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Archivio Aprile 2007

Spreco di oro blu.


Secondo l?indagine svolta dal CNR, Gli italiani sono i cittadini più ?spreconi? d?Europa, in materia di acqua ma, purtroppo, l?aggravarsi della siccità è dovuto anche agli acquedotti ?colabrodo?, che determinano una dispersione media pari al 27%, alla cattiva gestione delle risorse nel settore industriale e in quello agricolo. Urge un forte impegno comune, sbrighiamoci!

Gruppo d’Intervento Giuridico

www.adnkronos.com 27 aprile 2007
Siamo uno dei paesi più ricchi d?acqua al mondo e fra i primi nei consumi
Acqua, 13mila acquedotti ?colabrodo? in Italia

Secondo il CNR, oltre all’errato utilizzo delle risorse a disposizione, la dispersione della rete idrica è una delle principali cause dell’aggravarsi della siccità nel nostro paese in questi ultimi anni. In media è del 27%, fino a punte del 40%

Roma, 27 apr. (Ign) ? Otto mld di metri cubi ogni anno che scorrono attraverso 13mila acquedotti sparsi su tutto il territorio nazionale, con una dispersione media del 27%. Sono i numeri dell?acqua in Italia, primo paese nell?Unione Europea per consumo e tra i primi al mondo (dopo Giappone, Canada, USA e Australia), con una domanda ripartita tra il settore agricolo (60%), quello energetico e industriale (25%) e per gli usi civili (15%).

Una vera e propria rete di acquedotti ?colabrodo? che, secondo i dati del Centro Nazionale delle Ricerche, è la principale causa dell?aggravarsi dell?emergenza siccità di questi ultimi anni. Una situazione cui contribuisce anche la difficoltà di manutenzione dovuta all?alto numero di acquedotti e alla frammentazione della rete stessa.

La dispersione media è pari al 27%, ma può raggiungere anche picchi superiori al 40% della portata dell?acquedotto. Come sempre, il confronto fra Nord e Sud vede nel Mezzogiorno la Cenerentola, con una dispersione media pari al 30,4% contro il 25,4% del Centro-Nord. Anche l?acqua destinata all?irrigazione non si sottrae a questo fenomeno: lungo il percorso che va dalle sorgenti agli idranti nei campi coltivati, viene disperso circa il 40% della distribuzione complessiva.

Ma non solo. Sempre secondo il Cnr,la situazione idrica in Italia è grave anche per l?uso anomalo delle risorse a disposizione: alcune industrie si servono di acque di ottima qualità per il raffreddamento del loro ciclo produttivo; molte sorgenti appenniniche vengono sfruttate per produrre scarse quantità di energia mentre erogano oltre 1 metro cubo d?acqua al secondo; l?inesistenza di un riciclo e un riutilizzo dell?acqua di scarico per usi domestici che ? se venisse reimpiegata per l?agricoltura ? ci farebbe risparmiare 1500 milioni di metri cubi, quantità pari a quella raccolta negli invasi in Puglia e Basilicata.

(foto C.B., archivio GrIG)

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L?Italia radioattiva.


Vent?anni fa, con il referendum del 1987, gli italiani hanno rinunciato alla produzione di energia nucleare nel proprio territorio e, naturalmente, speravano che nell?arco di qualche anno si sarebbe conclusa l?operazione di bonifica e messa in sicurezza degli impianti nucleari presenti in Italia. Così non è stato. Nel nostro Paese sono presenti 25 mila metri cubi di scorie e 24 impianti nucleari da mettere in sicurezza, cosa si aspetta? Buona lettura?

Gruppo d’Intervento Giuridico

da L?Espresso, 26 aprile 2007
Sommersi dai veleni radioattivi.
4.300 milioni è il costo per ripulire il Paese dai 25 mila metri cubi di scorie e mettere a sicurezza i 24 impianti nucleari. Ma dal 1999 a oggi non si è fatto nulla. Tra sprechi e incidenti. Per provarlo L’espresso è entrato nel Centro ricerche nucleare Enea della Casaccia e ha visitato i siti più pericolosi della centrale del Garigliano.
Primo De Nicola

Il centro di Roma è a soli 20 chilometri. E intorno all’area dell’Enea sono ormai sorte borgate con 30 mila persone. Eppure è lì che parte dell’eredità nucleare italiana dorme sonni lunghi e tormentati: oltre 4.500 metri cubi di scorie, frutto degli esperimenti dell’atomica tricolore e delle terapie del sistema sanitario, chiusi in depositi che registrano più di una crepa. L’ultimo allarme è scattato a ottobre: un banale malfunzionamento del sistema di sicurezza ha fatto sfiorare la minaccia radioattiva. Altri pericoli si corrono ogni giorno nelle vecchie centrali del Garigliano o di Latina, nei depositi di Saluggia o Rotondella: lì dove l’Italia ha cercato di nascondere i suoi 25 mila metri cubi di rifiuti ricevuti in testamento dalla politica nucleare degli anni Sessanta e Settanta. Finora sono stati spesi oltre 15 mila miliardi di vecchie lire per fermare le centrali, poi dal 1999 a oggi è stato messo sul tavolo un miliardo di euro per bonificare i residui. Ma la sicurezza è lontana. E per fare pulizia si stima che ci vorranno altri 4.300 milioni di euro. Quando sarà possibile dichiararci ‘No nuke’ una volta per tutte? Non prima del 2024. Fino ad allora il pericolo resterà alle porte di casa.

Come al Centro ricerche Casaccia dell’Enea, XX municipio di Roma. Qui, nel punto più delicato del complesso, nei locali dove sono custodite apparecchiature contaminate, rifiuti nucleari e importanti quantitativi di uranio e plutonio, da mesi è fuori uso l’impianto antincendio. Il 30 ottobre proprio a causa del malfunzionamento dell’apparato, una quarantina di bombole hanno scaricato anidride carbonica dentro l’impianto Plutonio: un getto simultaneo che ha provocato un enorme aumento di pressione. Sono saltate un paio di porte di sicurezza, ma poteva andare molto peggio se uno delle decine di contenitori di materiali radioattivi avesse registrato una perdita. Si tratta di plutonio: un’emissione all’esterno avrebbe fatto scattare l’emergenza anche per la popolazione circostante. Per evitare che un incidente simile si ripeta, l’impianto antincendio è stato bloccato. Era sovradimensionato: per spegnere le fiamme rischiava di fare esplodere il palazzo.

Grandi timori anche in Campania per un impianto obsoleto con strutture fuori norma che rischiano di cedere, provocando danni irreparabili. Capita a Sessa Aurunca, nella centrale nucleare del Garigliano, ferma da 27 anni. Sopra il reattore continua a stagliarsi minaccioso il camino alto 90 metri. Costruito in calcestruzzo, mostra tutti i segni dell’abbandono: l’intonaco si sgretola, l’armatura metallica spunta dal cemento come uno scheletro sempre più corroso. È in una zona sismica ad alto rischio: per questo l’Agenzia per la protezione dell’ambiente (Apat), che insieme a vari ministeri gestisce il ‘decommissioning’ nucleare, da anni ha chiesto il suo smantellamento. L’incubo è che il camino ceda, schiantandosi sulla sfera bianca che custodisce il reattore. Una scena da film catastrofico anni Settanta? No, si tratta di pericoli concreti, anche se nessuno può prevedere le conseguenze della fuga radioattiva.

Scandalo atomico
Vent’anni dopo il referendum con cui gli italiani dissero no al nucleare, terrorizzati dalla nuvola di Chernobyl, l’eredità atomica resta pesante. Con una serie di casi inquietanti che ‘L’espresso’ ha potuto documentare per la prima volta entrando nel centro della Casaccia e nell’impianto del Garigliano.

Nella base della Casaccia ormai inglobata dalle borgate romane si vive un’atmosfera particolare. Pare di inoltrarsi dentro una matrioska di cemento armato, dove la protezione aumenta mentre si avanza verso l’interno. Nel cuore c’è il magazzino con le cassette di plutonio. Una selva di telecamere seguono ogni passo del visitatore, tutto è custodito da una doppia blindatura, che non lascia filtrare nemmeno i rumori. Ma colpisce ancora di più la sala delle ‘scatole a guanti’, con i macchinari che servivano per confezionare il combustibile nucleare. Si cammina tra file di cubi trasparenti, illuminati all’interno: l’atmosfera ha qualcosa di spettrale a metà strada tra una fiction di fantascienza e un racconto horror. Qui il pericolo è ancora di casa: sette operai sono rimasti contaminati dalle perdite. I tecnici negano persino che ci sia stata una crepa: parlano di sostanze ‘trasudate’. Ma si capisce che la presenza dei giornalisti è un evento eccezionale, da tenere sotto controllo quasi più dei rifiuti tossici. Invece sul Garigliano c’è un clima da fortezza Bastiani: è l’ultimo presidio di un passato tecnologico. Il personale sa di rischiare, ma lo smantellamento significherebbe la disoccupazione: ogni anno lo Stato spende dieci milioni di euro per la manutenzione di questo gigante abbandonato. Dentro la vecchia centrale il tempo si è fermato al 23 novembre 1980, quando il terremoto in Irpinia fece scoprire che quella era una zona sismica. Tutto congelato, prima di Chernobyl e prima ancora del referendum. È quasi un museo di archeologia industriale, dove i fantasmi sono in grado di provocare contaminazioni concrete. La centrale del Garigliano aveva un gemello dall’altro lato dell’Atlantico, costruito negli stessi anni a Big Rock Point negli Usa. Gli americani l’hanno sfruttata fino al ’97 e poi hanno spento il reattore. Con 350 milioni di dollari è stato smontato e ripulito tutto: l’area trasformata in ‘prato verde’ è stata consegnata nel 2005 allo stato del Michigan per farne un parco. Sul Garigliano invece ogni cosa è illuminata dalla paura.

L’onda letale
In tutta Italia centrali e apparati sono ancora lì con tutto il loro armamentario radioattivo e la coda sterminata dei rifiuti nucleari per i quali non si riesce a trovare una collocazione definitiva. Basta andare a Saluggia, in provincia di Vercelli, per imbattersi in una piscina con combustibile irradiato che perde liquidi: colano nel terreno in profondità, minacciando le falde acquifere. Accade nel sito Eurex (Enriched uranium extraction) dove in una vasca di 625 metri cubi sono sepolti 52 elementi di combustibile nucleare provenienti dalla centrale di Trino e da quella del Garigliano. C’è persino una dose di scorie importate dal reattore di ricerca di Petten (Paesi Bassi). I cittadini di Saluggia da tempo chiedono di portare via tutto: l’impianto Eurex si trova a pochi metri dagli argini della Dora Baltea, dove le alluvioni sono frequenti e toccano anche la bara dei rifiuti più tossici. L’ultima volta è accaduto nel 2000: da allora è stato tirato su un muro in cemento, estrema barriera contro la piena. Ma il rischio idrogeologico incombe lo stesso, così come il timore dei residenti. Gli esperti dei ministeri (Sviluppo economico, Ambiente) studiano da tempo una soluzione del problema con i responsabili dell’Apat. Due decenni di progetti, piani e controrelazioni, ma poco si è mosso. “Abbiamo speso tantissimi soldi senza eliminare i pericoli”, dichiara Aleandro Longhi, il deputato che invoca una commissione parlamentare d’inchiesta sui ritardi nella bonifica: “L’Italia è diventata una pattumiera nucleare, uno dei paesi più a rischio di incidenti e inquinamenti radioattivi”.

Bolletta salata
Eppure per l’uscita dal nucleare gli italiani stanno pagando un conto salatissimo. Tra quello che è andato all’Enel (12 mila 315 miliardi di lire) e gli oneri riconosciuti alle imprese appaltatrici vittime dello stop referendario (altri 3 mila miliardi di lire) sono stati bruciati 15 mila miliardi di lire. Poi ci sono i costi veri e propri del ‘decommissioning’ nucleare. È dagli inizi degli anni Sessanta, quando le centrali erano ancora in costruzione, che i contribuenti versano denaro per il loro smantellamento. Compresa nella bolletta dell’Enel, c’è sempre stata una ‘quota atomica’: serviva per creare due fondi per la dismissione. Questi due ricchi conti, che nel frattempo avevano raccolto oltre 331 milioni di euro, nel novembre del 1999, sotto la supervisione dell’Autorità per l’energia, sono stati riversati nelle casse della Società per la gestione degli impianti nucleari (Sogin), che si occupa del decommissioning. E non basta. A partire dal 2000, sempre nella bolletta, con la cosiddetta ‘tariffa A2′ gli utenti hanno continuato a finanziare il ‘decommissioning’ pagando (con vari ritocchi successivi) 0,6 lire a chilowattora. In questo modo, fino al 2006, sono stati raccolti altri 622 milioni di euro, anch’essi finiti alla Sogin. In totale, quasi un miliardo di euro. Ma è solo un antipasto. La pulizia definitiva richiederà altri 4,3 miliardi, da sborsare entro il 2024.

Eredità nucleare
Bloccate dal referendum, nella Penisola ci sono una lunga serie di installazioni, realizzate tra la fine degli anni Cinquanta e gli anni Settanta, tutte da svuotare, demolire e riportare a ‘prato verde’. Per cominciare, le quattro centrali elettronucleari del Garigliano, Latina, Trino e Caorso; l’impianto per il combustibile della Fabbricazioni nucleari di Boscomarengo (Alessandria); i centri pilota Eurex e Itrec per il riprocessamento del combustibile nucleare esaurito, quest’ultimo situato alla Trisaia (Matera); il deposito Avogadro (Fiat), anch’esso a Saluggia: infine, le strutture di ricerca come i laboratori Plutonio e Opec del Centro dell’Enea della Casaccia e del Centro comunitario Ispra (Varese) per il trattamento e il deposito di rifiuti radioattivi. C’è poi una mole sterminata di scorie, lasciate lì dove erano state prodotte: strutture spesso prive di quei requisiti internazionali di sicurezza. Insomma, uno stoccaggio all’italiana. Si tratta di 25 mila metri cubi di materiali radioattivi di prima, seconda e terza categoria (questi ultimi continuano a emettere radiazioni per centinaia di migliaia di anni), a cui vanno aggiunti i 60 mila metri cubi degli impianti da smantellare, gli altri 6 mila di rifiuti condizionati frutto delle operazioni di riprocessamento del nostro combustibile effettuate in Inghilterra, più la parte di competenza italiana del combustibile utilizzato dal reattore Superphenix in Francia. Per 12 anni tutti hanno fatto finta di niente, limitando al minimo gli interventi di bonifica. Solo nel 1999, per iniziativa di Pierluigi Bersani, allora ministro delle Attività produttive, fu varata la Sogin, cui venne affidata la disattivazione accelerata degli impianti e il trattamento dei rifiuti stoccati nei siti di produzione. Anche l’attività di questa società è andata avanti con lentezza, tanto che nel febbraio 2003, quasi due anni dopo le Torri gemelle, a fronte dei rischi di attentati il governo Berlusconi decretò lo stato di emergenza nelle regioni (Piemonte, Emilia Romagna, Lazio, Campania, Basilicata) che ospitano i centri nucleari: l’allora presidente della Sogin, il generale Carlo Jean, fu nominato commissario per la sicurezza dei materiali e delle installazioni nucleari. La sua missione era chiara: costruire un deposito nazionale, dove concentrare tutte le scorie disseminate lungo la Penisola. Compito assolto? “Macché”, sottolinea Tommaso Sodano, presidente della commissione Ambiente del Senato: “Il deposito non è stato realizzato e i rifiuti solo ancora sparsi per l’Italia. Per il decommissioning è stato fatto poco o niente”. Quanto esattamente? “Forse solo il 10 per cento del lavoro complessivo”, ammette Massimo Romano, da pochi mesi amministratore delegato di Sogin.

Avanti piano
Per quanto riguarda le centrali si sono qua e là smantellate sale turbine (a Trino), rimosso amianto (a Caorso), decontaminati i circuiti e smontate le condotte (Latina). Il grosso è rimasto invece in piedi. Ogni anno 50 milioni vengono divorati dalla Sogin per la manutenzione di questi mostri addormentati. Soldi che si potevano risparmiare intervenendo prima. Perché tanti ritardi? Tra ministeri, Apat e Sogin è tutto un palleggio di responsabilità: colpa degli uffici incapaci di autorizzare i progetti. No, replicano gli altri: quei disegni sono inadeguati. Sembra incredibile, ma nonostante siano stati presentati quasi dieci anni fa i piani globali per la disattivazione di tutte le centrali, le pratiche continuano a rimbalzare da una scrivania all’altra senza arrivare a una decisione. Analoga sorte per i Via, gli studi di valutazione per l’impatto ambientale. Dipenderà magari dal fatto che le pratiche sono troppo complicate? No: i permessi tardano anche per le richieste più elementari, come la realizzazione del deposito provvisorio per i rifiuti ora stoccati in locali inadatti (Latina) o il nuovo settore serbatoi dove collocare i rifiuti liquidi a più alta attività e ancora esposti al rischio attentati (Saluggia). E il deposito nazionale? Buio pesto anche su questo fronte. Dopo l’affaire Scanzano e la rivolta della Basilicata, nel 2003 Berlusconi aveva varato una commissione di 19 esperti per individuare un nuovo sito definitivo: non si sono mai riuniti una sola volta.

Poi c’è il delicato capitolo degli enti locali: a sentire la Sogin in questi anni hanno fatto a gara per complicare gli iter burocratici, mettendo ogni ostacolo alla bonifica. Sfiora il ridicolo la vicenda delle licenze negate dal comune di Sessa Aurunca per la centrale del Garigliano. Ci sono i rifiuti nucleari chiusi in modo precario dentro una struttura dichiarata ‘pericolosa per rischio sismico’. E c’è una trincea a pochi metri dal fiume dove sono sepolte buste di plastica zeppe di scorie, inumate negli anni Settanta. Una situazione di doppio pericolo, che l’Apat ha tentato di risolvere: ordine di disseppellire i rifiuti contaminati e spostarli in un magazzino da costruire secondo i criteri di sicurezza. Facile? No, perchè per il magazzino ci vogliono le licenze edilizie. E gli amministratori comunali non si fidano: la popolazione teme che una volta assemblato il bunker, vi siano trasferiti detriti tossici da altre regioni. Quindi il municipio ferma i lavori con un pretesto: “Quella per noi è rimasta una zona agricola e l’edificio per il deposito non si può fare”, spiega l’architetto Gabriella Landi, responsabile dell’Ufficio tecnico municipale. E le licenze edilizie rilasciate negli ultimi venti anni? E la stessa costruzione della centrale autorizzata tanti anni fa? L’architetto non sente ragione. Anzi, rincara: “La centrale non risulta nemmeno sulle mappe del nostro piano di fabbricazione, per noi è come se non esistesse”. Un fantasma, dunque. “Ma anche un paradosso causato dalle regole del decommissioning”, precisa Massimo Romano: “I nostri vincoli, che vogliamo comunque rispettare, vanno ben oltre i migliori standard internazionali”. Intanto in attesa di fare meglio del meglio, non si fa nulla.

