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Archivio Febbraio 2007

Come ti gestisco le coste n. 10…


Altra udienza presso il Tribunale penale di Cagliari del processo relativo ad una serie di vicende connesse concernenti la gestione delle coste del sud Sardegna negli ultimi anni. Coinvolti funzionari ed amministratori pubblici, imprenditori. La cronaca delle precedenti udienze ed ulteriori informazioni potete trovarle in questo ?blog? (?Come ti gestisco le coste…“, 4 ottobre 2006; ?Come ti gestisco le coste n. 2…?, 17 ottobre 2006; ?Come ti gestisco le coste n. 3…?, 24 ottobre 2006; ?Come ti gestisco le coste n. 4…?, 7 novembre 2006; ?Come ti gestisco le coste n. 5…?, 22 novembre 2006, ?Come ti gestisco le coste n. 6…?, 29 novembre 2006, ?Come ti gestisco le coste n. 7…?, 6 dicembre 2006, ?Come ti gestisco le coste n. 8…?, 17 gennaio 2007, ?Come ti gestisco le coste n. 9…?, 24 gennaio 2007). Ricordiamo che tutti, naturalmente, beneficiano della presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Non possiamo, però, non evidenziare che le argomentazioni apportate dalla pubblica accusa unitamente a quanto sta emergendo dal dibattimento non possono che suscitare considerazioni piuttosto inquietanti, soprattutto per chi, come noi, da molti anni combatte con tutti i mezzi leciti l’abusivismo e la speculazione edilizia sulle coste sarde ed ha avuto, proprio nel caso principale del quale si discute (il complesso abusivo Tre P s.r.l. sul litorale di Baccu Mandara, Comune di Maracalagonis) un ruolo fondamentale nelle fasi della denuncia e dell’ottenimento della demolizione. Buona lettura?

Gruppo d’Intervento Giuridico

da La Nuova Sardegna, 28 febbraio 2007

Concessioni facili. L?ex dirigente quartese Alessandro Casu si difende in aula dall?accusa di corruzione. «Una vicenda abbastanza trasparente». La Forestale: «Il Green Blu center di Quartu era dei familiari di Lucio Pani». «L?area di Saccheri era in abbandono, ci voleva un progetto». Mauro Lissia

CAGLIARI. «Quella del Green Blu center di Quartu è una vicenda abbastanza trasparente, il verbale di gara l?ho firmato io perchè ero io che dovevo farlo in base alla legge»: Alessandro Casu, discusso ex dirigente dell?urbanistica quartese, ha parlato ai giudici del tribunale ma ha rifiutato il contradditorio con l?accusa. Tecnicamente si chiamano dichiarazioni spontanee. Era pronto a farlo, come il suo difensore Francesco Onnis ha annunciato fin dalle prime battute dell?udienza. Prontissimo, considerato che finora non si è perso un?udienza del dibattimento sulle concessioni facili, appunti su appunti come fosse il cronista di se stesso. Casu sapeva che Filippo Rampulla, l?ispettore della Forestale autore delle indagini per il pm Daniele Caria, avrebbe riferito al tribunale di una storia imbarazzante, dove l?ex plenipotenziario dell?edilizia a Quartu – imputato di corruzione e altri reati – sarebbe il terminale dell?ex responsabile della tutela paesaggio regionale Lucio Pani. Per l?amico dirigente regionale avrebbe tracciato una corsia preferenziale larga abbastanza da far passare la costruzione del centro sportivo con piscina su un?area pubblica, un centro cui Pani teneva moltissimo: c?era di mezzo una buona parte della sua famiglia. In piedi, rigido davanti al microfono ma calmo, Casu ha ribadito di aver rispettato le norme e non ha perso la ghiotta occasione di rifilare una stilettata all?attuale sindaco di Quartu Gigi Ruggeri, l?uomo che gli ha indicato l?uscita del municipio, per anni il suo centro di comando: «Per il Green Blu ci siamo comportati come altre volte – ha detto ai giudici – le norme applicate sono le stesse che hanno riguardato in passato una richiesta analoga presentata dal sindaco Ruggeri». La differenza è che Ruggeri non deve rispondere di corruzione nè di altri reati, ma questi sono dettagli. Per Casu, al di là dei capi d?imputazione che lo riguardano, conta la sostanza della legge: «C?era un regolamento del 1989 che consentiva a privati o cooperative di richiedere aree pubbliche in concessione – ha spiegato l?ex dirigente – e nel 1995, quando la Promogest ha fatto domanda per una piscina, la competenza era del consiglio comunale. Più avanti la competenza passerà alla giunta, poi di nuovo al consiglio. Eravamo nel 1999 e c?erano due istanze, una dell?Ats Quartu calcetto e l?altra della società che voleva costruire il Green Blu center. La giunta ha deliberato e io ho fatto la gara, firmando alla fine il verbale. Quel centro è un?opera legittima autorizzata sulla base di un regolamento legittimo». La gara fu vinta dalla Green Blu, la società costituita tra i familiari di Lucio Pani e amministrata dalle mogli dei familiari. Ma questo per Casu non sembra essere importante: tutto secondo legge.
Opposta la lettura dei fatti proposta dall?accusa. Sollecitato dalle domande del pm Caria e del presidente Francesco Sette, l?ispettore Rampulla ha ricostruito i passaggi tecnici che hanno preceduto la realizzazione del centro, partendo dalla prima richiesta di concessione presentata con la società ?Acqua blu? da Giuseppe Solla, il nipote di Lucio Pani, in quel momento consigliere comunale di Quartu: era il 1997 e la pratica non incontrò ostacoli. Le autorizzazioni arrivarono, compresa quella dell?ufficio tutela del paesaggio, il regno di Pani. D?altronde si era partiti da un fatto: per l?amministrazione quartese si trattava di un?area – quella di Faccheri – in stato di abbandono, quindi era urgente che un privato ci mettesse le mani. Non uno qualsiasi: quando il responsabile del servizio urbanistica Sebastiano Bitti – imputato anche lui – ricevette la pratica di Solla ci trovò scritto un appunto di Casu: «Concordare con il sottoscritto». Appunto leggermente sospetto, almeno quanto il nome che Maria Lucia Farci, progettista e direttrice dei lavori, diede al file del progetto Green Blu salvato nel suo computer: «Lucio». D?altronde Lucio Pani era coinvolto: a dicembre del 1999 la società Green Blu era per il 60% del nipote Giuseppe Solla, per il 35% dell?altro nipote Mauro Pani e per il 5% di Donatella Isola, un?amica stretta del nipote. Insomma, era il progetto di famiglia. Dunque concessione gratuita per trent?anni, con la cessione del diritto di superficie come se si trattasse di un servizio pubblico. A costruirlo fu poi chiamata l?impresa Sant?Elena, costituita in quei giorni (7 novembre 2002) e amministrata dalla cognata di Lucio Pani e dalla moglie del parente Giuseppe, Luisa Loi e Rita Satta. Si va avanti il 12 marzo.

da L?Unione Sarda, 28 febbraio 2007

Ieri la deposizione di Filippo Rampulla: sotto la lente le carte del Green blu center. Cubature, parenti e scambi di favori.
Concessioni facili: parla l?ispettore che indagò su Lucio Pani.
Un progetto ?familiare?: fratelli, mogli, cognate, figli e nipoti del potentissimo Lucio Pani.
Maria Francesca Chiappe

Il file si chiamava ?Lucio?, l?ingegnere del comune di Quartu Maria Lucia Farci lo conservava sul suo computer e per la Forestale che perquisiva il suo ufficio più che una sorpresa fu una conferma. Il direttore dell?Ufficio Tutela del paesaggio Lucio Pani aveva rapporti strettissimi con chi doveva decidere se dare l?ok alla struttura polivalente che i suoi familiari
intendevano realizzare. Con la vicenda del Green blu center, una struttura sportiva polivalente progettata su un?area che il Comune di Quartu aveva dato in concessione, a titolo gratuito, per trent?anni (rinnovabili), il processo per le concessioni facili affronta il capitolo più importante. È in questa fase che emergono, infatti, da un lato i strettissimi vincoli di parentela tra Lucio Pani e chi chiedeva di costruire una struttura da quasi 4.000 metri cubi su un?area di oltre 12.000 metri quadrati, dall?altro i legami con i professionisti che dovevano rilasciare le autorizzazioni. Con in più un fortissimo elemento di sospetto di scambio di favori: l?autorizzazione concessa dalla Tutela del paesaggio al padre dell?architetto del Comune Patrizia Rosemarie Cogoni per un chiosco a Is Mortorius. L?ispettore della Forestale Filippo Rampulla risponde per quasi tre e alle domande del pubblico ministero Daniele Caria. Ed è una ricostruzione dettagliata dell?iter del progetto che ha portato sul banco degli imputati, oltre Lucio Pani, anche l?ex sindaco di Quartu Graziano Milia, l?ex assessore all?Urbanistica Vincenzo Cossu, il capo dell?ufficio tecnico Alessandro Casu, gli architetti che lavoravano per il Comune di Quartu Maria Lucia Farci e Rosemarie Cogoni, il funzionario della Tutela del paesaggio Giorgio Sedda, l?ingegnere di Quartu Sebastiano Bitti. «La prima istanza venne presentata il 18 aprile 1997 da Giuseppe Solla, figlio della sorella di Lucio Pani che, fino al febbraio 2001, era consigliere comunale di maggioranza a Quartu», spiega l?ispettore. «Chiese la concessione di un?area in località Faccheri, così come due anni prima aveva fatto la Promogest per la costruzione di una piscina. Poiché l?area era soggetta a vincoli paesaggistici, Solla chiese il nulla osta all?ufficio Tutela del paesaggio: il documento fu redatto da Giorgio Sedda che lavorava nel gruppo di Lucio Pani». Sulla stessa area pendeva l?istanza di una società di calcetto ma fu aggiudicata a Solla, e «non da una commissione ma dall?ingegner Casu». Era il 3 dicembre 1999: ci vollero tre anni per il rilascio della prima autorizzazione edilizia. Della Green blu Solla aveva il 60 per cento delle quote, Mauro Pani (figlio del fratello di Lucio) il 30 per cento, Donatella Isola (amica di Giuseppe Solla) il 5 per cento. Non solo: l?ispettore Rampulla sottolinea che l?area comunale era inserita in una zona dove «uno dei lotti era di proprietà di Lucio Pani». Successivamente, il 28 novembre 2002, Maria Lucia Farci fu nominata direttore dei lavori e, come impresa costruttrice, fu indicata la Sant?Elia costruzioni, costituita qualche giorno prima dal Luisa Loi e Rita Satta: la prima era la moglie di Giuseppe Pani (fratello di Lucio) e la madre di Mauro, la seconda era sposata con Raimondo Pani (cugino di Lucio). Prima di allora le due donne non avevano svolto attività imprenditoriale. In seguito Mauro Pani prese il posto di Solla (che conservò il 19 per cento delle quote) come amministratore della Green blu nella quale subentrò un altro nipote di Lucio Pani, Lorenzo Collu. Il capo dell?ufficio tecnico di Quartu Casu chiede al presidente del Tribunale Francesco Sette di poter chiarire alcuni passaggi: «Vorrei mettere in evidenza che il comportamento mio e dell?amministrazione è sempre stato trasparente», quindi cita alcune
leggi per dimostrare la legittimità dei provvedimenti. Il processo continua il 12 marzo.

Il Sardegna, 28 febbraio 2007

Tribunale. In aula la ricostruzione dell’inchiesta della Forestale sui presunti abusi lungo il litorale quartese. Concessioni facili, ecco la pista, un affare in famiglia e tra amici. Edoardo Pisano

Entra nel vivo il processo sulle cosiddette concessione facili sul litorale del Golfo degli Angeli. Principale imputato, l?ex capo dell?ufficio regionale per la Tutela del paesaggio Lucio Pani accusato di corruzione, truffa, abuso d?ufficio, falso ideologico e materiale. Ieri mattina, le ?coincidenze? che nel 2002 avevano fatto fiutare alla Procura della Repubblica la puzza di bruciato, sono state riportate ai giudici del Tribunale dall?ispettore della Forestale che aveva eseguito le indagini coordinate dal pubblico ministero Daniele Caria. Tutto in famiglia: a due suoi nipoti la concessione trentennale dell?area comunale su cui sarebbe sorto l?impianto sportivo Green Blu con piscina, al posto di un area adibita a ?verde attrezzato? come stabiliva il piano regolatore; una società di costruzioni spuntata come un fungo e intestata per comodo alle cognate, per realizzare materialmente la struttura; chiusure di un occhio negli uffici tecnici del comune di Quartu in cambio di favori tradottisi in concessioni edilizie a dir poco disinvolte. Rapporti talmente stretti che nel computer dell?imputata Maria Lucia Farci, ingegnere del Comune di Quartu, il file relativo alla piscina Green Blu era stato salvato come: ?Lucio?. L?architetto Pani, consigliere comunale a Quartu all?epoca dei fatti contestati e contemporaneamente dirigente regionale con incarico di direttore dell?ufficio per la Tutela del paesaggio per il territorio della provincia di Cagliari, è rimasto per buona parte dell?udienza in piedi. Si è impegnato a chiudere le porte dell?aula e a sistemare il microfono allorché Alessandro Casu, dirigente comunale preposto agli uffici tecnici, ha rilasciato delle dichiarazioni spontanee circa l?iter amministrativo della pratica per la concessione gratuita dell?area di 12 mila metri quadrati, al Margine Rosso in località Fiaccheri, da lui stesso seguita. «L?Amministrazione ha agito in modo trasparente e secondo le leggi vigenti», ha affermato Casu, elencando e spiegando di seguito tutte le norme amministrative che si erano susseguite dall?89 al 2002. Ha pure confermato tutto l?iter burocratico della concessione così come descritto poco prima dall?ispettore Filippo Rampulla, sollecitato dalle domande del pm Caria. Questa in sintesi la ricostruzione del forestale: Giuseppe Solla, nipote di Pani, a giudizio per truffa nell?ottenimento dei contribuiti per la realizzazione del centro sportivo, il 18 marzo del ?97 chiedeva la concessione dell?area. Dopo che l?istanza era stata approvata, Solla domandava agli uffici tramite l?assessorato regionale alla Pubblica istruzione, il nulla osta perché il terreno era assoggettato a vincoli paesaggistici. Via libera che sarebbe giunto il 16 dicembre del 2002 con un atto a firma di Ruggero Carta (imputato di falso in atto pubblico), che operava nello staff di Lucio Pani in Regione. A dicembre del ?99 Solla, Mauro Pani (altro nipote di Lucio) e Donatella Isola costituivano la società Green Blu. Poco prima si era fatto avanti per la concessione del lotto al Margine Rosso un?altra società, l?Ats Quartu Calcetto. Di qui vennero istruite le pratiche per un bando di gara, che aveva come unico componente della commissione aggiudicatrice lo stesso Casu. Che nel 2002 firmava l?autorizzazione edilizia gratuita perché l?opera era definita ?di pubblica utilità e di urgente realizzazione?.

(foto S.D., archivio GrIG)

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Via i tralicci dell’alta tensione da Molentargius !


Con un’operazione attesa da anni, sono stati asportati i tralicci dell’alta tensione da Molentargius. I fenicotteri e gli altri abitanti della zona umida ringraziano…

Gruppo d’Intervento Giuridico, Amici della Terra, Lega per l’Abolizione della Caccia

da La Nuova Sardegna, 28 febbraio 2007

Un elicottero completa l?eliminazione dell?elettrodotto che attraversava lo stagno dentro il parco.
Via i tralicci da Molentargius. Il Poetto nell?area protetta ? Soru: ci possiamo pensare.
Roberto Paracchini

CAGLIARI. Come un uccello preistorico l?elicottero Aircrane S-64 pare posarsi sulle nove tonnellate di traliccio dell?alta tensione, a Molentargius, con la delicatezza di un predatore. Poi l?aggancio e via in volo. «Beh, ora non sarà più possibile dire che ci vuole tempo per eliminare gli elettrodotti», commenta il ministro Alfonso Pecoraro Scanio. In cima al colle di Monte Urpinu, a Cagliari, in viale Europa, il responsabile dell?Ambiente scruta con binocolo l?elicottero che ha appena agganciato la punta del traliccio. E il ministro osserva l?Aircrane S-64 che trasporta le nove tonnellate d?acciaio in un?area apposita di Is Arenas, nel parco di Molentargius. «Ora quel materiale potrebbe essere riciclato», continua il leader dei Verdi che siede nel governo Prodi. A fianco il governatore della Sardegna Renato Soru guarda soddisfatto. Più tardi nella sede dei Saliscelti, dove risiede la direzione del parco, al simposio su Molentargius il presidente della Regione preciserà che la «liberazione» dello stagno dai tralicci non è una piccola cosa ma «un fatto molto sentito, a suo tempo anche la Regione aveva tentato di toglierli, ma non c?era riuscita perchè non proprietaria dell?area». Di fronte al ministro sono stati prelevati due degli ultimi quattro tralicci rimasti. «La Terna, la società che gestisce le reti elettriche, aveva promesso che li avrebbe tolti in tempi rapidi – continuerà Soru, rivolgendosi a Flavio Cattaneo, l?amministratore delegato di Terna – in verità non ci avevo creduto. Ma i tempi sono stati mantenuti». Dalla cima di Monte Urpinu lo vista abbraccia tutta l?area umida di Molentargius: lo stagno, la lingua di terra (centoventi ettari) di Is Arenas, gli specchi delle saline e il Poetto. Un?area che, inizialmente, doveva essere tutta interna al parco. Poi, dieci anni fa, su richiesta di Cagliari (guidata allora da Mariano Delogu, oggi senatore di An), il Poetto venne stralciato dal perimetro dell?area protetta. «Perchè all?interno c?era anche tutta la parte urbana», spiega il sindaco Emilio Floris: «Allora ero consigliere regionale». Ma Graziano Milia, presidente della Provincia di Cagliari, indicando la spiaggia precisa che «oggi più di ieri sarebbe importante includere anche il Poetto nel parco: coi mutamente climatici e l?aumento del livello del mare è importante una gestione unitaria del tutto». Soru guarda lo stagno e riflette: «Ci si può pensare». Ma dopo il ripristino del paesaggio, come aiutare lo sviluppo dell?area ? «Innanzi tutto – commenta il presidente della Regione – bisognerebbe fare un progetto e vede (indica is Arenas – ndr) le sembra che vi siano i segni di un progetto ?». Bisognerebbe intercettare finanziamenti europei e non solo: che cosa può fare la Regione ? «Interverremo e inseriremo Molentargius nella nostra programmazione». E le saline e la ripresa dell?industria del sale ? «Entro pochi giorni – continua Soru – tutti gli immobili delle saline passeranno alla Regione (per il momento è del governo dell?isola solo il Saliscelti e pochi magazzini, ma mancano all?appello almeno altri dieci grandi edifici – ndr) e questo sbloccherà tutto». Attualmente, infatti, le saline non sono ancora passate alla Regione in quanto quest?ultima non ha firmato la cessione proposta dai Monopoli perché vuole anche il patrimonio immobiliare. «Ma è questione di giorni e tutto passerà a noi». Via i tralicci quindi. «Energia e ambiente possono andare d?accordo?», si domanderà poco dopo, ai Saliscelti, il governatore della Sardegna. «Sì, assolutamente – continuerà – la difesa del paesaggio può e deve andare di pari passo con lo sviluppo delle energie alternative. Quanto fatto a Molentargius è un passo importante». La Regione, inoltre, «vuole non solo tenere fede al protocollo di Kyoto, ma andare decisamente oltre». La Sardegna, insomma, si candida «ufficialmente a produrre 50 Megawatt di potenza dal solare sui 100 Mw previsti in ambito nazionale sul fronte del solare termodinamico». E questo, preciserà il presidente Soru, «grazie ai progetti del Crs4 sviluppati nel parco scientifico di Polaris, a Pula, e alla piana di Ottana che diventerà il luogo di produzione iniziale». E su Monte Urpinu l?elicottero, fatta la sua performance, vola via col secondo traliccio del momento. Un mostro-uccello buono, che disinquina.

da L?Altravoce (www.altravoce.net), 28 febbraio 2007

Via linee ad alta tensione e tralicci. Fenicotteri liberi di volare
sullo stagno diventato un po’ più parco.
Matteo Bordiga

Gli ultimi, irriducibili quattro tralicci della linea elettrica che tagliava in due lo stagno di Molentargius si levano in volo uno dopo l’altro verso mezzogiorno, sotto il sole di una splendida mattina di febbraio. Appesi a un elicottero dell’antincendio, escono di scena accompagnati da un applauso: a qualche centinaio di metri di distanza, sul belvedere di Monte Urpinu, fra i cronisti e una folla di curiosi salutano il panorama finalmente libero anche il sindaco di Cagliari Emilio Floris, il presidente della Provincia Graziano Milia e il presidente della Regione Renato Soru. Ospite d’onore – in ritardo – il ministro dell’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio: soltanto dopo il suo arrivo, il poderoso Aircrane S-64 e i 40 tecnici incaricati di completare la rimozione dei tralicci hanno avuto il via libera. La regia dell’evento è di Terna, la società responsabile dello sviluppo della rete elettrica di trasmissione nazionale. L’operazione di rimozione dei cavi e di smantellamento dei tralicci di Molentargius – con un mese di lavoro ed un costo di un milione di euro – è conseguenza della realizzazione di una nuova linea di 10 km in cavo interrato che collega lo stagno a Selargius: una parte del piano di riassetto della rete elettrica a 150 kV di Cagliari. Un piano che deve potenziare e rendere più sicuro il sistema territoriale di distribuzione. In che modo? «In primo luogo, rispettando l’ambiente», ha sottolineato il presidente di Terna, Luigi Roth, nella conferenza stampa che ha seguito l’evento. «La sostenibilità ambientale è uno dei cavalli di battaglia di Terna e tutte le nostre équipe di tecnici ed esperti sono impegnate sulle problematiche di tutela e salvaguardia del paesaggio». «L’intervento odierno restituisce ai cagliaritani uno scorcio naturale meraviglioso», ha proseguito Roth, «liberando lo stagno di Molentargius da elettrodotti dannosi per l’uomo e pericolosi per la fauna che popola le acque del bacino. E, contestualmente, testimonia la sensibilità ambientalista di Terna: tra l’altro, alcuni dei basamenti su cui si reggevano i tralicci appena rimossi verranno trasformati in isolotti per la nidificazione dell’avifauna». Oltre alla sensibilità ambientalista, Terna, che controlla circa 40.000 km di linee elettriche in tutta Italia, ha dimostrato un significativo spirito di collaborazione con gli enti locali: «Alla base del nostro operato c’è sempre la concertazione con le istituzioni regionali, provinciali e comunali», ha precisato Roth, spiegando che «prima di abbattere, costruire, integrare o riqualificare strutture sentiamo gli interlocutori politici e civili del luogo. Nella nostra mentalità, il profitto economico va di pari passo con il dialogo e con il rispetto per la natura». Flavio Cattaneo, amministratore delegato di Terna, ha evidenziato il legame virtuoso che unisce «il concetto di sviluppo a quello di confronto e concertazione con gli enti. Tanto per fare un esempio, l’elettrodotto Matera-Santa Sofia, fra dispute, contrasti e ritardi burocratici, ha avuto una gestazione eccezionalmente lunga e macchinosa: iniziato vent’anni fa, è stato terminato solamente quest’anno. Ecco perché, secondo noi, il dialogo con le istituzioni locali porta buoni frutti all’azienda anche dal punto di vista economico». «Nel caso di Molentargius», ha aggiunto Cattaneo, «voglio ricordare che il presidente Soru, dopo aver firmato con noi, nel maggio del 2006, un protocollo di intesa sull’ambientalizzazione, chiese con insistenza che il primo provvedimento da adottare riguardasse proprio la rimozione di questi dieci tralicci obsoleti. Detto, fatto». Incauta esibizione di efficienza: Soru ne ha subito approfittato per chiedere la rimozione del traliccio che l’Enel aveva piazzato sulla cima di Su Frontigheddu, il colle dal quale muove l’Ardia di San Costantino, a Sedilo. «Santu Antine è uno dei luoghi simbolo della Sardegna. Andate a vedere e sono sicuro che deciderete di intervenire», ha spiegato il presidente della Regione. L’amministratore delegato di Terna, infine, ha sottolineato che «la Sardegna è la prima regione per investimenti nel nostro piano di sviluppo 2007-2011: con 750 milioni di euro, rappresenta un terzo del totale degli investimenti di sviluppo complessivi in Italia». I prossimi progetti prevedono la realizzazione del colossale SA.PEI. (Sardegna/Penisola italiana), un cavo sottomarino, posato fino a 1.600 metri di profondità, che collegherà la centrale di Fiumesanto a Latina, e di due nuove linee a 150 kV: la Selargius-Goni (40 km) e la Cagliari Sud-Rumianca (20 km), quest’ultima in cavo interrato. Renato Soru nel suo intervento ha rimarcato che «energia e rispetto per l’ambiente devono camminare di pari passo. Abbiamo intenzione di riqualificare le centrali elettriche esistenti abbattendone l’impatto ambientale. Del resto, col nostro Piano energetico regionale intendiamo raggiungere un traguardo che sarebbe storico: innalzare al 25% la soglia dell’energia consumata utilizzando fonti rinnovabili, superando nettamente la percentuale indicata dallo stesso protocollo di Kyoto, ossia il 21%. Non a caso», ha concluso Soru, «la Sardegna si sta impegnando sul fronte dell’eolico e del fotovoltaico. Senza dimenticare che siamo pronti a sviluppare anche la fonte energetica del futuro, il solare termodinamico»: quel ?Progetto Archimede? che il Nobel Carlo Rubbia era andato a realizzare in Spagna, dopo i ritardi e le diffidenze in cui si era impantanato qualche anno fa in Italia. Notizia confermata dal ministro dell’Ambiente, il quale, dopo aver ricordato l’importanza dell’operazione appena compiuta sullo stagno di Molentargius («l’evento di oggi dimostra come si può creare lavoro e sostenere lo sviluppo puntando sulla tutela delle risorse naturali»), aveva accennato alle potenzialità del solare termodinamico nell’Isola: «La Sardegna, insieme alla Sicilia, è in pole position per sviluppare la centrale solare a specchi», ha detto Pecoraro Scanio. Sui 100 MW complessivi da solare termodinamico previsti in tutta Italia, la metà potrebbe essere prodotta in Sardegna. La centrale cercherà spazio in una zona industriale: forse ad Ottana, o a Portoscuso. Anche il CRS4 sta lavorando sul progetto. E altre ricerche puntano a microimpianti per la produzione di energia pulita, sufficienti ad alimentare singole abitazioni o aziende.

(foto L.C., archivio GrIG)

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Niente pace per i demani civici !


Sembra proprio che non ci sia pace per i demani civici in Sardegna. Dopo il tentativo pesantemente contrastato e fortunatamente abortito nel maggio del 2006 di consentire una ?svendita? per legge dei terreni ad uso civico, adesso è il turno della medesima proposta di legge regionale finanziaria recentemente esitata dalla Giunta regionale ed inviata in Consiglio. All?articolo 21, comma 9°, lettera c), è testualmente scritto: ?nell?articolo 18 bis, dopo il comma 1, è aggiunto il seguente:
?1 bis. Possono essere altresì oggetto di sclassificazione dal regime demaniale civico i terreni soggetti ad uso civico a condizione che i medesimi terreni, nel rispetto dei vincoli ambientali, formino oggetto di Intese, Protocolli o comunque di Accordi fra la Regione e il Comune finalizzati a promuovere lo sviluppo socio-economico
.?

In sostanza, grazia anche alla terminologia generica utilizzata, sembrerebbe che potesse bastare che una qualsiasi articolazione amministrativa della Regione autonoma della Sardegna si accordi con un Comune per generiche finalità di ?sviluppo socio-economico? per poter poi procedere alla sdemanializzazione delle aree oggetto dell?accordo. Nemmeno la previsione del ?rispetto dei vincoli ambientali? può esser sufficiente a preservare i demani civici dal pericolo di vere e proprie ?amputazioni?. A parte il fatto che anche i vincoli di uso civico sono ?vincoli ambientali? per definizione giurisprudenziale (vds. ad es. Corte cost., sentt. n. 345/1997 e n. 46/1995), sarebbe sufficiente un?autorizzazione amministrativa ? anche in sede di conferenza di servizi ? per giudicare ambientalmente compatibile l?oggetto dell?accordo. Pur essendovi competenza regionale primaria in materia (art. 3 della legge costituzionale n. 3/1948, statuto speciale per la Sardegna), la disposizione appare, quindi, potenzialmente incostituzionale per violazione degli artt. 9 e 117 (lettera s) della costituzione, relativi agli obblighi di tutela dell?ambiente ed alla competenza statale esclusiva in materia di salvaguardia dell?ambiente.

Inoltre, un eventuale tentativo di espropriazione delle terre civiche senza interesse pubblico e senza un indennizzo per le popolazioni titolari del diritto sarebbe in palese contrasto con le previsioni dell’art. 42, comma 3°, della costituzione. E che accadrebbe, poi, nei casi ? non infrequenti in Sardegna ? di diritti di uso civico spettanti alla popolazione residente di un Comune, ma ricadenti su terre appartenenti alla circoscrizione territoriale di un altro Comune ? Ad esempio, il Comune di Lanusei potrebbe chiedere la ?sclassificazione? dal demanio civico di Villagrande Strisaili dei 635 ettari di costa di Porto Santoru per concludere con la Regione un accordo di programma turistico-edilizio con il gruppo immobiliare che ne vanta la proprietà ed è in contenzioso davanti al Commissario per gli usi civici ?

Il fatto fondamentale è che la Regione autonoma della Sardegna non ha mai compreso pienamente l?importanza dei demani civici per il proprio territorio, sia in veste di salvaguardia ambientale che per l?economia di molte zone. Il Settore dell?Assessorato regionale dell?agricoltura preposto alla gestione delle competenze regionali in materia è perennemente sotto dimensionato, non sono mai stati effettuati interventi di recupero di terreni abusivamente occupati, varie competenze sono state delegate agli Ispettorati provinciali dell?agricoltura, spesso privi di alcuna conoscenza della materia.

La Sezione di controllo della Corte dei conti per la Regione autonoma della Sardegna ha nettamente evidenziato, con le deliberazioni n. 6/2002 del 31 maggio 2002 e n. 9/2004 del 15 novembre 2004, una nutrita serie di carenze gestionali indicando alcune soluzioni per un?efficace gestione dell?importante materia (vds. sul sito internet della Corte dei conti, http://www.corteconti.it/Ricerca-e-1/Gli-Atti-d/Controllo-/Documenti/Sezioni-re/Sardegna/Deliberazi/Anno-2004/allegati-d4/relazione-usi-civici-.doc_cvt.htm). Inutilmente, finora.

L?importanza del tema, in particolare per la Sardegna, è innegabile. I terreni ad uso civico, inclusi o meno in provvedimenti di dichiarazione, assommano a circa 370.000 ettari in Sardegna, circa il 15 % del territorio regionale. Essi, fin dalla legge n. 431/1985, la c. d. legge Galasso, hanno anche acquisito una valenza di tutela ambientale (riconosciuta più volte dalla Corte costituzionale: vds. ad es. sent. n. 345/1997 e n. 46/1995) che si è aggiunta ai tradizionali criteri di inquadramento giuridico. Gli usi civici sono in generale diritti spettanti ad una collettività, che può essere o meno organizzata in una persona giuridica pubblica (es. università agraria, regole, comunità, ecc.) a sé stante, ma comunque concorrente a formare l?elemento costitutivo di un Comune o di altra persona giuridica pubblica: l?esercizio dei diritti spetta uti cives ai singoli membri che compongono detta collettività.

Gli elementi comuni a tutti i diritti di uso civico sono stati individuati in:
- esercizio di un determinato diritto di godimento su di un bene fondiario;
- titolarità del diritto di godimento per una collettività stanziata su un determinato territorio;
- fruizione dello specifico diritto per soddisfare bisogni essenziali e primari dei singoli componenti della collettività.
L?uso consente, quindi, il soddisfacimento di bisogni essenziali ed elementari in rapporto alle specifiche utilità che la terra gravata dall?uso civico può dare: vi sono, così, i diritti di uso civico di legnatico, di erbatico, di fungatico, di macchiatico, di pesca, di bacchiatico, ecc. Quindi l?uso civico consiste nel godimento a favore della collettività locale e non di un singolo individuo o di singoli che la compongono, i quali, tuttavia, hanno diritti d?uso in quanto appartenenti alla medesima collettività che ne è titolare.

