
E’ sempre più drammatica la realtà che sta scaturendo dalle indagini tecnico-scientifiche sullo stato dell’ambiente della zona di Porto Torres. Decenni di inquinamento di origine industriale hanno determinato un territorio ormai sull’orlo del collasso ambientale e scontati riflessi sulla salute pubblica.
Gruppo d’Intervento Giuridico
da La Nuova Sardegna, 24 ottobre 2006
Macché problema industriale E? un vero disastro ambientale. Sotto accusa non c?è soltanto la Syndial ma tutta l?area produttiva.
GIANNI BAZZONI
PORTO TORRES. Una cosa è certa: del muro sapevano tutti. E tutti – almeno all?inizio – erano d?accordo. Perchè le analisi in possesso del ministero dell?Ambiente, ma anche della Provincia di Sassari e della Regione, indicano che la situazione nell?area industriale di Porto Torres, in terra come in mare, è grave. E le azioni di recupero attuate finora sono risultate quasi inutili. Quel muro che ha fatto litigare il presidente della giunta regionale Renato Soru e l?assessore all?ambiente Tonino Dessì segna ora il momento della verità. Perchè la barriera fisica in cemento armato lunga quattro chilometri e profonda 50 metri non riguarda solo il fenomeno inquinante di una azienda – la Syndial (con le sue drammatiche eredità del passato) – ma mette sotto accusa un intero sistema industriale che a Porto Torres coinvolge una trentina di società, dalle più grandi alle più piccole, con o senza depositi costieri. Dalla Marinella a Fiume Santo, dove sorge il polo energetico prima di Enel e oggi di Endesa. Una ventina di ettari di territorio vista mare destinati a uno sviluppo «pesante» che ha cambiato tutto, modificato le condizioni ambientali, compromesso ogni possibilità di cambiamento. E ora che da qualche anno si comincia a parlare di recupero, bonifiche, risanamento ambientale, e che la vasta area industriale di Porto Torres è stata inserita fra quelle di «Interesse nazionale» (quindi di competenza del ministero dell?Ambiente), saltano fuori i disastri. Anche nel litorale che fronteggia il Golfo dell?Asinara, gli impianti industriali hanno funzionato senza che nessuno (o quasi) negli anni del grande «boom» della Sir si preoccupasse degli effetti sulla salute degli operai, degli abitanti e sull?ambiente. Carenze «culturali» dei progetti industriali, ma anche complicità, indifferenza e «la triste abitudine del chiudere un occhio», hanno portato ad affrontare il problema dell?inquinamento industriale senza le dovute convinzioni. Paolo Rabitti, ingegnere esperto in problemi ambientali, docente all?istituto universitario di Architettura di Venezia, consulente del magistrato Felice Casson al processo per la vicenda del petrolchimico di Marghera, queste cose le ha già scritte nel libro «Cronache della Chimica». Da qualche mese è stato nominato consulente delle Aziende sanitarie locali di Sassari e Cagliari per i problemi dell?inquinamento a Porto Torres e Assemini su incarico dell?assessorato regionale alla Sanità. E conosce bene quel che sta accadendo nella realtà industriale turritana. «Sono state rilevate contaminazioni molto forti – racconta Rabitti – con presenza anche di sostanze cancerogene (come il benzene). Anche l?entità dei superamenti nei campioni di pescato per i composti Pcb «diossina-simili» ha raggiunto talvolta il 200 per cento del limite massimo previsto sul prodotto fresco». E c?è l?aspetto dei terreni agricoli attorno all?area industriale, destinati a coltivazioni e pascolo: anche di quelli è stata chiesta la caratterizzazione e una serie di accertamenti. Per capire se certe situazioni possono interferire negativamente sulla catena alimentare. L?esperto incaricato dalla Regione guarda i tentativi attuati finora per cercare di bloccare il flusso inquinante e avviare una radicale campagna di recupero del territorio. E il giudizio tecnico non è incoraggiante. «I dati che abbiamo (perchè molti, nonostante i ripetuti solleciti mancano ancora all?appello e sono partite le nuove diffide alle aziende interessate, ndc) – afferma Rabitti – ci dicono che la barriera idraulica realizzata da Syndial, per esempio, sta funzionando male. Al momento, non si sa ancora se le sostanze inquinanti appartengono al capitolo storico, oppure se si tratta di contaminazioni che derivano da emissioni di impianti attualmente in produzione. Lo scopriremo solo una volta completata la campagna dei 1600 piezometri delegata al Presidio multizonale di prevenzione dell?Asl». Sul dibattito che si è aperto dopo le dimissioni dell?assessore regionale all?Ambiente Tonino Dessì, sulla vicenda muro sì o muro no, Paolo Rabitti risponde sempre ragionando su dati reali. «Io non ho al momento una visione di tipo geologico – dice – però ho visto il lavoro fatto dai geologi dell?università di Cagliari. E posso dire che anche io sarei arrivato a quelle conclusioni se avessi dovuto dare una risposta in soli tre giorni e con quei dati a disposizione. Ci sono, però, delle cose che i geologi non conoscevano e che ora sono chiarissime dopo la conferenza di servizi (l?ultima decisoria del 30 agosto 2006)». Per il docente esperto di questioni ambientali, quella del muro, o della barriera fisica, non può essere liquidata troppo facilmente come una invenzione di Soru. «Chi legge gli atti della conferenza di servizi – sostiene Rabitti – si rende conto facilmente che quella non è una prescrizione che ha deciso all?improvviso Renato Soru. L?indicazione è chiarissima e non ha incontrato l?opposizione di nessuna delle parti, neppure dell?assessorato all?Ambiente. Certo, posso pensare che ci siano delle difficoltà per calare un diaframma fisico. Ma è altrettanto vero che si arriva a questa decisione dopo avere tentato le altre strade. Che non hanno dato risultati sperati. Il sistema di captazione, infatti, si poteva fare sulla barriera idraulica, serviva un potenziamento rispetto alla portata complessiva dell?acqua che attraversa la falda inquinata che arriva al mare. Perchè non è stato fatto?».
L?ultima conferenza di servizi al ministero dell?Ambiente conferma la gravità della situazione.
Dalla diossina ai metalli pesanti. Nell?opera di bonifica coinvolti anche Eni, Endesa, Terna ed Esso. Al momento non si sa ancora se le sostanze inquinanti siano solo una eredità del passato.
