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Archivio Giugno 2006

Bando sulla vendita di aree minerarie: si cambia o no ?


In questi ultimi giorni sembrano emergere ulteriori particolari e novità sul noto bando per la vendite di aree minerarie nei compendi di Masua – Monte Agruxau (Iglesias) e Ingurtosu – Pitzinurri – Naracauli (Arbus): la Giunta regionale sta modificando il suo orientamento o no ? La chiarezza è d’obbligo. Buona lettura…..

da La Repubblica, 30 giugno 2006

Oggi la protesta di ambientalisti e sindacati contrari al progetto di sfruttamento voluto dalla Regione. In Sardegna è guerra delle miniere: ?Soru, niente hotel nei giacimenti?. PIER GIORGIO PINNA.

Carbonia. Guerra per le miniere in Sardegna. Ma è una battaglia fuori schema. Nulla a che vedere con il classico cliché degli scontri padroni ? operai. Niente a che fare con gli storici scioperi costati sangue e morti E neanche con le proteste delle ultime generazioni di lavoratori. No, stavolta la posta in gioco è diversa: riguarda il progetto per trasformare in alberghi di lusso e campi da golf le miniere di Masua ? Monte Agruxau e Ingurtosu ? Pitzinurri ? Naracauli. I siti sono tutti nel Sulcis ? Iglesiente. Mentre fra i nomi dei possibili compratori trapela quello del miliardario Usa Tom Barrack, nuovo patron della Costa Smeralda, si delineano due fronti contrapposti. Da una parte il presidente sardo Renato Soru, che con la sua giunta di sinistra ha bandito la gara per la vendita delle miniere dimesse, di proprietà della Regione. Dall?altra la Cisl, gruppi ambientalisti, organizzazioni contro le servitù militari, esponenti di vari partiti. Ma qual è la ragione esatta della contesa. La posizione degli ecologisti è chiara. Contro l?asta (i termini per le domande scadono lunedì) si sono già schierati gli Amici della terra, il Gruppo d?intervento giuridico, la Rete Lilliput e, a Cagliari, il Socialforum. Tutti finora avevano sempre sostenuto il governatore per la sua politica di tutela delle coste e opposizione alle basi. Oggi non più. . Mentre la Cisl promuove per oggi una grande manifestazione, la Rete invita a sottoscrivere un manifesto-appello. Ma Uil e Cgil non si schierano a fianco della Cisl: . E Soru continua a ripetere: . La precisazione concerne in particolare Ingurtosu, Masua e Porto Flavia. . Molti dubbi, tuttavia, restano. E c?è chi, citando il bando di gara e gli allegati per la cessione, ?scopre? particolari sconcertanti. Nel compendio Ingurtosu ? Pitzinurri gli immobili da alienare sono 31 fra ex magazzini, officine, scuole, ospedali, alloggi, ville, laverie e autorimesse. Sono beni per un totale di 100 mila metri cubi di volumetrie da sfruttare e 329 ettari di terreno. A Agruxau, gli immobili in vendita dovrebbero essere 13 fra foresterie, uffici e forni, per un totale di 40 mila metri cubi e 34 ettari. A Masua i fabbricati sono 44, fra ex spacci, laboratori, laverie, depositi, officine, mense e infermeria. L?ultimo motivo di bagarre riguarda le bonifiche. Nel bando si prevede siano a spese della comunità e non dei privati che acquistano. Una ragione in più di contestazione. . Come finirà la battaglia ? Forse il 3 luglio, quando si conosceranno le proposte d?acquisto, l?intero panorama sembrerà più trasparente. Forse sarà però troppo tardi per tornare indietro.

Le posizioni. Bene unico. Per gli ecologisti rappresentano uno dei più importanti beni europei di archeologia industriale. Vantaggi per i locali. Gli oppositori si chiedono quali siano i vantaggi concreti per le popolazioni: no a diktat caduti dall?alto. Bando di gara. Scade lunedì il bando per la vendita delle miniere dismesse di proprietà della regione. Non è svendita. La Regione: non svendiamo nulla, prevediamo il riuso di poche aree a fini turistici, la parte pregiata non si tocca.

L?intervista. Lo scrittore Fois: ?La Regione non rinunci alla trasparenza?. Cagliari. . Marcello Fois, lo scrittore nuorese di romanzi come ?Dura madre? e ?Sempre caro?, vive a Bologna, ma è in Sardegna per partecipare al festival letterario di Gavoi, nel cuore della Barbagia. Ed è al corrente della polemica sulle miniere. Qual è il suo giudizio ? . Ma della vendita che cosa ne pensa ? . Perché ambientalisti che hanno sempre sostenuto Soru ora sarebbero contrari ? .

da La Nuova Sardegna, 30 giugno 2006

«Niente proroga al bando per le miniere». Il presidente Soru e l?assessore Sanna respingono le accuse «Per lo sviluppo meglio la locazione». Oggi la Cisl a Masua. GIAMPAOLO MELONI.

CAGLIARI. Mentre la Cisl prepara per stamane la contestazione davanti alla miniera, il presidente della Regione senza disturbare funzionari e uffici mette mano al computer e imprime nel sito della Regione 44 ?quesiti e chiarimenti? riferiti agli interessati alla gara internazionale per la riqualificazione dei siti minerari dismessi di Masua, Monte Agruxau, Ingurtosu, Pitzinurri e Naracauli). E alla ?Nuova? dice: «Non ci sarà la proroga del bando».
Sollecitata da un coro di obiettori, la richiesta di traslare nel tempo la scadenza del 3 luglio per la manifestazione di interesse alla cessione e trasformazione dei compendi di archeologia industriale e ambientale, incontra una decisione netta sia nel presidente della giunta Renato Soru e sia nell?assessore dell?Urbanistica Gianvalerio Sanna. «Abbiamo l?esigenza di velocizzare i tempi e di realizzare il progetto migliore – osserva il governatore -. Il bando affida ai privati la possibilità di valorizzare quel patrimonio e si punta su chi offrirà il migliore progetto, la migliore qualità architettonica e la migliore risposta alle esigenze del territorio». Un processo che deve arrivare a compimento in tempi brevi. «Chi decide sulla congruità di questi valori – spiega l?assessore Sanna – non sarà la giunta regionale da sola ma lo strumento dell?Accordo di programma, cioè la valutazione congiunta tra Regione, Igea, Comuni, Provincia». Quanto basta per dire che non ci saranno sovrapposizioni e che nulla verrà tolto alla sovranità dei territori. Gli elementi di valutazione essenziali saranno due: per il 60 per cento incide la qualità progettuale, per il restante 40 il prezzo e la tempistica. Quattro mesi di tempo per l?affidamento. Ma anche sul fronte della concessione c?è una novità di grande rilievo: «Il bando non obbliga la Regione a vendere – spiega Soru -, il fatto è che non si poteva stare a guardare, aspettare che tutto crollasse, assistere impotenti a chissà quale operazione speculativa. Dovevamo smuovere le acque, e questo abbiamo fatto. Ora vedremo i progetti, se ci piacciono si andrà avanti». L?ipotesi («che noi preferiamo», dicono Soru e Sanna) è di completare la procedura con la formula dei canoni in locazione, per cui il concessionario avrà in gestione per un periodo determinato le strutture che realizzerà ma la proprietà immobiliare resterà in carico alla Regione e alle comunità locali. «Resterà patrimonio pubblico che potrà essere ulteriormente valorizzato, sostituendo con nuove strutture e servizi utili al territorio vecchie impalcature e impianti muti spettatori di una realtà che vuole crescere».
Tra le ruggini, i silos, i capannoni inutili, i fanghi depositati nel tempo sorgeranno strutture turistiche, impianti sportivi, spazi per le residenze, centri di benessere e per il golf: 260 mila metri cubi per ricostruire un territorio segnato da secoli di attività mineraria. «Naturalmente le pertinenze storiche, culturali, industriali saranno salvate e valorizzate, ma allo stesso modo verrà buttato giù ciò che non serve, quel che non è più compatibile con il paesaggio e si costruiranno condizioni favorevoli per nuovi posti di lavoro sul versante turistico». Nessuna speculazione nè operazioni di svendita, come hanno prefigurato le accuse indirizzate nei giorni scorsi da ambientalisti, qualche associazione, la stessa Cisl. «Abbiamo fatto una valutazione sulla base del valore delle pertinenze immobiliari così come registrate al bilancio di Igea – spiegano Soru e Sanna -, ricavandone un prezzo pertinente alle valutazioni del mercato turistico». Se un?area vale 30mila euro e ha bisogno di un?intervento di bonifica da 50mila euro non può essere valutata 80mila ma avrà lo stesso prezzo delle aree attigue, dunque sempre trentamila. «Ma questo non è svendere, questa è la giusta valutazione che deriva dal netto delle bonifiche in carico al concessionario». L?intervento previsto dalla Regione neppure inciampa nella normativa del Piano paesaggistico. «Non ci sono incompatibiltà – sancisce Soru -: le cubature possibili non sono distanti dal mare ma a chilometri dal mare. Le volumetrie saranno possibili solo in maniera ordinata e non superiore a quelle esistenti». Coerenza rigorosa con le regole del Piano paesaggistico e con le competenze del Parco Geominerario («che avrà le sue attività di gestione delle strutture minerarie»), nè ci saranno rischi per Igea, la società di emanzione regionale oggi incaricata degli interventi geoambientali («che continueranno a fare perchè di loro pertinenza, così come sugli aspetti sostanziali ce ne sono altri che spettano a noi»). L?obiettivo della più grande operazione di riqualificazione del territorio messa in cantiere in Sardegna («per farlo con i soldi pubblici non basterebbero dieci anni di bilanci dello Stato», osservano il presidente e l?assessore) è di «rimettere in moto il territorio e di evitare, in questo modo sì, rischi di speculazione o di ulteriore abbandono, come purtroppo abbiamo invece constatato quando nel passato le svendite sono state fatte e quando alcune pertinenze sono state occupate abusivamente senza alcun beneficio per il territorio», taglia corto il governatore. La svolta è ormai avviata. La trasformazione del territorio è affidata alla grande imprenditoria internazionale ma anche agli operatori locali. A delineare la Masua o la Naracauli del futuro potrebbero essere gli imperi Barrack, Pirelli, Ligresti o persino l?inventore della Costa Smeralda. Ma non solo loro hanno messo gli occhi sulle vecchie miniere. Chiunque sia «dovrà tenere conto delle esigenze locali, degli spazi per l?intrapresa locale, delle pertinenze private, insomma della necessità di sviluppo locale». Ma non degli abusivi. Lunedì, alla scadenza prevista per la manifestazione d?interesse si saprà qualcosa di più su chi e come potrebbe imprimere la svolta della riqualificazione del territorio votato per alcune centinaia d?anni alla produzione mineraria. «Tutto avviene e avverrà con le garazine dell?Accordo di programma». E della concertazione con i Comuni, sottolinea Gianvalerio Sanna, che taglia la testa al toro delle contestazioni sulle decisioni unilaterali. «Abbiamo fatto le assemblee nei Comuni e discusso procedure e prospettive».

Cisl: marcia solitaria contro il piano. Chiesto alla Regione un tavolo di trattative con le forze sociali e politiche.
IGLESIAS. Oggi la Cisl sarda, insieme a quella del Sulcis Iglesiente, terranno una manifestazione a Masua per chiedere modifiche significative al bando di gara relativo alla cessione dei compendi minerari.
La manifestazione giunge al termine di una settimana di polemica molto aspra che ha visto le tre sigle sindacali marciare su fronti opposti. La Cisl prima ha cercato il sostegno di Cgil e Uil, poi, a fronte dei dubbi degli altri due sindacati, ha deciso di andare avanti da sola sino a pubblicizzare il proprio dissenso con una manifestazione pubblica che si aggiunge ad altre divergenze, sull?energia e sulla Carbosulcis. Il fronte sindacale, nel territorio, risulta così tutt?altro che solido e pone in seria difficoltà anche le categorie che in silenzio stanno cercando di portare avanti una posizione unitaria sulle altre vertenze, dai trasporti alle competenze per la nuova provincia, che risultano comunque vitali per il territorio. «Il 3 luglio – è scritto in una nota – scade il periodo fissato dalla Regione per la presentazione delle offerte previste dal bando per la cessione in proprietà dei siti di Masua, Monte Agruxiau, Ingurtosu, Naracauli e Pitzinurri. Con questa manifestazione – si legge nel documento firmato dallo stesso segretario regionale Mario Medde – la Cisl chiede alla giunta di definire, ancor prima della cessione delle aree, quale destino attende i lavoratori del Geoparco e quello di Igea. Il destino di questi lavoratori, infatti, si intreccia con quello delle aree messe all?asta perché proprio su quelle aree dovrebbe delinearsi il futuro del Parco Geominerario. Chiediamo di non smembrare il parco Geominerario creato in seguito alle lotte dei lavoratori che hanno voluto scommettere ancora una volta sul futuro dei territori minerari. Non siamo contrari alla valorizzazione dei siti – precisa Medde – ma chiediamo anzi che i progetti di risanamento alla base della costituzione di Igea e alla nascita del parco diventino immediamente operativi. Diciamo no, e lo ribadiamo a Masua, alla privatizzazione del parco, mentre riteniamo praticabile il ricorso ad un affidamento diverso da quello della cessione in proprietà». La Cisl chiederà quindi alla giunta regionale l?apertura di un tavolo di confronto con le forze sociali, le rappresentanze economiche e gli Enti Locali per definire un nuovo piano di valorizzazione di tutti i siti minerari sardi. Difficilmente però la richiesta della Cisl troverà convergenti sia la Regione che gli altri sindacati. E il fronte, già spaccato, si allargherà ulteriormente, con nuove occasioni di polemica.

LA CGIL. La Regione si muove nella giusta direzione.

IGLESIAS. La Cgil critica pesantamente la Cisl e nega di aver mai sottoscritto alcun accordo con quel sindacato per contestare il bando regionale. «Non c?è alcuna intesa sindacale, sia a livello territoriale che regionale, sull?iniziativa contro l?asta internazionale per l?acquisto e gli investimenti nel compendio minerario del Sulcis-Iglesiente». «Nelle scorse settimane si sono svolti nel territorio diversi incontri promossi da Regione e autonomie locali ai quali ha partecipato anche il sindacato. Abbiamo apprezzato l?iniziativa e espresso qualche suggerimento – è scritto in una nota della segreteria regionale della Cgil – recepito nella gara. L?iniziativa regionale si muove nella giusta direzione, valorizzando il territorio e la sua cultura, nel rispetto dell?ambiente e senza trascurare di utilizzare le attuali volumetrie con il recupero degli immobili un tempo destinati alle attività estrattive». La Cgil ribadisce l?esigenza che «nel Sulcis, area di crisi e disoccupazione, sia avviato un processo di trasformazione economica e diversificazione produttiva che può passare attraverso la valorizzazione del grande patrimonio minerario della zona». Secondo il sindacato sono due le opportunità: la riattivazione del bacino carbonifero per l?abbassamento delle tariffe energetiche; il rilancio del settore turistico, proprio a partire dalla valorizzazione dei siti minerari. Due progetti economici importanti che devono essere realizzati, altrimenti per la provincia del Sulcis-Iglesiente sarà un declino economico, sociale e morale irreversibile.

LA UIL. Una disputa inopportuna e fuori luogo IGLESIAS. Alle dichiarazioni dei vertici della Cisl replica anche il segretario generale della Uil, Mario Crò, con ua nota alla vigilia del sit-in a Masua. «Non è un intervento polemico – ha esordito Mario Crò – ma è giusto dire che in questa disputa inopportuna chi vi partecipa mette in campo tutte le forze per dimostrare di essere nel giusto. E c?è chi è pronto a dimostrare, con colorate prove di forza, nei giorni a seguire, di essere nel giusto. Si sta discutendo dei terreni ex Emsa che insistono dalla costa Arburese fino a Fontanamere nell?Iglesiente. Questo territorio è martoriato da una crisi economica senza precedenti, c?è una disoccupazione del 27 per cento e non esistono, a breve termine, possibilità di un miglioramento di questa situazione. In questo contesto il sindacato è costretto a difendere con sempre maggior difficoltà il sistema produttivo della nuova provincia.» All?analisi dello stato attuale dell?economia del territorio
la Uil aggiunge il preoccupante ritorno all?emigrazione dei giovani. «Per questa ragione – insiste Crò – consideriamo una grande opportunità che i terreni e i caseggiati ex Emsa possano essere trasformati in possibilità di lavoro stabile, attraverso la vendita a soggetti privati. E riteniamo condivisibile l?urgenza di dare concretezza a quanto previsto nella legge per creare attorno alle aree minerarie dismesse la riconversione dopo la chiusura dell?attività estrattiva». La Uil definisce epocale la riconversione in atto e nel contempo la proposta dell?esecutivo di vendere ai privati le aree minerarie «una occasione da non perdere. Ma questa deve essere realizzata con il concorso attivo e continuo degli enti locali e delle parti sociali – aggiunge il segretario generale della Uil – e quindi anche del sindacato».

(foto S.D., archivio GrIG)

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Storia di un muretto a secco…


Riceviamo da una nostra assidua “visitatrice” genovese di origine sarda, Francesca Mereu, una notizia di una vicenda forse piccola, ma molto significativa.
Nelle campagne di Oschiri (SS), in località Pedredu, presso il Lago del Coghinas, da un buon secolo campeggiava un lungo muretto a secco in buone condizioni, di quelli che caratterizzano, insieme a querce, nuraghi, asfodeli e macchia, il paesaggio agrario della Sardegna. Il Comune di Oschiri, grazie ad uno degli innumerevoli interventi finanziati con fondi pubblici (in questo caso il programma integrato d?area ? P.I.A. SS 13-14: accordo di programma dell?8 agosto 2003 con 514.557,20 euro), ha pensato bene di ?modernizzare? la viabilità rurale vicina al lago. Dove il traffico veicolare è scarso. Il progetto di ?sistemazione e riqualificazione della viabilità d?accesso al Lago Coghinas ? rimodulazione P.I.A. 13-14? viene approvato con determinazione dirigenziale n. 147 del 30 luglio 2004 e va a prevedere l?allargamento della precedente viabilità su fondo naturale, l?abbattimento di diversi alberi ad alto fusto (querce da sughero, lentischi, viburni) e di trecento metri del nostro muretto a secco per far posto ad una bella recinzione metallica con basamento in cemento armato. Al di là delle problematiche giuridiche sull?esproprio delle aree (le famiglie proprietarie contestano le procedure seguite dall?Amministrazione comunale), quali sono i motivi che portano a buttar giù un secolo di storia ed un ?pezzo? di paesaggio agrario sardo senza alcuna evidente utilità ? E chi lo sa ? Forse qualche migliaio di euro in più per cunette, reti, cordoli e quant?altro rende felici geometri e ruspisti?
E un altro pezzo di Sardegna se ne va via, alla faccia di riviste patinate e portali web che reclamizzano atmosfere, odori, silenzi di una campagna che diventa sempre più favola per bambini di città?..

Amici della Terra Gruppo d’Intervento Giuridico

(foto F.M., archivio GrIG)

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Cacciatori e pinocchi…..


Inevitabili e comprensibili le reazioni dei cacciatori all?uscita del nuovo calendario venatorio approvato ieri dal Comitato regionale faunistico. Tuttavia inaccettabili alcune dichiarazioni rilasciate da alcuni esponenti e soprattutto da Ignazio Artizzu, quando sono pregne di cose non vere. Il consigliere regionale di A.N., infatti, accusa l?Assessore regionale della difesa dell?ambiente Dessì di ?agire sulla base dei propri impulsi e non in seguito a studi e rilevazioni? continuando ?tutto parte esclusivamente dalla sua avversione nei confronti della caccia?. Forse l?esponente della Federcaccia non conosce bene il meccanismo del Comitato regionale faunistico, ma se si informasse scoprirebbe che il calendario venatorio è stato approvato dalla maggioranza di 15 membri (tra cui è bene ricordare anche rappresentanti che certamente non sono etichettabili come pregiudizialmente contrari alla caccia) contro 6 membri; come si vede, l?Assessore non ha imposto niente a nessuno; ha sottoposto alla nostra attenzione una bozza che è stata discussa e serenamente e democraticamente messa ai voti; bozza che è stata elaborata sulla base di dati derivanti dallo studio, effettuato dall?Università di Sassari in collaborazione con altri enti, in discussione al Comitato faunistico e che porterà lo stesso organismo a esprimere un parere sulla Carta faunistica regionale e, in seguito, sul Piano faunistico venatorio regionale. L?on. Artizzu dovrebbe convincersi che gli studi e censimenti esistenti, certo complessi e perfezionabili, sono frutto di un lavoro svolto dal 2002 e se si vuole contestarli lo si faccia contrapponendo altri studi e rilevamenti, non opinioni.
Sono altresì inaccettabili le affermazioni attribuite ai cacciatori ?non permetteremo che i provvedimenti regionali vadano in porto e faremo di tutto per impedire l?attuazione di disposizioni che ledono i nostri diritti?: occorrerebbe ricordare loro che l?esercizio della caccia è una concessione rilasciata dallo Stato e dalla Regione e non un diritto, perché la fauna è patrimonio indisponibile dello Stato; e se si sentono lesi nei loro ?presunti? diritti, lascino perdere le velate e minacciose intimidazioni ma si rivolgano nelle sedi giurisdizionali competenti, come per anni hanno fatto le associazioni ambientaliste, vedendo riconosciute quasi sempre le loro ragioni.
L?Assessore Dessì non ha certo bisogno di essere difeso dagli ambientalisti che, comunque, gli manifestano la loro solidarietà; finora si è dimostrato un Assessore serio e responsabile e lo invitano ad andare avanti nella sua azione concreta per l?approvazione in tempi rapidi della Carta Faunistica e del Piano faunistico venatorio regionale che finalmente renderanno pienamente applicabile la legge regionale sulla caccia a 8 anni dalla sua emanazione.

Gruppo d?Intervento Giuridico e Amici della Terra

(foto L.A.C.)

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S.O.S. Pipistrelli ed Anfibi: sono salvi ?


In molte aree minerarie dismesse dell?Iglesiente, attualmente a Sa Duchessa e Malacalzetta (Comuni di Domusnovas e Fluminimaggiore) l?IGEA s.p.a., la società che gestisce i siti minerari di titolarità regionale, sta ponendo in essere le operazioni di “messa in sicurezza” degli impianti minerari. Fra l?altro la completa chiusura delle gallerie minerarie dismesse con muri generalmente in blocchetti di calcestruzzo. Queste operazioni, però, precludono l?accesso e l?uscita dai propri siti di ricovero delle popolazioni di Chirotteri e di anfibi urodeli delle species speleomantes, tutelate ai sensi della direttiva n. 92/43/CEE sulla salvaguardia degli habitat naturali e semi-naturali, la fauna e la flora. In questi modi sono condannate alla distruzione. Raccogliendo preoccupate e qualificate segnalazioni di turisti e della Federazione Speleologica Sarda, le associazioni ecologiste Amici della Terra, Lega per l?Abolizione della Caccia e Gruppo d?Intervento Giuridico hanno inoltrato (nota del 13 giugno 2006) un?urgente richiesta di modifica delle modalità di “messa in sicurezza” delle gallerie minerarie alla Commissione europea, al Ministero dell?ambiente, all?Assessorato regionale della difesa dell?ambiente ed al Corpo forestale e di vigilanza ambientale. In questo caso basterebbe veramente poco per ottenere un risultato importante: sarebbe sufficiente lasciare un?idonea apertura e pipistrelli ed anfibi sarebbero al sicuro. Ora è pervenuta la risposta dell?Assessorato regionale della difesa dell?ambiente ? Servizio conservazione della natura ed habitat (nota prot. n. 20733 del 22 giugno 2006) che è intervenuto presso la società IGEA ed il Corpo forestale e di vigilanza ambientale, ricordando “che gran parte del patrimonio minerario della Sardegna insiste su Siti di Importanza Comunitaria” e che “è vietata (articolo 8) la cattura, l?uccisione o il disturbo di esemplari delle specie citate nell?allegato D (del D.P.R. n. 357/1997, modificato dal D.P.R. n. 120/2003, n.d.r.) ? è vietato il danneggiamento o la distruzione dei siti di riproduzione o delle aree di sosta delle specie animali di cui all?allegato D, nel quale sono inclusi tutti i pipistrelli e tutte le specie di Speleomantes“. Inoltre, “tutte le opere ricadenti all?interno delle aree SIC e riferibili alla … messa in sicurezza non solo delle gallerie, ma anche di edifici o altri manufatti devono essere sottoposte a procedura di valutazione di incidenza: procedura che, evidentemente, l?IGEA s.p.a. s?è ben guardata dal fare?.. L?Assessorato regionale della difesa dell?ambiente ? Servizio conservazione della natura ed habitat conferma che la muratura degli imbocchi delle gallerie minerarie dismesse, “nel sigillare di fatto gli ingressi, intrappola all?interno delle stesse gallerie popolazioni di chirotteri (pipistrelli) e di anfibi urodeli Speleomantes sp., sottraendo contemporaneamente indispensabili porzioni di habitat alle stesse specie animali, che eleggono le gallerie di miniera a luoghi di rifugio temporaneo, svernamento, riproduzione”. Questo mentre <i>”è possibile individuare azioni di messa in sicurezza delle gallerie minerarie diverse dalla muratura degli ingressi” e mentre sono in corso di definizione le procedure per individuare ben altri nuovi 20 pSIC proprio per tutelare pipistrelli (Rhynofolus euryale) ed anfibi urodeli (Speleomantes genei, Speleomantes imperialis). Ora il blocco dei lavori, le necessarie modifiche e, in tempi rapidi, la soluzione di un problema ambientale che non sarebbe neppure dovuto esistere?…

Lega per l?Abolizione della Caccia, Gruppo d?Intervento Giuridicoe Amici della Terra

(foto A.N., archivio GrIG))

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Varato il calendario venatorio sardo 2006-2007


E? stato approvato dal Comitato faunistico regionale il nuovo calendario venatorio per la stagione che si aprirà a settembre e si concluderà il 31 gennaio 2007. Nonostante una manifestazione dei cacciatori davanti alla sede dell?Assessorato, organizzata con l?evidente vano intento di ?condizionare? il lavoro dei componenti del Comitato, la riunione si è svolta in un clima di serenità, pur nella contrapposizione dialettica tra le parti in causa. L?Assessore regionale all?Ambiente Tonino Dessì ha presentato al Comitato per la discussione una bozza, predisposta dall?ufficio regionale della fauna, che ha riproposto quasi lo stesso calendario venatorio dello scorso anno con la reiterazione principalmente del no all?anteprima di caccia alla tortora, la caccia alla stanziale solo per mezza giornata ed il silenzio venatorio.
Questa proposta ha trovato il consenso dei due rappresentanti ambientalisti del Comitato regionale (un terzo era assente a causa di seri problemi di salute) oltre a diversi altri componenti e la scontata opposizione del mondo venatorio e paradossalmente dei rappresentanti delle Amministrazioni provinciali; dopo tre ore e mezza di discussione, la bozza presentata dall?Assessore è stata approvata a maggioranza con alcune modifiche relative alla eliminazione del numero massimo di capi abbattibili per ciò che riguarda le specie della beccaccia e del beccaccino e ?l?attenuazione? del silenzio venatorio con la caccia alla migratoria il 22 e 29 ottobre alla posta e con l?uso del cane da riporto (su proposta di mediazione del Comandante del Corpo Forestale dott. Boni).
Bisogna dare atto all?Assessore all?Ambiente Tonino Dessì di aver svolto finora il suo compito con grande fermezza e responsabilità e la stessa accelerazione che sta imprimendo all?approvazione della Carta Faunistica regionale (oggetto di discussione nel Comitato faunistico il prossimo 5 luglio) e del Piano Faunistico regionale testimoniano di un serio lavoro di salvaguardia del territorio e della fauna.
Schematicamente le specie cacciabili ed i relativi periodi di caccia per l?annata 2006/2007 sono i seguenti:
a) Pernice sarda e lepre sarda : nei giorni 17 e 24 settembre, 1 ? 8 ? 15 ottobre 2006, anche in forma vagante e con l?uso del cane, sino alle ore 14,00.
b) Coniglio selvatico, volpe, allodola, alzavola, beccaccia, beccaccino, cesena, codone, colombaccio (columba palumbus), cornacchia grigia, fischione, folaga, frullino, gallinella d?acqua, germano reale, ghiandaia, merlo, mestolone, moretta comune, moriglione, pavoncella, porciglione, quaglia, tordo bottaccio, tordo sassello, tortora (streptopelia turtur): nei giorni 17 e 24 settembre, 1 ? 8 e 15 ottobre 2006, anche in forma vagante e con l?uso del cane sino alle ore 14,00. Dal 1° novembre 2006 al 31 gennaio 2007 nei giorni di domenica, giovedì, festivi infrasettimanali e mercoledì 31 gennaio anche in forma vagante e con l?uso del cane. Nei giorni 22 e 29 ottobre 2006, con esclusione delle specie coniglio selvatico, volpe e beccaccia, alla posta e con l?uso del cane da riporto.
c) Cinghiale: nei giorni 19 e 26 novembre, 3 ? 10 ? 17 ? 24 e 31 dicembre 2006; 7 ? 14 ? 21 e 28 gennaio 2007, anche con il sistema della battuta e con l?uso della munizione a palla unica.
Tra le altre norme varate nel calendario venatorio:
1. la caccia è vietata nei giorni 25 dicembre 2006 e 1° gennaio 2007
2. la caccia alla volpe è consentita mediante il sistema della battuta nelle giornate stabilite per la caccia al cinghiale
3. in una giornata di caccia il cacciatore non potrà abbattere più di 15 capi di selvaggina di cui:
pernice: massimo 3 capi
lepre: massimo 1 (non potranno essere catturati più di due esemplari nell?arco delle cinque giornate di caccia consentite
anatidi: (germano reale, codone fischione, mestolone, moretta comune, moriglione, alzavola) massimo 10 capi.
Nella stessa giornata di caccia, il cacciatore potrà abbattere allodole, turdidi (merlo, cesena, tordo bottaccio, tordo sassello), cornacchia grigia e ghiandaia, sino ad un totale di capi tale che, durante la stessa giornata, non siano abbattuti complessivamente più di 30 capi di selvaggina (ivi compresi i capi abbattibili al punto tre.
Per quanto riguarda la caccia al cinghiale, in una giornata non potranno essere abbattuti più di 1 cinghiale ogni cinque fucili o frazione di cinque, con un massimo di 10 cinghiali per compagnia, composta da qualsiasi numero di cacciatori; ove nel corso delle battute venissero raggiunti o inavvertitamente superati i limiti anzidetti, la caccia deve essere interrotta. I capi abbattuti inavvertitamente oltre il limite anzidetto, devono essere devoluti in beneficenza, sotto le direttive dell?Amministrazione provinciale competente per territorio.
Nell?arco di una giornata non si potranno altresì abbattere più di 2 volpi per cacciatore in forma di caccia vagante e non più di 10 volpi per compagnia con il sistema della battuta.
Infine è vietata l?esportazione della pernice sarda, del cinghiale e della lepre sarda dal territorio della Sardegna.

Amici della Terra , Lega per l’Abolizione della Caccia , Gruppo d’Intervento Giuridico

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Notte prima degli esami…..


riceviamo e pubblichiamo volentieri i pensieri e le riflessioni di una ragazza che si appresta a fare il suo esame di maturità e che vorrebbe vivere appieno il suo “diritto” alla vita…

L?INIZIO DELLA DESCOLARIZZAZIONE

Di pari passo con l?estendersi della mia voglia di essere, essere, essere, e vivere al massimo della possibilità, vivere appieno, viene sempre più ad affermarsi in me la non volontà di restare qui ancora a lungo, a parlare, discutere, teorizzare e sputacchiare parole su parole, sentenze su sentenze??studiare??ne ho abbastanza!
Chiudete i cancelli di quelle che amate chiamare scuole, chiudete i battenti, vecchi ammuffiti nelle convinzioni e nei ragionamenti, obliatevi, filosofoni barbuti , portatori di false saggezze, false ideologie, teorici di vita!
Mi chiedo quanto soffra l?universo vivente vibrante e fremente nel sentirsi schematizzato e studiato con così poca passione, così poco interesse. Non è aprendo i libri che imparerai cosa veramente conti, la società è solo una fetta inconsistente di ciò in cui realmente siamo immersi, solo ciò che alcuni nostri simili ci vogliono far credere.
Vogliono persuaderci che la vita si basa su ciò che amano chiamare dovere, che bisogna seguire un corso di studi, e poi giù di corsa a trovarti un lavoro chè altrimenti non avrai i soldi per COMPRARE, e se non hai i soldi per comprare sarai sempre preoccupato, crucciato, come si fa a vivere senza consumare? Bisogna correre contro il tempo, affrettarsi, per?cosa? Ogni desiderio sfuma appena raggiunto, non sembra esserci uno status, uno scopo che ti tiri avanti?
Ecco cosa non va. La nostra gioventù cresce rinchiusa in una simile mentalità, imprigionata in questa gabbia, questi obblighi, non obblighi espliciti, obblighi sociali, radicati nelle nostre menti, subdoli, nascosti, difficili da estirpare!
Nessuno sembra sentire quanto invece la cosa importante sia vivere la nostra vita, e tutto il senso sia racchiuso in questo, e tutto lo sforzo vada indirizzato in questa direzione; pochi sentono, oltre che dire, quanto tutte le cose di cui ci occupiamo quotidianamente siano superflue e laterali; quanto esse siano semplicemente una cornice che l?uomo ha creato per se stesso, per non sentirsi troppo sperduto.
Così tutti parlano, analizzano, teorizzano, DISCUTONO. Di cosa? Per cosa? Neanche riusciamo a rispettarci a vicenda, ad accettarci totalmente l?un l?altro; come possiamo discutere? Studiare? Imparare? Come? Ascoltando le parole di un nostro simile che magari non ha neanche vissuto una vita degna di questo nome? Che magari ci vuole trasmettere una dottrina grigia, trita e ritrita dai soliti intellettualoidi che vogliono ?educare l?umanità??
Egregi signori, scrivo per dirvi che mi rifiuto. Esatto; MI RIFIUTO!
E quando dico che ho una vita da vivere, è perché sento di ricevere molto di più dal contatto col mondo che mi circonda e con me stessa che dalla viziosa elaborazione di tesi e concetti, teorie.
Ma tutto QUESTO che ci circonda, in cui siamo immersi, il mondo, tutto, non è una teoria! È un dono, un dono immenso, meraviglioso, fantastico!
Provate a uscire da quelle automobili, a lasciarle ammuffire nel garage! La patina di grigiore volerà via ed il mondo più splendente brillerà sotto i vostri occhi! La brezza fresca ti avvolge e ti carezza, che tu sia in bici o a piedi, e senti, senti che nessuna teoria filosofica potrà mai valere quanto una giornata di sole, che noi diamo tanto per scontata andando a ricercare le cose più impensate per tenere occupate le nostre menti.
Basta intellettualismi! Basta contorti tunnel bui e viziosi, è questa la nuova omologazione alternativa: studiare per avere un futuro materiale. Riempirsi il cervello di nozioni, date, nomi che non ci significano nulla. Magari uno dice, bello questo, mi piace quest?ideale, si, nobile, fantastico, mi ci rispecchio. E poi? Per quanto appassionata, la teoria resta teoria, pura e semplice. E vuota.
Ne è piena la storia, di saggi a parole; ma proprio perché lo furono a parole, nessuno cercò mai di andare oltre.
A parole son buoni tutti; ma non basta.
Reduplicazione è essere ciò che si dice. (Søren Kierkegaard)
Essere ciò che si dice è vivere.

(foto C.L., archivio GrIG)

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Orsi e imbecilli…


è davvero curioso il modo di tutelare l’ambiente in Germania: quali “pericoli per l’uomo” può causare un solo povero orso, per giunta tutelato dalla direttiva n. 92/43/CEE sulla salvaguardia degli habitat naturali e semi-naturali, la fauna e la flora ?

A.N.S.A., 26 GIUGNO 2006, ORE 09.38 – ABBATTUTO L’ORSO ‘BRUNO’ IN BAVIERA

BERLINO – L’orso ‘Bruno’ Jj1 è stato abbattuto questa notte in Baviera, non lontano dal lago Spitzing (Germania meridionale). Un portavoce del ministero dell’ambiente regionale di Monaco di Baviera ha detto che un gruppo di cacciatori ha sparato e ucciso l’animale selvatico ritenuto un pericolo per gli umani verso le ore 4:50 di questa mattina.