Molte normative regionali, così come anche la legge regionale sarda n. 12/1994 e successive modifiche ed integrazioni, vi hanno aggiunto alcune nuove “fruizioni” (es. turistiche), ma sempre salvaguardando il fondamentale interesse della collettività locale. In particolare sono rimasti invariate le caratteristiche fondamentali dei diritti di uso civico. Essi sono inalienabili (art. 12 della legge n. 1766/1927), inusucapibili ed imprescrittibili (artt. 2 e 9 della legge n. 1766/1927): “intesi come i diritti delle collettività sarde ad utilizzare beni immobili comunali e privati, rispettando i valori ambientali e le risorse naturali, appartengono ai cittadini residenti nel Comune nella cui circoscrizione sono ubicati gli immobili soggetti all?uso” (art. 2 legge regionale n. 12/1994). Ogni atto di disposizione che comporti ablazione o che comunque incida su diritti di uso civico può essere adottato dalla pubblica amministrazione competente soltanto verso corrispettivo di un indennizzo da corrispondere alla collettività titolare del diritto medesimo e destinato ad opere permanenti di interesse pubblico generale (art. 3 della legge regionale n. 12/1994).

Ma la legge regionale n. 4 dell?11 maggio 2006 era riuscita, se possibile, a bissare ed ampliare la già pesante portata negativa delle disposizioni sulla “sclassificazione” dal regime demaniale civico introdotte dalla legge regionale n. 18/1996. La nuova legge aveva previsto norme veramente eversive dei demani civici: il dirigente del competente Servizio dell?Assessorato regionale dell?agricoltura può annullare i decreti di accertamento dei demani civici se i relativi diritti “non siano praticati o formalmente reclamati da oltre un ventennio” (art. 27, comma 13°), senza minimamente porsi il problema di quante centinaia di ettari siano occupati illegittimamente e, soprattutto nelle zone dell?interno, del fatto che spesso tutti stanno zitti ? formalmente o meno ? per paura di ritorsioni. Il comma successivo è addirittura schizofrenico: “non sono passibili di provvedimento definitivo di accertamento i terreni nei quali: i diritti delle collettività ad utilizzare i beni immobili non siano praticati o reclamati da oltre un ventennio, l?estinzione della pratica dell?uso civico sia avvenuta con violenza o clandestinità, l?uso civico su quei terreni abbia perso irreversibilmente la sua funzione sociale da dimostrarsi tramite inequivocabili atti di disposizione” (art. 27, comma 14°). Che si andava a fare ? Si premiava chi aveva occupato illecitamente i demani civici soffocando i relativi diritti “con violenza o clandestinità” ? Si incentivava l?occupazione abusiva delle terre collettive ?

C?era, infine, un?inguardabile “sanatoria” per le vendite (o svendite) illegittime perché non autorizzate di terreni ad uso civico intervenute prima dell?individuazione dei relativi demani civici o la realizzazione di opere pubbliche e di preminente interesse pubblico o ? incredibile ? l?inclusione in piani particolareggiati ed in zone “F ? turistiche” dei piani urbanistici comunali (art. 27, comma 15°).

Esattamente il contrario di quanto richiesto dalla Corte dei conti, Sezione regionale del controllo, al termine delle due indagini sulla gestione delle funzioni amministrative esercitate dalla Regione autonoma della Sardegna in materia (deliberazioni n. 6/2002 del 31 maggio 2002 e n. 9/04 del 15 novembre 2004).

Fortunatamente, dopo forti proteste delle associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico, la Giunta regionale ? all?oscuro dell?emendamento che aveva dato origine alla disposizione abnorme, presentato su pressione di alcuni sindaci dell’Oristanese, così come pare sia anche la proposta normativa attuale ? propose ed il Consiglio regionale approvò le disposizioni di cui alla legge regionale n. 9/2006 (art. 36) che abrogarono le norme ?incriminate?, mantenendo la possibilità di sdemanializazione per le sole aree dove erano stati realizzati i siti per gli investimenti residenziali (P.E.E.P.) o produttivi (P.I.P.) di iniziativa pubblica.

Le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico da anni ? troppi anni, purtroppo ? contrastano in tutte le sedi possibili, in primo luogo quelle legali, i vari tentativi che si sono succeduti nel tempo di legalizzare vendite, svendite, speculazioni edilizie su terreni appartenenti ai demani civici. Ricordiamo, giusto per dare un?idea, quanto accaduto a Costa Rey, sul litorale di Muravera, oggi sempre più un triste “alveare” dominato dal cemento. Era ovvio, scontato. Quando un Comune, come quello di Muravera, fra gli anni ?60 e ?70 del secolo scorso aveva svenduto illegittimamente centinaia di ettari ad uso civico su quelle coste per far giungere l?agognato turismo a base di villette e mattoni che cosa ci si poteva aspettare ? Gli imprenditori belgi, in buona parte provenienti dall?appena indipendente Zaire, l?ex Congo belga, fecero quello che sapevano. Lucrare. E costruirono sulla costa ed in collina, per vendere. Spesso senza le necessarie opere di urbanizzazione, tanto a questo avrebbero pensato le amministrazioni pubbliche. Privatizzare gli utili e pubblicizzare le uscite, non è soltanto uno slogan?.. E, nel tempo, ottenevano le varie autorizzazioni per costruire in ogni dove. Per chi fosse stato distratto, negli anni scorsi, quasi esclusivamente le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico cercarono di opporsi nelle necessarie sedi legali a questa marea montante di cemento: davanti al Commissario per gli usi civici fermarono (1996) il tentativo di “legittimazione” delle occupazioni abusive del demanio civico sostenuto dal Comune di Muravera, consentirono alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Cagliari, grazie al prezioso lavoro del pubblico ministero dott. Paolo De Angelis, di aprire indagini sulle svendite illegittime di terreni ad uso civico a fini speculativi. Arrivò la legge regionale n. 18 del 1996 per aprire la porta alle “sclassificazioni” dei terreni edificati abusivamente sui demani civici e a salvare notai curiosamente distratti ed imprenditori, nonché incolpevoli acquirenti. Ma arrivarono anche le ruspe per demolire complessi abusivi a Piscina Rey in seguito a sentenze penali passate in giudicato (2001). E giunsero in questi ultimi anni anche i dovuti atti di recupero di centinaia di ettari al demanio civico di Muravera. Vogliamo forse dimenticarlo ? Oggi l?amministrazione comunale di Muravera, guidata dal sindaco Salvatore Piu cerca porre un freno all?edificazione sulla collina di Costa Rey, anche se si tratta di cantieri regolarmente autorizzati. Tardi, ma è un segnale positivo.

E le medesime vicende si sono viste a Cabras, a Narbolìa, a Gonnesa, a Fluminimaggiore, a Baunei. Ed in tanti altri paesi della Sardegna. Per certi versi anche molto peggio a Lula. Vogliamo dimenticare tutto questo e premiare chi non ha rispettato la legge ? I diritti di uso civico sono imprescrittibili, non soggetti ad usucapione e inalienabili. Il rimedio appare peggiore del male: quante occupazioni illegittime o, peggio, illecite e violente saranno così sanate, soprattutto nelle “zone del malessere” ?

Chiediamo e ci auguriamo un ripensamento della Giunta e del Legislatore regionale, aiutato, se del caso, da un ricorso alla Corte costituzionale da parte del Governo. Noi, nel nostro piccolo, faremo la nostra parte.

Gruppo d?Intervento Giuridico e Amici della Terra

(foto S.D., archivio GrIG)

Riferimenti: Corte dei conti sui demani civici della Sardegna

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L’imprenditore Cualbu su Tuvixeddu…


In attesa di saperne di più su chi potrà essere la “chemioterapia per questa città”, visto che siamo fra le associazioni ecologiste che si occupano di più di Cagliari e di Tuvixeddu in particolare, stiamo valutando se procedere giudiziariamente nei confronti dell’imprenditore Gualtiero Cualbu. Buona lettura…

Gruppo d’Intervento Giuridico

da L?Unione Sarda, 27 febbraio 2007

L?intervista. L?azionista di Coimpresa nega accordi col presidente della Regione.«Su Tuvixeddu la parola ai giudici». Cualbu: pagate le penali a chi aveva comprato la casa. Paolo Paolini

Gualtiero Cualbu racconta la sua verità su Tuvixeddu, i silenzi dei politici e lo scontro con la Regione.

Gualtiero Cualbu va alla guerra di Tuvixeddu armato di carte bollate. «Siamo sempre stati pacati, adesso basta. La Regione deve essere coerente col diritto, farlo rispettare. E invece sta prendendo una deriva extra istituzionale». I palazzi della Coimpresa sono stati cancellati dal vincolo sul colle e dintorni. Lui difende l?Accordo di programma del Duemila e minaccia cause milionarie: «Non sono un raider, dietro i progetti ci sono trattative faticose, lunghe, estenuanti, ma ho sempre cercato l?intesa».
Gli ambientalisti sostengono che sia l?ultima occasione per salvare un pezzetto di storia.
«Lo stavamo facendo».
Sono convinti del contrario.
«Parte di quelle associazioni sono il cancro della città, talvolta esprimono ragionamenti su basi incomprensibili. E poi mi chiedo perché per tanti anni non abbiano proferito parola».
Che cosa contesta del provvedimento regionale ?
«Si inventano norme, tra l?altro contestate dagli stessi dirigenti. Hanno creato un percorso parallelo a quello ufficiale, è assurdo. Neppure la commissione per il Paesaggio ha una posizione unitaria, tanto è vero che ha approvato la proposta a maggioranza. Chi vogliono intimorire ? Perché ? ».
La sua idea ?
«È chiaro che è un?operazione fatta solo ed esclusivamente per bloccare Coimpresa, tutte le altre zone vincolate sono già abbondantemente costruite. Tra l?altro falsano il mercato, perché resta intatta la richiesta di case e cala l?offerta. Questa si chiama speculazione. Più o meno quello che è successo col Piano paesaggistico. Si avvantaggiano le rendite di posizione, si penalizza il lavoro».
Tra lei e Soru c?era un?amicizia solida.
«Ha sempre sostenuto che sono un buon imprenditore, ma sono libero, non condizionabile».
Qualcuno ipotizzava anche uno scambio tra Tuvixeddu e l?ex ospedale Marino.
«Ho seri dubbi sulla partecipazione della mia società alla gara d?appalto».
Perché Soru l?ha scelta per il Consiglio d?amministrazione dell?Ente lirico ?
«Il nome non è stato fatto da lui, l?ha dovuto accettare».
Ha fama di imprenditore abituato a dialogare con i politici. Che cosa non ha funzionato con questo presidente della Regione ?
«Va chiesto a lui, sul piano personale non gli devo nulla, non mi deve nulla. Sul piano istituzionale censuro molti dei suoi atteggiamenti».
L?ultimo incontro?
«Nel periodo di Natale».
Le ha proposto uno scambio tra Tuvixeddu e un?altra area ?
«Chiacchiere senza un briciolo di fondamento».
Il prossimo passo ?
«Per tutelare i nostri diritti c?è rimasta solo la via giudiziaria. Stiamo valutando anche aspetti che vanno oltre la causa civile».
L?ipotesi di trovare un accordo ?
«Ci abbiamo provato, ma la Regione ha altre idee. È stato premuto un pulsante senza sapere che cosa avrebbe provocato. Il mio gruppo è in grado di resistere a un attacco di queste dimensioni, fortunatamente lavoriamo in tante altre regioni, ma come fa chi lavora solo in Sardegna ? Adesso sbandierano una nuova strategia per tutelare il colle, non dicono che l?ex assessore Elisabetta Pilia ha perso i fondi per estendere il fronte archeologico su viale Sant?Avendrace».
Il Comune ha colpe ?
«Ha fatto tutti i tentativi per comporre la vertenza. Il 19 febbraio ha preso atto dell?impossibilità a trovare un accordo. Adesso ricorrerà, è naturale che sia così, non credo che possa rimanere immobile».
Perché nessun politico l?ha difesa ?
«La Spisa è intervenuto, anche Mariano Delogu, Paolo Maninchedda ne ha parlato sul suo sito internet, l?argomento, è stato trattato in vari convegni».
Non c?è stata neppure un?interrogazione.
«In Consiglio regionale non se ne può discutere sino all?approvazione della Finanziaria».
Reazioni da parte di chi aveva acquistato una casa sulla carta ?
«Ad alcuni abbiamo restituito i soldi, talvolta con le penali, tanti ci hanno dato fiducia convinti che ce la faremo. A queste condizioni, non si può più fare impresa in Sardegna. E se domani un giudice stabilirà che abbiamo subito dei danni, io farò di tutto affinché i responsabili paghino di tasca, senza usare soldi pubblici, dei cittadini».

(foto S.D., archivio GrIG)

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Srebrenica, genocidio o suicidio ?


Se insistevano un altro po’ gli avvocati serbi forse riuscivano a far passare gli avvenimenti di Srebrenica come “suicidio collettivo” dei bosniaci. Almeno per non dimenticare…

Gruppo d’Intervento Giuridico

A.N.S.A., 26 febbraio 2007

CORTE DELL’AJA: FU GENOCIDIO MA LA SERBIA NON E’ RESPONSABILE.

L’AJA – Il massacro di Srebrenica fu genocidio, ma questo non può essere attribuito allo stato serbo. E’ quanto sostiene, in uno dei passaggi del suo lungo testo, la sentenza emessa oggi dalla Corte internazionale di giustizia, il principale organo giurisdizionale dell’Onu. Il complesso dispositivo della sentenza, letto dal presidente, la britannica Rosalyn Higgins, rileva che “la Serbia non ha fatto nulla per rispettare i suoi obblighi di prevenire e punire il genocidio di Srebrenica” ed “ha fallito nel cooperare pienamente con il Tribunale penale internazionale per la ex Jugoslavia, che ha incriminato i responsabili”. Tuttavia, secondo il verdetto, “la Serbia non può essere considerata direttamente responsabile di questo genocidio”, in quanto le azioni di coloro che hanno commesso il genocidio a Srebrenica “non possono essere direttamente attribuite all’accusato”, cioe lo stato serbo.

KOSTUNICA PLAUDE, SERBIA LIBERA DA ACCUSE

Il primo ministro serbo, Vojislav Kostunica, ha definito il verdetto odierno della Corte dell’Aja sulla guerra in Bosnia ”importante, poiche’ libera la Serbia dall’accusa di genocidio”. ”Tutti i crimini di guerra e le persone che li commisero devono essere portati alla luce e puniti legalmente nella forma piu’ severa”, ha aggiunto Kostunica, dicendosi convinto che solo la puntuale indicazione delle responsabilita’ individuali per gli orrori del passato possa ”condurre verso la necessaria riconciliazione tra i popoli dell’ex Jugoslavia”. La Serbia attuale – ha rimarcato il premier – sta da parte sua ”impiegando ogni mezzo per portare a compimento i propri obblighi verso il Tribunale penale internazionale”.

DELUSIONE A SARAJEVO PER LA SENTENZA

La sentenza della Corte di Giustizia dell’Aja secondo la quale Belgrado non è responsabile né complice del genocidio a Srebrenica del 1995, ma solo di non aver impedito né punito gli autori di quel crimine, ha suscitato non poca delusione a Sarajevo. L’esponente croato della presidenza tripartita bosniaca, Zeljko Komsic, si è dichiarato obbligato a rispettare la sentenza della Corte, sottolineando il fatto che la Serbia è stata condannata per la violazione della Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio. “A titolo personale – ha aggiunto Komsic – devo dire, però, che sono deluso perché tutti noi sappiamo che il genocidio in Bosnia è stato commesso già nel ’92”, nel primo anno della guerra in Bosnia. “Mi dispiace – ha detto il membro musulmano della presidenza, Haris Silajdzic – che Serbia e Montenegro non siano state condannate per aver commesso o partecipato al genocidio, ma sta di fatto che sono i primi paesi ad essere stati condannati per aver violato la Convenzione sul genocidio”. “La Bosnia ora deve annullare i risultati di quel delitto – ha detto ancora Silajdzic – modificando il proprio assetto e la costituzione e facendo in modo che i profughi tornino alle loro case”. “Dobbiamo anche approvare una legge che vieti la negazione del genocidio”, ha detto ancora Silajdzic riferendosi ai numerosi serbi e serbo bosniaci che ancora oggi negano lo stesso massacro di Srebrenica ed ha aggiunto che i rapporti di buon vicinato e la pace si possono costruire solo se fondati sulla verità. Il procedimento davanti alla Corte dell’Onu ha già in precedenza influito negativamente sui rapporti interni in Bosnia, ha detto l’esponente serbo della presidenza, che attualmente presiede l’organo collegiale, Nebojsa Radmanovic, ed ha invitato tutti alla calma e a rileggere e analizzare la motivazione della sentenza, nell’interesse del processo di avvicinamento di una Bosnia pacifica all’Unione europea.

PER IL PREMIER SERBOBOSNIACO NON FU UN GENOCIDIO

Il massacro di Srebrenica del 1995, che l’odierna sentenza della Corte di giustizia dell’Aja ha definito genocidio, e’ stato solo un ”orrendo crimine”. Lo ha dichiarato oggi il primo ministro della Republika Srpska (Rs, entita’ a maggioranza serba di Bosnia), Milorad Dodik. Nel corso di una conferenza stampa oggi a Banja Luka, Dodik ha rifiutato ”una qualsiasi responsabilita’ della Rs e delle sue istituzioni” per il massacro. Secondo Dodik ”non si e’ trattato di genocidio, non e’ stato pianificato ne’ commesso”. Commentando la condanna della Corte di giustizia contro la Serbia per non aver impedito il genocidio, Dodik ha domandato ”perche’ non l’ha impedito l’Onu, presente sul campo”. I politici serbo bosniaci, a differenza di quelli musulmani e croati, sono soddisfatti della sentenza secondo la quale Belgrado non e’ il diretto responsabile ne’ complice del genocidio di Srebrenica del 1995, ma solo colpevole di non aver impedito ne’ punito gli autori di quel crimine. Con questa sentenza, ha detto il presidente del parlamento Rs, Igor Radojicic, non si puo’ piu’ mettere in questione il futuro e l’esistenza stessa della Rs. La Bosnia dell’accordo di pace di Dayton e’ divisa in due entita’, la Rs e la Federazione Bh (a maggioranza croato musulmana). Molti non serbi ritengono che la divisione del paese non e’ accettabile perche’ fondata sui crimini di guerra e sul genocidio.

A.G.I., 26 febbraio 2007

L?AIA, A SREBRENICA FU GENOCIDIO MA SERBIA ASSOLTA.

Belgrado non fu responsabile del “genocidio” di Srebrenica. Lo ha stabilito il Tribunale internazionale che per primo e’ andato oltre la definizione di “massacro” data fino ad ora all’uccisione nel 1995 di 7.800 musulmani bosniaci nell’enclave che avrebbe dovuto essere protetta dal contingente Onu. “Il tribunale non crede che il genocidio compiuto a Srebrenica possa essere attribuito alle autorita’ serbe” ha detto il presidente della Corte, Rosalyn Higgins, secondo la quale non puo’ neppure essere stabilito se Belgrado sia da considerare complice per aver fornito aiuti alle milizie serbo-bosniache di Ratko Mladic. Tuttavia, ha aggiunto, e’ da considerare responsabile di omissione per non aver impedito il genocidio

Massacro di Srebrenica (da Wikipedia, l?enciclopedia libera della rete, http://it.wikipedia.org)

Il massacro di Srebrenica fu un genocidio e crimine di guerra, consistito nel massacro di migliaia di bosniaci nel luglio 1995 da parte delle truppe serbo-bosniache guidate dal generale Ratko Mladi nella zona protetta di Srebrenica che si trovava al momento sotto la tutela delle Nazioni Unite.
È considerato uno dei più sanguinosi stermini di massa avvenuti in Europa dai tempi della seconda guerra mondiale: secondo fonti ufficiali le vittime del massacro furono circa 7.800, sebbene alcune associazioni per gli scomparsi e le famiglie delle vittime affermino che furono oltre 10.000. I terribili fatti avvenuti a Srebrenica in quei giorni sono considerati tra i più orribili e controversi della storia europea recente e diedero una svolta decisiva al successivo andamento della guerra in Jugoslavia. Il Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia (ICTY) istituito presso le Nazioni Unite ha accusato, alla luce dei fatti di Srebrenica, Mladi e altri ufficiali serbi di diversi crimini di guerra tra cui il genocidio, la persecuzione e la deportazione. Gran parte di coloro cui è stata attribuita la principale responsabilità della strage, siano essi militari o uomini politici, è tuttora latitante.

Il massacro

Il 6 maggio 1993 il consiglio di sicurezza dell’ONU, con la risoluzione 824, istituì come zone protette le città di Sarajevo, Tuzla, Zepa, Gora?de, Biha e Srebrenica, inoltre, con la risoluzione 836, dichiarò che gli aiuti umanitari e la difesa delle zone protette sarebbero stati da garantire anche all’occorrenza con uso della forza, utilizzando soldati della Forza di protezione delle Nazioni Unite, i cosiddetti Caschi blu. La cosiddetta zona protetta di Srebrenica fu delimitata dopo un’offensiva serba del 1993 che obbligò le forze bosniache ad una demilitarizzazione sotto controllo dell’ONU. Le delimitazioni delle zone protette furono stabilite a tutela e difesa della popolazione civile bosniaca, quasi completamente musulmana, costretta a fuggire dal circostante territorio, ormai occupato dall’esercito serbo-bosniaco. Decine di migliaia di profughi vi cercarono rifugio. Verso il 9 luglio 1995, la zona protetta di Srebrenica e il territorio circostante furono attaccati dall’armata serbo-bosniaca. Dopo un’offensiva durata alcuni giorni, l’11 luglio l’esercito serbo-bosniaco riuscì ad entrare definitivamente nella città di Srebrenica.
I maschi, dai 14 ai 65 anni furono separati dalle donne, dai bambini e dagli anziani, apparentemente per procedere allo sfollamento; secondo le istituzioni ufficiali i morti furono circa 7.800, mentre non si hanno ancora stime precise del numero di dispersi. Fino ad oggi circa 5000 corpi sono stati esumati, di cui appena 2000 sono stati identificati. A dieci anni dalla sanguinosa strage i suoi responsabili politici e militari sono ancora largamente impuniti: solamente sei dei 19 accusati dal Tribunale Penale Internazionale per il massacro di Srebrenica sono stati finora processati e condannati.

Possibili cause del massacro

Alle forze Bosniache sotto il comando di Naser Ori era stato permesso di tenere le armi in posizioni all’interno della zona protetta, contrariamente alle condizioni stabilite nel patto col quale si conveniva il “cessate il fuoco”. Ori approfittò della situazione per condurre attacchi notturni contro villaggi serbi nei dintorni. Il caso più clamoroso fu quello di Kravica, attaccato nella notte del 7 gennaio, il Natale Ortodosso. Queste azioni militari prendevano la forma di pulizia etnica e rappresaglie contro i serbi. Centinaia furono torturati, feriti e brutalmente uccisi durante questi attacchi. Nel 1994 il governo serbo fece istanza all’ONU, fornendo una lista di 371 serbi uccisi nell’area. I media serbi, da allora, hanno riportato numeri molto più alti, fino a 3287. Non è attualmente chiaro quanti di questi fossero civili. Il generale Philippe Morillon dichiarò la sua convinzione che l’attacco serbo su Srebrenica fosse una reazione diretta ai massacri di Nasir Ori e delle sue forze avvenuti nel 1992 e nel 1993.

Il non-intervento dell’ONU

Durante i fatti di Srebrenica, i 600 caschi blu dell’ONU, le tre compagnie olandesi Dutchbat I, II e III, non intervennero: motivi e circostanze non sono ancora stati del tutto chiariti. La posizione ufficiale è che le truppe ONU fossero scarsamente armate e non potessero far fronte da sole alle forze di Mladi. Si sostiene, inoltre, che le vie di comunicazione tra Srebrenica, Sarajevo e Zagabria non fossero ottimali, causando ritardi e intoppi nelle decisioni. Quando i serbi si avvicinarono all’enclave di Srebrenica, il colonnello Karremans diede l’allarme e chiese un intervento aereo di supporto il 6 e l’8 luglio 1995, oltre ad altre due volte nel fatidico 11 luglio. Le prime due volte il generale Nicolaï a Sarajevo rifiutò di inoltrare la richiesta al generale Janvier nel quartier generale dell’ONU a Zagabria perché le richieste non erano conformi agli accordi sulle richieste di intervento aereo. Non si trattava ancora, infatti, di atti di guerra con battaglie a fuoco. L’11 luglio, quando i carri armati serbi erano penetrati nella città, Nicolaï inoltrò la domanda di rinforzi a Janvier, che inizialmente rifiutò. La seconda richiesta dell’11 luglio fu onorata ma gli aerei (F-16) che stavano già circolando da ore in attesa dell’ordine di attaccare avevano nel frattempo ricevuto ordine di tornare alle loro basi in Italia per potersi rifornire di carburante. Alla fine, solo due F-16 olandesi procedettero ad un attacco aereo, praticamente senza alcun effetto. Un gruppo di aerei americani apparentemente non fu in grado di trovare la strada. Nel frattempo l’enclave era già caduta e l’attacco aereo fu cancellato per ordine dell’ONU, su richiesta del ministro Voorhoeve, perché i militari serbi minacciavano di massacrare i caschi blu dell’ONU di Dutchbat. Gran parte della popolazione ed i soldati olandesi erano già fuggiti e si erano rifugiati nella base militare dell’ONU di Potocari. Davanti alla minaccia ed allo spiegamento di forze di Mladi, i caschi blu decisero di collaborare alla separazione di uomini e donne per poter tenere la situazione sotto controllo, per quanto fosse possibile nelle circostanze. La città di Srebrenica era comunque inserita nella futura Entità Serba e le prime bozze degli accordi di Dayton non potevano prevedere enclaves. Di fatto la conquista della città da parte dei serbi avrebbe consentito di arrivare a definire la situazione territoriale attuale e, di conseguenza, di portare avanti gli accordi di pace.
I soldati olandesi subirono pesanti accuse da parte dei media al ritorno in patria. Numerosi soldati soffrirono di stress post-traumatico in seguito alla vicenda, e sostengono di essere stati ingiustamente criticati dalla stampa. Il 4 dicembre 2006 il Ministro della Difesa olandese ha decorato con cinquecento medaglie il battaglione di pace che aveva il compito di proteggere Srebrenica. La motivazione fornita dal portavoce olandese precisa che questa non costituisce una medaglia al valore, bensì una forma di ricompensa per le accuse – ritenute ingiuste – a cui i soldati olandesi vennero sottoposti.

I responsabili politici e militari all’ONU

I ministri olandesi responsabili erano al tempo il ministro della difesa Relus ter Beek, il suo successore Joris Voorhoeve ed il ministro degli esteri Hans van Mierlo sotto il primo ministro Wim Kok. I responsabili all’ONU erano il generale francese Janvier e i militari olandesi generale Couzy (comandante in capo), generale van Baal ed il commandante di Dutchbat generale Nicolaï. Il tenente colonnello Karremans era responsabile per l’enclave di Srebrenica, il maggiore Franken per Tuzla.

Conseguenze politiche in Olanda

Visto il coinvolgimento dei militari olandesi, il governo olandese già nel 1996 ordinò un’inchiesta per stabilire il grado di responsabilità delle truppe di Dutchbat. I risultati finali furono presentati il 10 aprile 2002. Immediatamente il ministro della difesa olandese Frank de Grave fece sapere di essere pronto a dimettersi. Il 16 aprile, il governo di Wim Kok presentò collettivamente le dimissioni, assumendosi la responsabilità, ma non la colpa del massacro. Il 17 aprile, il capo delle forze armate olandesi, il generale Van Baal, rassegnò anch’egli le sue dimissioni. Il 4 dicembre 2006 il ministro della difesa olandese ha consegnato la medaglia d’onore al battaglione olandese per il coraggio mostrato a Srebrenica, con tanto di appoggio della Commissione Europea.

(foto da mailing list umanitaria)

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Un cane impiccato sulla Punta Magusu.


Senza alcun commento.

Gruppo d’Intervento Giuridico

L?11 febbraio scorso, intorno alle 13.30, mi trovavo in escursione sulla Punta Magusu, nel territorio di Villacidro. Giunto nella sella a sud della Punta, ho notato che ad un alberello di leccio era appeso un cane di taglia media, tipo segugio, marrone, impiccato con una corda di nylon. Le sofferenze della morte erano ancora visibili nel muso e nel corpo. Per pietà ho tagliato il cordino ed il corpo è caduto, rigido, ai piedi dell?albero. Posso ipotizzare che la morte sia avvenuta più di un mese fa. La zona è abbastanza aspra e elevata, raggiungerla richiede forza fisica ed ottima conoscenza del territorio. L?ascensione al Magusu richiede da due ore e mezza a tre ore. Mi domando chi può aver avuto interesse o motivi per uccidere l?animale. Oppure è barbarie fine a se stessa ?

Salvatorico Cuccuru

(foto da mailing list animalista)

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Come avvicinare i bambini a Dio, più rapidamente…


Il 26 febbraio 1943 Cagliari e la sua popolazione venne massacrata di bombe, non certo per la prima volta, dai “liberatori” statunitensi. Migliaia di nostri concittadini morirono o rimasero gravemente feriti. Allora come oggi molti bambini vennero avvicinati a Dio, molto più rapidamente di quanto la Natura avrebbe fatto. Oggi, tanto per cambiare, gli Stati Uniti si rifiutano di mettere al bando le cluster bombs, fra i migliori strumenti esistenti per raggiungere il suddetto scopo. Buona lettura…

Gruppo d’Intervento Giuridico

A.G.I., 23 febbraio 2007

CLUSTER BOMB: USA RESPINGONO RICHIESTA MESSA AL BANDO

Washington, 23 feb. – Gli Stati Uniti non intendono rinunciare alle bombe a grappolo e respingono la proposta di metterle al bando dal 2008 come chiesto oggi a Oslo da 46 Paesi di tutto il mondo. Lo ha ribadito il portavoce del Dipartimento di Stato Usa, Sean McCormack. Washington “conferma che queste munizioni continueranno a far parte dell’arsenale statunitense e saranno usate rispettando appropriate regole di ingaggio”, ha spiegato McCormack.

Stop alle cluster bombs !

Crediamo che sia una cosa veramente importante dar seguito all’appello nazionale perchè l’Italia si dia da fare, concretamente e subito, per la messa al bando internazionale delle cluster bombs, le bombe a grappolo, uno dei mezzi di morte più subdoli e maggiormente responsabili di vere e proprie stragi striscianti ai danni di bimbi già “scannati” da eventi di guerra. Invitiamo chiunque ad andare sul sito http://www.intersos.org/maipiubombe.htm ed a sottoscrivere l’appello !

Le CLUSTER BOMBS (note come “BOMBE A GRAPPOLO“) sono particolarmente pericolose in quanto circa il 20% degli ordigni non esplode e rimane sul terreno come una vera e propria mina antipersona.
Le bombe cluster sono venute improvvisamente alla ribalta, suscitando l?attenzione dell?opinione pubblica, durante i bombardamenti Nato sulla Federazione Yugoslava, quando alcuni pescatori dell?alto Adriatico le trovarono impigliate nelle proprie reti. Allora si parlò di un attentato alla sicurezza degli operatori del mare, si discusse sulla pericolosità di queste bombe, ma nessuno accennò al fatto che migliaia di questi ordigni, nello stesso momento, si accumulavano sul territorio della Serbia e del Kosovo, pronti ad esplodere al minimo urto. All?atto del ritrovamento in mare, furono definite ?bombe a grappolo?, ma il loro nome corretto è bombe cluster, e il loro effetto è quello di vere mine antipersona e anticarro seminate nel suolo durante gli attacchi aerei. La sorpresa suscitata in quel momento era del tutto ingiustificata; armi analoghe erano già state impiegate dieci anni prima durante la guerra del Golfo. Tuttavia, nemmeno gli artefici del Trattato di Ottawa, nel dicembre del 1997, vale a dire sei anni dopo la conclusione della guerra per liberare il Kuwait dall?invasione irachena,?ricordarono? dell?esistenza delle bombe cluster. Eppure, gli esperti ben sanno che la percentuale reale degli ordigni non esplosi giacenti al suolo, dopo un lancio aereo, si attesta intorno al 15-20% del totale, ben oltre il 5% ufficialmente dichiarato. Ciò finisce per determinare situazioni paradossali. Tenuto conto del numero delle missioni aeree compiute durante la guerra sul territorio serbo e kosovaro, il numero delle bombe cluster rimaste inesplose potrebbe essere superiore a quello delle mine antipersona poste dall?esercito serbo in Kosovo che, peraltro, sono state puntualmente riportate nelle mappe di registrazione e sono quindi localizzabili. La complessità del problema rappresentato dalle bombe cluster deriva dal fatto che è possibile conoscere solo l?area del lancio ma non la loro esatta ubicazione sul suolo. La disposizione casuale delle bombe e il loro interramento rendono quindi complesso e pericoloso ogni intervento di bonifica. Inoltre, gli ordigni sono strutturati in modo tale da rendere impossibile l?impiego dei mezzi meccanici di sminamento e, spesso, anche dei cani appositamente addestrati per la ricerca delle mine.Esistono vari tipi di bombe cluster. Le più potenti riescono a perforare a 15 metri di distanza una lamiera di acciaio di 125 millimetri o ad uccidere in un raggio di 150 metri. Nessun tipo è provvisto di congegno di autodistruzione che le elimini in caso di mancata esplosione.
Realizzate e impiegate con finalità peculiarmente offensive, le bombe cluster più sofisticate costituiscono una consistente fetta dell?armamento aereo degli Stati Uniti d?America e della Gran Bretagna. Non è ancora quantificabile quanto queste bombe durino nel tempo, dato il loro impiego relativamente recente. La maggior parte delle bombe cluster ha forme e colori tali da suscitare la curiosità di chiunque, adulto o bambino, sia ignaro della loro pericolosità. Simili a palline da tennis o a cilindri dai colori sgargianti con attaccato un ?simpatico? fiocco di stoffa o un ?grazioso? piccolo paracadute, gli ordigni invitano facilmente ad essere raccolti. Per questo, dopo aver ottenuto la messa al bando delle mine antipersona vere e proprie, dobbiamo mettere al bando ed eliminare questo oggetto di morte che minaccia e colpisce le popolazioni civili a partire dai bambini.

