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Archivio Ottobre 2006

Streghe o adultere fa lo stesso, le vogliono lapidare !


Riceviamo e pubblichiamo molto volentieri da Amnesty International. Invitiamo tutti i frequentatori del “blog” a sottoscrivere e far sottoscrivere l’appello !

Gruppo d’Intervento Giuridico

Parisa, Iran, Khayrieh, Shamameh, Kobra, Soghra y Fatemeh sono sette donne iraniane condannate a morire lapidate e il tempo per evitare che ciò accada è poco.
Come sapete, la Repubblica Islamica dell?Iran considera l?adulterio come un delitto punito con la pena della morte mediante lapidazione, in aperta violazione dell?ACCORDO INTERNAZIONALE SUI DIRITTI CIVILI E POLITICI che garantisce il diritto alla vita e proibisce la tortura.
Parisa, Iran, Khayrieh, Shamameh, Kobra, Soghra y Fatemeh non devono morire.
Facciamo qualcosa, non restiamo in silenzio !

COPIA IL SEGUENTE LINK SU INTERNET EXPLORER, COLLEGATI E FIRMA !!

http://www.es.amnesty.org/especial/lapidacion-iran/firma2.php

Sappiamo che possiamo contare su di voi !

Amnesty International

(foto da mailing list umanitaria)

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I preti disobbediscono al papa ?


Siamo un po’ sconcertati: papa Benedetto XVI ha giustamente duramente condannato la pedofilìa, bollando pesantemente i religiosi che la praticano. Ma alcuni preti sembrano pensarla diversamente…..

A.N.S.A. , 28 ottobre 2006

PAPA: SU PRETI PEDOFILI STABILIRE LA VERITA’ E AIUTARE LE VITTIME

CITTA’ DEL VATICANO – Nei casi in cui dei religiosi si siano macchiati di atti di pedofilia è necessario “stabilire la verità di quanto accaduto, al fine di adottare qualsiasi misura sia necessaria per prevenire la possibilità che i fatti si ripetano, garantire che i principi di giustizia siano pienamente rispettati e, soprattutto, portare sostegno alle vittime e a tutti quanti siano colpiti da questi enormi crimini”. E’ quanto ha raccomandato oggi papa Benedetto XVI nel corso dell’udienza ai vescovi della Conferenza Episcopale d’Irlanda, ricevuti in occasione della loro visita Ad Limina. “Nell’esercizio del vostro ministero pastorale – ha ricordato il Pontefice – avete dovuto fare fronte negli anni recenti a molti e terribili casi di abusi sessuali su minori. Questi sono ancora più tragici quando ad abusare è un uomo di Chiesa. Le ferite causate da tali atti agiscono in profondità ed è un’operazione urgente ricostruire la fiducia e la sicurezza là dove esse sono state danneggiate”.
Dopo aver elencato le sue raccomandazioni e le corrette modalità per affrontare efficacemente il problema, papa Ratzinger ha aggiunto che solo “in questo modo la Chiesa in Irlanda potrà crescere più forte ed essere ancora più capace di dare testimonianza della forza redentrice della croce di Cristo”. “Il pregevole lavoro e l’abnegazione della grande maggioranza dei sacerdoti e religiosi d’Irlanda – ha concluso – non devono essere oscurati dalle trasgressioni di alcuni dei loro fratelli. Sono certo che la gente lo capisca e continui a guardare al suo clero con affetto e stima”.

A.G.I., 28 ottobre 2006

IL PAPA SFERZA I PRETI PEDOFILI

CdV, 28 ott. – Gli abusi sessuali sui minori rappresentano sempre ‘un crimine terribile’. Ma questi casi ‘sono ancora piu’ tragici quando ad abusare e’ un uomo di Chiesa’. Benedetto XVI non usa giri di parole per condannare nuovamente i sacerdoti che in vari paesi del mondo si sono macchiati di pedofilia. ‘Le ferite causate da tali atti – ha detto oggi ai vescovi dell’Irlanda – agiscono in profondita’ ed e’ urgente ricostruire la fiducia e la sicurezza la’ dove esse sono state danneggiate’. ‘Il pregevole lavoro e l’abnegazione della grande maggioranza dei sacerdoti e religiosi d’Irlanda – ha spiegato – non devono essere oscurati dalle trasgressioni di alcuni dei loro fratelli’. Papa Ratzinger, che si e’ detto ‘certo’ del fatto che la gente capisce le reali proporzioni del fenomeno (che riguarda comunque una minoranza esigua del clero) e ‘continua a guardare al suo clero con affetto e stima’, ritiene importante ‘stabilire cosa sia avvenuto realmente nel passato, e prendere ogni provvedimento affinche’ casi del genere non avvengano di nuovo’. Inoltre, ha affermato, ‘e’ necessario assicurarsi che i principi di giustizia siano pienamente rispettati’, indennizzando ‘tutti coloro che sono stati colpiti da questo grave crimine’. ‘Solo in questo modo – ha concluso – la Chiesa in Irlanda potra’ crescere piu’ forte ed essere ancora piu’ capace di dare testimonianza della forza redentrice della croce di Cristo’.

A.N.S.A., 30 OTTOBRE 2006

NUOVO COLPO DELLE IENE, PRETI CONSIGLIANO OMERTA’ SU MOLESTIE

ROMA – Nuovo colpo delle ‘Iene’: stavolta le ‘vittime’ sono alcuni preti dell’hinterland lombardo che, sollecitati da una mamma, il cui bambino sarebbe stato oggetto di attenzioni sessuali da parte di sacerdoti di parrocchie vicine, consigliano di non dire niente al proprio marito e parlarne al responsabile della diocesi. Il servizio andrà in onda nella puntata di martedi’ su Italia 1 e presenta la reazione di sette preti sui dieci effettivamente contattati dalla mamma-iena. Bloccate dal garante della privacy per il servizio sul test anti-droga alla Camera, le Iene non si sono date per vinte. E stavolta sono andate a verificare “la sensibilità sul tema della pedofilia” in alcune parrocchie lombarde all’indomani delle parole si papa Benedetto XVI sulla pedofilia dei preti, definita “crimine enorme”. Naturalmente il servizio che andrà in onda martedi’ è rigorosamente ‘schermato’: non si vedranno le facce dei sacerdoti né si potrà individuare la loro vera voce che è stata debitamente distorta. Protagonista è la iena Elena Di Cioccio, finta mamma mite e timorata di Dio, devota e un po’ dimessa, con impermeabile e foulard. Incontra alcuni preti di parrocchie lombarde mai nel segreto del confessionale ma sempre in un ufficio, un corridoio o davanti all’ ingresso della chiesa. La storia che racconta è sempre la stessa: ha una bambino piccolo, che va alle elementari e frequenta un parrocchia vicina ma le lo vorrebbe spostare e trasferire. Perché? chiedono invariabilmente i preti. Dopo aver finto un po’ di ritrosia, la ‘mamma’ confessa: è stato vittima di attenzioni sessuali da parte di un prete di un comune dal nome inventato ma che per assonanza con i vari Mezzago, Lurago ecc. sembra vero. A questo punto, raccontano le Iene, iniziano i ‘consigli’ dei preti. Tutti, invariabilmente, chiedono se anche il papà del bambino è a conoscenza dei fatti e, alla risposta negativa della ‘mamma’, suggeriscono intanto di non farne parola col marito. Poi iniziano a spiegare, secondo il racconto delle Iene, che ci sono vari modi per affrontare la situazione ma, sottolineano i responsabili del programma, nessuno di loro suggerisce di rivolgersi a polizia e magistratura. Piuttosto, la ‘mamma’ farà meglio a parlarne ad un superiore del prete, al responsabile della diocesi. Ma cosa accadrà a questo prete? chiede allora la donna. La maggior parte dei preti risponde che, forse, potrebbe essere trasferito. Martedi’ il servizio dovrebbe andare in onda su Italia 1, dopo le 21, all’interno di Le iene show. Garante permettendo.

(foto S.D., archivio GrIG)

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E il costone di Bonaria se ne viene giù !


E il costone di Bonaria, vecchio ciglio di cava di calcare, appesantito da troppi anni e, soprattutto, troppe mine, troppi scavi e troppi palazzi, se ne viene giù. Per ora soltanto un enorme masso ed un po? di detriti. Finiti nella strisciolina di giardino del palazzo di Via Bolzano dove risiedono appartenenti alle Forze armate ed alle Forze dell?ordine. Giardino nel quale giocano ogni giorno numerosi allegri bambini. Bambini che, per segno benevolo della Fortuna, non erano presenti quando il costone di Bonaria è stato sopraffatto dalla stanchezza. Ora i Vigili del fuoco cercheranno di individuare qualche soluzione.

A dir il vero la ?soluzione? era stata molte volte indicata dal Comitato di quartiere ?Zona Via Aosta? e dalle associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico che, con innumerevoli esposti (25 maggio 1996, del 28 luglio 1997,12 novembre 1997, 22 dicembre 1997, 2 marzo 1998, 3 novembre 1998, 22 gennaio 1999 e del 20 maggio 2000) hanno cercato di convincere Comune di Cagliari, Ministero dei lavori pubblici, Assessorato regionale dei lavori pubblici, Prefettura di Cagliari che quella striscia di terreno, classificata zona ?S 3 ? servizi pubblici di quartiere? nel vecchio P.R.G. doveva rimanere destinata a quel ?verde pubblico? del quartiere di Via Aosta, già amputato dalla contigua centrale ENEL di trasformazione dell?energia elettrica dall?alta (150 kv) alla bassa tensione (15 kv) e dall?ex depositeria delle auto rimosse di Via Bolzano, poi divenuta uno squallido cantiere ? deposito. Il tutto in attesa dell?ennesima speculazione edilizia. Di tutto ne era stata informata la competente Procura della Repubblica. Inutilmente, il solito ?mattone? cagliaritano doveva aver la meglio.

Un accordo di programma ex art. 27 della legge n. 142/1990 stipulato il 2 giugno 1994 (e ratificato con delibera commissariale n. 1713 del 23 giugno 1994) tra l?allora Commissario prefettizio, il Presidente della Giunta regionale e la I.GE.CO.RI. s.r.l. (anche per conto della MULAS COSTRUZIONI s.r.l.) per la realizzazione di un palazzo di otto piani (24 appartamenti), altezza max mt. 22,16, avente volumetria di mc. 8.512,50 su mq. effettivi del lotto 2.837,50 modificava di fatto la destinazione urbanistica. La delibera commissariale di ratifica dell?accordo di programma veniva poi ?rinviata? dal Comitato regionale di controllo nella seduta del 5 agosto 1994 perchè il Comune producesse ?una relazione tecnico-urbanistica … sugli aspetti connessi alla variante al P.R.G. ed alle sue implicazioni; sulla sussistenza dei requisiti di cui al D.A. 2266/U del 1983, nonchè sulla scelta di un?area classificata di servizio (verde pubblico di quartiere, n.d.r.) e non già residenziale senza addurre alcuna motivazione?. Alla faccia dell?allora vigente termine per l?invio delle controdeduzioni di venti giorni (in quanto comportante variante allo strumento urbanistico) dal ricevimento del provvedimento di ?rinvio? (vds. artt. 33 della legge regionale n. 38/1994 e 21 della legge regionale n. 4/1995), soltanto in data 15 dicembre 1994 sono stati inviati i chiarimenti comunali che hanno visto l?adozione di provvedimento definitivo da parte del Co. Re. Co. nella seduta del 25 gennaio 1995. Con D.P.G.R. 3 giugno 1994 il Presidente della Giunta regionale ha decretato l?adozione dell?accordo di programma, riclassificando l?area quale zona ?B 4? del P.R.G. Si deve anche ricordare che l?accordo di programma immobiliare è stato stipulato sulla base dell?art. 18 del decreto-legge 13 maggio 1991, n. 152 convertito nella legge 12 luglio 1991, n. 23 e dell?art. 8 del decreto-legge 5 ottobre 1993, n. 398 convertito nella legge 4 dicembre 1993, n. 493 che prevedono la realizzazione di interventi immobiliari con contributi e fondi pubblici per l?alloggio di ?dipendenti delle amministrazioni dello Stato quando è strettamente necessario alla lotta alla criminalità organizzata?: l?accordo di programma ha vìolato palesemente l?art. 8, comma 3°, della citata legge n. 493/1993 perchè adottato ben oltre il termine di 60 giorni dalla comunicazione del Segretariato del Comitato per l?edilizia residenziale (C.E.R.) al Presidente della Giunta regionale dell?approvazione dell?intervento proposto. In questo caso il Segretariato del C.E.R. ha comunicato con nota n. B/12049 del 30 dicembre 1993, mentre l?accordo di programma è stato stipulato soltanto il 2 giugno 1994: a questo proposito il citato art. 8, comma 3°, della legge n. 493/1993 stabilisce la revoca di diritto dell?approvazione dell?intervento: conseguentemente tutta la successiva ? e copiosa ? attività amministrativa in merito appare palesemente viziata. Ma nessuna ?autorità competente? ha mosso un dito. in seguito sono stati adottati i seguenti atti:
? deliberazione Giunta municipale n. 1628 dell?8 luglio 1997 (proposta al Consiglio comunale dell?approvazione definitiva dell?intervento);
? relazioni geotecniche dott. F.Pancirolli (12 ottobre 1995) e prof. R.Cotza e ing. B.Grosso (15 marzo 1996);
? ordine del giorno Consiglio comunale n. 2 del 21 gennaio 1998 (esperimento di ricerca di eventuale sito alternativo ed approvazione con condizioni);
? deliberazione Consiglio comunale n. 8 del 25 gennaio 1999 ( presa d?atto del sito ed approvazione del programma di intervento e della convenzione urbanistica).
Con nota prot. n. 1645 del 4 febbraio 1999 il dirigente della Divisione edilizia privata del Comune di Cagliari certificava l?inesistenza di atti in merito all?indagine per il reperimento di aree alternative, ma affermava ? in sostanza ? l?avvenuta conferma dell?originario sito a causa dell?eventuale perdita dei finanziamenti pubblici. Complimenti, un bel meccanismo per premiare una speculazione edilizia.

Nel progetto (?intervento edificatorio nella via Bolzano?, schema d?inserimento, tav. 1, luglio 1994 agg. ottobre 1995, a firma ing. Giuseppe Luigi Mulas) venivano esplicitamente previsti ?tagli, non necessariamente verticali, della roccia ed asportazione dei materiali instabili o fratturati? al fine di portare a mt. 9,50 la distanza dell?edificio in progetto dal piede del costone di Bonaria. Le relazioni geotecniche del dott. F. Pancirolli (12 ottobre 1995) e del prof. R. Cotza e ing. B. Grosso (15 marzo 1996) escludevano qualsiasi rischio di ?caduta massi?. Il costone di Bonaria ora li ha smentiti clamorosamente.

E ora quali iniziative adotteranno il Comune di Cagliari e le altre ?autorità competenti? ? Realizzeranno una piccola cappella ?per grazia ricevuta? ? Ingabbieranno il costone ? E per l?ennesimo palazzone in costruzione proprio sul ciglio del fronte di cava che faranno ? Bloccheranno i lavori ? ne ordineranno la demolizione ? Nel mentre è meglio che i bambini di Via Bolzano non vadano a giocare in giardino?..

Comitato di quartiere “Zona Via Aosta”</b> , Gruppo d?Intervento Giuridico e Amici della Terra

(foto S.D., archivio GrIG)

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L’alluvione di Firenze, 40 anni or sono…..

30 Ottobre 2006 Commenti chiusi


In questo periodo, nel 1966, Firenze venne travolta dall’Arno. Volontari e solidarietà da tutto il mondo vinsero una drammatica corsa contro il tempo per salvare un patrimonio storico-artistico unico. E’ e rimane un esempio di quello che possiamo e dobbiamo fare per la nostra Terra.

Gruppo d’Intervento Giuridico

A.N.S.A., 29 ottobre 2006

QUARANTA ANNI FA L’ALLUVIONE DI FIRENZE

FIRENZE – Sono passati 40 anni dal 4 novembre del 1966, quando la furia del fiume mise in ginocchio Firenze in poche ore. Dalle 5 del 3 novembre, per 18 ore consecutive, caddero sul capoluogo e sul territorio provinciale (per un totale di 9.000 chilometri quadrati) 20 centimetri di pioggia.

Sotto i ponti di Firenze passarono oltre 400 milioni di metri cubi d’acqua e, nella notte del 4 novembre, l’Arno straripo’. I fiorentini si svegliarono sommersi dal loro fiume e, nonostante i molteplici gesti eroici che si consumarono durante la piena, le vittime furono 29. L’acqua e il fango penetrarono ovunque, nelle chiese, nei musei, nelle biblioteche danneggiando irreparabilmente un ingente patrimonio d’ arte di inestimabile valore.

Comincio’ cosi’ la corsa per cercare di salvare il salvabile e per aiutare la citta’ in ginocchio. Determinante fu l’aiuto di migliaia di volontari da tutta Italia e da tutto il mondo, i cosiddetti ”Angeli del fango”.

CON ‘ARNUS ’06′ AL VIA CELEBRAZIONI
Con l’esercitazione della protezione civile “Arnus 2006″, che si svolge oggi a Firenze, si sono aperte le iniziative per ricordare il 40/o anniversario dell’alluvione. Centinaia di persone, appartenenti a tutte le strutture e forze operative operanti nel Comune, si sono mobilitate per far fronte ad una simulata esondazione di due torrenti.

Oggi la città è certamente più pronta che in passato a far fronte ad emergenze di questo tipo, ma il 4 novembre del 1966, la furia del fiume la mise in ginocchio in poche ore. A Firenze arrivarono migliaia di volontari da tutto il mondo, i cosiddetti “Angeli del fango” ora tra i tanti protagonisti delle manifestazioni che sono state organizzate in questa settimana per ricordare il 40/o anniversario.

Oltre 2.000 ex “angeli” saranno a Firenze il 4 novembre per ricordare quel momento: assieme a loro sono attesi il senatore Ted Kennedy, il vicepremier Francesco Rutelli, i ministri per l’Ambiente Pecoraro Scanio e quello per i rapporti con il Parlamento Vannino Chiti, il direttore della protezione civile Guido Bertolaso. Fra gli oltre 100 eventi in programma, numerosi sono quelli rivolti al mondo dell’ arte come la mostra fotografica di David Lees (dal 3 al 7 novembre nella sala d’Arme di Palazzo Vecchio) e la presentazione del restauro della decima formella della Porta del Paradiso del Ghiberti (il 3 novembre al Museo dell’ Opera del Duomo).

Il 4 novembre sarà il giorno del ricordo: lo aprirà la messa in Duomo celebrata dal cardinale Ennio Antonelli e lo chiuderanno la ‘Petite messe solemnelle’, eseguita dai solisti del Maggio musicale fiorentino diretti dal maestro Giuseppe Mega, e il recital di Marco Paolini, Sandro Lombardi e Anna Meacci al Teatro Verdi.

Il 5 novembre verrà proiettato nel Salone dei Cinquecento il film documentario ‘Alluvione di Firenze’ di Franco Zeffirelli e il 6 novembre, al Teatro Puccini, il cortometraggio ‘Firenze alluvionata’ di Flavio Carbone. Il 7 novembre verrà inaugurata l’esposizione al Museo dell’Opera in Santa Croce delle opere danneggiate e restaurate dall’Opificio delle Pietre Dure, e l’11 novembre arriveranno i sindaci di New Orleans (questi porterà una jam session nel quartiere di San Lorenzo), Dresda, Budapest e Venezia per la firma dell’accordo sulla salvaguardia dell’ambiente (nel Salone dei Duecento).

A chiudere le manifestazioni, nella basilica di Santa Croce, l’esecuzione della ‘Nona’ di Beethoven. Per l’ occasione i ponti dell’ Arno saranno illuminati con luce diverse.

‘COSI’ SALVAMMO IL CRISTO DI CIMABUE’

A 40 anni di distanza il simbolo dell’ alluvione di Firenze e della resurrezione della città è ancora il Cristo del Cimabue (1240-1302) che acqua e fango avevano quasi sommerso completamente nel cenacolo di Santa Croce, ma che un restauro difficile, guidato dal professor Umberto Baldini, fece rinascere. Il livello dell’ acqua del 4 novembre 1966 raggiunse i sei metri in città e il complesso religioso che custodiva l’ opera non fu risparmiato.

Dal legno medievale inzuppato di umidità (arrivata al 147%) si era staccato il 70% della pittura e le gravi lacune impedivano una valida lettura dell’ opera. Il disastro, ad un primo momento, aveva due soluzioni: il deposito di quanto rimaneva dell’ opera in uno scantinato della soprintendenza fiorentina e, per chi si accontentasse, le fotografie scattate in precedenza. Invece, il Cristo risorse in modo fedele alle intenzioni del suo autore. Merito di un restauro innovativo da cui scaturì un metodo, ‘l’ astrazione cromatica, che per interventi di questa gravità ha fatto scuola nel mondo e che per la prima volta venne applicato sul campo.

“Fu un lavoro di recupero graduale in cui ci guidò la potenza espressiva di quanto rimaneva dell’ opera originale e che non si faceva ignorare”, ricordano oggi Ornella Casazza e Paola Bracco, all’ epoca giovani restauratrici chiamate ad intervenire nel laboratorio di restauro della Fortezza. Era l’ ultima, decisiva fase, che va dal 1975 al 1976, l’ anno in cui, finalmente, il crocifisso venne riconsegnato alla basilica dopo il restauro. Quella che si preannunciava come una missione impossibile diventò un successo.

“Il Cristo di Cimabue – racconta Ornella Casazza, oggi direttrice al Museo degli Argenti di Palazzo Pitti – poteva finire in un deposito, oppure diventare osservabile come era rimasto, cioé con solo il 30% della pittura che si era salvata, oppure si poteva, grazie alle immagini che avevamo, realizzare una pittura uguale a quello originale cioé fare un falso, un Cimabue-Casazza-Bracco che non avrebbe avuto senso”. “Invece – prosegue la studiosa – la potenza del colore e dell’ espressione era tale da indurci a cercare una soluzione per rendere una visione dell’ opera fedele all’ intenzione dell’ autore”. Così nacque l’ ‘astrazione cromatica’. Lievi pennellate di collegamento da una zona superstite all’ altra permisero di ricomporre le lacune rispettando la visione di chi osserva. Fu questa la soluzione scelta e il colore usato era il risultato della media dei colori dell’ originale.

“Agimmo con un pennellino finissimo – racconta con rinnovato entusiasmo Ornella Casazza – e collegammo le parti rimaste in migliori condizioni alle lacune maggiori. Erano tratti debolissimi e finissimi che non dovevano assolutamente urtare l’ originale ma condurre l’ occhio a cogliere nell’ insieme ciò che Cimabue ci voleva trasmettere. Considerate le condizioni di rovina dovevamo interpretare e restituire all’autore ciò che egli aveva voluto che si cogliesse della sua opera”.

“In modo intuitivo – spiega Paola Bracco che è ancora oggi uno dei ‘pilastri’ del laboratorio di restauro dell’ Opificio delle Pietre Dure – avevamo applicato una legge dell’ ottica. Ce lo riconobbero alcuni fisici che esaminarono il crocifisso nei tempi successivi alla riconsegna. Questo restauro fu una pietra miliare anche per il tipo di approccio. Prima non c’ era l’ analisi delle grandi lacune. Dovemmo analizzare il rimanente e trovare un collegamento che non fosse imitazione di una situazione sul dipinto provocata dall’ evento, dal trauma. Riuscimmo a legare le parti sanificate a quelle perdute”.

Chi, dopo il restauro, guarda la tavola a croce nel suo insieme percepisce una visione simile a quella precedente al danneggiamento e tale da trasmettere la sofferenza del Cristo. Questo è un elemento centrale perché il Cristo di Cimabue, risalente alla fine del ’200, e’ riconosciuto dagli storici dell’ arte come elemento di rottura della tradizione gotico-bizantina e di avvio della grande stagione della pittura fiorentina e italiana. Papa Paolo VI, visitando Firenze alluvionata, parlò dell’ opera di Cimabue come della “vittima più illustre”. Oggi il crocifisso superstite dell’ alluvione si erge alla stessa altezza di 40 anni fa ma è protetto da un congegno a carrucola che, nel caso di nuova esondazione, lo fa alzare fino al tetto mettendolo in salvo.

(foto da mailing list culturale)

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Ma "provincia verde" de chè ?


Quando abbiamo letto questo articolo abbiamo trasalito: vuoi vedere che finora non ci eravamo accordi di vivere in una bellissima “provincia verde”, circondata da paradisi riconosciuti nella Convenzione di Ramsar per la tutela degli uccelli acquatici, da ben 17 siti inseriti nel progetto Bioitaly, da Zone a Protezione Speciale (Z.P.S.), da Siti di Importanza Comunitaria, da zone umide rilevantissime ? Tutte queste eccelse prerogative, secondo il Presidente della Provincia Pasquale Onida, sono caratterizzate da un?azione di tutela tale da poter essere citata come esempio di sostenibilità ambientale e biodiversità. Da tutto ciò la qualifica di ?Provincia Verde?. Chi ha dato questa qualifica alla Provincia di Oristano ? Credevamo fosse un riconoscimento ministeriale, ma abbiamo poi scoperto che si trattava molto più modestamente di un titolo assegnato alla rassegna nazionale di Euroflora. Ma tant?è. E? servito al Presidente per farsi bello con le penne del pavone.
Faremo solo pochi esempi: Per ciò che riguarda Ramsar basti ricordare che lo stagno di Cabras era stato dichiarato di valore internazionale perché ospitava o poteva ospitare più di 10.000 anatre; almeno 20 ? 30 coppie di Pollo Sultano, ecc. ecc. Ed ora ? Nell?ultimo censimento invernale, nel momento di maggior afflusso di uccelli migratori (dicembre 2005) le folaghe presenti in tale stagno erano erano 1 (proprio 1 !) e gli anatidi ben 6 (sic). Uguali considerazioni si potrebbero fare per gli altri siti Ramsar (S?Ena Arrubia, Stagno di S. Giovanni). Perché non leggere questi dati prima di esporsi a simili figuracce ? Dei SIC, inoltre, nessuno ha dimenticato gli indegni lavori pubblici che ne hanno stravolto i connotati (attività immobiliare nel bosco di Is Arenas, peschiere in cemento armato, canalizzazioni inutili, asfalto e cemento profusi in mille modi). Della gestione integrata della laguna di S?Ena Arrubia, dopo anni, nessuno si è ancora accorto, ma tutti sanno che la Provincia ha dovuto rimborsare alla Comunità Europea (ma chi ha pagato ?) i soldi spesi per un ?progetto natura? mai concluso.
Per ciò che riguarda l?Agenda 21 locale, raramente si è potuto vedere un così palese tradimento dello spirito e della lettera dei protocolli e delle buone pratiche di ?Agenda 21? e, più in generale, delle procedure di sostenibilità ambientale: un?assoluta mancanza di qualsiasi coinvolgimento delle Associazioni ambientaliste locali, così come di altri soggetti non istituzionali: mai invitati d?altronde a qualsiasi manifestazione riguardanti l?ambiente, forse perché troppo ?pericolose?.
Nell?articolo si scopre inoltre che il Presidente Onida si vanta della definizione del Piano Faunistico Provinciale; peccato che abbia dimenticato di dire (certe volte la distrazione?) che è stato sempre bocciato dal Consiglio Provinciale.
Potremmo continuare per chissà quanto, ma a proposito di zone umide vorremmo ricordare soltanto la leggera omissione, certamente anch?essa dovuta alla disattenzione del Presidente, delle numerose ecatombe di pesce che avvengono puntualmente nei nostri stagni che pure, a suo dire, sono esempi di sostenibilità ambientale e biodiversità. Le nostre lagune soffrono di mali che vanno sempre più aggravandosi e che si chiamano: mancanza di ricambio di acqua e aumento di salinità, inquinamenti, interramenti progressivi, cattiva gestione. Ma da parte della Provincia è meglio sorvolare e non addentrarsi in proposte operative e di rinaturalizzazione degli stagni.
Non sappiamo il perché delle affermazioni fatte dal nostro Presidente. I fondi messi a disposizione della Provincia finora sono serviti soprattutto a finanziare studi sugli stagni o ad avallare progetti ed opere pubbliche che, sia nelle previsioni che nella prova dei fatti, finora hanno dimostrato in gran parte di essere inutili o dannosi. A che cosa serviranno questi nuovi finanziamenti ? Restano per ora i problemi che stanno distruggendo l?economia e la natura di questa nostra benedetta Provincia. Non sarebbe stato meglio se il Presidente, in un slancio di sincerità avesse richiesto fondi per sanare seriamente le situazioni critiche invece di andare a vantare il meraviglioso ?equilibrio di biodiversità? ? Forse avrebbe dimostrato più serietà e avrebbe guadagnato più credibilità, senza raccontare al Ministro dell’Ambiente inutili favole che squalificano tutta la Provincia.
Gruppo d’Intervento Giuridico e Amici della Terra

(foto L.C., archivio GrIG)

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Porto Torres, oltre ai veleni arriverà anche un po’ di giustizia ?


