo di ?legittimazione? delle occupazioni abusive del demanio civico sostenuto dal Comune di Muravera, consentirono alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Cagliari, grazie al prezioso lavoro del pubblico ministero dott. Paolo De Angelis, di aprire indagini sulle svendite illegittime di terreni ad uso civico a fini speculativi. Arrivò la legge regionale n. 18 del 1996 per aprire la porta alle ?sclassificazioni? dei terreni edificati abusivamente sui demani civici e a salvare notai curiosamente distratti ed imprenditori, nonché incolpevoli acquirenti. Ma arrivarono anche le ruspe per demolire complessi abusivi a Piscina Rey in seguito a sentenze penali passate in giudicato (2001). E giunsero in questi ultimi anni anche i dovuti atti di recupero di centinaia di ettari al demanio civico di Muravera. Vogliamo forse dimenticarlo ? Oggi l?amministrazione comunale di Muravera, guidata dal sindaco Salvatore Piu cerca porre un freno all?edificazione sulla collina di Costa Rey, anche se si tratta di cantieri regolarmente autorizzati. Tardi, ma è un segnale positivo. E le medesime vicende si sono viste a Cabras, a Narbolìa, a Gonnesa, a Fluminimaggiore, a Baunei. Per certi versi anche molto peggio a Lula. Vogliamo dimenticare tutto questo e premiare chi non ha rispettato la legge ? I diritti di uso civico sono imprescrittibili, non soggetti ad usucapione e inalienabili. Il rimedio appare peggiore del male: quante occupazioni illegittime o, peggio, illecite e violente saranno così sanate, soprattutto nelle ?zone del malessere? ? Ci auguriamo la serena conferma del ripensamento del legislatore regionale, aiutato, in subordine, da un ricorso alla Corte costituzionale da parte del Governo. Noi, nel nostro piccolo, continueremo a fare la nostra parte.

Gruppo d?Intervento Giuridico e Amici della Terra

(foto S.D., archivio GrIG)

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Giornata mondiale della biodiversità.


La Giornata mondiale per la biodiversità ci ricorda che salvaguardare le differenze e la grande varietà delle specie dev’essere un vero impegno concreto, non un semplice slogan…

da A.N.S.A., 22 maggio 2006, ore 9.30

GIORNATA MONDIALE DELLA BIODIVERSITA’, DEDICATA ALLE TERRE ARIDE

ROMA – Ridurre la perdità di biodiversità del nostro Pianeta entro il 2010: è questo l’obiettivo fissato dall’O.N.U. che tutti i paesi del mondo hanno sottoscritto in occasione della Conferenza delle Parti della Convenzione sulla Diversità Biologica e del Summit Mondiale sullo Sviluppo Sostenibile.

Questo obiettivo viene ricordato in tutto il mondo oggi, in occasione dell’International Day of Biological Diversity, la giornata mondiale della biodiversità, dedicata quest’anno alle terre aride e al rischio desertificazione. Contestualmente, le Nazioni Unite hanno sancito il 2006 come l’anno internazionale dei deserti e della desertificazione. Il 47% della superficie della terra è costituita da terre asciutte. Aree semiaride quali il Karoo ed il Corno d’Africa, paesaggi della savana quali le steppe eurasiatiche e le grandi pianure nordamericane e l’area mediterranea, uno dei 34 punti caldi della biodiversità mondiale con quasi 25.000 specie di piante. Ambienti essenziali per la biodiversità e per la vita di quasi 2 miliardi di persone.

“Si tratta di aree fragili, dove la pioggia è scarsa - si legge in una nota della CBD, la Convenzione Internazionale sulla Diversità Biologica – La biodiversità in questi ecosistemi é minacciata dalla trasformazione degli habitat per uso umano: il sovrasfruttamento agricolo e il sovrapascolo hanno provocato il degrado di circa il 20% degli ecosistemi delle terre asciutte, provocando desertificazione e siccità, e il rischio per 2.311 specie animali, la perdita di oltre 40 miliardi di dollari l’anno nella produzione agricola e il conseguente aumento delle tensioni sociali, economiche e politiche. La povertà ha provocato un aumento della pressione delle popolazioni verso queste aree”.

Delle 40.177 specie di animali e vegetali valutate secondo i criteri della Lista Rossa dello IUCN (International Union for the Conservation of Nature), 16.119 vengono dichiarate a rischio di estinzione. Nel nostro Paese vi è un patrimonio di specie animali importante che rappresenta più di un terzo del patrimonio faunistico europeo, con 1.176 specie di vertebrati fra i quali 198 specie di mammiferi, 473 di uccelli e 479 di pesci. Ugualmente ricca è la flora italiana, fra le più varie d’Europa, con 5.599 specie e un complesso e ricco sistema di paesaggi costituito da ben 48 tipologie.

“E’ il cambiamento climatico la maggiore minaccia per gli ecosistemi, naturali e umani - sottolinea James Leape, americano, neo Direttore Generale del WWF Internazionale, – per proteggere la biodiversità l’Italia deve applicare la convenzione sulla Diversità biologica, dare al paese gli strumenti legali per la corretta gestione della biodiversità (la Carta della Natura, le Reti ecologiche), definire e approvare una legge per la conservazione e gestione della biodiversità, mettere i campo ogni possibile concreta misura per raggiungere l’obiettivo di arrestare la perdita di biodiversità entro il 2010 (Countdown 2010), incluso il Piano per lo sviluppo sostenibile definito nel World Summit 2005, rafforzare efficacia ed efficienza delle aree protette”.

(foto S.D., archivio GrIG)

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Campagna anti-bracconaggio della L.A.C. sull’Isola di Ponza.

21 Maggio 2006 Commenti chiusi


Resoconto del campo di sorveglianza organizzato dalla Lega per l’Abolizione della Caccia – L.A.C., con l’ausilio dei volontari di Agire Ora, nell’isola di Ponza per impedire o limitare il bracconaggio.
Le tecniche usate dai cacciatori di frodo isolani, ambedue vietate, sono due: l’abbattimento con uso di armi da fuoco in periodo di divieto generale (violazione penale) di tortore e quaglie,anche con l’ausilio dei vietatissimi richiami acustici elettromagnetici ; la seconda, ancora più grave, deleteria per i migratori, è il trappolaggio praticato con piccole tagliole che uccidono centinaia di esemplari protetti quali usignoli, pettirossi, cutrettole e averle, facili prede perché piccoli animali che stanchi e stremati ricercano insetti per rifocillarsi, ma che con l’inganno finiscono nei piatti di persone senza scrupoli.

Da qualche anno a Ponza sono comparse anche le reti da uccellagione che possono recare gravissimi danni alle popolazioni delle specie migratrici, in quanto possono catturare decine di uccelli al giorno, tra le quali upupe, rigogoli, cuculi, balie nere, averle capirosse.
Chi fa uso di queste reti solitamente lucra e immette nel mercato animali che non hanno neanche subito un controllo sanitario. In 4 settimane di campo a Ponza sono state raccolte dai volontari e dalle guardie della L.A.C. 150 trappole e 25 reti, tutte nelle zone ad alta presenza di bracconieri e liberati ancora vivi decine di uccelli.
La cosa che sconcerta è che i bracconieri sull’isola sono veramente una minima parte rispetto alla popolazione e ci si domanda il perché l’amministrazione pubblica e le forze dell’ordine non riescano a isolare e debellare questa piaga che sta seriamente mettendo in cattiva luce Ponza. I bracconieri per nascondere gli spari spesso fanno scoppiare petardi semplicemente per depistare e confondere chi cerca di controllare il territorio, e se si trovano trappole negli orti i proprietari si difendono dicendo che potrebbe averle messe chiunque.

I volontari durante i presidi hanno dovuto subire minacce verbali e dispetti di ogni genere, come gomme sgonfiate e lanci di petardi; ma l’episodio più grave è accaduto durante l’inizio del quarto turno, quando tre volontari armati solo di binocolo e cellulare assistevano all’abbattimento di 15 tortore e subivano gravi minacce a mano armata: fortunatamente una guardia venatoria della L.A.C. presente al campo ha presentato denuncia alla Polizia provinciale e ai carabinieri.

Un secondo episodio è accaduto a pochi giorni di distanza dal primo, quando due volontarie denunciavano un’altro bracconiere che sparava all’impazzata, portando al comando dei Carabinieri le foto come prova del reato.

Il 16 maggio è stata trovata e segnalata alla Polizia provinciale di Latina una rete lunga 12 metri alta 4 all’interno della Villa delle Tortore, una villa comunale chiusa al pubblico: questa rete catturava decine di uccelli al giorno, infatti sotto di essa sono state ritrovate montagne di spiumate delle prede pulite sul posto.
I presidi si sono svolti dal 10 al 30 aprile, poi son o ripresi il 7 maggio e continueranno per tutto il mese corrente.
Si è garantita la presenza di 40 volontari che in gruppi di 5-7 per turno hanno perlustrato l’isola in lungo e in largo, privilegiando le aree critiche di Piana d’Incenso e Monte Guardia.

Si auspica che in autunno (alla riapertura della caccia in settembre), e nel periodo di divieto generale della primavera 2007, Ponza sia presidiata meglio da Corpo Forestale dello Stato e Polizia Provinciale.
Il consigliere regionale dei verdi Enrico Fontana ha risposto al nostro accorato appello, e ha incontranto i ragazzi che da 4 settimane stanno presidiando l’isola di ponza il suo impegno, sarà quello di garantire Una presenza stabile del Corpo forestale dello Stato a Ponza durante la stagione migratoria per prevenire e reprimere le azioni di bracconaggio in un’isola considerata “nodo strategico per l’avifauna migratoria”.
Sull’isola è stata organizzata una conferenza stampa, dove sono stati portati alcuni degli arsenali di morte rimossi e distrutti dai volontari della L.A.C. e di Agire Ora.
GRAZIE a tutti i volontari che hanno partecipato al campo, ma un grazie speciale va alla guardia venatoria Piero Liberati e al suo grande impegno.

Lega per l’Abolizione della Caccia

(foto S.D., archivio GrIG)

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Stop definitivo per il nuovo mega-acquedotto del Sàrrabus !

20 Maggio 2006 Commenti chiusi


Il Ministero dell?ambiente e della tutela del territorio (Direzione generale per la salvaguardia ambientale ? Divisione III ? V.I.A.) ha accolto (nota n. DSA-2006-0012896 del 10 maggio 2006) il ricorso (nota del 29 dicembre 2005) inoltrato avverso il progetto di “Schema idrico Sardegna Sud Orientale – Schema Basso Flumendosa – Picocca ? Opere di approvvigionamento idropotabile ?Schema 39 P.R.G.A. – 2°e 3° lotto”, comprendente la costruzione di condotte per una lunghezza di circa 70 km di sviluppo, 12 grandi serbatoi in calcestruzzo di regolazione idrica da costruire sulle alture lungo la costa tra Muravera e Villasimius in vicinanza del mare, centrali di sollevamento ed altre opere, tra cui l?attraversamento del Rio Picocca. Recentemente, l?Assessorato regionale della difesa dell?ambiente, con nota n. 13437 del 21 aprile 2006, aveva richiesto al Ministero dell?ambiente e della tutela del territorio se l?opera dovesse essere considerata collaterale all?invaso progettato sempre sul Flumendosa a Monte Perdosu (come sostenuto dall?E.A.F., ente attuatore), per il quale è stata conclusa positivamente con condizioni la procedura di valutazione di impatto ambientale ? V.I.A. (decreto n. DECVIA 3734 del 18 maggio 1999). In questo caso dovrebbe essere integrato il procedimento di V.I.A. di competenza nazionale con il nuovo progetto di mega-acquedotto. Oppure, se dovesse esser considerata un?opera autonoma, dovrà esser assoggettata al procedimento di V.I.A. di competenza regionale.

Il Ministero dell?ambiente e della tutela del territorio è stato molto chiaro: nel progetto dell?invaso di Monte Perdosu non sono comprese le opere di questo intervento in progetto, quindi esso non è mai stato assoggettato a V.I.A.. Conseguentemente, visto che il progetto rientra nelle ipotesi di V.I.A. di competenza regionale, la Regione autonoma della Sardegna dovrà attivarsi in proposito e il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti dovrà modificare la delibera C.I.P.E. n. 121/01 che lo includeva nella c. d. legge obiettivo.
In ogni caso si tratta di un deciso “stop” ad un progetto che sembrava ormai cosa fatta, nel silenzio generale.

Cerchiamo di ricapitolare alcuni recenti passaggi fondamentali.

Come se non bastasse la trasformazione del povero Flumendosa, il fiume con il maggior apporto idrico in Sardegna, in un mesto rigagnolo nella gran parte dell?anno a causa dei troppi sbarramenti esistenti (ben quattro dighe) ed in progetto (la quinta diga, a Monte Perdosu), l?Ente Autonomo del Flumendosa (E.A.F.), nel silenzio generale, sta mandando avanti questo ulteriore progetto idrico che rischia di porre in ulteriore pericolo le falde idriche costiere del Sàrrabus. Il progetto è compreso nel 1° programma di opere di interesse nazionale (c. d. legge Obiettivo) in base alla delibera C.I.P.E. n. 121/2001 per un importo di 60 milioni di euro. Lo scorso 23 novembre 2005 l?E.A.F., in quanto soggetto aggiudicatore (delibera C.I.P.E. n. 58/2003) ha pubblicato l?annuncio di avvio del procedimento finalizzato alla dichiarazione di pubblica utilità conseguente all?approvazione del progetto definitivo a cura del C.I.P.E. (art. 4 del decreto legislativo n. 190/2002): il progetto è stato, poi, trasmesso ai comuni di Muravera, San Vito, Villaputzu, Castiadas e Villasimius per la richiesta delle autorizzazioni di competenza. Parte delle opere ricadono all?interno di aree tutelate con misure di conservazione integrale di cui alla legge regionale n. 8/2004, mentre parte delle opere ricade all?interno del proposti siti di importanza comunitaria (pSIC ) “Monte dei Sette Fratelli e Sarrabus” (riguardo cui è stata approvata la valutazione di incidenza ambientale con determinazione Direttore Servizio conservazione natura, ecc. n. 2834/VI del 15 dicembre 2005) e “Foce del Flumendosa ? Sa Praia” ai sensi della direttiva n. 92/43/CEE sulla salvaguardia degli habitat naturali e semi-naturali. Il complesso di opere, per legge (D.P.R. 12 aprile 1996 e legge regionale n. 1/1999 e successive modifiche ed integrazioni), deve essere assoggettato alla preventiva e vincolante procedura di valutazione di impatto ambientale (V.I.A.) di competenza regionale, ma, finora, l?E.A.F. non se n?è curato. Le motivazioni, probabilmente, risiedono nella pretesa di far passare il progetto come rientrante in quello dell?invaso di Monte Perdosu, sul quale il Ministero dell?Ambiente e della Tutela del Territorio ha espresso giudizio positivo circa la compatibilità ambientale (DEC VIA3734 del 18 maggio 1999) e in quanto l?opera sarebbe inserita nel programma attuativo del Commissario per l?Emergenza Idrica in Sardegna (ordinanza n. 353/2003). In realtà il progetto dell?invaso di Monte Perdosu non comprende e non riporta il progetto dell?acquedotto in argomento schema n. 39, 2° e 3° lotto, del 2005 e quindi il Ministero dell?Ambiente e della Tutela del Territorio non può aver espresso nel 1999 un parere di compatibilità ambientale su un?opera non ancora progettata. Tale parere si riferisce esclusivamente al progetto del citato invaso, unico progetto a suo tempo depositato per lo svolgimento del procedimento di valutazione di impatto ambientale.

Per giunta, il richiamato decreto ministeriale V.I.A. non risulta, in ogni caso, tuttora pienamente efficace in quanto l?E.A.F. non appare aver ancora ottemperato alle prescrizioni in esso contenute ed in particolare alla realizzazione della rete di monitoraggio della falda costiera del Sàrrabus. Inoltre, lo “stato di emergenza idrica” in Sardegna appare formalmente concluso il 31 dicembre 2004 e, conseguentemente, il Commissario per l?emergenza idrica non appare aver più poteri di deroga su opere di nuova esecuzione e tantomeno sul procedimento di impatto ambientale. Le deroghe alla normativa V.I.A. devono essere obbligatoriamente comunicate alla competente Commissione europea, pena l?apertura di un procedimento di infrazione e la sospensione dei finanziamenti. Ma è la stessa finalità dell?opera ad essere molto discutibile: l?acquedotto in progetto non dispone e non disporrà di una fonte di alimentazione idrica in quanto la diga di Monte Perdosu da cui l?acquedotto dovrebbe prelevare l?acqua non è ancora realizzata nè finanziata; questa opera potrebbe non essere mai realizzata vista anche l?opposizione dei Comuni e delle popolazioni interessate. Inoltre un eccessivo prelievo dal Flumendosa in prossimità di San Vito durante il periodo estivo aggraverebbe aggravare la già critica situazione di salinizzaazione della falda costiera. L?acquedotto in progetto, poi, prevede di alimentare villaggi turistici costieri che non esistono e la cui ipotetica realizzazione appare ben lontana dalla realtà in relazione alle previsioni del piano paesaggistico regionale ? P.P.R., la cui procedura di approvazione definitiva è stata recentemente avviata con la deliberazione Giunta regionale n. 59/36 del 13 dicembre 2005. Il complesso di opere in progetto appare molto impattante sull?ambiente naturale e sul paesaggio sia durante l?esecuzione (grandi scavi in zone roccioso di grande valenza naturalistica) che una volta ultimato (circa 70 Km. di condotte e 12 grandi serbatoi in cemento armato da costruire sulle colline rocciose in prossimità del mare): la tubazione in progetto attraverserebbe l?alveo del Rio Picocca vicino ai pozzi da cui viene prelevata l?acqua che serve in modo sufficiente tutti i centri abitati del Sarrabus; la costruzione della condotta potrebbe causare l?interruzione della circolazione sotterranea della falda e danni gravissimi ai pozzi che costituiscono la fonte di alimentazione potabile del Sarrabus. Anche durante la “crisi idrica” isolana i centri del Sàrrabus hanno avuto risorse sufficienti prelevate dai pozzi e non hanno risentito della situazione di crisi generalizzata della Sardegna. Ora questo progetto pone moltissimi interrogativi che soltanto il procedimento di V.I.A. potrebbe far considerare nelle dovute prospettive. Con questa finalità le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico, raccogliendo preoccupate segnalazioni provenienti dal Sàrrabus, hanno inoltrato un ricorso (nota del 29 dicembre 2005) a tutte le pubbliche amministrazioni statali, regionali, agli Enti locali interessati, alla Commissione europea ed allo stesso E.A.F. per l?avvio del procedimento di V.I.A. prima di decisioni che potrebbero costare care alla collettività sul piano ambientale ed economico-sociale. Successivamente il sen. Francesco Martone, da tempo impegnato sulle tematiche della difesa del suolo e della risorsa idrica, ha inoltrato una specifica interrogazione parlamentare al Ministro dell?ambiente e della tutela del territorio. Ora la decisa presa di posizione del Ministero dell?ambiente e della tutela del territorio: è davvero il momento di un serio ripensamento su un?opera fin troppo discutibile.

Gruppo d?Intervento Giuridico e Amici della Terra

(foto S.D., archivio GrIG)

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Inizia ad esserci un po’ di giustizia per il Poetto…


E’ di ieri pomeriggio la sentenza del G.I.P. Giorgio Cannas sul procedimento per rito abbreviato relativo al “ripascimento” della spiaggia del Poetto riguardo l’ ex presidente della Provincia di Cagliari Sandro Balletto ed il biologo Luigi Aschieri, uno dei componenti della commissione di monitoraggio: inizia ad esserci un po’ di giustizia per la povera spiaggia…

Da La Nuova Sardegna, 20 maggio 2006

La colpa del disastro è sua: dieci mesi a Sandro Balletto
Sei mesi al biologo Aschieri gli altri dieci a giudizio a ottobre Il risarcimento: 100mila euro.
MAURO LISSIA.

CAGLIARI. Il disastro del Poetto, la spiaggia sepolta sotto trecentomila metri cubi di pietrame e materiale grigio, ha un primo colpevole: è Sandro Balletto, l?ex presidente della Provincia. Il giudice per l?udienza preliminare Giorgio Cannas l?ha condannato a dieci mesi di carcere.
Nel verdetto, l?interdizione dai pubblici uffici per un anno e l?obbligo di ripristinare i luoghi colpiti dal ripascimento gestito dalla sua amministrazione. In base al giudizio emesso con il rito abbreviato l?esponente di Forza Italia è responsabile di danneggiamento aggravato e di reati ambientali, è assolto invece dall?accusa di abuso d?ufficio perchè non c?è prova che le sue scelte abbiano assicurato un profitto illegale all?impresa Ati Mantovani-Sidra-Gavassino, che eseguì l?intervento. Quindi per il gup il fatto non costituisce reato. Grazie alla sospensione condizionale della pena Balletto non andrà a Buoncammino e appena saranno note le motivazioni potrà ricorrere in appello contro la sentenza. Dovrà pagare, se il verdetto sarà confermato, una provvisionale di centomila euro all?Agenzia del Demanio e duemila euro a ciascuna delle otto parti civili, tra cui i comuni di Cagliari e Quartu Sant?Elena, oltre che a tutte le associazioni ambientaliste: Wwf, Amici della Terra, Legambiente e Gruppo di Intervento giuridico. Sarà poi il giudice civile a stabilire gli importi definitivi del risarcimento. Condannato anche il biologo Luigi Aschieri, componente della commissione scientifica di monitoraggio: sei mesi di reclusione per falso ideologico, senza però alcun obbligo di risarcimento alle parti civili. Tutti a giudizio infine gli altri nove indagati che hanno scelto il rito ordinario, per i quali i pubblici ministeri Daniele Caria e Guido Pani avevano chiesto l?incriminazione: il prossimo 2 ottobre dovranno presentarsi davanti al tribunale. Sono l?ex assessore ai lavori pubblici della giunta Balletto Renzo Zirone, che dovrà rispondere di danneggiamento aggravato, abuso d?ufficio e reati ambientali. Poi i dirigenti della Provincia Salvatore Pistis, Andrea Gardu e Lorenzo Mulas, accusati di danneggiamento aggravato assieme a Piergiorgio Baita, presidente della società Sidra e Daniele Defendi, dipendente della stessa società. Accusati di falso ideologico gli esponenti della commissione di monitoraggio nominata dalla Provincia: Andrea Atzeni, Paolo Orrù e Giovanni Serra. Infine il geologo Antonello Gellon, incaricato di vigilare sul lavoro della draga Antigoon, che pescò il materiale dal fondale marino. Confermato dal giudice – come i pm avevano chiesto – il non luogo a procedere per Marcello Vacca, il dipendente della società Sarcobit che eseguì alcuni lavori, difeso da Luigi e Pierluigi Concas. Il gup Cannas ha letto il dispositivo alle 15 precise: Balletto ha incassato la condanna senza batter ciglio, poi ha lasciato che per lui parlassero i difensori, gli avvocati Patrizio Rovelli e Rodolfo Meloni: «Siamo perplessi – hanno detto i due legali – e ci pare che questa sentenza sia un modo emblematico per non fare giustizia». Rovelli aggiungerà più tardi che «la sentenza smentisce anche gli esiti dell?indagine conoscitiva compiuta dalla Regione». In attesa che il giudice Cannas motivi la decisione resta in piedi la tesi sostenuta dalla Procura: Balletto poteva fermare il disastro, quando l?8 marzo del 2002 la draga Antigoon cominciò a sparare sull?arenile del Poetto quella fanghiglia scura e pietrosa il presidente della Provincia avrebbe dovuto imporre l?alt. C?erano le associazioni ecologiste a chiederglielo, già fioccavano le interrogazioni in consiglio regionale e i giornali denunciavano il rischio di un disastro ambientale. Balletto – e con lui tutti i collaboratori diretti, tra cui l?assessore Zirone – scelsero di andare avanti, fidandosi dei consulenti e di autorevoli ricercatori per i quali l?effetto-grigio provocato dalla nuova sabbia sarebbe presto scomparso per restituire al litorale il candore storico. I mesi, poi gli anni, sono trascorsi invano e l?ormai celebre opuscolo prodotto a spese pubbliche dalla Provincia, in cui politici ed esperti annunciavano il prossimo ritorno della spiaggia all?antico splendore resterà nei ricordi dei cagliaritani come un?ignobile mistificazione. Gli avvocati Meloni e Rovelli hanno opposto all?accusa una lettura alternativa dei fatti: il progetto era finanziato dalla Protezione civile, quindi si trattava solo di un?opera di ripristino ambientale. I lavori non potevano essere fermati se non a prezzo di fortissime penali cui l?amministrazione si sarebbe esposta. Gli esperti erano certi del risultato, Balletto non poteva che seguire le indicazioni di chi aveva le cognizioni tecniche e scientifiche per valutare. Una difesa articolata, che però non è bastata a convincere il giudice.

Gli ambientalisti: «E? una vittoria».

CAGLIARI. «Balletto ha commesso molti errori politici, ma non fa piacere che sia la magistratura ad avere l?ultima parola»: è il commento del sindaco di Quartu, Gigi Ruggeri, dopo la sentenza per il disastro del Poetto. «C?è stata testardaggine in questa vicenda – ricorda Ruggeri – perchè l?evidenza dei fatti è stata ignorata. Forse Balletto cercava la visibilità sufficiente a garantirgli la candidatura alla presidenza della Regione… ma ora mi dispiace per lui». Il candidato sindaco di Cagliari Gianmario Selis non vuole entrare nella vicenda: «Le mie critiche le ho sempre fatte sul fronte politico – avverte l?ex presidente del consiglio regionale – posso solo dire che non mi fa piacere». Il presidente della Provincia Graziano Milia è perplesso: «Non pensavo che si sarebbe arrivati a questo – spiega – credo che Balletto abbia sbagliato ma il mio è un giudizio politico. Non è una pagina bella per la Provincia, sul piano personale però mi dispiace per Sandro Balletto…». Di taglio diverso i commenti sul fronte ambientalista. Luca Pinna (Wwf) esprime «grande soddisfazione» e l?auspicio che la sentenza segni un punto di partenza per «una strategia di ripristino e valorizzazione dell?arenile cagliaritano». Stefano Deliperi (Gruppo di intervento giuridico) è «soddisfatto per questa sentenza, perchè quello che è accaduto al Poetto non è certo un disastro naturale ma è opera dell?uomo ed ora le responsabilità sono state accertate. Ora aspettiamo con fiducia la seconda puntata, il processo agli altri dieci imputati». Per Vincenzo Tiana (Legambiente) «è una sentenza che conferma le nostre denunce». Tiana si augura «che si proceda quanto prima al ripristino della spiaggia bianca».

(foto S.D., archivio GrIG)

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Nuova svendita dei demani civici ?


