Archivio

Archivio 27 Febbraio 2007

Niente pace per i demani civici !


Sembra proprio che non ci sia pace per i demani civici in Sardegna. Dopo il tentativo pesantemente contrastato e fortunatamente abortito nel maggio del 2006 di consentire una ?svendita? per legge dei terreni ad uso civico, adesso è il turno della medesima proposta di legge regionale finanziaria recentemente esitata dalla Giunta regionale ed inviata in Consiglio. All?articolo 21, comma 9°, lettera c), è testualmente scritto: ?nell?articolo 18 bis, dopo il comma 1, è aggiunto il seguente:
?1 bis. Possono essere altresì oggetto di sclassificazione dal regime demaniale civico i terreni soggetti ad uso civico a condizione che i medesimi terreni, nel rispetto dei vincoli ambientali, formino oggetto di Intese, Protocolli o comunque di Accordi fra la Regione e il Comune finalizzati a promuovere lo sviluppo socio-economico
.?

In sostanza, grazia anche alla terminologia generica utilizzata, sembrerebbe che potesse bastare che una qualsiasi articolazione amministrativa della Regione autonoma della Sardegna si accordi con un Comune per generiche finalità di ?sviluppo socio-economico? per poter poi procedere alla sdemanializzazione delle aree oggetto dell?accordo. Nemmeno la previsione del ?rispetto dei vincoli ambientali? può esser sufficiente a preservare i demani civici dal pericolo di vere e proprie ?amputazioni?. A parte il fatto che anche i vincoli di uso civico sono ?vincoli ambientali? per definizione giurisprudenziale (vds. ad es. Corte cost., sentt. n. 345/1997 e n. 46/1995), sarebbe sufficiente un?autorizzazione amministrativa ? anche in sede di conferenza di servizi ? per giudicare ambientalmente compatibile l?oggetto dell?accordo. Pur essendovi competenza regionale primaria in materia (art. 3 della legge costituzionale n. 3/1948, statuto speciale per la Sardegna), la disposizione appare, quindi, potenzialmente incostituzionale per violazione degli artt. 9 e 117 (lettera s) della costituzione, relativi agli obblighi di tutela dell?ambiente ed alla competenza statale esclusiva in materia di salvaguardia dell?ambiente.

Inoltre, un eventuale tentativo di espropriazione delle terre civiche senza interesse pubblico e senza un indennizzo per le popolazioni titolari del diritto sarebbe in palese contrasto con le previsioni dell’art. 42, comma 3°, della costituzione. E che accadrebbe, poi, nei casi ? non infrequenti in Sardegna ? di diritti di uso civico spettanti alla popolazione residente di un Comune, ma ricadenti su terre appartenenti alla circoscrizione territoriale di un altro Comune ? Ad esempio, il Comune di Lanusei potrebbe chiedere la ?sclassificazione? dal demanio civico di Villagrande Strisaili dei 635 ettari di costa di Porto Santoru per concludere con la Regione un accordo di programma turistico-edilizio con il gruppo immobiliare che ne vanta la proprietà ed è in contenzioso davanti al Commissario per gli usi civici ?

Il fatto fondamentale è che la Regione autonoma della Sardegna non ha mai compreso pienamente l?importanza dei demani civici per il proprio territorio, sia in veste di salvaguardia ambientale che per l?economia di molte zone. Il Settore dell?Assessorato regionale dell?agricoltura preposto alla gestione delle competenze regionali in materia è perennemente sotto dimensionato, non sono mai stati effettuati interventi di recupero di terreni abusivamente occupati, varie competenze sono state delegate agli Ispettorati provinciali dell?agricoltura, spesso privi di alcuna conoscenza della materia.

La Sezione di controllo della Corte dei conti per la Regione autonoma della Sardegna ha nettamente evidenziato, con le deliberazioni n. 6/2002 del 31 maggio 2002 e n. 9/2004 del 15 novembre 2004, una nutrita serie di carenze gestionali indicando alcune soluzioni per un?efficace gestione dell?importante materia (vds. sul sito internet della Corte dei conti, http://www.corteconti.it/Ricerca-e-1/Gli-Atti-d/Controllo-/Documenti/Sezioni-re/Sardegna/Deliberazi/Anno-2004/allegati-d4/relazione-usi-civici-.doc_cvt.htm). Inutilmente, finora.