In questi giorni emergono, tumultuose, informazioni e dati sulla drammatica situazione dell?inquinamento di origine industriale della zona di Porto Torres (SS). Troppi amministratori pubblici cadono dalle nuvole, nonostante dal 30 agosto 2006 una conferenza di servizi tenutasi presso il Ministero dell?ambiente faceva scaturire ben diciassette direttive urgenti a industrie ed aziende per adottare senza indugi tecniche ed accorgimenti per evitare almeno la prosecuzione degli inquinamenti più gravi. Amministratori pubblici e avvocati delle industrie cercano di minimizzare, ma la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Sassari prosegue le sue indagini. Arriverà almeno un po? di giustizia ? Speriamo di sì, ma la realtà sarda non induce all?ottimismo. Così come non induce all’ottimismo l’assordante silenzio dell’ampia canèa di coraggiosi politici oppositori dell’arrivo di ben … 200 tonnellate di “monnezza” napoletana. E’ vero, come anche da noi sostenuto, che v’era un divieto di legge insuperabile. Ma – a ben maggiore ragione – alte si dovrebbero levare voci ed invettive: in questo caso ci sono realmente reati, tumori, morti. Vero Giacomo Sanna ? Vero Settimo Nizzi ? Vero Ignazio Artizzu ? E basta, perchè si potrebbe fare un elenco del telefono…

La Sardegna è vista, nell?immaginario collettivo nazionale, come un?isola ancora integra, la vera ?riserva di natura? d?Italia, una delle oasi ambientali del continente europeo, dove scenari naturalistici, specie di ?altri animali? altrove rare, paesaggi, nuraghi e spiagge deserte la fanno ancora da padrone.
Ma è davvero così ? Il 21 aprile 2006 è stato presentato a Cagliari, il ?Rapporto sullo stato di salute delle popolazioni residenti in aree interessate da poli industriali, minerari e militari della regione Sardegna? (pubblicato come supplemento al numero 1 del 2006 di Epidemiologia & Prevenzione) alla presenza dell?Assessore regionale alla Sanità Nerina Dirindin, promotrice dell?iniziativa, dei sindaci e dei rappresentanti delle Asl dei territori interessati. Curiosamente nessuno dei tanti ?critici? sulla sua persona, decisamente scatenati al momento della nomina, ha dato un cenno di commento in merito. C?è voluto un?assessore ?piemontese? per tirar fuori dai non ignoti cassetti un bel po? di dati che danno purtroppo serie indicazioni di picchi di inquinamento nel territorio regionale. Nel nebbioso ed oppiaceo clima locale e tutto ?sardo? degli anni trascorsi chi, come anche noi ecologisti, chiedeva trasparenza e verità sui dati della morbilità e della mortalità nelle aree a forte concentrazione industriale veniva tacciato di allarmismo o, peggio, di terrorismo. Lo studio (in parte già illustrato lo scorso 12 dicembre 2005) è stato condotto nell?ambito dell?assistenza tecnica dell?Osservatorio Epidemiologico Regionale, con i fondi del Quadro comunitario di sostegno PON ATAS 2000-2006, e gestito dal Ministero della Salute e dalla società E.S.A. (Epidemiologia Sviluppo Ambiente) e ha come scopo quello di verificare lo stato di salute dei sardi nel ventennio 1981 ? 2001. Lo studio riguarda 18 aree del territorio regionale e prende in esame, in relazione ai residenti in Sardegna, l?evoluzione della mortalità nel periodo 1981?2001 (oltre 279.000 decessi) e la prevalenza delle patologie in base all?archivio dei ricoveri 2001?2003 (oltre un milione di ricoveri). Costituisce un?evidente essenziale fonte informativa per la promozione di politiche ambientali e della salute in aree potenzialmente fortemente interessate da fenomeni di nocività ambientale. In otto aree il rischio alla salute è determinato da fattori industriali (Portoscuso, Porto Torres, San Gavino, Sarroch, Ottana, Tortolì, comprensorio del sughero, Macomer), in altre tre da fattori militari (Capo Teulada, La Maddalena, Salto di Quirra), nelle restanti da fattori minerari ed urbani (Arbus, Iglesias, Cagliari, Sassari, Nuoro, Oristano, Olbia).

I dati emersi sono, senza dubbio, preoccupanti e non possono essere ignorati o sottovalutati dai nostri amministratori pubblici. Infatti, se consideriamo le difficoltà che si incontrano per ottenere giustizia, qualora insorgano malattie legate all?inquinamento (prima fra tutte, l?impossibilità di stabilire con certezza il nesso di causalità tra esposizione a sostanza tossica-malattia) è quanto mai opportuno, e logico, intervenire nel momento che precede il danno, attraverso controlli costanti e, come affermato dall?ex magistrato Felice Casson oggi neo-deputato, ?attraverso la concertazione tra istituzioni e imprese, senza le bugie e i silenzi del passato?. In alcune aree della Sardegna si sta peggio che nel resto d?Italia: abbiamo un eccesso di malattie respiratorie e dell?apparato digerente; gli uomini sono maggiormente colpiti da tumori del fegato, del polmone e del sangue, malattie in gran parte legate all?inquinamento ambientale e alle esposizioni professionali; nell?area militare di La Maddalena, si è registrato un eccesso del 178 % per il linfoma non Hodgkin e del 121 % per i tumori alla vescica.

Ecco, in sintesi, i risultati principali del rapporto:

Aree industriali

La mortalità per malattie respiratorie era significativamente in eccesso negli uomini a Portoscuso (sono stati osservati 205 casi rispetto a 125 attesi) e a San Gavino (69/47). Morti per pneumoconiosi (termine che raggruppa malattie come l’asbestosi, dovuta all’inalazione di particelle di amianto, e la silicosi, causata dall’inalazione di particelle di silice) sono state rilevate sporadicamente, tranne a Portoscuso, dove l’eccesso era marcato (osservati/attesi 117/30). I rischi di morte per cancro polmonare negli uomini mostravano allontanamenti dai valori attesi nelle aree di Portoscuso e Sarroch (entrambe con eccessi del 24%). A Porto Torres, la mortalità era in eccesso nei due generi per tutte le cause (del 4 % negli uomini e del 9% nelle donne) per le malattie respiratorie (8 e 28 %), per malattie dell’apparato digerente (13 e 21%) per tutti i tumori (ancora 4 e 9%). Anche la mortalità per tumori del fegato era in eccesso nei due sessi (18 e 21%) osservazione confermata dai tassi di incidenza del Registro tumori locale.

Aree minerarie

Nonostante una generale tendenza alla riduzione dell’eccesso di mortalità per malattie respiratorie non tumorali, intorno al 2000 le aree di Iglesias e Arbus mostrano ancora eccessi significativi negli uomini. In anni recenti, i morti per pneumoconiosi sono stati in media 20 all’anno ad Arbus e 10 a Iglesias. Anche il cancro polmonare negli uomini era aumentato nelle due aree (72/56 ad Arbus e 108/72 a Iglesias).

Aree militari

Eccessi significativi di morti e ricoveri ospedalieri per linfoma non Hodgkin sono stati osservati a La Maddalena (mortalità 1981-2001, negli uomini, 17 osservati contro 6,3 attesi, nelle donne 8/5,6). Nell’area di Salto di Quirra, nel 1997-2001 le morti per mieloma (negli uomini 5/2,3) e per leucemie erano aumentate nei due sessi.

Aree urbane

Il profilo di salute a Cagliari e Sassari è quello tipico delle città del mondo occidentale. La mortalità per tumori del colon-retto, del polmone, della mammella e della cervice uterina è relativamente alta rispetto alla media regionale.

Lo studio costituisce un?evidente essenziale fonte informativa per la promozione di politiche ambientali e della salute in aree potenzialmente fortemente interessate da fenomeni di nocività ambientale.

Anche alcuni dati sono proprio da evidenziare. Nella zona di Portoscuso e Comuni limitrofi la mortalità nel periodo 1997-2001 è superiore alla media regionale del 30 % per le malattie respiratorie e del 24 % per i tumori al polmone fra gli uomini, del 18 % per le malattie respiratorie e del 16 % per i tumori al polmone fra le donne. Eccessi, nel periodo complessivo preso in esame, rispetto alla media regionale del 40 % per le malattie dell?apparato respiratorio, del tumore al polmone, delle malattie dell?apparato urinario e dei tumori alla vescica, mentre la mortalità infantile maschile (periodo 0-1 anno) è superiore dell?85 % rispetto alla media regionale. A La Maddalena vi sono eccessi rispetto alla media regionale del 178 % per i linfomi non Hodgkin e del 121 % per i tumori alla vescica. A Porto Torres si sono verificati eccessi rispetto alla media regionale di sarcomi nei tessuti molli del 77 % fra gli uomini e dell?89 % fra le donne, di tumori alla tiroide del 45 % fra le donne, mentre gli incrementi tumorali ai polmoni fra gli uomini sono stati del 37 % nel periodo 1981-1983 e del 6 % nel periodo 1999-2001, con punte di eccessi del 20 % per i tumori al fegato. A Cagliari si è riscontrato un eccesso rispetto alla media regionale del 42 % di tumori all?utero. Ad Arbus sono, invece, stati riscontrati, sempre nel periodo complessivo in esame, eccessi del 149 % per le malattie respiratorie fra gli uomini. A Teulada un eccesso del 43 % di linfomi non Hodgkin fra gli uomini. Al Salto di Quirra sono stati verificati eccessi rispetto alla media regionale del 107 % per le malattie dell?apparato digerente fra le donne e del 28 % per i tumori linfoematopoietici fra gli uomini, mentre a Sarroch un eccesso del 13 % per i tumori del polmone.

Davanti a dati scientifici di questo tenòre stonano le dichiarazioni soporifere e tranquillizzanti di diversi, troppi, amministratori locali e sindacalisti (?i morti per tumore eredità di una stagione ormai alle spalle?), stonano le prese di distanza di alcune aziende industriali (?non si faccia allarmismo?). La verità è che finchè non saranno accertati scientificamente i rapporti causa ? effetto fra inquinamenti e malattie non sarà possibile fare chiarezza ed ottenere giustizia. E non vi potrà essere autentico disinquinamento definitivo senza vera giustizia. In proposito ritornano ancora alla memoria le parole dell?illuminante deposizione del 10 novembre 2004 di Massimo Porceddu, tecnico ambientale del Presidio multizonale di prevenzione (P.M.P.) dell?Azienda USL n. 7, davanti alla Commissione parlamentare d?inchiesta sul ciclo dei rifiuti: “da dieci anni è interrotta ogni attività sistematica di controllo del territorio e delle industrie e i tecnici non possono più operare con quella autonomia prevista dalla legge; solo quando ci vengono fatte richieste ad hoc dell?autorità giudiziaria interveniamo, per il resto il Pmp è in una condizione di inerzia, di sostanziale inefficienza e ininfluenza su comportamenti potenzialmente illeciti di terzi ? in questo territorio esercitare il controllo ambientale non è un diritto ? dovere derivante dalle norme, ma un optional concesso in funzione del contesto politico-istituzionale presente e in funzione della situazione socio-economica della zona ? non abbiamo problemi tecnici, non siamo impossibilitati dalla tecnologia a svolgere i controlli, semplicemente non ce li fanno fare seriamente come si fa nel resto d?Italia“.

Una conferma di quanto si ipotizzava da tempo: da lunghi anni le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico denunciano la palese assenza dei necessari riscontri dei controlli ambientali di legge nel territorio del basso Sulcis, gli scandalosi ritardi nell?attuazione del piano di risanamento ambientale e di disinquinamento della locale zona a rischio di crisi ambientale (approvato nel 1993 ed esecutivo con il relativo accordo di programma del 1994). Analogamente da troppi anni denunciano la mancata attuazione in Sardegna (ultima regione d?Italia) dell?Agenzia regionale per la protezione dell?ambiente ? voluta dal risultato favorevole del referendum del 1992 promosso dagli Amici della Terra che ha sottratto i controlli ambientali alle U.S.L. ? unico strumento possibile di monitoraggio, verifica e controllo sullo stato dell?ambiente senza i troppi legami e condizionamenti provenienti dal mondo politico. I legami politico-amministrativi con il mondo dell?industria, evidentemente, hanno contato ben più del diritto alla qualità della vita e della salute pubblica. Ed ora questa ?operazione trasparenza? dell?Assessore Dirindin fa ben sperare in un futuro migliore, soprattutto perché ha confermato di voler andare fino in fondo. E pare proprio una persona di parola. Brava, avrà il nostro appoggio e quello certamente di tutte le persone oneste. Analoga indagine dovrebbe essere svolta dalla Magistratura competente, presso cui sono state inoltrate negli anni denunce circostanziate così come sono state svolte perizie ed analisi su vasta scala. Senza guardare in faccia a nessuno e chi ha sbagliato paghi, perché ? ancora una volta è necessario ribadirlo ? non vi può essere risanamento ambientale e sociale senza una vera giustizia.

Gruppo d?Intervento Giuridico e Amici della Terra

(foto S.D., archivio GrIG)

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Luisona Day !


Uno dei diritti fondamentali della persona, tuttora non consacrato nella nostra Carta costituzionale, è certo il ?diritto alla felicità?. Difficilmente realizzabile, anzi quasi impossibile, se non per brevi momenti da gustare fino in fondo. E allora via libera alle iniziative ironiche, paradossali, buffe ! Ve ne segnaliamo una?
Il 9 dicembre il mitico libro ?Bar Sport? di Stefano Benni compie trent’anni, festeggiamolo insieme ! Un gruppo di goliardi ha lanciato il Luisona Day. Organizzate la lettura di un libro in un bar o altrove e comunicatela al sito di Benni. Il Luisona day è il solo festival che non costa una lira ai contribuenti, non viene patrocinato da nessun piffero di pubblica amministrazione ! Per i particolari, consultare www.stefanobenni.it.

« La Luisona.
Al bar Sport non si mangia quasi mai. C?è una bacheca con delle paste, ma è puramente coreografica. Sono paste ornamentali, spesso veri e propri pezzi d?artigianato. Sono lì da anni, tanto che i clienti abituali, ormai, le conoscono una per una. Entrando dicono: ?La meringa è un po? sciupata, oggi. Sarà il caldo?. Oppure: ?E? ora di dar la polvere al krapfen?. Solo, qualche volta, il cliente occasionale osa avvicinarsi al sacrario. Una volta, ad esempio, entrò un rappresentante di Milano. Aprì la bacheca e si mise in bocca una pastona bianca e nera, con sopra una spruzzata di quella bellissima granella in duralluminio che sola contraddistingue la pasta veramente cattiva.
Subito nel bar si sparse la voce: ?Hanno mangiato la Luisona!?. La Luisona era la decana delle paste, e si trovava nella bacheca dal 1959. Guardando il colore della sua crema i vecchi riuscivano a trarre le previsioni del tempo. La sua scomparsa fu un colpo durissimo per tutti. Il rappresentante fu invitato a uscire nel generale disprezzo. Nessuno lo toccò, perchè il suo gesto malvagio conteneva già in sé la più tremenda delle punizioni. Infatti fu trovato appena un?ora dopo, nella toilette di un autogrill di Modena, in preda ad atroci dolori. La Luisona si era vendicata.
La particolarità di queste paste è infatti la non facile digeribilità. Quando la pasta viene ingerita, per prima cosa la granella buca l?esofago. Poi, quando la pasta arriva al fegato, questo la analizza e rinuncia, spostandosi di un colpo a sinistra e lasciandola passare. La pasta, ancora intera, percorre l?intestino e cade a terra intatta dopo pochi secondi. Se il barista non ha visto niente, potete anche rimetterla nella bacheca e andarvene.
» (Stefano Benni, Bar Sport).

(foto da mailing list letteraria)

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Tapis roulant al capolinea ?


Scale mobili, tapis roulant, parcheggi e ristoranti a Castello se ne vanno al capolinea ? Attendiamo fiduciosi, il tempo – una volta tanto – lavora per l’ambiente, la storia, la cultura…..

da Il Sardegna, 28 ottobre 2006

Il piano. Entro 60 giorni la Valutazione di impatto ambientale. Missione impossibile: Regione pronta a dire no. Addio tapis roulant a Castello,inutile la corsa ai finanziamenti. Ma l’assessore all’Urbanistica Campus ci crede ancora: «Lavoreremo sino all’ultimo». STEFANO AMBU.

La Regione ha già lo spumante in mano: la notte di Capodanno sarà anche la festa di addio ai tapis roulant a Castello. Il Comune non ce la fa. A sessanta giorni dalla scadenza (31 dicembre 2006) per la concessione
del Via (Valutazione di impatto ambientale), la Regione, l’Ente che dovrebbe sganciare i soldi (tanti, circa quindici milioni di euro) per il maxi progetto, non ha ancora ricevuto niente. Nessun documento che possa dimostrare che i percorsi meccanizzati, le scale mobili e i tapis roulant al posto delle scalinate e delle stradine di Castello, sono compatibili con tutto quello che c’è intorno. Ora ci vorrebbe un miracolo burocratico. Ma la corsa contro il tempo per evitare la bocciatura è una corsa impossibile. L’unico che ci crede e che, per forza di cose, non può fare a meno di crederci, è l’assessore all’Urbanistica del Comune di Cagliari Gianni Campus: «Certo, è molto difficile- dice- ma noi lavoreremo sino all’ultimo giorno. Anche per rispettare la decisione del Comune. Tenteremo di rispettare l’impegno». Ci vorrebbe una proroga, ma la Regione, che quel progetto non lo ha mai visto tanto bene, non sembra disposta a concedere il bonus che
salva le scale mobili. Una partita già persa quando la Regione ha detto, nei mesi scorsi, che per partire ci voleva il Via. Il Via con la V maiuscola: l’acronimo che sta per Valutazione d’impatto ambientale. La conferma che le scale mobili fossero tutte in salita era arrivata dalla prima relazione inviata dai tecnici del
Comune. Quella in cui gli esperti non nascondevano la complessità del maxi piano. Vero, si cercavano anche delle soluzioni. Ad esempio la sistemazione di rampicanti accanto alle scale mobili e ai tapis roulant per mascherare l’invasione dell’acciaio. Troppo poco, forse, per la commissione della Regione che, sulle questioni ambientali, deve fare i conti anche sull’intransigenza del governatore, vedi salvacoste e piano paesistico regionale. Sessanta giorni per convincere la Regione, dunque. Troppo pochi, per chi sa di
burocrazia e se che cosa ci vuole per passarla liscia di fronte al Via: ci vorrebbero, secondo i tecnici, almeno altri tre-quattro mesi. Tardi per i finanziamenti. La quasi certezza che il sogno (o incubo) tapis roulant sia bello e andato è confermata anche dalla delibera della Giunta. Quella che cerca di salvare almeno una
parte del progetto. Lì c’è anche l’okay dell’assessorato regionale ai Lavori pubblici: le mura sotto il Ghetto degli Ebrei e di via Santa Margherita saranno messe in sicurezza.

La ricostruzione. Dalla decisione della Giunta alla contestazione di movimenti e circoscrizione. Un centro storico meccanico ecco il progetto contestato. Parcheggi di scambio, un multipiano e scale mobili e punti ristoro sotto le mura. ENRICO FRESU.

I milioni c’erano, quindici in tutto. La determinazione di sindaco e assessori pure: sfociò in una delibera di giunta del 15 settembre dell’anno scorso. Quello che è sempre mancato, oltre a una vera opposizione di
centrosinistra in consiglio comunale (salvo qualche voce isolata), è stato il consenso popolare. ?Progetto di parcheggi di scambio e trasporto meccanizzato ? nel centro storico: ecco come si chiama, o si sarebbe chiamato, il futuro di Castello che così poco è piaciuto ai cagliaritani. Non tutti avevano chiaro contro cosa bisognasse protestare, ma bastava il nome a evocare scenari da Blade Runner, con nastri di trasporto metallici, avveniristici ascensori che vanno su e giù davanti alle antiche mura, scale mobili e parcheggi interrati dai quali gli automobilisti sarebbero spuntati attraverso sofisticati sistemi tecnologici.
E in effetti la proiezione da film di fantascienza non era troppo lontana dalla realtà, anche se sindaco e assessore all’Urbanistica hanno sempre parlato di «progetto meno invasivo di quanto non sembri sulla carta» e di «piano sempre suscettibile di variazioni». Il primo, Floris, pronto a spiegare alla cittadinanza cosa esattamente voleva fare (lo ha detto ad agosto quando alcuni uomini della sua Giunta avevano avanzato qualche perplessità su utilità e gusto estetico del progetto). Il secondo, Campus: convinto, sì, ma molto aperto al cambiamento, soprattutto dopo la pioggia di osservazioni di ambientalisti e no arrivate a gennaio di quest’anno. Da settembre 2005 a oggi ci sono state raccolte di firme, riunioni di comitati, incontri in municipio e circoscrizione, strenue difese dell’iniziativa. Un uragano di pareri su Castello, che il Comune avrebbe voluto rendere più accessibile. Come ? Innanzitutto con un maxi parcheggio interrato in via Cammino Nuovo: 330 posti auto su tre piani. Idea accolta con generale favore, vista la carenza di spazi in tutto il centro storico. Ma c’erano anche quattro tapis roulant tra il parcheggione, che sarebbe dovuto essere sormontato da uno spazio verde, e via dei Genovesi. E, per salire verso il bastione di Santa Croce, anche tre ascensori, che avrebbero avuto una fermata al ?rivellino ? sotto le mura, dove sarebbe dovuto sorgere un ?punto ristoro?. Che avrebbe fatto concorrenza all’altro ipotizzato lungo via San Giorgio. I tapis roulant erano il mezzo per chi non ha voglia di camminare, o non ce la fa, come molte persone anziane che vivono nel quartiere. Allo stesso scopo erano state pensate le scale mobili tra via Cammino nuovo e via San Giorgio, come quelle di via Santa Margherita. Alla riunione di circoscrizione di giovedì l’assessore Campus si è fatto scappare che i tempi si stanno facendo stretti. Ora il cuore meccanico di Castello sembra destinato a non iniziare mai a muovere gli ingranaggi. Chi ci vorrà salire dovrà fare affidamento sul suo, di cuore, e sui suoi polmoni.

Le opinioni. Nel corso dei mesi convocate decine di assemblee per contestare il piano. Il pugno duro dei nuovi comitati. ENNIO NERI.

La voce è unanime: quel progetto deve essere fermato. Se passa la linea del Comune c’è chi si dice pronto a incatenarsi in via Cammino Nuovo. È l’opinione dei comitati, che sull’onda lunga di via Manzoni si
sono ringalluzziti. Dopo la vittoria contro il Multipiano la presa di coscienza di poter dire la propria, da cittadini organizzati, ha portato alla ?sommossa? delle assemblee. Con pareri unanimi. «Impattante, inutile e non rispondente alle esigenze dei cittadini. Prima faremo delle osservazioni scritte alla relazione, poi saremo disposti a tutto». Così Paola Morittu, del comitato per la difesa di Castello. Sulle stessa linea Stefano Deliperi, del Gruppo di intervento giuridico, che punta sulle difficoltà di gestione delle strutture: «Pur nella migliore e difficilmente verificabile ipotesi di ricavi, permarrebbe un disavanzo gestionale pari a ben 117.000 euro annui». Con i comitati c’è anche la circoscrizione, con il suo presidente Gianfranco Carboni: «La gente ha piena consapevolezza dei problemi», spiega il presidente Gianfranco Carboni, «Vogliamo una conversione parziale del progetto, che valorizzi i percorsi del centro storico in maniera più sensibile». Insomma: cerchiamo altre soluzioni.

(foto S.D., archivio GrIG)

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Aiutate un povero onorevole !


C’è una deputata che ha bisogno di aiuto, bisogna darle una mano, anzi un bagno ! L’on. Elisabetta Gardini, indimenticabile attrice e donna di spettacolo, è piovuta non si sa bene come alla Camera dei Deputati, è diventata portavoce di Forza Italia, soffiando il posto all’impareggiabile on. Sandro Bondi, ed è rimasta sconvolta perchè nel bagno delle onorevoli ha trovato Vladimir Luxuria, cioè l’on. Vladimiro Guadagno, che faceva la pipì. Il cielo e la terra si sono aperti ed ora la politica non si deve occupar d’altro ! Fate un favore al popolo italiano, date un bagno personale ad Elisabetta Gardini, con tanto di w.c. e di specchio, altrimenti non potrà mai più occuparsi serenamente del suo alto ufficio !

Stefano Deliperi

P.S. oggi 28 ottobre è l’anniversario della “marcia su Roma” (28 ottobre 1922): pur opinabile, un tempo l’on. Roberto Menia, duro vecchio missino di Trieste, avrebbe ricordato l’avvenimento. Oggi si occupa di bagni “riservati” e pipì. I tempi cambiano: ieri avrebbe magari compiuto un “gesto fascista”, esecrabile, ma molto più serio di quello odierno…

A.N.S.A., 28 ottobre 2006

ALLA CAMERA DEI DEPUTATI SCOPPIA “IL CASO WC”

ROMA – Battibecco oggi ai bagni delle donne di Montecitorio. Durante una pausa nella votazioni, la portavoce azzurra, Elisabetta Gardini, incappa in Vladimiro Guadagno, Luxuria, il deputato transgender del Prc e lo attacca: “Questo é il bagno delle donne, tu non ci puoi stare”. Luxuria spiega di aver pensato che fosse uno scherzo, ma poi si arrabbia: “Sono anni che usufruisco dei bagni delle donne e da sei mesi di quelli della Camera, non mi sarei mai aspettata una aggressione con quei toni e con quella violenza”. “Dopo sei mesi pensavo che la questione fosse risolta…era lontano mille miglia da me l’idea di poter entrare e trovarlo là…sono entrata e l’ho visto e l’ho vissuta come una violenza, è una violenza ‘sessuale’, mi sono proprio sentita male, perché devo essere costretta a stare male?”. La portavoce di Forza Italia, Elisabetta Gardini, racconta così la querelle avuta al bagno delle donne di Montecitorio, con Vladimiro Guadagno, il parlamentare transgender del Prc. “L’ho visto lì – aggiunge la Gardini – e gli e l’ho detto: qui non puoi stare, questo è il bagno delle donne”. La Gardini sottolinea di ritenere sbagliato che polemiche e problemi “che attengono all’organizzazione della Camera vengano fuori” visto che tra l’altro “gettano discredito sul Parlamento”. L’azzurra ha scritto una lettera ai questori (“che hanno già sottoscritto molte colleghe” spiega), per invitarli a risolvere il problema. Come ? chiedono i giornalisti: “dandogli un bagno per lui, ce ne sono tanti…”.
“Siamo arrivati alla vergogna civile, me ne sono andato disgustato”. Così il capogruppo dell’ Italia dei Valori, Massimo Donadi, commenta un intervento fatto nel corso della capigruppo sul caso Luxuria. “Ad un certo punto – spiega Donadi – ha preso la parola il rappresentante di An (Roberto Menia, ndr) dicendo che per lui non esiste la deputata Luxuria, ma solo il deputato Guadagno ed ha poi aggiunto altre dichiarazioni lesive del decoro e del rispetto di una scelta fatta in base alla legge”. Dopo aver ascoltato l’intervento, racconta Donadi, “mi sono scusato ma non ho ritenuto opportuno restare perché si tratta di un episodio lesivo della dignità umana”. “La mia posizione è nota ed è quella di rispettare le scelte individuali che conformano la personalità e orientano le scelte sessuali”. Così il presidente della Camera Fausto Bertinotti è intervenuto sul ‘caso Luxuria’ nel corso della conferenza dei capigruppo, secondo quanto riferisce il capogruppo del Prc Gennaro Migliore. “Ho chiesto che venissero prese le distanze da comportamenti – ha detto – che almeno nel dubbio, non contemplano la tolleranza”. Certo, ha ancora aggiunto: “la capigruppo non è una cattedra etica ma in un’istituzione non si può non fare premio delle libere scelte individuali”. E al capogruppo dell’Udc Luca Volonté e al vicepresidente dei deputati di Forza Italia Antonio Leone che avrebbero “insistito” che la vicenda chiama in causa il tema “della reciprocità” dei diritti, Bertinotti ha replicato: “No, non c’e reciprocità e simmetria. Un diritto individuale fa sempre premio su tutto”.
“Il comportamento della Gardini ? Penoso sul lato umano prima che politico”. Così Franco Grillini, deputato dell’Ulivo, commenta la querelle tra Elisabetta Gradini e Vladimino Guadagno, Luxuria, deputata transgender del Prc. “La sua è stata una reazione isterica ma assume anche connotazione politica – prosegue – perché ricopre un ruolo nel suo partito. Quello che è accaduto esprime l’anima di questa destra intollerante e che rifiuta la diversità. Una destra clericale e bigotta”. Grillini paragona la destra italiana con quella europea “dove si sta percorrendo davvero e concretamente la via della modernizzazione” . “Loro – aggiunge – anziché allinearsi con il processo di modernizzazione, vanno indietro come i gamberi. Hanno il bigottismo della destra anni ’50 senza le capacita’ della classe dirigente di allora e la Gardini ci ha dato dimostrazione di trovarsi ancora nel Medioevo”. Sarà l’ufficio di presidenza a discutere del caso ‘Luxuria’ sollevato dalla portavoce di Forza Italia Gardini. E’ quanto è stato deciso nel corso della capigruppo di questa pomeriggio, nel corso della quale questo è stato uno dei temi all’ordine del giorno. La richiesta è stata avanzata dal capogruppo dell’Udc Luca Volonté e dal vicepresidente dei deputati di Fi Antonio Leone. La maggioranza nel suo complesso ha invece espresso la propria solidarietà a difesa di un episodio che “rappresenta una sorta di violenza della sensibilità di una persona”, riferiscono al termine i capigruppo di Prc e Verdi, Gennaro Migliore Angelo Bonelli. Per l’opposizione due sono le possibili soluzioni: la presenza dei questori ai bagni della Camera e in un secondo tempo la creazione di uno spazio ad hoc, raccontano Migliore e Bonelli. La seconda ipotesi equivale a voler dare luogo a una situazionétipo il braccio 5 di Rebibbia. Ma si dimenticano – sottolinea però Bonelli – che lì è stata una conquista a seguito delle violenze”. Prc e Verdi fanno quadrato contro la Cdl: Le “parole dell’esponente di An Menia sono la testimonianza della cultura da cui proviene – afferma Migliore – il peggio dell’omofobia, del razzismo, della xenofobia”. I Verdi si dicono “stupefatti e interdetti per l’offensiva nei confronti di una persona e di una sensibilità che sta, tra l’altro, lavorando per i diritti”.