PORTO TORRES. Un mittente e quarantaquattro destinatari «per quanto di competenza». A volte i numeri parlano più delle relazioni tecniche. Per capire la portata e la complessità dei problemi legati alla bonifica dell?area industriale si può partire dai destinatari del verbale della Conferenza di servizi, riunita il 30 agosto nei locali del ministero dell?Ambiente, direzione «Qualità della vita». Alla fine della riunione, con 18 punti all?ordine del giorno, il rapporto è partito in tutte le direzioni. Ministeri, Regione sarda, Provincia di Sassari, Comuni di Porto Torres e Sassari, enti di vigilanza. Lunghissimo l?elenco delle aziende coinvolte nell?opera di bonifica, monitoraggio e risanamento: Syndial certo, che attraverso il suo avvocato fiduciario, Piero Arru, per il momento non vuole commentare l?ordine di realizzare il muro di sbarramento a mare. Ma il ministero dell?Ambiente chiede conto sui «veleni» di Porto Torres anche a Eni, Endesa, Terna, Esso, Ineos, Sasol, Butangas, Sarda Laterizi, Accademia dell?Ambiente solo per citare i più noti. Tutti coinvolti a vario titolo nell?opera di risanamento e destinatari di prescrizioni che dovranno essere eseguite a tambur battente. Perché la situazione è grave.
I nuovi soggetti. La vera novità della relazione è che questa non riguarda solo i soggetti «storici» dell?industria pesante di Porto Torres ma, come si può leggere nel documento ministeriale, «la Conferenza di servizi ha evidenziato all?interno del perimetro una serie soggetti titolari di attività produttive potenzialmente inquinanti che non hanno presentato alcuna documentazione, nè sulle attività di messa in sicurezza». La Conferenza di Servizi ha messo in luce la necessità di andare a fondo negli accertamenti e ha chiesto la trasmissione entro un mese del piano di caratterizzazione delle aree di competenza.
Petrolchimico. Le analisi, come già si sapeva dall?inchiesta della Procura, hanno riscontrato nelle acque del porto industriale risultati allarmanti e la presenza di diossine, furani e altri composti chimici nei tessuti dei pesci e dei molluschi. «Le concentrazioni rilevate – si legge nel documento – risultano superiori ai tenori massimi ammissibili per le derrate alimentari stabiliti dalla Comunità europea». «Dal rapporto risulta – scrive il direttore generale del ministero dell?Ambiente, Gianfranco Mascazzini – che i valori di concentrazione sono perfino superiori a quelli rilevati nelle vongole di un?altra area fortemente compromessa quale Marghera». Preoccupanti, secondo la Conferenza di Servizi, «i rischi sanitari associati al consumo alimentare degli organismi marini pescati nell?area dove sono stati rilevate le contaminazioni».
Le grandi discariche. «Da un dossier elaborato dalla Regione si evince che nella discarica nota come cava gessi, nell?area del Petrolchimico – si legge nella relazione – sono stati attivati interventi di messa in sicurezza di emergenza, cosa che è avvenuta anche nella discarica di Minciaredda». Per gli esperti del ministero si tratta però solo dei primi interventi. Indispensabili. Lo stesso documento, infatti, sostiene che «la discarica di Minciaredda è di dimensioni molto più ampie di quelle censite nel piano Ansaldo e dovrà essere oggetto di accurati approfondimenti in sede di predisposizione del piano di caratterizzazione».
Fiume Santo. Dai controlli eseguiti nella falda è emerso «un esteso stato di compromissione delle acque, connesso alla presenza di molteplici superamenti di limiti vigenti in materia di bonifiche». Anche in forma di hot spot di sostanze cancerogene per parametri quali manganese (anche 60 volte oltre il limite) e triclorometano (oltre 10 volte il limite). E anche ad Endesa viene chiesto di «attivare la realizzazione di un sistema di sbarramento fisico continuo lungo l?affaccio a mare dell?area della centrale, onde impedire la diffusione della contaminazione rilevata nelle acque della falda sia superficiale che profonda verso il mare antistante». Anche a Endesa, come alla Syndial, è stato dato un termine (venti giorni) per «adottare interventi di messa in sicurezza di emergenza».
Capitaneria di porto La Conferenza decisoria ha deliberato di chiedere alla Capitaneria di porto e ai Comuni di Porto Torres e Sassari di fornire, entro trenta giorni, l?identificazione dei titolari di concessioni demaniali (pontili di carico e scarico ed eventuali oleodotti di trasferimento dai pontili) all?interno dell?area marino-costiera perimetrata. Questo affinché effettuino «le caratterizzazioni dei sedimenti». Anche i Comuni competenti per territorio sono stati invitati a «caratterizzare le eventuali aree pubbliche, agricole e destinate a pascolo, contigue a insediamenti industriali». Il cammino per la bonifica dell?area industriale di Porto Torres è solo ai primi passi, ma coinvolge tutti.
da La Nuova Sardegna, 25 ottobre 2006
La fotografia di Porto Torres: un cocktail di veleni mortali. La relazione della Conferenza di servizi del ministero analizza la zona industriale.
DANIELA SCANO
PORTO TORRES. Uno stagno prosciugato dai rifiuti che negli anni hanno assorbito la vita e rilasciato nel terreno il loro carico di morte. Acque di falda che di acqua ne contengono pochissima e sono, ormai, solo cocktail di veleni. «Composti alifatici clorulati cangerogeni totali» – solo per citare quello dal nome più lungo – in concentrazioni angoscianti. Ma anche arsenico, ferro, manganese, solfati, idrocarburi. E tanto benzene da far navigare una intera flotta. Pesci imbottiti di diossina che nuotano placidi nelle acque antistanti il petrolchimico e si spostano in quelle del porto commerciale. E da lì chissà dove.
I destinatari. La relazione della Conferenza di Servizi «decisoria» del ministero dell?Ambiente, direzione Qualità della vita, fotografa la zona industriale di Porto Torres ed è da due settimane sulle scrivanie di quarantaquattro destinatari. Ci sono proprio tutti: sindaci e amministratori locali, enti di vigilanza, ma anche una teoria di aziende dai nomi conosciuti e non, grandi e piccole, tutte operanti nella zona industriale. Tutte chiamate a partecipare a una bonifica di interesse nazionale. A reagire, con senso di responsabilità, all?emergenza infinita. Chiunque abbia letto la relazione non può stupirsi per la fretta con cui la Regione ha ordinato la costruzione di un muro di contenimento davanti a tutta l?area. Tutti i sospetti sono certezze elencate in un libro a disposizione di tutti. Neppure il linguaggio asettico degli esperti riesce a cancellare l?effetto spaventoso.
