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Archivio Marzo 2007

T.A.V., un lucroso affare e poco più…


Oltre agli scempi ambientali e socio-economici ‘sta T.A.V. sarà un disastro per l’erario. Ma a che cavolo serve ? E, soprattutto, il gioco vale la candela ? Buona lettura…

Gruppo d’Intervento Giuridico

A.G.I., 30 marzo 2007

TAV: IN ITALIA COSTA OLTRE IL TRIPLO DI FRANCIA E SPAGNA.

I 564 chilometri di linee ferroviarie ad alta velocita’ realizzate in Italia hanno avuto un costo medio per chilometro di 32 mln di euro, contro i 10 pagati dai francesi per 1.548 chilometri di linee e i 9 mln pagati dagli spagnoli per 1030 chilometri di linee. E’ quanto l’Agi e’ in grado di anticipare sulla base di un documento riservato delle Ferrovie dello Stato. Il documento di 32 pagine conferma che anche per il futuro il nostro Paese e’ destinato a spendere piu’ dei nostri ‘cugini’ francesi e spagnoli: i 647 chilometri di linea in progettazione o in realizzazione avranno, per il nostro Paese, un costo medio per chilometro di 45 mln di euro contro i 15 che spenderannno i spagnoli e i 13 dei francesi. Secondo il documento elaborato a piazza della Croce Rossa, le principali cause di questo forte divario tra l’Italia e gli altri due paesi e’ da addebitarsi a: le modalita’ di affidamento, le specifiche progettuali (alta capacita’, orografia e sismicita’ del territorio) le prescrizioni ambientali e territoriali, l’antropizzazione del territorio e l’acquisizione delle aree, l’innovazione tecnologica e l’adeguamento a nuove norme”. Lo stesso studio delle Ferrovie evidenzia come le modalita’ di affidamento pesino tra i 4 e i 6 mln di euro per chilometro di linea: “il ricorso ad una gara ad evidenza pubblica – si legge nel documento – avrebbe sicuramente comportato una riduzione dell’ordine del 14-20% dell’importo delle opere”. Nel caso di negoziazione diretta tra committente e general contractor, spiega il documento, “la congruita’ del prezzo che viene esperita prima dell’affidamento dal soggetto tecnico che supporta la committenza, deve necessariamente tenere conto – oltre che dei costi di costruzione diretti – anche degli oneri organizzativi e finanziari, degli attrezzaggi e delle prestazioni previste dall’affidatario in termini ed entita’ difficilmente contestabili”. “In un affidamento mediante gara, invece, prosegue la spiegazione delle Ferrovie, tali oneri incidono generalmente di meno, poiche’ gli stessi concorrenti, per potersi aggiudicare l’affidamento, operano nel proprio ambito imprenditoriale specifiche ottimizzazioni organizzative e gestionali tenendo conto di capacita’, risorse, attrezzature gia’ di loro proprieta’, sinergie operative ed economiche realizzabili nell’esecuzione delle opere.

Anna Donati. Su Tav critiche immotivate. Lorenzo d?Avanzo

Le nuove norme che revocano le convenzioni ai general contractor per le tre linee ferroviarie ad alta velocita’ (Milano-Genova, Milano-Verona e Verona-Padova) “sono una svolta importante, utile e positiva per fare ordine nella realizzazione delle infrastrutture ferroviarie che servono al nostro Paese, per aumentare il mercato e la concorrenza negli appalti pubblici, per ridurre i costi degli investimenti e, quindi, risparmiare risorse pubbliche (che, peraltro, non abbiamo o sono assai scarse), e per scegliere con criterio le infrastrutture effettivamente prioritarie”. E’ quanto sostiene la presidente della commissione Lavori Pubblici del Senato, Anna Donati, che intervistata dall’Agi, definisce “immotivate” le critiche alla nuova legge approvata oggi dal Senato con la conversione del decreto Bersani sulle liberalizzazioni.

Prima di tutto Le chiederei di chiarire un primo punto: l’asse Genova-Milano- Verona-Padova dell’Alta Velocita’, a Suo parere, va fatto o no ?
Bisogna distinguere tra le varie tratte: sono casi diversi da affrontare in modo diverso. La priorita’ e’ per le tratte che devono collegare Milano a Venezia: il progetto non ci convince ma i volumi di traffico su quest’asse richiedono indubbiamente un quadruplicamento della rete. Diversa la questione per il terzo valico che non e’ mai stata una priorita’: gli attuali collegamenti sono sufficienti e se c’e’ qualcosa da fare e’, soprattutto, per il nodo di Genova che e’ uno snodo cruciale. Se poi il porto di Genova e la citta’ avranno lo sviluppo che tutti ci auguriamo, e’ possibile pensare ad un intervento sul terzo valico ma ben diverso da quello approvato dal Cipe del Governo Berlusconi. Si puo’ pensare ad un adeguamento dell’attuale valico, abbassandone la pendenza e aumentandone le capacita’ con un progetto di 17 chilometri ma, certamente, non e’ pensabile di realizzare il progetto su 44 cdhilometri approvato dal vecchio Cipe.

Tra le critiche mosse al provedimento che da oggi ‘ legge, c’e’ il metodo: il recesso dalle convenzioni, secondo l’opposizione, sarebbe stato preferibile, se non altro perche’ i progetti sarebbero rimasti di proprieta’ delle FS: perche’ avete scelto la strada della legge ?
Voglio ricordare che gli atti integrativi (definizione del prestito, clausole contrattuali, progetto, penali) non sono stati ancora perfezionati. Sono stati, naturalmente, oggetto delle convenzioni ma non si sono ancora trasformati in quell’atto contrattuale definitivo e pieno denominato “atto integrativo”. Siamo ancora nella condizione di poter revocare riducendo al minimo il contenzioso che – purtroppo – io stessa immagino ci sara?. Siamo ancora nella condizione di poterlo fare proprio perche? non abbiamo ancora chiuso gli atti integrativi. Sono convinta che, come e? avvenuto per altre tratte, se si fossero chiusi gli atti integrativi, indipendentemente dal fatto che le opere fossero finanziate, cantierate o meno, sarebbe stato impensabile tornare indietro perche? il contenzioso sarebbe stato rovinoso per l’interesse pubblico e quindi per l’interesse del sistema Paese. In questo caso, pero?, siamo ancora nella condizione di poter revocare con un contenzioso minimo che ci consente di riconoscere le spese effettivamente sostenute dai general contractors, ma anche di evitare che lo Stato si rovini in un contenzioso che nessuno vuole. Qui ci sono norme primarie, norme derivate, ci sono convenzioni e non atti integrativi, clausole di salvaguardia – naturalmente, ovviamente e giustamente – delle spese effettivamente sostenute e credo che proprio per questa ragione l’argomento sia stato inserito all’interno di un decreto-legge, perche? la procedure sia piu? rapida. Questa e? stata l’ occasione anche per fare pulizia e per mettere ordine in tutto quello che decideremo di mettere in gara in futuro.

Tra le critiche mosse al provvedimento c’e anche l’ipotesi che il nostro Paese possa perdere delle risorse messe a disposizione dalla Ue: e’ vero ?
Vorrei ricordare che Bruxelles non ha deciso assolutamente nulla in ordine ai finanziamenti e che proprio per le difficili situazioni della finanza pubblica europea – similari, naturalmente, a quella italiana – ha gia? previsto in un regolamento, peraltro ancora in corso di discussione, la riduzione da 20 a 8 miliardi degli investimenti sulle reti TEN. Quindi, certezze non ce ne sono per nessuno, ne? per me, ne? per chi dice – come il senatore Grillo – che stiamo perdendo delle risorse. La proposta di regolamento europeo recita che, essendo scarse le risorse, dovranno essere privilegiate le tratte transfrontaliere a cui sara? destinato fino al 30 per cento di contributo. Ripeto, siamo nel campo delle proposte e non della certezza. Per l’Italia si dice apertamente che le due tratte che hanno qualche chance di essere finanziate sono il valico del Brennero e il valico della Torino-Lione che, peraltro, ci pone un problema di tempi assolutamente rilevante per cui credo che nei prossimi mesi, anche all’interno della nostra Commissione, dovremo occuparci della questione. Nell’ambito della 8a Commissione e? stato gia? avviato un dibattito sui tempi che Bruxelles richiede. Si tratta di un problema serissimo. A chi dice che perderemo soldi per la Milano-Genova, dunque, ricordo che siamo nel campo delle ipotesi. Non ci sono risorse assegnate, c’e? una corsa incredibile al finanziamento europeo in cui, a mio giudizio, la Milano-Genova non e? una infrastruttura che ha possibilita? di essere finanziata.

Certezze: nessuna.
Il provvedimento sembra scontentare molti: oltre ai costruttori e ai sindacati che temono ripercussioni sull’occupazione, anche la Confindustria paladina del libero mercato si schiera contro questa norma inserita in un provvedimento a favore delle liberalizzazioni. Non le semba strano?
Vorrei naturalmente anche confrontarmi maggiormente nel merito delle norme, viste con preoccupazione sia dal settore delle costruzioni sia dall’AGI, l’Associazione imprese generali, sia da Confindustria, che chiede di non procedere. Intendo subito chiarire che trovo naturalmente lecito, normale e legittimo che le grandi imprese (che si trovano all’interno in questi “appalti”, gia? affidati diciassette anni fa e poi anche modificati nelle loro composizioni industriali, naturalmente con processi di vendita dei diversi azionariati di tali consorzi) protestino. Stiamo parlando, in effetti, di interessi che hanno maturato e che, pertanto, logicamente difendono d’ufficio. Voglio sottolineare, pero?, che trovo molto meno normale l’atteggiamento di Confindustria, che, essendo un’associazione che protegge tutte le imprese (non solo quelle grandi o che fanno parte dei consorzi), mi sarei aspettata – come gia? e? accaduto in passato – difendesse in modo piu? rigoroso la tutela della concorrenza e del mercato. Dicono le imprese che non si puo? intervenire su contratti privati. Non c’e? dubbio che la materia e? di grande delicatezza: stiamo parlando di un rapporto tra Stato e soggetti privati. Vorrei pero? far presente che il provvedimento di revoca con cui, di conseguenza, si azzerano le convenzioni ai general contractor, in realta?, revoca le convenzioni, le concessioni o le autorizzazioni a FS e TAV derivanti proprio da norme primarie e da decreti. Voglio sottolineare che la norma viene invocata per proteggere lo Stato dal contenzioso che probabilmente si aprira?. Per fronteggiare tale eventualita? si e? resa necessaria l’adozione di un’analoga norma primaria. Per quanto riguarda le tre AGI e Confindustria secondo cui attraverso le gare non si risparmia nulla, voglio solo citare un: le mancate gare – dicono le Ferrovie – pesano per l’incremento dei costi dal 14 al 20 per cento. Quindi, se facciamo un calcolo rapidissimo delle tre opere di cui stiamo parlando, tra il 14 e il 20 per cento di 15 miliardi di investimenti, si oscilla tra 2,2 e 3 miliardi di euro di risparmio: i soldi che servirebbero per realizzare, ad esempio, l’Alta Capacita? Napoli-Bari, un progetto di cui abbiamo bisogno.

Insomma, provvedimento necessario e critiche prive di fondamento ?
Il modello del governo Berlusconi non ha funzionato e non e? stato aperto un solo cantiere con la restituzione a trattativa privata. Il decreto Bersani costituisce una svolta importante e necessaria per aumentare mercato e concorrenza. Per risparmiare risorse pubbliche e realizzare le opere ferroviarie che servono. Se nel 2007 siamo ancora qui a parlare degli stessi progetti, che non sono stati neppure cantierati -significa che la scelta di Tremonti-Lunardi, di riaffidare senza gara le tre tratte ai vecchi consorzi non ha funzionato. Infatti, ad oggi due progetti su tre non sono ancora stati perfezionati. Per quanto riguarda il terzo, la Milano-Genova, l’unica cosa che parti?, molti anni fa fu un foro pilota, sequestrato dalla Magistratura e sul quale e? in corso un’inchiesta giudiziaria per il mancato rispetto delle autorizzazioni ambientali prescritte.

E cosa risponde ai lavoratori che temono una riduzione dell’occupazione per la mancata realizzazione di queste opere ?
Da una verifica del CIPE, come ha riferito il sottosegretario Gobbo in commissione, risulta che le tre opere, il cui costo complessivo e? di circa 15 miliardi, non dispongono dei finanziamenti necessari: senza questo provvedimento le opere non sarebbero mai partite e se riusciremo a ridurre i costi aumenteranno anche le possibilita’ di poter mettere in cantiere alcuni di questi progetti a vantaggio dei lavoratori, delle imprese e del Paese.

(foto da mailing list ambientalista)

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Mega-acquedotto del Sàrrabus ? Indietro tutta !


LA PROCEDURA DI V.I.A. DEL MEGA-ACQUEDOTTO DEL SARRABUS TORNA AL PUNTO DI PARTENZA !

Oggi su L?Unione Sarda è nuovamente pubblicato su richiesta dell?Ente risorse idriche della Sardegna ? già E.A.F. ? l?avviso al pubblico relativo all?avvìo della procedura di valutazione di impatto ambientale ? V.I.A. relativa al progetto di “Schema idrico Sardegna Sud Orientale – Schema Basso Flumendosa – Picocca ? Opere di approvvigionamento idropotabile ?Schema 39 P.R.G.A. – 2°e 3° lotto”, comprendente la costruzione di condotte per una lunghezza di circa 70 km. di sviluppo, 12 grandi serbatoi in calcestruzzo di regolazione idrica da costruire sulle alture lungo la costa tra Muravera, San Vito, Castiadas e Villasimius in vicinanza del mare, centrali di sollevamento ed altre opere, tra cui l?attraversamento del Rio Picocca.

Infatti l?Assessorato regionale della difesa dell?ambiente – Servizio S.A.V.I. ha accolto le ?osservazioni? preliminari presentate dalle associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico (note del 6 e 11 febbraio 2007) che contestavano la palese incompletezza dell?avviso al pubblico (L?Unione Sarda, 28 dicembre 2006) che comunicava l?avvio del precedente procedimento di V.I.A. Con nota prot. n. 6161 del 5 marzo 2007 il Servizio S.A.V.I. ha richiesto all?Ente risorse idriche della Sardegna una congrua integrazione delle informazioni pubblicate.

Le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico, anche accogliendo numerose istanze da parte di imprenditori agrumicoli e del turismo rurale, avevano presentato due specifici atti di ?osservazioni? nell?ambito del procedimento di valutazione di impatto ambientale ? V.I.A.

Varie le contestazioni, in primo luogo legate alle evidenti carenze di trasparenza e pubblicità del medesimo ?avviso al pubblico? grazie al quale cittadini, comitati locali ed associazioni dovrebbero esser messi in grado di visionare il progetto ed intervenire nel procedimento. Ma è la stessa finalità dell?opera ad essere molto discutibile: l?acquedotto in progetto non dispone e non disporrà di una fonte di alimentazione idrica in quanto la diga di Monte Perdosu da cui l?acquedotto dovrebbe prelevare l?acqua non è ancora realizzata nè finanziata. Questa opera potrebbe non essere mai realizzata vista anche l?opposizione dei Comuni e delle popolazioni interessate. Inoltre un eccessivo prelievo dal Flumendosa in prossimità di San Vito durante il periodo estivo aggraverebbe aggravare la già critica situazione di salinizzaazione della falda costiera. L?acquedotto in progetto, poi, prevede di alimentare villaggi turistici costieri che non esistono e la cui ipotetica realizzazione appare ben lontana dalla realtà in relazione alle previsioni del piano paesaggistico regionale ? P.P.R. Il complesso di opere in progetto appare molto impattante sull?ambiente naturale e sul paesaggio (come dichiarato esplicitamente dall?Assessorato regionale dei beni culturali ? Servizio tutela del paesaggio in fase istruttoria) sia durante l?esecuzione (grandi scavi in zone roccioso di grande valenza naturalistica) che una volta ultimato (circa 70 Km. di condotte e 12 grandi serbatoi in cemento armato da costruire sulle colline rocciose in prossimità del mare): la tubazione in progetto attraverserebbe l?alveo del Rio Picocca vicino ai pozzi da cui viene prelevata l?acqua che serve in modo sufficiente tutti i centri abitati del Sarrabus; la costruzione della condotta potrebbe causare l?interruzione della circolazione sotterranea della falda e danni gravissimi ai pozzi che costituiscono la fonte di alimentazione potabile del Sarrabus. Anche durante la “crisi idrica” isolana i centri del Sàrrabus hanno avuto risorse sufficienti prelevate dai pozzi e non hanno risentito della situazione di crisi generalizzata della Sardegna.

Ma numerose sono state anche le contestazioni ?istituzionali?. Cerchiamo di ricapitolare alcuni recenti passaggi fondamentali.

Il Ministero dell?ambiente, della tutela del territorio e del mare (Direzione generale per la salvaguardia ambientale ? Divisione III ? V.I.A.) nella primavera scorsa accoglieva (nota n. DSA-2006-0012896 del 10 maggio 2006) il ricorso (nota del 29 dicembre 2005) inoltrato dalle associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico avverso il progetto. In precedenza, l?Assessorato regionale della difesa dell?ambiente, con nota n. 13437 del 21 aprile 2006, aveva richiesto al Ministero dell?ambiente e della tutela del territorio se l?opera dovesse essere considerata collaterale all?invaso progettato sempre sul Flumendosa a Monte Perdosu (come sostenuto dall?E.A.F., ente attuatore), per il quale era già stata conclusa positivamente con condizioni la procedura di valutazione di impatto ambientale ? V.I.A. (decreto n. DECVIA 3734 del 18 maggio 1999). In questo caso avrebbe dovuto essere integrato il procedimento di V.I.A. di competenza nazionale con il nuovo progetto di mega-acquedotto. Il Ministero dell?ambiente e della tutela del territorio è stato molto chiaro: nel progetto dell?invaso di Monte Perdosu non sono comprese le opere di questo intervento in progetto, quindi esso non è mai stato assoggettato a V.I.A. Conseguentemente, visto che il progetto rientra nelle ipotesi di V.I.A. di competenza regionale, la Regione autonoma della Sardegna doveva, quindi, attivarsi in proposito e il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti doveva modificare la delibera C.I.P.E. n. 121/01 che lo includeva nella c. d. legge obiettivo.
In ogni caso si è trattato di un deciso “stop” ad un progetto che sembrava ormai cosa fatta, nel silenzio generale.

In sostanza, come se non bastasse la trasformazione del povero Flumendosa, il fiume con il maggior apporto idrico in Sardegna, in un mesto rigagnolo nella gran parte dell?anno a causa dei troppi sbarramenti esistenti (ben quattro dighe) ed in progetto (la quinta diga, a Monte Perdosu), l?Ente Autonomo del Flumendosa (E.A.F.) sta mandando avanti questo ulteriore progetto idrico che rischia di porre in ulteriore pericolo le falde idriche costiere del Sàrrabus. Il progetto è compreso nel 1° programma di opere di interesse nazionale (c. d. legge Obiettivo) in base alla delibera C.I.P.E. n. 121/2001 per un importo di 60 milioni di euro. Lo scorso 23 novembre 2005 l?E.A.F., in quanto soggetto aggiudicatore (delibera C.I.P.E. n. 58/2003) pubblicava l?annuncio di avvio del procedimento finalizzato alla dichiarazione di pubblica utilità conseguente all?approvazione del progetto definitivo a cura del C.I.P.E. (art. 4 del decreto legislativo n. 190/2002): il progetto è stato, poi, trasmesso ai comuni di Muravera, San Vito, Villaputzu, Castiadas e Villasimius per la richiesta delle autorizzazioni di competenza.

L?E.A.F. ha preteso di far passare il progetto come rientrante in quello dell?invaso di Monte Perdosu, sul quale il Ministero dell?Ambiente e della Tutela del Territorio ha espresso giudizio positivo circa la compatibilità ambientale (DEC VIA3734 del 18 maggio 1999). Poi l?opera sarebbe inserita nel programma attuativo del Commissario per l?Emergenza Idrica in Sardegna (ordinanza n. 353/2003). In realtà il progetto dell?invaso di Monte Perdosu non comprende e non riporta il progetto dell?acquedotto in argomento schema n. 39, 2° e 3° lotto, del 2005 e quindi il Ministero dell?Ambiente e della Tutela del Territorio non può aver espresso nel 1999 un parere di compatibilità ambientale su un?opera non ancora progettata. Tale parere si riferisce esclusivamente al progetto del citato invaso, unico progetto a suo tempo depositato per lo svolgimento del procedimento di valutazione di impatto ambientale.

Per giunta, il richiamato decreto ministeriale V.I.A. non risulta, in ogni caso, tuttora pienamente efficace in quanto l?E.A.F. non appare aver ancora ottemperato alle prescrizioni in esso contenute ed in particolare alla realizzazione della rete di monitoraggio della falda costiera del Sàrrabus. Inoltre, lo “stato di emergenza idrica” in Sardegna appare formalmente concluso il 31 dicembre 2004 e, conseguentemente, il Commissario per l?emergenza idrica non appare aver più poteri di deroga su opere di nuova esecuzione e tantomeno sul procedimento di impatto ambientale. Le deroghe alla normativa V.I.A. devono essere obbligatoriamente comunicate alla competente Commissione europea, pena l?apertura di un procedimento di infrazione e la sospensione dei finanziamenti.

Con questa finalità le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico, raccogliendo preoccupate segnalazioni provenienti dal Sàrrabus, hanno svolto una serie di azioni legali coinvolgendo tutte le pubbliche amministrazioni statali, regionali, agli Enti locali interessati, alla Commissione europea ed allo stesso E.A.F. per evitare decisioni che potrebbero costare care alla collettività sul piano ambientale ed economico-sociale. Anche il sen. Francesco Martone, da tempo impegnato sulle tematiche della difesa del suolo e della risorsa idrica, ha inoltrato una specifica interrogazione parlamentare al Ministro dell?ambiente, della tutela del territorio e del mare.

Ora il procedimento di V.I.A. e niente appare scontato: le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico presenteranno nuovamente un nuovo specifico atto di ?osservazioni? perché è proprio il momento di un serio ripensamento su un?opera fin troppo discutibile.

Gruppo d?Intervento Giuridico e Amici della Terra

(immagine: elaborazione GrIG)

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Vegan: una scelta di vita.


Si calcola che sul nostro Pianeta ci siano circa 15 miliardi di capi di bestiame allevati dall?uomo. I Paesi industrializzati impiegano ben 2/3 della loro produzione cerealicola per l’allevamento del bestiame e si accaparrano le terre migliori del terzo mondo per coltivare cereali destinati agli animali d’allevamento (36 dei 40 Paesi più poveri del mondo esportano cereali negli Stati uniti dove il 90% del prodotto viene utilizzato per nutrire gli animali destinati al macello). Per ottenere 1 kg di carne occorrono 15 kg di cereali; il resto va in escrementi. Questi, vista la grande quantità, non possono essere riassorbiti immediatamente dal terreno e di conseguenza immettono ammoniaca e metano nell’atmosfera. Nella sola Amazzonia, negli ultimi anni il disboscamento operato per far posto agli allevamenti di animali ha distrutto circa 10.000.000 di ettari di foresta pluviale. Alla luce di tali dati ma, soprattutto, alla luce delle pessime condizioni in cui vengono tenuti gli animali destinati alle nostre tavole, delle crudeltà alle quali sono sottoposti all?interno degli allevamenti e nei tragitti che li portano ai macelli, probabilmente è opportuno che l?uomo, unico ?altro animale? ad avere il complesso di superiorità rispetto agli altri esseri viventi, inizi a limitare la produzione di carne, e pesce, valorizzando anche altri tipi di risorse e, soprattutto, inizi ad avere maggiore rispetto per gli esseri viventi che costituiscono il suo cibo quotidiano, come usavano fare le più antiche e sagge popolazioni. A tal proposito, tante persone nel mondo, decidono di adottare una filosofia di vita che esclude in modo totale ogni forma di utilizzo, sfruttamento, di animali e prodotti da loro derivati, a scopo alimentare, nella realizzazione di capi d?abbigliamento, e per qualunque altro motivo: sono i vegani. Vediamo le ragioni della loro scelta.

Motivazioni etiche:
Il vegetarismo è la più pratica e coerente applicazione di un?etica del rispetto della vita e di giustizia intese nel senso più ampio del termine. Il vegetariano si adopera così per non danneggiare o produrre sofferenze agli altri viventi, nei limiti di una concreta compatibilità con le proprie esigenze vitali. La convinzione dei vegetariani infatti è che mangiando carne si partecipa materialmente e personalmente al “massacro” di animali, che invece di essere nostri compagni di vita, diventano vittime di violenza.

Motivazioni salutiste:
Secondo i vegetariani rappresenta il modo di alimentarsi più confacente alle esigenze anatomo-fisiologiche dell?organismo umano. Alcune pubblicazioni attestano infatti che i vegetariani per l?abbondante introduzione di fibre, carboidrati, vitamine e minerali riducano l?incidenza di malattie cardiovascolari, cancri, ipertensione, diabete e obesità. Inoltre si riduce il sovraccarico proteico a carico di reni e fegato e si riduce la produzione di radicali liberi. L?atleta Carl Lewis, medaglia d?oro alle Olimpiadi, vegano dal 1990 ha affermato di aver ottenuto i suoi risultati migliori proprio dopo aver iniziato a mangiare ?vegan?.

Motivazioni ecologiste:
Per coltivare cereali e semi proteici della produzione agricola destinati al nutrimento degli animali “da carne” si usano ingenti quantità di concimi e pesticidi pericolosi, che danneggiano i terreni contaminando in profondità falde acquifere e corsi d?acqua ,senza risparmiare l?aria. Queste sostanze si concentrano poi lungo la catena alimentare fino ad intossicare l?uomo. Ancora più grave è la situazione del Terzo Mondo, come in Amazzonia, dove negli ultimi anni il disboscamento operato per far posto agli allevamenti di animali ha distrutto circa 10.000.000 di ettari di foresta pluviale. Il ricorso a metodologie biologiche di coltivazione forse potrebbe arginare tali fenomeni, ma a costo di rese inferiori e costi maggiori.

Motivazioni economiche:
Il rendimento dell?alimentazione carnea è molto basso, bisogna cioè investire in media 7 calorie vegetali nella produzione di 1 caloria di carne. Un terreno adibito a pascolo fornisce in media 1 tonnellata di carne, ma potrebbe fornirne 20 di legumi. Non solo. Se si analizza il bilancio energetico delle colture si evidenzia che il 20% dell?energia totale è impiegata per la produzione dei vegetali direttamente consumati dall?uomo mentre il restante 80% è destinato al nutrimento degli animali, ne consegue dispendio di energia e carico di imposte e inquinamento causati dalla produzione di carne su larga scala.