L’animale di due anni si aggirava da oltre un mese nell’area del confine tra la Germania e l’Austria dove era arrivato dall’Italia. Jj1, nel frattempo soprannominato Bruno, era nato infatti nel parco Brenta-Adamello dall’accoppiamento di Jurka e Joze (per cui le iniziali Jj1, gli sopravvive un fratello che si chiama Jj2). Per alcune settimane un gruppo di cacciatori finlandesi con cani appositamente addestrati ed un veterinario armato di un fucile a sonniferi aveva cercato di trovare l’orso per catturarlo vivo e portarlo in una zona protetta.

Ma le ricerche, rivelatesi molto faticose e tutto sommato inutili, sono state interrotte venerdì scorso. Da questa settimana doveva tornare in vigore la disposizione delle autorità tedesche e austriache, in base alle quali l’orso considerato un pericolo, poteva essere ucciso. Come è prontamente successo. Tutti gli esperti si erano infatti trovati d’accordo sul fatto che un orso senza più timore di arrivare vicino ai centri abitati, è un pericolo per gli esseri umani.

“Bruno” è stato localizzato e abbattuto questa mattina vicino alla Rotwand, la zona dove sabato sera ha sbranato e divorato una pecora. Negli ultimi due giorni l’animale, alto due metri, era stato visto da tre escursionisti a piedi e da un gruppo che faceva una escursione in mountain bike. I tre a piedi lo avevano seguito per un po’, ma quando “Jj1″ si era girato ed aveva cominciato ad andare nella loro direzione, avevano preferito scappare e avvertire la polizia. Gli altri lo avevano visto nuotare nel Soinsee, in provincia di Miesbach. Da ultimo l’orso era stato visto salire verso le cime dei monti.

Polemiche sono ora prevedibili in Germania sui tempi dell’abbattimento: mentre in Austria l’orso è ridiventato abbattibile da oggi, in Baviera (Germania) il permesso sarebbe dovuto scattare solo domani. Certamente la componente pericolo avrà un ruolo nella decisione di giustificare l’abbattimento, ma sicuramente le associazioni ambientaliste faranno notare la rapidità con la quale l’orso è stato ucciso, rispetto alle difficoltà trovate invece nel catturarlo vivo.

Inutili anche i piani dell’organizzazione giovanile della Lega per la protezione della natura (Bund Naturschutz) che per confondere i cacciatori da questa mattina avevano progettato di mandare in giro per le montagne tra Austria e Germania numerosi ragazzi e ragazze “travestiti da orsi in maniera molto convincente”. Sono arrivati troppo tardi.

(foto da www.ittiofauna.it)

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Energia eolica: l’arroganza se la tengano a casa loro !


Ieri, in pompa magna, è stato inaugurato il ?parco eolico? più grande d?Italia. A Sedini (SS). Realizzato dal gruppo ENEL. 36 aereogeneratori per 54 mw di potenza totale. Due anni di lavoro e 35 milioni di euro di investimenti. Potenzialmente potrebbe produrre quasi 90 milioni di Kwh all?anno e soddisfare le necessità di circa 33 mila utenti. Eviterà l?immissione in atmosfera di 64 mila tonnellate di anidride carbonica all?anno ed il consumo di 19 mila tonnellate equivalenti di petrolio annue. L?amministratore delegato dell?ENEL Fulvio Conti ne ha approfittato per annunciare, ai quattro venti, che la Regione autonoma della Sardegna deve cambiare la sua politica di tutela del territorio e lasciare spazio alla produzione industriale di energia eolica oppure gli investimenti del colosso ancora pressoché monopolista della produzione e distribuzione dell?energia elettrica andranno all?estero. Prontamente s?è accodata la C.G.I.L. con toni perentori: ?Soru deve smetterla con questo atteggiamento integralista nei confronti degli impianti eolici?, ha dichiarato il segretario regionale Giampaolo Diana. Legambiente ha gioito con toni quasi estatici: ?crediamo che ormai solo poche persone avversino, per varie ed opinabili ragioni, questa tecnologia produttiva?, ha dichiarato Eugenio Fresi, della segreteria regionale.

Ma le cose stanno davvero così ? A Sedini è giunto il paradiso dove scorrono i fiumi di latte e miele ? Nel centro dell?Anglona, al di là dei toni trionfalistici di Legambiente, pare che giungeranno 150 mila euro all?anno e due (2) posti di lavoro definitivi. E non sono certo tutti contenti gli abitanti..anzi?..

Ma vediamo di capire un po? di più sulla ?ventata dell?eolico? in Sardegna.

Ultimamente anche la Sardegna, come gran parte dell?Italia centro-meridionale, sembra diventata la ?terra promessa? dell?energia eolica: grazie all?accesso a cospicui fondi pubblici ? soprattutto comunitari ? ed alla liberalizzazione della produzione dell?energia elettrica, ma soprattutto all?obbligo per i produttori di ottenere almeno il 2 % (c. d. ?certificati verdi?) da energie rinnovabili (decreto legislativo n. 79/1999, c.d. decreto Bersani, e D.M. Industria 11 novembre 1999), è cresciuta in termini esponenziali la richiesta di soggetti privati per installare le wind farm, le ?fattorie-fabbriche eoliche?. Ben 368 proposte per una potenza complessiva di 13.300 megawatt sono state presentate in campo nazionale, di queste sono pervenute (luglio 2001 ? aprile 2003) 88 istanze per 3.765 megawatt (2.814 aereogeneratori) in Sardegna (dati Servizio V.I.A. Assessorato difesa ambiente R.A.S., 2004). La più alta concentrazione.

Quasi tutti gli impianti in progetto sfrutteranno forti contributi pubblici ai sensi della legge n. 488/1992. La produzione di energia si avvicinerebbe, quindi, a 1,4 miliardi di kilowattora, il 25 % della massima domanda di energia (in pieno inverno), lo 0,5 % del fabbisogno nazionale, sostituendo combustibili fossili ?tradizionali? che produrrebbero 1,4 milioni di tonnellate di CO 2 (anidride carbonica, se ne emettono 1.000 grammi per kilowattora), 1.960 tonnellate di SO 2 (anidride solforosa, se ne emettono 1,4 grammi per kilowattora) e 2.660 tonnellate di NO 2 (ossido di azoto, se ne emettono 1,9 grammi per kilowattora). Il prezzo attualmente riconosciuto dall?Autority dell?energia elettrica e gas è di 0,07 euro (130 lire) per kilovattora. Da parte sua, un produttore di elettricità da fonti rinnovabili, oltre a vendere energia al gestore della rete al prezzo corrente del chilowattora (circa 5,6 centesimi di euro), vende anche ?certificati verdi? (art. 11, comma 3°, del decreto legislativo n. 79/1999) ai produttori di energia elettrica da fonti convenzionali.

Il prezzo del ?certificato verde? viene stabilito in base a criteri abbastanza complessi dettati dall’Autorità per l’energia e, solo in teoria, determinati dal mercato. Nel 2002, è stato di circa 8,40 centesimi di euro/kWh. Sommando il prezzo di vendita dell’energia e quello del certificato verde, il produttore di energia da fonti rinnovabili ricava circa14,00 centesimi di euro/kWh (5,60 + 8,40 = 14).

Da uno studio accurato del costo di produzione del chilowattora eolico in funzione della ventosità del sito, si ricava che, al di sopra dei 6 metri al secondo di velocità media annua del vento, l’eolico è già competitivo, senza bisogno di incentivi. Con il ?certificato verde?, a queste condizioni, il ricavo è più che raddoppiato e costituisce un business molto attraente. Addirittura, l’incentivo rende conveniente anche un impianto eolico di scarsa ventosità, al di sotto dei 5 metri al secondo, che funziona, non 2.000 o 3.000 ore all’anno, ma anche solo 1.000 ore.

Ecco perché in Italia si è verificata la corsa alla costruzione di impianti eolici, anche in siti che, in Germania, in Danimarca o in Gran Bretagna, non verrebbero nemmeno presi in considerazione per la loro scarsa produttività. Gli operatori hanno abbastanza da guadagnare anche in siti non idonei, e possono promettere compensi ai Comuni per agevolare il rilascio delle autorizzazioni all?installazione degli impianti. Da notare che, già oggi, si avviano ad essere depositate al Gestore della rete domande per l?installazione di impianti eolici per una potenza complessiva di oltre 14.000 MW, mentre, il piano energetico nazionale ha stabilito, seppure in via indicativa, una quota di 2.500 MW per il periodo 2008-2012.

Ma esiste davvero un potenziale eolico così alto nel nostro paese ? Quale può essere il contributo al bilancio energetico nazionale ? In altre parole, quale sarebbe il vantaggio effettivo a fronte del sacrificio del nostro paesaggio montano ? Considerando tutti i siti con condizioni favorevoli di ventosità (velocità media annua di 6 metri al secondo) e in assenza di vincoli di natura storico-paesaggistica, gli Amici della Terra, in uno studio che stanno ultimando per il Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio, valutano un potenziale massimo di 8.000 MW (di 6.000 MW inferiore alle domande depositate), capace di generare circa 15 TWh all?anno. Questo contributo teorico massimo rappresenterebbe il 5 % del fabbisogno nazionale di elettricità (310 TWh nel 2002) e l?1,8 % dell’intero bilancio energetico italiano. Tuttavia, il valore di 15 TWh rappresenta anche il limite massimo di accettabilità da parte delle rete elettrica per qualsiasi fonte di natura intermittente, dunque non solo per l’energia eolica, ma anche per quella solare.

Ora, il senso dell’incentivazione delle fonti rinnovabili non era quello di fare affari esagerati con una tecnologia matura e dal potenziale limitato ma riguardava soprattutto la promozione di fonti energetiche di importanza strategica, capaci di rappresentare, in futuro, un’alternativa reale al consumo di fossili, fonti bisognose di sostegno anche per facilitare la sperimentazione di tecnologie in evoluzione. Il ?certificato verde?, invece, concedendo un incentivo indifferenziato a qualsiasi fonte, senza tener conto dei diversi costi di investimento, finisce per scoraggiare proprio le tecnologie per ora più costose ma strategicamente più significative come, ad esempio, il solare fotovoltaico.

Se, a causa degli incentivi così definiti, verranno realizzati gli impianti eolici relativi all’intero potenziale di 8.000 MW, circa 8.000 torri alte un centinaio di metri, sarà precluso ogni spazio di sviluppo del solare e, in pochi anni, il paesaggio montano risulterà irrimediabilmente compromesso. Non per niente il Piano energetico nazionale del 1988 indicava un potenziale eolico di gran lunga più basso (300 – 600 MW) perché aveva escluso, in accordo con la legge n. 431/1985, tutti i siti al di sopra dei 1000 metri.

Attualmente in Italia la potenza installata è di circa 500 megawatt con circa 1.000 ?torri? eoliche. Il maggiore produttore attualmente è la Germania con 8.600 megawatt, mentre in Danimarca vi è la maggior percentuale (16 %) di energia prodotta grazie al vento rispetto alla produzione totale. Nel mondo, però, soltanto lo 0,35 % dell?energia prodotta è di matrice eolica, l?Unione Europea spera di giungere al 12 % di energia prodotta da tutte le fonti alternative entro il 2010.

Premettiamo una valutazione favorevole di carattere generale riguardo tutte le fonti di energia alternativa: da anni le associazioni ecologiste premono perché la produzione dell?energia elettrica si rivolga alle fonti rinnovabili ed a minore impatto ambientale: il solare, l?eolico, il geotermico, ecc. Oggi, finalmente, grazie alla Convenzione internazionale sui cambiamenti climatici di Kyoto ed al relativo protocollo (1997), alla decisione dei Ministri dell?ambiente degli Stati membri dell?Unione Europea del 17 giugno 1998 (per l?Italia riduzione del 6,5 % delle emissioni di gas serra rispetto ai valori del 1990, 100 milioni di tonnellate equivalenti di anidride carbonica), alla legge n. 120/2002 (ratifica del Protocollo di Kyoto) ed al decreto legislativo n. 387/2003 la promozione delle energie alternative inizia a divenire realtà anche in Italia.

Gli esempi sardi del passato, tuttavia, non inducono all?ottimismo: negli anni ?80 sono stati realizzati alcuni campi sperimentali per la produzione dell?energia dal vento. Quello dell?ENEL (2,09 megawatt) nella Nurra (Porto Torres) ha visto letteralmente cadere a terra nel dicembre 2001 l?ultimo aereogeneratore presente, la centrale ENEL del Monte Arci (Morgongiori, Ales, Pau) è entrata finalmente in esercizio nel 2000 (10,88 megawatt) dopo anni di lavori ed è già stata giudicata obsoleta dal medesimo Gruppo ENEL, mentre la centrale mista solare-eolica di Nasca (Carloforte), costruita nel 1992, in un primo tempo non ha visto collaudata la parte eolica (0,96 megawatt), tanto che le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico hanno provveduto ad interessare (2001) la competente Procura della Corte dei conti perché potesse approfondire tutti gli aspetti legati all?utilizzo dei 17 miliardi di vecchie lire (10 comunitari + 7 regionali) investiti nell?intervento. Soltanto nel 2003, dopo nuovi interventi di adeguamento da parte della società realizzatrice del gruppo Ansaldo, l?impianto misto è stato consegnato in perfetta efficienza al Comune di Carloforte: la potenza complessiva attuale è di 3-4 megawatt (a seconda delle condizioni del vento e dell?irradiazione solare), pari a circa il 15-20 % delle necessità locali.

Oggi sicuramente i progressi della tecnologia hanno fatto fare ?passi da gigante? anche nel campo eolico: l?aereogeneratore è costituito da una torre di acciaio al cui vertice è posto un rotore azionato dalle pale di un?elica e raggiunge in media i mt. 75 di altezza (mt. 50 la torre + mt. 25 l?elica) per una potenza di 0,6 megawatt. Sono in progetto impianti alti mt. 107 (mt. 67 la torre + mt. 40 l?elica) per una potenza di 2 megawatt: l?altezza sarebbe pari ad un palazzo di 25 piani?.. L?aereogeneratore necessita di vento quanto più possibile costante a velocità media (tra 7 e 25 metri/secondo).

In questi anni sono diversi i soggetti imprenditoriali ?sbarcati? in Sardegna per fare affari con il vento: fra i principali l?ERGA s.p.a. del gruppo ENEL, la FRI. EL. s.p.a. (operativa fra le sedi di Bolzano e Pordenone), la Gamesa s.p.a. (Spagna), la Sun Wind s.p.a. (Germania), la Sun Tec Italia s.p.a., la Enerprog s.r.l. (Sassari) e la IVPC 4 s.r.l. (Avellino).

Le imprese opzionano in regime di esclusiva i terreni, li affittano per un periodo generalmente di 25 anni (canoni medi di 1.549, 37 euro per megawatt prodotto), contrattano con i Comuni i benefici economici (in media l?1,6 % del fatturato al netto di I.V.A., liquidabile soltanto ad impianto avviato).

Le wind farm principali già operative sono quella della IVPC s.r.l. in alta Gallura ? Punta Salici (una cinquantina di ?torri? fra Bortigiadas, Aggius e Viddalba per una potenza installata di 38,94 megawatt, in funzione dal settembre 2001), quella dell?ERGA s.p.a. sulle colline di Tula (28 ?torri? per una potenza di 25,2 MW, in funzione dal 2003) e quella dell?Enel Green Power s.p.a sul Monte Arci (Morgongiori, Ales, Pau, con una potenza di 10,88 megawatt), già definita pubblicamente obsoleta da parte dello stesso soggetto gestore e di cui oggi si propone l?aggiornamento tecnologico (sostituzione delle 34 ?torri? bipala da 320 kW con 16 nuove ?torri? di ultima generazione da 850 kW). Tutte le altre già operative, da Campanedda ed Ottava (Sassari) a Villacidro, da Villagrande Strisaili ad Assemini, hanno potenza installata non superiore ad 1 megawatt.

La Regione autonoma della Sardegna, senza alcuna procedura ad evidenza pubblica di selezione della partnership, l?11 gennaio 2001 ha stipulato con l?ERGA s.p.a. (gruppo ENEL) un protocollo d?intesa per lo sfruttamento di fonti rinnovabili nel campo eolico in Sardegna. Il Piano operativo regionale ? P.O.R. 2000-2006 (sostegno comunitario straordinario) prevede la misura 1.6 proprio per interventi relativi a fonti di energia rinnovabile. Soltanto con la deliberazione Giunta regionale n. 22/32 del 21 luglio 2003 (+ allegato) la Regione ha dato linee guida, di indirizzo e coordinamento, per la realizzazione di impianti industriali di energia da fonte eolica (in precedenza, con la deliberazione Giunta regionale n. 13/54 del 29 aprile 2003 era stato di fatto sospeso l?esame di nuovi progetti di parchi eolici in attesa delle linee guida): esse prevedono limiti di potenza (2.000 MW al 2012), valutazione di aspetti di natura ambientale, individuazione di aree idonee cantierabilità e tempi degli interventi, garanzie sul decommissioning, accordi preliminari con le Amministrazioni direttamente ed indirettamente interessate, aspetti di interconnessione con la rete elettrica, previsioni di due bandi pubblici per l?assegnazione della potenza prevista (900 MW entro il 2004, 1.100 MW entro il 2005). I progetti già autorizzati devono avviare i lavori entro un anno, pena la perdita della potenza assegnata.

Il piano energetico regionale (PERS02), approvato con deliberazione giunta regionale n. 15/42 del 28 maggio 2003, prevede una potenza massima installabile riservata all?energia eolica pari a 2.000 MW. Si ricorda che il sistema elettrico sardo ha visto una punta massima di fabbisogno pari a 1.730 MW (fonte GRTN, il fabbisogno notturno minimo è stimato in 1.300 MW per il 2005), mentre il collegamento in corrente continua con la Corsica e la Penisola ha una capacità massima pari a 300 MW. Attualmente i grossi produttori di energia locali assommano una potenza minima pari a 800 MW (Sarlux di Sarroch 500 MW vincolati fino al 2021, Endesa di Porto Torres minimo 200 MW, centrale Sulcis 3 ENEL minima 100 MW) che saliranno a 900 MW nel 2008 con l?entrata in funzione della centrale Sulcis 2 ENEL a carbone (letto fluido). In alcuni casi (es. centrale Sarlux) gli impianti, per tipologia tecnologica, devono in pratica funzionare al massimo della potenza. Si prevede che soltanto nel 2005 potrà divenire operativo il nuovo collegamento in corrente continua con la Corsica e la Penisola (500 MW). L?intenzione regionale è quella di sopperire alle necessità rimanenti e di fornire energia tramite il collegamento Corsica ? Penisola con una quota di potenza riservata all?energia eolica, appunto, pari a 2.000 MW (fornita da 1000-1.200 torri eoliche), decisamente ben superiore alle necessità energetiche isolane e, addirittura, all?attuale capacità di cessione all?esterno tramite il collegamento Corsica – Penisola.

Di contro vi è da dire che ? se vi fosse tale effettiva produzione di energia eolica ? vi sarebbe un forte contributo alla realizzazione degli impegni presi per l?attuazione del Protocollo di Kyoto sulla riduzione delle emissioni di gas ?ad effetto serra?, esecutivi con legge n. 120/2002 ed il relativo piano di azione nazionale: sarebbero evitate emissioni di 3,312 milioni di tonnellate/anno di anidride carbonica (CO2), 15.600 tonnellate/anno di anidride solforosa (SO2) e 7.600 tonnellate/anno di ossidi di azoto (NOx).

Pur producendo energia ?pulita?, le centrali eoliche hanno sempre un impatto ambientale non trascurabile, innanzitutto sotto il profilo visivo e paesaggistico. Possono, poi, provocare il taglio di vegetazione anche ad alto fusto per la realizzazione di piste di accesso, elettrodotti e piazzole e, al termine del periodo di attività (25 anni), deve essere effettuata la costosa rimozione o decommissioning, aspetto di notevole importanza che generalmente viene tralasciato dalle valutazioni di Regione e Comuni con il rischio di ritrovarsi per decenni spettrali ?mulini a vento? di donchisciottesca memoria nei paesaggi sardi. Le ultime generazioni di impianti appaiono aver, invece, fortemente contenuto l?inquinamento acustico.

L?installazione di centrali eoliche in Sardegna è stata subordinata, oltre che alle ordinarie autorizzazioni ambientali ed urbanistiche, fino all?aprile 2003 alla procedura di verifica preventiva (screening) per appurare se, in relazione all?ubicazione ed alle dimensioni, risulti necessario il vero e proprio procedimento di valutazione di impatto ambientale ? V.I.A. (direttiva n. 97/11/CE, art. 10 del D.P.R. 10 aprile 1996, art. 31 della legge regionale n. 1/1999 e successive modifiche ed integrazioni): fino ad allora l?Assessorato regionale della difesa dell?ambiente ? Servizio S.I.V.E.A. soltanto in quattro casi (due progetti ENEL Green Power s.p.a. nei territori di Aritzo ? Meana Sardo e Sinnai ? Dolianova, un progetto I.V.P.C. 4 nel territorio di Nulvi ? Ploaghe ed un progetto della Società parco eolico Campeda ? Bonorva nel territorio comunale di Bonorva) si è deciso di sottoporre a preventivo procedimento di V.I.A. Soltanto il Comune di Orune ha deciso di verificare preventivamente, attraverso la cooperativa specializzata Itaca a r.l., l?eventuale compatibilità ambientale di centrali eoliche sul proprio territorio. In diversi casi (Meana Sardo ? Aritzo, Sanluri, Baccu s?Alinu di Maracalagonis, Ulassai) le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico, su richiesta di nutriti comitati locali, sono intervenute nei procedimenti di valutazione di impatto ambientale o di autorizzazione definitiva di impianti eolici in aree sensibili sotto il profilo naturale o archeologico.

Con la legge regionale n. 3/2003 (art. 20, comma 13°) tali progetti devono essere preventivamente sottoposti al vincolante procedimento di valutazione di impatto ambientale.

Con decreto Assessorato regionale difesa ambiente n. 14/DG del 7 giugno 2004 (previa deliberazione Giunta regionale n. 22/69 del 13 maggio 2004) è stato approvato il bando per la presentazione di progetti di parchi eolici per un ammontare complessivo di 900 MW. Uno dei primi atti concreti della nuova Amministrazione regionale presieduta dall?on. Renato Soru è stato quello di accogliere la proposta di ?moratoria? avanzata anche dalle associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico: con la deliberazione Giunta regionale n. 31/7 del 27 luglio 2004 è stata disposta la revoca del predetto bando e della relativa procedura. Si ricorda, inoltre, che con il decreto legislativo n. 387/2003 (attuazione della direttiva n. 2001/77/CE sulla promozione dell?energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili) sono state introdotte diverse disposizioni in materia, fra le quali riveste notevole importanza la previsione di linee guida per la realizzazione degli impianti produttivi di energia da fonti alternative, con particolare riferimento al loro corretto inserimento ambientale-paesaggistico e con la facoltà, da parte delle Regioni, di individuare i siti non idonei per l?ubicazione di tali impianti, in particolare le centrali eoliche (art. 12, comma 10°, del decreto legislativo n. 387/2003).

Ma è con la recente legge regionale 25 novembre 2004, n. 8 (?norme urgenti di provvisoria salvaguardia per la pianificazione paesaggistica e la tutela del territorio regionale?) che viene posto un deciso freno alla realizzazione incontrollata di ?parchi eolici? in Sardegna. Fino all?approvazione del piano paesaggistico regionale (P.P.R.) è vietata la realizzazione di nuovi impianti di produzione di energia da fonte eolica ?salvo quelli precedentemente autorizzati, per i quali, alla data di entrata in vigore della ? legge (26 novembre 2004, n.d.r.) i relativi lavori abbiano avuto inizio e realizzato una modificazione irreversibile dello stato dei luoghi. Per gli impianti precedentemente autorizzati in difetto di valutazione di impatto ambientale, la realizzazione o la prosecuzione dei lavori ? che, comunque, non abbiano ancora realizzato una modificazione irreversibile dello stato dei luoghi, è subordinata alla procedura di valutazione di impatto ambientale? (art. 8, comma 3°, della legge regionale n. 8/2004).

La successiva circolare interpretativa interassessoriale ha specificato (punto 9) il concetto di ?modifica irreversibile dello stato dei luoghi?: dopo una lunga analisi delle modificazioni del territorio (escavazioni, ripristino viabilità e/o nuova viabilità, ecc.), considerate quasi generalmente ?non irreversibili? attraverso adeguati interventi di ripristino ambientale, devono essere presi in considerazione anche aspetti di ordine economico per giungere alla conclusione che ?nel caso di parchi eolici, così come sono stati concepiti e autorizzati sino ad ora, si ritiene che la modifica irreversibile dei luoghi ? interviene nel momento nel quale sono state realizzate tutte le opere preordinate a consentire il funzionamento dell?impianto o, dove previsto, ad un lotto funzionale dello stesso?. Qundi, in via esemplificativa, quando sia stata realizzata la completa infrastrutturazione primaria prevista nel progetto approvato (viabilità, sbancamenti, ecc.), siano stati realizzati i basamenti di fondazione, vi sia stata la posa in opera dei cavi di collegamento tra singoli impianti e tra essi e la stazione di trasformazione, nonché sia stato predisposto il collegamento tra la stazione di trasformazione e la rete di distribuzione GRTN. Naturalmente, qualora il ?parco eolico? sia suddiviso in più lotti funzionali, le disposizioni di deroga al regime vincolistico si applicano al solo lotto in possesso dei necessari requisiti.

Non si può non evidenziare, quindi, che risulta necessario verificare concretamente e seriamente caso per caso dove e come possono essere realizzate le centrali eoliche in base alle effettive esigenze energetiche regionali: un conto è realizzarle sui crinali, magari boschivi, del Gennargentu, del Limbara e dei Sette Fratelli, diverso è realizzarle, ad esempio, lungo la piana del Campidano.
C?è una bella differenza e non devono certo essere i ?signori del vento? a decidere.

E?, quindi, urgente quanto fondamentale, dopo l?approvazione definitiva del piano paesaggistico regionale ? P.P.R., un atto di pianificazione su scala regionale che vada a effettuare una seria programmazione del settore, connaturata anche con i reali fabbisogni energetici regionali, da sottoporre a valutazione ambientale strategica, secondo quanto previsto dalla direttiva n. 2001/42/CE del Parlamento e del Consiglio del 27 giugno del 2001, il cui termine per l?attuazione nell?ordinamento interno dei singoli Stati membri è scaduto il 21 luglio 2004, essendo ora divenuta direttamente esecutiva .
In attesa dell?atto di pianificazione appare opportuno mantenere la moratoria delle autorizzazioni degli impianti eolici.

Gruppo d’Intervento Giuridico e Amici della Terra

(foto da mailing list ecologista)

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T.A.V., non è finita, anzi…..

24 Giugno 2006 Commenti chiusi


dal "blog" di Beppe Grillo (www.beppegrillo.it), 23 giugno 2006. Non volevo più parlarne. Speravo che dopo la rimozione del presidio tecnico di Venaus l’argomento Tav fosse chiuso per sempre. Ma dopo le esternazioni del ministro dipendente Bianchi di oggi non ce l’ho fatta. E’stato più forte di me. Dopo aver letto le sue parole di lieve sapore stalinista sul Corriere della Sera rivolte alla gente della Val di Susa: “E’ inaccettabile che qualcuno si metta di traverso”, “Sono perplesso che si debba andare dietro ai focolai di protesta”, “La democrazia si regge sul principio della maggioranza”, “Il diritto di veto è una forma decadente di democrazia”, ho deciso di ridare voce attraverso il blog alla Val di Susa, ai suoi sindaci, parroci, contadini, operai, studenti, nonne e bambini. A questo pericoloso focolaio di “no global” inaccettabile dai nostri dipendenti di destra e di sinistra, alla loro “arroganza della maggioranza”, alla loro indifferenza e, soprattutto, ai loro interessi. Le parole d’ordine sulla Tav sono sempre le solite: “E’ un’opportunità per il Paese”, “Non possiamo rimanere fuori dall’Europa”, “I finanziamenti della Ue”. A me sembra che le ragioni della Tav siano sempre più le ragioni del grano. Che è tanto, tanto, tanto: 14/15 miliardi di euro di cui solo una piccola parte finanziata dalla Comunità Europea, il resto da noi, con le nostre tasse. Per fare cosa? Un tunnel per il trasporto merci, quindi TAC (Treni ad Alta Capacità) e non Tav. Un tunnel di 53 chilometri che sarà pronto se va bene tra 15 anni. Ma vogliamo finirla di prenderci per il c..o? Se i politici devono dare retta agli interessi di gruppi economici legati alla Tav si facciano votare direttamente da loro ed evitino la farsa delle elezioni politiche. Ma il dipendente Prodi e il suo scudiero Padoa Schioppa non avevano detto che non c’erano più soldi? Che il Paese è sull’orlo del fallimento? E allora dove troveranno questi miliardi di euro per fare un buco nella montagna? Le ferrovie e le strade in Italia hanno bisogno di interventi urgenti e la loro priorità è un buco che non serve a nulla? Il dipendente Bianchi parli con qualche pendolare per informarsi, con qualche camionista, con gli automobilisti della Salerno-Reggio Calabria. Per rinfrescare la memoria ai nuovi dipendenti riporto il parere di Marco Ponti, professore al Politecnico di Milano, uno dei maggiori esperti di economia dei trasporti in Europa e consulente della Banca Mondiale da un post dello scorso anno: "… il sistema italiano è largamente sottoutilizzato. Su una linea normale a doppio binario possono transitare 240 treni al giorno, su una ad AV fino a 350. Non ha senso aggiungere su alcune tratte una tale enorme capacità, poiché non esiste una domanda di trasporto ferroviario di queste dimensioni. Si aggiunga che le linee ad AV sono costosissime”. “Si è partiti promettendo che (il progetto AV) si sarebbe ripagato al 60 per cento. Poi si è scesi al 40 e infine è stato stabilito che bastava il 40 dei costi, esclusi quelli per i ‘nodi’ in prossimità delle città, molto dispendiosi. Secondo le mie simulazioni si arriverebbe al 20 per cento; altri stimano il 23. Il sistema è destinato al default: pagherà lo Stato. Molti di questi lavori verranno inaugurati ma poi non ci saranno i soldi per proseguirli e saranno ri-inaugurati a ogni tornata elettorale. La Torino-Lione è un monumento alla dissipazione: costerà almeno 13 miliardi, come 3 o 4 ponti sullo Stretto”. (foto da mailing list ecologista)

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Approdi a Mal di Ventre e nel Sinis, interviene il Ministero dell’ambiente…


Il Ministero dell?ambiente e della tutela del territorio ? Direzione per la protezione della natura ha reso noto (telefax del 21 giugno 2006) di aver già da tempo richiesto al Comune di Cabras, quale ente gestore dell?Area marina protetta “Sinis ? Mal di Ventre”, e all?Assessorato regionale della difesa dell?ambiente lo svolgimento della necessaria procedura di valutazione di incidenza ambientale in merito al progetto per la realizzazione di nuovi approdi turistici sull?Isola di Mal di Ventre, a Capo San Marco ed a Funtana Meiga, dentro l?area tutelata. Infatti, con la nota n. DPN/4D/2006/7110 del 10 marzo 2006, ha ribadito che <i>”è indispensabile la realizzazione dell?intera procedura di valutazione di incidenza, considerato che l?intervento ? si colloca territorialmente all?interno del perimetro di un?area marina protetta e interessa il pSIC e ZPS ITB030039“, come già detto con la precedente nota n. DPN/5D/2005/16276 del 27 giugno 2005, così come è necessaria “una adeguata caratterizzazione dei siti candidati ? nell?ottica di preservare al meglio la Posidonia oceanica, le biocenosi presenti e lo stato dei luoghi”. E, tanto per gradire, conclude richiamando “le affermazioni formulate, in altri casi, da parte della Commissione europea riguardo la discrezionalità di poter decidere l?esclusione da fonti di finanziamento comunitario quelle amministrazioni regionali che dimostrino un grado di non affidabilità nella tutela della rete Natura 2000 e nel rispetto delle Direttive 92/43/CEE Habitat e 79/409/CEE Uccelli”. Insomma, se non si rispettano le direttive comunitarie, si perdono i fondi europei. Ovvio.

Speriamo, quindi, che la vicenda sia conclusa. Positivamente per l?ambiente.

Ricordiamone i precedenti. Le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico, in seguito a specifica richiesta di informazioni a carattere ambientale inoltrata con nota del 13 aprile 2005 e relativa documentazione acquisita dal Comune di Cabras (OR) con nota prot. n. 7046 del 9 maggio 2005, apprendevano della sussistenza di puntuali progetti per la realizzazione di approdi turistici (nuovi moli, gavitelli, boe, ecc.) finalizzati formalmente alla fruizione dell?Area Marina Protetta (A.M.P.) “Sinis ? Mal di Ventre” predisposti a cura dell?Amministrazione comunale di Cabras, Ente gestore dell?A.M.P., nelle località di Cala Pastori ? Isola di Mal di Ventre (lunghezza molo di 48 mt.), La Caletta – Capo San Marco (lunghezza molo mt. 50) e Funtana Meiga oltre ad altri siti (Porto Suedda, Is Aruttas, San Giovanni, Turr? e Seu, Punta Maimoni ? Is Caogheddas, Tharros) con potenzialmente minore impatto ambientale. I progetti avevano avuto le seguenti autorizzazioni amministrative: nullaosta paesaggistico (nota Ass.to reg.le P. I. e BB.CC. ? Servizio tutela paesaggio OR n. 84/04/UTP OR del 31 marzo 2004, presa d?atto Sopr. B.A.P.P.S.A.D. n. 6628 dell?1 giugno 2004), parere positivo con esclusione dalla valutazione di incidenza ambientale (nota Ass.to reg.le Difesa Ambiente ? Servizio conservazione natura e habitat, ecc. n. 12581 dell?8 aprile 2004), parere positivo condizionato (rimozione dei pontili a Capo San Marco e Mal di Ventre in periodo invernale) con esclusione del sito di Mare Morto ? Tharros ai fini della tutela archeologica (note Sopr. Arch. n. 4203 del 26 maggio 2004 e n. 6403 del 3 settembre 2004) e parere positivo Direzione A.M.P. (nota Direttore A.M.P. n. 51/SEGR del 19 novembre 2004).

Le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico, con note del 7 giugno e del 6 settembre 2005, inoltravano alle pubbliche amministrazioni competenti richiesta di informazioni a carattere ambientale e l?adozione di opportuni interventi in merito a quanto in argomento. Con nota Ministero dell?Ambiente e della Tutela del Territorio ? Direzione per la protezione della natura prot. n. DPN/5D/2005/16276 del 27 giugno 2005 venivano richieste alle pubbliche amministrazioni regionali e locali notizie in argomento. Con nota prot. n. 1382 del 29 luglio 2005 l?Assessorato reg.le P. I. e BB. CC. – Servizio tutela del paesaggio di Oristano informava che “l?autorizzazione rilasciata dall?ufficio è stato un provvedimento sofferto” in quanto foriero di interferenze con il particolare ambiente/paesaggio tutelato. Con nota prot. n. 24398 del 22 luglio 2005 l?Assessorato reg.le della Difesa dell?Ambiente ? Servizio conservazione natura e habitat, ecc. affermava di aver rilasciato parere favorevole con esclusione dello svolgimento della valutazione di incidenza ambientale in quanto il progetto esaminato:
* prevede il recupero, “attraverso la sua ristrutturazione”, di “un vecchio molo attualmente in completo abbandono della Marina Militare” senza specificare in quale sito;
* prevede “L?installazione di un punto di varo ed alaggio mediante una struttura in legno, amovibile, in località Funtana Meiga”;
* prevede “l?installazione di un punto di approdo, in legno e amovibile, all?Isola di Mal di Ventre, che consenta un più agevole e meglio controllabile accesso dei visitatori che attualmente si recano sull?isola nei mesi estivi”;
* prevede la “sistemazione di boe e gavitelli dotati di corpi morti ? aventi lo scopo di evitare o limitare i danneggiamenti prodotti da ancore e catene alle biocenosi bentoniche ed in particolare ai popolamenti di Posidonia oceanica (habitat prioritario 1120) presenti nei diversi siti nei quali questi vengono collocati, in prossimità degli ? approdi”;
* “non essendo aumentati nel contempo lungo la costa e negli approdi ? il numero dei posti barca, la regolamentazione dell?afflusso e dell?ormeggio dei natanti nelle aree in questione”, non si prevedeva un aumento del carico antropico aggiuntivo, “ma, al contrario, una diminuzione” dello stesso. Tali interventi in progetto, secondo il detto Servizio, “hanno l?effetto di tutelare lo specifico habitat prioritario della Posidonia oceanica”.