Capitale esplosiva
È con questo andazzo che l’eredità nucleare continua a costituire una minaccia. Alla Trisaia le radiazioni avanzano a causa di una fossa che non si riesce a bonificare: lì l’Enea ha scaricato in passato rifiuti solidi ‘ad alta attività’. Al deposito Avogadro di Saluggia si sfiora la farsa: il ministero dello Sviluppo economico e l’Apat prima non hanno rinnovato la licenza di esercizio, poi hanno concesso una proroga di tre anni. Forse confidano nella clemenza delle piene della Dora. Nel frattempo lì continua a perdere liquido un’altra piscina contenente elementi di combustibile radioattivi. Ma invece di chiudere, raddoppia: Avogadro è ora candidato a ricevere il combustibile che si vuole togliere dal vicino sito Eurex.

Ma è nel XX municipio di Roma, a cento metri dall’abitato di Osteria Nuova, che si è creata la situazione più esplosiva. Qui la società Nucleco (controllata da Sogin) ha realizzato nel silenzio generale un nuovo magazzino: il deposito nazionale di rifiuti nucleari prodotti dal sistema sanitario. Si tratta di oltre 4 mila metri cubi, frutto di radiografie e chemioterapie, ammassati in capannoni ormai al limite. Loredana De Petris, senatrice Verde, ha da tempo lanciato l’allarme: “Continuare a raccogliere rifiuti nucleari in un’area così densamente urbanizzata è in contrasto con i più elementari principi di precauzione”. Tutto inutile. Nuovi carichi pericolosi arrivano nel sito. Che è vulnerabile a un attacco esterno: non servirebbero incursori agguerriti, potrebbe bastare una molotov. E le fiamme sarebbero in grado di innescare un disastro. Arrivare al muro di cinta è facile, come ha constatato ‘L’espresso’. D’altronde, come si fa a isolare totalmente una base che ormai è circondata dalle case?

(foto: www.lifegate.it)

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Pietro Ichino a Cagliari: il ruolo della pubblica amministrazione.

29 Aprile 2007 Commenti chiusi


Ringraziamo Francesca Madrigali per averci inviato il suo intervento, che pubblichiamo volentieri, relativo alla visita di Pietro Ichino a Cagliari. Buona lettura.
Gruppo d’Intervento Giuridico

Da Sardinews di aprile 2007
I nullafacenti ci sono e non vanno protetti
Premiati ? invece ? con incrementi del 25 per cento

Di Francesca Madrigali

La storia di una delle più scottanti polemiche degli ultimi anni è cominciata con una serie di articoli sul Corriere della Sera, sollecitati da un direttore preoccupato per un agosto sonnolento e scritti da un uomo che ha infranto uno dei più grandi tabù italiani, ovvero l?intangibilità del dipendente pubblico. Pietro Ichino, a Cagliari per un convegno del Banco di Sardegna sull?efficienza della pubblica amministrazione, ha delineato nel suo intervento alcune delle ragioni per cui, secondo il presidente del Banco Antonio Sassu, ?quello che manca è una cultura delle regole, perché soprattutto in Italia c?è l?abitudine a ?bypassarle? ?.
In una affollata sala convegni, Gianni Loy ha coordinato i lavori di un interessante dibattito che ha visto fra i protagonisti anche i segretari regionali delle principali rappresentanze sindacali: per la CGIL Giampaolo Diana, per la UIL Maria Francesca Ticca e per la CISL Mario Medde. Un contributo importante è stato dato anche dal direttore centrale INPS Luigi Ziccheddu e dai numerosi interventi del pubblico presente, piuttosto ?palpitante?, come le platee che Ichino affermato di trovare in tutta Italia. Il motivo è presto detto: il titolo dell?ultimo libro dell?ex sindacalista FIOM-CGIL, professore universitario e giuslavorista che collabora col governo e per questo è entrato nel mirino del nuovo terrorismo, si intitola ?I nullafacenti. Perché e come reagire all?ingiustizia più grave della nostra amministrazione pubblica? e ha toccato un nervo scoperto del senso comune e in generale dei cittadini italiani, siano essi impiegati dell?amministrazione o ?semplici? utenti. L?intervento di Ichino è cominciato con un excursus sulla riforma della pubblica amministrazione, che dalla legge delega Cassese in poi, passando negli anni 90 attraverso delle riforme anche radicali come quelle della legge Bassanini, ha cambiato l?assetto dell?amministrazione pubblica, parificandola a quella privata.
Non si assiste però ad una omologazione del funzionamento fra le due aziende, che sono profondamente diverse tra loro. Infatti, il concetto di scarna semplicità è quello per cui ?..nell?azienda privata opera una molla che non opera nel pubblico: il mercato. Il dirigente privato sa che la sua attività va esercitata con efficienza, perché se non lo fa l?azienda perderà competitività e chiuderà, perché ai suoi interlocutori, clienti ecc. è data l?opzione ?exit? ovvero quella di andarsene altrove?. La fuga dei clienti determina ovviamente la chiusura dell?azienda, evento impensabile nel settore pubblico. L?opzione ?exit? fa parte della dottrina di Albert Hirschman, economista e sociologo, per il quale ci sono due molle che producono un aggiustamento del funzionamento di una azienda complessa e la correzione dei suoi errori: una è appunto l?exit, l?altra è l?opzione voice, per cui l?interlocutore ha la possibilità di protestare, farsi sentire e in ultima analisi interferire nelle scelte dell?azienda.
Nella nostra amministrazione pubblica oggi è data scarsissima ?exit? e scarsissima ?voice?. La valanga di messaggi e risposte agli articoli di Ichino, dei quali 4/5 provenienti da impiegati pubblici insofferenti ad un sistema retto da coloro che lavorano il doppio per compensare le sacche di inattività dei colleghi ?nullafacenti?, sono la testimonianza viva di un crescente disagio generalizzato.
In questa situazione, secondo Ichino, abbiamo assistito ad una vera e propria ?abdicazione della dirigenza pubblica all?esercizio dei propri poteri. ?Ciò ha prodotto lo scambio perverso fra l?esenzione di fatto della responsabilità dirigenziale per il manager, il quale sa di non rispondere né verso i suoi interlocutori né verso il suo datore di lavoro, l?ente pubblico, e non rispondendo verso di loro ovviamente non fa valere la responsabilità dei propri dipendenti.? Insomma un meccanismo di connivenza, per cui ??Io non esigo da te che tu faccia il tuo dovere, e mi metto di condizione di non poterlo esigere, e tu non esigerai da me che io faccia il mio, e se mi chiederanno conto della mia inefficienza potrò rispondere che non sono in condizione di esercitare la mia responsabilità, perché tanto paga Pantalone?.
?Le responsabilità disattivate?, le chiama Ichino: una è quella degli aumenti contrattuali senza freni. Dal 2000 al 2005, secondo l?Aran (Agenzia per la rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni) le retribuzioni degli enti locali sono aumentate del 25% a fronte di corrispondente 15,1% nel settore privato.
La causa è sempre la mancanza di responsabilità e il mercato, che altrove obbligano a tenere i cordoni della borsa chiusi. Altra responsabilità disattivata è quella individuale. Nel settore privato è ?pacifico che la responsabilità personale del dipendente possa essere fatta valere?, in riferimento all?art.2104 del Codice Civile, ma i sindacati rifiutano esplicitamente la misurazione e valutazione dell?efficienza. Eppure è intuitivo e condivisibile che una riduzione dei più inefficienti consentirebbe un recupero complessivo di efficienza. Per placare l?inquietudine che provoca sempre, e particolarmente di questi tempi, il termine ?riduzione? se riferito al personale, basti pensare al celeberrimo caso del Prof. M, reso immortale da un articolo di Ichino sul Corriere. Il professore, titolare di cattedra in una scuola media superiore del centro di Milano, all?inizio dell?anno annuncia ai suoi studenti che non tratterà la sua materia perché lui ?non ci crede?; e pratica circa il 40% di assenze, sempre in concomitanza con i consigli di classe, gli scrutini, i finesettimana. Risultato: azioni disciplinari concluse in un nulla di fatto e sonni tranquilli per il professore che sa bene che ?tanto non mi possono fare nulla?. Questo è collegato alla paralisi del potere disciplinare, e all?eclissi della responsabilità dirigenziale. In un caso, ci sono circoli viziosi che impediscono la sanzione, tali per cui la tolleranza passata diventa ?dovuta? e la rarità della sanzione ne aumenta la gravità, nell?altro non esiste nemmeno la possibilità di motivare i propri dipendenti con dei meccanismi premianti. L?ultima ?responsabilità disattivata? è quella dell?obliterazione di un principio costituzionale fondamentale, derivante dall?art. 97 della Costituzione sul ?buon andamento? dei pubblici uffici e la responsabilità dei funzionari.
Le polemiche che accompagnano le teorie (le constatazioni, si potrebbe dire) di Ichino spesso vertono sull?auspicata libertà di licenziamento, di precarizzazione e/o privatizzazione del settore pubblico. Durante il convegno, però, Ichino non ha mai parlato di licenziamento, focalizzando piuttosto l?attenzione sui meccanismi concorrenziali e premianti che potrebbero essere messi in atto anche nella pubblica amministrazione. Applicare l?opzione ?exit? come fattore di equità ed efficienza (e non privatizzazione), mettere in concorrenza tra loro gli sportelli della P.A, attivare la possibilità del cinque per mille. Il sistema dei vouchers andrebbe a premiare gli sportelli scelti dalla gente, pena la chiusura.
L?opzione ?voice?, che è quella che può dare voce ai cittadini laddove il mercato non opera, si potrebbe praticare tramite il civic auditing o il principio della disclosure totale: la possibilità, cioè, di accedere a tutti i dati anche da parte degli osservatori interni, come stabilito negli USA dal Federal Funding Accountability and Transparency Act 2006. Così anche per quanto riguarda la public review e il confronto fra i diversi metodi di valutazione. Infatti la proposta di legge elaborata da Ichino e Bernardo Mattarella chiede all?Authority soltanto di garantire l?attivazione e l?indipendenza degli organi di vigilanza e valutazione dell?efficienza previsti già dalla legge Bassanini del 1990.
?L?opinione pubblica è preoccupata e ha ragione di esserlo, perché ha capito che in un tempo di competitività globale non ci possiamo più permettere l?enorme spreco costituito da queste enormi sacche di inefficienza. Tutti gli indici di cui disponiamo ci dicono che il sistema Italia ha un grosso problema. Certo la valutazione permanente è uno stress, ma vista l?importanza del problema direi che un pungolo a questo grosso pachiderma addormentato è necessaria?. E poiché uno degli attori della irresponsabilità circolare individuati da Ichino è il sindacato, le repliche non si fanno attendere. Innanzitutto vengono contestati i dati dell?Aran relativi agli aumenti degli stipendi, inquinati, secondo Mario Medde della CISL, dagli stipendi dei dirigenti apicali. Un direttore di ASL non è certo come un ausiliario dell?ospedale, insomma. Francesca Ticca (UIL) pone invece l?accento sulla lontananza che in questi anni ha diviso il dipendente pubblico dal suo datore di lavoro Stato, ricordando peraltro la mancanza di ?pari opportunità? fra i lavoratori del pubblico e del privato, soprattutto in termini di benefit, reddito e formazione. Ricordando che un docente laureato di 7° livello della scuola pubblica arriva a 1600 euro al mese, la Ticca ha argomentato che la forbice di aumento del settore pubblico è giustificata dall?aver portato alcuni salari ad un livello dignitoso.
Certo non si può non essere d?accordo con Ichino quando racconta di alcuni processi di reclutamento e stabilizzazione che hanno portato alla creazione dei ?pesi morti?, anche se ?la massa è comunque riuscita a sopperire alle inadempienze?. Trattasi forse di quel meccanismo ingiusto per cui alcuni devono lavorare il doppio dei colleghi nullafacenti, appunto.
Giampaolo Diana della CGIL lo chiama il ?senso comune? di cui Ichino si è fatto interprete, quella sensazione, a suo parere sbagliata, per cui ?la pubblica amministrazione è la palla al piede dello sviluppo del nostro Paese, per assenza della responsabilità del lavoro di tutti, dal dirigente all?ultimo impiegato?. I problemi sono altri: il potere di acquisto dei redditi, considerato lo stipendio medio pubblico che viaggia sui 1000-1200 euro, e una riorganizzazione generale del lavoro, che spetta soprattutto a chi ha la facoltà politica di intervenire. A gennaio la CGIL ha sottoscritto un memorandum col governo, il cui obiettivo è rafforzare la missione pubblica nella P.A., e non si tira indietro riguardo alla responsabilità individuale, mettendo però sempre bene in chiaro, come ribadisce Diana, che non si crede granchè ?nel potere taumaturgico della sanzione disciplinare?. Luigi Ziccheddu, direttore centrale INPS, ha illustrato non solo la riduzione dei dipendenti (da 39mila a 32 mila in cinque anni, con circa 500 dirigenti in meno), ma ha spiegato efficacemente la differenza sostanziale fra pubblico e privato: dove il primo è un convoglio che necessariamente viaggia alla velocità del carro più lento, mentre nel privato si ha la consapevolezza che quest?ultimo verrà espulso dal mercato.
La quadratura del cerchio, insomma, pare ardua; ma l?opinione pubblica è più vigile di un tempo, grazie anche ad analisi come quelle di Ichino, e sta più ?col fiato sul collo? alle storture del sistema. Qualcosa, seppur lentissimamente, pare muoversi.

(foto: Wikipedia)

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Il costone della discordia.


Sul Monte Ortobene, a Sedda Ortai, sta accadendo qualcosa di singolare. L?impresa Antonio Puddu, sta eseguendo i ?lavori di consolidamento dei versanti della strada comunale Nuoro ? Monte Ortobene? per conto dell?amministrazione comunale nuorese (importo complessivo fondi C.I.P.E. 1 milione di euro) in seguito a regolare gara d?appalto (importo a base d?asta 690.267,00 euro) e, anziché portare avanti quanto stabilito dal progetto approvato senza curarsi più di tanto di eventuali conseguenze, chiede all?amministrazione committente, ad altre pubbliche amministrazioni competenti, addirittura alle associazioni ecologiste di fermare i lavori. Motivo dichiarato ? Evitare uno scempio ambientale e un pericolo per l?incolumità pubblica.

Il progetto, predisposto dal Comune di Nuoro (ing. Giovanni Fadda, capogruppo, geol. Antonello Manca, geol. Michele Ena, ing. Fabio Manca), ha ottenuto l?autorizzazione ai sensi del vincolo idrogeologico (regio decreto n. 3267/1923 e successive modifiche ed integrazioni) con nota C.F.V.A. ? Serv. Isp. Nuoro n. 14009 del 21 settembre 2005, l?autorizzazione a fini geologici in quanto ricadente in area con rischio di frana molto elevato secondo il piano stralcio di assetto idrogeologico ? P.A.I. con determinazione Servizio Genio civile di Nuoro n. 252 del 31 agosto 2005 e autorizzazione paesaggistica (decreto legislativo n. 42/2004 e successive modifiche ed integrazioni) con nota Servizio tutela paesaggio di Nuoro n. 396 del 5 ottobre 2005 con la condizione secondo cui ?deve essere salvaguardata la vegetazione esistente?.

L?impresa Puddu, secondo il progetto approvato, dovrebbe realizzare, fra l?altro, sopra gli esistenti muraglioni di contenimento un tratto di circa 250 metri lineari una ?formazione di grata a camera? di circa 2.500 metri quadrati (in alcuni punti l?altezza del graticciato giunge a 12-13 mt.) con vari riempimenti in terra ed eliminazione della vegetazione esistente, con indubbia discrasia rispetto all?autorizzazione paesaggistica.

L?impresa appaltatrice si è rivolta a vari tecnici per predisporre perizie sul progetto approvato (dott. for. Angelo Puggioni, i geologi Alessandro Muscas, Benedetta Dettori, Guido Demontis, ing. Giovanni Mascia e Gianmario Biddau) che hanno sconsigliato l?estirpazione della vegetazione esistente per evitare peggioramenti della stabilità delle scarpate ed il rischio di ulteriore dilavamento. In particolare la perizia dell?ing. Gianmario Biddau indicherebbe che il coefficiente di sicurezza di stabilità della scarpata, dopo la messa in opera della struttura della grata a camera, scenderebbe sotto i valori minimi stabiliti dal D.M. 11 marzo 1988. E? stata, quindi, proposta una variante comportante l?esclusivo ancoramento di una rete di acciaio sul costone a rischio e la piantumazione di vegetazione per aumentarne il consolidamento ed il cui importo complessivo dei lavori rimarrebbe all?interno del finanziamento disponibile (1 milione di euro).

Il Comune di Nuoro ha rifiutato ed i progettisti avrebbero confutato quanto asserito dai consulenti dell?impresa Puddu. La situazione vede, comunque, i lavori pressoché fermi e una situazione di forti dubbi che non appaiono certo chiariti. A questo punto sarebbe necessario un rapido intervento delle pubbliche amministrazioni aventi competenza tecnico-scientifica in materia (Corpo forestale e di vigilanza ambientale, Genio civile, Servizio tutela del paesaggio) per chiarire definitivamente, anche con prescrizioni vincolanti, lo stato delle cose e quali lavori sono necessari ed opportuni per salvaguardare l?ambiente ed evitare pericoli per l?incolumità pubblica.

Gruppo d?Intervento Giuridico e Amici della Terra

(simulazione progettuale A.P.)

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Insediata l?Autorità di bacino in Sardegna.

28 Aprile 2007 Commenti chiusi


Auspichiamo che sia un passo importante per una migliore difesa del suolo della Sardegna.

Gruppo d’Intervento Giuridico

da www.regione.sardegna.it, 28 aprile 2007

In Sardegna la prima Autorità di bacino.
La Regione ha recepito per prima in Italia la direttiva comunitaria per la gestione dell’acqua e del suolo, in stretta collaborazione con gli Enti locali. Autorizzate le nuove perimetrazioni per le aree maggiormente a rischio di frana e di inondazione.

CAGLIARI, 27 APRILE 2007 – Si è insediato il Comitato istituzionale dell’Autorità di bacino distrettuale della Sardegna, il nuovo organismo istituito con la legge regionale n. 19 del 6 dicembre 2006.

La Sardegna è la prima Regione in Italia ad essere dotata di un’Autorità di bacino (direttiva 2000/60 della Comunità europea), anche perché il Distretto si identifica con la Regione automaticamente soltanto nel caso delle isole maggiori, mentre negli altri casi il Governo nazionale sta risolvendo i problemi delle competenze interregionali.

L’Autorità dovrà garantire, in stretta collaborazione con gli Enti locali, la pianificazione e il controllo della gestione dell’acqua e del suolo e di tutte le componenti fisiche, economiche e sociali che interessano i bacini idrografici, elementi fondamentali per garantire un corretto uso delle risorse naturali, sia in relazione ai bisogni delle attuali generazioni e sia, soprattutto, in relazione a quelli delle generazioni future.

Nella riunione di insediamento il Comitato ha già assunto i primi provvedimenti in qualità di Autorità di bacino. L’organismo ha, infatti, deliberato l’autorizzazione alle nuove perimetrazioni dei vincoli con riferimento al vigente Piano di assetto idrogeologico nei Comuni di Sassari (località di Bancali e Ottava), Muravera, Sestu ed Elmas, a seguito degli aggiornamenti degli studi nelle aree a rischio di inondazione e frana.