L?importanza del tema, in particolare per la Sardegna, è innegabile. I terreni ad uso civico, inclusi o meno in provvedimenti di dichiarazione, assommano a circa 370.000 ettari in Sardegna, circa il 15 % del territorio regionale. Essi, fin dalla legge n. 431/1985, la c. d. legge Galasso, hanno anche acquisito una valenza di tutela ambientale (riconosciuta più volte dalla Corte costituzionale: vds. ad es. sent. n. 345/1997 e n. 46/1995) che si è aggiunta ai tradizionali criteri di inquadramento giuridico. Gli usi civici sono in generale diritti spettanti ad una collettività, che può essere o meno organizzata in una persona giuridica pubblica (es. università agraria, regole, comunità, ecc.) a sé stante, ma comunque concorrente a formare l?elemento costitutivo di un Comune o di altra persona giuridica pubblica: l?esercizio dei diritti spetta uti cives ai singoli membri che compongono detta collettività.

Gli elementi comuni a tutti i diritti di uso civico sono stati individuati in:
- esercizio di un determinato diritto di godimento su di un bene fondiario;
- titolarità del diritto di godimento per una collettività stanziata su un determinato territorio;
- fruizione dello specifico diritto per soddisfare bisogni essenziali e primari dei singoli componenti della collettività.
L?uso consente, quindi, il soddisfacimento di bisogni essenziali ed elementari in rapporto alle specifiche utilità che la terra gravata dall?uso civico può dare: vi sono, così, i diritti di uso civico di legnatico, di erbatico, di fungatico, di macchiatico, di pesca, di bacchiatico, ecc. Quindi l?uso civico consiste nel godimento a favore della collettività locale e non di un singolo individuo o di singoli che la compongono, i quali, tuttavia, hanno diritti d?uso in quanto appartenenti alla medesima collettività che ne è titolare.

Molte normative regionali, così come anche la legge regionale sarda n. 12/1994 e successive modifiche ed integrazioni, vi hanno aggiunto alcune nuove “fruizioni” (es. turistiche), ma sempre salvaguardando il fondamentale interesse della collettività locale. In particolare sono rimasti invariate le caratteristiche fondamentali dei diritti di uso civico. Essi sono inalienabili (art. 12 della legge n. 1766/1927), inusucapibili ed imprescrittibili (artt. 2 e 9 della legge n. 1766/1927): “intesi come i diritti delle collettività sarde ad utilizzare beni immobili comunali e privati, rispettando i valori ambientali e le risorse naturali, appartengono ai cittadini residenti nel Comune nella cui circoscrizione sono ubicati gli immobili soggetti all?uso” (art. 2 legge regionale n. 12/1994). Ogni atto di disposizione che comporti ablazione o che comunque incida su diritti di uso civico può essere adottato dalla pubblica amministrazione competente soltanto verso corrispettivo di un indennizzo da corrispondere alla collettività titolare del diritto medesimo e destinato ad opere permanenti di interesse pubblico generale (art. 3 della legge regionale n. 12/1994).

Ma la legge regionale n. 4 dell?11 maggio 2006 era riuscita, se possibile, a bissare ed ampliare la già pesante portata negativa delle disposizioni sulla “sclassificazione” dal regime demaniale civico introdotte dalla legge regionale n. 18/1996. La nuova legge aveva previsto norme veramente eversive dei demani civici: il dirigente del competente Servizio dell?Assessorato regionale dell?agricoltura può annullare i decreti di accertamento dei demani civici se i relativi diritti “non siano praticati o formalmente reclamati da oltre un ventennio” (art. 27, comma 13°), senza minimamente porsi il problema di quante centinaia di ettari siano occupati illegittimamente e, soprattutto nelle zone dell?interno, del fatto che spesso tutti stanno zitti ? formalmente o meno ? per paura di ritorsioni. Il comma successivo è addirittura schizofrenico: “non sono passibili di provvedimento definitivo di accertamento i terreni nei quali: i diritti delle collettività ad utilizzare i beni immobili non siano praticati o reclamati da oltre un ventennio, l?estinzione della pratica dell?uso civico sia avvenuta con violenza o clandestinità, l?uso civico su quei terreni abbia perso irreversibilmente la sua funzione sociale da dimostrarsi tramite inequivocabili atti di disposizione” (art. 27, comma 14°). Che si andava a fare ? Si premiava chi aveva occupato illecitamente i demani civici soffocando i relativi diritti “con violenza o clandestinità” ? Si incentivava l?occupazione abusiva delle terre collettive ?

