Democrazia del futuro: vogliamo ?partecipare??

Riceviamo e pubblichiamo volentieri l?intervento di Francesca Madrigali e Samir Villani, assidui frequentatori del blog, in materia di democrazia partecipativa e vi proponiamo una riflessione: gli italiani sono pronti a partecipare attivamente alla crescita politica e sociale del proprio Paese?
Negli ultimi decenni anche in Italia sono stati portati avanti alcuni esperimenti di politiche pubbliche ?integrate? per raggiungere l?obiettivo del ?buon governo? e il miglioramento della pubblica Amministrazione in termini di trasparenza, efficienza, rapporto reale con il cittadino. Alcuni esempi sono gli Accordi di Programma, i Progetti di Agenda 21 Locale, i Progetti Integrati Territoriali, i Progetti comunitari: Equal, Leader, Urban, Piani strategici per le città. Sono molti gli ?attori? coinvolti: Enti e soggetti portatori di interessi legittimi rappresentativi della realtà sociale, ambientale, culturale ed economica del territorio e del tessuto sociale. In concreto, sono soprattutto le associazioni dei cittadini, perché uno dei positivi effetti collaterali della democrazia partecipativa è appunto il valore dato all?aggregazione. Non si tratta solo di associazionismo politico-partitico, fondamentale per la vita istituzionale, o quello sindacale, decisivo per la difesa dei diritti sul lavoro, ma soprattutto di quello che costituisce una forma importante di promozione sociale, culturale, ecologica, dell’associazionismo autogestionario. Tutte le forme che hanno dato origine a ciò che chiamiamo terzo settore, organizzazioni civiche, forme di economia popolare e di solidarietà, costituiscono ormai una vera e propria nuova dimensione di istituzionalità sociale e come tale dovrebbero poter dire la loro sugli argomenti della cosa pubblica. Ordini professionali, associazioni sportive, associazioni di categoria, associazioni industriali, organizzazioni sindacali, enti pubblici e circoscrizioni, scuole, imprese, servizi / utilities, università e centri di formazione professionale sono alcuni degli attori del processo partecipativo.
E? evidente che non è possibile interpellare ogni cittadino singolarmente, vista anche la complessità delle decisioni e la necessità di dare adeguate informazioni perché il giudizio sia il più possibile sereno e rappresentativo di tutta la popolazione coinvolta. Nella forma attuale di democrazia, chi viene eletto subisce le pressioni del mercato, delle lobbies, e nella maggior parte dei casi non ha le competenze necessarie per far fronte alle problematiche più specifiche (nuove tecnologie, viabilità, ma anche etica della persona). Semplici cittadini, in particolare nei movimenti associativi, sono a volte più informati dei responsabili politici. Nella forma attuale di democrazia il rappresentante riceve una fiducia ?generica?, nella democrazia partecipativa un gruppo di cittadini discute di un argomento preciso dopo avere assunto tutte le informazioni necessarie. Si tratta di una quindicina di persone come nel caso delle conferenze di cittadini, chiamate «conferenze di consenso» in Danimarca, dove sono state lanciate negli anni ’80 e dove sono relativamente istituzionalizzate. I tempi naturalmente si allungano, ma i risultati sono più certi: dove per certezza si intende una reale corrispondenza dei bisogni e delle esigenze della cittadinanza con le decisioni, finalmente prese ?insieme? e non ?calate dall?alto?. Questa novità, infatti scardina il finora conosciuto meccanismo di delega attraverso il quale l’elettore rinuncia all’azione politica personale fino alle elezioni successive, e presuppone un impegno concreto del cittadino, traducibile ad esempio nel dover dedicare molti fine settimana ad informarsi, discutere, interrogare, esprimere un parere, in maniera anonima e non retribuita. Le persone chiamate alle conferenze di cittadini sono suddivise per categoria (età, sesso, professione, scelta politica, origine), su un campione più ampio di alcune decine di volontari scelti a caso. Scopo della procedura è ottenere quel parere, che si presume avrebbe espresso l’insieme della popolazione, se si fosse potuto darle preliminarmente gli strumenti per un giudizio informato, cosa materialmente impossibile.
Queste proposte rischiano di essere tacciate di elitarismo, partendo dall’assunto che il popolo è formato dall’insieme dei cittadini, e non si può escluderne una parte… È vero, ma la crescente astensione nelle consultazioni elettorali non testimonia forse l’esclusione, cosiddetta volontaria, del 30%, 50%, se non di più, delle persone chiamate a votare? L’importante è non inquadrare e fissare una volta per tutte una frazione della popolazione come marginale, e un’altra come parte integrante della società. Così come tutti i cittadini sono chiamati alle urne, tutti possono essere scelti, in modo casuale, per discutere ed esprimere il proprio parere in una conferenza di cittadini. Non c?è dubbio quindi che di sistema democratico si tratti: tutti vengono coinvolti, se lo vogliono.
Senza partecipazione reale il distacco dei rappresentanti dai rappresentati si allarga e diventa incolmabile; ecco dunque che episodi come quello relativo all?Alta Velocità in Val di Susa chiariscono come le forme di democrazia puramente rappresentativa non soddisfino pienamente le esigenze del territorio e di chi lo abita: al contrario, vengono percepiti come prepotentemente imposti dall?alto, senza appunto la ?partecipazione? di chi ha più diritto di dire la sua, cioè i cittadini. Esperimenti come quello della ?democrazia discorsiva? recentemente portato avanti in Grecia per la scelta del candidato alla poltrona di sindaco della città di Marousi, un sobborgo di Atene, da una parte sono laboratori politici evidentemente non applicabili ovunque allo stesso modo, ma illuminano una strada possibile per il futuro, in cui ogni abitante della Polis può riscoprire il senso di un impegno ?politico? e sociale a tutto tondo.
(foto C.B., archivio GrIG)

































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