Le possibili carenze di una dieta vegetariana.
Le carenze di un vegetariano o di un vegano sono tipicamente: ferro (anemie), proteine (rara), e vitamina B12, calcio e vitamina D (nei vegani soprattutto). Per quel che riguarda il ferro la carne ne è sicuramente una buona fonte e una dieta vegetariana deve essere correttamente bilanciata per fornire quantità adeguate di questi minerali. Per prevenire questa carenza si può aggiungere limone alle verdure o utilizzare pentole di ferro. Un fattore da considerare sono anche le eventuali perdite di sangue attraverso le mestruazioni per cui si possono sviluppare nelle donne carenze di ferro difficilmente sopperibili con una dieta esclusivamente vegetariana. Le proteine possono essere compensate con legumi e frutta secca oleosa, senza aumentare però la frutta che non può sostituire la fonte proteica. L?utilizzo della soia e la contemporanea assunzione di legumi e carboidrati complessi aumenta il valore biologico delle proteine. Per quel che riguarda la carenza di vitamina B12 è particolarmente significativa nella dieta vegana. Le fonti di questa vitamina infatti sono solo animali, i primi sintomi di una carenza sono l?anemia perniciosa (caratterizzata dalla formazione di globuli rossi di dimensioni anormali), vertigini, difficoltà di concentrazione, perdita della memoria, debolezza. Per via delle scorte che il nostro organismo ha di questa vitamina i sintomi di carenza compaiono non prima di 2/3 anni di dieta del tutto priva. Una modalità per affrontare la ridotta assunzione di vitamina B12 può essere quella di utilizzare latte di soia integrato da B12. Il calcio è un minerale abbondante nei latticini ed essenziale per la formazione dello scheletro, per cui ne sono richieste quantità pari almeno ad 800 mg al giorno. Il problema però anche in questo caso è particolarmente rilevante per i vegani che ne assumono sicuramente meno della dose giornaliera raccomandata. La vitamina D infine, anch?essa fondamentale soprattutto per i tessuti ossei è sintetizzata nel nostro corpo in presenza di luce solare. I vegani devono introdurla nella dieta tramite alimenti vegetali fortificati, per esempio latte di soia arricchito con vitamina D, mentre i vegetariani la introducono con le uova. In generale comunque non è possibile improvvisare una dieta vegetariana. Fondamentale contattare un esperto medico o dietista per calibrarla in modo adeguato.(fonti: www.en.wikipedia.org, www.reiki.info, www.dica33.it – foto C.B., archivio GrIG)

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Abusi edilizi e inquinamento a Porto Conte: si deve intervenire !


Le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico hanno provveduto ad inviare un nuovo esposto (30 marzo 2007) alle pubbliche amministrazioni statali (Ministeri dell?ambiente e per i beni e attività culturali, Direzione regionale per i beni culturali e paesaggistici, Soprintendenza ai beni ambientali di Sassari), regionali (Presidenza della Regione, Assessorati regionali dell?urbanistica e dei beni culturali, Servizio tutela del paesaggio di Sassari) e locali (Provincia di Sassari, Comune di Alghero), al Corpo forestale e di vigilanza ambientale, alle Procure della Repubblica presso i Tribunali di Sassari e di Cagliari ed alla Commissione europea puntuali informazioni ed interventi specifici in relazione ai numerosi campeggi abusivi sulla costa di Porto Conte ? S. Imbenia, in area rientrante nel parco naturale regionale ?Porto Conte?, in un sito di importanza comunitaria, tutelata con vincolo paesaggistico e con vincolo di conservazione integrale.

In precedenza altri cinque esposti (17 maggio 1999, 11 luglio 2000, 3 agosto 2004, 18 giugno 2005, 21 ottobre 2006) hanno comportato l?avvio di indagini penali e provvedimenti amministrativi senza alcun esito finora. Purtroppo

La vicenda dura ormai da troppi anni. Basti ricordare solo alcune vicissitudini del più esteso fenomeno di abusivismo edilizio e di inquinamento, il ?campeggio Sant?Igori? (proprietà della Libertourist s.r.l. di Alghero con oltre 250 concessioni in favore di propri soci per installarvi strutture edilizie per soggiorni estivi). Fin dalla metà degli anni ?80 del secolo scorso e poi nel 1990 (ordinanze nn. 2-3/u del 2227 luglio 1984, n. 94 del 23 maggio 1990), infatti, il Comune di Alghero ordinò la sospensione e demolizione dei lavori abusivi (numerosi prefabbricati e altrettanti basamenti in cemento) ed il ripristino ambientale. Con decreto del 23 maggio 1990 l?allora G.I.P. presso la Pretura circondariale di Sassari dott. M. Brianda disponeva il sequestro preventivo dell?area del campeggio Sant?Igori nell?ambito dei procedimenti penali n. 2774/90 R.G. e n. 7211/90 G.I.P., sequestro revocato rapidamente in data 14 giugno 1990, all?inizio della stagione estiva. Nel 1994 venne richiesto l?intervento del Servizio vigilanza edilizia dell?Assessorato regionale EE.LL., finanze, urbanistica per utilizzare i mezzi regionali per procedere alla demolizione. Nei mesi successivi erano stati programmati gli interventi di demolizione con i mezzi regionali insieme ad altri abusi lungo la costa ?catalana?, ma, inspiegabilmente, una qualche ?mano? spense i motori già accesi dei ?caterpillar??.. Nel 1998 (ordinanza n. 194 del 23 novembre 1998) il Sindaco di Alghero ordinò la chiusura dei campeggi per motivi di ordine igienico-sanitari, senza far tuttavia cenno, a quanto è dato conoscere, della situazione di abusivismo delle strutture. Nel 2000 l?Assessorato regionale P.I. e BB.CC. ? Ufficio tutela paesaggio di Sassari provvide a contestare gli abusi edilizi riscontrati (nota n. 1724 del 24 febbraio 2000), reiterando quanto già fatto 10 anni prima (note n. 6784 del 6 giugno 1990 e n. 11464 del 9 ottobre 1990). Nel 2002 il sindaco di Alghero avv. Marco Tedde, nelle sue dichiarazioni programmatiche esposte in Consiglio comunale, aveva esplicitamente affermato che la sua amministrazione avrebbe provveduto alla demolizione dei campeggi abusivi nella splendida Baia di Porto Conte, entro il parco naturale di Porto Conte. Naturalmente senza alcun esito.

Nell?agosto 2004 il Corpo Forestale e di Vigilanza Ambientale metteva sotto sequestro un campeggio abusivo sempre a Porto Conte (loc. Stamparogias). 70 piazzole per roulottes, alcuni fabbricati, reti elettriche in corso di realizzazione su 3 ettari a due passi dalla battigia marina. Era ora, ma certo non bastava. Sarebbe dovuto essere soltanto l?inizio. Il Comune di Alghero avrebbe accertato la presenza di ben undici campeggi abusivi con ben 236 violazioni urbanistico-edilizie e circa 6.000 presenze.

Lo scorso 5 ottobre 2006, secondo notizie stampa, l?Assessorato regionale della difesa dell?ambiente avrebbe comunicato al Comune di Alghero (SS) il proprio parere favorevole per la realizzazione di un depuratore nel campeggio abusivo di Sant?Igori, sul litorale di Porto Conte. Secondo l?Assessorato regionale non contrasterebbe con le disposizioni del piano paesaggistico regionale ? P.P.R. recentemente approvato. La vicenda ha dell?incredibile. A fine ottobre 2006, appresa la notizia, in un sussulto di decenza amministrativa, il Comune di Alghero, giustamente, dichiarava che non avrebbe rilasciato i necessari ?permessi di costruire? per il depuratore.

In questi giorni viene, quindi, inoltrato un nuovo esposto alle pubbliche amministrazioni ed alla magistratura competenti da parte delle associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico per giungere al rispetto della legalità ed al ripristino ambientale. Infatti, nell?ambito del procedimento penale R.G.N.R. 6052/05 mod. 21 pendente presso la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Sassari il Corpo Forestale e di Vigilanza Ambientale avrebbe recentemente accertato e comunicato anche alle pubbliche amministrazioni competenti (artt. 27 del D.P.R. n. 380/2001 e successive modifiche ed integrazioni e 20, commi 4° e 6°, della legge regionale n. 23/1985) per i conseguenziali provvedimenti l?avvenuto riscontro, nel solo ?campeggio Sant?Igori?, un numero impressionante di strutture edilizie (prefabbricati, roulottes fissate al suolo, pergolati, servizi igienici, pavimentazioni, impianti tecnologici, ecc.), circa 270, realizzate a partire dal 1982 fino ai nostri giorni, prive di permesso di costruire e di autorizzazione paesaggistica. In proposito sembrerebbero sussistere, pur in palese carenza dei termini di legge per la concessione, 77 istanze di condono edilizio. Inoltre, non sussisterebbe alcun impianto di depurazione, ma solo due grandi fosse biologiche e serbatoi in pvc. I servizi comuni di lavaggio scaricherebbero a dispersione (vds. note Servizio igiene pubblica Azienda USL n. 1 ? Distretto di Alghero prot. n. 6179 del 13 settembre 1998, n. 288/VS del 6 settembre 1995, n. 10225 del 18 agosto 1992). Non sussisterebbe alcuna autorizzazione allo scarico. Nel periodo estivo le presenze sarebbero di circa 1.000 unità (soci, familiari, ospiti), mentre i reflui prodotti giornalmente si dovrebbero aggirare fra i 10.000 e i 20.000 litri, data la produzione giornaliera pro capite stimata in 100-200 litri. Il Servizio igiene pubblica dell?Azienda USL n. 1 ? Distretto di Alghero avrebbe certificato gravi problemi igienico-sanitari per la spiaggia e la retrostante pineta.

Anche per garantire quella qualità ambientale che è alla base del richiamo turistico della ?Riviera del corallo? non ci possono essere più tentennamenti o scuse per procedere al ripristino della legalità violata e dei valori ambientali propri della Baia delle Ninfe: a quando le ?ruspe ecologiche? ?

Gruppo d?Intervento Giuridico e Amici della Terra

(foto C.F.V.A.)

Riferimenti: forum su campeggi abusivi su www.alguer.it

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Dismissioni dal demanio militare in favore della Regione autonoma della Sardegna


Stato e Regione autonoma della Sardegna hanno concluso un nuovo accordo per la dismissione dal demanio militare di numerose aree e vari immobili in tutta l?Isola, principalmente nell?Arcipelago della Maddalena. Un passo positivo importante. Può e dev?essere la base per una riconversione economico-sociale dell?Arcipelago, sede dell?omonimo parco nazionale. Quei beni in via di dismissione non possono che esser riconvertiti e riutilizzati in un?ottica di sostenibilità ambientale, attraverso procedure che coinvolgano attivamente la popolazione locale: è un?ottima occasione, da non perdere assolutamente.

Gruppo d?Intervento Giuridico e Amici della Terra

da www.regione.sardegna.it, 30 marzo 2007

L’Arsenale restituito alla Regione.
Il testo dell’accordo con il Ministero della Difesa per la restituzione di altri beni militari. Con l’enorme area dell’Arsenale della Maddalena, passano alla Regione anche aree e edifici nella città, a Caprera e a Santo Stefano. Il presidente della Regione annuncia: “Prestissimo i nuovi bandi per la riconversione ai fini turistico-alberghieri. E’ un fatto epocale”.

CAGLIARI, 29 MARZO 2007 – Una giornata importante nel processo di riequilibrio delle servitù militari in Sardegna. Così il presidente della Regione, Renato Soru, questo pomeriggio ha aperto la conferenza stampa per illustrare il nuovo protocollo d’intesa siglato ieri con il Ministero della Difesa. Presenti l’assessore regionale del Lavoro, Maddalena Salerno, e il sindaco di La Maddalena, Angelo Comiti, il presidente Soru ha elencato l’enorme quantità di beni dichiarati dismissibili concentrata in una superficie molto limitata.

“L’arcipelago di La Maddalena ? ha commentato Soru ? per lungo tempo ha avuto un’economia strettamente legata alla presenza dei militari. Oggi possiamo guardare a un nuovo futuro, che riguarda la collettività e non solo i 160 dipendenti civili della Marina militare italiana e quelli della Marina americana: dobbiamo garantire loro e, soprattutto, creare nuovi posti di lavoro. Regione e Comune di La Maddalena sono d’accordo per valorizzare la vocazione turistica dell’isola. Questi beni devono generare un multiplo degli attuali posti di lavoro. Entro l’estate partiranno i bandi di gara per la cessione dei beni in gestione: è un’opportunità da cogliere immediatamente. Se partono i cantieri, l’occupazione crescerà parecchio”.

Il sindaco Comiti, a tal proposito, ha sottolineato che “oggi La Maddalena conta 1.800 disoccupati, e altri se ne aggiungeranno dopo la partenza degli americani. Regione e Comune faranno di tutto per sollecitare il Governo nazionale: attendiamo un provvedimento per la dichiarazione dello stato di crisi dell’area e l’applicazione della legge 98, che prevede l’assorbimento di questi lavoratori nella Pubblica Amministrazione”. Comiti ha poi precisato che “a La Maddalena non esiste un grande problema di servitù militari, piuttosto di demanio. Da noi esiste una specialità, quella del Demanio marittimo: dal 1986 siamo inseriti nell’elenco dei Comuni militarmente importanti. Una caratteristica che ora mi sembra superata, perciò è auspicabile che cadano questi vincoli. Non è stato fatto tutto, però oggi possiamo festeggiare l’enorme passo avanti compiuto grazie all’intervento della Regione. Queste strutture presto saranno messe a disposizione della collettività, a cominciare dall’Arsenale che ha un potenziale di sviluppo enorme”.

Della partita riguardante l’arcipelago maddalenino, resta aperto soltanto un contenzioso: il ricorso presentato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, in merito all’area della Guardia del Moro nell’isola di Santo Stefano. Il presidente Soru ha rimarcato “la penuria di attracchi per gli yacht nella costa ovest. Occorrono anche adeguati servizi di rimessaggio, se proprio non si dovesse arrivare alla realizzazione di cantieri per la costruzione di grandi imbarcazioni. Insomma, non si può puntare certamente a un piccolo porticciolo turistico. Fino ad oggi, passando per l’Agenzia della Difesa, era stato rallentato il processo di riqualificazione. Con il nuovo accordo Stato-Regione si può ampliare il progetto iniziale”.

La Maddalena, per le sue caratteristiche (è l’unico Parco marino nazionale con presenza di strutture militari), era il tema più spinoso tra quelli affrontati ieri a Roma da Renato Soru e dal sottosegretario alla Difesa, Emidio Casula. Ma nel corso dell’incontro, il presidente della Regione si è impegnato a rendere disponibili in Sardegna alcune strutture per la ricollocazione delle attività militari. “Ora ? ha concluso Soru ? resta la parte più difficile: la dismissione dei Poligoni di Teulada e Capo Frasca, con il conseguente riposizionamento all’estero. Per troppo tempo la Sardegna si è fatta carico degli ingenti oneri derivanti dalle servitù militari, ora è tempo che i costi siano ripartiti con la comunità internazionale”.

da La Nuova Sardegna, 30 marzo 2007

Soru: «Alla Maddalena la fine di un?epoca».
Su Teulada e Capo Frasca sta per aprirsi il confronto. Emidio Casula «Andiamo avanti con reciproca comprensione».
Piero Mannironi

CAGLIARI. La percezione dei cambiamenti epocali è soprattutto nella fine dei simboli, nel loro dissolversi in una storia nuova. E senza dubbio La Maddalena era il simbolo di una stagione ormai finita, ma che continuava a perpetuarsi in un?isola che la Nato aveva pensato come una piattaforma addestrativa e come cuore di strutture di intelligence in funzione anticomunista. Dal ?72, poi, perfino base strategicamente nevralgica per la Us Navy nel Mediterraneo.
Ieri, nel corso di una conferenza stampa, Renato Soru ha definito l?accordo raggiunto la scorsa notte al ministero della Difesa come una «svolta epocale». E, nella sostanza politica, è impossibile dargli torto. La Maddalena, il simbolo che sopravviveva a una guerra ormai finita da anni, era così diventata antistorica, quasi un paradosso. Eppure, fino a tre anni fa, sembrava impossibile un cambiamento, un ritorno alla ragione e ai tempi della storia. Poi, qualcosa è cambiata: gli Stati Uniti hanno annunciato che faranno le valigie portandosi via i loro sommergibili nucleari e, l?altro ieri, la Marina ha ceduto alla Regione i suoi ?gioielli? nell?arcipelago. Il destino della Maddalena si separa così da quello dei militari. E? sicuramente cambiata la cornice politica generale, ma, a questo punto, sarebbe davvero ingeneroso non riconoscere che molto lo si deve anche all?ostinazione di Soru che, pure con certe ruvidità, ha condotto una difficilissima battaglia per riequilibrare il peso della presenza militare in Sardegna. A cominciare dalla Maddalena. Ieri, nella conferenza stampa alla quale hanno partecipato anche l?assessore al Lavoro Maddalena Salerno e il sindaco della Maddalena Angelo Comiti, Soru era gongolante. Il successo della sua missione romana, preparata da un lungo lavoro diplomatico del sottosegretario alla Difesa Emidio Casula, è davvero una svolta epocale. «L?arcipelago della Maddalena – ha detto Soru – per lungo tempo ha avuto un?economia strettamente legata alla presenza dei militari. Oggi possiamo guardare a un nuovo futuro, che riguarda la collettività e non solo i 160 dipendenti civili della Marina militare italiana e quelli della Marina americana: dobbiamo garantire loro e, soprattutto, creare nuovi posti di lavoro. Regione e Comune della Maddalena sono d?accordo per valorizzare la vocazione turistica dell?isola. Questi beni devono diventare un moltiplicatore degli attuali posti di lavoro. Entro l?estate partiranno i bandi di gara per la cessione dei beni in gestione: è un?opportunità da cogliere immediatamente. Se partiranno i cantieri, l?occupazione crescerà parecchio». Parlando dei dipendenti civili della Marina italiana e quelli della Us Navy, Soru ha detto: «Siamo impegnati con il ministero del Lavoro per chiedere lo stato di crisi alla Maddalena, estendendo i benefici della legge 98 (assorbimento dei dipendenti delle basi militari nella pubblica amministrazione) anche per i residenti nell?arcipelago». Soru ha poi rivelato che i poligoni di Capo Teulada e di Capo Frasca potrebbero essere dismessi se l?Italia troverà una diversa collocazione anche all?estero delle attività militari. Sembra infatti che si stiano verificando aree addestrative in Romania e in Bulgaria. Una relazione sulla possibilità di dismettere completamente i due poligoni, e sui costi che la Difesa dovrebbe sostenere per trasferire le sue attività, è già sul tavolo del ministro Parisi, ma è per ora secretata. «La partita dei poligoni – ha concluso il presidente – si giocherà nelle prossime settimane». Soddisfatto anche il sindaco maddalenino Angelo Comiti. «Mi sono sempre definito un re senza regno – ha detto -, ma da ieri la situazione mi sembra abbia cominciato a cambiare». E poi: «Non è stato fatto ancora tutto, però oggi possiamo festeggiare questo enorme passo in avanti, compiuto grazie all?intervento della Regione. Il problema è che da noi esiste una specialità, quella del demanio marittimo: dal 1986 siamo inseriti nell?elenco dei comuni militarmente importanti, una caratteristica che ora sembra superata, perciò spero cadano presto anche questi vincoli». E ieri ha fatto sentire la sua voce anche il sottosegretario alla Difesa Emidio Casula, che ha giocato un ruolo molto importante nella partita per la Maddalena anche se ha preferito finora restare sottotraccia. «La Marina militare statunitense lascerà, come noto, la base navale di Santo Stefano entro il febbraio 2008 e il comprensorio – ha detto Casula – passerà alla Regione, ad esclusione del deposito di Guardia del Moro, che rimarrà ancora in uso alla Marina italiana. Il ministero della Difesa, nel riconoscere che la Sardegna è la regione italiana dove insistono più servitù militari, conferma oggi il suo fermo intendimento nel procedere, in un regime di reciproca comprensione e collaborazione, alla soluzione dei problemi legati alla riorganizzazione della presenza militare in Sardegna». Casula ha poi fatto intendere che la strada per l?assorbimento dei dipendenti dell?ex Arsenale è stata già aperta. Ma l?unica cosa che ha voluto dire in merito è stata: «Diciamo che sono molto ottimista». E infine il commento del segretario regionale dei Ds, Giulio Calvisi: «Tutti gli uccelli del malaugurio sono stati smentiti dall?accordo raggiunto al ministero della Difesa. Un accordo che, oggi mi sembra giusto sottolineare, è un successo importante del governo regionale e del governo Prodi. La Maddalena, liberata dai tanti vincoli militari, può cominciare a pensare davvero a un futuro diverso e andrà sostenuta in questa fase di transizione, aiutando il reinserimento dei dipendenti civili delle amministrazioni militari. Sì, oggi è davvero una bella giornata».

L?ELENCO. La geografia delle aree cedute dalle stellette.

IMMOBILI MILITARI DISMISSIBILI DIRETTAMENTE ALLA MADDALENA
Ex Arsenale Militare. (Le parti si impegnano per la soluzione delle problematiche relative alla ricollocazione del personale civile);
Area Giardini e Cala Chiesa. (Sono dismissibili ad eccezione degli impianti sportivi e dei fabbricati alloggi);
Base Us Navy/Isola S.Stefano. (Dismissibile dopo il rilascio da parte della marina Usa previsto per il 2008. Sull?area rimane la servitù della struttura sulla quale la Regione mantiene la sua opposizione con un ricorso al consiglio dei ministri);
Punta Sassu. (Depositvo combustibili Isola di Santo Stefano). Bonifica a cura della Regione Sardegna);
Località Padule. Fabbricato e area pertinenziale ex fotoelettrica (alloggio occupato «sine titulo»);
Località Padule. Fabbricato alloggi con aree pertinenziali (otto alloggi di servizio occupati «sine titulo»);
Località Vaticano. Fabbricato e area pertinenziale (un alloggio di servizio);
Nido d?Aquila. Fabbricato e area pertinenziale (due alloggi Ast occupati «sine titulo»);
Porto Palma. (Isola Caprera, demanio marittimo);
Punta Rossa. (Isola Caprera: comprensorio dismissibile, strutture e aree parzialmente dismissibili;
Guardia Vecchia. Dismissibile ad eccezione dell?aliquota in uso operativo alla Capitaneria di Porto della Maddalena, dell?area individuata per la realizzazione degli alloggi di servizio della stessa Capitaneria, nonchè di quella per l?eventuale rilocalizzazione, a cura della Regione dei Magazzini di Padule.

IMMOBILI DISMISSIBILI IMMEDIATAMENTE NEL RESTO DELLA SARDEGNA
Siliqua. Ex Polveriera in località «San Giovanni»;
Siliqua. Poligono di tiro;
Torre di Torregrande. (Oristano);
Santu Lussurgiu. Postazione Monte Urtigu;
Arzachena. Deposito acqua Cala Battistoni;
Olbia. Comando militare di stazione;
Oschiri. Ex Centro confezioni e recuperi;
Telti. Ex deposito munizioni;
Tempio Pausania. Ex base dell?Us Air Force (con bonifica ambientale a cura della Regione);
Punta Negra: (Alghero), impianto per le telecomunicazioni passato all?Enav dal 2000);
Sassari. Deposito carburanti (in corso bonifica cisterne);
Sassari. Magazzini casermaggio (parte struttura in uso a sezione Associazione nazionale alpini);
Sassari-Nurra. La vedetta (impianto per telecomunicazioni all?Enav dal 2000);
Torralba. Struttura dismessa dall?Esercito nel 1980 e consegnato a Soprintendenza;
Sanluri. Ex casermette località «Cuccuru Peddinis»;
Serrenti. Polveriera (previa chiusura del 116º deposito sussidiario AM prevista per 31 dicembre 2007);
Villacidro. Ponte radio;
Pula. Vecchia opera (alloggio compensato con Cala del Turco-La Maddalena).

AREE E IMMOBILI PARZIALMENTE DISMISSIBILI
Siniscola. Faro di Capo Comino (demanio marittimo);
Cabras. Faro di Capo San Marco;
San Vero Milis. Faro Capo Mannu (ad eccezione delle strutture indispensabili all?attività di segnalamento marittimo).

IMMOBILI MILITARI DISMISSIBILI CON PARTECIPAZIONE DELLA REGIONE
La Maddalena. Deposito Marina militare località Padule (5 immobili ad uso magazzino+alloggio consegnatario);
La Maddalena. Ex Caserma Faravelli (Marimobi-alloggi ASC e 2 alloggi di servizio);
La Maddalena. Fabbricati e officine Sauro;
La Maddalena. Ospedale militare-villa Liberty (due alloggi di servizio);
La Maddalena (ospedale militare e fabbricati. Servizio sanitario di Mariscuola, ambulatori, CMO, reparti per terapia e degenza, Cappella, un alloggio di servizio);
La Maddalena (Molo Carbone). In area militare contigua Arsenale.

(foto F.V., archivio GrIG)
Riferimenti: protocollo d?intesa Stato ? Regione

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Un buon esempio, l?albergo diffuso a Villanova Monteleone.


Fa veramente piacere vedere qualche buona progettualità che coinvolge un’intera collettività locale per ricercare un modello di turismo eco-sostenibile. L’albergo diffuso a Villanova Monteleone. E, forse, un pizzico di riflessione lo hanno anche favorito le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d’Intervento Giuridico quando per anni si sono battute (in splendida solitudine, tanto per cambiare) per fermare il “modello turistico” che si voleva perseguire, decine e decine di migliaia di metri cubi di cemento sul fantastico litorale di Poglina. E’ un esempio che fa ben sperare.