Con note prot. n. 5388 del 12 agosto 2005 e n. 7280 dell?8 novembre 2005 la Soprintendenza per i Beni Archeologici per le Province di Cagliari ed Oristano ha inviato la documentazione inerente il parere di propria competenza espresso (note Sopr. Arch. n. 4203 del 26 maggio 2004 e n. 6403 del 3 settembre 2004), dalla quale si evince la presenza nel progetto in argomento di uno scivolo permanente (“pali dello scivolo”) in località Funtana Meiga, nonché il pericolo di “eccessivi affollamenti di imbarcazioni davanti alle aree archeologiche di Tharros e Capo San Marco“.

Nonostante le varie assicurazioni, le preoccupazioni rimanevano ben salde perchè:

1) non risulta possibile comprendere grazie a quali analisi del traffico marino da diporto sia stata esclusa una maggiore presenza di imbarcazioni in aree naturalisticamente sensibili quali Capo San Marco e Mal di Ventre: generalmente ? così come accade per i parcheggi degli autoveicoli in aree urbane ? la presenza di approdi incentiva il traffico dei natanti e la sosta. Sembra, invece, buona pratica conservazionistica limitare la presenza di imbarcazioni con l?effettuazione di adeguati controlli a mare e l?imposizione di un numero chiuso, determinato, nelle due aree citate, dai soli posti ricavabili dagli esistenti moli dimessi della Marina Militare. Mal di Ventre, isola di ridotta estensione (86 ettari) e di rari endemismi, necessita, se si vogliono conservare le caratteristiche ambientali, ecologiche e naturalistiche, di una fruizione controllata e contingentata. In ambedue le aree prescelte per gli approdi la prateria di Posidonia (Posidonia oceanica) risulta assente dal sito (vds. Fondazione I.M.C., le biocenosi bentoniche come strumento di pianificazione territoriale: il caso dell?Area Marina Protetta del Sinis ? Isola di Mal di Ventre, pp. 103, 106 e 112). Nel caso di Capo San Marco, poi, l?evidente esiguità (50-60 mt. lineari) della spiaggia fruibile, con scoscese pareti di accesso, richiederebbe seri ed urgenti provvedimenti per evitare l?antropizzazione ed il degrado ambientale, piuttosto che nuove strutture di ormeggio;

2) l?approdo in progetto a Funtana Meiga è di tipologia permanente (scalo di alaggio), non amovibile, e sorgerebbe a pochi metri da quello attualmente esistente e perfettamente confacente ad una fruizione ricreativa, vi è un notevole dislivello fra la battigia ed il terreno retrostante (evidente necessità di sbancamenti ed opere permanenti) in zona soggetta a movimenti franosi, con assenza di viabilità, sottoservizi, ecc. di collegamento alla zona residenziale turistica distante circa mt. 500.

Come noto, l?intera costa del Sinis, l?Isola di Mal di Ventre e l?Isolotto del Catalano ricadono nell?area marina protetta “Sinis ? Mal di Ventre” (legge n. 394/1991 e successive modifiche ed integrazioni, DD.MM. Ambiente 12 dicembre 1997 e 11 novembre 2003), in parte nel proposto sito di importanza comunitaria (pSIC) “Isola di Mal di Ventre e Catalano” (codice ITB030039) di cui alla direttiva n. 92/43/CEE sulla salvaguardia degli habitat naturali e semi-naturali, della fauna e della flora – per cui ogni simile intervento dev?essere supportato da positiva valutazione di incidenza ambientale – ed è tutelata con vincolo di conservazione integrale (della legge regionale n. 23/1993). Inoltre è tutelata con specifico vincolo paesaggistico (decreto legislativo n. 42/2004).

Ora la definitiva presa di posizione del Ministero dell?ambiente. Inequivocabile.

Gruppo d?Intervento Giuridico Amici della Terra

(foto G.C.F., archivio GrIG)

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Parco eolico a Sedini: lettera aperta…


Abbiamo ricevuto e pubblichiamo molto volentieri:

Caro Presidente,
Cari Sardi,
Cari Sedinesi,
domani 23 Giugno 2006, l’Enel inaugura a Sedini il parco eolico più grande d’Italia.
Un parco da 36 “piccoli” pali eolici alti 100 metri, che producono 54 MW di energia. Che dire? Energia pulita no?? Perchè lamentarsi? L’ennesima presa in giro alla Sardegna e ai sedinesi. Il comune guadagnerà (se così si può dire) 150 mila euro l’anno e quello che mi sorprende è che l’ex sindaco Pier Giuseppe Careddu, in un intervista pubblicata nel sito dell’Enel (http://www.enel.it/attivita/novita_eventi/energy_views/archivio/2006_05/video_intervista/index.asp) quasi ringrazia.
Chi domani vedrà l’inaugurazione in pompa magna con tanto di televisioni e strette di mano penserà: “Che fortunati i sedinesi, non pagheranno l’energia elettrica… con tutti quei pali!”. E invece picche ! 36 aerogeneratori che distruggono il paesaggio circostante, ma che non portano un minimo contributo alle spese dei sedinesi. Ma domani è ovvio nessuno si lamenterà, tutti contenti a salutare l’amministratore dell’Enel e gli altri ospiti che SOLO DOMANI si presenteranno nel nostro comune, stringeranno mani e sorrideranno, ma poi spariranno. E i sedinesi? Come leggo dall’intervista fatta dall’ex sindaco, egli dice: “hanno capito l?esigenza di contribuire al rispetto degli accordi di Kyoto: siamo un piccolo paese, ma anche noi diamo il nostro contributo a ridurre l?inquinamento che sta devastando il mondo?.
Caro ex sindaco non me ne voglia, ma a Sedini sono veramente pochi i cittadini che conoscono Kyoto e il suo protocollo! Siamo riusciti a vendere per quattro spiccioli anche il vento. Ma perchè non fare studi di fattibilità e negoziare ciò che ci è dovuto, invece di vendere tutto al primo che passa? Ma no è vero continuo a dimenticare i 150 mila euro annuali che l’Enel darà a Sedini, il nostro ridente paese di 1400 anime. Un vero e proprio contributo economico allo sviluppo del nostro paese e della nostra isola. Ma almeno avranno dato posti di lavoro ! Si è vero ! 2 posti di lavoro per due sedinesi. Un successone !!
Per fortuna la nuova amministrazione con il sindaco Moretta, ha scritto nel suo programma che cercherà di farsì che l’impianto possa fornire energia al paese. Speriamo che riesca nel suo intento ! Sindaco sono con lei, non sarà facile ma almeno proviamoci.
Domani non è un bel giorno, è l’ennesima sconfitta dei sardi.

Giuseppe Destefanis, sedinese.

(foto S.D., archivio GrIG)

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Appello per il "no" al referendum costituzionale.


COMITATO PROMOTORE DEL REFERENDUM SULLA MODIFICA DELLA II PARTE DELLA COSTITUZIONE

Le ragioni di un NO
Appello del Comitato Scientifico

Il referendum del 25-26 giugno è una decisiva occasione per azzerare una riforma che investe parti essenziali della Costituzione repubblicana. Il nostro proposito, dichiarato due anni fa, è stato: aggiornare, non demolire la nostra Carta costituzionale: ma le riforme coerenti con i principi fondamentali della Costituzione possono realizzarsi solo se viene cancellata questa pessima controriforma.
Il testo sottoposto a referendum, indicato con l?improprio nome di ?devolution?:
a) ferisce l?unità nazionale attribuendo alle Regioni la competenza esclusiva in materie che riguardano i livelli essenziali delle prestazioni per i diritti alla salute ed alla istruzione. Oltre ai costi mai precisati di questa operazione, che sarebbero comunque molto alti, è chiaro che soluzioni dissociative di questa natura si risolverebbero in un ulteriore depotenziamento delle Regioni finanziariamente più deboli, rendendo vano ogni sforzo di perequazione nell?ambito del federalismo fiscale. In più, il sistema sanitario tenderebbe a differenziarsi per il diverso rapporto tra sanità pubblica e sanità privata. Bisogna poi tener conto dei pesanti effetti di differenziazione derivanti dalla attribuzione del carattere esclusivo alle competenze regionali nelle altre materie non espressamente riservate alla legislazione dello Stato (agricoltura, industria e turismo, tra le altre): in queste materie potrebbe diventare impossibile la eterminazione di principi generali unitari e di qualunque politica nazionale;
b) concentra nel Primo ministro poteri che rendono del tutto squilibrata in senso autoritario la forma di governo dell?Italia, isolandola dagli Stati liberal-democratici. La blindatura del vertice del governo è praticamente assoluta, perché la sua sostituzione con un altro Primo ministro appartenente alla stessa maggioranza (che eviterebbe lo scioglimento della Camera), è resa impossibile dall?altissimo quorum richiesto. Il Presidente della Repubblica perde il potere di scioglimento della Camera, che passa integralmente al Primo ministro: la Camera dei deputati è degradata ad una condizione di mortificante inferiorità: o si conforma alla richiesta di approvazione di un testo legislativo su cui il Premier ha posto la questione di fiducia o, se dissente, provoca lo scioglimento dell?Assemblea e il ritorno di fronte agli elettori. La finalità ?antiribaltone? non
giustifica queste scelte estreme, perché la stabilità del governo dipende soprattutto dal ?fatto maggioritario?, realizzabile anche con l?attribuzione di un premio di maggioranza, come è già avvenuto nelle XIV e XV legislature;
c) Il superamento del bicameralismo paritario (escludendo il Senato dal rapporto di fiducia) non è giustificato dalla creazione di un vero Senato federale rappresentativo degli enti e delle comunità territoriali. La riduzione del numero dei parlamentari è un espediente puramente demagogico perché essa è operativa solo dal 2016 quando i capi e capetti di oggi saranno sperabilmente in pensione;
d) La distribuzione delle attribuzioni legislative tra Camera e Senato in base alle diversità delle materie (quelle di competenza esclusive dello Stato, le altre di competenza concorrente con le Regioni) rende del tutto incerto l?esercizio del potere di legiferare, anche perché il Primo ministro
può spostare dal Senato alla Camera la deliberazione in via definitiva sui testi ritenuti fondamentali per l?attuazione del programma di governo;
e) da ultimo, ma non per ultimo, il testo sottoposto a referendum viola l’art. 138 della Costituzione, che non prefigura ?riforme totali? della Carta, e viola i diritti degli elettori, radicati negli artt. 1 e 48 Cost., elettori che con un solo “si” o “no” vengono costretti a prendere contemporaneamente posizione sulle modifiche delle funzioni del Presidente del Consiglio, delle funzioni del Presidente della Repubblica, del procedimento legislativo, della composizione e delle funzioni di Camera e
Senato, delle competenze legislative regionali, della composizione della Corte costituzionale, del giudizio di legittimità costituzionale in via diretta e del procedimento di revisione costituzionale.

Se vincesse il sì diventerebbe impossibile per molto tempo cambiare un testo approvato dal popolo; mentre se vince il no, c?è solo il rifiuto di ?quella? riforma (votata nella passata legislatura) restando aperta la strada per emendamenti migliorativi puntuali coerenti con i principi ed equilibri fondamentali dell?impianto costituzionale: emendamenti da approvare a maggioranza qualificata, in forza della auspicata riforma dell?art. 138 della Costituzione, volta a mettere fine una volta per tutte
all?epoca delle riforme costituzionali imposte a colpi di maggioranza.

Firmato da:
Presidenti o Vice-Presidenti emeriti della Corte costituzionale (17)
Leopoldo Elia
Antonio Baldassarre
Enzo Cheli
Riccardo Chieppa
Piero Alberto Capotosti
Francesco Paolo Casavola
Giovanni B. Conso
Fernanda Contri
Mauro Ferri
Francesco Guizzi
Renato Granata
Carlo Mezzanotte
Guido Neppi Modona
Valerio Onida
Gabriele Pescatore
Giuliano Vassalli
Gustavo Zagrebelsky

Professori universitari di diritto costituzionale, diritto pubblico e diritto amministrativo (183)
Franco Bassanini
Alessandro Pizzorusso
Lorenza Carlassare
Alessandro Pace
Federico Sorrentino
Gaetano Azzariti
Gianni Ferrara
Sergio Stammati
Massimo Luciani
Paolo Caretti
Salvatore Prisco
Antonino Spadaro
Mario Dogliani
Maurizio Fioravanti
Giorgio Pastori
Roberto Bin
Paolo Ridola
Giancandido De Martin
Adriana Vigneri
Roberto Zaccaria
Pietro Ciarlo
Luisa Torchia
Renato Balduzzi
Vincenzo Cerulli Irelli
Domenico Sorace
Carlo Amirante
Giuseppe Ugo Rescigno
Antonio Ruggeri
Augusto Cerri
Mauro Volpi
Angelo Mattioni
Michele Scudiero
Adele Anzon
Umberto Allegretti
Fulco Lanchester
Massimo Villone
Gregorio Arena
Paolo Carrozza
Massimo Carli
Maurizio Oliviero
Alfonso Di Giovine
Bernardo G. Mattarella
Alessandro Torre
Angelo Antonio Cervati
Annamaria Poggi
Ernesto Bettinelli
Giulio Vesperini
Vittorio Angiolini
Tania Groppi
Gianfranco D?Alessio
Silvio Gambino
Alfonso Celotto
Stefano Grassi
Enzo Balboni
Alberto Massera
Cesare Pinelli
Giovanni Serges
Giuseppe Di Gaspare
Enrico Grosso
Gladio Gemma
Roberto Pinardi
Agatino Cariola
Andrea Pugiotto
Massimo Siclari
Anna Chimenti
Eduardo Gianfrancesco
Angela Musumeci
Francesco Rimoli
Nicola Colaianni
Gianluca Gardini
Stefano Sicardi
Auretta Benedetti
Carla Barbati
Paolo Carnevale
Gianni Sacco
Andrea Gratteri
Roberto Oliva
Francesco Vella
Mauro Renna
Ernesto Sticchi Damiani
Bruno Dente
Emanuele Conte
Marco Bombardelli
Alberto Lucarelli
Maria Paola Guerra
Nicola Lupo
Maria Alessandra Sandulli
Maria Cristina Grisolia
Lorenzo Chieffi
Giovanni Cocco
Giorgio Grasso
Antonio D’Aloia
Riccardo Guastini
Joerg Luther
Filippo Pizzolato
Emanuele Rossi
Camilla Buzzacchi
Anna Marzanati
Aldo Sandulli
Gianmario De Muro
Fernando Puzzo
Barbara Marchetti
Francesco Bilancia
Paolo Giangaspero
Leopoldo Coen
Daria De Pretis
Giovanni Di Cosimo
Giuditta Brunelli
Antonio Cantaro
Rosanna Tosi
Claudio De Fiores
Saulle Panizza
Giuseppe Campanelli
Pietro Pinna
Omar Chessa
Elena Malfatti
Sandro Staiano
Francesco Rigano
Matteo Cosulich
Filippo Donati
Maria Stella Righettini
Valeria Piergigli
Luisa Azzena
Nicola Vizioli
Giampaolo Gerbasi
Luca Baccelli
Paola Marsocci
Laura Ronchetti
Roberta Calvano
Sergio Congiu
Renato Pescara
Giovanni Saracino
Diego Corapi
Giulia Tiberi
Giulio Enea Vigevani
Pio G. Rinaldi
Alessandra Valastro
Luigi Cozzolino
Luca Castelli
Aldo Loiodice
Vincenzo Tondi della Mura
Roberto Romboli
Pasquale Costanzo
Barbara Pezzini
Carlo Colapietro
Raffaele Bifulco
Filippo Satta
Roberto Cavallo Perin
Guido C. di San Luca
Fabio Francario
Antonio Romano Tassone
Giorgio Cugurra
Luigi Volpe
Paolo Veronesi
Marco Olivetti
Roberto Toniatti
Marina Calamo Specchia
Giovanni Duni
Alessandro Mazzitelli
Gianluca Bascherini
Giovanna Endrici
Walter Nocito
Paolo Sabbioni
Sergio Gerotto
Maurilio Gobbo
Enrico Caterini
Guerino D’Ignazio
Laura Rainaldi
Marco Ruotolo
Andrea Piraino
Andrea Giorgis
Edoardo Chiti
Rodolfo Lewanski
Nicoletta Rangone
Felice Besostri
Mario Ganino
Caterina Cittadino
Elisabetta Lamarque
Giancarlo Montedoro
Francesco Cerrone
Fabio Corvaja
Marco Giampieretti
Giovanni Tarli

Professori universitari di materie giuridiche (102)
Pietro Rescigno
Stefano Rodotà
Nicolò Lipari
Luigi Ferrajoli
Paolo Zatti
Enrico Di Nicola
Gabrio Forti
Arianna Fusaro
Leopoldo Tullio
Anna Maria Pagliei
Mario Losano
Eligio Resta
Francesco Trimarchi
Maria Vittoria Cozzi
Clemente Santillo
Mario Fiorillo
Federico Carrai
Alberto Oliverio
Luigi Berlinguer
Lucia Serena Rossi
Anna Lazzaro
Valentina Prudente
Alessandro Dal Piaz
Francesco Domenico
Pietro Mancini
Sergio Caruso
Domenico Gallo
Fausta Guarriello
Carlo Cester
Giuseppe Pera
Giancarlo Guarino
Marco De Cristofaro
Gilberto Lozzi
Antonio Mantello
Giuliano Crifò
Mauro Catenacci
Oronzo Mazzotta
Massimo Coccia
Maria Luisa Alaimo
Piero Antonio Bonnet
Maria Grazia Campari
Fausto Granelli
Pia Acconci
Antonio Marchesi
Carlo Renoldi
Mauro Meucci
Francesco Maisto
Riccardo Fuzio
Antonella Salomoni
Claudio Di Turi
Francesco Sbordone
Severino Nappi
Giorgio Giraudi
Roberto De Luca
Renate Siebert
Massimo Fragola
Sabina Licursi
Fabrizio Amato
Silvia Albano
Emilio Siriani
Alessandra Facchi
Thomas Casadei
Silvia Bozzelli
Franco Batistoni Ferrara
Giuliano Lemme
Lucio Lanfranchi
Antonio Carratta
Maria Donata Panforti
Gustavo Gozzi
F. Zanchini Castiglionchio
Ermanno Vitale
Angela Del Vecchio
Lia Biscottini
Anna Cardiota
Alessandra D?amico
Nadia Del Frate
Giovanna Fava
Fabrizio Frasnedi
Samuela Frigeri
Fausto Gardini
Giuseppe Giampaolo
Maria Elena Guarini
Raffaella Lamberti
Claudia Landi
Irene Mazzone
Rosa Mazzone
Elena Merlini
Elena Passanti
Patrizia Ravellini
Carlo Ronconi
Maria Grazia Scacchetti
Maria Teresa Semeraro
Elena Tasca
Stefania Tonini
Pierangela Venturini
Maria Virgilio
Vincenzo Ferrari
Sergio Mattone
Luca Lo Schiavo
Massimo Basilavecchia
Fabio Botta
Giovanna Mancini

Professori universitari di altre discipline (184)
Pietro Scoppola
Giuseppe Alberigo
Pippo Ranci
Salvatore Settis
Alessandro Pizzorno
Augusto Graziani
Guido Formigoni
Massimo Bordignon
Arnaldo Bagnasco
Marcello Messori
Mario Sarcinelli
Riccardo Mussari
Gianluigi Beccaria
Francesca Zajczyk
Silvia Giannini
Claudio Nunziata
Lorenzo Caselli
Valerio Speziale
Luciano Benadusi
Adriana Topo
Paola Tornaghi
Giuseppe Marotta
Giana Antonio Mian
Marcello Piazza
Luciano Corradini
Franco Russo
Giovanbattista Zorzoli
Umberto Mazzone
Michele Emmer
Mariuccia Salvati
Michele Lalla
Adele Maiello
Luciano Hinna
Stefano Tortorella
Maria Giulia Amatasi
Marina Torelli
Joan FitzGerald
Silvia Carandini
Eugenia Equini Schneider
Ferruccio Marotti
Elena Pierro
Francesco Romeo
M. Teresa Spagnoletti Zeuli
Fulvio Rino
Valentina D?Urso
Stefano Trinchese
Mario Vietri
Giovanna Bianchi
Livio Triolo
Marco Rossi
Silvana Saiello
Paolo Bosi
Alberto Bugio
Francesca Bettio
Maria Cecilia Guerra
Corinna Papetti
Ennio Bertolucci
Achille Flora
Carlangelo Liverani
Vincenza Orlandi
Federico Albano Leoni
Geminello Preterossi
Carmine Ampolo
Anna Oppo
Paolo Ramat
Gaetano Arfè
Marcello Cini
Giovanna Grignaffini
Wilma Labate
Raniero La Valle
Simona Pergolesi
Aurelio Picchiocchi
Stefania Pastore
Enrico Pugliese
Gabriella Turnaturi
Antonella tabacchini
Giorgio Vecchio
Claudio Pavone
Anna Rossi-Doria
Antonello Sotgiu
Antonio Bertacca
Carlo Cerotto
Cristiana Peroni
Enrico Giusti
Ernesto Lamanna
Fernando Ferroni
Giuseppe Marchesini
Marta Cucciolini
Maurizio Benfatto
Pier Maria Gaffarini
Pier Raimondo Crippa
Renzo Vaccarone
Roberto Bartolino
Roberto Bellotti
Roberto Cirio
Sergio Ratti
Giuseppe Catalano
Mario Regini
Tazio Pinelli
Wanda M. Alberico
Patrizia Mentrasti
Maria G. Lo Duca
Bruno Anatra
Maria Barbara Ponti
Leonida Pandimiglio
Danilo Giulietti
Leopoldo Milano
Maria Itala Ferrero
Barbara Caccia
Amedeo De Dominicis
Fabrizio Bertinetto
Cristina Burani
Arnaldo Stefanini
Michele Livan
Sofia Casula
Davide Caramella
Ubaldo Bottigli
Marco Salis
Paola Benincà
Tommaso Pizzorusso
Anna Laura Zanatta
Carla Varese
Giuliana Giusti
Roberto Antonelli
Sandra Di Majo
Anna Antonini
Marco Budinich
Paolo Bufera
Giunio Luzzatto
Giovanni Bachelet
Mario Calvetti
Laura Sannita
Carlo Bernardini
Giorgio Parisi
Giorgio Gallo
Emanuele Menegatti
Andrea Zanella
Claudio Natoli
Francesco Di Matteo
Amalia Signorelli
Giancarlo Monina
Paola Crucci
Alberto Melloni
Marzolini Bartolini Bussi
Ferdinando Arzarello
Iaia Masullo
Alessandro Lenci
Mauro Belli
Arnaldo Vecli
Ennio Gozzi
Luca Fanfani
Daniele Zedda
Michelangelo Bovero
Filippo Zerilli
Giancarlo Gialanella
Lucia Re
Mirella Enriotti
Giuliana Chiaretti
Carla Bazzanella
Maria Concetta Dentoni
Federico Butera
Luigi Mazza
Paolo Rossi
Gabriele Pasqui
Daniela Lepore
Enrico Rebeggiani
Luciano Vettoretto
Gian Paolo Caselli
Giorgio Prodi
Giorgio Zanetti
Giulio Conticelli
Giuseppe Dell?Agata
Francesco Fidaleo
Donatella Barazzetti
Carlo Donolo
Laura Di Nicola
Lucia Saguì
Luciano Mariti
M. Luisa Cerrón Puga
Paolo Gramolino
Franco Benigno
Maurizio Donato
Franco Eugeni
Giorgio Caravale

(foto C.L., archivio GrIG)

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Nota per l’esame delle "osservazioni" al P.P.R. per l’approvazione definitiva.


Il documento del Comitato scientifico del Piano paesaggistico regionale della Sardegna, che riepiloga le caratteristiche essenziali del piano(maggio 2006)

da www.eddyburg.it

PREMESSE

1. Il quadro di riferimento.

Prima di esprimere un parere sulle osservazioni al progetto di Piano paesaggistico regionale, il Comitato scientifico ritiene utile chiarire la propria posizione su alcuni dei principali temi affrontati nel progetto, riprendendo questioni che sono state ampiamente discusse in un clima di costante collaborazione con l?Ufficio, espresse in numerosi documenti che hanno contribuito in modo consistente a conferire al PPR il contenuto e la sua forma attuale. La progettazione del PPR ha comportato, per i componenti del Comitato scientifico, un coinvolgimento intellettuale ed anche emotivo che l?intero gruppo ha condiviso pienamente nelle intenzioni culturali e politiche, percependo l?assoluta novità dell?esperienza nella quale si troveranno contenuti che rivoluzionano il governo del paesaggio.

L?estensione dell?area disciplinata (è il più grande piano paesaggistico mai redatto in Italia), il carattere controcorrente della filosofia di fondo che sostiene il Piano rispetto alla tendenza prevalente (che è quella della corsa alla privatizzazione e alla dissipazione del territorio e delle sue risorse, in cui la sostenibilità, ridotta a sopportabilità, è più un uso artificioso della parola che una volontà determinata di preoccuparsi dei posteri), la possibilità di verificare e applicare i nuovi orientamenti scientifici derivanti dalle direttive europee e le regole, a volta discutibili, del recente Codice dei beni culturali e del paesaggio, tutti questi fattori hanno reso il compito del Comitato scientifico intricato ma appassionante. D?altronde, il Comitato era ben consapevole del fatto che il PPR rappresenta il primo piano unitario dedicato al paesaggio regionale, dopo tanti piani settoriali e i piani paesistici decaduti.

Così, incaricato di seguire la progettazione a partire dalla messa a punto delle ?Linee guida?, il Comitato Scientifico non si è limitato all?espressione di pareri ma ha formulato una filosofia, una visione organizzata sulla quale, poi, si è sviluppato il piano. Nel corso della progettazione – a partire dal luglio 2005 – i membri del CS hanno costituito dei gruppi di lavoro misti con l?Ufficio del Piano che, fin dall?estate del 2004, aveva avviato la progettazione, raccolto e ordinato il vastissimo materiale conoscitivo e delineato i primi elementi del metodo.

La formazione del PPR si colloca infatti in una fase di particolare evoluzione del diritto ambientale, non solo nel nostro paese. Negli ultimissimi anni e mesi, alla costanza dell?affermazione di principi (maturati sulle radici di più antiche sentenze costituzionali ma resi espliciti e cogenti dalle leggi che si sono succedute dalla 431/1985, alla L.183/1989, alla L.394/1991, al DLeg 490/1999, al DLeg 42/2004, fino al recentissimo atto di modifica di quest?ultimo e alla vicenda del DLeg sull?ambiente) ha corrisposto un continuo modificarsi delle formulazioni tecniche, dei procedimenti e della stessa portata degli atti di pianificazione.

E contemporaneamente, mentre il quadro europeo arricchiva di contenuti e di prospettive la pianificazione del paesaggio (soprattutto con la Convenzione Europea del Paesaggio del 2000) e la tutela dell?ambiente (con la Direttiva Habitat del 1992), e mentre si consolidavano a livello internazionale nuovi orientamenti nella gestione delle risorse naturali (come quelli espressi nella Convenzione di Rio sulla biodiversità, o quelli affermati dall?Unione Mondiale della Natura a Montreal, 1996, a Durban nel 2003 e a Bangkok nel 2004, o quelli sanciti dall?UNEP e dalla stessa Unione Europea per la gestione integrata delle zone costiere del Mediterraneo), le modifiche alla legislazione nazionale in materia ambientale e i ritardi nella sua attuazione hanno indebolito alcuni supporti essenziali della pianificazione paesaggistica-ambientale, quale la pianificazione di bacino.

È in questo quadro che vogliamo fornire alcune riflessioni sulle principali questioni emerse nella formazione del progetto di piano. Riflessioni che siano di riferimento per la validazione tecnico-scientifica delle elaborazioni in corso, per l?esame delle osservazioni raccolte nella fase di pubblica consultazione e per l?avvìo delle attività di valutazione con le quali controllare i processi attuativi. In effetti, la complessità delle tematiche affrontate e l?oggettiva difficoltà di rendere omogenei molti tematismi apparentemente distanti e prodotti su basi cartografiche diverse – unitamente alla ristrettezza dei tempi e alla forte accelerazione data ai lavori nella fase finale – non hanno consentito sempre un?adeguata rivisitazione delle elaborazione operate che restano, comunque, impregnate della filosofia illustrata nelle linee guida del Piano.

Le riflessioni concernono soprattutto:

1. La forma e la struttura del piano, ossia le differenti modalità mediante le quali il PPR intende avviare un processo di pianificazione che abbia, quale suo punto di partenza e sua prima ?invariante?, l?indifferibile esigenza di tutelare le qualità del territorio regionale per garantirne la fruizione alle popolazioni attuali e a quelle future. In questo quadro, si affronteranno anche le questioni relative alla particolare tutela della fascia costiera, alle norme diversamente articolate in relazione alle ?componenti del paesaggio? e agli ?ambiti di paesaggio?, alla definizione di ?valori paesaggistici? alle diverse parti del territorio.

2. I rapporti tra le diverse responsabilità, competenze, ruoli degli attori pubblici. Si tratta dell?applicazione del principio di sussidiarietà che si è inteso dare nel formulare le scelte relative sia ai contenuti che alle modalità di svolgimento del processo di pianificazione, con particolare riferimento alle responsabilità della Regione e alla definizione della collaborazione, nel processo di pianificazione, tra i diversi enti pubblici elettivi a diverso titolo responsabili del governo del territorio. In questo quadro, si farà cenno al ruolo dei diversi enti nel governo del territorio, e agli strumenti mediante i quali garantire, a un tempo, l?efficacia delle scelte della pianificazione e il rispetto delle prerogative dei diversi livelli di governo.

2. Il paesaggio della Sardegna.

L?oggetto del PPR, si può dire il suo protagonista, è il paesaggio della Sardegna. Un bene complesso e fragile. Complesso per la sua formazione: deriva dai fondamenti geopedologici, climatici e biologici, ma è anche il prodotto del millenario lavoro dell?uomo su una natura difficile, lungo la cui durata si sono costruiti insieme la forma dei luoghi (il paesaggio appunto) e l?identità dei popoli. Difficile da organizzare in conoscenza sistematica per la cognizione che ognuno di noi ne possiede pur esistendone una qualche percezione comune. Osservato e studiato nella convinzione che conservare e gestire responsabilmente il paesaggio significhi conservare l?identità di chi lo abita e che un popolo senza paesaggio è un popolo senza identità e memoria. Complesso e fragile proprio per la bellezza delle sue coste, preda delle più rapaci e violente distruzioni, e per le solitudini mistiche delle aree interne in abbandono.

Fragile ma confortante per la certezza che ancora si prova nel riconoscere il territorio anche in una fotografia dell?isola trovata nella polvere, per la sensazione di infinito che l?isola provoca in chi guarda ciò che di intatto è stato conservato, e di riconoscibile per l?effetto dei venti dominanti che hanno piegato il paesaggio, rocce e alberi, in una forma unica che lo identifica e lo rende familiare. Complesso nonostante l?unità sostanziale che secoli di storia hanno realizzato a partire dalle differenti forme, unificando il territorio della Sardegna che si è composto in una sintesi, articolata e armonica, delle sue molteplici identità locali. Complesso e fragile, a dispetto della sua forza e resistenza, per i conflitti che sono natinegli ultimi decenni tra una civiltà fortemente radicata nella storia e nei luoghi e una deformata idea di modernità che è consistita nell?utilizzazione feroce delle risorse e nella trasformazione del territorio ispirata a modelli uguali e ripetuti in ogni parte del mondo.

L?assunto alla base del PPR è che questo paesaggio – nel suo intreccio tra natura e storia, tra luoghi e popoli ? sia la principale risorsa della Sardegna.Una risorsa che fino a oggi è stata utilizzata come giacimento dal quale estrarre pezzi pregiati sradicandoli dal contesto, piuttosto che come patrimonio da amministrare con saggezza e lungimiranza per consentire di goderne i frutti alla generazione presente e a quelle future. Una risorsa che è certamente il prodotto del lavoro e della storia della popolazione che la vive e di cui essa è responsabile.

E? su questo assunto che si basano le scelte di fondo del PPR, già indicate dalle Linee Guida approvate nel 2005 ed ora tradotte in indirizzi progettuali di governo del territorio, quali:
- la priorità accordata alla preservazione delle risorse e dei paesaggi ?intatti?, non ancora irrimediabilmente devastati o mutilati dalle trasformazioni antropiche, in quanto cespite irriproducibile per un autentico sviluppo durevole;
- il riconoscimento del ruolo centrale che l?eredità naturale e culturale è chiamata a svolgere nell?organizzazione complessiva del territorio, connotandolo nell?insieme come uno straordinario ?paesaggio culturale?;
- l?orientamento a perseguire nuove forme di sviluppo turistico ed in particolare una nuova cultura dell?ospitalità, basata sulla rivalorizzazione dei valori paesaggistici riconosciuti, sottratta alle ipoteche dello sfruttamento immobiliare ed agli effetti devastanti della proliferazione delle seconde case e dei villaggi turistici isolati.

3. Il piano paesaggistico regionale.

Il PPR è appunto lo strumento centrale del governo pubblico del territorio. Esso si propone di tutelare il paesaggio, con la duplice finalità di conservarne gli elementi di qualità e di testimonianza mettendone in evidenza il valore sostanziale (valore d?uso, non valore di scambio), e di promuovere il suo miglioramento attraverso restauri, ricostruzioni, riorganizzazioni, ristrutturazioni anche profonde là dove appare degradato e compromesso. Il Piano è perciò la matrice di un?opera di respiro ampio e di lunga durata, nella quale conservazione e trasformazione si saldano in un unico progetto, essendo volta la prima a mantenere riconoscibili ed evidenti gli elementi significativi che connotano ogni singolo bene, e la seconda a proseguire l?azione di costruzione del paesaggio, che il tempo ha compiuto, in modo coerente con le regole scritte e non scritte che hanno presieduto alla sua formazione.

Il PPR è quindi, da una parte, il catalogo progressivamente aggiornato – tramite il sistema informativo territoriale – delle risorse del territorio sardo e del suo paesaggio e delle regole necessarie per la sua tutela e, dall?altra parte, il centro di promozione e di coordinamento delle azioni che, a tutti i livelli, gli operatori pubblici pongono in essere per trasformare la tutela da insieme di regole a concreta gestione del territorio, finalizzata allo sviluppo duraturo e sostenibile dell?intera Sardegna.

Particolare rilevanza devono assumere tra queste azioni quelle svolte dai soggetti seguenti:
- dagli enti locali nella definizione della pianificazione urbanistica dei territori di loro competenza amministrativa, anche attraverso le collaborazioni inter-istituzionali che il Piano propone;
- dalle articolazioni settoriali e funzionali dell?amministrazione regionale aventi come compito specifico la gestione degli interventi di promozione finanziaria, le politiche patrimoniali, la valutazione ambientale;
- dagli enti di rilevanza nazionale, regionale e locale cui è affidata la missione specifica di tutelare e gestire singole parti del patrimonio paesaggistico ed ambientale della regione (foreste, demani, aree protette ecc.).

La prima fase della formazione del PPR consiste nell?approvazione preliminare, da parte della Giunta Regionale, di una serie di documenti i quali, pur essendo riferiti all?insieme del territorio, disciplinano con particolare attenzione e compiutezza i beni e i paesaggi interessanti la fascia costiera, ossia l?insieme dei territori i quali (per la loro origine e conformazione, per le caratteristiche dei beni in essi presenti, per i processi storici che ne hanno caratterizzato l?attuale assetto) hanno un rapporto privilegiato con il mare.

Essa deve essere considerata la prima fase di un lavoro che si svilupperà nel futuro sotto molteplici punti di vista e per varie ragioni:
- perchè è oggetto di una discussione nella quale la società regionale, in particolare quella rappresentata dai soggetti indicati al punto precedente, si esprimerà proponendo integrazioni, correzioni e approfondimenti dei quali terranno conto la Giunta e il Consiglio regionali al momento dell?approvazione del piano;
- perchè molte delle direttive e degli indirizzi espressi nei documenti di piano dovranno essere verificati, specificati e articolati nella pianificazione provinciale e comunale, nel quadro di quella ?assidua ricognizione? dei valori paesaggistici e ambientali cui la Corte costituzionale si è più volte riferita;

E con lo stesso metodo e il medesimo impianto filosofico, anche per le parti del territorio regionale aventi minore attinenza con il mare si raggiungerà lo stesso analitico livello di approfondimento.

LA FORMA DEL PIANO

4. Un piano per la tutela-valorizzazione del paesaggio.

Tra le due modalità consentite dalla legislazione nazionale (?piano paesaggistico? oppure ?piano urbanistico-territoriale con specifica considerazione dei valori paesistici e ambientali?) si è scelta la prima. Ciò significa che si è avuta fin dall?inizio la consapevolezza che il piano non si propone di definire tutti gli aspetti della disciplina e del funzionamento del territorio, ma ne costruisce i presupposti con l?individuazione delle regole e delle azioni necessarie per consentire che le trasformazioni del territorio, che saranno definite dalla successione delle varie fasi della pianificazione (comunale, provinciale, regionale) della pianificazione siano funzionali alla tutela delle caratteristiche qualitative proprie della configurazione del territorio.