Nel silenzio generale il Consiglio regionale della Sardegna ha approvato recentemente alcune disposizioni che rischiano di aprire una nuova, pesante, ennesima fase di “svendita” di terreni appartenenti ai demani civici. I terreni ad uso civico, inclusi o meno in provvedimenti di dichiarazione, assommano a circa 370.000 ettari in Sardegna, circa il 15 % del territorio regionale. Essi, fin dalla legge n. 431/1985, la c. d. legge Galasso, hanno anche acquisito una valenza di tutela ambientale (riconosciuta più volte dalla Corte costituzionale: vds. ad es. sent. n. 345/1997 e n. 46/1995) che si è aggiunta ai tradizionali criteri di inquadramento giuridico. Gli usi civici sono in generale diritti spettanti ad una collettività, che può essere o meno organizzata in una persona giuridica pubblica (es. università agraria, regole, comunità, ecc.) a sé stante, ma comunque concorrente a formare l?elemento costitutivo di un Comune o di altra persona giuridica pubblica: l?esercizio dei diritti spetta uti cives ai singoli membri che compongono detta collettività.

Gli elementi comuni a tutti i diritti di uso civico sono stati individuati in:
- esercizio di un determinato diritto di godimento su di un bene fondiario;
- titolarità del diritto di godimento per una collettività stanziata su un determinato territorio;
- fruizione dello specifico diritto per soddisfare bisogni essenziali e primari dei singoli componenti della collettività.
L?uso consente, quindi, il soddisfacimento di bisogni essenziali ed elementari in rapporto alle specifiche utilità che la terra gravata dall?uso civico può dare: vi sono, così, i diritti di uso civico di legnatico, di erbatico, di fungatico, di macchiatico, di pesca, di bacchiatico, ecc. Quindi l?uso civico consiste nel godimento a favore della collettività locale e non di un singolo individuo o di singoli che la compongono, i quali, tuttavia, hanno diritti d?uso in quanto appartenenti alla medesima collettività che ne è titolare.

Molte normative regionali, così come anche la legge regionale sarda n. 12/1994 e successive modifiche ed integrazioni, vi hanno aggiunto alcune nuove “fruizioni” (es. turistiche), ma sempre salvaguardando il fondamentale interesse della collettività locale. In particolare sono rimasti invariate le caratteristiche fondamentali dei diritti di uso civico. Essi sono inalienabili (art. 12 della legge n. 1766/1927), inusucapibili ed imprescrittibili (artt. 2 e 9 della legge n. 1766/1927): “intesi come i diritti delle collettività sarde ad utilizzare beni immobili comunali e privati, rispettando i valori ambientali e le risorse naturali, appartengono ai cittadini residenti nel Comune nella cui circoscrizione sono ubicati gli immobili soggetti all?uso” (art. 2 legge regionale n. 12/1994). Ogni atto di disposizione che comporti ablazione o che comunque incida su diritti di uso civico può essere adottato dalla pubblica amministrazione competente soltanto verso corrispettivo di un indennizzo da corrispondere alla collettività titolare del diritto medesimo e destinato ad opere permanenti di interesse pubblico generale (art. 3 della legge regionale n. 12/1994).

Ma la legge regionale n. 4 dell?11 maggio 2006 riesce, se possibile, a bissare ed ampliare la già pesante portata negativa delle disposizioni sulla “sclassificazione” dal regime demaniale civico introdotte dalla legge regionale n. 18/1996. La nuova legge prevede norme veramente eversive dei demani civici: il dirigente del competente Servizio dell?Assessorato regionale dell?agricoltura può annullare i decreti di accertamento dei demani civici se i relativi diritti “non siano praticati o formalmente reclamati da oltre un ventennio” (art. 27, comma 13°), senza minimamente porsi il problema di quante centinaia di ettari siano occupati illegittimamente e, soprattutto nelle zone dell?interno, del fatto che spesso tutti stanno zitti ? formalmente o meno ? per paura di ritorsioni. Il comma successivo è addirittura schizofrenico: “non sono passibili di provvedimento definitivo di accertamento i terreni nei quali: i diritti delle collettività ad utilizzare i beni immobili non siano praticati o reclamati da oltre un ventennio, l?estinzione della pratica dell?uso civico sia avvenuta con violenza o clandestinità, l?uso civico su quei terreni abbia perso irreversibilmente la sua funzione sociale da dimostrarsi tramite inequivocabili atti di disposizione” (art. 27, comma 14°). Che si fa ? Si premia chi ha occupato illecitamente i demani civici soffocando i relativi diritti “con violenza o clandestinità” ? Si incentiva l?occupazione abusiva delle terre collettive ? Ma chi ha scritto queste follie ? C?è, infine, un?inguardabile “sanatoria” per le vendite (o svendite) illegittime perché non autorizzate di terreni ad uso civico intervenute prima dell?individuazione dei relativi demani civici o la realizzazione di opere pubbliche e di preminente interesse pubblico o ? incredibile ? l?inclusione in piani particolareggiati ed in zone “F ? turistiche” dei piani urbanistici comunali (art. 27, comma 15°). Esattamente il contrario di quanto richiesto dalla Corte dei conti, Sezione regionale del controllo, al termine di due indagini sulla gestione delle funzioni amministrative esercitate dalla Regione autonoma della Sardegna in materia (deliberazioni n. 6/2002 del 31 maggio 2002 e n. 9/04 del 15 novembre 2004).

Le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico da anni ? troppi anni, purtroppo ? contrastano in tutte le sedi possibili, in primo luogo quelle legali, i vari tentativi che si sono succeduti nel tempo di legalizzare vendite, svendite, speculazioni edilizie su terreni appartenenti ai demani civici. Ricordiamo, giusto per dare un?idea, quanto accaduto a Costa Rey, sul litorale di Muravera, oggi sempre più un triste “alveare” dominato dal cemento. Era ovvio, scontato. Quando un Comune, come quello di Muravera, fra gli anni ?60 e ?70 del secolo scorso aveva svenduto illegittimamente centinaia di ettari ad uso civico su quelle coste per far giungere l?agognato turismo a base di villette e mattoni che cosa ci si poteva aspettare ? Gli imprenditori belgi, in buona parte provenienti dall?appena indipendente Zaire, l?ex Congo belga, fecero quello che sapevano. Lucrare. E costruirono sulla costa ed in collina, per vendere. Spesso senza le necessarie opere di urbanizzazione, tanto a questo avrebbero pensato le amministrazioni pubbliche. Privatizzare gli utili e pubblicizzare le uscite, non è soltanto uno slogan?.. E, nel tempo, ottenevano le varie autorizzazioni per costruire in ogni dove. Per chi fosse stato distratto, negli anni scorsi, quasi esclusivamente le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico cercarono di opporsi nelle necessarie sedi legali a questa marea montante di cemento: davanti al Commissario per gli usi civici fermarono (1996) il tentativo di “legittimazione” delle occupazioni abusive del demanio civico sostenuto dal Comune di Muravera, consentirono alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Cagliari, grazie al prezioso lavoro del pubblico ministero dott. Paolo De Angelis, di aprire indagini sulle svendite illegittime di terreni ad uso civico a fini speculativi. Arrivò la legge regionale n. 18 del 1996 per aprire la porta alle “sclassificazioni” dei terreni edificati abusivamente sui demani civici e a salvare notai curiosamente distratti ed imprenditori, nonché incolpevoli acquirenti. Ma arrivarono anche le ruspe per demolire complessi abusivi a Piscina Rey in seguito a sentenze penali passate in giudicato (2001). E giunsero in questi ultimi anni anche i dovuti atti di recupero di centinaia di ettari al demanio civico di Muravera. Vogliamo forse dimenticarlo ? Oggi l?amministrazione comunale di Muravera, guidata dal sindaco Salvatore Piu cerca porre un freno all?edificazione sulla collina di Costa Rey, anche se si tratta di cantieri regolarmente autorizzati. Tardi, ma è un segnale positivo. E le medesime vicende si sono viste a Cabras, a Narbolìa, a Gonnesa, a Fluminimaggiore, a Baunei. Ed in tanti altri paesi della Sardegna. Per certi versi anche molto peggio a Lula. Vogliamo dimenticare tutto questo e premiare chi non ha rispettato la legge ? I diritti di uso civico sono imprescrittibili, non soggetti ad usucapione e inalienabili. Il rimedio appare peggiore del male: quante occupazioni illegittime o, peggio, illecite e violente saranno così sanate, soprattutto nelle “zone del malessere” ? Ci auguriamo un ripensamento del legislatore regionale, aiutato, magari, da un ricorso alla Corte costituzionale da parte del Governo. Noi, nel nostro piccolo, faremo la nostra parte.

Gruppo d?Intervento Giuridico e Amici della Terra

(foto L.C., archivio GrIG)

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Pecunia non olet…..


Queste sono notizie che non vorremmo mai leggere….

da A.N.S.A., 18 maggio 2006, ore 13.00. ARRESTATO UN CONSIGLIERE NAZIONALE DI LEGAMBIENTE.
TREVISO – Un consigliere nazionale di Legambiente, Maurizio Trupiano, 42 anni, di Bagnatica (Bergamo), é stato arrestato dal Nucleo operativo ecologico dei carabinieri con l’accusa di aver ricevuto 10 mila euro dal titolare di un’impresa bergamasca, la GTM, coinvolta nell’inchiesta “Bonnye e Clide” sul traffico illecito di rifiuti. L’indagato, secondo quanto si è appreso, è accusato di estorsione. I carabinieri del Noe, coordinati dal Gruppo tutela ambiente di Treviso, hanno tra l’altro sequestrato un’Alfa 164 che sarebbe stata acquistata e donata dalla GTM all’uomo che è tra l’altro consigliere regionale lombardo e presidente provinciale di Bergamo di Legambiente.
Il coinvolgimento di Trupiano nasce dalle indagini della ‘Bonnie e Clyde” che, in due fasi, (marzo prima e ottobre 2005 poi) aveva portato il Nucleo Operativo Ecologico di Brescia, a sgominare un sodalizio accusato di essere dedito al traffico illecito di rifiuti in varie regioni del Nord Italia, arrestando 5 persone, tra cui un dirigente della Provincia di Bergamo, e procedendo a 32 sequestri (7 relativi ad impianti) e ad una trentina di perquisizioni. Nell’inchiesta era finita anche la GTM di Ghisalba (Bergamo) che venne sequestrata e poi, a distanza di mesi, dissequestrata dall’autorità giudiziaria. Già prima che l’azienda entrasse nell’ attività investigativa del Noe, Trupiano, secondo quanto hanno accertato gli investigatori, avrebbe più volte fatto visita all’azienda, millantando possibili problemi a quest’ultima (nell’ambito ambientale) grazie al suo ruolo di dirigente di Legambiente che gli consentiva un rapporto con le istituzioni e le forze dell’ordine, ma anche con i media. L’indagato si sarebbe fatto vivo di nuovo con il proprietario della GTM,, T.G., poco dopo il dissequestro di quest’ultima. Con l’imprenditore, Trupiano avrebbe nuovamente millantato possibili fastidi all’ azienda, ma la faccenda si sarebbe potuta accomodare dietro il pagamento di una certa somma di denaro. Ieri sera è avvenuto l’incontro tra i due, e l’imprenditore gli ha consegnato 10 mila euro. A quel punto sono intervenuti i carabinieri del Noe di Brescia, gli stessi che qualche hanno fa, per la loro attività a tutela dell’ambiente, erano stati premiati da Trupiano, in qualità di presidente di un premio letterario a Cavernago (Bergamo), organizzato dall’associazione ambientalista. I militari dell’Arma avrebbero accertato che l’ indagato si sarebbe fatto consegnare dal titolare della GTM altri 50 mila euro. Nella perquisizione domiciliare dell’uomo il Noe ha sequestrato documentazione ritenuta interessante ai fini dell’inchiesta.

(foto S.D., archivio GrIG)

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Dibattito pubblico sul futuro parco archeologico-ambientale di Tuvixeddu.


gli Amici della Terra ed il Gruppo d’Intervento Giuridico hanno il piacere di invitarVi alla

Conferenza Cittadina sul Parco di Tuvixeddu

promossa da un gruppo di cagliaritani sensibili ai valori culturali ed ambientali cittadini

Moderatore Giacomo Mameli

Venerdì 19 maggio 2006, Aula Verde, Cittadella dei Musei. Piazza Arsenale, 8.

Inizio ore 16.00

Il colle di Tuvixeddu: emergenze archeologiche, storiche e naturalistiche.

Simonetta Angiolillo – Università di Cagliari

Giuseppa Tanda e Carla Del Vais – Università di Cagliari

Antonio Scrugli – Università di Cagliari

Il progetto del Parco tra tutela e “valorizzazione”.
Donatella Salvi – Soprintendenza Archeologica per le Province di Cagliari e Oristano

Gabriele Tola – Soprintendente per i Beni Architettonici e per il Paesaggio e per il Patrimonio Storico Artistico ed Etnoantropologico per le Province di Cagliari e Oristano

Vincenzo Tiana – Legambiente

Stefano Deliperi – Gruppo di Intervento Giuridico

La tutela del patrimonio culturale nelle disposizioni del P.P.R.

Giorgio Todde – Scrittore

Elisabetta Pilia – Assessore Pubblica Istruzione, Beni Culturali, Informazione, Spettacolo e Sport della Regione Autonoma della Sardegna

E? prevista la partecipazione di Renato Soru, Presidente della Regione Autonoma della Sardegna

Sono invitati a partecipare ed intervenire i candidati sindaci di Cagliari.

Discussione Aperta

(foto S.D., archivio GrIG)

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Tassa sul lusso o fondi per la Sardegna ?

18 Maggio 2006 Commenti chiusi


Tanto si discute in queste settimane sulla c. d. ?tassa sul lusso? relativa a ?seconde case? in disponibilità di ?non sardi? sulle coste isolane e al soggiorno di yachts nelle strutture portuali. Abbiamo provato a raccogliere qualche informazione. Che ne pensate ?

da www.regione.sardegna.it

Dalle nuove tasse un fondo per il riequilibrio

Le risorse finanziarie che saranno ottenute dal versamento dei tributi sulle plusvalenze delle compravendite di immobili e sulla proprietà o possesso delle case non adibite ad abitazione principale, lungo la fascia dei tre chilometri dal mare, confluiranno in un Fondo regionale per lo sviluppo e la coesione territoriale.

CAGLIARI, 5 MAGGIO 2006 – “Mentre la seconda casa per una delle tante bellissime città d’Italia è semplicemente un altro aspetto dell?economia di quel luogo, per noi le seconde case sono una parte fondamentale del nostro tessuto economico. E? la nostra piccola impresa, è il nostro tessuto economico, e in questo momento in gran parte sommersa, e quindi senza nessun beneficio economico per il bilancio pubblico”. Così il Presidente della Regione, Renato Soru, il giorno dopo l’approvazione in consiglio regionale delle misure che introducono in Sardegna una serie di tassazioni, in particolare sulle seconde case al mare di proprietà di non residenti, a vantaggio di un fondo unico per il riequilibrio territoriale.

Rispondendo alle domande di un giornalista, il Presidente Soru ha replicato anche accuse di alcune parti politiche, a prioposito della capacità di attrazione turistica della Sardegna che verrebbe limitata dalla tassazione. “Noi vogliamo conservare i proprietari di seconde case come nostri ospiti, anzi li vogliamo più vicini, e ci farebbe piacere se trasferissero la residenza in Sardegna”. “La Sardegna è una Regione a statuto speciale – ha continuato Renato Soru – che ha compiti anche speciali, incombenze, responsabilità e competenze primarie in molte aree e quindi dei costi del tutto particolari. E diversamente dalle altre regioni italiane, che hanno dei modelli di finanziamento definiti per le regioni a statuto ordinario, il finanziamento dei compiti delle regioni a statuto speciale viene definito in maniera diversa, che è questa: la partecipazione ai redditi prodotti (e quindi noi abbiamo interesse che il turismo delle seconde case emerga dal sommerso), poi la partecipazione all?Iva generata nella regione; terza la possibilità, quando la partecipazione ai redditi non basta, la possibilità anche di un?imposizione fiscale”.

Ha detto ancora il Presidente della Regione: “A cosa servono queste imposte? Per contribuire al bilancio pubblico, per garantire sviluppo in Sardegna, anche nelle zone interne, affinché si superi questo ritardo di sviluppo anche nel momento in cui stiamo uscendo dall’Obiettivo 1. Vuol dire chiedere a chi può contribuire, in maniera che ci siano le condizioni per lo sviluppo per chi ha bisogno di sviluppo. E certo vuol dire ridistribuire un po’ di reddito in maniera da garantire le stesse opportunità a tutti. Noi vogliamo che le opportunità siano garantite uguali a tutti, per quelli che abitano nelle coste, come per quelli che abitano nell’interno, per quelli che abitano in Sardegna come per quelli che abitano in Lombardia, per i figli dei ricchi, come per i figli degli impiegati”.
Infine, una risposta a chi dice che le nuove misure allontaneranno dalla Sardegna i turisti, o almeno i possessori di una seconda casa al mare: “I proprietari di seconde case non solo non sono nemici ma sono nostri amici, li vorremmo anche più vicini. Vorremmo anche che chi ha la seconda casa in Sardegna, se uno ha la seconda casa in Sardegna, se vuole cambiare la residenza non pagherà nemmeno più la tassa sulla seconda casa. Quindi altro che se non sono nostri amici, li vogliamo addirittura più vicini”.

Le nuove imposte regionali. Le risposte a ”Repubblica” e al ”Corriere”.

Cagliari, 6 maggio 2006. “Non è che noi vogliamo dividere l’Italia a fette e fare pagare come dei diritti di passaggio da una regione all’altra: ma il turismo in Sardegna, la seconda casa non è un fatto marginale per la nostra regione, e il turismo per la nostra regione, in particolare il turismo costiero, non è un fatto marginale. Il turismo e le seconde case rappresentano per la Sardegna quello che le piccole fabbriche, i piccoli capannoni, qualche volta i garage rappresentano per altre zone industriali del nostro paese. Sono un po’ i piccoli capannoni del Veneto e cose di questo genere, sono le nostre piccole o microaziende dove molto spesso si fa di fatto attività turistica. E in mano a non residenti ne stimiamo adesso oltre 250 mila. Quindi non è un fatto marginale, di un paio di case. Sono 250 mila, è una parte importante del nostro tessuto economico.
Diciamo che le seconde case sono il nostro “distretto degli occhiali”, è il nostro distretto delle scarpe, è il nostro distretto delle piastrelle. Noi quelle cose lì non ce le abbiamo e forse non ce le avremo mai. Abbiamo quest’industria turistica, in alcuni casi anche allo stato nascente della piccolissima impresa, della seconda casa o di due seconde case, dove si svolge attività turistica. E lì passano i nostri redditi, o il reddito prodotto in Sardegna, totalmente rimasto fuori dalla valutazione del PIL della nostra regione e totalmente senza ricadute in questo momento per il bilancio della Regione.
I proprietari di seconde case non solo non sono nemici ma sono nostri amici, li vorremmo anche più vicini. Vorremmo anche che chi ha la seconda casa in Sardegna, se uno ha la seconda casa in Sardegna, se vuole cambiare la residenza non pagherà nemmeno più la tassa sulla seconda casa. Quindi altro che se non sono nostri amici, li vogliamo addirittura più vicini. Vogliamo che una casa, una seconda casa di un continentale in Sardegna che paga, paga un reddito su quella casa, un reddito immobiliare, però lo paga altrove, chiediamo una tassa sul reddito prodotto in Sardegna del quale noi non abbiamo nessuna partecipazione, contrariamente allo Statuto della nostra Regione, e questa è una parte.
Ma la parte più interessante è questa: mentre la seconda casa per una delle tante bellissime città d’Italia è semplicemente un altro aspetto dell’economia di quel luogo, per noi le seconde case sono una parte fondamentale del nostro tessuto economico. E’ la nostra piccola impresa, è il nostro tessuto economico, e in questo momento in gran parte sommersa, e quindi senza nessun beneficio economico per il bilancio pubblico.
La Sardegna è una Regione a statuto speciale che ha compiti anche speciali, incombenze, responsabilità e competenze primarie in molte aree e quindi dei costi del tutto particolari. E diversamente dalle altre regioni italiane, che hanno dei modelli di finanziamento definiti per le regioni a statuto ordinario, il finanziamento dei compiti delle regioni a statuto speciale viene definito in maniera diversa, che è questa: la partecipazione ai redditi prodotti (e quindi noi abbiamo interesse che il turismo delle seconde case emerga dal sommerso), poi la partecipazione all’Iva generata nella regione; terza la possibilità, quando la partecipazione ai redditi non basta, la possibilità anche di un’imposizione fiscale. Allora nel momento in cui noi abbiamo da decenni, non dalla recente modifica istituzionale, da decenni, la possibilità di imposizione fiscale, stabilita dall’art. 8 del nostro Statuto; nel momento in cui abbiamo questa possibilità e la iniziamo a usare, verso chi la dobbiamo usare? La dobbiamo usare verso i lavoratori o verso i disoccupati? O verso le classi sociali più bisognose? O lo dobbiamo usare laddove ci sono consumi più di lusso? Verso chi ha più possibilità di partecipare ai costi dei servizi pubblici?
Poi c’è un’altra cosa. Nel momento in cui noi tuteliamo il valore ambientale straordinario delle nostre coste e facciamo una legge, il piano paesaggistico regionale che tutela in maniera importantissima la fascia costiera e quindi fa sì che la fascia costiera sia una risorsa ambientale scarsissima, una risorsa ambientale scarsa e noi la rendiamo scarsa quindi valorizzandola di molto, chi fa un uso assolutamente privato, non produttivo di quella risorsa ambientale scarsa è bene che paghi qualcosa, in maniera che ci sia anche un riscontro collettivo dell’uso di una risorsa ambientale scarsa. Mi pare che sia un principio di civiltà assolutamente accettato anche in Italia. Ciascuno contribuisce sulla base della propria capacità. Ciascuno contribuisce sulla base della propria capacità, questo è un concetto che noi abbiamo accettato in Italia come nel resto dei paesi europei e occidentali, che vuol dire che chi ha di più contribuisce di più rispetto a chi ha di meno e che può contribuire di meno, e questo può valere anche in Sardegna. Poi, la considerazione sull’utilizzo delle risorse scarse: devono essere utilizzate sicuramente a beneficio dei privati che le utilizzano, ma anche in parte a beneficio della collettività. Le frequenze dello spazio si pagano, le frequenze della televisione si pagano, anche questa risorsa scarsa, ambientale (perché noi abbiamo deciso che non costruiamo più, o costruiamo pochissimo) e quindi chi ha occupato le coste giustamente continui a trarne beneficio, ma un minimo lo paghi anche al bilancio pubblico in maniera che ci possano essere benefici per tutti: promuovendo anche la capacità di sviluppo in Sardegna, promuovendo anche lo sviluppo delle zone interne.
A cosa servono queste imposte? Per contribuire al bilancio pubblico, per garantire sviluppo in Sardegna, anche nelle zone interne, affinché si superi questo ritardo di sviluppo anche nel momento in cui stiamo uscendo dall’Obiettivo 1. Vuol dire chiedere a chi può contribuire, in maniera che ci siano le condizioni per lo sviluppo per chi ha bisogno di sviluppo. E certo vuol dire ridistribuire un po’ di reddito in maniera da garantire le stesse opportunità a tutti. Noi vogliamo che le opportunità siano garantite uguali a tutti, per quelli che abitano nelle coste, come per quelli che abitano nell’interno, per quelli che abitano in Sardegna come per quelli che abitano in Lombardia, per i figli dei ricchi, come per i figli degli impiegati.
L’amministrazione regionale non sta inventando nulla. Sta solamente utilizzando lo statuto della Regione. Questo statuto, dal ’48, quando le regioni non esistevano ancora in Italia, dava alla regione sarda, come a quella siciliana, delle competenze e delle incombenze particolari e delle responsabilità particolari e prevedeva la possibilità di finanziare questi costi ancora una volta con la partecipazione ai redditi e con l’imposizione fiscale. Quindi non c’è nulla di nuovo, se non il fatto che negli ultimi anni, in particolar modo i redditi della nostra regione molti sono sommersi, legati all’attività turistica, molti sono svolti nella nostra regione, però sono dichiarati fuori dalla nostra regione e allora tutti questi redditi che vengono prodotti nella nostra regione, debbono essere dichiarati nella nostra regione e debbono essere partecipati nella nostra regione. Altrimenti a noi ci rimangono le responsabilità, le competenze, ma non le risorse per finanziarle e quindi ci rimane una voragine di debiti, che non possiamo permetterci.
Stiamo garantendo i presupposti perché il turismo rimanga in Sardegna e cresca. Perché vengono i turisti? I turisti vengono innanzitutto per trovare un ambiente incontaminato, per avere un contatto con la natura, tutelata, per avere contatto con una cultura, con una capacità di ospitare, per stare in un luogo sicuro, e a un prezzo ragionevole. Noi garantiamo tutte queste cose e anzi stiamo valorizzando storia, cultura, la capacità di ospitare, stiamo migliorando le infrastrutture in Sardegna e poi garantiamo la salvaguardia ambientale, che è uno dei presupposti importanti insieme alla cultura, del nostro turismo. Quindi non cambia assolutamente nulla. Il fatto poi che una seconda casa paghi una tassa in Sardegna, non sposta proprio di nulla le decisioni dei turisti, così come non sposta di nulla le decisioni dei proprietari delle seconde case, che proprio grazie a questa volontà di tutela delle coste in Sardegna e dell’ambiente, negli ultimi mesi vedono valorizzati in maniera importante le loro proprietà immobiliari, e infatti sono ben contenti di pagare anche una piccola tassa, perché sanno che questa politica di tutela dell’ambiente e di rispetto del contesto in cui le loro case risiedono sono assolutamente anche a favore loro, oltre che di tutti quanti.
Le regioni a statuto speciale vivono della partecipazione delle imposte sui redditi e sull’Iva. Noi abbiamo iniziato una vertenza con lo Stato italiano per la mancata puntuale applicazione di questa legge statutaria, che è un pezzo della Costituzione italiana. La ripartizione dell’Iva e la ripartizione delle imposte sui redditi fa parte delle promesse del centrosinistra che ha vinto le elezioni e quindi io penso che nei prossimi mesi si possa definire serenamente questa partita.
Io credo che ci sarà la possibilità di comprendere le giuste ragioni di entrambe le parti. E c’è anche la possibilità di comprendere che ognuno deve valorizzare la propria economia. E l’economia della Sardegna vive molto dell’offerta turistica, attraverso le seconde case. Le seconde case molto spesso sono delle vere e proprie attività turistiche e anzi vanno aiutate ad essere valorizzate. Lo stiamo facendo con il piano paesaggistico regionale, lo facciamo anche con il sostegno finanziario. Lo facciamo anche con questa tassazione, che incoraggia a trasformare le seconde case in alberghi, in alberghi diffusi, in attività turistica professionale”.

(foto S.D., archivio GrIG)

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Riscaldiamoci al sole !