Amici della Terra e Gruppo d’Intervento Giuridico

da La Nuova Sardegna, 29 marzo 2007

Villanova Monteleone. Illustrato in un?assemblea aperta il piano pilota finanziato dalla Regione con due milioni e mezzo. Prende corpo il progetto di albergo diffuso. Si punta sul turismo: folk, tradizioni, enogastronomia e corse a cavallo. Leonardo Arru

VILLANOVA MONTELEONE. Sala affollata per l?assemblea informativa aperta a tutti i cittadini, agli imprenditori, alle associazioni, agli operatori economici e turistici sia del territorio che dell?intera regione, dedicata all?illustrazione del Progetto Pilota per il riuso turistico del centro storico del comune di Villanova Monteleone. All?assemblea era prevista la partecipazione del presidente della giunta regionale Renato Soru e dell?assessore agli Enti locali Gianvalerio Sanna. Ma in un messaggio fatto pervenire all?amminsitrazione comunale, hanno spiegato che per impegni istituzionali, hanno dovuto disertare l?assemblea. Alla presenza del vice presidente della Provincia Borghetto, del consigliere regionale Mario Bruno e dei funzionari della Regione, l?ingegnere Biggio e gli architetti Dui e Malella, sono state illustrate le linee guida che verranno seguite per la realizzazzione del progetto. Durante l?assemblea è stato chiarito che i due milioni e mezzo di euro messi a disposizione dalla Regione, verranno impiegati «per promuovere e dare gambe al progetto» ed in tale somma, comunque, non sono previsti finanziamenti di sorta ai privati per la realizzazione dei progetti presentati con le manifestazioni d?interesse. Nel suo intervento, Mario Bruno ha posto l?accento sul fatto che «Villanova deve puntare su un?offerta turistica complessiva, cioè sfruttare tutte le peculiarietà del territorio, dai percorsi enogastronomici a quelli culturali e paesistici, risorse delle quali il comune ne dispone in abbondanza. Un turismo non in concorrenza ma in alternativa ad Alghero. Non solo mare, quindi – ha detto il consigliere regionale Mario Bruno -, ma passeggiate a cavallo o in mountain bike, con un immersione autentica nel folclore, nell?artigianato e in tutte quelle realtà produttive tipiche del nostro territorio».
L?ingegnere Biggio ha invece chiarito come «l?obiettivo primario del Progetto pilota è essere da volàno per far decollare l?economia e sollecitare l?iniziativa privata, in un Comune virtuoso come Villanova, che non ha svenduto il proprio territorio e le proprie coste a nessun immobiliarista d?assalto». Secondo il vice presidente della Provincia di Sassari, Franco Borghetto, «questo progetto rappresenta una svolta epocale per il paese, dove, svanito il sogno della grande industria, si ha la concreta possibilità di investire nello sviluppo del turismo, ovviamente in sinergia con tutti gli altri settori produttivi, che, anzi, devono entrare a pieno titolo in questo flusso, esaltando la vostra diversità, nel vostro ambiente ancora, fortunatamente, intatto, nel vostro mare e nelle vostre colline, per emergere dalla banalità e dalla omogeneità dell?offerta turistica tradizionale». Il sindaco Bastianino Monti ha quindi presentato il bando per la ?Manifestazione d?interesse da parte dei privati?. «Elemento rilevante sia per la redazione del piano, sia per la realizzazzione dello stesso – ha affermato -, sarà la costruzione di un partenariato tre ente pubblico e il più alto numero di soggetti privati interessati al miglioramento dell?ambiente urbano». Di fatto è stata già costituita la cosiddetta ?cabina di regia? che sarà un organismo permanente di gestione del progetto pilota, con la creazione di un Ufficio del Piano, che dovrà gestire il sito Internet, ma anche predisporre la formzazione dei bandi e formerà il team di valutazione degli stessi. Il passo immediatamente successivo sarà l?appalto delle opere, dove, materialmente, si metterà mano al recupero del centro storico. Inoltre verranno acquisiti al patrimonio pubblico due fabbricati, che saranno d?impulso e costituiranno il cuore all?albergo diffuso. Difatti è stato già individuato un edificio pubblico da ristrutturare e adibire a struttura di ricevimento. Questo, localizzato in zona centrale, nelle adiacenze di importanti strutture strategiche, come il Museo della Fotografia ?Su Palatu? e il Museo Etnografico, avrà sia uno spazio adibito a reception non solo alberghiera ma per l?ospitalità territoriale in senso lato. Qui si dovranno svolgere le operazioni più tecniche di accoglienza quali la consegna delle chiavi delle camere e/o degli alloggi recuperati, la registrazione dei documenti, la regolazione dei conti, ma in più vengono fornite le informazioni ed i materiali sul territorio, sul paese, sugli itinerari programmabili. In questo stesso edificio della reception si potranno prevedere anche altri servizi quali ristorante ed spazio vendita di prodotti tipici locali oltre che la sede per l?ufficio di gestione del progetto pilota. E? prevista anche la riqualificazione di aIcune vie e piazze del centro storico dove poterebbero collocarsi attività varie (negozi, botteghe artigiane, ristoranti, bar ecc.) per dar vita al centro commerciale naturale. In seno a tale progetto è previsto anche il recupero della facciata di alcuni edifici storici del centro storico, tra i quali il Comune e la Torre campanaria.

(foto S.D., archivio GrIG)

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Daini, parchi e polemiche…


Polemiche, un po’ sopra le righe, sulla convivenza fra “altri” animali, aree protette ed attività umane. Curiosamente nessun politico algherese sembra occuparsi dei veri problemi di Porto Conte e del parco. Ritorneremo a farlo noi, molto presto.

Gruppo d’Intervento Giuridico

da www.alguer.it, 29 marzo 2007

Parco senza confini: Cervo finisce sotto un pullman.

Non è la prima volta che incidenti simili, anche gravi, si verificano con il coinvolgimento di animali, soprattutto cinghiali che fanno parte della fauna stanziale del territorio e che attraversano le strade interpoderali del Parco di Porto Conte.
ALGHERO – Sabato sera, intorno alle ore 19.00, un esemplare di cervo maschio, probabilmente uscito dall?oasi dell?Arca di Noè di Porto Conte, è finito sotto le ruote di un pullman di linea delle S.F.S. sulla tratta Guardia Grande – S.Maria La Palma – Alghero. L?animale, una specie protetta tra l?altro in via di estinzione, si è reso conto troppo tardi di quella che sarebbe stata la sua fine ingloriosa e dolorosa. «Non è la prima volta che incidenti simili, anche gravi, si verificano con il coinvolgimento di animali, soprattutto cinghiali che fanno parte della fauna stanziale del territorio e che attraversano le strade interpoderali del Parco di Porto Conte ? denuncia Elisabetta Boglioli dirigente di Arcobaleno di Stella Nascente – parco che esiste solo per il suo oneroso consiglio di amministrazione e che fino ad oggi non ha rappresentato un ritorno finanziario ed economico per chi nel territorio del Parco vive e lavora». Un serio problema, oltre che per gli animali, per i tanti operatori agricoli di Maristella, S. Maria La Palma, Guardia Grande, Villa Assunta, Arenosu, tutta la zona della Nurra che vedono i frutti del loro lavoro andare distrutti dalle incursioni notturne e diurne di intere colonie di cinghiali che lasciano la collina e scendono a valle in cerca di cibo e acqua. «Duole assistere impotenti a questa noncuranza e mancanza di tutela nei confronti di un patrimonio faunistico e ambientale di notevole pregio, patrimonio delle vecchie e nuove generazioni ? incalza Elisabetta Boglioli – ma chi dovrebbe provare forti sensi di colpa e per la morte ingiusta dell?animale e per la mancanza di rispetto della natura e per i grossi disagi dei residenti della zona sono coloro che hanno fatto del Parco un castello di carta, forse solo per mania di poltrone, consapevoli che prima o poi il castello crollerà perché privo di fondamenta».

Critiche al Parco: interviene Camerada.

In riferimento al documento a nome della signora Elisabetta Boglioli, riguardante il tragico incidente stradale che ha visti coinvolti un pullman di linea ed un ?cervo maschio?, causando peraltro il decesso di quest?ultimo, avendo rilevato alcune inesattezze nelle affermazioni della Signora Boglioli, si rende necessario esprimere alcuni chiarimenti in ordine all?operato ed all?atteggiamento assunto da parte dell?organo di gestione del Parco, relativamente alla problematica riguardante la fauna selvatica.
Bisogna prima di tutto precisare che l?animale investito non è un cervo ma è un daino, fatto questo che non cambia la sostanza del problema ma fa capire quale è il grado di informazione che ha la signora Boglioli, che con il suo operato e le sue affermazioni non fa altro che diffondere la sua disinformazione agli altri.
La fauna selvatica è patrimonio indisponibile della Regione Autonoma Sardegna, pertanto il Parco non ne ha la disponibilità né la proprietà né tanto meno la responsabilità. Questo fatto non ha però portato il sottoscritto ed il C.d.A a disinteressarsi del problema, infatti , la problematica generale è stata affrontata ed è stato costituito un coordinamento con l?Assessorato all?Ambiente della Provincia di Sassari, l?Ente Foreste della Sardegna, il Dipartimento di genetica evoluzionistica dell?Università di Sassari, con i quali si è affrontato il problema sia dal punto di vista normativo sia dal punto di vista scientifico pratico, e si è giunti ad alcune azioni pratiche immediatamente eseguibili e più precisamente:
- è stata predisposta una convenzione fra l?Azienda Speciale Parco di Porto Conte e l?Università di Sassari al fine di predisporre un censimento che porti alla redazione di un piano di controllo e gestione da proporre all?approvazione dell?Assessorato Ambiente della R.A.S., con un impegno di spesa da parte del Parco di ? 15.000,00 dai fondi di bilancio;
- analoga convenzione è stata predisposta con l?Ente Foreste della Sardegna, per assistere l?Università nelle operazioni di censimento sul territorio, con il compito di predisporre i punti di foraggiamento e il loro controllo, con un impegno di spesa da parte del Parco di ? 11.000,00 dai fondi di bilancio;
- con l?Assessorato Ambiente della Provincia di Sassari, si sono concordate alcune azioni sul campo, con l?intento di evitare l?accesso ai fondi agricoli di alcune specie di fauna selvatica particolarmente dannose per le colture in atto. A tal fine l?Assessorato Ambiente della Provincia di Sassari ha pubblicato un bando per un finanziamento a fondo perduto, rivolto ai singoli proprietari terrieri, per l?esecuzione di opere di posa in opera di recinzioni di tipo basso ed elettrificate: il risultato ottenuto è stata la partecipazione di un unico soggetto.
Queste azioni, a mio modestissimo parere, dimostrano chiaramente che non si possa accusare l?organo di gestione di ?noncuranza e mancanza di tutela?.?, chiarendo comunque una volta per tutte che la primaria forma di tutela per la fauna selvatica, dal punto di vista scientifico, è rappresentata dalla libera circolazione della stessa, e che ogni azione intrapresa dall?organo di gestione per limitarne la circolazione è stata bocciata dalla R.A.S.
Per quanto concerne i disagi arrecati agli operatori agricoli, va precisato che le zone appoderate e le borgate non ricadono nell?area del Parco fin dalla prima istituzione, e nonostante ciò, si è cercato comunque di intervenire; purtroppo però visto il limitato esito di partecipazione ottenuto con il bando pubblicato dalla Provincia, non si capisce cosa altro debba fare l?organo di gestione per venire incontro ai disagi degli operatori agricoli.
Per quanto poi concerne riguardo le affermazioni sull? ?oneroso consiglio di amministrazione? e sulla ?mania di poltrone?, credo che siano sicuramente affermazioni gratuite e fuori luogo, visto che molto probabilmente, questo organo di gestione è forse l?unico in Italia che ha fatto una scelta, dimostrabile in qualunque momento, di rinunciare a tanti soldi del proprio compenso, proprio per creare delle stabili fondamenta ad un Parco che non è un castello di carta, ma semmai è un castello pieno di carta, costituita dalle innumerevoli progettualità che questo C.d.A. ha portato avanti.
Forse la mania di poltrone è quella che sta assalendo la signora Boglioli, che in vista delle prossime elezioni amministrative ambisce ad occuparne qualcuna: vedremo se avrà il consenso del corpo elettorale e sarà conseguente nel rinunciare anche lei ai lauti compensi della politica così come ha fatto il sottoscritto.

Il Presidente dell?Azienda Speciale Parco di Porto Conte
geom. Antonio Camerada

(foto S.D., archivio GrIG)

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DICO e incesto: Italia, periferia del Vaticano…


La C.E.I. ordina, i parlamentari si adeguino. Dai “dico” all’incesto”, parole ed ordini in libertà. L?Italia è periferia del Vaticano ?

Gruppo d?Intervento Giuridico

A.G.I., 29 marzo 2007

“i politici cattolici si adeguino”. I VESCOVI CONTRO i DICO.

I vescovi contro i Dico. Ogni cristiano “e’ tenuto a formare la propria coscienza confrontandosi seriamente con l’insegnamento del Magistero”. E dunque nessun politico che si proclami cattolico “puo’ appellarsi al principio del pluralismo e dell’autonomia dei laici in politica, favorendo soluzioni che compromettano o che attenuino la salvaguardia delle esigenze etiche fondamentali per il bene comune della societa’”. Lo affermano i vescovi italiani nella loro nota pastorale sul tema delle coppie di fatto. Il documento cita ripetutamente l’insegnamento di Benedetto XVI per il quale “i vescovi sono tenuti a richiamare costantemente tali valori; cio’ fa parte della loro responsabilita’ nei confronti del gregge loro affidato”. Da qui la decisione di definire “incoerente quel cristiano che sostenesse la legalizzazione delle unioni di fatto”. Piu’ esplicitamente i vescovi ricordano “l’affermazione precisa della Congregazione per la Dottrina della Fede, secondo cui, nel caso di un progetto di legge favorevole al riconoscimento legale delle unioni omosessuali, il parlamentare cattolico ha il dovere morale di esprimere chiaramente e pubblicamente il suo disaccordo e votare contro il progetto di legge”. La nota della Cei non dimentica tuttavia che nelle convivenze ci possano essere situazioni concrete nelle quali possono essere utili garanzie e tutele giuridiche. “A questa attenzione – scrivono i vescovi – non siamo per principio contrari. Siamo pero’ convinti che questo obiettivo sia perseguibile nell’ambito dei diritti individuali, senza ipotizzare una nuova figura giuridica che sarebbe alternativa al matrimonio e alla famiglia e produrrebbe piu’ guasti di quelli che vorrebbe sanare”. Il primo commento alla Nota dei vescovi porta la firma del Forum delle famiglie: “Non c’e’ ingerenza”.

BERTINOTTI: UN DOVERE DIFENDERE LAICITA’ ISTITUZIONI.

Roma, 28 mar. – “Il tema della laicita’ dello Stato e’ fondativo per le Istituzioni”, e “il dovere di chi le rappresenta” e’ quello di “difendere il carattere laico delle istituzioni stesse, altrimenti si determinerebbe un vulnus legislativo”. Lo ha detto il presidente della Camera, Fausto Bertinotti, conversando con i giornalisti a Montecitorio.
Bertinotti, che questa sera incontrera’ il Segretario di Stato vaticano, Tarcisio Bertone, ha spiegato che “bisogna avere grande rispetto per tutti i fenomeni religiosi, in particolare per la presenza significativa della religione cattolica. Ma proprio per questo bisogna avere l’ambizione di realizzare ogni giorno la laicita’ dello Stato, per costruire la storia delle istituzioni su valori autonomi”.

A.N.S.A., 29 marzo 2007

LA CEI: DICO INACCETTABILI SPECIE SU COPPIE GAY.

ROMA – Dico inaccettabili, no alle coppie gay, politici cattolici incoerenti se in nome della laicità legiferano contro il magistero, ma per loro nessuna scomunica. E’ la versione Bagnasco della Nota sui Dico voluta dal predecessore Ruini. Ne accoglie i contenuti, ne smussa l’accentuazione politica, forse non ne ha la raffinatezza analitica e diplomatica. Piomba sui cattolici del centrosinistra, rischia di radicalizzare lo scontro tra cattolici e laici, farà rivivere le fratture dei referendum su divorzio e aborto? Al terzo giorno di lavori, dunque, con una rapidità scelta anche per evitare fughe di notizie, il consiglio permanente dei vescovi ha pubblicato la ormai famosa Nota sui Dico.

Nelle tre pagine di testo parla più lo stile che i contenuti, sui quali non c’é alcuna sorpresa: la legalizzazione delle unioni di fatto è “inaccettabile sul piano di principio e pericolosa sul piano sociale ed educativo”. I politici cattolici che li appoggiano sono “incoerenti”. “Grave” sarebbe legalizzare le coppie gay “perché in questo caso si negherebbe la differenza sessuale, che è insuperabile”, mentre i diritti dei conviventi si possono tutelare nell’ambito del diritto privato. Riflettano su questo “quanti hanno la responsabilità di fare le leggi”.

E i presuli hanno detto questa parola “impegnativa” per i cattolici non perché abbiano “interessi politici da affermare”, ma per il bene comune: solo la famiglia “aperta alla vita” è la vera cellula della società ed è quindi interesse di questa e dello Stato “che la famiglia sia solida e cresca nel modo più equilibrato possibile”. Infine due precisazioni di rilievo: la prima, citando una nota della Congregazione per la dottrina della fede sul comportamento dei cattolici in politica, afferma che il fedele cristiano è tenuto a conformarsi al magistero e non può “appellarsi al principio del pluralismo e della autonomia dei laici in politica, favorendo soluzioni che compromettano o che attenuino la salvaguardia delle esigenze etiche fondamentali del bene comune della società”. La seconda mostra comprensione per la “fatica e le tensioni sperimentate” dai politici cattolici “in un contesto culturale come quello attuale” in cui la visione “autenticamente umana della persona è contestata in modo radicale”.

“Ma – è il commento – è anche per questo che i cristiani sono chiamati a impegnarsi in politica”. Il documento dei vescovi non accenna ad alcun tipo di provvedimento per quei politici “incoerenti” con il magistero, punto delicatissimo per i cattolici italiani impegnati in politica. Lo stile del documento – lungo tre pagine e intitolato Nota del consiglio episcopale permanente a riguardo della famiglia fondata sul matrimonio e di iniziative legislative in materia di unioni di fatto – sembra aver recepito le preoccupazioni di quanti, tra i vescovi e in Vaticano, desideravano accenti pastorali più che politici. Ma è piuttosto duro nei termini con cui condanna il ddl e le coppie gay.

Cita come fonti la Costituzione italiana, una esortazione papale e una nota della Congregazione per la dottrina della fede. Preannunciata dal cardinale Camillo Ruini il 12 febbraio, la Nota è stata ereditata dal suo successore alla presidenza della Cei Angelo Bagnasco, che le ha impresso il proprio timbro e ha scelto di sottoporla al “parlamentino” della Cei, ma non alla assemblea generale del prossimo maggio, come pure avevano chiesto alcuni, per rendere il dibattito più ampio. Il documento è stato pubblicato il giorno in cui le organizzazioni cattoliche lanciavano ufficialmente il Family Day, (designando tra i portavoce della iniziativa Savino Pezzotta) affermando di non voler promuovere una iniziativa antigovernativa, bensì a favore della famiglia. Dal Forum delle famiglie è giunto il primo commento alla Nota dei vescovi: “non c’é ingerenza”.

Nella storia della Cei non mancano precedenti al documento di oggi, e ci sono stati vari tipi di testi, da note di presidenza o di assemblea o di commissioni episcopali, a note pastorali sui temi più vari. In particolare nel ’69 c’é stata una nota sul divorzio, nel ’77 un comunicato sulla responsabilita’ dei cattolici in politica e sulla adesione dei cattolici alla ideologia marxista, nell’85 una sull’aborto, l’eutanasia e la cultura di morte.

A.G.I., 31 marzo 2007

BAGNASCO: oggi I DICO domani L’INCESTO ?

Serve ”un criterio di giudizio per valutare il bene e il male, il vero e il falso”. Se viene a cadere ”l’unico criterio, o il criterio dominante, e’ il criterio dell’opinione generale, o dell’opinione pubblica, o delle maggioranze vestite di democrazia, che possono diventare ampiamente e gravemente antidemocratiche, o meglio violente”. E’ questo il ragionamento (poi smentito) di mons. Angelo Bagnasco, nuovo presidente della Cei, che conversando ieri con la stampa cattolica genovese ha spiegato che senza un criterio oggettivo, legge morale o diritto naturale, a seconda di come si voglia chiamarlo, ”e’ difficile porre dei paletti in ordine al bene”. ”Perche’ – si e’ chiesto l’arcivescovo di Genova – dire di no a varie forme di convivenza stabile giuridicamente, di diritto pubblico, riconosciute e quindi creare figure alternative alla famiglia? Perche’ dire di no? Perche’ dire di no all’incesto come in Inghilterra dove un fratello e sorella hanno figli, vivono insieme e si vogliono bene? Perche’ dire di no al partito dei pedofili in Olanda se ci sono due liberta’ che si incontrano? E via discorrendo, perche’ poi bisogna avere in mente queste aberrazioni secondo il senso comune e che sono gia’ presenti almeno come germogli iniziali”. ”Ci scandalizziamo – ha osservato il presidente della Cei – ma, a pensarci bene, se viene a cadere il criterio antropologico dell’etica che riguarda la natura umana, che e’ anzitutto un dato di natura e non di cultura, e’ difficile dire dei ‘no”’.
“Titolazioni e sintesi sommarie che risultano parziali e fuorvianti”. L’intervento di ieri a Genova dell’ arcivescovo Angelo Bagnasco, all’incontro degli operatori della Comunicazione Sociale della Diocesi, sulla Nota della Cei “e’ stato male riportato. Non cosi’ nell’articolo odierno di Avvenire a pagina 11 che e’ fedele alla lettera e allo spirito dell’intervento”. Lo precisa, in una nota diffusa in serata, l’ ufficio stampa dell’ Arcidiocesi di Genova.
Parole che hanno fatto insorgere molti leader politici, a cominciare dai ministri Alfonso Pecoraro Scanio e Barbara Pollastrini, che si sono entrambi augurati che ”le parole di mons. Bagnasco siano state male interpretate e che siano prontamente rettificate perche’ il paragone tra le convivenze e la pedofilia o l’incesto e’ gravissimo e, oltre ad essere insensato, offende milioni di persone”. Per la Pollastrini, tra l’altro ”e’ incredibile il fatto che un disegno di legge saggio ed equilibrato, approvato dal Consiglio dei Ministri ed ora all’attenzione del Parlamento, possa scatenare una visione cosi’ poco amorevole e poco rispettosa dei principi essenziali di civilta”’. A difesa di mons. Bagnasco si sono schierati invece esponenti dell’altro schieramento, come Storace di An, Pionati dell’Udc e Schifani di Forza Italia. A Macerata, dove ha partecipato all’ordinazione episcopale dell’ex portavoce della Cei, mons. Claudio Giuliodori.

(foto L.C., archivio GrIG)

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Sushi di delfino.


Per i giapponesi sono una prelibata pietanza e, perciò, ne autorizzano la pesca, ogni anno. Noi preferiamo vederli sguazzare gioiosamente nel mare, piuttosto che a pezzetti sul nostro piatto. Un video realizzato dalla Sea Sepherd, da anni impegnata nella difesa dei cetacei, documenta la crudeltà con la quale viene praticata la pesca dei delfini, armatevi di coraggio e andate a vederlo, qua sotto trovate il link mentre, nel box dedicato alle petizioni, trovate il link per la petizione con la quale si chiede l?abolizione di tale inutile crudeltà. Il 2007 è stato proclamato anno del delfino…

Gruppo d?intervento Giuridico

da www.delphismdc.org
La Convenzione delle Nazioni Unite sulle Specie Migratorie, conosciuta anche come convenzione di Bonn, ha dichiarato il 2007 Anno del Delfino.
La campagna mondiale è stata lanciata a Monaco lo scorso settembre con il patrocinio di Sua Altezza Reale il Principe Alberto II. La campagna mira a sensibilizzare l’opinione pubblica sulle urgenti necessità di conservazione dei delfini.

Delphis è uno dei co-fondatori dell’iniziativa, che si propone di intervenire in favore della protezione di tutte le specie di cetacei che affrontano minacce crescenti.

Sono partners dell’ Anno del Delfino UNEP (United Nations Environment Programme, CMS Convention of Migratory Species), TUI , ACCOBAMS (Agreement on the Conservation of Cetaceans in the Black Sea,Mediterranean Sea and contiguous Atlantic area), ASCOBAMS (Agreement on the Conservation of Small Cetaceans of the Baltic and North Seas), UNESCO (United Nations Educational Scientific and Cultural Organization), WDCS (Whale and Dolphin Conservation Society), NatureNet Europe, Ocean Care , Sea Trust, GSM-Society for the Conservation of Marine Mammals.

www.delphinia.org
I cetacei e l’uomo: sfruttamento e tutela.

E’ importante ricordare che tutte le specie di cetacei, siano essi Odontoceti o Misticeti, compaiono nelle liste della CITES, Convenzione internazionale che dal 1973 regola il commercio mondiale di piante ed animali selvatici.
Le direttive CITES si basano su elenchi che distribuiscono su due diverse Appendici le specie da tutelare, in funzione del grado di vulnerabilità da esse mostrato.
L’Appendice 1 comprende le specie (oltre 600, tra flora e fauna) minacciate di estinzione, per le quali vige una tutela assoluta, con divieto inderogabile di prelievo e commercio di esemplari o loro parti.
Nell’Appendice 2 troviamo invece quelle specie (oltre 40000, tra flora e fauna) il cui status di vulnerabilità impone un sistema di controllo e regolamentazione del commercio basato su prelievi limitati e soggetti a permessi restrittivi, a fini conservativi.
La caccia ai cetacei, in particolare, è ulteriormente regolamentata dalla Commissione baleniera internazionale (IWC), che stabilisce per le diverse aree quali e quanti animali possono essere uccisi annualmente da certe popolazioni indigene e dalle flotte baleniere degli Stati membri che ancora praticano questa attività (è il caso di Norvegia, Giappone e Islanda, tra gli altri).
Una moratoria del 1986 ha ulteriormente ridotto il numero ufficiale dei cetacei a disposizione dei cacciatori: un simile risultato è stato raggiunto, nonostante i grossi interessi economici in gioco, anche grazie alla pressione di movimenti protezionistici, cui va sicuramente parte del merito per aver spinto l’IWC a ridurre di quasi il 97% le catture autorizzate, dalla sua istituzione ad oggi.

(foto A.G., archivio GrIG)
Riferimenti: Pesca di delfini in Giappone

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Acque nella rete!


La Commissione europea e l’Agenzia europea dell’ambiente hanno inaugurato il portale informativo sulla gestione delle risorese idriche in Europa, contenente notizie sulle acque di balneazione, sulla qualità dell’acqua, sul trattamento delle acque reflue urbane. Buona navigazione!

Gruppo d’intervento Giuridico

www.adnkronos.com 28 marzo 2007
Destinato sia ai cittadini che agli operatori ed esperti del settore
Ue: inaugurato portale europeo sulle acque

Il direttore esecutivo dell?Agenzia europea dell?ambiente, Jacqueline Mcglade: “Entro il 2010 diventerà il sistema informativo più completo al mondo”

Bruxelles, 28 mar. – (Ign)- Offrire ai cittadini informazioni dettagliate sulla qualità dell’acqua e sulle acque di balneazione in Europa. Ma anche aiutare il lavoro degli esperti e dei responsabili europei, fornendo loro dati sempre aggiornati su tutte le questioni inerenti alle acque. Con questo obiettivo la Commissione europea e l?Agenzia europea dell?Ambiente (Aea) hanno inaugurato un nuovo portale web informativo sulla gestione delle risorse idriche. Il sistema informativo sulle acque per l?Europa (Water Information System for Europe – Wise) fornisce al pubblico informazioni sulle acque e su tematiche correlate, come le acque di balneazione, la qualità dell?acqua e gli impianti di trattamento delle acque reflue urbane.

“I cittadini europei hanno il diritto di conoscere lo stato delle acque europee, come pure i risultati ottenuti dalle politiche idriche dell?Unione europea – spiega il direttore esecutivo dell?Agenzia europea dell?ambiente, Jacqueline Mcglade -. Il nuovo sistema informativo sulle acque per l?Europa ha raccolto dati che in passato erano frammentati o non disponibili” E questo non è che l’inzio – sottolinea Mcglade. “Entro il 2010, infatti, ci aspettiamo che esso diventi il sistema informativo sulle acque più completo del mondo”.

Nel lungo periodo si prevede che il sistema aiuterà gli esperti ad accedere ai dati disponibili su questioni inerenti alle acque, che vengono forniti alle istituzioni comunitarie dagli Stati membri, e a ‘scaricarli’. L?obiettivo consiste nell?ottimizzare e ridurre l?onere di comunicazione che gli Stati membri devono sostenere per aderire alla direttiva quadro e ad altre leggi in materia di acque dell´Ue. Il sistema consentirà agli Stati membri di “fornire alla Commissione europea e ai suoi partner dati ambientali e geospaziali in modo accurato” dice Janez Potocnik, commissario europeo per la Ricerca, che conclude: “Una scienza ben fondata è indispensabile per formulare politiche che rispettino gli interessi dei cittadini europei”.