Una bomba ambientale. Dopo uno stillicidio di allarmi è ormai chiaro che la zona industriale di Porto Torres sia una bomba non più innescata, ma già esplosa, della quale bisogna correre a raccogliere una miriade di frammenti. Prima che finiscano di martoriare l?ambiente e la salute.
Il muro. Il famoso muro e il coinvolgimento della Syndial. Se ne è parlato tanto, ma forse non si sa che è solo una delle diciassette prescrizioni deliberate «dopo ampia e articolata discussione» dalla Conferenza di servizi. Ci sarebbero altri sbarramenti da fare «attesa – scrivono gli esperti – l?ubicazione delle aree in esame all?interno di uno stabilimento la cui falda è interessata da un elevato e generalizzato stato di contaminazione anche da sostanze cancerogene». Destinataria, in questo caso, la Ineos Vinyls spa che aveva ricevuto medesimo messaggio, dallo stesso mittente, un anno fa. Ma che per ora ha solo sbrigato «la fase di definizione delle attività propedeutiche». Ma uno sbarramento dovrebbe essere eseguito anche dalla Sasol Italy spa che, da un esame preliminare condotto su un atto di caratterizzazione da lei stessa realizzato il 13 giugno 2006, è alle prese con acque di falda con sostanze «anche cancerogene». Benzene venti volte oltre il limite, come ferro e il manganese. E questi valori schizzano verso l?alto vicino agli impianti. E devono partecipare alla costruzione del muro anche Eni ed Esso, «atteso – per la prima – il diffuso stato di contaminazione delle acque di falda con presenza di hot spot di sostanze anche cangerogene, nonché la presenza di un bersaglio sensibile a valle del deposito costituito dal mare antistante». E deve quotarsi anche Endesa per arginare fisicamente i veleni distillati dalle sue arterie industriali. Nelle acque di falda del Petrolchimico, dove bisognerebbe sbarrare l?affaccio a mare, c?è un «esteso stato di compromissione di sostanze cancerogene».
Il lago prosciugato. C?è poi l?immenso immondezzaio dell?area Cse dove, negli anni, i rifiuti hanno soffocato la vita dello stagno Genano. Settantamila metri quadrati di «deposito incontrollato di rifiuti che potrebbero essere altamente contaminati». E la discarica di Minciaredda, dove le analisi fatte eseguire dalla Provincia di Sassari hanno evidenziato «una contaminazione diffusa da idrocarburi pesanti e puntuale da mercurio e cadmio e di organismi significativi per il consumo alimentare». Per gli esperti della Conferenza di Servizi, inoltre, «non ci sono i documenti in merito alla messa in sicurezza delle aree agricole e di quelle destinate a pascolo, contigue all?insediamento industriale di Porto Torres». Però è necessario acquisirli, in fretta. La necessaria documentazione manca, del tutto, nella vasta area su cui insiste il «Centro intermodale regionale» a sud-est del Petrolchimico. La Conferenza di servizi ha deliberato di richiedere alle società Distoms, Sarda Laterizi, Holdston (in liquidazione) e Accademia dell?Ambiente, titolari di aree sulle quali si svolgono attività potenzialmente inquinanti, il piano di caratterizzazione delle aree di competenza. In caso di inadempienza, saranno attivati i poteri sostitutivi per l?esecuzione degli interventi.
Le aree dell?Asi. Molto vaste le aree del Consorzio Asi: 155 ettari così suddivisi: depuratore consortile e forno essicatore (16), la discarica di fanghi (11), 46 ettari di lotti industriali di cui 12 già assegnati, vasconi di acqua industriale, 42 ettari di strade, 29 ettari di aree verdi. Già nel marzo 2006, il consorzio Asi aveva chiesto una proroga dei termini di trasmissione della documentazione richiesta. La Conferenza di Servizi ha chiesto, in tempi brevi, il piano di caratterizzazione e di messa in sicurezza di emergenza adottati o in corso di adozione di tutte le aree. Priorità a depuratore consortile, discarica fanghi, darsena (servizi Asi) «in prossimità della quale – scrive il dirigente nazionale Gianfranco Mascazzini – si osserva il fenomeno della polla nonché all?area in corrispondenza del lagone». Nella relazione c?è una sintesi dello stato di fatto dell?area marino-costiera ricompresa nell?area industriale, il cui piano di caratterizzazione dell?Icram è stato approvato dalla Conferenza di Servizi decisoria del 22 giugno 2004.
Minciaredda. È questa l?area a maggiore criticità e per questo è entrata nel programma di monitoraggio 2003-2006 predisposto e finanziato dalla Comunità europea. La Provincia di Sassari ha eseguito campionamenti del fondale marino, dei sedimenti delle spiagge nell?area esterna alla diga foranea, della colonna d?acqua e di organismi marini, per verificare una potenziale contaminazione. La campagna di prelievo è stata estesa anche in aree esterne alla perimetrazione, su organismi diversi dalla rete trofica e significativi per il consumo alimentare. Le analisi chimiche hanno rilevato, questa la valutazione dell?Icram sui dati forniti dalla Provincia il 26 aprile 2006, una contaminazione diffusa di idrocarburi pesanti e puntuale da mercurio e cadmio. Questo elemento chimico metallico, usato nella fabbricazione di leghe, è stato rilevato in «contaminazione puntuale» anche nell?acqua.