Dove per tutela e valorizzazione non si intende l?antinomia (e la ricerca del difficile equilibrio) tra il vincolo paralizzante e la trasformazione in merce delle qualità presenti nel territorio, ma la ricerca della piena messa in valore di un tipo particolare di beni pubblici: quelli costituiti dalla forma che al territorio ha impresso la plurimillenaria storia del rapporto tra uomo e natura. Una messa in valore la cui condizione preliminare è data dall?individuazione del bene e delle sue caratteristiche proprie (come elemento singolo e come relazione tra elementi diversi). I passi successivi consistono nella conservazione, il restauro, la ricostituzione e, infine, la costruzione di qualità e identità nuove là dove quelle della storia sono state annullate dall?azione dell?uomo o degli eventi. Ed è questo accoppiamento tra tutela e messa in valore che consente di passare da logiche puramente difensive e reattive centrate sui vincoli a logiche attive di promozione e di valorizzazione territoriale centrate sul Piano, dando significato concreto ai principi della autentica sostenibilità.

La tutela-valorizzazione dei beni paesaggistici pone una duplice serie di esigenze per quanto riguarda la loro definizione.

Da un lato, è necessario individuare le categorie di beni che è necessario sottoporre a tutela, a partire dalle categorie definite dalla legislazione vigente ma articolandole e arricchendole sulla base dello specifico contesto territoriale e culturale. Si tratta di partire da quanto disposto dalle leggi nazionali (dalla L. 431/1985 al DLeg 42/2004), costruendo un ulteriore tassello ? regionale – di quella ?riconsiderazione assidua? del territorio ?alla luce e in attuazione del valore estetico-culturale? che la Corte costituzionale ha ritenuto necessaria.

In proposito, il Codice attribuisce al piano paesaggistico un compito estremamente importante ai fini dell?operatività e dell?efficacia delle misure di protezione, sia dei beni già considerati dalla legislazione precedente (L 1497/1939 e L. 431/1985) sia di quelli ulteriormente ritenuti meritevoli di tutela nel piano stesso.

Dall?altro è indispensabile tener conto che il paesaggio non è costituito dalla mera giustapposizione di elementi di particolare rilievo, ma anche dall?integrazione che si è determinata tra gli stessi elementi e il contesto territoriale intorno: quella integrazione che ha condotto storicamente alla costituzione di specifiche individualità territoriali. In altri termini definite come ?unità di paesaggio? o – per adoperare le parole del PPR, mutuate dalle denominazioni del Codice del paesaggio (art. 135) – ambiti di paesaggio. Non va dimenticato che il passaggio dalla considerazione in chiave vincolistica dei singoli ?beni paesaggistici? alla considerazione dei ?paesaggi? che tutto il territorio articolatamente esprime (ossia, come si è spesso detto, la ?territorializzazione? delle politiche del paesaggio) rappresenta l?innovazione più importante sancita dalla Convenzione Europea del Paesaggio che verrà adottata anche nel nostro Paese.

5. L?impianto normativo.

L?impianto normativo del PPR è costruito in adeguamento alla legislazione sovraordinata, con particolare attenzione all?evoluzione legislativa che ha condotto dalla legge 431/1985 al Codice 42/2004, alla giurisprudenza costituzionale che si è susseguita in materia a partire dalle sentenze 55 e 56 del 1968, nonché alla Convenzione europea del paesaggio, al Protocollo MAP- UNEP per la gestione integrata delle zone costiere. Esso è accompagnato da un testo legislativo che propone modifiche alla vigente legislazione regionale in materia, modifiche funzionali al ruolo che si intende attribuire al PPR. Esso, in risposta alla duplice esigenza sopra ricordata, si basa nella sostanza sulla complementarietà di due strati normativi (o insiemi di precetti), che si distinguono non tanto per la scala o il grado di specificazione, ma per la loro funzione diversamente ?regolatrice? della pianificazione:

A) Il primo strato normativo è riferito sia ai singoli oggetti o elementi territoriali per i quali è necessaria e possibile la tutela ex articoli 142 e 143 del DLeg 42/2004 (benipaesaggistici appartenenti a determinate categorie a cui è possibile ricondurre i singoli elementi con criteri oggettivi, in jure ?vincoli ricognitivi?), sia alle componenti ambientali-territoriali che, pur non essendo dei beni (anzi magari essendo dei ?mali?, come ad es. i siti inquinati o le aree di degrado) devono essere tenute sotto controllo per evitare danni al paesaggio o per favorirne la riqualificazione. E? importante notare che, ai sensi del Codice, questo primo insieme di norme implica un esplicito riconoscimento di quegli oggetti di disciplina da considerare come ?beni paesaggistici?, al fine di assicurarne la ?puntuale individuazione? ai sensi dell?art.143 e di differenziarli dalle altre componenti (pur dotate di valenza paesistica, come gran parte dei beni culturali che il Piano intende valorizzare) non solo sotto il profilo procedurale (l?obbligo di specifica autorizzazione paesaggistica per gli interventi che li concernono) ma anche sotto il profilo sostanziale, in relazione al ruolo che essi svolgono nel determinare la qualità complessiva dei contesti in cui ricadono. Ciò implica anche che l?individuazione dei beni paesaggistici, pur prendendo le mosse dalle categorie già definite a livello nazionale (come le categorie dell?art. 142), può e deve fondarsi su quelle maggiori specificazioni che fanno riferimento alle concrete realtà regionali (ad es. distinguendo zone umide, apparati dunali, falesie ecc.); specificazioni che a loro volta possono comportare approfondimenti conoscitivi da sviluppare nelle fasi successive della pianificazione paesistica, come si dirà più avanti.

B) Il secondo strato normativo è riferito ad ambiti territoriali ? ambiti di paesaggio ai sensi dell?art. 135 del Codice – per la definizione dei quali i caratteri paesaggistici ed ecologici sono determinanti, e che saranno la sede per definire indirizzi, direttive e prescrizioni anche di tipo urbanistico, da rendere operativi mediante successivi momenti di pianificazione; in particolare per precisare la definizione degli obiettivi di qualità paesistica (che sebbene non più esplicitamente menzionati dall?ultima versione del Codice rappresentano uno dei passaggi chiave previsti dalla Convenzione Europea), gli indirizzi di tutela e le indicazioni di carattere ?relazionale? volte a preservare o ricreare gli specifici sistemi di relazioni tra le diverse componenti compresenti. E? importante notare che la disciplina degli ambiti, ordinata alla tutela e al miglioramento della qualità del paesaggio, è anche la sede nella quale cercare, come prevede la Convenzione Europea all?art. 5d, di ?integrare il paesaggio nelle politiche di pianificazione del territorio, urbanistiche e in quelle a carattere culturale, ambientale, agricolo, sociale ed economico, nonché nelle altre politiche che possono avere un?incidenza diretta o indiretta sul paesaggio?.

6. La fascia costiera.

Tra tutte le categorie di beni meritevoli di tutela è presente, nella letteratura e nella giurisprudenza italiane ed internazionale quella particolare categoria costituita dalle coste marine. Già individuata secondo criteri meramente geometrici e transitori dalla legge 431/1985, poi ripresa identicamente dal DLeg 42/2004, variamente articolata dalle regioni nella pianificazione paesaggistica dell?ultimo ventennio, applicata di nuovo secondo criteri meramente geometrici e transitori dalla legge regionale 8/2004, spetta evidentemente al PPR definirne l?esatta articolazione e conformazione territoriale.

Il Comitato scientifico e l?Ufficio del piano hanno ritenuto che, nel contesto specifico della Sardegna, la caratteristica di bene degno di tutela diretta meritasse di essere attribuita non solo alla sommatoria delle sue componenti, ma al territorio costiero nel suo complesso. È insomma l?insieme della costa della Sardegna, costituito dall?integrazione degli elementi naturali, storici, culturali, caratterizzato dal rapporto stretto tra la terra e il mare (un rapporto nel quale l?azione della natura e quella della storia hanno concorso a formare un paesaggio caratterizzato da una spiccata individualità), la cui percezione, e quindi la cui tutela, non sono segmentabili nelle sue singole parti, ma deve essere considerata e governata unitariamente. La fascia costiera, pur essendo composta da elementi appartenenti a diverse specifiche categorie di beni (le spiagge, le dune, le falesie, le piccole isole e gli scogli, gli stagni, i promontori ecc.) costituisce nel suo insieme una risorsa paesaggistica di eccezionale valore: non solo per il pregio delle sue singole parti, ma per la superiore qualità che la loro armonica composizione determina.

É anche grazie al suo staordinario valore – e alla scarsa capacità di governo delle risorse territoriali dimostrata nei decenni trascorsi dall?amministrazione pubblica – che questo incomparabile bene è oggetto di pericolose dinamiche di distruzione. E? qui che si è esercitata con maggior violenza nei decenni trascorsi, e minaccia di esercitarsi nei prossimi, la tendenza alla trasformazione di un patrimonio comune in un ammasso di proprietà suddivise, trasformate senza rispetto della cultura e della tradizione locali né dei segni impressi dalla storia, svendute come generiche merci ad utilizzatori di passaggio, sottratte infine all?uso comune e al godimento delle generazioni presenti e future.

Massima qualità d?insieme e massimo rischio: due circostanze che giustificano la particolare attenzione che si è posta per delimitare, secondo criteri definiti dalla scienza e collaudati dalla pratica, il bene paesaggistico d?insieme di rilevanza regionale costituito dai ?territori costieri?, e per disciplinarne le trasformazioni sotto la diretta responsabilità regionale, in vista sia della protezione che della promozione delle azioni suscettibili di orientarne le trasformazioni nel senso di un ulteriore miglioramento della qualità e della fruibilità. In effetti la fascia costiera non è soltanto la cornice essenziale del paesaggio sardo e una risorsa fondamentale della sua economia, ma è anche la struttura ecosistemica che ospita gran parte della sua diversità biologica, storico-culturale e insediativa. La sua specificità, indissociabile dalla sua continuità ed unitarietà, è costituita dalla interrelazione tra mare e terra che trova in essa la sua prima ed essenziale dimensione. Essa non può quindi essere artificiosamente suddivisa, se non per scopi amministrativi, ma deve mantenere il suo carattere unitario complessivo soprattutto ai fini del PPR e, pertanto, essere considerata come un bene paesaggistico d?insieme,di valenza ambientalestrategica ai fini della conservazione della biodiversità, della qualità paesistica e dello sviluppo sostenibile dell?intera regione.

Questa assunzione, al di là di ogni considerazione localistica, va vista in prospettiva mediterranea, dove trova pieno riscontro nel Protocollo UNEP per la Gestione Integrata delle Zone Costiere (protocollo attualmente in corso di definizione nell?ambito del Mediterranean Action Plan della Convenzione di Barcellona). Ed è precisamente l?esigenza di gestione integrata che caratterizza specificamente la fascia costiera, mettendo in gioco non soltanto le complesse interazioni ecosistemiche tra terra e mare, ma anche le interferenze e i potenziali conflitti tra le dinamiche naturali e le attività economiche e sociali (dalle pratiche tradizionali della pesca alle varie forme di utilizzazione produttiva, turistica e ricreativa) che proprio sulla costa presentano particolari addensamenti. Interferenze e conflitti che, a loro volta, richiedono da un lato la diretta responsabilizzazione delle autorità regionali di governo e la concertazione inter-istituzionale, dall?altra e congiuntamente il coinvolgimento delle popolazioni, delle istituzioni e degli operatori locali, in vista di forme condivise di sviluppo sostenibile, come afferma il Protocollo citato (art.5).

E? in questa duplice direzione che il PPR prevede il ricorso, per fronteggiare efficacemente i problemi della fascia costiera e promuoverne un?utilizzazione realmente sostenibile, alla formazione di Piani di riassetto territoriale ? che possono prendere la forma di Piani di Gestione Integrata, PGI, in accordo, ripetiamo, con il protocollo UNEP – riguardanti, per stralci coordinati, l?intera fascia.

Piani volti a coordinare, nello stesso tempo, la pianificazione urbanistica locale, la gestione delle risorse naturali-culturali ed i programmi d?investimento, anche in funzione del Piano Regionale dello Sviluppo Turistico Sostenibile.

Piani che forniscano indicazioni ? sulla base di valutazioni ambientali strategiche ? circa il dimensionamento dell?apparato ricettivo e le opportunità di rilocalizzazione degli insediamenti incompatibili, l?organizzazione della mobilità e dell?accessibilità, gli standard da rispettare, i criteri di gestione dei servizi, delle attrezzature e del ?capitale territoriale?, la prevenzione dei rischi e dell?inquinamento, il monitoraggio delle aree e delle risorse di particolare interesse o sensibilità, l?acquisizione delle aree più interessanti alla Conservatoria del Litorale.

E? evidente che la formazione di tali PGI pone problemi delicati dal punto di vista del rapporto tra i diversi poteri pubblici. Ma quest?ordine di problemi può essere affrontato efficacemente riferimendosi a tre principi costituzionali: la sussidiarietà, la differenziazione e l?adeguatezza, come si dirà più avanti.

7. Tre letture, tre assetti.

Il paesaggio, come si è detto, è certamente il risultato della composizione di più aspetti. E? anzi proprio dalla sintesi tra elementi naturali e lasciti dell?azione dell?uomo che nascono le sue qualità. E? quindi solo a fini strumentali che, nella pratica pianificatoria, si fa riferimento a diversi ?sistemi? (ambientale, storico-culturale, insediativo) la cui composizione determina l?assetto del territorio, e dei diversi ?assetti? nei quali tali sistemi si concretano.

Anche la ricognizione effettuata come base delle scelte del PPR si è articolata secondo i tre assetti: ambientale, storico-culturale, insediativo. Tre letture del territorio, insomma, tre modi per giungere all?individuazione degli elementi che ne compongono l?identità. Tre settori di analisi finalizzati all?individuazione delle regole perchè di ogni parte del territorio siano tutelati ed evidenziati i valori (e i disvalori), sotto il profilo di ciò che la natura (assetto ambientale), la sedimentazione della storia e della cultura (assetto storico-culturale), l?organizzazione territoriale costruita dall?uomo (assetto insediativo) hanno conferito al processo di costruzione del paesaggio.

Ciascuno dei tre piani di lettura ha consentito di individuare un numero discreto di ?categorie di beni a confine certo?, per adoperare i termini della Corte costituzionale: cioè di componenti del paesaggio cui il PPR attribuisce una specifica disciplina, articolata per categorie e sotto-categorie. E di individuare, tra tali componenti, quelle da considerare a tutti gli effetti ?beni paesaggistici?, cui applicare il disposto degli articoli 142 e 143 del Dleg 42/2004, innescando le precise procedure di tutela previste dal Codice. Dalla ricognizione e dall?individuazione delle caratteristiche dei beni nasce la definizione delle regole.

Sicché è dalle tre letture che sono nati i tre ?Titoli? delle norme.

Ciascuno di essi detta le attenzioni che si devono porre perchè, in relazione ai beni o componenti appartenenti a ciascuna categoria e sotto-categoria, le caratteristiche positive del paesaggio vengano conservate, o ricostituite dove degradate, o trasformate dove irrimediabilmente perdute.

Non si può nascondere il rischio che l?articolazione normativa nei tre assetti produca una certa separatezza, portando a sottovalutare sia gli effetti sinergici derivanti dalla compresenza di risorse e qualità distintamente apprezzate sotto ciascuno dei tre profili di lettura, sia le interferenze o le conflittualità che possono prodursi.

Per quanto riguarda i primi basta pensare all?opportunità di valorizzare il fatto (certamente frequente nel paesaggio sardo) che un?area di grande pregio naturalistico ospiti anche beni culturali di grande interesse.

Per quanto riguarda le seconde, vale il caso delle aree insediative, le cui dinamiche espansive – nei limiti, ovviamente, voluti dal PPR ? ricadono inevitabilmente seppur marginalmente nelle contigue aree seminaturali o agroforestali. Si tratta quindi di assicurare un corretto coordinamento tra le norme dei tre assetti che eviti entrambi i rischi evocati.

Inoltre, analoga esigenza di coordinamento si pone nei confronti delle norme per ambiti. E? infatti negli ambiti di paesaggio che, a norma del Codice, le istanze di protezione si confrontano con le esigenze di mantenimento o innovazione sostenibile degli assetti economici e sociali, di organizzazione e di riqualificazione complessiva del territorio, e quindi anche con le attese e le intenzioni programmatiche degli enti locali.

Spetta alle politiche d?ambito (da condividere con gli Enti locali) comporre i conflitti e le interferenze che si manifestano nel territorio, rispettando i vincoli e le limitazioni che provengono dalle norme per componenti, articolate nei tre assetti.

Ma queste ultime non possono non tener conto delle dinamiche reali e delle ipotesi progettuali relative a ciascun ambito: sia nel senso di regolarne l?impatto sui beni e le componenti interessati, sia nel senso di stabilire efficaci salvaguardie valevoli in carenza di piani locali o settoriali adeguati agli indirizzi del PPR (come meglio vedremo più avanti), sia ancora nel senso di evitare inutili e controproducenti vincolismi.

8. Obiettivi di qualità e giudizi di valore.

Il PPR tende a presidiare, nelle forme più efficaci, uno straordinario patrimonio di valori. Non solo le misure specificamente poste a tutela dei singoli beni paesaggistici, ma ancor più le ?previsioni? per ogni ambito di paesaggio ordinate (come chiede l?art.135 del Codice) a mantenere i caratteri identitari, ad individuare linee di sviluppo urbanistico ed edilizio compatibile, a recuperare le aree degradate, ad individuare interventi per lo sviluppo sostenibile, si fondano sul riconoscimento della ?tipologia, rilevanza e integrità dei valori paesaggistici?. Riconoscimento operato con la possibile oggettività e con gli strumenti scientifici che le diverse discipline interessate mettono a disposizione. Tutto corrisponde alle indicazioni della Convenzione Europea ed a quanto richiesto dal Codice (almeno nella sua ultima versione del 2006, dopo le modifiche recentemente introdotte).

Il CS non può quindi nascondere le sue perplessità nei confronti di impostazioni che (seguendo più o meno la linea indicata dal DLeg 42/2004 prima delle recenti modifiche) attribuiscano al PPR il compito di definire una gerarchia di ?livelli di valore?, individuando le modalità per la loro specifica attribuzione ai diversi ambiti o, peggio, alle diverse componenti territoriali. Le perplessità non riguardano ovviamente la possibilità-opportunità di esprimere giudizi di valore su singoli beni o singole parti del territorio (secondo una prassi largamente consolidata a livello internazionale nel campo della conservazione della natura), ma la pretesa di fondare solo o essenzialmente su tali giudizi le misure di disciplina. Attribuire ?livelli di valore? scalarmente ordinati a beni caratterizzati in modo specifico secondo caratteristiche peculiari alla categoria di beni, o allo specifico bene, sembra operazione culturalmente discutibile. Non solo perché implica l?attribuzione di valutazioni soggettive, largamente discrezionali per molti aspetti, come tipicamente quelli estetici, a beni di cui invece l?analisi scientifica oggettiva ha consentito di definire i connotati caratterizzanti e le ragioni della tutela. Ma anche perché sul piano applicativo comporta una inopportuna iper-semplificazione delle indicazioni normative, che ignora le specificazioni introdotte con le norme ?per componenti? di cui al paragrafo 5a, cancellando arbitrariamente le profonde diversificazioni che, anche all?interno della più piccola porzione di territorio, danno vita ai diversi paesaggi. Un sistema dunale, o la trama storica di un territorio, sono caratterizzati (e il loro valore è determinato) da ben individuati elementi fisici i quali costituiscono il valore del bene per la loro presenza e per le loro connessioni con gli altri elementi. Non ha molto senso distinguerli a seconda che siano più o meno ?compromessi? o più o meno ?importanti?.

Sembra comunque utile riprendere l?indicazione contenuta nella Convenzione Europea (art. 6D) e già in qualche misura recepita nel Codice (art 135, c.3), volta a richiedere la definizione di specifici obiettivi di qualità paesaggistica per ciascuno dei paesaggi, ossia degli ambiti di paesaggio, individuati. Dove la qualità va certamente intesa in senso globale, apprezzando adeguatamente la compresenza di valori dei diversi assetti e le loro relazioni fondative con le dinamiche strutturali economiche, sociali e culturali dei diversi contesti.

Si tratta infatti di un passaggio cruciale per integrare saldamente in ogni contesto territoriale le ?previsioni e le prescrizioni? per la tutela-valorizzazione del patrimonio paesaggistico, collegando organicamente le analisi ricognitive con le scelte progettuali. Le Schede d?ambito del PPR; da definire col coinvolgimento delle Province e dei Comuni, dovranno perciò dare adeguato riscontro alla definizione di questi obiettivi.

Più problematica appare la possibilità di dare riscontro all?esplicita indicazione della Convenzione Europea concernente le attese, le percezioni e le attribuzioni di valore delle popolazioni interessate, di cui si deve ?tener conto? nella valutazione dei paesaggi e quindi anche ? ?previa consultazione pubblica? ? nella definizione degli obiettivi da perseguire. Si tratta di un?operazione intrinsecamente complessa, che sconta da un lato l?esigenza del massimo possibile coinvolgimento delle popolazioni (in tutte le loro articolazioni sociali e culturali) nella difesa del loro patrimonio identitario, dall?altro il ruolo imprescindibile dei ?mediatori culturali? nella formazione dei giudizi di valore e la responsabilità primaria della Regione nella tutela-valorizzazione dell?eredità collettiva della comunità regionale.

Non va sottovalutato il ruolo che lo stesso PPR svolge in quanto forma creativa dell?immaginazione sociale, strumento di sensibilizzazione, educazione e apprendimento collettivo E? comunque necessario, seguendo la Convenzione, ?avviare procedure di partecipazione del pubblico e delle autorità locali?, con la consapevolezza che non esistono politiche efficaci del paesaggio che possano prescindere dalla sensibilizzazione e dalla mobilitazione dei soggetti direttamente coinvolti nelle pratiche di gestione, di manutenzione e di continua rielaborazione del paesaggio. Questa necessità dovrebbe essere tenuta in conto anche per quanto concerne le forme di comunicazione del PPR e dei suoi elaborati costitutivi.

RESPONSABILITÀ, COMPETENZE, RUOLI DEGLI ATTORI PUBBLICI

9. Collaborazione inter-istituzionale e co-pianificazione.

L?obiettivo della tutela e valorizzazione del territorio non è raggiungibile mediante un singolo atto e un singolo attore: lo è soltanto come risultato di un processo nel quale lo strumento della pianificazione paesaggistica e la responsabilità istituzionale della Regione (quindi il Piano paesaggistico regionale) costituiscono solo il momento iniziale. È necessario il lavoro concorde di una pluralità di soggetti istituzionali, i cui ruoli, competenze, responsabilità devono confluire in una serie di azioni protratte nel tempo. Il PPR deve prolungarsi e aumentare la sua efficacia nella pianificazione provinciale e comunale, nella quale le scelte di livello regionale devono trovare la loro specificazione e verifica, quelle relative al paesaggio devono trovare la loro integrazione con quelle relative alle altre esigenze e agli altri settori. La responsabilità della Regione deve saldarsi con quelle della Provincia e del Comune, promuovendo un?azione coordinata di tutti i livelli di rappresentanza dei cittadini.

Non a caso la ?cooperazione tra amministrazioni pubbliche? è posta dal DLeg 32/2004 al secondo posto delle ?disposizioni generali?, subito dopo la ?salvaguardia dei valori del paesaggio?. Le procedure della co-pianificazione, cioè della formazione degli atti di pianificazione mediante il contributo di tutti gli enti pubblici territoriali, sono perciò strumento essenziale nell?azione di governo del territorio. La Regione è fin d?ora impegnata a condurre il processo di pianificazione, in coerenza con l?idea di paesaggio formulata dalla Convenzione Europea del Paesaggio, che non considera i diretti interessati (amministrazioni e comunità locali, con le loro tradizioni di percezione ed azione sul paesaggio) come meri destinatari di regole e di sollecitazioni. La co-pianificazione è anche ascolto attento di ciò che sente e muove la gente che pensa il proprio paesaggio.

10. Responsabilità e sussidiarietà.

Tuttavia, la cooperazione tra soggetti che siano espressione di interessi diversificati deve avvenire nella chiarezza delle rispettive responsabilità. E? necessario che ciascuno porti il proprio contributo, che ciascuno ascolti con attenzione le ragioni degli altri e ne valuti le proposte, che si compia il massimo sforzo per raggiungere su ciascun punto l?intesa. Ma non è detto che ciò sia sempre possibile. Ciò che è accaduto sul territorio delle coste della Sardegna testimonia che gli interessi, le esigenze ritenute prioritarie, e quindi le soluzioni, possono essere contrastanti, in aperto conflitto tra loro. È necessario perciò ? se non si vuole che la cooperazione si rovesci in paralisi ? che si sappia, su ciascun argomento, a chi spetti la decisione finale in caso di mancato raggiungimento dell?accordo. Ciò in particolare per quanto riguarda la responsabilità dei diversi enti pubblici territoriali elettivi di primo grado.

Nella Costituzione della Repubblica si possono individuare due direzioni nel rapporto tra i diversi enti pubblici territoriali elettivi di primo grado (Stato, Regione, Provincia e Città metropolitana, Comune) in materia di funzioni legislative e amministrative. Per un determinato e limitato numero di argomenti la direzione è dall?alto verso il basso. Per tutti gli altri, la direzione è dal basso verso l?alto.

Il paesaggio è stato collocato fin dal 1948, ed è rimasto anche dopo le modifiche, tra gli argomenti del primo tipo: quelli per i quali vi è una competenza legislativa esclusiva dello Stato. Questa esclusività è stata temperata recentemente distinguendo, a proposito di Beni culturali (tra cui il paesaggio), l?idea di ?tutela? e ?valorizzazione?.

Del termine ?valorizzazione? si possano dare interpretazioni differenti (a seconda che prevalga, nella considerazione del paesaggio, l?aspetto ?bene? o l?aspetto ?merce?), m resta certo che la responsabilità del paesaggio, e della sua tutela e valorizzazione, rimane nelle mani del binomio Stato-Regione.

Tuttavia la responsabilità della Regione in materia, benché primaria, non è certo esclusiva. Si è già osservato che la tutela del paesaggio esige, come la stessa Corte Costituzionale ha più volte rilevato, un?assidua riconsiderazione dei valori del paesaggio a tutti i livelli e le scale: avviata a livello statale e regionale, deve proseguire nell?attività di governo del territorio delle province e dei comuni. In che modo distinguere allora le responsabilità della ?decisione ultima?, cioè là dove non si raggiunge l?unanimità del consenso?

La Costituzione ha recentemente introdotto, per quanto riguarda i criteri di ripartizione delle funzioni amministrative, i già citati principi di sussidiarietà, differenziazione, adeguatezza. Questi suggeriscono di trasferire dal basso all?alto le responsabilità connesse alle funzioni amministrative laddove i livelli inferiori non siano in grado di garantire la necessaria ?unitarietà? alle determinazioni.

Giova a chiarire la questione la definizione originaria del principio di sussidiarietà. Questo, come è noto, fu elaborato per decidere sulla ripartizione delle responsabilità tra governi nazionali e istituzioni europee, e fu introdotto per la prima volta nella normativa europea a Maastricht il 7 febbraio 1992. Il principio di sussidiarietà significa, nella sostanza, che là dove un determinato livello di governo non può efficacemente raggiungere gli obiettivi proposti, e questi sono raggiungibili in modo più soddisfacente dal livello di governo territorialmente sovraordinato (l?Unione europea nei confronti degli Stati nazionali o, nel nostro contesto, lo Stato nei confronti della Regione, la Regione nei confronti della Provincia e così via) è a quest?ultimo che spetta la responsabilità e la competenza dell?azione. E la scelta del livello giusto va compiuta non in relazione a competenze astratte o nominalistiche, oppure a interessi demaniali, ma in relazione a due elementi precisi: la scala dell?azione (o dell?oggetto cui essa si riferisce) oppure i suoi effetti.

11. Carattere processuale della co-pianificazione.

La prospettiva della co-pianificazione conferisce al PPR un carattere inevitabilmente processuale e interattivo: soggetti e centri di decisione diversi sono coinvolti in un processo che non è in alcun modo riducibile ad un singolo atto amministrativo, essendo costituito da un insieme aperto e complesso di atti che si condizionano a vicenda. Il lavoro finora svolto ha già prodotto un primo risultato di grande portata, conducendo a sintesi in un tempo ridottissimo una mole imponente di conoscenze e dando loro un significato rilevante e sostanzialmente coerente. Questo ne fa un riferimento imprescindibile per tutte le elaborazioni successive sui paesaggi regionali, in qualunque contesto vengano condotte. E? una visione di livello regionale, integrata puntualmente da conoscenze e determinazioni locali. Il confronto con le visioni locali ? quali quelle che, tipicamente, trovano espressione nella pianificazione urbanistica comunale ? è quindi di cruciale importanza. E? infatti evidente che le previsioni e le prescrizioni del PPR, per la loro stessa natura, sono destinate ad esercitare un impatto rilevante sulla pianificazione locale, sollecitando una profonda (e politicamente costosa) ristrutturazione dei PUC. Tale impatto non appare mitigabile mediante una semplice divisione di competenze che lasci ai Comuni ogni responsabilità sulle aree urbanizzate e riservi al PPR e ai piani provinciali ogni determinazione relativa alle aree extraurbane. Se da un lato è vero che lo stesso Codice esclude dalle ?aree tutelate per legge? (art. 142) le zone A e B degli strumenti urbanistici (vale a dire quelle d?interesse storico-ambientale e quelle compromesse, oltre a quelle ricomprese nei Piani pluriennali d?attuazione e a quelle ricadenti nei ?centri edificati perimetrati? per i Comuni sprovvisti di tali strumenti), è altrettanto vero che il PPR non può disinteressarsi del controllo delle trasformazioni del sistema insediativo, proprio per la sua peculiare integrazione col paesaggio rurale e naturale. Va d?altronde in questa direzione l?obbligo previsto dal Codice all?art. 135,c. 3b, di provvedere col Piano paesaggistico all??individuazione delle linee di sviluppo urbanistico ed edilizio compatibili?: obbligo peraltro già riscontrato nelle Norme per l?assetto storico-culturale e per quello insediativo.

Il problema, pertanto, non sembra tanto quello di ?quali aree considerare? ai diversi livelli del processo di pianificazione, quanto piuttosto quello di ?come? controllarne le trasformazioni. Questo solleva due questioni delicate:

A) L?apparato normativo del PPR va pensato per ?dialogare? con gli altri strumenti di pianificazione, il che implica che, da un lato, esso deve esprimere ?indirizzi? e direttive tali da responsabilizzare i soggetti istituzionali cui spetta di tradurle in disposizioni operative, limitando le prescrizioni direttamente cogenti e prevalenti ai casi in cui spetti alla Regione presidiare risorse e valori indiscutibili, non adeguatamente tutelabili dagli altri soggetti istituzionali; e, dall?altro, che le specificazioni e gli approfondimenti operati dagli enti locali e dalle autorità di settore devono potersi ripercuotere sulle determinazioni del PPR. Vanno in questa direzione le norme che prevedono la progressiva precisazione delle delimitazioni cartografiche di certe categorie di beni o componenti (mediante opportuni meccanismi ?auto-correttivi? che tengano anche conto dell?avanzamento continuo del fronte delle conoscenze), o le norme che tendono ad un progressivo arricchimento delle indicazioni contenute nelle Schede degli ambiti, mediante il coinvolgimento degli enti locali.

B) Le scelte del piano (ferme restando le prescrizioni poste a tutela di valori intangibili, come sopra detto) devono dare spazio alla valutazione preventiva, esplicita ed integrata degli interessi, dei conflitti da risolvere e delle alternative d?azione operabili in concreto. Da questo punto di vista, non solo si ravvisa la necessità di una più organica formulazione delle norme circa le valutazioni d?impatto dei singoli interventi (con una più chiara e precisa definizione delle soglie quali-quantitative degli interventi soggetti a tali procedure); ma si rende anche necessario impostare un processo di progressiva definizione delle strategie d?azione (in particolare nelle Schede d?ambito), fondato sulla valutazione strategica delle alternative e sul monitoraggio delle situazioni critiche (quali ad es. i carichi di fruizione sulle parti più sensibili della fascia costiera), mediante l?individuazione di apposite procedure e degli indicatori utilizzabili. Ciò anche in conformità alla la direttiva 2001/42/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 27 giugno 2001, concernente la valutazione degli effetti di determinati piani e programmi sull?ambiente: direttiva ? è presumibile ? che verrà recepita anche dal nostro Parlamento.

(foto L.C., archivio GrIG)

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Assalto edilizio alle dune di Is Arenas !


Le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico hanno inoltrato alla Commissione Europea, al Ministro dell?ambiente, al Presidente della Regione ed all?Assessore regionale della difesa dell?ambiente un nuovo ricorso (nota del 19 giugno 2006) contro l?inizio dei lavori per la realizzazione di una prima struttura turistico-edilizia (“unità paralberghiere ? areale E 6″) rientrante nel progetto immobiliare entro il complesso dunale boscato in loc. Is Arenas, in Comune di Narbolìa (OR), da parte del gruppo IS ARENAS s.r.l. (complessivamente mc. 222.900 di strutture a rotazione d?uso, residenze stagionali, campi golf, servizi), dopo l?avvenuto rilascio dell?autorizzazione definitiva (concessione edilizia/permesso di costruire n. 24 del 23 maggio 2006) da parte della competente struttura tecnico-amministrativa del Comune di Narbolia.

Le dune boscate di Is Arenas, sono tutelate con vincolo paesaggistico (decreto legislativo n. 42/2004), in parte (fascia dei mt. 300 dalla battigia marina) con vincolo di conservazione integrale (legge regionale n. 23/1993), in parte appartenente al demanio civico (legge n. 1766/1927 e successive modifiche ed integrazioni, legge regionale n. 12/1994 e successive modifiche ed integrazioni), rientrano nel proposto sito di importanza comunitaria (pSIC) “Is Arenas”, ai sensi della direttiva n. 92/43/CEE sulla salvaguardia degli habitat naturali e semi-naturali, la fauna e la flora, e nell?istituendo parco naturale regionale “Sinis ? Montiferru” (legge regionale n. 31/1989, allegato “A”).

Su ricorso delle associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico n. 2346/1998 e successive integrazioni la Commissione europea ha aperto la procedura di infrazione n. 4381/2000 con invio del parere motivatoex art. 226 trattato CE con lettera SG (2001) D/286069 del 9 febbraio 2001 in relazione al complessivo progetto turistico-immobiliare del gruppo Is Arenas s.r.l.. Sulla vicenda sono state presentate numerose interrogazioni al Parlamento europeo da parte dell?on. Monica Frassoni (Verdi/A.L.E.), che hanno ampliato ed approfondito le argomentazioni inerenti la suddetta procedura di infrazione. La Commissione Europea, con lettera della Direzione generale Ambiente (Direzione A, Unità ENV.A.2 Applicazione del diritto comunitario) n. ENV A2/LCI/ac D(2005)1189 del 21 gennaio 2005, ha comunicato, inoltre, di aver “inviato all?Italia una lettera di messa in mora complementare ? in relazione al progetto di realizzazione di un complesso turistico e di un campo da golf in località Is Arenas, in provincia di Oristano. In particolare, in riferimento all?intero progetto, è stato contestato alle autorità italiane di non essersi astenute dall?adottare misure che compromettono la conservazione degli habitat e delle specie nonché l?integrità del SICp (Sito di Importanza Comunitaria proposto) e di non aver correttamente effettuato la valutazione di incidenza prevista all?articolo 6, comma 3, della direttiva 92/43/CEE”. L?ipotesi contestata è quella della violazione della direttiva n. 92/43/CEE sulla salvaguardia degli habitat naturali e semi-naturali, della fauna e della flora.