(foto C.B., archivio GrIG)

Riferimenti: Water Information System for Europe – Wise

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Prozac anche ai bimbi?..


Bambini depressi o medici troppo “sensibili” alle amorevoli attenzioni delle Case farmaceutiche ? Dareste mai il prozac a vostro figlio ? Buona lettura… Gruppo d’Intervento Giuridico da La Nuova Sardegna, 28 marzo 2007 E da oggi c’è il Prozac anche per i bambini. L’Agenzia del farmaco sdogana la terapia accessibile al compimento degli otto anni. Il medicinale proposto dalla quarta settimana di psicoterapia in assenza di risposte alle cure mediche. Annalisa d’Aprile ROMA. Prozac. Indicazione terapeutica: «Per bambini e adolescenti di otto anni di età e oltre». Sarà scritto così nel nuovo bugiardino (il foglio illustrativo dei medicinali) del farmaco antidepressivo che da ieri l’Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco, ha sdoganato anche per i bambini, ma solo se affetti da una depressione grave. Dopo il parere positivo arrivato lo scorso giugno dall’Agenzia europea per i medicinali (Emea) per la somministrazione del Prozac a bambini dagli otto anni in su, anche l’Italia dà il via libera. E la Gazzetta Ufficiale di ieri pubblica la «Modificazione dell’autorizzazione all’immissione in commercio, secondo procedura di mutuo riconoscimento, della specialità medicinale Prozac». E’ chiaro che l’utilizzo della «fluoxetina» (principio attivo del Prozac usato da 54 milioni di persone nel mondo) ha limiti e regole ben precise. Il foglio illustrativo indicherà che l’antidepressivo potrà essere prescritto a bambini dagli otto anni in su ma solo dopo aver verificato l’esistenza di «episodi di depressione maggiore di grado, da moderato a grave». Non solo, il Prozac dovrà essere una sorta di «ultima spiaggia» dopo che altre strade avranno fallito e comunque in associazione con una psicoterapia. Su indicazione dell’Emea, seguite ora dall’Aifa, il bugiardino preciserà che il farmaco può essere proposto «se la depressione non risponde alla psicoterapia dopo 4-6 sedute» e comunque «solo in associazione con una contemporanea psicoterapia». Eppure, si tratta della regolamentazione di qualcosa che già accadeva, perché da tempo il Prozac viene somministrato ai bambini «off-label», cioè prescritto a discrezione dei medici sebbene al di fuori delle indicazioni del bugiardino. Il punto fondamentale resta però il monitoraggio degli effetti collaterali della fluoxetina, uno per tutti le tendenze suicide. L’Aifa infatti, prevede il monitoraggio dell’andamento dei consumi con revisione semestrale. Ma già l’anno scorso, l’Emea ha richiesto alla Eli Lilly, la società farmaceutica che ha scoperto il principio attivo, di condurre studi clinici approfonditi. Dalla Lilly Italia di Sesto Fiorentino rispondono che la «sperimentazione è quella che consente adesso la delibera della Gazzetta Ufficiale e che, come richiesto dall’Emea, si continuerà l’attività di farmaco-vigilanza per confermare il rapporto rischio-beneficio». L’abbassamento dell’età di utilizzo del Prozac apre tuttavia il dibattito nel centrodestra. Cautamente d’accordo Domenico Di Virgilio, Forza Italia, responsabile Sanità del partito. «Da un punto di vista strettamente medico – spiega – può essere valutato positivamente quale cura degli stati depressivi severi, a condizione però che la prescrizione venga da uno specialista che possa valutare attentamente i sintomi presentati, che questi non siano superabili con la psicoterapia da sola o con altri farmaci meno potenti e che l’eventuale prescrizione sia seguita attentamente con frequenti controllo del neuropsichiatria». Mentre le colleghe di partito, Isabella Bertolini e Laura Bianconi, accusano il governo di «imbottire i ragazzi di stupefacenti». E aggiungono: «E’ inaccettabile che si permetta di somministrare il pericoloso farmaco a bambini indifesi, dopo soltanto 4-6 sedute di psicoterapia che non abbiano sortito gli effetti desiderati. Questo governo cerca di facilitare in tutti i modi la diffusione di una cultura favorevole alla droga ed agli psicofarmaci». E Luca Volontè, capogruppo Udc alla Camera, attacca il ministro della Salute, Livia Turco: «Come nel caso dell’omissione dei controlli negli ospedali che attuano l’eugenetica neonatale, in aperta violazione della legge 194, anche l’ufficializzazione del Prozac è la dimostrazione della passione irrefrenabile della Turco per la droga e la noncuranza della vita e della salute infantile. A quando, allora, un bel kit dell’eutanasia?». Giovanni Bollea, un luminare nel campo della psichiatria infantile, lancia un categorico «no» alla novità. «Sono contrario: mai sotto i 18 anni». «Esistono ottimi farmaci alternativi, e allora perchè rischiare ?» ROMA. L’Agenzia italiana del farmaco, dopo l’approvazione dell’Agenzia europea dei medicinali, stabilisce l’impiego del Prozac per bambini a partire dagli 8 anni. Categorico nel suo “no” fino al compimento dei 18 anni il professor Giovanni Bollea, un luminare nel campo della psichiatria infantile, fondatore dell’Istituto di neuropsichiatria infantile di via dei Sabelli, a Roma. Professor Bollea, sapeva dell’introduzione della nuova prescrizione ? «Non entro nel merito della dichiarazione uscita sulla Gazzetta Ufficiale. So solo che sono contrario all’utilizzo del Prozac al di sotto dei 18 anni». Sembra che da alcuni medici venisse già utilizzato. «Non ho mai adoperato molto questo farmaco e comunque ci sono molte altre medicine alternative da poter dare». Secondo quanto previsto dall’Aifa, ci sarà un nuovo bugiardino riportante le indicazioni terapeutiche e soprattutto i limiti di utilizzo, come casi gravi di depressione e farmacoterapia associata a psicoterapia. «Questo è solo uno scarico di responsabilità. Gli interessi delle case farmaceutiche sono una cosa, la realtà è un’altra. Loro devono dimostrare quali esperimenti hanno fatto e in base a quali esperienze hanno abbassato così tanto l’età. Non accetto un abbassamento senza una congrua esperienza fatta. Sono contro questo uso del farmaco e comunque mi attengo al limite dei 18 anni». Più possibilista rispetto all’impiego del Prozac, l’attuale direttore dell’Istituto di neuropsichiatria infantile, il professor Vincenzo Leuzzi. Professor Leuzzi, è vero che quanto deciso dall’Aifa, ovvero la prescrizione di fluoxetina, avveniva già ? «Sì, si tratta dell’off-label, di una prescrizione al di fuori del bugiardino, per situazioni particolari, come l’utilizzo di un farmaco non ancora sperimentato su bambini». E quali ritiene che possano essere i risultati del Prozac nella cura della depressione infantile ? «Per certi medicinali, l’estensione dell’età pediatrica ha spesso comportato dei vantaggi. E il fatto che ci siano dei criteri restrittivi nella prescrizione è fondamentale: l’uso del farmaco è per un bambino “depresso” e non per un bambino “infelice”, e va sempre associato alla psicoterapia. È la psicoterapia che bisogna avviare per prima, il farmaco è un elemento di approccio parallelo». Quali farmaci vengono dati ai bambini che soffrono di questi disturbi ? «I vecchi farmaci sono i triciclici, ma anche qui, le limitazioni vanno per fascia d’età e per l’espressione del disturbo, perché un bambino di otto anni non è un adolescente e il sintomo depressivo è più difficile da distinguere, magari si verifica con un calo del rendimento scolastico, con una maggiore distraibilità, comportamenti sicuramente diversi da quelli di un adulto». «Una concessione alle lobby». Il deputato dei Verdi Luana Zanella accusa le case farmaceutiche: «Fanno pressione per imporre i prodotti a platee sempre più vaste». «Aiutiamo i docenti a non sollecitare l’uso di medicine nei ragazzi con problemi caratteriali». Maria Berlinguer ROMA. «E’ un cedimento alle pressioni delle lobby farmaceutiche che vogliono imporre i loro prodotti a una platea il più possibile vasta, dunque anche ai bambini». Luana Zanella, deputata dei Verdi, commenta il via libera anche in Italia alla somministrazione del Prozac ad adolescenti problematici e bambini di otto anni. Lo psicofarmaco da noi è stato sdoganato dall’Emea. Come il Ritalin, altro farmaco della stessa categoria destinato a curare depressioni gravi, il Prozac può da ieri essere prescritto ai mini pazienti dopo un ciclo brevissimo di sedute psicanalitiche, 4-6, che non abbiamo portato a evidenti progressi. Neanche Freud ci riuscirebbe. «Appunto. Ci vuole tempo per ottenere dei risultati e non credo che sia una miracolosa pillola il toccasana in molti casi. Non sono contraria agli psicofarmaci per determinate patologie ma invito tutti a non cercare scorciatoie». In che senso ? «Non vorrei importare in Italia il modello americano dove le case farmaceutiche sono riuscite a fare un Dico di ferro con l’esigenza del controllo sociale dell’infanzia, abbassando paurosamente l’età dei pazienti a cui si prescrivono psicofarmaci, magari per risolvere semplici disturbi dell’apprendimento». Le statistiche dicono che potrebbero essere centomila i futuri bambini «drogati» di Prozac. «Speriamo di no. Il nostro compito sarà quello di fissare rigide linee guida per la somministrazione di questi farmaci. Nel caso del Ritalin le procedure fissate in Italia sono molto più severe che in Europa. Ho molta fiducia nei medici. Un po’ meno negli insegnanti. Dobbiamo assolutamente dare ai docenti gli strumenti per affontare un’infanzia sempre più difficile». Cosa c’entrano gli insegnanti ? «Un tempo i cosiddetti bambini caratteriali venivano messi in classi differenziate, a contatto con bambini colpiti da gravi handicap. Il peggioramento di questi casi era spesso definitivo. Ora sono inseriti nelle classi a pieno titolo ma i docenti non sempre sono sufficientemente preparati per affrontare questi casi. Può succedere che siano loro a sollecitare l’intervento dello specialista e, magari con la complicità dei genitori, l’utilizzo di farmaci». E perchè mai i genitori desiderebbero dare psicofarmaci ai figli ? «Il dramma della nostra società è la fretta e purtroppo questa riguarda anche i genitori che non hanno tempo, perchè lavorano tutti e due e sono sempre di corsa. E’ difficile affrontare il conflitto con un figlio, e lo è tanto più con un figlio unico non abituato a dover combattere in casa con i fratelli. Le terapie psicoanalitiche sono lunghe e costose. Per questo qualcuno potrebbe preferire la via farmacologica». Nel 2004 uno studio ha svelato inquientanti risvolti clinici. Testato un aumento dei suicidi gli Usa tagliano la prescrizione. Andrea Visconti NEW YORK. E se il Prozac nei bambini portasse a una percentuale più alta di suicidi? E’ quanto si è domandato l’Fda, l’Ente federale americano che regolamenta lo smercio dei farmaci, che tre anni fa si è trovato davanti ai dati inquietanti di uno studio sul noto farmaco antidepressivo. Il risultato è stato che a partire dal 2004 l’Fda di Washington ha diffuso una direttiva che invita psichiatri, psicoterapeuti e farmacisti a somministrare con cautela questo farmaco ai pazienti più piccini. La depressione anche in tenera età è una realtà indiscutibile negli Stati Uniti e non è chiaro perchè in anni recenti si sia osservata una maggior incidenza di bambini depressi. Mentre una parte del mondo della ricerca si è dedicato a studiare il fenomeno, un altro settore ha continuato a studiare il modo migliore per aiutare in senso farmacologico i piccoli depressi. La risposta è stata il Prozac che per diversi anni è stato il toccasana dei giovanissimi affetti da pericolosi sbalzi di umore. Per i genitori statunitensi il Prozac fu la fine di un disperato tentativo di venire incontro alle esigenze più cupe dei loro piccoli. Ma nel 2004 ci fu una svolta. L’Fda fu costretta a ritornare sui suoi passi e rivedere il modo in cui il Prozac era somministrato. In particolare ci fu uno studio dal quale emerse che la percentuale di suicidi fra giovanissimi era più alta del solito quando i bambini erano curati con quella che doveva essere una pillola magica. Lo studio fu condotto nel 2003 e l’anno successivo l’ente di Washington che regolamenta i farmaci diffuse un comunicato col quale invitava gli esperti del settore a somministrare con cautela il Prozac. L’iniziativa dell’Fda fu una mossa cauzionale. La maggiore incidenza di suicidi era fuori dubbio ma che fosse il Prozac a causarli nessuno era riuscito a dimostrarlo. Poteva anche essere che i giovanissimi soggetti che ricorrevano a questo farmaco fossero così gravemente colpiti dalla depressione che neppure la pillolina magica poteva fermare la discesa verso l’abisso fino al punto di tentare di togliersi la vita. In concomitanza con lo studio del 2003 sui suicidi i ricercatori americani giunsero a un’altra conclusione inquientante. L’uso del Prozac nei bambini porta a problemi emotivi negli anni successivi. A stabilirlo fu un team di ricercatori della Columbia University, a New York, che pubblicò una ricerca sulle pagine della prestigiosa rivista specializzata Science. Giunsero alle loro allarmanti conclusione sulla base di uno studio condotto su topi da laboratorio in tenera età. Il professor Mark Ansorge, scoprì che i topi giovani sotto l’effetto continuativo del Prozac perdevano la capacità di tenere sotto controllo il loro equilibrio emotivo. (immagine pubblicitaria “Prozac sbiancaumore, sciacqua via la tua tristezza”, da http://forum.unmondodi.it)
Riferimenti: “Bimbi pazzi ?” No, abuso di psicofarmaci !

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Riconoscimenti internazionali per la difesa delle coste sarde.


Riconoscimento internazionale per la politica della Giunta Soru di difesa delle coste sarde. In particolare per il progetto della Conservatoria delle coste. Qui in Sardistàn a qualcuno verrà mal di pancia, a qualche altro un versamento di bile, ma la verità è che se la Conservatoria verrà fatta funzionare come un’agenzia agile ed efficace sarà un ottimo strumento per la salvaguardia e la corretta gestione sostenibile dei litorali. Se sarà solo occasione per consulenze ed amenità simili, sarà un’occasione persa. Gravemente. Naturalmente sosterremo la prima ipotesi.

Gruppo d’Intervento Giuridico e Amici della Terra

da La Nuova Sardegna, 28 marzo 2007

Il programma di sviluppo sostenibile del Mediterraneo. Soru designato dall?Ue ambasciatore della costa. Piero Mannironi

ROMA. Il suo modello non piace molto a qualcuno in Sardegna, ma evidentemente è molto apprezzato a livello internazionale. E infatti Renato Soru è stato designato «Ambasciatore della costa», nell?ambito delle iniziative per lo sviluppo sostenibile della Costa Mediterranea.
Si tratta di un?iniziativa promossa dall?Unione Europea nell?ambito del Programma sull?Ambiente delle Nazioni Unite (Unep). L?invito a Soru di ricoprire l?incarico per il biennio 2007-2008 arriva dal direttore generale del Programma di azione prioritarie e Blu plan, Ivica Trumbic. Il progetto, che è poi l?evoluzione di una costola della Convenzione di Barcellona del 1976, ha come obiettivo la costruzione di un piano di riferimento per l?ambiente e lo sviluppo integrato nel Mediterraneo, con particolare attenzione alle gestione delle zone costiere. Una filosofia di protezione e di gestione di aree delicate e sensibili, questa, sulla quale Soru ha incentrato una parte strategica della sua azione di governo.
Ne sono una prova la legge «salva coste» e il successivo Piano Paesaggistico Regionale, due atti di tutela del patrimonio costiero e paesaggistico sardo, che hanno ricevuto il plauso di istituzioni, studiosi e associazioni ambientaliste. Ma è stata soprattutto l?idea di creare la Conservatoria delle coste che ha attirato l?attenzione degli osservatori internazionali che cercano una strada condivisa in grandi aree, come appunto il bacino del Mediterraneo, per uno sviluppo sostenibile.
Così, il ?modello sardo? è stato considerato «molto interessante» da organismi internazionali come l?Unep. Tanto che è stato inserito nel Blue Plan, il dossier del Map (Piano d?azione per il Mediterraneo) dell?Unep.
Nel 2005 il maltese Paul Mifsud, coordinatore del dossier, dichiarò che la Sardegna stava insomma diventando un modello da imitare in tutta l?area mediterranea, considerata ad altissimo rischio ambientale. Se infatti il trend non sarà invertito, entro il 2025 oltre il 50% delle coste mediterranee sarà cementificato. Disse Mifsud: «Il nostro dossier solleva questioni di enorme importanza che devono essere affrontate immediatamente, adottando programmi regionali per la gestione sostenibile della fascia costiera e migliorando il sistema delle aree protette mediterranee».
All?interno del progetto gestito ora da Ivica Trumbic è previsto un «Coast Day» in Algeria, Egitto, Giordania, Libano, Marocco, Siria, Tunisia, Turchia, sponda occidentale della striscia di Gaza e nei Paesi dell?Unione Europea. E l?evento potrebbe partire proprio dalla Sardegna. In questo senso Trumbic ha annunciato il pieno sostegno a una campagna di sensibilizzazione che coinvolga, oltre agli enti locali, gli alunni della scuola primaria e secondaria.

(foto L.C., archivio GrIG)

Riferimenti: lettera U.N.E.P. – M.A.P.

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Come ti gestisco le coste n. 12…


Nuova udienza presso il Tribunale penale di Cagliari del processo relativo ad una serie di vicende connesse concernenti la gestione delle coste del sud Sardegna negli ultimi anni. Coinvolti funzionari ed amministratori pubblici, imprenditori. La cronaca delle precedenti udienze ed ulteriori informazioni potete trovarle in questo ?blog? (?Come ti gestisco le coste…“, 4 ottobre 2006; ?Come ti gestisco le coste n. 2…?, 17 ottobre 2006; ?Come ti gestisco le coste n. 3…?, 24 ottobre 2006; ?Come ti gestisco le coste n. 4…?, 7 novembre 2006; ?Come ti gestisco le coste n. 5…?, 22 novembre 2006, ?Come ti gestisco le coste n. 6…?, 29 novembre 2006, ?Come ti gestisco le coste n. 7…?, 6 dicembre 2006, ?Come ti gestisco le coste n. 8…?, 17 gennaio 2007, ?Come ti gestisco le coste n. 9…?, 24 gennaio 2007, ?Come ti gestisco le coste n. 10…?, 28 febbraio 2007, ?Come ti gestisco le coste n. 11…?, 13 marzo 2007). Ribadiamo che tutti, naturalmente, beneficiano della presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Non possiamo, però, non evidenziare che le argomentazioni apportate dalla pubblica accusa unitamente a quanto sta emergendo dal dibattimento non possono che suscitare considerazioni piuttosto inquietanti, soprattutto per chi, come noi, da molti anni combatte con tutti i mezzi leciti l’abusivismo e la speculazione edilizia sulle coste sarde ed ha avuto, proprio nel caso principale del quale si discute (il complesso abusivo Tre P s.r.l. sul litorale di Baccu Mandara, Comune di Maracalagonis) un ruolo fondamentale nelle fasi della denuncia e dell’ottenimento della demolizione. Buona lettura?

Gruppo d’Intervento Giuridico

da La Nuova Sardegna, 28 marzo 2007

CONCESSIONI FACILI. Per il Green Blu si mosse Mazzella. Lucio Pani chiese all?imprenditore di sbloccare un finanziamento. Mauro Lissia

CAGLIARI. La richiesta di finanziamento a tasso agevolato per costruire il Green Blu Center a Quartu era stata bocciata tre volte dalla responsabile di filiale della Banca Cis, Graziella Mereu: troppo rischioso investire quasi un milione di euro su un ristorante minacciato in partenza da un concorrente come ?Eugenio? e su tre giovanotti privi di esperienza nel settore. Bocciature a ripetizione nonostante fosse Lucio Pani in persona, il responsabile dell?ufficio regionale tutela paesaggio, a premere sulla funzionaria: «Sì, è venuto diverse volte a parlarmi – ha confermato ieri la Mereu davanti ai giudici del tribunale – voleva risolvere questo problema…». Problema suo e dei suoi parenti, secondo l?accusa: Pani avrebbe dovuto defilarsi, invece gestiva direttamente i rapporti col credito. Finchè entra in scena Giorgio Mazzella, il presidente della banca, che in quel periodo era impegnato sulla pratica per l?autorizzazione di S?Ighientu, un centro alberghiero sulla costa di Quartu: «Una cortesia – gli chiede Pani al telefono – i lavori di quella piscina, di quei ragazzi, stanno andando avanti e comincia a servire anche il finanziamento della Regione, del Cis…». Mazzella risponde cortese: «Mandami una copia della richiesta che avete fatto a questo numero di fax». Come d?incanto l?istanza di finanziamento raggiunge i piani alti della banca, dopo che la Green Blu rinuncia a farsi rimborsare anche l?iva e i genitori dei giovani soci fanno da garanti coi patrimoni personali: pratica approvata, i soldi sono in partenza. In parallelo – ma non c?è prova che le due cose siano legate – passa anche la pratica S?Ighientu. E? lo stesso Pani a vantarsene in una telefonata del 14 dicembre 2002: «Mazzella l?ho approvato io… ho sotto controllo tutta la costa…». Fin qui le curiosità emerse nell?udienza di ieri al processo per le concessioni edilizie facili. Curiosità pesanti, perchè è arrivata dalla bocca di un?irreprensibile funzionaria di banca la conferma di quanto Lucio Pani fosse coinvolto nella realizzazione del centro sportivo con piscina e ristoro di Sant?Anastasia-Faccheri, su un?area pubblica gentilmente concessa dal comune di Quartu, secondo l?accusa grazie all?interessamento del dirigente dell?urbanistica Alessandro Casu. Coinvolto con Pani in un?operazione illegale, per il pm Daniele Caria. Perchè pur di ottenere il finanziamento regionale legato alla legge 28 sulle cooperative giovanili, la famiglia Pani non avrebbe esitato a organizzare dati falsi. E? stata l?ispettrice forestale Valeria Massidda a fare l?elenco delle anomalie che per l?accusa hanno garantito alla Green Blu un contributo regionale a fondo perduto e un finanziamento Cis a tasso agevolato talmente alti da far dire a Lucio Pani in una conversazione telefonica: «Non ho fatto un terno al lotto, ho fatto cinquina!». Prima di tutto i requisiti. Per accedere ai contributi della legge 28 i soci della coop giovanile devono essere disoccupati prima della domanda e durante l?istruttoria: qui i soci erano Giuseppe Solla e Mauro Pani – cugini e parenti di Lucio – e Donatella Isola. Ma Solla – ha accertato la Forestale – faceva il tinteggiatore edile, la Isola era commessa al negozio quartese ?L?innominato? e Mauro Pani s?era licenziato dall?impresa dello zio Paolo Batteta giusto il tempo di farsi dare dal collocamento un certificato di disoccupazione. Poi aveva ripreso il suo posto. Quando in seguito Solla cede parte delle quote della Green Blu a Mauro Pani ed entra in società il terzo cugino Lorenzo Collu, si scopre che neppure lui è disoccupato: lavora nell?intermediazione di impianti industriali. Insomma: i requisiti non ci sono, ma sia la Regione che Banca Cis mangiano la foglia e approvano le pratiche di finanziamento. Una concede il 60 per cento a fondo perduto, l?altra il 40 per cento da restituire in dieci anni, prendendo per buona e redditizia l?attività di ristorazione: sono tre milioni e mezzo di euro, erogati solo in parte. Se la Regione si era limitata a non verificare, in Banca Cis è stato il consiglio di amministrazione presieduto da Mazzella ad approvare la pratica malgrado le tre bocciature consecutive della filiale: «La situazione era cambiata e quindi anche le valutazioni – ha spiegato ai giudici Raimondo Arca, dirigente della banca – c?arano modifiche al piano finanziario e le garanzie dei genitori dei giovani soci della cooperativa…». Al margine dell?udienza l?avvocato Giovanni Cabras, che difende Raimondo Pani – giudicato e condannato col rito abbreviato – ha comunicato ai giudici di aver depositato una querela per diffamazione contro Domenico Scacchia, il generale in pensione che ha denunciato per primo gli abusi del Green Blu Center. La nota è stata acquisita dal tribunale solo «come documento» perchè riferita a un imputato in altro procedimento.

(foto S.D., archivio GrIG)

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110.000 contatti al nostro ?blog? !


Il ?blog? del Gruppo d?Intervento Giuridico ha superato le 110.000 ?visite?.
E? una piccola soddisfazione che condividiamo con tutti voi che lo frequentate e contribuite a rendere vivo e vitale con articoli, foto, interventi, commenti questa ?nicchia ecologica? dell?informazione verde. Grazie ! Cercheremo di fare sempre di meglio, con l?aiuto di chiunque voglia partecipare e darsi da fare e con l?obiettivo di fare qualcosa di buono per questa Terra.
Questo ?blog?, lo ricordiamo, è di parte e non lo nascondiamo. E? la vetrina pubblica del Gruppo d?Intervento Giuridico, così come della Lega per l?Abolizione della Caccia, degli Amici della Terra e di tante altre realtà ecologiste ed animaliste. Ma è anche luogo di informazione e confronto e l?alto numero di contatti e commenti, per una piccola ?vetrinetta? dell?informazione ambientale come la nostra, lo testimonia. Le porte sono sempre aperte a tutti.

Diamo qualche ?numero?. Dall?11 dicembre 2005 oltre 110.000 contatti, un piccolo ?record? di 1.025 ?visite? in un giorno. 10.000 contatti in 20 giorni, una media di 500 ?clik? giornalieri. Per noi non è poco. 659 articoli, 2.092 commenti. Gli articoli più letti sono ?L?altra metà del cielo conosce l?inferno in terra, in Cina, ad esempio??, sulla difficile condizione delle bambine in Estremo oriente (1.481 ?visite?), ?La Conservatorìa delle coste della Sardegna? (1.025 ?visite?)su realtà e possibili sviluppi del nuovo organo gestionale costiero, ?La Conservatorìa delle coste della Sardegna? sulla presentazione dell?indagine di ricerca sul nuovo strumento tecnico-amministrativo per la gestione dinamica dei ?gioielli? costieri (829 ?visite?), ?Tuvixeddu day de nos?atrusu?, sulla vicenda della nota area archeologica cagliaritana (738 ?visite?), ?Il piano paesaggistico regionale della Sardegna è stato approvato? (647 ?visite?), ?Carloforte isola del cemento ?? (620 ?visite?) e ?Ma si può morire in pace? (469 ?visite?) sul drammatico caso Welby e sulle difficili problematiche della ?buona morte?. Questi gli argomenti più frequentati: la speculazione e l?abusivismo edilizio (10.601 contatti su 89 articoli), la Conservatorìa delle coste (2.595 contatti su 10 articoli), le disposizioni di svendita dei demani civici (1.208 contatti su 6 articoli), le aree minerarie dismesse (1.424 contatti su 17 articoli), la pianificazione paesistica (3.431 contatti su 28 articoli), l?informazione sui temi ambientali relativi alle elezioni comunali cagliaritane (847 contatti su 6 articoli), lo stato dell?arte dei diritti umani, con particolare riferimento all?infanzia (8.411 contatti su 70 articoli), le tematiche dell?energia (1.534 contatti su 16 articoli), la gestione dei rifiuti (1.287 contatti su 17 articoli), i cambiamenti climatici (571 contatti su 6 articoli), la caccia ed il bracconaggio (2.952 contatti su 33 articoli), la tutela delle aree archeologiche (3.776 contatti su 26 articoli).