Chi di voi non si è accorto, soprattutto in questi ultimi tempi, della presenza sui tetti delle case in città e nei paesi dell?interno, di pannelli solari schierati a captare la prima fonte di energia disponibile in natura, tra l?altro completamente gratuita: il sole.
L’energia solare è infatti la fonte di energia primaria per eccellenza. Ogni anno il sole irradia sulla terra 19.000 miliardi di TEP (Tonnellate Equivalenti Petrolio) mentre la domanda annua di energia è di circa 8 miliardi di TEP. In Italia la domanda annua è di circa 167 milioni di TEP. Tutta l’energia che oggi utilizziamo ha origine dall’irradiamento solare, compresi i combustibili fossili. L’energia termica derivante dall’ irraggiamento solare può essere “catturata” in molti modi e utilizzata per le varie necessità energetiche: come semplice energia termica utile alla produzione di acqua calda per usi sanitari e per riscaldamento ma anche per ottenere energia frigorifera, energia elettrica o energia meccanica, le tecnologie migliori permettono anche la cogenerazione di più tipologie di energia ed è possibile accumulare l’energia termica in molti modi e per differenti usi. Il potenziale dell?energia ottenibile dal calore proveniente dal sole è tale da soddisfare buona parte delle necessità termiche e una non marginale quota di energia elettrica.

I sistemi
I sistemi di captazione di energia dal sole si dividono in termosolari e fotovoltaici che sono le applicazioni più dirette dell’energia solare.
Quello che interessa porre all?attenzione, in questa sede, è il Solare Termico, una tecnologia che permette la conversione diretta dell’energia solare in energia termica per la produzione di acqua calda. Il dispositivo base: “il collettore solare” è costituito da un corpo nero assorbente entro il quale può scorrere un fluido (con la funzione di captare l’energia irradiata dal sole attraverso la superficie scura e trasferirla sotto forma di energia termica al fluido) e una copertura selettiva trasparente sulla parte esposta al sole (con la funzione di limitare le dispersioni per irraggiamento verso l’ambiente esterno), tutto racchiuso in un contenitore opportunamente isolato sulle pareti laterali e sulla parete opposta a quella di ricezione della radiazione. I Collettori Solari producono consistenti quantità di acqua calda ad una temperatura compresa tra i 50°C e 160 °C. Quelli che si vedono montati sui tetti cittadini sono i collettori ad accumulo, detti anche monoblocco, di costruzione molto semplice e sono prevalentemente composti da un serbatoio in acciaio inox che viene esposto direttamente al sole. Il serbatoio solitamente è dipinto di nero, termicamente coibentato e coperto da una lastra di materiale trasparente termoisolante, può anche essere montato direttamente in una cavità del tetto in cui si trova uno specchio solare concavo che riflette la luce; vengono collegati direttamente alla rete dell’acqua fredda e calda senza l’ausilio di scambiatori di calore e pompe e possono essere collegati ad una caldaia a gas ausiliaria, che interviene automaticamente quando la temperatura scende al di sotto di quella richiesta. Hanno un costo modesto, sono compatti, maneggevoli, occupano poco spazio e possono essere installati senza l’ausilio di tecnici specializzati. Generalmente il loro uso è limitato alla sola produzione di acqua calda sanitaria e, inoltre, durante la notte o nei giorni con scarsi apporti solari possono raffreddarsi facilmente.

Una soluzione per ogni situazione
Tutti gli edifici che dispongono di uno spazio soleggiato (tetto inclinato, tetto terrazzato, giardino, ecc.) possono essere dotati di un impianto solare per la produzione di acqua calda sanitaria. Il costo dell?installazione è tanto più basso quanto più facile è l?accesso a tali luoghi. Un tetto terrazzato o un giardino ben soleggiato sono in genere da preferire, ma va bene anche un tetto con tegole. Occorre prestare particolare attenzione a posizionare nel modo migliore il pannello solare. Bisogna scegliere la posizione che offre la migliore insolazione, ma anche le zone più facilmente accessibili e meno critiche negli ancoraggi, in questo modo si risparmia sui costi di installazione.
I pannelli solari devono essere rivolti preferibilmente verso Sud, con una tolleranza di deviazione verso Est o verso Ovest di 30°, ed essere inclinati di circa 35-40° rispetto al piano orizzontale. Tale oscillazione terrà conto della posizione geografica: l?optimum è 30° per l?Italia meridionale e 35-40° per l?Italia settentrionale.

Incentivi finanziari e risparmio
Per facilitare questo decollo e l’ampliamento delle utenze le Regioni e lo Stato hanno predisposto bandi di gara appositi per sostenere l’acquisto dei pannelli solari tramite la concessione di finanziamenti o contributi a fondo perduto. Ci si può informare anche presso gli uffici del proprio comune su eventuali modalità di sostegno all’acquisto del sistema.
Attualmente i contributi regionali sono in corso in Lombardia, in Trentino e in Veneto. Aggiornamenti si trovano sul sito www.ecorete.it specifico sul tema, interessante anche per calcolare, in base alle proprie caratteristiche ed esigenze, il reale risparmio economico derivante dall?utilizzo dei pannelli solari. Il risparmio che si ottiene sulla bolletta del metano installando un kit solare per il riscaldamento dell’acqua calda sanitaria va, per una famiglia di 4 persone, dai 300-400 euro/anno per il Nord Italia, ai 400-500 euro/anno per il Sud Italia. Il risparmio è quasi doppio se lo scaldabagno utilizzato per scaldare l’acqua sanitaria è elettrico. Si risparmia anche in energia elettrica, in quanto l’acqua calda ottenuta dal sole può in molti casi essere immessa nella lavastoviglie e nella lavatrice.
Come si può ben intuire questo significa che ogni anno spendiamo molto in metano ed elettricità per scaldare l’acqua calda per igiene personale e, per questa ragione, e per l’ottimo rapporto livello tecnologico/resa/prezzo dei pannelli solari termici sicuramente l’impianto solare termico è quello che per primo si dovrebbe realizzare nella propria abitazione: avere acqua calda gratis da marzo ad ottobre (e una buona produzione anche per i mesi invernali) è una gran bella sensazione e soddisfazione, sia per l’ecologista che per la persona attenta ai risparmi.
Nella Regione autonoma della Sardegna non sono presenti ad oggi bandi di finanziamento per l?installazione di sistemi solari ma esistono delle esperienze di acquisto assolutamente interessanti. Una popolosa cittadina dell?hinterland cagliaritano, Sinnai, a partire dall?iniziativa di un singolo cittadino, l’ecologista “storico” Sandro Cardia, ha organizzato in autonomia un Gruppo di Acquisto per l?installazione del collettore solare termico per l?acqua calda. L?esperienza è stata così positiva e coinvolgente che ad oggi circa 100 famiglie della cittadina hanno installato il collettore iniziando a produrre la propria acqua calda in economia, risparmiando anche nei costi di acquisto e di installazione.

Gruppo di acquisto?
Il Gruppo di Intervento Giuridico e gli Amici della Terra, oltre a promuovere un?oculata gestione dell?ambiente naturale ed il rispetto dei diritti delle persone, vorrebbero anche iniziare a promuovere e diffondere delle ?buone pratiche?, ovvero quelle iniziative che nel quotidiano migliorano la qualità della vita e assicurano una maggior tutela dell?ambiente del quale viviamo. A tale scopo si vorrebbe promuovere, in forma del tutto gratuita, un Gruppo di Acquisto tra quanti intenzionati all?acquisto di collettore solare per la propria abitazione e, a richiesta, anche uno o più incontri informativi tenuti da tecnici del settore sui vari sistemi e materiali a disposizione, costi ed installazione.
Cosa ne pensate??

Gruppo d’Intervento Giuridicoe Amici della Terra

(foto pubblicitaria Reseda, da www.resedaweb.org)

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Per la difesa degli "altri" animali…

17 Maggio 2006 Commenti chiusi


Legge 20 luglio 2004 n. 189 ?Disposizioni concernenti il divieto di maltrattamento degli animali, nonché impiego degli stessi in combattimenti clandestini o competizioni non autorizzate?, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana n. 178 del 31.7.2004

L?OCCASIONE PERDUTA
Con la definitiva approvazione, avvenuta l’ 8 luglio 2004 in Senato, la legge 189 ha perduto la vera caratteristica rivoluzionaria che era contenuta nel disegno di legge approvato il 15 gennaio 2003 dalla Camera dei Deputati; il riconoscimento, per la prima volta agli animali, dello status giuridico di esseri senzienti. L?iter parlamentare ha portato anche altre modifiche peggiorative, rispetto all?originario disegno di legge, tanto che da più parti si è parlato di un passo indietro rispetto all?originario disposto dell?art. 727del codice penale (come modificato nel 1993). I peggioramenti sono – in effetti consistenti ? e rappresentano altrettante occasioni perdute, ma dobbiamo riconoscere anche gli aspetti migliorativi che la legge 189 del 2004 ha introdotto.
I lavori parlamentari. La nuova legge 20 luglio 2004, n.189 in tema di maltrattamento degli animali è entrata in vigore in Italia a partire dal 1 agosto 2004. Di tale normativa se ne parlava da tempo, e rispetto alle aspettative iniziali, la norma finale ha suscitato contrastanti reazioni, tanto che da più parti si è parlato di regresso rispetto alla previgente normativa. E non potrebbe che essere così, dato l?iter parlamentare che ha preceduto l?approvazione definitiva.
La prima riflessione critica in ordine alla nuova legge attiene alla dissonanza del Titolo IX ? Bis del libro II del codice penale ?Dei delitti contro il sentimento per gli animali? introdotto dall?art. 1 della legge n.189/2004, rispetto ai principi etici, scientifici e politici di cui è permeata la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Animale proclamata il 15 ottobre 1978 nella sede dell’Unesco a Parigi (atto che non ha alcun valore sul piano giuridico-legislativo, ma costituisce il frutto di riflessioni condotte in sede di riunioni internazionali, da personalità appartenenti al mondo scientifico, giuridico e filosofico e alle principali associazioni mondiali di protezione animale).
E? sufficiente por mente all?Articolo 1 della Dichiarazione ?Tutti gli animali nascono uguali davanti alla vita e hanno gli stessi diritti all’esistenza.?, ovvero all?art. 2 ?Ogni animale ha diritto al rispetto; a) L’uomo, in quanto specie animale, non può attribuirsi il diritto di sterminare gli altri animali, o di sfruttarli violando questo diritto. Egli ha il dovere dì mettere le sue conoscenze al servizio degli animali; b) ogni animale ha diritto alla considerazione, alle cure e alla protezione dell’uomo.?, per rendersi conto che lo spirito informatore della nuova legislazione italiana è rivolto non alla tutela dell?animale in sé, quale essere vivente, al quale riconoscere diritto alla vita e alla dignità, bensì alla tutela dell?umano sentimento di pietà verso le sofferenze inflitte agli animali.
A mio parere, con la nuova legge si ritorna al tempo antecedente alla modifica dell?art. 727 cod. pen., introdotta dalla legge n. 473 del 1993, con un evidente ?regresso? rispetto ai risultati raggiunti – in sede interpretativa – dagli oltre 11 anni di giurisprudenza, anche di Corte di Cassazione. L?interpretazione giurisprudenziale era infatti giunta a ritenere quale diretto ?soggetto della tutela? l?animale in quanto essere senziente e non il sentimento umano di pietà verso la sofferenza dell?animale. Lo stesso Titolo IX ? Bis del libro II del codice penale ?Dei delitti contro il sentimento per gli animali? è posto dopo il Titolo IX ?Dei delitti contro la moralità pubblica ed il buon costume?, ad ulteriore dimostrazione della conclusione che oggetto di tutela è la sensibilità umana che è certamente lesa di fronte alle sofferenze inutilmente inferte agli animali, ma che altrettanto certamente non equivale al diretto riconoscimento della tutela dell?animale quale essere vivente. Ben diversa era l?originaria impostazione, scaturita dal disegno di legge approvato nel gennaio 2003 dalla Camera dei Deputati, che prevedeva il Titolo XII bis ?Dei delitti contro gli animali?, posto immediatamente dopo i delitti contro la persona (Titolo XII), e prima dei delitti contro il patrimonio (Titolo XIII).
La nuova legge inoltre prevedendo come oggetto di tutela ?il sentimento per gli animali? si pone in dissonanza addirittura con la Costituzione Europea che, al contrario, considera gli animali quale ?esseri senzienti? e quindi capaci di provare dolore. Si riporta l?ARTICOLO III-121 ?Nella formulazione e nell’attuazione delle politiche dell’Unione nei settori dell’agricoltura, della pesca, dei trasporti, del mercato interno, della ricerca e dello sviluppo tecnologico e dello spazio, l’Unione e gli Stati membri tengono pienamente conto delle esigenze in materia di benessere degli animali in quanto esseri senzienti, rispettando nel contempo le disposizioni legislative o amministrative e le consuetudini degli Stati membri per quanto riguarda, in particolare, i riti religiosi, le tradizioni culturali e i patrimoni regionali.?