L?Esecutivo comunitario aveva già ingiunto all?Italia ed alla Regione autonoma della Sardegna di conformarsi alle disposizioni della “direttiva habitat” per valutare correttamente l?impatto ambientale del proposto progetto turistico-edilizio. Sia le vecchie Amministrazioni regionali che il Governo di centro-destra uscente avevano fatto veramente di tutto per cercare di aggirare le normative comunitarie, nazionali e regionali stesse di tutela ambientale pur di favorire l?investimento immobiliare. E lo stesso allora Ministro dell?ambiente on. Altero Matteoli aveva cercato di “dare una mano” all?allora omologo Esecutivo regionale nel febbraio del 2003, esponendosi ad una figuraccia internazionale, chiedendo che le dune boscate di Narbolia venissero depennate dall?elenco dei siti di importanza comunitaria. Un?iniziativa senza precedenti nella storia dell?Unione europea. La motivazione aveva proprio dell?incredibile: in estrema sintesi, il Ministero dell?ambiente italiano sosteneva che l?integrità del sito era già stata danneggiata pesantemente dal gruppo societario Is Arenas e perciò le dune boscate di Narbolia non dovevano più essere protette. E? come dire: tu società immobiliare sei responsabile del deterioramento dell?equilibrio ambientale e perciò ti premio cancellando i vincoli che impediscono la realizzazione di un faraonico investimento. Nel corso di questi ultimi anni le numerose azioni ecologiste per la salvaguardia delle dune boscate di Is Arenas, così come le innumerevoli altre iniziative per la tutela delle coste sarde, sono state fortemente associate ai determinanti atti parlamentari dell?on. Monica Frassoni, presidente del gruppo Verdi/A.L.E. al Parlamento europeo. In precedenza il piano territoriale paesistico ? P.T.P. n. 7, prima impugnato e recentemente revocato per le note gravi illegittimità in tema di salvaguardia paesaggistica, accoglieva amorevolmente il progetto edilizio. Oggi il piano paesaggistico regionale ? P.P.R. lo respingerebbe al mittente: per questo, con grande fretta, si autorizza il progetto turistico-edilizio e si iniziano i lavori approfittando dell?assurda “deroga” temporanea alle norme di salvaguardia del P.P.R. in favore dei Comuni dotati di P.U.C. attuativi degli illegittimi P.T.P. ovvero rientranti nella vigenza dell?altrattanto illegittimo P.T.P. n. 7. Ora un nuovo ricorso: auspichiamo che le autorità nazionali e regionali facciano quanto è necessario ed opportuno per la tutela di Is Arenas e per evitare una nuova pessima figura in sede europea.

Gruppo d?Intervento Giuridico Amici della Terra

(foto N.S., archivio GrIG)

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Bando vendita aree minerarie: lettera aperta al Presidente della Regione Soru.


Signor Presidente,
non Le nascondo che ho provato un po? di irritazione nel leggere la Sua risposta a quanti (e sono tanti: dai mentecatti ai parlamentari?..) nelle settimane e giorni scorsi hanno manifestato pubblicamente i loro dubbi riguardo all?ormai noto bando sulle aree minerarie dismesse. Ed io tra questi. Io sono convinto che non solo le parole possono diventare pietre, ma che hanno anche un suono e quello delle parole pronunciate da Lei hanno le note del disprezzo. Perché invitare i ?portatori di perplessità a trasferire i loro dubbi altrove? non mi sembra l? atteggiamento di un amministratore della cosa pubblica che risponde all?amministrato del suo operato, secondo la ben nota regola democratica dell?esercizio dei ruoli controllato-controllore.
Mi sembra di ricordare che Lei è stato educato alla scuola dei Salesiani; invece, io, nei miei studi giovanili sono stato educato alla scuola dei Gesuiti che mi hanno invitato a coltivare il dono del ?dubbio? fino ad arrivare alla Verità; (La inviterei a rileggersi l?ultimo mirabile intervento scritto sulla prima pagina di ?Repubblica? dal Cardinale Martini, già Arcivescovo di Milano). Se a questo si aggiunge che le mie origini sono, per parte materna, barbaricine, converrà con me che è naturale che io sia un portatore sano di perplessità.
Soprattutto, quando chi le esprime è stato un Suo elettore e l?ha sentita, seguita, impegnandosi per la Sua elezione. Poiché da oltre 28 anni è impegnato per la salvaguardia del proprio territorio, non ultima circa due anni fa la battaglia contro la speculazione edilizia di Scivu, nella trasmissione della Rai 3 ?Report?, non ci sta ad essere sbrigativamente invitato a volgersi dall?altra parte o a essere accusato (dai rumors del suo schieramento politico) di fare il giuoco del centrodestra. Chi mi conosce, sa qual è il mio passato politico e a quale prezzo l?ho pagato nella mia vita personale, e come spesso con mal di pancia, a volte con conati di vomito, ho comunque votato per lo schieramento di centrosinistra.
Vedremo dagli atti concreti se le Sue assicurazioni a chi giustamente si preoccupa della salvaguardia del proprio territorio, sono reali. Certo, da autentico cacadubbi, Le chiedo:
1. non pensa che se tra i critici ci sono, tra gli altri, funzionari di soprintendenza, operatori del diritto e parlamentari, il bando possa essere stato perlomeno scritto male, dando luogo ad errate interpretazioni?
2. come mai solo dopo l?intervento della Cisl ha sentito il bisogno di rassicurare che non intende svendere le aree minerarie?
3. è sicuro che anche qualche serbatoio e capannone metallico non costituisca un elemento costitutivo del paesaggio? Altrimenti perché si chiamerebbe archeologia industriale?
4. ma soprattutto, Lei veramente crede che ci sia ?l?americano di turno? disposto a spendere quel po? po? di milioni di euro per qualche baracca e ferraglia varia?
Gran brutta bestia il dubbio, come vede le perplessità anziché diminuire aumentano. Ma, se veramente Lei intende riconoscere il mio ruolo di cittadino ? elettore – controllore, non ho dubbi (almeno in questo caso) che troverò adeguata risposta. In fondo, ha ragione Beppe Grillo: Lei è un mio dipendente ed io sono il suo datore di lavoro??.
Con la più viva cordialità

Paolo Fiori

(foto S.D., archivio GrIG)

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Cercasi volontari anti-bracconaggio !!!

18 Giugno 2006 Commenti chiusi


VOLONTARIATO ANTIBRACCONAGGIO
Serata di reclutamento e formazione per nuovi volontari antibracconaggio

Giovedì 29 giugno 2006, dalle ore 21.00, in via Solari 40, a Milano

Sabato 1 luglio 2006: uscita con pratiche sul campo nelle valli bresciane

Presentazione e dimostrazione dal vivo di alcune tecniche venatorie vietate.

Informazioni sui metodi di identificazione per trappole, reti, vischio e su come rimuoverli.

Informazioni su come procedere in presenza di animali feriti e a quali forze preposte fare le segnalazioni degli arsenali vietati.

Informazione sulle attività svolte durante i campi anti-bracconaggio L.A.C. e proiezione di filmati sulle operazioni svolte nelle Valli Bresciane, in Sardegna, a Ponza e a Cipro.

Visione della mostra antibracconaggio permanente

Requisiti indispensabili per un buon volontario: molta voglia di camminare, principalmente in montagna, una discreta resistenza alla fatica e ai disagi, buon senso di orientamento, senso di responsabilità e soprattutto amore profondo per gli animali e la Natura.

Il bracconaggio.

Una caccia codarda e silenziosa che sfida le leggi dello stato e della natura. La caccia e il bracconaggio vanno a braccetto e non è una novità: i cacciatori talvolta sono bracconieri, e i bracconieri sono molto spesso anche cacciatori. Se volessimo definire il bracconiere, potremmo considerarlo un “cacciatore che viola le leggi catturando specie protette e utilizzando mezzi illeciti, estremamente dolorosi per l’animale e non selettivi” (non in grado, cioè, di distinguere tra le varie specie). Se l’opposizione alla caccia da parte dell’opinione pubblica appare talvolta incerta, sul bracconaggio la condanna è senza dubbio unanime. Eppure in alcune regioni italiane sopravvivono tradizioni che sfidano apertamente le leggi e la natura, magari in nome di un buon piatto al ristorante, per il quale vengono inferte ferite profonde e irreparabili alla fauna e all’intero ecosistema.

Se hai a cuore la salvaguardia degli animali selvatici, in particolare il popolo alato, sempre più minacciato dalla mano dell’uomo, fai qualcosa di veramente utile e diretto: partecipa ai campi antibracconaggio della L.A.C.

Per partecipare e’ obbligatorio prenotare, riceverai il vademecum del bravo “anti-bracconiere” e tutte le informazioni inerenti alla serata, chiamaci.

Catia Acquaviva
L.A.C. Milano
telefoni: 338/8713534 – 02/47711806; visita il nostro sito www.abolizionecaccia.it : al link “lac in action” troverai foto e resoconti dei campi antibracconaggio.

(foto L.A.C.)

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Cerimonia di consegna del premio in memoria di Ornella Sanna.

16 Giugno 2006 Commenti chiusi


Il Comitato Sulle Orme di Ornella è lieto di invitarvi alla cerimonia di consegna del Premio di laurea Ornella Sanna, che si terrà sabato 17 giugno a partire dalle ore 19.30, presso il Chiostro di San Mauro, in via San Giovanni 281, a Cagliari.
Il premio di laurea è nato per ricordare Ornella Sanna, scomparsa il 17 giugno di due anni fa, come testimonianza del suo impegno umano, sociale e politico.
Le due borse di studio di 1000 euro ciascuna, messe a disposizione dal comitato Sulle Orme di Ornella con la contribuzione di quanti hanno amato Ornella, andranno a due tesi che hanno come argomento:

a) Teorie e pratiche della nonviolenza, nell’approccio ai conflitti, all’ambiente, all’organizzazione economica e sociale e nell?approccio alla scienza, con particolare riferimento al lavoro di donne;
b) Argomenti di scienza e tecnologia con applicazioni finalizzate a pratiche non violente e di preservazione dell’ambiente e delle risorse naturali.

Dopo la consegna delle due borse di studio, la serata proseguirà con uno spettacolo di musica e letture e si concluderà con un rinfresco. L’ingresso è libero, è gradito un contributo per le spese di organizzazione.

Programma:

Ore 19.30 Presentazione della serata e premiazione, con letture di Antonella Puddu

Ore 20.30 Sarò bre
Di e con Andrea Serra e Maurizio Serra, lettura di testi ed esecuzione di musiche originali

Ore 20.50 Riccardo Pittau, tromba

Ore 21.10 (e)20 minuti
Di e con Francesca Salis, Marcello Verona e Giacomo Casti

Ore 21.30 Rinfresco

Sarà presente la giuria:
Annalisa Bonfiglio, Dipartimento di Ingegneria Elettrica ed elettronica, Università di Cagliari
Pia Brancadori, Insegnante
Nadia Cervoni, Donne in Nero, Roma
Gianni Lixi, Medico
Daniela Paba, Giornalista
Enrico Pieroni, Servizio Civile Internazionale, Gruppo sardo
Nanni Salio, Direttore Centro Sereno Regis, Torino

Per informazioni:
Comitato Sulle Orme di Ornella, sulleormediornella@tiscali.it
Maria Chiara Esposito, 3297354176, mariachiaraesposito@yahoo.it
Georgia Randazzo, 3208283034, geoluffa@tiscali.it

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Bando per le aree minerarie, parecchie cose da rivedere…..


Nel maggio del 1995, cioè più di undici anni or sono, capitava di vedere nell?Isola di Man, possedimento della Corona inglese nel Mar d?Irlanda, un cantiere minerario dismesso, a Laxey, dove si era estratto per circa un secolo piombo e zinco. Era stato messo in sicurezza il sito. Un po? alla buona, in verità. Erano stati sistemati una cinquantina di metri di galleria di estrazione con accesso all?aperto, qualche modesto edificio minerario e, soprattutto, una grande ruota idraulica (Great Laxey Wheel), realizzata nel 1854. Una bella ruota rossa, bianca e nera dal diametro di 22 metri e larga 2, facente parte di un sistema di eduzione delle acque di profondità. Riusciva a pompare in superficie 250 galloni d?acqua da 500 metri di profondità. Lady Isabella, così viene chiamata, era la più grande ruota idraulica d?Europa. Qui e là erano disseminati ?pupazzi? minatori, con canotti, picconi, carrelli, ecc. Vi lavoravano una quindicina di persone fra guide, punto di ristoro, vendita di materiali informativi. Il biglietto d?ingresso costava la bella cifra di 5 sterline (sconti per gruppi e bambini) e veniva visitata da circa 20 mila persone all?anno. L?intero sito poteva valere sul piano storico-culturale sì e no come un cantiere medio-piccolo della Sardegna. Sa Duchessa (Domusnovas), tanto per capirci??

In Sardegna, nel 2006, nonostante l?indubbia e riconosciuta valenza del più importante patrimonio di archeologia mineraria d?Europa, siamo ancora all?anno zero o poco ci manca. Dall?autunno del 2001 è istituito il Parco geominerario storico e ambientale della Sardegna (decreto del Ministero dell?ambiente e della tutela del territorio del 16 ottobre 2001) che deve salvaguardare e promuovere un patrimonio storico-culturale unico. Molto probabilmente è troppo esteso ed include aree di grandissimo valore a livello internazionale (es. Montevecchio, Ingurtosu, Monteponi, ecc.) e siti di modesto interesse (es. alcune cave galluresi), di sicuro interessi ben poco nobili hanno finora ritardato prima e paralizzato poi l?attività degli organismi dirigenti, confuso le competenze, poco valorizzato l?archeologia mineraria. In diversi siti sono stati fatti interventi di “messa in sicurezza” e di ripristino ambientale, curati dall?IGEA s.p.a., la società ad esclusivo capitale regionale che ha ereditato dal vecchio Ente minerario sardo ? E.M.SA., messo in liquidazione dal 1998, la gestione dei tanti siti minerari oggi non più produttivi. Spesso attraverso fondi pubblici messi a disposizione per mantenere i progetti legati al ?lavoro socialmente utile? ed ai relativi lavoratori (L.S.U.).

Non siamo in grado di indicare quanti miliardi di vecchie lire o milioni di euro sono stati finora spesi, ma sicuramente siamo nell?ordine complessivo di svariate decine di milioni di euro al valore attuale.

Finora i siti minerari restaurati, risanati e resi fruibili con un minimo di visite guidate sono molto pochi: la Galleria Henry (Buggerru), Porto Flavia e Museo delle macchine da miniera (Masua, Iglesias), la Grotta di S. Barbara (Miniera S. Giovanni, Iglesias), la Miniera di Funtana Raminosa (Gadoni), la Galleria Villamarina (Monteponi, Iglesias), la Galleria Anglo-sarda del Pozzo S. Antonio, Montevecchio, Guspini), la Miniera di Sos Enattos (Lula). Le visite, curate da IGEA s.p.a., sono generalmente soltanto su prenotazione. Talvolta anche siti risanati, come il Pozzo Amsicora (Arbus), permangono non fruibili. Troppo poco.

Ancora di recente (estate 2004) accadeva che il Comune di Guspini polemizzava con la soc. IGEA per l?asportazione di macchinari dai Cantieri di Levante (Montevecchio) verso destinazioni ignote, forse la fonderia?..

Né gli organi dirigenti del Parco geominerario finora sono riusciti a darsi un programma di attività con tempi certi per avviare la valorizzazione di un patrimonio di archeologia mineraria veramente inestimabile.

Forse per questi motivi la Regione autonoma della Sardegna, con la soppressione dell?E.M.SA., ha voluto avviare un?opera di dismissione delle aree minerarie finalizzata al riutilizzo turistico con il mantenimento delle caratteristiche ambientali e storico-culturali. Con deliberazione n. 17/9 del 26 aprile 2006 la Giunta regionale ha, quindi, approvato il bando di gara per la cessione, riqualificazione e trasformazione di ambiti di particolare interesse paesaggistico del Parco geominerario della Sardegna. Le aree minerarie interessate dal presente bando sono ricomprese nei seguenti due lotti:
1) compendio di Masua ? Monte Agruxau (Iglesias), superficie territoriale di circa 318 ettari, con la volumetria sviluppabile di metri cubi 120.000 a Masua e 40.000 a Monte Agruxau (complessivamente 160.000 metri cubi). Importo a base d?asta 32.520.000,00 euro;
2) compendio di Ingurtosu, Pitzinurri e Naracauli (Arbus), superficie territoriale di circa 329 ettari, con la volumetria sviluppabile di 30.000 metri cubi a Ingurtosu e 70.000 metri cubi a Pitzinurri e Naracauli (complessivamente 100.000 metri cubi). Importo a base d?asta 11.000.000,00 euro.

Oggetto della gara è la selezione dell?acquirente dei citati complessi minerari, anche disgiuntamente, con l?obbligo a carico del soggetto acquirente di realizzare il progetto prescelto ed il relativo intervento di riqualificazione ambientale, paesaggistica, urbanistica ed edilizia dei siti minerari dimessi, in collegamento con un piano di sviluppo e valorizzazione economica, storico-culturale, artistica, naturalistica, ricettiva e turistica dei siti interessati.

Tuttavia, non pare che il bando contenga le disposizioni più appropriate per raggiungere le finalità della salvaguardia ambientale e storico-culturale consentendo un riutilizzo dei siti minerari dismessi anche in funzione turistica.

Le aree interessate, infatti, rappresentano uno dei più interessanti esempi di archeologia mineraria in un contesto naturale, paesaggistico e storico-culturale di primaria importanza: il compendio di Masua ? Monte Agruxau è tutelato con vincolo paesaggistico (decreto legislativo n. 42/2004) ed è interamente classificato quale sito di importanza comunitaria (S.I.C.) ?Costa di Nebida?, ai sensi della direttiva habitat n. 92/43/CEE. Nel piano paesaggistico regionale ? P.P.R., recentemente adottato con deliberazione Giunta regionale n. 22/3 del 24 maggio 2006, è classificata ?fascia costiera?, ?area naturale e sub-naturale?, ?area di insediamento produttivo di interesse storico?. Il compendio di Ingurtosu ? Pitzinurri ? Naracauli è anch?esso tutelato con vincolo paesaggistico, rientra nell?istituenda riserva naturale regionale ?Monte Arcuentu ? Rio Piscinas? (legge regionale n. 31/1989 ? allegato ?A?), è interamente classificato quale sito di importanza comunitaria (S.I.C.) ?Monte Arcuentu e Rio Piscinas?, ed è contiguo all?altro S.I.C. ?Da Piscinas a Riu Scivu?. Nel piano paesaggistico regionale ? P.P.R. è classificata ?area naturale e sub-naturale?, ?area di insediamento produttivo di interesse storico?, ?colture erbacee specializzate?.

Inoltre, ai sensi dell?art. 3, comma 1°, della legge regionale n. 8/2004 ?fino all?approvazione del Piano paesaggistico regionale e comunque per un periodo non superiore a 18 mesi? le aree comprese entro i 2.000 metri dalla battigia marina, anche se elevate sul mare, sono tutelate con le misure di salvaguardia provvisoria ?comportanti il divieto di realizzare nuove opere soggette a concessione ed autorizzazione edilizia, nonché quello di approvare, sottoscrivere e rinnovare convenzioni di lottizzazione?. In ogni caso, essendo i Comuni di Arbus e di Iglesias (nei quali ricadono i detti compendi minerari) non dotati di piano urbanistico comunale ? P.U.C. in vigore, si applicano per tali ambiti di paesaggio costieri senza alcuna esclusione le disposizioni cautelari provvisorie (art. 1 della legge n. 1902/1952 e successive modifiche ed integrazioni) di cui all?art. 15 delle norme tecniche di attuazione del P.P.R.. Ambedue i compendi minerari in argomento rientrano nel Parco geominerario storico ed ambientale della Sardegna, istituito ai sensi dell?art. 114, comma 10°, della legge n. 388/2000 con il D.M. 16 ottobre 2001 che, all?art. 3, definisce incompatibili con i relativi obiettivi di tutela fra l?altro ?qualsiasi mutamento dell?utilizzazione dei terreni e quant?altro possa incidere sulla morfologia del territorio e sugli equilibri paesaggistici, ambientali, ecologici, idraulici, idrogeotermici e geominerari ?? (lettera a) e ?l?esecuzione di nuove costruzioni e la trasformazione di quelle esistenti ad esclusione degli interventi di manutenzione ordinaria, di manutenzione straordinaria e di restauro e di risanamento conservativo ?? (lettera c).

Proprio per ovviare alle incongruenze e forti discrasie riscontrate nel bando, le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?intervento Giuridico, raccogliendo anche profonde preoccupazioni manifestate da esponenti delle comunità locali interessate, hanno inoltrato al Presidente della Regione Renato Soru, agli Assessori ed alle strutture regionali interessate un urgente istanza di radicale modifica del bando medesimo (nota del 12 giugno 2006) con le seguenti osservazioni:

* in primo luogo appare opportuna, sotto il profilo dell?eminente interesse pubblico alla salvaguardia ambientale e storico-culturale ed alla conservazione ed al recupero del patrimonio immobiliare di proprietà pubblica, la previsione, alternativa alla cessione a titolo definitivo, della concessione per un congruo periodo di tempo dei compendi minerari in argomento: in tal modo il soggetto pubblico concedente manterrebbe i consueti poteri di vigilanza sulla gestione del bene;
* all?art. 2, comma 3°, del bando è testualmente detto che: ?nei suddetti compendi, definiti da un punto di vista territoriale nelle cartografie allegate e meglio specificate al successivo art. 3, saranno possibili interventi finalizzati alla ricostruzione delle volumetrie esistenti e di ristrutturazione del patrimonio edilizio esistente per strutture alberghiere ricettive con annessi centri benessere, strutture sportive e per il golf, interventi di miglioramento ambientale e di forestazione, realizzazione di strutture di supporto alla fruizione turistica dei siti di archeologia industriale eventualmente insistenti su tali aree, nei limiti massimi sopra indicati.? Al successivo art. 4 del bando è confermato che ?Il progetto aggiudicatario sarà assoggettato alla disciplina urbanistica vigente al momento dell?aggiudicazione sia con riferimento alla L.R. n. 45/89 che alla disciplina del Piano Paesaggistico Regionale ai sensi della L.R.n. 8/04?. In proposito, si rammenta che l?art. 13 delle norme tecniche di attuazione del P.P.R. dispone che negli ambiti di paesaggio costieri (art. 20) ?nelle aree inedificate all?entrata in vigore del ? piano è precluso qualunque intervento di trasformazione? ad eccezione di quelli manutentivi, di consolidamento e restauro senza nuove volumetrie e con assoluta esclusione, ad esempio, di ?campi da golf?. Tale ipotesi, quindi, appare di impossibile realizzazione per manifesta contrarietà con le norme del P.P.R. e contrasto con gli obiettivi di tutela del Parco geominerario;
* all?art. 7, comma 2°, del bando è previsto che all?interno di specifico accordo di programma attuativo del progetto di riqualificazione prescelto saranno previsti ?gli atti e le azioni da svolgersi direttamente o indirettamente dalla società istituzionalmente preposta in materia di messa in sicurezza e bonifica delle aree o in raccordo con la stessa? senza tuttavia esplicitare se trattasi del soggetto aggiudicatario ovvero della società in mano pubblica IGEA s.p.a. o di ulteriore soggetto. Il successivo art. 8, comma 5°, del bando indica, invece, che ?gli interventi di messa in sicurezza, riqualificazione ambientale e bonifica delle aree interessate dalla gara saranno a carico dell?Amministrazione Regionale Sarda, che si avvarrà, per la realizzazione degli interventi, dei soggetti istituzionalmente preposti, quali l?Igea, proprietaria delle aree.? Sembra, quindi, prevedersi un accollo per la pubblica amministrazione delle onerose operazioni di messa in sicurezza e risanamento ambientale che, per interesse pubblico e logica, dovrebbero essere a carico del soggetto aggiudicatario a fronte di un importo a base d?asta decisamente contenuto (32.520.000,00 euro per Masua ? Monte Agruxau, circa 102.264 euro per ettaro; 11.000.000,00 per Ingurtosu ? Naracauli ? Pitzinurri, circa 33.434 euro per ettaro) per compendi ambientali e storico-culturali di così elevato rilievo ed a fronte degli ordinari obblighi giuridici in capo al titolare di beni immobili. Un impegno economico tuttora non quantificabile, ma potenzialmente così gravoso da far supporre senza particolari difficoltà rischi di ipotesi di danno erariale ;
* l?art. 52, comma 1°, delle norme tecniche di attuazione del P.P.R. prevede che nelle ?aree caratterizzate da insediamenti storici?, fra cui i ?villaggi minerari e industriali a matrice storica?</i , ?per i Comuni non dotati di piano particolareggiato? (ed appare trattarsi proprio di tale caso) siano consentiti ?fino all?adeguamento dei piani urbanistici comunali al P.P.R. ? unicamente gli interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria, di restauro e risanamento conservativo ai sensi dell?art. 3 D.P.R. n. 380/2001, nonché di ristrutturazione edilizia interna?. Qualsiasi intervento di modifica delle aree minerarie interessate appare, quindi, precluso dalla contrarietà rispetto alle disposizioni del P.P.R. nonché contrasto con gli obiettivi di tutela del Parco geominerario.

I tempi per la modifica ci sono, visto che le manifestazioni d?interesse che saranno presentate non vincolano in alcun modo la Regione (art. 5, comma 7° del bando). In proposito, per illustrare approfonditamente richieste e preoccupazioni collettive, è stato richiesto anche un incontro con il Presidente della Regione. E le nostre preferenze vanno verso una politica dei ?piccoli passi?, con risanamento di un sito minerario alla volta, la programmazione della sua gestione, la sua apertura alla fruizione turistica mediante il coinvolgimento di soggetti imprenditoriali locali. E, se questo, fosse stato fatto a partire da quindici anni or sono, anche la Sardegna sarebbe piena di tante Laxey? con turisti e posti di lavoro?..

Amici della Terra Gruppo d?Intervento Giuridico

Segue una scheda sull?archeologia mineraria predisposta dall?A.N.S.A. (19-20 aprile 2004, ore 12.16 e 12.51)

MINIERE: IN SARDEGNA IL PIU’ IMPORTANTE PARCO GEOMINERARIO- Il parco geominerario della Sardegna e’ diventato realta’. E’ stato infatti varato formalmente, e pubblicato sulla Gazzetta ufficiale, lo statuto dell’ente giuridico (un Consorzio) cui spetta la conservazione, custodia, promozione di questa importante realtà -fra le maggiori in Italia- del sottosuolo sardo. Lo statuto definisce le finalita’ del Parco geominerario e detta le norme per la sua organizzazione, il funzionamento e la gestione unitaria, instaurando un rapporto di coinvolgimento e di partecipazione delle comunita’ locali interessate e nel rispetto del principio di sussidiarieta’. Al Consorzio, che ha sede ad Iglesias, fanno capo le attivita’ di gestione delle aree del Parco, individuate secondo criteri di tipo storico ed ambientale. In particolare, sono 8 le aree che compongono il parco, per un totale di quasi 38.000 ettari e 105 comuni coinvolti, individuate tenendo conto delle testimonianze geominerarie, di quelle archeologiche e delle valenze naturalistiche e che tracciano un percorso ideale rappresentativo della storia mineraria della Sardegna, storia che dura da 8.000 anni. Alle otto aree sono stati aggiunti altri sette siti che per quanto di piccola entita’, a giudizio degli esperti sono di grande importanza. Tra i territori unici che fanno del parco uno dei giacimenti storici e naturalistici piu’ preziosi c’e’ il Monte Arci, dove si ebbe la prima vera attivita’ mineraria con l’estrazione e l’ utilizzo dell’ossidiana e che risale a circa 6.000 anni fa. Poi c’e’ l’area di Orani, importante per la presenza di un grosso giacimento di talcosteatite ed un altro di feldispati, e dove sono presenti anche le cave di marmo e di granito; l’area di Fontana Raminosa tra Gadoni e Seulo, dove si trovava una miniera di rame, unica e considerata la piu’ importante nel bacino del Mediterraneo; l’area della Gallura formata da tanti piccoli siti, ma di grande importanza economica per la lavorazione del sughero e per l’estrazione del granito. C’e’ anche l’area della Nurra-Argentiera importante per le miniere di piombo, zinco e argento; l’area di Guzzurra-Sos Enattos, dove si trovano miniere di piombo,zinco, rame e argento; l’area del Sarrabus -Gerrei dove erano fiorenti miniere di piombo, zinco, argento, rame, stagno e ferro, sfruttate fin dal tempo delle invasioni fenicio-puniche. Infine, l’area piu’ estesa e più importante che e’ quella del Sulcis-Iglesiente-Guspinese che rappresenta il 65% dell’intera area del Parco, importante per l’estrazione del piombo, argento, ferro, carbone, ma anche sotto l’aspetto geologico, economico, scientifico, paesaggistico, ambientale e storico. Si tratta di un territorio suggestivo con gallerie che arrivano fino a 500 metri di profondità e a 300 metri sotto il livello del mare. La parte del leone spetta alle aree del Sulcis, Iglesiente e Guspinese, che occupano il 65 per cento del parco (24.450 ettari), ricche di piombo, zinco, barite, oro e argento, ma povere di attività economiche e di popolazione attiva. I 26 comuni del Sulcis Iglesiente ad esempio hanno una popolazione residente di 149.000 unità, con densità di 66 abitanti per chilometro quadrato, contro una media della provincia di Cagliari di 112. Il nuovo ente e’ anche il custode dei valori che fanno del Parco un patrimonio tutelato dall’ UNESCO: il contesto geologico e strutturale con le sue peculiarita’ e le sue ricchezze mineralogiche, carsiche e paleontologiche; ma anche l’insieme delle testimonianze storiche e culturali dell’attivita’ mineraria, dal patrimonio tecnico scientifico legato alle opere dell’arte, della tecnica e dell’ingegneria mineraria;a quello di archeologia industriale, composto dalle strutture sotterranee e superficiali piu’ rappresentative e delle infrastrutture, con particolare riferimento ai sistemi di collegamento e di trasporto; alla testimonianza documentaria delle opere, degli insediamenti, delle tradizioni, degli usi, dei costumi e delle vicende umane collegante all’attività estrattiva. Dal punto di vista ambientale e storico, il Consorzio dovrà vigilare sulla tutela dei siti e degli habitat di interesse naturalistico, con particolare riferimento al paesaggio culturale generato dall’uomo per l’espletamento dell’attività mineraria e ai reperti archeologici e culturali. Avrà quindi il compito di recuperare e conservare le strutture minerarie e i siti geologici con particolare riguardo a quelli ambientalmente più compromessi ed a quelli più rappresentativi sotto l’ aspetto tecnico, scientifico e storico culturale, provvedendo a garantire la conservazione delle testimonianze in apposite strutture museali e archivistiche, applicando criteri di tutela ecologica e archeologica e promuovendo attività educative, ricreative, sportive e artistico-culturali oltre a quelle di formazione e di ricerca scientifica e tecnologica nei settori delle georisorse, dei materiali innovativi, dell’ambiente e delle fonti energetiche alternative, attraverso la costituzione, con l’università dell’Isola e con altri soggetti pubblici e privati, di centri di formazione e di ricerca di eccellenza di livello internazionale.

AMBIENTE:DA ANTICHE MINIERE A PARCHI NATURALI, CASI ITALIANI - Il sottosuolo del nostro paese custodisce una straordinaria ricchezza non solo dal punto di vista geominerario, ma anche ambientale. Sono impianti e scavi poco noti al grande pubblico, nei quali per decenni è stata praticata l’attività estrattiva, prima che fossero chiusi definitivamente per fine ciclo lavorativo, per questioni di sicurezza o per mere ragioni economiche. Negli ultimi anni molti di questi siti sono rinati a nuova vita, riconvertiti in favore dell’ambiente, in qualche caso del turismo e con ricadute complessivamente positive sul territorio. Il Parco della Sardegna è il caso italiano certamente più noto e significativo, ma lungo la penisola ci sono molti esempi di parchi geominerari. A Colere e nel comprensorio della Presolana (dove si estraevano fluorite ed i minerali del piombo e dello zinco), fino a tutta la Valle di Scalve (miniere di Ferro in Manina e soprattutto a Schilpario) e oltre (Val Bondione, zona del Belviso, Ardesio), fu praticata l’estrazione fin dal tempo dell’Impero Romano ed il minerale veniva trattato sul posto e spedito nei centri della Valle Camonica. Le memorie di secoli di attività si trovano nel Parco deominerario della Presolana, che oltre alla ricchezza naturalistica, offre un repertorio di documenti sui metodi di estrazione e sui minerali estratti. Nel bresciano invece, nell’ Alta Valle della Val Trompia, le strutture che fin dal 1300 videro l’estrazione in miniera, la trasformazione con i forni, la lavorazione in fucina sono state restituite a nuova vita grazie alla creazione di un Parco Minerario. La Toscana può vantare un numero considerevole di parchi geominerari: il Parco geominerario dell’Elba dove è possibile visitare la suggestiva miniera dove si trovano i minerali che caratterizzano la geologia dell’isola, ematite, pirite, quarzo. Le Colline Metallifere, situate in quella parte della Maremma Toscana anticamente conosciuta come Marittima, sono state nei secoli passati il complesso minerario più importante dell’ Italia continentale con oltre 3000 chilometri quadrati di territorio utilizzato a scopi estrattivi Etruschi, Romani, famiglie medioevali, moderne società minerarie scavarono numerose miniere in questi luoghi e ci hanno tramandato alcune testimonianze di archeologia mineraria di valore inestimabile. E’ qui che insiste il parco di San Silvestro e delle Colline Metallifere con le antiche miniere di pirite di Gavorrano, Ravi, Boccheggiano, Niccioleta, quelle di rame, piombo e zinco di Campiglia Marittima, Serrabottini e di Fenice di Capanne, l’ importante giacimento di pirite e solfuri misti di Campiano, le miniere di antimonio delle Cetine, la regione boracifera di Larderello ed i giacimenti di salgemma di Saline di Volterra , le miniere di rame di Montecatini Val di Cecina, le miniere di lignite di Casteani, Ribolla e Monte Bamboli Sassofortino. Un altro sito di rilevanza geologica è rappresentato dalla miniera di Ribolla, al centro di un territorio nel quale si può compiere il percorso storico delle attività estrattive nel grossetano. Il Parco Museo dell’Abbadia di San Salvatore, in provincia di Siena, è localizzato nell’area mineraria dov’era in funzione una delle più importanti miniere di mercurio del mondo. Il Parco presenta ai visitatori impianti e attrezzature minerarie, che costituiscono una significativa testimonianza di archeologia industriale. In Liguria esiste invece un museo minerario molto speciale. Collocato in una miniera di manganese ancora in funzione il Parco Minerario di Gambatesa offre ai visitatori un viaggio dal vivo nell’attività estrattive a nell’ambiente geologico. Dovrebbe essere prossima anche l’istituzione ufficiale grazie a un finanziamento assegnato dalla legge 93/2001, il Parco Museo Minerario delle miniere di zolfo delle Marche costituito dalla miniera di Cabernardi a Sassoferrato, in provincia di Ancona e quella di Perticara a Novafeltria, Pesaro, con lo scopo di realizzare un itinerario architettonico e naturalistico nei siti dell’attività mineraria del territorio. Nel 1991 la Regione Sicilia ha ufficializzato con una legge la nascita dell’Ente Parco Minerario Floristella Grottacalda, facendo del percorso nei 400 ettari su cui insistono le miniere di zolfo, un itinerario culturale e naturalistico.

MINIERE: RISORGE LA NATURA SU ROVINE VECCHI IMPIANTI EUROPEI - Se quello di Sardegna resta il laboratorio esemplare, anche altri Paesi europei hanno sperimentato il modello dei parchi geominerari. La Slovenia vanta un caso molto particolare: si tratta del parco museale, frutto della collaborazione tra la Miniera di Carbone di Velenje ancora in attività, con una produzione annuale di 4 milioni di tonnellate di lignite, con la città di Velenje e il locale Museo. In Francia esiste dal ’90 il museo dell’ex miniera di Serbariu, nell’area carbonifera della Lewarde dove lavoravano 200 mila minatori e nel quale è possibile percorrere attraverso una galleria sotterranea aperta al pubblico, un viaggio dell’attività mineraria. In Austria la vecchia miniera d’argento di Schwarz è stata trasformata in un luogo di attrazione turistica. E in Svezia si possono visitare le miniere di ferro Kiruna, ancora in attività. In Gran Bretagna, Galles e Cornovaglia vantano importanti musei minerari, che presto assumeranno il carattere di veri e propri parchi minerari: si tratta del museo della miniera di Llywernog nel Galles e quello della miniera di Re Edoardo a Camborne in Cornovaglia. Ma è soprattutto la Ruhr a costituire un modello esemplare. Centocinquant’anni fa la Regione della Ruhr era un avvallamento paludoso, quasi disabitata e con centri urbani che non oltrepassavano i 500 residenti. Fu soltanto a partire dalla metà dell’800 che questo centro divenne uno dei più importanti poli produttivi d’Europa, specializzato nell’ attività estrattiva ed in quella siderurgica. Nel giro di un secolo il territorio subì una profonda mutazione: su una superficie di 4432 kmq, gli abitanti passano da circa 300 mila a 5,7 milioni; le 142 miniere esistenti arrivano ad estrarre fino a 124 milioni di tonnellate di carbone/anno; sorgono 31 porti industriali fluviali; la rete della grande viabilità (autostrade e tangenziali) raggiunge la lunghezza di circa 1400 km. Ma l’altra faccia di questo formidabile sviluppo industriale è stato il degrado dell’ambiente. Che si è cercato di circoscrivere realizzando una rete di depuratori distribuita sul territorio, rivitalizzando i fiumi, intervenendo sul dissesto idrogeologico, con un sistema articolato di specchi d’acqua, zone umide e corsi d’acqua, e soprattutto effettuando poderose operazioni di bonifica dei terreni contaminati. Ma soprattutto è stato realizzato l’Emscher Park, il complesso paesaggistico di Duisburg Nord che sorge su un’area di 2 milioni di metri quadrati delle ex acciaierie Meiderich della società Thyssen. Si tratta di intervento, che costò solo per l avvio più di 100 milioni di marchi, e che è stato totalmente finanziato dal Land. La realizzazione del parco è stata graduale proprio per favorire il coinvolgimento dei cittadini, anche nella fase di progettazione. E la natura a farla da protagonista con 300 diversi tipi di piante e felci selvatiche, 60 tipi di uccelli e 13 tipi di rettili e anfibi. Ma sono state valorizzate anche le vestigia del passato produttivo dell’area: le acciaierie sono state trasformate in archivi multimediatici, itinerari panoramici consentono di accedere agli altiforni alti oltre 85 metri, le impervie pareti degli impianti sono state trasformate in palestre per free-climbing; e i gasometri sono diventati piscine per scuole di sub. In larga parte i terreni contaminati non sono stati rimossi: le bonifiche sono state effettuate sul sito e in alcuni casi grandi volumi di scorie inertizzate sono state impiegate per creare sculture di terra, colline e piramidi. In altri casi sono state isolate e utilizzate come per terrazzamenti di terreni fertili in modo da permettere la coltivazioni di specie autoctone, come nel parco di Osterferld.