Gruppo d’Intervento Giuridico

(foto S.D., archivio GrIG)

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L?eredità di un urbanista ambientalista?


Nei giorni scorsi è deceduto Luigi Scano, urbanista, uno degli uomini che con maggiore tenacia e rigore ha speso la sua vita per difendere la legalità e la bellezza del territorio in Italia. Desideriamo ricordarlo con uno degli ultimi importanti lavori. Il suo impegno e la sua eredità non andranno persi.

Gruppo d?Intervento Giuridico

La tutela dei ?beni paesaggistici? nel ?Codice? e nei provvedimenti della Toscana (da www.eddyburg.it)

Il testo dell?intervento al convegno “Lo sviluppo in-sostenibile – Il governo del territorio in Toscana?, Fiesole, 11 marzo 2007.

Innanzitutto, va rammentato che secondo la (relativamente) recente, ma ormai consolidata, giurisprudenza costituzionale [1], il ?Codice dei beni culturali e del paesaggio”, approvato con decreto legislativo 22 gennaio 2004, n.42, e successivamente modificato e integrato, per quanto di interesse di questa comunicazione, con decreto legislativo 24 marzo 2006, n.157 (in prosieguio per brevità denominato semplicemente ?Codice?), contiene, contestualmente, disposizioni riconducibili sia alla ?materia? denominata ?tutela dell?ambiente, dell?ecosistema e dei beni culturali?, appartenente alla legislazione esclusiva dello Stato (comma secondo, lettera s., dell?articolo 117 della Costituzione come riscritto per effetto della legge costituzionale 3/2001), sia alle ?materie? denominate ?governo del territorio? e ?valorizzazione dei beni culturali e ambientali?, appartenenti alla legislazione concorrente, in cui ?spetta alle Regioni la potestà legislativa, salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservata alla legislazione dello Stato? (commi terzo e quarto del novellato articolo 117 della Costituzione).

Per cui, ha affermato la Corte, relativamente all?insieme delle disposizioni del ?Codice?, le regioni ?devono sottostare nell’esercizio delle proprie competenze, cooperando eventualmente a una maggior tutela del paesaggio, ma sempre nel rispetto dei principi fondamentali fissati dallo Stato?[2]. Giacché ?la tutela tanto dell’ambiente quanto dei beni culturali è riservata allo Stato [?], mentre la valorizzazione dei secondi è di competenza legislativa concorrente [?]: da un lato, spetta allo Stato il potere di fissare principi di tutela uniformi sull’intero territorio nazionale, e, dall’altro, le leggi regionali, emanate nell’esercizio di potestà concorrenti, possono assumere tra i propri scopi anche finalità di tutela ambientale, purché siano rispettate le regole uniformi fissate dallo Stato? [3]. Cosicché, ha concluso sul punto la Corte, ?appare, in sostanza, legittimo, di volta in volta, l’intervento normativo (statale o regionale) di maggior protezione dell’interesse ambientale? [4]. Fermo sempre restando che le regioni debbono ?conformarsi? alla ?disciplina dettagliata? [5] della Parte III del ?Codice?, per quanto essa intersechi la predetta materia denominata ?governo del territorio?.

Tutto ciò premesso, si possono ora ricapitolare i prescritti connotati della pianificazione paesaggistica secondo il “Codice?, la dottrina interpretativa in merito sinora conosciuta, e le pronunce della Corte costituzionale. Il “piano paesaggistico” (per esso intendendosi sia la figura pianificatoria così denominata e tipizzata che il “piano urbanistico-territoriale con specifica considerazione dei valori paesaggistici”) deve essere formato dalla regione e riguardare ?l’intero territorio regionale? [6]. Esso, conseguentemente, deve disciplinare sia gli immobili “vincolati” (a seguito di specifici provvedimenti amministrativi, ovvero ope legis) che ogni altro immobile, ivi compresi quelli ricadenti nelle aree gravemente compromesse o degradate [7].

Il piano deve riferire le sue disposizioni sia a elementi territoriali, individuati in base ai loro caratteri identitari distintivi (boschi, praterie, spiagge, dune, falesie, alvei fluviali, golene, paludi, colline, sommità montane, ecc. ecc.) [8] che ad ambiti (definiti con criteri olistici, in relazione ai profili fisiografici, vegetazionali, di sistemazione colturale, di modello insediativo, e simili, valutati anche in relazione alle dinamiche pregresse e previste, e soprattutto in relazione all’intensità specifica delle interrelazioni tra gli elementi territoriali in essi ricadenti) [9].

Le disposizioni del piano possono avere efficacia sia immediatamente precettiva e direttamente operativa (presumibilmente, buona parte di quelle riferite agli elementi territoriali) che efficacia di direttive necessitanti, per trovare applicazione, della mediazione di uno strumento di pianificazione sottordinato (presumibilmente, la più gran parte di quelle riferite agli ambiti)[10]. In ogni caso, tutte le disposizioni del piano sono tassativamente vincolanti per la pianificazione sottordinata (provinciale e comunale, nonché di qualsiasi altro soggetto, ivi compresi gli enti di gestione dei parchi e delle altre aree protette) [11].

Venendo alla Regione Toscana, va detto innanzitutto che il dianzi sunteggiato insieme di precetti del ?Codice? non potrebbe trovare traduzione operativa nell?attività pianificatoria di tale Regione, e, susseguentemente, in quella, di adeguamento alla prima, degli enti locali subregionali, in assenza di una rivisitazione, magari non estesa, ma certamente profonda, della vigente legge regionale per il governo del territorio, la legge regionale 3 gennaio 2005, n.1.

Tale legge regionale, innanzitutto, definisce in termini alquanto diversi da quelli desumibili dagli obiettivi e dalle intenzionalità del ?Codice? i contenuti dello strumento di pianificazione di competenza regionale, il Piano di indirizzo territoriale (e ciò al di là di talune stucchevoli trascrizioni letterali di parti di norme dello stesso ?Codice?[12]). E soprattutto ne determina in modo tutt?affatto diverso le efficacie. Secondo la suddetta legge regionale, infatti, gli strumenti di pianificazione sovraccomunali (nonché il piano strutturale comunale) non hanno, sostanzialmente, mai efficacia immediatamente precettiva, e direttamente operativa. Né tampoco efficacia realmente cogente nei confronti della pianificazione sottordinata, in conformità a quel ?modello rigidamente gerarchico? che, secondo la Corte costituzionale, costituisce un ?principio fondamentale? in materia di ?governo del territorio?, quantomeno per quanto afferisce ai contenuti della pianificazione riguardanti la tutela dell??identità culturale? del territorio stesso. Ciò in quanto la legge regionale toscana 1/2005 è interamente e rigidamente improntata all?assunto per cui, a seguito dell?entrata in vigore del novellato Titolo V della Costituzione, comuni, province, città metropolitane, regioni, e Stato sarebbero soggetti ?equiordinati?, e altrettanto ?equiordinati? sarebbero gli strumenti di pianificazione di competenza di tali livelli e soggetti istituzionali. Con la conseguenza che il rimedio esperibile nei casi di strumenti di pianificazione comunali difformi (anche clamorosamente) dalla pianificazione della provincia territorialmente competente (o dalla pianificazione regionale), ovvero di strumenti di pianificazione provinciali difformi (anche clamorosamente) dalla pianificazione regionale, consiste nel rivolgersi a una ?conferenza paritetica interistituzionale?, alle cui pronunce il soggetto pianificatore responsabile della formazione degli strumenti difformi può peraltro non adeguarsi, residuando al soggetto responsabile dello strumento di pianificazione contraddetto la potestà di approvare ?specifiche misure di salvaguardia? che comportano la ?nullità di qualsiasi atto con esse contrastanti?.

La Corte costituzionale è stata chiamata dal Governo [13] a pronunciarsi soltanto su tre norme della legge regionale toscana 1/2005, delle quali solamente una, a ben vedere, concerneva (anche) gli ora indicati elementi strutturali della pianificazione territoriale, di pretesa valenza (anche) di tutela ?paesaggistica?. Assai più numerosi, a mio parere, erano, come sono, i contenuti della legge regionale toscana 1/2005 che potrebbero essere dichiarati costituzionalmente illegittimi, anche limitatamente a motivi di contrasto con il ?Codice?, e ciò sia con riferimento ai profili ?pianificatori? che ai profili ?gestionali? della ?tutela? dei ?beni paesaggistici?. Essi non hanno costituito, a suo tempo, e nei termini, oggetto di ricorso governativo, il che non toglie che le relative questioni di legittimità costituzionale possano essere sollevate, in via incidentale, da chiunque vi abbia interesse. Ad ogni buon conto, la Regione Toscana si è ben guardata dal procedere a modificare le norme puntualmente dichiarate costituzionalmente illegittime [14].

Sulla base (anche) delle quali, nonché d?ogni altra norma della legge regionale 1/2005, la Giunta regionale della Toscana ha proceduto, con decisione del 15 gennaio 2007, n.9, a fare propri i predisposti elaborati del nuovo Piano di indirizzo territoriale, e a proporli al Consiglio regionale per l?adozione.

Tra tali elaborati, quello denominato ?disciplina del Piano?, per dichiarazione dello stesso, ?qualifica il Piano di indirizzo territoriale come strumento di pianificazione territoriale? [15], ?definisce lo Statuto del territorio toscano e formula le direttive, le prescrizioni e le salvaguardie concernenti le invarianti strutturali che lo compongono e la realizzazione delle agende di cui lo Statuto si avvale ai fini della sua efficacia sostantiva? [16], ?definisce lo Statuto del territorio toscano mediante l?individuazione dei metaobiettivi – unitamente agli obiettivi conseguenti – che ne compongono la agenda statutaria?, fermo restando che ?la definizione quali invarianti strutturali dei suddetti metaobiettivi e delle invarianti attinenti alle infrastrutture e ai beni paesaggistici di interesse unitario regionale, insieme alle linee di azione necessarie a conferire effettività all?agenda statutaria, costituiscono il contenuto sostantivo dello Statuto del territorio [17]?, ?definisce le invarianti strutturali e individua i principi cui condizionare l?utilizzazione delle risorse essenziali [18]?, e ?contempla come sua parte integrante la disciplina dei paesaggi che assumerà valore di piano paesaggistico [19]?.

Gli altri elaborati del Piano di indirizzo territoriale sono denominati ?documento di Piano? e ?Quadro conoscitivo? (costituito, tra l?altro, da ?quadri analitici di riferimento? e da un ?Atlante ricognitivo dei paesaggi?[20]. Mentre è detto che ?integrano [?] la presente disciplina?, tra l?altro, ?gli indirizzi e le prescrizioni per la pianificazione delle infrastrutture dei porti e degli aeroporti toscani?[21] [i corsivi sono miei. N.d.r.].

Da quanto riportato, si dovrebbe ordinariamente dedurre che quello denominato ?disciplina del Piano? costituisca (con le integrazioni da ultimo dette) l?unico elaborato del Piano di indirizzo territoriale avente contenuto precettivo (essendo il valore degli altri, essenzialmente, oltre che espositivo, motivazionale e di supporto).

Conoscendo le modalità espressive consuete degli organi della Regione Toscana, non me la sento di asserire perentoriamente che così sia nelle intenzioni dei rappresentanti pro tempore di tali organi, sia tecnici che politici. Ma, per converso, ritengo che, invariate restando le espressioni utilizzate, nella loro singolarità e nel loro complessivo contesto, difficilmente eventuali intenzioni dei predetti organi radicalmente diverse dall?interpretazione da me appena sopra suggerita sarebbero avvalorate dalle istanze della giustizia amministrativa, nei casi di contenzioso.

Ad ogni buon conto, l?elaborato denominato ?disciplina del Piano? proclama che ?il presente Piano tutela i beni del paesaggio? [22] e specifica [23] che ?la disciplina dei beni paesaggistici prevede?:

- ?la ricognizione analitica dell?intero territorio nelle sue caratteristiche storiche, naturali, estetiche e nelle loro interrelazioni unitamente alla conseguente definizione dei valori paesaggistici da tutelare, recuperare, riqualificare e valorizzare, così come contemplata nell?elaborato intitolato I territori della Toscana che è allegato al quadro conoscitivo del presente Piano?;

- ?l?analisi delle dinamiche di trasformazione del territorio attraverso l?individuazione dei fattori di rischio e degli elementi di vulnerabilità del paesaggio, nonché l?analisi comparata delle previsioni degli atti di programmazione, di pianificazione e di difesa del suolo?, e ?l?individuazione degli ambiti paesaggistici?, entrambe contenute ?nell?Atlante dei paesaggi toscani che è parte degli allegati documentali [il corsivo è mio. N.d.r.] per la disciplina paesaggistica?;

- ?la individuazione? delle aree ?vincolate? ope legis ?insieme alle norme per la loro tutela e valorizzazione?, ?la definizione di prescrizioni generali ed operative per la tutela e l?uso del territorio compreso negli ambiti individuati?, ?la determinazione di misure per la conservazione dei caratteri connotativi delle aree tutelate per legge e dei criteri di gestione e degli interventi di valorizzazione paesaggistica degli immobili e delle aree dichiarati di notevole interesse pubblico?, ?l?individuazione degli interventi di recupero e riqualificazione delle aree significativamente compromesse o degradate e degli altri interventi di valorizzazione?, ?l?individuazione delle misure necessarie al corretto inserimento degli interventi di trasformazione del territorio nel contesto paesaggistico, alle quali debbono riferirsi le azioni e gli investimenti finalizzati allo sviluppo sostenibile delle aree interessate?, ?la tipizzazione e l?individuazione [?] di singoli immobili o di aree [?] da sottoporre a specifica disciplina di salvaguardia e di utilizzazione?, le quali tutte ?risultano dalla disciplina paesaggistica dei piani territoriali di coordinamento delle Province, assunta dal presente Piano e descritta nel documento intitolato Le qualità del paesaggio nei PTC, che è parte degli allegati documentali [il corsivo è mio. N.d.r.] per la disciplina paesaggistica.

L?elaborato intitolato I territori della Toscana, allegato, come detto, al quadro conoscitivo del Piano, ovvero, come parimenti detto altrove (sempre nella ?disciplina del Piano?), costitutivo del quadro conoscitivo del Piano, in quanto ?quadro analitico di riferimento?, associa a sintetiche descrizioni, sia sincroniche che diacroniche, di un rilevantissimo numero di articolazioni del territorio regionale, l?ancora più sintetica indicazione dei relativi ?punti di forza? e ?punti di debolezza?, escluso comunque restando qualsiasi suggerimento vagamente precettivo.

L?elaborato intitolato Atlante dei paesaggi toscani, che, come detto, è parte degli allegati documentali, ovvero, come parimenti detto altrove (sempre nella ?disciplina del Piano?), è elemento costitutivo del quadro conoscitivo del Piano, denominandosi Atlante ricognitivo dei paesaggi, si configura come un abbastanza pregevole ?album di cartoline?, riferito a un (diverso) rilevantissimo numero di articolazioni del territorio regionale, e corredato di notazioni, estremamente sintetiche, sia fotografiche che testuali (didascalie, in buona sostanza), afferenti le voci: geomorfologia, idrografia naturale, idrografia antropica, mosaico forestale, mosaico agrario, insediamento storico, insediamento moderno e contemporaneo, reti e impianti viari e tecnologici, alterazioni paesistiche puntuali profonde, alterazioni paesistiche indotte, emergenze paesistiche. Anche in questo caso, non è dato rintracciare qualsivoglia suggerimento vagamente precettivo.

L?elaborato intitolato Le qualità del paesaggio nei PTC, che, come detto, è parte degli allegati documentali, e che, altrove, nell?elenco degli elaborati costitutivi del Piano di indirizzo territoriale (sempre nella ?disciplina del Piano?), non è neppure partitamente citato, costituisce un ?florilegio?, come avrebbero detto ai tempi di mio nonno, ovvero un??antologia?, delle disposizioni attinenti alla tutela del ?paesaggio? (o, più latamente, dell??identità culturale del territorio?) contenute nelle diversissime normative dei piani territoriali di coordinamento delle dieci province toscane.

La stragrande parte delle indicazioni che, secondo le dianzi letteralmente riportate espressioni della ?disciplina del Piano?, dovrebbero ?risultare dalla disciplina paesaggistica dei piani territoriali di coordinamento delle Province?, in realtà non risultano affatto in tale disciplina, e meno che mai in quella ? selettivamente – ?descritta nel documento intitolato Le qualità del paesaggio nei PTC?. In quest?ultimo documento, comunque, si evita scrupolosamente di riprodurre quei precetti, pur presenti nella disciplina dettata dai piani territoriali di coordinamento delle province, che abbiano corrispondenza biunivoca con specifiche categorie di elementi territoriali individuati in elaborati cartografici in scala adeguata, cioè le disposizioni puntualmente relazionate alle specifiche e peculiari caratteristiche conformative, meritevoli di tutela conservativa, dei concreti elementi territoriali considerati (non foss?altro che perché in tale documento non compaiono elaborati cartografici idonei a individuare tali elementi territoriali).

Quanto appena ora precisato è stato evidenziato in relazione all?assunto, ammesso per amor di dialettica, ma assolutamente non concesso, per cui a un documento qualificato come allegato documentale l?elaborato del Piano di indirizzo territoriale denominato ?disciplina del Piano? potrebbe aver conferito efficacia precettiva, obbligante nei confronti dell?attività di pianificazione provinciale (che, sia detto per inciso, dovrebbe adeguarsi a sé medesima, venendo i suoi contenuti di molti anni addietro ?congelati? nella nuova pianificazione regionale) e comunale.

Sempre ammesso e non concesso l?assunto predetto, esso ben difficilmente potrebbe ritenersi non confliggente con la dottrina della Corte costituzionale afferente alla pianificazione paesaggistica, la quale ha affermato [24] che il piano paesaggistico ?deve essere unitario, globale, e quindi regionale?, e che a esso ?deve sottostare la pianificazione urbanistica ai livelli inferiori?,e che ?l’impronta unitaria della pianificazione paesaggistica? deve essere ?assunta a valore imprescindibile, non derogabile dal legislatore regionale in quanto espressione di un intervento teso a stabilire una metodologia uniforme [?]: il paesaggio va, cioè, rispettato come valore primario, attraverso un indirizzo unitario che superi la pluralità degli interventi delle amministrazioni locali? [i corsivi sono miei. N.d.r.].

L?elaborato denominato ?disciplina del Piano? afferma quindi [25] che ?la Regione [?] provvede a implementare la disciplina paesaggistica contemplata nello Statuto di cui al presente Piano attraverso accordi di pianificazione [?] con le Amministrazioni interessate?.

Ma, quantomeno in invarianza della legge regionale 1/2005, la definizione degli strumenti di pianificazione subregionali attraverso conferenze e accordi di pianificazione costituisce un possibile percorso procedimentale, alternativo a quello ordinario per cui ogni soggetto istituzionale competente procede alla formazione dei propri strumenti di pianificazione (e atti di governo del territorio) entro il circuito dei propri organi decisionali, essendo tenuto ad attivare la procedura della conferenza e dei susseguenti accordi di pianificazione ?qualora emergano profili di incoerenza o di incompatibilità rispetto ad altri strumenti della pianificazione territoriale?, e non si intenda procedere a un mero adeguamento[26]. Altrimenti detto, qualsiasi soggetto istituzionale sub-regionale potrebbe tranquillamente ritenere, e agevolmente sostenere, che i contenuti dei propri strumenti di pianificazione (e atti di governo del territorio) non presentano alcun ?profilo di incoerenza o di incompatibilità? con uno strumento di pianificazione regionale che non avesse, come emerge chiaramente essere nel caso del nuovo Piano di indirizzo territoriale della Regione Toscana, pressoché alcun reale contenuto precettivo. E conseguentemente non si vede perché dovrebbe attivare conferenze e accordi di pianificazione.

Sempre l?elaborato denominato ?disciplina del Piano? stabilisce [27] che ?l?autorizzazione [paesaggistica] è rilasciata sulla base della valutazione di compatibilità degli interventi rispetto al vincolo paesaggistico quale risulta dalla schede contemplate nel documento intitolato Schede dei vincoli paesaggistici, che è parte degli allegati documentali [il corsivo è mio. N.d.r.]., e che ?costituiscono comunque riferimento per l?esercizio dell?attività autorizzativa [?] le prescrizioni e le direttive contenute negli articoli 22, 23, 24, 25, 27 e 28 della presente disciplina?.

Premesso che è oscura la ragione per cui elaborazioni tanto ? presuntivamente ? rilevanti debbano costituire riferimento soltanto, a valle, per l?attività autorizzativa, e non, prioritariamente, a monte, per quella pianificatoria, occorre fare presente che le schede relative ai ?vincoli paesaggistici? disposti con specifici provvedimenti amministrativi contengono esclusivamente sommarissime descrizioni dei valori riconosciuti nei siti interessati, così come i provvedimenti di istituzione del ?vincoli?, ai quali provvedimenti soltanto il ?Codice? ha imposto, a far data dalla sua entrata in vigore nel 2004, di recare anche precetti sostanziali [28]. Quanto alle prescrizioni e alle direttive contenute negli articoli puntualmente enumerati del medesimo elaborato denominato ?disciplina del Piano?, si tratta delle disposizioni afferenti il ?patrimonio collinare? e il ?patrimonio costiero? della Toscana: disposizioni che i limiti quantitativi massimi imposti a questa comunicazione mi impongono di qualificare apoditticamente come rientranti in quella categoria di precetti che Bruno Visentini chiamava ?norme che dispongono di volere bene alla mamma? (le quali, scontatamente, non vengono, in sede teorica, rifiutate neppure da Pietro Maso e da Erika Di Nardo).

Conclusivamente, trova ampia conferma, sulla base di una seppure ancora sinteticissima analisi critica dei suoi elaborati definitivi, il giudizio sommario sul nuovo Piano di indirizzo territoriale toscano pronunciato un paio di mesi or sono da Edoardo Salzano, dopo avere dato una veloce scorsa ai suoi elaborati provvisori: ?un piano di chiacchiere?.

A chi voglia contestare questa mia conclusione, come a chi voglia confermarla, e soprattutto a chi voglia, laicamente, verificarla, propongo di effettuare la ?prova della bontà del budino?, che, come dicevano i vittoriani inglesi, consiste nel mangiarlo.

Nella fattispecie, potrebbe consistere nel rintracciare, in tutti gli elaborati del nuovo Piano di indirizzo territoriale, un solo precetto che, domani, divenuto vigente tale piano, inibirebbe drasticamente la previsione e la realizzazione della famosa lottizzazione di Monticchiello (o di uno degli altri ?schifi? che sono stati denunciati, e talvolta riconosciuti per tali dai vertici politico-istituzionali della Regione Toscana).

Che le inibirebbe, voglio dire, non a seguito di pressioni discrezionali, di contrattazioni tecniche e politiche, di scambi di varia natura, tra soggetti istituzionali e, concretamente, tra i loro reggitori pro tempore, il tutto sotto l?usbergo del vaniloquio sulla ?equiordinazione? delle istituzioni, ma, invece, sulla base del (sacrosanto) principio fondamentale, introdotto nell?ordinamento repubblicano a far data dall?entrata in vigore della legge 8 giugno 1990, n.142, per cui la formazione degli strumenti di pianificazione non è più un ?atto complesso ineguale?, ma, invece, vede subordinata la sua conclusione alla verifica della conformità degli strumenti, oltre che agli atti aventi forza di legge, alle disposizioni espressamente poste dai soggetti istituzionali sovraordinati nei propri strumenti di pianificazione.

[1] Si possono ricordare, per la loro precipua attinenza, le sentenze della Corte costituzionale 10 – 26 luglio 2002, n.407, 18 – 20 dicembre 2002, n.536, 19 dicembre ? 20 gennaio 2004, n.26, 8 – 16 giugno 2005, n.232, 20 aprile ? 5 maggio 2006, n.182; in http://www.cortecostituzionale.it.

[2] Sentenza della Corte costituzionale 182/2006, cit..

[3]Ibidem.

[4]Ibidem.

[5]Ibidem.

[6] Articolo 135, comma 1, del “Codice”.

[7] Articolo 135, comma 3, lettera c), e articolo 143, comma 1, lettera g), del “Codice”.

[8] Articolo 135, comma 3, lettera a), articolo 143, comma 1, lettere b) e f), nonché passim, del “Codice”.

[9] Articolo 135, comma 2 e passim, e articolo 143, comma 1, lettere d) ed e), nonché passim, del “Codice”.

[10] Articolo 142, comma 2, articolo 145, commi 3, 4 e 5, del “Codice dei beni culturali e del paesaggio”.

[11] Articolo 145, comma 3, del “Codice dei beni culturali e del paesaggio”.

[12] Si veda, per esempio, il comma 3 dell?articolo 33 della legge regionale 1/2005.

[13] Con ricorso del Presidente del Consiglio dei ministri, su conforme deliberazione del Consiglio dei ministri in data 4 marzo 2005, notificato il 10 marzo 2005, e depositato il 15 marzo 2005.

[14] Con sentenza della Corte costituzionale 182/2006, cit..

[15] PIT, Piano di indirizzo territoriale della Toscana, disciplina del Piano, articolo 1, comma 1.

[16] PIT, Piano di indirizzo territoriale della Toscana, disciplina del Piano, articolo 1, comma 2.

[17] PIT, Piano di indirizzo territoriale della Toscana, disciplina del Piano, articolo 2, comma 2.

[18] PIT, Piano di indirizzo territoriale della Toscana, disciplina del Piano, articolo 2, comma 6, lettera b), primo ?a linea?.

[19] PIT, Piano di indirizzo territoriale della Toscana, disciplina del Piano, articolo 2, comma 6, lettera b), secondo ?a linea?.

[20] PIT, Piano di indirizzo territoriale della Toscana, disciplina del Piano, articolo 2, comma 6, lettere a) e c).

[21] PIT, Piano di indirizzo territoriale della Toscana, disciplina del Piano, articolo 2, comma 7, lettera b).

[22] PIT, Piano di indirizzo territoriale della Toscana, disciplina del Piano, articolo 31, comma 1.

[23] PIT, Piano di indirizzo territoriale della Toscana, disciplina del Piano, articolo 31, comma 3.

[24] Proprio nella sentenza con cui ha censurato la legge regionale toscana 1/2005, cioè nella sentenza 182/2006, cit..

[25] PIT, Piano di indirizzo territoriale della Toscana, disciplina del Piano, articolo 33, comma 1.