A.G.I., 28 ottobre 2006

LITE TRA GARDINI E LUXURIA SU USO BAGNO DONNE

Roma, 27 ott. – L’esponente di Forza Itala Elisabetta Gardini litiga con Vladimir Luxuria minacciando di chiamare i questori riguardo all’utilizzo del bagno delle donne della Camera e la ‘querelle’ arriva anche in capigruppo. Il capogruppo di Italia dei Valori Massimo Donadi ha deciso di lasciare la riunione: “E’ una vergogna civile – afferma Donadi – L’esponente di An Roberto Menia ha detto che per lui non esiste il deputato Luxuria, ma il deputato Guadagno. Un’affermazione gravemente lesiva. Da An sono arrivate posizioni squallide”. E sara’ l’ufficio di presidenza della Camera ad occuparsi della lite Gardini-Luxuria. A stabilirlo e’ stata la Conferenza dei capigruppo. Il caso e’ stato sollevato dal capogruppo del Prc Gennaro Migliore e “Fi e Udc hanno avanzato tale richiesta”, spiega Migliore. “Le parole dell’esponente di An Menia sono la testimonianza della cultura da cui proviene – aggiunge – il peggio dell’omofobia, del razzismo, della xenofobia”. Sulla stessa lunghezza d’onda Angelo Bonelli, capogruppo dei Verdi: “Siamo stupefatti e interdetti per l’offensiva della destra anche nella sede della conferenza dei capigruppo con un’aggressione alla sensibilita’ di chi tra l’altro lavora per far acquisire diritti. Si cerca – conclude Bonelli – di far diventare la Camera come Rebibbia dove c’e’ il braccio 5 per i trans…”.

(disegno S.D., archivio GrIG)

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Stop al cemento a due passi dalla foresta dei Cervi !


Il Comune di Castiadas, ormai ?orfano? del quasi ?eterno? sindaco Ennio Murgioni, consigliere regionale di Forza Paris, recentemente dichiarato decaduto dalla Regione autonoma della Sardegna, in quanto eletto in palese contrasto con il limite di due mandati amministrativi consecutivi contenuto nel testo unico degli Enti locali (decreto legislativo n. 267/2000 e successive modifiche ed integrazioni), ha fornito una buona notizia (nota Uff. tecnico prot. n. 8032/VI/9 del 16 ottobre 2006). Il piano di lottizzazione (metri cubi 6.181 di volumetrie residenziali e ricettive) denominato ?Il Costone? ai margini della splendida ed incantata foresta di S?Acqua Callenti, regno del Cervo sardo, dell?Aquila reale e di tante altre specie faunistiche di primario interesse, è stato sospeso. Infatti, con l?entrata in vigore del piano paesaggistico regionale ? P.P.R., recentemente approvato con deliberazione Giunta regionale n. 36/7 del 5 settembre 2006, vede l?area ricompresa nell?ambito di paesaggio costiero n. 27 ?Golfo orientale di Cagliari? (art. 14 delle norme tecniche di attuazione) e classificata ?area naturale e sub-naturale? (boschi; macchie, dune e aree umide) ?aree ad utilizzazione agro-forestale? (colture erbacee specializzate). Essendo comunque il Comune di Castiadas provvisto di piano urbanistico comunale ? P.U.C. definitivamente approvato ed in vigore, si applicano per tale ambito di paesaggio costiero le disposizioni cautelari provvisorie (art. 1 della legge n. 1902/1952 e successive modifiche ed integrazioni) di cui all?art. 15, comma 3°, delle norme tecniche di attuazione del P.P.R. Il Servizio tutela del paesaggio dell?Assessorato regionale dei beni culturali aveva, quindi, comunicato (nota prot. n. 5196 del 5 luglio 2006) che ?sino al previsto adeguamento dello strumento urbanistico al Piano Paesaggistico Regionale, la pratica resta sospesa a tutti gli effetti?. Avverso il piano di lottizzazione Le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico avevano inviato una richiesta di diniego delle necessarie autorizzazioni amministrative ambientali ed urbanistiche (esposto del 22 settembre 2006) ai Ministeri dell?ambiente e dei beni culturali, al Presidente della Regione, agli Assessori dell?urbanistica, dei beni culturali e della difesa dell?ambiente, al Corpo forestale e di vigilanza ambientale, al Soprintendente per i beni ambientali di Cagliari, al Servizio tutela del paesaggio di Cagliari, al Commissario straordinario del Comune di Castiadas e, per opportuna conoscenza, alla Commissione europea. Richiesta ora di fatto accolta. E tempi grami giungono per l?attuazione, a colpi di benna e mattoni, del piano urbanistico comunale ? P.U.C., fortemente voluto dall?amministrazione Murgioni, approvato nel 2002 e modificato nel 2005, in attuazione del piano territoriale paesistico n. 13 (D.P.G.R. 6 agosto 1993, n. 278) annullato su ricorso ecologista per le gravi illegittimità sul piano della tutela ambientale (sentenza T.A.R. Sardegna n. 1205 del 6 ottobre 2003), dedica la gran parte della piana e del litorale di Castiadas al cemento sotto la pretesa della ?valorizzazione turistica?. Ed a nulla sono valse la c. d. legge salva-coste (legge regionale n. 8/2004), né l?adozione del piano paesaggistico regionale ? P.P.R. nel maggio scorso, in quanto consentivano ? in via transitoria ? l?applicazione del P.U.C. Soltanto ora, con l?approvazione definitiva del P.P.R., le cose sono cambiate. La ?foresta dei cervi? non deve essere assediata dal cemento !

Gruppo d?Intervento Giuridico e Amici della Terra

(foto S.D., archivio GrIG)

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Industrie dell’auto con luci ed ombre, Governi assenti.

25 Ottobre 2006 Commenti chiusi


SOLO LA FIAT RISPETTA E SUPERA L?OBIETTIVO EUROPEO DI RIDUZIONE DELLE EMISSIONI DI CO2 DELLE AUTO. GLI AMICI DELLA TERRA: “L?ACCORDO VOLONTARIO NON FUNZIONA, SI PASSI SUBITO AL MERCATO DELLE EMISSIONI ANCHE NEL SETTORE DEI TRASPORTI”.

Roma, 25 ottobre 2006 – Transport & Environment (T&E), il network europeo delle associazioni che si occupano di trasporto sostenibile, ha pubblicato oggi i risultati di uno studio che fa il punto sulle prestazioni delle singole case automobilistiche nel rispettare gli obiettivi di emissione di anidride carbonica concordati dai costruttori con l?Unione Europea nel 1998. Lo studio evidenzia che tre quarti delle venti principali marche automobilistiche mondiali presenti sul mercato europeo stanno fallendo nel ridurre i consumi e le emissioni del proprio venduto al tasso richiesto dall?accordo volontario, mentre la Fiat risulta al primo posto di questa graduatoria che coniuga l?efficienza ambientale con il risparmio per l?utente. Non solo: è anche l?unico marchio a livello globale a rispettare già oggi l?obiettivo europeo dei 140 gCO2/km al 2008.

Rosa Filippini, Presidente di Amici della Terra, dichiara che questi risultati dimostrano che l?obiettivo di riduzione della CO2 delle auto è realizzabile, ma che la strada degli accordi volontari è inadeguata. ?I tempi sono maturi per introdurre un mercato comunitario delle emissioni di CO2 delle auto, al fine di promuovere il raggiungimento dell?obiettivo ambientale nel pieno rispetto dei principi di libero mercato.?

Lo studio è stato commissionato da T&E allo IEEP (Institute for European Environmental Policy) di Londra, che ha analizzato le emissioni di CO2 a partire dai dati di vendita 1997-2005 dei modelli dei singoli marchi, forniti da R.L. Polk Marketing Systems GmbH, la principale fonte di dati utilizzata dall?industria automobilistica.

Nel 1997, primo anno in cui i produttori furono obbligati a fornire il dato sulle emissioni di CO2 basato su un ciclo ufficiale di test a livello comunitario (direttiva 93/116), la classifica delle case automobilistiche vedeva al primo posto Seat (158 gCO2/km), seguita da Skoda (165 g.) e Fiat e Suzuki al terzo posto (169). Nei 7 anni di accordo volontario, la Fiat ha migliorato progressivamente la propria posizione, guadagnando la vetta della classifica, con 139 gCO2/km, unica casa automobilistica a portarsi al di sotto dell?obiettivo comune dei 140 gCO2/km, con 3 anni di anticipo sulla tempistica prevista. In otto anni Fiat ha realizzato una riduzione delle emissioni di CO2 del proprio venduto di 30 gCO2/km, una performance del 40% migliore di quella sottoscritta in maniera congiunta dalle case europee. Anche Citroen, Renault, Ford e Peugeot hanno migliorato la performance ambientale del proprio venduto, ma in misura inferiore alla Fiat, ed oggi si collocano dal secondo al quinto posto della graduatoria. Volkswagen, il maggior produttore sul mercato europeo, è molto indietro, con un tasso di miglioramento che è meno della metà di quello sottoscritto dagli stessi produttori.

Secondo l?associazione Amici della Terra, i risultati di questo studio dimostrano che anche l?obiettivo inizialmente posto dall?Unione Europea dei 120 g.CO2/km entro il 2010 era realistico e sarebbe tuttora raggiungibile: l?esempio della Fiat è emblematico. Tuttavia, siccome il sistema è di tipo volontario e non esiste alcun meccanismo sanzionatorio delle non conformità né alcun sistema di bonus/malus che stimoli tutti i produttori a investire nell?innovazione ambientale, il miglioramento complessivo del settore automobilistico è del tutto insufficiente anche rispetto al ben più blando obiettivo dei 140 g.CO2/km volontariamente sottoscritto dall?industria. Nel quadro attuale di grandi sacrifici richiesti all?industria energetica italiana per rispettare gli obiettivi del protocollo di Kyoto, gli Amici della Terra ritengono che sia tempo che la Commissione Europea abbandoni una politica basata sulla volontarietà dei produttori di veicoli, a favore di strumenti flessibili e premianti l?innovazione ambientale, come il mercato delle emissioni.

Gli Amici della Terra calcolano che, se già oggi fosse in vigore nel settore automobilistico europeo un mercato delle emissioni con un tetto di 140 gCO2/km sul venduto del 2005, la FIAT farebbe addirittura utili con la vendita dei crediti di emissione ? unica casa automobilistica al mondo! -, mentre le altre case sarebbero costrette ad acquistare crediti sul mercato comunitario per circa 25 milioni di tonnellate, equivalenti ad un valore complessivo di 517 milioni di euro al prezzo medio della CO2 nel 2005.
Si tratta di una stima conservativa, basata su un obiettivo iniziale minimo (140 g CO2/km nel 2005) che secondo l?associazione Amici della Terra dovrebbe essere reso sempre più stringente negli anni successivi per rendere più convenienti gli investimenti in efficienza per i produttori e contemporaneamente scoraggiare i consumatori dall?acquisto di auto energivore. Ovviamente il meccanismo dovrebbe essere attentamente studiato contestualmente all?impiego di altri strumenti, capaci di incidere non solo sulle caratteristiche del venduto ma anche sui comportamenti effettivi degli utenti e sulle prestazioni del parco circolante.

L?associazione Amici della Terra chiede pertanto alla Fiat di identificare nell?obiettivo della CO2 un elemento centrale della propria politica industriale e al Governo italiano di assumere una posizione proattiva in sede europea, coerente con gli interessi di uno sviluppo durevole e sostenibile del Paese.

(foto S.D., archivio GrIG)

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Porto Torres, periferia di Marghera…


E’ sempre più drammatica la realtà che sta scaturendo dalle indagini tecnico-scientifiche sullo stato dell’ambiente della zona di Porto Torres. Decenni di inquinamento di origine industriale hanno determinato un territorio ormai sull’orlo del collasso ambientale e scontati riflessi sulla salute pubblica.

Gruppo d’Intervento Giuridico

da La Nuova Sardegna, 24 ottobre 2006

Macché problema industriale E? un vero disastro ambientale. Sotto accusa non c?è soltanto la Syndial ma tutta l?area produttiva.
GIANNI BAZZONI

PORTO TORRES. Una cosa è certa: del muro sapevano tutti. E tutti – almeno all?inizio – erano d?accordo. Perchè le analisi in possesso del ministero dell?Ambiente, ma anche della Provincia di Sassari e della Regione, indicano che la situazione nell?area industriale di Porto Torres, in terra come in mare, è grave. E le azioni di recupero attuate finora sono risultate quasi inutili. Quel muro che ha fatto litigare il presidente della giunta regionale Renato Soru e l?assessore all?ambiente Tonino Dessì segna ora il momento della verità. Perchè la barriera fisica in cemento armato lunga quattro chilometri e profonda 50 metri non riguarda solo il fenomeno inquinante di una azienda – la Syndial (con le sue drammatiche eredità del passato) – ma mette sotto accusa un intero sistema industriale che a Porto Torres coinvolge una trentina di società, dalle più grandi alle più piccole, con o senza depositi costieri. Dalla Marinella a Fiume Santo, dove sorge il polo energetico prima di Enel e oggi di Endesa. Una ventina di ettari di territorio vista mare destinati a uno sviluppo «pesante» che ha cambiato tutto, modificato le condizioni ambientali, compromesso ogni possibilità di cambiamento. E ora che da qualche anno si comincia a parlare di recupero, bonifiche, risanamento ambientale, e che la vasta area industriale di Porto Torres è stata inserita fra quelle di «Interesse nazionale» (quindi di competenza del ministero dell?Ambiente), saltano fuori i disastri. Anche nel litorale che fronteggia il Golfo dell?Asinara, gli impianti industriali hanno funzionato senza che nessuno (o quasi) negli anni del grande «boom» della Sir si preoccupasse degli effetti sulla salute degli operai, degli abitanti e sull?ambiente. Carenze «culturali» dei progetti industriali, ma anche complicità, indifferenza e «la triste abitudine del chiudere un occhio», hanno portato ad affrontare il problema dell?inquinamento industriale senza le dovute convinzioni. Paolo Rabitti, ingegnere esperto in problemi ambientali, docente all?istituto universitario di Architettura di Venezia, consulente del magistrato Felice Casson al processo per la vicenda del petrolchimico di Marghera, queste cose le ha già scritte nel libro «Cronache della Chimica». Da qualche mese è stato nominato consulente delle Aziende sanitarie locali di Sassari e Cagliari per i problemi dell?inquinamento a Porto Torres e Assemini su incarico dell?assessorato regionale alla Sanità. E conosce bene quel che sta accadendo nella realtà industriale turritana. «Sono state rilevate contaminazioni molto forti – racconta Rabitti – con presenza anche di sostanze cancerogene (come il benzene). Anche l?entità dei superamenti nei campioni di pescato per i composti Pcb «diossina-simili» ha raggiunto talvolta il 200 per cento del limite massimo previsto sul prodotto fresco». E c?è l?aspetto dei terreni agricoli attorno all?area industriale, destinati a coltivazioni e pascolo: anche di quelli è stata chiesta la caratterizzazione e una serie di accertamenti. Per capire se certe situazioni possono interferire negativamente sulla catena alimentare. L?esperto incaricato dalla Regione guarda i tentativi attuati finora per cercare di bloccare il flusso inquinante e avviare una radicale campagna di recupero del territorio. E il giudizio tecnico non è incoraggiante. «I dati che abbiamo (perchè molti, nonostante i ripetuti solleciti mancano ancora all?appello e sono partite le nuove diffide alle aziende interessate, ndc) – afferma Rabitti – ci dicono che la barriera idraulica realizzata da Syndial, per esempio, sta funzionando male. Al momento, non si sa ancora se le sostanze inquinanti appartengono al capitolo storico, oppure se si tratta di contaminazioni che derivano da emissioni di impianti attualmente in produzione. Lo scopriremo solo una volta completata la campagna dei 1600 piezometri delegata al Presidio multizonale di prevenzione dell?Asl». Sul dibattito che si è aperto dopo le dimissioni dell?assessore regionale all?Ambiente Tonino Dessì, sulla vicenda muro sì o muro no, Paolo Rabitti risponde sempre ragionando su dati reali. «Io non ho al momento una visione di tipo geologico – dice – però ho visto il lavoro fatto dai geologi dell?università di Cagliari. E posso dire che anche io sarei arrivato a quelle conclusioni se avessi dovuto dare una risposta in soli tre giorni e con quei dati a disposizione. Ci sono, però, delle cose che i geologi non conoscevano e che ora sono chiarissime dopo la conferenza di servizi (l?ultima decisoria del 30 agosto 2006)». Per il docente esperto di questioni ambientali, quella del muro, o della barriera fisica, non può essere liquidata troppo facilmente come una invenzione di Soru. «Chi legge gli atti della conferenza di servizi – sostiene Rabitti – si rende conto facilmente che quella non è una prescrizione che ha deciso all?improvviso Renato Soru. L?indicazione è chiarissima e non ha incontrato l?opposizione di nessuna delle parti, neppure dell?assessorato all?Ambiente. Certo, posso pensare che ci siano delle difficoltà per calare un diaframma fisico. Ma è altrettanto vero che si arriva a questa decisione dopo avere tentato le altre strade. Che non hanno dato risultati sperati. Il sistema di captazione, infatti, si poteva fare sulla barriera idraulica, serviva un potenziamento rispetto alla portata complessiva dell?acqua che attraversa la falda inquinata che arriva al mare. Perchè non è stato fatto?».

L?ultima conferenza di servizi al ministero dell?Ambiente conferma la gravità della situazione.
Dalla diossina ai metalli pesanti. Nell?opera di bonifica coinvolti anche Eni, Endesa, Terna ed Esso. Al momento non si sa ancora se le sostanze inquinanti siano solo una eredità del passato.

PORTO TORRES. Un mittente e quarantaquattro destinatari «per quanto di competenza». A volte i numeri parlano più delle relazioni tecniche. Per capire la portata e la complessità dei problemi legati alla bonifica dell?area industriale si può partire dai destinatari del verbale della Conferenza di servizi, riunita il 30 agosto nei locali del ministero dell?Ambiente, direzione «Qualità della vita». Alla fine della riunione, con 18 punti all?ordine del giorno, il rapporto è partito in tutte le direzioni. Ministeri, Regione sarda, Provincia di Sassari, Comuni di Porto Torres e Sassari, enti di vigilanza. Lunghissimo l?elenco delle aziende coinvolte nell?opera di bonifica, monitoraggio e risanamento: Syndial certo, che attraverso il suo avvocato fiduciario, Piero Arru, per il momento non vuole commentare l?ordine di realizzare il muro di sbarramento a mare. Ma il ministero dell?Ambiente chiede conto sui «veleni» di Porto Torres anche a Eni, Endesa, Terna, Esso, Ineos, Sasol, Butangas, Sarda Laterizi, Accademia dell?Ambiente solo per citare i più noti. Tutti coinvolti a vario titolo nell?opera di risanamento e destinatari di prescrizioni che dovranno essere eseguite a tambur battente. Perché la situazione è grave.
I nuovi soggetti. La vera novità della relazione è che questa non riguarda solo i soggetti «storici» dell?industria pesante di Porto Torres ma, come si può leggere nel documento ministeriale, «la Conferenza di servizi ha evidenziato all?interno del perimetro una serie soggetti titolari di attività produttive potenzialmente inquinanti che non hanno presentato alcuna documentazione, nè sulle attività di messa in sicurezza». La Conferenza di Servizi ha messo in luce la necessità di andare a fondo negli accertamenti e ha chiesto la trasmissione entro un mese del piano di caratterizzazione delle aree di competenza.
Petrolchimico. Le analisi, come già si sapeva dall?inchiesta della Procura, hanno riscontrato nelle acque del porto industriale risultati allarmanti e la presenza di diossine, furani e altri composti chimici nei tessuti dei pesci e dei molluschi. «Le concentrazioni rilevate – si legge nel documento – risultano superiori ai tenori massimi ammissibili per le derrate alimentari stabiliti dalla Comunità europea». «Dal rapporto risulta – scrive il direttore generale del ministero dell?Ambiente, Gianfranco Mascazzini – che i valori di concentrazione sono perfino superiori a quelli rilevati nelle vongole di un?altra area fortemente compromessa quale Marghera». Preoccupanti, secondo la Conferenza di Servizi, «i rischi sanitari associati al consumo alimentare degli organismi marini pescati nell?area dove sono stati rilevate le contaminazioni».
Le grandi discariche. «Da un dossier elaborato dalla Regione si evince che nella discarica nota come cava gessi, nell?area del Petrolchimico – si legge nella relazione – sono stati attivati interventi di messa in sicurezza di emergenza, cosa che è avvenuta anche nella discarica di Minciaredda». Per gli esperti del ministero si tratta però solo dei primi interventi. Indispensabili. Lo stesso documento, infatti, sostiene che «la discarica di Minciaredda è di dimensioni molto più ampie di quelle censite nel piano Ansaldo e dovrà essere oggetto di accurati approfondimenti in sede di predisposizione del piano di caratterizzazione».
Fiume Santo. Dai controlli eseguiti nella falda è emerso «un esteso stato di compromissione delle acque, connesso alla presenza di molteplici superamenti di limiti vigenti in materia di bonifiche». Anche in forma di hot spot di sostanze cancerogene per parametri quali manganese (anche 60 volte oltre il limite) e triclorometano (oltre 10 volte il limite). E anche ad Endesa viene chiesto di «attivare la realizzazione di un sistema di sbarramento fisico continuo lungo l?affaccio a mare dell?area della centrale, onde impedire la diffusione della contaminazione rilevata nelle acque della falda sia superficiale che profonda verso il mare antistante». Anche a Endesa, come alla Syndial, è stato dato un termine (venti giorni) per «adottare interventi di messa in sicurezza di emergenza».
Capitaneria di porto La Conferenza decisoria ha deliberato di chiedere alla Capitaneria di porto e ai Comuni di Porto Torres e Sassari di fornire, entro trenta giorni, l?identificazione dei titolari di concessioni demaniali (pontili di carico e scarico ed eventuali oleodotti di trasferimento dai pontili) all?interno dell?area marino-costiera perimetrata. Questo affinché effettuino «le caratterizzazioni dei sedimenti». Anche i Comuni competenti per territorio sono stati invitati a «caratterizzare le eventuali aree pubbliche, agricole e destinate a pascolo, contigue a insediamenti industriali». Il cammino per la bonifica dell?area industriale di Porto Torres è solo ai primi passi, ma coinvolge tutti.

da La Nuova Sardegna, 25 ottobre 2006

La fotografia di Porto Torres: un cocktail di veleni mortali. La relazione della Conferenza di servizi del ministero analizza la zona industriale.
DANIELA SCANO

PORTO TORRES. Uno stagno prosciugato dai rifiuti che negli anni hanno assorbito la vita e rilasciato nel terreno il loro carico di morte. Acque di falda che di acqua ne contengono pochissima e sono, ormai, solo cocktail di veleni. «Composti alifatici clorulati cangerogeni totali» – solo per citare quello dal nome più lungo – in concentrazioni angoscianti. Ma anche arsenico, ferro, manganese, solfati, idrocarburi. E tanto benzene da far navigare una intera flotta. Pesci imbottiti di diossina che nuotano placidi nelle acque antistanti il petrolchimico e si spostano in quelle del porto commerciale. E da lì chissà dove.
I destinatari. La relazione della Conferenza di Servizi «decisoria» del ministero dell?Ambiente, direzione Qualità della vita, fotografa la zona industriale di Porto Torres ed è da due settimane sulle scrivanie di quarantaquattro destinatari. Ci sono proprio tutti: sindaci e amministratori locali, enti di vigilanza, ma anche una teoria di aziende dai nomi conosciuti e non, grandi e piccole, tutte operanti nella zona industriale. Tutte chiamate a partecipare a una bonifica di interesse nazionale. A reagire, con senso di responsabilità, all?emergenza infinita. Chiunque abbia letto la relazione non può stupirsi per la fretta con cui la Regione ha ordinato la costruzione di un muro di contenimento davanti a tutta l?area. Tutti i sospetti sono certezze elencate in un libro a disposizione di tutti. Neppure il linguaggio asettico degli esperti riesce a cancellare l?effetto spaventoso.
Una bomba ambientale. Dopo uno stillicidio di allarmi è ormai chiaro che la zona industriale di Porto Torres sia una bomba non più innescata, ma già esplosa, della quale bisogna correre a raccogliere una miriade di frammenti. Prima che finiscano di martoriare l?ambiente e la salute.
Il muro. Il famoso muro e il coinvolgimento della Syndial. Se ne è parlato tanto, ma forse non si sa che è solo una delle diciassette prescrizioni deliberate «dopo ampia e articolata discussione» dalla Conferenza di servizi. Ci sarebbero altri sbarramenti da fare «attesa – scrivono gli esperti – l?ubicazione delle aree in esame all?interno di uno stabilimento la cui falda è interessata da un elevato e generalizzato stato di contaminazione anche da sostanze cancerogene». Destinataria, in questo caso, la Ineos Vinyls spa che aveva ricevuto medesimo messaggio, dallo stesso mittente, un anno fa. Ma che per ora ha solo sbrigato «la fase di definizione delle attività propedeutiche». Ma uno sbarramento dovrebbe essere eseguito anche dalla Sasol Italy spa che, da un esame preliminare condotto su un atto di caratterizzazione da lei stessa realizzato il 13 giugno 2006, è alle prese con acque di falda con sostanze «anche cancerogene». Benzene venti volte oltre il limite, come ferro e il manganese. E questi valori schizzano verso l?alto vicino agli impianti. E devono partecipare alla costruzione del muro anche Eni ed Esso, «atteso – per la prima – il diffuso stato di contaminazione delle acque di falda con presenza di hot spot di sostanze anche cangerogene, nonché la presenza di un bersaglio sensibile a valle del deposito costituito dal mare antistante». E deve quotarsi anche Endesa per arginare fisicamente i veleni distillati dalle sue arterie industriali. Nelle acque di falda del Petrolchimico, dove bisognerebbe sbarrare l?affaccio a mare, c?è un «esteso stato di compromissione di sostanze cancerogene».
Il lago prosciugato. C?è poi l?immenso immondezzaio dell?area Cse dove, negli anni, i rifiuti hanno soffocato la vita dello stagno Genano. Settantamila metri quadrati di «deposito incontrollato di rifiuti che potrebbero essere altamente contaminati». E la discarica di Minciaredda, dove le analisi fatte eseguire dalla Provincia di Sassari hanno evidenziato «una contaminazione diffusa da idrocarburi pesanti e puntuale da mercurio e cadmio e di organismi significativi per il consumo alimentare». Per gli esperti della Conferenza di Servizi, inoltre, «non ci sono i documenti in merito alla messa in sicurezza delle aree agricole e di quelle destinate a pascolo, contigue all?insediamento industriale di Porto Torres». Però è necessario acquisirli, in fretta. La necessaria documentazione manca, del tutto, nella vasta area su cui insiste il «Centro intermodale regionale» a sud-est del Petrolchimico. La Conferenza di servizi ha deliberato di richiedere alle società Distoms, Sarda Laterizi, Holdston (in liquidazione) e Accademia dell?Ambiente, titolari di aree sulle quali si svolgono attività potenzialmente inquinanti, il piano di caratterizzazione delle aree di competenza. In caso di inadempienza, saranno attivati i poteri sostitutivi per l?esecuzione degli interventi.
Le aree dell?Asi. Molto vaste le aree del Consorzio Asi: 155 ettari così suddivisi: depuratore consortile e forno essicatore (16), la discarica di fanghi (11), 46 ettari di lotti industriali di cui 12 già assegnati, vasconi di acqua industriale, 42 ettari di strade, 29 ettari di aree verdi. Già nel marzo 2006, il consorzio Asi aveva chiesto una proroga dei termini di trasmissione della documentazione richiesta. La Conferenza di Servizi ha chiesto, in tempi brevi, il piano di caratterizzazione e di messa in sicurezza di emergenza adottati o in corso di adozione di tutte le aree. Priorità a depuratore consortile, discarica fanghi, darsena (servizi Asi) «in prossimità della quale – scrive il dirigente nazionale Gianfranco Mascazzini – si osserva il fenomeno della polla nonché all?area in corrispondenza del lagone». Nella relazione c?è una sintesi dello stato di fatto dell?area marino-costiera ricompresa nell?area industriale, il cui piano di caratterizzazione dell?Icram è stato approvato dalla Conferenza di Servizi decisoria del 22 giugno 2004.
Minciaredda. È questa l?area a maggiore criticità e per questo è entrata nel programma di monitoraggio 2003-2006 predisposto e finanziato dalla Comunità europea. La Provincia di Sassari ha eseguito campionamenti del fondale marino, dei sedimenti delle spiagge nell?area esterna alla diga foranea, della colonna d?acqua e di organismi marini, per verificare una potenziale contaminazione. La campagna di prelievo è stata estesa anche in aree esterne alla perimetrazione, su organismi diversi dalla rete trofica e significativi per il consumo alimentare. Le analisi chimiche hanno rilevato, questa la valutazione dell?Icram sui dati forniti dalla Provincia il 26 aprile 2006, una contaminazione diffusa di idrocarburi pesanti e puntuale da mercurio e cadmio. Questo elemento chimico metallico, usato nella fabbricazione di leghe, è stato rilevato in «contaminazione puntuale» anche nell?acqua.
I pesci alla diossina. È del 23 maggio 2006 la nota trasmessa dalla Regione Sardegna al ministero dell?Ambiente «recante preoccupanti risultanze di accertamenti effettuati su pesci e molluschi nell?area antistante lo stabilimento Petrolchimico. Da tale relazione emerge un elevato livello di contaminazione di diossine e furani nei tessuti di pesci e molluschi». Le concentrazioni, specie in corrispondenza del porto industriale, risultano «superiori ai tenori massimi ammissibili per le derrate alimentari. In particolare, i composti Cpb e le diossine raggiungono talvolta il 200 per cento del limite massimo previsto sul prodotto fresco». La contaminazine è estesa al porto commerciale «… e suggerisce – si legge nel documento – una possibile estensione della medesima anche al di fuori del porto industriale». Gianfranco Mascazzini sottolinea come «l?interdizione della pesca in aree ben definite, misura idonea per affrontare la contaminazione delle vongole, costituisca un provvedimento di difficile formulazione e attuazione». La Conferenza di servizi ha deliberato di richiedere al gruppo di lavoro Norm «una idonea e puntuale procedura di caratterizzazione integrativa finalizzata alla determinazione della eventuale presenza di radioattività nei sedimenti della predetta area marino-costiera». Ancora: «attese le preoccupanti risultanze dell?indagine condotta sul biota marino nell?area antistante il Petrolchimico, delibera di chiedere alla Asl e all?Arpa, al Comune di Porto Torres e alla Provincia di adottare, ciascuno per la parte di propria competenza, le necessarie misure atte a garantire la salute umana, nonché la protezione dell?ambiente dell?area marina antistante l?area industriale di Porto Torres». Entro trenta giorni Capitaneria, autorità portuale, Comuni interessati dovranno far pervenire al ministero l?elenco dei soggetti titolari di concessioni demaniali. Tutti i soggetti, pubblici e privati, dovranno inoltre fornire adeguate informazioni sui cicli produttivi. Dopo questa relazione, nessuno potrà dire di non sapere la verità sui veleni dell?area industriale di Porto Torres.