(foto S.D., archivio GrIG)

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S.O.S. Pipistrelli ed Anfibi !


In molte aree minerarie dismesse dell?Iglesiente, attualmente a Sa Duchessa e Malacalzetta (Comuni di Domusnovas e Fluminimaggiore) l?IGEA s.p.a., la società che gestisce i siti minerari di titolarità regionale, sta ponendo in essere le operazioni di “messa in sicurezza” degli impianti minerari. Fra l?altro la completa chiusura delle gallerie minerarie dismesse con muri generalmente in blocchetti di calcestruzzo. Queste operazioni, però, precludono l?accesso e l?uscita dai propri siti di ricovero delle popolazioni di Chirotteri e di anfibi urodeli delle species speleomantes, tutelate ai sensi della direttiva n. 92/43/CEE sulla salvaguardia degli habitat naturali e semi-naturali, la fauna e la flora. In questi modi sono condannate alla distruzione. Raccogliendo preoccupate e qualificate segnalazioni di turisti e della Federazione Speleologica Sarda, le associazioni ecologiste Amici della Terra, Lega per l?Abolizione della Caccia e Gruppo d?Intervento Giuridico hanno inoltrato (nota del 13 giugno 2006) un?urgente richiesta di modifica delle modalità di “messa in sicurezza” delle gallerie minerarie alla Commissione europea, al Ministero dell?ambiente, all?Assessorato regionale della difesa dell?ambiente ed al Corpo forestale e di vigilanza ambientale. In questo caso basterebbe veramente poco per ottenere un risultato importante: sarebbe sufficiente lasciare un?idonea apertura e pipistrelli ed anfibi sarebbero al sicuro. Si attende in tempi rapidi la soluzione a portata di mano.

Lega per l?Abolizione della Caccia, Gruppo d?Intervento Giuridico e Amici della Terra

(foto A. N.)

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Un bel "NO" per salvare la Costituzione e contro chi vuol dividere l’Italia !!!


Il prossimo 25 giugno 2006 dovremo tornare alle urne. Dovremo tornarci anche se ci sarà caldo ed avremo voglia di andare al mare. Prima si va a votare, poi al mare. Per salvare la costituzione, per salvare l?Italia da un farneticante progetto di divisione giuridica, morale, sociale ed economica. Per votare ?NO? al referendum confermativo sulla riforma della costituzione votato dalla vecchia ed irresponsabile maggioranza parlamentare uscita sconfitta dalle elezioni politiche dello scorso aprile.

Questa è una riforma della costituzione che incide radicalmente sulle regole democratiche dell?Italia repubblicana. Il testo definisce una nuova forma di governo prevedendo un enorme ampliamento dei poteri del ‘Primo ministro’, secondo la nuova definizione. Egli non si limita a garantire l?unità dell?indirizzo politico ma lo ‘determina’. Non si limita a chiedere lo scioglimento anticipato delle Camere al Presidente della Repubblica, ma può imporlo ‘assumendone’ l?esclusiva responsabilità. Infine, diventa praticamente inamovibile perché può essere sostituito solamente a condizione che la maggioranza assoluta dei componenti della Camera sia in grado di presentare un altro Primo ministro, altrimenti si và a nuove elezioni.

Questa folle riforma modifica, inoltre, la forma di Stato con la c.d. ‘devolution’ attribuendo competenza legislativa esclusiva alle Regioni in materia di sanità, scuola e sicurezza. Apparentemente si tratta di una riforma che da più poteri alle Regioni. In realtà, si tratta di una disciplina che mette a rischio tre diritti fondamentali previsti dalla nostra Costituzione: salute, educazione, sicurezza. In palese violazione del fondamentale diritto di uguaglianza sancito nell?art. 3 della costituzione.

Questa folle riforma cambia anche la struttura del Parlamento, modificando ruoli e competenze del Senato in maniera talmente complessa e farraginosa da far pensare ad una volontà di impedire al Parlamento di approvare buone leggi.

Infine, come se non bastasse, degrada gli strumenti e i poteri degli organi di garanzia costituzionale. Il Presidente della Repubblica diventa un mero notaio delle volontà della maggioranza incarnata dal Primo Ministro; la Corte costituzionale vede salire da 5 a 7 i giudici di nomina parlamentare con un maggior rischio di influenza politica sulle decisioni della Corte.

La legge di revisione è titolata ‘riforma della II parte della Costituzione’, ma incide anche sui principi fondamentali scritti nella prima parte della Costituzione quali il dovere di solidarietà tra i territori sancito dall?art. 2, l?uguaglianza fra i cittadini previsto dall?art. 3, l?unità e l?indivisibilità della Repubblica di cui all?art. 5; la tutela eguale di diritti fondamentali quali l?istruzione e la salute.

A questa farneticante e schizofrenica riforma costituzionale dobbiamo rispondere un bel ?NO?, con la matita, sulla scheda referendaria. Il prossimo 25 giugno. Non dimentichiamolo: ne va del presente e del futuro dell?Italia e degli italiani.

Amici della Terra Gruppo d?Intervento Giuridico

Per chi volesse saperne di più, segue una SCHEDA INFORMATIVA con argomentazioni tratte dal Comitato per il referendum sulla riforma della seconda parte della costituzione (www.referendumcostituzionale.org e www.salviamolacostituzione.it)

Con una legge approvata in terza lettura dalla Camera dei Deputati il 20 ottobre 2005 e in quarta lettura dal Senato della Repubblica il 16 novembre 2005, e pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 269 del 18 novembre 2005, il Parlamento ha approvato una profonda riforma della Costituzione, la legge fondamentale della Repubblica Italiana che disciplina i principali diritti e doveri dei cittadini e le funzioni dei più importanti organi dello Stato (le Camere, il Presidente della Repubblica, il Governo, la Magistratura, gli Enti locali e la Corte Costituzionale). Le modifiche non sono ancora operative perché bisognerà attendere l?esito del referendum popolare che deciderà definitivamente se questa legge dovrà entrare in vigore (la sua pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale ha solo lo scopo di consentire la richiesta di referendum e infatti alla legge costituzionale non è stato ancora assegnato un numero).
Non è la prima volta che il Parlamento apporta delle modifiche alla Costituzione, tuttavia, mentre i precedenti interventi riguardavano solo alcune disposizioni costituzionali, in questo caso la riforma interessa ben 50 articoli.
In particolare, sono stati completamente modificati i rapporti tra Parlamento, Governo e Presidente della Repubblica, nonché quelli tra Stato ed Enti locali.

Siamo in presenza di un completo stravolgimento delle regole che disciplinano i rapporti tra questi organi sin dall’entrata in vigore della nostra Costituzione, il 1° gennaio 1948.
Se la riforma sarà approvata dai cittadini, l’Italia non sarà più una Repubblica parlamentare, in cui cioè il Parlamento esprime il Governo e può costringerlo alle dimissioni votandogli contro. Secondo la legge di riforma, infatti, la vita politica ruoterà intorno alla figura del Primo Ministro, che potrà sostanzialmente imporre al Presidente della Repubblica lo scioglimento della Camera dei Deputati. Inoltre, l?introduzione di un?accentuata autonomia regionale in delicate materie quali la scuola e la sanità potrebbe minacciare i principi di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge e di unità e indivisibilità della Nazione.

Oggi l?articolo 117 della costituzione dispone la ripartizione delle competenze legislative tra lo Stato e le Regioni, prevedendo materie che sono di competenza esclusiva statale (per esempio la politica estera, i rapporti internazionali, l?immigrazione, la difesa, la sicurezza dello Stato, le leggi elettorali, la giurisdizione, l?ordinamento penale e civile, le norme generali sull?istruzione, la tutela dell?ambiente ecc.) e materie di competenza ?concorrente? nelle quali il potere legislativo spetta alle Regioni, pur essendo riservata allo Stato la definizione dei principi fondamentali (per esempio il commercio con l?estero, la tutela e la sicurezza del lavoro, l?istruzione, la ricerca, la tutela della salute, l?alimentazione ecc.). Per tutte le altre materie non riservate alla competenza statale o concorrente, il potere legislativo spetta alle Regioni.Questa è la disciplina attualmente in vigore, come definita con le modifiche costituzionali introdotte nel 2001.
Con la riforma costituzionale approvata ora dal Parlamento si sono ampliate le competenze legislative regionali (riducendo corrispondentemente quelle statali e di legislazione concorrente), affidando espressamente alle Regioni in via esclusiva alcune importanti materie (la cosiddetta devolution), oltre alla competenza residuale per ogni altra materia non espressamente riservata alla legislazione dello Stato.
In particolare, non è più prevista la competenza concorrente Stato- Regioni in materia sanitaria. Allo Stato resta la ?tutela della salute, sicurezza e qualità alimentari?, essendo demandata esclusivamente alle Regioni la competenza legislativa in materia di ?assistenza e organizzazione sanitaria?.
È inoltre prevista la competenza esclusiva regionale in materia di ?organizzazione scolastica, gestione degli istituti scolastici e di formazione, salva l?autonomia delle istituzioni scolastiche? e di ?definizione della parte dei programmi scolastici e formativi di interesse specifico della Regione?:
Infine, è attribuita alle Regioni la competenza legislativa in materia di ?polizia amministrativa regionale e locale?.
Secondo alcuni costituzionalisti, la riforma non potrebbe incidere sui vincoli oggi derivanti dagli obblighi comunitari e internazionali e dai principi generali contenuti nella Costituzione, così che lo Stato manterrebbe la competenza esclusiva nella determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni relative
all?istruzione e alla salute.
C?è però la possibilità, molto concreta e assai più preoccupante, che la competenza legislativa esclusiva ora attribuita alle Regioni in materia di ?assistenza e organizzazione sanitaria? e di ?organizzazione
scolastica e formazione? venga interpretata e attuata ? sotto la spinta di fattori economici e di volontà politiche ? in modo del tutto nuovo e diverso rispetto alle altre competenze regionali e autorizzi la frantumazione dei sistemi sanitari e scolastici e, di conseguenza, forti differenziazioni di prestazioni nelle
diverse regioni. Ciò potrebbe determinare diversi regimi di accesso alle prestazioni sanitarie o agli istituti scolastici per i residenti e i non residenti in una determinata Regione e un corredo di preclusioni, ostacoli e discriminazioni del tutto ignoti nell?attuale ordinamento.
A fronte della accresciuta potestà legislativa regionale è previsto, peraltro, il potere del Parlamento in seduta comune, attivato su iniziativa del Governo, di annullare una legge regionale qualora si ritenga che rechi pregiudizio all?interesse nazionale.
È facile ipotizzare come tale previsione possa determinare, in concreto, una significativa limitazione dell?autonomia delle Regioni amministrate da maggioranze diverse da quella governativa, lasciando effettiva autonomia solo alle Regioni che esprimono la medesima maggioranza politica del potere centrale.
La riforma costituzionale interviene sulla composizione e sul funzionamento del Parlamento, introducendo alcune modifiche che, incidendo sul rapporto con il Primo Ministro e con il Governo, comportano un sostanziale depotenziamento dello stesso Parlamento.

L?ATTUALE STRUTTURA DEL PARLAMENTO E IL SUO FUNZIONAMENTO
La nostra Costituzione demanda il potere legislativo dello Stato al Parlamento, composto da due distinti rami, il Senato della Repubblica e la Camera dei Deputati.
Pur avendo una composizione numerica diversa di parlamentari, le due Camere hanno le medesime funzioni, così che ogni legge deve essere sempre approvata, nello stesso testo, da ciascuno dei due rami del Parlamento. Si dice, perciò, che l?attuale sistema realizza il bicameralismo perfetto.

COME CAMBIA IL SENATO
Oltre ad apportare cambiamenti sul numero dei componenti le due Camere e sull?età necessaria per votare ed essere eletti, la riforma costituzionale modifica significativamente il sistema bicamerale.
Il Senato, che prende il nome di Senato Federale della Repubblica, sarà eletto su base regionale, in concomitanza con il rinnovo dei singoli Consigli Regionali e dovrà garantire la rappresentanza
territoriale di tutte le Regioni.
Poiché le elezioni dei Consigli Regionali non avvengono tutte contemporaneamente, il Senato diventerà un organo permanente, soggetto a rinnovi parziali in dipendenza della vita dei singoli Consigli Regionali e non avrà quindi più una durata predeterminata.
Le modalità di elezione previste per il Senato Federale non sono peraltro in grado, secondo molti studiosi di diritto costituzionale, di assicurare, come vorrebbe il progetto riformatore, una vera rappresentanza territoriale perché non è previsto, di fatto, alcun collegamento tra ciascun senatore e le amministrazioni locali.
Inoltre, potranno essere eletti al Senato Federale, con limitazioni ritenute da molti inammissibili, solo coloro che siano stati in precedenza eletti nel Consiglio Regionale, oppure abbiano ricoperto o ricoprano cariche elettive in enti pubblici territoriali locali o regionali, o risultino residenti nella Regione alla data di indizione delle elezioni.
Due sono le caratteristiche più rilevanti del nuovo Senato:
? L?assenza di un rapporto di fiducia con il Governo.
? La conseguente indifferenza del Senato rispetto allo scioglimento anticipato (previsto solo per la Camera dei deputati).

IL BICAMERALISMO IMPERFETTO
La modifica più significativa riguarda, però, le competenze legislative attribuite a ciascuna delle due Camere.
È previsto, infatti, che, a seconda dell?oggetto, vi siano leggi perfettamente bicamerali, per le quali rimane (come oggi) la competenza di entrambi i rami del Parlamento, e leggi solo eventualmente bicamerali, così definite perché sono devolute alla competenza di uno dei due rami del Parlamento e per le quali l?altra
Camera ha solo il potere di proporre modifiche.
Sono così demandate alla competenza della Camera dei Deputati le materie per le quali lo Stato ha competenza legislativa esclusiva e a quella del Senato Federale le leggi per le quali vi è competenza legislativa concorrente – cioè quelle nelle quali lo Stato deve fissare solo i principi fondamentali della materia, essendo lasciata alle Regioni la disciplina di dettaglio.

LEGGI PERFETTAMENTE BICAMERALI
? le leggi riguardanti la determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale.
? le leggi elettorali.
? le leggi che disciplinano gli organi di governo e le funzioni fondamentali di Comuni, Province e Città metropolitane.
È evidente un primo passo verso l?indebolimento del sistema parlamentare.
È previsto, però, che sulle materie di competenza legislativa del Senato, il Governo abbia il potere di attribuire alla Camera (con cui è instaurato il rapporto fiduciario) la competenza a decidere su una determinata legge, se ritiene quella proposta ?essenziale per l?attuazione del suo programma?.
In conclusione, il nuovo Senato è considerato un organo di rappresentanza territoriale o regionale, non interviene nell?approvazione di tutte le leggi e anche quelle per cui è prevista la sua competenza possono essere attribuite dal Governo alla Camera, per impedirne la mancata approvazione.
Il risultato che ne deriva è quello di un sistema complesso e farraginoso, nel quale uno dei due rami del Parlamento, il Senato, viene depotenziato e, essendo svincolato dal rapporto di fiducia con il Governo, può vedersi sottrarre competenze in favore della Camera dei Deputati che, invece, come vedremo, viene a essere assoggettata ai voleri del Primo Ministro.

I POTERI DEL GOVERNO E DEL PRIMO MINISTRO
Il progetto di depotenziamento del Parlamento si completa nella definizione dei poteri del Primo Ministro – e solo conseguentemente del Governo.
? Il Primo Ministro è designato dagli elettori, non più come capo di una coalizione (che può quindi essere sostituito nel corso della legislatura), ma come premier assoluto, che dura in carica tutta la legislatura (salva l?ipotesi di ?sfiducia costruttiva?).
? Il Primo Ministro ha il potere esclusivo di scelta dei Ministri che formano il Governo, rimanendo al Presidente della Repubblica solo un intervento di ratifica e di presa d?atto delle scelte del premier.
? La sola Camera dei Deputati vota il programma presentato dal Primo Ministro assicurandogli il potere di attuazione dello stesso (non è quindi più previsto il voto di fiducia delle due Camere).
? La sfiducia, che può essere votata dalla sola Camera dei Deputati nei confronti del Primo Ministro, lo obbliga alle dimissioni, ma queste determinano lo scioglimento della Camera e la fine della legislatura (sempre salva l?ipotesi della ?sfiducia costruttiva?).

IL VOTO SUL PROGRAMMA, LA QUESTIONE DI FIDUCIA, LA SFIDUCIA E LA SFIDUCIA COSTRUTTIVA
Il Primo Ministro illustra il programma di Governo alla Camera dei Deputati per ottenere il voto che ne assicuri l?attuazione.
È stata eliminata la mozione di fiducia, ma nel corso della legislatura il Primo Ministro potrà porre alla Camera la questione di fiducia per fare approvare con priorità proposte governative ritenute necessarie per l?attuazione del programma, pena le sue dimissioni.
La legislatura è inscindibilmente legata al Primo Ministro, il quale ha il potere sostanziale di scioglimento della Camera dei Deputati, solo formalmente attribuito al Capo dello Stato, che infatti deve provvedervi se richiesto dal Primo Ministro e non può procedere autonomamente allo scioglimento.
Oltre che la morte, l?impedimento e le dimissioni, anche il voto di sfiducia, conseguente a una mozione presentata da almeno un quinto dei componenti della Camera, determina le dimissioni del Primo Ministro, lo scioglimento della Camera e nuove elezioni.
La Camera può evitare il suo scioglimento solo attraverso un istituto di difficile attuazione, la ?sfiducia costruttiva?. Si tratta dell?indicazione di un nuovo Primo Ministro e dell?impegno della maggioranza a proseguire nell?attuazione del programma di inizio legislatura. La sfiducia costruttiva deve essere approvata, con appello nominale, dai deputati appartenenti alla stessa maggioranza governativa del Primo
Ministro uscente, perché non è consentita la formazione di un nuovo Governo grazie al concorso delle opposizioni (norma cosiddetta ?antiribaltone?).
Per la Camera che la voti, la mozione di sfiducia rappresenta, in definitiva, un vero e proprio suicidio, perché a essa consegue, nella generalità dei casi, la fine della legislatura e l?indizione di nuove elezioni.

Il progetto di riforma, non solo costituzionalizza il ?premierato?, ma determina un legame strettissimo tra la legislatura e la persona del Primo Ministro, rendendo praticamente impossibile la sua sostituzione anche nel caso sia responsabile di fatti gravi.

Le modifiche alla composizione della Corte Costituzionale
La Corte Costituzionale, prevista e disciplinata agli articoli dal 134 al 137 della nostra Costituzione, è un organo che, restando al di fuori dei tre classici poteri, legislativo, esecutivo e giudiziario, assume, unitamente al Presidente della Repubblica, funzioni di supremo garante delle norme costituzionali.
Questo compito si svolge essenzialmente nel controllo di costituzionalità delle leggi, nonché nella risoluzione dei conflitti tra i poteri dello Stato, tra Stato e Regioni e tra diverse Regioni.
La Corte Costituzionale, inoltre, giudica degli addebiti mossi al Presidente della Repubblica che sia messo in stato d?accusa dal Parlamento per ?alto tradimento? e ?attentato alla Costituzione?.
Come si vede, proprio per la delicatissima funzione che svolge e per la posizione di equidistanza che deve mantenere da ciascuno dei poteri dello Stato, la Corte Costituzionale deve godere della massima indipendenza.
Per questo la nostra Costituzione prevede che, dei quindici giudici che la compongono, cinque siano nominati dal Presidente della Repubblica, cinque vengano eletti da Camera e Senato in seduta comune e cinque dai giudici delle supreme magistrature (Corte di Cassazione, Consiglio di Stato e Corte dei Conti).
La legge di riforma costituzionale appena approvata dal Parlamento altera la composizione della Corte Costituzionale, perché, lasciando immutato il numero dei giudici, prevede che al Presidente della Repubblica e alle supreme magistrature sia demandata la nomina di quattro giudici ciascuno, attribuendo
così al Parlamento il potere di nomina dei restanti sette giudici (tre nominati dalla Camera e quattro dal Senato Federale integrato dai Presidenti delle Giunte delle Regioni e delle Province autonome di Trento e Bolzano). Ben sette giudici su quindici saranno quindi di nomina strettamente politica.
L?alterazione dell?originaria ed equa tripartizione delle nomine non può assumere altro significato
che quello di garantire un maggiore controllo politico sulle decisioni della Corte Costituzionale, tentando di minarne il ruolo di supremo e indipendente custode delle norme e degli equilibri costituzionali.

la parola ai cittadini: ORA TOCCA A CIASCUNO DI NOI ESPRIMERE LA PROPRIA VOLONTÀ
Come si è detto nella parte introduttiva, è la stessa Costituzione che prevede il meccanismo di modifica delle sue norme (articolo 138).
Dopo due successive approvazioni (a distanza non inferiore di tre mesi) da parte di entrambe le Camere, la legge che modifica la Costituzione può essere sottoposta a referendum ?confermativo? se nella seconda votazione non è stata approvata con la maggioranza dei due terzi dei suoi componenti.
Il doppio passaggio dalle due Camere (per le leggi ordinarie è sufficiente che lo stesso testo sia approvato una sola volta da ciascuna Camera) vuole garantire che le scelte che si adottano
vengano ponderate il più possibile. La previsione del referendum, inoltre, consente al popolo di manifestare la sua volontà quando la maggioranza con la quale la legge è stata approvata
in Parlamento non sia tale da esprimere una generale e diffusa condivisione dei suoi contenuti.
È il nostro caso.
La seconda votazione (come già la prima) non ha riportato una maggioranza così ?schiacciante? e, quindi, entro tre mesi dalla sua approvazione, può essere presentata richiesta di referendum da parte o di 500 000 elettori, o di cinque Consigli regionali, o, infine, di un quinto dei membri di una delle due Camere.
Molti comitati si sono attivati per raccogliere le firme e chiedere che si dia luogo al referendum.
Il voto referendario è un compito di grande responsabilità che ognuno deve assolvere con piena consapevolezza.
Cambiare la Costituzione è un affare molto serio, che non può essere delegato a nessuno.
È la stessa Costituzione che vuole che i cittadini esprimano la loro volontà, prescindendo dalle posizioni assunte dai parlamentari.
Non soltanto, quindi, è indispensabile partecipare al voto, ma è necessario che ciascuno di noi conosca effettivamente quali sono i cambiamenti in atto ed esprima la propria opinione.
Il referendum non è soggetto ad alcun quorum per la sua validità (non è necessario, quindi, che partecipi la maggioranza degli aventi diritto al voto, come avviene per i referendum abrogativi) e non è previsto un voto per ciascuna modifica costituzionale.
Il voto che saremo chiamati a esprimere riguarda l?intera legge di modifica nel suo complesso.

(foto C.L., archivio GrIG)

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Tumori per "cause ambientali" in Italia.

10 Giugno 2006 Commenti chiusi


da A.N.S.A., 10 giugno 2006, ore 17.38

TUMORI: NEL CORSO DELLA VITA COLPITI 1 UOMO SU 3 E 1 DONNA SU 4
FIRENZE – In Italia l’incidenza dei tumori e’ in crescita e si stima che un uomo su tre e una donna su quattro svilupperanno una patologia oncologica nel corso della vita. Sono alcuni dei dati diffusi stamani dal Cspo, l’Istituto scientifico per la prevenzione oncologica della Regione Toscana, che stamani ha festeggiato i 40 anni di attivita’ durante un convegno a Firenze.

Durante l’ incontro sono stati ricordati anche recenti studi, che sottolineano che l’80% dei tumori sarebbe legato a fattori di tipo ambientale e a stili di vita errati. Primo fra questi il fumo (29%), il consumo eccessivo di alcolici (4%) e l’obesita’ (3%), ma anche il basso consumo di frutta e verdura (3%), la scarsa attivita’ fisica (2%) e l’inquinamento urbano (1%). Tutti fattori che, sommati, sono responsabili del 40% dei decessi per tumore. All’ iniziativa hanno partecipato, tra gli altri, l’ oncologo Sandro Veronesi, Enrico Rossi, assessore alla salute per la Regione Toscana e coordinatore degli assessori regionali alla sanita’, e Marco Rosselli Del Turco, direttore scientifico del Cspo.

‘Le grandi possibilita’ che oggi abbiamo per ridurre l’ incidenza dei tumori nel mondo – ha commentato Rosselli Del Turco – non sono ancora pienamente utilizzate. Per i prossimi 10-20 anni, abbiamo l’ obiettivo, ambizioso ma possibile, di ridurre del 10% tale incidenza nella comunita’, il che significa 25 mila casi di tumore in meno ogni anno in Italia’.

(foto S.D., archivio GrIG)

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Irak, guerra ed ipocrisie…..


Una cosa è giocare con i ?soldatini?, chi non l?ha fatto da bambino ? Ed in tanti continuano a farlo anche da adulti anche per rimanere un po? bambini. Cosa ben diversa è la guerra. Quella vera.
E? morto un altro ragazzo italiano in Irak, è morto un altro soldato. Ormai siamo a 38 morti italiani. Un altro sardo. Noi sardi siamo sempre stati bravi a fare la guerra. Fin dalla più remota antichità venivamo assoldati come mercenari. Dai punici, forse prima ancora anche dagli egiziani. Poi dai romani, come auxilia. Nel medioevo un po? da tutti. C?erano archibugieri sardi sulle navi cristiane a Lepanto. Nelle Fiandre seicentesche divenne famoso, anche per la crudeltà, il Tercio de Cerdegna. E così via. Abbiamo contribuito, con il nostro sangue, molto più di tanti altri a fare l?Italia unita. Durante la prima guerra mondiale la Brigata Sassari si è distinta agli occhi della Nazione. Anche e soprattutto per i tanti morti che hanno costruito la vittoria. La “grande guerra” costò alla “Sassari” oltre 15.000 perdite (2.164 caduti e 12.858 tra feriti, mutilati e dispersi). Caddero 138 “sassarini” ogni 1.000 incorporati (la media nazionale fu di 104). 6 ordini militari di Savoia, 9 medaglie d’oro al valor militare, 405 d’argento, 551 di bronzo rappresentano il riconoscimento del valore individuale dei sardi che si batterono nei due Reggimenti (il 151° ed il 152°), ciascuno dei quali venne decorato con 2 medaglie d’oro al valor militare (caso rimasto unico nel nostro Esercito, nell’arco di una sola campagna di guerra). Durante la seconda guerra mondiale i ?sassarini? vennero mandati su uno dei fronti più sanguinari e bastardi, quello jugoslavo. E non per caso. Ora, a turno con altre unità dell?Esercito, sono inviati in Irak, con la missione ?Antica Babilonia?. Missione di pace ? Non pare proprio. Non sembra che laggiù ci siano soltanto quattro ?terroristi?. Soprattutto, nessuno vuole ammettere che i pretesi ?terroristi? sono saltati fuori soltanto dopo l?invasione dell?Irak. La morte di un soldato, tutto sommato, ci sta nel conto. In guerra. Allora si deve avere il coraggio di dire e di riconoscere che quella in corso in Irak a partire dal 20 marzo 2003 è semplicemente una guerra, come ce ne sono state migliaia e migliaia, piccole e grandi, nella storia dell?uomo. E questa è una guerra costruita sulle bugie, bugie internazionali ?vendute? come verità di fede. Balle fenomenali come le mitiche ?armi di distruzione di massa? esistite soltanto nella fantasia di Saddam Hussein, il deposto dittatore irakeno che, magari, le avrebbe volute avere, e di George W. Bush, presidente U.S.A. che le ha ?inventate?. Altra ?scusa? successiva è diventata la ?liberazione del popolo irakeno? che non pare avesse chiesto nulla? Quale ?popolo irakeno? poi ? Gli sciiti filo-iraniani ? I kurdi, ormai semi-autonomi ? Le minoranze turcomanne ? Da anni questa pretesa ?liberazione? ha portato l?Irak in una situazione di guerra civile e di terrorismo generalizzato. Bel risultato. Silenzio su alcuni ?possibili? motivi molto più reali: il controllo di enormi risorse petrolifere e delle relative vie di rifornimento, i lucrosi ?contratti? in favore di società multinazionali per la ?ricostruzione? dell?Irak?.. Questi sono interessi geo-politici ed economici fondamentalmente americani. Si deve anche avere il coraggio di dire che i 2.600 soldati italiani (erano 3.200 fino al settembre 2005) stanno facendo la guerra in Irak per interessi fondamentalmente americani. E? vero, la missione ?Antica Babilonia? svolge da tre anni in Iraq compiti ben precisi: creazione e mantenimento di un ambiente sicuro; concorso all’ ordine pubblico e polizia militare; supporto alle attività di sminamento; rilevazioni biologiche e chimiche; assistenza sanitaria; gestione aeroportuale; supporto alle attività dell’ Ufficio per la ricostruzione e l’ assistenza umanitaria; ripristino di infrastrutture pubbliche essenziali. Per quanto riguarda l’ addestramento, il Dipartimento del contingente italiano che si occupa del supporto tecnico-addestrativo e logistico alle forze di sicurezza irachene, ha finora formato circa 2.000 militari dell’ Iraqi Army e circa 11.000 uomini appartenenti alle forze di polizia locali. Per gli aiuti, i militari italiani hanno completato in Irak 118 progetti, 69 sono in corso e 22 in fase di finalizzazione per un impegno complessivo di 11,5 milioni di euro. Tra i progetti vi è la costruzione o ristrutturazione di 32 scuole, 6 strutture sanitarie, 12 strade, oltre a stazioni di pompaggio per l’ acqua ed alla fornitura di attrezzature scolastiche. Gli italiani hanno anche contribuito alla salvaguardia del patrimonio archeologico del Paese. Tutto questo è molto bello, ma, fra qualche anno, quando magari il Comune di Selargius dedicherà una via ad Alessandro Pibiri, ci si interrogherà con maggiore serenità sul perchè è andato a morire dilaniato in un accidenti di sconosciuta cittadina irakena. Che cosa ci si potrà rispondere ? Perché le Cadillac Escalade 6000 di cilindrata dei borghesotti americani continuassero a girare le loro città ?bevendo? 26,1 litri di benzina ogni 100 km. alla faccia del mondo ?

da La Nuova Sardegna, 9 giugno 2006

Una camera ardente anche di polemiche. Il fratello di Pibiri contro Diliberto che chiedeva: cosa stiamo ancora a fare in Iraq ?
«Noi italiani siamo andati lì per fare qualcosa di buono».
PIERO MANNIRONI.

ROMA. La distanza tra le stanze segrete del dolore e il dolore della politica può diventare infinita. E il filo comune che le lega arrivare a tendersi, ad estenuarsi fino a spezzarsi. Portando così a un conflitto violento tra due sentimenti che hanno sostanza e linguaggio diversi. Come è accaduto davanti ai cancelli dell?ospedale militare del Celio, dove Mauro Pibiri, il fratello del povero Alessandro, ha scagliato parole incandescenti contro «un politico di estrema sinistra», che non è difficile identificare nel segretario dei comunisti italiani Oliviero Diliberto.
E? stato infatti Diliberto, il primo politico a rendere omaggio alla salma del caporalmaggiore di Selargius, ultima vittima italiana nell?inferno iracheno. Il segretario dei Comunisti italiani esce poco dopo le 13,30 dalla camera ardente nella quale sono state composte le spoglie di Alessandro. E? teso e pallido, l?ex ministro della Giustizia. Turbato. Sotto un sole cattivo che tormenta i soldati del picchetto d?onore, accetta di parlare dicendo in fondo quello che ha sempre detto. Questa volta, però, c?è in più una polemica esplicita con il vicepremier e ministro degli Esteri Massimo D?Alema. «Andiamo via subito da lì – dice infatti – non capisco proprio cosa stiamo a farci. Massimo D?Alema ha parlato del ritiro delle nostre truppe dall?Iraq in autunno? Mi spiace, ma questo non è in linea con il programma dell?Unione. Le nostre posizioni non concordano».
E poi: «In Iraq c?è una guerra civile in atto e nessuno vuole guardare in faccia la realtà. Si sta giocando al massacro sulla pelle dei nostri ragazzi. No, io a questo non ci sto». Il leader dei Comunisti italiani dice poi di capire molto bene le parole del padre di Alessandro: «Sottoscrivo quello che ha detto e rispetto profondamente il suo dolore. E anche io mi pongo la sua domanda disperata: ?Quando ce ne andiamo? Vogliamo avere altre tragedie sulla coscienza? Lo chiedo al mio Governo. La nostra presenza militare a Nassiriya sta causando lutti su lutti e non ha ragione né militare, né civile. Andarci è stato solo un ubbidire a Bush?». E allontanandosi Diliberto conclude: «Vorrei che fosse ben chiaro che i comunisti non sono contro i militari, ma sono contro la guerra». Niente fa presagire che quelle parole siano come benzina gettata nel vulcano di emozioni che sta tormentando Mauro, il fratello di Alessandro. Non c?è infatti, nelle parole di Diliberto, nessuna polemica contro i militari, ma la sua fin troppo ben conosciuta avversione alla guerra e il suo dichiarato dissenso alla missione ?Antica Babilonia?. Eppure quel distinguo deve essere un confine molto labile, forse addirittura inesistente, nel cuore e nella testa di Mauro Pibiri. Un uomo con le stellette cucite sulla pelle. D?altra parte, come non capire chi, davanti a una bara coperta con il tricolore, deve metabolizzare il proprio lutto e trovare una ragione a un vuoto arido e crudele? Si sa: la morte è unica e irripetibile e per questo forse vuole un segno unico e irripetibile per chi sa che deve trasformare una parte del proprio vivere in memoria. E quel segno deve trovare la consolazione di una ragione. Libera dal cordoglio collettivo, dove non tutte le presenze sono vere, perché accanto al dolore che morde l?anima, ci sono presenze di convenienza, condoglianze predefinite nelle parole e nei gesti, abbracci anonimi e riti religiosi che ripetono stancamente se stessi. Mauro Pibiri è quasi costretto a parlare. I giornalisti fuori dai cancelli chiedono infatti con insistenza una testimonianza dei parenti di Alessandro. Il padre Marco non ce la fa. Con l?ex tenente della Brigata Sassari c?è anche il padre di Valentina, la fidanzata di Alessandro. E proprio da lui arrivano i primi segnali della tempesta: «Sono state dette cose molto pesanti. La verità è che i nostri militari sono andati in Iraq per fare qualcosa di buono». Ma è subito Mauro Pibiri a parlare. Parole affilate, le sue: «Lo sappiano tutti, a destra, a sinistra e al centro che i nostri militari in Iraq si stanno facendo valere perchè fanno davvero qualcosa di buono, alla faccia di qualche politico di estrema sinistra che è venuto a dire, davanti al cadavere di mio fratello: ?Ho sempre detto che non si doveva andare in guerra?».
Non fa il nome di Diliberto, ma l?allusione è troppo evidente. E continua: «Io sono un ufficiale di complemento in congedo e so che essere militare vuol dire dedicare la propria vita agli altri e al proprio dovere. Il compenso che si percepisce è niente di fronte alla vita che si rischia di perdere. Mio fratello credeva ciecamente nella scelta che aveva fatto. L?ha scelto lui di andare e noi siamo stati orgogliosi di lui e non l?abbiamo mai ostacolato. Anche mio padre è orgoglioso di Alessandro e non lo ha mai ostacolato. Quando ha detto certe cose nei giorni scorsi è perché stava vivendo un momento di profondo sconforto».
Conclude Mauro Pibiri: «Molti non vedono quanto gli italiani stanno facendo in Iraq, portando luce e acqua e aiutando le imprese del posto a ricostruire, dando così lavoro. Molti vedono solo l?italiano che va a farsi saltare in aria, ma non è così: noi italiani siamo andati lì per cercare di fare qualcosa di buono».
E va via, camminando lentamente verso la silenziosa camera ardente.