Il Comitato istituzionale, che opera con il supporto tecnico delle strutture dei competenti assessorati regionali, è guidato dal Presidente della Regione, Renato Soru, ed è composto dai quattro assessori competenti in materia di lavori pubblici, difesa dell’ambiente, agricoltura e sviluppo produttivo (rispettivamente Carlo Mannoni, Cicito Morittu, Francesco Foddis e Concetta Rau) più tre amministratori indicati dal Consiglio delle autonomie locali: si tratta di Mauro Contini, consigliere della Provincia di Cagliari, Mariella Scanu, consigliere comunale di Siniscola, e Salvatore Piu, sindaco di Muravera.

(foto A.V., archivio GrIG)

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Ancora il ?ripascimento? del Poetto a Palazzo di Giustizia.

28 Aprile 2007 Commenti chiusi


Presso il Tribunale penale di Cagliari si è tenuta un?altra udienza del processo sul “ripascimento” della spiaggia del Poetto, nel quale siamo costituiti parte civile. Buona lettura…

Amici della Terra e Gruppo d’Intervento Giuridico

da La Nuova Sardegna, 28 aprile 2007

CASO POETTO. Balletto sceglie il silenzio. «Condannato un anno fa e ancora non so perchè». Elena Laudante

CAGLIARI. A un anno dalla condanna a dieci mesi per il danneggiamento del Poetto, Sandro Balletto si è rifiutato di testimoniare al processo per il ripascimento. Imputato di reato connesso e perciò con diritto al silenzio, ieri mattina l?ex presidente della Provincia ha motivato con tono polemico la sua scelta: «Sono stato condannato un anno fa e non conosco ancora le motivazioni della sentenza, che non è stata depositata: preferisco non parlare perché qualsiasi cosa potrebbe essere usata contro di me». Una nota amara nei confronti di chi l?ha ritenuto responsabile di danneggiamento aggravato, pur assolvendolo dall?accusa di abuso d?ufficio: «La sentenza doveva essere depositata il 18 agosto scorso» ha poi spiegato il suo difensore, Rodolfo Meloni. Non ha rilasciato alcuna dichiarazione invece Luigi Aschieri, geologo della commissione di monitoraggio della Provincia, anche lui condannato in abbreviato, ma per falso ideologico, a sei mesi.
I pubblici ministeri Daniele Caria e Guido Pani, che pure avevano citato Balletto e Aschieri come testi d?accusa, avevano inserito nel loro elenco anche il professor Renzo Valloni, dell?Università di Parma. Ma chiamato dal presidente della prima sezione Francesco Sette, non si è presentato in aula. Sarà lui, con tutta probabilità, il perno della prossima udienza, fissata per il 3 maggio. Il geologo era stato incaricato dalla stessa Provincia di verificare la compatibilità della sabbia prelevata in mare con l?arena candida del Poetto pre-ripascimento. L?analisi aveva dato esito positivo. Ma si trattava di una valutazione tecnica e superficiale: la sabbia era compatibile con un intervento di protezione civile. Ma all?esperto non era stato chiesto di entrare nel merito e stabilire se il materiale sputato dalla draga Antigoon fosse uguale alla sabbia preesistente. Così come pure il dipendente della presidio multizonale della Asl, Luciano Bodano, in aula ha confermato che i sondaggi chiesti dal Noe dei carabinieri erano rivolti solo a capire se la sabbia fosse inquinata o meno da metalli pesanti. Nulla a che fare con colore, composizione mineralogica e dimensioni dei granelli.

da Il Sardegna, 28 aprile 2007

Tribunale. Non risponde l’ex presidente della Provincia, testimone nel processo contro Zirone e tecnici. Poetto, Balletto davanti ai giudici «Condannato ma non so perché». Non ancora pubbliche le motivazioni della pena: «Qualsiasi cosa dica ora può nuocermi». Edoardo Pisano

«Non so ancora perché sono stato condannato, qualsiasi cosa dica potrebbe nuocermi. Da più di un anno attendo la motivazione della sentenza». Sandro Balletto non se l?è sentita di sottoporsi all?esame richiesto
dall?accusa e di entrare con le sue dichiarazioni nel processo per i danni provocati alla spiaggia del Poetto dal rinascimento del 2002, in cui sono imputati l?ex assessore ai Lavori pubblici Renzo Zirone e altre 9 persone fra membri della commissione di monitoraggio, direttore e responsabile dei lavorie impresa che ha eseguito l?opera. Balletto (condannato in abbreviato il 19 maggio dell?anno scorso per danneggiamento aggravato a 10 mesi, 100 mila euro di provvisionale e al ripristino dello stato dei luoghi, ma assolto dall?altra accusa di abuso d?ufficio) avrebbe dovuto testimoniare nel processo che si sta svolgendo davanti alla prima sezione penale del Tribunale presieduta da Francesco Sette. In qualità di imputato di reato connesso, l?ex presidente della Provincia, assistito dall?avvocato Rodolfo Meloni, aveva la possibilità di avvalersi della facoltà di non rispondere. Così ha fatto, come già si vociferava alla vigilia. Inaspettata, però, la spiegazione della scelta di non sottoporsi all?esame: «Vorrei spiegare il perché», ha precisato Balletto, affermando di non conoscere le ragioni della sua condanna perché in attesa da un anno esatto della motivazione della sentenza. I pubblici ministeri Daniele Caria e Guido Pani avevano chiesto di sentire anche Luigi Aschieri, biologo della commissione di monitoraggio, condannato in abbreviato a sei mesi per falso ideologico. Difeso dall?avvocato Paolo Pirastu, pure Aschieri essendo imputato di reato connesso si è potuto avvalere della facoltà di non rispondere. Ha testimoniato Luciano Bodano, tecnico incaricato di prelevare dopo il rinascimento dei campioni di sabbia per conto della Asl, allo scopo di verificare se fosse inquinata. Ma solo nella prossima udienza saranno riferiti gli esiti degli esami sulla sabbia marina riversata sul litorale. Chiamati a testimoniare anche due giornalisti dell?Unione Sarda, Giovanni Puggioni e Pietro Picciau, interrogati brevemente dai pubblici ministeri in particolare su una conferenza stampa convocata da Balletto in risposta alle critiche piovute già dopo i primi sversamenti di sabbia. L?ex presidente della Provincia, mostrando tre sacchetti contenenti tre diversi tipi di sabbia, aveva rassicurato chi chiedeva la sospensione dei lavori affermando che la distesa scura prelevata dai fondali col tempo si sarebbe schiarita. Il processo riprende il 3 maggio.

(foto S.D., archivio GrIG)

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l Comune di Cagliari ?scopre? la Sella del Diavolo. A suon di quattrini.


Una volta tanto sembrerebbe che il Comune di Cagliari si occupi della Sella del Diavolo non per sbatterci sopra qualche opera pubblica di dubbio gusto e pesante impatto ma per qualcosa di positivo. A partire dai primi anni ?90 del secolo scorso, l?Amministrazione comunale cagliaritana venne quasi elettrizzata da proposte di vari comitati esterni o da progetti propri per ?turistizzare? la Sella del Diavolo con l?uso di ingenti fondi pubblici: dal monumento delle rimembranze alla funivia + servizi, dalla statua del Cristo benedicente all?illuminazione con mega-fari. Nell?aprile del 2000 oltre 1.200 cagliaritani inoltrarono una specifica petizione promossa dalle associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico all?amministrazione comunale per sventare l?assurdo progetto di una funivia con tanto di ?servizi turistici?.

Lo scorso 4 aprile 2006 il sindaco di Cagliari Emilio Floris, le Autorità militari, i Dipartimenti universitari di botanica di Cagliari, Novara e Roma hanno sottoscritto un accordo per svolgere itinerari turistici e ricerche scientifiche a Cala Mosca, sulla Sella del Diavolo, a Capo S. Elia. Il Comune, per l’attuazione del progetto, ha investito 516 mila euro (fondi legge regionale n. 37/1998, art. 19) e ne dovrebbe investire altri due milioni di euro. Secondo quanto pubblicizzato dai mezzi di informazione, attualmente sarebbero già state effettuate bonifiche ambientali, sistemati cinque sentieri naturalistici, formate sei guide (con un corso universitario di 100 ore) già riunite in cooperativa per escursioni a pagamento e pubblicato l?immancabile libro (curato dai botanici universitari Mauro Ballero e Gerolamo Solina, ?La Sella del Diavolo, un paradiso sul Golfo degli Angeli“). Seguiranno punti informativi, depliants, ecc.

Pur non avendo minimamente coinvolta la Regione autonoma della Sardegna, che beneficerà del trasferimento dell?area al proprio demanio ai sensi dell?art. 14 dello statuto speciale (e che potrebbe decidere tutt?altra cosa), sarà naturalmente tutto vero, ma finora continuano ad esserci rifiuti di vario genere e niente di quanto pubblicizzato è stato visto. Soprattutto lasciano increduli le cifre impegnate (oltre 2,5 milioni di euro) di fondi pubblici per interventi che dovrebbero costare molto di meno.

Infatti, con una spesa di circa 1.500 euro interamente sostenuta dalle associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico è stato realizzato il sentiero naturalistico ed archeologico della Sella del Diavolo e con un contributo annuo da parte della Provincia di Cagliari di 2.000 euro, interamente destinato al rimborso spese delle guide volontarie, da più di un anno prosegue il programma di escursioni guidate sul sentiero ?verde? della Sella del Diavolo curate dalle guide volontarie delle associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico.

L?appuntamento, nel periodo invernale, è la domenica mattina, alle ore 10.00, sempre nel piazzale di Cala Mosca (presso la fermata degli autobus CTM).

Il sentiero naturalistico ed archeologico della Sella del Diavolo, operativo da quasi quattro anni e promosso delle associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico, è uno dei pochi “gioielli” ad esser fruibile tutto l?anno. In un anno di escursioni settimanali gratuite le guide volontarie ecologiste hanno accompagnato a scoprire i valori ambientali, paesaggistici ed archeologici di uno dei “gioielli” del Golfo degli Angeli oltre 2.000 visitatori, fra i quali anche numerosi stranieri (inglesi, tedeschi) e varie comitive (fra le tante una, simpaticissima, di una settantina di studenti provenienti da vari Paesi europei aderenti all?A.I.G.E.E. nell?estate scorsa). Si sono resi conto di persona della bellezza del sito e delle potenzialità di salvaguardia e di corretta valorizzazione il Presidente della Regione Renato Soru, il Presidente della Provincia di Cagliari Graziano Milia, il Direttore per i beni culturali ed il paesaggio per la Sardegna Paolo Scalpellini e, soprattutto, tantissimi cagliaritani e turisti.

A partire da domenica 5 febbraio 2006, le escursioni guidate sono effettuate ogni domenica mattina, con partenza alle ore 10.00, (durante la stagione estiva il sabato pomeriggio) grazie ad un programma escursionistico curato dal prof. Antonello Fruttu e dalle guide volontarie Claudia Ghiani, Laura Lecca, Claudia Massidda, Natasha Sebis e Francesca Zedda. Il programma è sostenuto da un contributo della Presidenza della Provincia di Cagliari. Il sentiero è stato predisposto a proprie spese dalle associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico grazie alla collaborazione del Comando Militare autonomo della Sardegna e del Comando Militare Marittimo autonomo in Sardegna, titolari dell?area demaniale militare della Sella del Diavolo.

La Sella del Diavolo rappresenta uno dei simboli più noti di Cagliari ed alla sua storia è indissolubilmente legata: si rinvengono testimonianze archeologiche fin dal neolitico (Grotta di S. Elia, stazione all?aperto della Sella del Diavolo, Grotta dei Colombi), dall?epoca punica e romana (tempio di Ashtart ? Venere Ericina, luogo della “prostituzione sacra”, cisterne ed opere di raccolta idrica, cave, strada) e dal medioevo (monastero e chiesa benedettina di S. Elia, torre). Svettano tuttora, benchè danneggiate dal tempo e dagli avvenimenti bellici, le torri di S. Elia (realizzata dai Pisani nel 1282) e del Pohet (del “pozzetto”, del Poetto), in collegamento con i vicini torre dei Segnali (o della Lanterna) ed il settecentesco Forte di S. Ignazio, baluardo contro l?invasione francese del 1793. Ancora durante la II guerra mondiale la Sella del Diavolo ospitò delle postazioni anti-aeree a difesa di Cagliari. Ma non sono da meno la caratteristiche naturali, tanto da farla tutelare con vincolo paesaggistico (decreto legislativo n. 42/2004 e D.M. 26 aprile 1965) ed in parte con vincolo idrogeologico (regio decreto n. 3267/1923 e successive modifiche ed integrazioni), da individuarla quale sito di importanza comunitario ? S.I.C. “S. Elia ? Cala Mosca ? Cala Fighera” (codice ITB002243) e futura riserva naturale regionale “Capo S. Elia” (legge regionale n. 31/1989). L?area è attualmente demanio militare ? ramo Esercito e ramo Marina (artt. 822 e ss. cod. civ.). E? stata classificata quale zona “H” con possibilità di interventi di “valorizzazione turistica” nel nuovo piano urbanistico comunale. Il promontorio è di calcare miocenico del quaternario di origine biogena, coste alte e rocciose con alcune calette e diverse grotte, clima con forte escursione termica e notevole salsedine. Presenti numerosi reperti fossili, molto interessante la vegetazione a macchia termoxerofila litoranea (olivastri, carrubi, ginepri, palme di S. Pietro, lentischi, pini d?Aleppo, lecci, euphorbia dendroides, timo, sparto, ecc.) con peculiari endemismi (narciso canalicolato, scrofularia a tre foglie, bellium crassifolium, iris planifolia). Particolarmente interessante la fauna: sono presenti e nidificanti il falco pellegrino ed il gheppio, la rondine, la volpòca, la pernice sarda, varie specie di còrvidi, di uccelli marini, la volpe, il coniglio selvatico, il colombaccio, la tortora, lo storno, vari passeriformi.

La realizzazione del sentiero naturalistico ed archeologico della Sella del Diavolo (progetto degli ing.ri Giovanni Battista Cocco e Margherita Secci e della paesaggista Iris Sohn, descrizione del prof. Antonello Fruttu), mediante semplice segnatura di sentieri preesistenti con vernice “ecologica” in terre naturali e colore “verde foglia” e posizionatura di due pannelli illustrativi all?inizio ed al termine del percorso, intende consentire una migliore conoscenza da parte dei residenti e dei turisti di questo inestimabile “gioiello” cagliaritano, evitando quelle faraoniche, dispendiose e distruttive opere pubbliche (monumento delle rimembranze, funivia + servizi, illuminazione con mega-fari) che comitati promotori ed il Comune di Cagliari intendevano realizzare con l?utilizzo di cospicui fondi pubblici).

Siamo naturalmente ben contenti che anche l’Amministrazione comunale cagliaritana abbia scoperto in positivo la Sella del Diavolo, tuttavia vorremmo ricordare che, comunque, da anni la Sella del Diavolo è già perfettamente fruibile, senza aver speso milioni di euro di soldi pubblici….. Oggi conoscere per tutelare e valorizzare la Sella del Diavolo è diventato ancora più facile e sono già migliaia i cagliaritani ed i turisti ad aver percorso il sentiero in una delle aree cittadine più belle e significative per conoscerla ed apprezzarla ! E il destino finale dell?area deve rispecchiare la sua vocazione naturale, un parco: auspichiamo in proposito che sia conferita ? una volta acquisita al demanio regionale ? alla gestione da parte della Conservatoria delle coste della Sardegna.

In occasione dell?undicesima manifestazione ?Monumenti aperti? (sabato 28 aprile 2007, pomeriggio, e domenica 29 aprile 2007, mattina e pomeriggio) le associazioni ecologiste Amici della Terra, Gruppo d?Intervento Giuridico e Isola dei Sardi svolgeranno complessivamente otto escursioni guidate sul sentiero ?verde? della Sella del Diavolo.

Gruppo d?Intervento Giuridico e Amici della Terra

(foto S.D., archivio GrIG)

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Diritto all’informazione ambientale, un importante sentenza.

26 Aprile 2007 Commenti chiusi


La recente sentenza dei Giudici amministrativi veneti sull?applicazione del diritto all?informazione ambientale nel nostro ordinamento (T.A.R. Veneto, sez. III, 17 gennaio ? 7 febbraio 2007, n. 294) merita adeguata considerazione per la semplicità e la linearità dei principi enunciati, tesi a far sì che tale importante diritto, strumentale ad un?esauriente conoscenza dello stato dell?ambiente ed ad una sua efficace salvaguardia, sia effettivo e di agevole soddisfacimento.

Il quadro normativo in materia di informazione ambientale.