Mura chiede un vertice con gli assessori all?Ambiente e all?Industria.
Il primo cittadino turritano: «Non so nulla, voglio chiarezza». «Forse c?è un black out nell?informazione ma pare che non tutto coincida con l?analisi della Regione».
PINUCCIO SABA

PORTO TORRES. A questo punto il sindaco Luciano Mura pretende chiarezza sui dati relativi all?inquinamento industriale. E lette le affermazioni di Paolo Rabitti, consulente delle Asl di Sassari e Cagliari, ha chiesto un incontro urgente con gli assessori all?Ambiente Cicito Morittu, alla Sanità Nerina Dirindin e all?Industria Concetta Rau. «E? necessario far chiarezza – sostiene il sindaco di Porto Torres – perché ci deve esser stato un black out nella catena delle informazioni. Informazioni, che a sentire i responsabili del procedimento del ministero dell?Ambiente, sono diverse da quelle che sarebbero in possesso della regione». Era stata proprio la Regione a inviare al ministero, il 23 maggio scorso, una comunicazione relativa ai dati sull?inquinamento a Porto Torres, sia sulla terraferma sia in mare. «Quella comunicazione è saltata fuori durante un conferenza di servizi che si è tenuta il 30 agosto – aggiunge Luciano Mura – ma da quello che ho capito si rifà agli accertamenti ordinati dalla magistratura ad aprile e dei quali avevo chiesto copia al ministero dell?Ambiente ma anche all?Icram, alla direzione generale della Asl di Sassari, alla Provincia di Sassari, alla direzione generale dell?Arpas». Niente di nuovo, quindi, secondo il sindaco di Porto Torres che ieri si è messo in contatto con i funzionari del ministero dell?Ambiente che stanno seguendo il procedimento e che hanno partecipato alla conferenza di servzi dello scorso 30 agosto. Ai due funzionari Luciano Mura ha chiesto che al comune di Porto Torres venissero forniti i dati aggiornati agli ultimi controlli effettuati per eventuali provvedimenti a tutela della salute pubblica. Dati che però non sono in possesso del ministero dell?Ambiente. Gli ultimi rilevamenti, appunto quelli effettuati ad aprile, avevano escluso la presenza di sostenze inquinanti all?esterno dell?area del porto industriale. Circostanza che i due funzionari hanno confermato al sindaco. «Noi, però, non possiamo restare con queste incertezze – spiega il sindaco -. Prima di tutto per non mettere in pericolo la salute dei cittadini e dei consumatori. E poi perché questo rincorrersi di dati rischia di avere pesanti ripercussioni sul nostro sistema economico».
Porto Torres sta cercando di affrancarsi dall?immagine di città esclusivamente industriale e di far decollare l?industria turistica. Un settore economico che non potrà mai decollare se non si farà chiarezza sulla portata dell?inquinamento provocato dall?industria petrolchimica. «La nostra ricchezza, oltre a un consistente patrimonio storico-architettonico è anche l?ambiente – aggiunge Luciano Mura -. Dall?Asinara alle spiagge, alle scogliere. E dobbiamo garantire ai turisti che il mare del Golfo dell?Asinara è pulito. Per questo motivo è necessario sapere se il sistema adottato dalla Syndial per il trattamento delle acque di falda funziona o meno, dobbiamo sapere se oltre la barriera del porto ci sono tracce di sostanze inquinanti. Le dichiarazioni del consulente dell?assessore Dirindin appaiono caute, ma a questo amministrazione occorrono certezze e non solo ipotesi o anticipazioni accertamenti che devono essere ancora completati».

da La Nuova Sardegna, 26 ottobre 2006

Porto Torres. Sotterravano sotto un palmo di terra tonnellate di rifiuti della macellazione. Sigilli all?impianto di smaltimento. I titolari hanno tentato di bloccare l?ingresso agli inquirenti. Pinuccio Saba.

PORTO TORRES. Blitz della polizia municipale e dei carabinieri del Noe, ieri mattina, all?interno dello stabilimento «Gabbiano», nella zona industriale di Porto Torres, dove sarebbero state sotterrate diverse tonnellate di rifiuti provenienti dall?attività di macellazione. In quell?impianto, cinque anni fa, erano morte due persone. Il blitz è stato sollecitato dai veterinari della Asl numero 1 di Sassari che avantieri avevano effettuato un sopralluogo di routine all?interno dello stabilimento che, teorocamente, si doveva occupare dello stoccaggio e dello smaltimento di olii esausti di origine alimentare. Alle 8 di ieri i vigili urbani si sono presentati al cancello di ingresso della «Gabbiano», armati di una pala meccanica per verificare se i sospetti dei due veterinari della Asl sassarese erano fondati. I titolari dell?azienda hanno provato a impedire l?accesso alla polizia municipale che, però, era in attesa degli uomini del Noe, il nucleo operativo ecologico dei carabinieri arrivati nella zona industriale con un paio di minuti di ritardo. La presenza dei carabinieri è servita a calmare le intenzioni bellicose dei responsabili della «Gabbiano» e subito è iniziata la perquisizione dello stabilimento. Durante il controllo, un particolare ha attirato l?attenzione delle forze dell?ordine. In una zona dell?impianto, la terra appariva smossa di recente. Sono bastasti pochi colpi di pala meccanica per portare alla luce duecento sacchi di rifiuti provenienti da attività di macellazione che la «Gabbiano» non poteva non solo smaltire ma neppure raccogliere. L?azienda, infatti, aveva cambiato attività dopo il terribile infortunio sul lavoro accaduto nel luglio del 2001, che era costato la vita a due operai, Salvatore Gadau di 43 anni e Gavino Pittalis di 49. Una morte atroce, soffocati dalle esalazioni provenienti dai liquami che si erano depositati in fondo a un silos. Solo di recente la «Gabbiano» aveva ripreso a lavorare. Aveva presentato al Comune di Porto Torres una ?dia?, dichiarazione di inizio attività, per lo smaltimento di olii esausti. E subito erano incappati in un controllo stradale della polizia municipale che aveva accertato che il trasporto degli olii veniva effettuato al di fuori della norma. Fatto che era stato segnalato alla magistratura ma anche alla Regione che avrebbe dovuto concedere le autorizzazioni per la nuova attività. Ieri mattina il blitz che ha portato alla sconcertante scoperta. Lo stabilimento è stato posto sotto sequestro cautelativo dalla magistratura mentre in attesa del risultato definitivo delle indagini di carabinieri e polizia municipale.

Dessì: «Ecco perchè il muro è inutile». L?ex assessore affidò lo studio sulla Syndial all?Università, la Asl 1 a consulenti esterni. Le sue dimissioni sembrano sempre più legate al caso. Gianni Bazzoni.

PORTO TORRES. I dubbi sull?efficacia di quel «muro di cinta dell?inquinamento» li ha conservati. Insieme alle certezze di avere svolto la propria azione amministrativa con assoluta trasparenza, e quegli atti «compiuti da un pubblico ufficiale fanno fede fino a prova di falso». Tonino Dessì, ex assessore regionale all?Ambiente, interviene sulla vicenda Syndial di Porto Torres. Aveva deciso di starsene fuori, di affidare tutti gli atti (ormai pubblici) al presidente della giunta Renato Soru e all?assessore alla Sanità Nerina Dirindin.
Ma le ultime vicende l?hanno spinto a chiarire il percorso seguito fino al momento delle dimissioni. «L?esistenza di un fenomeno non recente, di gravissima compromissione ambientale, nel sito industriale di Porto Torres – afferma Tonino Dessì – non è un mistero da più di un decennio. E non a caso esso è stato ricompreso tra quelli di bonifica di interesse nazionale. E viene costantemente monitorato anche dai periti della magistratura. A cominciare dall?indagine cui ha fatto riferimento, proprio sulla Nuova Sardegna, il professor Giacomo Oggiano, dell?Università di Sassari». L?ex assessore riparte da quella conferenza decisoria del 30 agosto scorso, al ministero dell?Ambiente – dove la Regione era rappresentata dall?assessorato all?Ambiente – e che ha sollecitato più volte la conclusione dell?iter amministrativo delle autorizzazioni per gli impianti di messa in sicurezza di emergenza. «Un procedimento che abbiamo completato – racconta ancora Dessì – dandone comunicazione alla procura della Repubblica, sottoponendo alla giunta le deliberazioni sulla Valutazione di impatto ambientale (4/12 del 31.1.2006) e sull?esercizio dell?impianto tecnologico in fase di completamento (7/14 del 21.2.2006), adottando prescrizioni ben più rigide di quelle indicate nelle precedenti conferenze decisorie». Poi c?è la parte delle consulenze. L?ex assessore all?Ambiente, ieri, ha solo voluto ricordare che «l?Asl 1 ha partecipato all?intero procedimento interno di competenza regionale, come risulta dalle deliberazioni, insieme al Comune di Porto Torres e alla Provincia di Sassari. Ed è apparso quanto meno singolare che la stessa Azienda sanitaria locale sia stata contraddetta, successivamente, da un consulente con essa convenzionato (il riferimento è al professor Paolo Rabitti di Mantova, ndc)». L?assessorato all?Ambiente – come evidenziato negli atti – ha utilizzato come consulente istituzionale il Dipartimento di Geoingegneria ambientale dell?Università di Cagliari, «e non ha attivato consulenze con professionisti privati, il cui curriculum andrebbe comparato con quello dei professori di ruolo, dirigenti del medesimo Dipartimento, e magari quello del professor Giacomo Oggiano (geologo, perito del tribunale nella prima indagine avviata all?inizio degli Anni Novanta sull?inquinamento Porto Torres, ndc)». E con la storia delle consulenze, forse, si tocca uno dei tasti dolenti di tutta la vicenda sull?inquinamento industriale, non solo a Porto Torres ma anche ad Assemini. «Io dico solo che l?assessorato alla Sanità – ha detto Tonino Dessì – ha trasmesso all?assessorato all?Ambiente, il sommario parere di un professionista esterno, non sardo (proprio Rabitti, il 28 agosto 2006, ndc), sui cui contenuti, e sui toni, confrontati con la precisione, pur cauta, del parere dell?Università di Cagliari, lascio agli altri il giudizio». Il resto della valutazione dell?ex assessore all?Ambiente riguarda la storia del muro. «Mentre si concentra l?attenzione su una barriera fisica (una diga vera e propria) – ha sottolineato Dessì – sulla quale non esiste alcun progetto e la cui realizzazione (ammesso che il ministro l?approvi) necessiterà di tempi amministrativi (Via Nazionale compresa), e di cantiere, non inferiori ad almeno cinque anni. L?assessorato all?Ambiente, con Icram e con Arpas-Pmp di Sassari, ha accelerato tutte le procedure di caratterizzazione, di analisi e di monitoraggio dell?intera area, dandone tempestiva comunicazione alle autorità per l?assunzione dei provvedimenti di competenza. Ma ha anche adottato, e reso celeri, le sole misure finora poste in essere per mettere in sicurezza parti del sito industriale in emergenza». L?ultimo riferimento è sulle cose da fare. «Nelle more della realizzazione della fantomatica barriera fisica – ha concluso Tonino Dessì – urge non limitarsi a burocratiche, quanto platoniche, diffide o messe in mora. Occorre procedere con celerità e imporre alle aziende modifiche dei processi produttivi e operazioni urgenti di messa in sicurezza dei siti».

Un rogo di benzene arse per 70 ore. Il caso Panam evidenziò la debolezza dei sistemi di sicurezza Syndial. Una quantità di veleni quasi tutti cancerogeni fuoriuscì dal pontile. Daniela Scano.

PORTO TORRES. È stato il più terribile disastro della storia dei porti industriali sardi. Il rogo della Panam Serena resta però un mistero nelle sue cause come nelle ricadute sull?ambiente. Non c?è al momento nessuno studio ufficiale sugli effetti, nel mare e nell?atmosfera, di un rogo durato settanta ore e durante il quale andarono dispersi nell?ambiente una quantità incalcolabile di veleni cancerogeni. Un fiume di benzene e dei suoi derivati, ma anche una quantità imprecisata del pericolosissimo clorulo di vinile fuoriuscito dal pontile 1 della Syndial.
A quasi tre anni da quel gravissimo episodio, non si sa neppure quanto combustibile ci fosse nelle cisterne della Panam al momento della deflagrazione. La Syndial non è stata in grado di dire alla magistratura quanta sostanza chimica fosse stata scaricata alle ore 12 del 1 gennaio, quando al pontile 1 si scatenò l?inferno di fuoco. Affermazione giudicata «poco plausibile», preliminarmente a una serie di critiche alla società sulla gestione dell?emergenza, dagli esperti del gip Mariano Brianda. La nave chimichiera russa andò a fuoco il 1 gennaio 2004 mentre, dopo avere concluso le operazioni di scarico di duemila tonnellate di benzene, «iniettava» nelle condotte del pontile 1 della Syndial seimila tonnellate di ?taglio C-6? (sostanza simile alla benzina).
A quasi tre anni da quell?incendio terrificante e dalla morte di due marinai russi, l?inchiesta aperta dalla Procura della Repubblica non è arrivata alla fase delle risposte. Non si sa, neppure approssimativamente, cosa possa avere innescato la scintilla e se questa sia scoccata all?interno o all?esterno della nave. I periti del gip – l?ingegnere nucleare Marco Carcassi, l?esperto di sicurezza sul lavoro Lorenzo Corda, il docente di ingegneria navale Giulio Russo Krauss e il comandante provinciale dei vigili del fuoco Gaetano Vallefuoco – hanno elaborato una relazione al termine della quale lasciano aperte tutte le ipotesi che partono da un presupposto scontato. «Le cause dell?incidente – scrivono – sono ascrivibili alla esistenza di una miscela combustibile presente nelle cisterne della nave e alla combustione di detta miscela».
Per il resto, restano in piedi le possibilità di un errore umano (ma gli esperti hanno «promosso» la professionalità dell?equipaggio russo della Panam) o di un difetto strutturale (citato solo a titolo accademico). Nel frattempo il relitto della nave, distrutta dal rogo, è stato restituito ai legittimi proprietari che l?hanno venduto a una società greca specializzata nel riciclaggio dei «giganti del mare». L?inchiesta per disastro colposo aperta dal sostituto procuratore Gianni Caria, che ha indagato sette persone, è ferma ma potrebbe riprendere slancio da un incidente probatorio su una pompa recuperata in mare.
Nella loro relazione, discussa in incidente probatorio la scorsa primavera, i periti scattano alcune fotografie che potranno essere utili agli esperti dell?ambiente per stabilire quali e quante sostanze sono andate disperse dal 1 gennaio alle ore 10 del 5 gennaio. Quando «intercettate tutte le linee di pontile, la situazione di pericolo poteva considerarsi conclusa». Ma i periti non rispondono, e d?altronde non era tra i quesiti, sulla questione che oggi impegna gli esperti dellla Conferenza di servizi del ministero dell?Ambiente. Vale a dire: quanti di quei veleni e delle diossine sprigionate durante il rogo sono andati a depositarsi nei campioni di biota marino prelevati dal 2004 ad oggi nelle acque del porto industriale?
Il disastro della Panam Serena si incrocia, inevitabilmente, con le valutazioni allo studio della direzione Qualità della vita del ministero.
In assenza di altri dati, può contribuire alla riflessione l?elenco delle linee del pontile Syndial interessate dall?incidente: la 254 dove transita nafta, quella 1002 dei solventi, le 1012 e 1013 del clorurovinilmonometro in stato gassoso e liquido. Il pontile restò gravemente danneggiato e venne riaperto solo dopo alcuni mesi, quando vennero completati imponenti lavori di ripristino.
«La direzione dello stabilimento – scrivono gli esperti del gip – ha previsto interventi di miglioramento per quanto riguarda il processo e le dotazioni di sicurezza». E proseguono: «Dall?esame delle misure di miglioramento previste dopo l?incidente sulla piattaforma B si rileva che non fosse previsto quanto indicato nella tabella precedente, con il risultato di notevoli limiti del piano valido prima dell?incidente». «Tali carenze di dotazioni tecniche e di procedure tecnico-operative – concludono – non consentiva una corretta valutazione degli eventuali incendi, siano essi rilevanti o meno». L?incidente della Panam è stata una terribile lezione.

«Monitoriamo l?inquinamento». Nascerà un tavolo di coordinamento dopo le sollecitazioni presentate dall?amministrazione turritana alla Regione. IL VERTICE. Il sindaco Mura incontra gli assessori a Cagliari. Pinuccio Saba.

CAGLIARI. Nascerà un tavolo di coordinamento fra gli assessorati regionali all?Ambiente, all?Industria e alla Sanità, l?Agenzia regionale per la protezione dell?ambiente e la Provincia di Sassari. La decisione è stata presa al termine dell?incontro sollecitato dal sindaco di Porto Torres Luciano Mura con gli assessori Cicito Morittu, Concetta Rau e Nerina Dirindin. Un incontro che doveva servire a far chiarezza sul balletto di dati relativi alla presenza di diossina, e altre sostanze pericolose, nelle acque del porto industriale turritano.
Nelle ultime settimane si è infatti creata parecchia confusione in seguito a una Conferenza di servizi che si era tenuta a Roma alla fine di agosto. In quella riunione erano stati forniti dati che sembravano il frutto di accertamenti recentissimi e invece, come hanno confermato Nerina Dirindin e Cicito Morittu, le indagini sono quelle risalenti a un anno fa e che facevano parte dell?inchiesta portata avanti dalla magistratura.
«Nessuno nasconde la gravità dei danni provocati all?ambiente dallo stabilimento petrolchimico fino a una ventina di anni fa, quando la legislazione era insufficiente – ha detto il sindaco di Porto Torres -. Quell?area è compromessa, lo sappiamo, ma è necessario far chiarezza sulla reale portata dell?inquinamento e sulla sua estensione soprattutto in mare». A questo proposito, nel corso della riunione è stato evidenziato che i prelievi effettuati nell?area di San Gavino, a poche miglia al largo del porto industriale, la situazione è assolutamente nella norma. «La Provincia ha completato la campagna di controlli per il 2006 – ha aggiunto Luciano Mura – e stando ai primi risultati lo stato di salute del Golfo dell?Asinara non sarebbe allarmante. Solo in due animali, una cozza e un pagello, sarebbero stati riscontrati valori di diossina di poco superiori alla norma. E i due pesci sono stati prelevati quasi a ridosso della diga foranea».
Dati che non sono del tutto tranquilizzanti ma meno gravi del previsto. Che non significa poter abbassare la guardia. Occorre però avere un quadro completo della situazione, mettere a confronto i dati che sono in possesso delle diverse amministrazioni e quelli che veranno consegnati al termine degli accertamenti in corso. Soprattutto è necessario sapere se il sistema per il trattamento delle acque di falda realizzato dalla Syndial sta funzionando o meno. Un allarme ingiustificato, e su questo si sono detti tutti d?acordo, rischia di avere pesanti ripercussioni anche sul piano economico. A questo proposito, e approfittando del periodo di fermo biologico, è stato deciso di effettuare una serie di prelievi nelle zone di pesca per accertare o meno la presenza di diossina nei pesci. «E? importante che si vada incontro a una collaborazione strettissima fra gli enti – ha concluso il sindaco di Porto Torres -. Si eviteranno incomprensioni e, soprattutto, si avrà un monitoraggio continuo di un?area ad alto rischio ambientale».

da La Nuova Sardegna, 28 ottobre 2006

Un solo fascicolo sull?inquinamento. L?inchiesta della Procura e la relazione rispecchiano la gravità del caso Porto Torres. Gli avvocati dell?Eni e della Syndial a palazzo di giustizia: «E? un allarme ingiustificato». Daniela Scano.

SASSARI. La Procura della Repubblica e la Regione compagne di strada negli accertamenti sull?inquinamento del mare di Porto Torres. L?inchiesta della magistratura e il rapporto della Conferenza di servizi sui veleni disciolti nelle acque del porto industriale ora sono nello stesso fascicolo. Ieri la Procura ha acquisito, negli uffici dell?assessorato regionale per la Difesa dell?ambiente, il verbale della Conferenza di servizi indirizzato a 44 destinatari dopo la riunione del 30 agosto che aveva spinto la direzione per la Qualità della vita a impartire diciassette direttive a società, enti locali e di vigilanza. A tutti era stato chiesto di attivarsi concretamente per mettere in sicurezza la zona industriale. Il primo passo verso l?intervento di bonifica di interesse nazionale. Esortazione accolta dalla Regione con la delibera che ha intimato alla Syndial di realizzare in mare, davanti alle ciminiere, una barriera lunga alcuni chilometri e profonda cinquanta metri. Ma il muro di sbarramento del porto industriale è solo uno dei potenziali baluardi contro i veleni che ammorbano le acque del tratto di mare antistanti le industrie di Porto Torres, ma anche contro i pesci imbottiti di diossina e altri veleni industriali che nuotano nelle acque della zona industriale. I dati in possesso del ministero e della Procura confermano, da due differenti punti di vista, una situazione molto grave. Ad aprile una inquietante relazione di Giorgio Ferrari, direttore della sezione Inquinamento della Magistratura delle Acque di Venezia, consulente della Procura con due esperti dell?Icram, aveva riscontrato la presenza di enormi concentrazioni di veleni industriali nelle parti grasse dei pesci e dei mitili pescati nel porto industriale. Dati ribaditi, quattro mesi dopo, dalla relazione della Conferenza di Servizi. Quella di ieri è stata una giornata importante nella inchiesta, con tre indagati, aperta nel 2004 dal sostituto procuratore Michele Incani. Giorno dedicato agli incontri e alla raccolta di dati. Nella tarda mattinata il magistrato ha ricevuto nel suo ufficio, al terzo piano del palazzo di giustizia, gli avvocati dell?Eni e della Syndial. Inutile chiedere al legale sassarese Piero Arru e ai suoi colleghi milanesi Mario Maspero, Luigi Stella e Fulvio Simoni cosa avessero da dire di tanto importante al sostituto procuratore. Si sa solo che il colloquio è stato sollecitato dal collegio difensivo. Al termine del confronto, i legali si sono trincerati dietro i «no comment» di rito. «Non rilasciamo dichiarazioni – hanno affermato, anche a nome degli altri legali, Piero Arru e Mario Maspero -. Possiamo però dire che l?allarmismo di questi giorni è ingiustificato e che i dati in nostro possesso smentiscono, assolutamente, quelli che hanno tanto allarmato l?opinione pubblica». Se la Syndial sembra ottimista e getta acqua sul fuoco delle polemiche, in attesa di confutare le analisi del Magistrato delle Acque e del ministero, la polemica accende il dibattito politico sui risultati del lavoro della Conferenza di servizi ministeriali. La Procura attende a giorni il risultato dell?ultimo monitoraggio, eseguito ad aprile dopo la relazione di Ferrari. E così come aveva informato la Regione dei risultati di quelle prime analisi, ieri la Procura ha chiesto di essere messa a conoscenza del lavoro degli esperti della Conferenza di servizi. Mentre il magistrato dialogava con gli avvocati della Syndial, un suo collaboratore ha attraversato la Sardegna diretto a Cagliari. Qui, negli uffici dell?assessorato diretto da Cicito Morittu, l?ufficiale di polizia giudiziaria ha preso copia della relazione che contiene i risultati degli accertamenti eseguiti nelle acque del mare, nel biota marino, nelle spiagge e nelle immense discariche della zona industriale. Gli esiti di quella consultazione, che ha coinvolto la Regione (un suo funzionario era presente all?incontro romano) e tutte le società che operano nella zona industriale, sembrano coincidere con le anticipazioni dell?inchiesta della magistratura. E pare che dalle ulteriori analisi, fatte eseguire dalla Procura sassarese nelle acque del porto industriale, siano arrivate solo conferme dell?allarme. Per il momento si tratta solo di indiscrezioni, ma pare proprio che anche l?ultimo test confermi la presenza in mare di quantità abnormi di diossine, idrocarburi, policlorodibenzofurani. Sostanze cancerogene e altamente nocive. Ad aprile, quando erano andati a prelevare le cozze posizionate nelle acque del porto industriale e in mare aperto, davanti a Minciaredda, i consulenti avevano trovato solo le cime. Qualcuno aveva rubato i mitili, considerati i più validi rilevatori dell?inquinamento. Un furto inutile. Le analisi sono state eseguite lo stesso, su altri campioni, con gli stessi risultati.

Tumori e legami coi posti di lavoro. Le aree industriali segnano forti incrementi della malattia. I DATI. Il rapporto della Sanità. Piero Mannironi.