* * *

Le nuove figure di reato: osservazioni generali
L?art. 727 del codice penale, come modificato dalla legge 473 del 1993, era certo insufficiente sotto molteplici aspetti per garantire una effettiva tutela agli animali.
I problemi che si ponevano con tale norma erano soprattutto i seguenti:
1) essendo il reato di natura contravvenzionale e, per di più, punito con la sola pena dell?ammenda, il termine di prescrizione dello stesso era di due anni , termine che, in caso di interruzione della prescrizione, arrivava a tre anni. Per tale motivo moltissimi procedimenti non giungevano alle aule del dibattimento in quanto il reato ? medio tempore – si estingueva per prescrizione:
2) stante la natura contravvenzionale del reato, l?imputato poteva ricorrere, non solo al patteggiamento, ma anche all?oblazione ex art. 162 cod. pen. che estingueva il reato;
3) nessuna norma prevedeva la confisca dell?animale, con la conseguenza che l?animale maltrattato correva il rischio di essere restituito all?autore del reato
Stanti i suddetti ?limiti? di tutela posti dalla formulazione dell?art. 727 cod. pen., da anni si era in attesa dell?approvazione di un provvedimento legislativo organico a tutela degli animali, che potesse ovviare agli inconvenienti sopra evidenziati.
La nuova normativa ha certamente aspetti positivi di notevole rilevanza, se si pone mente soprattutto all?inquietante fenomeno dei combattimenti clandestini di animali, alla sottoposizione al doping, e al triste fenomeno degli abbandoni degli animali domestici, ma, a mio avviso, prevalgono gli aspetti negativi, in quanto la maggior parte delle fattispecie che attengono al ?quotidiano? della tutela degli animali risultano ora di più difficile configurazione ai fini penalistici.
Le fattispecie penali ora risulterebbero ridotte ai casi di maltrattamenti più efferati e che maggior ribrezzo destano nell?umano sentire e nell?opinione pubblica. Inoltre si è sostanzialmente sancita una sorta di ?depenalizzazione? per i casi previsti dalle leggi speciali in tema di caccia, pesca, allevamento, trasporto, macellazione, vivisezione, zoo e circhi, nonché in genere per i casi previsti dalle altre leggi speciali in materia di animali, nonché – in via generale – per le condotte poste in essere in occasione delle manifestazioni storiche e culturali autorizzate dalla Regione competente.
Solo la previsione di illeciti amministrativi da parte delle leggi regionali potrà in un qualche modo sopperire agli spazi vuoti di tutela che risultano ora lasciati dalla nuova normativa penale.
* * *
Circa i rapporti tra il vecchio articolo 727 cod. pen. e la nuova normativa, deve rammentarsi l?autorevole pronunciamento della Suprema Corte di Cassazione Penale, Sez. III, 21/12/2005 (Ud. 5/12/2005), Sentenza n. 46784, per la quale ?Il maltrattamento di animali, all’epoca del fatto ascritto al XXX previsto come reato dallo art. 727 c.p., ha conservato carattere di illecito penale, senza soluzioni di continuo, anche dopo la entrata in vigore della L. 20/VII/’04, n. 189 la quale ha introdotto, nell’ordinamento giuridico vigente, l’art. 544 ter c.p.. Ciò non solo per l’identità della rubrica delle due norme “Maltrattamento di animali”, ma soprattutto perché le condotte punibili, previste, sono rimaste identiche -sottoposizione a sevizie o a comportamenti o a fatiche o a lavori insopportabili per le caratteristiche ecologiche dell’animale” ed analoghe sono le finalità o modalità di tali condotte “per crudeltà o senza necessità”?.
* * *
In ordine, tuttavia, alle prospettive concrete di irrogazione delle nuove sanzioni non si può fare a meno di rilevare ? che a fronte dell?inasprimento delle pene (sono previste pene detentive) – quanto meno nei casi di minor clamore e impatto sociale, è facile immaginare che il Tribunale addivenendo alla statuizione di condanna attui la conversione della pena detentiva in pena pecuniaria (ex lege 689 del 1981); di modo che l?inasprimento della pena (anche se innegabile) di fatto potrebbe comportare solo un impatto minimale nei confronti del reo.
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Le innovazioni che ritengo positive riguardano :
- l?aver inserito la maggior parte dei reati contro gli animali nella categoria dei ?delitti?; rimangono l?art. 727 ? abbandono di animali nonché detenzione di animali in condizioni incompatibili con la loro natura e produttive di gravi sofferenze ? e l?art. 2 della Legge 189 del 2004 (divieto di utilizzo a fini commerciali di pelli e pellicce di cane e gatto) come reati di tipo contravvenzionale, le cui pene sono tuttavia inasprite prevedendo arresto in via alternativa all? ammenda, tanto che ora il contravventore può essere ammesso solo all?oblazione facoltativa ex art. 162 bis cod.pen.;
- con l?introduzione della pena della reclusione per i delitti e dell?ammenda in alternativa all?arresto per le contravvenzioni di cui all?art. 727 e all?art. 2 della legge 189 del 2004, i termini prescrizionali del reato, per quanto attiene ai delitti, passano a 5 anni, e quindi a 7 anni e mezzo in caso di interruzione, e per quanto attiene alle contravvenzioni passano a 3 anni, e quindi a 4 anni e mezzo in caso di interruzione, per i reati commessi anteriormente all?entrata in vigore (8 dicembre 2005) delle legge 5.12.2005 n. 251 (cd. ex Cirielli), mentre per i reati commessi dopo il giorno 8 dicembre 2005 il termine prescrizionale è di 4 anni, aumentabile a 5 anni in caso di interruzione;
- l?aver previsto alla stregua di delitto la somministrazione agli animali di sostanze stupefacenti ovvero la loro sottoposizione a trattamenti che procurano un danno alla salute degli stessi (anche se tale normativa è ?derogata? dall?art. 19 ter di cui si tratterà innanzi, per i casi previsti dalle leggi speciali in tema di allevamento e per le manifestazioni storiche e culturali che utilizzano animali);
- l?aver previsto la confisca dell?animale maltrattato (art. 544 sexies), e ciò non solo nel caso di condanna, ma anche nel caso di applicazione della pena su richiesta (patteggiamento); ai sensi dell?art. 321, secondo comma, cpp risulta pertanto possibile il sequestro preventivo dell?animale nella fase delle indagini preliminari.
Le modifiche che ritengo peggiorative, rispetto alla tutela anteriormente riconosciuta dall?art. 727 (come risultante dalle modifiche di cui alla legge 473 del 1993), riguardano:
A – le figure delittuose introdotte nel titolo IX bis ( (articoli 544 bis e seguenti) non prevedono l?ipotesi colposa; quindi i nuovi reati sono puniti solo qualora sia ravvisabile il dolo nella condotta dell?agente (solo l?art. 727 cod. pen. e l?art. 2 della legge 189 del 2004 rimangono ipotesi contravvenzionali punite, pertanto, anche a titolo di colpa); gli emendamenti presentati in sede parlamentare e volti ad introdurre anche le fattispecie colpose nei delitti del Titolo IX bis sono stati bocciati
B – l?introduzione della deroga di cui all?articolo 19-ter (Leggi speciali in materia di animali) disposizioni di coordinamento e transitorie del codice penale, che dispone (con evidente portata riduttiva della concreta efficacia della nuova normativa) che le nuove disposizioni del Titolo IX bis (le nuove ipotesi di delitti) non si applicano ai casi previsti dalle leggi speciali in materia di caccia, pesca, allevamento, trasporto, macellazione, vivisezione, zoo e circhi, nonché alle altre leggi speciali in materia di animali, e non si applicano neppure alle manifestazioni storiche e culturali autorizzate dalla Regione competente.
A mio parere, stante la previsione di cui all?art. 14 preleggi al codice civile, le norme speciali (quale appunto l?art. 19 ter) che derogano a leggi generali, anche in materia penale, non si applicano oltre i casi dalle stesse contemplati.
IN ALTRE PAROLE, LE DEROGHE INTRODOTTE DALL?ART. 19 TER (LEGGE SPECIALE) RIGUARDANO I CASI DISCIPLINATI DALLE LEGGI SPECIALI IVI RICHIAMATE, MA NON RIGUARDANO IN GENERALE I ?SETTORI? (quali caccia, pesca, allevamento,trasporto,ecc).
Bisogna segnalare che nei ?casi esclusi? di cui all?art. 19 ter esistono norme legislative che configurano ipotesi di illeciti amministrativi che contengono l?espressa dizione ?salvo che il fatto non costituisca reato? (si pensi ad esempio agli illeciti amministrativi previsti dalla legge in tema di trasporto degli animali, o in tema di allevamento di animali).
Tuttavia, a mio avviso, con la deroga introdotta dall?art. 19 ter tale ?salvezza? dei fatti costituenti reato, non vale più con riferimento ai delitti di cui al titolo IX bis (con la conseguenza di limitare – in pratica e nella maggior pare dei casi – la tutela penale dei ?nuovi delitti? ai soli animali d?affezione o latu sensu domestici).
Quindi per gli animali presi in considerazione dai casi disciplinati dalle leggi per la caccia, pesca, allevamento, trasporto, macellazione, vivisezione, zoo e circhi, nonché di utilizzo nelle manifestazioni storiche e culturali autorizzate, la tutela penale dovrebbe ora inquadrarsi nelle seguenti ipotesi:
1 ? qualora il caso concreto non rientri nei casi disciplinati in modo specifico dalle leggi di cui all?art. 19 ter, è applicabile la tutela penale degli articoli 544 bis, ter, quater, quinquies, oltre che dell?art. 727 secondo comma cod.pen.
2 ? qualora il caso concreto rientri nei casi disciplinati dalle leggi speciali di cui all?art. 19 ter, permane la generale applicabilità della sola ipotesi contravvenzionale di cui all?art. 727 secondo comma cod.pen. (che prevede la necessaria presenza dei due requisiti: ?grave sofferenza? e ?detenzione in condizioni incompatibili con la natura dell?animale?); l?art. 727 secondo comma non è infatti derogato dall?art. 19 ter che si limita la ?deroga? solo ai delitti di cui al Titolo IX bis (art. 544 bis e ss c.p.)
3 ? rimane vigente, perché non ?derogata?, la fattispecie di cui all?art. 638 c.p. ?uccisione e danneggiamento di animale altrui? che tuttavia riguarda solo gli animali in proprietà e qualora il fatto non costituisca più grave reato.
Con l?introduzione della deroga di cui all?art. 19 ter si è creata (come conferma anche il parere della XII Commissione permanente Affari sociali presso la Camera dei Deputati) una inopportuna ambiguità della normativa sul maltrattamento, quando al contrario erano necessarie norme chiare e stringenti, soprattutto per la tutela degli animali d?allevamento e degli animali selvatici. Invero ? sotto il profilo legislativo ? sancire questa ?disparità di trattamento? tra diverse ?classi? di animali non fa che ulteriormente portare a concludere che oggetto della tutela della nuova legge 189 del 2004 non è l?animale in sé quale essere vivente, ma solo in quanto oggetto del ?sentimento umano? nei suoi confronti
4 – il fatto, inoltre, che l?art. 19 ter sia stato introdotto durante il travagliato iter parlamentare, inserendosi in un testo ancora in evoluzione, ha creato una incongruenza con il disposto dell?art. 544 sexies primo capoverso, ultimo paragrafo; invero, non vedo come possa essere disposta la sospensione dell?attività di trasporto e di allevamento, o l?interdizione da tale attività in caso di recidiva, se trasporto e allevamento sono esclusi proprio dall?art. 19 ter dall?ambito applicativo dei delitti di cui al titolo IX bis (l?unica fattispecie che potrebbe comportare l?applicazione delle sanzioni accessorie della sospensione o interdizione dall?attività di allevamento potrebbe essere la condanna ex art. 544 quinquies per colui che alleva animali destinati ai combattimenti). Speriamo in un intervento chiarificatore da parte della giurisprudenza, ma devo osservare che la nuova normativa – discussa più volte in Parlamento nel corso di ben due anni – poteva connotarsi per maggiore chiarezza ed armoniosità applicativa
5 – un ulteriore elemento, che reputo negativo, deriva dall?intervenuta limitazione delle funzioni di polizia giudiziaria (art. 55 e 57 codice procedura penale) per le guardie particolari giurate delle associazioni protezionistiche e zoofile riconosciute (art. 6, secondo comma, legge 189/2004); l?attività di tali guardie sarà d?ora in poi limitata alle sole fattispecie penali che riguardano gli animali d?affezione (cani e gatti, gli unici definiti tali dall?attuale legislazione, vale a dire la legge 281 del 1991) con esclusione dall?ambito di operatività delle guardie giurate delle fattispecie penali che coinvolgono gli altri animali (che sono – ovviamente – la maggioranze delle specie). La limitazione ai soli ?animali da affezione? è ribadita anche dalla recentissima nota del Ministero dell’Interno n. 1795 del 15 Ottobre 2005 con la quale si chiarisce che l’Articolo 6 della Legge n. 189/2004 attribuisce alle menzionate Guardie Giurate la qualifica di Polizia Giudiziaria ope legis, solo con riferimento allo specifico settore concernente la tutela degli animali d’affezione.
Reputo inopportuno l?aver concentrato solo su cani e gatti l?attività della svariate centinaia di guardie giurate delle quali le associazioni chiederanno la nomina ai Prefetti; vi sarà sovrabbondanza di agenti di polizia giudiziaria concentrati solo sulla tutela di cani e gatti, animali che ? come osservava anche il Senatore Dalla Chiesa in sede di dibattito in commissione parlamentare – normalmente sono già oggetto di cure e attenzioni da parte dell?uomo, forse in maggiore misura rispetto agli animali trasportati, macellati, allevati, soggetti a sperimentazione scientifica, ovvero a manifestazioni circensi, o a spettacoli ludici;
6 – il nuovo art. 727 (intitolato restrittivamente ?abbandono di animali? che tuttavia è fattispecie trattata solo dal primo comma dell?articolo) richiede, al fine di integrare il reato contravvenzionale, di cui al secondo comma, i requisiti congiunti della detenzione di animali in condizioni incompatibili con la loro natura e produttivi di gravi sofferenze; ne emerge ? evidentemente – una cospicua ?restrizione? delle ipotesi penalmente rilevanti, in quanto, contrariamente a quanto accadeva vigente l?anteriore formulazione dell?art. 727 cod. pen., ora occorre anche provare che l?animale patisce le predette ?gravi sofferenze?, tanto che gli organi inquirenti dovranno (tranne che nelle ipotesi di maggior evidenza dei fatti) ? a mio avviso necessariamente – acquisire relazioni di esperti ovvero medici veterinari che possano supportare l?ipotesi di reato, con tutte le conseguenti difficoltà operative che ciò comporterà. Oltre a ciò si aprirà il dibattito su quale debba essere la misura della ?gravità? della sofferenza perché si possa arrivare all?imputazione penale, con le conseguenti valutazioni discrezionali che contribuiranno a rendere magmatica la materia, in attesa di pronunciamenti chiarificatori dei giudici di merito e poi della Suprema Corte.
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Le singole fattispecie.
Art. 544-bis. – (Uccisione di animali).
- Chiunque, per crudeltà o senza necessità, cagiona la morte di un animale è punito con la reclusione da tre mesi a diciotto mesi
L?articolo art. 544bis sanziona l??animalicidio? (come lo definisce il dottor Pistorelli) con la reclusione da tre a diciotto mesi (cagionare per crudeltà o senza necessità la morte di un animale) .
Tuttavia, poiché il delitto è contro il sentimento di pietà verso gli animali, potrà verificarsi che la concreta applicazione della norma porti alla conclusione che ?animale tutelato? è solo quello la cui uccisione desta sentimento di riprovazione da parte della collettività
La norma è derogata nei casi previsti dall?art. 19 ter
La condotta del ?cagionare? può consistere tanto in una azione quanto in una omissione (ad esempio il lasciare volutamente e senza giustificazione l?animale senza cibo e/o acqua fino a farlo morire)
Importante rilevare che
- la morte dell?animale, che nel vecchio articolo 727 C.P. comportava solo un aggravamento della pena, viene ora contemplata come autonoma ipotesi di reato,
- oggi costituisce reato anche l?uccisione ?senza necessità? dell?animale da parte del proprietario dello stesso; in precedenza, si riteneva infatti non penalmente rilevante la condotta del proprietario che uccideva il proprio animale senza procurare allo stesso gravi sofferenze; sul tema era anche intervenuta la Corte Costituzionale con sentenza 20-27 luglio 1995 n. 411 che ha statuito ?l’inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’art. 727 cod. pen., nella parte in cui non assoggetta a sanzione penale la condotta di chi uccide l’animale di sua proprietà.? , in quanto non era consentito alla Corte una pronuncia additiva che costituisse creazione di una nuova fattispecie penale
L?elemento soggettivo richiesto è il dolo generico, anche nella forma del dolo eventuale.
Il delitto e’ doloso, o secondo l’intenzione, quando l’evento dannoso o pericoloso, che e’ il risultato dell’azione od omissione e da cui la legge fa dipendere l’esistenza del delitto, e’ dall’agente preveduto e voluto come conseguenza della propria azione od omissione.
Il dolo eventuale si ha, secondo la dottrina tradizionale, quando la volontà non si dirige direttamente verso l?evento, ma l?agente se lo rappresenta e lo accetta come conseguenza eventuale della propria condotta. In sostanza l?agente pur non intendendo realizzarlo, o anche sperando che non si verifichi, accetta il rischio che possa verificarsi. Ne deriva che sarà evidentemente alquanto difficile fornire la prova di tale volontà qualora non vi siano elementi che palesemente valgano a dimostrare tale elemento psicologico.
Essendo fattispecie punite solo in presenza dell?elemento soggettivo ?dolo?, il Giudice dovrà pertanto farsi carico di esaminare le inevitabili giustificazioni addotte dagli imputati al fine di accertare la sussistenza di ipotesi colpose (penalmente irrilevanti), ovvero la sussistenza del dolo (penalmente perseguibile).
L?elemento oggettivo del reato è configurato nella condotta di chi cagiona la morte di un animale per crudeltà ovvero senza necessità; la crudeltà e la mancanza di necessità che qualificano l?azione sono previste in alternativa tra loro (il vecchio testo dell?art. 727 invece puniva chiunque ?incrudelisce verso animali senza necessità? cumulando i due concetti)
Stante la suddetta alternatività, il fatto ? perché sia penalmente rilevante – deve avvenire
- con la consapevolezza della mancanza di ogni necessità, e quindi della mancanza di un ?giustificato motivo?,
- oppure deve avvenire quando, pur essendo il fatto in qualche modo giustificabile (vi è quindi la ?necessità?), esso è tuttavia eseguito con modalità crudeli che comportino ingiustificate sofferenze
Esempi di punibilità ex art. 544 bis , a mio avviso, possono rinvenirsi nel caso di
- abbattimento non cruento di animali non ammalati, per il qual caso manca la ?necessità?
- abbattimento cruento di animali ammalati, per il qual caso si ravvisa la ?crudeltà?
Si può ancora oggi tenere conto dei risultati della giurisprudenza di legittimità con riferimento al concetto di ?incrudelimento? di cui al vecchio articolo 727 C.P. La crudeltà sussiste quando vi è l?assenza di un giustificato motivo ovvero l?esistenza di un motivo abietto o futile da parte dell?agente, cosicché rientrano nella ipotesi della crudeltà le condotte che si rivelino espressione di particolare compiacimento ovvero anche di sola insensibilità
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Art. 544-ter. – (Maltrattamento di animali).
- Chiunque, per crudeltà o senza necessità, cagiona una lesione ad un animale ovvero lo sottopone a sevizie o a comportamenti o a fatiche o a lavori insopportabili per le sue caratteristiche etologiche è punito con la reclusione da tre mesi a un anno o con la multa da 3.000 a 15.000 euro.
- La stessa pena si applica a chiunque somministra agli animali sostanze stupefacenti o vietate ovvero li sottopone a trattamenti che procurano un danno alla salute degli stessi.
- La pena è aumentata della metà se dai fatti di cui al primo comma deriva la morte dell’animale.
Il reato di ?maltrattamento di animali? viene oggi sanzionato dall?articolo 544 ter con la pena, della reclusione (da tre mesi ad un anno) ovvero della multa (da 3.000 a 15.000 euro). La norma è derogata nei casi previsti dall?art. 19 ter
Ai sensi dell?art. 321, secondo comma, cpp è possibile il sequestro preventivo dell?animale, in quanto per esso è prevista la confisca. E? ovviamente possibile il sequestro preventivo in via d?urgenza da parte della polizia giudiziaria (art. 321 comma 3 bis, c.p.p.)
L?elemento psicologico è il dolo, anche nella forma del dolo eventuale:
la CORTE DI CASSAZIONE Penale, Sez. III, 21/12/2005 (Ud. 5/12/2005), Sentenza n. 46784 ha precisato che il nuovo delitto si configura come reato
a dolo specifico nel caso in cui la condotta sia tenuta ?per crudeltà?,
a dolo generico quando essa è tenuta ?senza necessità?
iI Giudice dovrà pertanto farsi carico di esaminare le inevitabili giustificazioni addotte dagli imputati al fine di accertare la sussistenza del dolo, ovvero solo di ipotesi colpose (penalmente irrilevanti)
Diversi sono i comportamenti considerati penalmente rilevanti dall?art. 544 ter:
- con crudeltà o senza necessità, cagionare una lesione ad un animale (si parla specificamente di lesione e non di semplice percossa);
- con crudeltà o senza necessità, sottoporre un animale a sevizie o a comportamenti o a fatiche o a lavori insopportabili per le sue caratteristiche etologiche
- somministrare ad animali sostanze stupefacenti o vietate (reato di pericolo) (si prescinde in questi casi dal concetto di crudeltà o senza necessità)
- sottoporre un animale a trattamenti che procurano un danno alla salute (reato di danno, e non di pericolo, motivo per il quale occorre ?provare? il verificarsi del danno mediante accertamenti tecnico-scientifici) (si prescinde in questi casi dal concetto di crudeltà o senza necessità)
Deve ritenersi che il concetto di lesione utilizzato dal legislatore non possa che riferirsi agli stessi criteri che qualificano la lesione in altre disposizioni del codice penale. Per lesione di intende ogni apprezzabile diminuzione dell?integrità psicofisica dell?animale, quindi si intendono ?lesione? sia le apprezzabili alterazioni del ?fisico?, sia le menomazioni che incidono in modo apprezzabile sulla psiche dell?animale
Ritengo di poter escludere che nel concetto di lesione rientri oggi la semplice percossa inferta all?animale (la nuova legge in tal caso avrebbe spazzato via i risultati giurisprudenziali raggiunti con la precedente formulazione dell?art. 727 c.p.). Invero, qualche mese prima dell?entrata in vigore della legge 189 del luglio 2004, la Suprema Corte (Cassazione penale, sez. III, 16 ottobre 2003, n. 46291 Lo Sinno) era giunta a statuire la condanna penale nei confronti di una persona che aveva preso a calci un cane: ?Il reato contravvenzionale di cui all’art. 727 c.p. è integrato dal fatto di chi infligge una sofferenza ad un animale senza motivo alcuno, anche nel caso in cui l’animale non abbia riportato lesioni (nella specie, la Cassazione ha confermato la sentenza di merito che aveva condannato all’ammenda di 5.000 euro un uomo che aveva preso a calci un cane). Oggi, stante il richiamo normativo al concetto di lesione, il semplice prendere a calci un animale non è da qualificarsi ? a mio avviso – alla stregua del reato, a meno che la condotta non sfoci in una intensità tale da poter rientrare nel concetto di ?sevizia?, penalmente perseguibile ex art. 544 ter.
La fattispecie ?prendere a calci un animale? è comunque da ritenersi – a mio avviso – vietata dai Decreti Legislativi 53292 e 38898 sulla protezione degli animali nei trasporti, ma la sanzione è solo amministrativa e non riguarda gli animali d?affezione.
La somministrazione di stupefacenti o sostanze vietate, nonchè la sottoposizione a trattamenti nocivi per la salute sono state previste dal legislatore tra le condotte penalmente vietate. Sulla base della nuova legge la somministrazione di sostanze che alterano il normale funzionamento del corpo animale induce una variazione dell?equilibrio fisico e psichico degli animali che può essere definito come maltrattamento
Stando alle notizie riportate dai quotidiani, i primi effetti di tale disposizione si sono potuti verificare in alcuni casi di detenzione illecita di uccelli da richiamo, che erano stati per di più ?dopati? al fine di esaltarne le doti canore. Bisognerà in ogni caso attendere le valutazioni in sede processuale, ed il formarsi dell?orientamento giurisprudenziale.
Il reato del ?doping? sugli animali di cui all?art. 544 ter tuttavia non si applica nei casi previsti dalle leggi in tema di allevamento, stante la deroga operata dall?art. 19 ter.
Per i casi di ?doping? negli allevamenti si applicheranno
- il Decreto Legislativo 16 marzo 2006, n. 158 “Attuazione della direttiva 2003/74/CE, concernente il divieto di utilizzazione di talune sostanze ad azione ormonica, tireostatica e delle sostanze beta-agoniste nelle produzioni animali” pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 98 del 28 aprile 2006 (che abroga il Decreto Legislativo 4 agosto 1999, n. 336) e le sanzioni amministrative dallo stesso previste (art. 32)
- il D.leg.vo 146 del 2001 ?attuazione della direttiva 98/58/CE relativa alla protezione degli animali negli allevamenti?, il cui allegato, al punto 18, prescrive che nessuna sostanza (ad eccezione di quelle consentite a fini terapeutici o profilattici o per trattamenti zootecnici) deve essere somministrata ad un animale, a meno che gli studi scientifici sul benessere degli animali e l?esperienza acquisita ne abbiano dimostrato l?innocuità per la sua salute e il suo benessere. La violazione di tale prescrizione è punita all?art. 7, con applicazione di sanzione amministrativa, anche se con la solita precisazione ?salvo che il fatto costituisca reato?, prescrizione configurabile a mio avviso solo qualora si integrino i presupposti dell?art. 727 secondo comma c.p. (stante la deroga ex art. 19 ter legge 189/2004 per i reati di cui all?art. 544 bis e ter)
Infine ? sui ?danni alla salute dell?animale? a seguito di trattamenti – vale la pena segnalare alcune perplessità manifestatesi nell?ambito dei medici veterinari. Invero, si è sostenuto che laddove si punisce “chiunque somministra agli animali sostanze stupefacenti o li sottopone a trattamenti che procurano un danno alla salute?, si potrebbe correre il rischio di far rientrare fra i destinatari della norma persino i veterinari che somministrano cure agli animali (tipo l’anestesia) che possono comportare effetti collaterali dannosi; si possono fondatamente prevedere non poche ?complicanze? applicative derivanti da tale norma, anche se deve essere chiaro che il reato di cui all?art. 544 ter è punibile solo qualora sia configurabile il dolo in capo all?agente.
Il ?maltrattamento di animali? può concretarsi anche in una condotta omissiva, come accade qualora l?animale sia lasciato in stato di abbandono, di denutrizione, di mancanza di cure sanitarie, tale da integrare le fattispecie penalmente rilevanti della lesione, ovvero della sevizia, ovvero del danno alla salute dell?animale.
E? previsto aumento di pena pari alla metà se dai fatti previsti nel primo comma deriva la morte dell?animale. Tuttavia, se la morte dell?animale era ?voluta? dall?agente (anche solo a titolo di dolo eventuale), questi risponderà del più grave reato di cui all?art. 544 bis
Si segnala l?incongruenza dell?aver previsto l?aumento di pena per la morte dell?animale solo per le condotte di cui al primo comma e non anche per le ipotesi di cui al secondo comma (doping, e trattamenti dannosi per la salute). Il motivo di tale disparità sanzionatoria non pare comprensibile.
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Art. 544-quater – (Spettacoli o manifestazioni vietati).
- Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque organizza o promuove spettacoli o manifestazioni che comportino sevizie o strazio per gli animali è punito con la reclusione da quattro mesi a due anni e con la multa da 3.000 a. 15.000 euro.
- La pena è aumentata da un terzo alla metà se i fatti di cui al primo comma sono commessi in relazione all’esercizio di scommesse clandestine o al fine di trarne profitto per sè od altri ovvero se ne deriva la morte dell’animale.
Altra fattispecie è quella prevista dall?articolo 544 quater (spettacoli e manifestazioni vietati). La norma è derogata nei casi previsti dall?art. 19 ter e quindi nei casi di utilizzo di animali nelle manifestazioni storiche e culturali autorizzate dalla regione
Ai sensi dell?art. 321, secondo comma, cpp è possibile il sequestro preventivo dell?animale, in quanto per esso è prevista la confisca. E? ovviamente possibile il sequestro preventivo in via d?urgenza da parte della polizia giudiziaria (art. 321 comma 3 bis, c.p.p.)
L?elemento soggettivo è il dolo, anche eventuale.
Tra le condotte di cui all?art. 544 quater non rientrano i combattimenti di animali, che sono presi in considerazione da una autonoma previsione normativa (il successivo 544 quinquies).
Salvo che il fatto non configuri più grave reato, la norma di cui all?art. 544 quater sanziona con la pena congiunta della reclusione (da quattro mesi a due anni) e della multa (da 3.000 a 15.000 euro) la condotta di chi promuove ovvero organizza spettacoli o manifestazioni che comportino sevizie per gli animali.
Si segnala il fatto che non assume alcun rilievo ai fini penali il fatto che lo spettacolo o la manifestazione sia o meno autorizzata dalla pubblica autorità.
L?aggravante è prevista nella misura da un terzo alla metà se i fatti sono commessi
- in relazione all?esercizio di scommesse clandestine (e in questa sede si innestano i rapporti tra questa fattispecie e quelle previste dalla legge 13 dicembre 1989 n. 401, il cui art. 4 configura reato l?esercizio abusivo di attività di giuoco o di scommessa)
- ovvero al fine di trarne profitto per sé od altri (necessario il dolo specifico, per fini di profitto)
- ovvero se determinano la morte dell?animale.
Ancora una volta torna in considerazione il destinatario della tutela voluto dal legislatore, vale a dire ?il sentimento umano per gli animali?, in quanto la norma fa esplicito riferimento agli spettacoli o manifestazioni comportanti sevizie, e quindi a spettacoli o manifestazioni ?in pubblico? di fatti integranti sevizie agli animali, prevedendo in tali casi pene superiori a quelle di cui all?art. 544 ter.
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Art. 544-quinquies. – (Divieto di combattimenti tra animali).
- Chiunque promuove, organizza o dirige combattimenti o competizioni non autorizzate tra animali che possono metterne in pericolo l’integrità fisica è punito con la reclusione da uno a tre anni e con la multa da 50.000 a 160.000 euro.
- La pena è aumentata da un terzo alla metà:
1) se le predette attività sono compiute in concorso con minorenni o da persone armate;
2) se le predette attività sono promosse utilizzando videoriproduzioni o materiale di qualsiasi tipo contenente scene o immagini dei combattimenti o delle competizioni;
3) se il colpevole cura la ripresa o la registrazione in qualsiasi forma dei combattimenti o delle competizioni.
- Chiunque, fuori dei casi di concorso nel reato, allevando o addestrando animali li destina sotto qualsiasi forma e anche per il tramite di terzi alla loro partecipazione ai combattimenti di cui al primo comma è punito con la reclusione da tre mesi a due anni e con la multa da 5.000 a 30.000 euro. La stessa pena si applica anche ai proprietari o ai detentori degli animali impiegati nei combattimenti e nelle competizioni di cui al primo comma, se consenzienti.
- Chiunque, anche se non presente sul luogo del reato, fuori dei casi di concorso nel medesimo, organizza o effettua scommesse sui combattimenti e sulle competizioni di cui al primo comma è punito con la reclusione da tre mesi a due anni e con la multa da 5.000 a 30.000 euro.
Le sanzioni più gravi previste dalla nuova legge sono quelle che ?colpiscono? i combattimenti e le competizioni ?clandestine? di animali.
L?art. 544quinquies ?divieto di combattimento tra animali? punisce con la reclusione da uno a tre anni e con la multa da 50.000 a 160.000 euro, chiunque promuove, organizza o dirige combattimenti o competizioni non autorizzate tra animali che possono metterne in pericolo l?inte-grità fisica.
Da notare che l?art. 544 quinquies non prevede sanzioni per chi svolge ?partecipazione passiva? ai combattimenti o competizioni, al contrario della previsione di cui all?art. 727 comma quarto nella sua precedente formulazione, che aveva indotto taluni a considerare reato anche la semplice partecipazione passiva.
Ai sensi dell?art. 321, secondo comma, cpp è possibile il sequestro preventivo dell?animale, in quanto per esso è prevista la confisca. E? ovviamente possibile il sequestro preventivo in via d?urgenza da parte della polizia giudiziaria (art. 321 comma 3 bis, c.p.p.)
Il reato è previsto solo nella ipotesi dolosa, comprensiva anche del dolo eventuale.
Anche in questo caso la norma è derogata nei casi previsti dall?art. 19 ter
La fattispecie punisce la promozione, organizzazione o direzione di combattimenti e competizioni tra animali
- non autorizzate
- che possono metterne in pericolo l?integrità fisica (pericolo anche solo potenziale, e quindi il reato è di ?pericolo?).
Nonostante la rubrica dell?articolo parli solo di ?combattimenti?, la norma prende considerazione anche le ?competizioni? che, pur non prevedendo contatti fisici tra gli animali, possono tuttavia porre in pericolo l?integrità fisica degli stessi
La pena base (reclusione da uno a tre anni e multa da 50.000 a 160.000 euro) è aumentata da un terzo alla metà (cfr. secondo comma)
- se le attività vietate sono compiute in concorso con minorenni o da persone armate;
- se sono promosse utilizzando videoriproduzioni o materiale di qualsiasi tipo contenente scene o immagini dei combattimenti o delle competizioni;
- se il colpevole cura la ripresa o la registrazione in qualsiasi forma dei combattimenti o delle competizioni.
Da notare che per tutte e tre le circostanze aggravanti, di cui al secondo comma dell?art. 544 quinquies, il massimo della pena è elevato fino a 4 anni con l?effetto di rendere possibile l?arresto facoltativo in flagranza ex art. 381 c.p. (ma non il fermo di indiziato di delitto); sono consentite le misure cautelari.
Il terzo comma dell?articolo 544 quinquies sanziona con la reclusione da tre mesi a due anni e con la multa da 5.000 a 30.000 euro colui che, al di fuori dei casi di concorso nel reato di cui al primo comma, e svolgendo attività di addestramento o allevamento di animali, li destina in qualsiasi forma ed anche per il tramite di terzi ai combattimenti di cui al primo comma (incomprensibilmente è escluso il caso del ?destinare alle competizioni?). La stessa pena è prevista per i detentori e possessori degli animali impiegati nei combattimenti e nelle competizioni (questa volta invece previste) se consenzienti a tale impiego dei loro animali.
L?ultimo comma dell?articolo sanziona con la reclusione da tre mesi a due anni e con la multa da 5.000 a 30.000 euro chiunque (fuori dai casi di concorso), anche se non presente sul luogo del reato, organizza o effettua scommesse sui combattimenti e le competizioni di cui si è detto.
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Art. 544-sexies. – (Confisca e pene accessorie).
- Nel caso di condanna, o di applicazione della pena su richiesta delle parti a norma dell’articolo 444 del codice di procedura penale, per i delitti previsti dagli articoli 544-ter, 544-quater e 544-quinquies, è sempre ordinata la confisca dell’animale, salvo che appartenga a persona estranea al reato.
- E’ altresì disposta la sospensione da tre mesi a tre anni dell’attività di trasporto, di commercio o di allevamento degli animali se la sentenza di condanna o di applicazione della pena su richiesta è pronunciata nei confronti di chi svolge le predette attività. In caso di recidiva è disposta l’interdizione dall’esercizio delle attività medesime”.
Le misure di sicurezza e le pene accessorie sono state introdotte dall?articolo 544sexies, tanto nel caso di condanna quanto nel caso di applicazione della pena ex articolo 444 C.P.P. per i reati di cui agli articoli 544 ter, 544 quater e 544 quinquies
E? prevista la confisca obbligatoria dell?animale (salvo che appartenga a terzo estraneo al reato), e – fatto importante da segnalare – è possibile il sequestro preventivo dell?animale ai sensi dell?art. 321, secondo comma, cpp e quindi anche il sequestro preventivo in via d?urgenza da parte della polizia giudiziaria (art. 321 comma 3 bis, c.p.p.)
E? altresì prevista la sospensione da tre mesi a tre anni dell?attività di trasporto, commercio, o allevamento di animali se il condannato è soggetto che svolge tali attività. La recidiva comporta, invece, l?interdizione dall?esercizio delle medesime attività.
Anche in tale articolo è possibile rilevare una incomprensibile incongruenza; la sospensione e l?interdizione dall?attività economica non sono previste nell?ipotesi di cui all?art. 544 bis, vale a dire nei casi (più gravi) nei quali la condotta comporta l?uccisione dell?animale.
Difficile tuttavia, a mio avviso, configurare casi concreti di sospensione o interdizione di attività di allevamento, commercio, trasporto, stante il fatto che gli articoli 544 ter-quater-quinquies sono derogati nei casi previsti dalle leggi speciali di cui all?art. 19 ter (che riguardano anche trasporti ed allevamenti).
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articolo 638 C.P. ?uccisione o danneggiamento di animali altrui?
La legge 189 del 2004 ha dovuto apportare la modifica all?articolo 638 primo comma del C.P. in tema di uccisione o danneggiamento di animali altrui: ?Chiunque senza necessità uccide o rende inservibili o comunque deteriora animali che appartengono ad altri? è ora punito dall?art. 638 c.p. solo ?qualora il fatto non costituisca più grave reato?.
L?art. 638 pertanto non dovrebbe trovare applicazione nei casi di più grave reato come delineati dalla nuova legge 189 del 2004, e commessi su animali in proprietà.
Si tratta dell?unica fattispecie penale trattata dalla legge 189 del 2004 per la quale sia prevista la procedibilità a querela di parte, nella ipotesi di cui al primo comma, ipotesi che è anche l?unica devoluta alla competenza del Giudice di Pace.
La norma non è derogata ai sensi dell?art. 19 ter. Sotto questo profilo può pertanto conservare possibilità applicative.
Riimane confermata la non punibilità della condotta di cui all?art. 638 c.p. nei confronti di chi commette il fatto sopra volatili sorpresi nei fondi da lui posseduti e nel momento in cui gli recano danno
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Art. 727. – (Abbandono di animali).
- Chiunque abbandona animali domestici o che abbiano acquisito abitudini della cattività è punito con l’arresto fino ad un anno o con l’ammenda da 1.000 a 10.000 euro.
- Alla stessa pena soggiace chiunque detiene animali in condizioni incompatibili con la loro natura, e produttive di gravi sofferenze.
Sostanziali sono le modifiche apportate all?articolo 727 C.P. sanzionato con l?arresto fino ad un anno o con l?ammenda da 1.000 euro a 10.000 euro.
I termini prescrizionali sono ? di conseguenza – aumentati rispetto al previgente articolo 727:
per i reati commessi anteriormente all?entrata in vigore (8 dicembre 2005) delle legge 5.12.2005 n. 251 (cd. ex Cirielli) i termini di prescrizione sono passati a 3 anni, e quindi a 4 anni e mezzo in caso di interruzione
per i reati commessi dopo il giorno 8 dicembre 2005 il termine prescrizionale è ora di 4 anni, aumentabile a 5 anni in caso di interruzione
Tuttavia il reato di cui all?art. 727 viene ora circoscritto (rispetto al passato) alle seguenti due ipotesi:
- abbandono di animali domestici o che abbiano acquisito abitudine alla cattività (primo comma)
- detenzione di animali in condizioni incompatibili con la loro natura e produttive di gravi sofferenze ( secondo comma)
Riguardo all?abbandono, la giurisprudenza formatasi con riferimento alla precedente formulazione dell?articolo 727 C.P. ha portato alle seguenti pronunce:
- ?Costituisce forma di maltrattamento idoneo a configurare l’ipotesi di reato di cui all’art. 727 c.p. l’abbandono durante il periodo estivo di un animale, atteso che la norma tutela gli animali in quanto autonomi esseri viventi, dotati di propria sensibilità psico-fisica, e come tali capaci di avvertire il dolore causato dalla mancanza di attenzione ed amore legato all’abbandono. (Nella specie la Corte ha ravvisato il reato “de quo” nell’abbandono nel giardinetto di proprietà degli imputati, di due gattini in tenera età, deceduti per inedia).? Cassazione penale, sez. III, 10 luglio 2000, n. 11056
- non può intendersi abbandono la consegna di un cane presso le strutture comunali di ricovero per tali animali , in quanto è stato ritenuto che ?Non integra il reato di cui all’art. 727 c.p. (maltrattamento di animali), neppure sotto la forma dell’ abbandono, la consegna di un cane presso le strutture comunali di ricovero per cani sul falso presupposto che l’animale non sia il proprio, ma abbia origine randagia, atteso che gli animali ricoverati presso le strutture comunali non possono essere soppressi nè destinati alla sperimentazione e che agli stessi nell’attesa della cessione a privati vengono assicurate le necessarie prestazioni di cura e custodia. ? (Cassazione penale, sez. III, 5 luglio 2001, n. 34396)
- ?Il reato di maltrattamento di animali, punito dall’art. 727 c.p. è configurabile quando, accolto un animale presso di sè, il soggetto non si curi più del medesimo, mantenendolo in condizioni assolutamente incompatibili con la sua natura ovvero in stato di sostanziale abbandono, attraverso la sua denutrizione. (Fattispecie nella quale il proprietario di un cane, trascurato al punto di essere denutrito, ha lasciato che zecche e pulci infestassero il corpo dell’animale con conseguente morte dello stesso).? Cassazione penale, sez. V, 13 agosto 1998, n. 9556
Con riferimento alla detenzione con modalità non compatibili con la natura dell?animale, il reato era stato ipotizzato ? con riferimento alla vecchia formulazione dell?art. 727 – nei seguenti casi
?Costituisce maltrattamento la detenzione di gatti in piccole gabbie, poiché essa priva l’animale della possibilità di movimento e di espansione, se non al prezzo di sofferenza; sussiste una situazione di sofferenza ingiustificata nel caso di cani tenuti in un locale sottotetto soffocante, tenuto conto in particolare della temperatura di un sottotetto non protetto nelle ore più calde di una giornata di piena estate, buio, adibito alla raccolta di rifiuti di vario genere, sporco e maleodorante per le deiezioni ed i liquidi fisiologici non ripuliti. Infatti, sono punibili ex art. 727 c.p. non soltanto quei comportamenti che offendono il comune sentimento di pietà e mitezza verso gli animali (come suggerisce la parola “incrudelire”) o che destino ripugnanza, ma anche quelle condotte che incidono sulla sensibilità dell’animale, producendo un dolore, pur se tali condotte non siano accompagnate dalla volontà di infierire sugli animali, ma siano determinate da condizioni oggettive di abbandono od incuria.? Cassazione penale, sez. III, 20 maggio 1997, n. 5584
?Integra il reato di maltrattamento di animali il comportamento di chi li detiene in condizioni incompatibili con la loro natura. (Nella fattispecie, la detenzione di 130 uccelli in gabbie troppo piccole per le loro dimensioni, colme di sterco in putrefazione, e situate in una stanza buia, umida, non ventilata e maleodorante, è stata qualificata come un trattamento incompatibile con la loro natura, e quindi un maltrattamento, con evidente effetto di sofferenza fisica per i volatili).? Cassazione penale, sez. III, 10 aprile 1996, n. 4918
Ma oggi occorre – in aggiunta – verificare se tale detenzione incompatibile sia tale da produrre non solo ?sofferenza?, bensì GRAVE SOFFERENZA
Per quanto riguarda la dimostrazione della grave sofferenza, anche considerando che nel campo della sofferenza psichica (stress) esistono metodologie per stabilire se un animale è in stato di sofferenza, ciò che risulta effettivamente arduo stabilire clinicamente è quando tale sofferenza sia “grave” (come segnala anche la Segretaria dell?Associazione Nazionale Medici Veterinari dott.ssa Laura Torriani) dato che solo in tali ipotesi ?scatta? l?illecito penale).
In definitiva, può concludersi senza dubbio che l’ ?aggiunta? della condizione della ?grave sofferenza?, per la punibilità della detenzione di animali in condizioni incompatibili con la loro natura, rende certamente più difficile rispetto al passato provare la sussistenza della fattispecie penale
Per fare qualche esempio, tra i più ricorrenti, e sempre esprimendo un parere personale, oggi non sembra sufficiente ad integrare il reato la detenzione in gabbie troppo anguste, la catena troppo corta, la detenzione in ambienti dal punto di vista igienico sanitario inadatti, in quanto occorre la prova di un EVENTO DI DANNO (LA GRAVE SOFFERENZA)
Ne consegue che, al mancato verificarsi dell?evento di danno, non è possibile ricollegare alcuna ipotesi di punibilità (neppure il tentativo, essendo il reato di cui all?art. 727 di tipo contravvenzionale)
Se dalla notizia di reato non è dato evidenziare che il danno si è già verificato (ad esempio sono visibili le escoriazioni o le lacerazioni dell?animale, ovvero il comportamento stereotipato fortemente indice di stress psichico), può ritenersi che la ?sofferenza? si sia già consumata? ? Temo di no.
E, prima di ogni altra considerazione, quali sono i parametri per giudicare la gravità della sofferenza ? Solo esperti del settore potranno ? a mio avviso – fornire un parere scientificamente valido e utilizzabile a fini processuali (a meno che il fatto che concretamente viene accertato non sia di palmare evidenza a fini probatori)
Vi sarà quindi un più ampio margine di manovra per i legali della difesa nei processi, previsione condivisa anche dal Procuratore Generale di Trento, dottor Stefano Dragone.
Per tali ragioni ritengo necessario (a parte i casi più eclatanti) che la notizia di reato venga supportata da pareri medici veterinari o comunque di esperti, che la polizia giudiziaria potrà nominare quali ausiliari durante l?attività di indagine, ovvero da periti nominati dal Pubblico Ministero.
Altro aspetto che reputo negativo, è la mancata previsione per i casi di cui all?art. 727 della confisca obbligatoria dell?animale, a fronte delle ipotesi invece contemplate per i maltrattamenti di cui all?art. 544 ter.
E? possibile l?ammissione alla oblazione facoltativa di cui all?art. 162 bis c.p., con effetto estintivo del reato
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Art. 2. Divieto di utilizzo a fini commerciali di pelli e pellicce
1. E’ vietato utilizzare cani (Canis familiaris) e gatti (Felis catus) per la produzione o il confezionamento di pelli, pellicce, capi di abbigliamento e articoli di pelletteria costituiti od ottenuti, in tutto o in parte, dalle pelli o dalle pellicce dei medesimi, nonché commercializzare o introdurre le stesse nel territorio nazionale.
2. La violazione delle disposizioni di cui al comma 1 è punita con l’arresto da tre mesi ad un anno o con l’ammenda da 5.000 a 100.000 euro.
3. Alla condanna consegue in ogni caso la confisca e la distruzione del materiale di cui al comma 1
L?articolo 2 della Legge 189 del 2004 ?Divieto di utilizzo a fini commerciali di pelli e pellicce? appartenenti a cani e gatti, configura alla stregua di nuova ed autonoma fattispecie penale ciò che in precedenza era sanzionato ex art. 650 c.p., configurando ? all?epoca – ipotesi di violazione dell?ordinanza del Ministero della Salute 21 dicembre 2001 ?Misure cautelari per la tutela dei cani e gatti domestici? (ordinanza rinnovata ancora nell?anno 2003, avendo scadenza temporalmente limitata all?anno).
L?articolo 2 punisce ora con pena decisamente più grave (arresto da tre mesi ad un anno o ammenda da 5.000 a 100.000 euro) l?utilizzazione di cani (canis familiaris) e gatti (felis catus) per la produzione o il confezionamento di pelli, pellicce, capi di abbigliamento e articoli di pelletteria costituiti od ottenuti in tutto o in parte dalle pelli o dalle pellicce dei medesimi, nonché la commercializzazione o l?introduzione degli stessi nel territorio nazionale.
Diversamente dall?ordinanza ministeriale, non è più sanzionata la mera detenzione delle pelli e pellicce di cane o gatto.
Il terzo comma dell?articolo 2 prevede anche la confisca obbligatoria e la distruzione delle cose contemplate nel primo comma.
E? possibile l?ammissione alla oblazione facoltativa di cui all?art. 162 bis c.p. con effetto estintivo del reato
I termini di prescrizione del reato contravvenzionale sono i seguenti:
per i reati commessi anteriormente all?entrata in vigore (8 dicembre 2005) delle legge 5.12.2005 n. 251 (cd. ex Cirielli) il termine di prescrizione è di 3 anni, aumentabile a 4 anni e mezzo in caso di interruzione
per i reati commessi dopo il giorno 8 dicembre 2005 il termine prescrizionale è ora di 4 anni, aumentabile a 5 anni in caso di interruzione
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Art. 19 ter ?Leggi speciali in materia di animali? disposizioni di coordinamento e transitorie del codice penale
“Art. 19-ter. – (Leggi speciali in materia di animali). – Le disposizioni del titolo IX-bis del libro II del codice penale non si applicano ai casi previsti dalle leggi speciali in materia di caccia, di pesca, di allevamento, di trasporto, di macellazione degli animali, di sperimentazione scientifica sugli stessi, di attività circense, di giardini zoologici, nonché dalle altre leggi speciali in materia di animali. Le disposizioni del titolo IX-bis del libro II del codice penale non si applicano altresì alle manifestazioni storiche e culturali autorizzate dalla regione competente.
L?articolo 3 della legge 189 del 2004 prevede l?introduzione dell?articolo 19 ter alle disposizioni di coordinamento e transitorie del codice penale
La norma ha una importanza cruciale per stabile l?effettiva valenza della nuova legge, in quanto è espressione del principio per il quale la legge speciale deroga a quella generale e per il quale la legge penale non si applica oltre i casi in essa considerati (art. 14 preleggi al Codice Civile)
L?art. 19 ter, infatti, esclude l?applicabilità delle disposizioni di cui al titolo IX bis del Libro II del codice penale, ai casi previsti dalle leggi speciali in tema di
caccia,
pesca,
allevamento,
trasporto,
macellazione di animali,
sperimentazione scientifica sugli stessi,
attività circense,
giardini zoologici,
nonché dalle altre leggi speciali in materia di animali