[26] Legge regionale 1/2005, articolo 16, comma 4, articolo 17, articolo 18, articoli 21, 22 e 23.

[27] PIT, Piano di indirizzo territoriale della Toscana, disciplina del Piano, articolo 34, commi 2 e 3.

[28] Articolo 138, comma 2, e articolo 140, comma 2, del “Codice”.

(foto S.D., archivio GrIG)

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Energia dalle biomasse e biodiesel in Sardegna !


Se ne parlava, circa un anno or sono, riguardo ad un prossimo stabilimento a Porto Torres. Ora la produzione del biodiesel sta per arrivare in Sardegna. Ma nel campidano. Un passo in avanti per un?economia ambientalmente più sostenibile. Ma quando ?

Gruppo d?Intervento Giuridico

da L?Unione Sarda, 27 marzo 2007

Agroenergia. Domani vertice decisivo a Roma, ieri incontro alla Regione tra le varie parti della filiera. Biodiesel, centrali a Oristano. Villasor addio: stabilimento nella zona del porto.
Sorgeranno a bocca di porto, a Oristano, la centrale per le biomasse e l?impianto per il biodiesel. Domani al ministero la possibile intesa.
Emanuele Dessì

Passo avanti nella filiera dell?agroenergia. Con una certezza: le due linee produttive non saranno realizzate nell?ex zuccherificio di Villasor ma nella zona del porto industriale di Oristano. Il piano di riconversione della filiera bieticola-saccarifera, fortemente ridimensionata in Italia dalla recente riforma Ue dell?Ocm Zucchero (13 gli stabilimenti chiusi su 19, in 8 Regioni), ha conosciuto ieri una tappa importante in un vertice tra amministratori regionali, organizzazioni professionali agricole, cooperative e industria. Non è passata inosservata, tuttavia, l?assenza di Coldiretti.
IL VERTICE. Concetta Rau, assessore all?Industria, presente all?incontro con il collega Franco Foddis (Agricoltura), sottolinea con soddisfazione come si stiano finalmente creando le condizioni per sviluppare anche in Sardegna la filiera del no food (letteralmente, non alimentare). I progetti saranno presentati domani a Roma, al ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali. È stato lo stesso ministro Paolo De Castro a invitare le Regioni a fare sintesi, avvicinando il più possibile le parti ? agricoltura e industria – che, per l?avvio della riconversione degli zuccherifici chiusi in Italia, devono gioco forza operare in sinergia. Ieri, nella fase conclusiva dell?incontro, è intervenuto anche il presidente della Regione Renato Soru, incontrando il plauso di Gigi Picciau, presidente di Confagricoltura. «Io sono il primo a criticare Soru, ma devo dire che al tavolo del no food ha detto le stesse cose che avrei detto io, evidenziando la necessità che le colture agroenergetiche siano davvero remunerative per gli agricoltori». Guido Musio, presidente della Sadam-Isz, l?industria che alla fine degli anni Novanta rilevò lo zuccherificio di Villasor, è più prudente. «La valutazione
è positiva, nel senso che ci sono le condizioni perché il progetto parta. Anche se la strada», aggiunge Guido Musio, «è irta di difficoltà».
IL PROGETTO. I programmi del gruppo Sadam Eridania, sviluppati insieme al gruppo Falk, prevedono due linee di intervento: produzione di biodiesel e di energia elettrica da biomassa o da oli vegetali. Dopodomani la Sadam raccoglierà i frutti dei campi sperimentali di Villasor. Canna ed eucalipto da sfalcio, insieme alla brassica carinata, sono destinate alla produzione di energia da biomasse. La brassica, un?oleaginosa, sarà utilizzata (ma non prima di 3 o 4 anni) anche per produrre biodiesel. Si parla di poco più di 20 mila ettari di riferimento. Soru e Foddis hanno assicurato attenzione per la filiera anche con il nuovo Piano di sviluppo rurale.
IL TRASLOCO. Il nuovo impianto dovrebbe sorgere a bocca di porto, nella zona industriale di Oristano. Il limite sembra essere l?area: servono 25 ettari. Si è parlato anche di una compartecipazione al 40 % da parte della componente agricola. Si parla del Cosacer, il Consorzio sardo cereali, che ha sede a Sanluri. Ma non è da escludere l?intervento
della Sfirs. Concetta Rau dice che «al momento non è previsto l?intervento della Sfirs», ma non chiude la porta. Domani a Roma il quadro potrebbe essere più chiaro.

I numeri del progetto: 47 MW di energia elettrica da produrre nella nuova centrale a biomasse; 35.000 tonnellate di biodiesel quale obiettivo; 25 ettari l?area per il nuovo stabilimento; 6-7.000 ettari per la produzione di oleaginose; 10.000 ettari per la produzione di biomasse (canne, eucaliptus da sfalcio, ecc.); 12 anni la durata dei contratti proposti agli agricoltori; 130 milioni di euro di investimenti complessivi.

(foto da mailing list ecologista)

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L’ambiente altrui, la crisi del "buongoverno del territorio" della Toscana.


L?ambiente degli altri, il ?buongoverno del territorio? della Toscana in crisi. Buona lettura…

Gruppo d’Intervento Giuridico

da Il Corriere della Sera, 26 marzo 2007

Toscana, 75 comitati sfidano le giunte rosse. Nata la rete a difesa del paesaggio. Il no di Legambiente: siete settari. Paolo Conti

Il movimento promosso da Asor Rosa: non siamo girotondini. Su Internet la denuncia degli «scempi».

FIRENZE ? Alberto Asor Rosa impugna un foglietto: «Se sorgono 75 comitati di base e di lotta per la difesa del paesaggio in Toscana, siamo di fronte alla dimostrazione palese che le istituzioni locali non funzionano. Altrimenti qui saremmo quattro disperati». Invece la sala è strapiena. Giunta regionale e comuni toscani sono avvertiti. Ieri a Firenze, nel circolo in via dell’Agnolo 5, è nato il Coordinamento dei comitati ostili alla cementificazione e a «villettopoli», neologismo rutelliano molto amato dai delegati autoconvocati. C’è Carlo Ripa di Meana, presidente di «Italia Nostra», applauditissimo quando garantisce «totale appoggio» al movimento, col segretario regionale Nicola Caracciolo. C’è Paolo Baratta, ex ministro, ex presidente della Biennale di Venezia, dirigente del Fondo ambiente italiano: «Mi sento rappresentante non dì una minoranza ma della maggioranza di un popolo maturo che ha cura del proprio retaggio». C’è il fotografo Oliviero Toscani, impegnato in un progetto sul paesaggio che intende affiancare a questo. Vittorio Emiliani, presidente del Comitato per la bellezza, manda un saluto: ha inviato un appello al presidente Napolitano in cui certifica che «Toscana e Lazio saranno presto integralmente cementificate». C’è soprattutto la base che si organizza in una rete per creare una mappatura dei disastri e scambiarsi esperienze ordine. Per esempio Paolo Andrea Sanesi, coordinatore dei comitati di Prato, testimonierà la sua vittoria sul mega-parcheggio da 900 posti interrato nel cuore di piazza Mercatale, riesumando un vincolo che ha spinto la soprintendente Paola Grifoni a bloccarlo. Ecco le foto del Comitato per Fiesole, guidato da Cosimo Marco Mazzoni. Ecco il gruppetto che combatte a Fucecchio contro l’allargamento dell’ex teatro in piazza Giuseppe Montanelli. L’altro Montanelli di Fucecchio, il grande Indro, cominciò a opporsi nel ’98. Il Corriere della Sera seguì poi il caso. Ma la costruzione prosegue perché «il Comune ha di fatto venduto la nostra piazza a una banca». Ecco Gianni Mori, l’esuberanza fatta leader del Comitato per la tutela della Valdichiana, che lotta contro un insediamento a Rigutino, «60 mila metri cubi al Parco di Lignano». Sulla parete una pianta di Firenze piena di diagrammi e una didascalia: «II saccheggio della città». Gli oratori aumentano il carico: impianti eolici, inceneritori, non solo speculazione. Lo scontro con l’Unione al governo in terra toscana è evidente, ogni volta che si parla di «giunte di sinistra» partono fischi e risate. Spettacolo inedito che, visto a Firenze tra gli ambientalisti progressisti, forse segna una svolta. Indiscusso protagonista è Asor Rosa, testimonial della strategia di ritorno dei Grandi Vecchi alla guida delle lotte, un po’ come Giulio Andreotti contro i Dico. La sua tempra di ex direttore di Rinascita ai tempi in cui il Pci era il Pci, di critico e storico della letteratura gli fa padroneggiare l’assemblea con squisita sicurezza, fronteggiando alcune contestazioni dei Comitati della Piana prima della sua elezione a coordinatore. Corregge facilitazioni giornalistiche («Non siamo girotondini perché costituzionalmente radicati nel territorio»), sfida gli amministratori senza insultarli («cerchiamo un rapporto paritario, non li consideriamo nostri avversali ma chiediamo che lo stesso valga per loro, purtroppo non accade quasi mai»). Descrive la questione paesaggistica italiana come «una emergenza nazionale, soprattutto in Toscana dove i beni ambientali sono più preziosi e si vendono meglio, ma la classe politica mostra inadeguatezza (applausi)». Il programma del Comitato di coordinamento è serrato: nascita della rete-laboratorio, mappatura pubblica degli scempi online, strategia di prevenzione (monitoraggio capillare dei progetti per scongiurare l’apertura dei cantieri), manifestazione nazionale «dimostrativa della nostra forza» su un caso esemplare da scegliere, «processo di legittimazione» con incontri con i ministri dell’Ambiente e dei Beni culturali, convegno regionale entro l’estate. Non tutto va liscio. C’è il tortissimo distinguo di Legambiente toscana che si sente messa sotto accusa, imputata in molti interventi di collateralismo con la politica. La reazione è dura, con una nota ufficiale: «La discussione dell’assemblea ha preso una deriva settaria e qualunquista, abbiamo assistito a una confusa sommatoria di “no” verso ogni tipo di impiantistica».

(foto S.D., archivio GrIG)

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Carbosulcis: carbone o aliga ?


La Carbosulcis s.p.a. afferma pubblicamente che il progetto per la discarica di rifiuti industriali nella miniera di Monte Sinni ? Seruci (Gonnesa ? Carbonia) è stato modificato rispetto al precedente, tuttora oggetto di procedimento di V.I.A. Bene, non aspettavamo che questa autorevole conferma. Infatti, il precedente progetto presentato risulta tuttora sotto procedimento di valutazione di impatto ambientale ? V.I.A. né risulta alcun ritiro: in caso differente tali eventi del procedimento avrebbero dovuto esser formalizzati e dall?Assessorato regionale della difesa dell?ambiente ? Servizio S.A.V.I. esser comunicati alle associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico, ?parte? del procedimento medesimo. Se si tratta di un nuovo progetto, esso, analogamente, deve esser assoggettato al vincolante procedimento di valutazione di impatto ambientale. Procedimento che non risulta nemmeno avviato. Ci rivolgeremo in proposito sia all?Assessorato regionale competente, che al Ministero dell?ambiente che, soprattutto, alla Commissione europea per verificare che la normativa sulla V.I.A. non venga aggirata, consentendo ulteriori pericoli ambientali in un territorio che non ne ha certo bisogno di nuovi.

Amici della Terra Gruppo d?Intervento Giuridico

da L?Unione Sarda, 27 marzo 2007

Chiesta la tutela dell?area. Ecologisti contro la nuova discarica della Carbosulcis. Antonella Pani

Sono molto stretti i tempi per completare l?iter autorizzativo per la discarica Carbosulcis: entro luglio il progetto dovrà
essere approvato. Ma intanto continua a far discutere. Fortemente contrario al progetto è il Gruppo di Intervento Giuridico, che innanzitutto ricorda i numerosi vincoli che tutelano l?area costiera Monte Sinni-Seruci, di cui fa parte la miniera. «Secondo il progetto i rifiuti da stoccare nel sottosuolo sarebbero provenienti dalla centrale Enel di Portovesme
(ceneri leggere, gessi e fanghi degli impianti di pretrattamento dei fumi) – si legge in una nota – altri proverrebbero dalla Portovesme srl (scorie di lavorazione del piombo e dello zinco), altri ancora dal termovalorizzatore del Tecnocasic. Non essendo ancora esistente il piano di coltivazione mineraria non risulta nemmeno possibile stabilire a priori i vuoti in cui dovrebbero essere stoccati i rifiuti. Anche rispetto alla metodologia – continua il comunicato del Gruppo di Intervento Giuridico – ci sono aspetti non secondari da chiarire per evitare un ulteriore inquinamento del Sulcis Iglesiente, di cui non si sente proprio il bisogno». Da Nuraxi Figus l?azienda mineraria precisa: «Dispiace constatare che i riferimenti non sono per nulla aggiornati: le tipologie di rifiuti elencate fanno parte del primo progetto, accantonato da mesi. Il nuovo progetto prevede di stoccare nei depositi del sottosuolo solo ceneri e gessi prodotti dalla combustione del carbone, nient?altro. Ricordiamo inoltre che l?estrazione del carbone è ripresa da dicembre del 2006 e che questo progetto è considerato una parte fondamentale del progetto integrato carbone-miniera-centrale. Di questo progetto si discute da un anno e mezzo, non da qualche settimana». Sempre a proposito del progetto della Carbosulcis per stoccare rifiuti speciali (ceneri e gessi) nel sottosuolo, Ignazio Attori ed Angelo Cremone, ex sindaco ed ex presidente della Commissione Ambiente di Portoscuso, hanno incontrato Emilio Boi, il commissario straordinario che attualmente amministra il Comune, per capire se ci sono novità nell?iter autorizzativi. «Il commissario ci ha detto di aver incontrato i vertici della Carbosulcis – dice Cremone ? tutti attendono il parere del Comune di Portoscuso, che deve essere espresso in tempi brevi, ma vogliamo ricordare che esiste già una delibera del Consiglio, che prendeva tempo in attesa di una consulenza scientifica di spessore. A quella bisogna attenersi, chiedendo il parere ad una Università titolata».

da La Nuova Sardegna, 27 marzo 2007

No alle ceneri in miniera. Appello di Atzori e Cremone al commissario.
PORTOSCUSO. Preoccupazione per l?ambiente.
Erminio Ariu

PORTOSCUSO. L?ex sindaco di Portoscuso, Ignazio Atzori, e l?ex presidente della commissione comunale all?ambiente, Angelo Cremone, hanno incontrato, ieri mattina, il commissario straordinario Emilio Boi per un?analisi delle questioni ambientali riguardanti la discarica dei gessi e delle ceneri nella miniera di Nuraxi Figus. «La nostra preoccupazione – ha detto Ignazio Atzori – sta nel fatto che il consiglio comunale di Portoscuso ha già espresso parere negativo alla sistemazione dei rifiuti delle centrali dell?Enel senza aver la garanzia che quell?operazione non comporti danni all?ambiente. La Carbosulcis vuole trasformare le gallerie in discarica ma all?amministrazione comunale mancano quelle garanzie che sono indispensabili per realizzare un piano che è decisamente incomprensibile». Emilio Boi ha confermato che Carbosulcis sta pressando per avere il parere favorevole di Portoscuso per poter ottenere i permessi di legge. «Abbiamo ottenuto dal commissario – ha spiegato Angelo Cremone – le garanzie che rispetterà le decisioni già espresse dal consiglio comunale e non esclude di chiedere ai ricercatori del Politecnico di Torino una consulenza sui rischi che comporterebbe la presenza di ceneri e gessi a quota meno 400. Disponiamo già di pareri di illustri ricercatori che confermano che gessi e ceneri sono radioattivi. I tecnici di Carbosulcis sono stati inviati, a più riprese, a dirci dove viene applicata la tecnica di seppellire i rifiuti della combustione del carbone: non ci hanno mai dato risposta. Siamo preoccupati per la facilità con cui il consiglio comunale di Gonnesa ha espresso parere favorevole ma per la verità a quell?amministrazione interessano i posti di lavoro. Quattro delle sei gallerie-discarica, secondo progetto, ricadono nel comune di Portoscuso. I potenziali danni insomma sono ricadenti nel nostro paese». La questione discarica sotterranea, sostenono Atzori e Cremone, è stata portata all?attenzione del ministero dell?Ambiente che, per la verità, non era a conoscenza del progetto. «Bene abbiamo consegnato un dossier al direttore generale – hanno detto Atzori e Cremone – e questo fascicolo è stato inserito fra le carte della bonifica della falde acquifere della zona industriale. Si sta cercando di tamponare il fenomeno inquinamento sotterraneo e se ne vuole autorizzare un altro alle stesse profondità». Recentemente sull?argomento sono intervenute le associazioni ambientaliste Amici della Terra e Gruppo D?Intervento Giuridico che hanno denunciato l?assenza della valutazione di impatto ambientale per una discarica sotterranea e di un sito preliminare a poche centinaia di metri dall?abitato di Portoscuso.

(foto S.D., archivio GrIG)

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Inquinamento a Porto Torres: serve una soluzione in tempi brevi!


Lo scorso 9 marzo il T.A.R. del Lazio ha parzialmente accolto il ricorso presentato dalla Syndial contro il secondo decreto firmato dal direttore generale del ministero dell?Ambiente, Gianfranco Mascazzini, con il quale si imponeva alla società petrolchimica la costruzione di un muro di sbarramento lungo quattro chilometri e mezzo e profondo fra i trenta e i cinquanta metri. Si tratta della seconda sospensiva concessa alla Syndial, dopo quella concessa, nei primi giorni del 2007, dal T.A.R. del Lazio, quando la Syndial si era opposta al decreto firmato dal Presidente della Giunta regionale Renato Soru. Va ricordato che anche il TAR della Sardegna aveva disposto la sospensiva del decreto Soru su richiesta di Endesa (fonte: La Nuova Sardegna).
L?eventuale realizzazione del muro di contenimento, prevista nell?ambito delle Conferenze istruttorie tenutesi presso il Ministero dell?Ambiente (competente in materia di bonifica dei siti inquinati d?interesse nazionale, ai sensi del decreto legislativo n. 152/2006 ex decreto ministeriale n. 471/99) suscita, perlomeno, alcune perplessità, considerate le dimensioni dell?opera, i suoi costi e l?efficacia ai fini dell?eliminazione, o riduzione, dell?inquinamento delle acque e del territorio circostante. In attesa del pronunciamento definitivo del T.A.R., che decida il merito del ricorso, ricordiamo, in breve, i passi fondamentali della vicenda e la situazione nell?area industriale di Porto Torres.

La Giunta regionale sarda, con la deliberazione n. 4/12 del 31 gennaio 2006 ha espresso il giudizio positivo di compatibilità ambientale del progetto ?Impianti tecnologici di emungimento ? trattamento acque di falda ? Stabilimento Porto Torres? presentato dalla Syndial S.p.A. ( ai sensi del D.P.R. 12.4.1996 e della Legge Regionale n. 1/99 art. 31 e successive modifiche ed integrazioni, il progetto in questione deve essere sottoposto alla procedura di V.I.A.).
Con la deliberazione n. 7/14 del 21 febbraio 2006, la Giunta ha approvato il progetto definitivo presentato dalla Syndial, ai sensi dell?art. 27 del d. lgs. 22/97 (c.d. decreto Ronchi).
Peraltro, come si legge nella delibera n. 38/14 del 19 settembre 2006 )oggetto di ricorso) nelle Conferenze istruttorie tenutesi presso il Ministero dell?Ambiente (come visto, competente in materia di bonifica dei siti inquinati d?interesse nazionale ai sensi del d. lgs. 152/2006 ex D.M. 471/99) si è prevista la messa in sicurezza di emergenza e la realizzazione di un marginamento fisico dell?area oggetto dell?intervento. Mentre, nella Conferenza di servizi decisoria si è stabilito, concordemente tra Ministero e Regione Sardegna, di ?ribadire la richiesta a Syndial S.p.A. di attivare, entro 30 giorni dalla data di ricevimento del verbale della Conferenza del 30 agosto 2006, la realizzazione di un?opera di sbarramento fisico continuo lungo tutto l?affaccio a mare dello stabilimento di Porto Torres, che impedisca la diffusione della contaminazione veicolata dalla falda verso il bersaglio sensibile costituito dal mare antistante lo stabilimento in argomento?, richiesta contenuta nella stessa delibera.

D?altra parte, se è vero che i tribunali devono rispettare tempi e formalità, talvolta necessari per una decisione ponderata, è altrettanto vero che la grave situazione di inquinamento nell?area industriale di Porto Torres non può aspettare tempi biblici per essere risolta. E? appena il caso di ricordare che già nel 2004 dal Rapporto Eper (European Pollutant Emission Register) diffuso dalla Commissione Europea, risultava che lo stabilimento Syndial di Porto Torres emetteva il 14,3% del totale delle emissioni di diossine e di furani. Il rapporto consisteva in un?analisi dettagliata compiuta a partire dal 2001 su un campione di oltre novemila tra aziende, discariche e stabilimenti della vecchia Europa dei Quindici allargata a Norvegia e Ungheria (fonte: www.eddyburg.it). Non si perda altro tempo!

Gruppo d’Intervento Giuridico

da Sardegna ventirighe n. 46 ? 1 marzo 2007
Il rapporto sullo stato dell?inquinamento del tavolo tecnico locale

Dopo la notifica del verbale del 30 agosto e dopo la decisione della giunta regionale del 19 settembre, a livello locale è stato istituito, su mandato del Tavolo tecnico-politico regionale e degli Assessorati regionali alla Sanità, all?Ambiente ed all?Industria, un ?tavolo tecnico? per analizzare la situazione ?sulle problematiche sanitarie ed ambientali dell?Area industriale di Porto Torres? e formulare delle proposte. Il tavolo tecnico è stato coordinato dalla Asl 1 di Sassari.
Si è riunito diverse volte e ai primi di gennaio ha inviato una corposa relazione finale seppur ?preliminare? al lavoro che continua.
Del tavolo facevano parte tra gli altri: rappresentanti degli enti locali (Provincia di Sassari, i Comuni di Sassari e Porto Torres) tecnici delle varie strutture sanitarie del territorio (Istituto Zooprofilattico Sperimentale della Sardegna, Dipartimento di Prevenzione, Servizio Igiene Pubblica, SPRESAL, Servizio Igiene degli Alimenti e della Nutrizione, Servizio Igiene degli Alimenti di Origine Animale, Servizio Sanità Animale, Servizio Igiene degli Alimenti delle Produzioni Zootecniche, P.M.P. ? ARPAS, Consulenti delle associazioni ambientaliste).

I risultati ottenuti sono stati sinteticamente questi:
- dalla documentazione prodotta dal PMP risulta uno stato di inquinamento dei suoli e delle acque sotterranee da parte di composti altamente tossici e cancerogeni, senza escludere che possa essere anche determinato da attività ancora in corso;
- gli interventi di contenimento della falda mostrano fino ad oggi non avere raggiunto un?efficienza ottimale;
- la presenza accertata di sostanze tossiche e cancerogene all?interno del sito impone una verifica sulla valutazione del rischio per la salute dei lavoratori e della popolazione delle aree circostanti;
- le analisi condotte su campioni di pescato in acque interdette alla pesca, non consentono di trarre conclusive valutazioni sull?eventuale rischio alimentare cui potrebbe essere esposta la popolazione al momento attuale.
I soggetti del tavolo tecnico hanno avanzato proposte e programmi tra i quali:
- monitoraggio delle filiere alimentari di origine vegetale ed animale;
- monitoraggio acque destinate ad uso umano e zootecnico;
- richiesta all?Assessorato Difesa Ambiente Regionale dell?inserimento prioritario del sito di interesse nazionale e delle aree limitrofe nelle attività di monitoraggio delle acque sotterranee, come previsto dal D.lgs. 152/06:
- interventi di vigilanza sulle aziende per la tutela della salute dei lavoratori;
- studio epidemiologico sullo stato di salute dei lavoratori del petrolchimico.

***
Aggiornamento del 31 marzo 2007
Riportiamo le motivazioni dell’ordinanza (dell’8 marzo 2007) con la quale il T.A.R. del Lazio ha accolto la domanda di sospensione presentata dalla Syndial:
“(omissis) Visti gli atti e i documenti depositati con il ricorso;
Vista la domanda di sospensione della esecuzione del provvedimento impugnato, presentata in via incidentale dal ricorrente
;
Udito il relatore Cons. SOLVEIG COGLIANI e uditi, altresì, i difensori delle parti come da verbale di udienza;
Visti gli artt. 19 e 21, u.c., della Legge 6 dicembre 1971, n. 1034, e l’art. 36 del R.D. 17 agosto 1907, n. 642;
Considerato che l?amministrazione non ha ottemperato all?adempimento richiesto, non fornendo, prima facie, elementi istruttori e motivazioni idonei a confortare la determinazione relativa alla fattibilità del confinamento fisico, nonché alla richiesta caratterizzazione;
Considerato che gli interventi richiesti all?istante comporterebbero un ingente impegno da parte della ricorrente medesima e che, pertanto, sussiste il pericolo di un pregiudizio grave ed irreparabile nei confronti della stessa ;
Ritenuto che, ad un primo esame, appaiono, dunque, sussistenti i presupposti per l?accoglimento della domanda cautelare, con riferimento agli aspetti appena evidenziati,

P.Q.M.

ACCOGLIE la suindicata domanda incidentale di sospensione con riferimento alla richiesta di integrazione della messa in sicurezza tramite il sconfinamento fisico ed alla richiesta di predisposizione del piano di caratterizzazione e, per l?effetto, sospende le determinazioni della Conferenza di servizi decisoria, limitatamente a quanto evidenziato.”

(immagine www.bio.unip.it)

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L?eolico degli altri. Stop alla centrale off-shore del Molise !


Ma non è che manca ancora un minimo di pianificazione in materia di produzione di energia eolica ?

Gruppo d’Intervento Giuridico

(si ringrazia per la segnalazione Mauro Lissia)

da La Repubblica, 13 marzo 2007

Dalla giunta regionale parere negativo al progetto di una centrale al largo di Termoli. Gli ambientalisti: “No assurdo e inspiegabile, obiettivi di Kyoto sempre più lontani”.
Energia eolica, il Molise affonda il primo parco offshore italiano.
Il piano proposto dalla società Effeventi prevedeva 54 pale a 3 chilometri dalla costa. Con una potenza di 162 megawatt, sarebbe stata la prima centrale di questo tipo in Italia.
Valerio Gualerzi

ROMA – Svolta storica, rivoluzione industriale, mossa verso la leadership mondiale dello sviluppo sostenibile. Il piano energetico salvaclima adottato la scorsa settimana dall’Unione Europea con l’introduzione di quote vincolanti per la produzione da fonti rinnovabili è stato salutato da aggettivi altisonanti. La giunta del Molise ci ricorda oggi quanto è diversa la realtà dei fatti e quanto sono lontane Bruxelles e Campobasso.

Il governo regionale ha deciso di dare infatti parere negativo alla realizzazione della prima centrale eolica offshore d’Italia, il progetto per un parco di 54 pale alte tra i 60 e gli 80 metri da far sorgere in pieno Adriatico, a circa tre chilometri dalla costa tra Vasto e Termoli. Una decisione attesa, visto che il presidente della Regione Michele Iorio (Forza Italia), sulla scia di un crescente malcontento della provincia, dei sindaci della zona, degli operatori turistici e del più illustre molisano del momento, il ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro, aveva già anticipato l’intenzione della giunta di bocciare il progetto.