Sembra opportuna una sintetica panoramica sull?attuale quadro normativo applicabile nella specifica materia dell’informazione ambientale. Tuttora riveste ruolo fondamentale la legge 8 luglio 1986, n. 349, istitutiva, tra l’altro, del Ministero per l’Ambiente, il cui art. 14 dispone: “qualsiasi cittadino ha diritto di accesso alle informazioni sullo stato dell’ambiente disponibili presso gli uffici della pubblica Amministrazione“. Ci si è chiesti se tale disposizione debba ritenersi superata dalla successiva produzione normativa di carattere generale in materia di accesso agli atti amministrativi. Sembra opportuno ritenere che, malgrado il carattere di legge quadro di riforma proprio della legge n. 241/1990, il carattere di norma speciale della legge n. 349/1986 consenta di ritenerla operante ove detti disposizioni specifiche, anche diverse da quelle contenute nella legge n. 241/1990 (ad esempio, laddove consente l’accesso ai cittadini senza richiedere la titolarità di situazioni giuridiche qualificate). Viceversa, ogni sua lacuna deve ritenersi colmata dalla più generale previsione della legge n. 241/1990 (1).
Un accenno specifico va fatto alla normativa comunitaria emanata in materia. La direttiva 7 giugno 1990, n. 313 ha imposto agli Stati membri della CEE l’obbligo di definire, entro il 1992, le modalità di accesso alle informazioni ambientali, individuando le ipotesi in cui le stesse possono essere mantenute riservate, salvo obbligo di motivazione.
Inoltre il Consiglio delle Comunità Europee, con regolamento 7 maggio 1990 n.1210/90, ha disciplinato l’istituzione di una Agenzia Europea dell’Ambiente, nonchè di una rete europea di informazione ed osservazione in materia ambientale al fine di rendere disponibili agli Stati membri informazioni attendibili sullo stato dell’ambiente.
Con decreto legislativo 24 febbraio 1997, n. 39 è stata data, finalmente, esecuzione alla citata direttiva n. 90/313/CEE concernente la libertà di accesso alle informazioni in materia ambientale (2).
Nel corso degli ultimi quindici anni la giurisprudenza amministrativa costante ha individuato il diritto all?informazione in materia ambientale quale ?norma speciale? rispetto all?ordinario diritto all?accesso agli atti, per normativa comunitaria (direttive n. 90/313/CEE e n. 2003/4/CE) e nazionale (art. 14, comma 3°, della legge n. 349/1986 e decreto legislativo n. 39/1997), comportando, quindi, la non necessità di dimostrare un interesse specifico all?acquisizione delle informazioni richieste (art. 3 del decreto legislativo n. 39/1997), purchè pertinenti alla materia ?ambiente? (3). Le caratteristiche del diritto all?informazione ambientale l?hanno fatto ormai riconoscere quale un vero e proprio diritto soggettivo pubblico; i cittadini non sono solo soggetti destinatari passivi delle informazioni di volta in volta diffuse dalle autorità competenti, ma possono attivarsi autonomamente per ottenerle: ?il diritto di informazione sullo stato dell?ambiente si configura ? come un?ipotesi particolare del diritto di accesso ai documenti, diritto peraltro finalizzato non solo a dare attuazione al più generale diritto all?informazione, ma anche al diritto di partecipazione al procedimento e al diritto di difesa in giudizio?. Si tratta, quindi, di un diritto che si pone in posizione strumentale per l?esercizio di ulteriori e rilevanti diritti. E?, pertanto, un diritto soggettivo pubblico ?il cui contenuto si definisce in termini di potere di agire per il reperimento delle notizie afferenti l?ambiente? inteso nel senso più ampio, quale concernente i dati sull?inquinamento, la valutazione dei rischi, le iniziative adottate per contrastarlo, ecc. (T.A.R. Sicilia – Catania, sez. II, 25 marzo 1991, n. 118). Non possono conseguentemente essere applicati i criteri ricostruttivi dell?interesse specifico proprio perché è stato il Legislatore, direttamente, a fissarne i contenuti in maniera così ampia, tale da garantire la piena conoscibilità di qualsiasi informazione ambientale da parte di qualsiasi cittadino senza dover dimostrare alcun interesse. Tali considerazioni ormai hanno trovato accoglimento e ulteriore supporto nelle norme di derivazione comunitaria.
Recentemente, con la direttiva 2003/4/ CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 28 gennaio 2003, concernente l’accesso del pubblico
all’informazione ambientale, è stata abrogata e sostituita integralmente la direttiva 90/313/CEE del Consiglio: essa ha avuto attuazione con il decreto legislativo 19 agosto 2005, n. 195 (4). Non vi sono state innovazioni radicali della materia. Sono state poste le seguenti definizioni (art. 2): «informazione ambientale»: qualsiasi informazione disponibile in forma scritta, visiva, sonora, elettronica od in qualunque altra forma materiale concernente:
1) lo stato degli elementi dell’ambiente, quali l’aria, l’atmosfera, l’acqua, il suolo, il territorio, i siti naturali, compresi gli igrotopi, le zone costiere e marine, la diversita’ biologica ed i suoi elementi costitutivi, compresi gli organismi geneticamente modificati, e, inoltre, le interazioni tra questi elementi;
2) fattori quali le sostanze, l’energia, il rumore, le radiazioni od i rifiuti, anche quelli radioattivi, le emissioni, gli scarichi ed altri rilasci nell’ambiente, che incidono o possono incidere sugli elementi dell’ambiente, individuati al numero 1);
3) le misure, anche amministrative, quali le politiche, le disposizioni legislative, i piani, i programmi, gli accordi ambientali e ogni altro atto, anche di natura amministrativa, nonche’ le attivita’ che incidono o possono incidere sugli elementi e sui
fattori dell’ambiente di cui ai numeri 1) e 2), e le misure o le attivita’ finalizzate a proteggere i suddetti elementi;
4) le relazioni sull’attuazione della legislazione ambientale;
5) le analisi costi-benefici ed altre analisi ed ipotesi economiche, usate nell’ambito delle misure e delle attivita’ di cui
al numero 3);
6) lo stato della salute e della sicurezza umana, compresa la contaminazione della catena alimentare, le condizioni della vita umana, il paesaggio, i siti e gli edifici d’interesse culturale, per quanto influenzabili dallo stato degli elementi dell’ambiente di cui al punto 1) o, attraverso tali elementi, da qualsiasi fattore di cui ai punti 2) e 3);
b) «autorita’ pubblica»: le amministrazioni pubbliche statali, regionali, locali, le aziende autonome e speciali, gli enti pubblici ed i concessionari di pubblici servizi, nonche’ ogni persona fisica o giuridica che svolga funzioni pubbliche connesse alle tematiche ambientali o eserciti responsabilita’ amministrative sotto il controllo di un organismo pubblico;
c) «informazione detenuta da un’autorita’ pubblica»: l’informazione ambientale in possesso di una autorita’ pubblica in
quanto dalla stessa prodotta o ricevuta o materialmente detenuta da persona fisica o giuridica per suo conto;
d) «richiedente»: la persona fisica o l’ente che chiede l’informazione ambientale;
e) «pubblico»: una o piu’ persone, fisiche o giuridiche, e le associazioni, le organizzazioni o gruppi di persone fisiche o
giuridiche.
L?accesso alle informazioni ambientali su istanza di parte deve essere soddisfatto dall?amministrazione entro il termine di 30 giorni, prorogabile a 60 giorni qualora sia particolarmente complesso il suo soddisfacimento ovvero sia necessario specificare un?istanza eccessivamente generica (art. 3). Nel caso in cui l?accesso sia richiesto in un particolare formato (es. informatico), l?amministrazione deve fornirlo su tale supporto, tuttavia può renderlo in diverso formato quando l?informazione ambientale sia già disponibile e facilmente accessibile oppure è ragionevole che sia reso disponibile in formato diverso.
L?amministrazione deve, inoltre, provvedere a formare specifici ?cataloghi? e ?banche dati? sulle informazioni ambientali disponibili per il pubblico (art. 4).
L’accesso all’informazione ambientale e’ negato nel caso in cui:
a) l’informazione richiesta non e’ detenuta dall’autorita’
pubblica alla quale e’ rivolta la richiesta di accesso. In tale caso l’autorita’ pubblica, se conosce quale autorita’ detiene
l’informazione, trasmette rapidamente la richiesta a quest’ultima e ne informa il richiedente ovvero comunica allo stesso quale sia l’autorita’ pubblica dalla quale e’ possibile ottenere l’informazione richiesta;
b) la richiesta e’ manifestamente irragionevole avuto riguardo alle finalita’ di cui all’articolo 1;
c) la richiesta e’ espressa in termini eccessivamente generici;
d) la richiesta concerne materiali, documenti o dati incompleti o in corso di completamento. In tale caso, l’autorita’ pubblica informa il richiedente circa l’autorita’ che prepara il materiale e la data approssimativa entro la quale detto materiale sara’ disponibile;
e) la richiesta riguarda comunicazioni interne, tenuto, in ogni caso, conto dell’interesse pubblico tutelato dal diritto di accesso.
L’accesso all’informazione ambientale e’ negato quando la divulgazione dell’informazione reca pregiudizio:
a) alla riservatezza delle deliberazioni interne delle autorita’ pubbliche, secondo quanto stabilito dalle disposizioni vigenti in
materia;
b) alle relazioni internazionali, all’ordine e sicurezza pubblica o alla difesa nazionale;
c) allo svolgimento di procedimenti giudiziari o alla possibilita’ per l’autorita’ pubblica di svolgere indagini per l’accertamento di illeciti;
d) alla riservatezza delle informazioni commerciali o industriali, secondo quanto stabilito dalle disposizioni vigenti in materia, per la tutela di un legittimo interesse economico e pubblico, ivi compresa la riservatezza statistica ed il segreto fiscale, nonche’ ai diritti di proprieta’ industriale, di cui al decreto legislativo 10 febbraio 2005, n. 30;
e) ai diritti di proprieta’ intellettuale;
f) alla riservatezza dei dati personali o riguardanti una persona fisica, nel caso in cui essa non abbia acconsentito alla divulgazione dell’informazione al pubblico, tenuto conto di quanto stabilito dal decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196;
g) agli interessi o alla protezione di chiunque abbia fornito di sua volonta’ le informazioni richieste, in assenza di un obbligo di
legge, a meno che la persona interessata abbia acconsentito alla divulgazione delle informazioni in questione;
h) alla tutela dell’ambiente e del paesaggio, cui si riferisce l’informazione, come nel caso dell’ubicazione di specie rare.
L’autorita’ pubblica applica le disposizioni dei commi 1 e 2 in modo restrittivo, effettuando, in relazione a ciascuna richiesta di
accesso, una valutazione ponderata fra l’interesse pubblico all’informazione ambientale e l’interesse tutelato dall’esclusione dall’accesso.
Nei casi di cui al comma 2, lettere a), d), f), g) e h), la richiesta di accesso non puo’ essere respinta qualora riguardi
informazioni su emissioni nell’ambiente.
Nei casi di cui al comma 1, lettere d) ed e), ed al comma 2, l’autorita’ pubblica dispone un accesso parziale, a favore del
richiedente, qualora sia possibile espungere dall’informazione richiesta le informazioni escluse dal diritto di accesso ai sensi dei
citati commi 1 e 2.
Nei casi in cui il diritto di accesso e’ rifiutato in tutto o in parte, l’autorita’ pubblica è tenuta ad informarne il richiedente per iscritto o,
se richiesto, in via informatica, entro i termini previsti all’articolo 3, comma 2, precisando i motivi del rifiuto ed informando il richiedente della procedura di riesame prevista all’articolo 7 (art. 5)
A differenza della tutela giurisdizionale gratuita prospettata dalla direttiva n. 2003/4/CE, il decreto legislativo n. 195/2005 continua a prevedere (art. 7) ? oltre all?innovativa disposizione sul riesame dell?istanza non accolta ? il consueto procedimento davanti al competente T.A.R. e, in sede di appello, al Consiglio di Stato, così come disciplinato dall?art. 25, commi 5°, 5° bis e 6, della legge n. 241/1990 e successive modifiche ed integrazioni.
Sulla carta dunque il diritto all’accesso alle informazioni ed atti in materia ambientale è ben tutelato (5).

La sentenza del T.A.R. veneto.

La vicenda giudiziaria veneta prende avvio dalle richieste di informazioni a carattere ambientale avanzate dal ?Comitato Bassopolesano Antiterminal? alla Regione Veneto e ad altre pubbliche amministrazioni riguardo il progetto definitivo del metanodotto di Porto Viro ? Cavarzere ? Minerbio ? collegamento del terminal GNL off shore prospiciente Porto Levante fino alla stazione di misura di Cavarzere (RO). L?intervento in progetto interessava anche il sito di importanza comunitaria – S.I.C. e la zona di protezione speciale ? Z.P.S. del delta del Po e le richieste di informazioni a carattere ambientale concernevano, fra l?altro, lo svolgimento della necessaria valutazione di incidenza (6). Risposte prima evasive, poi dilatorie (nota del Segretario regionale all?ambiente e territorio del 10 luglio 2006) della Regione Veneto, determinavano il ricorso giurisdizionale del Comitato istante per la denunciata illegittimità del diniego/posticipazione del rilascio delle informazioni ambientali ai sensi degli articoli 2 e 3 del decreto legislativo n. 195/2005.
Dopo aver respinto l?eccezione di inammissibilità sollevata dalla Regione Veneto sulla pretesa incompletezza del contraddittorio, in quanto il Comitato ricorrente ?ha facoltà di convenire in giudizio anche la sola regione Veneto relativamente alle informazioni ambientali che la stessa detiene e non ha fornito?, il Giudice amministrativo ha accolto in toto le richieste attrici.
Il percorso logico-giuridico appare tanto semplice quanto lineare e meritevole di segnalazione. Una volta rammentato il concetto ampio di ?informazione ambientale? così come delineato dal decreto legislativo n. 195 del 2005, il Comitato ricorrente ha, quindi, la facoltà di richiedere alla Regione Veneto le informazioni ambientali di proprio interesse e la Regione richiesta ha unicamente le sole possibilità indicate dalla legge (artt. 3 e 5 del decreto legislativo n. 195/2005) per chiedere eventuali integrazioni o disporre dilazioni per il rilascio. La Regione, a giudizio del T.A.R. Veneto, ha, invece, fornito risposte ?insufficienti e incongrue e non si inquadrano in alcuna delle ipotesi in cui il diniego di accesso è consentito, o quanto meno, non motivano adeguatamente il rifiuto con riferimento ai casi previsti dalla legge, risultando inadeguato il richiamo alla complessità della materia e a non meglio specificate ragioni di opportunità?. Anche l?eventuale conoscenza da altre fonti da parte del soggetto ricorrente di documenti non avrebbe potuto esimere la Regione Veneto dal fornire le ?informazioni ambientali? (cosa ben diversa dal semplice ?atto? o ?documento?) richieste. Nemmeno le ulteriori comunicazioni effettuate in corso di giudizio (addendum allo studio di impatto ambientale. Relazione alla valutazione di incidenza, 18 novembre 2006) fornivano le informazioni ambientali richieste in quanto ?il documento non riguarda il tratto di gasdotto che attraversa i SIC e ZPS del Delta del Po, che è invece quello che interessa?.
Rispetto poi alla disponibilità regionale in favore del Comitato ricorrente a far prendere visione diretta degli atti e documenti detenuti in proprio possesso, il Giudice amministrativo ha opportunamente osservato che ?l?informazione ambientale prefigurata dalla legge è qualcosa di più e di diverso dal mero accesso agli atti,poiché, come precisato dalla giurisprudenza, a differenza di quanto avviene per l?ordinario diritto di accesso, in materia ambientale può esser richiesto alla P.A. anche l?elaborazione di dati in suo possesso (cfr. T.A.R. Lazio, Sezione prima, n. 4767/06 e n. 5272/06)?. Nonostante, quindi, le ulteriori comunicazioni e la disponibilità alla visione degli atti, è stato riconosciuto come attuale e fondato l?interesse del soggetto ricorrente.
In definitiva, una pronuncia che, nella linearità e logicità della ricostruzione e delle argomentazioni, affronta i vari aspetti fondamentali dell?esercizio del diritto all?informazione ambientale contribuendo a renderli chiari ed evidenti per l?attuazione pratica.

Dott. Stefano Deliperi

Note:

1) Sul diritto all?informazione ambientale in generale vds., fra tanti, BORGONOVO RE, Informazione ambientale e diritto di accesso, in AA.VV., Codice dell?Ambiente, a cura di NESPOR e DE CESARIS, Giuffrè Ed., Milano, 2003; LANDI, Diritto di accesso alle informazioni ambientali: nota, in Rivista Giuridica dell’Ambiente, 2000, p. 355 e ss.; GRATANI, Direttive Seveso: gli Stati membri sono chiamati a vigilare sulla corretta attuazione della normativa comunitaria sui rischi di incidenti rilevanti, in Rivista Giuridica dell’Ambiente, 1999, p. 846 e ss.; CUTILLO FAGIOLI, Il diritto di accesso alle informazioni e la partecipazione del pubblico ai processi decisionali in materia ambientale nel diritto internazionale, in Rivista Giuridica dell’Ambiente, 1996, p. 535 e ss.; BUTTI, Il diritto di accesso alle informazioni ambientali disponibili presso la pubblica amministrazione, in Rivista Giuridica dell’Ambiente, 1991, p. 455 e ss.
2) Caratteristiche peculiari dell?informazione in materia ambientale sono nel decreto legislativo n. 39/1997 le seguenti:
* le ?informazioni relative all?ambiente? sono di qualsiasi genere, scritte, visive, basate su dati di analisi, le misure adottate, ecc. La definizione è onnicomprensiva (art. 2);
* le ?autorità pubbliche? destinatarie sono tutte le pubbliche amministrazioni (statali, regionali, locali), le aziende autonome, i concessionari di pubblici servizi (art. 2);
* chiunque può accedere alle informazioni ambientali senza dover dimostrare alcuno specifico interesse (art. 3);
* possono essere sottratte alla fruizione pubblica le informazioni relative all?ambiente concernenti la difesa nazionale, le relazioni internazionali, la sicurezza pubblica, indagini o inchieste in corso, la riservatezza industriale e commerciale, la riservatezza di dati personali, materiale fornito da terzi senza che ne abbiano obbligo giuridico (art. 4);
* le informazioni possono essere sottratte all?accesso, anche temporaneamente, con provvedimento motivato, soltanto quando si debbano tutelare gli interessi sopra citati (art. 4);
* l?accesso può essere rifiutato o limitato, con provvedimento motivato, quando la richiesta sia generica (art. 4);
* il procedimento di accesso deve concludersi entro 30 giorni dalla presentazione della richiesta: trascorso inutilmente detto termine, la richiesta si intende rifiutata (art. 4);
* la richiesta deve essere presentata per iscritto (anche su moduli prestampati): la visione degli atti è gratuita, il rilascio di copie è subordinato al rimborso dei costi di riproduzione, degli eventuali diritti di bollo, ricerca e visura (art. 5);
* contro le determinazioni amministrative o il silenzio-rifiuto concernenti il diritto all?accesso in materia ambientale è dato ricorso in sede giurisdizionale ai sensi dell?art. 25, comma 5, della legge n. 241/1990 (art. 6);
* il Ministero dell?ambiente deve provvedere a dare la massima pubblicità all?annuale Relazione sullo stato dell?ambiente e deve predisporre, con la collaborazione di tutte le amministrazioni pubbliche, una relazione annuale al Parlamento sull?accesso alle informazioni in materia ambientale (artt. 7-8).
3) Vds. ad esempio Cons. Stato, sez. V, 14 febbraio 2003, n. 816; T.A.R. Sicilia, PA, sez. I, 12 marzo 2003, n. 348; T.A.R. Veneto, sez. III, 28 ottobre 2002, n. 6118; T.A.R. Toscana, sez. III, 19 dicembre 2000, n. 2731; T.A.R. Lombardia, BS, 30 aprile 1999, n. 397; T.A.R. Emilia ? Romagna, BO, sez. II, 20 febbraio 1992, n. 78; T.A.R. Sicilia, CT, sez. II, 9 aprile 1991, n.118.
4) Il decreto legislativo n. 195/2005 è stato riconosciuto costituzionalmente legittimo con sentenza Corte cost. 1 dicembre 2006, n. 399.
5) Si ricordano, inoltre, l’art. 20 della L. n. 833/1978 sulla riforma sanitaria, che dispone la pubblicità degli atti di ogni genere delle strutture sanitarie (U.S.L., P.M.P., etc), e l’art. 17 del D.P.R. n. 175/1988 che prevede, in attuazione della c.d. “Direttiva Seveso” della CEE, la massima “conoscibilità” degli atti emanati in materia di “industrie rischio, di piani di emergenza relativi, dei vari dati relativi alle emissioni.
6) I siti di importanza comunitaria ? S.I.C. e le zone di protezione speciale ? Z.P.S. sono gli ambiti locali della rete Natura 2000 prevista dalla direttiva n. 92/43/CEE sulla salvaguardia degli habitat naturali e semi-naturali, la fauna e la flora, esecutiva con D.P.R. n. 357/1997 e successive modifiche ed integrazioni e della direttiva n. 79/409/CEE sulla tutela dell?avifauna selvatica. Informazioni divulgative e dettagliate sulla rete Natura 2000 possono essere reperite sul sito internet del Ministero dell?ambiente, della tutela del territorio e del mare (www.minambiente.it).

(foto S.D., archivio GrIG)

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Ma esiste il "vero ambientalismo" o siamo tutti marziani ?


Sembra opportuno riprendere una discussione forse un po? lunga, ma interessante sul ?vero ambientalismo?. Naturalmente sono ben accetti interventi ed opinioni in merito ! Buona lettura?