C?era, infine, un?inguardabile “sanatoria” per le vendite (o svendite) illegittime perché non autorizzate di terreni ad uso civico intervenute prima dell?individuazione dei relativi demani civici o la realizzazione di opere pubbliche e di preminente interesse pubblico o ? incredibile ? l?inclusione in piani particolareggiati ed in zone “F ? turistiche” dei piani urbanistici comunali (art. 27, comma 15°).

Esattamente il contrario di quanto richiesto dalla Corte dei conti, Sezione regionale del controllo, al termine delle due indagini sulla gestione delle funzioni amministrative esercitate dalla Regione autonoma della Sardegna in materia (deliberazioni n. 6/2002 del 31 maggio 2002 e n. 9/04 del 15 novembre 2004).

Fortunatamente, dopo forti proteste delle associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico, la Giunta regionale ? all?oscuro dell?emendamento che aveva dato origine alla disposizione abnorme, presentato su pressione di alcuni sindaci dell’Oristanese, così come pare sia anche la proposta normativa attuale ? propose ed il Consiglio regionale approvò le disposizioni di cui alla legge regionale n. 9/2006 (art. 36) che abrogarono le norme ?incriminate?, mantenendo la possibilità di sdemanializazione per le sole aree dove erano stati realizzati i siti per gli investimenti residenziali (P.E.E.P.) o produttivi (P.I.P.) di iniziativa pubblica.

Le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico da anni ? troppi anni, purtroppo ? contrastano in tutte le sedi possibili, in primo luogo quelle legali, i vari tentativi che si sono succeduti nel tempo di legalizzare vendite, svendite, speculazioni edilizie su terreni appartenenti ai demani civici. Ricordiamo, giusto per dare un?idea, quanto accaduto a Costa Rey, sul litorale di Muravera, oggi sempre più un triste “alveare” dominato dal cemento. Era ovvio, scontato. Quando un Comune, come quello di Muravera, fra gli anni ?60 e ?70 del secolo scorso aveva svenduto illegittimamente centinaia di ettari ad uso civico su quelle coste per far giungere l?agognato turismo a base di villette e mattoni che cosa ci si poteva aspettare ? Gli imprenditori belgi, in buona parte provenienti dall?appena indipendente Zaire, l?ex Congo belga, fecero quello che sapevano. Lucrare. E costruirono sulla costa ed in collina, per vendere. Spesso senza le necessarie opere di urbanizzazione, tanto a questo avrebbero pensato le amministrazioni pubbliche. Privatizzare gli utili e pubblicizzare le uscite, non è soltanto uno slogan?.. E, nel tempo, ottenevano le varie autorizzazioni per costruire in ogni dove. Per chi fosse stato distratto, negli anni scorsi, quasi esclusivamente le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico cercarono di opporsi nelle necessarie sedi legali a questa marea montante di cemento: davanti al Commissario per gli usi civici fermarono (1996) il tentativo di “legittimazione” delle occupazioni abusive del demanio civico sostenuto dal Comune di Muravera, consentirono alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Cagliari, grazie al prezioso lavoro del pubblico ministero dott. Paolo De Angelis, di aprire indagini sulle svendite illegittime di terreni ad uso civico a fini speculativi. Arrivò la legge regionale n. 18 del 1996 per aprire la porta alle “sclassificazioni” dei terreni edificati abusivamente sui demani civici e a salvare notai curiosamente distratti ed imprenditori, nonché incolpevoli acquirenti. Ma arrivarono anche le ruspe per demolire complessi abusivi a Piscina Rey in seguito a sentenze penali passate in giudicato (2001). E giunsero in questi ultimi anni anche i dovuti atti di recupero di centinaia di ettari al demanio civico di Muravera. Vogliamo forse dimenticarlo ? Oggi l?amministrazione comunale di Muravera, guidata dal sindaco Salvatore Piu cerca porre un freno all?edificazione sulla collina di Costa Rey, anche se si tratta di cantieri regolarmente autorizzati. Tardi, ma è un segnale positivo.

E le medesime vicende si sono viste a Cabras, a Narbolìa, a Gonnesa, a Fluminimaggiore, a Baunei. Ed in tanti altri paesi della Sardegna. Per certi versi anche molto peggio a Lula. Vogliamo dimenticare tutto questo e premiare chi non ha rispettato la legge ? I diritti di uso civico sono imprescrittibili, non soggetti ad usucapione e inalienabili. Il rimedio appare peggiore del male: quante occupazioni illegittime o, peggio, illecite e violente saranno così sanate, soprattutto nelle “zone del malessere” ?