I pesci alla diossina. È del 23 maggio 2006 la nota trasmessa dalla Regione Sardegna al ministero dell?Ambiente «recante preoccupanti risultanze di accertamenti effettuati su pesci e molluschi nell?area antistante lo stabilimento Petrolchimico. Da tale relazione emerge un elevato livello di contaminazione di diossine e furani nei tessuti di pesci e molluschi». Le concentrazioni, specie in corrispondenza del porto industriale, risultano «superiori ai tenori massimi ammissibili per le derrate alimentari. In particolare, i composti Cpb e le diossine raggiungono talvolta il 200 per cento del limite massimo previsto sul prodotto fresco». La contaminazine è estesa al porto commerciale «… e suggerisce – si legge nel documento – una possibile estensione della medesima anche al di fuori del porto industriale». Gianfranco Mascazzini sottolinea come «l?interdizione della pesca in aree ben definite, misura idonea per affrontare la contaminazione delle vongole, costituisca un provvedimento di difficile formulazione e attuazione». La Conferenza di servizi ha deliberato di richiedere al gruppo di lavoro Norm «una idonea e puntuale procedura di caratterizzazione integrativa finalizzata alla determinazione della eventuale presenza di radioattività nei sedimenti della predetta area marino-costiera». Ancora: «attese le preoccupanti risultanze dell?indagine condotta sul biota marino nell?area antistante il Petrolchimico, delibera di chiedere alla Asl e all?Arpa, al Comune di Porto Torres e alla Provincia di adottare, ciascuno per la parte di propria competenza, le necessarie misure atte a garantire la salute umana, nonché la protezione dell?ambiente dell?area marina antistante l?area industriale di Porto Torres». Entro trenta giorni Capitaneria, autorità portuale, Comuni interessati dovranno far pervenire al ministero l?elenco dei soggetti titolari di concessioni demaniali. Tutti i soggetti, pubblici e privati, dovranno inoltre fornire adeguate informazioni sui cicli produttivi. Dopo questa relazione, nessuno potrà dire di non sapere la verità sui veleni dell?area industriale di Porto Torres.
Mura chiede un vertice con gli assessori all?Ambiente e all?Industria.
Il primo cittadino turritano: «Non so nulla, voglio chiarezza». «Forse c?è un black out nell?informazione ma pare che non tutto coincida con l?analisi della Regione». PINUCCIO SABA
PORTO TORRES. A questo punto il sindaco Luciano Mura pretende chiarezza sui dati relativi all?inquinamento industriale. E lette le affermazioni di Paolo Rabitti, consulente delle Asl di Sassari e Cagliari, ha chiesto un incontro urgente con gli assessori all?Ambiente Cicito Morittu, alla Sanità Nerina Dirindin e all?Industria Concetta Rau. «E? necessario far chiarezza – sostiene il sindaco di Porto Torres – perché ci deve esser stato un black out nella catena delle informazioni. Informazioni, che a sentire i responsabili del procedimento del ministero dell?Ambiente, sono diverse da quelle che sarebbero in possesso della regione». Era stata proprio la Regione a inviare al ministero, il 23 maggio scorso, una comunicazione relativa ai dati sull?inquinamento a Porto Torres, sia sulla terraferma sia in mare. «Quella comunicazione è saltata fuori durante un conferenza di servizi che si è tenuta il 30 agosto – aggiunge Luciano Mura – ma da quello che ho capito si rifà agli accertamenti ordinati dalla magistratura ad aprile e dei quali avevo chiesto copia al ministero dell?Ambiente ma anche all?Icram, alla direzione generale della Asl di Sassari, alla Provincia di Sassari, alla direzione generale dell?Arpas». Niente di nuovo, quindi, secondo il sindaco di Porto Torres che ieri si è messo in contatto con i funzionari del ministero dell?Ambiente che stanno seguendo il procedimento e che hanno partecipato alla conferenza di servzi dello scorso 30 agosto. Ai due funzionari Luciano Mura ha chiesto che al comune di Porto Torres venissero forniti i dati aggiornati agli ultimi controlli effettuati per eventuali provvedimenti a tutela della salute pubblica. Dati che però non sono in possesso del ministero dell?Ambiente. Gli ultimi rilevamenti, appunto quelli effettuati ad aprile, avevano escluso la presenza di sostenze inquinanti all?esterno dell?area del porto industriale. Circostanza che i due funzionari hanno confermato al sindaco. «Noi, però, non possiamo restare con queste incertezze – spiega il sindaco -. Prima di tutto per non mettere in pericolo la salute dei cittadini e dei consumatori. E poi perché questo rincorrersi di dati rischia di avere pesanti ripercussioni sul nostro sistema economico».
Porto Torres sta cercando di affrancarsi dall?immagine di città esclusivamente industriale e di far decollare l?industria turistica. Un settore economico che non potrà mai decollare se non si farà chiarezza sulla portata dell?inquinamento provocato dall?industria petrolchimica. «La nostra ricchezza, oltre a un consistente patrimonio storico-architettonico è anche l?ambiente – aggiunge Luciano Mura -. Dall?Asinara alle spiagge, alle scogliere. E dobbiamo garantire ai turisti che il mare del Golfo dell?Asinara è pulito. Per questo motivo è necessario sapere se il sistema adottato dalla Syndial per il trattamento delle acque di falda funziona o meno, dobbiamo sapere se oltre la barriera del porto ci sono tracce di sostanze inquinanti. Le dichiarazioni del consulente dell?assessore Dirindin appaiono caute, ma a questo amministrazione occorrono certezze e non solo ipotesi o anticipazioni accertamenti che devono essere ancora completati».
da La Nuova Sardegna, 26 ottobre 2006
Porto Torres. Sotterravano sotto un palmo di terra tonnellate di rifiuti della macellazione. Sigilli all?impianto di smaltimento. I titolari hanno tentato di bloccare l?ingresso agli inquirenti. Pinuccio Saba.
PORTO TORRES. Blitz della polizia municipale e dei carabinieri del Noe, ieri mattina, all?interno dello stabilimento «Gabbiano», nella zona industriale di Porto Torres, dove sarebbero state sotterrate diverse tonnellate di rifiuti provenienti dall?attività di macellazione. In quell?impianto, cinque anni fa, erano morte due persone. Il blitz è stato sollecitato dai veterinari della Asl numero 1 di Sassari che avantieri avevano effettuato un sopralluogo di routine all?interno dello stabilimento che, teorocamente, si doveva occupare dello stoccaggio e dello smaltimento di olii esausti di origine alimentare. Alle 8 di ieri i vigili urbani si sono presentati al cancello di ingresso della «Gabbiano», armati di una pala meccanica per verificare se i sospetti dei due veterinari della Asl sassarese erano fondati. I titolari dell?azienda hanno provato a impedire l?accesso alla polizia municipale che, però, era in attesa degli uomini del Noe, il nucleo operativo ecologico dei carabinieri arrivati nella zona industriale con un paio di minuti di ritardo. La presenza dei carabinieri è servita a calmare le intenzioni bellicose dei responsabili della «Gabbiano» e subito è iniziata la perquisizione dello stabilimento. Durante il controllo, un particolare ha attirato l?attenzione delle forze dell?ordine. In una zona dell?impianto, la terra appariva smossa di recente. Sono bastasti pochi colpi di pala meccanica per portare alla luce duecento sacchi di rifiuti provenienti da attività di macellazione che la «Gabbiano» non poteva non solo smaltire ma neppure raccogliere. L?azienda, infatti, aveva cambiato attività dopo il terribile infortunio sul lavoro accaduto nel luglio del 2001, che era costato la vita a due operai, Salvatore Gadau di 43 anni e Gavino Pittalis di 49. Una morte atroce, soffocati dalle esalazioni provenienti dai liquami che si erano depositati in fondo a un silos. Solo di recente la «Gabbiano» aveva ripreso a lavorare. Aveva presentato al Comune di Porto Torres una ?dia?, dichiarazione di inizio attività, per lo smaltimento di olii esausti. E subito erano incappati in un controllo stradale della polizia municipale che aveva accertato che il trasporto degli olii veniva effettuato al di fuori della norma. Fatto che era stato segnalato alla magistratura ma anche alla Regione che avrebbe dovuto concedere le autorizzazioni per la nuova attività. Ieri mattina il blitz che ha portato alla sconcertante scoperta. Lo stabilimento è stato posto sotto sequestro cautelativo dalla magistratura mentre in attesa del risultato definitivo delle indagini di carabinieri e polizia municipale.