PORTO TORRES. La storia è vecchia: le statistiche non raccontano la verità, ma indubbiamente aiutano a capirla. Nel senso che i numeri non danno sempre risposte certe, ma certamente indicano la strada giusta per averle. Ecco perché, per penetrare nel difficile e complesso rapporto tra salute collettiva e degrado ambientale, si deve per forza partire dai numeri: la filosofia del metodo può essere solo quella della conoscenza dei dati oggettivi. Lo impone la delicatezza del tema. Niente slogan che evochino passioni ideologizzate, quindi, ma un approccio al problema attraverso i canoni rigorosi della scienza, della verifica tecnica e dell?analisi dei numeri statistici. Senza lo scheletro di studi epidemiologici seri, sono stati purtroppo oscurati i drammatici segnali di allarme che da anni arrivavano da aree industriali e aree militari. Come gli ormai tristemente famosi casi di Quirra e di Portoscuso. Nel primo caso, una spaventosa incidenza dei tumori del sistema emolinfatico nella popolazione civile che vive vicino al poligono interforze (ma anche tra il personale al suo interno). Nel secondo caso, il piombo trovato nel sangue dei bambini e nel fegato dei cinghiali. Segnale quest?ultimo, di una possibile ?corruzione? della catena alimentare. L?assessore regionale alla Sanità Nerina Dirindin ha voluto vederci chiaro. Ha voluto cioé monitorare quelle aree potenzialmente ?stressate? dalle attività industriali e da quelle militari. E? nato così il ?Rapporto sullo stato di salute delle popolazioni residenti in aree interessate da poli industriali, minerari e militari della Regione Sardegna?. Lo studio è stato condotto dall?associazione temporanea d?impresa Esa (Epidemiologia Sviluppo Ambiente), formata da università di Firenze, Arpa Piemonte e le Asl di Milano e Roma, e finanziato dall?Unione europea. Il risultato è stato questo: nelle aree industriali e minerarie della Sardegna la mortalità per tumori e malattie respiratorie, epatiche e dell?apparato digerente nel ventennio 1981-2001 è stata più alta delle media nazionale e anche superiore a quella delle zone non industriali dell?isola. A Porto Torres, il dato di cornice è questo: rispetto alla media regionale, muore il 4% in più degli uomini e il 9% delle donne. Un dato assoluto che però significa poco se non lo si analizza e lo si interpreta. Per arrivare a fare un?ipotesi credibile sul rapporto tra salute e ambiente, si deve perciò entrare necessariamente nello specifico delle cause di morte. E cioé nel rilevamento di un?incidenza significativa di certe patologie riconducibili alla presenza di sostanze tossiche e cancerogene. Secondo quanto risulta dai dati del Registro tumori di Sassari, l?incidenza tumorale mostra eccessi sulla media provinciale per tutti i tumori maligni. E più esattamente +2% negli uomini e +7% nelle donne. Ecco, in estrema sintesi, i numeri: tumore del colon (+18% e + 12% rispettivamente nei due sessi), tumore del fegato (+15% e +10%, del polmone (+8% e +14%), tumore della prostata (+34%), tumore della mammella (+6%) e dell?ovaio (+21%). Se si scorporano i dati di Sassari città (che è stata inserita dai ricercatori nella macrozona di Porto Torres), emerge un dato inquietante: l?eccesso per i sarcomi dei tessuti molli si impenna fino ad arrivare a un +77% negli uomini e +89% nelle donne. L?équipe di studiosi che ha redatto il rapporto poi tiene a precisare: «Inoltre, tra gli uomini i tumori linfoemopoietici e i linfomi non Hodgkin si mostrano in eccesso, anche se le frequenze osservate sono piccole e le stime molto imprecise». Diventa interessante un?altra osservazione: «Usando come riferimento la mortalità osservata nelle popolazioni residenti in un cerchio di 53 chilometri centrato sul comune di Porto Torres, invece della mortalità media regionale, non si osservano grandi differenze». Come dire: l?eccedenza di tumori è spalmata in tutta l?area. Un?interessante lettura analitica dei dati contenuti nel Rapporto commissionato dalla Regione, è arrivata da un convegno organizzato nel maggio scorso dal Wwf, che si è avvalso della collaborazione e della testimonianza di scienziati e specialisti. Uno di loro, Mario Budroni, ha fornito una significativa mole di informazioni al Rapporto regionale. E? infatti medico del Centro multizonale di osservazioni epidemiologiche e Registro tumori di Sassari. Bene, Budroni aveva subito ?sterilizzato? il problema da facili enfasi e possibili scorciatoie che avrebbero potuto portare a una distorsione della realtà. Per lui, prima di tutto la premessa di metodo: sui piccoli numeri è difficile arrivare a conclusioni certe. Bastano infatti pochi casi di patologie neoplastiche in più o in meno per alterare fortemente le percentuali. La cornice è che la Sardegna, per la quasi totalità delle patologie tumorali, è in linea o al di sotto della media nazionale. Il problema però nasce quando i numeri raccontano di altissime concentrazioni di malati in aree ristrette. E diventa significativo anche il fatto che è particolarmente colpito il sesso maschile. «Se si riscontrassero valori alti in entrambi i sessi – aveva detto Budroni – si potrebbe pensare a un problema ambientale. Una situazione come quella di Porto Torres, invece, fa pensare soprattutto a una situazione critica in un ambiente di lavoro». Ma Budroni non aveva puntato il dito contro un?industria o un?altra. «Si deve approfondire lo studio – aveva infatti detto – sul petrolchimico, ma anche sulla centrale di Fiume Santo e, perché no? Anche sul porto».

(foto da mailing list ambientalista)

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Come ti gestisco le coste n. 3…


Continua presso il Tribunale penale di Cagliari il processo relativo ad una serie di vicende connesse concernenti la gestione delle coste del sud Sardegna (il resoconto delle udienze precedenti potete trovarlo in questo blog, nei ?post? del 4 e 17 ottobre). All?udienza del 23 ottobre scorso l?interrogatorio di alcuni imputati, funzionari pubblici, si è concentrato, ancora una volta, sul caso principale di Baccu Mandara (comune di Maracalagonis) relativo al complesso abusivo Tre P s.r.l. .
Ancora una volta, pur ricordando che si è innocenti fino a prova contraria, le argomentazioni apportate dalla pubblica accusa unitamente a quanto sta emergendo dal dibattimento suscitano considerazioni piuttosto inquietanti, soprattutto per chi, come noi, da molti anni combatte con tutti i mezzi leciti l’abusivismo e la speculazione edilizia sulle coste sarde ed ha avuto, proprio nel caso principale del quale si discute, un ruolo fondamentale nelle fasi della denuncia e dell’ottenimento della demolizione.

Da L?Unione Sarda, 24 ottobre 2006

Processo. Udienza dedicata al caso Baccu Mandara, albergo trasformato in residence.
?Mai chiesto favori a Lucio Pani?.
Licenze facili: ex funzionario regionale respinge le accusa.
MARIA FRANCESCA CHIAPPE

Cento milioni di lire investiti nel villaggio di Baccu Mandara: nessun atto ufficiale, soltanto tre assegni intestati al costruttore. In cambio avrebbe potuto soggiornare per uno o due mesi all?anno in una villetta, grande o piccola si sarebbe deciso poi, in riva al mare a Baccu Mandara. Ma il giudice ordinò la demolizione di quel villaggio abusivo: l?albergo era stato trasformato in un centro residenziale. E Antonio Monni, ex direttore generale dell?assessorato all?Agricoltura, aveva perso i soldi. Secondo la Procura, però, prima di arrendersi fece il possibile, e l?impossibile: chiese l?aiuto del suo buon amico Lucio Pani, della Tutela del paesaggio, che in cambio di un aiutino per ottenere la nomina a direttore di quell?importantissimo ufficio regionale avrebbe fatto carte false. Avrebbe cioè firmato la determinazione 415 che creava il presupposto indispensabile perché il comune di Maracalagonis potesse concedere il condono edilizio. Il problema è che quel documento faceva riferimento a un albergo e non a villette. C?era un motivo: solo in quel caso avrebbe potuto ottenere la sanatoria che avrebbe impedito la demolizione. Di lì l?accusa, per entrambi: abuso d?ufficio e falso ideologico. Pani l?ha respinta nella scorsa udienza e altrettanto fa ora Monni (difeso dall?avvocato Francesco Macis) davanti al Tribunale: ?Salvatore De Donato (anch?esso imputato di falso e abuso d?ufficio) mi propose di acquistare una quota in un insediamento turistico alberghiero a Baccu Mandara, non ho fatto alcun atto ma ho pagato tre assegni intestati a Piergiorgio Loi (l?altro imprenditore sotto processo). Sapevo dai giornali delle proteste ambientaliste e del rischio demolizione ma confidavo nel condono?. Davanti alle incalzanti domande del pubblico ministero Daniele Caria, specie sui rapporti con Pani, Monni non ha tentennato: ?Non c?è alcuna parentela, ci sentivamo per ragioni d?ufficio, l?ho chiamato il giorno in cui fu firmata la determinazione 415, è vero, ma solo per dirgli che avrei partecipato alla sua festa di compleanno?. Il pm non è convinto: in una telefonata intercettata Monni e Pani sembrano conoscere entrambi quel documento. Monni nega: ?Pani parla della 415 ma io non so di cosa parli?. Caria non gli crede, Monni insiste: ?Non gli ho mai chiesto niente?. Il pm si concentra poi sulla nomina di Pani e Monni va spedito: ?Lucio era diventato dirigente e, scaduti i 60 giorni senza la ratifica della nomina, la pratica era finita sul tavolo del presidente Pili. Ho solo chiesto all?avvocato a che punto fosse, e comunque è stato Pani a dirmi che il presidente aveva firmato?. Alla fine dell?interrogatorio il presidente del Tribunale Francesco Sette chiede chiarimenti sull?investimento: ?Era un sorta di multiproprietà?? Monni: ?Io la immaginavo in quel modo lì?. Poco prima il funzionario regionale Giorgio Sedda (difeso dall?avvocato Giuseppe Andreozzi), accusato di falso e di abuso d?ufficio, aveva ribadito in aula quel che avevano detto sia Pani sia Ruggero Carta, l?altro dirigente della Tutela del paesaggio: ?Ho predisposto io la determinazione 415, senza accertare se si trattasse davvero di un albergo perché non rientrava nelle nostre competenze?. Subito dopo aveva risposto al presidente: ?Era una pratica particolare perché c?era un ordine di demolizione ed era normale che se ne parlasse, pure con Pani?. Quindi il giudice gli aveva mostrato un foglio scritto a mano dal quale risulta che alcune costruzioni erano state accatastate come abitazioni.?Non lo sapevo?. Sette: ?Le contesto che in quello scritto risultava?. Sedda, in corner: ?Non so quando ho letto quello scritto?. Il processo continua il 6 novembre.

da La Nuova Sardegna, 24 ottobre 2006.

«A Lucio Pani non ho chiesto nulla». Si difende in aula il direttore generale della Regione Antonio Monni. Tre testi scagionano Lucio Pani: «Dall?ufficio tutela del paesaggio solo giudizi estetici sulle opere». MAURO LISSIA

CAGLIARI. Antonio Monni, direttore generale alla Regione, è imputato di concorso in falso ideologico in atto pubblico per aver provato a ?sbloccare? una pratica di condono edilizio che lo riguardava. Ma nel processo per le licenze facili si sente solo parte lesa: ha perso quasi cento milioni di lire e alla fine – fa capire – l?hanno pure messo in mezzo e lasciato nei guai fino al collo. In aula, davanti al tribunale presieduto da Francesco Sette, si è sfogato a voce alta, il viso arrossato per la tensione dell?interrogatorio. Erano tre anni che aspettavo di venire qui a difendermi, sono stato di una palese imbecillità…». Prima dell?inatteso outing giudiziario si parlava di Baccu Mandara, il villaggio costruito abusivamente sulla costa di Maracalagonis e poi demolito per ordine del magistrato. Monni s?era fatto convincere a comprarne un?unità dagli amici Salvatore De Donato e Piergiorgio Loi, i costruttori della ?TreP immobiliare?: «Mi sembrava un buon investimento, una volta realizzato il complesso me ne avrebbero dato un pezzetto, non so… un piccolo appartamento per un periodo dell?anno più o meno lungo, sessanta metri quadrati…». Una sorta di multiproprietà acquisita sulla fiducia: «Conoscevo De Donato e Loi, persone perbene, mi fidavo». Al punto da firmare tre assegni per 96 milioni complessivi senza chiedere in cambio un contratto di compravendita, un impegno, una ricevuta dettagliata. Il pm Daniele Caria e l?avvocato di parte civile Francesco Atzori gli hanno chiesto di chiarire il perchè di tanta leggerezza: «C?erano gli assegni – ha spiegato ai giudici – forse abbiamo firmato anche una scrittura, senza marche da bollo… ma non l?ho più trovata». Era l?ottobre del 1994. Quando, quasi dieci anni più tardi, le ruspe pubbliche hanno raso al suolo il villaggio perchè da albergo era diventato residence privato, Monni ha visto i suoi cento milioni volatilizzarsi insieme ai titolari della ?TreP?. Ecco perchè ieri ha confessato di sentirsi imbecille: «Li consideravo amici e mi dicevano che era tutto condonabile, che avrebbero trovato la soluzione – ha spiegato a un presidente Sette che sgranava gli occhi – i soldi sono importanti, ma prima c?è la persona…». In questo caso due persone, imputate come lui di concorso in falso, che non gli hanno restituito un soldo: «Mi sono rivolto a un legale – ha allargato le braccia l?alto dirigente regionale – ma è stato chiaro, non c?è nulla da fare, i soldi sono perduti». Monni, pur raggirato, sarebbe in compagnia eccellente: «Ho saputo che fra gli acquirenti di Baccu Mandara c?era anche Bobo Gori, il centravanti del Cagliari dello scudetto…». Comunque sia, l?accusa avanzata dal pm Daniele Caria contro Monni è riferita a un momento storico preciso: a quel 5 marzo 2003 in cui l?ufficio regionale tutela del paesaggio diretto da Lucio Pani concedeva in cambio di una sanzione pecuniaria il nullaosta paesaggistico alla ?TreP?, indispensabile per cercare di ottenere il condono dal comune di Maracalagonis. Monni avrebbe chiesto aiuto all?amico Pani («siamo entrambi di Burcei, lui è mio fradili») per accelerare la pratica e arrivare alla sanatoria: «Mai chiesto nulla, mai, davvero mai» si è difeso l?imputato. Di più: «Lucio è un amico ed è una persona stimabile, ma parla troppo e così non gli avevo detto neppure del mio investimento a Baccu Mandara, rischiavo che ne parlasse a Burcei… Gli ho detto qualcosa solo dopo, quando la demolizione era ormai cosa fatta». Monni non sapeva nulla ma si dava da fare per sanare Baccu Mandara, cercando – le intercettazioni telefoniche lo dimostrano – qualsiasi cavillo per disattendere una sentenza di demolizione divenuta ormai definitiva: «Quelle case (di Baccu Mandara, ndr) stavano abbellendo la costa – ha gridato Monni – avrebbero tolto quella lordura che c?è ancora… da buttare giù sono le ville sugli scogli». Quando il presidente del tribunale gli ha ricordato che le ville sono molto più vecchie – quindi precedenti alle leggi di tutela della costa – Monni si è scusato: «Lei dovrà capirmi, è l?ansia… erano tre anni…». Una domanda del pubblico ministero sul presunto interessamento del direttore generale a favore della nomina di Lucio Pani a direttore dell?ufficio tutela del paesaggio: «Ho solo chiesto informazioni in presidenza, dove andavo qualche volta per le riunioni d?ufficio – si è difeso Antonio Monni – ma la nomina era nelle mani del presidente Mauro Pili, io non avevo alcun potere». Chiarissima la linea difensiva di Giorgio Sedda, l?estensore della famosa determinazione 415 con la quale l?ufficio regionale aveva concesso il nullaosta per la sanatoria di Baccu Mandara: «Quando abbiamo fatto il sopralluogo – ha spiegato il funzionario ai giudici – non abbiamo riscontrato grosse variazioni rispetto al progetto. Certo, se la destinazione degli immobili fosse passata da alberghiera ad abitativa la pratica non sarebbe andata avanti perchè l?avrei fatto presente». Ma – così ha detto – non lo sapeva. Sedda sapeva invece benissimo che pendeva sul complesso una sentenza di demolizione. Infine i testimoni della difesa. Alle domande degli avvocati Marcello Sequi e Marcello Vignolo hanno risposto scagionando Lucio Pani e i suoi collaboratori: «Le verifiche dell?ufficio tutela paesaggio – ha detto Pio Solla, funzionario istruttore – riguardano soltanto gli effetti delle costruzioni sul paesaggio, valutiamo solo ciò che è visibile. Se non ci sono i presupposti urbanistici la pratica non dovrebbe arrivare nel nostro ufficio». Sulla stessa linea – che è quella dei dirigenti imputati Lucio Pani e Ruggero Carta – il funzionario Salvatore Muroni. Mentre il collega Antonio Vanali è stato categorico: «Non abbiamo alcuna competenza sulle destinazioni d?uso, valutiamo solo la compatibilità paesaggistica». Quindi Pani si sarebbe limitato a firmare la pratica in base ai doveri d?ufficio. Ma questo non significa che il condono fosse automatico: «Dipendeva dal comune di Maracalagonis – hanno spiegato i tre testi a difesa – non certo dal nostro ufficio». Opposto il parere del pubblico ministero: senza quel parere, la demolizione era certa. Concederlo impropriamente significa lavorare a favore della sanatoria. Il perchè è nel capo d?imputazione: Pani intendeva favorire l?amico Monni. Si va avanti il 6 novembre.

(foto C.B., archivio Gr.I.G.)

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La Sardegna che sarà…..


Per gli immemori, per gli amministratori pubblici, per gli arruffapopolo, per i fabbricanti di gazzosa (politica e non), per chi cerca di riacquisire la verginità, per chi queste battaglie le ha fatte, le fa e le farà e, soprattutto, per tutti i cittadini onesti, in primo luogo quelli sardi, un po’ di “storia” della speculazione edilizia in Sardegna raccontata da uno dei rari programmi televisivi di informazione. Report, Rai 3. Che il Cielo conservi sempre Milena Gabanelli e tutta la sua brigata di giornalisti d’assalto…..

Gruppo d’Intervento Giuridico

da http://www.report.rai.it/RE_stampa/0,11516,90014,00.html

LA SARDEGNA CHE SARA’, di Bernardo Iovene

La Sardegna, lo sappiamo tutti, e’ l’isola dei vip e delle loro vacanze eccellenti.
Se ne parla per un mese, agosto, e poi se ne riparla l’anno prossimo. Seconde case, mega ville e villaggi turistici, situati in posti meravigliosi, sono abitate solo un mese all’anno. Per i restanti 11 mesi, la Costa Smeralda, e i villaggi turistici sparsi in tutta la Sardegna sono completamente desolati. Eppure progetti di insediamenti turistici ci sono dappertutto, tra l’altro in zone vincolate sia dalle leggi regionali che da quelle comunitarie.
I tentativi di fare insediamenti alberghieri e seconde case in queste zone di importanza comunitaria, si appoggiano sulla mancanza di lavoro e su una mentalita’ che vede lo sviluppo solo attraverso insediamenti di migliaia di posti letto, ovvero alberghi che poi vengono trasformati in seconde case. Bisogna considerare il fatto che le leggi per costruire seconde case sono piu’ restrittive, quindi l’imprenditore raggira l’ostacolo chiedendo l’autorizzazione a costruire un albergo, che solo in seguito trasformera’ in seconde case. Le associazioni ambientaliste, Gruppo di Intervento giuridico, Amici della Terra, sono molto vigili, hanno fatto centinaia di esposti e molte volte sono riusciti a bloccare progetti e persino lavori in corso, scontrandosi spesso con i lavoratori e disoccupati del posto che vedono nell’edilizia opportunita’ di lavoro.

IMPRENDITORI TRUFFATI:
la maggior parte dei villaggi turistici sono costruiti da societa’ del nord Italia, che subappaltano alle ditte artigiane del posto, in genere piccoli imprenditori ai quali vengono affidati parte dei lavori nell’ordine di qualche miliardo.
Alla fine dei lavori, pero` succede qualcosa, e guarda caso “la tecnica e` simile, in tutti i casi che abbiamo trattato”, mi ha spiegato il segretario della CNA di Sassari, “la prima cosa che fanno, al momento del pagamento, contestano i lavori, poi siccome loro hanno una schiera di avvocati, prima che le piccolo ditte recuperino i soldi dopo processi sempre rinviati, passa tanto tempo che gli artigiani o sono gia’ falliti, perche’ a loro volta non riescono a pagare i fornitori e gli operai, oppure si accontentano della meta` dei soldi. E non e` finita qui, perche’ questi soldi vengono rateizzati in cambiali a lungo termine che poi spesso vengono protestate perche’ non pagate”. E questa e` la storia anche di un imprenditore di Olbia, il signor Marras, che dopo aver lavorato in Costa Smeralda per il ” Bagaglino ” (una societa’ di Brescia, proprietaria di villaggi turistici in Costa Smeralda, e che in questo momento sta ultimando un mega villaggio per 5000 posti letto anche a Stintino in provincia di Sassari), dal 1993 ancora non ha ricevuto i suoi soldi ed e` sull’orlo del fallimento.

LAVORI A NORMA:
le leggi regionali sarde, prevedono la inedificabilita’ assoluta, sulle coste, a 300 metri dal mare, pena la demolizione. Dal 1984 per questo motivo ci sono state 1250 demolizioni, ma dopo varie leggi statali che prevedevano i condoni, in contraddizione con le leggi regionali, le demolizioni si sono bloccate.
Ma allora, questi villaggi, oltre a portare una dubbia ricchezza, sono in regola con le leggi? Abbiamo preso come esempio proprio il “Country Village” del Bagaglino a Stintino, una citta’` di 5000 posti letto in un paese di 3000 anime.
Il sindaco ci ha detto che il Comune ha fatto un blocco lavori per esecuzioni in difformita’ dal piano regolatore. Il Soprintendente ai Beni Ambientali di Sassari, ha annullato le autorizzazioni della regione perche’ le case deturpano il paesaggio, il Tar ha annullato, a sua volta, uno di questi annullamenti, nel frattempo la “Country village” del Bagaglino ha continuato a costruire. Lo abbiamo verificato perche’ siamo andati sul posto con il sindaco di Stintino che ha constatato di persona la ripresa dei lavori, e per questo motivo, l’ufficio tecnico del Comune, ci dice il Sindaco ” sta preparando una istanza di demolizione”.
Ma al Bagaglino smentiscono tutto, anche se ammettono che per lavori di queste dimensioni, le varianti in corso d’opera sono la normalita’, e aspettare i tempi delle approvazioni, per una impresa che deve terminare per vendere e affittare, e quindi pagare le banche. Quindi come finira’ la vicenda? Ce lo dice il Sindaco ” alla fine le varianti verranno comunque approvate, e, per il fatto che i lavori sono proseguiti nonostante i blocchi, pagheranno una multa”.
Questo e` il modo con cui si approvano e si realizzano villaggi turistici nelle zone piu’ belle della Sardegna.
Occorre pero’ aggiungere che su questo specifico caso il Ministro Bordon e’ intervenuto qualche settimana fa ed ha bloccato i lavori e avviato un’inchiesta per verificare le irregolarita’.

I CAMPI DA GOLF:
Ormai il campo da golf, sembra indispensabile per lo sviluppo turistico della Sardegna. Ogni villaggio, insieme ad alberghi e seconde case, ha in progetto, un campo da golf. Il caso piu’ eclatante e` quello di Is Arenas, una pineta rimboschita con i soldi pubblici 50 anni fa e venduta a una societa’, del nord Italia, che ha preso lo stesso nome “Is Arenas”. Qui per porre solo un mattone, occorre fare uno studio di VIA, Valutazione di Impatto Ambientale, ma la societa’, che ha gia’ costruito il campo da golf e ha gia’ un progetto di insediamento turistico alberghiero, non ha intenzione di fare e chiede di cominciare solo una prima parte del progetto senza il VIA. Dolores Sanna, il sindaco di Narbolia, dove si trova questa pineta, cerca di far rispettare la legge ma e` pressata sia dalla Regione, che aveva un accordo di programma con la societa’, che dalla popolazione di Narbolia, che vede opportunita’ di lavoro. E allora per fare chiarezza il sindaco ha invitato il ministro dell’ambiente Bordon che ha chiarito di fronte ai rappresentanti della Regione e di fronte alla popolazione che per costruire in questa pineta occorre fare una valutazione di impatto ambientale, lo impone la legge italiana e comunitaria.
Il clima, durante la visita di Bordon e` rovente, e un ambientalista (Gian Carlo Fantoni, degli Amici della Terra) e` stato aggredito proprio mentre rilasciava un’intervista alla nostra telecamera.
A proposito, per irrigare un campo da golf, occorrono gli stessi metri cubi necessari per il fabbisogno di un paese di 8000 abitanti. Il comune di Narbolia, ha 1500 abitanti, ha dichiarato lo stato di calamita` naturale per siccita’, e si ritrova nel suo territorio un campo da golf perfettamente irrigato. Sono i miracoli della natura, la falda si trova proprio sotto il campo da golf.

DEMOLIZIONI.
La stagione delle demolizioni, in Sardegna sembra terminata. “La ruspa non ha fatto sconti per nessuno”, ci ha detto il dottor Boi, funzionario dell’ufficio urbanistico in quegli anni, e ci ha mostrato la demolizione della villa di Gava in Costa Smeralda. Ma adesso qualcosa e` cambiato, ci sono complessi sorti abusivamente o con irregolarita’, che hanno avuto ordinanza di demolizione e continuano a restare aperti e funzionanti. E` il caso dell’albergo Baia delle Ginestre, nella zona di Teulada (Ca): c’e’ un’ordinanza di demolizione, ma l’albergo e` ancora aperto, come mai? riamo. Mi presento, mi fanno parlare subito con il responsabile, che molto imbarazzato mi dice che adesso e` gestito da una nuova societa’ che lo ha preso in affitto dal curatore fallimentare della vecchia societa’, presso il tribunale di Milano. Ma dal sindaco di Teulada, scopriamo che in realta’ questa nuova societa’ e` la stessa di prima.
Ci spostiamo di qualche chilometro accompagnati da Stefano Deliperi, del Gruppo di Intervento Giuridico, nella splendida baia di Piscini’, sulla spiaggia ci sono le mandrie al pascolo. Deliperi, ci spiega che in questa baia c’era un porto turistico completamente abusivo ma, dopo venti denunce, e’ stata ottenuta la demolizione. Il Sindaco del posto non ci sta, vuole ripresentare i progetti, vuole costruire campi da golf, alberghi a 5 stelle e in questo modo rilanciare lo sviluppo della zona di Domus de Maria.

CONCLUSIONI.
Le suggerisce Deliperi: “oggi ci sono le leggi che tutelano l’ambiente dalle speculazioni, basterebbe applicarle. Senza danneggiare lo sviluppo turistico, gli insediamenti alberghieri si potrebbero portare nei centri abitati esistenti, perche’ molto spesso, i villaggi turistici offrono tutto quello di cui il turista ha bisogno ma non porta nulla ai paesi che regalano il territorio e un paesaggio unico”.

(foto S.D., archivio GrIG)

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Insomma, si vuole qualche olivo in meno e qualche "arrostita" in più…


La dott.ssa Simonetta Sanna, magistrato sassarese di cassazione, chiarisce che considera il P.P.R. ?legittimo?, ma contenente alcune scelte ?inopportune?. Bontà sua. Rimarca l?inopportunità di uno degli infiniti convegni patrocinati dalla Regione dove si son trovati assessori, magistrati, avvocati e quant?altro si ritrova in queste occasioni, forse non sapendo ? magari perché non li frequenta – che la consuetudine è di lunga data. Non li frequento neppure io, ma non ignoro tale abitudine, puntualmente rispettata anche nei tempi passati, quando per anni abbiamo atteso che la magistratura amministrativa regionale si esprimesse sui piani territoriali paesistici impugnati perché illegittimi?come quelli in precedenza annullati su ricorsi straordinari al Capo dello Stato dietro parere del Consiglio di Stato. Nessuno, neppur flebile, accenno di protesta si levò da alcuna parte. Ci sembra di capire che le piacciono le ?residenze di campagna? negli uliveti dell?agro sassarese, ottimi luoghi per buone ?arrostite?. Forse, però, non s?è accorta che una politica edilizia sconsiderata e solerti costruttori ne stanno facendo ormai sedi di villette a schiera. Come qualsiasi periferia urbana. In più, sul piano giuridico, proprio non vuol accettare che la Regione, con una mole notevole di analisi tecnico-scientifiche sul territorio e parte integrante del P.P.R., ha compiuto proprio quella ?ricognizione dell?intero patrimonio, considerato mediante l?analisi delle caratteristiche storiche naturali, estetiche e delle loro interrelazioni e la conseguente definizione dei valori paesaggistici da tutelare, recuperare, riqualificare e valorizzare? richiesta dall?art. 143, comma 1°, lettera a, del Codice dei beni culturali e del paesaggio (decreto legislativo n. 42/2004 e successive modifiche ed integrazioni). Sugli usi civici in precedenza definiti ?da liquidare?, come davanti ad un bel plotone d?esecuzione, ora invece tace. Per fortuna.

Gruppo d’Intervento Giuridico

da La Nuova Sardegna, 21 ottobre 2006

Paesaggio, mai parlato di illegittimità. Ma questo non impedisce di dubitare sull?opportunità di alcune decisioni. Simonetta Sotgiu, magistrato di cassazione.