A questo punto pare segnata la sorte della centrale da 162 megawatt, che sfruttando la forza dei venti sul mare avrebbe dovuto produrre la corrente necessaria ai consumi di circa 120 mila famiglie. Nei piani della Effeventi, la società milanese che aveva presentato il progetto pensando di finanziarlo con capitale privato, il parco eolico avrebbe dovuto sorgere nel giro di un anno e mezzo, ma l’iter necessario per un eventuale via libera alla centrale è abbastanza controverso, non esistendo in Italia precedenti di altre strutture offshore, impianti che per le loro caratteristiche toccano competenze sia nazionali che regionali.

Sull’ipotesi deve ancora esprimersi la Via, la commissione nazionale per la valutazione d’impatto ambientale, che probabilmente darà parere positivo limitandosi a chiedere qualche modifica sull’aspetto più delicato della struttura, ovvero “l’attracco” dei cavi sottomarini sulla terraferma. Le pale infatti sono talmente distanti dalla riva che nelle simulazioni grafiche che accompagnano il progetto (guarda la galleria fotografica) sono visibili a malapena. Il sì della Via difficilmente spingerà però il governo ad andare a uno scontro con il Molise, sfidando anche il veto del ministro Di Pietro che domani ribadirà la sua contrarietà al comandante della Capitaneria di Porto di Termoli, Luca Sancilio.

Una probabile rinuncia contro cui le associazioni ecologiste storiche come Legambiente e Greenpeace (ancora una volta contrapposte ai piccoli comitati ambientalisti locali) annunciano battaglia. “Sbaglia la Regione Molise a bocciare il parco eolico offshore, al largo delle sue coste”, afferma Edoardo Zanchini, responsabile nazionale Energia di Legambiente. “E’ un errore, l’impianto va fatto – aggiunge – e la posizione della Regione è tanto più inaccettabile in quanto la sua è una bocciatura a priori: continua a dire no senza entrare nel merito del progetto”.

Posizione che combacia con quella di Greenpeace. “Siamo favorevolissimi a questo parco eolico, bloccarlo è un’assurdità – spiega il responsabile delle campagne dell’organizzazione, Francesco Tedesco – che ci sembra nasca anche dall’ignoranza su cosa sia veramente una centrale di questo tipo”. “Anche i timori per il turismo – aggiunge Tedesco – ci sembrano fuoriluogo: l’esperienza straniera, con i primi grandi impianti offshore meta di visite e gite, ci dice che le cose stanno in maniera esattamente opposta. Quello molisano sarebbe il primo e al momento unico in Italia, è inevitabile che finirebbe per essere un ulteriore richiamo turistico”.

Il Molise, evidenziano ancora Zanchini e Tedesco, “ha installato solo 54 megawatt di energia eolica e nessun progetto di impianto a terra viene più approvato da mesi, il solare fotovoltaico è a zero e, ora, si blocca anche l’eolico a mare: come pensa la Regione di dare il proprio contributo alla lotta ai mutamenti climatici e all’adeguamento della nostra politica energetica agli obiettivi di Kyoto?”.

“La verità – conclude Zanchini – è che questo progetto paga due gravi problemi: come spesso accade in Italia non è stato presentato nel modo appropriato e nei tempi giusti, coinvolgendo la popolazione, bensì facendone scoprire l’esistenza ai comuni interessati solo all’ultimo momento e quasi per caso. A penalizzarlo fortemente è poi il fatto che a proporlo non sono stati colossi come l’Eni o l’Enel, contro i quali difficilmente la Regione avrebbe trovato la forza di fare la voce grossa, ma da una piccola società”.

(foto da mailing list ambientalista)

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Energia: dalle parole ai fatti.


Notizie dall?Italia e dalla Svezia: da noi, verrà realizzato il primo impianto al mondo che integrerà un ciclo combinato a gas con un impianto solare termodinamico, da loro, si produrranno condizionatori domestici a energia solare. Buone notizie, dunque? Speriamo.

Gruppo d?Intervento Giuridico

www.ansa.it 2007-03-26 14:28
ENERGIA: ENEL-ENEA, AL VIA PROGETTO ARCHIMEDE

ROMA – Al via il progetto Archimede, il primo impianto al mondo che integrerà un ciclo combinato a gas con un impianto solare termodinamico. L’impianto sorgerà presso la centrale Enel di Priolo Gargallo in provincia di Siracusa. A realizzarlo Enel ed Enea che oggi hanno firmato l’accordo. L’investimento complessivo per la realizzazione del progetto é di oltre 40 milioni di euro. L’entrata in esercizio, una volta completato l’iter autorizzativo, è prevista entro il 2009. Verrà realizzato subito un modulo da 5 Megawatt e consentirà di produrre energia elettrica aggiuntiva di fonte solare capace di soddisfare il fabbisogno annuale di 4.500 famiglie; un risparmio di circa 2.400 tonnellate equivalenti di petrolio all’anno; un taglio di emissioni di anidride carbonica per circa 7.300 tonnellate all’anno. A firmare l’accordo il direttore della Divisione generazione ed energy management Enel, Sandro Fontecedro e il presidente dell’Enea Luigi Paganetto, alla presenza del ministro dell’ Ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio.

www.adnkronos.com 26 marzo 2007
Nel 2008 le prime 25mila unita’ La Svezia produrra’ condizionatori domestici a energia solare

Il progetto e’ della svedese ClimateWell
Roma, 11 mar. (Adnkronos) – Aria condizionata per raffrescare l’ambiente prodotta con il calore del sole. Il progetto e’ della svedese ClimateWell che ha annunciato la costruzione di una fabbrica di condizionatori solari per uso domestico con un investimento di 15 milioni di euro per un impianto in grado di produrre 25mila unita’ all’anno dal 2008. ClimateWell ha realizzato fino ad ora cinque prototipi in Spagna e tra le imprese che hanno aperto le porte al nuovo sistema di condizionamento c’e’ anche Gas Natural.
E’ la prima volta che il settore del condizionamento d’aria con lo sfruttamento solare punta anche al mercato delle abitazioni familiari; la refrigerazione e l’aria condizionata solare non sono una novita’, esistono sul mercato sistemi di questo genere istallati in Europa. L’annuncio di ClimateWell, e’ pero’ una novita’, sottolinea la Newsletter di EcoSportello Energia, in quanto si tratta di una variazione delle macchine frigorifere che attualmente usano gas refrigeranti e che invece utilizzano il calore del sole per potenziare il processo di assorbimento termico.
Il sistema presentato dall’azienda svedese si abbina con pannelli solari termici e per far funzionare la macchina e’ sufficiente un pannello di 52 mq, ideale per un’abitazione di 150mq. Le unita’ refrigeranti possono anche essere aggregate per le applicazioni in uffici o in grandi edifici. La potenza di condizionatori tradizionali varia tra i 500 kW e i 35kW per i piu’ piccoli, i condizionatori solari hanno invece una potenza di 10-15kW, con la possibilita’ di produrre anche aria e acqua calda. Per informazioni: http://www.climatewell.com/

(foto C.B., archivio GrIG)

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Variante di Is Molas, al fuoco !


Sembra proprio che gli ?zuccotti? di cemento, dall?ispirazione vagamente nuragica, disegnati dai preziosi programmi computerizzati di Fuksass per l?ampliamento di Is Molas del finanziere Colaninno dovranno aspettare un bel po?.

Le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico hanno inoltrato un nuovo esposto (25 marzo 2007), dopo quello del 25 settembre 2006, ai Ministeri dell?ambiente e dei beni culturali, al Presidente della Regione, agli Assessori dell?urbanistica, dei beni culturali e della difesa dell?ambiente, al Corpo forestale e di vigilanza ambientale, al Soprintendente per i beni ambientali di Cagliari, al Servizio tutela del paesaggio di Cagliari, al Sindaco di Pula e, per opportuna conoscenza, alla Commissione europea ed alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Cagliari riguardo la variante al piano di lottizzazione Is Molas, a Pula (CA), sulla quale gli amministratori locali si sono espressi trionfalisticamente ritenendo, dopo un incontro avvenuto nei giorni scorsi con amministratori e funzionari della Regione durante il quale sarebbe stata approvata, fra l?altro, la suddetta variante con un??intesa? di carattere ?politico? fra Regione autonoma della Sardegna e Comune di Pula.

In seguito, infatti, al precedente esposto del settembre 2006, il Corpo Forestale e di Vigilanza Ambientale ? Servizio Ispettorato Ripartimentale di Cagliari (nota prot. n. 18474 del 20 marzo 2007) ha comunicato che l?intervento immobiliare in progetto interessa in parte terreni con macchia mediterranea evoluta assimilabili a bosco (decreto legislativo n. 227/2001) percorsi dal fuoco in data 6 agosto 2000 che, quindi, sono tutelati con divieto di mutamento di destinazione per almeno 15 anni e divieto di edificazione per almeno 10 anni ai sensi dell?art. 10, comma 1°, della legge n. 353/2000 e successive modifiche ed integrazioni. Inoltre ?sono ? in corso di esecuzione gli adempimenti di polizia ambientale di competenza istituzionale?: vuol dire che è stato riscontrato lo svolgimento di lavori non autorizzati ? Non possiamo escluderlo?

In precedenza, il Ministero dell?ambiente, della tutela del territorio e del mare (nota GAB/2006/12129/MIX del 21 dicembre 2006) aveva confermato che la variante al piano di lottizzazione Is Molas dev?essere assoggettata al preventivo e vincolante procedimento di verifica preventiva – ?screening? finalizzato ad accertare se appare necessario dar luogo ad un vero e proprio procedimento di valutazione di impatto ambientale ? V.I.A. L?Assessorato regionale della difesa dell?ambiente ? Servizio S.A.V.I., dal canto suo, ha reso noto (nota prot. n. 43276 del 20 dicembre 2006) che il suddetto progetto è ?all?esame? presso il medesimo Servizio.

Appaiono, quindi, piuttosto fuori luogo i toni trionfalistici usati dagli amministratori locali di Pula nell?aver inviato alla Regione ed alla Provincia di Cagliari i pareri positivi ai fini dell?intesa prevista dall?art. 11 delle norme tecniche di attuazione del piano paesaggistico regionale ? P.P.R. per l?approvazione definitiva della variante al piano di lottizzazione di Is Molas, per il porto turistico (600 posti barca) e il nuovo hotel di Agumu ed altri interventi pubblici e privati.

L?area in argomento è tutelata con specifico vincolo paesaggistico (decreto legislativo n. 42/2004 e successive modifiche ed integrazioni). Nel piano paesaggistico regionale ? P.P.R., recentemente approvato con deliberazione Giunta regionale n. 36/7 del 5 settembre 2006, l?area appare ricompresa nell?ambito di paesaggio costiero n. 2 ?Nora? (art. 14 delle norme tecniche di attuazione) ed è classificata, pro parte, ?area naturale e sub-naturale?, ?aree ad utilizzazione agro-forestale? e ?insediamenti turistici?. Essendo comunque il Comune di Pula sprovvisto di piano urbanistico comunale ? P.U.C. definitivamente approvato ed in vigore, si applicano per tale ambito di paesaggio costiero le disposizioni cautelari provvisorie (art. 1 della legge n. 1902/1952 e successive modifiche ed integrazioni) di cui all?art. 15, comma 3°, delle norme tecniche di attuazione del P.P.R. inoltre, i progetti di interventi turistico-immobiliari e/o di trasformazione urbanistica di tali dimensioni devono essere sottoposti al preventivo e vincolante procedimento di verifica preventiva – ?screening? finalizzato ad accertare se appare necessario dar luogo ad un vero e proprio procedimento di valutazione di impatto ambientale ? V.I.A.

Ma vediamo di fare un piccolo passo indietro e ricapitolare questa vicenda.

Spesso e volentieri per cercare di far passare un intervento speculativo di ingente volumetria gli investitori ritengono opportuno affidarsi a progettisti di chiara, anzi chiarissima, fama. I mattoni ed il cemento divengono, così, quasi leggiadri ed aerei. Centinaia di migliaia di volumetrie quasi si smaterializzano? E? quello che, forse, hanno pensato, fra le varie cose, i vertici del gruppo IMMSI s.p.a. (il finanziere Colaninno e soci) che, attraverso la controllata Is Molas s.p.a., si è rivolto al notissimo studio di progettazione Fuksass per rimettere mani alla lottizzazione con campo da golf di Is Molas, alle pendici dei Monti del Sulcis ed ai margini della più estesa foresta del Mediterraneo. La realtà appare un pochino diversa: recentemente (nel corso del 2006), secondo notizie stampa, sarebbe stata convenzionata fra la Is Molas s.p.a. del gruppo IMMSI s.p.a. ed il Comune di Pula una variante al piano di lottizzazione ?Is Molas?. Detta variante, sempre secondo notizie stampa, sarebbe finalizzata alla realizzazione (progetto arch.ti Massimiliano e Doriana Fuksass) di un complesso alberghiero (cinque stelle, 80 stanze + 36 suites), nove residences(298 posti letto complessivi), sala congressi, centro commerciale, piscine, ristoranti, campi da golf per una volumetria complessiva di 428.000 metri cubi (128.000 metri cubi destinati a servizi comuni) su una superficie di 150 ettari ed un investimento complessivo di 130 milioni di euro in cinque anni.

Non sembra proprio che tali ingenti volumetrie siano necessarie per rilanciare l?esistente struttura golfistica, a spese dell?ambiente e del paesaggio. Salvaguardia ambientale e turismo sostenibile non si fanno certamente con centinaia e centinaia di migliaia di metri cubi di cemento?..

Gruppo d?Intervento Giuridico e Amici della Terra

(foto S.D., archivio GrIG)

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Ecco chi combatte davvero l?abusivismo edilizio in Sardegna !


Ebbene sì, bisogna riconoscerlo, hanno ragione imprenditori immobiliari, intellettuali del sardismo debole, metallari biliosi e compagnia varia: non sono ?ste insulse associazioni ecologiste che combattono l?abusivismo edilizio in Sardegna ! Ecco i veri paladini delle coste e dell?ambiente ! Buona lettura?

Gruppo d?Intervento Giuridico

da La Nuova Sardegna, 25 marzo 2007

L?immobiliare Alta Italia Spa denuncia abusi a Capo Ceraso. Marina Berlusconi contro un pastore. Secondo la società è illegale l?ampliamento di una casupola. Sui terreni al centro di una lunga contesa un allevatore ha dotato di bagno il suo stazzo Ma il corpo forestale ha bloccato i lavori.

OLBIA. La vecchia casupola in granito, realizzata nell?Ottocento dai vecchi proprietari terrieri, è rimasta intatta nel tempo, nonostante il vento di maestrale che spazza il cocuzzolo vista mare sul quale fu costruita. Due vani che stavano stretti al pastore che, da 40 anni e pare senza alcun contratto, alleva maiali e pascola le pecore sul litorale di Capo Ceraso. L?allevatore ha pensato di realizzare una dependance, con docce e servizi igienici. Il tutto illegalmente, come hanno rilevato gli uomini della forestale, ai quali l?abuso è stato denunciato dall?Edilizia Alta Italia, l?immobiliare di Marina Berlusconi. A denunciare al corpo di vigilanza ambientale della Regione la primaverile attività edilizia su terreni da sempre soggetti a vingoli paesaggistici e ambientali è stata la società proprietaria, la ?Alta Italia Spa?, l?immobiliare che possiede Costa Turchese e che fa capo a Marina Berlusconi, la figlia dell?ex primo ministro e presidente di ?Forza Italia? Silvio. Qualcuno – l?ottantenne allevatore originario di Posada il quale da quarant?anni resiede a Li Cuncheddi, già identificato e denunciato all?autorità giudiziaria dai rangers della forestale – in questo ultimo mese aveva pensato di ampliare – triplicando gli ambienti e la cubatura esistente -, quella vecchia ?casa bassa? (che non si può neppure definire stazzo, tanto è piccola) commettendo un abuso edilizio che è stato rilevato dagli osservatori della società proprietaria, la quale ha immediatamente denunciato il presunto abuso edilizio e il suo esecutore. Agli agenti del corpo forestale è bastato percorrere poche centinaia di metri sulla strada bianca che porta a Capo Ceraso per trovare il mini cantiere: i sigilli giudiziari sono stati apposti in un attimo, così come in un baleno è stata redatta la denuncia a carico dell?anziano allevatore che avrebbe commissionato a terzi il presunto abuso edilizio, che ora è al vaglio della magistratura gallurese. Fuori dal doppio vano in costruzione, tra la vecchia porcilaia deserta e una quercia dalla chioma e il tronco piegati verso sud dalle raffiche di maestrale, sono rimasti i sanitari: lavandini, water, bidet, un piatto doccia. I tempi cambiano, e anche i nostri pastori necessitano di un pò di comodità, anche in campagna. Su quei terreni, arrivati a Marina Berlusconi dopo diversi passaggi tra le società di famiglia, l?Edilizia Alta Italia (controllata dal gruppo Fininvest) nel 1997, anno dell?ultimo piano presentato in Comune, intendeva e intende costruire 250 mila metri cubi di villette e bilocali a 300 metri dal mare, accanto a due stagni. Zone umide che ospitano folaghe, trampolieri d?Italia, anatre selvatiche. Già nella variante presentata al comune di Olbia nel 2003 le cubature da realizzare erano state ridotte; massimo 250 mila metri cubi. Poi è arrivato il ciclone Soru, che ha spazzato via dalla costa qualunque costruzione con il decreto anticemento. I Berlusconi, contro quei vincoli invalicabili, hanno fatto ricorso al Tar, e i giudici amministrativi devono ancora sciogliere le loro riserve, dovendo trattare non soltanto il ricorso su Costa Turchese, ma altre centinaia di ricorsi presentati da enti pubblici e da privati contro il decreto antiblocchetto del governatore regionale.
Nel frattempo si sono mossi in tanti, contro la ventilata edificazione di Costa Turchese. Legambiente, con il presidente onorario Ermete Realacci in testa, mobilitò nell?agosto del 2004 una due giorni di raccolta di firme nei banchetti sistemati davanti al comune di Olbia e del palazzo regionale di Cagliari. La ?due giorni? di Legambiente metteva in evidenza l?abrogazione virtuale della legge Galasso che, a metà degli anni Ottanta, aveva creato un muro e una svolta nella politica ambientale. Ma il nuovo ?Codice Urbani? eliminava di fatto i vincoli di autorizzazione sulle aree entro i trecento metri dalla riva, alimentando il rischio di un assalto edilizio alle coste. E la minaccia incombeva particolarmente sulla Sardegna che, con i suoi 1843 chilometri di scogliere e di spiagge, rappresenta da sola il 23 % dei litorali italiani. Prima dell?avvento di Soru. Cos?è Costa Turchese, ovvero ex Olbia 2 ? Un progetto edilizio che in origine, quando nel 1991 venne presentato all?ufficio tecnico del comune di Olbia dalla Finanziaria Alta Italia (gruppo Berlusconi), prevedeva di coprire circa mille ettari con 850 mila metri cubi di ville e alberghi, per un investimento stimato allora in 1200 miliardi di lire.
E in Costa Turchese, nei giorni scorsi, qualcuno aveva cominciato (con buona pace per i vincoli ambientali e paesaggistici) a costruire. Non certo ville faraoniche o porti turistici da 2000 posti barca, ma soltanto due vani, uno dei quali destinato a diventare il bagno privato di un allevatore ottantenne che da quarant?anni pascola capre, pecore e maiali su quei terreni incolti, rimasti intatti nei secoli.

(foto S.P., archivio GrIG)

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Strage di balene. Boicottare il Giappone !


Ancora un altro anno di massacri per le balene. I motivi sono esclusivamente commerciali ed è lì, nelle tasche, che sarebbe necessario colpire il Giappone per fargli cambiare registro. Un boicottaggio stabilito a livello internazionale perché finisca questa vergognosa strage.

Gruppo d?Intervento Giuridico

A.N.S.A., 25 marzo 2007

STRAGE DI BALENE: UNA AL GIORNO IN 18 ANNI.

ROMA – La caccia alle balene, un vero e proprio bollettino di guerra: in 18 anni gli arpioni giapponesi hanno ucciso settemila balene: una al giorno. E dall’Antartide arrivano i racconti di chi ha visto da vicino cosa significa veder morire questi giganti buoni.

“Un’agonia che può arrivare anche a 50 minuti”, ha detto Caterina Nitto, la skipper milanese di 33 anni, che in Antartide guida i gommoni di Greenpeace per sfondare la linea di caccia delle baleniere e da poco rientrata in Italia. Per l’ultima campagna di caccia è tempo di bilanci.

Quest’ anno, forse per la prima volta, il Giappone ha interrotto in anticipo la stagione per un grave incendio che è scoppiato a bordo della nave officina della flotta baleniera giapponese, Nisshin Maru, che ha causato un morto nell’equipaggio, un macchinista di 26 anni.

La nave è rientrata in porto a Tokyo nelle scorse ore. Il bottino parla di 508 balene (505 balenottere minori e tre balenottere comuni) contro un piano che prevedeva l’uccisione di 860 esemplari (850 balenottere minori e 10 balenottere comuni). In arrivo in Giappone direttamente dall’Antartide c’é la nave Esperanza di Greenpeace che intende lanciare proprio da Tokyo una grande campagna di informazione. Ma non ci sarà Caterina Nitto, tornata in Italia dopo aver trascorso questi ultimi mesi in Antartide per cercare di sfondare la linea di caccia delle baleniere. Caterina è alla sua seconda campagna contro la caccia alle balene e ha visto da vicino gli orrori di questa strage che per Greenpeace resta “incomprensibile” visto che “non ha dato nessuno dei risultati scientifici dietro cui è stata mascherata”. “Tutte le balene uccise mi colpiscono”, ha detto Caterina Nitto.

“L’arpione è carico di dinamite. Se l’ arpione – ha raccontato l’attivista – viene sparato nel cervello la balena muore immediatamente ma è rarissimo che venga colpita esattamente in un punto vitale, spesso viene colpita sulla schiena o sulla coda e allora si sfoderano i fucili. Ma la balena finisce sotto la prua della nave, si ribalta e la testa va sott’acqua. E si va avanti così anche a lungo”. “Più di una volta – ha detto ancora Caterina Nitto – ho visto balene completamente squartate resistere anche 40-50 minuti. E’ veramente un’agonia”.

Per la skipper quest’anno c’é un nuovo fatto decisivo per fermare la flotta baleniera giapponese: “L’incendio sulla Nisshin Maru – ha detto Caterina Nitto – è l’ennesima prova che non deve più andare in Antartide. Non è la prima volta che succede un incidente a bordo della nave dove vengono macellate le balene. Oltre al danno ambientale per la caccia, si è rischiato un altro grande rischio ambientale, quello dello sversamento di idrocarburi”. La prossima tappa di Greenpeace la campagna di informazione: “A bordo – ha detto Nitto – avevamo attivisti giapponesi e molti non sapevano nemmeno che il Giappone caccia le balene”.

Ma la carne la mangiano ? “Non la mangiano più. Si mangiava nei periodi di crisi ma ora la caccia massiva non ha più senso e arricchisce solo poche persone”. Ora l’obiettivo è rivolto alla riunione della Commissione baleniera internazionale (Iwc) la cui sessione plenaria si svolgerà a fine maggio ad Ancorage, in Alaska. La battaglia sarà tra l’altro proprio “la validazione del piano giapponese di caccia – ha detto Alessandro Giannì, responsabile mare di Greenpeace – stiamo facendo i conti ma molti paesi amici delle balene si sono messi in regola con i pagamenti Iwc ma l’Italia deve assumere un ruolo più attivo nel senso di fare pressione su questi Paesi amici”.

(foto Greenpeace)

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Furbizie telefoniche…


Vodafone e i costi di ricarica, consigli per i consumatori. Buona lettura…

Gruppo d’Intervento Giuridico

Ecco come Vodafone “recupera” i costi di ricarica, dopo che il decreto legislativo proposto dal ministro Bersani li ha eliminati.
Dal 6 marzo 2007 Vodafone ha introdotto due nuove “funzionalità “: la ricezione SMS vocale e notifica ricezione vocale, una sorta di segreteria telefonica (al costo di 0,29 euro a chiamata) attivato automaticamente a tutti coloro che non usano la segreteria telefonica (99 % degli utenti).

Quando chiamerete un/a vostro/a amico/a ed il telefono è spento sentirete una voce che vi dirotterà al nuovo servizio.
Per disabilitare questa funzione è necessario:
– essere registrati al sito www.vodafone.it oppure www.190.it
– effettuare l’accesso al proprio account;
– cliccare su “190 fai da te”, poi sul menu di sinistra la voce “Servizi e Promozioni”;
– cercare nell’elenco dei servizi le voci “Ricezione SMS vocale” e “Notifica Ricezione Vocale” (solitamente è nella seconda pagina);
- cliccare sul pulsante “Disattiva” nel rettangolo di ciascun servizio da disabilitare e si aprirà la pagina di conferma. Cliccate sulla voce minuscola in basso con scritto “Clicca qui per confermare l’operazione”;
– eseguire lo stesso procedimento per entrambi i servizi.

Da questo momento chi vi chiamerà a cellulare spento non pagherà più i 29 centesimi per questo servizio che nessuno ha richiesto.

Se lo facciamo tutti riusciremo a non incappare in questo ennesimo tranello rivolto ai consumatori.

Diffondete questo messaggio.

(foto da mailing list dei consumatori)

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Porto turistico ad Agumu ? Prima la V.I.A., poi si vedrà…


Le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico hanno inoltrato un esposto (nota del 24 marzo 2007) ai Ministeri dell?ambiente e dei beni culturali, agli Assessori dell?urbanistica, dei beni culturali e della difesa dell?ambiente, al Corpo forestale e di vigilanza ambientale, al Direttore regionale per i beni culturali e paesaggistici, al Soprintendente per i beni ambientali di Cagliari, al Soprintendente per i beni archeologici di Cagliari, alla Capitaneria di Porto di Cagliari, al Sindaco di Pula e, per opportuna conoscenza, alla Commissione europea riguardo la realizzazione in progetto di un porto turistico da 600 posti barca + servizi nautici e commerciali + una struttura turistico-ricettiva da 150 posti letto da parte del gruppo Tedeschi ? Chia Invest in loc. Porto d?Agumu ? Nora. Tali interventi, secondo notizie stampa, dovrebbero esser oggetto di un?avvenuta ?intesa? di carattere ?politico? fra Regione autonoma della Sardegna e Comune di Pula (CA).