Chiediamo e ci auguriamo un ripensamento della Giunta e del Legislatore regionale, aiutato, se del caso, da un ricorso alla Corte costituzionale da parte del Governo. Noi, nel nostro piccolo, faremo la nostra parte.

Gruppo d?Intervento Giuridico e Amici della Terra

(foto S.D., archivio GrIG)

Riferimenti: Corte dei conti sui demani civici della Sardegna

Categorie:Senza categoria Tag: , , ,

L’imprenditore Cualbu su Tuvixeddu…


In attesa di saperne di più su chi potrà essere la “chemioterapia per questa città”, visto che siamo fra le associazioni ecologiste che si occupano di più di Cagliari e di Tuvixeddu in particolare, stiamo valutando se procedere giudiziariamente nei confronti dell’imprenditore Gualtiero Cualbu. Buona lettura…

Gruppo d’Intervento Giuridico

da L?Unione Sarda, 27 febbraio 2007

L?intervista. L?azionista di Coimpresa nega accordi col presidente della Regione.«Su Tuvixeddu la parola ai giudici». Cualbu: pagate le penali a chi aveva comprato la casa. Paolo Paolini

Gualtiero Cualbu racconta la sua verità su Tuvixeddu, i silenzi dei politici e lo scontro con la Regione.

Gualtiero Cualbu va alla guerra di Tuvixeddu armato di carte bollate. «Siamo sempre stati pacati, adesso basta. La Regione deve essere coerente col diritto, farlo rispettare. E invece sta prendendo una deriva extra istituzionale». I palazzi della Coimpresa sono stati cancellati dal vincolo sul colle e dintorni. Lui difende l?Accordo di programma del Duemila e minaccia cause milionarie: «Non sono un raider, dietro i progetti ci sono trattative faticose, lunghe, estenuanti, ma ho sempre cercato l?intesa».
Gli ambientalisti sostengono che sia l?ultima occasione per salvare un pezzetto di storia.
«Lo stavamo facendo».
Sono convinti del contrario.
«Parte di quelle associazioni sono il cancro della città, talvolta esprimono ragionamenti su basi incomprensibili. E poi mi chiedo perché per tanti anni non abbiano proferito parola».
Che cosa contesta del provvedimento regionale ?
«Si inventano norme, tra l?altro contestate dagli stessi dirigenti. Hanno creato un percorso parallelo a quello ufficiale, è assurdo. Neppure la commissione per il Paesaggio ha una posizione unitaria, tanto è vero che ha approvato la proposta a maggioranza. Chi vogliono intimorire ? Perché ? ».
La sua idea ?
«È chiaro che è un?operazione fatta solo ed esclusivamente per bloccare Coimpresa, tutte le altre zone vincolate sono già abbondantemente costruite. Tra l?altro falsano il mercato, perché resta intatta la richiesta di case e cala l?offerta. Questa si chiama speculazione. Più o meno quello che è successo col Piano paesaggistico. Si avvantaggiano le rendite di posizione, si penalizza il lavoro».
Tra lei e Soru c?era un?amicizia solida.
«Ha sempre sostenuto che sono un buon imprenditore, ma sono libero, non condizionabile».
Qualcuno ipotizzava anche uno scambio tra Tuvixeddu e l?ex ospedale Marino.
«Ho seri dubbi sulla partecipazione della mia società alla gara d?appalto».
Perché Soru l?ha scelta per il Consiglio d?amministrazione dell?Ente lirico ?
«Il nome non è stato fatto da lui, l?ha dovuto accettare».
Ha fama di imprenditore abituato a dialogare con i politici. Che cosa non ha funzionato con questo presidente della Regione ?
«Va chiesto a lui, sul piano personale non gli devo nulla, non mi deve nulla. Sul piano istituzionale censuro molti dei suoi atteggiamenti».
L?ultimo incontro?
«Nel periodo di Natale».
Le ha proposto uno scambio tra Tuvixeddu e un?altra area ?
«Chiacchiere senza un briciolo di fondamento».
Il prossimo passo ?
«Per tutelare i nostri diritti c?è rimasta solo la via giudiziaria. Stiamo valutando anche aspetti che vanno oltre la causa civile».
L?ipotesi di trovare un accordo ?
«Ci abbiamo provato, ma la Regione ha altre idee. È stato premuto un pulsante senza sapere che cosa avrebbe provocato. Il mio gruppo è in grado di resistere a un attacco di queste dimensioni, fortunatamente lavoriamo in tante altre regioni, ma come fa chi lavora solo in Sardegna ? Adesso sbandierano una nuova strategia per tutelare il colle, non dicono che l?ex assessore Elisabetta Pilia ha perso i fondi per estendere il fronte archeologico su viale Sant?Avendrace».
Il Comune ha colpe ?
«Ha fatto tutti i tentativi per comporre la vertenza. Il 19 febbraio ha preso atto dell?impossibilità a trovare un accordo. Adesso ricorrerà, è naturale che sia così, non credo che possa rimanere immobile».
Perché nessun politico l?ha difesa ?
«La Spisa è intervenuto, anche Mariano Delogu, Paolo Maninchedda ne ha parlato sul suo sito internet, l?argomento, è stato trattato in vari convegni».
Non c?è stata neppure un?interrogazione.
«In Consiglio regionale non se ne può discutere sino all?approvazione della Finanziaria».
Reazioni da parte di chi aveva acquistato una casa sulla carta ?
«Ad alcuni abbiamo restituito i soldi, talvolta con le penali, tanti ci hanno dato fiducia convinti che ce la faremo. A queste condizioni, non si può più fare impresa in Sardegna. E se domani un giudice stabilirà che abbiamo subito dei danni, io farò di tutto affinché i responsabili paghino di tasca, senza usare soldi pubblici, dei cittadini».