I bambini si ammazzano sempre nello stesso modo…..

Il 14 agosto 2006, alle ore 07.00, è entrato in vigore il “cessate il fuoco” nel Libano meridionale. Chi paga il contro più pesante delle guerre o delle “operazioni di pacificazione” sono sempre i più deboli. Tre storie. Solo una è “a lieto fine”, visto che ha potuto raccontarla, sebbene con difficoltà, 64 anni dopo….. Che serva a qualcosa…..

* bambina libanese ignota, Marwaheen, luglio 2006 – Non è ancora giunto il momento di usare l’espressione “crimini di guerra” ? Quanti bambini dovremo ancora perdere tra le macerie dei bombardamenti israeliani prima che ci rifiutiamo di usare il termine osceno “danni collaterali” e cominciamo una buona volta a parlare di perseguire i crimini contro l’umanità ? Il corpo senza vita di una bambina, immobile come una bambola di pezza, vicino alle macchine che dovevano portarla in salvo, insieme alla sua famiglia, è diventato uno dei simboli di quest’ ultima guerra in Libano. E’ stata sbalzata dal veicolo con il quale, lei e la sua famiglia, erano fuggiti dal villaggio, diretti verso il sud del Libano, secondo le stesse direttive impartite da Israele. Non conosciamo ancora il suo nome, anche i suoi genitori sono stati uccisi durante l’attacco. Non un milite ignoto, ma una bambina ignota. La storia della sua morte è, comunque, documentata. Sabato scorso, l’esercito israeliano ha dato ordine (usando un megafono, pare) agli abitanti di Marwaheen, un piccolo villaggio di confine, di lasciare le loro case entro le 18.00. Marwaheen si trova vicinissimo al punto dove i guerriglieri hezbollah erano riusciti ad aprirsi un varco tra il filo spinato, una settimana fa, per catturare due soldati israeliani ed ucciderne altri tre: l’attacco che avrebbe poi provocato quest’ultima, feroce, guerra in Libano. Gli abitanti del villaggio hanno obbedito agli ordini israeliani e, inizialmente, hanno chiesto aiuto e protezione ad un battaglione ghanese che faceva parte delle truppe locali inviate dall’O.N.U. I militari ghanesi, però, in ottemperanza alle direttive emanate nel 1996 dai quartieri generali O.N.U. a New York, hanno rifiutato ai civili libanesi il permesso di accedere alla loro base. Per una strana e terribile ironia della sorte, queste regole erano state stabilite in seguito ad un bombardamento avvenuto nello stesso 1996, nel Libano del sud, bombardamento durante il quale i militari O.N.U. avevano offerto protezione ai civili. I 106 libanesi, più della metà dei quali erano bambini, furono massacrati quando Israele bombardò il perimetro militare O.N.U. a Cana, nel quale i civili erano stati accolti come in un santuario. La gente di Marwaheen, allora, si è messa in viaggio per il nord, una lunga carovana di macchine che solo pochi minuti più tardi, nei pressi del villaggio di Tel Harfa, sarà attaccata da un cacciabombardiere israeliano F-16. L’aereo ha centrato tutte le macchine ed ha ucciso almeno 20 dei civili al loro interno, molti di loro donne e bambini. Dodici persone sono state bruciate vive nei loro veicoli, ma altre, le cui foto sono state scattate, con grave rischio personale, da Nasser Nasser, un fotografo dell’Associated Press, sono state letteralmente sbalzate fuori dalle macchine, gettate in aria dall’ esplosione e poi ricadute nei campi e nella valle circostante la scena dell’attacco. Non c’è stata alcuna scusa, nè una qualsivoglia espressione di dispiacere da parte di Israele per queste vittime. (di Robert Fisk, traduzione di Patrizia Messinese per Associazione PeaceLink, da www.assadakah.it);

* bambino vietnamita ignoto, My Lai, marzo 1968 – Il 16 marzo 1968 la compagnia C lanciò un?operazione del tipo ?search and destroy?. L?obiettivo era il 48° battaglione viet cong che, secondo informazioni del comando americano, aveva base nel villaggio segnato sulle mappe militari con il nome di My-Lai. All?avvicinarsi del 1° e del 2° plotone alcuni abitanti del villaggio tentarono di fuggire e furono eliminati. Il 2° plotone scagliò bombe a mano nelle capanne e uccisero quanti ne uscirono, violentarono e trucidarono le ragazze, poi raccolsero gli abitanti e li fucilarono. Mezz?ora più tardi raggiunsero un villaggio vicino, Binh Tay, dove i soldati dopo aver commesso altre violenze, radunarono una ventina di donne e bambini: uccisero tutti a sangue freddo. Il 1° plotone, comandato dal tenente Calley, aveva fatto irruzione nella parte sud My Lai sparando a chiunque tentasse la fuga, violentando le donne, abbattendo il bestiame, distruggendo il raccolto e le case. superstiti furono condotti vicino ad un canale di scolo, il tenente Calley ed i suoi uomini aprirono il fuoco sui contadini inermi. Miracolosamente un bambino di 2 anni si alzò piangendo, lo stesso Calley lo spinse indietro e gli sparò. Arrivo il 3° plotone. I soldati finirono i superstiti, appiccarono il fuoco alle case, uccisero il bestiame ancora vivo, raccolsero infine donne e bambini e li uccisero. Furono uccise tra le 172 e le 347 persone: vecchi, donne e bambini. Nel rapporto militare fu scritto che erano stati uccisi 90 viet cong e nessun civile. Tutto questo sarebbe finito lì se due giornalisti, assegnati al plotone di Calley, non avessero assistito al massacro. Poco alla volta la notizia trapelò, l?Esercito indagò sulle voci circa il massacro, ma senza troppa convinzione e concluse che non fosse necessaria l?apertura di un?inchiesta. Un soldato, Ridenhour, cominciò ad interessarsi della vicenda. Fece in modo di parlare con Bernhardt, un soldato della compagnia C che si era rifiutato di prendere parte al massacro. Ridenhour, tornato in patria, scrisse una lettera con tutte le prove raccolte e la spedì a 30 esponenti politici. Il rappresentante al Congresso dell?Arizona, Udall, fece pressioni sull?esercito. Sei mesi più tardi il tenente Calley fu accusato di omicidio. Calley era un ragazzo come tanti tanti altri, richiamato alle armi, seguì un affrettato corso di addestramento che lo lasciò impreparato al vuoto morale che regnava in Vietnam. Non fu in grado di controllare i suoi uomini e di resistere alle pressioni dei suoi superiori che volevano un ?conteggio dei corpi? sempre più alto. Il problema era che il tenente Calley ed i suoi uomini non riuscivano a trovare neanche un viet cong, le battute degli americani erano così rumorose che si sentivano a chilometri di distanza. Durante i pattugliamenti, poi, i suoi uomini finivano sempre per cadere in qualche trappola. In febbraio, durante un?azione, la compagnia cercò di penetrare a My Son, ma il reparto si trovò circondato da trappole mortali. Durante la missione successiva finirono in un campo minato. Gli uomini che accorrevano in aiuto dei compagni feriti non facevano altro che provocare altre esplosioni, nell?aria volavano brandelli di carne. Andò avanti così per due ore, 32 uomini rimasero feriti o uccisi. Il 4 marzo la compagnia fu presa di mira da un mortaio, 10 giorni dopo, 48 ore prima dell?attacco a My Lai, 4 uomini furono dilaniati da un ordigno esplosivo. In 32 giorni la compagnia C ( circa 100 elementi) aveva perso 42 uomini senza mai vedere il nemico. Una notte uno dei soldati fu catturato. La compagnia lo aveva sentito urlare per tutta la notte a 7 km di distanza. Urlava così forte perché era stato spellato vivo e poi immerso nell?acqua salata. Il processo contro il tenente Calley divise il paese in due fronti contrapposti. La giuria si ritirò in camera di consiglio il 16 marzo 1971, riconobbe Calley colpevole dell?omicidio di almeno 22 civili e lo condannò ai lavori forzati a vita. Con la revisione del processo la pena fu ridotta a 20 anni e poi a 10, fu infine liberato sulla parola nel 1974 dopo tre anni e mezzo trascorsi agli arresti domiciliari. Le accuse furono estese ad altri 12 tra ufficiali e soldati. Nessuno fu condannato. Eppure a My Lai furono trucidati solo civili. Cento trovarono la morte in un canale di scolo, uno era un bambino di 2 anni (da http://guerravietnam.blogspot.com/2006/06/il-massacro-di-my-lai.html)

* Wanda, bambina cagliaritana, Cagliari, febbraio 1943 – ?Avevo da poco compiuto sette anni. Alla fine di febbraio, quando arrivavano le incursioni dei bombardieri anglo-americani, ormai non suonavano più neppure le sirene degli allarmi. I ciechi, presso i punti di osservazione sonora, non facevano più in tempo ad avvertire la Milizia che si doveva occupare di questo. Allora cercavano di avvertire la popolazione sparando tre colpi di cannone. Ma il cielo era già pieno di aerei e bombardavano. E dopo aver bombardato, scendevano a mitragliare quelli che non erano riusciti a raggiungere i rifugi e scappavano per le strade. Alla stazione ferroviaria avevano ucciso così molte persone in attesa del treno per sfollare verso i paesi dell?interno. Vicino a casa mia, in via Pergolesi, nello spiazzo davanti alle case dei Pilato, c?era un rifugio e tutti quelli che potevano scappavano lì. Durante un?incursione scappai da casa mia terrorizzata e scesi in strada. Corsi a perdifiato verso il rifugio di via Pergolesi, tanta gente, donne, bambini, qualche anziano correvano gridando. Poi non ricordo più nulla. Mi sono svegliata dopo un po? di tempo, sentivo le guance e le spalle bagnate. Mio padre mi portò di corsa, in mezzo a macerie, urla della gente, lamenti di feriti, fino all?Asilo delle Suore di Carlo Felice (quartiere Villanova, in via Macomer, n.d.r.), dove avevano allestito un ospedale di fortuna e dove ero andata a scuola fino a qualche giorno prima, quando avevano dovuto chiuderla. Lì un medico assistito da una suora mi cucì molti punti in testa, da sveglia, perché non c?era alcuna anestesia. C?era un altro ospedale di fortuna presso il Convento di S. Domenico. Anche quello aveva sul tetto un?enorme croce rossa in campo bianco (all’Asilo era dipinta nel cortile), per essere facilmente riconosciuto dai bombardieri. Non era un obiettivo militare e doveva essere risparmiato anche secondo le leggi di guerra. Così avevano detto a tutti. Ma anche allora c?erano le ?bombe intelligenti? e venne completamente distrutto dagli americani. Morirono decine e decine di cagliaritani, molti già feriti, che credevano di essere al sicuro. Per un puro caso mio padre non volle andare a S. Domenico e ci siamo salvati?.

(foto da mailing list umanitaria)
Riferimenti: appello contro le cluster bombs

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Bandi aree minerarie, è il caso di cambiare !

26 Febbraio 2007 Commenti chiusi


Attendiamo fiduciosi, in tanti, profondi cambiamenti del noto bando relativo alle aree minerarie. Buona lettura…

Gruppo d’Intervento Giuridico

da Il Manifesto, 24 febbraio 2007

«Soru, non svendere il Sulcis». Costantino Cossu

«La Regione Sardegna sospenda il bando di vendita degli ex siti minerari del Sulcis-Iglesiente». La richiesta arriva – attraverso una dichiarazione alle agenzie di stampa – dal presidente della commissione ambiente del Senato, Tommaso Sodano (Prc), che in un’interrogazione parlamentare chiede anche, al ministro Rutelli, di annullare gli atti della giunta sarda. «E’ opportuna – dice Sodano – una riflessione, prima di cedere a privati un bene pubblico che l’Unesco ha dichiarato patrimonio mondiale dell’umanità».

Sodano si riferisce a una delibera della giunta regionale sarda (del 26 aprile 2006) che mette in vendita pezzi (di proprietà della Regione Sardegna) delle miniere dismesse del Sulcis-Iglesiente, uno dei siti di archeologia industriale più vasti e più importanti d’Europa.
Sodano, che polemicamente usa il termine «svendita» anziché «vendita», spiega: «Pare giunto il momento di sospendere la svendita del territorio, per verificare, insieme a comunità locali, parti sociali, associazioni culturali e ambientaliste, se esista un differente e più appropriato percorso per dare risalto a questi beni, senza che di essi si debba necessariamente e definitivamente spogliare la parte pubblica». Il presidente della commissione ambiente di palazzo Madama contesta «la cartolarizzazione dei siti di Masua, di Ingurtosu, di Naracauli, di Monte Agruxau e di Pitzinurri in favore delle multinazionali del mattone e del turismo d’élite». «Viene in questo modo affermata – dice Sodano – un’idea di sviluppo che passa attraverso l’alienazione di beni comuni in favore di imprese private, per realizzare alberghi di lusso e campi da golf».

Le multinazionali del mattone alle quali fa cenno Sodano sono tre: Pirelli Real Estate, Immobiliare Lombarda (Ligresti-Fondiaria-Sai) e Hines Italia, un importante fondo immobiliare con sede negli Usa che a Milano sta realizzando il «Quartiere della moda». Sono queste le imprese che hanno risposto, nel luglio 2006, al bando lanciato da Renato Soru con la delibera dell’aprile 2006. Ce n’era anche una quarta, una cordata di imprenditori sardi, che però lo scorso ottobre una commissione nominata da Soru ha messo fuori gioco (mancavano alcuni dei requisiti richiesti). Il bando prevedeva tre fasi: una manifestazione d’interesse all’acquisto, una successiva selezione dei richiedenti e, infine, un’asta attraverso la quale scegliere l’impresa a cui vendere le aree. A quattro mesi dalla selezione (ottobre 2006) dei richiedenti, la data dell’asta ancora non è stata fissata. Al momento, quindi, non si sa quale dei tre colossi del business delle vacanze potrà «riqualificare a fini turistici» (così dice il bando regionale) le aree di Masua, di Monte Agruxau, di Ingurtosu, di Pitzinurri e di Naracauli (650 ettari in tutto). Si sa, invece, perché sta scritto nel bando, che il vincitore dell’asta non potrà costruire niente di nuovo, neppure un metro cubo. Potrà però ristrutturare 260 mila metri cubi di vecchie costruzioni (case di minatori, laverie, depositi) già esistenti, per trasformarli in strutture ricettive destinate a turisti di target alto.

Contro la vendita delle aree minerarie si sono schierati, nei mesi scorsi, il «Gruppo d’intervento giuridico» (una delle associazioni ambientaliste più attive nella lotta contro la cementificazione delle coste sarde) e la Rete Lilliput. Critiche sono arrivate anche dal Social forum di Cagliari. Ora contro il progetto di Soru arriva, con le dichiarazioni del presidente della commissione ambiente del Senato, uno stop più forte. Nell’interrogazione presentata il 23 gennaio scorso, Sodano ricorda a Rutelli che nella procedura di cessione dei siti minerari sardi «è stata omessa la preliminare verifica di legge dell’interesse culturale da parte del ministero» (solo nel novembre 2006 Soru ha avviato questa pratica, oltre sei mesi dopo la presentazione del bando di gara). Sodano chiede al ministro se tutto ciò non debba portare all’annullamento degli atti della giunta sarda. Ma parla anche, Sodano, di «alienazione di un bene comune in favore di privati». Questioni tecniche e nodi politici.

Edoardo Salzano, coordinatore del Comitato scientifico di supporto all’elaborazione del piano paesaggistico regionale, in proposito ha detto: “sarebbe bello se Soru riparasse all?unico errore che ha fatto, e sostituisse la concessione del diritto di superficie alla vendita” (www.eddyburg.it)

Su un bell?esempio di parco geominerario vivo e vitale, leggete in questo blog l?articolo dell?arch. Lorenza Cavinato (?Val di Cornia, il sistema parco?, 6 ottobre 2006) che l?ha visitato durante la Scuola estiva di pianificazione e architettura di Eddyburg, http://gruppodinterventogiuridico.blog.tiscali.it/hg2877118/

(foto P.F., archivio GrIG)

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La Conservatorìa delle Coste della Sardegna.


La proposta di legge finanziaria regionale 2007 prevede (art. 15) la trasformazione dell’attuale Servizio della Conservatoria delle coste della Sardegna – attualmente presso la Presidenza della Regione – in Agenzia regionale. La finalità è quella di avviare un processo dinamico di tutela, gestione e valorizzazione che tenga conto sia della fragilità degli ecosistemi e dei paesaggi costieri, sia della diversità delle attività e degli usi, delle loro interazioni e dei loro impatti. L’Agenzia nasce quale strumento per l’attivazione di queste politiche: la formula è quella già proposta per rispondere a temi non riconducibili all’ordinaria organizzazione dell’amministrazione regionale. La Conservatoria dovrebbe divenire Agenzia autonoma sotto tutti i piani e ne sono organi il Comitato scientifico, il Direttore esecutivo e il Collegio dei revisori. Tutti nominati con decreto del Presidente della Regione. Il Comitato scientifico ha funzioni consultive e di supporto al Direttore che è il rappresentante legale. Il Direttore esecutivo è individuato tra i dirigenti dell’amministrazione e degli enti regionali. Si tratta della tanto attesa evoluzione di quella novità veramente interessante nel panorama nazionale delle attività amministrative in favore della salvaguardia e della corretta valorizzazione del patrimonio costiero viene dalla Sardegna. La Conservatoria delle coste della Sardegna. Sulla spinta delle richieste provenienti da alcune associazioni ecologiste molto attive in materia di tutela delle coste locali (Friends of the Earth International – Amici della Terra e Gruppo d’Intervento Giuridico), le quali hanno recentemente promosso anche una petizione popolare di sostegno della politica di conservazione dei litorali sardi con migliaia di adesioni provenienti da tutta Italia e dall’estero, la Giunta regionale della Sardegna, presieduta dall’on. Renato Soru, ha dato corso ad uno dei punti programmatici del proprio programma di governo (2004) avviato dopo le ultime elezioni regionali. Per ora l’istituzione è avvenuta in via amministrativa, ma fin dall’inizio di è prevista una sua piena definizione di assetti e competenze attraverso un successivo provvedimento legislativo. Con la deliberazione n. 9/2 del 9 marzo 2005 la Giunta regionale ha istituito, quindi, la Conservatorìa delle coste della Sardegna, Servizio presso la Presidenza della Regione con il compito, inizialmente, di coordinare la gestione delle aree più importanti sul piano ambientale dell’Isola e, in seguito a provvedimento legislativo, di acquisire al patrimonio pubblico e di gestire in un’ottica di governance i “gioielli naturalistici” costieri. Il nuovo istituto è visto quale uno dei “tasselli” fondamentali della nuova politica di tutela e di corretta valorizzazione del territorio costiero sardo, insieme al piano paesaggistico regionale – P.P.R. (il cui stralcio costiero è stato approvato con deliberazione Giunta regionale n.36/7 del 5 settembre 2006), in attuazione dei compiti in tema di pianificazione territoriale scaturiti principalmente dalla Convenzione europea sul paesaggio, sottoscritta il 20 ottobre 2000, e dal Codice dei beni culturali e del paesaggio (decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42). Con deliberazione Giunta regionale n. 36/1 del 26 luglio 2005 è stato approvato il primo piano di attività del Servizio della Conservatoria delle coste che prevede, in particolar modo, lo svolgimento di una conferenza sulla salvaguardia delle coste ed il censimento delle zone costiere appartenenti alla Regione autonoma della Sardegna ed ai suoi Enti strumentali. Con la successiva deliberazione Giunta regionale n. 49/6 del 28 novembre 2006 è stato approvato il secondo piano di azione, ai sensi dell’art. 11 della legge regionale n. 4/2006 (legge regionale finanziaria 2006): con uno stanziamento di 500.000,00 euro si prevede il completamento del censimento ricognitivo delle aree costiere di proprietà regionale e degli enti strumentali, lo svolgimento delle attività propedeutiche per la realizzazione di progetti – pilota di gestione (da inserire in apposito accordo di programma quadro ai fini dell’acquisizione di risorse di fonte C.I.P.E.), la predisposizione di modelli gestionali di sviluppo sostenibile e, specificamente, delle torri costiere sarde. Con la determinazione n. 250 del 22 dicembre 2006, la Presidenza della Regione ha approvato una specifica temporanea short list per l’affidamento di incarichi in materia. La Conservatoria delle coste della Sardegna è stata istituita, esplicitamente, sul modello del Conservatoire du littoral francese e del National Trust inglese, istituzione pubblica nel primo caso ed associazione privata nel secondo che hanno dato buona prova nel tutelare e gestire estesi patrimoni terrieri litoranei. Il Conservatoire du littoral è stato istituito in Francia nel 1975. È un Ente pubblico a carattere nazionale, posto sotto la vigilanza del Ministero dell’Ecologia. Attua una politica di protezione e gestione degli spazi naturali, acquisiti mediante donazioni, prelazioni o espropriazioni. Attualmente gestisce oltre 103 mila ettari e 880 chilometri di litorali marini e lacuali, 400 diversi siti, dei quali può definire utilizzi e modalità di gestione. Il National Trust, istituito nel 1895 a Londra, invece, è una fondazione privata indipendente e senza scopo di lucro che ha l’obiettivo di preservare ambienti e paesaggi naturali e culturali. È riconosciuto dai governi di Gran Bretagna, Belgio e Germania e ha un patrimonio (l’1,5 % del territorio di Inghilterra, Galles e Irlanda del Nord, di cui circa 600 miglia di coste) costituito da riserve, aree costiere, paludi, giardini storici e aree rurali acquisite nel corso degli anni. Ampie informazioni sull’attività del Conservatoire du littoral e del National Trust rispettivamente sui siti web www.conservatoire-du-littoral.fr e www.nationaltrust.org.uk/main. Sulla scorta di tali modelli, la Conservatorìa delle coste sarde ha il compito di promuovere acquisizioni al demanio regionale, con vincolo di destinazione, di terreni lungo i 1.850 chilometri di costa dell’Isola, anche attraverso sottoscrizioni pubbliche, lasciti testamentari, permute, comodati gratuiti da privati e da altri enti, e di tutelare questo importante patrimonio naturalistico e paesaggistico dai rischi ai quali è sottoposto. Secondo la deliberazione di Giunta regionale istitutiva, la Conservatorìa potrà agire su più livelli. Gestirà i beni immobili costieri di rilevante interesse paesaggistico e ambientale facenti già parte del patrimonio e del demanio regionale, ma potrà anche acquisire i territori costieri dall’equilibrio ecologico più fragile o a rischio di degrado e compromissione sia attraverso accordi con Amministrazioni statali o locali o Enti pubblici, sia mediante donazioni, acquisti attraverso sottoscrizioni pubbliche, permute con privati. Nel caso di donazioni o lasciti testamentari, i terreni saranno acquisiti al demanio regionale con specifico vincolo di destinazione in favore della Conservatorìa. Dopo l’acquisizione, la Conservatorìa potrà attuare i lavori di ripristino naturale delle località e poi predisporre i piani di gestione: la cura delle attività gestionali potrà essere successivamente affidata ad Enti locali, a cooperative, società di servizi o associazioni ambientaliste che dovranno, comunque, assicurare l’accesso al pubblico. La struttura gestionale della Conservatoria delle coste appare piuttosto agile e vede nel Presidente della Regione il garante del coordinamento delle politiche paesaggistiche e ambientali. E’ previsto un Comitato d’indirizzo, con competenze politiche e programmatiche, formato formato dal Presidente della Regione, dagli Assessori dei beni culturali, informazione, spettacolo e sport, degli enti locali, finanze ed urbanistica, della difesa dell’ambiente, della programmazione, bilancio ed assetto del territorio, del turismo e commercio, affiancati da tre esperti nominati dalla Giunta regionale con incarico triennale. La struttura tecnica e operativa verterà su un nuovo Servizio interassessoriale, istituito presso la Presidenza della Regione avvalendosi di risorse degli assessorati interessati. Questo secondo livello si occuperà dell’attività giuridico-amministrativa (acquisizione delle aree, cura degli aspetti amministrativi della gestione, istruttorie, predisposizione delle sottoscrizioni pubbliche, ecc.) e tecnico-scientifica (cura ed attuazione dei piani di gestione delle aree costiere, predisposizione dei monitoraggi ambientali, promozione dell’educazione ambientale e del turismo sostenibile, ecc.). Per le attività di supporto tecnico, la Conservatorìa dovrà raccordarsi con le esistenti strutture regionali competenti in materia di ambiente e di tutela del paesaggio (es. Servizi ripartimentali del Corpo forestale e di vigilanza ambientale della Regione autonoma della Sardegna, Servizi di tutela del paesaggio, Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente della Sardegna – A.R.P.A.S., ecc.). In estrema sintesi, la recente iniziativa amministrativa della Giunta regionale della Sardegna individua un Servizio amministrativo finalizzato alla salvaguardia, gestione e valorizzazione economica sostenibile delle aree costiere sarde più pregiate. Un’iniziativa che dovrà trovare in tempi brevi ulteriore forma compiuta mediante l’approvazione di un apposito provvedimento legislativo, ma che fa intuire lungimiranza per la conservazione dei litorali isolani, sottraendoli al troppo spesso presente rischio di speculazione immobiliare. L’istituzione della Conservatoria delle coste della Sardegna ha avuto notevole eco nazionale (es. ampi servizi su Il Corriere della Sera, Il Sole 24 Ore, ecc.) ed internazionale: i partecipanti alla conferenza internazionale della società civile sulla strategia mediterranea di sostenibilità (MSSD) hanno manifestato la loro soddisfazione in un messaggio al Presidente della Regione (marzo 2005). Ben 80 rappresentanti di 162 associazioni di 18 Paesi del bacino del Mediterraneo esprimevano il loro compiacimento per l’istituzione della nuova struttura di tutela ambientale e auspicato che le altre Regioni che si affacciano sul Mare Nostrum adottino analoghi provvedimenti di salvaguardia dei litorali costieri. Si ricorda, inoltre, che nell’estate 2005 era stata consegnata al Presidente della Regione autonoma della Sardegna on. Renato Soru ed al Presidente del Consiglio regionale on. Giacomo Spissu la petizione popolare per la salvaguardia delle coste sarde promossa dagli Amici della Terra e dal Gruppo d’Intervento Giuridico. Gli aderenti sono stati ben 3.515 e vedono tra di loro parlamentari europei (on. Monica Frassoni), l’intera direzione nazionale degli Amici della Terra (Rosa Filippini, Walter Baldassarri e Maria Laura Radiconcini), personalità della cultura (lo scrittore Giorgio Todde), personalità del volontariato attivo (don Ettore Cannavera), rappresentanti di associazioni ecologiste di tutto il Mediterraneo (Coordinamenti Friends of the Earth dell’Europa e del Mediterraneo, associazioni nazionali aderenti a Friends of the Earth di Francia, Spagna, Cipro, Israele, Palestina, Croazia, Tema Foundation della Turchia, Istria Verde della Croazia, N.T.M. di Malta, C 21 dell’Algeria, Green Action della Croazia, European Geography Association della Grecia, E.N.D.A. della Francia, Green Home del Montenegro, S.P.N.L. del Libano, Link di Israele, E.N.D.A. Maghreb del Marocco, Tunisian Front Organization della Tunisia, Ecomediterrania della Spagna, O.D.R.A.Z. della Croazia, A.P.E.N.A. della Tunisia, A.F.D.C. del Libano, R.A.E.D. dell’Egitto, Ceratonia Foundation di Malta, C.O.A.G. della Spagna, WWF – programma Mediterraneo dell’Italia, I.P.A.D.E. della Spagna, Forum della Laguna di Venezia dell’Italia, W.A.D.A. del Libano, Associazione per la Wilderness dell’Italia), componenti di formazioni politico-sociali (vari aderenti a circoli di Progetto Sardegna) e, soprattutto, tanti comuni cittadini sardi, di tante altre parti d’Italia e numerosi stranieri. La petizione ha chiesto – oltre un nuovo piano paesistico con efficaci misure di tutela, un’adeguata fascia di rispetto costiero (sempre almeno 500 metri dal mare), la conservazione integrale dei tratti costieri ancora integri o non compromessi – anche l’istituzione dell’Agenzia per la salvaguardia delle coste cui affidare l’acquisizione al patrimonio pubblico e la corretta gestione dei tratti di litorale più pregevoli dal punto di vista ambientale e paesaggistico. Nel febbraio 2006 è stata, poi, presentata un’indagine di ricerca condotta dal Gruppo d’Intervento Giuridico e dagli Amici della Terra comprendente l’elaborazione di documenti propedeutici all’Agenzia per la Salvaguardia delle Coste (relazioni illustrative, proposte di legge regionale istitutiva e regolamenti gestionali, proposte gestionali specifiche per il sito – tipo delle Saline di Carloforte, ecc.) alla presenza del Presidente nazionale degli Amici della Terra Rosa Filippini, dell’allora Assessore regionale dei beni culturali Elisabetta Pilia e del rappresentante ufficiale del Conservatoire du Littoral Christine Sandel. La ricerca ha beneficiato di un contributo regionale (art. 60, comma 3°, della legge regionale n. 1/990) di euro 2.986,00 sui 4.000,00 resi disponibili (deliberazione Giunta regionale n. 40/2 del 26 agosto 2006) ad esclusiva copertura dei costi di produzione dei materiali e delle trasferte dei relatori esterni. Tutti i materiali prodotti, in primo luogo proposte normative e gestionali, sono stati formalmente inviati alla Giunta regionale con la finalità di contribuire concretamente alla realizzazione dell’Agenzia per la salvaguardia delle coste. Proprio quella Conservatoria delle coste sarde di cui si auspica, finalmente, la piena operatività nel caso di una rapida approvazione del testo contenuto nella proposta di legge regionale finanziaria 2007. Gruppo d’Intervento Giuridico e Amici della Terra disegno di legge finanziaria regionale 2007 (26 febbraio 2007) - omissis - art. 15 Conservatoria delle coste della Sardegna 1. Ai fini della salvaguardia e tutela degli ecosistemi costieri è istituita la Conservatoria delle coste della Sardegna quale agenzia tecnico operativa della Regione, con personalità giuridica di diritto pubblico e con sede in Cagliari, con compiti di gestione integrata di quelle aree costiere di particolare rilevanza paesaggistica ed ambientale, di proprietà regionale o poste a sua disposizione da parte di soggetti pubblici o privati e che quindi assumono la qualità di aree di conservazione costiera. 2. Nell’ambito delle zone costiere sono individuate le aree di conservazione costiera, di proprietà o in disponibilità pubblica e da affidarsi alla Conservatoria delle Coste. 3. Sono di competenza della Conservatoria le seguenti funzioni: – il coordinamento delle iniziative regionali in materia di gestione integrata delle zone costiere nei rapporti con le altre Regioni italiane e con le autorità locali dei paesi rivieraschi del Mediterraneo; – il coordinamento delle iniziative in materia di gestione integrata delle zone costiere poste in essere dall’Amministrazione regionale, dagli Enti Locali e dagli organismi di gestione di aree marine protette o di altre aree e siti di interesse comunitario; – la promozione e diffusione delle tematiche relative alla tutela ambientale e paesaggistica ed allo sviluppo sostenibile delle aree costiere; – l’elaborazione degli indirizzi e criteri di cui all’articolo 43, primo comma, lettera a), della legge regionale 12 giugno 2006, n. 9; – l’esercizio del diritto di prelazione ai sensi dell’articolo 4 della legge 29 maggio 1967, n. 379 e dell’articolo 11 della legge 30 aprile 1976, n. 386, sugli atti di vendita di terreni ed immobili derivanti da assegnazioni pubbliche, che ricadono nella fascia costiera dei due chilometri dal mare; – l’esproprio e/o l’acquisto di quelle aree e quei beni immobili la cui qualità ambientale, paesaggistica e culturale è tale da ritenere necessaria la loro conservazione e salvaguardia; – l’esercizio delle competenze regionali in materia di demanio marittimo e costiero nelle aree demaniali immediatamente prospicienti le aree di conservazione costiera e sui singoli beni ad esso affidati; – l’esercizio delle competenze demandate alla Regione ai sensi degli articoli 60, 61, 62, 106 e 115 del decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42, per i beni del patrimonio culturale immobiliare ricadenti nelle aree di conservazione costiera ad essa affidate. 4. La Conservatoria delle coste della Sardegna è agenzia dotata di autonomia regolamentare, finanziaria, organizzativa, amministrativa, patrimoniale, contabile e gestionale ed è sottoposta ai poteri di indirizzo, vigilanza e controllo esercitati dalla Giunta regionale ai sensi della legge regionale 15 maggio 1995, n. 14. 5. Sono organi della Conservatoria: il Comitato scientifico, il Direttore esecutivo ed il Collegio dei revisori. Essi sono nominati con decreto del Presidente della Regione su conforme delibera della Giunta regionale. 6. Il Collegio dei revisori è composto da tre membri prescelti tra gli iscritti nel Registro dei Revisori contabili di cui al decreto legislativo 27 gennaio 1992, n. 88. Il presidente del collegio è designato nel provvedimento di nomina da parte del Presidente della Regione. 7. Il Comitato scientifico ha funzioni consultive e di supporto al Direttore esecutivo nelle fasi di elaborazione e di verifica dei programmi della Conservatoria ed è composto da tre esperti designati dalla Giunta regionale su proposta dell’Assessore competente. 8. Il Direttore esecutivo è il rappresentante legale della Conservatoria delle coste, ha competenza in materia amministrativa, finanziaria, regolamentare, di bilancio e dotazione organica. 9. Il Direttore esecutivo è individuato tra dirigenti dell’amministrazione o degli enti regionali di cui al comma 2 dell’articolo 28 della legge regionale n. 31 del 1998, o tra soggetti esterni ai sensi dell’articolo 29 della citata legge regionale. 10. La prima dotazione organica della Conservatoria è stabilita con delibera della Giunta regionale, su proposta dell’Assessore della difesa dell’Ambiente di concerto con l’Assessore competente in materia di Personale. L’Agenzia è inserita nel comparto contrattuale del personale dell’Amministrazione e degli enti regionali ed è soggetta alle disposizioni della legge regionale n. 31 del 1998 e successive modifiche ed integrazioni. 11. Entro tre mesi dall’entrata in vigore della presente legge la Giunta regionale, sulla base dei principi del presente articolo, previo parere della Commissione consiliare competente e su proposta dell’Assessore della Difesa dell’Ambiente, approva lo statuto dell’Agenzia, ne nomina gli organi e ne stabilisce la dotazione organica. 12. Gli oneri derivanti dall’applicazione del presente articolo sono valutati in annui euro 1.500.000 (U.P.B. S04.04.001 – SC04.1022). (foto S.D., archivio GrIG)
Riferimenti: Conservatoire du Littoral

Buone notizie dagli Emirati Arabi Uniti!