L?art. 19 ter, inoltre, esclude l?applicabilità delle disposizioni di cui al titolo IX bis del Libro II del codice penale, alle manifestazioni storiche e culturali autorizzate nella regione competente . E per di più in questo caso non vi è il limite dei ?casi ? disciplinati dalle leggi speciali), e pertanto la ?deroga? è totale; il che è particolarmente allarmante se si pensa che le manifestazioni con impiego di animali sono purtroppo in aumento e recentemente si è assistito ad un proliferare di manifestazioni, organizzate da vari comuni, che prevedono l?utilizzo delle più svariate specie animali: cavalli, buoi, asini, cani, suini, galline e altri ancora , con buona pace del rispetto delle loro caratteristiche etologiche.
Quest?ultima previsione vale ad attribuire efficacia scriminante alla consuetudine, e per di più sulla base anche di un mero provvedimento amministrativo (con le connesse perplessità di legittimità costituzionale in quanto se è precluso alle Regioni legiferare in materia penale a maggior ragione dovrebbe ritenersi preclusa l?emanazione di un atto amministrativo ? non avente valore di legge – a valenza scriminante).
La prima Regione a legiferare in materia è stata la Regione Molise con la LEGGE REGIONALE in data 11 aprile 2005, n. 12 ?Disposizioni concernenti le manifestazioni storiche e culturali autorizzate dalla Regione ai sensi dell’art. 3, comma 1, della legge 20 luglio 2004, n. 189? (pubblicata sul
BOLLETTINO UFFICIALE DELLA REGIONE MOLISE – N. 8 del 16 aprile 2005). Tale legge si segnala in quanto adottata nonostante una condanna penale inflitta da sentenza recente della Corte di Cassazione (sezione III penale n. 37878 del 24 settembre 2004) che ha ritenuto integrare il reato di cui all?art. 727 codice penale (previgente versione) alla corsa dei buoi trainanti carri, denominata ?carrese in Ururi?.
Pertanto, nonostante le concrete modalità dello svolgimento della gara siano state ritenute configuranti il reato del 727 cod. pen. nella precedente versione (come introdotto dalla legge del 1993), in forza delle disposizioni dell?art. 19 ter della nuova legge 189 del 2004 le ?carresi? sono ora considerate manifestazioni legittime.
Leggiamo qualche articolo della legge regionale:
Art. 1 ?Oggetto e finalità? La presente legge disciplina l’autorizzazione delle manifestazioni storiche e culturali per le quali viene riconosciuta, ai sensi dell’art. 3, comma 1, della legge 20 luglio 2004, n. 189, la rilevanza di patrimonio storico e peculiare delle comunità locali interessate.

Art. 2 ?Definizione ed ambito di applicazione?

1. Sono ammesse al riconoscimento di cui all’art. 1 ed ai benefici connessi all’erogazione di provvidenze finanziarie per la loro valorizzazione le seguenti iniziative:
a) le carresi dei comuni di Portocannone, San Martino in Pensilis ed Ururi;
b) il rodeo pentro di Montenero Valcocchiara;
c) i carri di S. Pardo di Larino;
d) il palio delle quercigliole di Ripalimosani;
e) il palio delle contrade di Montelongo;
f) i cavalli bardati di Capracotta;
g) i cavalli bardati di Isernia del 13 giugno.
2. Le manifestazioni di cui al comma 1 sono considerate “manifestazioni storiche e culturali” dalla Regione Molise. Ai sensi dell’art. 3, comma 1, della legge 20 luglio 2004, n. 189, è riconosciuta la piena rilevanza delle manifestazioni di cui al comma 1 del presente articolo in quanto rappresentano il patrimonio storico e peculiare delle comunità locali interessate.
Quanto la Cassazione (sezione III penale sentenza n. 37878 del 24 settembre 2004) aveva stabilito costituire reato (era stato contestato ai partecipanti e organizzatori della gara il fatto che ??. agendo in unione e concorso tra di loro, in numero superiore a cinque, partecipando tutti alla corsa dei carri tenutasi in Ururi, c.d. Carrese, in veste di conducenti dei carri… ovvero di cavalieri di supporto ai carri stessi…, adoperavano i buoi che trainavano i carri in modo incompatibile con la loro natura, costringendoli e spronandoli in una corsa sfrenata mediante l’utilizzo di pungoli e bastoni acuminati, per tal modo incrudelendo nei confronti degli animali?), oggi, in forza della deroga di cui all?art. 19 ter è condotta lecita.
A mio avviso, tuttavia, qualora le modalità di svolgimento di tale gara possano integrare il requisito della grave sofferenza, si potrebbe configurare il reato di cui all?art. 727 secondo comma codice penale, come introdotto dalla legge 189 del 2004, in quanto tale fattispecie di reato contravvenzionale non è derogata dalla previsione dell?art. 19 ter, come si dirà meglio nel prosieguo
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Con DECRETO LEGISLATIVO 21 marzo 2005, n.73 è stata data ?Attuazione della direttiva 1999/22/CE relativa alla custodia degli animali selvatici nei giardini zoologici.?In tema di sanzioni, è disposto che?? salvo che il fatto costituisca reato ? la violazione di ogni singola condotta di cui all’articolo 3, comma 1, lettere d), e), f), g), h) ed i) (Requisiti del giardino zoologico), e la violazione dell’obbligo di cui all’articolo 5 (Chiusura del giardino zoologico) sono punite con la sanzione amministrativa da millecinquecento euro a novemila euro?.
Anche in questo caso, pertanto, le fattispecie di reato nelle condizioni di detenzione degli animali potranno assumere valenza penale solo qualora si configurino i presupposti di cui all?art. 727 secondo comma c.p. (detenzione in condizioni incompatibili per la natura dell?animale e produttive di gravi sofferenze)
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Invero, tornando all?esame generale dell?art. 19 ter introdotto dalle legge 189 del 2004, a mio avviso, si può affermare che se le attività menzionate dall?art. 19 ter vengano svolte entro l?ambito di operatività delle leggi speciali che le disciplinano, la configurabilità dei reati di cui agli articoli 544 bis e seguenti può dirsi esclusa
L?esclusione è totale (cioè non è limitata ai casi previsti dalle leggi speciali) nei casi delle manifestazioni storiche e culturali autorizzate dalla regione competente. Si deve concludere ? stante il testo legislativo – che la somministrazione di sostanze stupefacenti ed i trattamenti dannosi per la salute non saranno penalmente sanzionabili ex art. 544 ter c.p., nei casi di manifestazioni storiche o culturali autorizzate.
Tuttavia permane, anche nei casi disciplinati dalla normativa in tema di caccia, pesca, allevamento, trasporto, macellazione di animali, sperimentazione scientifica sugli stessi, attività circense, giardini zoologici, manifestazioni storiche e culturali autorizzate nella regione, l?applicabilità dell?art. 727 secondo comma c.p. semprechè se ne integrino i ?ristretti? presupposti (l?art. 19 ter deroga unicamente ai delitti di cui al titolo IX bis, tra i quali non rientra la contravvenzione di cui all?art. 727 secondo comma c.p.), oltre che l?applicabilità dell?art. 638 c.p.. (quest?ultimo non per gli animali selvatici che vivono in libertà)
Al contrario, se la condotta si sostanzia in un comportamento che esula dall?ambito del caso disciplinato dalla legge speciale (o dall?autorizzazione regionale in tema di manifestazioni storiche e culturali) tale condotta potrà essere penalmente valutata alla luce delle disposizioni di cui agli articoli 544 bis e seguenti, e dell? art. 727, secondo comma, c.p.

Per fare qualche esempio, si può sostenere ? a mio avviso – il bracconiere (figura che non rientra nell?ambito derogatorio della legge speciale n. 157 del 1992) che cattura con mezzi vietati risponde di furto aggravato (la fauna selvatica è patrimonio indisponibile dello Stato), in concorso con i reati di cui all?art. 544 bis (se viene integrata la ?crudeltà? nell?uccisione), ovvero di cui all?art. 544 ter (se viene arrecata lesione o sevizia nella cattura), ovvero dell?art. 727 secondo comma c.p. se si integra la grave sofferenza nella detenzione dell?animale catturato (l?art. 727 secondo comma è sempre ipotizzabile anche nei casi previsti dalle leggi speciali in materia di caccia, in quanto non rientra nella deroga di cui all?art. 19 ter)
- il cacciatore (figura che rientra nell?ambito derogatorio della legge speciale n. 157 del 1992) che cattura con archetti i volatili risponde non solo del reato di cui all?art. 30 lett. h) legge 157 del 1992 (caccia con mezzi vietati), ma anche ? in concorso – della violazione dell?art. 727 secondo comma c.p. se nella predetta forma di cattura si integrano i presupposti della detenzione dell?anmale catturato in condizioni di grave sofferenza (come pare fondatamente sostenibile nella specie dell?utilizzo degli archetti, che spezzano gli arti inferiori del volatile, lasciandolo vivo e ?appeso? agli arti spezzati per svariato tempo)
- il cacciatore (figura che rientra nell?ambito derogatorio della legge speciale n. 157 del 1992) che al fine di richiamare a scopo di caccia gli uccelli, utilizza un richiamo vivo legato ad una cordicella, strattonandolo e facendogli compiere continui decolli e conseguenti ricadute , determina la sevizia dell?animale, ed è punito ex art. 544 ter, senza poter beneficiare della deroga ex art. 19 ter: invero, secondo la CORTE DI CASSAZIONE Penale, Sez. III, 21/12/2005 Sentenza n. 46784, la legittimità delle pratiche venatorie consentite sulla base della L. 157/’92 deve essere verificata anche alla luce delle norme del codice penale, cosicchè l’uso di richiami vivi deve ritenersi vietato non solo nelle ipotesi previste espressamente dall’art. 21 co. 1 lett. r) L. 157/’92, ma anche quando viene attuato con modalità incompatibili con la natura dell’animale e non v’è dubbio che imbracare un volatile, legarlo da una fune, strattonarlo ed indurlo a levarsi in volo, per poi ricadere pesantemente a terra o su un albero, significa sottoporre Io stesso, senza necessità, a comportamenti e fatiche insopportabili e non compatibili con la natura etologica di esso;
- l?allevatore che non si adegua alle prescrizioni del D.Lv. 26 marzo 2001, n.146 ?Attuazione della direttiva 98/58/CE relativa alla protezione degli animali negli allevamenti? (normativa che stabilisce le misure minime da osservare negli allevamenti per la protezione degli animali, prevedendo l?adozione di misure adeguate per garantire il benessere degli animali ed impedire che vengano loro provocati dolore, sofferenze o lesioni inutili ? cfr. l?allegato al D.Lv. 146/2001 che indica le modalità di un corretto allevamento) risponderà per le violazioni amministrative dal d.leg.vo stesso configurate e sanzionate, che tuttavia prevedono la salvezza ?salvo che il fatto non costituisca reato? (articolo 7 del D.Lv. 146/2001), con la precisazione ? a mio avviso – che l?unico reato che pare essere fatto salvo è quello di cui all?art. 727 secondo comma c.p. se si integra nella fattispecie concreta il requisito della grave sofferenza e della detenzione dell?animale in condizioni incompatibili con la sua natura (l?art. 727 secondo comma è applicabile in materia di allevamento in quanto non rientra nella deroga di cui all?art. 19 ter).
- integrerà il reato di cui all?art. 544 bis (per il requisito della ?crudeltà?) lo scuoiamento dell?animale da pelliccia mentre dà ancora segni di vita (fattispecie non disciplinata e non consentita dal d.leg.vo 333 del 1998 relativo alla protezione degli animali durante la macellazione);
- manifestazioni storiche e culturali autorizzate dalla Regione: è ragionevole ritenere che il rilascio dell?autorizzazione regionale valga a stabilire la buona fede degli organizzatori; tuttavia deve trattarsi di autorizzazione legittima, vale a dire rilasciata sulla base degli accertamenti e del rispetto dei parametri tecnici previsti dalle normative del settore; l?illegittimità dell?autorizzazione potrebbe comportare la configurabilità della contravvenzione di cui all?art. 727 secondo comma, c.p. in capo a colui che l?ha rilasciata, in quanto la predetta fattispecie contravvenzionale è sempre ipotizzabile anche nei casi in questione, in quanto norma non derogata dall?art. 19 ter.

Avvocato Rossella Ognibene

(foto R.O., archivio GrIG)

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Petizione per l?abolizione del costo di ricarica per le schede cellulari.


Un argomento che dovrebbe riguardare un po’ tutti noi consumatori. In questi giorni è passata all?esame della Commissione Europea la richiesta di abolizione dei costi di ricarica per le schede cellulari (i famosi 5 euro di costi fissi) presentata da un cittadino italiano. Questo fenomeno è tutto italiano, negli altri Paesi del mondo il credito telefonico corrisponde a quello acquisito con la ricarica !
La notizia che la Commissione Europea stia procedendo all?esame della questione ed ha già contattato in merito l’Authority italiana conforta non poco. E? un segnale chiaro e pulito del fatto che qualcosa può cambiare.
Per questo riportiamo sotto un link nel quale si può firmare (online) la petizione per l’abolizione dei suddetti costi di ricarica. Si tratta di un sostegno simbolico, le firme online non hanno formale pieno valore giuridico, ma costituiscono un forte sostegno alla richiesta ! Bisogna arrivare almeno a quota 50.000 firme… siamo solo a 23.000 !

Il primo link qui sotto e quello che permette di accedere alla petizione:
http://www.petitiononline.com/costidir/petition.html

Questo secondo link è quello che permette di accedere ad un articolo sul tema:
http://punto-informatico.it/p.asp?id=1473614&r=Telefonia

Ringraziamo tutti per l’attenzione e spero che darete l’opportunità a tutti i vostri amici/conoscenti di fornire il loro contributo all’iniziativa…e che lo facciano a loro volta!

Gruppo d’Intervento Giuridico e Amici della Terra

(foto da italy.peacelink.org)

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Onore al mitico Comunardo Niccolai !


In un momento così pesante per il calcio italiano, un momento così triste per le vergognose vicende che stanno ponendo sull?orlo del baratro la fiducia nello sport, nella competizione leale da parte di milioni di italiani, privati del “diritto” ad uno sport pulito. In un momento nel quale il ?gioco più bello del mondo? sta finendo ucciso da soldi, interessi, scandali, trucchi, ?cupole? e quant?altro di putrido ci possa essere desideriamo rendere un piccolo omaggio ad un calciatore tanto bistrattato quanto pulito ed onesto nella sua voglia di giocare al calcio, Comunardo Niccolai. Qualche riga per chi non sapesse o avesse un vuoto di memoria.
Niccolai Comunardo, classe 1946, pistoiese, mitico stopper del Cagliari dello scudetto e, per una breve stagione, pure della Nazionale. Niccolai era un onesto difensore, ma tra gli appassionati non è ricordato per i tackle o le rocciose marcature a uomo in auge all’epoca, bensì per gli autogol. Non deviazioni impercettibili, sventurate e fatali che capitano a tutti, ma autogol clamorosi, roboanti, spettacolari. Violente inzuccate e bordate terrificanti. Nella porta sbagliata. Roba da applausi, anche se da parte dei tifosi avversari. Nel marzo 2002 dichiarava:”sono famoso per gli autogol, ma in fondo ne ho segnati soltanto cinque – ricordava sorridendo l’ex stopper – due furono davvero eccezionali: contro la Juventus, e, soprattutto, contro il Bologna. Per mettere a segno il secondo scartai addirittura Albertosi, entrando in porta col pallone…”.
Di lui si ricordano pallonate lanciate in tribuna, in momenti di difficoltà della propria difesa, si ricorda anche un grandioso eurogol al volo, di sinistro, nonostante non fosse il suo piede preferito?ma, forse, lo segnò proprio per questo?
Però un calciatore vero, onesto, sportivo. Un vero uomo prima di tutto. Tutto il contrario di quello a cui si sta assistendo, purtroppo, oggi. Vogliamo un calcio fatto di tanti Comunardo Niccolai !

Comunardo Niccolai (da www.wikipedia.org, l?enciclopedia della rete), nato a Uzzano (PT) il 15 dicembre 1946 è stato un giocatore italiano di Calcio nel ruolo di stopper.
Dopo aver militato nella Torres passò al Cagliari col quale fu campione d’Italia nella stagione 1969/70. Chiuse la carriera indossando la maglia del Perugia.
In serie A ha collezionato centoquarantrè presenze segnando tre goal; vanta anche tre presenze in Nazionale B.
Il suo nome è legato nell’immaginario degli appassionati di calcio agli autogol, in quanto Niccolai ne realizzò alcuni di molto spettacolari.
Giocò anche in nazionale prendendo parte ai mondiali del 1970, tanto che il suo allenatore a Cagliari, Manlio Scopigno, disse di lui: “Mi sarei aspettato di tutto dalla vita, ma non di vedere Niccolai in mondovisione”.

(foto da Figurine Panini – Modena)

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Finalmente una buona notizia!


Il 12 maggio scorso il Consiglio regionale ha approvato, a maggioranza, la legge che istituisce in Sardegna (ultima tra le Regioni) l?Agenzia regionale per la protezione dell?ambiente (ARPAS).
L?Agenzia avrà il compito di promuovere lo sviluppo sostenibile, controllare gli ecosistemi naturali, monitorare l?ambiente e il territorio, soprattutto nei centri abitati; verificare la possibilità di recupero di zone inquinate, operando costantemente in contatto con le Asl e le amministrazioni locali (fonte: L?unione sarda).
Come ha, giustamente, affermato il Presidente della Regione Renato Soru ?finalmente si è colmato un vuoto che durava da 12 anni, con una legge che inciderà direttamente sulla salute dei cittadini, attraverso le attività di prevenzione e di tutela dell?ambiente, una risorsa importantissima per lo sviluppo della Sardegna?. Finalmente, ribadiamo, la Sardegna, grazie ad amministratori regionali responsabili e lungimiranti, si è dotata di un?importantissima struttura di controllo e prevenzione dei rischi legati all?inquinamento che, se ben gestita, contribuirà efficacemente a tutelare l?ambiente e la salute dei sardi.