Dessì: «Ecco perchè il muro è inutile». L?ex assessore affidò lo studio sulla Syndial all?Università, la Asl 1 a consulenti esterni. Le sue dimissioni sembrano sempre più legate al caso. Gianni Bazzoni.
PORTO TORRES. I dubbi sull?efficacia di quel «muro di cinta dell?inquinamento» li ha conservati. Insieme alle certezze di avere svolto la propria azione amministrativa con assoluta trasparenza, e quegli atti «compiuti da un pubblico ufficiale fanno fede fino a prova di falso». Tonino Dessì, ex assessore regionale all?Ambiente, interviene sulla vicenda Syndial di Porto Torres. Aveva deciso di starsene fuori, di affidare tutti gli atti (ormai pubblici) al presidente della giunta Renato Soru e all?assessore alla Sanità Nerina Dirindin.
Ma le ultime vicende l?hanno spinto a chiarire il percorso seguito fino al momento delle dimissioni. «L?esistenza di un fenomeno non recente, di gravissima compromissione ambientale, nel sito industriale di Porto Torres – afferma Tonino Dessì – non è un mistero da più di un decennio. E non a caso esso è stato ricompreso tra quelli di bonifica di interesse nazionale. E viene costantemente monitorato anche dai periti della magistratura. A cominciare dall?indagine cui ha fatto riferimento, proprio sulla Nuova Sardegna, il professor Giacomo Oggiano, dell?Università di Sassari». L?ex assessore riparte da quella conferenza decisoria del 30 agosto scorso, al ministero dell?Ambiente – dove la Regione era rappresentata dall?assessorato all?Ambiente – e che ha sollecitato più volte la conclusione dell?iter amministrativo delle autorizzazioni per gli impianti di messa in sicurezza di emergenza. «Un procedimento che abbiamo completato – racconta ancora Dessì – dandone comunicazione alla procura della Repubblica, sottoponendo alla giunta le deliberazioni sulla Valutazione di impatto ambientale (4/12 del 31.1.2006) e sull?esercizio dell?impianto tecnologico in fase di completamento (7/14 del 21.2.2006), adottando prescrizioni ben più rigide di quelle indicate nelle precedenti conferenze decisorie». Poi c?è la parte delle consulenze. L?ex assessore all?Ambiente, ieri, ha solo voluto ricordare che «l?Asl 1 ha partecipato all?intero procedimento interno di competenza regionale, come risulta dalle deliberazioni, insieme al Comune di Porto Torres e alla Provincia di Sassari. Ed è apparso quanto meno singolare che la stessa Azienda sanitaria locale sia stata contraddetta, successivamente, da un consulente con essa convenzionato (il riferimento è al professor Paolo Rabitti di Mantova, ndc)». L?assessorato all?Ambiente – come evidenziato negli atti – ha utilizzato come consulente istituzionale il Dipartimento di Geoingegneria ambientale dell?Università di Cagliari, «e non ha attivato consulenze con professionisti privati, il cui curriculum andrebbe comparato con quello dei professori di ruolo, dirigenti del medesimo Dipartimento, e magari quello del professor Giacomo Oggiano (geologo, perito del tribunale nella prima indagine avviata all?inizio degli Anni Novanta sull?inquinamento Porto Torres, ndc)». E con la storia delle consulenze, forse, si tocca uno dei tasti dolenti di tutta la vicenda sull?inquinamento industriale, non solo a Porto Torres ma anche ad Assemini. «Io dico solo che l?assessorato alla Sanità – ha detto Tonino Dessì – ha trasmesso all?assessorato all?Ambiente, il sommario parere di un professionista esterno, non sardo (proprio Rabitti, il 28 agosto 2006, ndc), sui cui contenuti, e sui toni, confrontati con la precisione, pur cauta, del parere dell?Università di Cagliari, lascio agli altri il giudizio». Il resto della valutazione dell?ex assessore all?Ambiente riguarda la storia del muro. «Mentre si concentra l?attenzione su una barriera fisica (una diga vera e propria) – ha sottolineato Dessì – sulla quale non esiste alcun progetto e la cui realizzazione (ammesso che il ministro l?approvi) necessiterà di tempi amministrativi (Via Nazionale compresa), e di cantiere, non inferiori ad almeno cinque anni. L?assessorato all?Ambiente, con Icram e con Arpas-Pmp di Sassari, ha accelerato tutte le procedure di caratterizzazione, di analisi e di monitoraggio dell?intera area, dandone tempestiva comunicazione alle autorità per l?assunzione dei provvedimenti di competenza. Ma ha anche adottato, e reso celeri, le sole misure finora poste in essere per mettere in sicurezza parti del sito industriale in emergenza». L?ultimo riferimento è sulle cose da fare. «Nelle more della realizzazione della fantomatica barriera fisica – ha concluso Tonino Dessì – urge non limitarsi a burocratiche, quanto platoniche, diffide o messe in mora. Occorre procedere con celerità e imporre alle aziende modifiche dei processi produttivi e operazioni urgenti di messa in sicurezza dei siti».