Mentre alcuni Paesi hanno deciso di risolvere i problemi energetici importando petrolio, anche a suon di bombe, nel regno dell?oro nero hanno elaborato un piano di sviluppo per produrre energia pulita, che prevede l?installazione di pannelli solari che forniranno energia a circa 10mila abitazioni. Buona lettura!

Da www.peacereporter.net

Emirati Arabi Uniti – 23.2.2007
Verso il sole
Gli Emirati Arabi Uniti scommettono su fonti d?energia pulita e rinnovabile – di red

Un bagno di sole. A parlare è Sultan al-Jaber, responsabile esecutivo dell?Abu Dhabi Future Energy Company, ente statale degli Emirati Arabi Uniti che ha lanciato nei giorni scorsi un rivoluzionario piano di sviluppo per produrre energia pulita nel ricco Paese del Golfo Persico. Il progetto, che dovrebbe essere completato nel 2009 e che costerà alle casse dello Stato poco più di 350 milioni di dollari, prevede la costruzione e la posa di una moltitudine di pannelli solari che formeranno una centrale capace di generare 500 megawatt di energia pulita. E l?iniziativa diventa ancora più significativa proprio perché proviene da uno di quegli stati che ha costruito la propria fortuna sull?oro nero. Secondo al-Jaber, in un?intervista rilasciata al al-Jazeera, saranno circa 10mila le abitazioni che usufruiranno dell?energia solare. Inoltre, la centrale dovrebbe essere il fulcro di un futuro polo dell?energia pulita e rinnovabile.
Cambio di rotta. L?iniziativa parte da Abu Dhabi, l?emirato più ricco di petrolio dei 7 che compongono la federazione degli Emirati Arabi Uniti, in quanto possiede il 90 percento delle risorse petrolifere dell?intero Paese. Questo elemento è importante per cogliere il senso di una politica più vasta che oltrepassa la mera istallazione dei pannelli solari. Il petrolio, che per anni ha rappresentato l?alimento stesso del mercato economico mondiale, non è eterno e in tanti si stanno muovendo per attrezzarsi con nuove fonti di energia, rinnovabili e pulite. Mentre in Iraq e altrove si muore a causa di quella lotta planetaria per il controllo e lo sfruttamento delle risorse energetiche, dagli Emirati arriva un segnale in controtendenza, che fa sperare in un mutamento di rotta radicale nelle scelte di politica economica delle grandi monarchie del petrolio nel Golfo Persico.

(foto C.B., archivio Gr.I.G.)

Riferimenti: PeaceReporter

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Cartolarizzazioni ai danni dei patrimoni pubblici.

25 Febbraio 2007 Commenti chiusi


E? semplicemente scandaloso che si continui ad arricchire i privati ai danni dei patrimoni pubblici. Serve a questo il Governo Prodi ? Buona lettura?

Gruppo d?Intervento Giuridico

da L?Espresso, 1 marzo 2007

Cartolarizzazioni. Grazie Tremonti. L.P.D.

Chi ha guadagnato con le cartolarizzazioni ? Banche, collocatori, advisor e società di servizio. Lo scrive la Corte dei conti in una relazione per il Senato. La spregiudicatezza con la quale è stata gestita questa operazione, pensata nel 2001 da Giulio Tremonti, è stata messa sotto la lente d?ingrandimento della Corte dei conti, per la quale cospicui vantaggi finanziari sarebbero stati realizzati da chi ha partecipato alle cartolarizzazioni. E? . Notevole risulta lo scarto del prezzo di collocamento provvisorio rispetto al valore nominale (- 336,3 milioni) e al prezzo finale (- 695,1 milioni), eclatante il guadagno riconosciuto alle banche (99 milioni, pari al 10 per cento e al 18,5 per cento circa su base annua). Non è tuttavia l?unica anomalia. Una recente interrogazione parlamentare al Senato evidenzia i risultati negativi delle vendite negli ultimi tre mesi del 2006 che registrano una caduta del 21,7 per cento, con incassi di 288 milioni di euro a fronte dei 481 milioni preventivati. Uno squilibrio che rischia di far declassare da parte delle agenzie di rating internazionali due Scip Bond in circolazione (le cedole in scadenza del prestito) per un totale di 3,7 milioni di euro. Le cartolarizzazioni sarebbero state un buon affare solo per pochi. Gli interessi passivi al 31 dicembre 2005 ammonterebbero a 525 milioni. Una volta di più questa operazione sbandierata dall?allora ministro Tremonti si rivela un?operazione a danno della collettività.

da La Repubblica, 23 febbraio 2007

I Beni culturali e la politica delle “concessioni”. Salvatore Settis

In quella che fu la patria del diritto, sempre più spesso le leggi non danno normative di lungo periodo, ma sono un gesto di comunicazione e d´immagine, valgono in primis per il loro effetto-annuncio. Effimere come un comunicato stampa, si fanno e si sfanno (passando per fasi di proroga, deroga, surroga), ma come notizie di cronaca vengono presto dimenticate nell´incalzare di nuovi regolamenti e decreti: un pulviscolo che col suo flusso ininterrotto oscura la norma, la rende inconoscibile e impraticabile. Un caso da manuale furono, nella stagione del centrodestra, i reati contro il paesaggio: ogni sanatoria fu severamente vietata dal Codice dei Beni Culturali promosso dal ministro Urbani (che giustamente se ne vantò), ma pochi mesi dopo la legge sull´ambiente introdusse una totale depenalizzazione e sanatoria. Contraddizioni della politica? Certo, ma anche logoramento di una civiltà giuridica, svuotamento dei contenuti legislativi, oblio della Costituzione repubblicana.
Non siamo ancora al riparo da questo processo di degrado.
Il nuovo governo ha riaffermato la fedeltà all´art. 9 della Costituzione (“La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico-artistico della Nazione”), ma non tutti i suoi atti sono coerenti in tal senso. E´ vero che la politica di dismissioni di immobili pubblici di valore culturale inaugurata con scarso successo da Tremonti sembra abbandonata, ma essa continua pienamente a livello dei Comuni (basti citare Roma e Venezia).
E non è morta l´idea-base di Tremonti, che i beni culturali pubblici debbano essere utilizzati per contenere il disavanzo: la Finanziaria 2007 (comma 259) prevede la “valorizzazione a fini economici dei beni immobili tramite concessione o locazione”. Le locazioni, della durata di 50 anni, prevedono la “riqualificazione e riconversione? tramite interventi di recupero, restauro, ristrutturazione, anche con l´introduzione di nuove destinazioni d´uso”. La norma prevede, è vero, il rispetto del Codice dei Beni Culturali, ma intanto ne mina un assunto-base, e cioè che la valorizzazione va intesa “al fine di promuovere lo sviluppo della cultura” (art. 6), e non per fini economici. Non è un timore astratto: il comma 263 della Finanziaria di fatto riapre i termini per la dismissione degli immobili pubblici della Difesa, in modo che siano “inseriti in programmi di dismissione e valorizzazione ai sensi delle norme vigenti in materia”, pudico riferimento alle norme Tremonti che nessuno ha abolito: redazione rapidissima degli elenchi di beni da porre in vendita, 90 giorni di tempo per le Soprintendenze (anziché 120 come nel Codice) per opporvisi. Con questo comma, anzi, la Finanziaria oblitera perfino il riferimento di garanzia al Codice contenuto nella legge 248/2005, art. 11/5: insomma, è più tremontiana del governo Berlusconi.
Questa politica delle “concessioni” si estende alla gestione dei beni culturali, favorita dalla mancanza di personale nelle Soprintendenze e dall´interpretazione equivoca e contra legem della valorizzazione in senso meramente economico. Il Codice, in coerenza con le norme dell´Unione Europea, privilegia l´ipotesi di una gestione diretta dell´ente proprietario, che può creare all´uopo società al 100% pubbliche, giustificandone la formazione con specifici progetti di valorizzazione (intesa in senso culturale). In ogni altro caso, l´ente proprietario deve ricorrere al mercato, né può costituire Fondazioni che direttamente gestiscano musei e monumenti. Lo ha imparato a sue spese il Comune di Roma: l´affidamento diretto dei musei comunali alla società Zetema è stato prontamente annullato dal Tar del Lazio (sentenza 1117/2006) per illegittimità. Eppure, si legge ora sui giornali che in Campania verrebbero trasferiti alla Regione aree di enorme rilevanza come Paestum e Velia, i Campi Flegrei, le certose di Padula e Capri, con l´intesa di affidarne la gestione, senza gara pubblica, a una SpA appositamente costituita (Scabec), con capitale al 50% privato. Di analoghi progetti si parla anche per Venaria reale ed altre residenze sabaude: nell´un caso e nell´altro, preferendo a quel che pare non la gestione diretta dello Stato, non la trasparente dinamica del libero mercato, bensì affidamenti fiduciari vietati dalle norme della Comunità Europea. In attesa, s´intende, delle prossime sentenze dei Tar.
Queste e simili “concessioni” che nella confusione dei linguaggi si vanno apparecchiando dietro le quinte ricordano quelle dell´impero cinese in disfacimento: forme di colonizzazione mascherata, che a volte (come la concessione italiana di Tien-tsin) ebbero vita breve, a volte (Macao e Hong-Kong) assai più lunga. Sul fronte dei beni culturali, la disinvolta interpretazione delle leggi e la cessione di spazi e poteri sembra prefigurare uno Stato a sovranità limitata, in costante ritirata, incapace di progetti di grande respiro, dimentico della propria Costituzione. Resta, si capisce, il muro di carta delle leggi, quello che Natalino Irti fin dal titolo di un libro recentissimo ha chiamato Il salvagente della forma (Laterza). Perchè, scrive Irti, «il formalismo si delinea come corrispettivo dell´indifferenza contenutistica», e in questo naufragio dei tempi «la Costituzione, gravemente indebolita, rimane custode dei diritti fondamentali, ma non più sollecita e genera leggi di attuazione».

(foto S.D., archivio GrIG)

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Tuvixeddu, proposte di tutela e bel canto…


La Commissione regionale per il Paesaggio ha trasmesso alla Regione ed al Comune di Cagliari la proposta di nuovo provvedimento di vincolo paesaggistico per il Colle di Tuvixeddu e le zone limitrofe. Fin da oggi è disponibile sul sito internet della Regione autonoma della Sardegna (www.regione.sardegna.it), da lunedì la proposta sarà pubblicata formalmente nell’albo pretorio del Comune di Cagliari, sui giornali regionali e su uno nazionale, secondo le procedure stabilite dal Codice dei beni culturali e del paesaggio (decreto legislativo n. 42/2004 e successive modifiche ed integrazioni). Dopo i 90 giorni di visione, associazioni, comitati, soggetti imprenditoriali, qualsiasi cittadino hanno 30 giorni di tempo per presentare osservazioni o documenti. Nei 60 giorni successivi, la Regione emanerà il provvedimento definitivo, considerando motivatamente gli atti di osservazioni pervenuti. Le disposizioni di salvaguardia acquisiscono efficacia, tuttavia, fin da subito, in via cautelare.

Le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico esamineranno la proposta di vincolo paesaggistico, raccoglieranno opinioni e pareri dei cagliaritani e di chiunque abbia a cuore le sorti di una delle più importanti aree d?interesse archeologico del Mediterraneo e presenteranno un loro atto di osservazioni. Fin da ora, ad una prima e necessariamente sommaria lettura, la proposta appare meritevole di positiva valutazione, con la riserva degli opportuni approfondimenti. Auspichiamo che sia un ulteriore passo per rendere concreta quella politica di provvedimenti di vincolo, espropri ed indennizzi rappresentano la strada per un grande parco archeologico-ambientale e per la salvaguardia e la corretta valorizzazione del Colle di Tuvixeddu. Lo sosteniamo da lungo tempo: da oltre quindici anni abbiamo inoltrato esposti, denunce, ricorsi, petizioni, svolto manifestazioni, conferenze-stampa e quant?altro possibile per puntare a questi obiettivi.

Intanto, come da pronostico, è stato formalizzato il ricorso di Coimpresa davanti al Tar Sardegna contro la Regione Sarda avverso il blocco dei cantieri e l?estensione dei vincoli sul colle di Tuvixeddu, con la conseguente richiesta di risarcimento danni anche personale nei confronti del Presidente della Regione e dell?Assessore competente. Questa situazione (che fa presagire una dura guerra tra l?imprenditore Cualbu e il presidente Soru) rende paradossale il fatto che Cualbu è il rappresentante della Regione in un ente istituzionale. Infatti, non bisogna dimenticare che nella scorsa estate, il Presidente Soru nominò l?ing. Cualbu rappresentante della Regione Sardegna nel Consiglio di Amministrazione dell?Ente Lirico di Cagliari. Scelta che suscitò evidenti perplessità derivanti dal fatto che il T Hotel di cui Cualbu è proprietario fronteggia il Teatro Lirico e vi era in discussione il progetto sulla creazione nell?area del parco della Musica, con presunti conflitti d?interesse. Ora, alla luce di questo atto ostile di Coimpresa contro la Regione appare evidente che la presenza di Cualbu nell?Ente Lirico in rappresentanza della Regione sarda appaia perlomeno inopportuna. Pertanto, si chiede all?ing. Cualbu di rassegnare le dimissioni da rappresentante della Regione Sarda nell?Ente Lirico e al Presidente Soru la revoca della fiducia nel proprio rappresentante con il ritiro della delega.

Gruppo d?Intervento Giuridico e Amici della Terra

da www.regione.sardegna.it, 23 febbraio 2007

La tutela di Tuvixeddu.
La Commissione Regionale per il Paesaggio trasmette al Comune e alla Regione la proposta che venga dichiarato di notevole interesse pubblico il colle di Tuvixeddu-Tuvumannu.

Cagliari, 23 febbraio 2007 – La proposta della Commissione Regionale per il Paesaggio sarà pubblicata da lunedì ufficialmente anche nell’albo pretorio del Comune di Cagliari, sui giornali regionali e su uno nazionale. Alla scadenza dei 90 giorni i privati hanno tempo 30 giorni per presentare osservazioni o documenti. Nei 60 giorni successivi, spetta alla Regione emanare il provvedimento definitivo. La tutela scatta però da queste ore, appena sono rese pubbliche le conclusioni della Commissione Regionale per il Paesaggio.

La Commissione ha fatto notare come l’area di Tuvixeddu-Tuvumannu venga esplicitamente citata più volte nel Piano paesaggistico regionale, sia nelle norme tecniche di attuazione, sia nei documenti dell’ambito di paesaggio costiero n. 1, Golfo di Cagliari. Seguendo la classificazione dell’assetto territoriale del PPR possono essere riconosciuti nell’area elementi peculiari riferibili all’assetto ambientale, all’assetto storico-culturale ed all’assetto insediativo. Questa ricchezza di valori, pertanto, necessita di un innalzamento dell’attenzione in termini di tutela paesaggistica, che meglio interpreta gli indirizzi e le strategie fissate dal PPR.

In questo caso, l’analisi storica, cartografica, bibliografica, archeologica, naturalistica, morfologica e insediativa dell’area già definita di Tuvixeddu-Tuvumannu, prodotta e visionata durante i lavori della Commissione, porta a fare corrispondere, in realtà, al colle una differente denominazione, ossia quella di Tuvixeddu – Tuvumannu – Monte Is Mirrionis – Monte della Pace. Sulla base di questi presupposti i limiti fisici dell’area, individuati attraverso l’assetto viario attuale, lungo la linea mediana delle strade, possono essere disegnati secondo la cartografia allegata al presente documento (Allegato A).

Questa proposta di riconoscimento è innovativa rispetto alla deliberazione della Commissione provinciale per la tutela delle bellezze naturali di Cagliari, assunta il 16 ottobre 1997, in quanto definisce l’area di Tuvixeddu – Tuvumannu – Is Mirrionis con una delimitazione ricavata da un’accurata indagine multidisciplinare, in funzione delle caratteristiche geomorfologiche, naturali, storiche, culturali ed estetiche, restituendo ad unità uno dei colli di Cagliari ed assicurando il perpetuarsi dell’identificabilità di uno dei luoghi più significativi della città.

(cartografia proposta R.A.S. vincolo paesaggistico, elaborazione GrIG)
Riferimenti: Regione Autonoma Sardegna

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Guerra giudiziaria su Tuvixeddu.

24 Febbraio 2007 Commenti chiusi


E Iniziative Compresa ritorna al fronte giudiziario?

Tuvixeddu. Presentato il ricorso al Tar contro la sospensione dei lavori: è stato un atto arrogante.
Coimpresa: «Vittime della Regione». Ipotizzata la richiesta di risarcimento danni personali a Soru.
Umberto Aime

CAGLIARI. La Coimpresa ha ricorso al Tar per Tuvixeddu. Chiede la revoca immediata (sospensiva) della chiusura del cantiere di via Is Maglias, vuole che i giudici annullino l?atto firmato giovedì 11 gennaio dal direttore del Servizio tutela per il paesaggio della Regione, pretende, nei fatti, la riabilitazione di complessivi 275mila metri cubi. E se il Tar dirà che Coimpresa ha ragione, scrivono gli avvocati, vorrà essere risarcita per il mancato guadagno non solo dall?amministrazione regionale ma personalmente dal presidente Renato Soru, dall?assessore Carlo Mannoni, dal direttore dei servizi dell?assessorato. La discesa in campo era annunciata, da ieri ha il volto cattivo della dichiarazione di guerra. Alla Regione. «La determina è stata viziata da una violazione di legge, da eccesso di potere per illogicità, contraddittorietà, insussistenza dei presupposti e incompetenza», ha scritto l?Ufficio stampa della Coimpresa nell?e-mail che segna l?inizio della lunga e accesa battaglia giudiziaria sulla necropoli, sull?accordo di programma e per ?il rispetto delle regole e la certezza dei diritti?, da un?intervista a Gualtiero Cualbu, patron di Coimpresa. Diritti negati, diritti spazzati via con ?arroganza amministrativa?, questo contesta Coimpresa alla Regione, in un ricorso al Tar dove sono ben otto i ?colpi di clava? assestati sulla testa dell?avversario. «Il provvedimento amministrativo – si legge – è viziato da incompetenza perché, con la sua emanazione, s?è consumata un?indebita ingerenza degli organi politici, che devono avere invece soltanto funzioni d?indirizzo politico-amministrativo nell?attività dei dirigenti a cui invece spettano le prerogative prettamente amministrative». Il virgolettato è la prima contestazione, quella più dura e aspra: la Giunta regionale è accusata di aver spinto e costretto i funzionari dell?assessorato alla Pubblica istruzione a emettere il provvedimento di chiusura dei cantieri anche s?erano contrari. Altro che ?dichiarazione di notevole interesse pubblico ambientale, storico e paesaggistico?, scrive Coimpresa ?il potere politico qui ha prevaricato le sue funzioni e, nel farlo, ha violato i poteri amministrativi dei funzionari?. La violazione – secondo chi ricorre – è spiegata in un successivo capoverso: «Il provvedimento firmato dal direttore del Servizio tutela per il paesaggio è stato adottato in adempimento a una direttiva dell?assessorato che non ha tenuto in debito conto il dissenso manifestato, oltre alla regolarità delle autorizzazioni amministrative in possesso di Coimpresa e alla totale assenza di elementi nuovi che potessero configurare un danno al paesaggio». Qui il Gruppo Cualbu dimostra di sapere anche quello che forse non deve, e cioè che, a gennaio, fra due funzionari (Franco Sardi, direttore generale dell?assessorato ai Beni culturali e Antonio Salis, direttore del Servizio tutela) c?è stato uno scambio di lettere su carta intestata della Regione autonoma della Sardegna, lettere poi arrivate sul tavolo dell?assessore Carlo Manoni. Nelle prima Antonio Salis scriveva, in sintesi: «Non ricorrono le condizioni per il blocco e l?adozione di un provvedimento in tal senso potrebbe integrare il reato di abuso d?ufficio visto che sono in corso lavori regolarmente autorizzati dal punto di vista paesaggistico e non sono sopravvenuti elementi nuovi tali da configurare un danno al paesaggio». Salis non era d?accordo sul blocco e non lo era neanche Franco Sardi, il giorno dopo, quando girerà la lettera all?assessore, con alcune righe in calce: «Allego la nota del dottor Salis convidendone integralmente il contenuto». Ma la risposta di Carlo Mannoni sarà peggio di una scudisciata: «Il provvedimento cautelare (bloccare i cantieri) è necessario, urgente e improcrastinabile. Quindi s?impartisce apposita direttiva perché sia assunto con i caratteri d?urgenza». Ecco, scrive Coimprersa, dove il potere politico s?è imposto con arroganza su quello amministrativo e dove – ancora dall?ultimo comunicato stampa – è ?chiara la mancanza di buona fede della Regione?. C?è stato dolo, ipotizza, e per questo chiederà, in caso di vittoria al Tar, il risarcimento danni alla Regione, a Soru, Mannoni e agli altri funzionari ?per noi responsabili? – scrive Coimpresa – di aver violato il Codice Urbani, l?accordo di programma e persino falsamente applicato l?articolo del Piano paesaggistico regionale che individua il sistema dei colli di Cagliari e lo definisce contrastato dai progetti di riqualificazione proposti da Coimpresa?. L?ultima mazzata è in tre passaggi del ricorso: «L?attività della Regione è stata illogica, contradditoria e viziata da incompetenza». La grande guerra è appena cominciata.

(foto S.D., archivio GrIG)

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Altra udienza del processo sul ripascimento del Poetto.

24 Febbraio 2007 Commenti chiusi


Presso il Tribunale penale di Cagliari si è tenuta una nuova udienza del processo sul “ripascimento” della spiaggia del Poetto, nel quale siamo costituiti parte civile. Buona lettura…

Amici della Terra e Gruppo d’Intervento Giuridico

da La Nuova Sardegna, 24 febbraio 2007

TRIBUNALE. Il Poetto e le distrazioni del ministero. «L?Ambiente doveva pensare alla tutela del mare, non della spiaggia». Mauro Lissia

CAGLIARI. La difesa ha provato a spostare l?asse delle responsabilità per il disastro del Poetto su Roma, in un?udienza davanti al tribunale di rara intensità. E? stato l?avvocato Andrea Pogliani a stringere all?angolo il dirigente al ministero dell?ambiente Massimo Avancini, che nei giorni infausti del ripascimento era a capo del settore. Ha insistito su un punto centrale, la scelta dell?area di prelievo del materiale: un decreto ministeriale del 1996 dispone chiaramente che l?ufficio, nel caso di un intervento su una spiaggia, deve chiedere conto sulla compatibilità delle sabbie anche in rapporto alle coste, quindi all?arenile. Avancini ha ribadito il contrario, malgrado il difensore abbia chiesto e ottenuto dai giudici che il testimone leggesse la norma. «Noi ci siamo limitati ad applicare le disposizioni riferite alle operazioni di ripascimento – ha spiegato il dirigente statale – perchè la difesa degli spazi demaniali e delle spiagge sono una competenza della Regione». Non è un passaggio secondario in questo processo che si gioca sul filo sottile e aggrovigliato degli atti amministrativi: la Provincia aveva ricevuto un okay pieno da Roma sulla proposta di prelevare la sabbia da una precisa area del fondale. Area alternativa, perchè la prima – Anvicini l?ha confermato in aula – venne bocciata per la presenza di poseidonia marina: «Inviai a Cagliari i tecnici dell?Icram (Istituto centrale di ricerca applicato al mare, ndr) perchè verificassero l?esistenza di eventuali rischi di inquinamento del corpo idrico interessato al prelievo – ha spiegato il dirigente – che avrebbe provocato l?intorpidamento delle acque marine. Fui rassicurato, era tutto a posto». Era tutto a posto e a quel punto anche l?amministrazione provinciale poteva pensare che a posto lo fosse davvero. Solo che i riscontri sulla compatibilità dei materiali di prelievo rispetto alla vecchia sabbia del Poetto – secondo Anvicini e secondo l?accusa – spettavano all?ente appaltante, vale a dire la Provincia. E sarebbe qui che, a sentire l?accusa, cascherebbe l?asino: l?impresa Ati Mantovani, che si preparava a portare la draga Antigoon in Sardegna, segnalò con una nota tecnica molto chiara che una volta modificato il sito di prelievo non c?erano più garanzie sul rispetto degli standard petrografici. Era un modo per dire che loro se ne lavavano le mani. Ma la Provincia – così sostengono i pubblici ministeri Guido Pani e Daniele Caria – invitò l?impresa ad andare avanti. Forte di un via libera del ministero che – come ha sostenuto ieri il dirigente all?epoca addetto ai ripascimenti – era in realtà limitato ai soli aspetti chimici e batteriologici. Così l?impresa andò avanti e quando insieme ai primi metri cubi di meteriale scuro e limaccioso riversato sul litorale partirono le prime segnalazioni al ministero, Roma si limitò a una nuova verifica, piuttosto generica: «Arrivò una nota di Legambiente e le pagine dei giornali locali che parlavano di una situazione allarmante – ha ricordato Anvicini – allora mandai l?Icram a controllare, ma gli esiti del sopralluogo furono tranquillizzanti». Anvicini scrisse anche alla Capitaneria di porto, chiese informazioni: rassicuranti anche quelle, la draga scaricava fanghiglia sulla spiaggia ma nessuno si preoccupò tranne i giornali, le associazioni ambientaliste, i privati cittadini inorriditi davanti all?immagine di un disastro che cresceva sotto gli occhi di tutti: «Sul problema delle coste – ha insistito il dirigente ministeriale – noi non potevamo entrare, c?erano altri enti a doversene occupare e io feci tutto quanto era nelle mie possibilità perchè l?intervento venisse valutato». Altre domande sono arrivate dal pm Pani e dall?avvocato Giandomenico Tenaglia, che tutela gli interessi del Demanio: «Qualcuno le ha mai sottoposto la possibilità che il ripascimento si potesse fare con la sabbia delle cav e?» ha chiesto il magistrato. La risposta: «Nessuno, mai». Il che conferma come la prima opzione, quella scelta e difesa strenuamente dall?assessore Giacomo Guadagnini sino alla fine del suo mandato, venne scartata a priori per puntare sui desideri del Comune di Cagliari e dello stesso presidente della Provincia Sandro Balletto. «Nel corso delle riunioni con gli amministratori sardi qualcuno le sottolineò la particolare delicatezza del problema legato alla scelta della sabbia?» ha chiesto Tenaglia. La risposta: «Le analisi e i riscontri erano rassicuranti». In precedenza il tribunale ha sentito il biologo marino Angelo Cau e il funzionario della Protezione civile Vitale Pasqualino. Che ha confermato come l?intervento – per quanto riguarda il ministero – doveva rispettare i parametri di protezione civile: «E? chiaro che ci interessava anche l?ambiente – ha spiegato il tecnico – ma quella era una competenza di altri enti». Prima di tutti della Provincia – secondo l?accusa – che avrebbe dovuto rispettare i tempi dell?intervento stabiliti nel capitolato (due anni) e che invece realizzò il ripascimento in venti giorni, indifferente alle richieste di sospensione che arrivavano da tutte le parti. Al di là degli atti amministrativi, dei documenti e delle valutazioni è attorno a questo punto che il processo gira e forse girerà fino alla sentenza.

(foto S.D., archivio GrIG)

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Turismo: Sardegna promossa!


Sarà che, nonostante i tentativi di cementificazione, continuiamo ad avere un territorio in gran parte integro, sarà che abbiamo il mare più bello del mondo, sarà che noi sardi siamo troppo belli e simpatici comunque, secondo i dati presentati alla Borsa internazionale del turismo, i turisti che scelgono la nostra Isola aumentano di anno in anno. Perciò, manteniamo integra la nostra terra e, soprattutto, facciamolo tutti insieme!

da La Nuova Sardegna, 24 febbraio 2007

Turismo, buone notizie dai dati esposti alla Bit dall?assessore regionale Depau.
Sardegna, aumentano arrivi e presenze.
Collegamenti per l?isola, il capitolo più scottante. Le province sarde chiedono più concertazione.