(foto S.D., archivio GrIG)

Categorie:Senza categoria Tag: , ,

Srebrenica, genocidio o suicidio ?


Se insistevano un altro po’ gli avvocati serbi forse riuscivano a far passare gli avvenimenti di Srebrenica come “suicidio collettivo” dei bosniaci. Almeno per non dimenticare…

Gruppo d’Intervento Giuridico

A.N.S.A., 26 febbraio 2007

CORTE DELL’AJA: FU GENOCIDIO MA LA SERBIA NON E’ RESPONSABILE.

L’AJA – Il massacro di Srebrenica fu genocidio, ma questo non può essere attribuito allo stato serbo. E’ quanto sostiene, in uno dei passaggi del suo lungo testo, la sentenza emessa oggi dalla Corte internazionale di giustizia, il principale organo giurisdizionale dell’Onu. Il complesso dispositivo della sentenza, letto dal presidente, la britannica Rosalyn Higgins, rileva che “la Serbia non ha fatto nulla per rispettare i suoi obblighi di prevenire e punire il genocidio di Srebrenica” ed “ha fallito nel cooperare pienamente con il Tribunale penale internazionale per la ex Jugoslavia, che ha incriminato i responsabili”. Tuttavia, secondo il verdetto, “la Serbia non può essere considerata direttamente responsabile di questo genocidio”, in quanto le azioni di coloro che hanno commesso il genocidio a Srebrenica “non possono essere direttamente attribuite all’accusato”, cioe lo stato serbo.

KOSTUNICA PLAUDE, SERBIA LIBERA DA ACCUSE

Il primo ministro serbo, Vojislav Kostunica, ha definito il verdetto odierno della Corte dell’Aja sulla guerra in Bosnia ”importante, poiche’ libera la Serbia dall’accusa di genocidio”. ”Tutti i crimini di guerra e le persone che li commisero devono essere portati alla luce e puniti legalmente nella forma piu’ severa”, ha aggiunto Kostunica, dicendosi convinto che solo la puntuale indicazione delle responsabilita’ individuali per gli orrori del passato possa ”condurre verso la necessaria riconciliazione tra i popoli dell’ex Jugoslavia”. La Serbia attuale – ha rimarcato il premier – sta da parte sua ”impiegando ogni mezzo per portare a compimento i propri obblighi verso il Tribunale penale internazionale”.

