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Archivio 17 Marzo 2007

Un aereoporto alle foci del Coghinas ? Che senso ha ?


Le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico hanno inoltrato un esposto (18 marzo 2007) alle amministrazioni pubbliche (Ministero per i beni e attività culturali, Ministero dell?ambiente, Assessorati regionali dell?urbanistica, dei beni culturali, della difesa dell?ambiente, Comune di Badesi, Soprintendenza ai beni ambientali di Sassari), al Corpo forestale e di vigilanza ambientale ed alla Commissione europea competenti in relazione alla predisposizione di un progetto per la realizzazione di un aeroporto da parte del consorzio Comuni Nord Sardegna (artt. 30 del decreto legislativo n. 267/2000 e successive modifiche ed integrazioni) in un?area a circa 1 km. dal mare in loc. Muddizza di Poisa, in Comune di Badesi (OT) Tale progetto riguarderebbe: una pista avente lunghezza mt. 1.450 (da ampliare successivamente a mt. 2.400, per accoglimento aerei Boeing 737 e MD 80), aerostazione con terminal passeggeri e servizi (mq. 3.000), n. 4 gates passeggeri, aree di servizio, aree parcheggio autoveicoli (mq. 30.000). Le fonti di finanziamento sarebbero individuate in fondi comunitari, nazionali e regionali.

L?area è tutelata con specifico vincolo paesaggistico (decreto legislativo n. 42/2004 e successive modifiche ed integrazioni), in quanto fascia costiera con ambiti dunali, zone umide e macchia mediterranea evoluta (ginepro fenicio, lentischio, la rara Anchusa litorea, ecc.), mentre la fascia dei mt. 300 dalla battigia marina è tutelata anche con vincolo di conservazione integrale (legge regionale n. 23/1993). Inoltre, è interessata dal sito di importanza comunitaria – SIC ?Foci del Coghinas? (codice ITB010004) ai sensi della direttiva n. 92/43/CEE sulla salvaguardia degli habitat naturali e semi-naturali, della fauna e della flora, esecutiva con D.P.R. n. 357/1997 e successive modifiche ed integrazioni. Nel piano paesaggistico regionale ? P.P.R., recentemente approvato con deliberazione Giunta regionale n. 36/7 del 5 settembre 2006, l?area appare ricompresa nell?ambito di paesaggio costiero n. 15 ?Bassa Valle del Coghinas? (art. 14 delle norme tecniche di attuazione) ed è classificata, pro parte, ?area naturale e sub naturale? e ?insediamenti turistici?. Essendo comunque il Comune di Badesi sprovvisto di P.U.C. definitivamente approvato ed in vigore, si applicano per tale ambito di paesaggio costiero le disposizioni cautelari provvisorie (art. 1 della legge n. 1902/1952 e successive modifiche ed integrazioni) di cui all?art. 15, comma 3°, delle norme tecniche di attuazione del P.P.R. Inoltre, i progetti per la realizzazione di aeroporti, interessanti un?area SIC, devono essere sottoposti al preventivo e vincolante procedimento di valutazione di impatto ambientale ? V.I.A. (direttiva n. 97/11/CE, D.P.R. 12 aprile 1996 e successive modifiche ed integrazioni, legge regionale n. 1/1999, art. 31, e successive modifiche ed integrazioni).

C?è, poi, fondamentalmente da chiedersi a che cosa servirebbe un nuovo aeroporto ad un?ora di viaggio dagli aeroporti internazionali esistenti di Olbia e di Alghero. Che senso ha spendere decine di milioni di euro di fondi pubblici per realizzare un?opera infrastrutturale così impattante sull?ambiente e di utilità così scarsa per non dire nulla.

Sono, quindi, parecchi gli aspetti ambientali e finanziari che necessitano dei doverosi accertamenti, fondamentali per salvaguardare un patrimonio ambientale continuamente a rischio a causa di una trasformazione antròpica arrembante quanto negativa.

Gruppo d?Intervento Giuridico e Amici della Terra

(foto M.A.P., archivio GrIG)

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Afghanistan, pace ed oppio.

17 Marzo 2007 Commenti chiusi


In quale ginepraio si sono cacciati anche gli italiani. Buona lettura?