Riassumiamo, brevemente, la storia dell?Arpas, piuttosto lunga e travagliata: in seguito all?esito favorevole del referendum promosso nel 1992 dagli Amici della Terra (osteggiato dai tanti che intendevano lasciare i controlli ambientali in mano alle USL) è stata istituita con Ordinanza del Commissario Governativo per l?Emergenza Idrica in Sardegna (n. 323 del 30.09.2002) modificata ed integrata dall?Ordinanza n. 410 del 29.12.2004. Tale Ordinanza dà attuazione all?art. 6 dell?Ordinanza del Presidente del Consiglio dei Ministri n. 3243 del 29.09.2002. Nell?ambito del mandato così conferitogli, il Commissario Governativo ha provveduto ad istituire l?Agenzia e successivamente a nominarne il Commissario Straordinario.

Il Direttore Generale dell?Arpas, Dott.ssa Carla Testa, è stato nominato con DPR del 18 gennaio 2005 a seguito della Deliberazione n. 54/63 del 30.12.2004.

Il mandato che delinea in prima istanza le competenze delle Agenzie Regionali per la Protezione dell?Ambiente è la Legge 21 gennaio 1994, n. 61 , che attribuisce all?ANPA (oggi APAT) alle ARPA e alle APPA il compito essenziale di garantire i controlli ambientali su tutto il territorio nazionale e di raccogliere, elaborare e divulgare tutti i dati sulla situazione ambientale. Essa elenca in primo luogo le attività tecnico-scientifiche per la protezione dell?ambiente connesse all?esercizio delle funzioni pubbliche (art. 01); in secondo luogo stabilisce che le Regioni, per lo svolgimento delle attività elencate di interesse regionale e di ulteriori attività eventualmente individuate dalle Regioni, devono attribuire alle ARPA: le funzioni, il personale, i beni mobili e immobili, le attrezzature e la dotazione finanziaria dei Presidi Multizonali di Prevenzione, nonché il personale, l?attrezzatura e la dotazione finanziaria dei servizi delle Aziende USL adibiti alle suddette attività (art. 03).

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Referendum sulle modifiche alla costituzione: un bel NO !


Tra poco più di un mese saremo chiamati ad esprimerci con un referendum sulle profonde e radicali modifiche alla Costituzione introdotte recentemente: vogliamo un’Italia a pezzi ?

da www.eddyburgh.it
NO alla costituzione (anticostituzionale) del centrodestra ! di Pietro Ciarlo (L?autore è ordinario di Diritto Costituzionale e componente del Comitato Direttivo dell?Associazione Italiana dei Costituzionalisti. Questo testo merita di essere conosciuto e diffuso per comprendere con semplicità il baratro nel quale ci stanno gettando).

1. LA COSTITUZIONE SOTTO ATTACCO.

La nostra Costituzione è in pericolo. Infatti il centro-destra ha approvato nell?autunno del 2005 una sua modifica che, se non sarà respinta dall?ormai prossimo referendum, entrerà in vigore producendo danni gravi e irreversibili. Con il referendum possiamo dire NO all?entrata in vigore di tale modifica. Le parti più pericolose di essa prevedono una forte riduzione del ruolo del Parlamento, subordinandolo a un Primo ministro dotato di poteri enormi; una tanto confusa quanto deleteria trasformazione del Senato della Repubblica in un finto Senato federale e, infine, la famigerata devolutionvoluta dalla Lega Nord. I cittadini italiani non possono permettere che una simile revisione entri in vigore. Sfigurare la nostra Costituzione significherebbe minare le fondamenta della nostra convivenza. In questo scritto abbiamo voluto approfondire i motivi per i quali le modifiche alla Costituzione deliberate dal centro-destra devono essere respinte, cosicché chi legge queste pagine possa a sua volta spiegare al maggior numero di cittadini possibile perché al prossimo referendum costituzionale è di vitale importanza che vincano i NO.

2. LE ORIGINI DELLA COSTITUZIONE E DELLA MODIFICA DEL CENTRO-DESTRA: DUE STORIE DIVERSE.
La Costituzione del 1948 simboleggia la vittoria della democrazia contro la dittatura, la sconfitta della monarchia e l?avvento della Repubblica, la fine della guerra e la stipulazione di un grande patto condiviso tra le forze politiche della resistenza e della liberazione. È proprio la sua essenza di patto condiviso che ha consentito alla Carta fondamentale di porre le basi per l?uscita dell?Italia dalle macerie della guerra e di avviare la ricostruzione non solo economica, ma anche morale e culturale del Paese. I democristiani, i comunisti, i socialisti, i liberali riuscirono a trovare, nel corso della redazione del testo costituzionale, un vero e proprio spirito costituente, che consentì loro di elaborare una Costituzione con alla base principi e valori comuni: l?eguaglianza sostanziale e i diritti sociali, la tutela dei diritti di libertà, la laicità dello Stato, l?equilibrio e il bilanciamento tra i poteri. È per questo che quando si leggono gli articoli della Costituzione italiana si prova un sentimento di identificazione, di riconoscimento, la percezione che si è di fronte non al testo di una parte politica contro le altre, ma alla Costituzione di tutti.

La revisione costituzionale del centro-destra non ha nulla dello spirito costituente descritto. La sua origine non è il frutto di un accordo tra la maggioranza e l?opposizione, ma l?esito di un baratto tra i partiti della maggioranza nell?ambito del quale la Costituzione è stata letteralmente venduta a pezzi.

Per potersi garantire la Presidenza del Consiglio fino alla fine della legislatura e l?approvazione delle ben note leggi ad personam, Berlusconi non ha esitato a concedere, sotto forma di modifiche al testo costituzionale, una sorta di dittatura del premierad Alleanza nazionale e la devolutionalla Lega Nord.

Il testo della riforma, scritto nel chiuso di una baita alpina dai cosiddetti saggi di Lorenzago (alcuni pretesi esperti di diritto costituzionale del centro-destra), è stato presentato in Parlamento sotto forma di disegno di legge del Governo e approvato coi soli voti della maggioranza. Esattamente il contrario di un patto condiviso, anzi un modo per trasformare la Costituzione di tutti nella Costituzione di pochi, un modo per distruggere l?idea stessa di Costituzione.

È nata così questa riforma confusa, pasticciata, di difficile lettura e incredibile complessità. Intendiamo metterne in evidenza gli aspetti più contraddittori e pericolosi, destinati a creare indesiderabili concentrazioni di potere, ma soprattutto una devastante paralisi istituzionale.

Il progetto del testo di revisione nasce, dunque, fuori dal Parlamento, senza un reale confronto tra la maggioranza e l?opposizione, perseguendo una logica di emarginazione delle assemblee parlamentari e con esse, inevitabilmente, dell?opposizione e delle autonomie territoriali. Certamente, vi è sempre il momento dell?iniziativa: nell?Assemblea Costituente ad Egidio Tosato fu affidato il compito di redigere lo schema generale della Costituzione, ma in quanto mandatario sia della maggioranza che dell?opposizione. Sia dalla sua genesi politica, che dal metodo, dunque, l?attuale revisione si caratterizza per una sua vocazione extrapar- 6 lamentare, per la sua nascita fuori dal Parlamento. La riforma del Titolo V della Costituzione, approvata nel 2001, sul finire della XIII legislatura, viene richiamata da alcuni quale precedente che giustifica il modo di procedere della destra, ma le due situazioni sono radicalmente diverse. Anche nel 2001, infatti, vi fu una votazione finale da parte della sola maggioranza di centrosinistra, ma tale votazione aveva ad oggetto un testo che rappresentava il risultato di un lungo lavoro di colloquio tra la maggioranza stessa e l?opposizione, già a partire dalla Commissione bicamerale D?Alema. Solo al momento dell?approvazione finale, in vista delle imminenti elezioni politiche, il centro-destra, allora opposizione, si chiamò strumentalmente fuori. Peraltro, non si possono dimenticare i rapporti intessuti con le Regioni e gli enti locali che si espressero unanimemente a favore della riforma, mentre a questa di oggi sono nettamente contrari: quasi tutti i Consigli regionali hanno richiesto l?indizione del referendum perché si possa dire NO.

3. LA DEMOLIZIONE DELLA FORMA DI GOVERNO PARLAMENTARE: ASSEMBLEA SUPERSOLUBILE E DISPOTISMO DEL PRIMO MINISTRO.
Il costituzionalismo democratico esprime l?idea di Costituzione come un patto condiviso, patto che tutela le minoranze contro gli eventuali abusi della maggioranza e garantisce il bilanciamento dei poteri. Viceversa la controriforma del centro-destra si riallaccia a ideologie del tutto opposte.

Il suo intento generale è quello di potenziare a dismisura il dominio della maggioranza e in particolare del premier che ne sarebbe il padrone assoluto: per esserne consapevoli basta guardare alla disciplina dello scioglimento anticipato della Camera, crocevia qualificante per qualsiasi forma di governo.

Lo scioglimento anticipato delle Camere è oggi un potere che la Costituzione assegna al Presidente della Repubblica in funzione di garanzia. È il Capo dello Stato che, tenuto conto delle istanze provenienti dal Parlamento, valuta la possibilità di uno scioglimento anticipato. Detto in altri termini, il delicato potere di sciogliere le Camere normalmente viene utilizzato dal Presidente della Repubblica perché i partiti e il Parlamento non riescono ad esprimere una maggioranza che sostenga il Governo.

L?articolo 88 è stato riscritto dal centro-destra stravolgendo questo istituto: il Presidente della Repubblica dovrebbe necessariamente sciogliere la Camera quando richiesto dal Primo ministro. Il Presidente della Repubblica non emana il decreto di scioglimento solo ove venga presenta- ta e approvata dalla Camera dei deputati una mozione, sottoscritta dai deputati appartenenti alla maggioranza espressa dalle elezioni in numero non inferiore alla maggioranza dei componenti della Camera, nella quale si dichiari di voler continuare nell?attuazione del programma e si indichi il nome di un nuovo Primo ministro. L?articolo 94 dal canto suo prevede che, votando a maggioranza assoluta una mozione di sfiducia al Primo ministro, lo scioglimento della Camera sia automatico, a meno che tale mozione non contenga altresì la designazione di un nuovo Primo ministro e sempre però a condizione che venga approvata dalla maggioranza espressa dalle elezioni in numero non inferiore alla maggioranza dei componenti della Camera.

Si tratta di previsioni per alcuni aspetti bizzarre ed astruse, per altri preoccupanti. A norma dell?articolo 88 il Primo ministro che richiede lo scioglimento non avrebbe neanche l?onere di andare a riferire in Parlamento. Dunque, nell?ipotesi in discorso, un procedimento delicato come quello dello scioglimento anticipato, che per sua natura segna una fase di sofferenza istituzionale, viene di fatto reso extraparlamentare e talmente complesso da apparire incerto nei suoi tratti di fondo.

Oggi, con uno scioglimento che da un punto di vista sostanziale trae origine dal Parlamento, il Presidente del consiglio è solo uno dei protagonisti della vicenda. Inoltre, a seconda delle circostanze di fatto, un ruolo più o meno rilevante può essere svolto dai poteri di influenza del Presidente della Repubblica. La proposta in discorso prefigura invece un ruolo meramente notarile per il Capo dello Stato e, soprattutto, una posizione assolutamente preponderante del Primo ministro che ha la possibi- 9 lità di determinare lo scioglimento sulla base di valutazioni o interessi del tutto personali, anche prescindendo dagli orientamenti della stessa maggioranza che lo sostiene.

Altro indizio della inaccettabile cultura politica che sostiene questotest o è ravvisabile nel secondo comma dell?articolo 88, dove si ipotizza che la mozione con la quale viene indicato il nome del nuovo Primo ministro deve essere accompagnata dalla dichiarazione di voler continuare nell?attuazione del programma: si tratta di una previsione tra l?ingenuo e il minaccioso. E? sicuramente ingenuo ritenere che un programma di governo possa rimanere sempre uguale a se stesso nonostante tutto quello che può accadere nel mondo e in casa nostra; d?altra parte, una simile visione evidenzia ulteriormente quella concezione ipernormativa dell?indirizzo politico che pervade tutto il testo e non può non suscitare apprensione.

Il Primo ministro è eletto, in pratica, direttamente: la nomina da parte del Presidente della Repubblica è un atto dovuto in base ai risultati elettorali e il Primo ministro stesso deve presentarsi alle Camere semplicemente ad esporre il suo programma. Il secondo comma dell?articolo 92, però, non solo dispone un collegamento necessario tra il candidato Primo ministro e i candidati alla Camera, ma prefigura altresì un premio di maggioranza quando afferma che la ?legge disciplina l?elezione dei deputati in modo da favorire la formazione di una maggioranza, collegata al candidato alla carica di Primo ministro?. Il Primo ministro è in sostanza inamovibile per la legislatura e il sistema viene chiuso da uno scioglimento della Camera in pratica disposto dal Primo ministro stesso. Infatti, anche la previsione della sfiducia costruttiva non pare sufficiente per evitare uno scioglimento dell?Assemblea, in quanto essa presuppone per la sua validità l?approvazione da parte della stessa maggioranza uscita dalle elezioni. Non è difficile immaginare come si possa neutralizzare una simile previsione: è sufficiente che il Primo ministro ?controlli? anche un piccolo gruppo di deputati per evitare il raggiungimento della maggioranza dei voti necessari alla approvazione della sfiducia costruttiva e per determinare quindi, comunque, lo scioglimento della Camera. Siamo di fronte ad una revisione che costruisce un Premier in pratica inamovibile, con un Governo ai suoi ordini e un Parlamento del tutto succube delle sue volontà.

Un?ulteriore dimostrazione di ciò che si afferma risiede nel quinto comma dell?art. 72, che rimette nelle mani del Governo la decisione sull?ordine del giorno della Camera e del Senato. Nessuna assemblea legislativa può accettare che la propria agenda sia decisa dall?esecutivo: l?autonomia della fissazione dell?ordine del giorno fu tra le prime rivendicazioni dei Parlamenti moderni contro l?assolutismo regio. Dunque, è il Parlamento nel suo complesso che viene posto in una condizione di minorità rispetto al Governo e per esso al Primo ministro, facendo così seriamente dubitare che la forma di governo inventata dal centro-destra possa definirsi democratica. E? chiaro come né il presidenzialismo americano, né la forma di governo britannica contemplino una simile concentrazione di potere nelle mani dell?esecutivo o, per dir meglio, di una carica monocratica, di un uomo solo. Sia chiaro: non nutriamo nessuna diffidenza nei confronti di una forma di governo presidenziale nella quale l?esecutivo fosse eletto direttamente per un periodo predeterminato e fosse altresì dotato di forti poteri; in questa ipotesi però il Parlamento dovrebbe essere attentamente salvaguardato nelle sue prerogative legislative. Del resto anche il Presidente degli Stati Uniti gode soltanto di un potere negativo di veto sulla legislazione, peraltro superabile a maggioranza qualificata, ma non può certamente sciogliere le Camere.

Tra quelle che si potevano immaginare, le ipotesi formulate dalla proposta in oggetto sono forse le più eccentriche rispetto ai principi del costituzionalismo. Riprova che l?ispirazione complessiva della proposta appare volta al conferimento al Primo ministro di un potere privo di qualsiasi efficace bilanciamento, praticamente illimitato. Viceversa, l?essenza del costituzionalismo va individuata proprio nel bilanciamento del potere: questa riforma è ?incostituzionale? nel senso più profondo del termine. Essa, infatti, contrasta con lo scopo stesso del costituzionalismo: limitare e bilanciare il potere. Si vuole instaurare una ?dittatura? del Primo ministro.

4. LA RIDUZIONE DI RUOLO DEGLI ORGANI DI GARANZIA.

L?assenza di bilanciamento tra i poteri è confermata da un altro grave elemento previsto dalla revisione: la compressione del ruolo del Presidente della Repubblica e della Corte costituzionale, gli organi di garanzia della nostra Costituzione.

Per quanto riguarda il Presidente della Repubblica, la proposta del centro-destra è volta a fare in modo che i suoi poteri siano ridotti a vantaggio del Governo e del Primo ministro. Uno dei poteri tradizionali affidato al Capo dello Stato consiste nella autorizzazione alla presentazione dei disegni di legge del Governo in Parlamento. Un potere non determinante, si potrà osservare, ma in realtà significativo perché volto a impedire la presentazione alle Camere di disegni di legge manifestamente incostituzionali.

Per i costituenti era fondamentale rispettare la ?dignità? del Parlamento e della Costituzione contro atteggiamenti in un certo qual modo ?arroganti? manifestati dal Governo attraverso disegni di legge in palese conflitto col testo costituzionale stesso. Se le modifiche proposte entrassero in vigore anche questo potere del Capo dello Stato ? come quello di scioglimento delle Camere – verrebbe meno, nel segno di un ulteriore rafforzamento del Primo ministro.

Ciò che però, se possibile, lascia ancora più perplessi, è la modifica della composizione della Corte costituzionale, che nel nostro ordinamento ha il fondamentale compito di annullare quelle leggi che si pongono in contrasto con la Costituzione. Attualmente, l?art. 135 Cost. stabilisce che dei 15 giudici che la compongono, 5 sono nominati dal Presidente della Repubblica, 5 sono eletti dalle supreme magistrature ordinaria e amministrativa, 5 sono eletti dal Parlamento in seduta comune.

Ne segue che i giudici più ?vicini? alla politica, ovvero quelli di nomina parlamentare, sono solo un terzo: questo ha consentito alla Corte costituzionale, nel corso degli anni, di non farsi trascinare quasi mai nelle polemiche politiche contingenti, ma anzi di guadagnarsi una posizione di grande autorevolezza e di autonomia dalla politica. Tutto ciò è seriamente messo in pericolo dalla riforma costituzionale, che sembra spingere verso una sorta di politicizzazione della Corte facendo saltare l?equilibrio delle nomine. E? infatti previsto che i giudici rimangano 15, ma sia il Presidente della Repubblica che le magistrature ne eleggerebbero non più 5, ma 4 ciascuno. Gli altri sette giudici costituzionali sarebbero tutti eletti dal Parlamento: 3 dalla Camera e 4 dal Senato. In tal modo i giudici di più diretta derivazione politica e partitica aumenterebbero di numero: come si può intuire, vi sarebbe il serio pericolo che la Corte costituzionale si trasformi in una cassa di risonanza delle polemiche politiche. Sarebbe la fine della Corte costituzionale, la fine quindi del nostro giudice delle leggi, ultimo garante del rispetto della Costituzione. 14

5. IL FALSO SENATO FEDERALE, LA DEVOLUTION E L?IMPOSSIBILE ESERCIZIO DELLA FUNZIONE LEGISLATIVA.
Se le osservazioni sin qui svolte suscitano allarme per il corretto funzionamento della forma di governo, non minori perplessità la revisione del centro-destra fa nascere per quanto concerne i rapporti tra Stato e Regioni e l?effettivo esercizio della funzione legislativa.

Viene ipotizzato un Senato federale, ma basterebbe ricordare lo sferzante giudizio del Presidente (di centro-destra!) della Regione Lombardia secondo il quale questo Senato avrebbe di federale solo il nome, per svelare un altro pasticcio. Infatti esso non è in grado, per la sua stessa struttura, di assolvere una seppur minima funzione di coordinamento preventivo della legislazione statale e regionale, né di proiettare le regioni al centro. A norma dell?art. 57 i duecentocinquantadue senatori dovranno essere eletti a suffragio universale e diretto su base regionale. Il Senato non sarà dunque costituito da rappresentanti delle Regioni, ma da eletti che non si differenziano in modo significativo da quelli odierni. Veramente poca cosa è la previsione dell?elezione dei senatori contestualmente a quella dei Consigli regionali. Addirittura beffardo suona l?ultimo comma dell?art. 57, secondo cui partecipano all?attività del Senato, per ciascuna Regione, un rappresentante eletto dal Consiglio regionale ed uno eletto dai Consigli delle autonomie locali, tutti senza diritto di voto. Proprio così, senza diritto di voto.

In questo contesto già ambiguo ed incoerente viene ampliata la potestà legislativa esclusiva delle Regioni in materia sanitaria, scolastica e di polizia locale ? la cosiddetta devolution? aggravando ulteriormente i problemi di coordinamento con la legislazione statale. Basti pensare alla ancora più difficile conciliabilità con la previsione della lettera m) del secondo comma dell?art. 117, secondo la quale allo Stato spetta la determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali.

La devolution esprime, inoltre, una cultura politica in palese contrasto col principio costituzionale di eguaglianza. Alla base dell?eguaglianza vi è infatti l?idea che i diritti civili e sociali debbano essere goduti in modo uniforme su tutto il territorio nazionale, senza che vi possano essere differenze significative tra una Regione e un?altra. In un Paese come l?Italia, nel quale il divario economico tra Nord e Sud è fortissimo, il principio di eguaglianza è uno degli elementi che ha tenuto unite le differenti realtà territoriali. La devolution del centro-destra, al contrario, è ispirata ad un etno-federalismo fondato su un principio di inimicizia non privo di connotazioni razzistiche piuttosto che sul principio della solidarietà nazionale. Trasferire alle Regioni tutta la competenza in materia sanitaria significa, semplicemente, che le Regioni più ricche potranno garantire servizi sanitari di eccellenza; viceversa le Regioni più povere non potranno fare altrettanto. Ancora, con la devolution oltre le prestazioni sanitarie, anche la scuola, tendenzialmente, potrà essere gratuita solo nelle Regioni che potranno finanziarla. È questa l?Italia che vogliamo?

Votare NO al referendum significa difendere diritti sociali fondamentali come la salute e l? istruzione.

Come se ciò non bastasse, anche altre norme della revisione del centrodestra contribuiscono a instaurare un federalismo confuso e contraddittorio, praticamente ingovernabile. Accanto a quel paradossale Senato di cui abbaimo già parlato, l?art. 118 costituzionalizza la Conferenza Stato-Regioni, organo volto a realizzare la collaborazione tra il Governo e le Regioni. Senza voler negare l?importanza di quest?organo di raccordo, è veramente inaccettabile che la sua costituzionalizzazione avvenga senza prevederne il ruolo e le funzioni. Ma i guasti non si fermano qui. Forse il danno più grave da un punto di vista generale è ravvisabile nel fatto che la proposta rende di fatto impossibile l?esercizio della funzione legislativa da parte dello Stato. Il sistema delineato da un lato non è efficace nel rappresentare le Regioni al centro, dall?altro spinge all?estremo la maggiore complessità che i sistemi federali comunque comportano nell?esercizio della funzione legislativa. L?attuale articolo 70 della Costituzione stabilisce: ?La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere?. Esso verrebbe sostituito da un articolo lungo un?intera pagina di Gazzetta Ufficiale, che detta una disciplina oscura e tanto complessa da rendere pressoché impossibile l?adozione delle leggi.

Proviamo a leggerlo questo nuovo art. 70:

«Art. 70. ? La Camera dei deputati esamina i disegni di legge concernenti le materie di cui all?articolo 117, secondo comma, fatto salvo quanto previsto dal terzo comma del presente articolo. Dopo l?approvazione da parte della Camera, a tali disegni di legge il Senato federale della Repubblica, entro trenta giorni, può proporre modifiche, sulle quali la Camera decide in via definitiva. I termini sono ridotti alla metà per i disegni di legge di conversione dei decreti-legge.

Il Senato federale della Repubblica esamina i disegni di legge concernenti la determinazione dei princìpi fondamentali nelle materie di cui all?articolo 117, terzo comma, fatto salvo quanto previsto dal terzo comma del presente articolo. Dopo l?approvazione da parte del Senato, a tali disegni di legge la Camera dei deputati, entro trenta giorni, può proporre modifiche, sulle quali il Senato decide in via definitiva. I termini sono ridotti alla metà per i disegni di legge di conversione dei decreti-legge.

La funzione legislativa dello Stato è esercitata collettivamente dalle due Camere per l?esame dei disegni di legge concernenti le materie di cui all?articolo 117, secondo comma, lettere m) e p), e 119, l?esercizio delle funzioni di cui all?articolo 120, secondo comma, il sistema di elezione della Camera dei deputati e per il Senato federale della Repubblica, nonché nei casi in cui la Costituzione rinvia espressamente alla legge dello Stato o alla legge della Repubblica, di cui agli articoli 117, commi quinto e nono, 118, commi secondo e quinto, 122, primo comma, 125, 132, secondo comma, e 133, secondo comma. Se un disegno di legge non è approvato dalle due Camere nel medesimo testo i Presidenti delle due Camere possono convocare, d?intesa tra di loro, una commissione, composta da trenta deputati e da trenta senatori, secondo il criterio di proporzionalità rispetto alla composizione delle due Camere, incaricata di proporre un testo unificato da sottoporre al voto finale delle due Assemblee. I Presidenti delle Camere stabiliscono i termini per l?elaborazione del testo e per le votazioni delle due Assemblee.

Qualora il Governo ritenga che proprie modifiche a un disegno di legge, sottoposto all?esame del Senato federale della Repubblica ai sensi del secondo comma, siano essenziali per l?attuazione del suo programma approvato dalla Camera dei deputati, ovvero per la tutela delle finalità di cui all?articolo 120, secondo comma, il Presidente della Repubblica, verificati i presupposti costituzionali, può autorizzare il Primo ministro ad esporne le motivazioni al Senato, che decide entro trenta giorni. Se tali modifiche non sono accolte dal Senato, il disegno di legge è trasmesso alla Camera che decide in via definitiva a maggioranza assoluta dei suoi componenti sulle modifiche proposte.

L?autorizzazione da parte del Presidente della Repubblica di cui al quarto comma può avere ad oggetto esclusivamente le modifiche proposte dal Governo ed approvate dalla Camera dei deputati ai sensi del secondo periodo del secondo comma.

I Presidenti del Senato federale della Repubblica e della Camera dei deputati, d?intesa tra di loro, decidono le eventuali questioni di competenza tra le due Camere, sollevate secondo le norme dei rispettivi regolamenti, in ordine all?esercizio della funzione legislativa. I Presidenti possono deferire la decisione ad un comitato paritetico, composto da quattro deputati e da quattro senatori, designati dai rispettivi Presidenti.

La decisione dei Presidenti o del comitato non è sindacabile in alcuna sede. I Presidenti delle Camere, d?intesa tra di loro, su proposta del comitato, stabiliscono sulla base di norme previste dai rispettivi regolamenti i criteri generali secondo i quali un disegno di legge non può contenere disposizioni relative a materie per cui si dovrebbero applicare procedimenti diversi».