Gruppo d?Intervento Giuridico

da www.sardegnaeliberta.it

Il vero ambientalismo, 24 Aprile, 2007
di Marco Maria Cocco

Gli ambientalisti, spesso, sono identificati nell?immaginario collettivo come persone ?fuori dalla realtà?, che manifestano con iniziative fuori dall?ordinario il proprio dissenso in merito ad azioni, progetti, schemi di programma che non tengono conto del rispetto e della salvaguardia dell?ambiente in cui loro hanno invece riposto il senso della vita. Sono persone rispettate ma considerate ?pericolose?, specie di radicali sovversivi che odiano il cemento, le automobili, le strade asfaltate, le industrie e amano la natura incontaminata e vorrebbero tornare all?età della pietra, salvo poi girare con il telefono cellulare, il gps, il fuoristrada ecc. Nessuno ha mai preso in considerazione i VERI AMBIENTALISTI: persone che lavorano nell?«ambiente» in maniera dura, faticosa, pericolosa. Si pensi ai forestali, ai lavoratori delle ditte per la raccolta dei rifiuti solidi e liquidi di qualsiasi tipo e quelli che li devono smaltire, i lavoratori dell?acqua in tutte le sue tipologie qualitative: dalla captazione alla potabilizzazione, la distribuzione, raccolta reflui e loro trattamento di depurazione e riutilizzo. Nessuno pensa realmente a queste persone: devono lavorare e stare zitte. Un esercito di persone che libera le strade dall?immondizia, permette di fare passeggiate in mezzo ai boschi o al mare, che eroga acqua potabile e evita che gli scarichi fognari inquinino i fiumi, i mari? la nostra vita. Sarebbe ora che i benpensanti ?so tutto io? la smettessero di giudicare e a volte condannare chi in realtà ogni giorno lavora fra mille difficoltà, in contesti ambientali e sociali estremamente difficili, pericolosi. È facile giudicare, ma è molto meno facile fare, e fare bene. Sarebbe ora che in Assessorato Tutela Ambiente della Regione si prendesse in considerazione il tema ambientale come vero volano di sviluppo e non come grattacapo dal quale evitare rogne. Affrontiamo in Consiglio Regionale una volta per tutte il problema assetto ATO, Abbanoa, ERIS, la tariffazione acque e rifiuti, il costo bonifica siti inquinati in un contesto regionale assoluto. Questa è la base di partenza per la ripresa. Non voli pindarici carichi di parole ma senza fatti.

Commenti a ?Il vero ambientalismo?

1. Carlo Fabrizio Olivas scrive:
24 Aprile 2007 alle 09:05

Sono un ?vero ambientalista?, difatti lavoro per conto di una ditta di appalto per la conduzione e manutenzione di impianti Abbanoa. Sono Laureato e ho il 6° livello CCNL fise ex ausitra. Guadagno in media Euro 1350 al mese? non si nuota nell?oro ma permette di chiudere il mese (di questi tempi..). Il lavoro è molto duro; è necessario alzarsi ogni giorno, anche il sabato, alle h 6,10 per recarsi presso la propria sede di firma (un impianto di potabilizzazione) dal quale, poi, una volta verificati i parametri di processo, se non vi sono problemi partire per 8 impianti di depurazione fognaria e 19 di sollevamento. Se tutto va bene alle 17.00 sono nuovamente a casa (sono nel centro Sardegna) ma se qualcosa va storto, una pompa ferma o bruciata, un impianto dal processo in tilt, una emergenza in rete? torno a una ora x. Notare che un impianto di depurazione fognaria è un mix di sostanze e miasmi nocivi e maleodoranti. Non si sa cosa farà Abbanoa di noi? le ultime notizie ci danno assorbiti con CCNL federutility al 2° livello per 950 Euro al mese. Così, con famiglia (due figli) non si campa. Si ventila l?ipotesi che Abbanoa abbia già un passivo esorbitante tale da decretare uno stato semi fallimentare, in più vi è il problema degli assetti interni dovuti al fatto della confluenza di SIM Cagliari, Govossai, Siidris, ecc. che ha portato problemi di gestione e distribuzione del potere. Sardegna e Libertà può spendere una parola a nostro beneficio? On. Maninchedda può cercare di capire perchè la Regione ci ha ?mollati?? Grazie.

2. Tonino Dessì scrive:
24 Aprile 2007 alle 12:58

Non per rompere un silenzio che, sulla politica, manterrò, ma sento il dovere di dichiararmi totalmente d?accordo sia con l?articolo sia col commento. Mi corre l?obbligo di tracciare anche una piccola riflessione su due anni nei quali, intorno a questi temi, non solo si sono confrontate due linee contrapposte, ma si è combattuto (e, finora, perso) uno scontro quasi quotidiano molto crudo di potere istituzionale e materiale. Di fatto la politica ambientale della Regione è stata assorbita per un verso dalla pianificazione urbanistica, per l?altro verso dalla ristrutturazione dell?apparato amministrativo dell?agricoltura e più ancora da quella dell?apparato amministrativo dei lavori pubblici. Il PPR non è un piano ambientale (almeno su questo lo stesso Presidente, di fronte a me, in Giunta, ha dovuto ammetterlo) e nemmeno paesaggistico (fatti salvi gli aspetti immaginifici con cui è stato presentato all?opinione pubblica), ma è un piano urbanistico di ridistribuzione dei valori fondiari. La costituzione dell?ATO e di Abbanoa, accompagnata dal Piano di gestione delle risorse idriche, costituisce la premessa per la privatizzazione dell?acqua (i comuni non reggeranno, alla lunga, gli oneri di partecipazione ad Abbanoa e, se essi non vorranno assumersi gli oneri politici di un ulteriore inasprimento tariffario, subentreranno, nella capitalizzazione della società, ineluttabilmente, i privati. Sul piano interno questa operazione ha avuto la diretta regia dell?Assessorato del lavori pubblici, che ne controllerà comunque l?evoluzione politica tramite la trasformazione dell?EAF in Agenzia regionale per la programmazione e la realizzazione delle infrastrutture idriche. La costituzione delle tre nuove Agenzie Agricole non ha come effetto la semplice eliminazione di carrozzoni obsoleti, ma prelude alla dispersione del patrimonio di personale e di competenze professionali dell?ERSAT, dell?Istituto Zootecnico e Caseario, della Stazione Sperimentale del Sughero e dello stesso Istituto di Incremento Ippico. La politica del marketing territoriale (Gambales e affini)ha sostituito la politica dei Parchi. La trasformazione dell?Ente Foreste in soggetto complesso con la missione di gestire modernamente e col concorso degli enti locali i pubblici demani (nuclei fondamentali, in Sardegna, della rete Natura duemila) avrebbe necessitato non solo di una politica di freno alla crescita indiscriminata e clientelare (alla calabrese)delle assunzioni di personale a termine, ma sopratutto, secondo quanto a suo tempo concordato coi sindacati di categoria, da un progetto di stabilizzazione e professionalizzazione di tutte le maestranze, anche mediante la trasformazione definitiva, col meccanismo del turn over sostitutivo, dei rapporti semestrali in rapporti a tempo indeterminato. Si sta puntando su altro, invece, e incombe la privatizzazione anche della gestione delle strutture immobiliari di immenso valore racchiuse nelle foreste pubbliche. Il Corpo Forestale e di Vigilanza Ambientale avrebbe dovuto essere rilanciato come corpo tecnico specializzato nella prevenzione e nel controllo ambientale, affiancando così l?ARPAS; mentre si sta accentuando la tendenza a ridurlo a mero apparato di polizia rurale, ausiliario, quando non sostitutivo, nel compito di presidio del territorio extraurbano, delle forze dello Stato e delle polizie municipali. Anche la tematica dei rifiuti ha rischiato di essere soverchiata dal programma Sardegna Fatti Bella, non casualmente affidato, per la parte divulgativo-promozionale alla Presidenza e per la parte gestionale all?Assessorato del lavoro. Sulle bonifiche, l?idea del risanamento ecologico, che avrebbe garantito anche la stabilizzazione dei LSU di IGEA e di ATI Ifras, si è imbattuta nella politica della svendita del patrimonio immobiliare delle aree minerarie. Sull?inquinamento la strategia della riconversione industriale si è scontrata con quella del confinamento cementizio (i muri della discordia) o del seppellimento delle scorie in miniera. Sul terreno dell?energia, è ora di dirlo con chiarezza: il Piano energetico regionale è fondato su una scelta fondamentale: tutto carbone per l?energia interna, gasdotto solo come transito verso il continente. E sopratutto si incentra sulla miope idea che la priorità resti l?industria energivora e non la ricerca e la promozione di industrie non energivore e non inquinanti, ad altissimo valore aggiunto tecnologico. Sulla protezione civile un nuovo protocollo d?intesa, stipulato nello scorso dicembre non col competente dipartimento della presidenza del consiglio dei ministri, come fino ad allora era avvenuto, ma col ministero dell?interno, cancella il ruolo del volontariato e finanzia nuovamente, a carico della Regione e non dello Stato, l?assunzione stagionale, di una particolare categoria di precari privilegiati: i vigili del fuoco avventizi trimestrali. L?Assessorato dell?Ambiente, pur nella discrezione imposta dalla sobrietà istituzionale e dalla disciplina politica di governo, ha tentato di perseguire strategie differenti, affrontando per due anni duri conflitti non solo ai livelli politici, ma intercorsi anche con le strutture di altri assessorati (i cui gruppi dirigenti sono restati gli stessi del passato, con l?aggiunta di uno stuolo di consulenti esterni di diretto riferimento presidenziale). Solo un apparato legislativo comunitario e nazionale ancora vincolante garantisce che la dimensione qualitativa della gestione della risorsa idrica (ancora competenza dell?ambiente) abbia una prevalenza giuridica sugli aspetti quantitativi (dighe e condotte) e che la politica forestale volta alla tutela idrogeologica del suolo, a quella della biodiversità animale e vegetale e al mantenimento dell?equilibrio atmosferico e climatico prevalga, se invocata in giudizio, anche sulle dissennatezze del PPR (alcune delle quali ribadite nel Programma strategico 2007-2013 in virtù del famoso taglia-incolla rivelato su questo stesso sito)e, sotto il profilo economico-gestionale, sulle velleità del Piano energetico regionale (basti pensare, senza riprendere qui le discussioni sul termovalorizzatore dei rifiuti, che la prevista linea affiancata di produzione di energie da biomasse prevede un approvvigionamento del 60% di combustibile dalle foreste regionali). Piano di Assetto Idrogeologico, Piano di Tutela delle Acque, Piano forestale ambientale regionale,per fortuna, costituiscono altrettanti ?Piani stralcio di bacino? a norma della legislazione nazionale vigente e, piaccia o meno, prevalgono anche sul PPR. Non solo, ma essendo costruiti su basi tecnico-scientifiche di conoscenza fisica del territorio, e non su scelte discrezionali di politica urbanistica, sono destinati a resistere di più alle contestazioni giudiziarie che subisce quest?ultimo. L?ultima barriera è stata posta con l?introduzione, finalmente, nella legislazione regionale, della Valutazione Ambientale Strategica per i piani e i programmi, prevista su nostra iniziativa nella legge sulla ripartizione delle competenze tra Regione e sistema delle autonomie locali (a seguito di emendamenti che l?Assessorato portò di propria iniziativa, con grande malumore della Giunta, nella Prima Commissione Permanente, modificando sia il testo originariamente proposto dall?Assessorato degli Affari generali, sia quello elaborato in una prima fase dalla stessa Commissione consiliare). Perciò Piano Energetico Regionale e Piano dei Rifiuti andranno giocoforza a VAS (io ho sostenuto in Giunta e sostengo tuttora che avrebbe dovuto andarci anche il PPR e che non averlo previsto è illegittimo). Sui rifiuti il perno è restato quello della raccolta differenziata spinta domiciliare: solo a queste condizioni abbiamo accettato il termovalorizzatore di Ottana, che originariamente non ritenevamo necessario. Qualche settimana fa ho scoperto però che una delibera della Giunta rallenta la spinta di propulsione in tale direzione (gli obiettivi di differenziazione da raggiungere sono stati ridimensionati temporalmente rispetto alle linee-guida impostate nel novembre 2005). Quando dico noi, non parlo dell?assessore da solo, ma dell?intero staff di direzione di un Assessorato drasticamente rinnovato. E? inutile far finta di non vedere che in tutta questa vicenda non solo sono entrate in conflitto visioni diverse delle politiche ambientali, che nella loro specificità sono ancora, prevalentemente, considerate residuali rispetto ad altre, ma anche interessi materiali, i quali sono stati e vengono privilegiati rispetto ad altri. Ed è evidente che il patrimonio umano coinvolto, presente e futuro, attuale e potenziale, è stato ed è considerato dalla Giunta regionale una variabile totalmente dipendente e per molti aspetti indifferente. Segnalo infine (anch?io associandomi ad altre istanze verso chi nell?Assemblea regionale può fare qualcosa o impedire che qualcosa accada), che, dopo l?approvazione della legge statutaria, è in discussione, nella commissione competente, il disegno di legge d?organizzazione dell?amministrazione regionale, presentato dalla Giunta nell?ottobre scorso, che accorpa in un unico assessorato le competenze in materia di ambiente, paesaggio, urbanistica, assetto del territorio. Una vecchia idea degli anni ?70, abbandonata in quasi tutte le Regioni tra gli anno ?80 e gli anni ?90 a seguito dell?affermarsi della specificità della tematica ambientale, del consolidarsi delle strategie ambientali come uno dei tre pilastri delle politiche dell?UE, del ruolo assunto a livello statale del Ministero dell?Ambiente (ora anche ministero della tutela del territorio e del mare). Conosco l?apparato regionale: mettere la volpe che interloquisce con gli interessi economici rivolti al territorio come inquilino nello stesso luogo dove si dovrebbero allevare i custodi e i controllori della difesa ambientale del territorio stesso non è il rimedio migliore per ovviare alla frammentazione attuale delle competenze. Pertanto, oggi, trovo vano fare appello al protagonismo di un assessorato che (a prescindere da chi vi è attualmente preposto pro-tempore)è stato politicamente esautorato da tante competenze e che si sente ?ad esaurimento?, come si può quotidianamente constatare. L?Assessorato all?Ambiente della Regione Sarda nacque con Mario Melis e sta per morire con Renato Soru. Si può fare qualcosa per impedirlo? E sopratutto è opportuno impedirlo? Io credo di si, ma a una condizione: che quel tipo di cultura ambientale, non declamatoria, bensì volta al governo dei problemi reali con gli occhi puntati al sociale, che emerge dall?articolo e dal primo commento, conquisti uno spazio che finora, nella politica prevalente, non ha mai avuto. Tonino Dessì.

3. Z.I.P. scrive:
25 Aprile 2007 alle 15:27

Prima di fare la V.I.A. (Valutazione di Impatto Ambientale) sarebbe opportuno fare la V.I.P. (Valutazione di Impatto Poltico) per verificare il consenso delle popolazioni di una terra condannata ad essere un?isola e non un piccolo grande continente come meriterebbe. Fortunatamente la natura di quest?isola non è stata disegnata dalla politica che, riducendola a brandelli, avrebbe fatto scempio anche di quel senso di appartenenza di cui tutti i sardi vanno orgogliosamente fieri (talvolta fin troppo). Ed il pericolo incombente è proprio la colonizzazione in atto. Noi non disdegniamo chi viene da ?fuori? a collaborare, a vivere l?isola, ad apprezzarla ed a contribuire per la crescita e lo sviluppo. Siamo, piuttosto, preoccupati e contrariati perchè viene imposta una logica di sudditanza che deve essere assorbita come l?olio di ricino. Dobbiamo espiare i peccati di decenni di malcostume e malgoverno in un breve periodo per lasciare poi spazio a nuove generazioni di globenglish che faranno scomparire rapidamente linguaggi, usanze, tradizioni per le quali ancora oggi siamo capaci di incuriosire ed attrarre il resto del mondo. Si, forse è ancora poco, potremo e dovremo fare molto di più; studiare, crescere, impadronirci delle nostre conoscenze miscelandole con le nuove opportunità offerte dalla globalizzazione, per ottenere il migliore dei risultati. Ed è per questo che abbiamo, anzi ho, votato e trascinato nelle mie convinzioni tutte le persone che potevo verso il leader che ispirava e sintetizzava il comune sentire di un mare di gente che ama la Sardegna.

4. Stefano Deliperi scrive:
25 Aprile 2007 alle 17:29

Ultimamente si fa un gran parlare di ?vero? ambientalismo, come se a qualcuno spettasse attribuire ?patentini?, medaglie e diplomi di benemerenza. ?Ambientalismo? è così divenuto un termine generico, come ?imprenditorìa?, come ?politica?, ecc. dove c?è dentro tutto e il contrario di tutto. Come se potesse passare per ?ambientalismo? la realizzazione di uno dei peggiori scempi dell?ambiente e dell?erario pubblico come l?invaso di Monte Nieddu – Is Canargius solo perchè ha a che fare con ?l?acqua e tutte le sue tipologie qualitative?. Per cortesia, chiamiamo le cose con il loro vero nome e, soprattutto, occupiamoci delle cose in concreto (credo che a questo pensi giustamente Tonino Dessì), al di là di definizioni che lasciano un po? il tempo che trovano. Tanto è la realtà che le definisce.
Stefano Deliperi, ambientalista o, meglio, ecologista da un bel po? di tempo.