Gruppo d?Intervento Giuridico

da L?Espresso, 9 marzo 2007

Medioevo Afghanistan. Sequestri. Imboscate. Autobombe. Corruzione. Bande criminali di ogni tipo. E la ricostruzione civile sembra ogni giorno più difficile. Antonio Carlucci da Kabul

Dan McNeill, generale a quattro stelle degli Stati Uniti, da poche settimane comandante di tutte le truppe della Nato in Afghanistan (32 mila soldati), non ha perso tempo dopo il suo insediamento nel quartier generale della missione Isaf della Nato a Kabul. Ai comandanti sul campo delle cinque regioni in cui è stato diviso il Paese Mc Neill ha chiarito: “Noi non ci fermiamo neanche un giorno in attesa della primavera-estate e dell’offensiva annunciata dai talebani”. Tattica chiarita con le stesse parole anche in un incontro con ‘L’espresso’ sabato 24 febbraio, in un ufficio tutto legno e iper riscaldato.

Il generale americano ha mantenuto la parola. Dieci giorni dopo, all’alba di martedì 6 marzo, è scattata l’Operazione Achille, 4 mila e 500 uomini tra soldati americani, inglesi, canadesi supportati da aerei ed elicotteri, accompagnati anche da alcuni reparti del neonato esercito afgano, la struttura militare su cui la Nato conta in tempi medio brevi per aumentare la sicurezza nel Paese. Epicentro di Achille, Kandahar, nel sud del Paese, dove non passa giorno in cui non ci sia un attacco dei talebani o un contrattacco della Nato. Scaramucce o vere battaglie condite spesso da autobomba e trappole esplosive. Con i talebani che vanno e vengono liberamente dal Pakistan, che da un mese occupano la cittadina di Musa Qala e che mantengono le posizioni con tenacia perché nel Sud c’è il loro tesoro: le migliaia di ettari di coltivazioni di papavero da oppio.

La sicurezza non è garantita per nessuno nel sud dell’Afghanistan. Tanto che l’inviato di ‘Repubblica’ Daniele Mastrogiacono è finito nelle mani dei talebani mentre faceva il suo lavoro sulla strada che da Kandahar porta a Lashkar Gash dove Emergency ha il suo ospedale. Con Mastrogiacomo sono stati rapiti anche il suo interprete e l’autista (due afgani): tutti e tre sarebbero nelle mani del mullah Dadullah, capo talebano di quattro province che fanno perno su Helmand. Con l’Operazione Achille in corso, dunque con una situazione ancora più complicata per i movimenti e i contatti, è partita la macchina politica e diplomatica che ha come obiettivo la liberazione di Mastrogiacomo e degli afgani.

La prima partita che si gioca oggi in Afghanistan è quella di consentire ai quasi 30 milioni di abitanti di riprendere una vita in pace e in sicurezza. Senza questa non c’è neanche la possibilità di fare piani a medio termine per la ricostruzione. Ci sono luoghi più o meno tranquilli, ma è l’intero Afghanistan che si può trasformare improvvisamente in una trappola. Per i militari come per i civili. L’ultimo mese è cominciato con l’attacco notturno ad alcune postazioni militari Usa vicino ai confini con il Pakistan ed è finito con l’autobomba contro un convoglio americano cui è seguita una reazione armata che ha fatto strage di civili e un bombardamento dal risultato analogo.

La capitale Kabul non fa eccezione, nonostante misure di sicurezza impressionanti, intorno al quartiere generale dell’Isaf, alle ambasciate, al palazzo del presidente afgano Hamid Karzai. Jalalabad Street, il lungo rettilineo che dal centro di Kabul si dirige a est verso l’omonima città, è una fotografia dettagliata della situazione afgana. L’asfalto c’è solo in alcuni tratti, è trafficato da ogni genere di veicoli militari e civili, alterna confusi mercati, lunghe fila di baracche e case fatte con mattoni di fango, qui e là svettano alcuni capannoni industriali come solitari funghi. Ma, soprattutto, è considerata la strada più pericolosa della capitale, quella dove i talebani potrebbero apparire all’improvviso per una imboscata di quelle che segnano tutti i giorni la vita dell’Afghanistan: una trappola esplosiva nascosta in una bicicletta o in un carretto. Meno probabile l’ipotesi di un commando che si espone al contatto diretto con i militari Nato. Poco prima di lasciare definitivamente Kabul s’incontra uno degli obiettivi più appetiti dagli insorti: il complesso dove si addestra il nuovo esercito dell’Afghanistan.