Anche se qualcuno fosse riuscito a leggere per intero questo art. 70 della proposta, dubito che ne abbia compreso il contenuto normativo, di difficilissima interpretazione anche per gli esperti di diritto costituzionale. Il danno che una norma di questo tipo produce è duplice. Da un lato paralizza, o comunque rende lentissima e farraginosa, la procedura legislativa; dall?altro fa perdere alla Costituzione quella funzione pedagogica che essa esprime grazie a formulazioni semplici, di immediata comprensione e leggibilità, che devono consentire anche ai non addetti ai lavori di capire il significato di una norma costituzionale e di identificarsi con essa. Forse, la stessa maggioranza che l?ha approvato prova un po? di vergogna per questo testo. Le norme transitorie della riforma prevedono infatti un?entrata in vigore per scaglioni. Le parti relative alla devolution, sulle quali la Lega ha tanto insistito, entrerebbero in vigore subito. Viceversa, le parti relative alla forma di governo e alla forma di Stato – e in particolare quelle che concernono la riduzione del numero dei deputati e dei senatori – entrerebbero in vigore tra dieci anni, ovvero nel 2016!

In realtà, la ragione di questo pasticcio non risiede in un sentimento di vergogna, ma nel fatto che il centro-destra ha avuto difficoltà nel far digerire ai suoi stessi parlamentari la riduzione del loro numero. Il compromesso è stato trovato, perciò, rinviando ad un lontano futuro l? entrata in vigore delle norme costituzionali più scomode. Altro che spirito costituente!

Ancora una volta, se mai ce ne fosse stato bisogno, si ha la prova della vendita sottobanco della Costituzione: la modifica è stata costruita su misura per i deputati del centro-destra, non certo per il bene del nostro Paese.

6. UNA CONTRORIFORMA EVERSIVA CHE GETTA LE ISTITUZIONI NEL CAOS.

La domanda sul come sia possibile che in Italia, dopo mezzo secolo di Repubblica, Costituzione e democrazia, possano trovare spazio impostazioni che, al di là delle diverse preferenze politiche, porterebbero ad un sicuro blocco delle istituzioni è angosciante. Su questo aspetto bisogna insistere: la proposta del centro-destra porta al caos istituzionale. E? chiaro, purtroppo, che in questa fase della nostra storia si sommano una serie di fattori che, interagendo tra di loro, formano una miscela davvero minacciosa. Emerge, innanzitutto, un iperdecisionismo senza freni che, estraneo alla cultura della democrazia, percepisce ogni bilanciamento come un impaccio. Ciò si è saldato con la radicata tendenza a considerare la sfera pubblica come il campo dell? opportunismo. Potere arrogante, servilismo diffuso, pseudo-federalisti, uniti in un patto populistico, hanno dato l?assalto alla Costituzione.

In un sistema privo di bilanciamenti, con una Camera dei deputati debole e un Senato che di federale ha solo il nome, con le Regioni povere sempre più marginali, la legge e la riserva di legge da istituti di garanzia si trasformerebbero nel braccio armato del complesso Capo del governo- maggioranza per colpire le garanzie dei diritti. Qui forse, al di là di notazioni ascrivibili alla psicologia politica, si palesa il vero obiettivo finale e materiale di questa devastazione del costituzionalismo: l?abbattimento dei diritti. La riduzione della rappresentanza politica si accompagnerebbe alla compressione della funzione redistributiva dei diritti sociali. Contro il bilanciamento dei poteri vi sarebbe l?affermazione di una sorta di integralismo di maggioranza, in palese contrasto con il vivificante spirito dell?alternanza. In una democrazia ben organizzata intorno alla possibilità che le parti politiche si alternino al governo c?è bisogno di una maggioranza tollerante, capace di ragionevoli composizioni delle sue ragioni con quelle degli altri, e di un?opposizione paziente, in grado di attendere scadenze previste dall?ordinamento per rigiocare la partita elettorale.

La revisione costituzionale che stiamo analizzando è l?esatto contrario di tutto ciò. Essa, abbassando i livelli del bilanciamento, costruendo il comando di un uomo solo, nega i presupposti della democrazia dell?alternanza.

Chi la propone sembra pensare che l?eletto sia destinato a governare per sempre e che incarni necessariamente il migliore dei governi possibili.

Non possiamo permettere che questa modifica entri in vigore.

È necessario rispondere compatti votando NO al prossimo referendum costituzionale: dire NO a questa modifica significa avere fiducia nel futuro del nostro Paese.

APPENDICE

I costituenti del 1948

La Costituzione repubblicana del 1948 è stata scritta, tra gli altri, da: Giorgio Amendola, Benedetto Croce, Pietro Calamandrei, Alcide de Gasperi, Giuseppe di Vittorio, Luigi Einaudi, Amintore Fanfani, Ugo La Malfa, Giorgio La Pira, Luigi Longo, Aldo Moro, Costantino Mortati, Pietro Nenni, Francesco Saverio Nitti, Umberto Nobile, Vittorio Emanuele Orlando, Sandro Pertini, Giuseppe Saragat, Ignazio Silone, Umberto Terracini, Palmiro Togliatti, Paolo Treves, Leo Valiani, Benigno Zaccagnini.

Gli artefici della modifica del 2005

La modifica di ben 53 articoli della Costituzione repubblicana votata dalla maggioranza di centro-destra nel 2005 è stata elaborata da Andrea Pastore, Francesco D’Onofrio, Roberto Calderoli e Domenico Nania, scelti dalle segreterie dei rispettivi partiti (FI, UDC, Lega Nord, AN), riuniti per qualche giorno in una baita di montagna (località Lorenzago).

La proposta di legge costituzionale al vaglio del prossimo referendum popolare è stata approvata, con lasola maggioranza del centro-destra, dalla Camera dei deputati nella seduta del 20 ottobre 2005, e dal Senato della Repubblica nella seduta del 16 novembre 2005. La procedura per la sottoposizione della proposta di legge a referendum popolare è stata attivata dai parlamentari appartenenti al centrosinistra, dagli elettori attraverso la raccolta di oltre ottocentomila firme, e da quasi tutti i Consigli delle regioni italiane.

Il testo di modifica della Costituzione contiene una complicatissima normativa transitoria che avrebbe l?effetto di far entrare in vigore molte delle sue disposizioni a partire addirittura dalla XVII legislatura (2016). Le modifiche agli articoli 55 (trasformazione del Senato della Repubblica in Senato federale), 56 primo comma, 57 primo e sesto comma (introduzione dei senatori senza diritto di voto), 58 (eleggibilità a senatore), 59 (deputati a vita), 60 primo comma (durata in carica dei deputati), 61 (rinnovo della Camera) si applicano “nella prima legislatura successiva a quella in corso alla data di entrata in vigore della presente legge costituzionale”.

In pratica tali norme entreranno in vigore – esito del referendum permettendo – nella XV legislatura (2006-2011), ma si applicheranno dalla XVI legislatura (2011-2016). Il resto (riduzione del numero di deputati e senatori, elettorato attivo e passivo, durata in carica dei senatori e dei consigli regionali) si applicherebbe “per la successiva formazione della Camera dei deputati, nonché del Senato federale della Repubblica trascorsi cinque anni dalle prime elezioni del Senato medesimo”, (dunque, per la XVII legislatura del 2016). Inoltre, “fino all’adeguamento della legislazione elettorale alle disposizioni della presente legge costituzionale trovano applicazione le leggi elettorali per il Senato della Repubblica e la Camera dei deputati, vigenti al momento dell’entrata in vigore della riforma?: questa clausola potrebbe – facendo venir meno l’attuazione del nuovo bicameralismo – ritardare l’applicazione di numerose altre disposizioni contenute nel progetto. Inoltre, il potere presidenziale di scioglimento della Camera e il rapporto Governo-Parlamento come ridisegnati dalla revisione costituzionale saranno operanti “a decorrere dalla prima legislatura della Camera dei deputati successiva a quella in corso alla data di entrata in vigore della legge costituzionale” (XVI legislatura). La ripartizione delle competenze legislative Stato-regioni sarà invece operante dall’entrata in vigore della riforma.

Nel dettaglio, tra le disposizioni transitorie contenute nell?articolo 53 della legge costituzionale in relazione alla prima applicazione della riforma, si segnala che: a) solo le disposizioni di cui agli articoli 65, 69, 76, 84, 98-bis, 114, 116, 117, 118, 120, 122, 123, 126, terzo comma, 127, 127-bis, 131 e 133 della Costituzione, come modificati dalla proposta di legge costituzionale al vaglio del referendum popolare, si applicherebbero a decorrere dalla data di entrata in vigore della modifica costituzionale;

b) le disposizioni di cui agli articoli 55, 56, primo comma, 57, primo e sesto comma, 58, 59, 60, primo comma, 61, 63, 64, 66, 67, 70, 71, 72, 73, 74, 77, 80, 81, 82, 83, 85, 86, 87, 88, 89, 91, 92, 93, 94, 95, 96, 104, 126, primo comma, 127-ter, 135 e 138 della Costituzione, come modificati dalla proposta di legge costituzionale sottoposta a referendum popolare si applicherebbero a partire dalla prima legislatura successiva a quella nel corso della quale entra in vigore la modifica della Costituzione (cioè dalla XVI legislatura 2011-2016). Gli articoli 56, secondo, terzo e quarto comma, 57, secondo, terzo, quarto e quinto comma, 60, secondo e terzo comma, come modificati dalla proposta di legge costituzionale sottoposta a referendum costituzionale, si applicherebbero per la successiva formazione della Camera dei deputati, nonché del senato federale della Repubblica trascorsi cinque anni dalle prime elezioni del Senato medesimo (cioè a partire dalla XVII legislatura del 2016);

c) in sede di prima applicazione dell?art. 135 della Costituzione, come modificato dalla proposta di legge costituzionale sottoposta a referendum popolare, alla scadenza del mandato dei giudici della Corte costituzionale già eletti dal Parlamento in seduta comune e alle prime scadenze del mandato di un giudice già eletto dalla suprema magistratura ordinaria e di un giudice già nominato dal Presidente della Repubblica, l?elezione dei nuovi giudici sarebbe attribuita alternativamente al Senato federale della Repubblica, integrato dai Presidenti delle Giunte delle Regioni e delle Province autonome di Trento e di Bolzano, e alla Camera dei Deputati;

d) nei cinque anni successivi alla data di entrata in vigore della proposta di legge costituzionale sottoposta a referendum popolare si 26 potrebbero, con leggi costituzionali, formare nuove regioni con un minimo di un milione di abitanti, a modificazione dell?elenco di cui all?articolo 131 della Costituzione, senza il concorso delle condizioni richieste dall?articolo 132 della Costituzione, fermo restando l?obbligo di sentire le popolazioni interessate.

Dove recuperare il testo della modifica costituzionale:

http://www.governo.it/governoinforma/dossier/devolution/index.html

Dove seguire il dibattito:

http://www.referendumcostituzionale.org

http://www.cgil.it/nuovoportale/Documenti/RiformaCostituzionale/default.htm

http://www.repubblica.it/speciale/2005/dossier_devolution/index.html?ref=hppro

(foto S.D., archivio GrIG)

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Editoriale. Più di 20.000 "visite" al "blog" del Gruppo d’Intervento Giuridico !


Lo scorso 10 maggio sono state superate le 20.000 “visite” al “blog” del Gruppo d’Intervento Giuridico. In cinque mesi di vita.
Salvaguardia e corretta valorizzazione delle coste, tutela delle aree archeologiche, energie alternative, promozione delle aree protette, lotta all’abusivismo edilizio, partecipazione alla gestione della “res publica”, difesa dei diritti civili, attività estrattive, archeologia mineraria, tutela dell’infanzia sono soltanto alcuni dei tanti temi legati all’ecologismo ed ai diritti civili propri di questa grande, verde, libera prateria del web. Uno spazio di informazione, denuncia, confronto anche aspro, ma sempre documentato, serio, civile nei toni. Grazie soprattutto a voi, ai tanti “visitatori” che ne hanno fatto e ne fanno uno strumento di “informazione partecipata” vivo e vitale. Cercheremo di fare sempre meglio, insieme. Chiunque voglia dare una mano non ha che da cavalcare in questa prateria tanto virtuale quanto reale…..

(foto F.V., archivio GrIG)

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Ancora abusivismo edilizio a Carloforte: che si aspetta ad intervenire ?


Le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico hanno inoltrato al Ministero per i beni ed attività culturali, agli Assessorati regionali dei beni culturali e della difesa dell?ambiente, al Corpo forestale e di vigilanza ambientale, al Comune di Carloforte ed alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Cagliari una specifica richiesta di informazioni a carattere ambientale e di adozione di opportuni interventi (nota del 12 maggio 2006) riguardo una struttura residenziale in corso di realizzazione a ridotta distanza dal mare (ed in zona ?H ? salvaguardia ambientale? del vigente piano urbanistico comunale ? P.U.C.) in loc. Geniò, in Comune di Carloforte (CI).

In questi anni più volte le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico hanno chiesto accertamenti ed interventi contro l?abusivismo edilizio anche a Carloforte, come in tutta la Sardegna, ma solo in pochi casi (es. ai sensi dell?ordinanza n. 33 del 1999 è stato eseguito il ripristino ambientale a Cala Fico) vi è stato concretamente l?intervento ripristinatorio. In diversi casi, nonostante numerose documentate richieste di intervento, sussistono ordinanze di demolizione e ripristino ambientale non eseguite (nelle località Il Pulpito, Canalfondo, Valacca e Vivagna), sono in corso procedimenti di accertamento di conformità (art. 16 della legge regionale n. 23/1985) di opere abusive (nelle località Canalfondo, Vivagna, Nassetta, Spagnoli, Valacca) e dove sussistono seri dubbi sul rispetto delle autorizzazioni rilasciate (nelle località Valacca, Canalfondo, Paradiso).

Inoltre, il Corpo Forestale e di Vigilanza Ambientale ? Servizio territoriale dipartimentale di Iglesias comunicava (nota prot. n. 3188 del 24 maggio 2005) che la propria Stazione di S. Antioco, competente per territorio, ha svolto i necessari accertamenti riguardo un caso meritevole di tutte le opportune verifiche riguardo la legittimità degli interventi segnalato (nota del 21 maggio 2004) alle amministrazioni pubbliche nazionali, regionali e locali competenti, nonché alla Magistratura, dalle associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico: si tratta di una strada aperta in tempi recenti con sbancamenti di roccia ed eliminazione di macchia mediterranea anche ad alto fusto e di un?area cantiere (presumibilmente destinata all?edificazione di una struttura immobiliare) a Guardia dei Mori, nel bel mezzo dell?Isola di San Pietro. Al termine degli accertamenti, ?con comunicazione notizia di reato n. 01/2005, sono state segnalate due persone alla Procura della Repubblica c/o il Tribunale di Cagliari, indagate per realizzazione di opere edilizie in assenza di n. o. paesaggistico ai sensi del decreto legislativo 22.01.2004, n. 42 ? art. 142, lettera g), e per deturpamento di bellezze naturali in violazione dell?art. 734 cod. pen.?

Il Ministero dell?ambiente e della tutela del territorio ? Direzione per la protezione della natura, con nota prot. n. DPN/2 D/2004/19945 del 13 luglio 2004, aveva richiesto all?Assessorato regionale della difesa dell?ambiente, alla Provincia di Cagliari ed al Comune di Carloforte informazioni sullo svolgimento della procedura di valutazione di incidenza ambientale, poi dichiarata assente dal Comune di Carloforte (nota prot. n. 7961 del 5 agosto 2004), che, in precedenza (nota prot. n. 5711 del 9 giugno 2004), aveva comunicato l?avvenuta emanazione della concessione edilizia n. 70 del 17 settembre 2003 e del nullaosta paesaggistico (nota Ass.to regionale P.I. e BB.CC. ? Servizio tutela paesaggio n. 6806 del 25 luglio 2003) che, però, appare limitato alla ?costruzione di un fabbricato da adibire ad azienda agricola?.

L?intera Isola di san Pietro è tutelata con vincolo paesaggistico (decreto legislativo n. 490/1999, D.M. 25 marzo 1966), rientra in diversi siti di importanza comunitaria (direttiva n. 92/43/CEE, D.P.R. n. 357/1997, D.M. n. 65/2000) ed è destinata ad area protetta marina (legge n. 394/1991) e terrestre (legge regionale n. 31/1989 ? allegato ?A?).

Il Sindaco di Carloforte Marco Simeone dichiarava pubblicamente nell?estate 2002 che chi intendeva realizzare qualsiasi intervento edilizio deve munirsi preventivamente delle necessarie autorizzazioni amministrative. Si trattava certamente di un?ovvietà, ma rappresenta una piccola ?rivoluzione? per Carloforte, dove ? tra lassismo, carenze di controlli e ?concessioni in sanatoria? una volta riscontrate le irregolarità ? l?abusivismo edilizio ha prosperato e prospera degradando valori ambientali e paesaggistici che ne costituiscono, tra l?altro, l?attrattiva turistica fondamentale. Gli interessi illeciti dell?abusivismo edilizio sono, molto probabilmente, i fattori determinanti anche del grave quanto vigliacco attentato subìto nel 2003 dal consigliere comunale ecologista Salvatore Parodo, da sempre impegnato contro le iniziative speculative e per la corretta valorizzazione del patrimonio ambientale e storico-culturale carlofortino.

Sono numerosi i caso di abusivismo edilizio conclamato, palese ed evidente, su cui intervenire con i dovuti provvedimenti di legge (legge n. 47/1985 e legge regionale n. 23/1985). Ormai non vi sono più scuse per le incomprensibili lungaggini per l?adozione di concreti provvedimenti finalizzati alla difesa di un patrimonio ambientale collettivo di valore unico ed inestimabile.

Gruppo d?Intervento Giuridico e Amici della Terra

(foto S.D., archivio GrIG)

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Aree archeologiche prive di tutela, stop al cemento !


Le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d’Intervento Giuridico esprimono forte soddisfazione per l?adozione da parte della Giunta regionale del provvedimento cautelare e d?urgenza (deliberazione n. 19/12 del 12 maggio 2006) che ha sospeso, per tre mesi (art. 14 della legge regionale n. 45/1989 e successive modifiche ed integrazioni), i lavori per la realizzazione, in forza di concessione edilizia n. 1392/2005 del 22 novembre 2005, di un edificio ad uso misto residenziale e commerciale da parte della Cocco Costruzioni s.r.l. presso la piccola area sepolcrale di Viale S. Avendrace 35-55, a Cagliari. La sospensione temporanea dovrà consentire l?adozione della proposta di imposizione di specifico vincolo paesaggistico (art. 138 del decreto legislativo n. 42/2004). Infatti, purtroppo l?edificabilità è consentita, in quanto l?area ricade in zona “B” del vigente piano urbanistico comunale – P.U.C., altamente edificabile. Il sito, già ampiamente noto e facente parte di edifici realizzati nei primi decenni del ’900 recentemente demoliti, non beneficia di tutela storico-culturale diretta (decreto legislativo n. 42/2004), ma soltanto indiretta, grazie alle disposizioni del piano urbanistico comunale – P.U.C. in base alle quali il personale della Soprintendenza per i beni archeologici ha seguito l’attività cantieristica e ne aveva previsto – come in casi simili – la conservazione “a vista”. Ma per l’inclusione nel realizzando parco archeologico-ambientale di Tuvixeddu la soluzione più agevolmente praticabile appare l’acquisizione a titolo bonario. Ed è quello che il Presidente della Regione Renato Soru ha dichiarato di voler fare soltanto qualche settimana or sono: un’ottima intenzione che speriamo possa tradursi presto in realtà. Si deve fare in fretta, molto in fretta !

Gruppo d?Intervento Giuridico e Amici della Terra

(foto S.D., archivio GrIG)

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L’uomo giusto al posto giusto

12 Maggio 2006 Commenti chiusi


Lo scorso 10 maggio, il Parlamento ha eletto l?undicesimo Presidente della Repubblica: è Giorgio Napolitano, deputato dal 1953; al Parlamento europeo dall?89 al ?92; nominato Presidente della Camera nel ?92; Ministro dell?Interno del governo Prodi dal ?96 al ?98; infine nominato, dal Presidente Ciampi, senatore a vita nel 2005. Il Presidente presterà giuramento di fedeltà alla Repubblica e di osservanza alla Costituzione dinanzi al Parlamento in seduta comune, il prossimo 17 maggio (fonte: www.corriere.it). Pare opportuno ricordare, oltre le prestigiose cariche istituzionali rivestite, il pensiero del nostro Presidente in materia di riforma della Costituzione che, in vista dell?ormai prossimo referendum costituzionale, assume particolare importanza. Riportiamo, quindi, una parte del discorso che l?allora senatore Giorgio Napolitano tenne dinanzi al Senato nel novembre 2005:

Senato della Repubblica, XIV legislatura, 897a seduta pubblica
Martedì 15 novembre 2005

Discussione del disegno di legge costituzionale: Modifiche alla Parte II della Costituzione (Approvato in prima deliberazione dal Senato; modificato in prima deliberazione dalla Camera dei deputati; nuovamente approvato, in prima deliberazione, dal Senato e approvato, in seconda deliberazione, dalla Camera dei deputati).
Lei non si stupirà, signor Presidente, se pur essendo stato da così breve tempo chiamato a far parte di quest’Assemblea, prendo oggi la parola. Ho in effetti ritenuto di non potermi sottrarre alla responsabilità di un giudizio motivato su una legge di natura specialissima, qual è quella ora sottoposta al nostro ultimo esame, di revisione complessiva e radicale dell’ordinamento della Repubblica. (Omissis) Ben prima che negli anni 1993-1994 intervenisse una vera e propria cesura, una rottura di continuità nel nostro sistema politico, ben prima di allora, tra i partiti storici della Repubblica nata nel 1946, era venuta maturando l’esigenza di un ripensamento e di un adeguamento del quadro istituzionale. Nel 1982, un primo “inventario” di proposte di riforma venne redatto dalle Commissioni affari costituzionali della Camera e del Senato. Nel 1983 fu istituita, come è noto, un’ampia e rappresentativa Commissione bicamerale di studio sulle riforme istituzionali, presieduta dall’onorevole Bozzi, che presentò nel 1985 un quadro assai ricco di considerazioni e indicazioni concrete, rimaste purtroppo senza seguito. (Omissis) si giunse così, all’inizio della XI Legislatura, in una condizione di grave ritardo dinanzi a esigenze oggettive e a sollecitazioni dell’opinione pubblica ormai non più dilazionabili e quindi si impose una scelta che per primo il presidente della Repubblica appena eletto, Oscar Luigi Scalfaro, invitò “fermamente” il Parlamento a compiere: la nomina, che col compianto presidente Spadolini subito promuovemmo, di una Commissione bicamerale non più solo di studio, ma con poteri di iniziativa legislativa, con funzioni redigenti e referenti, che fosse in grado di sottoporre a entrambe le Assemblee un progetto compiuto di riforma della Parte II della Costituzione.
La Commissione, presieduta prima da Ciriaco De Mita e poi da Nilde Iotti, riuscì a presentare un organico, non esaustivo ma, condiviso progetto, nel gennaio 1994, (relatore per la forma di Stato Silvano Labriola e per la forma di governo Franco Bassanini). Il progetto cadde con lo scioglimento, di lì a poco, di Camera e Senato.(Omissis) Qualche giorno fa ho avuto modo, in occasione della cerimonia di omaggio dedicata all’onorevole Labriola appena scomparso, di mettere in evidenza come la sua relazione di oltre 11 anni fosse audacemente innovativa e nello stesso tempo ispirata a grande equilibrio e responsabilità istituzionale.
Ebbene, con quell’impostazione e con le modifiche che vennero di conseguenza prospettate, risultano coerenti in realtà le proposte di riforma non della maggioranza, ma della minoranza, comprese quelle che escludono la formulazione, nell’articolo 117 della Costituzione, di un elenco di potestà legislative sia concorrenti sia esclusive delle Regioni, accanto alla specificazione delle materie affidate alla competenza dello Stato e postulano possibilità di iniziativa dello Stato federale nell’interesse nazionale, anziché un richiamo sanzionatorio a quell’interesse, ove appaia violato.
(Omissis) Il Governo e la maggioranza che lo sorregge – a mio avviso – avrebbero dovuto apprezzare il fatto che lo schieramento di centro-sinistra non ha sostenuto che tutte le esigenze di revisione costituzionale, affiorate nel lungo processo da me richiamato e culminato nella Commissione bicamerale D’Alema, fossero da ritenersi ormai superate.(omissis) Quel che anch’io giudico inaccettabile è, invece, il voler dilatare in modo abnorme i poteri del Primo Ministro, secondo uno schema che non trova l’eguale in altri modelli costituzionali europei e, più in generale, lo sfuggire ad ogni vincolo di pesi e contrappesi, di equilibri istituzionali, di limiti e di regole da condividere.
Quel che anch’io giudico inaccettabile è una soluzione priva di ogni razionalità del problema del Senato, con imprevedibili conseguenze sulla linearità ed efficacia del procedimento legislativo; una alterazione della fisionomia unitaria della Corte costituzionale, o, ancor più, un indebolimento dell’istituzione suprema di garanzia, la Presidenza della Repubblica, di cui tutti avremmo dovuto apprezzare l’inestimabile valore in questi anni di più duro scontro politico.
E allora, signor Presidente, onorevoli colleghi, il contrasto che ha preso corpo in Parlamento da due anni a questa parte e che si proporrà agli elettori chiamati a pronunciarsi prossimamente nel referendum confermativo non è tra passato e futuro, tra conservazione e innovazione, come si vorrebbe far credere, ma tra due antitetiche versioni della riforma dell’ordinamento della Repubblica: la prima, dominata da una logica di estrema personalizzazione della politica e del potere e da un deteriore compromesso tra calcoli di parte, a prezzo di una disarticolazione del tessuto istituzionale; la seconda, rispondente ad un’idea di coerente ed efficace riassetto dei poteri e degli equilibri istituzionali nel rispetto di fondamentali principi e valori democratici.
La rottura che c’è stata rispetto al metodo della paziente ricerca di una larga intesa, il ricorso alla forza dei numeri della sola maggioranza per l’approvazione di una riforma non più parziale, come nel 2001, ma globale della Parte II della Costituzione, fanno oggi apparire problematica e ardua, in prospettiva, la ripresa di un cammino costruttivo sul terreno costituzionale; un cammino che bisognerà pur riprendere, nelle forme che risulteranno possibili e più efficaci, una volta che si sia con il referendum sgombrato il campo dalla legge che ha provocato un così radicale conflitto.
Mi asterrò dal rivolgere alle forze di Governo poco realistici appelli alla riflessione, ma non posso fare a meno di esprimere la mia convinzione che la strada indicata qui dall’attuale minoranza corrisponde all’interesse di entrambi gli schieramenti politici, nel loro prevedibile alternarsi in posizioni di maggioranza e di opposizione. Essa corrisponde all’interesse di una moderna e responsabile evoluzione del nostro sistema democratico e anche, non da ultimo, alla ricostruzione di un clima, che è purtroppo venuto meno, di più misurato, impegnato e fecondo confronto in Parlamento: un clima che è condizione per l’esercizio, con autorevolezza, del ruolo insostituibile di questa nostra istituzione.
(fonte: www.libertaegiustizia.it)

(foto da mailing list politico-sociale)

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Stop al mega-acquedotto del Sàrrabus !