5. Tonino Dessì scrive:
26 Aprile 2007 alle 01:04

Caro Stefano, ovvio che non mi assocerei a una banalizzazione del ruolo meritorio che hai svolto e che tu e la tua associazione (come altre) state svolgendo. Non è, quello tuo, un ambientalismo declamato, ma praticato anche se spesso (ma non esclusivamente) più oppositivo che di proposta. Qualcuno quel ruolo lo deve pur fare e non guasta mai denunciare gli scempi. Tuttavia non ho trovato nei due ultimi commenti alcuna risposta all?articolo introduttivo (che non credo avesse te come bersaglio) nè all?intervento successivo, nè alle questioni che io ho cercato di sottoporre all?attenzione. La complessità, mi rendo conto, spaventa un pò e si preferisce tagliare gli argomenti col coltello. Tuttavia, per la storia, io, che a quei tempi ero un giovane dirigente delle politiche ambientali del PDS, alla diga di Monte Nieddu mi opposi, ma restai solo. solo. E su quella diga è bene anche rifarsi a una storia che pare lontana, ma che ancora non è del tutto consumata. La diga di Monte Nieddu è prevista dal vecchio cosiddetto ?Piano delle Acque?, un documento della Regione che risale ala fine degli anni 70 e che prevede(va?) la realizzazione in Sardegna di trenta dighe, sulla scorta di un?ipotesi (folle) di raddoppio della popolazione sarda entro il 2010 e di una triplicazione dei fabbisogni, sopratutto per usi turistici e agricoli. Quel documento continua ad essere il documento-guida della struttura dell?Assessorato dei Lavori Pubblici e dell?EAF, suo braccio operativo nel settore idrico come gli uffici del Genio civile lo sono per il suolo. Lavori pubblici e ambiente sono due strutture parallele e da sempre concorrenti, così come ambiente e Assessorato enti locali e urbanistica lo sono sul versante del controllo del territorio: ai sette servizi ripartimentali del CFVA, sollecitati così spesso a reprimere gli abusi edilizi, ne corrispondono in parallelo altrettanti sette di vigilanza urbanistica, ben attenti a non vigilare e a non reprimere alcunchè. Lo dico perchè spesso, anche nel protestare contro determinate scelte, si sbaglia bersaglio. L?Assessorato dei lavori pubblici, guarda caso, riprodusse a fine 2005 le stesse previsioni del vecchio ?Piano delle Acque? all?interno della sua proposta di Piano di gestione delle risorse idriche, presentata in contrapposizione alla proposta di Piano di Tutela delle Acque elaborata dall?Assessorato dell?ambiente. Devo dare atto al Presidente Soru, che almeno i conti li sa fare, di essersene accorto in Giunta e di aver imposto all?Assessorato dei lavori pubblici di correggere le sue previsioni quantitative. Tuttavia gli scenari infrastrutturali del vecchio Piano rimangono come guida per la struttura amministrativa e per la politica, che ogni tanto se la ritenta: vedi la vertenza per la realizzazione della diga di S?Allusia in Marmilla. Nel lontano 1992 (In Regione c?era il ?Governissimo? con tutti i partiti di allora dentro, Presidente Cabras, Assessore del Bilancio e della Programmazione Barranu), la Giunta propose, in un articolo di legge finanziaria, la realizzazione di un invaso sul Rio Picocca (anch?esso previsto fra le trenta famose dighe). Linetta Serri (armungese) e Luigi Cogodi (sanbasiliese) si opposero, perciò Barranu rimise al Consiglio la decisione sull?invaso cui destinare le risorse (provenivano dall?ultimo Piano di Rinascita, erano per investimenti e bisognava spenderle su opere rapidamente progettabili). Nessuno sa come i Presidenti dei Gruppi si siano accordati su Monti Nieddu, che sta dalla parte opposta del cono-sud dell?allora Provincia di Cagliari, nè a quale fabbisogno dovesse corrispondere (ancora oggi, se quella diga venisse realizzata non si saprebbe a quale schema idrico allacciarla). Come si vede il tema qualitativo c?entrava davvero poco. L?occasione è buona per completare il discorso ricordando un?altra scelta fatta nello stesso periodo, che parimenti contestai (supportato per la verità dal solo Rettore Mistretta, ancora non candidato all?immortalità) e parimenti persi. Il noto Parco scientifico e tecnologico, realizzato non solo dentro una foresta demaniale (Piscinamanna), ma sopratutto dentro l?area di esondazione del rio Palaceris. Progettista tal Gregotti (dato allora per vicino a PCI PSI e Legacoop), lo stesso del quartiere ZEN di Palermo. Obiettivo politico: realizzare un autonomo centro di potere legato alla sinistra, il Parco Tecnologico, che in Provincia di Cagliari facesse da contrappeso al CASIC, gestito dall?Avvocato Usai (sempiterno). Nessuno ha mai dato una convincente spiegazione del perchè quell?infrastruttura dovesse sorgere proprio in un demanio forestale pubblico. Dissero, Presidente e Assessori, reduci da un viaggio negli States, di aver constatato che i Parchi tecnologici sono colà, in genere, situati in luoghi ameni. Il rio Palaceris tenta ogni tanto di vendicarsi e prima o poi ci riuscirà. Non sarà in nessun luogo il PPR che costringerà fiumi e suoli a modificare i propri comportamenti per far posto a resort golfistici in Marmilla o a modalità improbabili di valorizzazione turistica di siti ex minerari (some places, if once mine, for ever mine). Sulla diga di Monti Nieddu non so se si abbatterà qualche nemesi:forse il fatto che l?UE, dopo aver chiuso il comparto bieticolo, entro il 2007 chiuderà anche il comparto cerealicolo e di quell?accidente di diga non sapremo proprio cosa farcene. Però si è imposto (anche sotto la Giunta attualmente in carica, di proseguire i lavori), nonostante qualche discussione ci sia stata. Morale delle due favole: tutela qualitativa dei corpi idrici e del suolo e obiettivi quantitativi (leggi:infrastrutturali) continuano a marciare ancora oggi distinti, perchè diversi sono gli interessi che li muovono. Quelli di potere prettamente politico (guardate chi governa ancora il Parco scientifico e tecnologico) e quelli cementizi (paradossalmente anche nei siti dove le falde andrebbero bonificate), tuttavia, sono ancora egemoni, anche se il fatto che lo si dica può dispiacere al nostro amico della VIP. Io non sono per misurare la correttezza delle scelte di governo in base a un gradimento politico costruito sulla propaganda: se noto, dalle carte, che il PPR è bucato in punti particolarmente sensibili lo dico. Se scopro, come leggo oggi sui giornali, che la Sopraintendenza ai beni paesaggistici (grazie a un esposto di Stefano Deliperi) ha annullato il nullaosta per una variante a un complesso turistico alberghiero rilasciato dall?Ufficio Tutela del Paesaggio nel dicembre 2006, non posso che felicitarmene, ma devo anche dire che non sono stupito del fatto che il nullaosta fosse stato concesso. Infine, ripropongo la domanda (come Catone col suo ?delenda Cartago?): c?è o no qualcuno che riterrebbe utile opporsi alla soppressione dell?assessorato regionale della difesa dell?ambiente? Ciao. Tonino.

6. Marco Maria Cocco scrive:
26 Aprile 2007 alle 08:58

Rispondendo a Stefano Deliperi circa il ?patentino di ambientalista? ecc. ritengo che in buona sostanza ti abbia già risposto Tonino Dessì, che ringrazio per gli interventi e vorrei conoscere di persona (qualora fosse d?accordo, ovviamente) per la grande stima che ho di lui.
Per quanto riguarda noi due ci siamo conosciuti personalmente molti anni fa, abbiamo la stessa età, ci siamo impegnati in prima persona ma in maniera differente sulle tematiche sopramenzionate. Ti rispondo solo dicendoti che ho seguito per lavoro la gestione diretta (non dietro la scrivania ma in situ), di impianti di trattamento acque di 3/4 della Sardegna, ricoprendo ruoli che vanno dall?operaio al capo impianto. Tuttora lavoro in questo settore. Ritengo pertanto di avere un minimo di umile voce in capitolo. Forse avrei dovuto dare maggiore rilevanza mediatica al mio lavoro in maniera da farmi conoscere ma, sai com?è, quando sei a Talana o Villanova Truschedu o Bau Pressiu? non hai molta possibilità e tempo per avere contatti con i media. Come ben saprai la questione ambientale ovvero, per quel che mi concerne, il settore primario strategico ?ACQUA?, è un tema assai dibattuto proprio a causa del fatto che in tanti parlano (hai seguito mercoledì 25 un incontro televisivo trasmesso su nota rete nazionale?) ma in POCHI operano realmente. Anche a me fa specie talvolta incontrare ambientalisti improvvisati, ma non per questo li critico. Esistono e basta, non posso arrogarmi un diritto di prelazione. Se quei pochi che operano realmente poi, vogliono vedere riconosciuta una leadership nel campo di propria pertinenza? beh si accomodino, ma permettano anche agli altri NON NATI IERI di continuare a lavorare su ciò che sta loro a cuore, ed esprimere DEMOCRATICAMENTE la propria opinione, anche tecnica, frutto di decenni di studio e pratica. Ti invito a rileggere i miei interventi pubblicati su questo stesso sito intitolati ?l?acqua dimenticata? e ?acqua, dal cielo al mare senza passare dal via?. Opinabili, ovviamente. Se poi vogliamo incontrarci ad un tavolo tecnico di confronto per dibattere sulla questione magari invitando Tonino Dessì, sono a disposizione. PS: il mio non è uno pseudonimo. Saluti, Marco Maria Cocco.

7. Carlo Corona scrive:
26 Aprile 2007 alle 13:16

Brutti, Sporchi, ma non Cattivi !
Siamo così noi uomini degli impianti.
Talvolta un poco ?grezzi?, soli di fronte a realtà puzzolenti, lordanti, incontenibili. Forse, a forza di aver a che fare con fogne e spazzatura diveniamo anche noi tali o somiglianti. Però non ce ne andiamo, anche perchè, pur se malpagato e pieno di problemi, ci piace il nostro lavoro. D?acordo, non tutti siamo così, pure da noi ci sono gli scansafatiche, ma non possono durare molto perchè il risultato è tangibile: fuori norma, denunce, ira dei colleghi ecc.
E poi noi non percepiamo soldi in nero per la progettazione e costruzione degli impianti.
Ambientalisti ed ecologisti: perfetto.
Ma solo critica distruttiva no. La critica deve sempre essere costruttiva altrimenti è fin troppo facile dire non sono d?accordo, ti denuncio e non ti do una via alternativa per la risoluzione del problema. Se dici ?no!? a priori sbagli, devi sempre dare una alternativa, devi metterti in giuoco. Facile distruggere, meno facile costruire. E? chiaro che sia difficile inviare denunce contro gli speculatori edilizi, ricchi sfondati e arroganti, così come affrontare la pressione psicologica (e a volte non solo) degli stessi. Plaudo a queste persone e riconosco loro un grande senso civico, ecologico, di giustizia. Però il nord Italia piange: è senz?acqua.
Noi almeno per ora non piangiamo: abbiamo gli invasi contenenti acqua che fa schifo, più che eutrofica distrofica e anossica, ma sempre acqua dolce. Alghe verdi, rosse, blu. Ce ne sono di tutti tipi ma noi trattiamo ugualmente l?acqua e vorremmo che quella depurata non finisse a mare, ma venisse trattata in terziario e re inviata a invasi o agricoltura o industrie. La situazione non è facile, ma noi in questi anni soli e in silenzio abbiamo sempre fatto il nostro dovere. Anche nei periodi più difficili, sacrificando notti, domeniche, tanti ferragosto? i nostri cari. Per essere addirittura derisi o considerati alla stregua di persone non ecologiste e con scarso senso del rispetto per l?ambiente che circonda noi e la nostra vita.
Non ci sto. Ringrazio l?autore dell?articolo, il collega Olivas e Tonino Dessì.

8. Stefano Deliperi scrive:
26 Aprile 2007 alle 16:51

Uno scambio di opinioni stimolante anche se lo spazio è tiranno. Ma vorrei che fosse all?insegna della massima chiarezza. Per ?ambientalismo? il tenòre delle definizioni fra dizionari e opinione comune non varia. Riporto quello di Wikipedia, anche se a Tonino Dessì non piacerà e ad altri sì. Per ambientalismo si intende lo sviluppo della coscienza sociale per la difesa delle risorse naturali e lo sviluppo sostenibile nell?opinione pubblica, e l?insieme dei movimenti e delle organizzazioni ad esso ispirati. I temi principali toccati dall?ambientalismo sono: l?inquinamento , la protezione degli animali , gli ecosistemi e le aree protette, la politica di gestione dei rifiuti , gli organismi geneticamente modificati , la gestione delle risorse energetiche , lo sviluppo sostenibile , i mutamenti climatici , la pace e la democrazia (da http://it.wikipedia.org/wiki/Ambientalismo). Nessuno ha tolto e vuol togliere importanza ai ruoli di chi fa bene il proprio lavoro e si occupa di ?ambiente? in senso lato. Se tante, tantissime persone lo fanno è soltanto un bene. Ma, per carità, evitiamo gli automatismi e le generalizzazioni perchè producono paradossi e basta. Arriveremo a dire che fra i migliori ?ambientalisti? ci sono i bracconieri e amenità simili. Saremmo tutti felicissimi se tutti quelli che si occupano di rifiuti fossero ?ambientalisti?, ma sappiamo bene che ci sono parecchie persone che se ne occupano male, in danno dell?ambiente e della salute pubblica e guadagnandoci parecchio. E molti fanno ?affari? sull?ambiente, ma mai mi sognerei di considerarli ?ambientalisti?, se vogliamo conservare un senso alle cose. Sarebbe bello se tutti quelli che si occupano di gestione dell?acqua fossero davvero ?ambientalisti?: non avremmo mai avuto disastri come quello di Monte Nieddu – Is Canargius. Nessuno deride chi lavora bene e con coscienza, anzi. Nessuno pretende ?patentini? nè vuole attribuirne. Chi scrive chiese a gran voce che i 20 milioni di acqua riciclata annua dell?impianto Tecnocasic non venissero buttati a mare, ma prendessero la via del riutilizzo al posto di invasi devastanti e dispendiosi. Chi scrive, da ecologista, fu tra i pochissimi a battersi contro scempi annunciati come questo o come il parco tecnologico di Piscina Manna, trovandosi contro, tra gli altri, fior di urbanisti, tecnici forestali, ?esperti? della gestione idrica. Tutti ?ambientalisti? anche questi ? Comprendo il senso dell?intervento ed i commenti, però invito a dare ai termini il loro significato. Ambientalista è chi è sensibile alla tutela dell?ambiente e si batte per essa, da qualsiasi posizione, da volontario o per lavoro. Ed è la realtà a dirlo. Con stima, buon lavoro a tutti.

(foto L.C., archivio GrIG)
Riferimenti: discussione su "Il vero ambientalismo"

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Vogliamo farli a pezzi ! Voi no ?


Abbiamo ricevuto la segnalazione della notizia da M.F. e N.I., due genitori con bambini piccoli, dell’età dei purtroppo protagonisti della vicenda. Due frequentatori del nostro blog, sensibili alle tematiche della salvaguardia dell’ambiente. E, naturalmente, della tutela dell’infanzia. Una vicenda che ha scosso molte coscienze e che ha fatto gridare “Vogliamo farli a pezzi ! Voi no ?” ai nostri segnalatori. Argomento non facile, dove la gravità delle accuse, sembra suffragate da ben più di qualche indizio, si scontra con la presunzione di innocenza fino al passaggio in giudicato della condanna definitiva e con il “rifiuto” della pena di morte da parte del nostro ordinamento. “Fra qualche anno al massimo saranno fuori, liberi anche di tornare in quel paese, fra quei bambini, in mezzo a quella comunità“, così hanno continuato accoratamente. Vi proponiamo la notizia perchè ci inviti tutti a riflettere.

Gruppo d’Intervento Giuridico

A.N.S.A., 25 aprile 2007

NARCOTIZZAVANO BIMBI PER ABUSI, SEI ARRESTI.

RIGNANO FLAMINIO (ROMA) – L’orrore della pedofilia dove non te lo aspetti, in una scuola materna dove ancora stamani i bambini, con i loro grembiulini rosa e azzurri, hanno continuato a giocare allegri nel cortile. Alla materna di Rignano Flaminio, però, l’incubo è tornato, quello assopito per mesi: tre maestre, una bidella, il marito di una delle insegnanti, noto autore televisivo, e un cittadino dello Sri Lanka sono stati arrestati dai carabinieri di Bracciano su disposizione della Procura di Tivoli per abusi su alcuni alunni.

Le accuse nei loro confronti sono pesanti: narcotizzavano e spesso drogavano una quindicina di bambini, tutti tra i 3 e 4 anni, per costringerli a giochi erotici. Gli abusi avvenivano in un appartamento, vicino alla scuola, messo a disposizione da una delle maestre. Le violenze, secondo l’indagine, erano filmate con una telecamera da uno degli arrestati, Gianfranco Scancarello, 56 anni, autore televisivo noto per aver creato importanti programmi per ragazzi come ‘Solletico’, e ‘Uno per Uno’,trasmissione si Sat 2000, canale tv satellitare della Conferenza episcopale italiana.

A finire in manette sono stati anche la moglie Patrizia del Meglio 57 anni, maestra nella scuola come Marisa Pucci e Silvana Magalotti, la bidella Cristina Lunerti e Kelum De Silva. I genitori andati a prendere i figli a scuola sono divisi tra rabbia, incredulità e desiderio di giustizia. “Farei provare ai loro figli le stesse cose”, ha detto una mamma. “Quelle maestre sono impagabili”, ha ribattuto un’altra che ha la figlia nella classe dove insegna Silvana Magalotti, maestra per “tre generazioni” di bambini, molto conosciuta in paese.

“La magistratura faccia chiarezza in fretta perché non si può stare a lungo sulla graticola”, ha ammonito Francesco, nonno di un altro bambino. La vicenda, infatti, scuote Rignano Flaminio, tranquillo paese alle porte di Roma, dal 13 ottobre scorso. Allora i carabinieri fecero un blitz a scuola e portarono in caserma due maestre e una bidella per interrogarle. L’indagine era scattata a luglio quando quattro genitori denunciarono gli abusi sui loro figli. A sostegno dell’accusa anche alcuni disegni fatti dai bambini, due in particolare, raffiguranti un uomo dalla carnagione scura completamente nudo. E poi i racconti fatti da alcuni piccoli e le testimonianze di due medici che avrebbero ‘accertato’ la violenza sessuale in almeno due casi.

“Ci hanno fatto passare per visionarie – ha detto la mamma di uno dei bambini vittima dei presunti abusi lamentando la mancanza finora di misure efficaci per allontanare i sospettati dalla scuola – ci hanno accusato di voler rovinare la vita a persone perbene, di essere delle scriteriate. Ora ci dovrebbero chiedere tutti scusa, a partire dalle autorita”.

Le tre maestre erano state sospese già dal 20 febbraio, dopo che i loro nomi erano stati iscritti nel registro degli indagati, hanno ricordato dall’assessorato all’Istruzione della Regione Lazio. Il ministro della Pubblica Istruzione Giuseppe Fioroni ha assicurato che licenzierà gli insegnanti coinvolti non appena la magistratura avrà concluso il suo lavoro e ha annunciato la costituzione di parte civile del ministero. Serve tolleranza zero, ha detto, contro “questi crimini ignobili”.

(foto da mailing list politico-sociale)

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Caccia e identità sarda.


Il comunicato stampa del segretario regionale del Psd?Az Efisio Trincas (chiediamo scusa: segretario nazionale,) diffuso oggi dalle agenzie di stampa, sui nuovi vincoli previsti nelle zone di protezione speciale preoccupa, non tanto per la persona che si sa è personaggio stravagante, quanto per le falsità che riporta condendole di populismo e demagogia da Masaniello de nos?atrus. Cosa dice Trincas ? ?I nuovi vincoli previsti nelle zone di protezione speciale non fanno altro che affossare l?identità e la cultura del popolo sardo. L?attività venatoria prevista dalla nostra storia viene abolita, causando un grave danno identitario alla Sardegna. Tutto ciò viene fatto senza nessun coinvolgimento delle comunità locali, in spregio all?autonomia dei Comuni?.
Se il segretario del Psd?az si fosse preso la briga di leggere quali sono le misure di salvaguardia previste dalla Regione autonoma della Sardegna e che sono oggetto di trattativa con il Ministero dell?Ambiente per una bozza d?intesa avrebbe scoperto che l?attività venatoria non è abolita (come d?altronde abbiamo pubblicato nei giorni scorsi qui nel nostro blog) ma limitata.
Infatti, poiché le ZPS sono previste dalla direttiva europea (obbligatoria per lo Stato Italiano) del 1979 sulla conservazione degli Uccelli, che impone le misure minime di salvaguardia, i divieti relativi all?attività venatoria riguardano:
- in tutte le zps è vietato l?esercizio dell?attività venatoria in deroga della direttiva 79/409 (tanto per capirci quella famosa caccia autorizzata dalla Regione sarda all?epoca del centrodestra per far sparare i cacciatori nel mese di febbraio con la scusa che i tordi si mangiavano le olive ed il mirto, facendo ridere tutta Europa e procurando alla Sardegna una condanna della Corte di Giustizia europea);
- inoltre, a seconda della tipologia ambientale delle ZPS l?attività venatoria è vietata nei seguenti casi: divieto di prelievo venatorio dell?Allodola nelle ZPS designate per Tottavilla, Calandra e Calandrella sia negli ambienti forestali delle montagne mediterranee che negli ambienti misti mediterranei; divieto dell?esercizio dell?attività venatoria sulle specie ornitiche negli ambienti steppici e nelle zone umide.
Come si vede, la limitazione dell?attività venatoria riguarda le specie ornitiche, dato che la direttiva europea prevede la conservazione di questa specie.
Quanto al calpestio dell?autonomia delle comunità locali, a Trincas devono essere caduti gli occhiali visto che nella bozza di intesa si parla di piani di gestione la cui predisposizione e attuazione è demandata agli Enti locali con tanti soldini dei fondi europei.
Non sappiamo se il segretario del Psd?Az sia caciatore o meno, certo è che comunque?le spara grosse!