“Per dare maggiore sicurezza bisogna impegnarsi a fondo per costruire due istituzioni: l’esercito e la polizia”, spiega il generale americano Robert Durbin che ha l’incarico di ricostruire la struttura della sicurezza per l’intero Paese: “L’esercito non esisteva più, è tutto da costruire. La polizia, invece, è da riformare e bisogna farlo bene e in fretta perché rappresenta il volto del nuovo governo afgano per le strade e nei villaggi più remoti”. Un lavoro per nulla facile per il quale viene investito un miliardo di dollari l’anno: l’obiettivo è fare in modo che soldati e poliziotti afgani siano in grado di svolgere le mansioni oggi assegnate ai militari dei 37 paesi della coalizione. Ma quanti problemi ci sono da risolvere. Uno per tutti: accadeva regolarmente che i soldati andassero ogni tanto a casa, a decine, se non centinaia di chilometri dalle loro caserme per portare alle famiglie una parte della loro paga. Poi sparivano, per settimane: un po’ per gli inesistenti mezzi di trasporto, un po’ perché arrivati al villaggio c’erano altri lavori da fare. “Abbiamo deciso di aprire una quarantina di sportelli nelle caserme per favorire il trasferimento dei soldi alle famiglie a costo zero. Così, abbiamo ottenuto anche il risultato di creare istituzioni finanziarie nei villaggi più sperduti”, racconta il generale Durbin.

Costruire un esercito, oggi composto da oltre 30 mila effettivi (l’obiettivo è di disporre di 82 mila uomini) in grado di garantire livelli decenti di sicurezza, significa anche cominciare a pensare alla riduzione del contingente militare straniero e destinare maggiori investimenti alla ricostruzione del Paese. Offre un esempio di quante risorse potrebbero liberarsi Daan Everts, olandese, rappresentante della Nato in Afghanistan: “Oggi un soldato del contingente Isaf costa 5 mila dollari al mese, escludendo gli equipaggiamenti militari e i costi della logistica per mantenerlo in questo Paese. Un soldato afgano costa soltanto 100 dollari”. Creare una nuova polizia è impresa da far tremare i polsi a chiunque. Primo problema, la corruzione. Essendo lo stipendio medio di un poliziotto intorno ai 70 dollari al mese, l’abitudine era (ed è ancora) quella di arrotondarlo nei modi più svariati e illegali. Il cattivo esempio arrivava regolarmente dai gradi più alti, i quali taglieggiavano innanzitutto i loro sottoposti. Come? Fino a poco tempo fa lo stipendio dei poliziotti passava per la mani dei capi. I quali trattenevano per se stessi 10 dollari su 70, mentre altri 7 dollari restavano nelle mani del vicecapo locale. Così il poliziotto pensava subito a come rifarsi su qualcun altro, ovvero sul cittadino comune che lui dovrebbe proteggere.

Se Kabul è il laboratorio centrale dove tra mille errori, contraddizioni e incertezze si sta cercando la strada per traghettare nel Ventunesimo secolo un Paese che prima i sovietici, poi la guerra civile infine i talebani avevano riportato al Medioevo, mettersi in viaggio all’interno dell’Afghanistan offre immediatamente la prova di quanto titanica sia l’impresa cominciata nel 2001 con la cacciata dei seguaci di Osama Bin Laden. E appare chiaro che le polemiche intorno all’interrogativo se la missione sia di guerra o di pace, di rapina coloniale o di ricostruzione, sono fondate su dogmi assai lontani dalla realtà afgana. A Gardèz, per esempio, città di media grandezza a 120 chilometri a sud-est di Kabul, oggi convivono il riconoscimento dei diritti delle bambine e la negazione dei diritti delle donne: sono state costruite e aperte nuove scuole femminili (dei sei milioni di studenti, due sono di sesso femminile), ma per le strade della città non si vedono donne adulte, neanche al mercato e neanche imprigionate nel celeste del burka.