L?Assessorato regionale della difesa dell?ambiente, con nota n. 13437 del 21 aprile 2006, ha dato una decisa frenata al progetto di “Schema idrico Sardegna Sud Orientale – Schema Basso Flumendosa – Picocca ? Opere di approvvigionamento idropotabile ?Schema 39 P.R.G.A. – 2°e 3° lotto”, comprendente la costruzione di condotte per una lunghezza di circa 70 km di sviluppo, 12 grandi serbatoi in calcestruzzo di regolazione idrica da costruire sulle alture lungo la costa tra Muravera e Villasimius in vicinanza del mare, centrali di sollevamento ed altre opere, tra cui l?attraversamento del Rio Picocca. Infatti ha richiesto al Ministero dell?ambiente e della tutela del territorio se l?opera deve essere considerata collaterale all?invaso progettato sempre sul Flumendosa a Monte Perdosu (come sostenuto dall?E.A.F., ente attuatore), per il quale è stata conclusa positivamente con condizioni la procedura di valutazione di impatto ambientale ? V.I.A. (decreto n. DECVIA 3734 del 18 maggio 1999). In questo caso dovrebbe essere integrato il procedimento di V.I.A. di competenza nazionale con il nuovo progetto di mega-acquedotto. Oppure, se considerata un?opera autonoma, dovrà esser assoggettata al procedimento di V.I.A. di competenza regionale. In ogni caso si tratta di un deciso “stop” ad un progetto che sembrava ormai cosa fatta, nel silenzio generale.

Cerchiamo di ricapitolare alcuni recenti passaggi fondamentali.

Come se non bastasse la trasformazione del povero Flumendosa, il fiume con il maggior apporto idrico in Sardegna, in un mesto rigagnolo nella gran parte dell?anno a causa dei troppi sbarramenti esistenti (ben quattro dighe) ed in progetto (la quinta diga, a Monte Perdosu), l?Ente Autonomo del Flumendosa (E.A.F.), nel silenzio generale, sta mandando avanti questo ulteriore progetto idrico che rischia di porre in ulteriore pericolo le falde idriche costiere del Sàrrabus. Il progetto è compreso nel 1° programma di opere di interesse nazionale (c. d. legge Obiettivo) in base alla delibera C.I.P.E. n. 121/2001 per un importo di 60 milioni di euro. Lo scorso 23 novembre 2005 l?E.A.F., in quanto soggetto aggiudicatore (delibera C.I.P.E. n. 58/2003) ha pubblicato l?annuncio di avvio del procedimento finalizzato alla dichiarazione di pubblica utilità conseguente all?approvazione del progetto definitivo a cura del C.I.P.E. (art. 4 del decreto legislativo n. 190/2002): il progetto è stato, poi, trasmesso ai comuni di Muravera, San Vito, Villaputzu, Castiadas e Villasimius per la richiesta delle autorizzazioni di competenza. Parte delle opere ricadono all?interno di aree tutelate con misure di conservazione integrale di cui alla legge regionale n. 8/2004, mentre parte delle opere ricade all?interno del proposti siti di importanza comunitaria (pSIC ) “Monte dei Sette Fratelli e Sarrabus” (riguardo cui è stata approvata la valutazione di incidenza ambientale con determinazione Direttore Servizio conservazione natura, ecc. n. 2834/VI del 15 dicembre 2005) e “Foce del Flumendosa ? Sa Praia” ai sensi della direttiva n. 92/43/CEE sulla salvaguardia degli habitat naturali e semi-naturali. Il complesso di opere, per legge (D.P.R. 12 aprile 1996 e legge regionale n. 1/1999 e successive modifiche ed integrazioni), deve essere assoggettato alla preventiva e vincolante procedura di valutazione di impatto ambientale (V.I.A.) di competenza regionale, ma, finora, l?E.A.F. non se n?è curato. Le motivazioni, probabilmente, risiedono nella pretesa di far passare il progetto come rientrante in quello dell?invaso di Monte Perdosu, sul quale il Ministero dell?Ambiente e della Tutela del Territorio ha espresso giudizio positivo circa la compatibilità ambientale (DEC VIA3734 del 18 maggio 1999) e in quanto l?opera sarebbe inserita nel programma attuativo del Commissario per l?Emergenza Idrica in Sardegna (ordinanza n. 353/2003). In realtà il progetto dell?invaso di Monte Perdosu non comprende e non riporta il progetto dell?acquedotto in argomento schema n. 39, 2° e 3° lotto, del 2005 e quindi il Ministero dell?Ambiente e della Tutela del Territorio non può aver espresso nel 1999 un parere di compatibilità ambientale su un?opera non ancora progettata. Tale parere si riferisce esclusivamente al progetto del citato invaso, unico progetto a suo tempo depositato per lo svolgimento del procedimento di valutazione di impatto ambientale.

Per giunta, il richiamato decreto ministeriale V.I.A. non risulta, in ogni caso, tuttora pienamente efficace in quanto l?E.A.F. non appare aver ancora ottemperato alle prescrizioni in esso contenute ed in particolare alla realizzazione della rete di monitoraggio della falda costiera del Sàrrabus. Inoltre, lo “stato di emergenza idrica” in Sardegna appare formalmente concluso il 31 dicembre 2004 e, conseguentemente, il Commissario per l?emergenza idrica non appare aver più poteri di deroga su opere di nuova esecuzione e tantomeno sul procedimento di impatto ambientale. Le deroghe alla normativa V.I.A. devono essere obbligatoriamente comunicate alla competente Commissione europea, pena l?apertura di un procedimento di infrazione e la sospensione dei finanziamenti. Ma è la stessa finalità dell?opera ad essere molto discutibile: l?acquedotto in progetto non dispone e non disporrà di una fonte di alimentazione idrica in quanto la diga di Monte Perdosu da cui l?acquedotto dovrebbe prelevare l?acqua non è ancora realizzata nè finanziata; questa opera potrebbe non essere mai realizzata vista anche l?opposizione dei Comuni e delle popolazioni interessate. Inoltre un eccessivo prelievo dal Flumendosa in prossimità di San Vito durante il periodo estivo aggraverebbe aggravare la già critica situazione di salinizzaazione della falda costiera. L?acquedotto in progetto, poi, prevede di alimentare villaggi turistici costieri che non esistono e la cui ipotetica realizzazione appare ben lontana dalla realtà in relazione alle previsioni del piano paesaggistico regionale ? P.P.R., la cui procedura di approvazione definitiva è stata recentemente avviata con la deliberazione Giunta regionale n. 59/36 del 13 dicembre 2005. Il complesso di opere in progetto appare molto impattante sull?ambiente naturale e sul paesaggio sia durante l?esecuzione (grandi scavi in zone roccioso di grande valenza naturalistica) che una volta ultimato (circa 70 Km. di condotte e 12 grandi serbatoi in cemento armato da costruire sulle colline rocciose in prossimità del mare): la tubazione in progetto attraverserebbe l?alveo del Rio Picocca vicino ai pozzi da cui viene prelevata l?acqua che serve in modo sufficiente tutti i centri abitati del Sarrabus; la costruzione della condotta potrebbe causare l?interruzione della circolazione sotterranea della falda e danni gravissimi ai pozzi che costituiscono la fonte di alimentazione potabile del Sarrabus. Anche durante la “crisi idrica” isolana i centri del Sàrrabus hanno avuto risorse sufficienti prelevate dai pozzi e non hanno risentito della situazione di crisi generalizzata della Sardegna. Ora questo progetto pone moltissimi interrogativi che soltanto il procedimento di V.I.A. potrebbe far considerare nelle dovute prospettive. Con questa finalità le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico, raccogliendo preoccupate segnalazioni provenienti dal Sàrrabus, hanno inoltrato un ricorso (nota del 29 dicembre 2005) a tutte le pubbliche amministrazioni statali, regionali, agli Enti locali interessati, alla Commissione europea ed allo stesso E.A.F. per l?avvio del procedimento di V.I.A. prima di decisioni che potrebbero costare care alla collettività sul piano ambientale ed economico-sociale. Successivamente il sen. Francesco Martone, da tempo impegnato sulle tematiche della difesa del suolo e della risorsa idrica, ha inoltrato una specifica interrogazione parlamentare al Ministro dell?ambiente e della tutela del territorio. Ora la decisa presa di posizione dell?Assessorato regionale della difesa dell?ambiente: è davvero il momento di un serio ripensamento su un?opera fin troppo discutibile.

Gruppo d?Intervento Giuridico e Amici della Terra

(foto L.C., archivio GrIG)

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I candidati sindaci di Cagliari sul sentiero verde della Sella del Diavolo.


Domenica 14 maggio 2006 (appuntamento ore 10.00, piazzale Cala Mosca) il sentiero naturalistico ed archeologico della Sella del Diavolo ospiterà i candidati sindaci di Cagliari che accoglieranno l?invito rivolto dalle associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico per partecipare ad un?escursione guidata un po? speciale: l?iniziativa, naturalmente aperta alla partecipazione della cittadinanza ed alla quale sono particolarmente invitati i candidati al rinnovo del consiglio comunale e delle circoscrizioni, intende proporre, attraverso la conoscenza diretta, uno dei ?gioielli? ambientali e culturali cagliaritani quale esempio per l?adozione di una politica efficace per la loro tutela ed accorta valorizzazione. Hanno già assicurato la loro partecipazione Emilio Floris, candidato della coalizione di centro-destra e sindaco uscente, Giandomenico Sabiu, candidato indipendente, e Gian Mario Selis, candidato della coalizione di centro-sinistra.

Il sentiero naturalistico ed archeologico della Sella del Diavolo è uno dei pochi ?gioielli? ad esser fruibili tutto l?anno: continuano, infatti, le escursioni guidate per i cagliaritani ed i turisti sul sentiero naturalistico ed archeologico della Sella del Diavolo, operativo da oltre tre e promosso delle associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico. In soli tre mesi di escursioni domenicali le guide volontarie ecologiste hanno accompagnato a scoprire i valori ambientali, paesaggistici ed archeologici di uno dei “gioielli” del Golfo degli Angeli oltre 500 visitatori, fra i quali anche numerosi stranieri (inglesi, tedeschi). A partire da domenica 5 febbraio 2006, le escursioni guidate sono effettuate ogni domenica mattina, con partenza alle ore 10.00, grazie ad un programma escursionistico curato dal prof. Antonello Fruttu e dalle guide volontarie Claudia Ghiani, Laura Lecca, Claudia Massidda, Natasha Sebis e Francesca Zedda. Il programma è sostenuto da un contributo della Presidenza della Provincia di Cagliari. Il sentiero è stato predisposto a proprie spese dalle associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico grazie alla collaborazione del Comando Militare autonomo della Sardegna e del Comando Militare Marittimo autonomo in Sardegna, titolari dell?area demaniale militare della Sella del Diavolo.

La Sella del Diavolo rappresenta uno dei simboli più noti di Cagliari ed alla sua storia è indissolubilmente legata: si rinvengono testimonianze archeologiche fin dal neolitico (Grotta di S. Elia, stazione all?aperto della Sella del Diavolo, Grotta dei Colombi), dall?epoca punica e romana (tempio di Ashtart ? Venere Ericina, luogo della “prostituzione sacra”, cisterne ed opere di raccolta idrica, cave, strada) e dal medioevo (monastero e chiesa benedettina di S. Elia, torre). Svettano tuttora, benchè danneggiate dal tempo e dagli avvenimenti bellici, le torri di S. Elia (realizzata dai Pisani nel 1282) e del Pohet (del “pozzetto”, del Poetto), in collegamento con i vicini torre dei Segnali (o della Lanterna) ed il settecentesco Forte di S. Ignazio, baluardo contro l?invasione francese del 1793. Ancora durante la II guerra mondiale la Sella del Diavolo ospitò delle postazioni anti-aeree a difesa di Cagliari. Ma non sono da meno la caratteristiche naturali, tanto da farla tutelare con vincolo paesaggistico (decreto legislativo n. 42/2004 e D.M. 26 aprile 1965) ed in parte con vincolo idrogeologico (regio decreto n. 3267/1923 e successive modifiche ed integrazioni), da individuarla quale sito di importanza comunitario ? S.I.C. “S. Elia ? Cala Mosca ? Cala Fighera” (codice ITB002243) e futura riserva naturale regionale “Capo S. Elia” (legge regionale n. 31/1989). L?area è attualmente demanio militare ? ramo Esercito e ramo Marina (artt. 822 e ss. cod. civ.). E? stata classificata quale zona “H” con possibilità di interventi di “valorizzazione turistica” nel nuovo piano urbanistico comunale. Il promontorio è di calcare miocenico del quaternario di origine biogena, coste alte e rocciose con alcune calette e diverse grotte, clima con forte escursione termica e notevole salsedine. Presenti numerosi reperti fossili, molto interessante la vegetazione a macchia termoxerofila litoranea (olivastri, carrubi, ginepri, palme di S. Pietro, lentischi, pini d?Aleppo, lecci, euphorbia dendroides, timo, sparto, ecc.) con peculiari endemismi (narciso canalicolato, scrofularia a tre foglie, bellium crassifolium, iris planifolia). Particolarmente interessante la fauna: sono presenti e nidificanti il falco pellegrino ed il gheppio, la rondine, la volpòca, la pernice sarda, varie specie di còrvidi, di uccelli marini, la volpe, il coniglio selvatico, il colombaccio, la tortora, lo storno, vari passeriformi.

La realizzazione del sentiero naturalistico ed archeologico della Sella del Diavolo (progetto degli ing.ri Giovanni Battista Cocco e Margherita Secci e della paesaggista Iris Sohn, descrizione del prof. Antonello Fruttu), mediante semplice segnatura di sentieri preesistenti con vernice “ecologica” in terre naturali e colore “verde foglia” e posizionatura di due pannelli illustrativi all?inizio ed al termine del percorso, intende consentire una migliore conoscenza da parte dei residenti e dei turisti di questo inestimabile “gioiello” cagliaritano, evitando quelle faraoniche, dispendiose e distruttive opere pubbliche (monumento delle rimembranze, funivia + servizi, illuminazione con mega-fari) che comitati promotori ed il Comune di Cagliari intendevano realizzare con l?utilizzo di cospicui fondi pubblici). Nell?aprile del 2000 oltre 1.200 cagliaritani inoltrarono una specifica petizione all?amministrazione comunale per sventare tale assurdo progetto. Lo scorso 4 aprile il sindaco di Cagliari Emilio Floris, le Autorità militari, i Dipartimenti universitari di botanica di Cagliari, Novara e Roma hanno sottoscritto un accordo per svolgere itinerari turistici e ricerche scientifiche a Cala Mosca, sulla Sella del Diavolo, a Capo S. Elia. Il Comune, per l’attuazione del progetto, ha circa mezzo milione di euro (fondi legge regionale n. 37/1998, art. 19).

Evviva, anche l’amministrazione comunale cagliaritana ha scoperto in positivo la Sella del Diavolo ! In proposito, però, vorremmo ricordare che, comunque, da anni la Sella del Diavolo è già perfettamente fruibile….. Oggi conoscere per tutelare e valorizzare la Sella del Diavolo è diventato ancora più facile e sono già migliaia i cagliaritani ed i turisti ad aver percorso il sentiero in una delle aree cittadine più belle e significative: è importante che chi si candida al ?governo cittadino? possa conoscerla ed apprezzarla !

Gruppo d?Intervento Giuridico e Amici della Terra

(foto L.C., archivio GrIG)

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Storie di uomini e di tempi – incontro letterario…..


Questa volta in questo “blog” non si parla di un tratto di costa da salvare, né di uno stagno inquinato. Questa volta non ci sono cacciatori da fermare, non c?è una discarica abusiva da denunciare, neppure l?ennesimo scempio di un centro storico o altri sprechi di denaro pubblico. Desideriamo, invece, segnalarVi una raccolta di racconti, “Storie di uomini e di tempi”. E? una raccolta di quattro racconti che scritti da Stefano Deliperi per il semplice piacere di scrivere e di leggere e che ha trovato l?interesse della Riflessione Editrice nel proporlo al pubblico. E? una lettura di pura evasione, una cavalcata attraverso la storia di uomini che hanno cercato, pur in frangenti ben più grandi di loro, di rimaner sé stessi e di vivere la loro “piccola” storia. Come Casa Editrice abbiamo anche avuto la piccola soddisfazione di proporre un Autore non conosciuto e di giungere, nel corso di un anno dalla presentazione dell?opera (Cagliari, Sala Cosseddu della Casa dello Studente, 25 febbraio 2006), vicini all?esaurimento delle copie disponibili. Pur essendo un genere letterario non comune (racconti a sfondo storico), ha incontrato la curiosità ed il favore del pubblico. Ne avevamo avuto sentore dall?incontro con il lettori, (11 maggio 2006) promosso dall?Associazione nazionale Educatori Benemeriti ? A.N.E.B. presso la sede cagliaritana di Piazza Garibaldi n. 1. Dopo l?introduzione della Presidente dell?A.N.E.B. Marisa Palmieri ed una breve lettura di alcuni brani dei racconti da parte di Sergio Soi e Lucia Muzzetto, Georgia Randazzo, “lettrice critica”, aveva curato un’intervista all’Autore raccogliendo le numerose domande dei partecipanti intervallate da brani musicali di Teo Spigno.

“Storie di uomini e di tempi” è presente nelle migliori librerie della Sardegna e delle principali Città italiane e, naturalmente, sul sito web della Riflessione Editrice (www.lariflessione.com). Il ricavato derivante dal diritto d?autore sarà devoluto al sostegno di azioni a difesa dell?ambiente e degli “altri” animali. Leggere un racconto fa bene all?anima, fa viaggiare in tempi e terre lontani?..

Alcuni commenti di chi lo ha già letto:

“Non credo che queste siano delle storielle leggere….sono delle storie ben scritte con cognizione di causa e del momento storico…poi che siano fruibili è un altro discorso e dipende credo dal fatto che chi scrive ancora appartiene alla categoria di chi sa scrivere e leggere…..in italiano ! E non ammazza i congiuntivi…….però sono solo considerazioni su dei racconti che mi sono piaciuti molto?. Credo che debba prender tempo e raccontare anche della parte femminile della stirpe….non stonerebbe per nulla, anzi ! Magari tra un capitolo di cavalli e cavalieri, di guerre e sangue, una o più storie di streghette o presunte tali credo che starebbero benissimo…..anche perchè non credo siano state personaggi minori… la questione dell’Inquisizione non fu per nulla uno scherzo e merita un’attenzione pari a tante altre vicende….inoltre rimango dell’opinione che purtroppo la grande storia è stata raccontata al maschile e le donne compaiono solo quali grandi…zoccole, streghe, avvelenatrici, ammaliatrici e tessitrici di trame….cosa che sicuramente tante furono…..ma il più delle volte ciò che spaventò maggiormente delle donne fu l’intelligenza, l’ironia, la libertà di pensiero, d’azione e l’insofferenza alle regole e forse più che alle regole ai divieti assurdi e ai pregiudizi”.
Georgia Randazzo, operatrice culturale.

“Ho letto i racconti, sono veramente belli. Regalano un viaggio nel tempo, passando per campi di battaglia, sale sfarzose e taverne fumose dove si incontrano uomini coraggiosi, talvolta temerari, che affrontano la grande avventura della vita, con passione e un pizzico di ironia. Complimenti ! Soprattutto, per la capacità di catapultare chi legge sul terreno di guerra al fianco di Pietro o del coraggioso ussaro !”
Claudia Basciu, patrocinatrice legale.

“L’ho letto tutto di un fiato. Mi piace molto anche se mi rendo conto che non potra’ diventare un best seller. E’ un libro per chi conosce la storia, per chi vive di emozioni, per chi sente le passioni. Quattro racconti che potrebbero diventare a loro volta quattro romanzi?. Leggendo ho ricordato anche se lontanamente bei momenti passati. La Sardegna?con i profumi che non ho trovato in altre parti del mondo?..Il secondo pensiero che mi ha sfiorato e’ stato durante la lettura dell’ultimo racconto?. da qualche anno passo una settimana in Friuli sopra Udine e davanti ad una grappa, passo sempre una sera con un anziano amico e ogni anno mi faccio raccontare qualche aneddoto storico delle due guerre. La Grande Guerra e’ stata vissuta pesantemente in quelle parti e cio’ che mi viene raccontato e’ di come friulani e austriaci fino allo scoppio della guerra si frequentavano e fraternizzavano. Da un giorno all’altro si ritrovarono nemici e gli stessi italiani diffidavano dei friulani tanto da non mandarli in prima linea”.
Giacomo Banche, curatore della Guida di Supereva per il Modellismo Statico (http://guide.supereva.com/modellismo_statico/).

“C?è un parallelismo tra l?Autore di questi quattro racconti storici e l?ambientalista impegnato nella difesa dell?ambiente, figure entrambe racchiuse nella persona di Stefano Deliperi: sia nei racconti storici che nella difesa dell?ambiente, protagonisti sono uomini che combattono battaglie, a volte vittoriose a volte no?? in entrambi i casi spesso animati da passioni, da altruismo, sentimenti che creano pathos. Certo le armi di queste battaglie sono diverse (cruente le prime, nonviolente le seconde) come diversi anche gli obiettivi. La Storia passata fatta di guerre, violenze, genocidi sembra non abbia insegnato niente all?Uomo, o meglio sembra che l?Uomo non abbia imparato niente dalla Storia, e gli attuali conflitti armati stanno ancora lì a testimoniarlo?.. Questi quattro racconti narrano di vicende umane prima che guerresche, lungo un rapporto temporale che va dal Medioevo fino alla Prima guerra mondiale e prendendo a pretesto determinati contesti storici ci descrivono in realtà gli uomini spesso inconsapevoli di questi avvenimenti; uomini con le loro passioni, con le loro miserie, con le loro speranze??.. E questo è tanto più vero, notando che la parte relativa alle battaglie è sì descritta ma in maniera succinta, dettaglio necessario ma ; maggiore risalto è dato (in maniera forse troppo dettagliata) alla strategia ed alle tecniche delle battaglie più che alla descrizione dell?azione militare, anche se l?uso frequente del termine rende sinteticamente l?idea della violenza e del sangue che scorre??.. Dei quattro racconti, il mio preferito è il primo, forse perché collocato in un periodo, quello medioevale, che ancora oggi affascina per i suoi tanti misteri non risolti; ma soprattutto perché gli elementi psicologici dei personaggi vengono descritti in maniera più lirica, permettendo al lettore di con la propria fantasia le vicende narrate”.
Paolo Fiori, consulente immobiliare, ecologista.

“E? un libro che porta in lungo ed in largo per i secoli, con una capacità linguistica non comune ed un modo di raccontare piacevole e fluente. La passione storica e per l?affabulazione sono in tutte le pagine. Piccole storie, racconti brevi ma completi, densi di avvenimenti e di forti personalità. Pur diversi fra loro, appaiono collegati da un filo conduttore tenace: il mercenario medievale, i due fratelli ?bastardi?, l?ussaro, il tenente sono uomini decisi a vivere, veri e reali?anche se di carta ed inchiostro. Come i ?soldatini? di piombo che fa l?Autore”.
Monica Mura, funzionaria pubblica amministrazione.

“Cavalli, ussari, disperati, uomini d?armi, trincee, boschi, pianure.. sono tanti gli uomini e gli scenari in quel caleidoscopio colorato di vicende e di animi che sono i racconti di questa piccola raccolta. Sfugge a chi legge il limite fra verità storica e fantasìa ed il loro filo conduttore scivola via veloce, sia che la trama sia condita con un po? di ironia, come per i fratelli ribaldi, sia che diventi grave, come nella triste e cruda guerra mondiale del tenente. Una lettura lieve, ma piena di tinte forti. Di storie ben raccontate da un Autore che pensavo lontanissimo dalla letteratura. Una sorpresa. Bella, mi è piaciuta proprio”.
Paola Obinu, impiegata pubblica amministrazione.

“Sono racconti veloci eppure densi di fatti, passioni, uomini. Battaglie sanguinarie, senza fronzoli, uomini che devono nuotare contro corrente, se vogliono rimanere quello che sono. I tanti momenti della storia che quasi li stringono in una trappola da dove si può fuggire soltanto con grande carattere e forza d?animo. Un libro che mi è piaciuto per la sua voglia di proporre storie narrate con semplicità”.
Sandra Costa, impiegata azienda privata.

“Ho letto il libro: bello, veloce, ricco di datazioni e riferimenti storici, in particolare mi è piaciuto il ricordo della partecipazione dei militi sardi durante la prima guerra mondiale e la descrizione del Sabaudo Cadorna……”
Emilio Salemme, animalista.

“Primo grande dispiacere: dopo un’ora l’avevo finito. Troppo avvincente e troppo breve. I 4 racconti li ho vissuti e, pur inquadrati in tempi storici ben identificati, non mi sono sembrati affatto datati. Il senso profondo di umanità li ha legati strettamente. E quando ho chiuso il libro, ho avuto subito voglia di farti una domanda: come hai fatto ad essere presente contemporaneamente in quattro posti diversi e in tre battaglie, tra gente così diversa ? Perchè non credo che le tue siano solo ‘storie’ di uomini e di tempi ma soprattutto testimonianze di una persona che senza dubbio era presente ai fatti descritti. Ciò che mi ha impressionato di più sono le descrizioni delle battaglie: crude, senza alcuna retorica. Mi è piaciuto come hai messo in evidenza le figure dei grandi generali ma soprattutto della povera gente mandata al massacro senza che neanche fosse in grado di chiedersi il perchè delle cose, ma sorretta soltanto da ideali – certamente neanche i loro – ma in cui credevano. Malgrado tutto”.
Gian Carlo Fantoni, dirigente società finanziaria, ecologista.

“E? bello scorrere le pagine di storie accattivanti e di evasione, che un po? mi hanno riportato all?adolescenza, quando divoravo libri di avventure e racconti di terre lontane. Qui, però, si sente presente la passione per la Storia, quella con la s maiuscola, e la capacità di delineare con poche righe anche il carattere e le vicende che fanno la piccola storia di tanti di noi. E? nato uno scrittore ? Non lo so, me lo auguro. A mio parere c?è bisogno di libri come questi, che possano riconciliare il lettore con il gusto della lettura”.
Enrico Del Bene, medico.

“Mi è capitato fra le mani questo piccolo libro di racconti e l’ho letto tutto di filato. storie raccontate con passione che filano via e portano in periodi lontani e fra gente forte e dura. una bella lettura ed una sorpresa, perchè mai avrei pensato che Stefano Deliperi, noto come ecologista e persona di legge, potesse anche scrivere racconti storici e di evasione”.
Vania.

articolo aggiornato il 27 marzo 2007

(disegno F.W., archivio GrIG)

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