Un rogo di benzene arse per 70 ore. Il caso Panam evidenziò la debolezza dei sistemi di sicurezza Syndial. Una quantità di veleni quasi tutti cancerogeni fuoriuscì dal pontile. Daniela Scano.
PORTO TORRES. È stato il più terribile disastro della storia dei porti industriali sardi. Il rogo della Panam Serena resta però un mistero nelle sue cause come nelle ricadute sull?ambiente. Non c?è al momento nessuno studio ufficiale sugli effetti, nel mare e nell?atmosfera, di un rogo durato settanta ore e durante il quale andarono dispersi nell?ambiente una quantità incalcolabile di veleni cancerogeni. Un fiume di benzene e dei suoi derivati, ma anche una quantità imprecisata del pericolosissimo clorulo di vinile fuoriuscito dal pontile 1 della Syndial.
A quasi tre anni da quel gravissimo episodio, non si sa neppure quanto combustibile ci fosse nelle cisterne della Panam al momento della deflagrazione. La Syndial non è stata in grado di dire alla magistratura quanta sostanza chimica fosse stata scaricata alle ore 12 del 1 gennaio, quando al pontile 1 si scatenò l?inferno di fuoco. Affermazione giudicata «poco plausibile», preliminarmente a una serie di critiche alla società sulla gestione dell?emergenza, dagli esperti del gip Mariano Brianda. La nave chimichiera russa andò a fuoco il 1 gennaio 2004 mentre, dopo avere concluso le operazioni di scarico di duemila tonnellate di benzene, «iniettava» nelle condotte del pontile 1 della Syndial seimila tonnellate di ?taglio C-6? (sostanza simile alla benzina).
A quasi tre anni da quell?incendio terrificante e dalla morte di due marinai russi, l?inchiesta aperta dalla Procura della Repubblica non è arrivata alla fase delle risposte. Non si sa, neppure approssimativamente, cosa possa avere innescato la scintilla e se questa sia scoccata all?interno o all?esterno della nave. I periti del gip – l?ingegnere nucleare Marco Carcassi, l?esperto di sicurezza sul lavoro Lorenzo Corda, il docente di ingegneria navale Giulio Russo Krauss e il comandante provinciale dei vigili del fuoco Gaetano Vallefuoco – hanno elaborato una relazione al termine della quale lasciano aperte tutte le ipotesi che partono da un presupposto scontato. «Le cause dell?incidente – scrivono – sono ascrivibili alla esistenza di una miscela combustibile presente nelle cisterne della nave e alla combustione di detta miscela».
Per il resto, restano in piedi le possibilità di un errore umano (ma gli esperti hanno «promosso» la professionalità dell?equipaggio russo della Panam) o di un difetto strutturale (citato solo a titolo accademico). Nel frattempo il relitto della nave, distrutta dal rogo, è stato restituito ai legittimi proprietari che l?hanno venduto a una società greca specializzata nel riciclaggio dei «giganti del mare». L?inchiesta per disastro colposo aperta dal sostituto procuratore Gianni Caria, che ha indagato sette persone, è ferma ma potrebbe riprendere slancio da un incidente probatorio su una pompa recuperata in mare.
Nella loro relazione, discussa in incidente probatorio la scorsa primavera, i periti scattano alcune fotografie che potranno essere utili agli esperti dell?ambiente per stabilire quali e quante sostanze sono andate disperse dal 1 gennaio alle ore 10 del 5 gennaio. Quando «intercettate tutte le linee di pontile, la situazione di pericolo poteva considerarsi conclusa». Ma i periti non rispondono, e d?altronde non era tra i quesiti, sulla questione che oggi impegna gli esperti dellla Conferenza di servizi del ministero dell?Ambiente. Vale a dire: quanti di quei veleni e delle diossine sprigionate durante il rogo sono andati a depositarsi nei campioni di biota marino prelevati dal 2004 ad oggi nelle acque del porto industriale?
Il disastro della Panam Serena si incrocia, inevitabilmente, con le valutazioni allo studio della direzione Qualità della vita del ministero.
In assenza di altri dati, può contribuire alla riflessione l?elenco delle linee del pontile Syndial interessate dall?incidente: la 254 dove transita nafta, quella 1002 dei solventi, le 1012 e 1013 del clorurovinilmonometro in stato gassoso e liquido. Il pontile restò gravemente danneggiato e venne riaperto solo dopo alcuni mesi, quando vennero completati imponenti lavori di ripristino.
«La direzione dello stabilimento – scrivono gli esperti del gip – ha previsto interventi di miglioramento per quanto riguarda il processo e le dotazioni di sicurezza». E proseguono: «Dall?esame delle misure di miglioramento previste dopo l?incidente sulla piattaforma B si rileva che non fosse previsto quanto indicato nella tabella precedente, con il risultato di notevoli limiti del piano valido prima dell?incidente». «Tali carenze di dotazioni tecniche e di procedure tecnico-operative – concludono – non consentiva una corretta valutazione degli eventuali incendi, siano essi rilevanti o meno». L?incidente della Panam è stata una terribile lezione.
«Monitoriamo l?inquinamento». Nascerà un tavolo di coordinamento dopo le sollecitazioni presentate dall?amministrazione turritana alla Regione. IL VERTICE. Il sindaco Mura incontra gli assessori a Cagliari. Pinuccio Saba.
CAGLIARI. Nascerà un tavolo di coordinamento fra gli assessorati regionali all?Ambiente, all?Industria e alla Sanità, l?Agenzia regionale per la protezione dell?ambiente e la Provincia di Sassari. La decisione è stata presa al termine dell?incontro sollecitato dal sindaco di Porto Torres Luciano Mura con gli assessori Cicito Morittu, Concetta Rau e Nerina Dirindin. Un incontro che doveva servire a far chiarezza sul balletto di dati relativi alla presenza di diossina, e altre sostanze pericolose, nelle acque del porto industriale turritano.
Nelle ultime settimane si è infatti creata parecchia confusione in seguito a una Conferenza di servizi che si era tenuta a Roma alla fine di agosto. In quella riunione erano stati forniti dati che sembravano il frutto di accertamenti recentissimi e invece, come hanno confermato Nerina Dirindin e Cicito Morittu, le indagini sono quelle risalenti a un anno fa e che facevano parte dell?inchiesta portata avanti dalla magistratura.