Gruppo d?Intervento Giuridico e Amici della Terra

(foto L.A.C.)

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Oristano "città possibile" ?

da La Nuova Sardegna, 24 aprile 2007

BAMBINI, ANZIANI E DISABILI.
La città possibile è solo utopia ?
Denunce e proposte di associazioni ambientaliste e di volontariato.

IL CONVEGNO. Giovedì alle 18 a San Domenico.

ORISTANO. La città possibile tre anni dopo: questo è il tema del convegno promosso da associazioni ambientaliste e di volontariato nell?auditorium San Domenico per giovedì alle 18.
Il Centro di servizio per il volontariato ?Sardegna Solidale?, l?associazione ?Il Seme di Capodarco?, Amici della Terra e Gruppo di intervento giuridico, insieme al Movimento ecclesiale di impegno culturale, promuovono questo nuovo appuntamento con i cittadini per mettere a punto ?spunti e indicazioni concrete di lavoro per gli amministratori, gli educatori e gli operatori sociali e culturali in tema di educazione ambientale, con un occhio attento alle categorie più svantaggiate (bambini, anziani e disabili)?.
I relatori della manifestazione saranno Maria Antonietta Villanucci, responsabile dell?associazione ?Il Seme di Capodarco?; Gianfranco Fantoni, di Amici della Terra Gruppo di intervento giuridico, e Lusanna Usai del Meic. Interverrà Gian Piero Farru, presidente regionale di ?Sardegna Solidale?.
Verranno proiettate alcune diapositive su ecologia urbana, verde pubblico e privato, spazi per il gioco, vie residenziali, percorsi pedonali, azioni di informazione ed animazione.
Dopo due anni e mezzo si riprende un discorso quanto mai interessante per la nostra città. Non solo un?azione di denuncia, ma anche di proposta sui temi della vivibilità urbana. È intento degli organizzatori mettere in evidenza esperienze concrete ed azioni piccole e grandi per migliorare la sostenibilità quotidiana dei luoghi della città.
Ci sarà molto su cui riflettere: i ritardi nella raccolta differenziata (che dovrebbe partire il primo maggio), le strade invase dal traffico, la carenza di verde.
Gli organizzatori lamentano su questi temi uno scarso coinvolgimento dei cittadini e un clima di generale rassegnazione sul futuro della città che si appresta a rinnovare la sua amministrazione. ?Cambiare è possibile e non si può perdere tempo in attesa di grandi piani (verde, traffico e rumore, antenne di telefonia e perfino piano urbanistico), interventi di un lontano e fumoso futuro, mentre la situazione della città sta peggiorando in un modo irreparabile?, affermano gli organizzatori nel loro biglietto di invito.

(foto S.D., archivio GrIG)

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Sberla al cemento sul Rio di Chia !


La Soprintendenza ai beni architettonici ed al paesaggio di Cagliari ha emanato un provvedimento di annullamento (decreto del 26 febbraio 2007) dell?autorizzazione paesaggistica (art. 146 del decreto legislativo n. 42/2004 e successive modifiche ed integrazioni) rilasciata dall?Assessorato regionale dei beni culturali ? Servizio tutela del paesaggio di Cagliari n. 8676 del 13 dicembre 2006 in favore del progetto di variante del complesso turistico-alberghiero + zona sportiva per conto di Sarda Gestioni Turistiche s.r.l. ? Torre Chia s.r.l. in loc. Chia ? Tanca S?Isca, in Comune di Domus de Maria (CA). Il decreto della Soprintendenza cagliaritana, reso conoscibile in questi giorni, è stato adottato per violazione di legge in quanto l?autorizzazione paesaggistica regionale è risultata emanata senza la necessaria ?relazione di compatibilità paesaggistica? prevista con decorrenza 1 agosto 2006 dal D.P.C.M. 12 dicembre 2005. Ora i lavori devono essere subito bloccati.

E? il risultato più rilevante dell?esposto (30 gennaio 2007) inoltrato dalle associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico alle amministrazioni pubbliche (Ministero per i beni e attività culturali, Assessorati regionali dell?urbanistica, dei beni culturali, della difesa dell?ambiente, Comune di Domus de Maria, Servizio tutela del paesaggio, Servizio del Genio civile, Soprintendenza ai beni ambientali di Cagliari), al Corpo forestale e di vigilanza ambientale, ai Carabinieri del N.O.E. ed alla Magistratura competenti in relazione ai lavori in corso concernenti la realizzazione del complesso turistico-alberghiero + zona sportiva.

Detti interventi edilizi sarebbero stati avviati in forza di concessioni edilizie n. 10/04 del 30 gennaio 2004 (progetto di variante del complesso turistico-alberghiero), n. 83/04 del 5 agosto 2005 (progetto di sistemazione della zona sportiva), n. 120/04 del 17 dicembre 2004 (progetto di variante del complesso turistico-alberghiero, modifiche conc. n. 10/04 del 30 gennaio 2004). In precedenza, con deliberazione n. 14 del 26 febbraio 1993, il Consiglio comunale aveva approvato l?autorizzazione (art. 16 della legge n. 765/1967) per l?aumento in deroga dei volumi realizzabili (strutture residenziali per mc. 13.290, strutture ricettive per mc. 12.824, strutture pubbliche per mc. 5.000) per complessivi mc. 31.744, deliberazione rinviata dal Comitato circoscrizionale di controllo (prot. n. 2890/01/93 nella seduta dell?1 aprile 1993). Con deliberazione C. C. n. 16 del 28 aprile 2004 veniva, inoltre, disposta la cessione del diritto di superficie in favore della Torre Chia s.r.l. di aree della lottizzazione Tanca S?Isca in precedenza cedute al Comune per la realizzazione di opere di urbanizzazione (corrispettivo di 800.000,00 euro da pagarsi in 40 rate annuali improduttive di interessi). Con deliberazione C. C. n. 23 del 30 giugno 2004 è stato approvato lo schema di convenzione per la realizzazione delle opere di urbanizzazione primaria della lottizzazione Tanca S?Isca.

Parte degli interventi ricadono in aree a pericolosità idraulica modesta (Hi 1), media (Hi 2), elevata (Hi 3) e molto elevata (Hi 4) del vigente piano stralcio di assetto idrogeologico ? P.A.I., in quanto risultano contigue al Rio di Chia. Tuttavia, secondo varie segnalazioni pervenute, le ruspe pare che stiano lavorando alacremente a due passi dal corso d?acqua.

L?area di Chia è tutelata con specifico vincolo paesaggistico (decreto legislativo n. 42/2004 e successive modifiche ed integrazioni) E? contigua, inoltre, all?istituenda riserva naturale regionale ?Capo Spartivento e Stagni di Chia? ai sensi della legge regionale n. 31/1989 (allegato ?A?) ed al sito di importanza comunitaria (SIC) ?Stangioni de su Sali e di Chia? (ITB04235) ai sensi della direttiva n. 92/43/CEE sulla salvaguardia degli habitat naturali e semi-naturali.

Nel piano paesaggistico regionale ? P.P.R. (deliberazione Giunta regionale n. 36/7 del 5 settembre 2006) l?area appare ricompresa nell?ambito di paesaggio costiero n. 3 ?Chia? (art. 14 delle norme tecniche di attuazione) ed è classificata in parte ?area naturale e sub naturale?, ?area semi-naturale?, ?area ad utilizzazione agro-forestale? e ?insediamenti turistici?. Essendo comunque il Comune di Domus de Maria sprovvisto di P.U.C. definitivamente approvato ed in vigore, si applicano per tale ambito di paesaggio costiero le disposizioni cautelari provvisorie di cui all?art. 15, comma 3°, delle norme tecniche di attuazione del P.P.R. Nel caso specifico, dove si tratta di comparto inedificato di piano di lottizzazione,ogni intervento non autorizzato definitivamente appare dover esser rivisto alla luce delle disposizioni del P.P.R. e potrebbe esser realizzato soltanto previa ?intesa? (art. 11 delle norme tecniche di attuazione) fra Regione, Comune e Privati.

Insomma, sono parecchi gli aspetti legali ed ambientali che necessitano dei doverosi approfondimenti, così come sono numerosi i casi già denunciati dalle associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico che hanno provocato a Chia l?arrivo della Polizia giudiziaria e della Procura della Repubblica. Ora anche della Soprintendenza ai beni architettonici ed al paesaggio di Cagliari. Evidentemente necessario per salvaguardare un patrimonio ambientale continuamente a rischio a causa di una speculazione immobiliare arrembante.

Gruppo d?Intervento Giuridico e Amici della Terra

(foto S.D., archivio GrIG)

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Finalmente arrivano gli eco-reati…e le eco-pene !

24 Aprile 2007 Commenti chiusi


Finalmente il Governo compie un’iniziativa concreta per rendere un minimo efficace il quadro normativo contro speculatori ed inquinatori. Buona lettura…

Gruppo d’Intervento Giuridico

A.N.S.A., 24 aprile 2007

CONSIGLIO MINISTRI: APPROVATO DDL ECO-REATI.

ROMA – Giro di vite contro i criminali dell’ambiente. Il Consiglio dei Ministri ha approvato, su proposta dei ministeri dell’Ambiente e della Giustizia, il Ddl eco-reati che contiene le disposizioni concernenti i delitti contro l’ ambiente e dà la delega al Governo per il riordino, il coordinamento e l’integrazione della relativa disciplina.

Multe fino a 250 mila euro e carcere fino a un massimo di dieci anni, piu’ le aggravanti: via libera al giro di vite contro i criminali dell’ambiente nel ddl approvato dal Consiglio dei Ministri su proposta dei ministeri dell’ Ambiente e della Giustizia. In tutto 5 articoli. Alla base del provvedimento l’offensivita’ del reato e la strutturazione dei reati a seconda del crescente grado di offesa al bene giuridico tutelato: dal pericolo concreto, al danno, fino al disastro ambientale. E’ lotta anche alle Ecomafie: introdotti i reati di associazione a delinquere finalizzata al crimine ambientale.

In particolare il ddl prevede l’ introduzione nel Libro II del Codice Penale del Titolo VI-bis, rubricato ”Dei delitti contro l’ambiente”. Inquinamento ambientale; danno ambientale; disastro; alterazione del patrimonio naturale, della flora e della fauna; traffico illecito di rifiuti; traffico di materiale radioattivo o nucleare e l’abbandono di esso; delitti ambientali in forma organizzata, le cosiddette Ecomafie; frode in materia ambientale; delitti colposi contro l’ambiente; impedimento al controllo; bonifica e ripristino dello stato dei luoghi sono alcune delle nuove fattispecie criminose introdotte dal ddl. Il provvedimento prevede anche il ”ravvedimento operoso” con pene diminuite dalla meta’ a due terzi per gli eco-collaboratori. Introdotta anche la ”causa di non punibilita”’ per chi ripara al proprio danno prima dell’azione penale. Tra le novita’ anche la sanzione per ”danno economico” che prevede la reclusione da uno a quattro anni e multe da ventimila a cinquantamila euro per chi offende le risorse ambientali in modo tale da pregiudicarne l’utilizzo da parte della collettivita’, gli enti pubblici o imprese di rilevante interesse. La legge entra in vigore il giorno successivo alla pubblicazione in Gazzetta ufficiale. Entro 18 mesi dall’entrata in vigore della legge, il Governo adotta uno o piu’ decreti legislativi.

MASSIME PENE A DISASTRI E SCORIE NUCLEARI
Da oggi punizioni esemplari per il disastro ambientale e il traffico di materiale radioattivo o nucleare o abbandono di esso. Per i disastri ambientali prevista la reclusione da tre a dieci anni con multa da trentamila a duecentocinquantamila euro. Il 452-quater (art.1 lettera b del ddl) prevede queste pene per chiunque illegittimamente immette nell’ambiente sostanze o energie cagionando o contribuendo a cagionare un disastro ambientale. A contraddistinguere il reato di disastro non e’ la sola imponenza del fenomeno, quanto gli effetti di tale imponenza sulla pubblica incolumita’.

Misure severe anche per i traffici di materiale radioattivo o nucleare e l’abbandono di esso (452-octies, lettera b). La reclusione va da due a sei anni e la multa da 50.000 a 250.000 euro per chiunque illegittimamente cede, acquista, trasferisce, importa o esporta sorgenti radioattive o materiale nucleare. Stessa pena per detentore che si disfa illegittimamente di una sorgente radioattiva. La pena e’ aumentata di un terzo se dal fatto deriva il pericolo concreto di una compromissione durevole o rilevante di sottosuolo, acque, aria, flora o fauna selvatica. Se poi dal fatto deriva il pericolo concreto per la vita o l’incolumita’ delle persone, si applica la pena della reclusione da tre a dieci anni e della multa da quindicimila a centomila euro.

SCHEMA DI DISEGNO DI LEGGE RECANTE ?DISPOSIZIONI CONCERNENTI I DELITTI CONTRO L?AMBIENTE?. DELEGA AL GOVERNO PER IL RIORDINO, IL COORDINAMENTO E L?INTEGRAZIONE DELLA RELATIVA DISCIPLINA

Articolo 1

(Modifiche al codice penale)

1. Al codice penale sono apportate le seguenti modificazioni:

a) dopo il Titolo VI del Libro Secondo del Codice Penale, è inserito il seguente: “TITOLO VI-bis. DEI DELITTI CONTRO L?AMBIENTE”;

b) dopo l?articolo 452, sono inseriti i seguenti:

” Articolo 452-bis (Inquinamento ambientale)

E? punito con la reclusione da uno a cinque anni e con la multa da cinquemila a trentamila euro chiunque illegittimamente immette nell?ambiente sostanze o energie cagionando o contribuendo a cagionare il pericolo concreto di una compromissione durevole o rilevante:

a) delle originarie o preesistenti qualità del suolo, del sottosuolo, delle acque o dell?aria;

b) per la flora o per la fauna selvatica.

Articolo 452-ter (Danno ambientale. Pericolo per la vita o l?incolumità personale)

Nei casi previsti dall?articolo 452-bis, se la compromissione durevole o rilevante si verifica si applica la pena della reclusione da due a sei anni e della multa da ventimila a sessantamila euro. La compromissione si considera rilevante quando la sua eliminazione risulta di particolare complessità sotto il profilo tecnico, ovvero particolarmente onerosa o conseguibile solo con provvedimenti eccezionali.

Se dalla illegittima immissione deriva il pericolo concreto per la vita o l?incolumità delle persone, si applica la pena della reclusione da due anni e sei mesi a sette anni.

Articolo 452-quater (Disastro ambientale)

Chiunque illegittimamente immette nell?ambiente sostanze o energie cagionando o contribuendo a cagionare un disastro ambientale, è punito con la reclusione da tre a dieci anni e con la multa da trentamila a duecentocinquantamila euro.

Si ha disastro ambientale quando il fatto, in ragione della rilevanza oggettiva o dell?estensione della compromissione, ovvero del numero delle persone offese o esposte a pericolo, offende la pubblica incolumità.

La stessa pena si applica se il fatto cagiona una alterazione irreversibile dell?equilibrio dell?ecosistema.

Articolo 452-quinqies (Alterazione del patrimonio naturale, della flora e della fauna)

Fuori dai casi previsti dagli articoli 452-bis, 452-ter e 452-quater, è punito con la con la reclusione da uno a tre anni e con la multa da duemila a ventimila euro chiunque illegittimamente:

a) sottrae o danneggia minerali o vegetali cagionando o contribuendo a cagionare il pericolo concreto di una compromissione durevole o rilevante per la flora o il patrimonio naturale;

b) sottrae animali ovvero li sottopone a condizioni o trattamenti tali da cagionare il pericolo concreto di una compromissione durevole o rilevante per la fauna.

Nei casi previsti dal primo comma, se la compromissione si realizza, le pene sono aumentate di un terzo.

Articolo 452-sexies (Circostanze aggravanti)

Nei casi previsti dagli articoli 452-bis, 452-ter, 452-quater e 452-quinquies, la pena è aumentata di un terzo se la compromissione o il pericolo di compromissione dell?ambiente:

a) ha per oggetto aree naturali protette o beni sottoposti a vincolo paesaggistico, ambientale, storico, artistico, architettonico o archeologico;

b) deriva dall?immissione di radiazioni ionizzanti.

Articolo 452-septies (Traffico illecito di rifiuti)

Chiunque illegittimamente, con una o più operazioni cede, acquista, riceve, trasporta, importa, esporta, procura ad altri, tratta, abbandona o smaltisce ingenti quantitativi di rifiuti, è punito con la reclusione da uno a cinque anni e con la multa da diecimila a trentamila euro.

Se la condotta di cui al comma 1 ha per oggetto rifiuti pericolosi, si applica la pena della reclusione da due a sei anni e della multa da ventimila a cinquantamila euro.

Se la condotta di cui al comma 1 ha per oggetto rifiuti radioattivi, si applica la pena della reclusione da due anni e sei mesi a otto anni e della multa da cinquantamila a duecentomila euro.

Le pene di cui ai commi che precedono sono aumentate di un terzo se dal fatto deriva il pericolo concreto di una compromissione durevole o rilevante:

a) delle originarie o preesistenti qualità del suolo, del sottosuolo, delle acque o dell?aria;

b) per la flora o per la fauna selvatica.

Se dal fatto deriva il pericolo concreto per la vita o l?incolumità delle persone, le pene previste dal primo, secondo e terzo comma sono aumentate fino alla metà e l?aumento non può essere comunque inferiore ad un terzo.

Articolo 452-octies (Traffico di materiale radioattivo o nucleare. Abbandono)

E? punito con la reclusione da due a sei anni e con la multa da 50.000 a 250.000 euro chiunque illegittimamente cede, acquista, trasferisce, importa o esporta sorgenti radioattive o materiale nucleare. Alla stessa pena soggiace il detentore che si disfa illegittimamente di una sorgente radioattiva.

La pena di cui al primo comma è aumentata di un terzo se dal fatto deriva il pericolo concreto di una compromissione durevole o rilevante:

a) delle originarie o preesistenti qualità del suolo, del sottosuolo, delle acque o dell?aria.

b) per la flora o per la fauna selvatica;

Se dal fatto deriva il pericolo concreto per la vita o l?incolumità delle persone, si applica la pena della reclusione da tre a dieci anni e della multa da quindicimila a centomila euro.

Articolo 452-nonies (Delitti ambientali in forma organizzata)

Quando l?associazione di cui all?articolo 416 è diretta, anche in via non esclusiva o prevalente, allo scopo di commettere taluno dei reati di cui al presente titolo, le pene previste dall?articolo 416 sono aumentate di un terzo.