DELUSIONE A SARAJEVO PER LA SENTENZA

La sentenza della Corte di Giustizia dell’Aja secondo la quale Belgrado non è responsabile né complice del genocidio a Srebrenica del 1995, ma solo di non aver impedito né punito gli autori di quel crimine, ha suscitato non poca delusione a Sarajevo. L’esponente croato della presidenza tripartita bosniaca, Zeljko Komsic, si è dichiarato obbligato a rispettare la sentenza della Corte, sottolineando il fatto che la Serbia è stata condannata per la violazione della Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio. “A titolo personale – ha aggiunto Komsic – devo dire, però, che sono deluso perché tutti noi sappiamo che il genocidio in Bosnia è stato commesso già nel ’92”, nel primo anno della guerra in Bosnia. “Mi dispiace – ha detto il membro musulmano della presidenza, Haris Silajdzic – che Serbia e Montenegro non siano state condannate per aver commesso o partecipato al genocidio, ma sta di fatto che sono i primi paesi ad essere stati condannati per aver violato la Convenzione sul genocidio”. “La Bosnia ora deve annullare i risultati di quel delitto – ha detto ancora Silajdzic – modificando il proprio assetto e la costituzione e facendo in modo che i profughi tornino alle loro case”. “Dobbiamo anche approvare una legge che vieti la negazione del genocidio”, ha detto ancora Silajdzic riferendosi ai numerosi serbi e serbo bosniaci che ancora oggi negano lo stesso massacro di Srebrenica ed ha aggiunto che i rapporti di buon vicinato e la pace si possono costruire solo se fondati sulla verità. Il procedimento davanti alla Corte dell’Onu ha già in precedenza influito negativamente sui rapporti interni in Bosnia, ha detto l’esponente serbo della presidenza, che attualmente presiede l’organo collegiale, Nebojsa Radmanovic, ed ha invitato tutti alla calma e a rileggere e analizzare la motivazione della sentenza, nell’interesse del processo di avvicinamento di una Bosnia pacifica all’Unione europea.

PER IL PREMIER SERBOBOSNIACO NON FU UN GENOCIDIO

Il massacro di Srebrenica del 1995, che l’odierna sentenza della Corte di giustizia dell’Aja ha definito genocidio, e’ stato solo un ”orrendo crimine”. Lo ha dichiarato oggi il primo ministro della Republika Srpska (Rs, entita’ a maggioranza serba di Bosnia), Milorad Dodik. Nel corso di una conferenza stampa oggi a Banja Luka, Dodik ha rifiutato ”una qualsiasi responsabilita’ della Rs e delle sue istituzioni” per il massacro. Secondo Dodik ”non si e’ trattato di genocidio, non e’ stato pianificato ne’ commesso”. Commentando la condanna della Corte di giustizia contro la Serbia per non aver impedito il genocidio, Dodik ha domandato ”perche’ non l’ha impedito l’Onu, presente sul campo”. I politici serbo bosniaci, a differenza di quelli musulmani e croati, sono soddisfatti della sentenza secondo la quale Belgrado non e’ il diretto responsabile ne’ complice del genocidio di Srebrenica del 1995, ma solo colpevole di non aver impedito ne’ punito gli autori di quel crimine. Con questa sentenza, ha detto il presidente del parlamento Rs, Igor Radojicic, non si puo’ piu’ mettere in questione il futuro e l’esistenza stessa della Rs. La Bosnia dell’accordo di pace di Dayton e’ divisa in due entita’, la Rs e la Federazione Bh (a maggioranza croato musulmana). Molti non serbi ritengono che la divisione del paese non e’ accettabile perche’ fondata sui crimini di guerra e sul genocidio.

A.G.I., 26 febbraio 2007

L?AIA, A SREBRENICA FU GENOCIDIO MA SERBIA ASSOLTA.

Belgrado non fu responsabile del “genocidio” di Srebrenica. Lo ha stabilito il Tribunale internazionale che per primo e’ andato oltre la definizione di “massacro” data fino ad ora all’uccisione nel 1995 di 7.800 musulmani bosniaci nell’enclave che avrebbe dovuto essere protetta dal contingente Onu. “Il tribunale non crede che il genocidio compiuto a Srebrenica possa essere attribuito alle autorita’ serbe” ha detto il presidente della Corte, Rosalyn Higgins, secondo la quale non puo’ neppure essere stabilito se Belgrado sia da considerare complice per aver fornito aiuti alle milizie serbo-bosniache di Ratko Mladic. Tuttavia, ha aggiunto, e’ da considerare responsabile di omissione per non aver impedito il genocidio

Massacro di Srebrenica (da Wikipedia, l?enciclopedia libera della rete, http://it.wikipedia.org)