MILANO. L?industria turistica sarda è in buona salute. Arrivi e presenze sono cresciuti rispettivamente del 3,24 % e del 4,7 %, secondo i dati presentati alla Borsa internazionale del turismo di Milano. Ma fra gli amministratori locali c?è chi si lamenta per l?assenza di Sardegna e Sicilia nel logo che l?Italia utilizzerà per promuovere se stessa nel mondo. Presenze e arrivi negli altri esercizi complementari che coprono poco più del 20 % delle strutture, sono invariati. In totale gli arrivi in Sardegna sono passati da 1.676.240 nel periodo gennaio ottobre 2005 a 1.720.863 nello stesso periodo del 2006.
In totale gli arrivi in Sardegna sono passati da 1.676.240 del periodo gennaio-ottobre 2005 a 1.720.863 dello stesso periodo del 2006 registrando un + 2,66 %. Le presenze totali sono invece passate da 9.150.909 a 9.397.558 con un + 2,70 %. Dati in crescita anche per il traffico aereo e marittimo a partire dal low cost. Dal 2003 al 2005 c?è stato un incremento dei passeggeri arrivati con questi voli in Sardegna del 350 %. Nel 2006 si continua a crescere con un + 21,67 %. Dagli 821.287 passeggeri low cost del 2005 si è passati a 999.266 passeggeri del 2006. Cresce anche il traffico ordinario degli aeroporti con un totale di + 5,28 % e con un + 9,61 % di Olbia e + 5,12 % di Cagliari. Complessivamente il traffico passeggeri in porti e aeroporti sardi dal 2005 al 2006 cresce del 3,20 % sfondando la quota 11 milioni di persone in transito. I collegamenti low cost attivati nel 2006 sono con Stoccarda, Monaco, Colonia con Hapag Lloyd Express e Parigi con Meridiana su Cagliari. Su Alghero è stato attivato un collegamento quotidiano con Liverpool della Ryan Air e su Olbia con Zurigo della Helvetic. Questi voli si aggiungono ai collegamenti già esistenti tra la Sardegna e Dublino, l?Inghilterra, Bruxelles, la Germania, la Spagna. «Il nostro obiettivo è presentarci sul mercato con un?immagine unitaria, che però valorizzi tutte le caratteristiche della nostra isola», spiega l?assessore regionale al turismo Luisanna Depau, e «in un paio d?anni si assisterà a un enorme successo». Un?intenzione ribadita anche nella scelta dell?allestimento dello stand, che propone i simboli tipici della Sardegna: dal coro dei Macomer all?artigianato, alla macchia mediterranea.
Gli amministratori provinciali, da parte loro sembrano convinti che sia questa la strada giusta da seguire, e l?assessore al Turismo della provincia di Sassari, Marco Di Gangi, ha già chiesto a Depau «di costruire un tavolo di concertazione». Ma nello stand sardo circola nervosismo dopo la presentazione da parte del ministro Rutelli del ?Logo Italia?, una piccola ?i? con il puntino rosso e una ?t? stilizzata in verde, che può simboleggiare la penisola. «Nell?icona non c?è alcun accenno all?Italia insulare», hanno protestato i presidenti delle province all?indirizzo di Depau, che però ha preferito soprassedere.
La Bit 2007 è l?occasione per ciascun distretto di fare un bilancio. Le province più grandi, Cagliari, Oristano, Sassari e Nuoro, registrano risultati positivi avvalendosi di infrastrutture e sistemi alberghieri già consolidati. Quelle minori stanno cercando di costruire piccoli ma importanti successi, ciascuna puntando sulle proprie peculiarità. L?Ogliastra sulla conservazione di territori vergini e sulle rassegne estive di musica jazz, Carbonia-Iglesias dopo i suoi primi due anni di vita sta investendo sui b&b e la neonata Medio-Campidano sui due siti Unesco. Fa ovviamente eccezione la Gallura, che da sola sostiene l?incremento della portualità, altrimenti in crisi, e anche grazie allo scalo aereo si conferma la porta d?accesso per eccellenza all?isola.
Quello dei collegamenti rimane comunque il tema più scottante, sia sul fronte marittimo che aereo. «Se Olbia cresce – spiega Depau – è perché lì operano molte compagnie. A Cagliari invece c?è il monopolio di ?Tirrenia? che va eliminato».
«Più accessibile, ma anche per il milione e mezzo di sardi che vive lontano dalla Sardegna», precisa lo scrittore nuorese Marcello Fois, che tra una battuta («Siamo la regione fornitrice ufficiale di veline brune») e un ringraziamento a tutti quanti «esportano l?idea di Sardegna con il loro lavoro quotidiano», ammonisce i politici locali: «Non costruite nei nostri paradisi».

Da www.altravoce.net del 24 febbraio 2007

Il turismo sardo è in piena salute
col traino dei voli low-cost
Dalla Bit si punta ai mercati dell’Est
di MARCO MURGIA

Uno sguardo al passato e più di uno al futuro. La Sardegna che partecipa alla Bit di Milano fa i conti – positivi – con la stagione turistica appena trascorsa e mette sul tavolo i progetti per la prossima. Che, nelle intenzioni degli amministratori e degli imprenditori del settore presenti alla fiera internazionale, dovrà allungarsi rispetto ai tradizionali mesi estivi. E poi estendersi a tutta l’isola, anziché limitarsi alle zone costiere: non a caso, nello stand della Regione sono in vetrina tutte le otto province.
Se questa è la direzione, il punto di partenza è quantomai solido: basato su numeri, quelli relativi al 2006, che certificano un settore in salute e in costante crescita. I dati diffusi a Milano nella seconda giornata della manifestazione parlano chiaro: aumentano gli arrivi e le presenze, così come i passaggi nei porti e negli aeroporti. Crescono i giorni di permanenza nell’isola e i turisti che scelgono sistemazioni alternative agli alberghi, con una impennata straordinaria, ad esempio, per i bed and breakfast (che registrano quasi il 100% di clienti in più rispetto al 2005).
Il dato principale è quello sul totale degli arrivi e delle presenze. I primi in Sardegna, secondo l’Istat e relativamente al periodo fra gennaio e ottobre 2006, sono aumentati del 2,66% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente (1.720.863 contro 1.676.240). In linea l’aumento delle presenze, che fa registrare un più 2,70% (da 9.150.909 a 9.397.558).
Detto dell’exploit dei B&B, anche alberghi e residence non hanno di che lamentarsi: gli arrivi hanno fatto segnare un significativo più 3,24%, mentre le presenze sono aumentate di oltre il 4%. Tutto senza considerare che la maggioranza dei turisti italiani che giungono nell’isola – secondo uno studio commissionato per agosto e settembre dall’assessorato al Turismo alle Università di Sassari e Cagliari sui villeggianti in arrivo via mare – sceglie come sistemazione la casa in affitto.
Funziona, e non potrebbe essere altrimenti, il low-cost. Numeri strepitosi, che premiano l’impegno della Regione nell’aumentare i collegamenti a basso costo: i passeggeri che hanno viaggiato con le compagnie che applicano tariffe scontate sono cresciuti nell’ultimo anno di oltre il 21%. Percentuali che consolidano, se possibile, l’incremento del 350% registrato dal 2003 a oggi.
Nell’ultimo anno anche l’aeroporto di Elmas ha deciso di investire su questo tipo di collegamenti: da Cagliari è possibile volare a prezzi scontati verso Stoccarda, Monaco, Colonia e Parigi. Alghero, che aveva fatto da battistrada in questo settore, ha invece intensificato le tratte, con due nuovi collegamenti giornalieri con Liverpool e Zurigo. Voli che si aggiungono ai collegamenti già esistenti tra la Sardegna e Dublino, Nottingham, Londra, Bruxelles, Dusseldorf, Menningen, Hannover, Berlino, Francoforte, Madrid e Barcellona.
A conferma di questi numeri c’è anche l’aumento nel traffico ordinario degli aeroporti (più 5,28% in totale) distribuiti soprattutto fra Olbia (più 9,61%) e Cagliari (più 5,12%). Complessivamente il traffico passeggeri nei porti e negli aeroporti sardi dal 2005 al 2006 è cresciuto del 3,20%: superata la quota di 11 milioni di persone in transito.
Sino a qui il passato. Ma ora c’è da lavorare per la stagione turistica 2007, che è ormai alle porte: si guarda ai mercati tradizionali, ma con molto interesse anche all’apertura di nuove frontiere. La strategia di marketing annunciata dall’assessorato è chiara: l’obiettivo è arrivare ad affascinare la Russia, la Repubblica Ceca, l’Irlanda e la Svizzera, ma anche gli Stati Uniti. La via da seguire è quella della partecipazione alle fiere internazionali.
Ma un occhio di riguardo merita anche la formazione. Una delle strategie messe in campo dalla Regione sarà quella di investire in maniera più decisa sull’aggiornamento, sull’offerta nel web marketing e sulla comunicazione del prodotto Sardegna: «Il sito internet www.sardegnaturismo.it deve affermarsi come il principale portale on-line turistico dell’isola», hanno spiegato a Milano i rappresentanti isolani. «Permette di conoscere le offerte, i servizi, le informazioni, gli itinerari e gli appuntamenti. Il tutto aggiornato in tempo reale e adesso tradotto in inglese».

Vetrina-vacanze, una Sardegna unita
ma quanti politici in missione
Ora la parola passa ai tour operator

Uno stand ?monumentale? che richiama i colori, le bellezze e i sapori della Sardegna. Per l’edizione 2007 della Bit, la Borsa internazionale del Turismo a Milano, la Regione ha fatto le cose in grande: oltre 2.600 metri quadri di spazio, uno fra i più grandi all’interno della manifestazione, per dare visibilità a tutte le otto province.
Una scelta, questa, che è già un segnale preciso: c’è il mare, nell’isola, ma non solo. C’è tutta una parte – l’interno della regione – che va riscoperta e presentata al grande pubblico, insieme alle numerose sagre, alle feste storiche, alle tradizioni che non si limitano alla sola stagione estiva: perché «valorizzare l’identità e la tipicità del ?sistema? Sardegna sono lo scopo centrale dell’iniziativa di promozione dell’assessorato del Turismo», ha spiegato l’assessore Luisanna Depau.
Non a caso l’allestimento dello spazio dedicato all’isola richiama tutte le sue caratteristiche: la reception, a esempio, è costituita da un banco di roccia attrezzato. C’è il bianco dei pavimenti, a richiamare la pietra, e le diverse tonalità di azzurro per il cielo e il mare sulle pareti; ma anche gli ulivi, posizionati lungo tutta l’area.
«L’efficacia della cornice sicuramente aiuta», sottolinea Piero Comandini, assessore al turismo per la Provincia di Cagliari: «i visitatori si avvicinano, si fermano, si informano. Credo che la scelta unitaria, quella di presentarsi qui a Milano con un’unico grande spazio dedicato all’isola, possa portare ottimi risultati. E, comunque, il bilancio di questi primi due giorni mi sembra già buono».
Alla proposta della Regione ha aderito per la prima volta, fra gli altri, anche il Comune di Alghero: sino alla scorsa edizione, la cittadina catalana presentava il proprio marchio con uno stand dedicato. «Lo spazio della Regione sembra funzionare» dice Icaro Sanna, dell’assessorato comunale al Turismo. «i visitatori si mostrano incuriositi dalla varietà dell’offerta». Un pregio che potrebbe, in qualche caso, rivelarsi un limite: il rischio di affogare il possibile cliente in un mare di informazioni è tipico di queste rassegne. «In realtà la Bit può risultare dispersiva», continua Sanna, «ma è uno degli appuntamenti irrinunciabili per questo settore».
Lo sa bene Francesco Muntoni, responsabile della ?Delphina?, fra le società leader per gli alberghi di qualità del nord Sardegna. Il gruppo, secondo una scelta consolidata negli anni, ha uno stand proprio. Anche se non è una scelta di visibilità: «Rispetto a quanto avvenuto nelle ultime edizioni», spiega Muntoni, «la Sardegna è meglio rappresentata: la location è più ampia, gli spazi sono più visibili».
Da vecchio frequentatore di questo tipo di manifestazioni, però, Muntoni nota anche i punti negativi: «Questa vetrina è sempre importante, ma la concomitanza con la settimana della moda non aiuta, ad esempio, e neppure il fatto che la Fiera sia stata spostata a Rho: mi sembra di notare una flessione nelle presenze di pubblico». Le giornate fondamentali, però, saranno oggi e domani: «Avremo il confronto con i tour operator stranieri, che rappresentano una fetta importante per il turismo in Sardegna. se dovessi dare un consiglio alla Regione, direi di stare attenti al mercato anglossassone: nonostante i numeri degli anni scorsi è prevista una flessione importante».

Che poi quello che luccica non sia tutto oro lo ricordano in molti. Non sempre, sottolineano diversi operatori, la quantità porta i risultati sperati: «Come Sardegna siamo presenti in forze, qui a Milano. Molto visibili, ma forse non altrettanto concreti». C’è chi ha notato come altri stand, forse meno appariscenti, siano molto più incisivi: «Davanti allo spazio della Sicilia, ad esempio, le presenze sembrano maggiori». E non è un’impressione: «Le trattative, lì, non conoscono tempi morti».
Tutto previsto, dice Nuccio Monello, titolare dell’agenzia di turismo Sipa: «Succede quando non si sta attenti alla qualità dell’accoglienza e dei servizi». Secondo Monello – che aveva presentato una proposta alla Regione ?senza ricevere risposta? – non basta «la presenza nello stand di quattro o cinque modelle milanesi che dell’isola non sanno niente. Non esiste un info-point Sardegna: nel 2003 funzionò benissimo, da lì passarono moltissimi contatti». Troppa apparenza e poca sostanza, insomma: «Lo fa pensare anche il numero altissimo di rappresentanti istituzionali presenti. Ci sono politici di ogni tipo di amministrazione: troppi, per un settore che si basa ormai unicamente sull’attività dei privati».

(foto C.B., archivio Gr.I.G.)

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Nuovo logo del Gruppo d’Intervento Giuridico.


Questo potrebbe essere il nuovo logo del Gruppo d’Intervento Giuridico. Vi piace ?

Gruppo d’Intervento Giuridico

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Pareri ufficiali e ufficiosi su Tuvixeddu…


E questi sono pareri ufficiali ed ufficiosi su Tuvixeddu. Buona lettura…

Gruppo d’Intervento Giuridico

da La Nuova Sardegna, 23 novembre 2007

«Ho votato contro secondo scienza e coscienza». Il soprintendente Vincenzo Santoni è stato l?unico a bocciare il vincolo che ha blindato Tuvixeddu. Umberto Aime

CAGLIARI. Il suo no al vincolo ha lasciato perplessi: com?è possibile, si sono chiesti molti, che Vincenzo Santoni, soprintendente ai Beni archeologici, bocci la proposta di evitare il cemento sul colle di Tuvixeddu ? È accaduto, avant?ieri, nella riunione decisiva della Commissione per il paesaggio. Ventiquattr?ore dopo, dall?ufficio di Sassari, Santoni rifiuta di essere processato: «Ho votato secondo scienza e coscienza. Non voglio dire altro e non accetto strumentalizzazioni. Dico soltanto che, nel 2000, la Soprintendenza non ha firmato l?accordo di programma e non mi è stato chiesto il parere su quanto sottoscrivevano Regione, Comune e privati». Il soprintendente non vuole alimentare la polemica, perché per lui la polemica non esiste: «Ho fatto mettere a verbale il mio dissenso che, ripeto, è stato secondo scienza e coscienza. Quando gli atti saranno pubblici, e spero che avvenga molto presto, sarà chiaro perché sono stato l?unico su nove a votare no». Nessun?altra domanda è ammessa sul filo del telefono ed è improponibile anche il tentativo di ricordare al soprintendente che il suo ufficio, in questi anni, su Tuvixeddu è intervenuto più volte e sempre per difendere la necropoli. A cominciare dal parere favorevole sul parco urbano progettato dal Comune, per proseguire con il vincolo archeologico del 1996 sui ventitré ettari in cima al colle e comunque distanti dalle lottizzazioni ora cancellate dai commissari. Niente da fare. Bisognerà aspettare la pubblicazione degli atti della riunione fiume di giovedì, per conoscere nel dettaglio i motivi del voto contrario di Vincenzo Santoni. La pubblicazione degli atti e della mappa che ha diviso in quattro aree Tuvixeddu-Tuvumannu e arriva fino ai margini di via Santa Gilla, è prevista tra oggi e domani sul sito ufficiale della Regione ancor prima che sul Buras. La macchina burocratica s?è comunque già messa in movimento subito dopo la proposta della Commissione, come del resto aveva annunciato l?assessore regionale Carlo Mannoni nell?incontro di lunedì in Comune. Ieri il Servizio tutela del Paesaggio dell?assessorato regionale alla Pubblica istruzione ha invitato le imprese a riprendere i lavori sospesi due settimane fa dalla Giunta Soru purché ?i cantieri rientrino nell?area di tutela orientata?. Ovviamente la lettera non è stata inviata alla Coimpresa e all?impresa Cocco, messe al bando dal vincolo totale proposto dalla Commissione. La Coimpresa ha il cantiere alle pendici del colle, l?altra ha costrutito due rustici in viale Sant?Avendrace, cioè entrambe sono all?interno dei cinquanta ettari di tutela integrale, dove l?unico progetto ammesso sarà il parco archeologico Karalis che assorbirà quello del Comune. A questo punto alle imprese escluse rimane una sola possibilità: ricorrere al Tar. E lo faranno subito, fanno sapere dagli uffici del Gruppo Cualbu (proprietario della Coimpresa) e della Cocco costruzioni. Il che vorrà dire l?inizio dell?annunciata battaglia legale amministrativa e nelle aule del tribunale civile, con i costruttori intenzionati a chiedere alla Regione un risarcimento danni milionario. Se le scelte saràanno quelle della linea dura sembra non aver futuro la recente proposta del presidente Renato Soru di trattare l?acquisto delle aree private vincolate dalla Commissione ed è molto probabile che quei terreni saranno espropriati. Ma anche questa procedura sarà lunga e non indolore.

da L?Unione Sarda, 23 febbraio 2007

Il colle delle polemiche. Il ricatto che tarpa le ali della città.
Giorgio Pellegrini (Assessore alla cultura del Comune di Cagliari)

Strepiti e clangori di questa Quarta Guerra Punica, deflagrata sulle pendici di Tuvixeddu, invitano a qualche riflessione intorno a un tema centrale: il coraggio della modernità. Nelle quattrocento pagine di Alberto Cossu, in memoria delle mura della Cagliari fortificata, si legge anche l?epopea di un impavido Municipio impegnato, per oltre quattro decenni, a demolire milioni di metri cubi di porte, bastioni e muraglie di una delle più munite piazzeforti del Mediterraneo. Dalla
fine dell?Ottocento, sino ai primi del secolo venti, quattro sindaci determinati ? Roberti, Orrù, Ravot e Bacaredda ? con ardore e ardire di continuità, tra polemiche, crolli e perfino qualche vittima innocente, riescono a liberare la città dall?abbraccio soffocante della sua armatura di pietra e a innestarla coraggiosamente in quel binario di modernità che ne ha condotto sino a noi, oggi, un profilo urbano sostanzialmente intatto. Demolizioni ma anche trasformazioni e geniali destinazioni d?uso, che lasciano respirare il porto e scorrere la via Roma, liberano il Largo e mutano il cupo Sperone in ariosa terrazza con passeggiata coperta. E non è solo foga di chirurgia urbanistica: gran parte della struttura fortificata viene risparmiata e restaurata, per mostrare ancora oggi l?imponenza dei suoi volumi monumentali. Cagliari snellisce e si ammoderna con il coraggio di un sacrificio: la vittima è un passato di pietra avvinghiato alle membra di una città che cresce, si allarga, si meccanizza dentro quel novecento ferrigno che porterà anche l?orrore di altre distruzioni. Ma dopo le bombe la città rinasce. Esige ancora ? a cavallo tra i due secoli ? nuove sfide di coraggio e modernità, accettate con spirito di continuità da due sindaci fattivi: Delogu e Floris. Coraggio insidiato però da un ecologismo tirannico e fazioso. E modernità in ostaggio alla demagogia, che la traveste di inutili orpelli betilici mentre costringe l?isola e la sua capitale in un ricatto paesaggistico che tarpa le ali alla città che sale. E una discarica dimenticata da secoli, cui l?attento Canonico Spano dedica esattamente quattro righe nella sua ?Guida? del 1861, si riscopre favolosa necropoli oltraggiata dal cemento armato di un progetto edilizio che l?avrebbe, semmai, protetta e valorizzata. Reti metalliche e cantieri sbarrati: sono tornate le muraglie, a soffocare la città e il suo legittimo futuro. Oltre il muro di Tuvixeddu torneranno ad abbrustolire al sole immondizie e cardi rinsecchiti, proprio come dietro i ruderi impidocchiati di quella gretta magione di Castello ch?è diventata ora l?obliata Versailles di via dei Genovesi violata dalle benne.

(foto S.D., archivio GrIG)

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Il Colle salvato, il parco "rubato": ancora su Tuvixeddu.

23 Febbraio 2007 Commenti chiusi


Riteniamo di pubblico interesse lo scambio di opinioni fra due archeologhe impegnate nei lavori sul Colle di Tuvixeddu e lo scrittore Giorgio Todde. Buona lettura…..

Gruppo d’Intervento Giuridico

Cagliari, 9 febbraio 2007

Ci si appresta a pianificare le operazioni di chiusura e annullamento del parco archeologico di Tuvixeddu, a vantaggio del grande parco regionale Cagliari. Quanti hanno fatto parte per tre anni di questo progetto escono di scena subissati dalle impietose critiche di chi vede incarnati nell’operato altrui la frustrazione dei propri sogni e desideri, di chi, nascosto dietro una malcelata presunzione, giudica e talvolta disprezza gli studi, gli sforzi, la dedizione e l’impegno che tante persone hanno dedicato alla realizzazione di un progetto che, pur non pretendendo di essere universalmente condiviso, rispondeva in maniera puntuale e precisa alle esigenze di parco. Anche chi come noi non ha studiato architettura potrà intuire, che il Parco di Tuvixeddu non può avere le caratteristiche proprie di una riserva del WWF, essendo all’interno di un contesto urbano. Perchè illudere con romantiche velleità fanatico naturalistiche i futuri fruitori, che la domenica mattina, dotati di scarpe da trekking, avrebbero scalato i costoni candidi del colle di Tuvixeddu “appositamente non dotati di sentieri che potessero renderne agevolmente percorribile l’area”. Per visitare poi una necropoli inaccessibile, “le cui tombe sarebbe parso piu’ opportuno non scavare per preservarne l’integrita’ delle superfici di strato” e che, di conseguenza, esigue informazioni di natura scientifica avrebbero dato al progresso della ricerca (salvaguardando di contro un’importante interfaccia stratigrafica di rifiuti, utilissimi alla ricostruzione dell’evoluzione degli insediamenti nel sito in questione e della plurisecolare opera di saccheggio). Dal 16 gennaio a oggi si sono susseguite riunioni, sopralluoghi, conferenze, manifestazioni, volantinaggi e chi ha potuto ha espresso i pareri più disparati sul progetto piu’ discusso degli ultimi mesi (banale e quasi patetico e’ chiedersi donde giunga l’improvvisa e appassionata vocazione archeologica di tanti ambientalisti e sopratutto perche’ laurearsi e specializzarsi quando in realta’ in alcuni casi sembra essere sufficiente avere una certa dose di sensibilita’ e un po’ di buon gusto per assurgere alla nomina di esperto e quindi pretendere di sapere come e dove fare le cose).
Chi, come noi, faceva parte di questo gruppo di professionisti defraudati e denigrati, ha visto pubblicate le notizie piu’ diverse, il piu’ delle volte faziose, volutamente viziate da un linguaggio che distorceva parole e luoghi, che “al tratto distintivo del colle, la cupezza e l’inquietante senso di desolazione dei luoghi”, associava l’estremamente piu’ cupa ombra di “incestuose e concertate collusioni” che “59 studiosi” hanno visto fortunatamente sventate “dopo anni di lassismo” (e tre anni di duro lavoro), da una svolta nella politica di tutela dei beni culturali che e’ sfociata nella delibera regionale n.5/23 del 7 febbraio 2007.
Per ora si vede solo la fine di un progetto, che da qui a un anno sarebbe stato un parco, frutto prezioso di una intelligente mediazione fra pubblico e privato, che se intesa – e qui ci si rende conto di chiedere un grosso sforzo – nell’accezione positiva del termine avrebbe garantito un risultato concreto.

Stefania Dore, Anna Luisa Sanna - archeologhe del parco archeologico naturalistico di Tuvixeddu

Questa la risposta di Giorgio Todde

Gentili Stefania e Anna Luisa Sanna,
comprendo perfettamente, credo, la vostra condizione. Ma non comprendo alcuni punti della lettera, con altri non sono assolutamente d’accordo, altri ancora li ritengo davvero gravi in bocca o in punta di penna di un archeologo. Come tutti i vostri colleghi sostengono, Tuvixeddu è un enorme area funeraria e le sepolture sono sparse sotto le case che assediano la collina. Questo è certo, come è certo che sotto la facoltà di ingegneria, per esempio, vi sono altre tombe e gli studenti, compresi quelli che studiano urbanistica, ci camminano sopra. Ora, mi domando come un archeologo possa ammettere che quello che resta (poiché di resti si tratta, miracolosamente salvati anche dal disinteresse per il colle e dall’incuria che, paradossalmente, ha svolto in questa città i compiti dell’archeologia) possa essere ulteriormente ricoperto da 275.000 metri cubi di melanconico cemento spacciato per costruzione ecologica e che un giardinetto artificiale, addomesticato, plastificato, dalle linee che alterano profondamente il paesaggio e lo involgariscono, che un laghetto finto, che sentierini da villaggio vacanze violino ulteriormente l’atmosfera dei luoghi. Non riesco ad accettare che le persone dalle quali mi aspetto il massimo della tutela considerino leciti ed in armonia con il colle il progetto proposto che, purtroppo, ha già prodotto un danno difficile da calcolare. Quando voi andate in vacanza scegliete i luoghi in base al loro fascino e il fascino è dato da un complesso generale e da una somma di particolari nei quali si nasconde, appunto, il fascino del luogo. Non si tratta di possedere o non possedere un titolo di studio. Un titolo di studio, si sa, non è sufficiente a fare un buon medico, un buon architetto e neppure un buon archeologo. Uno dei nostri grandi urbanisti non è architetto, uno dei nostri grandi critici dello sviluppo urbano non proveniva dall’urbanistica e questo perché il paesaggio attraversa ogni nostra attività. Molti urbanisti e molti architetti hanno contribuito all’attuale bruttezza che ci circonda. Il bello esiste e non è soggettivo come si vuol fare credere. Ma questa è un’altra faccenda. E la malcelata presunzione non è tale, ma è, semplicemente, la libertà di muovere una critica e di articolarla. Presuntuoso, piuttosto, è autocertificare la bontà del proprio lavoro definendo la propria visione come rispondente in maniera “precisa e puntuale” alle esigenze del parco. E veniamo alle “romantiche velleità fanatico naturalistiche”. Non ci vedo nessuna velleità e nessun romanticismo nel lasciare le cose come sono e nel ridurre al minimo l’intervento. Vedo piuttosto molta bruttezza e rozzezza nel progetto del parco e delle nuove case. Un intervento minimale sarebbe stato l’unica soluzione: niente case, niente strada, niente giardinetto con lago. Ma il fare poco e rispettare i luoghi è assai difficile, richiede applicazione, sensibilità e sopratutto una cultura della tutela che è del tutto mancata, sostituita da quella rovinosa della mediazione che ha svenduto, pezzo dopo pezzo, molta parte del colle. E molto più facile usare la mano pesante e greve disegnando, secondo ispirazione, un giardinetto che non riesco neppure a definire. E’ molto più facile progettare palazzine sostenendo, del tutto erroneamente, che, tanto, là non ci sono sepolture. Non so chi abbia parlato della “cupezza dei luoghi” ma mi trova appassionatamente d’accordo. Quello è un luogo cupo ed è vergognoso che lo si sia alterato con un giardinetto con tanto di laghetto artificiale. E’ roba che lascia di stucco, tanto più quando è sostenuta da due archeologhe le quali, giustamente, reclamano il riconoscimento del loro titolo a parlare ma eccedono nel valore che da sole attribuiscono ai loro studi. Il risultato è là, sotto gli occhi di tutti. Quanto poi alle “incestuose e concertate collusioni” tra poteri diversi, devo dire che i termini sono roboanti e un po’ retorici, ma, nella sostanza, è del tutto vero che nella storia dei nostri comuni, e quindi anche a Cagliari, c’è una confusione pericolosa dei ruoli. L’impresa sfuma verso l’amministrazione e l’amministrazione sfuma verso l’impresa. E’ successo in gran parte del paese ma le cose lontane, evidentemente, si vedono meglio. Riflettete su cosa è accaduto a tutto il meridione d’Italia orribilmente costruito dappertutto e non per questo ricco, anzi. Riflettete sulla scomparsa di città come Milano dove il centro storico è scomparso, ridotto ad un fazzoletto. Riflettete sul fatto che Cagliari è piena di case vuote e si continua a costruire a costi inaffrontabili. Non saranno “collusioni incestuose” ma sono gravi anomalie dello sviluppo e rivelano una tendenza al consumo del territorio che in molte parti del nostro paese è praticamente consumato. Infine, tutto potevo aspettarmi, salvo due giovani archeologhe a difesa di costruzioni sulla necropoli di Tuvixeddu. Molto, molto meglio l’incuria che, evidentemente, è l’unica forma di tutela valida nella nostra città dove, quando si toccano le cose, si fanno disastri.
Un abbraccio, Giorgio Todde

(foto S.D., archivio GrIG)

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Base U.S. Navy di La Maddalena: tutti a casa ! Ma arriva Legacoop ?


Un?altra conferma che la base U.S. Navy di appoggio del naviglio a propulsione nucleare dell?Arcipelago della Maddalena (Isola di S. Stefano) se ne andrà davvero entro il 2008 è giunta dalla Commissione Europea, con la recente nota ENV A.2/LTbd D(2007) 1728 dell?1 febbraio 2007. Infatti, dopo due riunioni effettuate con la delegazione governativa italiana (21 gennaio 2005 e 11 dicembre 2006), la Commissione europea ha deciso di archiviare la procedura di infrazione contro l?Italia per violazione dell?art. 10 del trattato U.E. in quanto è stato formalmente comunicato che gli accordi presi fra i Governi italiano e statunitense prevedono la rinuncia al progetto di ampliamento della base U.S.A. e la sua chiusura entro il 2008.

Ricordiamo che il 18 ottobre 2005 la Commissione europea, nell?ambito della procedura di infrazione (art. 226 trattato U.E.), aveva annunciato di aver inviato una lettera di ?costituzione in mora? all?Italia a causa della mancata informazione (art. 10 del trattato U.E.) riguardo il progetto di ampliamento della base U.S. Navy dell?Arcipelago della Maddalena: la Commissione, infatti, su ricorsi (ottobre 2003, aprile 2004, ottobre 2005 ? reclamo n. 2004/4115) delle associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico e su interrogazioni parlamentari dell?on. Monica Frassoni (co-presidente del gruppo Verdi/A.L.E. al Parlamento europeo), aveva inviato ben due richieste di informazioni (maggio e luglio 2005) senza ricevere alcuna risposta dal Governo italiano. Secondo la Commissione (e gli ecologisti) ?L’intervento è suscettibile di avere un impatto significativo sulla zona di conservazione dell?Arcipelago della Maddalena, che l?Italia ha proposto come sito da includere nella rete Natura 2000 di siti di conservazione istituita dalla direttiva Habitat?. Il 26 gennaio 2005 era pervenuta risposta da parte della Commissione europea all?interrogazione parlamentare E-2460/04IT esperita dall?on. Monica Frassoni, presidente del gruppo Verdi/A.L.E. al Parlamento europeo in relazione al primo lotto dei lavori di ampliamento (volumetria complessiva di 52.000 metri cubi) della base U.S. Navy dell?Arcipelago della Maddalena sull?Isola di S. Stefano e la realizzazione di altri lavori per il personale (alloggi, servizi, ecc.) in varie zone dell?Isola di La Maddalena. La Commissione europea, tramite il Commissario all?ambiente Dimas, aveva confermato che i detti lavori sarebbero dovuti essere preceduti perlomeno dalla vincolante procedura di valutazione di incidenza ambientale, infatti, ?il progetto di cui sopra potrebbe avere ripercussioni sul pSIC ?Arcipelago La Maddalena? (ITB010008). La Commissione ha pertanto inviato all?Italia una richiesta di informazioni in merito all?applicazione della direttiva 92/43/CEE al progetto in questione?. Già il 10 dicembre 2003 la commissaria all?ambiente Wallström rispose alla precedente interrogazione E-3157/03IT dell?on. Frassoni affermando che i detti lavori sarebbero dovuti essere preceduti perlomeno dalla vincolante procedura di valutazione di incidenza ambientale. Tale ampliamento, nonostante interessi un arcipelago tutelato con vincolo paesaggistico, rientrante in un proposto sito di importanza comunitaria e in un parco nazionale, non è stato preventivamente sottoposto ai vincolanti procedimenti di valutazione di impatto ambientale né di valutazione di incidenza ambientale, in palese contrasto con la normativa comunitaria in materia e con la normativa nazionale di attuazione. Si ignora, inoltre, se siano state conseguite le necessarie autorizzazioni riguardo la normativa di tutela paesaggistica. E? semplicemente scandaloso che una base militare non in disponibilità delle Forze armate nazionali né rientrante nel dispositivo di difesa N.A.T.O. e, per giunta, situata in un parco nazionale potesse esser ampliata senza che nemmeno fossero noti pubblicamente i termini della sua legittima installazione, risalente ad un accordo del 1972 mai ratificato dal Parlamento In proposito, le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico hanno inoltrato una serie di esposti (ottobre 2003, aprile 2004, ottobre 2005) alle pubbliche amministrazioni competenti, agli Organi comunitari ed alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Tempio Pausania riguardo l?inizio dei lavori di ampliamento. L?U.S. Navy se ne andrà prima della conclusione degli accertamenti ?

Gruppo d?Intervento Giuridico e Amici della Terra

E la Lega delle Cooperative prova a metterci le mani sopra?..

da La Nuova Sardegna, 24 febbraio 2007

Coop pronte a gestire le aree dimesse. «Alla Maddalena consorzi d?imprese per la nautica, il turismo, i servizi».