Ho notato con piacere che le mie osservazioni al Piano Paesaggistico hanno suscitato reazioni critiche da parte di due dei principali protagonisti della nascita del Piano, il Professor Salzano, Cooordinatore del Comitato Scientifico e l?assessore Regionale Sanna. Nel doveroso rispetto delle opinioni di tutti, e tenendo presente che l?interpretazione di un testo di legge appena emanato può essere ripensata, se le osservazioni altrui appaiono convincenti, debbo tuttavia osservare che non ho avuto sostanziale risposta nè dall?uno né dall?altro dei miei cortesi interlocutori, in ordine a tre questioni che ho posto nel mio ?intervento? a margine del Convegno sul Piano tenutosi a Cagliari per iniziativa congiunta della Regione Sarda e del Tar Sardegna, e precisamente: 1) sulla scarsa opportunità di un tal Convegno che sembrerebbe essere stato organizzato per predisporre in modo alquanto surrettizio, a termini di impugnativa ancora aperti, un favorevole parere della magistratura amministrativa su un Piano, che io stessa sulle pagine di questo giornale, ho giudicato formalmente legittimo, perché legittima è stata la delega che l?Assemblea Regionale ha dato alla Giunta, ma che nei contenuti è contestabile ed è stato ampiamente contestato a vari livelli. Ritengo infatti che il giudice, tanto ordinario quanto amministrativo, debba non solo essere, ma apparire imparziale e mi auguro vivamente che la ?serenità? con cui l?Assessore Sanna afferma di attendere l?esito di eventuali impugnazioni del Piano non derivi dalle favorevoli dichiarazioni dei relatori di quel Convegno. 2) Mi si contesta la mancata considerazione del nuovo art.143 del codice urbanistico nazionale, che ha dato alla Regione la possibilità di tipizzare immobili o aree diversi da quelli indicati in via generale in altra parte della legge da sottoporre a specifica disciplina e salvaguardia. Ma il comma i) va letto unitamente al primo comma (a) dello stesso articolo, che richiede la ?ricognizione dell?intero patrimonio, considerato mediante l?analisi delle caratteristiche storiche naturali, estetiche e delle loro interrelazioni e la conseguente definizione dei valori paesaggistici da tutelare, recuperare, riqualificare e valorizzare?. Con tale lettura unitaria si ritorna alla mia iniziale osservazione: posto che il nuovo art. 142 dello stesso codice Urbani tutela per legge la fascia costiera italiana entro i trecento metri dalla battigia, l?ampliamento di tale fascia (che in Sardegna comportava già un vincolo di 500 metri) può essere giustificato solo in base a particolari e specifiche caratteristiche ?storiche, naturali, estetiche?, che vanno adeguatamente motivate in relazione ai terreni costieri inclusi in una fascia che va da due a cinque chilometri di profondità in caso contrario, il contrasto fra un tale vincolo indistinto e generalizzato e la norma statale, che richiede l?esame specifico delle caratteristiche dei vari terreni sottoposti a vincolo, a mio parere permane. 3) Sulle aree agricole, ho contestato l?inesatto riferimento al rispetto delle tradizioni e della storia delle varie colture esistenti nell?Isola; in particolare per le zone ulivate che circondano l?abitato di Sassari, vi è sempre stato, da parte dei miei concittadini, anche dei meno facoltosi, il desiderio di allontanarsi per il fine settimana, o per un periodo di riposo, dall?abitato, non sempre piacevole, del centro cittadino (soprattutto di quello storico), utilizzando – prevalentemente per arrostite – una residenza campestre più o meno bella o spaziosa, ma immersa nel verde, rilassante. Da ora in poi l?uliveto non sarà più utilizzabile in tal senso, e il vincolo va accettato, anche se non lo si condivide, perché è stato espresso da chi rappresenta la maggioranza dei sardi. L?Assessore Sanna sdrammatizza la questione, affermando in sostanza che saranno i Comuni a valutare al meglio le specificità locali. Questo è vero, ma è vero anche che proposte e modifiche degli Enti locali debbono comunque passare al vaglio dei funzionari regionali addetti all?urbanistica, che potrebbero vanificare il gran lavoro in atto da parte dei Comuni, le cui osservazioni – non dimentichiamolo – furono a suo tempo quasi interamente respinte. Mi auguro quindi che i prossimi Puc abbiano una miglior accoglienza da parte della Regione rispetto a quanto è accaduto a quelle prime osservazioni; ribadendo che anche se storia e tradizioni locali non sono state, nel Piano, considerate al meglio (non me ne voglia un veneto come il professor Salzano, che non è tenuto a conoscere i nostri usi e costumi), si può nondimeno coniugare una ragionevole e tutela dell?ambiente in una Regione che necessita di sviluppo, soltanto ove si riesca a coordinare il non esaltante retaggio dei muretti a secco e delle strade sterrate con quello di avveniristiche imprese, quali quelle biotecnologiche, che mi pare necessitino di un differente background ambientale.

(foto L.C., archivio GrIG)

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Abusi edilizi a Porto Conte: li vogliamo premiare anzichè demolirli ?!


Lo scorso 5 ottobre 2006, secondo notizie stampa, l?Assessorato regionale della difesa dell?ambiente avrebbe comunicato al Comune di Alghero (SS) il proprio parere favorevole per la realizzazione di un depuratore nel campeggio abusivo di Sant?Igori, sul litorale di Porto Conte. Secondo l?Assessorato regionale non contrasterebbe con le disposizioni del piano paesaggistico regionale ? P.P.R. recentemente approvato. La vicenda ha dell?incredibile.
Già nell?agosto 2004 il Corpo Forestale e di Vigilanza Ambientale metteva sotto sequestro un campeggio abusivo sempre a Porto Conte (loc. Stamparogias). 70 piazzole per roulottes, alcuni fabbricati, reti elettriche in corso di realizzazione su 3 ettari a due passi dalla battigia marina. Era ora, ma certo non bastava. Sarebbe dovuto essere soltanto l?inizio. Il Comune di Alghero avrebbe accertato la presenza di ben undici campeggi abusivi con ben 236 violazioni urbanistico-edilizie e circa 6.000 presenze.
I campeggi abusivi dentro il parco naturale regionale di Porto Conte devono essere smantellati.
Già con quattro esposti (17 maggio 1999, 11 luglio 2000, 3 agosto 2004 e 18 giugno 2005) le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico hanno provveduto a richiedere alle pubbliche amministrazioni statali (Ministeri dell?ambiente e per i beni e attività culturali, Soprintendenza ai beni ambientali di Sassari), regionali (Assessorati regionali dell?urbanistica e dei beni culturali, Corpo forestale e di vigilanza ambientale) e locali (Comune di Alghero) informazioni ed interventi specifici in relazione ai campeggi abusivi gestiti dal CIRCOLO SANT?IGORI ed IL MARE DI S. IMBENIA sulla costa di Porto Conte ? S. Imbenia, in area rientrante in un sito di importanza comunitaria, tutelata con vincolo paesaggistico e con vincolo di conservazione integrale. Gli esposti sono stati, per opportuna conoscenza e per gli interventi di competenza, anche alla magistratura competente (Procura della Repubblica presso il Tribunale di Sassari) ed alla Commissione Europea.
La vicenda dura ormai da troppi anni. Fin dal 1990 (ordinanza n. 94 del 23 maggio 1990), infatti, il Comune di Alghero ordinò la sospensione dei lavori abusivi (numerosi prefabbricati e altrettanti basamenti in cemento) ed il ripristino ambientale, nel 1994 venne richiesto l?intervento del Servizio vigilanza edilizia dell?Assessorato regionale EE.LL., finanze, urbanistica per utilizzare i mezzi regionali per procedere alla demolizione. Nei mesi successivi erano stati programmati gli interventi di demolizione con i mezzi regionali insieme ad altri abusi lungo la costa ?catalana?, ma, inspiegabilmente, una qualche ?mano? spense i motori già accesi dei ?caterpillar??.. Nel 1999 il Sindaco di Alghero ordinò la chiusura dei campeggi per motivi di ordine igienico-sanitari, senza far tuttavia cenno, a quanto è dato conoscere, della situazione di abusivismo delle strutture. Nel 2000 l?Assessorato regionale P.I. e BB.CC. ? Ufficio tutela paesaggio di Sassari provvide a contestare gli abusi edilizi riscontrati (nota n. 1724 del 24 febbraio 2000), reiterando quanto già fatto 10 anni prima (note n. 6784 del 6 giugno 1990 e n. 11464 del 9 ottobre 1990). Nel 2002 il sindaco di Alghero avv. Marco Tedde, nelle sue dichiarazioni programmatiche esposte in Consiglio comunale, aveva esplicitamente affermato che la sua amministrazione avrebbe provveduto alla demolizione dei campeggi abusivi nella splendida Baia di Porto Conte, entro il parco naturale di Porto Conte. Naturalmente senza alcun esito. In questi giorni il Comune di Alghero, giustamente, dichiara che non rilascerà i necessari ?permessi di costruire? per il depuratore.
Anche per garantire quella qualità ambientale che è alla base del richiamo turistico della ?Riviera del corallo? non ci possono essere più tentennamenti o scuse per procedere al ripristino della legalità violata e dei valori ambientali propri della Baia delle Ninfe: a quando le ?ruspe ecologiche? ?
In questi giorni viene, quindi, inoltrato un nuovo esposto alle pubbliche amministrazioni ed alla magistratura competenti da parte delle associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico per giungere al rispetto della legalità ed al ripristino ambientale.

Gruppo d?Intervento Giuridico e Amici della Terra

(foto S.D., archivio GrIG)

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"Aliga" napoletana in Campo d’Ozieri…


Si apprende che l?Assessorato regionale della difesa dell?ambiente, in accordo con il Consorzio industriale della Piana di Ozieri e la relativa società controllata Chilivani Ambiente, ha deciso di accogliere l?invito rivolto a tutte le Regioni dal responsabile del Dipartimento per la protezione civile presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri Guido Bertolaso per un ?aiuto? per la soluzione di emergenza dello smaltimento dei rifiuti dei Comuni dell?area vesuviana, in Campania. Il decreto-legge dello scorso 9 ottobre lo richiede. Sono 38.000 tonnellate di rifiuti che non si sa in che altro modo gestire. Molte Regioni hanno fatto lo stesso. Il Piemonte, ad esempio, ne accoglierà nei suoi impianti 3.500 tonnellate, la Lombardia e la Toscana 4.300 ciascuna. In Sardegna dovrebbero giungere 200 tonnellate di rifiuti non differenziati, pari a 500 metri cubi. Destinati alla discarica controllata di Coldianu. 200 tonnellate di rifiuti è quanto produce in trentasei ore la sola Cagliari. Ben poca cosa quindi. In nome di quella solidarietà che permette che una buona parte dei Canadair disponibili a livello nazionale sia resa fruibile dalla Sardegna durante la stagione estiva del fuoco. Le proteste sono state unanimi. Con supremo sprezzo del ridicolo il sindaco di Olbia ha addirittura emanato un?ordinanza contingibile e urgente (la n. 71 del 20 ottobre 2006) con la quale statuisce il ?divieto di scalo, trasporto, stoccaggio, conferimento, trattamento o smaltimento di rifiuti di provenienza extraregionale? nel territorio comunale di Olbia. Avesse mostrato la metà della metà dell?energia profusa in tema nella lotta all?abusivismo edilizio, Olbia li avrebbe già buttati giù tutti. Ovvero avesse mostrato il medesimo interesse verso i c.d. fumi di acciaieria, vere e proprie scorie che giungono in ben 300 mila tonnellate annue in Sardegna, forse il referendum del 2005 sarebbe stato vinto e la Sardegna eviterebbe di esser davvero una ?pattumiera? per rifiuti ben peggiori. Nel silenzio ormai generale. Gli Amici della Terra ed il Gruppo d?Intervento Giuridico sono stati fra i più determinati sostenitori del referendum contro l?accoglimento dei rifiuti di provenienza extra-regionale, in giusta ottemperanza ai principi generali di auto-sufficienza nella gestione dei rifiuti, così come indicato dal decreto legislativo n. 22/1997 e successive modifiche ed integrazioni, il c.d. decreto Ronchi. Invece la legge regionale n. 8/2001 ha aggiunto il comma 19 bis all?art. 6 della legge regionale n. 6/2001, introducendo una deroga al divieto di importazione dei rifiuti per quelli che possono essere riutilizzati come ?materie prime? in processi industriali. Così come fa la Portovesme s.r.l. con i fumi di acciaieria. Gli Amici della Terra ed il Gruppo d?Intervento Giuridico oggi ribadiscono che quelle 200 tonnellate di rifiuti provenienti dalla Campania anche se sono ben poca cosa non possono arrivare in Sardegna perché c?è un divieto di legge, ma vogliono sottolineare anche la triste ipocrisia di chi non vuol vedere ingenti quantitativi di rifiuti ben peggiori che quotidianamente approdano nell?Isola in un assordante silenzio.

Gruppo d?Intervento Giuridico e Amici della Terra

(foto G.N., archivio GrIG)

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Piano di risanamento degli abusi edilizi di Molentargius: non si può fare !


Prendiamo atto delle dichiarazioni del presidente del Consorzio di gestione del parco naturale ?Molentargius ? Saline? nonché sindaco di Quartu S. Elena Gigi Ruggeri. Nessun ?pregiudizio ideologico? da parte nostra. Solo precise disposizioni di legge che non consentono quanto gli organi gestori del parco vogliono fare. Si ribadisce che:
1) la redazione del piano di risanamento urbanistico ? P.R.U. da parte del Consorzio del parco è illegittima. Infatti, in primo luogo, la competenza per i P.R.U. (artt. 32, 37-39 della legge regionale n. 23/1985 e successive modifiche ed integrazioni) è dei singoli Comuni interessati, Cagliari e Quartu S. Elena, non del Consorzio del parco. Inoltre, anche nel territorio comunale dove è maggiore la densità di abusivismo edilizio, Cagliari (50.000 metri cubi di abusi realizzati su circa 200 ettari), non viene raggiunto il grado di compromissione minimo di 0,40 metro cubo/metro quadro richiesto dalla legge (art. 32, comma 4°, della legge regionale n. 23/1985 e successive modifiche ed integrazioni);
2) ci ha già provato l?amministrazione comunale cagliaritana con il piano urbanistico comunale (P.U.C.) di Cagliari attraverso un piano di risanamento urbanistico (P.R.U.) impossibile e censurato dal Comitato regionale di controllo (2001) su ricorso ecologista: infatti, il vigente piano territoriale paesistico di Molentargius ? Monte Urpino (decreto Ass.re reg.le beni culturali 12 gennaio 1979) qualifica la zona di Medau Su Cramu ?zona C 1 ? conservativa naturale e sistema?, dove ?è vietata l?edificazione? ad esclusione del depuratore consortile e del piano di zona 167 ?Costa Bentu?.
In sostanza, non si capisce a quale titolo il Consorzio di gestione del parco voglia ?anticipare i tempi? e spendere soldi per un?attività che non è di propria competenza. Ancora di meno si comprende come mai non abbia fatto ancora nulla, in buona compagnia dei Comuni territorialmente competenti, almeno nei confronti di quegli abusi edilizi già dichiarati ?insanabili?, 8 in Comune di Cagliari e 4 in Comune di Quartu S. Elena. Qui non si tratta di ?buttare fuori di casa? centinaia di persone, si tratta di far rispettare la legge. Non è una facoltà, è un obbligo. E si tratta dell?unico vero deterrente nei confronti dell?abusivismo edilizio.

Gruppo d?Intervento Giuridico e Amici della Terra

da La Nuova Sardegna, 21 ottobre 2006

?Gli abusivi non saranno premiati?. Molentargius, il sindaco di Quartu rassicura gli ambientalisti. Pablo Sole.

QUARTU. ?Stiano tranquilli gli ambientalisti: nessuno ha intenzione di premiare chi, negli anni, ha scambiato il Parco di Molentargius-Saline come il regno dell?abuso edilizio?. Pensieri e parole di Gigi Ruggeri, presidente del Consorzio di gestione dell?area umida, che fa il punto sul futuro di Medau su cramu e Is arenas: case su case nel bel mezzo di un?area protetta. Ad aprire il dibattito sono stati Stefano Deliperi e Bruno Caria, responsabili delle associazioni Gruppo di intervento giuridico e Amici della terra, messi in preallarme dal prossimo Piano di risanamento.
La prima perplessità avanzata dagli ambientalisti riguarda la correttezza giuridica dell?iter che porterà poi alla presentazione del Pru, di norma in capo ai singoli Comuni. ?Prima di tutto – dice Ruggeri – partiamo da un preciso presupposto: lo strumento urbanistico del Parco è sovraordinato rispetto ai Comuni. Il Piano di risanamento riguarda, eventualmente, una fase successiva e si farà solo con un netto coinvolgimento della Regione e delle amministrazioni interessate. Diciamo che abbiamo anticipato i tempi, nel senso che se già da adesso si pensa ad un eventuale risanamento, non credo sia un delitto. A meno che non si ritenga che per risolvere i problemi di Medau su cramu e Is arenas, la soluzione sia quella di buttare fuori i residenti dalle proprie abitazioni. Chi la pensa in questo modo, evidentemente è più abituato alla retorica che al confronto con la realtà del territorio?. Ad oggi, le costruzioni giudicate non sanabili sono dodici: in teoria dovrebbero arrivare le ruspe, invece tutto tace. Che intenzioni hanno i vertici del Parco ? ?Di certo – dice Ruggeri – non tollereremo gli abusi fatti in nome della speculazione, e comunque non possiamo sorvolare su tutte quelle situazioni che non sono coerenti con la valorizzazione ambientale e paesaggistica del compendio. Per il momento teniamo in piedi tutte le opzioni: recuperare quel che si può recuperare e pensare all?acquisizione degli immobili sotto l?ala del Consorzio, oppure, dove è necessario arriveranno le ruspe e abbatteranno le opere ritenute non compatibili. Ciò che mi preme ribadire – aggiunge il presidente del Parco – è il fatto che io non ho nessun problema a far arrivare i caterpillar, però si deve anche comprendere che i problemi non si risolvono solo a colpi di benna, ma si affrontano con tutti gli attori interessati, dal Parco alla Regione fino ai Comuni. Che questo significhi poi essere tacciati di correità con gli abusivi, è un approccio del tutto ideologico che non fa i conti con la realtà?. Smessi i panni da presidente del Parco, Ruggeri indossa la fascia tricolore e spiega quali saranno le prossime mosse per arginare l?abusivismo quartese: ?So bene, nella nostra realtà, quanto sia difficile combattere questa battaglia con le armi spuntate che abbiamo a disposizione, contro una cultura dell?abusivismo diffusissima. Abbiamo appena istituito il Nucleo tecnico di vigilanza edilizia e alcune procedure sono già state avviate?.

(foto aerea per conto GrIG)

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La Cavalleria va in Libano…..


…ora si va anche in Libano e dopo la Early entry Force, la “gentile” Forza di ingresso, arriva la “cortese” Forza di dissuasione. Avrà voglia di esser “generosa” e “signorile” la Pozzuolo del Friuli, ma dovrà spiegare le sue blindo Centauro con cannoni da 105/52 per guardarsi dal ginepraio di milizie e bande libanesi e..sperare che i fondamentalisti di Hezbollah si disarmino da soli e che l’esercito di Israele non voglia far un’altra scampagnata dalle parti del fiume Litani. Perché non diventi un nuovo Irak. Il Governo del “parroco d’Italia” Prodi ha combinato un gaio “scherzo da prete” ai cavalieri…su, fatevi il bicchiere della staffa prima di partire, avrete bisogno di molta fortuna….. Fedor, un cavallo A.N.S.A., 20 ottobre 2006 LA ‘POZZUOLO’ IN LIBANO, ‘MISSIONE DIFFICILE PER CAVALLERIA’ VENEZIA – ”La parola rispetto sembra dimenticata dalla nostra societa’, ma per noi rimane un grande valore aggiunto, soprattutto nelle missioni all’estero”. Cosi’ il generale Paolo Gerometta, a pochi giorni dalla partenza della Brigata di Cavalleria Pozzuolo del Friuli per il Libano, spiega l’animo con cui gli uomini al suo comando dal gennaio di quest’anno si apprestano a vivere da peacekeepers l’esperienza della missione ”Leonte”, sostituendo l’attuale ‘early entry force’, cioe’ la Forza d’ingresso. Una missione che lo stesso generale ha definito oggi ”non e’ certamente facile”. Cosi’ come e’ cosciente delle ”difficolta”’ nelle aree del Libano del Sud. Nato a Venezia ma originario di Anduins, una frazione della Val d’Arzino, in provincia di Pordenone, il gen. Gerometta, 51 anni, sposato e padre di due ragazzi di 19 e 11 anni, ha nel suo dna l’appartenenza alla Cavalleria e proviene da una famiglia di militari. La Pozzuolo, unica Brigata di Cavalleria dell’Esercito, portera’ in Libano complessivamente 2.400 uomini (poco piu’ di una quarantina le soldatesse), tra cui 600 Lagunari del Reggimento Serenissima. Per il futuro comandante della missione Leonte, il concetto di Cavalleria e’ tutt’altro che anacronistico ma risponde alla filosofia di pensiero delle ultime missioni italiane all’estero. ”La signorilita’ d’animo, la generosita’, l’altruismo e il senso dell’onore che contraddistinguono gli uomini della Brigata – tiene a precisare – mai come ora possono tradursi in elementi vivi, sostanziali, utili nell’approccio con le popolazioni che ci ospitano”. E cita ad esempio l’esperienza maturata partecipando all’operazione Kfor in Kosovo, tra il ’99 e il 2000, che gli fatto guadagnare la croce d’argento al merito dell’Esercito per aver gestito una delicata crisi scoppiata a Mitrovica. ”Durante la missione – ricorda, facendo riferimento al suo comando del ”Savoia Cavalleria” di Grosseto – in una delle prime riunioni riuscimmo a far sedere allo stesso tavolo albanesi, serbi e rappresentanti delle altre piccole etnie che fino a prima erano in aperto conflitto tra loro per discutere concretamente su come affrontare problemi comuni di carattere sociale”. Un’esperienza che ha insegnato al comandante della Pozzuolo ”la necessita’ di parlare prima di tutto all’uomo che c’e’ in ogni persona, arrivando al cuore di tutti per collaborare assieme”. ”Sempre in Kosovo – dice ancora il generale – nella riunione del cambio di responsabilita’ riuscii a mettere fianco a fianco nella stessa tribuna d’onore i sacerdoti ortodossi e i rappresentanti musulmani”. Il segreto ? ”La sensibilita’ di saper ascoltare – spiega – ma soprattutto di volersi proporre in maniera molto rispettosa nei confronti di tutti: se si vuole essere rispettati bisogna prima rispettare e amare”

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Diga di Monte Nieddu – Is Canargius, qualcuno vuol vederci chiaro…


Qualcuno vuol vederci chiaro sulla vicenda della diga di Monte Nieddu – Is Canargius. Buona lettura…..

Gruppo d’Intervento Giuridico e Amici della Terra

da La Nuova Sardegna, 20 ottobre 2006

Indagine sull?invaso di Monte Nieddu. Sequestrati i documenti dell?appalto al Consorzio di bonifica. Mauro Lissia.

CAGLIARI. Il travagliatissimo appalto per la diga di Monte Nieddu, ribattezzata dai detrattori ?la diga di Penelope?, è finito sotto la lente della Corte dei Conti. La magistratura contabile vuole capire se tra lavori annunciati, eseguiti, sospesi per due anni ed ora in via di ripresa dopo il finanziamento Cipe da 52 milioni qualcuno abbia danneggiato l?erario imponendo costi evitabili. Nei giorni scorsi gli uomini della Guardia di Finanza si sono presentati negli uffici del Consorzio di bonifica della Sardegna meridionale, la ?stazione appaltante? della gigantesca opera pubblica, e dopo un rapido colloquio con il presidente Dino Dessì hanno sequestrato la documentazione dei rapporti fra l?ente pubblico e l?associazione temporanea di imprese Dragados S.A e Fincosit spa, che nel 1997 si era aggiudicata l?appalto da sessanta miliardi di lire. Infilati i carteggi in uno scatolone, i finanzieri hanno salutato gentilmente i funzionari e hanno comunicato alla Procura erariale la missione compiuta. Ora i magistrati contabili esamineranno a fondo ogni passaggio tecnico di questa storia infinita, le conclusioni si conosceranno nei prossimi mesi.
Ma se attorno agli aspetti finanziari dell?operazione Monte Nieddu volteggiano i punti interrogativi, è certo che il progetto per la diga destinata a dare l?acqua necessaria al basso Sulcis, compresa la rigogliosa piana di Pula, è nato sotto un cattivo auspicio e una brutta stella continua a influire negativamente sui lavori: è di poche settimane fa la notizia del risarcimento richiesto dalle imprese alla Regione. Si parla di sessanta milioni di euro, una somma enorme che in base all?accordo raggiunto con l?assessorato regionale ai lavori pubblici andrà all?esame di un collegio arbitrale. Questo perché la colpa dello stop ai lavori sarebbe tutta della Regione, che attraverso il Consorzio di bonifica aveva garantito agli spagnoli della Dragados la fornitura costante delle polveri di carbone indispensabili a produrre il ?cemento rullato?, il materiale scelto dai progettisti per realizzare la struttura della diga. Il carbone doveva arrivare da Nuraxi Figus ma la vicenda della miniera è troppo nota perchè si debba raccontarla ancora. Niente carbone, niente diga: chiuso il cantiere col venti per cento dei lavori realizzati e diversi ettari di bosco devastati, l?associazione di imprese ha aperto il contenzioso con l?ente regionale scaricandogli addosso ogni responsabilità. La diga doveva essere pronta entro dicembre del 2001, a cinque anni dalla data stabilita di pronto ci sono solo atti legali. Ora però – partendo da un esposto del Gruppo di Intervento giuridico e degli Amici della terra, da sempre ostili alla costruzione della diga, che hanno chiesto una commissione d?inchiesta regionale – la Corte dei Conti vuole capire se sia vero che nel complicato rapporto ente-imprese siano andati perduti 38 miliardi e mezzo di lire e se – come sostengono gli ecologisti – per mettere in piedi uno sbarramento di dubbia utilità ora siano indispensabili, oltre ai risarcimenti, almeno altri 150 milioni di euro. Perché se fosse vero gli interrogativi sarebbero giustificati. L?assessore ai lavori pubblici Carlo Mannoni – ha spiegato – fa affidamento sui fondi comunitari. Gli ambientalisti gli chiedono invece di risanare il bosco e liquidare l?impresa Dragados con uno sbrigativo saluto.

da L?Unione Sarda, 20 ottobre 2006

Sarroch. La magistratura vuole accertare se ci sia stato sperpero di denaro pubblico. La Corte dei conti indaga sulla diga. Sequestrati dalla Finanza i documenti su Monte Nieddu. In attesa che un collegio arbitrale sani il conflitto con i costruttori, la Corte dei conti apre un?inchiesta: c?è un danno erariale ? Maria Francesca Chiappe.

In attesa dell?arbitrato scende in campo la Corte dei conti. Su delega del procuratore Mario scano la Guardia di Finanza ha bussato alla porta degli uffici cagliaritani del Consorzio di bonifica meridionale e ha chiesto di accedere a tutti i documenti riguardanti la diga di Monte Nieddu. La magistratura contabile vuole studiare le carte per accertare se ci sia stato sperpero di denaro pubblico nei lavori avviati otto anni fa e interrotti nel 2002. L?inchiesta. L?indagine è stata avviata in seguito alle iniziative del mese scorso: in particolare le associazioni ambientaliste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico chiedevano la rescissione del contratto e la successiva realizzazione di un progetto di ?rinaturalizzazione? delle vallate che dovrebbero ospitare l?invaso. La battaglia contro quello che gli ecologisti ritengono un programma idrico assolutamente inutile sono cominciate diversi anni fa: la costruzione del mega invaso di Sarroch non servirebbe a garantire le scorte d?acqua necessarie alla costa sud occidentale della Sardegna, nel contempo creerebbe un grave danno ambientale e comporterebbe un notevole spreco di denaro pubblico. L?accordo. Tutto questo succede a poche settimane dall?accordo del Consorzio di Bonifica con l?associazione temporanea di imprese Dragados e Fincosit: un collegio arbitrale risolverà il contenzioso sui lavori consegnati il 21 gennaio 1998 e sospesi nel febbraio 2002 quando era stato realizzato soltanto il 20 per cento dell?intero progetto. I costruttori chiedono un risarcimento di 60 milioni di euro. L?invaso. L?invaso di Monte Nieddu è stato progettato per raccogliere 35 milioni di metri cubi di acqua anche se potranno essere utilizzati soltanto 25 milioni di metri cubi. Di lì le accuse: per l?opera serve una cifra spropositata per una quantità di risorsa modesta. Conti alla mano, il costo della diga era stato quantificato in 123 miliardi di lire, ora ci sono i 30 milioni di euro chiesti per far cessare il conflitto. Serviranno poi altre decine di milioni di euro per le condotte che attualmente non sono neppure progettate. I sindaci. In settembre i sindaci di Sarroch, Pula, e Villa San Pietro hanno discusso della situazione con l?assessore regionale ai Lavori pubblici Carlo Cannoni. Walter Cabasino, sindaco di Pula e consigliere di maggioranza alla Provincia, ha scritto una lettera al presidente della commissione Ambiente della Provincia: è preoccupato per la richiesta di rescissione del contratto avanzata dagli ambientalisti.