L?area in argomento è tutelata con specifico vincolo paesaggistico (decreto legislativo n. 42/2004 e successive modifiche ed integrazioni), mentre la fascia costiera dei mt. 300 dalla battigia è tutelata con specifico vincolo di conservazione integrale (legge regionale n. 23/1993). Nel piano paesaggistico regionale ? P.P.R., recentemente approvato con deliberazione Giunta regionale n. 36/7 del 5 settembre 2006, l?area appare ricompresa nell?ambito di paesaggio costiero n. 2 ?Nora? (art. 14 delle norme tecniche di attuazione) ed è classificata, pro parte, ?aree semi-naturale?, ?aree ad utilizzazione agro-forestale? e ?insediamenti turistici?. Essendo comunque il Comune di Pula sprovvisto di piano urbanistico comunale ? P.U.C. definitivamente approvato ed in vigore, si applicano per tale ambito di paesaggio costiero le disposizioni cautelari provvisorie (art. 1 della legge n. 1902/1952 e successive modifiche ed integrazioni) di cui all?art. 15, comma 3°, delle norme tecniche di attuazione del P.P.R. In zona si trova l?area archeologica, anche marina, di Nora, tutelata con specifico vincolo storico-culturale (decreto legislativo n. 42/2004 e successive modifiche ed integrazioni) e a brevissima distanza sono in corso di realizzazione i prolungamenti fino alle lunghezze rispettivamente di mt. 126 e mt. 127 dei moli di sopraflutto e sottoflutto della bocca a mare della Laguna di Nora, adibita a peschiera, con ulteriori evidenti interferenze sulle correnti e l?equilibrio marino.

In ogni caso i progetti di porti turistici devono esser assoggettati al preventivo e vincolante procedimento di valutazione di impatto ambientale ? V.I.A., mentre i progetti di interventi turistico-immobiliari di tali dimensioni devono essere sottoposti al preventivo e vincolante procedimento di verifica preventiva – ?screening? finalizzato ad accertare se appare necessario dar luogo ad un vero e proprio procedimento di valutazione di impatto ambientale ? V.I.A.

Bisogna, inoltre, ricordare che nello spazio di poche miglia marine sussistono già gli approdi turistici di Porto Columbu (Comune di Sarroch, attualmente sotto utilizzato) e di Cala Verde (Comune di Pula, il cui ampliamento è stato giudicato ? al termine del relativo procedimento di V.I.A. ? ambientalmente non compatibile con deliberazione Giunta regionale n. 34/64 del 29 ottobre 2002, vds. Cons. Stato, sez. VI, 17 maggio 2006, n. 2851, T.A.R. Sardegna, 26 gennaio 2004, n. 83), per cui appare a prima vista certamente sovradimensionata una proposta di nuovi ulteriori centinaia di posti barca.

In proposito, la domanda sorge spontanea: che senso ha fare un nuovo porto turistico, quando non sono pieni nemmeno d?estate gli altri due della zona ? E? solo un alibi per realizzare il nuovo albergo sul mare ?

Interessa poco: come già fatto negli anni scorsi, le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico si opporranno nei modi di legge a opere portuali dal pesante impatto ambientale, in particolare per la presenza contigua della Laguna e dell?area archeologica di Nora. Salvaguardia ambientale e turismo sostenibile non si fanno certamente con centinaia e centinaia di migliaia di metri cubi di cemento?..

Gruppo d?Intervento Giuridico e Amici della Terra

(foto S.D., archivio GrIG)

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Una botta di vita e subito le sgridano…


Una notiziola curiosa ed una un po’ più seria, buona lettura…

A.N.S.A., 23 marzo 2007

SUORE GIOCANO A BLACK-JACK, LA CHIESA APRE UN’INCHIESTA.

MANILA – Le autorità cattoliche delle Filippine hanno aperto un’inchiesta contro tre religiose, fotografate e filmate mentre giocavano a black-jack e con delle slot machines. Le tre sono state immortalate da televisioni e fotografi durante un’esposizione dedicata al gioco organizzata a Manila, mentre si trovavano davanti ad un tappeto verde e ad altri giochi d’azzardo. L’arcivescovo Oscar Cruz ha apprezzato poco gli scatti, definendoli “vergognosi” e ha dichiarato nel corso di un’intervista ai media locali l’apertura di un’inchiesta e l’intenzione di prendere “misure” contro le religiose. Il portavoce della Philippine Amusement and Gaming Corporation, che ha organizzato l’evento, ha cercato di minimizzare l’incidente, definendolo “innocente”: “Le sorelle sono innocenti e ignorano le cose del mondo. Non dico che siano ma non hanno giocato soldi” ha detto Edward King.

FRATI VIVONO IN CARROZZE DISMESSE FS.

NAPOLI – A Miano, quartiere a nord di Napoli, nove frati dell’ordine dei “Francescani Rinnovati” vivono in tre carrozze dismesse delle ferrovie: vestono il saio, camminano scalzi, dormono su tavole di legno e pregano anche di notte. Tra di loro c’é anche Fra Giovanni Maria, ex-manager di una società di supermercati, entrato nell’ordine nel 1998 dopo un viaggio a Lourdes. Fra Giovanni riprende alla lettera le regole di San Francesco e svolge apostolato nelle discoteche scrivendo sui bigliettini dei giovani piccole frasi del Vangelo. L’intervista é stata pubblicata su “Il Giornalista”, periodico della Scuola di Giornalismo di Salerno diretta da Biagio Agnes. Attualmente sono settanta i francescani dell’ordine sparsi per l’Europa, il Sudamerica e l’Africa, che operano in situazioni di estrema miseria, povertà e malattia.

(disegno S.D., archivio GrIG)

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Agricoltura sarda, un fallimento datato e ripetuto…


Grave, la situazione dell’agricoltura sarda. E non da oggi. Buona lettura…

Gruppo d’Intervento Giuridico

da L?Altravoce (www.altravoce.net), 22 marzo 2007

L’agricoltura più sovvenzionata del Sud con una produzione simbolica
importiamo per 112 milioni, export a 4,6.
Michele Fioraso

Che cosa produce davvero l’agricoltura sarda ? E quanto vale per l’economia, rispetto ai soldi pubblici che inghiotte? È un problema che chiunque frequenti mercati e centri commerciali e veda frutta o ortaggi esposti nelle casse con l’etichetta di origine ?Sardegna? troverebbe strano. Eppure guardando il dato relativo a importazioni e esportazioni dei prodotti agricoli il dubbio sorge. E si rafforza quando si paragona la quota di soldi pubblici investiti nel settore dalla Regione con quanto spendono, e raccolgono, nel resto d’Italia.
Gli ultimi dati disponibili riguardano il 2005, e fotografano la situazione di incredibile squilibrio nel flusso commerciale agricolo. I prodotti agricoli primari, cioè quelli che – in parole semplici – vengono raccolti dai campi, lavati e messi in commercio, raggranellano esportazioni per 4,6 milioni di euro, mentre le importazioni toccano un valore di 111,2 milioni di euro. E cosa importiamo di più ? I dati dell’Inea, l’ente nazionale di economia agraria, sono chiari: prodotti dell’agricoltura e dell’orticoltura, nella percentuale del 36,5% sul totale dell’import agricolo e agro-alimentare.
Quindi, mentre noi continuiamo a mangiare le arance israeliane, le angurie spagnole e il carciofo egiziano, prodotti che la globalizzazione ha giustamente portato sulle nostre tavole a prezzi competitivi, in Israele, Spagna e Egitto non hanno la minima cognizione dell’esistenza delle angurie di Arborea, delle arance di Muravera o dei carciofi del Campidano. L’irrilevanza o quasi dell’agricoltura sarda sul dato nazionale è confermata da altri numeri. Nel 2004, la produzione agricola a prezzi di base ha avuto un valore di 1 miliardo e 577 milioni di euro: il 3,41 % del dato nazionale. Mentre il valore aggiunto agricolo è stato di 995.6 milioni, che significa una quota del 3,30 % in campo italiano.
Eppure, qualche soldino mamma Regione lo sparge sul mondo agricolo. Sul sito del ministero dello Sviluppo economico, basta guardare i conti pubblici territoriali, aggiornati al 2003, e fare qualche paragone. La Sardegna nell’anno di riferimento ha speso complessivamente – cioè considerando investimenti, finanziamenti, spese correnti per gli enti – 446 milioni di euro.
Poco? Molto? Una regione meridionale a forte connotazione agricola come la Puglia ha speso solo 165 milioni, e tutto sommato con un buon ritorno, visto che i prodotti agricoli primari pugliesi nel 2003 hanno fruttato esportazioni per 450 milioni di euro (ai quali vanno aggiunte quelle del settore della trasformazione alimentare: più di 320 milioni di euro). Solo a titolo di cronaca, aggiungiamo che l’export primario della Puglia nel 2005, secondo i dati dell’Inea, è arrivato a quota 523 milioni di euro, confermandola al vertice tra le regioni del Sud. Manca però il dato ufficiale sulla spesa pubblica per poter fare un raffronto più completo.
Anche una regione come la Campania, tradizionalmente di manica larga quando si tratta di spendere i soldi pubblici, per l’agricoltura ha puntato complessivamente 233 milioni di euro, un investimento che ha portato comunque ad avere esportazioni primarie per 274 milioni.
L’anomalia sarda non sfugge agli occhi esperti. Federalimentare, cioè la Federazione italiana dell’industria alimentare, nel bilancio 2005 sull’export agroalimentare delle regioni dedica qualche riga alla Sardegna. Merita di essere riportata per intero: «Da notare, infine, l’esiguità dell’export primario sardo. Esso ha raggiunto la quota di 5 milioni di euro circa, con un calo del -39,3% sull’anno precedente. Considerando l’estensione della regione, è un livello davvero simbolico, che riesce a precedere solo il Molise (che si è fermato a una quota export di un milione di euro). Ma l’export molisano ha, quanto meno, l’alibi di una superficie agricola e di una tradizione zootecnica nettamente inferiori».
Insomma, abbiamo la superficie coltivabile, abbiamo il clima, abbiamo le conoscenze tecniche, abbiamo i soldi della Regione eppure rimaniamo gli ultimi della classe in campo agricolo.

da L’Altravoce (www.altravoce.net), 23 marzo 2007

La piazza, la Regione e la ragione. Nessuno è innocente: nei campi si coltivavano voti pagati a peso d’oro. Giorgio Melis

Ha assunto le movenze del duello rusticano la querelle tra le associazioni dei coltivatori e il presidente della Regione. Toni esasperati e contestazioni specifiche e durissime. Da un lato Soru che risponde alla manifestazione di piazza, accusa le associazioni di strumentalizzare la protesta, di voler stornare le proprie responsbilità e coprire ad esempio i consorzi di bonifica che lucrano a vantaggio delle nomenklature degli enti agricoli: non certo dei contadini. Accuse di posizioni antistoriche, nel quadro di una polemica avviata già prima delle elezioni contro le rendite di posizione dei consorzi di bonifica come contro quelli industriali senza industrie: scatole vuote e lucrose per apparati politico-partitici inamovibili. Le associazioni replicano duramente, dando del fascista e dell’incompetente a Soru.
Il quadro è semplice e tragico, consolidato da decenni al ribasso, con responsabilità diffuse e remote: nessuno è innocente, a partire dalle organizzazoni di categoria, nessuno può alzare la voce senza stonare. Il comparto è in stato disastroso da sempre. Si può scendere in piazza quanto si vuole e urlare anche più di quel che si è fatto nei giorni scorsi, come mille altre volte in passato. Si possono mostrare i muscoli ed è inevitabile che i contadini veri, come gli operai che pagano per imprenditori disonesti o incapaci, lo facciano. Però l’assalto alla Regione non può essere solo atteggiamento gladiatorio e aggressivo a senso unico. Serve un’operazione-verità che porti la ragione dove si scatena solo la rabbia, spesso strumentalmente.
Non si può continuare a urlare al tradimento dell’agricoltura senza ricordare che è stata tradita da tutti, inclusi molti suoi operatori. I numeri che pubblichiamo sono quanto di più frustrante si possa mostrare. Il comparto è il più assistito e finanziato dal denaro pubblico, con un primato che ci fa svettare anche rispetto al resto del Mezzogiorno, pompa aspirante di risorse europee, nazionali e regionali.
A questo primato se ne affianca purtroppo un altro anche più disastroso. Produciamo poco o nulla, poco più del doppio del denaro pubblico investito, una produttività patetica, quote di esportazione simboliche mentre importiamo prodotti agricoli venti volte superiori: la dipendenza alimentare dei sardi lascia a bocca aperta. Insomma, con un’area grande quasi quanto il Piemonte, un clima favorevole a colture pregiate, più acqua (basti pensare agli ultimi cinque anni di piogge) del Mezzogiorno, iniezioni di denaro più robuste, abbiamo tassi produttivi ed esportativi accostabili a regioni come il Molise, che ha più o meno la superficie della provincia di Sassari.
Questa situazione viene da lontano. Alla fine degli anni ottanta, Antonello Soro, allora capogruppo dc al Consiglio regionale, raccolse in un volumetto uno studio impressionante. Seguendo il trend di un decennio, risultava che la produzione dell’agricoltura sarda era di circa duemila miliardi di lire all’anno. L’identica cifra, miliardo più o meno, di quel che il settore pubblico allargato spendeva anualmente nel settore. Paradossalmente, si sarebbe potuto spartire il finanziamento pubblico tra gli agricoltori per avere l’identico risultato affrancandoli da un lavoro così poco lucroso.
Abbiamo sempre avuto un’agricoltura iperassistita, che si è addormentata su se stessa, tanto lo stipendio (regionale, nazionale o europeo) correva lo stesso. Non ha saputo crescere tecnologicamente, in produttività e capacità di conquistare il mercato. Non fosse per la pastorizia finché regge, i formaggi, i vini di qualità (specie privati) e produzioni di nicchia, sarebbe meglio chiudere baracca e burattini e concludere: l’agricoltura non è roba per i sardi. Non per inferiorità genetica. Semplicemente perché sono mancati gli stimoli a far più e meglio, senza il paracadute e la mammella sempre gonfia di mamma Regione.
Certo, non solo da noi. Ma qui i campi sono stati spesso alluvionati da quantità industriali di miliardi: perché era piovuto poco o troppo, per gli incendi e le malattie, le alluvioni o qualunque disastro naturale. Quest’anno perché non c’è stato inverno: come dappertutto, come in Puglia e in Sicilia dove stanno rinterrando perché non remunerative produzioni che però c’erano e ci sono sempre state: a differenza che da noi.
L’assistenzialismo non era caritativo ma interessato. Praticato in grande scala prima dalla Dc e in parte minore dagli altri. Poi dalla sinistra, a partire dal Pci, con un assessore diventato celebre per aver distribuito 500 miliardi tutti in una volta per i danni della siccità e poi altri per alluvioni e altri disastri. Nei campi, sopratutto la vecchia Dc e poi la sinistra, preferivano si coltivasse un foraggio particolare, concimato con l’oro pubblico: i voti. Quando le campagne erano ancora assai popolate, erano uno straordinario serbatoio elettorale cui la Dc attingeva anche attraverso la Coldiretti (un potentato enorme), i Consorzi agrari e di bonifica, gli enti operanti in agricoltura che avevano i nove decimi dei dipendenti a Cagliari e Sassari: ben lontano dai campi.
Attorno all’agricoltura – o meglio, agli enormi finanziamenti pubblici – è cresciuta come gramigna infestante una classe parassitaria enorme, dedita al voto di scambio e che ha eletto decine di consiglieri regionali, parlamentari e politicanti a ogni livello. La Coldiretti soprattutto ma anche i consorzi ed enti vari erano centri di potere che si occupavano nominalmente di agricoltura ma essenzialmente di politica, partiti, correnti, elezioni. Il semimonopolio della Dc si era poi esteso a sinistra, ma via via i metodi clientelari e il drenaggio di soldi pubblici senza corrispettivo in prodotto aveva conquistato tutto.
Questo triste andazzo è durato per decenni, sulla pelle di molti veri contadini e molti più finti agricoltori e pastori. Finché ce n’è, viva il re. Soldi a go-go fin quando l’esplosione del debito pubblico non ha bloccato il saccheggio. Nelle aree dove si era fatta anche vera agricoltura, il settore è cresciuto o ha tenuto comunque. Dove, come in Sardegna, era e resta una finzione, è crollato tutto. Mettiamoci anche scelte europee penalizzanti (ma paganti a breve e perciò accettate) e si ha il quadro completo di una situazione cimiteriale. Quando non ce n’è più (di soldi pubblici), viva Gesù: che però non può far crescere quel che non si è voluto imparare a piantare e coltivare.
Questo deprimente affresco è quanto di più noto e realistico vada opposto alla demagogia e alle urla della residua nomeklatura agricola, che peraltro non vuole mollare le posizioni di rendita ancora controllate. Soru c’entra poco: il disastro lo precede di qualche decennio. Avrà avuto modi bruschi ma non è che dall’altra parte si scherzi. E non solo ora. C’è stato e talvolta resiste un uso dell’aggressività e della violenza, magari cingolata, cui bravissime persone vengono indotte con parole d’ordine arbitrarie da gruppi consapevoli di non potersele permettere.
È accaduto molte volte e nessuno può chiedere ad assessori e presidenti di sottoporsi a insulti e peggio. Mario Melis era andato in mezzo alla folla e fu ricompensato con lancio di pomodori e ortaggi orchestrato da un direttore della Coldiretti che il re leone da quel giorno non tollerava di avere a meno di cento metri di distanza. Ci fu un’orribile, selvaggio lancio di pecore sgozzate e scagliate grondanti sangue contro le vetrate della Regione.
Si potrebbero citare mille altri episodi di proteste strumentalizzate da chi conosceva la situazione e ne era corrensponsabile ben remunerato. Perciò, sarà il caso di abbassare tutti i toni, non fare i finti tonti e lasciar perdere vittimismi assolutamente fuori luogo. L’unica, modesta possibilità è organizzare un’operazione verità, cercare con umiltà e onestamente quel che si può fare (e non è molto: il rilancio dei campi richiede competenze, saperi, idee, un mare di soldi e di tempo) per creare uno sviluppo selettivo, con possibilità di mercato, occupazione qualificata che accetti di vivere in campagne che si spopolano per un moto quasi inarrestabile e universale: non sarà la sola volontà della Regione a poterla fermare.

(foto L.C., archivio GrIG)

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Una brutta storia. Piste ciclabili, Arborea e il caso di S?Ena Arrubia.


Questa storia comincia da lontano. Esattamente dal settembre 2004, da quando sul Bollettino delle leggi regionali (BURAS) avevamo letto che l?Assessorato Ambiente dava l?approvazione ad un progetto per la realizzazione di tre percorsi ciclabili denominati ?Arborea in bicicletta?. L?iniziativa non preoccupava anche perché lo stesso decreto specificava che il nulla osta escludeva qualsiasi opera ricadente all?interno del perimetro SIC (Sito di Importanza Comunitaria) e territori adiacenti e ZPS (Zona di Protezione Speciale). L?inosservanza della prescrizione avrebbe comportato ?la sospensione immediata del provvedimento?. Lo stagno di S?Ena Arrubia era dunque tutelato.

Ma a metà novembre 2006 arrivano le prime notizie: per fare spazio alle piste ciclabili era stato abbattuto un gran numero di antichi alberi lungo il viale che conduce ad Arborea. Assurdo, dato che sarebbe bastato spostare la pista di pochi metri lungo la strada statale per evitare lo scempio e risparmiare ai ciclisti il rischio di insolazione per mancanza di ombra. Inoltre gli alberi abbattuti risultavano tutelati da vincolo idro-geologico e cioè di assoluta tutela.

Ma non basta. Si scopre che la pista ciclabile si snoda fino a lambire lo stagno di S?Ena Arrubia, zona umida di importanza internazionale, che gode (dovrebbe godere) di vincolo di conservazione integrale. Le ruspe in movimento stavano costruendo non una ma due strade affiancate che correvano sopra la vegetazione dello stagno. Immediatamente il Gruppo di Intervento Giuridico inoltrava un esposto indirizzandolo a tutti gli Enti competenti: Ministero dell?Ambiente, Assessorati Regionali, Provincia, Commissione Europea, Procura della Repubblica, ecc.
La Forestale, a questo punto, dopo un sopralluogo blocca i lavori. Per ora la strada ciclabile costruita non sarà asfaltata e neppure proseguirà, come programmato, verso Corru S?Ittiri, altra zona umida con tutela CEE. Restano sul posto tutti i danni provocati dai movimenti di terra e dall?abbattimento degli alberi.

Ma la storia continua poiché gli Enti si difendono affermando che le strade in opera non toccano i limiti dei SIC e ZPS, ma le strade si snodano a 50 centimetri (sic !) di distanza ! Si crea una situa-zione di stallo. Soltanto il 5 marzo 2007 (pochi giorni fa) il Ministro dell?Ambiente manda una nota esplicativa che dice ?quando un progetto ricade esternamente al perimetro di un sito individuato dalla Direttiva CEE non è automaticamente considerato non suscettibile di avere una incidenza sul sito medesimo. Esso può infatti generare perturbazioni sullo stato di conservazione degli habitat e delle specie per il quale il sito è stato individuato?. Tutto chiaro. Le zone umide sono degli ecosiste-mi e i nostri stagni sono letteralmente circondati di strade e piste che incombono sulla vegetazione spontanea tendendo a soffocarla ed a rompere il ciclo biologico disturbando la fauna selvatica e la nidificazione.
A rigor di logica dovrebbe iniziare un?opera di ripristino e lo stagno di S?Ena Arrubia dovrebbe riconquistare i suoi spazi vitali. Purtroppo crediamo che non accadrà niente di simile.

Nell?indirizzario del Ministero è compresa anche la Provincia di Oristano che, a parole, ogni tanto si ricorda di gestire la Riserva integrata dello stagno di S?Ena Arrubia. Ma, a parte le spese profuse (è facile incontrarsi con un?auto dell?Amministrazione su cui campeggia una bella scritta che si riferisce all?oasi) e i proclami di impegno per la tutela ambientale, nessuno si è mai accorto di alcuna azione di difesa della tanto sbandierata biodiversità nelle zone umide di rilevanza internazionale.

Questa triste storia potrebbe considerarsi conclusa. Invece temiamo che non abbia fine dato che i lavori per fare spazio alle piste ciclabili continuano. Il 9 marzo sono stati abbattuti altri platani di 80 anni, vere memorie storiche che caratterizzavano Arborea, piantati dall?ing. Avanzani, uno dei creatori e fondatori della cittadina che col tempo sta perdendo tutte le sue peculiari caratteristiche distintive. La saga della pervicacia distruttiva della cultura continua e purtroppo crediamo che non si fermerà?..

Amici della Terra e Gruppo d’Intervento Giuridico

(foto G.C., archivio GrIG)

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Riduzione delle emissioni di CO 2 da parte della auto !


Gli Amici della Terra: Il clima ha bisogno di una riduzione sostanziale delle emissioni di CO2 delle auto. L?obiettivo dei 120 grammi CO2/km, ribadito dal Commissario Dimas, apporterà benefici alla collettività, e il mercato dei certificati delle emissioni fra i produttori auto può portare utili alle imprese meglio posizionate.

Roma, 22 marzo – Rosa Filippini, Presidente dell?Associazione Amici della Terra dichiara: ?La presa di posizione del Commissario Dimas, a fronte dell?opposizione dell?industria automobilistica europea ad un obiettivo comunitario vincolante di 120 grammi CO2/km per i produttori auto, è ineccepibile, dato che tale obiettivo è stato fissato sin dal 1995 e, soprattutto, che solo il settore dei trasporti non ha sinora contribuito al Protocollo di Kyoto.

Il Quinto Rapporto sui ?Costi ambientali e sociali della mobilità in Italia?, realizzato dagli Amici della Terra con la collaborazione delle Ferrovie dello Stato, evidenzia che le emissioni di CO2 dei trasporti su strada, rotaia e aereo in Italia sono aumentate del 15% (17 milioni di tonnellate) fra il 1995 e il 2003, raggiungendo il livello di 131 milioni di tonnellate annue. La modalità su strada, con 116 milioni di tonnellate, è responsabile della maggior parte di questo forte incremento di emissioni (12,5 milioni di tonnellate in più rispetto al 1995).

Andrea Molocchi, responsabile del settore trasporti degli Amici della Terra aggiunge: ?L?entità del danno economico attribuito dal Quinto Rapporto Amici della Terra-Ferrovie dello Stato alle emissioni di gas serra dei trasporti in Italia, seppur valutato con criteri cautelativi, è di oltre 3.000 milioni di euro in un solo anno, di cui 2.400 milioni imputabili alla strada (1.600 milioni trasporto passeggeri e circa 800 milioni quello merci). Se si adottassero i valori di danno emergenti dalla recente Stern Review (85 $/tonn CO2), il danno complessivo indotto sull?economia globale per le emissioni dei trasporti in Italia supererebbe i 10.000 milioni di euro. Inoltre, sempre in base al Quinto Rapporto Amici della Terra-Ferrovie dello Stato, le emissioni/km di CO2 del parco circolante di auto in Italia sono pari a 183 gCO2/km (cfr. tabella), un livello superiore del 30% rispetto a quello dei 140 grammi CO2/km al 2008 previsto dall?Accordo volontario del 1997 e, addirittura, superiore del 50% rispetto all?obiettivo comunitario dei 120 grammi CO2/km entro il 2012. Questa discrepanza è dovuta non solo alla differenza fra le emissioni chilometriche ?standard? (misurate in laboratorio) e quelle effettive, ma anche alla continua crescita tendenziale della potenza e del peso medio delle auto, tale da vanificare i miglioramenti delle efficienze motoristiche.

Andrea Molocchi aggiunge: ?I risultati del V Rapporto Amici della Terra-FS dimostrano che l?obiettivo dei 120 grammi CO2/km è vantaggioso per la collettività. I maggiori costi delle auto a basse emissioni saranno ampiamente compensati dai risparmi degli utenti per i minori consumi di carburante e dai minori danni ambientali e sociali da cambiamenti climatici, rumore, incidenti e congestione; tutto questo perché un obiettivo di gCO2/km uguale per tutti comporterà un incentivo alla diffusione di auto più leggere, meno offensive per la sicurezza stradale e di dimensioni più contenute.

Inoltre, non è vero che i maggiori costi per i produttori auto avranno un impatto negativo sui loro bilanci. L?obiettivo dei 120 grammi CO2/km non altera le condizioni di concorrenza perché coinvolge tutti i produttori mondiali sul mercato europeo; semmai introduce un indirizzo di sostenibilità negli assetti competitivi dell?industria automobilistica, che sinora è mancato. Se lo strumento per raggiungere l?obiettivo dei 120 grammi sarà pensato in un?ottica di integrazione fra ambiente e sviluppo, i costruttori potranno addirittura incrementare gli utili attuali. Un mercato dei certificati di emissione fra i produttori auto, strutturato intorno ad un obiettivo di 120 gCO2/km uguale per tutti i produttori, è la soluzione più conveniente, compatibile con le esigenze di flessibilità e di equa concorrenza fra i produttori. Un marchio come la Fiat, che attualmente si colloca al primo posto nella graduatoria di efficienza, potrebbe trarre centinaia di milioni di euro di profitti dal processo di innovazione tecnologica alimentato dal mercato dei certificati.?

Per ulteriori informazioni:
06.6868289 ? 06.6875308

Amici della Terra (FoE Italy)
Via Torre Argentina 18
00186 Roma
Tel 39 06 6868289 – 066875308
Fax 68308610
walterb@amicidellaterra.it
www.amicidellaterra.it

(disegno L.C., archivio GrIG)
Riferimenti: Amici della Terra

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