CAGLIARI. Le cooperative sarde e quelle nazionali si candidano a gestire, assieme alle imprese societarie, le aree militari dismesse a La Maddalena. Lo annuncia il presidente della Lega delle cooperative della Sardegna, Antonio Carta, e il presidente di Confindustria, Gianni Biggio, raccoglie l?invito a collaborare. La proposta è stata avanzata ieri nel corso del nono congresso regionale della Lega delle cooperative, durante il quale il presidente Antonio Carta ha compiuto un esame del sistema economico della Sardegna. Ma non è tutto: il mondo della cooperazione aspetta un riconoscimento nel nuovo Statuto della Regione che abbia la stessa valenza di quanto è scritto nella Costituzione. Cooperative come formula vincente per i territori (oggi sono 5.000 le aziende sarde ma gli spazi che si possono aprire nei prossimi anni sono enormi) e come fenomeno sociale rilevante per i valori che esprimono questo tipo di imprese. Ed è per questo che, dopo aver fotografato la situazione, il presidente della Lega delle cooperative sarde ha avanzato una serie di proposte a cominciare da quella sulle dismissioni delle aree militari. Antonio Carta spiega che Legacoop si è già confrontata con l?amministrazione comunale di La Maddalena: «Ci siamo mossi partendo dalla consapevolezza che la dismissione rappresenti non solo una disponibilità di aree che passano al governo pubblico ma una vera occasione per riconvertire l?economia locale». Come ? La Lega delle cooperative sarde – spiega Carta – è disponibile a mettere in campo non solo le proprie associate ma anche le «cooperative più robuste e solide in campo nazionale. È disponibile da subito a costruire intese con imprese non cooperative e di grande capacità ed esperienza nei settori essenziali a riconvertire quell?economia: turismo, nautica e servizi». L?ipotesi di lavoro più concreta e immediata potrebbe essere quella della programmazione negoziata (contratto d?area) oppure si dovrebbe fare ricorso alla finanza di progetto. Sul futuro prossimo la Lega individua altri due temi: la pesca e l?edilizia abitativa. Nel primo caso, Carta esprime la soddisfazione delle coop per il varo di una legge che ha adeguato la nostra normativa a quella dell?Ue; ci sono importanti risorse destinate alla produzione ittica negli stagni «ma ora è necessario chiarire cosa si intenda per società di gestione». Infine l?edilizia abitativa: «La legge sul piano paesistico», afferma Carta, «ha rimesso ordine nel settore dell?uso dei suoli ma per i meccanismi che prevedono l?adeguamento dei piani regolatori dei comuni alle norme sta causando un blocco. Serve un intervento perché si accelerino le procedure previste». Nella relazione di Carta non manca l?autocritica a cominciare dal rapporto con le grandi cooperative del Centro e Nord Italia: «Troppo spesso la presenza di grandi imprese cooperative in Sardegna avviene all?insaputa della nostra organizzazione e solo in rari casi è riuscito a produrre effetti positivi di promozione e di rafforzamento del sistema cooperativo sardo». La responsabilità di impresa e la loro etica sono uno dei temi più importanti per la storia che le cooperative hanno alle spalle. E Carta rivanga il caso Unipol-Bnl: «In quella circostanza i valori e i principi sono stati messi in secondo ordine non tanto nel contenuto dell?operazione industriale quanto nelle forme e nelle modalità in cui si è sviluppata. Ma dobbiamo prendere l?impegno a realizzare un?iniziativa che porti le cooperativa associate a sottoscrivere un codice etico, un documento, insomma, costituito da impegni espliciti nei confronti dei soci, dei fornitori, dei clienti e delle comunità locali».

(foto L.C., archivio GrIG)

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Già i Romani esiliavano gli ultrà.


Perchè non percorrere soluzioni già sperimentate ? Buona lettura…

A.G.I., 6 febbraio 2007

Roma, 6 feb. – (di Nicola Graziani) – Dieci anni di squalifica del campo, non rivedibili, sciolte le organizzazioni degli ultra’ ed esilio ai responsabili dell’organizazione del campionato: la legge degli Antichi Romani non ammetteva deroghe, e colpiva duramente chi si rendeva colpevole di fatti come quelli di Catania. Soprattutto se poi si sentiva, dietro certi accadimenti, puzza di politica: il tentativo, cioe’, di qualche organizzatore di incontri dotato di gran pelo sullo stomaco che puntava sugli eventuali disordini per entrare in Senato. Per lui non c’era pieta’.
Accadde sul serio, nell’anno 59 dopo Cristo, imperante Nerone. Per l’esattezza nella fase finale del quadriennio d’oro dell’impero di Nerone, quando questi, ancora giovane, discettava di filosofia con il suo consigliere politico Lucio Anneo Seneca e lo stesso Seneca scriveva lettere piene di saggezza all’amico Lucilio, che abitava in quel di Pompei.
Proprio Pompei fu il teatro dei disordini, il cui ricordo ci e’ giunto grazie agli Annali di Tacito. Quell’anno, ricorda Tacito, un gran fermento scosse la citta’. A grande onta delle autorita’ locali, la vicina Nocera era stata elevata dalla corte imperiale a rango di colonia. Non era piu’ l’ultimo dei centri dell’area vesuviana. Al contrario: reclamo’ ed ottenne una serie di territori fino ad allora amministrati dai pompeiani Lo smacco era doppio. A Pompei non era stato dato alcun riconoscimento (anzi, aveva perso un bel pezzo di agro vesuviano), ed inoltre Nerone aveva dimostrato scarsa attenzione per la sua figlia piu’ illustre, quella Poppea che appena un anno prima era divenuta la sua amante ufficiale, nonostante risultasse ancora regolarmente sposata con il generale Ottone comandante delle legioni in Gallia. Il fuoco covava sotto la cenere. Ci fu chi vi soffio’ sopra. Si chiamava Livineius Regulus, ed era un ex senatore che puntava a riconquistare il seggio. Glielo aveva tolto d’imperio Claudio, anni prima, con la scusa di far posto in Curia ai primi senatori d’estrazione provinciale. In realta’ Claudio ne diffidava e Regulus doveva essere in effetti un buon mestatore se anche Tacito, vicinissimo alla fazione senatoriale della politica romana e avversario di quella imperiale, si guarda dal parlarne bene. Regulus organizzo’ un “munus gladiatorum”, un incontro tra gladiatori, all’anfiteatro cittadino. Meta’ dell’impianto era occupati dai nocerini, l’altra dai pompeiani. Se le cose si fossero svolte senza scontri, lui avrebbe avuto il consenso del popolo pompeiano. Un buon biglietto da visita per ripresentarsi a corte, magari facendosi ricevere da Poppea. Se invece la tensione tra le tifoserie fosse sfociata in incidenti, Regulus avrebbe potuto svolgere un ruolo di primo piano nella successiva crisi politica cittadina. In entrambi i casi ci avrebbe guadagnato. Il sospetto e’ che fosse gia’ d’accordo con i pompeiani piu’ facinorosi, riuniti in vere e proprie associazioni di ultra’ che usavano il tifo dell’anfiteatro per influenzare quel che succedeva in citta’. L’inizio dei giochi gladiatorii fu tranquillo. Dopo qualche minuto iniziarono i cori, sempre piu’ forti, sempre piu’ insultanti tra le tifoserie rivali. Dai cori si passo’ alle sassate, dalle sassate allo scontro corpo a corpo. In pochi minuti l’anfiteatro era un caos. Gli incidenti dilagarono ed i nocerini ebbero la peggio. Fuggirono fuori dell’anfiteatro, furono rincorsi per la Palestra Grande, raggiunti mentre scappavano per quella che oggi e’ chiamata la via di Castricio e cercavano di raggiungere la piu’ vicina porta delle mura, da cui partiva la strada per Nocera. Ci fu un massacro. A Roma decisero di dire basta. Probabilmente su rischiesta ufficiosa di Nerone, il Senato si riuni’ e delibero’. Il testo del Senatusconsultum ci viene riferito da Tacito. Questo il contenuto: squalifica dell’anfiteatro per 10 anni con divieto di organizzarvi qualsiasi avvenimento pubblico (“prohibiti publici in decem annos eius modi coetu Pompeiani”). Scioglimento delle associazioni che riunivano i tifosi (“collegia, quae contras leges instituerant, dissoluta”). Esilio per quanti materialmente coinvolti nella rissa, e per colui che veniva indentificato come il principale responsabile, non solo morale, degli accadimenti: Livineius Regulus, aspirante senatore di ritorno.

(immagine da mailing list storico-sociale)

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Harry va in guerra…


Perchè non se ne tornano a casa, anzichè giocare alla guerra ? Buon viaggio, comunque…

A.N.S.A., 22 febbraio 2007

IL PRINCIPINO HARRY VINCE LA SUA BATTAGLIA E VA ALLA GUERRA.

LONDRA – Ieri l’annuncio che una parte delle truppe britanniche tornera’ a casa, oggi quello che un soldato molto speciale si appresta invece a partire per la prima linea in Iraq: il ministero della Difesa britannico, dopo mesi di indiscrezioni, ha annunciato che il principe Harry, terzo in linea di successione al trono di Inghilterra, verra’ inviato al fronte ”nei prossimi mesi” insieme con il suo reggimento di cavalleria.

Il principe, in passato noto piu’ per le sue notti brave in discoteca che per la condotta marziale, e’ al ”settimo cielo” per la notizia del suo impegno di sei mesi, secondo fonti del suo reggimento, che ricordano come il principe avesse minacciato di lasciare i ‘Blues and Royals’, uno dei reggimenti della Household Cavalry, che vigila sulla regina, se non fosse stato mandato al fronte. Diventa cosi’ il primo membro della famiglia reale ad andare in guerra dopo suo zio Andrea, il Duca di York, che servi’ durante la guerra delle Falkland del 1982 come pilota di elicotteri. Suo nonno, il principe Filippo d’Edimburgo, fu invece impegnato in marina durante la Seconda Guerra Mondiale. Per il ministero della Difesa, il sottotenente Wales (cosi’ viene chiamato ufficialmente Harry), sara’ un ”normale comandante di unita’ ”, una volta in Iraq, dove guidera’ una squadra di 12 soldati divisi in quattro veicoli da ricognizione Scimitar.

”La decisione – ha affermato il comunicato del ministro Des Browne alla Camera dei Comuni – e’ stata squisitamente militare, fatta dal capo di stato maggiore, Sir Richard Dannatt, d’accordo con il comandante del sottotenente Wales. La Casa reale e’ stata consultata costantemente”. Il ministero ha quindi avvertito che e’ ”potenzialmente pericoloso” speculare su dove sara’ esattamente il principe o dare dettagli sul suo dispiegamento, che dovrebbe avvenire tra maggio e giugno, secondo la stampa: ”Il ministero della Difesa e Clarence House (la residenza dei principi Carlo, William e Harry) scriveranno ai media perché rispettino questa regola di sicurezza operativa cosi’ da consentire al sottotenente Wales di svolgere il suo normale servizio, com’e’ suo desiderio e dell’Esercito”.

Tuttavia, nonostante l’aura di normalita’ che si vuole dare all’evento, sono in molti a temere che la presenza del principino in una zona ad alto rischio possa rappresentare un problema per la sua sicurezza e per quella dei suoi commilitoni. Un reale d’Inghilterra, e’ stato scritto piu’ volte, potrebbe rappresentare una tentazione troppo forte per i gruppi terroristici che operano in Iraq. Secondo il quotidiano Evening Standard, membri delle Sas, i corpi d’elite di paracadutisti dell’esercito britannico, potrebbero essere distaccati a protezione del principe quando Harry sara’ in missione.

Le preoccupazioni per la sicurezza avevano reso incerto il suo invio in zona di guerra, ma l’ostinazione del 22enne Harry ha alla fine vinto. Un dilemma che non si pone nemmeno per suo fratello William, che sta ultimando la sua formazione da ufficiale dei Blues and Royals: essendo egli il diretto erede al trono, la sua vita non puo’ essere messa a rischio. Si prevede che verra’ mandato in Irlanda del Nord, oggi quasi completamente pacificata, una volta finito l’addestramento, in autunno.

(foto da mailing list pacifista)

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Via i cavi dell’alta tensione da Molentargius !


Un’ottima notizia, fenicotteri ed altri abitanti della zona umida non saranno più decimati dall’alta tensione, finalmente ! Buona lettura…

Gruppo d’Intervento Giuridico

A.G.I., 21 febbraio 2007

PARCO MOLENTARGIUS: TERNA, MINISTRO AMBIENTE IL 27 A CAGLIARI

Cagliari, 21 feb. – Il ministro dell’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio e’ atteso martedi’ prossimo, 27 febbraio, a Cagliari per partecipare alle operazioni di smantellamento delle linee elettriche ad alta tensione nel parco “Molentargius-Saline”, sul lato di Monte Urpinu. All’evento, promosso da Terna-Rete elettrica nazionale, parteciperanno anche i vertici dell’azienda, il presidente Luigi Roth e l’amministratore delegato Flavio Cattaneo, e il presidente della Regione sarda, Renato Soru. Secondo il programma, elicotteri Elitanker provvederanno a rimuovere dalle 11.30 i tralicci che sorreggono una dozzina di chilometri di linee elettriche nello stagno di Molentargius. L’operazione rientra nel riassetto della rete elettrica dell’area di Cagliari deciso da Terna, per ridurre l’impatto ambientale degli impianti di trasmissione. Alle 12 l’evento sara’ presentato nella sede del parco di Molentargius, nell’edificio Sali Scelti in via la Palma. Seguira’ alle 12.30 una conferenza stampa.

(foto S.D., archivio GrIG)

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Abusi edilizi, reati, danni al territorio ed alle casse pubbliche.


L’abusivismo edilizio non è soltanto un “fenomeno” negativo relativo alla gestione del territorio, è soprattutto un reato contro l’ambiente, è un grave danno al patrimonio pubblico. E’ un illecito penale che colpisce le tasche di tutti i cittadini onesti. In questi giorni gli Amici della Terra ed il Gruppo d’Intervento Giuridico chiedono nuovamente (la precedente istanza era dell?ottobre 2006) al Presidente della Regione Renato Soru, agli Assessori regionali dell’urbanistica Gian Valerio Sanna e dei beni culturali Carlo Mannoni ed al Direttore generale per i beni culturali ed il paesaggio della Sardegna Paolo Scarpellini di porre in essere tutte le procedure sostitutive per la demolizione coattiva degli abusi edilizi non condonabili realizzati nelle aree tutelate con vincoli di inedificabilità. Al posto dei Comuni inadempienti. Riteniamo che un?azione decisa nei confronti dell?abusivismo edilizio sia elemento qualificante, fondamentale e non più rinviabile per una reale politica di salvaguardia ambientale e corretta valorizzazione del territorio.
Di seguito una scheda sintetica sul problema.

Gruppo d’Intervento Giuridico e Amici della Terra

GLI ABUSI EDILIZI SULLE COSTE DELLA SARDEGNA

Sono state eseguite in sede sostitutiva (su richiesta dei Comuni ai sensi della legge regionale n. 23/1985) oltre 1.100 ordinanze di demolizione relative ad abusi edilizi non condonabili secondo quanto previsto dalle leggi nn. 47/1985, 724/1994 modificata con 662/1996, 326/2003 e successive modifiche ed integrazioni (cioè realizzati in aree tutelate con vincolo di inedificabilità assoluto) da parte del Servizio vigilanza in materia edilizia dell?Assessorato EE.LL., finanze, urbanistica della Regione autonoma della Sardegna. Sono stati, quindi, demoliti circa mc. 300.000 di volumetrie abusive (in gran parte fra il 1986 ed il 1987, con una breve ripresa fra il dicembre 1994 ed il gennaio 1995). Ogni anno vengono emesse dai Comuni sardi almeno un migliaio di ordinanze di demolizione di abusi edilizi: quasi nessuna viene eseguita dal trasgressore. Sono tuttora giacenti diverse decine di richieste provenienti da Comuni di personale e mezzi regionali per procedere alle demolizioni degli abusi edilizi: inutilmente, perché da anni non si procede neppure alla prevista gara di appalto (art. 15 della legge regionale n. 45/1989). Nei primi otto mesi del 1994, a cavallo dei provvedimenti normativi inerenti il secondo condono edilizio, sono stati accertati ben 397 casi di abusivismo edilizio nella sola Provincia di Cagliari. Nel 2005 sono stati accertati ben 420 nuovi casi di abusivismo edilizio nel solo territorio comunale di Quartu S. Elena. Nei primi due mesi del 2007 in Costa Smeralda sono state poste sotto sequestro penale ben 20 ville abusive dal Corpo forestale e di vigilanza ambientale.

I casi di abusivismo edilizio stimati in base al censimento regionale con aereofotogrammetria (2001) appaiono circa 45.000 (sotto i profili urbanistico, paesaggistico, dei diritti di uso civico, ecc.), quelli insanabili sono attualmente stimati più di 4.500, in gran parte tutti lungo i litorali. Secondo l?allora Assessore regionale degli EE.LL., finanze, urbanistica ing. Gabriele Asunis (già Direttore generale della pianificazione territoriale) i casi di abusivismo edilizio (opere senza concessione edilizia o autorizzazione) al 29 gennaio 2004 sarebbero stati 17.387, di cui 9.934 aumenti di volumetria di fabbricati esistenti (chiusura balconi, loggiati, ecc.), 965 casi di parziale difformità con il progetto autorizzato, 471 abusi su aree pubbliche (soprattutto in edifici di proprietà I.A.C.P.), 43 ristrutturazioni non autorizzate, 91 mutamenti di destinazione d?uso, 13 ?abusi interni?, 2.383 opere prive di alcuna autorizzazione (di cui 3 lottizzazioni) e 581 casi di difficile inquadramento. In realtà, tale classificazione sembra che si riferisca ai soli abusi esclusivamente sotto il mero profilo urbanistico.

Il territorio comunale di Quartu S. Elena continua a presentarsi come la “capitale” dell?abusivismo edilizio in Sardegna. Una delle ?capitali? dell?abusivismo edilizio in Italia. Di fatto è l?unico Comune sardo ad avere la “mappa” pressochè completa dell?abusivismo edilizio sul proprio territorio: sono risultati (1995 – termine operazione condono legge n. 47/1985) circa 10.400 casi di abusivismo (al 3° posto in Italia per numero di casi, dopo Napoli e Gela), dei quali 127 “insanabili parziali” e ben 486 “insanabili totali”. Ben 2.858 casi di abusivismo per mc. 739.007 di volumetria complessiva sono risultati nelle zone “F” (turistiche) costiere ed altri 1.336 casi nelle zone “E” (agricole) per mc. 490.971 di volumetria complessiva. Dopo il secondo condono edilizio (1999, leggi nn. 724/1994 e 662/1996) i casi di abusivismo “insanabili totali” sono scesi a 147, gli “insanabili parziali” a 72. Fra i casi più eclatanti di abusivismo edilizio in aree di rilevante interesse ambientale a livello regionale si devono ricordare i 185 edifici abusivi dentro il parco naturale di Molentargius ? Saline (Cagliari ? Quartu S. Elena). Negli ultimi anni l?Amministrazione comunale ha predisposto 29 piani di risanamento ancora in gran parte inattuati, sono cresciuti a dismisura gli òneri economici collettivi per dotare dei necessari servizi (depurazione, acqua, energia elettrica, smaltimento rifiuti, scuole, ecc.) gli “abusi condonati” per una spesa complessiva stimata in oltre 222 milioni di euro, a fronte di circa 18/20 milioni di entrate derivanti dalle oblazioni di legge. Riguardo l?ultimo condono edilizio (2003-2004) sono state presentate oltre 3.500 istanze di condono relative ad altrettanti abusi edilizi, dato di notevole rilievo visto che a livello nazionale le domande sono state 102.126 (dati Confedilizia). Al Comune di Cagliari, ad esempio, le istanze presentate sono 2.300. Si deve ricordare che, neppure sotto il mero profilo finanziario, il condono edilizio è stato vantaggioso: nel 1985, a fronte di una previsione di entrata di 2.995 milioni di euro, le entrate effettive furono pari al 58 %, nel 1994, a fronte di un gettito previsto di 2.531 milioni di euro, le entrate effettive furono del 71 %, attualmente, a fronte di una previsione di entrata pari a 3.165 milioni di euro, si stimano solo il 40 % di entrate effettive.

La situazione non è, purtroppo, migliorata con gli anni a seguire. Nel 2004 sono stati accertati ben 420 casi di abusivismo edilizio nel solo territorio comunale di Quartu S. Elena. Nell?agosto 2005 sono stati riscontrati ben 25 casi di abusivismo edilizio totale in area costiera (Flumini). Nel 2006 le strutture comunali hanno riscontrato circa 450 nuovi abusi edilizi, totali e parziali. A maggio 2006 il Corpo forestale e di vigilanza ambientale ha posto sotto sequestro penale tre villette abusive nella pineta di Baia Azzurra (Is Mortorius). Nel novembre 2006 il Nucleo di vigilanza edilizia della Polizia municipale ha posto sotto sequestro a Costa di Sopra una lottizzazione abusiva con 27 lotti già predisposti, di cui 15 già edificati.

Nel dicembre 2005 l?Amministrazione comunale dichiarava di voler migliorare la vigilanza sul territorio coinvolgendo una non nota associazione ambientalista per svolgere controlli e segnalazioni. Lo stesso sindaco Ruggeri annunciava che presto sarebbero state messe in campo tutte le iniziative di legge contro l?abusivismo edilizio. Compresa l?acquisizione al patrimonio comunale e la demolizione ed il ripristino ambientale, così come prevede la legge. Dopo più di un anno non si è visto proprio nulla.

Fra i casi più eclatanti di abusivismo edilizio in aree di rilevante interesse ambientale si devono ricordare i 185 edifici abusivi dentro il parco naturale di Molentargius ? Saline (Cagliari ? Quartu S. Elena), i 26 complessi abusivi (fra cui una dozzina di campeggi con bungalows e roulottes fissate al suolo) sulla costa algherese entro il parco naturale di Porto Conte per cui il Comune ha richiesto inutilmente i mezzi regionali per la demolizione, centinaia di edifici abusivi nel territorio comunale di Nuoro (ben 370 casi a Testimonzos, diversi altri a Sa Toba, Murichessa e sul Monte Ortobene), circa 50 strutture abusive (villette, pontili, ecc.) nel parco nazionale dell?Arcipelago della Maddalena per cui l?Amministrazione comunale ha richiesto invano i mezzi regionali per la demolizione, 45 strutture abusive nell?isoletta di Corrumanciu (Stagno di Porto Pino), sotto sequestro penale ed oggetto di giudizio (R.N.R. 5988/2004) davanti al Tribunale di Cagliari, i lavori per il campo da golf sulle sponde dello Stagno di Chia (Domus de Maria), anch?essi oggetto di sequestro penale (giugno 2004) oggi dissequestrati per permettere, sotto la vigilanza della polizia giudiziaria, il ripristino ambientale.

ORDINI DI DEMOLIZIONE CONTENUTI NELLE SENTENZE PENALI IRREVOCABILI

Si tratta di diversi casi, i più noti dei quali sono i seguenti (tutti denunciati in vari momenti da Gruppo d?Intervento Giuridico e Amici della Terra):

Portu Malu ? Baia delle Ginestre: sulla costa di Teulada (CA). Con sentenza Cassazione penale, Sez. III, 12.1.1996, n. 50, confermativa della sentenza Corte d?Appello di Cagliari, 7.7.1995, n. 117, a sua volta di parziale riforma della sentenza del Pretore di Cagliari n. 1380 del 7.6.1993 sono stati ordinati la demolizione e ripristino ambientale degli abusi realizzati dalla BAIA DELLE GINESTRE s.p.a. (un parcheggio coperto, un fabbricato-alloggio del personale , un campo da tennis, ampliamento del ristorante, un vascone, una cabina ENEL, locali-servizio, la reception del complesso alberghiero, un comparto alberghiero da 100 camere, una piscina con locale-filtri, una piattaforma-pizzeria, tre baracche di legno, un locale, una pista di accesso alla spiaggia, tre pontili galleggianti, una barriera frangiflutti per complessivi mc. 15.600). Finora non è stato demolito quasi nulla. La Corte d?Appello di Cagliari (ordinanza 2.3.1999) ha confermato in sede di incidente di esecuzione l?ordine di demolizione e ripristino ambientale dando opportune disposizioni al pubblico ministero. La Corte di Cassazione (sentenza Sez. III, 30.11.1999, n. 3827) ha respinto definitivamente i ricorsi dei condannati e delle banche creditrici (nonché del Comune). Ma non finisce qui: nuovi incidenti di esecuzione per fermare le ruspe militari della Procura Generale della Repubblica vengono promossi dai condannati, dall?esecutore fallimentare e dal Comune, ma vengono respinti dalla Corte d?Appello (ordinanze 23.4.2001, 25.5.2001, 18.6.2001). Nel giugno 2001 le ruspe del Genio Militare demoliscono le opere abusive, ma si attende ancora il ripristino ambientale. Incredibilmente la Corte di Cassazione accoglie poi un ricorso del Comune (ordinanza Sez. III, 6.8.2002, n. 817) ed ora pende un ulteriore incidente di esecuzione presso la Corte d?Appello di Cagliari. Inoltre, il 26 settembre 2006, il gruppo Antonioli acquista ad un?asta fallimentare l?intero complesso (4,110 milioni di euro), compresa la parte divenuta già proprietà del Comune di Teulada per effetto della confisca penale (art. 19 della legge n. 47/1985) in seguito al passaggio in giudicato della sentenza definitiva di condanna per lottizzazione abusiva.

Baccu Mandara: sulla costa di Maracalagonis (CA). Con sentenza del Pretore di Cagliari ? Sez. Sìnnai n. 146 del 18.6.1996 di applicazione della pena su richiesta delle parti sono stati ordinati demolizione e ripristino ambientale delle opere abusive realizzate dalla TRE P s.r.l. (una serie di 29 unità immobiliari ed ulteriori basamenti in cemento per complessivi mc. 12.900). Il Pretore di Cagliari (ordinanze 21.5.1999, 4.3.2002, 7.3.2002, 12.3.2002, 14.3.2002) prima e la Corte di Cassazione (sentenze 8.2.2000 e n. 16377 del 18.11.2002) poi hanno confermato in sede di incidente di esecuzione l?ordine di demolizione e ripristino ambientale dando opportune disposizioni al pubblico ministero, che, sempre con le ruspe militari, ha provveduto alla demolizione e, in collaborazione con il Comune, ad avviare il ripristino ambientale nel marzo 2002 .

Piscinnì: sulla costa di Domus de Maria (CA). Con sentenza Cassazione penale, Sez. III, 6.6.1997, n. 1435, confermativa della sentenza Corte d?Appello di Cagliari, 8.10.1996, n. 634, a sua volta di parziale riforma della sentenza Pretore di Cagliari, 4.12.1995, n. 2183, e con sentenza Pretore di Cagliari, 7.4.1995, n. 854 di applicazione della pena su richiesta delle parti è stata ordinata la demolizione e ripristino ambientale delle opere abusivamente realizzate (due moli frangiflutto, opere di viabilità entro la fascia dei mt. 300 dalla battigia, scavi, sbancamenti e viabilità nell?arenile). Le numerose denunce ecologiste, l?intervento del Ministero per i Beni e le Attività Culturali (che con D.M. 4.10.1993 annullò l?autorizzazione paesaggistica regionale ?in sanatoria? delle opere abusive e con D.M. 16.9.1994 fermò definitivamente la ripresa abusiva dei lavori), della Soprintendenza per i Beni Ambientali di Cagliari (che con nota n. 7164 del 17.6.1994 bloccò sul nascere la ripresa abusiva dei lavori), dell?Assessorato regionale EE.LL., Finanze, Urbanistica (che con decreto n. 180/SV del 28.2.1994 annullò in sede sostitutiva, dopo le inadempienze comunali, le concessioni edilizie illegittime) e della Magistratura hanno fermato la lottizzazione MALFATANO s.p.a. di 80.000 mc. complessivi (prima del gruppo MONZINO, poi della LEGA DELLE COOPERATIVE). Nel periodo novembre-dicembre ?99 è stata svolta, a cura dei condannati, la demolizione delle opere abusive: oggi la spiaggia, grazie all?azione marina, sta riacquistando il suo aspetto, ma incombe un nuovo progetto edilizio della medesima LEGA DELLE COOPERATIVE.

Piscina Rey: sulla costa di Muravera (CA). Con sentenza Cassazione penale, Sez. III, 25.9.1997, è stata parzialmente riformata (disponendo nuovo giudizio per il sindaco di Muravera, poi assolto con sentenza Corte d?Appello di Cagliari ? Sez. Sassari) la sentenza Corte d?Appello di Cagliari n. 699 del 5.11.1996, a sua volta di parziale riforma della sentenza del Pretore di Cagliari ? Sez. Sìnnai n. 91 del 25.5.1995: è stata stabilita la demolizione ed il ripristino ambientale degli abusi realizzati dalla SAITUR s.r.l. (un intero complesso immobiliare di villette a schiera per migliaia di mc. di volumetrie) in area ad uso civico. La lottizzazione è stata posta sotto sequestro (sent. Cass. pen., Sez. III, 7.4.1994). Con ordinanza Corte d?Appello Cagliari del 7.9.1998 e sentenza Cassazione penale, Sez. III, 9.4.1999, n. 769 è stata respinta la richiesta di revisione degli ordini di demolizione e ripristino ambientale: ordini confermati in sede esecutiva con ordinanza Corte d?Appello di Cagliari n. 104 del 19.10.1999. Un nuovo incidente di esecuzione ha visto la Corte d?Appello confermare le statuizioni precedenti (ordinanza 28.2.2001). Dopo ben dieci pronunce giurisdizionali (forse un record !), il condannato ha provveduto in proprio alla demolizione (novembre 2001) ed ha avviato il ripristino ambientale.

CONTRO IL ?SACCO? DELLE COSTE SARDE

Da quindici anni le associazioni ecologiste Gruppo d?Intervento Giuridico e Amici della Terra conducono moltissime ?battaglie? legali per difendere i litorali isolani dalla speculazione immobiliare.
Questi sono i ?numeri? (giugno 1992 ? dicembre 2006):
* esposti, richieste di atti, segnalazioni n. 1.215;
* azioni a cui è seguito l?intervento delle pubbliche amministrazioni competenti e/o della Magistratura n. 1.075 (88,47 %);
* ricorsi ai Giudici amministrativi e speciali (T.A.R. Sardegna, Consiglio di Stato, ric. straord. al Capo dello Stato, Commissario per gli Usi civici) n. 40;
* costituzioni di parte civile in procedimenti penali per reati ambientali n. 20;
* le denunce ecologiste in tutti i casi di mancata esecuzione degli ordini di demolizione e di ripristino ambientale conseguenti a sentenze penali irrevocabili hanno portato la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Cagliari a svolgere indagini sull?operato dei sindaci e dei tecnici comunali di Teulada, Domus de Maria, Maracalagonis e Muravera. L?ex sindaco di Teulada C. L. Piras è stato condannato dal Tribunale di Cagliari con sentenza n. 407 dell?1.7.1998 ma assolto in sede di appello, l?ex sindaco di Maracalagonis M. Fadda è stato assolto (2004) in seguito al processo (R.G. n. 2600/01), ma la Procura della Repubblica ha presentato appello. Davanti al Tribunale di Cagliari è in corso un clamoroso processo penale (n. 4326/03 R.N.R.) relativo a gravi ipotesi di reato (corruzione, abuso d?ufficio, concussione, ecc.) che coinvolge i vertici del Servizio di tutela del paesaggio della Regione autonoma della Sardegna, imprenditori, dirigenti dei Servizi tecnici di vari Comuni, ecc. riguardo l?attività di tutela o, meglio, non tutela del paesaggio nel sud dell’Isola.

(foto S.D. archivio GrIG)

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Governo, battuto l’Italia a terra ?


follìe parlamentari…..

A.N.S.A., 21 febbraio 2007

GOVERNO BATTUTO AL SENATO PER DUE VOTI.

BOLOGNA – Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha deciso di interrompere la visita a Bologna e di incontrare il presidente del Consiglio Romano Prodi stasera alle 19 al Quirinale.

GOVERNO BATTUTO AL SENATO
Il governo è stato battuto al Senato per due voti sulla risoluzione per approvare la relazione di politica estera del ministro Massimo D’Alema. La maggioranza richiesta era infatti di 160 voti, mentre la risoluzione dell’Unione ha avuto solo 158 voti.

PININFARINA E ANDREOTTI SI SONO ASTENUTI
Il Governo è stato battuto al Senato per due soli voti sulla risoluzione di politica estera. E’ mancato il voto del senatore Giulio Andreotti che in un primo tempo era dato in favore della mozione. Anche il senatore Pininfarina si è astenuto mentre il dissidente Ferdinando Rossi non ha partecipato al voto. In un primo momento Rossi in dichiarazione di voto aveva detto che si sarebbe astenuto ma poi sotto la pressione degli altri senatori della sinistra non ha votato.

AL SENATO CDL GRIDA DIMISSIONI, DIMISSIONI
Il Senato ha bocciato la mozione di maggioranza sulla politica estera e tutti i senatori della Cdl in coro hanno gridato: ‘dimissioni, dimissioni’. La mozione di maggioranza ha infatti ottenuto 158 voti a favore e 136 contrari più 24 astenuti, ma la maggioranza prevista era di 160.