(foto L.C., archivio GrIG)

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Difesa del suolo, non possiamo più tergiversare….

20 Ottobre 2006 Commenti chiusi


Riceviamo e pubblichiamo volentieri un intervento del dott. Giosuè Loj, geologo, funzionario della Regione autonoma della Sardegna e referente delle politiche comunitarie in materia di difesa del suolo. Auspichiamo anche noi che si faccia e si faccia presto.

Gruppo d’Intervento Giuridico

Da una notizia dell’Ansa, che riportiamo integralmente, apprendiamo dell’iniziativa del governo di promuovere un Osservatorio nazionale per la Difesa del Suolo. A prima vista potrebbe sembrare il solito organo istituzionale non incisivo in una realtà ambientale già abbastanza complessa come quella italiana, in realtà alcune considerazioni ci fanno sperare che possa essere una proposta sensata e utile.

L’iniziativa non nasce per caso ma è la naturale evoluzione di un processo di maturazione che ha coinvolto tutte le istituzioni europee, nazionali e regionali e che si recentemente espresso con l’adozione della “Strategia Tematica per la Protezione del Suolo” da parte della Commissione Europea, il cui testo disponibile sul sito http://ec.europa.eu/environment/soil/index.htm .

La Direttiva Quadro proposta, che speriamo venga presto approvata, individua le linee prioritarie e resposabilizza le istituzioni nell’attuazione locale delle norme.
Una proposta come quella del Ministero dell’ambiente vuole anticipare, forse per la prima volta, un impegno che coinvolgerà il nostro paese tra breve in una materia, come quella della difesa del suolo, che non riguarda più oramai solo il suolo in senso stretto ma, con una visione più ampia, l’intero territorio: erosione, urbanizzazione, aree costiere, ecc..
Le regioni avranno un ruolo sempre più importante in un’azione coordinata di gestione e tutela delle risorse naturali e questo a maggior ragione vale per la sardegna, tra le prime ad aver posto l’ambiente e la tutela del paesaggio al centro delle proprie strategie.

(A.N.S.A., 19 ottobre 2006) – ROMA – Istituire un osservatorio nazionale di Difesa del Suolo che metta a sistema le attivita’ delle agenzie regionali per la protezione dell’ambiente (Arpa), dell’ Universita’ e degli operatori del settore: un Osservatorio che rappresenti un utile sentinella del patrimonio pedologico e che funga da vera cabina di regia per l’intero territorio nazionale: e’ quanto propone il sottosegretario all’ambiente Bruno Dettori. Il rappresentante del governo ha anche reso noto di aver invitato i presidenti di regioni e province a aderire alle iniziative in occasione dell’anno internazionale della lotta alla desertificazione, allo scopo di ”elevare la sensibilita’ sull uso corretto delle risorse naturali, delle acque e soprattutto del suolo”. Dettori ha sottolineato che ”il palese ritardo nel nostro Paese di un monitoraggio omogeneo e completo delle aree a rischio e della conseguente messa in sicurezza dei versanti collinari, dei territori di valle, delle aree costiere piu’ sensibili, impone azioni coordinate e coerenti e da parte di tutti un puntiglioso e responsabile impegno”. Inoltre, i fenomeni di dissesto e di erosione, legati all uso improprio dei suoli, rappresentano ”un triste primato per il nostro Paese: far fronte a questi fenomeni che spesso mettono a dura prova intere comunita’ e’ possibile solo con una straordinaria campagna di sensibilizzazione, una vera rivoluzione culturale, attraverso la quale tutti si sentano chiamati a definire strategie adeguate per favorire progetti di gestione del territorio e delle risorse naturali improntate alla massima tutela”.

foto L.C., archivio GrIG)

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Il re di Spagna va a caccia di orsi…ubriachi…


Pubblichiamo la notizia che ci segnala un?amica del nostro blog, ogni commento è superfluo?

Juan Carlos-cacciatore, è polemica
“Ha ucciso un orso che era ubriaco”
La Repubblica, 19 ottobre 2006

MOSCA – Fanno ubriacare un orso, rendendolo preda più facile, per la battuta di caccia organizzata per il re di Spagna Juan Carlos. L’obiettivo, quello di compiacere il sovrano. E ora si levano le proteste. Mitrofan, è questo il nome dell’orso domestico sacrificato dalle autorità regionali di Vologda (Russia settentrionale) per far contento re Juan Carlos di Spagna, arrivato nella zona a fine agosto per cacciare. Il monarca era ovviamente all’oscuro di tanta piaggeria: quando ha sparato contro il plantigrado, non poteva sapere che la povera bestia era stata ubriacata a forza con della vodka mescolata a miele, trasportata a bordo di una gabbia sul terreno di caccia e lasciata in condizioni di totale confusione, senza nessuna possibilità di scappare o difendersi. Un facile bersaglio per Juan Carlos, che lo ha ucciso con un solo colpo.
Mitrofan viveva da tempo nel villaggio di Novlenskoje, dove c’é un rifugio per cacciatori ed era particolarmente amato dagli abitanti per la sua mansuetudine e il buon carattere, riferisce oggi il quotidiano Kommersant.
La vicenda è stata scoperta dal giornale grazie a una lettera di protesta inviata a Viaceslav Posgaliov, governatore della regione, da Serghei Starostin, vicecapo del dipartimento regionale per la Tutela e lo sviluppo delle risorse della caccia.
”E’ stata una messa in scena ripugnante – scrive Starostin – sacrificare un orso bonaccione e allegro per far contento un reale. Uno spettacolo vergognoso, come quello organizzato per il direttore della rivista venatoria “Safari”, cui hanno spacciato un lupo addomesticato per animale selvaggio”.
L’indignato responsabile forestale ricorda anche il caso di una lince di tre anni, anch’essa addomesticata, fatta uccidere dai cani per permettere a una troupe della televisione Ntv di filmare un reportage.
Altri illustri appassionati di caccia, come il regista Nikita Mikhalkov, il ministro per le Situazioni di emergenza Serghei Shoigu e l’ex ministro delle Finanze Mikhail Zadornov, avrebbero beneficiato di messe in scena simili a quella organizzata per re Juan Carlos, ventila Kommersant.
Resta nella memoria dei russi, inoltre, la poco dignitosa performance venatoria dell’ex premier Viktor Cernomyrdin, oggi ambasciatore russo in Ucraina, per accontentare il quale erano stati svegliati dal letargo un’orsa con due cuccioli, abbattuti all’ingresso della loro tana mentre si aggiravano confusi dal brusco risveglio.
D’altro canto la pratica di lusingare illustri cacciatori con prede in apparenza tremende e in realtà facili risale all’epoca sovietica: uno dei più assidui beneficiari della poco edificante prassi era il leader del Cremlino Leonid Brezhnev. Per lusingarne le pretese di grande cacciatore, nella Dacia di Zavidovo, si organizzavano a ridosso delle sue visite mangiatoie per attirare gli animali del bosco. Cinghiali, alci e cervi assuefatti così alla presenza umana cadevano come birilli sotto i colpi del leader comunista, spesso ?aiutato? a sua insaputa da cecchini nascosti fra gli alberi.
Ma Alexei Weizman, esponente del Wwf in Russia, dubita dell’attendibilità della denuncia. Da tempo, ha spiegato, non si ha più notizia di battute di caccia preparate: ”Succedeva una decina di anni fa, con i nuovi ricchi – ha detto- la consuetudine di organizzare battute di caccia facili risale ai tempi dell’Unione Sovietica, quando gli oligarchi portavano a casa senza troppa fatica prestigiosi trofei ed è stata mantenuta in vita ancora per qualche tempo dopo la caduta del regime”.

(foto: www.riservadelladuchessa.it)

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Non c’è pace sul Colle dei Punici !

18 Ottobre 2006 Commenti chiusi


Le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico hanno inoltrato un urgente esposto (nota del 18 ottobre 2006) al Ministro per i beni e le attività culturali Francesco Rutelli, all?Assessore regionale dei beni culturali Elisabetta Pilia, al Soprintendente ai beni archeologici Vincenzo Santoni, al Sindaco di Cagliari Emilio Floris e, per opportuna conoscenza, alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Cagliari riguardo l?effettuazione con mezzi meccanici di lavori sul costone di Via Is Maglias che hanno comportato la caduta di detriti su cavità di molto probabile interesse archeologico. Si può supporre che detti lavori siano connessi con l?attuazione di quanto previsto nell?accordo di programma 15 settembre 2000 Regione autonoma della Sardegna ? Comune di Cagliari ? Iniziative Compresa s.p.a. ai sensi dell?art. 27 della legge n. 142/1990 (progetto di riqualificazione urbana e ambientale dei colli di S. Avendrace, anche in P.I.A. n. 17 ?Sistema dei colli?). L?area in argomento è tutelata con vincolo paesaggistico ai sensi del decreto legislativo n. 42/2004 con il decreto dell?agosto scorso (D.Ass.re reg.le P.I. e BB.CC. 9 agosto 2006, n. 2323) con il quale l?Assessore regionale dei beni culturali Elisabetta Pilia ha sottoposto a vincolo un?ampia area del colle di Tuvixeddu ? Tuvumannu, a Cagliari, e fermato qualsiasi intervento di trasformazione che potesse comprometterne la tutela. Ora è proprio il caso di far operare le prescrizioni del medesimo decreto e verificare che non si stia danneggiando il patrimonio archeologico-culturale.
Sembra proprio che non vi possa essere pace per la più importante area sepolcrale punico-romana del Mediterraneo, nonostante tante battaglie e provvedimenti di tutela che stentano ad avere piena efficacia.

Gruppo d?Intervento Giuridico e Amici della Terra

(foto S.D., archivio GrIG)

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Selezione per esperti in materia faunistica.

18 Ottobre 2006 Commenti chiusi


da www.regione.sardegna.it Selezione per titoli di tre esperti in materia faunistica L’Assessorato della Difesa dell’ambiente della Regione autonoma della Sardegna ha indetto una selezione pubblica per titoli finalizzata alla stipula di tre convenzioni per la realizzazione di programmi di gestione della fauna selvatica. In particolare, gli incarichi avranno per oggetto le seguenti attività: – due esperti saranno destinati ad un progetto di sperimentazione gestionale sul Cinghiale sardo (Sus scrofa meridionalis) attraverso azioni specifiche di approfondimento riguardanti le problematiche della prevenzione dei danni, il mantenimento in purezza della specie e la gestione venatoria; – un esperto sarà destinato ad un progetto di individuazione e monitoraggio degli habitat naturali delle coste della Sardegna, quali potenziali siti per la nidificazione della Tartaruga comune (Caretta caretta) e delle aree di alimentazione. I candidati devono essere in possesso del titolo di laurea di 1° livello in gestione della fauna selvatica. La convenzione avrà la durata di dodici mesi, eventualmente rinnovabili. Le domande dovranno essere presentate entro il 31 ottobre 2006. Per qualsiasi informazione gli interessati possono rivolgersi, dal lunedì al venerdì, dalle 11 alle ore 13, ai seguenti numeri: geom. Paolo Onida, tel. 070 606 6895, geom. Francesco Garau tel. 070 606 2337 dott.ssa Elisabetta Secci tel. 070 606 5014 (foto C.L., archivio GrIG)

Molentargius – Saline, parco degli abusi premiati !


In queste ultime settimane gli organi di gestione del parco naturale regionale ?Molentargius ? Saline? hanno posto in essere una serie di attività per cercare di far dimenticare un?estate di incendi ?coordinati? (ben undici) e di polemiche che andavano a sommarsi alla ?solita? realtà di discariche abusive, abusivismo edilizio, mancanza dei minimi servizi di supporto alla fruizione e scarsità di sorveglianza. Annunciato l?avvìo del sistema di videosorveglianza, ora è il momento della selezione per il reperimento di n. 6 esperti in pianificazione territoriale, ambiente, aspetti giuridico-normativi, geologia, economia e finanza e paesaggio. Importi previsti di tutto rispetto: dai 20.000 ai 35.000 euro + 7.500 euro per gli incarichi di coordinamento. Oggetto dell?incarico è la redazione del piano del parco, del relativo regolamento di attuazione e ? udite, udite ! ? del piano di risanamento urbanistico dell?area Is Arenas ? Medau su Cramu. Così ha deciso il Consiglio direttivo (i sindaci dei Comuni ricompresi nel parco), con la deliberazione n. 12 del 29 settembre 2006, ed il Direttore generale del parco, con la determinazione n. 2 del 10 ottobre 2006. Veramente grandioso ed encomiabile: anziché contrastare il fenomeno dell?abusivismo edilizio nell?area protetta lo si vuole premiare e, non essendoci riuscito il Comune di Cagliari, dev?essere addirittura il parco naturale a farlo ! Gli forniamo una ?consulenza giuridica? gratis: la redazione del piano di risanamento urbanistico ? P.R.U. da parte del Consorzio del parco è illegittima. Infatti, in primo luogo, la competenza per i P.R.U. (artt. 32, 37-39 della legge regionale n. 23/1985 e successive modifiche ed integrazioni) è dei singoli Comuni interessati, Cagliari e Quartu S. Elena, non del Consorzio del parco. Inoltre, anche nel territorio comunale dove è maggiore la densità di abusivismo edilizio, Cagliari (50.000 metri cubi di abusi realizzati su circa 200 ettari), non viene raggiunto il grado di compromissione minimo di 0,40 metro cubo/metro quadro richiesto dalla legge (art. 32, comma 4°, della legge regionale n. 23/1985 e successive modifiche ed integrazioni). Ci ha già provato l?amministrazione comunale cagliaritana con il piano urbanistico comunale (P.U.C.) di Cagliari attraverso un piano di risanamento urbanistico (P.R.U.) impossibile e censurato dal Comitato regionale di controllo (2001) su ricorso ecologista: infatti, il vigente piano territoriale paesistico di Molentargius ? Monte Urpino (decreto Ass.re reg.le beni culturali 12 gennaio 1979) qualifica la zona di Medau Su Cramu ?zona C 1 ? conservativa naturale e sistema?, dove ?è vietata l?edificazione? ad esclusione del depuratore consortile e del piano di zona 167 ?Costa Bentu?. Nella fascia agricola di Medau Su Cramu vi sono stati 8 dinieghi di concessione edilizia in sanatoria (costruzioni che devono essere demolite o acquisite al patrimonio comunale) + altri 138 casi ancora in esame in Comune di Cagliari, 4 dinieghi di concessione edilizia in sanatoria + 8 concessioni edilizie in sanatoria (per complessivi mc. 5.074) + ulteriori 35 casi in sospeso in attesa di determinazione delle amministrazioni pubbliche in materia di tutela paesaggistica (Assessorato regionale beni culturali ? ufficio tutela del paesaggio e Soprintendenza ai beni ambientali) in Comune di Quartu S. Elena. Complessivamente, quindi, ben 185 casi di abusivismo edilizio. Tuttavia l?abusivismo edilizio prospera dentro quest?area super tutelata sulla carta (parco naturale regionale, sito di importanza comunitaria, vincolo paesaggistico, zona umida di importanza internazionale) grazie all?inerzia delle pubbliche amministrazioni che devono, per legge, intervenire: acquisizione del patrimonio abusivo non condonabile e demolizione, rilascio di concessioni in sanatoria solo a chi ne ha diritto ed effettiva gestione del proprio territorio. In questi giorni le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico informeranno formalmente la Direzione del parco naturale di quanto sopra e chiederanno la modifica dell?avviso di selezione, segnalando la curiosa ?anomalia? all?Assessorato regionale della difesa dell?ambiente, amministrazione che sul parco deve vigilare. Auspicano, naturalmente, un?azione incisiva ed efficace contro l?abusivismo edilizio che rischia di degradare irrimediabilmente un?area naturale di valore internazionale. E non è esclusa una nuova denuncia in merito alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Cagliari??

Gruppo d?Intervento Giuridico e Amici della Terra

(foto L.C., archivio GrIG)

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Raccolta differenziata, mon amour…..

18 Ottobre 2006 Commenti chiusi


Riceviamo e pubblichiamo molto volentieri questa ironica testimonianza diretta su come vien fatta la raccolta differenziata dei rifiuti urbani in un centro dell’interno della Sardegna. Buona lettura…

Ho riletto alcuni articoli del blog a proposito dei problemi connessi allo smaltimento dei rifiuti a Cagliari e vorrei raccontare cosa succede invece in questi giorni nel mio paese nella profonda Barbagia, dove abbiamo cominciato da poco la raccolta differenziata.

In realtà è cominciata la scorsa primavera, verso marzo credo, con la raccolta degli umidi, ma pochissimi hanno aderito perchè erano state distribuite le buste e il calendario ma non i contenitori antirandagi da mettere sull’uscio. Il mio comune infatti ha scelto (tranne stranamente per il vetro, come racconterò più avanti), il sistema “porta a porta”, che funziona a patto che la porta dell’abitazione sia proprio sulla strada, perchè se è lontana di appena un metro i contenitori vengono ignorati… ma non è ovviamente questo il problema. Finalmente a maggio/giugno sono stati distribuiti anche i contenitori però, dal momento che i cassonetti grigi rimanevano, quasi nessuno differenziava.

Ai primi di ottobre i famigerati cassonetti grigi sono stati portati via (senza preavviso), per essere sostituiti da quasi altrettanti (e altrettanto famigerati) cassonetti di colore blu, che da noi servono per la raccolta del vetro, del tipo di quelli descritti per la plastica, con due piccoli buchi chiusi da lamelle di gomma tagliente. Un autentico attentato all’integrità delle mie piccole dita delicate e forse pure di qualche micio curioso. Ovviamente vanno bene per bottiglie e vasi di media misura, ma ciotole o altri oggetti più grandi di vetro non capisco proprio dove e come dovremmo buttarli.

Nemmeno questo però è un grande problema. Il problema vero è che i miei compaesani, che fino a qualche settimana fa si vantavano di avere case grandi e spazi enormi (e in molti casi era proprio vero), sembra che vivano improvvisamente nella casa di Barbie. I rifiuti vengono ritirati praticamente ogni giorno, lunedì, mercoledì e venerdì gli umidi e il non riciclabile, il martedì la plastica e il giovedì carta e cartone. Il sabato svuotano solo i cassonetti del vetro (e scommetto quello che vuoi che non trovano solo vetro), ma torno al punto. E il punto è che già dal sabato mattina e per tutta la domenica, la via principale del paese è costellata di sacchetti di tutti i colori, disposti artisticamente a casaccio sui cassonetti blu, ai piedi dei succitati cassonetti blu e anche negli spazi dove non c’è più nessun cassonetto ma ci sono le buste di “arga“, come la chiamiamo qui, lasciate alla memoria.

Mi dicono che nelle strade secondarie la cosa si ripete anche durante la settimana e giorni fa, sopra un cassonetto blu, avevano abbandonato pure un albero di natale sintetico che l’indomani non era stato ritirato, così qualcuno aveva infilato il gambo in uno dei buchi, perchè gli addetti al ritiro lo vedessero meglio, ovviamente…

A parziale discolpa dei miei compaesani posso solo dire che il comune non ha fatto nessuna campagna di sensibilizzazione e nemmeno di informazione. Nella prima settimana di raccolta, sentivo i vicini di casa che chiedevano continuamente “questo in che busta lo metto? E questo ?”

Il sindaco si è limitato a distribuire (con le buste biodegradabili e il calendario) un paio di lettere molto sintetiche scritte insieme agli altri tre sindaci dei paesi consorziati per la raccolta dei rifiuti e i cittadini, anche in buona fede, sono stati colti dal panico. Di non saper suddividere i rifiuti e di vederseli…. rifiutati dagli addetti al ritiro, paura assolutamente infondata perchè ritirano davvero tutto (anche l’albero di natale alla fine…) e il lunedì mattina le strade sono di nuovo in ordine. Ma tant’è, la cosa peggiore è che le campagne nei dintorni del paese sono diventate discariche, sacchetti di immondizie abbandonati a ridosso di vigne e orti, sui bordi delle strade, un piccolo disastro ecologico che mi riempie di amarezza. Scusate lo sfogo, ma dovevo raccontarlo a qualcuno che può capire il problema. A proposito, personalmente non ho riscontrato problemi, mi diverto pure a suddividere i rifiuti e lo spazio l’ho trovato, in casa, in poggiolo e vicino al mio portone. E’ solo questione di buona volontà e di abitudine, non ci vuole poi molto. L’unico dubbio è: se parto in vacanza per qualche settimana e non voglio incaricare un vicino di casa di occuparsi dei miei rifiuti, devo portarmeli appresso e depositarli nel posto dove vado (sperando che ci siano i cassonetti) ? Devo partire solo di lunedì, mercoledì o venerdì dopo che hanno svuotato i miei contenitori ? Altri suggerimenti ?

Giusy

(foto S.D., archivio GrIG)

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Come di gestisco le coste n. 2?


Continua presso il Tribunale penale di Cagliari il processo relativo ad una serie di vicende connesse concernenti la gestione delle coste del sud Sardegna negli anni scorsi. Coinvolti funzionari ed amministratori pubblici, imprenditori. La cronaca della prima udienza ed ulteriori informazioni potete trovarle in questo ?blog? (?Come ti gestisco le coste??, 4 ottobre 2006, http://gruppodinterventogiuridico.blog.tiscali.it/kn2871603/). Ricordiamo che, naturalmente, tutti beneficiano della presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Tuttavia, le argomentazioni apportate dalla pubblica accusa unitamente a quanto sta emergendo dal dibattimento suscitano considerazioni piuttosto inquietanti, soprattutto per chi, come noi, da molti anni combatte con tutti i mezzi leciti l’abusivismo e la speculazione edilizia sulle coste sarde ed ha avuto, proprio nel caso principale del quale si discute (il complesso abusivo Tre P s.r.l. sul litorale di Baccu Mandara, Comune di Maracalagonis) un ruolo fondamentale nelle fasi della denuncia e dell’ottenimento della demolizione.

Gruppo d’Intervento Giuridico

da La Nuova Sardegna, 17 ottobre 2006

Pani: «Non concedevamo licenze». L?ex dirigente regionale interrogato ieri in tribunale: «Il nostro ufficio dava soltanto valutazioni estetiche».
Fra omissis mentali e contraddizioni quattro ore in aula a parlare di abusi.
MAURO LISSIA.

CAGLIARI. «L?ufficio regionale tutela del paesaggio trattava quattro-cinquemila pratiche all?anno, ma il solo ad essere sparato come il pianista sono io»: a un anno e cinque mesi dall?arresto Lucio Pani, l?ex plenipotenziario dei nullaosta paesaggistici regionali, si è presentato davanti al tribunale presieduto da Francesco Sette per provare a scrollarsi di dosso le accuse di corruzione, truffa, abuso d?ufficio, falso ideologico e materiale che gli bruciano addosso da quando la Procura ha scoperchiato la pentola delle licenze facili, la primavera dell?anno scorso. I pm Daniele Caria e Mario Marchetti l?hanno stretto all?angolo con una sequenza ininterrotta di domande, quasi quattro ore in cui il dirigente regionale si è difeso strenuamente, rifugiandosi spesso in imbarazzanti omissis mentali e con qualche rovinosa caduta in evidenti contraddizioni: «Sì, al primo interrogatorio ho detto quelle cose ma solo per venir fuori dal carcere, ero stressato…». La linea difensiva, concordata con gli avvocati Guido Manca Bitti e Massimiliano Ravenna, è lampante: l?ufficio di Pani dava solo pareri sull?estetica degli interventi, esercitando il potere discrezionale previsto dalla legge. Nient?altro: «Licenze edilizie e condoni – ha ripetuto un?infinità di volte Pani – non erano una nostra competenza». Al centro dell?udienza il caso Baccu Mandara, il complesso costruito e poi demolito nel territorio di Maracalagonis dopo una sentenza definitiva della Corte di Cassazione. Nato come albergo, i proprietari l?avevano trasformato in un villaggio residenziale. Un villaggio fuorilegge. Ma quando la Forestale, forte della sentenza esecutiva, già indirizzava i bulldozer sull?abuso, dall?ufficio di Pani era partito un salvagente: un nullaosta che doveva servire a oliare il meccanismo dei condoni. Per ora Pani ha risposto su questa parte del processo, diviso in tre capitoli dibattimentali con l?accordo della difesa. Partendo da una precisazione: «Per me Baccu Mandara era una pratica come tutte le altre, comunque non ero informato della sentenza di demolizione… lo seppi solo quando l?ispettore Ugo Calledda (il capo del nucleo ispettivo della Forestale) venne a prendere i documenti in ufficio». Prima caduta: il pm Caria ha sventolato documenti e riletto conversazioni intercettate da cui emerge come Pani conoscesse perfettamente la situazione. «C?è scritto della sentenza anche in questa nota della Forestale datata 13 giugno 2000, architetto Pani… allora qual è la verità?». Risposta: «Ho firmato, certo… ma non ho visto tutti i documenti allegati». Poco credibile la spiegazione fornita dall?imputato quando l?accusa gli ha chiesto se sapesse che il complesso alberghiero era diventato un villaggio per abitazioni: «Forse l?ho saputo dai giornali». Peccato che durante l?inchiesta abbia sostenuto versioni diverse («non ero lucido, gli avvisi di garanzia cuociono il cervello») e peccato che a premere perchè l?ufficio regionale fermasse in qualche modo le ruspe demolitrici fosse il cugino e collega dirigente regionale Antonio Monni, a sua volta imputato di falso: «Mio cugino? Non so – ha allargato le braccia Pani – è di Burcei come me e sa come si dice a Burchi ? Fradili, ecco lui è mio fradili. Ma non vuol dire proprio cugino, non so se lo sia…». Fradili o cugino, Monni lo chiamava per dare una mano alla proprietà di Baccu Mandara, come risulta dalle intercettazioni: «Si rivolgeva a me perchè sono un tecnico, un architetto… l?ufficio ha sempre operato nella legalità, io parlavo con ingegneri, impresari, nell?ufficio tutela paesaggio eravamo aperti e disponibili con tutti. Sì, sapevo che con la demolizione Monni avrebbe subìto un danno, ma non so perchè…». Eppure Ruggero Carta, il suo diretto superiore – in quella fase Pani è solo direttore a livello provinciale – dice in una telefonata: «Lucio deve imparare che non si chiedono le cose che non si possono fare». Pani parla al telefono anche con un compaesano di nome Sergio e gli spiega in sostanza che i vincoli paesaggistici non esistono, che l?ufficio ha margini discrezionali molto ampi: «Noi controllavamo gli aspetti estetici – ha confermato il dirigente in aula – e nel caso di Baccu Mandara avevamo deciso di applicare la sanzione pecuniaria». Qui sta il perno dell?accusa: le norme stabiliscono che l?istanza di condono edilizio è condizionata al pagamento di una sanzione rapportata alla volumetria abusiva. Solo che – a giudizio del pubblico ministero – questo vale solo per le strutture alberghiere, non per le abitazioni: «Per noi – si è difeso Pani – albergo o residenze era lo stesso».
A spezzare il confronto fitto tra il pm Caria e Pani si è inserito l?altro pubblico ministero Marchetti, che ha piazzato l?affondo: «Chi aveva presentato l?istanza ? Su, lo dica» ha alzato la voce il magistrato. Nervosissimo, Pani ha dovuto rispondere: «I proprietari del complesso…». I proprietari del complesso alberghiero, che però nel frattempo era stato frazionato tra numerosi privati, gli aspiranti condòmini dell?abuso edilizio. L?accusa spiega l?anomalia in questo modo: lasciare nell?ombra i nomi dei condòmini doveva servire a nascondere la trasformazione del complesso alberghiero in villaggio, una realtà che l?avrebbe escluso dall?ipotesi di condono. E i documenti dimostrano come l?ufficio di Pani abbia concesso d?urgenza il nullaosta che spianava la strada alla sanatoria sorvolando sulla destinazione d?uso degli immobili: «Era la pratica numero 415 dell?anno – ha protestato Pani – una come tante altre, comunque solo un parere estetico» ha insistito il dirigente, rispondendo anche alle sollecitazioni del presidente Sette.
Monocorde la difesa di Ruggero Carta, difeso dall?avvocato Marcello Sequi, interrogato in chiusura d?udienza: «Ero applicato a Cagliari, ma dirigevo l?ufficio di Oristano. La pratica di Baccu Mandara me l?hanno fatta trovare bella e pronta i colleghi dell?ufficio di Cagliari, assicurandomi che tutto era in ordine. Ho firmato, non avrei mai avuto il tempo di esaminare l?intero faldone dei documenti». Carta però ha confermato di aver raccolto una voce diffusa: «Era Pani a rappresentarmi l?urgenza di firmare, si diceva che Monni fosse interessato alla pratica e che Monni fosse cugino di Pani…». Malgrado il sospetto, il direttore generale dell?ufficio mise la propria firma sulla pratica di nullaosta: «Ero tranquillo, come risulta dalla telefonata intercettata, tranquillo dal punto di vista delle valutazioni paesaggistiche perchè c?era la garanzia dei miei colleghi». Carta ha seguito la linea di Pani sulla questione della sanzione pecuniaria: «Residenza o albergo per noi non faceva differenza, l?importante era che qualcuno pagasse…». La prossima udienza lunedì 23 ottobre. Saranno sentiti i funzionari regionali Giorgio Sedda e Antonio Monni, poi testimoni della difesa.

da L?Unione Sarda, 17 ottobre 2006

Processo. L?ex dirigente regionale ha risposto alle domande del pm su Baccu Mandara. Licenze facili, la verità di Lucio Pani. . Parla per la prima volta in aula l?ex direttore della Tutela del paesaggio sotto accusa per corruzione. MARIA FRANCESCA CHIAPPE.