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Carloforte, Bricco Patella: dev’essere fatto il ripristino ambientale, ora !


Nel bel mezzo dell?Isola di San Pietro, area tutelata con vincolo paesaggistico (decreto legislativo n. 490/1999), proposto sito di importanza comunitaria (direttiva n. 92/43/CEE e D.P.R. n. 357/1997 e successive modifiche ed integrazioni) e destinata a riserva naturale regionale (legge regionale n. 31/1989), fa tuttora brutta mostra di sé la cava di Bricco Patella, peculiare formazione di commendite, una rarità geologica che ha addirittura preso nome proprio dalla ?zona geografica? de Le Commende di Carloforte, dove rientra lo stesso Bricco Patella. L?attività cavatoria appare terminata da un bel po?, tuttavia l?obbligatorio ripristino ambientale tarda a venir realizzato compiutamente.

Le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico, dopo diversi solleciti pubblici, hanno, quindi, inviato una formale istanza per il ripristino ambientale (nota del 17 aprile 2006) ai Ministeri dell?ambiente e dei beni culturali, agli Assessorati regionali della difesa dell?ambiente, dei beni culturali e dell?industria, al Soprintendente al paesaggio di Cagliari, al Servizio regionale tutela del paesaggio, all?Ispettorato del Corpo forestale e di vigilanza ambientale di Iglesias, al Comune di Carloforte e, per opportuna conoscenza, alla competente Procura della Repubblica presso il Tribunale di Cagliari. Il consigliere comunale ecologista Salvatore Parodo ha svolto, inoltre, varie iniziative consiliari vòlte all?ottenimento del prescritto ripristino ambientale.

Ora è intervenuto l?Assessorato regionale dell?industria (nota n. 7224 del 31 maggio 2006) rendendo noto di aver imposto al soggetto esercente l?attività estrattiva ?il recupero dei luoghi secondo il progetto presentato ? e secondo le indicazioni eventuali dell?Ufficio Tutela del Paesaggio e dell?Ispettorato Dipartimentale del Corpo Forestale?. In seguito all?esposto ecologista, è stato svolto uno specifico sopralluogo in data 24 maggio 2006, accertando ?che i lavori di coltivazione hanno raggiunto la progressiva massima prevista?. Quindi legittimamente non si può estrarre nient?altro, risultando, inoltre, l?attività formalmente ferma dal 2003 (scadenza licenza impiego esplosivi il 15 aprile 2003). Inoltre la Società estrattiva, la Gavassino Cantieri Navali s.p.a., pur richiesta con circolare n. 19806 del 2 dicembre 2004, non ha ottemperato all?aggiornamento degli importi delle polizze fideiussorie a garanzia dei costi del ripristino ambientale.

L?area interessata dall?attività di cava in loc. Bricco Patella (foglio 15, mappali 90-101 N.C.E.U.), in Comune di Carloforte (CA), è situata nella parte interna dell?Isola di San Pietro.

L?intera Isola di San Pietro è tutelata con vincolo paesaggistico ai sensi degli artt. 136 e ss. del decreto legislativo n. 42/2004, individuata con D.M. 25 marzo 1966, è destinata a riserva naturale regionale ai sensi della legge regionale n. 31/1989 ? allegato ?A? ed è interamente classificata quale sito di importanza comunitaria (S.I.C.) ?Isola di San Pietro? (codice ITB040027), ai sensi della direttiva n. 92/43/CEE sulla salvaguardia degli habitat naturali e semi-naturali, esecutiva con D.P.R. n. 357/1997 e successive modifiche ed integrazioni e formalmente individuati con D.M. 3 aprile 2000, n. 65, integrato con determinazioni Direttore Serv. cons. natura, habitat, ecc. R.A.S. 6 dicembre 2002, n. 2689/V e 16 dicembre 2003, n. 2810/V.

La cava in loc. Bricco Patella riguarda una peculiare formazione di commendite, rarità geologica che ha addirittura preso nome proprio dalla ?zona geografica? de Le Commende di Carloforte, dove rientra lo stesso Bricco Patella.

In origine i terreni comunali del Bricco vennero concessi alla Impresa Pireddu cav. Remigio per 10 anni per attività di cava a fini edilizi con deliberazione Consiglio comunale n. 24 del 3 ottobre 1977, ma non pare che l?attività estrattiva abbia mai avuto inizio. Successivamente vennero concessi alla Gavassino Cantieri Navali s.p.a. (sede in Cagliari, via N. Sauro n. 9, poi via G.B. Tuveri n. 22, P. I.V.A. 00401067923; progetto ing. Carmelo Piras) per cavare circa 120.000 metri cubi di materiale ?da utilizzare esclusivamente nei lavori di prolungamento delle dighe foranee del porto di Carloforte? (contratto dell?11 dicembre 1986, rep. n. 89, previa deliberazioni di Giunta n. 368 del 2 agosto 1985 e n. 658 del 14 novembre 1986, deliberazioni Consiglio comunale n. 204 del 26 ottobre 1985 e n. 85 del 23 aprile 1986). Il canone previsto era piuttosto modesto: lire 1.200.000 di canone annuo + lire 200 per ogni mc. cavato, cioè massimo lire 42.000.000.

Il progetto di cava era munito di autorizzazione amministrativa comunale (nota Uff. tecnico s. prot. del 2 agosto 1985) e nullaosta paesaggistico (art. 7 della legge n. 1497/1939, oggi art. 159 del decreto legislativo n. 42/2004) rilasciato dall?Assessorato regionale della P.I. e BB.CC. ? Ufficio tutela paesaggio (n. 3545 del 12 luglio 1985) ed era condizionato all?esecuzione ?in corso di cava? (durata massima di cinque anni) di specifiche operazioni di ripristino ambientale.

Il termine contrattuale di efficacia veniva a scadere il 10 dicembre 1991. Con deliberazione Consiglio comunale n. 46 del 2 luglio 1993 venivano concessi i suddetti terreni per ulteriori cinque anni e 60.000 mc. di materiale da estrarre verso un canone minimo annuale di lire 18.000.000 ovvero, se maggiore, di lire 1.500 al mc. La Gavassino Cantieri Navali s.p.a. chiedeva (istanza del 26 giugno 1990, integrata in data 29 giugno 1992) la prosecuzione dell?attività estrattiva ai sensi degli artt. 19 e 42 della legge regionale n. 30/1989: con nota n. 16622 dell?1 dicembre 1992 l?Assessorato regionale dell?industria ne dichiarava la regolarità. Veniva, inoltre, emanato nuovo nullaosta paesaggistico con nota Assessorato regionale della P.I. e BB.CC. ? Ufficio tutela paesaggio n. 5041 del 4 ottobre 1991. Con verbali di sopralluogo congiunto (rappresentanti di Assessorato regionale della P.I. e BB.CC. ? Ufficio tutela paesaggio, Comune, Impresa) in contraddittorio n. 1 del 10 dicembre 1991 e n. 2 del 3 dicembre 1992 veniva riscontrata l?esecuzione dei lavori di ripristino ambientale concordati.

Nel piano territoriale paesistico n. 14, esecutivo con D.P.G.R. 6 agosto 1993, n. 279, l?area veniva classificata ?2 b?, dove è stato ritenuto compatibile l?uso estrattivo ?G b?.

Con nota Assessorato regionale della P.I. e BB.CC. ? Ufficio tutela paesaggio n. 7401 del 27 giugno 1997 veniva rilasciato nuovo nullaosta paesaggistico in favore del progetto di prosecuzione dell?attività di cava (progetto per. ind. Pasquale Parodo). Con deliberazione Consiglio comunale n. 45 del 20 novembre 1998 viene prolungata la concessione dei terreni per attività di cava per un ulteriore periodo di cinque anni verso un corrispettivo di lire 2.000 per ogni mc. di materiale estratto, su proposta Ufficio tecnico n. 151 del 16 novembre 1998: il contratto di concessione veniva stipulato in data 11 dicembre 1998 (rep. n. 263 del 4 gennaio 1999).

Con nota Assessorato regionale della P.I. e BB.CC. ? Ufficio tutela paesaggio n. 395 del 22 gennaio 2001 veniva rilasciato nuovo nullaosta paesaggistico in favore del progetto di variante (ampliamento) dell?attività di cava (progetto per. ind. Pasquale Parodo). Con deliberazione Commissario prefettizio n. 64 del 17 maggio 2002 veniva approvata la modifica del contratto di concessione.

Con nota prot. n. 6909 dell?11 luglio 2004 il Comune di Carloforte ? Ufficio tecnico richiedeva agli Assessorati regionali dell?industria e della P.I. e BB.CC. ? Ufficio tutela paesaggio la verifica della conformità del progetto estrattivo alle autorizzazioni rilasciate. Non se ne conosce l?esito.

La lunga ?storia? della cava ha avuto anche una vicenda penale. Infatti l?11 luglio 1990 il nullaosta paesaggistico perse efficacia, ma i lavori di cava continuarono. Inoltre, il 2 luglio 1989 entrava in vigore la legge regionale n. 30/1989 sulle cave, che stabiliva la possibilità di ottenere un?autorizzazione transitoria per l?attività di cava (artt. 19 e 42) se sussiste una serie di condizioni, tra cui quella fondamentale dell?esercizio legittimo dell?attività all?entrata in vigore della legge senza interruzioni per più di 3 mesi: entro il 2 luglio 1991 doveva essere presentata la relativa documentazione (vds. nota Ass. reg.le Industria prot. n. 986 del 4 ottobre 1990). La Gavassino Cantieri Navali s.p.a. ottemperò soltanto dopo due anni (trasmissione del 29 giugno 1992). Nel mentre l?allora Centro di azione giuridica ed il locale Circolo di Legambiente, poi Gruppo d?Intervento Giuridico, iniziarono una serie di azioni legali per ottenere il blocco dei lavori ed il ripristino ambientale: finalmente con ordinanza sindacale n. 23 del 30 maggio 1991 il Comune di Carloforte ordinava la sospensione dei lavori dato che la precedente diffida del 22 maggio 1991, per stessa ammissione del Comune, aveva visto non solo la mancata ottemperanza da parte dell?Impresa, ma anzi essa aveva proseguito ?nei lavori di coltivazione con maggiore celerità ed intensità? in assenza di nullaosta paesaggistico e senza autorizzazione transitoria di cava. Era, inoltre, entrata in vigore anche la legge regionale n. 31/1989 sulle aree protette, che vede l?intera Isola di S.Pietro destinata a Riserva naturale e, quindi, tutelata con i vincoli temporanei disposti dall?art. 26 tra i quali c?è (comma 1°, lettera f) il divieto di aprire nuove cave o riattivare quelle inerti.

Anziché irrogare una sanzione per l?avvenuta attività di cava abusiva, secondo quanto previsto dall?art. 15 della legge n. 1497/1939 (oggi art. 167 del decreto legislativo n. 42/2004), l?Assessorato regionale della P.I. e BB.CC. ? Ufficio tutela paesaggio emanava un nuovo nullaosta paesaggistico (nota prot. n. 5041 del 4 ottobre1991). Nel dicembre 1991 era anche scaduto il contratto di affitto dei terreni eppure continuava l?attività cavatòria: solo il 2 luglio 1993 il Consiglio Comunale di Carloforte, pur con forti opposizioni dei Consiglieri di minoranza, autorizzava (deliber. n. 46) la stipula di un nuovo contratto di affitto per ulteriori 5 anni per i restanti 60.000 metri cubi con ?un prezzo minimo per annualità di £ 18.000.000 … salvo conguaglio?.

Nuovi esposti delle associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico (note del 20 ottobre 1991, del 16 marzo 1992 e del 15 ottobre 1993) chiedevano nel mentre conto della situazione. Ne scaturivano rapidi accertamenti da parte della competente Magistratura: viene aperto procedimento penale (n. 12786/93 R.N.R.), il 20 novembre il P.M. dott. Claudio Gatti chiedeva il sequestro preventivo al G.I.P. dott. Bruno Alfonsi, che provvedeva il 26 novembre 1993 con specifico decreto (n. 7023/93 G.I.P.).
Nel decreto di sequestro preventivo venivano confermate le ?considerazioni? svolte dalle Associazioni ecologiste: i lavori di cava erano proseguiti anche in assenza di nullaosta paesaggistico ed in assenza di titolo di disponibilità dei terreni stessi causando notevoli danni all?ambiente. Nel maggio 1994 la stessa cava veniva dissequestrata per consentire le operazioni di ripristino ambientale, iniziate soltanto nell?aprile 1992 e mai portate a termine definitivamente.

Il processo penale per ipotizzata violazione degli artt. 1 sexies della legge n. 431/1985 (attività in area vincolata senza autorizzazione paesaggistica) e 734 cod. pen. (deturpazione di bellezze naturali) presso l?allora Pretura di Cagliari ? Sezione di Carbonia (dott. Ghiani) vedeva prima una serie di rinvii (1 luglio 1996, 9 dicembre 1996, 27 febbraio 1997) e, infine, l?assoluzione di Giovanni Gavassino, rappresentante legale della Gavassino Cantieri Navali s.p.a. Proseguirono, quindi, i lavori di cava.

Nell?aprile 2004 le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico richiedevano pubblicamente il completamento degli interventi di ripristino ambientale.

I lavori per l?ampliamento del porto di Carloforte ? motivo determinante e condizionante della cava ? sono nel mentre terminati. Il Bricco Patella è tuttora sventrato. L?obbligatorio ripristino ambientale non risulta completato.

Sarebbe, inoltre, opportuno verificare l?effettiva corresponsione dei canoni da parte della Società esercente in favore del Comune.

Recentemente è addirittura balenata l?ipotesi di realizzazione dell?intervento di ripristino ambientale mediante parziale riempimento dell?ambito di cava con fanghi di dragaggio derivanti dai lavori di ampliamento del porto di Carloforte: il relativo progetto dovrebbe, in ogni caso, essere preventivamente assoggettato al vincolante procedimento di valutazione di impatto ambientale (V.I.A.) qualora la composizione fisico-chimica dei fanghi sia qualificabile ?rifiuto?, sia ?pericoloso? che ?non pericoloso? con un volume pari o superiore a metri cubi 100.000 (D.P.R. 12 aprile 1996 e successive modifiche ed integrazioni, allegato A, lettere m, n, art. 31 della legge regionale n. 1/1999 e successive modifiche ed integrazioni) ovvero a procedura di c. d. verifica preventiva, se di volumetria inferiore (D.P.R. 12 aprile 1996 e successive modifiche ed integrazioni, allegato B, punto 7, lettera u, art. 31 della legge regionale n. 1/1999 e successive modifiche ed integrazioni).

Ora ci si attende in tempi brevi lo svolgimento delle necessarie attività amministrative per obbligare la Società estrattiva a portare a compimento quelle operazioni di ripristino ambientale che hanno tardato fin troppo tempo e che sono dovute per legge e per il minimo elementare buon senso, soprattutto in un?Isola che vede nel turismo la propria principale fonte di reddito.

Gruppo d?Intervento Giuridico Amici della Terra

(foto S.D., archivio GrIG)

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Quartu S. Elena: terra di abusi edilizi. Sempre…


Il recente voto del Consiglio comunale di Quartu S. Elena che ha modificato il regolamento edilizio consentendo il cambio di destinazione d?uso agli immobili abusivi condonati accompagnato dal perdurante blando impegno contro l?abusivismo edilizio non fa che accrescere gli incentivi all?illegalità ed al degrado ambientale.
Il territorio comunale di Quartu S. Elena continua a presentarsi come la “capitale” dell?abusivismo edilizio in Sardegna. Di fatto è l?unico Comune sardo ad avere la “mappa” pressochè completa dell?abusivismo edilizio sul proprio territorio: sono risultati (1995 – termine operazione condono legge n. 47/1985) circa 10.400 casi di abusivismo (al 3° posto in Italia per numero di casi, dopo Napoli e Gela), dei quali 127 “insanabili parziali” e ben 486 “insanabili totali”. Ben 2.858 casi di abusivismo per mc. 739.007 di volumetria complessiva sono risultati nelle zone “F” (turistiche) costiere ed altri 1.336 casi nelle zone “E” (agricole) per mc. 490.971 di volumetria complessiva. Dopo il secondo condono edilizio (leggi nn. 724/1994 e 662/1996) i casi di abusivismo “insanabili totali” sono scesi a 147, gli “insanabili parziali” a 72. Negli ultimi anni l?Amministrazione comunale ha predisposto oltre 25 piani di risanamento ancora in gran parte inattuati, sono cresciuti a dismisura gli òneri economici collettivi per dotare dei necessari servizi (depurazione, acqua, energia elettrica, smaltimento rifiuti, scuole, ecc.) gli “abusi condonati” per una spesa complessiva stimata in oltre 222 milioni di euro, a fronte di circa 18/20 milioni di entrate derivanti dalle oblazioni di legge. Riguardo l?ultimo condono edilizio (2003-2004) sono state presentate oltre 3.000 istanze di condono relative ad altrettanti abusi edilizi, dato di notevole rilievo visto che a livello nazionale le domande sono state 102.126 (dati Confedilizia). Al Comune di Cagliari, ad esempio, le istanze presentate sono 2.300. Si deve ricordare che, neppure sotto il mero profilo finanziario, il condono edilizio è stato vantaggioso: nel 1985, a fronte di una previsione di entrata di 2.995 milioni di euro, le entrate effettive furono pari al 58 %, nel 1994, a fronte di un gettito previsto di 2.531 milioni di euro, le entrate effettive furono del 71 %, attualmente, a fronte di una previsione di entrata pari a 3.165 milioni di euro, si stimano solo il 40 % di entrate effettive. La situazione non è, purtroppo, migliorata con gli anni a seguire. Nel 2004 sono stati accertati ben 420 casi di abusivismo edilizio nel solo territorio comunale di Quartu S. Elena. Nell?agosto 2005 sono stati riscontrati ben 25 casi di abusivismo edilizio totale in area costiera (Flumini). Ancora in questi ultimi mesi scorsi le strutture comunali hanno riscontrato 130 nuovi abusi edilizi, totali e parziali. A maggio 2006 il Corpo forestale e di vigilanza ambientale ha posto sotto sequestro penale tre villette abusive nella pineta di Baia Azzurra (Is Mortorius). Nel dicembre 2005 l?Amministrazione comunale dichiarava di voler migliorare la vigilanza sul territorio coinvolgendo una non nota associazione ambientalista per svolgere controlli e segnalazioni. Lo stesso sindaco Ruggeri annunciava che presto sarebbero state messe in campo tutte le iniziative di legge contro l?abusivismo edilizio. Compresa l?acquisizione al patrimonio comunale e la demolizione ed il ripristino ambientale, così come prevede la legge. Dopo sei mesi non si è visto nulla.
Fra i casi più eclatanti di abusivismo edilizio in aree di rilevante interesse ambientale a livello regionale si devono ricordare i 185 edifici abusivi dentro il parco naturale di Molentargius ? Saline (Cagliari ? Quartu S. Elena). L?unica vera soluzione per affrontare efficacemente il fenomeno è portare a compimento i procedimenti amministrativi di acquisizione gratuita al patrimonio comunale degli abusi edilizi riscontrati e non demoliti dai trasgressori e di demolizione di quelli non compatibili con le norme di salvaguardia ambientale, in primo luogo dove sussistono vincoli di conservazione integrale (es. la fascia costiera dei 300 metri dalla battigia marina). Da dieci anni le “ruspe della legalità” hanno i motori spenti. Altrimenti saranno soltanto miseri palliativi, oltraggi alla legalità ed all?ambiente e palesi delusioni per i cittadini rispettosi della legge.

Gruppo d?Intervento Giuridico

(foto S.D., archivio GrIG)

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L’Italia "maglia nera" per l’ambiente in Europa !!!

8 Giugno 2006 Commenti chiusi


AMBIENTE: ITALIA MAGLIA NERA INFRAZIONE; LA MAPPA / SCHEDA
A.N.S.A., 7 giugno 2006, ore 14,56

(ANSA) – ROMA, 7 giu. – Ecco la mappa delle infrazioni Ue in
materia ambientale
, secondo la mappa del Ministero dell’
Ambiente e della Tutela del Territorio
:
- 80 procedure aperte su un totale nazionale di 274 (erano 22 all’apertura della 14/a legislatura) contro Spagna (59), Francia e Gran Bretagna 37 a testa e Germania (22);
- 53 procedure sono in fase precontenziosa (lettera di messa in mora e parere motivato), per 19 la Commissione ha avviato la prima procedura di ricorso alla Corte di Giustizia e per 5 di queste c’é stata la condanna; 8, infine, quelle più spinose, con la condanna da parte della Corte e a forte rischio di sanzione pecuniaria.
Nel dettaglio per settore:
- rifiuti: 18 procedure di cui 10 su responsabilità statale e 8 regionale;
- acqua: 10 procedure, 4 su responsabilità regionale e 6 statale;
- aria: 7 procedure, 4 su responsabilità statale e 3 regionale;
- clima: 3 procedure (quote emissione e piano allocazione) più una sull’energia e una sull’ozono;
- direttive habitat e uccelli: 22 procedure, 20 per responsabilità delle Regioni e 2 dello Stato). Qui anche procedure per le deroghe sulla caccia in Veneto e Sardegna- Valutazione di impatto ambientale: 14 infrazioni, 11 a responsabilità regionale e 3 statale.

ANSA – ROMA – Ristabilire legalita’ e credibilita’ dell’Italia in Europa, ma anche pensare a una forma di corresponsabilizzazione con le Regioni. ”Bruxelles vuole vedere il cambio di passo dell’Italia. Dobbiamo metterci in condizione di non essere il Paese piu’ multato dell’Unione”. Il ministro dell’Ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio, traccia cosi’ la road-map per uscire da una impasse che potrebbe presto costare all’Italia 100 milioni di euro e solo per 8 casi sui quali, il 29 maggio scorso, il ministro degli Esteri, D’Alema, ha chiesto al titolare dell’Ambiente ‘un tempestivo e forte intervento’ per ‘scongiurare l’eventualita’ di ‘pesanti sanzioni finanziarie’. In tal senso Pecoraro ha annunciato un imminente incontro con il Commissario Ue all’Ambiente. ”Se siamo credibili con l’Unione possiamo ottenere maggiore benevolenza e assumerci il ruolo di chi va avanti”, ha detto sottolineando che ”sospendere la delega ambientale e’ gia’ segno di credibilita”’. Un segnale che va di pari passo alla richiesta di svolta da parte del premier Prodi, ha riferito Pecoraro, ”una svolta del Governo ambientalisticamente avanzata” come detto nel documento uscito dal conclave del governo in Umbria. Primo passo, rientrare nei ranghi europei. L’Italia, secondo i risultati di una primissima ricognizione realizzata in poco meno di due settimane dal ministero dell’ Ambiente, si guadagna la maglia nera d’Europa per procedure aperte: 274 in totale su diversi fronti, 80 soltanto per materie ambientali. Erano 22, riferisce Pecoraro, all’apertura della 14/a legislatura. Il nostro Paese supera quindi la Spagna con 59 infrazioni relative alla materia ambientale, la Francia e la Gran Bretagna con 37 a testa e la Germania con 22. Per quanto riguarda lo stato delle 80 procedure aperte in Italia, 53 sono in fase precontenziosa (lettera di messa in mora e parere motivato), per 19 la Commissione ha avviato la prima procedura di ricorso alla Corte di Giustizia e per 5 di queste c’e’ stata la condanna; 8, infine, quelle piu’ spinose, con la condanna da parte della Corte e a forte rischio di sanzione pecuniaria. Infrazioni, richiami e mancato attuazione dei trattati ”che non fanno onore al nostro Paese e che sono il risultato – ha detto Pecoraro Scanio – di un abbassamento dei temi della legalita’ ambientale negli scorsi anni con conseguenze non solo sull’ambiente ma sulla salute dei nostri cittadini e sulle casse dello Stato”. Pecoraro fa un richiamo anche alle Regioni. Sono 46, sulle 80 totali, le infrazioni ascritte ai Governi locali in materia di ambiente. ”Chiedero’ alle Regioni una leale collaborazione”, ha detto il ministro. Rifiuti, direttive habitat e uccelli, valutazione di impatto ambientale i settori piu’ calpestati in fatto di regole comunitarie. Nel dettaglio, 18 le procedure relative al tema spazzatura di cui 10 su responsabilita’ statale e 8 regionale; 10 le procedure nel capitolo acqua, 4 su responsabilita’ regionale e 6 statale; 7 procedure per l’aria (4 statali e 3 regionali); 3 sul clima (quote emissione e piano allocazione) piu’ una sull’energia e una sull’ozono; 22 per le direttive habitat e uccelli (20 per responsabilita’ delle Regioni e 2 dello Stato), qui anche procedure per le deroghe sulla caccia in Veneto e Sardegna; 14 le infrazioni sulla Via (11 a responsabilita’ regionale e 3 statale). Capitolo a parte merita la pesca: nel solo 2003 l’Italia e’ stata condannata a 11 milioni di euro di multa per pesca illegale. ”In questo settore – ha detto Pecoraro – bisogna essere molto rigidi. Ho allertato il collega dell’Agricoltura De Castro. Rischiamo altrimenti di finire di nuovo nel mirino Ue”.

(foto C.L., archivio GrIG)

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Un po’ di sana speranza…..


Un po’ di speranza per il piccolo…

da La Nuova Sardegna, 7 giugno 2006

Dopo l?appello del padre per la cura sperimentata in Canada. Mobilitazione per il bimbo malato. Olbia, l?assessore alla Sanità si era già rivolto all?associazione Aifa. Informato il governo. STEFANIA PUORRO.

OLBIA. Per Marco, due anni, affetto da una malattia rara agli occhi, si mobilitano la Regione e il Governo. Anzi, l?assessorato regionale della Sanità si era già mosso lo scorso 26 maggio quando aveva mandato una richiesta all?Aifa (associazione italiana del farmaco) per poter ottenere la terapia. Dopo la richiesta di intervento arrivata dalla famiglia del bambino, dunque, la Regione non ha perso un minuto. Anche dall?Aifa la risposta è stata immediata ma è stato spiegato che il caso è molto complesso e che si devono mettere in moto diversi dipartimenti. «Domani – (oggi per chi legge ndr) dicono dall?assessorato regionale – parleremo con un funzionario incaricato e, sicuramente, avremo altre informazioni. Adesso c?è anche l?interessamento del gabinetto e presseremo ancora di più per riuscire ad ottenere subito il farmaco per Marco». Il bambino olbiese (unico caso in Italia) soffre di una congiuntivite lignea bilaterale asimmetrica per deficit di plasminogeno per curare la quale l?unica terapia efficace è quella elaborata da un?équipe di Toronto (Canada), che potrebbe essere preparata in qualunque laboratorio. Anche il Governo, con il sottosegretario alla Funzione pubblica Gian Piero Scanu (Margherita), ha contattato la famiglia del piccolo e chiesto tutta la documentazione necessaria, soprattutto quella legata alla parte legislativa: la consegnerà in questi giorni direttamente al ministro della Salute Livia Turco (Ds). Marco (il nome è di fantasia) in questo momento non ha la possibilità di curarsi in Italia. La sua è stata riconosciuta come malattia rara, la famiglia ha diritto all?esenzione per ogni tipo di assistenza specialistica, ma diventa tutto inutile se non c?è terapia. O meglio: la possibilità di far guarire Marco c?è. A Toronto, l?équipe medica guidata dal dottor Patrick Watts (che ha anche pubblicato gli eccellenti risultati raggiunti con tre bambini sull?American Journal of Opthalmology nell?aprie 2002) ha elaborato l?unica terapia efficace a base di plasminogen drops. Un collirio che deve essere sommistrato per lungo tempo e grazie al quale si garantisce la guarigione. In Italia non ci sono case farmaceutiche che producono il farmaco «e finora – come ha detto il padre – nessuno ha dato il via libera per autorizzare l?uso di questo collirio. Forse perché serve a un bambino soltanto e non c?è mercato? Un genitore non può certo accettare una risposta di questo tipo. C?è la cura e deve essere messa a disposizione. E farò qualunque cosa, se necessario mi rivolgerò al tribunale, per riuscire a far star bene mio figlio. Ho già spiegato che non potrei trasferirmi a Toronto perché dovrebbe essere in maniera definitiva e i problemi sarebbero notevoli. Ma ringrazio moltissimo tutte le persone che hanno dimostrato una grande disponibilità offrendomi il loro aiuto». Una di queste è una signora che vive in un piccolo paesino della Gallura. «Molti anni fa – racconta la donna – il mio bambino soffriva di gravissimi problemi. E? stato aiutato ed è guarito. Prima delle istituzioni, è arrivata la solidarietà della mia comunità e di tanta gente. Ed è proprio grazie a loro che mio figlio è salvo. Oggi, allora, è il mio turno: voglio mobilitarmi io per un altro bambino che sta soffrendo e per la sua famiglia. Una delle mie dipendenti ha parenti a Toronto e tra loro c?è anche un parroco: li abbiamo chiamati e sarebbero disposti a ospitare Marco e i suoi genitori in qualunque momento». Anche da Meridiana è arrivata la solidarietà («disponibile a regalarci il viaggio, ha detto il padre di Marco), ma all?appello lanciato da una famiglia disperata, il cui unico desiderio è quello di veder star meglio il suo bambino (la gravissima forma di congiuntivite di cui soffre gli ha fatto quasi perdere la vista da un occhio), ha risposto anche la Asl 2. «Mi ha telefonato pure il direttore generale Gianni Cherchi – ha detto ancora il papà del bimbo – e anche lui vuole andare più a fondo su questo caso. Ancora un grazie, poi, a Stefano Deliperi che a nome del Gruppo di Intervento giuridico ha presentato un?istanza per l?accesso all?idonea terapia al ministro della Salute, all?assessorato regionale alla sanità, alla Asl 2 e per conoscenza alla procura della Repubblica di Tempio». La mobilitazione è stata immediata. Ma Marco non può aspettare. Ha sopportato mesi e mesi di diagnosi e terapie sbagliate ed è stato sottoposto a due interventi chirurgici che non si sarebbero mai dovuti fare. E ora bisogna bisogna stringere i tempi.

(foto L.C., archivio GrIG)

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Elezioni comunali di Cagliari, un po’ di informazione "ambientale"…


Mille e passa faccettine sorridenti ammiccano da manifesti e ?santini? elettorali, centinaia di slogans allietano la nostra vista e le nostre orecchie. Alcuni sono veramente esilaranti, altri sono decisamente appropriati. Uno dei più azzeccati pare quello che campeggia in un terrazzo di una via del centro cittadino di un signore di mezza età, piuttosto corpulento e dallo sguardo ammiccante, di non eccezionale altezza, candidato in una lista autonomista di vecchia estrazione democristiana (fantasia e perversione della politica nostrana?) che annuncia al popolo elettore di essere ?uno di quelli giusti per il consiglio comunale??? Tanti, troppi, affermano di perseguire intenti ?ambientalisti? e forse mai come questa volta il termine appare così abusato?? Che fare per capirne qualcosa ?

Le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico hanno deciso di promuovere una serie di iniziative per far conoscere quantomeno le posizioni dei vari candidati alla carica di sindaco di Cagliari sulle tematiche ambientali. Attraverso forum telematici, confronti pubblici in piazza, escursioni guidate ed analisi delle proposte programmatiche abbiamo cercato di capire che cosa i candidati sindaci intendono fare per Cagliari ed i suoi valori ambientali e storico-culturali. Ecco i risultati.

Il forum telematico e l?analisi delle proposte programmatiche. La prima iniziativa è stata (gennaio 2006) un ?forum? telematico (che aveva coinvolto anche i candidati alle elezioni ?primarie? per la coalizione di centro-sinistra) con la proposizione delle seguenti cinque domande:

1) in questi ultimi mesi si è fatto sempre più forte il bisogno di partecipazione alla gestione della cosa pubblica da parte dei cagliaritani: sentirebbe di far proprie queste esigenze ? In caso affermativo, quali provvedimenti concreti (es. Agenda 21, progettazione partecipata, ecc.) adotterebbe per coinvolgere la cittadinanza e prenderne in considerazione le relative istanze ?
2) si è definita anche troppo spesso Cagliari ?città ambientale? consegnandola, però, ad una serie di trasformazioni edilizie (Tuvixeddu ? Tuvumannu, ex cementeria di Via S. Gilla, zone B S 3 * già destinate a servizi pubblici di quartiere, ecc.) che rischiano di saturare i pochi spazi liberi della Città: è d?accordo con questa lettura ? Ritiene che il piano urbanistico comunale debba essere rivisto in senso davvero ?ambientale? e, in caso affermativo, quali provvedimenti concreti adotterebbe per dare alla Città una migliore qualità della vita ? Ritiene opportuna un?adesione della Città di Cagliari agli accordi internazionali per la sostenibilità ambientale (es. protocolli di Kyoto, protocolli sul turismo sostenibile, ecc.) ed una loro trasposizione nell?azione amministrativa ? Quali specifici interventi ritiene opportuni per migliorare la situazione del traffico veicolare ?
3) il problema elettrosmog è sempre più sentito: oggi Cagliari ha già delle situazioni a rischio, documentate da monitoraggi ancora sporadici (es. centrale ENEL di trasformazione dell?energia elettrica dall?alta alla bassa tensione di via Aosta), e un numero di ripetitori per telefonìa mobile in crescita esponenziale: ritiene che si debba fare qualcosa ? In caso affermativo, quali provvedimenti concreti (es. delocalizzazione impianti, regolamento comunale elettrosmog ai sensi dell?art. 8 della legge n. 36/2001, ecc.) adotterebbe per tutelare l?ambiente e la salute pubblica dei cittadini ?
4) alcuni progetti di opere pubbliche proposti in questi ultimi anni comporterebbero un sensibile impatto ambientale e sulla stessa identità della Città: uno di questi, quello relativo alla mobilità meccanizzata nel centro storico rischia di snaturare il ?cuore? di Cagliari e di costare notevolmente anche in fase di esercizio. Un altro, quello dello ?stradone? con tunnel fra via Cadello, Tuvumannu e Tuvixeddu andrebbe a porre in pericolo la corretta fruizione del parco archeologico in corso di realizzazione e, addirittura, degraderebbe pesantemente degli Istituti scolastici. E? d?accordo con questa lettura ? In caso affermativo, quali provvedimenti concreti adotterebbe nelle singole situazioni ?
5) l?intervento di ?ripascimento? della spiaggia del Poetto non pare abbia avuto esito positivo, è in corso un procedimento penale con diversi ex amministratori pubblici e tecnici coinvolti, ma, soprattutto, non ha restituito la spiaggia tanto cara ai cagliaritani: è d?accordo con questa lettura ? In caso affermativo, quali interventi concreti adotterebbe per riportare la spiaggia alle sue caratteristiche ambientali ?