VERTICE DA PRODI CON D’ALEMA, RUTELLI, PARISI, FASSINO
Il premier Romano Prodi sta presiedendo a Palazzo Chigi un vertice al quale partecipano i vicepremier D’Alema e Rutelli, i ministri Parisi, Santagata e Fioroni, presenti i vertici dell’Ulivo alla Camera Dario Franceschini e Marina Sereni.

CALDEROLI: ORA PRODI-D’ALEMA SALGANO AL QUIRINALE
“Ora Prodi e D’Alema salgano al Quirinale”: lo afferma il vicepresidente del Senato il leghista Roberto Calderoli dopo il voto di Palazzo Madama sulle comunicazioni del ministro degli Esteri. Calderoli spiega che “per coerenza il governo ora si deve dimettere”.

CDL, GRIDA E INSULTI CONTRO VALERIO ZANONE
Alcuni senatori della Cdl hanno letteralmente aggredito il senatore della maggioranza Valerio Zanone, che era andato al tavolo di Sergio Pininfarina per aiutarlo a votare. Gli si sono scagliati contro gettando rassegne stampa e pezzi di carta. E Zanone è stato prontamente allontanato dai commessi. Per poi sedersi al suo banco accanto alla senatrice a vita Rita Levi Montalcini. Ma anche dal banco sono continuati insulti e grida.

CAOS IN AULA DOPO LA BOCCIATURA DELLA MOZIONE
Appena bocciata la mozione di maggioranza sulla politica estera del governo i senatori della Cdl sono scattati in piedi battendo le mani e gridando ‘dimissioni, dimissioni’. I senatori Verdi e quelli del Pdci se la sono presa invece con il loro collega Fernando Rossi che si é astenuto. Gli hanno tirato una rassegna stampa addosso. Nell’aula di Palazzo Madama è scoppiato il caos. E ora sono ancora tutti in piedi i parlamentari dell’opposizione, mentre tra i parlamentari del centrosinistra è calato il silenzio e lo stupore. Molti esponenti dell’opposizione hanno tirato in aria rassegne stampa e giornali in segno di vittoria.

BINDI: CHI VOTA CONTRO VA CONTRO IL PAESE
“Non c’erano le condizioni per non votare questa mozione: chi lo ha fatto si è assunto una responsabilità grave contro il Paese”. E’ il commento a caldo del ministro Rosy Bindi. “Il mio primo pensiero – aggiunge sorridendo con amarezza – é stato: ‘Maledetta questa legge elettorale’”. A chi le chiedeva se, dopo il voto al Senato, ci sarà la crisi, Bindi risponde: “Non lo so, non chiedetelo a me, non mi compete”.

SCHIFANI, GOVERNO PRODI CADUTO IN QUEST’AULA
“Massimo D’Alema aveva detto che senza maggioranza si andava a casa. La maggioranza non c’é più, il governo Prodi è caduto in questa aulà. Se ne tenga conto”. Lo ha detto il capogruppo di Fi al Senato Renato Schifani intervenendo in aula dopo il voto che ha visto battuta la mozione della maggioranza per due voti.

TURIGLIATTO (PRC) SI DIMETTE DAL SENATO
ROMA – Il dissidente del Prc Franco Turigliatto annuncia che non parteciperà al voto sulle comunicazioni di D’Alema sulla politica estera e che si dimetterà dal Senato oggi stesso. “La replica di D’Alema – afferma Turigliatto in una nota – non ha cambiato la sostanza della politica del governo indicata nella relazione e il mio voto a favore non ci sarà. Sono contrario alla guerra in Afghanistan e al raddoppio della base di Vicenza che il governo, la maggioranza del centrosinistra e tutto il centrodestra invece vogliono fortemente, contro l’opinione dell’elettorato italiano e contro la rivolta di un’intera città”. “Certo – aggiunge – una nuova maggioranza sarebbe peggiore dell’attuale e non la auspico. Ma il governo non andrà lontano se continuerà a voltare le spalle a chi lo ha votato. Non accetto di diventare il capro espiatorio della crisi di questo governo, che è tutta legata alla sua politica suicida e non al mio dissenso personale”. “Ritengo che le scelte del mio partito – afferma ancora Turigliatto – siano in profondo contrasto con il nostro programma politico e con gli impegni presi in campagna elettorale. Ricordo che sull’Afghanistan e sulla base di Vicenza nulla era scritto nel programma dell’Unione, per cui la supposta fedeltà alla coalizione semplicemente non esiste. Tuttavia – conclude – non volendo approfittare della mia condizione determinante nelle scelte decise dalla maggioranza del gruppo parlamentare, presenterò oggi stesso le mie dimissioni dal Senato”.

CHI HA FATTO INCIAMPARE IL GOVERNO

ROMA – Tre senatori a vita e due “irriducibili” della sinistra radicale. E’ la curiosa cinquina che ha fatto inciampare il governo a Palazzo Madama nella votazione sulla politica estera. Il centrosinistra si è fermato a quota 158 voti, due in meno del quorum richiesto di 160 sì. Giusto quelli dei senatori a vita Giulio Andreotti e Sergio Pininfarina che a sorpresa, hanno deciso di astenersi. Da ricordare che al Senato l’astensione ai fini pratici vale come un voto contrario, dunque i due voti dei senatori a vita hanno pesato enormemente. Il terzo senatore a vita che ha dato un dispiacere alla maggioranza è l’ex capo delo Stato Oscar Luigi Scalfaro: ma se questa volta non ha votato con la maggioranza la colpa è di una fastidiosa influenza che lo ha tento bloccato a letto. L’altro ex capo dello Stato Francesco Cossiga ha votato contro la maggioranza, ma il suo no era stato ampiamente annunciato e spiegato da molti giorni. A favore del centrosinistra hanno votato invece Rita Levi Montalcini e Emilio Colombo. Nel voto sono mancati anche i due “pasdaran” della sinistra radicale Ferdinando Rossi e Franco Turigliato: entrambi hanno deciso di non prendere parte alla votazione. Inutile, a questo punto, si è rivelato il pressing sugli altri dissidenti, che in extremis hanno votato sì, sia pure obtorto collo: il verde Mauro Bulgarelli, che si è autosospeso dal partito, il leader della minoranza di Rifondazione Comunista Claudio Grassi, la senatrice dell’Italia dei Valori Franca Rame. Altra sorpresa amara quella del presidente della commissione Difesa Sergio De Gregorio: il transfuga dell’Italia dei Valori, da tempo fuori dalla maggioranza, ieri aveva manifestato una certa disponibilità a votare a favore, ma alla fine ha optato per il voto contrario.

A.G.I., 21 febbraio 2007

GOVERNO BATTUTO AL SENATO.

Il governo e’ stato battuto al Senato per due voti sulla risoluzione di politica estera presentata in mattinata dal ministro Massimo D’Alema. Presenti 319, maggioranza 160, favorevoli 158, contrari 136, astenuti 24 e’ il verdetto dell’Aula, accolto dalla Cdl con il coro “Dimissioni dimissioni dimissioni”. L’Ulivo si e’ riunito in un vertice straordinario a Palazzo Madama. Poi D’Alema ha raggiunto Prodi a Palazzo Chigi dove e’ in corso una riunione con il vicepresidente Francesco Rutelli e i ministri Parisi, Fioroni, Santagata, il segretario Ds Fassino ed il capogruppo dell’Ulivo alla Camera Franceschini. Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, sta rientrando a Roma da Bologna: “Ho sentito il Presidente – ha detto Prodi – e gli ho comunicato l’intenzione di recarmi al piu’ presto al Quirinale per conferire e informarlo della situazione alla luce del voto odierno al Senato”, l’incontro avverra’ in serata. Scarne le dichiarazioni dei ministri. Per il guardasigilli Clemente Mastella che chiede una verifica sulla fiducia: “Prima o poi doveva succedere, meglio prima che poi. Ci sono problemi all’interno della maggioranza”. “Maledetta legge elettorale… questo e’ il primo pensiero che mi viene in mente”, ha detto il ministro per la Famiglia Rosy Bindi. A chi gli domandava cosa succedera’ ora ha risposto: “per fortuna non mi compete prendere decisioni cosi’ importanti, qualcuno le prendera’”. “Non c’erano i motivi e le condizioni per votare cosi’ – ha aggiunto riferendosi ai senatori ‘dissidenti’ della maggioranza – si sono presi una gravissima responsabilita’ nei confronti del Paese”. “Prima si parla con il presidente del Consiglio e poi si dichiara”, ha detto infine il ministro Antonio Di Pietro. Quello di Turigliatto “e’ un errore politico imperdonabile”. Cosi’ il capogruppo del Prc al Senato, Giovanni Russo Spena, ha espresso tutto il suo disappunto verso il collega di partito Franco Turigliatto che ha votato contro alla mozione della maggioranza a Palazzo Madama. “Gli avevamo spiegato – ha aggiunto – che anche un’astensione dal voto poteva essere determinante, ma e’ stato inutile”.
L’opposizione chiede a gran voce le dimissioni del Governo. “D’Alema ha dichiarato ieri che se il governo non avesse ottenuto la maggioranza al Senato sulla politica estera si sarebbe dimesso. Se e’ un uomo d’onore deve tenere fede alla parola. Vedremo ora se la politica ha una sua diugnita’”, ha detto alla Camera il leader di An, Gianfranco Fini. Sulla stessa linea Schifani, presidente dei senatori di Forza Italia: “Ci attendiamo un atto di coerenza dal presidente del Consiglio, Romano Prodi visto che il governo e’ caduto e non ha piu’ una maggioranza autonoma in politica estera”. Secco il commento di Bonaiuti: “Lo avevo detto io che dopo il carnevale sarebbe arrivata la Quaresima. E la Quaresima oggi e’ arrivata…”, ha detto rientrando insieme a Silvio Berlusconi a Palazzo Grazioli. Proteste della Cdl in aula alla Camera, mentre era in corso il question time. Il presidente di turno, Pierluigi Castagnetti, ha deciso di sospendere la seduta a fronte delle reiterate proteste dai banchi della Cdl. Il centrodestra reclamava con il presidente di An Fini e il capogruppo La Russa le dimissioni del governo dopo il voto del Senato

(disegno S.D., archivio GrIG)

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Altri passi per il grande parco di Tuvixeddu ?

21 Febbraio 2007 Commenti chiusi


Auspichiamo che sia un ulteriore passo per rendere concreta quella politica di provvedimenti di vincolo, espropri ed indennizzi rappresentano la strada per un grande parco archeologico-ambientale e per la salvaguardia e la corretta valorizzazione del Colle di Tuvixeddu. Lo sosteniamo da lungo tempo: da oltre quindici anni abbiamo inoltrato esposti, denunce, ricorsi, petizioni, svolto manifestazioni, conferenze-stampa e quant?altro possibile per puntare a questi obiettivi.

Gruppo d?Intervento Giuridico e Amici della Terra

da La Nuova Sardegna, 21 febbraio 2007

TUVIXEDDU SENZA CEMENTO.
Nuova strategia della Regione con Comune e Compresa. «Apriamo subito la trattativa».
Nessuna rinuncia ai divieti ma Soru vuole evitare lo scontro.
Umberto Aime

CAGLIARI. L?accordo di programma del 2000 può essere azzerato o rivisto: «Sarebbe meglio, molto meglio rimodularlo». Il presidente della Regione Renato Soru ieri è stato meno duro del solito sul caso Tuvixeddu. «Siamo per il dialogo e chiediamo alle parti di ridiscutere l?accordo», ha detto il governatore nell?aprire la riunione convocata in viale Trento, presenti Comune e Coimpresa. Riunione voluta dalla Regione per ridiscutere i progetti pubblici (non le lottizzazioni) previsti dal piano integrato d?area: il parco archeologico comunale, finanziato e appaltato, e la ristrutturazione di Villa Muscas, che per Coimpresa doveva essere il polmone culturale del quartiere alle pendici del colle. Si badi bene, la disponibilità del presidente non va letta come un passo indietro. Non a caso Soru e l?assessore Carlo Mannoni, in apertura, hanno ribadito i poteri indiscutibili della Regione su Tuvixeddu, le prerogative previste dal Codice Urbani e la prevalenza del piano paesaggistico su qualunque accordo di programma: sotto questo punto di vista nulla è davvero cambiato. È stato diverso solo l?approccio, con l?intento chiaro di evitare lo scontro istituzionale col Comune e il possibile contenzioso giudiziario con Coimpresa. L?assessore comunale all?Urbanistica, Gianni Campus, delegato dal sindaco Emilio Floris, e il rappresentante di Coimpresa, Gualtiero Cualbu era a Milano impegnato in alcuni consigli d?amministrazione, hanno ascoltato senza dare risposte immediate all?ipotesi di dialogo. Dialogo che il presidente considera la ?migliore strada possibile? per Tuvixeddu, soprattutto dopo che questo percorso è stato prospettato alle parti dal ministro Francesco Rutelli: «L?intesa è possibile, si possono trovare ragionevoli accordi». Che qualcosa stesse per cambiare lo si era intuito anche dalla dichiarazione del governatore sui posti di lavoro azzerati con la chiusura dei cantieri: «Non stiamo mandando alla fame nessuno. Quei lavoratori andranno a costruire da un?altra parte e decideremo insieme dove». Insieme, appunto, questa è la speranza. Così meno duro del solito – dicono i testimoni – il presidente ha fatto capire agli interlocutori che non vuole arrivare al braccio di ferro, agli espropri, al colpo di spugna che cancellerebbe l?accordo di programma. «Siamo qui – ha detto – per proporre una rimodulazione, necessaria perché in sette anni l?interesse pubblico su Tuvixeddu è aumentato e non è più possibile realizzare quanto previsto a suo tempo». Ed è chiaro, a questo punto, cosa vuole oggi la Regione per il colle: un parco molto più grande di quello ipotizzato dal Comune, niente cemento intorno alla necropoli e tutela ?orientata? nelle aree adiacenti. Sono questi i tre punti chiave della delibera approvata dalla Giunta all?inizio di febbraio e inserita nel progetto Karalis, il parco dei colli. A questi punti chiave Soru non vuole certo rinunciare, è la sua strategia ad essere cambiata. Quali effetti avrà l?ultimo passo della Giunta regionale è presto per dirlo. Il rappresentante della Coimpresa è uscito dalla riunione con quattro fogli zeppi di appunti e subito dopo l?ufficio stampa del gruppo Cualbu ha dichiarato: «Dobbiamo valutare la novità, se questa è una novità, con i nostri legali», confermando, perché non ci siano equivoci, che ben tre avvocati (Agostinangelo Marras, Pietro Corda e Antonello Rossi) hanno già il mandato di presentare il ricorso amministrativo sulla chiusura dei cantieri. Una posizione attendista, anche se altre fonti fanno sapere che ?Coimpresa non rinuncerà mai ai suoi diritti e che sta per quantificare i danni subiti dopo aver visto svanire il progetto del nuovo quartiere?. La posizione intransigente potrebbe però cambiare se dalla Regione dovesse arrivare la proposta su dove il gruppo potrebbe costruire, in alternativa, almeno una parte della lottizzazione ex Tuvixeddu. Una delle aree ideali è via Is Mirrionis, dove oggi c?è l?ospedale Santissima Trinità, destinato alla chiusura secondo il piano sanitario regionale. Ma questa è soltanto un?ipotesi, per adesso da Coimpresa arrivano solo segnali ?della prossima e sicura battaglia legale, perché il diritto sta dalla nostra parte?. Resta da capire quale sarà la posizione della Giunta comunale: andrà allo scontro istituzionale o comincerà a trattare ? Avant?ieri Forza Italia, il partito del sindaco, ha soffiato sul fuoco della polemica e accusato ?Il governatore di voler tagliar fuori la città dalla discussione sul suo futuro? ma adesso la Giunta Floris potrebbe scegliere toni più morbidi. Alla fine della riunione l?assessore all?Urbanistica, Gianni Campus, ha detto: «Noi abbiamo ribadito più volte che l?accordo di programma non può essere cancellato all?improvviso ed ecco perché la proposta di rimodulazione che non vuol dire azzeramento, è un passo in avanti». La Giunta Floris deciderà il da farsi nelle prossime settimane e forse la discussione, in via Roma, ripartirà dalle ultime dichiarazioni (anche queste distensive) del sindaco: «Qualunque contratto può essere può essere migliorato, anche l?accordo di programma su Tuvixeddu, ma stravolgerlo è impossibile. Si rischiano contenziosi che porterebbero alla paralisi e all?abbandono dell?area». I contenziosi che Soru non sembra più volere.

Quattro aree: nella necropoli il vincolo sarà assoluto.
Oggi la mappa sarà ufficializzata e si saprà quali cantieri potranno riaprire.

CAGLIARI. La commissione regionale per il Paesaggio ha deciso: Tuvixeddu sarà diviso in quattro aree. Oggi i commissari ufficializzeranno la mappa. Nella prima area nulla potrà essere costruito. In quegli ettari, la Regione realizzerà il parco archeologico Karalis anche con i finanziamenti promessi dal ministro dei Beni culturali, Francesco Rutelli. Nella seconda area, saranno ammesse soltanto ristrutturazioni orientate, con limiti vincolanti sull?altezza e sulla tipologia delle costruzioni. Nella terza area varrà il principio della tutela parziale, con molte meno imposizioni ma comunque nel rispetto degli indirizzi previsti dal piano urbanistico comunale. Infine, l?area marginale con poche limitazioni anche se le costruzioni dovranno essere rispettose dell?ambiente. A quel punto, saranno i nuovi confini a far capire quali cantieri bloccati dal maxi vincolo della Regione potranno riaprire e quali invece resteranno chiusi per sempre. La mappa finale non dovrebbe essere molto diversa da quella votata nella riunione fiume del 12 febbraio, quando il solo soprintendente ai Beni archeologici, Vincenzo Santoni, votò contro l?ipotesi delle quattro aree, passate invece a larga maggioranza. Otto voti a favore su nove per ribadire quanto scritto dalla Regione: «Tuvixeddu è un?area di notevole interesse pubblico».
Tutela integrale. È l?area più vasta del colle ed è compresa tra via Is Maglias, via Montello, via Sant?Avendrace e il canyon. Qui la Regione vuole realizzare il parco archeologico Karalis e qui il cemento sarà bandito. Questo vuol dire che Coimpresa dovrà rinunciare alla ristrutturazione di villa Mulas, alla sala congressi affacciata su via Is Maglias, alla strada a quattro corsie che attraversa il canyon e sbuca in viale Sant?Avendace. Resta da capire che fine faranno le due palazzine del gruppo Cualbu autorizzate prima del Piano paesaggistico regionale e quindi non azzerabili dal nuovo regime di tutela: decideranno gli avvocati della Giunta regionale. Con l?imposizione integrale, il Comune dovrà rinunciare invece al parco nautralistico appaltato nel 2003 alle imprese Ecosabina, Agribiotec ed Ecoflora. Se in quest?area la Regione non riuscirà a mettersi d?accordo con i privati, sceglierà la linea dura: esproprio.
Tutela orientata. Sarà tra viale Merello, viale Trieste. Il che vorrà dire, innanzitutto, l?immediato riavvio dei lavori al Teatro Massimo, nel Corso, oltre a via Cadello e nel cantiere dell?Università. Bisognerà vedere però se il progetto del Comune per il teatro passerà indenne al setaccio dei nuovi vincoli, visto che saranno ammesse ristrutturazioni ma non sopraelevazioni per evitare che sia compromessa la vista sul parco.
Tutela parziale. Interesserà gran parte di via Is Mirronis, dove i limiti sono quelli già previsti dal piano urbanistico comunale. Avranno un peso anche gli indirizzi della Regione sull?ospedale Santissima Trinità, destinato a essere chiuso.
Tutela marginale. È l?area che confina con piazza Sant?Avendrace e piazza San Michele, dove non esiste alcun vincolo mentre la commissione ipotizza un controllo caso per caso.
Se oggi la commissione per il Paesaggio ufficializzerà i confini, nei successivi trenta giorni potranno essere presentati ricorsi o proposte e nei successivi due mesi la Regione dovrà ratificare o meno la mappa.

da La Nuova Sardegna, 22 febbraio 2007

Tuvixeddu, ufficiale il vincolo assoluto.
La commissione ha approvato la mappa. Contrario il soprintendente Santoni.
Umberto Aime

CAGLIARI. Dieci ore di riunione e trenta pagine per scrivere quello che tutti dicevano da settimane, Renato Soru in testa: il vincolo su Tuvixeddu sarà totale. Nessuna sorpresa, nella proposta della Commissione per il paesaggio, che doveva marcare, lo ha fatto ieri, il territorio. Quattro, le aree di tutela secondo il nuovo e riconosciuto notevole interesse pubblico. Con il primo tratto di penna, quello più importante, i commissari hanno cancellato la lottizzazione della Coimpresa, la strada nel canyon e il parco appaltato dal Comune. Da via Is Maglias a viale Sant?Avendrace la tutela sarà assoluta, i cantieri bloccati tredici giorni fa dalla Regione rimarranno chiusi per sempre, nonostante l?accordo di programma del 2000. In questi cinquanta ettari, la Giunta Soru potrà realizzare ?il parco Karalis?. La Commissione ha dato il via libera ai cantieri del Teatro Massimo, di via Cadello e dell?Università, anche questo annunciato dal governatore: rientrano nell?area di tutela orientata.
La Commissione per il paesaggio era stata convocata alle 10 dal presidente Franco Saddi. Alle 10.30 tutti presenti e tutti coerenti con la bozza di qualche giorno fa: il vincolo su Tuvixeddu dovrà essere totale. Tutti d?accordo tranne ancora uno, il soprintendente ai Beni archeologici, Vincenzo Santoni, che alle 19.45 confermerà il suo voto contrario alla tutela massima ed estesa, con una dichiarazione messa a verbale e ancora misteriosa almeno nei contenuti. La sostanza dovrebbe essere questa: «L?iter fin qui seguito non mi convince e non mi convince, sopratttuo, l?azzeramento dell?accordo di programma del 2000». Accordo, va ricordato, che sette anni fa aveva avuto il via libera dai Beni archeologici. Forse oggi il soprintendente dirà qualcos?altro: una spiegazione è necessaria da parte di chi ha scritto diversi libri sull?indispensabile fruibilità della necropoli ed è intervenuto più volte in difesa del colle. Stavolta parrebbe di no, con questo voto contrario che ha costretto il presidente della Commissione a scrivere: «Proposta approvata a maggioranza». La proposta sarà adesso pubblicata sul prossimo Bollettino ufficiale della Regione e diventerà, a quel punto, oggetto di ricorsi fino a quando non sarà ratificata dalla Giunta Soru fra tre-quattro mesi. La mappa ufficiale è comunque chiarissima, e non piacerà alla Coimpresa, un filare di palazzi progettati in via Is Maglias per settantacinquemila metri cubi, all?Edilstrutture, due palazzine in via Sant?Avendrace, e al Comune, costretto da ieri a rinunciare al parco naturalistico appaltato nel 2003. La mappa dice che le aree di tutela saranno quattro: quella integrale, individuata dalla Regione per il ?progetto Karalis?, compresa tra via Is Maglias, via Montello, via Sant?Avendrace, dove ?nulla dovrà essere costruito – è scritto nel verbale – altrimenti sarebbe immenso il torto arrecato alla straordinaria necropoli?. La seconda area sarà di ?tutela orientata?, dove sono ammesse le ristrutturazioni ma nessuna sopraelevazione, per ?evitare che venga meno la percezione panoramica che dal colle guarda verso Santa Gilla, il mare e i monti del Basso Sulcis fino ad abbracciare la dimensione spaziale del Golgo degli Angeli?, ha scritto la commissione. L?orizzonte è libero e libero dovrà essere ?per chi entrerà nel parco dalla Grotta della Vipera, in viale Sant?Avendrace, e risalirà il colle fino alla necropoli?, passo tratto dalla delibera d?inizio febbraio della Giunta regionale. Il ?vincolo orientato? permette comunque l?immediata riapertura di tre cantieri: Teatro Massimo, via Cadello e dell?Università, in via Is Maglias. Nelle ultime due aree, quelle meno vincolate, i lasciapassare saranno invece valutati caso per caso. Fin qui la mappa della Commissione che da oggi passerà al setaccio di Coimpresa, pronta a ricorrere al Tar contro la Regione e il vincolo integrale, e del Comune. Ma anche dei sindacati degli edili: ieri Gianni Olla (Feneal-Uil), Gianni Abis (Filca-Cisl) ed Enrico Cordeddu (Fillea-Cgil) hanno diffuso un comunicato per denunciare che ?i lavoratori di quei cantieri sono da un mese senza stipendio?

(foto S.D., archivio GrIG)

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Centro per lo studio del clima del Mediterraneo.

20 Febbraio 2007 Commenti chiusi


I mutamenti climatici preoccupano non poco. Buona lettura…

Gruppo d’Intervento Giuridico

A.N.S.A., 20 febbraio 2007

UN CERVELLONE PER IL CLIMA MEDITERRANEO.

ROMA – Dopo una lunga gestazione burocratica, diventa operativo il Centro Euro Mediterraneo per i Cambiamenti Climatici (Cmcc), primo istituto in Europa interamente dedicato allo studio del clima e dei suoi impatti nell’area del Mediterraneo. Grazie a dei supercomputer, saranno simulati con grande dettaglio gli scenari dei Paesi mediterranei nei prossimi decenni, studiando i conseguenti impatti sull’ ambiente e sull’ economia in generale, dagli ecosistemi marini e terrestri, all’agricoltura, le zone costiere e la salute.
Il centro, che ha sede centrale a Lecce e sedi a Bologna, Venezia, Sassari e Capua, nasce con una delibera del Cipe nel 1999 e un cofinanziamento dei tre ministeri dell’Ambiente, dell’Università e Ricerca e dell’Economia di 27 milioni di euro (su un investimento complessivo di 39 milioni). “Ci sarebbe piaciuto che le grandi istituzioni scientifiche cooperassero insieme per creare questa infrastruttura – osserva Corrado Clini, direttore generale del ministero dell’Ambiente – ma non è stato possibile per le diverse vedute e strategie degli organismi: siamo dunque passati alla procedura di gara pubblica”.
Ne è uscito vincitore il consorzio formato dall’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv), la Fondazione Eni Enrico Mattei (Feem), l’Università del Salento, il Centro Italiano Ricerche Aerospaziali (Cira) e il Consorzio Venezia Ricerche (Cvr); sono inoltre associati l’Università di Sassari e il Consorzio Spaci.

da La Nuova Sardegna, 20 febbraio 2007

Entro il 2050 la temperatura aumenterà in tutto il bacino da uno a tre gradi, fra un secolo di sei.
Mediterraneo sempre più rovente.
Supercalcolatore da 11 milioni per simulare i danni.

ROMA. Entro il 2050 la temperatura nel Mediterraneo aumenterà fra 1 e 3 gradi, per arrivare a + 6 nel 2100. È lo scenario presentato dal Centro euro-mediterraneo per i cambiamenti climatici che con 39 milioni studia le contromisure. Nei prossimi 100 anni le piogge diminuiranno del 20 % e il paesaggio italiano muterà. La quercia e l?abete rosso scendono verso Sud, l?ulivo e la vite sono in viaggio per il Nord. Spiegati a Roma i fini del Cmcc, che sforna proiezioni attraverso supercomputer tra i più potenti d?Europa. Il centro ha la sede principale a Lecce. Altre a Bologna, Venezia, Sassari, Capua.
Il Cmcc è un consorzio formato da Istituto di geofisica e vulcanologia, Fondazione Mattei, Università di Sassari, del Salento e del Sannio, Agenzia spaziale italiana, Centro ricerche aerospaziali (lo stesso che testa lo shuttle in Ogliastra) e Consorzio Venezia Ricerche. Il consorzio ha realizzato un modello adattato al Mediterraneo sulla base delle simulazioni di recente presentate al vertice di Parigi. Il documento è stato presentato ieri al convegno «La sfida della scienza del clima». Due le prospettive possibili. La più pessimistica ipotizza che nel 2100 ci sarà nell?atmosfera terrestre una quantità di anidride carbonica pari a 800 parti per milione. La seconda parte invece dal presupposto che a quella data ci sarà una quantità inferiore di Co2, pari a 700 ppm, per via dell?effetto di moderate politiche di taglio delle emissioni di gas serra. Entrambi gli scenari sono stati adattati Mediterraneo con un dettaglio molto alto. Secondo il più negativo dei due quadri di riferimento, in estate i massimi di aumento della temperature superficiale (oltre 6º) si trovano su Italia, penisole balcanica e iberica, sud della Francia. In inverno le piogge aumenteranno nelle regioni settentrionali, diminuiranno sul Mediterraneo e nel Sud Europa. In estate la contrazione interesserebbe tutta la regione, con rischi di siccità. A questo traguardo contribuirà un supercalcolatore da 11 milioni: simulerà gli effetti dei mutamenti nel Mediterraneo studiando gli impatti sull?ambiente e sull?economia in generale, dagli ecosistemi marini e terrestri, all?agricoltura, le zone costiere e la salute. I fondi arrivano dai ministeri dell?Ambiente, dell?Università e dell?Economia e dagli istituti di ricerca.

In pericolo l?agricoltura della Sardegna.
Quadro allarmante dai primi studi del Centro che ha sede anche a Sassari.
Piergiorgio Pinna

SASSARI. Deserto rosso. Da qui a un secolo la nostra sarà un?isola riarsa. Le piogge diminuiranno. La percentuale di terreni adatti alle coltivazioni d?orzo, erba medica, trifoglio passerà dall?attuale 83,7% al 30. Insomma, a distanza di oltre 40 anni, le sequenze girate sulla Spiaggia rosa della Maddalena da Michelangelo Antonioni si confermano profetiche. Per almeno due motivi. Il primo: la Sardegna è al centro di un processo che vede aumentare siccità, superfici argillose, eventi estremi come alluvioni, gelate, smottamenti. Il secondo: con l?effetto serra e la crescita della temperatura i disastri provocati dalle industrie inquinanti travolgono sempre più i rapporti interpersonali causando malessere sociale. Come nel celebre film, il futuro dell?isola appare così a tinte fosche. E non soltanto sotto il profilo ambientale. Gli studi svolti finora dagli specialisti sassaresi d?Agraria e del Cnr delineano un quadro scoraggiante. «Senza pianificazione e senza strumenti adeguati passeremo da un?emergenza all?altra», spiegano Donatella Spano e Pierpaolo Duce, i professionisti responsabili in Sardegna per il Centro euro-mediterraneo. Sino a oggi, del resto, climatologi, fisici, agronomi, meteorologi hanno avuto la sensazione che le loro voci si perdessero nel deserto: quasi nessuno coglieva le grida d?allarme. Una situazione d?incomunicabilità che Antonioni, regista per eccellenza di racconti sulle incomprensioni, avrebbe visto come un rafforzamento delle sue tesi. Adesso entra però nel vivo l?attività del Cmcc. E si può così nutrire qualche speranza in più. Nel frattempo, ecco le ragioni del quadro così poco confortante esteso alla Sardegna. Gli effetti delle variazioni climatiche sull?agricoltura possono essere distinti in tre filoni principali. In primo luogo, gli studiosi notano che l?aumento della concentrazione dell? anidride carbonica atmosferica può avere una conseguenza diretta sul tasso di crescita di colture e specie infestanti. In secondo luogo, le modifiche della temperatura, delle precipitazioni e dell?insolazione sono tali da condizionare la produttività delle aziende agrarie. In terzo luogo, l?innalzamento dei mari può comportare una riduzione dell?estensione delle aree da coltivare e determinare un aumento della salinità dell?acqua di falda nelle zone costiere. Proprio da queste premesse partono a Sassari le ricerche più dettagliate fatte nell?isola, per conto del Centro, dai due specialisti che operano nel dipartimento di Economia e sistemi arborei (Desa) e dal Consiglio nazionale delle ricerche (istituto di biometeorologia). Circa la Sardegna è stata sviluppata una metodologia per la stima del rischio climatico, attuale e futuro, su scala locale. Si basa sul «processo di valutazione delle potenzialità del territorio in quanto destinato a un preciso utilizzo, e cioè, in questo caso, a fini agricoli». La tecnica fornisce dunque informazioni qualitative su potenziale produttivo, limitazioni, vulnerabilità della regione. E lo fa attraverso l?esame di caratteristiche biofisiche e socio-economiche. Due le principali variabili prese in considerazione: la disponibilità d?acqua e quella di energia. In sostanza, sono stati calcolati i valori climatici delle due variabili per i trentenni 1961-1990 e 1971-2000. È risultato che il mutamento peggiore riguarda l?approvvigionamento idrico. L?intera procedura è stata poi applicata a prospettive proiettate sino al 2099. In Sardegna gli scenari climatici prevedono nel corso di questo secolo una notevole diminuzione delle precipitazioni annue. Una contrazione che potrà oscillare in un ordine compreso tra i 200-300 e 100 millilitri. Ma che dovrà essere in ogni caso imputabile alla forte riduzione delle piogge in autunno e in primavera. In definitiva, da qui a 90-95 anni, senza contromisure adeguate, secondo i due specialisti sassaresi autori delle ricerche i cambiamenti climatici trasformeranno il paesaggio e l?economia agricola dell?isola in maniera radicale. Con una riduzione della fertilità del suolo. E con un picco di nuovi processi di erosione. Temperature più elevate potranno infatti determinare un aumento della velocità di decomposizione microbica della materia organica, influenzando negativamente le produzioni – soprattutto foraggere – nel lungo periodo. Mentre la diminuzione delle precipitazioni, o la variazione della loro distribuzione, potrebbero causare gravissimi dilavamenti dei suoli. Sequenze di un futuro da incubo. Frammenti di un mondo devastato che preoccuperebbe anche i più ottimisti. In ultima analisi: il lento avanzare di quel deserto rosso tanto temuto da Antonioni.