A Maidan Shahr, 50 chilometri a sud-ovest della capitale, Abdul Jabbar Naeemi, il governatore della provincia di Maidan Wardak (un milione di abitanti), rivendica come risultato degno di nota la totale scomparsa dal suo territorio delle coltivazioni di papavero da oppio, la pianta che ha fornito nel 2005 una produzione totale di 4 mila e 100 tonnellate di oppio basico, ovvero il 90 per cento della produzione mondiale. Com’è accaduto? Racconta Naeemi: “Dal giorno in cui mi sono insediato, per due lunghi mesi nel mio ufficio non si è affacciato nessuno. Allora sono andato a parlare con tutti i capi mujaheddin e con gli anziani dei villaggi per far capire loro che dovevamo lavorare tutti insieme per ricostruire il nostro Paese. Hanno accettato e alla prima riunione eravamo in quasi 500 persone. Ho detto chiaro che l’oppio era non soltanto vietato dalla Costituzione, ma che era contro i nostri interessi. Giorno dopo giorno ho convinto tutti”.

Ma in questa provincia alla dichiarata riduzione a zero delle coltivazioni di oppio fa da contrappeso una discreta attività dei talebani. Persino di propaganda. Solo pochi giorni fa hanno distribuito tra gli abitanti un minaccioso manifesto firmato Califfato islamico dell’Afghanistan. Si legge: “Dovete tenere lontani i vostri bambini dagli americani e dai loro collaboratori, l’esercito nazionale afgano e la polizia nazionale afgana. Non guidate le loro auto. E la notte, durante gli attacchi dei combattenti per la libertà, non uscite dalle vostre case. E non fate la spia per conto degli americani. Chi non osserva le nostre disposizioni, sarà trattato con severità e sarà responsabile delle punizioni che riceverà”.

L’Afghanistan offre oggi mille prospettive diverse, a seconda del punto in cui ci si trova. Guardando ai cinque anni trascorsi dalla cacciata dei talebani gli elementi positivi non mancano. Soprattutto di miglioramento delle condizioni di vita in una nazione dove la mortalità infantile è del 160 per mille (in Italia del 4,4 per mille) e dove l’attesa media di vita è di 43 anni (in Italia di 79 anni): dall’8 all’83 per cento la popolazione che ha accesso alla medicina di base; da 1,2 a 6 milioni di ragazzi e ragazze che ogni giorno vanno a scuola; da 189 a 299 dollari il reddito lordo pro capite in soli tre anni; 304 milioni di dollari di tasse riscossi dallo Stato, un segno che le istituzioni primarie cominciano a funzionare.

Basta spostarsi un poco per guardare un Afghanistan diverso. Quello dei signori della guerra e dell’oppio. Che si sono manifestati pubblicamente venerdì 23 febbraio allo stadio Ghazi di Kabul, il complesso sportivo che nell’era talebana era diventato il luogo delle punizioni pubbliche. Lo stadio si è riempito di quasi 15 mila persone per reclamare a gran voce l’amnistia generale. Per ore la folla ha condito gli interventi degli oratori con slogan contro gli Stati Uniti e, soprattutto, contro Malalai Joya, la più giovane deputata del parlamento afgano, che solo pochi giorni prima aveva tuonato, tra sberleffi e aperte minacce di stupro, contro coloro che “vogliono fare leggi a favore dei signori della guerra e dei criminali e contro i diritti del popolo dell’Afghanistan”.

Sul palco degli oratori c’erano alcuni beneficiari di rango dell’eventuale amnistia, finora bloccata dal tiepido no del presidente Hamid Karzai. Signori della guerra (e qualche volta anche signori dell’oppio) che siedono in Parlamento, hanno posti di governo o sono stati scelti da Karzai per incarichi delicatissimi: i due vice presidenti dell’Afghanistan, Karim Khalili e Ahmad Zia Masoud, il ministro dell’Energia Ismail Khan, quello dei Rifugiati Ustad Akbar, il consigliere anziano del presidente Qasim Fahim e il suo capo di gabinetto Abdul Rashid Dostum, il potente deputato di Kabul Abdul Rab Rasul Sayaf, sul quale pesano i 70 mila civili morti a Kabul durante la guerra civile. Resisterà Karzai alle pressioni che vogliono un colpo di spugna? La legge rischia di cancellare non solo i crimini contro l’umanità commessi dai potenti di oggi nei 30 anni di guerra che hanno distrutto l’Afghanistan, ma manderà nell’oblio persino i crimini commessi dall’attendente di Osama Bin Laden, il mullah Mohammad Omar.