Sono pervenute diverse risposte che di seguito si riportano integrandole con l?analisi delle rispettive proposte programmatiche (in ordine rigorosamente alfabetico):

* Emilio Floris (sindaco uscente, candidato della coalizione di centro-destra): non è pervenuta alcuna risposta. Dall?attività dell?Amministrazione comunale in questo mandato possiamo ipotizzare che quanto attuato (o non attuato) in questi anni sia una ?risposta di fatto?: il P.U.C. è quello ben noto, non è stato attivato alcun processo di coinvolgimento dei cittadini, il 1° lotto dello ?stradone? fra via Cadello, Tuvumannu e Tuvixeddu è stato appaltato, non c?è stata alcuna attenzione al ?rischio elettrosmog?, un assordante silenzio sul ?ripascimento? del Poetto fino alla recente ? finalmente ? sacrosanta costituzione di parte civile nel relativo procedimento penale. Non si ricordano adesioni comunali a protocolli e accordi sullo sviluppo sostenibile. Dal sito web ufficiale (www.emiliofloris.it) si possono verificare le varie proposte programmatiche: le linee generali e quelle sull?ambiente in particolare sono per una rigida continuità con il mandato amministrativo in conclusione. Apertura di cantieri per opere pubbliche, parcheggi nel centro cittadino (che attirano nuovo traffico), soltanto qualche generica proposta (nell?ambito dello ?sviluppo economico?, macro-obiettivo 3) per la valorizzazione delle risorse ambientali e storico-culturali (es. parchi, incremento del verde pubblico, ecc.), mentre largo spazio a quella ?urbanistica concertata? che abbiamo già visto all?opera, grazie ad un piano urbanistico molto ?elastico?, con trattamenti di grande favore per gli imprenditori dell?edilizia;
* Maria Nioi (candidata indipendente Maja de Jana): è certamente la candidata più ?misteriosa?, con notevoli difficoltà, a pochi giorni dalle elezioni, è stato possibile reperire un suo sito web ufficiale (www.marianioi.it). Le proposte in materia ambientale sono piuttosto generiche (come del resto le altre) e impossibili da non condividere es. ?difesa contro l?inquinamento dell?aria, dell?acqua e del suolo?), ma non si evince alcuna strategia politico-amministrativa per il raggiungimento degli obiettivi prefissati;
* Giandomenico Sabiu (consigliere comunale uscente e candidato indipendente): il suo staff ha risposto con solerzia ed è stato sollecitato anche un incontro. Per le risposte è stato chiesto di utilizzare l?ampio ed analitico programma pubblicizzato sul suo sito web (www.unaltracagliari.net). Numerose e puntuali le proposte del programma sui temi ambientali, sintetizzabili come segue: revisione del P.U.C. per una maggiore salvaguardia ambientale, recupero delle zone industriali dimesse, creazione di un ?parco marittimo? esteso sull?intero litorale cittadino (da S. Gilla al Poetto) e di un ?ufficio per il lungomare? (che attui anche interventi coordinati con altre amministrazioni pubbliche per la gestione del Poetto e la lotta all?erosione), promozione dell?edilizia economica agevolata; sottovalutazione della qualità dell?aria, ma previsione di specifiche e puntuali disposizioni contro l?inquinamento elettromagnetico sulla base del principio di precauzione (delocalizzazione o completo interramento degli impianti ?a rischio?, regolamentazione comunale restrittiva degli impianti produttivi di emissioni elettromagnetiche, ecc.); previsione dei piani di risanamento acustico e revisione della mobilità di superficie (ferrovie, metropolitana leggera, trasporto su gomma) per favorire trasporto pubblico, lotta all?inquinamento e miglioramento della qualità della vita, semplici manutenzioni della spiaggia del Poetto. Indicazioni programmatiche piuttosto puntuali, alcune molto interessanti. Assenza di alcuni punti (come ovviare al fallito ?ripascimento? del Poetto, gestione dell?area archeologica di Tuvixeddu);
* Franciscu Sedda (candidato indipendentista I.R.S.): l?esame piuttosto analitico del sito web di Indipendèntzia Repùbrica de Sardigna ? I.R.S. (http://www.indipendentzia.net/) permette di reperire numerose proposte di tipo politico, ma non dà alcuna indicazione del programma amministrativo per Cagliari, indicazioni che non siamo riusciti a reperire altrove;
* Gian Mario Selis (candidato della coalizione di centro-sinistra): ha risposto prontamente, preferendo la forma dell?intervista. Ampi riferimenti sul sito web ufficiale (www.gianmarioselis.com). Molti gli aspetti ambientali del suo programma e risposte specifiche sui quesiti posti. Propone strumenti di democrazia partecipata (Agenda 21, progettazione partecipata, bilancio sociale) da estendere a tutta l?attività amministrativa comunale. Il P.U.C. è da rivedere per una seria tutela dei valori ambientali: Cagliari dev?essere considerata ?città nel parco?, perché in mezzo a zone umide di importanza internazionale (S. Gilla, Molentargius ? Saline), al mare, alla Sella del Diavolo, in rapporto con la sua ?area vasta? metropolitana e con l?esterno. In proposito, deve aderire agli accordi internazionali sullo sviluppo sostenibile ed uniformarvi la sua programmazione. Promozione dell?edilizia agevolata, per combattere lo spopolamento, soprattutto delle fasce giovanili. Il problema elettrosmog (anche per attività concreta personale svolta negli anni scorsi) dev?essere adeguatamente affrontato, con interventi di delocalizzazione degli impianti ?a rischio? in base al principio di precauzione e con l?adozione di un regolamento comunale sui siti di cui alla legge n. 36/2001. Assoluta contrarietà ai progetti comunali sulla meccanizzazione del trasporto pubblico nel centro storico (tapis roulant e scale mobili in Castello, ecc.) e dello ?stradone? fra via Cadello, Tuvumannu e Tuvixeddu. Il ?ripascimento? delle spiaggia del Poetto è stato un fallimento, ma ora si deve pensare ad un organico intervento di progressiva rinaturalizazione non solo della spiaggia (dove possibile) ma anche delle dune e della pineta in coordinamento con la Provincia ed il Comune di Quartu S. Elena. Indicazioni programmatiche piuttosto puntuali, con necessità di approfondimento per i necessari interventi concreti;
* Gianfranco Sollai (candidato indipendentista di Sardigna Natzione): l?esame piuttosto analitico del sito web di Sardigna Natzione (http://www.sardignanatzione.it/) permette di reperire numerose proposte di tipo politico, ma non dà alcuna indicazione del programma amministrativo per Cagliari, indicazioni che non siamo riusciti a reperire altrove.

Il confronto pubblico in piazza. Si è svolto sabato 18 marzo 2006 il confronto pubblico in Piazza S. Cosimo, davanti alla Chiesa paleocristiana di S. Saturnino, patrono di Cagliari. Grazie al prezioso aiuto di un’efficiente squadra di volontari (Simona, Coffee e Simone) e nonostante il vento e l’umidità penetrante, dai 100 ai 150 cittadini, a seconda dei momenti, hanno animato una piccola ma importante agorà per l’ambiente. Ecco il resoconto di Jacopo Norfo, del Giornale di Sardegna (edizione del 20 marzo 2006):
?Elezioni. Il sindaco diserta il primo confronto pubblico tra i candidati e scoppia la polemica. Floris snobba tutti gli avversari e la sfida elettorale diventa flop. Assente anche Selis colpito da un lutto: Sabiu e Corda all?attacco sui temi ambientali.
Al primo confronto pubblico, la campagna elettorale diventa flop: appena un centinaio di spettatori e un?assenza che fa rumore, quella del sindaco uscente Emilio Floris, che snobba avversari ed ambientalisti. La sua segreteria aveva confermato la presenza al dibattito di sabato davanti alla Chiesa di San Saturnino, ma il sindaco ha disertato il confronto. Assente anche lo sfidante Gian Mario Selis, colpito però da un lutto familiare: Selis ha inviato due stretti collaboratori, Antonello Gregorini e Carlo Dore. Davanti ad un pubblico infreddolito la sfida è stata soltanto tra Giandomenico Sabiu e Cesare Corda, i due grandi outsiders delle prossime comunali. Che hanno trovato una vetrina forse unica per la loro campagna, rispondendo alle domande delle associazioni ambientaliste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico sulla ?piazza per l?ambiente?. Il dibattito è così scivolato sul dissalatore, sul tunnel di Tuvixeddu, sul nuovo percorso meccanizzato per Castello. E il più pungente è stato Sabiu che non ha risparmiato le frecciate a Floris: . Ma l?incontro di sabato è stato è stato lo specchio di una campagna per le comunali immersa nel torpore, che stenta ad entrare nel vivo. Anche Corda si è soffermato su temi come l?inquinamento elettromagnetico, la raccolta differenziata dei rifiuti, lo stato dei monumenti cagliaritani. Si vota il 28 maggio. Quattro i candidati in lizza: Floris per il Polo, Selis per l?Unione, Sabiu e Corda a capo di diverse liste civiche: si vota l?ultima domenica di maggio?.

Successivamente cesare Corda ha annunciato il suo ritiro ed ha preferito appoggiare il sindaco uscente Emilio Floris.

L?escursione guidata. Domenica 14 maggio 2006 è stato il sentiero naturalistico ed archeologico della Sella del Diavolo ad ospitare i candidati sindaci di Cagliari che hanno accolto l?invito rivolto dalle associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico per partecipare ad un?escursione guidata un po? speciale: l?iniziativa, che, nonostante la calda giornata pressochè estiva, ha coinvolto decine di cittadini fra cui alcuni candidati al rinnovo del consiglio comunale e delle circoscrizioni, ha voluto proporre, attraverso la conoscenza diretta, uno dei “gioielli” ambientali e culturali cagliaritani quale esempio per l?adozione di una politica efficace per la loro tutela ed accorta valorizzazione. Vi hanno preso parte (in ordine alfabetico) Giandomenico Sabiu, candidato indipendente, Franciscu Sedda, candidato indipendentista I.R.S., Gian Mario Selis, candidato della coalizione di centro-sinistra. Assente, nonostante una sua precedente conferma (inviata il 9 maggio, ore 18.33, dal suo ufficio comunicazione) il candidato della coalizione di centro-destra nonchè sindaco uscente Emilio Floris, che ha disdetto l’incontro soltanto la sera prima “per un sopraggiunto impegno”. Tutti i candidati presenti, in un confronto con i cagliaritani partecipanti all’escursione, hanno convenuto – in modo pacato e costruttivo – che la Sella del Diavolo, il suo sentiero “verde”, sono esempi di quello che l’amministrazione comunale cagliaritana – qualsiasi essa sia – dovrebbe e deve fare: la salvaguardia e l’accorta valorizzazione delle proprie risorse naturalistiche e storico-culturali, un impegno finora troppo scarso e carente. Spiace constatare che hanno percorso il sentiero “verde” della Sella del Diavolo il Presidente della Regione Renato Soru, il Presidente della Provincia Graziano Milia, l’allora Assessore provinciale alla tutela dell’ambiente Gianluca Grosso, deputati europei (Monica Frassoni), tantissimi cagliaritani e turisti, ma – finora – nessun rappresentante ufficiale dell’Amministrazione comunale cagliaritana.

Utili momenti sono stati anche la manifestazione per la scoperta dell?ex cava di Monte Urpinu (domenica 26 marzo 2006), oggi aggredita da iniziative edilizie di dubbia legittimità, promossa insieme al locale Comitato di quartiere: invitati i candidati sindaci, insieme ad oltre un centinaio di cagliaritani vi partecipava anche Giandomenico Sabiu (candidato indipendente), il quale si dichiarava favorevole alle proposte ecologiste per l?estensione del parco comunale di Monte Urpinu anche all?area dell?ex cava. Invece, il 19 maggio 2006, presso la sala verde della Cittadella dei Musei si è parlato, davanti ad un nutrito pubblico, nonostante il forte caldo, del presente e del futuro dell?area archeologica del Colle di Tuvixeddu: intervenuti, fra gli altri il Presidente della Regione Renato Soru ed i candidati sindaci (in ordine alfabetico) Giandomenico Sabiu, candidato indipendente, Franciscu Sedda, candidato indipendentista I.R.S., Gian Mario Selis, candidato della coalizione di centro-sinistra. Pur con alcune sfumature, i candidati sindaci presenti hanno ribadito con forza la necessità di tutelare efficacemente una delle più importanti zone archeologiche punico-romane del Mediterraneo. Anche contro i forti interessi edilizi che gravitano sull?area. Ancora assente il sindaco uscente e candidato della coalizione di centro-destra Emilio Floris.

Come si può comprendere, abbiamo cercato di fare un ?giro di opinioni?, talvolta con proposte interessanti, magari meritevoli degli opportuni approfondimenti concreti?naturalmente soprattutto per chi ha avuto la bontà di partecipare. Con la finalità di favorire la massima informazione e trasparenza per i cittadini elettori: bisogna avere le idee chiare su chi si va a votare, perché andrà a gestire la ?cosa pubblica? comunale, quella di tutti noi. E chi rifiuta il confronto, chi si nega dopo aver assicurato la partecipazione, chi scodella decisioni sulla testa della gente non è certo fra i nostri preferiti.

Gruppo d?Intervento Giuridico Amici della Terra

(foto S.D., archivio GrIG)

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Diritto alla salute, burocrazia e soldi…


Una volta tanto l?Italia è ai primi posti nel mondo. Ha una norma, il decreto legislativo n. 124/1998, che riconosce l?accesso gratuito alle migliori cure specialistiche anche agli affetti da ?malattie rare?. Quelle malattie che hanno, fortunatamente, pochi pazienti ma, sfortunatamente, non incontrano i favori delle multinazionali del farmaco che non producono normalmente le opportune medicine per?carenza di mercato. Il Servizio sanitario nazionale, con le modalità attuative stabilite nel D.M. n. 279/2001, si fa carico delle spese per la produzione dei farmaci per le ?malattie rare? e viene così incontro alle necessità dei pazienti. E? una norma di grande civiltà, espressione di quel diritto alla salute consacrato nella nostra costituzione (art. 32). Tutto a posto ? Purtroppo no. Non sempre l?applicazione della norma è semplice ed agevole. Ne sanno qualcosa i genitori di un bambino di due anni di Olbia, Enea Porcheddu, affetto da una ?malattia rara?, la congiuntivite lignea bilaterale asimmetrica per deficit di plasminogeno, che provoca la rapida progressiva occlusione della visuale. Dopo mille peripezie fra Istituti di ricerca, Ospedali pediatrici di eccellenza (il Meyer di Firenze), consulti fra specialisti di mezzo mondo, fra i quali quello risolutore presso l?Ospedale pediatrico e per adolescenti dell?Università di Lipsia, è stata finalmente trovata la terapia, l?unica terapia, che finora ha dato risultati positivi. L?unica terapia efficace (a base di ?plasminogen drops?) sarebbe quella descritta in ?Effective treatment of Ligneous Conjunctivitis with topical plasminogen? a cura del dott. Patrick Watts ed altri, pubblicata sull?American Journal of Opthalmology nell?aprile 2002. Nessuna Casa farmaceutica la produce: troppo pochi i pazienti, troppo scarsi i guadagni.
Nonostante mille assicurazioni, finora non è stata ancora data la risposta risolutiva a dei genitori ormai quasi alla disperazione. Ad un bambino che sta perdendo la vista. E? stato quindi necessario inoltrare, da parte del padre Achille Mauro Porcheddu e del Gruppo d?Intervento Giuridico una specifica istanza per l?accesso all?idonea terapia (nota del 3 giugno 2006) rivolta al Ministro della salute, all? Assessore regionale della sanità, al Direttore generale dell?Azienda USL n. 2 e, per opportuna conoscenza, al Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Tempio Pausania. E ora si attendono risposte. Rapide, molto rapide??.

Gruppo d?Intervento Giuridico

(foto L.A.C., ampie informazioni sulla congiuntivite lignea per deficit di plasminogeno su www.budoniambiente/org/meyer)

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Ma quelle ?scie chimiche? sono dannose?

3 Giugno 2006 Commenti chiusi


Si è appreso nei giorni scorsi dalla stampa che i consiglieri regionali di Rifondazione Comunista, Ciriaco Davoli, Paolo Pisu e Luciano Uras hanno presentato un?interrogazione, con richiesta di risposta scritta al presidente della Regione Renato Soru e alla Giunta, sul fenomeno delle cosiddette ?scie chimiche? segnalate nei mesi scorsi nei cieli della Sardegna. Anche il senatore Nieddu, dell’Ulivo, ha sollevato la questione in Parlamento. ?Negli ultimi mesi, a Nuoro e provincia, specialmente nelle giornate limpide ? scrivono i firmatari ? è stato notato un intenso traffico di aerei non identificati che, percorrendo rotte non convenzionali, tracciano strisce bianche diverse da quelle prodotte dai velivoli di linea. Queste tracce intersecandosi tra loro generano una sorta di reticolato che, sfaldandosi si allargano e lentamente si espandono formando un manto nuvoloso su un?area molto vasta?. Da cosa sono provocate queste scie? A chi appartengono gli aerei che le rilasciano? Chi li autorizza? E soprattutto: queste scie contengono sostanze chimiche nocive per la salute? I firmatari dell?interrogazione attendono una risposta in grado di dissipare dubbi e paure comprensibili che si stanno diffondendo tra le popolazioni interessate.
Arriverà una risposta? Ci permettiamo di dubitarne. L?argomento, infatti, è oggetto da decenni di indagini ufficiose da parte di gruppi di ricercatori ?di frontiera? operanti in tutto il mondo, ma a tutt?oggi non esiste ancora una risposta ufficiale. Il fenomeno non è nuovo e risale probabilmente ai primi anni ?90 quando i satelliti ?Meteosat? (europei) o ?NOAA? (statunitensi) normalmente utilizzati per la meteorologia, all?epoca dell?invasione irachena del Quwait, vennero usati anche per monitorare la situazione in Iraq. Osservando le scansioni dei satelliti, si notarono delle scie particolari, rilasciate probabilmente da jet militari in transito, per l?appunto, nello spazio aereo iracheno. Quello che colpiva in queste scie era però la loro mancanza di linearità: procedevano infatti a zig-zag, con repentine intersezioni, sicuramente fatte da altri velivoli con scopi ben precisi. La peculiarità di queste scie era che si trovavano concentrate in aree ben delimitate e che permanevano a lungo sopra le aree in questione (un fatto anomalo, se paragonato agli effetti del normale passaggio di altri velivoli), prima di diradarsi.
A cosa servivano e da cosa fossero provocate queste scie, non era ancora noto. Ma ciò bastò perché il fatto destasse un certo sospetto, acuito, al termine della cosiddetta ?Guerra del Golfo?, quando emersero alcuni dettagli della tristemente nota ?Sindrome del Golfo? che colpì molti dei soldati della ?coalizione?, che in quell?occasione prestarono servizio nella zona e che con il trascorrere del tempo si ammalarono di strane forme di polmonite o di patologie respiratorie.
Negli anni successivi queste scie, prontamente denominate ?Chemtrails? (scie chimiche) hanno preso a manifestarsi in varie parti del mondo (Stati Uniti, Nuova Zelanda, Olanda, Svezia, Australia, Messico, Porto Rico, Bahamas, Sud Africa, Francia, Inghilterra, Scozia, Croazia e Italia), soprattutto in prossimità di basi militari americane e della Nato (in Cina e in Russia, ad esempio, le Chemtrail non sono mai state segnalate). La Sardegna, che come è noto ha un?alta densità di basi militari, è insieme al Veneto (anche qui tante basi Nato) la regione più colpita. Non passa giorno che nei territori in prossimità di aeroporti e basi militari non si noti l?intersecarsi continuo di queste scie che invece di disperdersi nell?aria, come dovrebbero, acquistano colori tenui, si espandono e si allargano centralmente, a volte unendosi tra loro o mescolandosi con corpi nuvolosi. Le formazioni nei cieli seguono percorsi non rettilinei e non giustificabili da un traffico aereo di routine, assumendo alcune disposizioni ricorrenti: parallele, curve con più evoluzioni, a ics, a ?cancelletto?, a griglia, a croce. Molti testimoni descrivono rapidi cambiamenti climatici successivi alla comparsa delle scie, addensamenti nuvolosi a strati e, in qualche caso, precipitazioni piovose. I ricercatori nordamericani che hanno avuto la costanza di perseguire nelle osservazioni e nelle ricerche si sono scontrati con il muro di gomma degli organi competenti e sono stati etichettati dalla stampa filogovernativa come ?teorici della cospirazione?. Tuttavia, le spiegazioni ufficiali della Environmental Protection Agency, della Nasa, della Federal Aviation Administration e della National Oceanic And Atmospheric Administration, secondo cui le scie sarebbero il ?normale? prodotto delle ?normali? scie di condensazione aeree, chiamate ?Contrails?, non convincono affatto.
Ecco come sono spiegate le Contrails nei vocabolari e dizionari aeronautici e di servizio:
1) Scie di vapore d?acqua condensata, create nell’aria da emissione di getti di aerei ad altitudini elevate (Merriam-Websters).
2) Scie nuvolose continue, qualche volta osservate dietro ad aerei, in condizioni atmosferiche di aria chiara, fredda, umida (Enciclopedia Britannica).
3) Una scia nuvolosa visibile, di solito di colore bianco brillante, prodotta posteriormente ad un missile od altro velivolo, in condizioni di volo certe (Dizionario del DOD – Department Of Defense, dei Termini Militari).
Volendo poi fare un?ulteriore distinzione, si può affermare che le Contrails possono manifestarsi in due forme: a gocce d?acqua e in cristalli di ghiaccio. Inoltre, le Contrails, i cui fattori primari della formazione sono la temperatura dell?aria ed il contenuto di umidità, di solito si notano ad altitudini elevate e quindi molto più fredde. Si verifica una Contrail quando un aeroplano vola a quote fredde e soprasatura l?aria umida, mentre il vapore dell?acqua calda prodotto dai motori si condensa in piccole gocce. Quando invece, le gocce d?acqua sono prodotte a temperature ancora più fredde l’acqua gelerà, creando i cristalli di ghiaccio.
A differenza delle ?Contrails?, le ?Chemtrails? sono invece scie di sostanze chimiche, create nell’aria e nebulizzate a qualsiasi altitudine (anche molto bassa) per mezzo di appositi sistemi montati sugli aerei. Le sostanze chimiche possono essere normalmente irrorate nell?aria per diversi scopi, inclusa la profilassi antiparassitaria dei raccolti e la lotta contro le zanzare. Anche il combustibile viene, qualche volta, pompato all?esterno degli aerei, per ridurne il peso prima dell?atterraggio o per evitare situazioni di pericolo. Ma per la comunità di osservatori la maggior parte delle Chemtrails rilevate non sono provocate da una situazione momentanea di necessità ma sono il prodotto di un?operazione pianificata su vasta scala.
Le Chemtrails si diversificano infatti dalle Contrails, a causa della loro lunghezza e durata. Purtroppo, in Italia ed in Europa, a livello governativo, nessuno pare interessarsene pienamente. Il 2 aprile 2003, l?On. Italo Sandi (DS) ha presentato un?Interrogazione Parlamentare sulle Scie Chimiche ma non ha ottenuto alcuna risposta. Stessa sorte riceve la richiesta dell’On. Piero Ruzzante (DS) il 24 novembre 2003 e le successive interrogazioni ripresentate dagli stessi Deputati. L?Istituto di Scienze dell?Atmosfera e del Clima del CNR?Area della Ricerca di Bologna, a cui è stata richiesta una spiegazione, non ha saputo dare una risposta valida. Ma se la massima autorità scientifica italiana che studia l?atmosfera non sa cosa accade sulle nostre teste, chi può fornire delle ipotesi di spiegazione?
Solo alcuni ricercatori indipendenti stanno indagando su queste attività insolite nel cielo, classificando l?emissione di questi getti duraturi a bassa quota e delle scie che essi creano nel cielo. Per cui, sullo scopo del rilascio di questi agenti biologico/chimici, attualmente si possono fare solo delle ipotesi. Una di queste vede una possibile manipolazione del clima a scopi bellici.
Sappiamo che è possibile manipolare il clima, influenzando le nubi, fin dal 1946, se non addirittura dal 1880. Inoltre, il fatto che l?apparato militare americano sia molto interessato al controllo del clima, non è un segreto per nessuno e per questo molti pensano che il fenomeno delle Chemtrails sia una parte di questo. Diversi giornali e riviste italiane e internazionali hanno provato a condurre delle loro inchieste. Scrive ?Avvenimenti? nel novembre 2003:

?Sembra che le scie contengano solfati di alluminio o sali di bario, forse utili per aumentare la conducibilità elettromagnetica… Probabilmente, aumentano l?efficacia del sistema globale di controllo del clima ?Haarp?. Haarp? Congiuntamente amministrato da Aviazione e Marina e sotto il controllo dell?Iniziativa di Difesa Strategica degli Stati Uniti, l?High Frequency Active Auroral Research Program (Programma di ricerca attiva aurorale con alta frequenza) ha sede dall?ottobre 1993 presso Gakona in Alaska, circa 200 chilometri a nordest del Golfo del Principe Guglielmo, in un terreno di proprietà del Dipartimento della Difesa… Lo scopo ufficiale è lo studio delle proprietà e del comportamento dell?atmosfera tramite lanci di onde elettromagnetiche in grado ricreare ?modificazioni locali controllate dalla ionosfera?. Inutile aggiungere che sul progetto manca la trasparenza. Nel 1996 il rapporto ?Air Force 2025? sui futuri scenari di difesa dell?aeronautica militare americana indica la necessità di ?possedere il clima capitalizzando le emergenti tecnologie e concentrandosi sullo sviluppo di quelle tecnologie per le applicazioni di guerra? ed assicura che ?negli Stati Uniti, la modificazione del clima diventerà verosimilmente una parte della politica di sicurezza nazionale con applicazioni sia interne che internazionali. Il nostro governo persegue questa politica, a seconda dei suoi interessi, a vari livelli?. Nel febbraio 1998 il comitato per gli Affari Esteri, la Sicurezza e la Difesa del Parlamento europeo ha denunciato il ?rammarico per il reiterato rifiuto dell?Amministrazione degli Stati Uniti di fornire pubblicamente informazioni sui rischi pubblici ed ambientali del programma Haarp?. Nell?agosto 2002 anche 90 parlamentari della Duma di Mosca hanno firmato un appello rivolto all?ONU in cui si esortava la fine degli esperimenti elettromagnetici. I Deputati esprimono qualcosa di più di un sospetto: ?Sotto il programma Haarp, gli Usa stanno creando nuove armi geofisiche integrali, che possono influenzare gli elementi naturali con onde radio ad alta frequenza. Il significato di questo salto qualitativo è comparabile al passaggio dall?arma bianca alle armi da fuoco, o dalle armi convenzionali a quelle nucleari?. Vuoi vedere che dietro gli ultimi cambiamenti climatici, le inondazioni nel Centro Europa di un anno fa e le siccità dell?ultima estate, si nascondono gli esperimenti di qualche “mago della pioggia?”

Parallelamente ai danni alla salute umana, le ricadute nocive delle Chemtrails, interessano purtroppo anche la flora. Nei Paesi che subiscono queste irrorazioni il terreno spesso diventa sterile ed alcune specie di piante da frutto appassiscono per poi morire del tutto. Si segnala inoltre, la presenza di particolari larve, nocive per le piantagioni di mele e pere, o comunque da frutto, che si trasformano in insetti che poi aggrediscono gli alberi e le piantagioni di mais e grano. Una di queste larve è la ?Diabrotica Virgifera? che ha gravemente colpito la rinomata zona di produzione di mele della Val di Non in Trentino e la zona di Merlara, in provincia di Padova, altro polo di produzione delle mele. Identica situazione è stata rilevata in altre nazioni.

Conclusioni
Allo stato delle cose, non esiste sul fenomeno alcuna prova concreta. Altresì, non è stata pubblicata alcuna ammissione da parte degli apparati governativi in merito ad operazioni Chemtrails. È stato solo ammesso apertamente dal Pentagono che l’apparato militare statunitense ha compiuto nel passato recente test di guerra biologica su molti inconsapevoli membri delle Forze Armate. Inoltre il Wall Street Diary ed il Washington Post hanno riportato che anche molti civili sono morti in seguito all?esposizione ad agenti chimici diffusi dall’Esercito e dalla Marina militare durante alcuni test di guerra biologica. Ci sono migliaia di rapporti e centinaia di fotografie su questo fenomeno. Alcuni pensano che le Chemtrails siano nella norma, ma molti sospettano che vi sia qualcosa di più e di nascosto in queste scie. Esistono inoltre, numerose prove video fotografiche, in cui si vedono degli aviogetti, che rilasciano delle scie, da posizioni in cui non vi sono motori. Talvolta queste scie sono rilasciate da ?POD? (serbatoi) sistemati sotto il ventre dell?aviogetto, mascherati così da apparati radar o da ?Pod fotografici?. Il che significa che il rilascio di sostanze chimiche non è occasionale o determinato da situazioni di emergenza, ma è scientificamente pianificato da qualcuno per scopi che non vuole divulgare. Perchè?
Allo stato attuale, il maggior numero di rapporti sulle Chemtrails proviene dagli Stati Uniti, seguito dal Canada e quindi dall?Italia. Questi studi redatti tramite studi accurati, fotografie, filmati e analisi di laboratorio, da meteorologi, chimici, biologi e investigatori indipendenti dimostrano in modo inequivocabile che il fenomeno non c?entra proprio niente né con i normali voli civili né con le esibizioni delle ?frecce tricolori? (come da taluni prospettato). Ovviamente, sembra che tutto quello che accade trascenda dai governi ufficiali. Alla luce di questi fenomeni ci si chiede: come mai, sino ad ora, nessun organismo nazionale o regionale deputato al controllo della qualità dell?aria che respiriamo si è attivato per indagare più a fondo sul fenomeno delle Chemtrails?
Chi autorizza questi voli? Da quali aeroporti decollano gli aerei? È possibile che questo frenetico e costante sorvolo di ampie aree avvenga all?insaputa dei vertici politici e militari? Perché tutte le interrogazioni parlamentari presentate sulla questione non hanno avuto dai ministeri competenti nessuna risposta?

Bruno Caria
Presidente Amici della Terra Sardegna

(foto B.C., archivio GrIG)

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Proposte di alcune Province sul calendario venatorio 2006-2007.

2 Giugno 2006 Commenti chiusi


Nei giorni scorsi si è riunito il Comitato faunistico della Provincia di Cagliari per elaborare la proposta di calendario venatorio per l?anno 2006/2007 da inviare al Comitato regionale faunistico per la delibera definitiva.
L?Ufficio protezione fauna selvatica e caccia dell?Assessorato provinciale all?ambiente ha presentato una bozza di calendario come riportato nello schema sottostante:

Specie cacciabili e periodi di caccia:

tortora (Streptopelia turtur): 3 e 10 settembre (alla posta e senza l?uso del cane)

pernice sarda e lepre : 17 e 24 settembre / 1 ? 8 e 15 ottobre (anche in forma vagante e con l?uso del cane)

coniglio selvatico, volpe, allodola, alzavola, beccaccia, beccaccino, canapiglia**, cesena, codone, colombaccio, cornacchia grigia, fischione, folaga, frullino, gallinella d?acqua, germano reale, ghiandaia, merlo, marzaiola**, mestolone, moretta comune, moriglione, pavoncella, porciglione, quaglia, tordo bottaccio, tordo sassello, tortora:
17 – 24 settembre / 1 ? 8 ? 15 ottobre; dal 17 settembre 2006 al 29 gennaio 2007 nei giorni di domenica, giovedì e festivi infrasettimanali anche in forma vagante e con l?uso del cane

(** marzaiola e canapiglia sono state in seguito depennate su proposta degli AdT)

cinghiale : 5-12-19-26 novembre / 3-10-17-24 dicembre / 4-7-14 gennaio 2007 (anche con il sistema della battuta e con l?uso della munizione a palla unica)

volpe : 21 e 28 gennaio 2007 (anche con il sistema della battuta)

Come si può vedere, facendo un confronto con la precedente stagione venatoria, la Provincia non ha tenuto conto del calendario venatorio regionale dello scorso anno. Anzi, occorre dire che non ha neanche tenuto presente le indicazioni ufficiose derivanti dallo strumento della Carta Faunistica di cui finalmente la Regione sarda si è dotata e che è in discussione in questi giorni. In sede di discussione, gli Amici della Terra/Gruppo di intervento giuridico/Lega per l’Abolizione della Caccia, rappresentati all?interno del comitato faunistico provinciale, hanno fatto le seguenti riflessioni e avanzato le relative controproposte:
1. Caccia alla tortora: viene contestata la preapertura del 3 e 10 settembre per due motivi di carattere formale e pratico; infatti sono stati avanzati dubbi dal punto di vista della legittimità formale perché, se è vero che la legge regionale n.5 del 07.02.2002 modificando l?art. 49 della legge regionale n. 23/1998 sulla caccia consente la caccia alla tortora selvatica dal primo giorno di settembre per un massimo di due giornate, è anche vero che la Corte Costituzionale, pronunciandosi sul conflitto normativo tra la Regione sarda e lo Stato relativo alla competenza in materia di caccia, ha sancito che in base al nuovo art. 117 della Costituzione la competenza esclusiva rimane in capo allo Stato e la Regione Sardegna può legiferare nei limiti stabiliti dalla normativa nazionale; di più, la Corte Costituzionale stabilisce che la Regione Sardegna può emanare norme ulteriormente restrittive e non derogatorie rispetto a quelle nazionali. Alla luce di questo assunto, poiché la normativa nazionale stabilisce che la caccia alla tortora può essere consentita solo dalla terza domenica di settembre, si può rilevare come ci sia una contraddizione normativa che dovrà essere risolta giuridicamente, tenuto conto che la norma nazionale sulla caccia ha prevalenza su quella regionale. L?altro motivo per cui la preapertura alla tortora non deve essere consentita è che viene esercitata a ridosso di un periodo in cui il Corpo forestale di Vigilanza ambientale è ancora impegnato sul fronte antincendi (problema cronico e grave dell?Isola) e questo rischia di non assicurare l?adeguata vigilanza affinché la caccia alla tortora non si estenda anche ad altre specie (come segnalato in comitato faunistico regionale dal comandante del corpo forestale); la proposta quindi degli AdT di consentire la caccia alla tortora solo dal 17 settembre è stata respinta a maggioranza.
2. Caccia alla lepre ed alla pernice: per quanto riguarda la pernice, sulla base dei dati oggettivi evidenziati dalla Carta faunistica regionale, gli AdT hanno fatto propria la proposta degli esperti ed hanno chiesto che la caccia a questa specie stanziale venisse sospesa per cinque anni o in subordine che le giornate si riducessero a tre oppure che fosse consentita solo fino alle 14.00; quanto alla lepre, consentirne la caccia a partire da novembre fino alla metà di dicembre, visto che a ottobre gli esemplari sono ancora troppo giovani e da metà dicembre le femmine vengono fecondate; nel dibattito che si è sviluppato, è stato fatto presente che la Carta faunistica non è ancora ufficiale e quindi non può essere presa in considerazione; gli AdT hanno replicato che non ci si può appigliare ad una mancata ufficialità, visto che questi dati sono una risultanza di circa cinque anni di studi e censimenti. Dati che confermano ciò che gli ambientalisti sostengono da tempo e cioè che le specie stanziali sono gravemente a rischio. Anche in questo caso la proposta degli AdT è stata respinta.
3. Caccia alla migratoria: viene accettata la proposta degli AdT di depennare dall?elenco delle specie cacciabili la marzaiola e la canapiglia, specie molto sensibili e comunque molto trascurabili.
4. Caccia al cinghiale: gli AdT hanno richiesto che l?attività venatoria venisse consentita solo due mesi; da metà novembre fino a metà gennaio oppure nei mesi di novembre e dicembre; anche in questo caso, la proposta è stata respinta.

Come considerazioni finali non si può non rilevare che è mancata una capacità di fare una proposta che tenesse conto della situazione reale della fauna documentata da dati oggettivi (ufficiali o meno); realtà di estrema criticità soprattutto per la fauna nobile stanziale che risulta essere primario oggetto di attività venatoria, seguita dalla caccia alla migratoria e a finire dalla caccia grossa.
La proposta definitiva di calendario, come riportato nello schema precedente, soddisfa solamente le esigenze del mondo venatorio; ci si sarebbe aspettato dall?assessora Congiu (peraltro non presente alla riunione ed esponente di Rifondazione Comunista, in genere attenta ai problemi ambientali) una proposta innovativa che privilegiasse finalmente la tutela della fauna e secondariamente disciplinasse l?attività venatoria, cioè venisse tutelato l?interesse pubblico (visto che la fauna è patrimonio indisponbile della Regione) e non quello privato (visto che la caccia è una concessione e non un diritto).

In seguito alla specifica riunione del Comitato provinciale faunistico di Oristano è, invece, emersa la seguente proposta:

specie cacciabili e periodi di caccia:

tortora: 3 e 10 settembre / dall?alba al tramonto

pernice e lepre: 17 – 24 settembre / 1 ? 8 ?15 ottobre (in totale max 2 lepri e 3 pernici per stagione) dall?alba alle ore 14

niente silenzio venatorio (l?anno scorso era di 15 giorni)

coniglio, volpe, ecc. + anatidi + alzavola, ecc.: dal 1 ottobre ogni giovedì e domenica

cinghiale: 5 ? 12 ?19 ?26 novembre / 3 ? 8 ? 10 ? 17 ? 24 ? 31 dicembre / 7 ? 14 ? 21 ? 28 gennaio

in una giornata di caccia il “carniere” massimo di:
- 3 pernici + 1 lepre, 5 conigli, 5 beccacce, complessivamente 30 capi
- 1 cinghiale ogni 5 fucili o frazione in totale max 10 cinghiali per
compagnia ? 2 volpi per cacciatore e 20 volpi per battuta.

Adesso la discussione si sposta al Comitato faunistico regionale, dove si adotterà il calendario definitivo 2006/2007.

Paolo Fiori e Gian Carlo Fantoni
componenti ecologisti dei Comitati provinciali faunistici
delle Province di Cagliari e di Oristano

(foto L.A.C.)

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