Il massacro di Srebrenica fu un genocidio e crimine di guerra, consistito nel massacro di migliaia di bosniaci nel luglio 1995 da parte delle truppe serbo-bosniache guidate dal generale Ratko Mladi nella zona protetta di Srebrenica che si trovava al momento sotto la tutela delle Nazioni Unite.
È considerato uno dei più sanguinosi stermini di massa avvenuti in Europa dai tempi della seconda guerra mondiale: secondo fonti ufficiali le vittime del massacro furono circa 7.800, sebbene alcune associazioni per gli scomparsi e le famiglie delle vittime affermino che furono oltre 10.000. I terribili fatti avvenuti a Srebrenica in quei giorni sono considerati tra i più orribili e controversi della storia europea recente e diedero una svolta decisiva al successivo andamento della guerra in Jugoslavia. Il Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia (ICTY) istituito presso le Nazioni Unite ha accusato, alla luce dei fatti di Srebrenica, Mladi e altri ufficiali serbi di diversi crimini di guerra tra cui il genocidio, la persecuzione e la deportazione. Gran parte di coloro cui è stata attribuita la principale responsabilità della strage, siano essi militari o uomini politici, è tuttora latitante.

Il massacro

Il 6 maggio 1993 il consiglio di sicurezza dell’ONU, con la risoluzione 824, istituì come zone protette le città di Sarajevo, Tuzla, Zepa, Gora?de, Biha e Srebrenica, inoltre, con la risoluzione 836, dichiarò che gli aiuti umanitari e la difesa delle zone protette sarebbero stati da garantire anche all’occorrenza con uso della forza, utilizzando soldati della Forza di protezione delle Nazioni Unite, i cosiddetti Caschi blu. La cosiddetta zona protetta di Srebrenica fu delimitata dopo un’offensiva serba del 1993 che obbligò le forze bosniache ad una demilitarizzazione sotto controllo dell’ONU. Le delimitazioni delle zone protette furono stabilite a tutela e difesa della popolazione civile bosniaca, quasi completamente musulmana, costretta a fuggire dal circostante territorio, ormai occupato dall’esercito serbo-bosniaco. Decine di migliaia di profughi vi cercarono rifugio. Verso il 9 luglio 1995, la zona protetta di Srebrenica e il territorio circostante furono attaccati dall’armata serbo-bosniaca. Dopo un’offensiva durata alcuni giorni, l’11 luglio l’esercito serbo-bosniaco riuscì ad entrare definitivamente nella città di Srebrenica.
I maschi, dai 14 ai 65 anni furono separati dalle donne, dai bambini e dagli anziani, apparentemente per procedere allo sfollamento; secondo le istituzioni ufficiali i morti furono circa 7.800, mentre non si hanno ancora stime precise del numero di dispersi. Fino ad oggi circa 5000 corpi sono stati esumati, di cui appena 2000 sono stati identificati. A dieci anni dalla sanguinosa strage i suoi responsabili politici e militari sono ancora largamente impuniti: solamente sei dei 19 accusati dal Tribunale Penale Internazionale per il massacro di Srebrenica sono stati finora processati e condannati.

Possibili cause del massacro

Alle forze Bosniache sotto il comando di Naser Ori era stato permesso di tenere le armi in posizioni all’interno della zona protetta, contrariamente alle condizioni stabilite nel patto col quale si conveniva il “cessate il fuoco”. Ori approfittò della situazione per condurre attacchi notturni contro villaggi serbi nei dintorni. Il caso più clamoroso fu quello di Kravica, attaccato nella notte del 7 gennaio, il Natale Ortodosso. Queste azioni militari prendevano la forma di pulizia etnica e rappresaglie contro i serbi. Centinaia furono torturati, feriti e brutalmente uccisi durante questi attacchi. Nel 1994 il governo serbo fece istanza all’ONU, fornendo una lista di 371 serbi uccisi nell’area. I media serbi, da allora, hanno riportato numeri molto più alti, fino a 3287. Non è attualmente chiaro quanti di questi fossero civili. Il generale Philippe Morillon dichiarò la sua convinzione che l’attacco serbo su Srebrenica fosse una reazione diretta ai massacri di Nasir Ori e delle sue forze avvenuti nel 1992 e nel 1993.