(foto da mailing list politico-sociale)

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Nuova udienza del processo sul ripascimento del Poetto.

17 Marzo 2007 Commenti chiusi


Presso il Tribunale penale di Cagliari si è tenuta un?altra udienza del processo sul “ripascimento” della spiaggia del Poetto, nel quale siamo costituiti parte civile. Buona lettura…

Amici della Terra e Gruppo d’Intervento Giuridico

da La Nuova Sardegna, 17 marzo 2007

«La nuova sabbia è del tutto diversa». Gli esperti confermano in tribunale gli errori commessi al Poetto. Il petrologo Macciotta: «Guadagnini preferiva il materiale delle cave». Mauro Lissia

CAGLIARI. Più parlano gli esperti e più emerge la superficialità con cui è stato realizzato il ripascimento del Poetto. Pacato e sorridente, il geologo Michele Agus ha messo la pietra tombale della scienza sulla scelta della sabbia: «La vecchia aveva caratteristiche granulometriche nettamente differenti dalla nuova». E ha spiegato l?origine dell?errore che i cagliaritani hanno pagato chiaro. «Per trovare la sabbia adatta nella quantità necessaria a compiere l?intero intervento – ha chiarito il ricercatore del Cnr – bisognava andare a fondo, non limitarsi a un piccolo prelievo. Serviva sabbia adatta e ne serviva molta». Agus – ha spiegato al tribunale, nel corso del processo ai presunti responsabili del disastro – conosce il problema Poetto fin dal 1979 quando partecipò a uno studio oceanografico del Cnr su 196 spiagge della Sardegna. Ma nell?infausto periodo del ripascimento se n?era interessato su richiesta del rettore Pasquale Mistretta: «Era preoccupato per quanto avveniva al Poetto – ha raccontato – i giornalisti lo pressavano e lui aveva bisogno di elementi di valutazione. Così decise di chiedermi una relazione sul tipo di sabbia che la draga Antigoon scaricava sull?arenile». Non proprio uno studio scientifico, un report che bastasse al rettore per capire se la Provincia era sulla strada giusta: «Mistretta temeva che l?Università venisse coinvolta, voleva tutelarne il buon nome…». Forse l?anziano professore aveva fiutato il temporale che di lì a poco si sarebbe scatenato, forse aveva intuito il disastro: «Mi sono limitato a constatare quanto era ormai evidente a tutti – ha aggiunto Agus – e il mio giudizio risultò negativo». Incalzato dalle domande dell?avvocato Andrea Pogliani, Agus ha perso per un attimo la pazienza olimpica con cui aveva risposto fino a quel momento e si è rivolto al presidente Francesco Sette: «Mi si chiede perchè ho fatto quello studio ? L?ho fatto perchè ho sessantun anni, sono cagliaritano e quella sabbia scura non mi piace, è troppo grossa e quando vado in spiaggia mi sporca… questa spiaggia è diventata peggiore di prima, d?altronde è questo il sentimento di tutta Cagliari…». Giampaolo Macciotta è docente di petrologia all?Università. Fu l?allora assessore provinciale ai lavori pubblici Giacomo Guadagnini a chiedergli una mano per il ripascimento prossimo venturo: «Mi chiese la disponibilità a esaminare le sabbie del Poetto e io la diedi – ha confermato ai giudici, rispondendo alle domande dei pm Guido Pani e Daniele Caria – ma quando cambiò l?amministrazione provinciale nessuno mi disse più nulla…». La giunta Balletto preferì un esperto più vicino all?area politica di riferimento, Paolo Orrù. E il lavoro preparatorio realizzato da Macciotta finì in chissà quale cassetto: «Elaborai una relazione con tre tabelle su campioni di sabbia prelevati dalla prima fermata al Margine Rosso, li comparai con campioni di sabbie di terra, presi da alcune cave indicate dalla Provincia». Il risultato fu incoraggiante: «Erano somiglianti per contenuto di quarzo e di feldspato». Infatti la giunta Scano – con Guadagnini in testa – aveva scelto: la sabbia sarebbe arrivata dalle cave. Fu l?intervento del comune di Cagliari a imporre l?inserimento nel capitolato d?appalto dell?opzione-mare. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Esautorato dall?incarico, Macciotta parlerà più volte con il collega Orrù: «Solo colloqui occasionali – ha riferito il docente ai giudici – d?altronde fra me e lui c?era un?evidente discordanza sulla scelta della sabbia…». L?ex comandante della Capitaneria di porto Antonio Camboni ha confermato che la draga Antigoon – la cui posizione veniva monitorata con un gps, fu trovata più volte a operare fuori dall?area di prelievo stabilita in accordo con il ministero dell?ambiente, ma nessuno fermò i lavori: «Abbiamo chiesto alla Provincia – ha spiegato Camboni – e gli esperti ci hanno assicurato che tutto era sotto stretto controllo». Gli esperti erano i componenti il comitato scientifico, finiti tutti sotto processo insieme ai vertici della Provincia e ai dirigenti.
Il processo va avanti il 30 marzo con nuovi testimoni.