«Nessuno nasconde la gravità dei danni provocati all?ambiente dallo stabilimento petrolchimico fino a una ventina di anni fa, quando la legislazione era insufficiente – ha detto il sindaco di Porto Torres -. Quell?area è compromessa, lo sappiamo, ma è necessario far chiarezza sulla reale portata dell?inquinamento e sulla sua estensione soprattutto in mare». A questo proposito, nel corso della riunione è stato evidenziato che i prelievi effettuati nell?area di San Gavino, a poche miglia al largo del porto industriale, la situazione è assolutamente nella norma. «La Provincia ha completato la campagna di controlli per il 2006 – ha aggiunto Luciano Mura – e stando ai primi risultati lo stato di salute del Golfo dell?Asinara non sarebbe allarmante. Solo in due animali, una cozza e un pagello, sarebbero stati riscontrati valori di diossina di poco superiori alla norma. E i due pesci sono stati prelevati quasi a ridosso della diga foranea».
Dati che non sono del tutto tranquilizzanti ma meno gravi del previsto. Che non significa poter abbassare la guardia. Occorre però avere un quadro completo della situazione, mettere a confronto i dati che sono in possesso delle diverse amministrazioni e quelli che veranno consegnati al termine degli accertamenti in corso. Soprattutto è necessario sapere se il sistema per il trattamento delle acque di falda realizzato dalla Syndial sta funzionando o meno. Un allarme ingiustificato, e su questo si sono detti tutti d?acordo, rischia di avere pesanti ripercussioni anche sul piano economico. A questo proposito, e approfittando del periodo di fermo biologico, è stato deciso di effettuare una serie di prelievi nelle zone di pesca per accertare o meno la presenza di diossina nei pesci. «E? importante che si vada incontro a una collaborazione strettissima fra gli enti – ha concluso il sindaco di Porto Torres -. Si eviteranno incomprensioni e, soprattutto, si avrà un monitoraggio continuo di un?area ad alto rischio ambientale».
da La Nuova Sardegna, 28 ottobre 2006
Un solo fascicolo sull?inquinamento. L?inchiesta della Procura e la relazione rispecchiano la gravità del caso Porto Torres. Gli avvocati dell?Eni e della Syndial a palazzo di giustizia: «E? un allarme ingiustificato». Daniela Scano.
SASSARI. La Procura della Repubblica e la Regione compagne di strada negli accertamenti sull?inquinamento del mare di Porto Torres. L?inchiesta della magistratura e il rapporto della Conferenza di servizi sui veleni disciolti nelle acque del porto industriale ora sono nello stesso fascicolo. Ieri la Procura ha acquisito, negli uffici dell?assessorato regionale per la Difesa dell?ambiente, il verbale della Conferenza di servizi indirizzato a 44 destinatari dopo la riunione del 30 agosto che aveva spinto la direzione per la Qualità della vita a impartire diciassette direttive a società, enti locali e di vigilanza. A tutti era stato chiesto di attivarsi concretamente per mettere in sicurezza la zona industriale. Il primo passo verso l?intervento di bonifica di interesse nazionale. Esortazione accolta dalla Regione con la delibera che ha intimato alla Syndial di realizzare in mare, davanti alle ciminiere, una barriera lunga alcuni chilometri e profonda cinquanta metri. Ma il muro di sbarramento del porto industriale è solo uno dei potenziali baluardi contro i veleni che ammorbano le acque del tratto di mare antistanti le industrie di Porto Torres, ma anche contro i pesci imbottiti di diossina e altri veleni industriali che nuotano nelle acque della zona industriale. I dati in possesso del ministero e della Procura confermano, da due differenti punti di vista, una situazione molto grave. Ad aprile una inquietante relazione di Giorgio Ferrari, direttore della sezione Inquinamento della Magistratura delle Acque di Venezia, consulente della Procura con due esperti dell?Icram, aveva riscontrato la presenza di enormi concentrazioni di veleni industriali nelle parti grasse dei pesci e dei mitili pescati nel porto industriale. Dati ribaditi, quattro mesi dopo, dalla relazione della Conferenza di Servizi. Quella di ieri è stata una giornata importante nella inchiesta, con tre indagati, aperta nel 2004 dal sostituto procuratore Michele Incani. Giorno dedicato agli incontri e alla raccolta di dati. Nella tarda mattinata il magistrato ha ricevuto nel suo ufficio, al terzo piano del palazzo di giustizia, gli avvocati dell?Eni e della Syndial. Inutile chiedere al legale sassarese Piero Arru e ai suoi colleghi milanesi Mario Maspero, Luigi Stella e Fulvio Simoni cosa avessero da dire di tanto importante al sostituto procuratore. Si sa solo che il colloquio è stato sollecitato dal collegio difensivo. Al termine del confronto, i legali si sono trincerati dietro i «no comment» di rito. «Non rilasciamo dichiarazioni – hanno affermato, anche a nome degli altri legali, Piero Arru e Mario Maspero -. Possiamo però dire che l?allarmismo di questi giorni è ingiustificato e che i dati in nostro possesso smentiscono, assolutamente, quelli che hanno tanto allarmato l?opinione pubblica». Se la Syndial sembra ottimista e getta acqua sul fuoco delle polemiche, in attesa di confutare le analisi del Magistrato delle Acque e del ministero, la polemica accende il dibattito politico sui risultati del lavoro della Conferenza di servizi ministeriali. La Procura attende a giorni il risultato dell?ultimo monitoraggio, eseguito ad aprile dopo la relazione di Ferrari. E così come aveva informato la Regione dei risultati di quelle prime analisi, ieri la Procura ha chiesto di essere messa a conoscenza del lavoro degli esperti della Conferenza di servizi. Mentre il magistrato dialogava con gli avvocati della Syndial, un suo collaboratore ha attraversato la Sardegna diretto a Cagliari. Qui, negli uffici dell?assessorato diretto da Cicito Morittu, l?ufficiale di polizia giudiziaria ha preso copia della relazione che contiene i risultati degli accertamenti eseguiti nelle acque del mare, nel biota marino, nelle spiagge e nelle immense discariche della zona industriale. Gli esiti di quella consultazione, che ha coinvolto la Regione (un suo funzionario era presente all?incontro romano) e tutte le società che operano nella zona industriale, sembrano coincidere con le anticipazioni dell?inchiesta della magistratura. E pare che dalle ulteriori analisi, fatte eseguire dalla Procura sassarese nelle acque del porto industriale, siano arrivate solo conferme dell?allarme. Per il momento si tratta solo di indiscrezioni, ma pare proprio che anche l?ultimo test confermi la presenza in mare di quantità abnormi di diossine, idrocarburi, policlorodibenzofurani. Sostanze cancerogene e altamente nocive. Ad aprile, quando erano andati a prelevare le cozze posizionate nelle acque del porto industriale e in mare aperto, davanti a Minciaredda, i consulenti avevano trovato solo le cime. Qualcuno aveva rubato i mitili, considerati i più validi rilevatori dell?inquinamento. Un furto inutile. Le analisi sono state eseguite lo stesso, su altri campioni, con gli stessi risultati.