Il non-intervento dell’ONU

Durante i fatti di Srebrenica, i 600 caschi blu dell’ONU, le tre compagnie olandesi Dutchbat I, II e III, non intervennero: motivi e circostanze non sono ancora stati del tutto chiariti. La posizione ufficiale è che le truppe ONU fossero scarsamente armate e non potessero far fronte da sole alle forze di Mladi. Si sostiene, inoltre, che le vie di comunicazione tra Srebrenica, Sarajevo e Zagabria non fossero ottimali, causando ritardi e intoppi nelle decisioni. Quando i serbi si avvicinarono all’enclave di Srebrenica, il colonnello Karremans diede l’allarme e chiese un intervento aereo di supporto il 6 e l’8 luglio 1995, oltre ad altre due volte nel fatidico 11 luglio. Le prime due volte il generale Nicolaï a Sarajevo rifiutò di inoltrare la richiesta al generale Janvier nel quartier generale dell’ONU a Zagabria perché le richieste non erano conformi agli accordi sulle richieste di intervento aereo. Non si trattava ancora, infatti, di atti di guerra con battaglie a fuoco. L’11 luglio, quando i carri armati serbi erano penetrati nella città, Nicolaï inoltrò la domanda di rinforzi a Janvier, che inizialmente rifiutò. La seconda richiesta dell’11 luglio fu onorata ma gli aerei (F-16) che stavano già circolando da ore in attesa dell’ordine di attaccare avevano nel frattempo ricevuto ordine di tornare alle loro basi in Italia per potersi rifornire di carburante. Alla fine, solo due F-16 olandesi procedettero ad un attacco aereo, praticamente senza alcun effetto. Un gruppo di aerei americani apparentemente non fu in grado di trovare la strada. Nel frattempo l’enclave era già caduta e l’attacco aereo fu cancellato per ordine dell’ONU, su richiesta del ministro Voorhoeve, perché i militari serbi minacciavano di massacrare i caschi blu dell’ONU di Dutchbat. Gran parte della popolazione ed i soldati olandesi erano già fuggiti e si erano rifugiati nella base militare dell’ONU di Potocari. Davanti alla minaccia ed allo spiegamento di forze di Mladi, i caschi blu decisero di collaborare alla separazione di uomini e donne per poter tenere la situazione sotto controllo, per quanto fosse possibile nelle circostanze. La città di Srebrenica era comunque inserita nella futura Entità Serba e le prime bozze degli accordi di Dayton non potevano prevedere enclaves. Di fatto la conquista della città da parte dei serbi avrebbe consentito di arrivare a definire la situazione territoriale attuale e, di conseguenza, di portare avanti gli accordi di pace.
I soldati olandesi subirono pesanti accuse da parte dei media al ritorno in patria. Numerosi soldati soffrirono di stress post-traumatico in seguito alla vicenda, e sostengono di essere stati ingiustamente criticati dalla stampa. Il 4 dicembre 2006 il Ministro della Difesa olandese ha decorato con cinquecento medaglie il battaglione di pace che aveva il compito di proteggere Srebrenica. La motivazione fornita dal portavoce olandese precisa che questa non costituisce una medaglia al valore, bensì una forma di ricompensa per le accuse – ritenute ingiuste – a cui i soldati olandesi vennero sottoposti.

I responsabili politici e militari all’ONU

I ministri olandesi responsabili erano al tempo il ministro della difesa Relus ter Beek, il suo successore Joris Voorhoeve ed il ministro degli esteri Hans van Mierlo sotto il primo ministro Wim Kok. I responsabili all’ONU erano il generale francese Janvier e i militari olandesi generale Couzy (comandante in capo), generale van Baal ed il commandante di Dutchbat generale Nicolaï. Il tenente colonnello Karremans era responsabile per l’enclave di Srebrenica, il maggiore Franken per Tuzla.

Conseguenze politiche in Olanda

Visto il coinvolgimento dei militari olandesi, il governo olandese già nel 1996 ordinò un’inchiesta per stabilire il grado di responsabilità delle truppe di Dutchbat. I risultati finali furono presentati il 10 aprile 2002. Immediatamente il ministro della difesa olandese Frank de Grave fece sapere di essere pronto a dimettersi. Il 16 aprile, il governo di Wim Kok presentò collettivamente le dimissioni, assumendosi la responsabilità, ma non la colpa del massacro. Il 17 aprile, il capo delle forze armate olandesi, il generale Van Baal, rassegnò anch’egli le sue dimissioni. Il 4 dicembre 2006 il ministro della difesa olandese ha consegnato la medaglia d’onore al battaglione olandese per il coraggio mostrato a Srebrenica, con tanto di appoggio della Commissione Europea.

(foto da mailing list umanitaria)

Categorie:Senza categoria Tag: , ,