da Il Sardegna, 17 marzo 2007

Tribunale. Sei dipendenti della Provincia trasportavano la sabbia a bordo dei camion. Operai del Poetto nei guai, prima testimoni, poi accusati. Lavori dalla spiaggia al campo di tiro al piattello: «È un reato». Attività anche nella notte. Edoardo Pisano

Ci potrebbero essere altri sei potenziali indagati per reati ambientali nel processo bis per i danni provocati dal rinascimento alla spiaggia del Poetto. È uno dei colpi di scena che ha riservato l’udienza di ieri. Si tratta dei sei operai della Provincia che nel 2002 erano stati impiegati per raccogliere le pietre dal nuovo arenile e spazzare via dal lungomare la sabbia bianca trasporta dal vento. Che poi sarebbe stata caricata e portata sui camion nel vicino campo di tiro al piattello, destinata ad essere riversata sullo spiaggione dopo la rimozione del pietrame. Lo stoccaggio della sabbia recuperata dai bordi della strada costituisce il reato ambientale che i pm Daniele Caria e Guido Pani contestano agli imputati Renzo Zirone, ex assessore provinciale ai Lavori pubblici, Andrea Gardu, direttore dei lavori e LorenzoMulas, responsabile del procedimento. Premessa necessaria per spiegare che quando l’operaio della Provincia Cesare Pau, teste d’accusa sentito ieri, ha riportato al Tribunale l’attività svolta sulla spiaggia e nel lungomare, l’avvocato Luigi Concas, difensore di Zirone, con un coup de teatre ha eccepito l’inutilizzabilità di quelle dichiarazioni perché autoincriminanti. Secondo il legale, gli operai avrebbero concorso nel reato, dunque non possono fungere da testimoni perché potenziali indagati. In questa veste devono avere l’assistenza di un avvocato e possono avvalersi della facoltà di non rispondere. Pau è rimasto sbigottito, sembrava vivere un incubo: «Facevamo quello che ci dicevano di fare». Il presidente della prima sezione del Tribunale Francesco Sette ha accolto l’eccezione dell’avvocato Concas nonostante la ferma opposizione dei pubblici ministeri. In aula ci sono stati momenti di tensione fra accusa e difesa. Dunque il 30 marzo i sei operai si ripresenteranno in aula con l’avvocato. Prima dell’interruzione, Pau stava raccontando ai giudici un fatto non agli atti del processo, cioè che la notte delle macchine sparavano in spiaggia la sabbia vecchia per ricoprire la nuova. Ha testimoniato anche l’allora comandante della capitaneria di porto Antonio Camboni: «I nostri compiti erano limitati al mare».

(foto S.D., archivio GrIG)

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Festa dell?acqua a Monte Claro !