Tumori e legami coi posti di lavoro. Le aree industriali segnano forti incrementi della malattia. I DATI. Il rapporto della Sanità. Piero Mannironi.
PORTO TORRES. La storia è vecchia: le statistiche non raccontano la verità, ma indubbiamente aiutano a capirla. Nel senso che i numeri non danno sempre risposte certe, ma certamente indicano la strada giusta per averle. Ecco perché, per penetrare nel difficile e complesso rapporto tra salute collettiva e degrado ambientale, si deve per forza partire dai numeri: la filosofia del metodo può essere solo quella della conoscenza dei dati oggettivi. Lo impone la delicatezza del tema. Niente slogan che evochino passioni ideologizzate, quindi, ma un approccio al problema attraverso i canoni rigorosi della scienza, della verifica tecnica e dell?analisi dei numeri statistici. Senza lo scheletro di studi epidemiologici seri, sono stati purtroppo oscurati i drammatici segnali di allarme che da anni arrivavano da aree industriali e aree militari. Come gli ormai tristemente famosi casi di Quirra e di Portoscuso. Nel primo caso, una spaventosa incidenza dei tumori del sistema emolinfatico nella popolazione civile che vive vicino al poligono interforze (ma anche tra il personale al suo interno). Nel secondo caso, il piombo trovato nel sangue dei bambini e nel fegato dei cinghiali. Segnale quest?ultimo, di una possibile ?corruzione? della catena alimentare. L?assessore regionale alla Sanità Nerina Dirindin ha voluto vederci chiaro. Ha voluto cioé monitorare quelle aree potenzialmente ?stressate? dalle attività industriali e da quelle militari. E? nato così il ?Rapporto sullo stato di salute delle popolazioni residenti in aree interessate da poli industriali, minerari e militari della Regione Sardegna?. Lo studio è stato condotto dall?associazione temporanea d?impresa Esa (Epidemiologia Sviluppo Ambiente), formata da università di Firenze, Arpa Piemonte e le Asl di Milano e Roma, e finanziato dall?Unione europea. Il risultato è stato questo: nelle aree industriali e minerarie della Sardegna la mortalità per tumori e malattie respiratorie, epatiche e dell?apparato digerente nel ventennio 1981-2001 è stata più alta delle media nazionale e anche superiore a quella delle zone non industriali dell?isola. A Porto Torres, il dato di cornice è questo: rispetto alla media regionale, muore il 4% in più degli uomini e il 9% delle donne. Un dato assoluto che però significa poco se non lo si analizza e lo si interpreta. Per arrivare a fare un?ipotesi credibile sul rapporto tra salute e ambiente, si deve perciò entrare necessariamente nello specifico delle cause di morte. E cioé nel rilevamento di un?incidenza significativa di certe patologie riconducibili alla presenza di sostanze tossiche e cancerogene. Secondo quanto risulta dai dati del Registro tumori di Sassari, l?incidenza tumorale mostra eccessi sulla media provinciale per tutti i tumori maligni. E più esattamente +2% negli uomini e +7% nelle donne. Ecco, in estrema sintesi, i numeri: tumore del colon (+18% e + 12% rispettivamente nei due sessi), tumore del fegato (+15% e +10%, del polmone (+8% e +14%), tumore della prostata (+34%), tumore della mammella (+6%) e dell?ovaio (+21%). Se si scorporano i dati di Sassari città (che è stata inserita dai ricercatori nella macrozona di Porto Torres), emerge un dato inquietante: l?eccesso per i sarcomi dei tessuti molli si impenna fino ad arrivare a un +77% negli uomini e +89% nelle donne. L?équipe di studiosi che ha redatto il rapporto poi tiene a precisare: «Inoltre, tra gli uomini i tumori linfoemopoietici e i linfomi non Hodgkin si mostrano in eccesso, anche se le frequenze osservate sono piccole e le stime molto imprecise». Diventa interessante un?altra osservazione: «Usando come riferimento la mortalità osservata nelle popolazioni residenti in un cerchio di 53 chilometri centrato sul comune di Porto Torres, invece della mortalità media regionale, non si osservano grandi differenze». Come dire: l?eccedenza di tumori è spalmata in tutta l?area. Un?interessante lettura analitica dei dati contenuti nel Rapporto commissionato dalla Regione, è arrivata da un convegno organizzato nel maggio scorso dal Wwf, che si è avvalso della collaborazione e della testimonianza di scienziati e specialisti. Uno di loro, Mario Budroni, ha fornito una significativa mole di informazioni al Rapporto regionale. E? infatti medico del Centro multizonale di osservazioni epidemiologiche e Registro tumori di Sassari. Bene, Budroni aveva subito ?sterilizzato? il problema da facili enfasi e possibili scorciatoie che avrebbero potuto portare a una distorsione della realtà. Per lui, prima di tutto la premessa di metodo: sui piccoli numeri è difficile arrivare a conclusioni certe. Bastano infatti pochi casi di patologie neoplastiche in più o in meno per alterare fortemente le percentuali. La cornice è che la Sardegna, per la quasi totalità delle patologie tumorali, è in linea o al di sotto della media nazionale. Il problema però nasce quando i numeri raccontano di altissime concentrazioni di malati in aree ristrette. E diventa significativo anche il fatto che è particolarmente colpito il sesso maschile. «Se si riscontrassero valori alti in entrambi i sessi – aveva detto Budroni – si potrebbe pensare a un problema ambientale. Una situazione come quella di Porto Torres, invece, fa pensare soprattutto a una situazione critica in un ambiente di lavoro». Ma Budroni non aveva puntato il dito contro un?industria o un?altra. «Si deve approfondire lo studio – aveva infatti detto – sul petrolchimico, ma anche sulla centrale di Fiume Santo e, perché no? Anche sul porto».
(foto da mailing list ambientalista)
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