L?INTERVENTO. SEGNALI DI GRANDI ALTERAZIONI.
Il Centro euro mediterraneo per i cambiamenti climatici si pone all?avanguardia per studiare contromisure.
Antonio Navarra (direttore scientifico del C.M.C.C.)

In questi ultimi anni le questioni del cambiamento climatico hanno avuto enorme impatto nell?opinione pubblica. Il pubblico ha infatti compreso rapidamente la portata di questi fenomeni; il cambiamento climatico è diventato così il simbolo di molti interrogativi sul ruolo dell?uomo nel mondo, tanto da farci ripensare il nostro rapporto con la natura. L?elemento di novità non è rappresentato dalla capacità umana di modificare l?ambiente in cui vive. Infatti l?ambiente della penisola italiana è ben lungi dall?essere «naturale»: un esempio su tutti sono i disboscamenti iniziati in età romana che hanno stravolto l?aspetto dello Stivale dall?antichità. Quello che sta accadendo in questi ultimi anni è qualcosa di profondamente diverso rispetto a quanto accaduto nei secoli e nei millenni passati. Oggi infatti possediamo una nuova capacità globale di cambiare il tessuto stesso del nostro pianeta, di modificare il palcoscenico sul quale ci troviamo. Ma se le condizioni naturali sono state alterate dalla nostra stessa presenza cosa ci resta da fare? Innanzitutto dobbiamo prendere atto che il riscaldamento globale esiste e che è nostro compito fare in modo che si regoli a livelli, se non piacevoli, accettabili. E? un problema non diverso dal determinare un livello di temperatura del riscaldamento in un condominio che vada bene per tutti.
L?anidride carbonica è il principale gas responsabile per la regolazione della temperatura del pianeta. I dati geologici, che in questo caso si basano su misure dirette dell?atmosfera ancestrale intrappolata nei ghiacciai perenni di Groenlandia e Antartide, mostrano che i valori attuali (circa 370 parti per milione) sono i più alti mai registrati negli ultimi 650.000 anni: la Terra si trova quindi in una situazione nuova rispetto al recente passato. Questi risultati indicano che stiamo ponendo il pianeta in uno stato eccezionale, nel senso che la situazione attuale non ha precedenti, né dal punto di vista dei valori assoluti, né per la rapidità con la quale sono avvenuti i mutamenti. Ci sono pochi dubbi che l?aumento di anidride carbonica sia causato dall?espansione della nostra civiltà: se questo fosse il caso, vorrebbe dire che stiamo giocando con il delicato meccanismo che regola il termostato del pianeta.
Al momento conosciamo la causa scatenante di questo fenomeno. Ma è molto più difficile capire quali possano essere le sue ricadute nei vari ecosistemi. Non solo per quanto riguarda il nostro paese e il Mediterraneo in generale, ma anche per i diversi aspetti del clima, in termini economici e sanitari, sulla vita delle persone. Per rispondere a queste domande i ragionamenti qualitativi non bastano. Occorre usare complicati metodi matematici, i modelli di simulazione, che ci forniscono i parametri dettagliati necessari a rispondere a domande di questo tipo. La quantità e la qualità delle interazioni nel sistema climatico è però di portata tale che le proiezioni numeriche sono affette ancora da incertezze, anche grandi, che devono essere prese in considerazione quando si analizzano i risultati. Il Cmcc si pone all?avanguardia in questa battaglia. Rappresenta un luogo di discussione e ricerca dove si possano raccogliere le competenze necessarie ad affrontare questa complessa questione. I primi risultati indicano che nel Mediterraneo abbiamo buone ragioni per cominciare a considerare seriamente il problema. Le proiezioni del Cmcc indicano che l?aumento dei gas serra potrà esprimersi in una diminuzione delle precipitazioni invernali sul Mediterraneo del 20-25% e in un aumento sostanziale delle temperature estive, rendendo sempre più probabili estati come quella del 2003. La combinazione di scarse precipitazioni ed alte temperature renderà più pressanti i problemi di desertificazione, specialmente per il Sud della penisola e per le isole. Studi preliminari indicano per esempio che per la Sardegna il clima prevalente alla fine del secolo potrà ridurre la superficie destinate a colture foraggere al 30 per cento della superficie coltivabile. L?anidride carbonica in atmosfera continua ad aumentare. Più aspettiamo, più le correzioni dovranno essere massicce e costose. È tempo che cominciamo a prendere misure efficaci: da un lato per cercare di mitigare i cambiamenti diminuendo le emissioni, dall?altro per adattarsi all?inevitabile cambiamento climatico nei prossimi anni. In questo percorso la comunità scientifica e il Cmcc saranno al loro posto per fornire al pubblico informazioni scientifiche oneste, accurate, tempestive e attendibili.

(foto C.B., archivio GrIG)

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Tuvixeddu ed i "nuovi ambientalismi".


Si può essere “ambientalista” e voler accerchiare con palazzi e stradoni il Colle di Tuvixeddu, luogo della più importante area archeologica sepolcrale punico-romana del Mediterraneo ? Certamente sì. Si può vomitar bile ogni giorno contro il piano paesaggistico regionale sardo senza neppure conoscerlo ? Ovviamente sì. “Ambientalista” è un termine sufficientemente generico ed impreciso per poter dire tutto ed il contrario di tutto. Così come “imprenditore” o “docente” e così via. La lingua italiana, infatti, è povera di termini direttamente definitori e ricca di perifrasi. Comunque siamo felici di non avere un consigliere comunale cagliaritano “ambientalista – verde mattone”. Così, per una semplice esigenza di chiarezza. Buona lettura…

Gruppo d’Intervento Giuridico

da Cagliari Mon Amour

Tuvixeddu mette in mostra nuovi ambientalismi

Terra, 18 febbraio 2007

Dopo il verde/verde, il verde/rosso e il verde/nero (sì, pare che ci siano anche gli ambientalisti di destra), sulle rocce di Tuvixeddu è spuntato un nuovo fiore: il verde/color mattone. Il suo credo è l’accordo (quello di programma) che sancisca la tregua tra le varie posizioni, permetta a ciascuno di avere il proprio tornaconto, tutelando così l’interesse dei lavoratori, dei deboli, degli oppressi e di Cualbu.
Ma non è molto chiaro il suo pensiero sottostante, la filosofia che lo guida; se non che ama l’equilibrio dei contrafforti e concepisce la città come il luogo delle costruzioni.
Il verde/color mattone continua a ripetere che ha partecipato a tutte le sommosse cittadine (da via Manzoni a piazza Giovanni, da viale Sant’Avendrace all’Anfiteatro romano) ma in veste di delegato cagliaritano contro il radicalismo imperante, le posizioni dogmatiche e l’ambientalismo di facciata (alle facciate ci pensa Cualbu) . La sua battaglia è soprattutto contro quel massimalismo che vive di pregiudizi contro gli imprenditori, a suo avviso brava gente che paga sempre pegno alla società (sotto forma di mazzette verde/oro), ma non sempre i contributi dei lavoratori. Gente che ha tirato su la Cagliari del dopoguerra, con un progetto urbanistico forte e chiaro, univoco e ordinato e che sa essere generosa con la città, regalandole o restituendo gioielli e lotti.
Il verde/mattone, che è anticomunista per definizione, non vuole che si parli male del profitto e della speculazione edilizia (anche la filosofia, del resto, è speculazione) e che le responsabilità dei sessant’anni di brutture e porcherie non siano addossate a Cualbu, che neppure esisteva.
Parole che non avevamo mai sentito; posizioni nuove e originali; tensioni dialettiche da politico del terzo millennio.
A Cagliari mancava questa quarta posizione: il verde/color mattone. Non c’è nessuno in città che la pensi come l”ambientalista/color mattone (a parte i due terzi del consiglio comunale). Il coraggio del solitario (alle cui spalle già si muove l’esercito dei mattonari/mattoni).
Ma la libertà di parola e di pensiero non hanno prezzo. Petto in fuori e sguardo sognante, il verde/mattone va alla pace, chiedendo a tutti di seppellire le asce di guerra.

cagliarimonamour

(foto S.D., archivio GrIG)

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L’Italia inizierà a creare energia "pulita"?


Arriva il Piano energetico nazionale, forse, come afferma il Ministro dell’Ambiente, Alfonso Pecorario Scanio, il nostro Paese cambierà il modo di fare energia…

da www.ansa.it 19-02-2007
ENERGIA: ARRIVA IL PIANO DEL GOVERNO IN SEI MOSSE
ROMA – Sei azioni per un pacchetto eco-energetico. Il Governo, alla presenza del premier Romano Prodi, dei ministri dello Sviluppo economico, Pierluigi Bersani, dell’ Ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio, del vice ministro dell’ Economia, Vincenzo Visco, ha presentato il pacchetto “Clima – Efficienza energetica – Innovazione industriale”. Due i fronti di lavoro: uno sulla domanda e uno sull’ offerta. Per quanto riguarda la domanda, diventano operativi i benefici previsti dalla finanziaria 2007, con l’ emanazione dei decreti attuativi su riqualificazione degli edifici (innalzamento dal 36% al 55% della detrazione fiscale per eco-interventi); efficienza nell’ industria; mobilità sostenibile (-20% carico fiscale per gpl); fondo di Kyoto (600 milioni di fondo rotativo per il triennio 2007-2009). Il pacchetto del Governo prevede anche, al secondo punto, incentivi al fotovoltaico; potenziamento dei certificati bianchi; revisione del meccanismo di incentivazione delle fonti rinnovabili; incentivazione alla cogenerazione ad alto rendimento; impulso alla bio-edilizia.

PRODI, NUOVE MISURE PER CAMBIARE REGISTRO
Un “pacchetto organico di misure fiscali, economiche e di cambiamenti organizzativi” che “era ora di compiere”, perché “dobbiamo cambiare registro sulle politiche energetiche. L’Italia ne ha un bisogno enorme, più di altri paesi”. Così il presidente del Consiglio Romano Prodi, nel corso di una conferenza stampa al ministero dello Sviluppo Economico, commenta la presentazione del nuovo piano nazionale per l’energia. Le misure prese dal governo sono la dimostrazione che l’esecutivo “si occupa dell’ambiente – dice Prodi – e che dunque questo è un governo verde in modo attivo e non solo passivo”.

Prodi esprime la propria “soddisfazione” per il lavoro fatto dai ministri Bersani e Pecoraro Scanio e dal viceministro all’Economia Visco: “Serve – dice infatti il premier – ottimizzare le risorse e fare ricorso a nuove forme di energia che devono mobilitare la domanda e l’offerta”. Il presidente del Consiglio sottolinea come l’Italia sia un “grande importatore di energia”, anche in confronto ad altri paesi europei. “Non possiamo – prosegue Prodi – continuare ad andare avanti sprecando energia e con la mancanza di coscienza per gli interessi nazionali e mondiali”. Serve dunque “risparmiare energia, ridurre l’impatto ambientale e migliorare l’offerta per l’interesse del paese, ma anche per il dovere che abbiamo a livello mondiale. La nostra industria è rimasta indietro – dice ancora il premier – ma siamo in tempo”. Prodi sottolinea come “nel mondo ci siano stati cambiamenti strepitosi e un enorme flusso di capitali: degli elementi di novità di fronte ai quali è inammissibile che l’Italia rimanga fuori”.
VISCO, DA NUOVO PACCHETTO RISPARMI FINO A 20%
Il nuovo pacchetto sull’energia presentato oggi può portare risparmi energetici “fino al 20% dei consumi attuali”. Lo ha detto il vice ministro all’Economia, Vincenzo Visco , spiegando che se “contribuiamo alla diffusione dei pannelli solari e degli edifici a norma in materia di efficienza energetica, ciò ridurrà i costi del paese”. Il ministro per lo Sviluppo economico, Pierluigi Bersani, ha quindi aggiunto che: “Se raggiungiamo gli obiettivi di un risparmio energetico del 20% possiamo evitare di importare energia”.
PECORARO, VIA A LENZUOLATA VERDE
”Oggi vareremo una lenzuolata verde sull’energia e sara’ solo verde finche’ ci saremo noi al governo. Non sara’ nera come il carbone e ne’ radioattiva come il nucleare”. Lo ha detto il ministro dell’Ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio arrivando al vertice con il premier Prodi e il ministro dello Sviluppo economico Bersani, per presentare il pacchetto energia. ”L’obiettivo – ha detto Pecoraro Scanio – e’ il protocollo di Kioto,. Dobbiamo cambiare il modo di fare energia, piu’ rinnovabili e piu’ efficienza. Sprechiamo il 20% e questo incide in modo negativo sia sulla bolletta che sull’ambiente. Oggi – ha concluso – annunciamo ulteriore avvio di innovazione”.
BERSANI, UN MILIARDO IN 3 ANNI PER ECO-INDUSTRIA
Nel nuovo pacchetto energia, presentato oggi dal ministro per lo Sviluppo Economico, Pierluigi Bersani, sono compresi i fondi per un miliardo di euro da destinare, nell’arco di tre anni, all’eco-indusrtria, cioe’ l’industria che utilizza meno energia nei processi produttivi e che produce nuovi prodotti per piu’ risparmio energetico e lo sviluppo delle rinnovabili. Lo ha detto lo stesso ministro Bersani, spiegando che la prima parte dell’importo e’ rappresentata da 350 milioni di euro che verranno mobilitati immediatamente attraverso il fondo per la competitivita’ istituito nella finanziaria. A tali somme si aggiungeranno anche risorse provenienti dal fondo investimenti in ricerca scientifica e tecnologica First con una dotazione complessiva di un miliardo di euro. Infine, a queste risorse di aggiungeranno quelle previste per la programmazione collegata all’utilizzo dei fondi comunitari 2007-2013 e quella dei fondi aggiuntivi nazionali (Fas), per le quali si prevede un programma specifico nel Mezzogiorno destinato alle rinnovabili e al risparmio energetico per una somma di 2,35 miliardi al 2013.

DA CIP6 A FOTOVOLTAICO, IL PIANO IN 6 PUNTI
ROMA – Questo il pacchetto eco-energetico presentato dal Governo. Un piano d’azione in sei punti, dai decreti della Finanziaria 2007 agli incentivi al fotovolotaico, alla riforma dei Cip6 con 1,5 miliardi di euro solo alle vere rinnovabili, e un miliardo di euro per l’eco-industria. Ecco nel dettaglio la lenzuolata di misure per l’energia verde presentata dal Governo:

1) FINANZIARIA: diventano operativi i benefici previsti dalla finanziaria 2007, con l’emanazione dei decreti attuativi su – riqualificazione degli edifici (innalzamento dal 36% al 55% della detrazione fiscale per ridurre dispersioni termiche, installare pannelli solari e sostituire vecchie caldaie) – efficienza nell’ industria (detrazione fiscale del 20% per l’acquisto e installazione di nuovi motori elettrici trifasi con potenza tra 5 e 90 Kw e per i variatori di velocità) – mobilità sostenibile (-20% carico fiscale per gpl e incentivi per creare un parco auto ecologico – fondo di Kyoto (600 milioni di fondo rotativo per il triennio 2007-2009) – incentivi al sistema agroenergetico (miscelazione obbligatoria biocarburanti in crescita fino al 2010; -80% accisa biodiesel su rispetto al gasolio per 250 mila tonnellate l’anno e -50% bioetanolo sulla benzina per 100 mila tonnellate l’anno)

2) INCENTIVI FOTOVOLTAICO: in via di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale il nuovo conto energia. Obiettivo: centuplicare il solare, da 30 a 3.000 MW al 2016. La tariffa incentivante può arrivare fino a 49 centesimi di euro a kWh

3) POTENZIAMENTO DEI CERTIFICATI BIANCHI: innalzamento degli obblighi di risparmio con obiettivi al 2012 di circa 5 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio pari a una significativa riduzione dei consumi ma anche a un taglio di 13 milioni di tonnellate di anidride carbonica pari alle emissioni di 6 milioni di auto

4) REVISIONE E POTENZIAMENTO DEGLI INCENTIVI ALLE RINNOVABILI: 1,5 miliardi di euro l’anno con la riforma dei certificati verdi, Cip6

5) INCENTIVAZIONE A COGENERAZIONE ALTO RENDIMENTO

6) IMPULSO ALLA BIO-EDILIZIA.

(foto www.ansa.it)

Riferimenti: www.governo.it

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E se aggiornassimo i Patti?


Oggi, il Capo del Governo Romano Prodi, il vicepremier Francesco Rutelli, il Ministro degli Esteri Massimo D?Alema varcheranno la soglia dell?ambasciata italiana presso la Santa Sede e incontreranno il Presidente della Cei, in occasione della celebrazione dei Patti Lateranensi, sottoscritti l?11 febbraio 1929. E se fosse l?occasione per proporre un aggiornamento del Concordato?

www.corriere.it 19 febbraio 2007
Concordato, Prodi vede Bertone e Ruini

Il premier ai suoi: «Incontro importante». E l’Avvenire sui Dico: «non si strumentalizzino i Patti per ottenere il nostro silenzio» di Alessandra Arachi

ROMA ? L’incontro è una cerimonia dal protocollo rigido e particolarmente formale. Eppure nel pomeriggio di oggi il premier Romano Prodi sembra deciso a non lasciarsi sfuggire l’occasione della celebrazione del Concordato tra Stato e Chiesa, quei Patti Lateranensi firmati l’11 febbraio di 78 anni fa. Per la prima volta, da quando è esplosa la bufera sulle coppie di fatto, vedrà negli occhi il cardinal Camillo Ruini, il presidente della Cei.
«È un incontro molto importante», ha detto a cena con il suo staff, dopo aver incontrato nel pomeriggio il sottosegretario Enrico Letta. Prodi vorrebbe trovare il modo di raffreddare quel clima che tra Chiesa e governo si è andato arroventando nelle ultime settimane per via del disegno di legge sulle coppie di fatto, i Dico. Però è proprio alla Cei che di Dico non vogliono sentire parlare. Il Concordato non c’entra con le coppie di fatto, ha infatti scritto ieri in prima pagina l’Avvenire, il quotidiano dei vescovi. E lo ha fatto scrivere a Carlo Cardia, uno dei coautori della revisione concordataria del 1984.
«Certi settori laici sviluppano un ragionamento strumentale per mettere in crisi le relazioni tra Stato e Chiesa…», ha vergato Cardia nell’editoriale. E ha rilanciato: «Chiunque vede che siamo di fronte ad una specie di ritorsione censoria che chiama in causa questioni che non hanno alcun rapporto tra di loro». Con queste premesse, Romano Prodi varcherà alle 17 la soglia di Villa Borromeo, sede dell’ambasciata italiana presso la Santa Sede, e con lui ci saranno i due vicepremier, Francesco Rutelli e Massimo D’Alema. Come da protocollo.
E come da protocollo la delegazione di governo rimarrà mezz’ora faccia a faccia con la delegazione vaticana, guidata dal cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato, accompagnato, appunto, dal cardinal Ruini.
«Le conversazioni verteranno sulle questioni politiche generali, sulle problematiche concordatarie e su altri temi bilaterali di attualità», ha mandato a dire una generica nota della Farnesina qualche giorno fa. E non ha aggiunto altro. Altro non ha voluto aggiungere nemmeno il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che mezz’ora dopo, alle 17.45, raggiungerà la delegazione di governo, «scortato» dai presidenti dei due rami del Parlamento, Franco Marini e Fausto Bertinotti. Il loro incontro durerà in tutto una ventina di minuti, sempre secondo le ferree regole del protocollo. Il capo dello Stato non sembra aver alcuna intenzione di affrontare con i vertici ecclesiastici argomenti di stretta attualità, e soprattutto i Dico. Del resto Napolitano si era già spinto fin troppo da Madrid a parlare di coppie di fatto, suggerendo al governo di ascoltare le ragioni della Chiesa. E ora il confronto sembra rimanere tutto nelle mani di Prodi. Anche se da fuori ci pensano il ministro Emma Bonino ed Enrico Boselli, presidente dello Sdi, a far sentire le voci dissonanti. «Il disegno di legge sui Dico risente dei diktat della Chiesa», ha detto la Bonino. E Boselli: «Il Concordato è superato nei fatti».

Da Wikipedia.org
I Patti lateranensi, firmati l’11 febbraio 1929 dal cardinale Pietro Gasparri e Benito Mussolini, stabilirono il mutuo riconoscimento tra il Regno d’Italia e la Città del Vaticano. Presero il nome del palazzo di San Giovanni in Laterano in cui avvenne la firma degli accordi, furono negoziati tra il Cardinal Segretario di Stato Pietro Gasparri per conto della Santa Sede e Benito Mussolini, capo del Fascismo, come Primo Ministro italiano. Il rapporto tra stato e chiesa era prima disciplinato dalla Legge delle Guarentigie approvata dal Parlamento italiano il 13 maggio 1871 dopo la presa di Roma.
I Patti sono costituiti da due strumenti diplomatici distinti:
un trattato che riconosce l’indipendenza e la sovranità della Santa Sede e che crea lo Stato della Città del Vaticano; uno degli allegati a questo trattato è una convenzione finanziaria per ricompensare la Santa Sede delle perdite subite nel 1870.
un concordato che definisce le relazioni civili e religiose in Italia tra la Chiesa ed il Governo (prima d’allora, cioè dalla nascita del Regno d’Italia, sintetizzate nel motto: “libera Chiesa in libero Stato”).
l’esenzione, al nuovo Stato denominato «Città del Vaticano», dalle tasse e dai dazi sulle merci importate
il risarcimento di «750 milioni di lire e di ulteriori titoli di Stato consolidate al 5 per cento al portatore, per un valore nominale di un miliardo di lire»[1] per i danni finanziari subiti dallo Stato pontificio in seguito alla fine del potere temporale.
Attraverso il concordato il Papa acconsentì di sottoporre i candidati vescovi ed arcivescovi al governo italiano per richiedere ai vescovi di giurare fedeltà allo stato italiano prima di essere nominati, e di proibire al clero di prendere parte alla politica. L’unico vescovo che non è obbligato a giurare fedeltà all’Italia è colui che fa le veci del Pontefice nella sua qualità di vescovo di Roma: il Cardinale Vicario, attualmente Camillo Ruini. Questa eccezione alla regola, prevista dal Concordato, è fatta proprio in segno di rispetto all’indipendenza del Papa rispetto all’Italia. Il suo vicario non dev’essere sottoposto al giuramento, perché rappresenta il vescovo di Roma, che è il Santo Padre.
Il governo italiano acconsentì di rendere le sue leggi sul matrimonio ed il divorzio conformi a quelle della Chiesa cattolica di Roma e di rendere il clero esente dal servizio militare.
I Patti garantirono alla Chiesa il riconoscimento di religione di stato in Italia, con importanti conseguenze sul sistema scolastico pubblico, come l’istituzione dell’insegnamento della religione cattolica tuttora esistente seppure con modalità diverse.
Nel 1946 i Patti furono riconosciuti costituzionalmente nell’articolo 7 ed equiparati sul piano formale alla nuova figura giuridica delle Intese tra lo Stato e le altre confessioni religiose, anche se su un piano sostanziale essi assicuravano una posizione di tutela privilegiata alla confessione cattolica rispetto a quella assicurata alle altre confessioni. L’articolo 7 non ha comunque inteso parificare il contenuto dei Patti alle norme costituzionali, ma soltanto costituzionalizzare il principio concordatario, con la conseguenza che essi, per il tramite della legge di esecuzione, avrebbero dovuto ritenersi soggetti al giudizio di compatibilità con i principi supremi dell’ordinamento da parte della Corte costituzionale. Con la sentenza 24 febbraio-1 marzo del 1971, i Patti lateranensi vennero posti tra le fonti atipiche dell’ordinamento italiano, vale a dire che le disposizioni dell’atto non hanno la stessa natura delle norme costituzionali, ma hanno un grado di resistenza maggiore rispetto alle fonti ordinarie.
La revisione del 1984
Il Concordato (ma non il Trattato) fu rivisto, dopo lunghissime e difficili trattative, nel 1984, fondamentalmente per rimuovere la clausola riguardante la religione di stato della Chiesa cattolica in Italia. La revisione che portò al nuovo Concordato venne firmata a Villa Madama, a Roma, il 18 febbraio dall’allora presidente del Consiglio Bettino Craxi, per lo Stato italiano, e dal cardinale Agostino Casaroli, in rappresentanza della Santa Sede. Il nuovo Concordato stabilì che il clero cattolico venisse finanziato da una frazione del gettito totale IRPEF, attraverso il meccanismo noto come otto per mille. Inoltre, per quanto riguarda la celebrazione del matrimonio, si stabilirono le clausole da rispettare perché un matrimonio celebrato secondo il rito cattolico possa essere trascritto dall’ufficiale di stato civile e produrre gli effetti riconosciuti dall’ordinamento giuridico italiano; non è cioè necessaria una doppia celebrazione (civile e religiosa).

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Processo alla lottizzazione nello Stagno di Porto Pino !


Domani 19 febbraio 2007 si terrà presso la 1^ sezione del Tribunale penale di Cagliari una nuova udienza del processo penale (procedimento n. 5988/2004 R.N.R.) relativo alla lottizzazione ritenuta abusiva nello Stagno di Porto Pino (S. Anna Arresi), già posta sotto sequestro dopo le denunce ecologiste (esposto del 22 aprile 2004) e le indagini della competente Procura della Repubblica e del Corpo forestale e di vigilanza ambientale. Il processo ha avuto inizio il 20 febbraio 2006, una successiva udienza il 22 maggio 2006, ancora il 10 luglio 2006, un?altra lo scorso 11 dicembre 2006.

In precedenza, Il G.U.P. dott.ssa Ermengarda Ferrarese, nell?udienza tenutasi il 23 novembre 2005 (procedimento G.I.P. n. 6885/04), aveva accolto l?istanza di costituzione di parte civile avanzata dall?avv. Carmela Fraccalvieri per conto delle associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico, autrici delle azioni legali che avevano dato inizio agli accertamenti di legge condotti dal Corpo Forestale e di Vigilanza Ambientale – Ispettorato ripartimentale di Iglesias e dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Cagliari. Inoltre, su richiesta del pubblico ministero dott. Daniele Caria disponeva il rinvio a giudizio di Monti Francesco, amministratore delegato della Isolotto Immobiliare s.r.l., Pilloni Fulvio, direttore dei lavori, e di Granella Massimo Paolo, responsabile dell?Area tecnica del Comune di S. Anna Arresi, per le ipotesi di reato di cui agli artt. 110 cod. pen., 181 del decreto legislativo n. 42/2004, mentre Granella Massimo Paolo anche per l?ipotesi di reato di cui all?art. 323 cod. pen. Alla successiva udienza G.U.P. del 15 febbraio 2006 è stata verificata l?intervenuta estinzione del reato di cui all?art. 1161 cod. nav. per intervenuta oblazione.

Si ricorda che, con provvedimento del 25 ottobre 2004, il complesso edilizio era stato posto sotto sequestro penale (art. 321 cod. proc. pen.) da parte del Corpo Forestale e di Vigilanza Ambientale su disposizione della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Cagliari. Sequestro confermato da ordinanza Tribunale penale di Cagliari (sez. II) n. 61/04 del 12 novembre 2004.

Le 45 unità immobiliari (36 villette + 9 strutture commerciali) quasi completate sull?Isoletta di Corrumanciu, nel bel mezzo dello Stagno di Porto Pino, non sono mai state autorizzate sotto il profilo della tutela paesaggistica (decreto legislativo n. 42/2004 e successive modifiche ed integrazioni, già decreto legislativo n. 490/1999 e legge n. 431/1985). Infatti, l?Isoletta di Corrumanciu ricade entro lo Stagno di Porto Pino, appartenente al demanio marittimo (artt. 822 e ss. cod. civ.) e direttamente comunicante con il mare: è, quindi, tutelata con vincolo paesaggistico (art. 142, comma 1°, lettera a, del decreto legislativo n. 42/2004 e già nella normativa previgente), come esplicitamente chiarito dalla circolare Ass.to reg.le P.I. e BB.CC. ? Ufficio centrale tutela paesaggio n. 16210 del 2 luglio 1986, approvata dalla Giunta regionale con deliberazione del 24 giugno 1986 (?le sponde degli stagni, ove questi ultimi appartengano al demanio marittimo, rientrano nella categoria dei territori vincolati paesisticamente dall?art. 1, primo comma, lett. a), della l. 431?, circ. cit., paragr. 1). Pertanto si tratta di abusi edilizi, come aveva confermato l?Assessorato regionale della pubblica istruzione e beni culturali ? Servizio tutela del paesaggio di Cagliari (nota prot. n. 4008 del 24 maggio 2004). Per giunta in una zona umida costiera estremamente importante sotto il profilo ambientale e naturalistico, tanto da esser contigua al sito di importanza comunitaria (pSIC) ?Porto Pino? (codice ITB00060) ai sensi della direttiva n. 92/43/CEE sulla salvaguardia degli habitat naturali e semi-naturali.

Durante l?ultima udienza (11 dicembre 2006), il consulente della difesa ing. Giampaolo Siotto ha sostenuto la non applicabilità della normativa sul vincolo paesaggistico in quanto lo Stagno di Porto Pino, a suo parere, non rivestirebbe la qualifica demaniale. Inoltre l?isolotto di Corrumanciu non sarebbe tale, vista l?avvenuta costruzione di una strada di accesso da decine di anni. L?intervento di Siotto, docente universitario di urbanistica, ha provocato la reazione del pubblico ministero dott. Daniele Caria, deciso a sostenere l?illegalità del villaggio costruito al centro dello stagno. Rispondendo alle domande dei difensori Guido Manca Bitti e Gianfranco Trullu il consulente ha letteralmente smentito – con argomentazioni che l?accusa ha confutato decisamente – i risultati delle indagini condotte dal Corpo forestale: per lui non c?è alcun abuso, anche perchè lo stagno – a suo giudizio – è uno specchio d?acqua chiuso, il collegamento col mare è garantito soltanto da una paratia necessaria per le attività di raccolta del sale e della pesca. A favore di questa tesi ha testimoniato anche Pietro Paolo Di Giovanni, presidente della cooperativa che gestisce la pesca negli stagni: due soli uscite a mare – non tre, come sostiene il Corpo forestale – con apertura e chiusura regolate a seconda delle esigenze. Prima dei testi a difesa il pubblico ministero Caria, il legale di parte civile Carmela Fraccalvieri (le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico) e il presidente Francesco Sette avevano approfondito con l?ispettore del Corpo forestale Simone Murtas gli esiti dell?indagine che sta alla base del procedimento. Murtas è stato molto determinato: ha sostenuto con forza che Corrumanciu è inedificabile in quanto isola minore e protetta già dalla legge n. 431/1985. Rispondendo a una domanda dell?avvocato Fraccalvieri l?ispettore ha proposto anche una novità, rispetto agli atti processuali: sull?isolotto pesa anche il vincolo derivante all?appartenenza del parco geominerario, che renderebbe l?area sostanzialmente non trasformabile. Murtas ha mostrato carteggi e mappe, ha insistito sul fatto che la strada di collegamento fra Corrumanciu e la carreggiata di Porto Pino è artificiale. Non solo: secondo il Corpo forestale l?isola non perde i suoi connotati demaniali neppure con l?acqua alta, perchè la gran parte dell?area resta in superficie: «E? a tutti gli effetti una terra emersa – ha detto Murtas – e l?acqua che la circonda è collegata al mare da tre uscite». Nessun dubbio neppure sulla distanza degli edifici costruiti dall?immobiliare ?L?isolotto? rispetto alla battigia: meno di trecento metri, quindi un?aperta violazione delle norme che tutelano le coste.

Il 19 febbraio 2007 verranno interrogati gli imputati e dovrebbe iniziare la discussione fra i legali di parte ed il pubblico ministero.

Questo procedimento penale costituisce un punto importante della campagna di azioni degli Amici della Terra e del Gruppo d?Intervento Giuridico contro la speculazione edilizia lungo le coste sarde.

Gruppo d?Intervento Giuridico e Amici della Terra

(foto S.C., archivio GrIG)

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