17 Marzo 2007 Commenti chiusi


Una buona iniziativa: prosegue la campagna per la raccolta di firme per la proposta di legge nazionale per la proprietà pubblica dell?acqua. Domenica 18 marzo 2007, dalle ore 10.00, nel parco di Monte Claro, a Cagliari.

Comitato territoriale “Sardegna”: Acli Sassari, Arci Sassari, Associazione Amici della Terra (CA), Associazione Amici della Terra (OR), Associazione Amici di Sardegna, Associazione Asquer (CA), Associazione cultura e solidarietà… ricordando Tiziana, Associazione culturale Io Precario, Associazione culturale La Città di Ar, Associazione “Il Seme” – Oristano, Associazione D?Altra Parte – Oristano, Associazione Lavoratori Produttori Agroalimentari Cgil – Sardegna, Associazione Mondo Amico (NU), Associazione Onlus “Sa vida” (OR), Associazione Rete Nuovo Municipio – Sezione di Quartu Sant?Elena (ARNM Quartu), Associazione Terra Cagliari, Banca del tempo di Guspini (CA), Cagliari Social Forum, Circolo Arci di Guspini provincia di Cagliari, Circolo di Rifondazione Comunista “Che Guevara” di San Nicolò d?Arcidano (OR), Circolo di Rifondazione Comunista di Ghilarza (OR), Circolo di Rifondazione Comunista “Giovanna Chessa” di Cagliari, Circolo di Rifondazione Comunista “Peppino Impastato” di Oristano, Circolo intercomunale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea “Teresa Noce” Oristano 2, Cittadinanzattiva Oristano, Cobas Cagliari, Cobas Nuoro, Cobas Sassari, Cooperativa Sociale “Comunità Il Seme” ONLUS – Oristano, Direttivo cittadino Socialisti Democratici Italiani di Cagliari, Federazione provinciale dei Socialisti Democratici Italiani di Cagliari, Federazione provinciale dei Verdi per la pace di Cagliari, Forum Sociale “Chentus Concas”, FP Cgil Cagliari, FP Cgil Sardegna, FP Cgil Sassari, Emergency di San Vero Milis (OR), Gli invisibili – La Maddalena, Gruppo consigliare “Guspini futura”, Gruppo intervento giuridico Oristano, Gruppo lavoratori Abbanoa, Ingegneria Senza Frontiere – Cagliari, Legambiente Sassari, Libreria La Pergamena – Oristano, Manitese Cagliari, Meetup Amici di Beppe Grillo – Cagliari, Meetup Amici di Beppe Grillo – Oristano, O.S.V.I.C. Organismo di Volontariato Internazionale – Oristano, Partito dei Comunisti Italiani di Sassari, Partito della Rifondazione Comunista di Sassari, Rete 28 aprile – Cagliari, Rete 28 aprile – Sassari, Rete Lilliput nodo di Oristano, Sezione “Don Milani” dei Democratici di Sinistra di Sassari, Sezione “Enrico Berlinguer” D.S. Sinistra Federalista Sarda Unità di base di Sassari, Sezione “Giovanni De Murtas” del Partito dei Comunisti Italiani di Cagliari, Slow Food – Oristano, Verdi per la Pace di Sassari, WWF Oristano, WWF Sassari

(logo manifestazione)
Riferimenti: Forum italiano dei movimenti per l?acqua

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Petizione contro il diritto dei cacciatori di entrare nei terreni privati !


La Lega per l?Abolizione della Caccia – L.A.C. ha promosso una petizione nazionale per ottenere l?abrogazione del diritto dei cacciatori di entrare senza il consenso dei proprietari nei terreni privati. Tuttora lo consente l’articolo 842 del codice civile.

Firma anche tu !

Nella sola stagione venatoria 2006-2007 gli ?incidenti di caccia? hanno causato ben 36 morti (dei quali 33 cacciatori e 3 persone qualsiasi) e 75 feriti (di cui 58 cacciatori e 17 persone qualsiasi). Solo in Italia i cacciatori possono entrare senza alcun consenso nei terreni privati ed aumentare il rischio di danni alle persone ed alle colture. Iniziamo a fermarli !

Lega per l?Abolizione della Caccia

(foto da mailing list animalista)

Riferimenti: petizione per l?abrogazione dell?articolo 842 c. civ.

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