La difesa di Lucio Pani è chiara: l?ufficio Tutela del paesaggio si occupava soltanto dell?estetica delle opere da sanare, non della destinazione urbanistica. E se il villaggio di Baccu Mandara era stato trasformato da complesso alberghiero in residenziale poco importava. Dunque: tutta la discussione su nullaosta fondato su presupposti falsi lascia il tempo che trova. Anche se quel documento era il presupposto indispensabile affinché il Comune di Maracalagonis potesse rilasciare il condono edilizio che avrebbe bloccato la demolizione del villaggio abusivo (non successe perché le ruspe del Genio militare intervennero prima). L?ex direttore dell?importantissimo ufficio regionale affronta sicuro le domande del pubblico ministero Daniele Caria al processo sulle concessioni facili che si concentra sul primo capitolo della maxi inchiesta con 22 imputati: la lottizzazione di Baccu Mandara, abusiva perché la destinazione d?uso era stata trasformata da alberghiera in residenziale. Dalle 10 alle 13, con un solo brevissimo intervallo, l?architetto di Burcei ex consigliere comunale Ds a Quartu accusato di corruzione, truffa, abuso d?ufficio, falso ideologico e materiale (avrebbe giocato sulle concessioni per ottenere la nomina a direttore) ricostruisce la sua carriera, ripercorre le tappe della vicenda e ha una defaiilance su una precisa domanda: quando ha saputo dell?ordine di demolizione ? Prima o dopo la firma della determinazione 415 del marzo 2002 dove si attestava che il complesso era alberghiero e si faceva riferimento a un inesistente parere favorevole sulla sanabilità della struttura ? Lucio Pani risponde: . Ma il pm esibisce un foglio, sottoscritto nel giugno 2000 dallo stesso Pani con il quale si rispondeva al giudice penale sull?inesistenza di un piano di ripristino: la richiesta del giudice era accompagnata dagli estremi della sentenza e dall?ordine di demolizione. A questo punto il botta e risposta tra pm e imputato si fa teso, il clima si surriscalda, i toni in aula si accendono. Pani spiega le diverse risposte fornite sul punto un anno fa al gip con lo stress legato all?arresto. . Lo scontro è duro ma di breve durata, l?avvocato Massimiliano Ravenna interviene e Pani si scusa. L?interrogatorio prosegue e l?architetto parla dei suoi rapporti con l?ex direttore generale dell?assessorato dell?Agricoltura Antonio Monni (anch?egli sotto processo), dà la sua interpretazione di alcune telefonate compromettenti, spiega che solo per un errore la dicitura ?parere di massima favorevole? non era stata cancellata dalla determinazione 415. Il Presidente del Tribunale Francesco Sette vuole, però, capire se avesse rilevanza, ai fini della firma del nullaosta della Tutela del paesaggio, l?ordine di demolizione del giudice penale. Lucio Pani è sicuro: . Sette non è d?accordo: . L?architetto è pronto: . Il Presidente insiste: Pani: . Dalla prima fila si alza il pm Mario Marchetti che da poche decine di minuti affianca in aula Caria e punta al cuore del problema: Pani: . Marchetti: Pani: . Marchetti: Pani: . Marchetti: Pani: . Sette: Pani: . Marchetti: Pani: . Marchetti: >Avevate accertato chi fossero ?> Pani: . Marchetti: Pani non si scompone: . E? il clou dell?udienza. Il pm incalza e Pani non arretra. Sulla stessa linea poco dopo si esprime Ruggero Carta (difeso da Marcello Sequi) l?altro direttore della Tutela del paesaggio con competenza specifica su Oristano: . Il processo continua il 23 ottobre.

(foto S.D., archivio GrIG)

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Notizie che non possiamo non sapere…..


In questo periodo molto si parla della “crisi” dell’informazione e del giornalismo in particolare. Invadenza della proprietà editoriale, ignavia dei giornalisti professionisti, prevaricazioni ai danni dei giornalisti che perseverano nell’onestà e coraggio della professione, “schiavismo” nei confronti dei giornalisti “precari” e dei collaboratori “meno che precari”, concorrenza della televisione e di internet. Insomma, “è un mondo difficile” per l’informazione degna di questo nome e dei suoi operatori. E per il “diritto all’informazione” dei cittadini. Per questo vi proponiamo una notizia che non si può non conoscere e della quale tutti sentivamo il bisogno. Dopo aver saputo che non la dà a nessuno (complice pure un incontro con un malcapitato omosessuale) da ben un anno, Michelle Hunziker rivela al mondo, attraverso le severe colonne del quotidiano tedesco Bild, che la prima volta le andò pure male….. A ‘sto punto sorge un dubbio: questa è una notizia perchè almeno una volta l’ha data o perchè Michelle Hunziker è un “personaggio” di rilievo pubblico ? Nell’amletico dubbio vogliamo dare, comunque, a tutti i navigatori del web, anonimi poveri cittadini qualsiasi, la possibilità, nel nostro piccolo, di avere il proprio quarto d’ora di gloria: chi ne ha voglia – naturalmente anche con la garanzia dell’anonimato – può raccontare la sua “prima volta” o, se preferisce, la seconda o la centocinquantesima…alla faccia di Michelle e dell’andazzo dell’attuale giornalismo…..

Gruppo d’Intervento Giuridico

A.G.I., 18 ottobre 2006

LA PRIMA VOLTA DI MICHELLE HUNZIKER, “LUI FECE CILECCA”

- Berlino, 16 ott. – Soli, a letto con Michelle Hunziker e… fare cilecca. Non e’ certo una prestazione da ricordare quella di Roberto, primo fidanzato della showgirl italo-svizzera, che nel momento clou si dimostro’ “troppo impacciato”. La stessa Hunziker ha raccontato la sua ‘prima volta’ al quotidiano “Bild”. “Eravamo tutti e due vergini”, racconta, “e volevamo fare l’amore. Mia madre, che mi conosceva bene, sapeva che io non ero il tipo da sveltina in auto o all’aperto, per questo e’ andata via per due giorni. Ma la cosa non ha funzionato subito, poiche’ Roberto era nervoso. ‘Forse non ti piaccio?’, gli ho detto un po’ offesa”. Il ‘dramma’ si e’ pero’ risolto in una bevuta; tutto poi e’ andato per il verso giusto: “ci abbiamo riso su parecchio; non e’ bello se si riesce a ridere anche a letto?”. Anche una volta recuperata sicurezza, comunque, l’interpretazione di Roberto non e’ stata da Oscar: “non e’ che abbiamo fatto tremare i muri” ha raccontato la showgirl. “Per una donna” ha cercato di giustificare la Hunziker, “la prima volta non e’ in generale molto bella”. Il primo amore non duro’ a lungo: dopo 2 anni si e’ concluso a Venezia. “Proprio sul Ponte dei sospiri lui ha chiuso con me. Per notti intere sono stata come una sonnambula e chiamavo: ‘Roberto, dove sei?’”. Alla ‘Bild’ ha raccontato anche gli inizi da modella, quando nel 1994 a 17 anni fu testimonial di una marca di slip diventando il sedere piu’ famoso. “Per quel lavoro mi diedero 10 milioni di lire, un sogno! Fu una cosa fantastica riuscire a pagare l’affitto per 10 mesi e a comprare qualcosa che non fossero i soliti yoghurt”. Il primo provino fu comunque un trauma. “Nello studio” ha raccontato, “c’erano 30 ragazze nude, tutte con il sedere davanti alla macchina fotografica. Mi domandavo dove fossi finita”.(AGI) -

(disegno S.D., archivio GrIG)

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Abusi edilizi, reati in danno del territorio e delle casse pubbliche.


L’abusivismo edilizio non è soltanto un “fenomeno” negativo relativo alla gestione del territorio, è soprattutto un reato contro l’ambiente, è un grave danno al patrimonio pubblico. E’ un illecito penale che colpisce le tasche di tutti i cittadini onesti. In questi giorni gli Amici della Terra ed il Gruppo d’Intervento Giuridico chiedono al Presidente della Regione Renato Soru, agli Assessori regionali dell’urbanistica Gian Valerio Sanna e dei beni culturali Elisabetta Pilia ed al Direttore generale per i beni culturali ed il paesaggio della Sardegna Paolo Scarpellini di porre in essere tutte le procedure sostitutive per la demolizione coattiva degli abusi edilizi non condonabili realizzati nelle aree tutelate con vincoli di inedificabilità. Al posto dei Comuni inadempienti. Di seguito una scheda sintetica sul problema.

Gruppo d’Intervento Giuridico e Amici della Terra

GLI ABUSI EDILIZI SULLE COSTE DELLA SARDEGNA

Sono state eseguite in sede sostitutiva (su richiesta dei Comuni ai sensi della legge regionale n. 23/1985) oltre 1.100 ordinanze di demolizione relative ad abusi edilizi non condonabili secondo quanto previsto dalle leggi nn. 47/1985, 724/1994 modificata con 662/1996, 326/2003 e successive modifiche ed integrazioni (cioè realizzati in aree tutelate con vincolo di inedificabilità assoluto) da parte del Servizio vigilanza in materia edilizia dell?Assessorato EE.LL., finanze, urbanistica della Regione autonoma della Sardegna. Sono stati, quindi, demoliti circa mc. 300.000 di volumetrie abusive (in gran parte fra il 1986 ed il 1987, con una breve ripresa fra il dicembre 1994 ed il gennaio 1995). Ogni anno vengono emesse dai Comuni sardi almeno un migliaio di ordinanze di demolizione di abusi edilizi: quasi nessuna viene eseguita dal trasgressore. Sono tuttora giacenti diverse decine di richieste provenienti da Comuni di personale e mezzi regionali per procedere alle demolizioni degli abusi edilizi: inutilmente, perché da anni non si procede neppure alla prevista gara di appalto (art. 15 della legge regionale n. 45/1989). Nei primi otto mesi del 1994, a cavallo dei provvedimenti normativi inerenti il secondo condono edilizio, sono stati accertati ben 397 casi di abusivismo edilizio nella sola Provincia di Cagliari. Nel 2005 sono stati accertati ben 420 nuovi casi di abusivismo edilizio nel solo territorio comunale di Quartu S. Elena. I casi di abusivismo edilizio stimati in base al censimento regionale con aereofotogrammetria (2001) appaiono circa 45.000 (sotto i profili urbanistico, paesaggistico, dei diritti di uso civico, ecc.), quelli insanabili sono attualmente stimati più di 4.500, in gran parte tutti lungo i litorali. Secondo l?allora Assessore regionale degli EE.LL., finanze, urbanistica ing. Gabriele Asunis (già Direttore generale della pianificazione territoriale) i casi di abusivismo edilizio (opere senza concessione edilizia o autorizzazione) al 29 gennaio 2004 sarebbero stati 17.387, di cui 9.934 aumenti di volumetria di fabbricati esistenti (chiusura balconi, loggiati, ecc.), 965 casi di parziale difformità con il progetto autorizzato, 471 abusi su aree pubbliche (soprattutto in edifici di proprietà I.A.C.P.), 43 ristrutturazioni non autorizzate, 91 mutamenti di destinazione d?uso, 13 ?abusi interni?, 2.383 opere prive di alcuna autorizzazione (di cui 3 lottizzazioni) e 581 casi di difficile inquadramento. In realtà, tale classificazione sembra che si riferisca ai soli abusi esclusivamente sotto il mero profilo urbanistico. L?unico Comune sardo ad avere la ?mappa? pressochè completa dell?abusivismo edilizio sul proprio territorio è Quartu S. Elena (CA): sono risultati (1995 – termine operazione condono legge n. 47/1985) circa 10.400 casi di abusivismo (al 3° posto in Italia per numero di casi, dopo Napoli e Gela), dei quali 127 ?insanabili parziali? e ben 486 ?insanabili totali?. Ben 2.858 casi di abusivismo per mc. 739.007 di volumetria complessiva sono risultati nelle zone ?F? (turistiche) costiere ed altri 1.336 casi nelle zone ?E? (agricole) per mc. 490.971 di volumetria complessiva. Dopo il nuovo condono edilizio (leggi nn. 724/1994 e 662/1996) i casi di abusivismo ?insanabili totali? sono scesi a 147, gli ?insanabili parziali? a 72. Negli ultimi anni l?Amministrazione comunale ha predisposto 29 piani di risanamento urbanistico ancora inattuati, sono cresciuti a dismisura gli òneri economici collettivi per dotare dei necessari servizi (depurazione, acqua, energia elettrica, smaltimento rifiuti, scuole, ecc.) gli ?abusi condonati? per una spesa complessiva stimata in oltre 222 milioni di euro, a fronte di circa 18/20 milioni di entrate derivanti dalle oblazioni di legge. Riguardo l?ultimo condono edilizio (2003-2004) sono state presentate oltre 3.000 istanze di condono relative ad altrettanti abusi edilizi, dato di notevole rilievo visto che a livello nazionale le domande sono state 102.126 (dati Confedilizia). Al Comune di Cagliari, ad esempio, le istanze presentate sono 2.300. Ancora nell?agosto 2005 sono stati riscontrati ben 25 casi di abusivismo edilizio totale in area costiera (Flumini). Si deve ricordare che, neppure sotto il mero profilo finanziario, il condono edilizio è vantaggioso: nel 1985, a fronte di una previsione di entrata di 2.995 milioni di euro, le entrate effettive furono pari al 58 %, nel 1994, a fronte di un gettito previsto di 2.531 milioni di euro, le entrate effettive furono del 71 %, attualmente, a fronte di una previsione di entrata pari a 3.165 milioni di euro, si stimano solo il 40 % di entrate effettive. Fra i casi più eclatanti di abusivismo edilizio in aree di rilevante interesse ambientale si devono ricordare i 185 edifici abusivi dentro il parco naturale di Molentargius ? Saline (Cagliari ? Quartu S. Elena), i 26 complessi abusivi (fra cui una dozzina di campeggi con bungalows e roulottes fissate al suolo) sulla costa algherese entro il parco naturale di Porto Conte per cui il Comune ha richiesto inutilmente i mezzi regionali per la demolizione, centinaia di edifici abusivi nel territorio comunale di Nuoro (ben 370 casi a Testimonzos, diversi altri a Sa Toba, Murichessa e sul Monte Ortobene), circa 50 strutture abusive (villette, pontili, ecc.) nel parco nazionale dell?Arcipelago della Maddalena per cui l?Amministrazione comunale ha richiesto invano i mezzi regionali per la demolizione, 45 strutture abusive nell?isoletta di Corrumanciu (Stagno di Porto Pino), sotto sequestro penale ed oggetto di giudizio (R.N.R. 5988/2004) davanti al Tribunale di Cagliari, i lavori per il campo da golf sulle sponde dello Stagno di Chia (Domus de Maria), anch?essi oggetto di sequestro penale (giugno 2004) oggi dissequestrati per permettere, sotto la vigilanza della polizia giudiziaria, il ripristino ambientale.

ORDINI DI DEMOLIZIONE CONTENUTI NELLE SENTENZE PENALI IRREVOCABILI
Si tratta di diversi casi, i più noti dei quali sono i seguenti (tutti denunciati in vari momenti da Gruppo d?Intervento Giuridico e Amici della Terra):

Portu Malu ? Baia delle Ginestre: sulla costa di Teulada (CA). Con sentenza Cassazione penale, Sez. III, 12.1.1996, n. 50, confermativa della sentenza Corte d?Appello di Cagliari, 7.7.1995, n. 117, a sua volta di parziale riforma della sentenza del Pretore di Cagliari n. 1380 del 7.6.1993 sono stati ordinati la demolizione e ripristino ambientale degli abusi realizzati dalla BAIA DELLE GINESTRE s.p.a. (un parcheggio coperto, un fabbricato-alloggio del personale , un campo da tennis, ampliamento del ristorante, un vascone, una cabina ENEL, locali-servizio, la reception del complesso alberghiero, un comparto alberghiero da 100 camere, una piscina con locale-filtri, una piattaforma-pizzeria, tre baracche di legno, un locale, una pista di accesso alla spiaggia, tre pontili galleggianti, una barriera frangiflutti per complessivi mc. 15.600). Finora non è stato demolito quasi nulla. La Corte d?Appello di Cagliari (ordinanza 2.3.1999) ha confermato in sede di incidente di esecuzione l?ordine di demolizione e ripristino ambientale dando opportune disposizioni al pubblico ministero. La Corte di Cassazione (sentenza Sez. III, 30.11.1999, n. 3827) ha respinto definitivamente i ricorsi dei condannati e delle banche creditrici (nonché del Comune). Ma non finisce qui: nuovi incidenti di esecuzione per fermare le ruspe militari della Procura Generale della Repubblica vengono promossi dai condannati, dall?esecutore fallimentare e dal Comune, ma vengono respinti dalla Corte d?Appello (ordinanze 23.4.2001, 25.5.2001, 18.6.2001). Nel giugno 2001 le ruspe del Genio Militare demoliscono le opere abusive, ma si attende ancora il ripristino ambientale. Incredibilmente la Corte di Cassazione accoglie poi un ricorso del Comune (ordinanza Sez. III, 6.8.2002, n. 817) ed ora pende un ulteriore incidente di esecuzione presso la Corte d?Appello di Cagliari. Inoltre, il 26 settembre 2006, il gruppo Antonioli acquista ad un?asta fallimentare l?intero complesso (4,110 milioni di euro), compresa la parte divenuta già proprietà del Comune di Teulada per effetto della confisca penale (art. 19 della legge n. 47/1985) in seguito al passaggio in giudicato della sentenza definitiva di condanna per lottizzazione abusiva.

Baccu Mandara: sulla costa di Maracalagonis (CA). Con sentenza del Pretore di Cagliari ? Sez. Sìnnai n. 146 del 18.6.1996 di applicazione della pena su richiesta delle parti sono stati ordinati demolizione e ripristino ambientale delle opere abusive realizzate dalla TRE P s.r.l. (una serie di 29 unità immobiliari ed ulteriori basamenti in cemento per complessivi mc. 12.900). Il Pretore di Cagliari (ordinanze 21.5.1999, 4.3.2002, 7.3.2002, 12.3.2002, 14.3.2002) prima e la Corte di Cassazione (sentenze 8.2.2000 e n. 16377 del 18.11.2002) poi hanno confermato in sede di incidente di esecuzione l?ordine di demolizione e ripristino ambientale dando opportune disposizioni al pubblico ministero, che, sempre con le ruspe militari, ha provveduto alla demolizione e, in collaborazione con il Comune, ad avviare il ripristino ambientale nel marzo 2002 .

Piscinnì: sulla costa di Domus de Maria (CA). Con sentenza Cassazione penale, Sez. III, 6.6.1997, n. 1435, confermativa della sentenza Corte d?Appello di Cagliari, 8.10.1996, n. 634, a sua volta di parziale riforma della sentenza Pretore di Cagliari, 4.12.1995, n. 2183, e con sentenza Pretore di Cagliari, 7.4.1995, n. 854 di applicazione della pena su richiesta delle parti è stata ordinata la demolizione e ripristino ambientale delle opere abusivamente realizzate (due moli frangiflutto, opere di viabilità entro la fascia dei mt. 300 dalla battigia, scavi, sbancamenti e viabilità nell?arenile). Le numerose denunce ecologiste, l?intervento del Ministero per i Beni e le Attività Culturali (che con D.M. 4.10.1993 annullò l?autorizzazione paesaggistica regionale ?in sanatoria? delle opere abusive e con D.M. 16.9.1994 fermò definitivamente la ripresa abusiva dei lavori), della Soprintendenza per i Beni Ambientali di Cagliari (che con nota n. 7164 del 17.6.1994 bloccò sul nascere la ripresa abusiva dei lavori), dell?Assessorato regionale EE.LL., Finanze, Urbanistica (che con decreto n. 180/SV del 28.2.1994 annullò in sede sostitutiva, dopo le inadempienze comunali, le concessioni edilizie illegittime) e della Magistratura hanno fermato la lottizzazione MALFATANO s.p.a. di 80.000 mc. complessivi (prima del gruppo MONZINO, poi della LEGA DELLE COOPERATIVE). Nel periodo novembre-dicembre ?99 è stata svolta, a cura dei condannati, la demolizione delle opere abusive: oggi la spiaggia, grazie all?azione marina, sta riacquistando il suo aspetto, ma incombe un nuovo progetto edilizio della medesima LEGA DELLE COOPERATIVE.

Piscina Rey: sulla costa di Muravera (CA). Con sentenza Cassazione penale, Sez. III, 25.9.1997, è stata parzialmente riformata (disponendo nuovo giudizio per il sindaco di Muravera, poi assolto con sentenza Corte d?Appello di Cagliari ? Sez. Sassari) la sentenza Corte d?Appello di Cagliari n. 699 del 5.11.1996, a sua volta di parziale riforma della sentenza del Pretore di Cagliari ? Sez. Sìnnai n. 91 del 25.5.1995: è stata stabilita la demolizione ed il ripristino ambientale degli abusi realizzati dalla SAITUR s.r.l. (un intero complesso immobiliare di villette a schiera per migliaia di mc. di volumetrie) in area ad uso civico. La lottizzazione è stata posta sotto sequestro (sent. Cass. pen., Sez. III, 7.4.1994). Con ordinanza Corte d?Appello Cagliari del 7.9.1998 e sentenza Cassazione penale, Sez. III, 9.4.1999, n. 769 è stata respinta la richiesta di revisione degli ordini di demolizione e ripristino ambientale: ordini confermati in sede esecutiva con ordinanza Corte d?Appello di Cagliari n. 104 del 19.10.1999. Un nuovo incidente di esecuzione ha visto la Corte d?Appello confermare le statuizioni precedenti (ordinanza 28.2.2001). Dopo ben dieci pronunce giurisdizionali (forse un record !), il condannato ha provveduto in proprio alla demolizione (novembre 2001) ed ha avviato il ripristino ambientale.

CONTRO IL ?SACCO? DELLE COSTE SARDE

Da quindici anni le associazioni ecologiste Gruppo d?Intervento Giuridico e Amici della Terra conducono moltissime ?battaglie? legali per difendere i litorali isolani dalla speculazione immobiliare.
Questi sono i ?numeri? (giugno 1992 ? giugno 2006):
* esposti, richieste di atti, segnalazioni n. 1.110
* azioni a cui è seguito l?intervento delle pubbliche amministrazioni competenti e/o della Magistratura n. 975 (87,83 %)
* ricorsi ai Giudici amministrativi e speciali (T.A.R. Sardegna, Consiglio di Stato, ric. straord. al Capo dello Stato, Commissario per gli Usi civici) n. 40
* costituzioni di parte civile in procedimenti penali per reati ambientali n. 18
* le denunce ecologiste in tutti i casi di mancata esecuzione degli ordini di demolizione e di ripristino ambientale conseguenti a sentenze penali irrevocabili hanno portato la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Cagliari a svolgere indagini sull?operato dei sindaci e dei tecnici comunali di Teulada, Domus de Maria, Maracalagonis e Muravera. L?ex sindaco di Teulada C. L. Piras è stato condannato dal Tribunale di Cagliari con sentenza n. 407 dell?1.7.1998 ma assolto in sede di appello, l?ex sindaco di Maracalagonis M. Fadda è stato assolto (2004) in seguito al processo (R.G. n. 2600/01), ma la Procura della Repubblica ha presentato appello. Davanti al Tribunale di Cagliari è in corso un clamoroso processo penale (n. 4326/03 R.N.R.) relativo a gravi ipotesi di reato (corruzione, abuso d?ufficio, concussione, ecc.) che coinvolge i vertici del Servizio di tutela del paesaggio della Regione autonoma della Sardegna, imprenditori, dirigenti dei Servizi tecnici di vari Comuni, ecc. riguardo l?attività di tutela o, meglio, non tutela del paesaggio nel sud dell’Isola.

(foto S.D., archivio GrIG)

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Una bella ed una brutta: un bel Nobel, un triste dato…..


L’assegnazione del premio Nobel per la pace per l’anno 2006 a Muhammad Yunus, del Bangladesh, il ‘banchiere dei poveri’ e alla sua Granmeen Bank è una delle più belle notizie degli ultimi tempi. Sia per il riconoscimento che per gli sviluppi futuri di uno dei pochi metodi esistenti nel quale il denaro è davvero a servizio dell’uomo e non viceversa. Brutta e triste la notizia della sistematica conferma della violenza contro i bambini, estesa in varie forme in tutto il mondo. Senza eccezioni. Qualche diga devastante, qualche bomba nucleare in meno ed un po’ più di coccole verso i più piccoli non guasterebbe certo in ‘sto cavolo di mondo…..

A.N.S.A., 13 OTTOBRE 2006

NOBEL PACE A MUHAMMAD YUNUS, il ‘banchiere dei poveri’ del Bangladesh e alla sua banca.

(ANSA)- OSLO,13 OTT – Il premio Nobel per la pace e’ stato assegnato a Muhammad Yunus, del Bangladesh, definito il ‘banchiere dei poveri’ e alla sua Granmeen bank. La Grameen Bank, fondata e diretta da Yunus, e’ una banca rurale specializzata nel microcredito a favore dei piu’ poveri. Il Nobel per la Pace viene conferito ad Oslo ed e’ corredato da un premio di 10 milioni di corone svedesi, pari a circa un milione di euro. I candidati erano 191.

YUNUS: PREMIO SOSTIENE UN SOGNO, Nobel per la Pace, le motivazioni della giuria di Oslo.

(ANSA) – OSLO, 13 OTT – Il comitato ha sostenuto il sogno di un mondo senza poverta’. Questo il primo commento del premio Nobel per la pace 2006, Muhammad Yunus. ‘Sono felicissimo, davvero felicissimo’, ha detto Yunus, del Bangladesh, definito il ‘banchiere dei poveri’ per aver creato un sistema di piccoli prestiti per i piu’ indigenti. ‘Yunus e la sua Grameen Bank hanno dimostrato che anche i piu’ poveri fra i poveri possono lavorare per portare avanti il proprio sviluppo’, si legge nelle motivazioni della giuria.

A.N.S.A., 12 OTTOBRE 2006

ONU: E’ GLOBALE LA VIOLENZA SU BIMBI

ROMA – E’ largamente accettata nel mondo come qualcosa di normale e spesso socialmente approvata, nonché addirittura legale, la violenza sui bambini. E almeno 106 paesi ancora permettono le punizioni fisiche nelle scuole. E’ quanto emerge da uno studio elaborato dalle Nazioni Unite, secondo il quale la violenza contro i minori di 18 anni esiste in tutti i paesi, tutte le società e tutti i gruppi sociali.
Lo studio, commissionato dal segretario generale dell’Onu Kofi Annan, è il risultato di quattro lavori di ricerche. “La protezione dalla violenza è una emergenza”, scrive il professore Paulo Sergio Pinheiro, autore dello sconvolgente rapporto. Per Pinheiro – riferisce la Bbc on line – questa situazione non è accettabile e decenni di abusi silenziosi non possono rimanere incontrastati.
“Molta gente, anche bambini, accetta la violenza come parte inevitabile della vita” spiega l’esperto nello studio, il primo di questo tipo, che registra i vari tipi di violenza, dalla prostituzione al ‘bullismo’ a scuola, sviluppato in diversi ambienti e luoghi della vita dei bambini: a casa, nella comunità e nelle istituzioni. Si calcola che circa 150 milioni di bambine, il 14% della popolazione infantile del pianeta, sono vittime di abusi sessuali ogni anno, così come il 7% dei maschi, il che vuol dire 73 milioni di bambini.
Queste violenze – si avverte – possono lasciare gravi segni psicologici a lungo termine. Lo studio sostiene inoltre che tra l’80 e il 93% dei bambini subisce punizioni fisiche a casa, anche se molti di loro non ne parlano per vergogna e mancanza di fiducia nei sistemi legali. La casa può essere anche un posto pericoloso per le 82 milioni di bambine circa che si sposano prima di compiere i 18 anni e che possono subire violenze da parte dei loro partner. “Esorto gli stati – conclude Pinheiro – a proibire qualunque forma di violenza contro i bambini, in tutte le sue forme, includendo tutte le punizioni corporali, pratiche tradizionali dannose – come la mutilazione femminile genitale, i matrimoni prematuri e obbligati e i cosiddetti delitti d’onore – violenze sessuali e torture e altri trattamenti o punizioni crudeli, disumani o degradanti”.

(foto da mailing list umanitaria)

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