Quando taluno dei reati previsti dal presente titolo è commesso avvalendosi delle condizioni di cui al comma terzo dell?articolo 416-bis ovvero avvalendosi dell?associazione di cui all?articolo 416-bis, le pene previste per ciascun reato sono aumentate fino alla metà e l?aumento non può comunque essere inferiore a un terzo.

Articolo 452-decies ? (Frode in materia ambientale).

Chiunque, al fine di commettere taluno dei delitti previsti nel presente titolo, ovvero di conseguirne l?impunità, falsifica in tutto o in parte, materialmente o nel contenuto, la documentazione prescritta ovvero fa uso di documentazione falsa, è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni e con la multa fino a diecimila euro.

Se la falsificazione concerne la natura o la classificazione di rifiuti, si applica la pena della reclusione da uno a cinque anni e della multa da cinquemila a ventimila euro.

Articolo 452-undecies (Impedimento al controllo)

Salvo che il fatto non costituisca più grave reato, il titolare o il gestore di un impianto che, negando l?accesso, predisponendo ostacoli o immutando artificiosamente lo stati dei luoghi, impedisce o intralcia l?attività di controllo degli insediamenti o di parte di essi ai soggetti legittimati, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni.

Articolo 452-duodecies (Delitti colposi contro l?ambiente)

Se taluno dei fatti di cui agli articoli 452-bis, 452-ter, 452-quater, 452-quinquies, 452-septies e 452-octies è commesso per colpa, le pene previste dai predetti articoli è diminuita della metà.

Articolo 452-terdecies (Pene accessorie. Confisca)

La condanna per alcuno dei delitti previsti dagli articoli 452-bis, 452-ter, 452-quater, 452-quinquies, 452-septies e 452-octies comporta, per tutta la durata della pena principale:

1) la interdizione temporanea dai pubblici uffici;

2) la interdizione temporanea dagli uffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese;

3) la incapacita` di contrattare con la pubblica amministrazione.

La condanna per alcuno dei delitti previsti dal presente titolo, ad eccezione degli articoli 452-decies, 452-undecies e 452-quaterdecies, terzo comma, comporta la pena accessoria della pubblicazione della sentenza penale di condanna.

Alla condanna ovvero all?applicazione di pena ai sensi dell?art. 444 del codice di procedura penale per il reato di cui all?articolo 452-septies consegue in ogni caso la confisca dei mezzi e degli strumenti utilizzati, ai sensi dell?art. 240, comma 2.

Alla condanna ovvero all?applicazione di pena ai sensi dell?art. 444 del codice di procedura penale per il reato di cui all?articolo 452-octies consegue in ogni caso la confisca della sorgente radioattiva o del materiale nucleare. La sorgente o il materiale nucleare confiscati sono conferiti all?Operatore nazionale ovvero al gestore di un impianto riconosciuto secondo le modalità stabilite dalla normativa tecnica nazionale.

Articolo 452-quaterdecies (Bonifica e ripristino dello stato dei luoghi)

Quando pronuncia sentenza di condanna ovvero di applicazione della pena ai sensi dall?articolo 444 del codice di procedura penale, il giudice ordina la bonifica, il recupero e, ove tecnicamente possibile, il ripristino dello stato dei luoghi, ponendone l?esecuzione a carico del condannato e dei soggetti di cui all?articolo 197.

L?eventuale concessione della sospensione condizionale della pena è in ogni caso subordinata all?adempimento degli obblighi di cui al primo comma.

Chiunque non ottempera alle prescrizioni imposte dalla legge, dal giudice ovvero da un ordine dell?Autorità per il ripristino, il recupero o la bonifica dell?aria, dell?acqua, del suolo, del sottosuolo e delle altre risorse ambientali inquinate, è punito con la reclusione da uno a quattro anni.

Articolo 452 ? quinquiesdecies (Ravvedimento operoso)

Le pene previste per i delitti previsti dal presente titolo sono diminuite dalla metà a due terzi nei confronti di chi si adopera per evitare che l?attività delittuosa sia portata a conseguenze ulteriori, anche aiutando concretamente l?autorità di polizia o l?autorità giudiziaria nella raccolta di elementi di prova decisivi per la ricostruzione dei fatti, nell?individuazione o nella cattura di uno o più autori di reati, nell?evitare la commissione di ulteriori reati e nel consentire la sottrazione di risorse rilevanti per la commissione di delitti.

Articolo 452-sexiesdecies (Causa di non punibilità)

Non è punibile l?autore di taluno dei fatti previsti dai precedenti articoli del presente titolo, che volontariamente rimuova il pericolo ovvero elimini il danno da lui provocati prima che sia esercitata l?azione penale”.

c) al Titolo VIII, Capi I, del Libro II del codice penale, dopo l?articolo 498, è inserito il seguente:

“Articolo 498-bis (Danneggiamento delle risorse economiche ambientali)

Chiunque offende le risorse ambientali in modo tale da pregiudicarne l?utilizzo da parte della collettività, gli enti pubblici o imprese di rilevante interesse, è punito con la reclusione da uno a quattro anni e con la multa da ventimila a cinquantamila euro”.

Articolo 2

(Modifiche al decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231)

1. Dopo l?art. 25-quinquies del decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231, è inserito il seguente:

” 25-sexies – (Reati ambientali).

1. In relazione alla commissione di taluno dei delitti previsti dal Titolo VI-bis del Libro II del Codice Penale si applicano all’ente le seguenti sanzioni pecuniarie:

a) per i delitti di cui agli articoli 452-bis, 452-ter, 452-quinquies, 452-septies, primo e secondo comma, 452-octies, primo comma, la sanzione pecuniaria da duecento a cinquecento quote;

b) per i delitti di cui agli articoli 452-quater, 452-septies, terzo, quarto e quinto comma, e 452-octies, secondo e terzo comma, la sanzione pecuniaria da trecento a mille quote;

2. Nei casi di condanna per uno dei delitti indicati nel comma 1, lettera b), si applicano le sanzioni interdittive previste dall’articolo 9, comma 2, per una durata non inferiore ad un anno.

3. Se l’ente o una sua unita’ organizzativa vengono stabilmente utilizzati allo scopo unico o prevalente di consentire o agevolare la commissione dei reati di cui agli articoli 452-septies e 452-octies, si applica la sanzione dell’interdizione definitiva dall’esercizio dell’attivita’ ai sensi dell’articolo 16, comma 3″.

Articolo 3

(Delega al Governo)

1. Il Governo è delegato ad adottare, entro diciotto mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, su proposta del Ministro dell’ambiente e del Ministro della giustizia, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica, uno o più decreti legislativi concernenti il riordino, il coordinamento e l?integrazione delle disposizioni legislative concernenti illeciti penali ed amministrativi in materia di difesa dell?ambiente e del territorio, nonchè la previsione di una procedura di estinzione agevolata delle violazioni contravvenzionali e amministrative in materia di ambiente.

2. Almeno sessanta giorni prima della scadenza del termine di cui al comma 1, il Governo trasmette alle Camere gli schemi dei decreti legislativi di cui al comma 1 per l’espressione del parere da parte delle competenti Commissioni parlamentari. Ciascuna Commissione esprime il proprio parere entro trenta giorni dalla data di assegnazione degli schemi dei decreti legislativi .Decorso inutilmente tale termine, i decreti legislativi possono essere comunque emanati.

3. Nell?esercizio della delega di cui al punto 1, il Governo si atterrà inoltre ai seguenti principi e criteri direttivi:

1) abrogazione esplicita di tutte le norme incompatibili con quelle introdotte;

2) disciplina del principio di specialità tra sanzioni amministrative e le sanzioni penali introdotte dalla presente legge, nel senso che ai fatti puniti ai sensi del titolo VI-bis del Libro Secondo del codice penale si applichino soltanto le disposizioni penali, anche quando i fatti stessi sono puniti con sanzioni amministrative previste da disposizioni speciali in materia di ambiente;

3) previsione di una procedura di estinzione delle contravvenzioni e delle violazioni amministrative previste dalla normativa speciale in materia ambientale, fra cui le violazioni previste dal decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, analogamente a quanto previsto dagli articoli 20 e seguenti del decreto legislativo 19 dicembre 1994, n. 758, in materia di prevenzione degli infortuni sul lavoro, con esclusione delle violazioni relative a sostanze pericolose ovvero delle fattispecie connotate da maggiore pericolosità.

4. Entro due anni dalla data di entrata in vigore di ciascuno dei decreti legislativi di cui al comma 1, nel rispetto dei princìpi e criteri direttivi stabiliti dalla presente legge, il Governo può emanare, ai sensi dei commi 4 e 5, disposizioni integrative o correttive dei decreti legislativi emanati ai sensi del comma 1.

5. Nell?esercizio del potere di delega, il Governo è altresì autorizzato ad apportare alle fattispecie introdotte dagli articoli 1 e 2 della presente legge, tutte le modifiche necessarie a coordinare il presente intervento legislativo con l?assetto normativo previgente al fine di evitare duplicazioni, lacune e sovrabbondanze, anche alla luce della normativa europea eventualmente introdotta in materia di tutela penale dell?ambiente nel periodo intercorrente tra la data di entrata in vigore della presente legge e quelle di entrata in vigore del decreto o dei decreti delegati.

Articolo 4

(Clausola di invarianza)

1. Dall?esecuzione della presente legge non derivano nuovi o maggiori oneri a carico del bilancio dello Stato.

Articolo 5

(Entrata in vigore)

1. La presente legge entra in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana.

2. Le disposizioni contenute negli articoli 1 e 2 della presente legge acquistano efficacia alla data di entrata in vigore del decreto legislativo emanato ai sensi dell?articolo 3.

(foto S.D., archivio GrIG)

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Un probabile eco-mostro prossimo venturo…


Riceviamo da un frequentatore del blog e pubblichiamo volentieri.

Gruppo d’Intervento Giuridico

P.S. avendo qualche informazione in più (es. estremi della concessione edilizia, volumetrie previste, titolarità del progetto, atti deliberativi comunali di approvazione, ecc.) si potrebbe far qualcosa per evitarlo…

Nel Comune di Sant’Anna Arresi (CI) è stato autorizzato un intervento ancora più mostruoso a Porto Pinetto di quello di Corrumanciu (Stagno di Porto Pino), che a breve prenderà corpo, visto che ha ottenuto la “regolare” concessione edilizia.

Carlo Capuzzi, Selargius (CA)

(foto e simulazione C.P.)

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La Regione autonoma della Sardegna "corre" per evitare una condanna europea.

22 Aprile 2007 Commenti chiusi


Nelle prossime settimane si terrà l?incontro tra la Regione autonoma della Sardegna ed il Ministero dell?Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare che dovrà sancire l?intesa tra Stato e Regione per l?istituzione delle ZPS (zone di protezione speciale), in attuazione della direttiva comunitaria 79/409 sulla conservazione di tutte le specie di uccelli selvatici nel territorio degli Stati membri europei. A questo appuntamento la Regione sarda si presenta dopo aver deliberato il 7 marzo scorso la designazione di nuove zps, dopo che la Commissione Europea aveva ritenuto insufficienti quelle finora individuate condannando, attraverso la Corte di Giustizia Europea, l?Italia per inadempienza dell?art. 4 della Direttiva. Sentenza di condanna che lo Stato italiano non aveva ancora eseguito e che ha comportato una seconda procedura di infrazione che, in caso di condanna, avrebbe comportato il pagamento di una sanzione pecuniara compresa tra i 100.000 ed i 300.000 euro al giorno; con l?addebito in questo caso della sanzione alle Regioni inadempienti tra cui la Sardegna. Sotto questa ?spada di Damocle? di un esborso finanziario notevole, la Regione ha proceduto urgentemente ad individuare le nuove zone di protezione speciale, in alcuni casi togliendo alcune zps presenti in un elenco precedente (e che abbiamo pubblicato in un articolo precedente su questo blog) ed in altri casi ampliandone la superficie come nel caso dell?Arcipelago di La Maddalena e delle Isole Tavolara, Molara e Molarotto o in misura molto minore gli Stagni di Cabras e Molentargius.

Le nuove Zps si estendono per 156.156,86 Ha di territorio; se si aggiungono i 50.097,90 Ha di zps ampliate ed i 51.208,87 Ha di quelle già vigenti, si raggiunge la cifra di 257.463 Ha di territorio sardo destinato a Zone di protezione speciale. Questo l?elenco definito dalla Giunta regionale:

11 ZPS vigenti: Stagno di Sal?e Porcus ? Stagno di Mistras ? Stagno di Pauli Maiori ? Stagno di S?Ena Arrubia ? Corru S?Ittiri, stagno di S. Giovanni e Marceddì – Stagno di Cagliari ? Foresta di Monte Arcosu ? Isola di Mal di Ventre ? Isola dei Cavoli ? Isola Serpentara ? Isola Asinara.

44 nuove ZPS: Isola Piana di P.Torres ? Stagno di Pilo, Casaraccio e Saline di Stintino ? Stagno di Platamona ? Arcipelago la Maddalena ? Capo Figari e Isola di Figarolo ? Isole Tavolara, Molara e Molarotto ? Capo Caccia ? Stagni di Saloni ? Monte Limbara ? Campo di Ozieri ? Monte Acuto ? Monte Lerno/Sa Conceda ? Foce del Cedrino e Palude di Osalla ? Golfo di Orosei ? Capo Marargiu ? Monte Ortobene ? Valle del Temo ? Altopiano di Campeda ? Supramonte di Orgosolo ? Supramonte di Urzulei, Balnei e Monte Orosei ? Montarbu ? Torre Seu ? Capo Mannu ? Costa di Cuglieri ? Stagno di Cabras ?Stagno di Colostrai e delle Saline ? Capo Carbonara e Stagno di Notteri/Punta Molentis ? Monte Sant?Elia e Sella del Diavolo ? Laguna di Nora ? Capo Spartivento e Tuaredda ? Isola Rossa ? Isola del Toro ? Isola della Vacca ? Isola di Sant?Antioco ? Saline di Carloforte ? Isola di San Pietro ? Isola Piana e Isola dei Ratti ? Giara di Gesturi ? Giara di Siddi ? Monte Linas ? Monte Genis ? Sette Fratelli ? Palude Sa Masa ? Saline di Molentargius.

Contemporaneamente a questa designazione, la Giunta ha anche approvato la bozza di intesa con le relative misure di conservazione da stipulare con il Ministero dell?Ambiente. Essa stabilisce principalmente la designazione delle ZPS precedentemente elencate e la individuazione delle misure di conservazione attraverso un apposito piano di gestione approvato con provvedimento regionale per ciascuna zona di protezione speciale. In attesa della predisposizione dei piani di gestione vengono adottate le seguenti misure di conservazione distinguendo tra:
1) Misure di conservazione generale valide per tutte le ZPS
2) Misure di conservazione valide per le singole ZPS appartenenti alle diverse tipologie ambientali; nell?ambito di questa seconda classificazione, vengono individuate cinque tipologie ambientali con le relative specie caratteristiche:
A) Ambienti Forestali Delle Montagne Mediterranee (ad es. Giara di Gesturi, Montarbu, Monte Linas) con Aquila reale, Grifone, Falco Pellegrino, Gracchio corallino, ecc?;
B) Ambienti Misti Mediterranei (Monte Acuto, Capo Caccia, Arcipelago La Maddalena) con Nibbio Reale, Aquila del Bonelli, Albanella minore, Pernice sarda, Calandrella, ecc? ;
C) Ambienti Steppici (Campo di Ozieri, Altopiano di Campeda, Valle del Temo) con Grillaio, Gallina Prataiola, Occhione, ecc?;
D) Ambienti Costieri con presenza di colonie di uccelli marini (Isola Piana di Portotorres, Costa di Cuglieri, Monte Sant?Elia-Sella del Diavolo) con Berta Maggiore, Uccello delle Tempeste, Falco della Regina, Gabbiano Corso, ecc?.;
E) Ambienti Umidi (tutti gli stagni, Palude Sa Masa, Saline di Carloforte) con Svassi, Fenicottero, Anatidi, Falco di Palude, ecc?. La gran parte delle ZPS individuate presentano nel loro territorio diverse tipologie come ad es. la Giara di Gesturi che comprende le tipologie A-B-E; la Valle del Temo che comprende le tipologie A-B-C-E e così via??.

Le misure di conservazione generali individuate per tutte le ZPS stabiliscono il divieto della realizzazione di: nuove discariche o ampliamento di quelle esistenti, impianti di trattamento e smaltimento di fanghi e rifiuti o ampliamento di quelli esistenti, elettrodotti aerei senza le opere di prevenzione del rischio di elettrocuzione/collisione (piattaforme di sosta, spirali di segnalazione, ecc?), impianti da sci, impianti eolici, nuove cave o ampliamento di quelle esistenti. Sono inoltre previsti i seguenti divieti: introduzione di specie animali alloctone in ambienti naturali; ripopolamenti a scopo venatorio ad esclusione di quelli realizzati con soggetti appartenenti alle specie autoctone mantenute in purezza; circolazione motorizzata di fuoristrada fatta eccezione per i mezzi agricoli, quelli di soccorso, controllo e sorveglianza, nonché per l?accesso al fondo dei proprietari; l?esercizio della caccia in deroga ai sensi dell?art. 9 della Direttiva CEE 79/409; l?addestramento di cani da caccia, co o senza sparo, dal 1° febbraio al 15 settembre.

Le misure di conservazione delle singole ZPS, individuate a seconda della tipologia ambientale, prevedono:
A) AMBIENTI FORESTALI DELLE MONTAGNE MEDITERRANEE ? divieto di utilizzo di specie vegetali alloctone negli interventi di forestazione; divieto di prelievo venatorio dell?Allodola nelle Zps designate per Tottavilla, Calandra e Calandrella; regolamentazione delle operazioni di gestione forestale nel periodo febbraio ? giugno, compatibilmente con le esigenze di conservazione delle specie di rapaci nidificanti; regolamentazione delle attività sportive e ricreative (sorvolo a bassa quota con ultraleggeri ed elicottero, parapendio, arrampicata, trekking e fotografia naturalistica) durante il periodo riproduttivo.
B) AMBIENTI MISTI MEDITERRANEI ? divieto di utilizzo di specie alloctone negli interventi di forestazione; divieto di forestazione artificiale di prati, pascoli, incolti ed arbusteti, tranne i casi necessari alla difesa del suolo e per il ripristino naturalistico, da effettuare con specie autoctone; divieto di prelievo venatorio dell?Allodola nelle Zps designate per Tottavilla, Calandra e Calandrella.
C) AMBIENTI STEPPICI ? divieto dell?esercizio dell?attività venatoria sulle specie ornitiche; divieto di forestazione artificiale tranne i casi di difesa del suolo e ripristino naturalistico solo con specie autoctone; l?obbligo, nell?attività agricola di taglio del foraggio e mietitura dei cereali (orzo, avena, grano) di utilizzare nel caso di impiego di mezzi meccanici la barra falciante a 10-15 cm dal suolo, iniziando le operazioni dal centro del campo per consentire alla fauna di spostarsi verso i bordi; divieto di abbruciamento delle stoppie prima del 31 agosto; divieto di impiego di sostanze chimiche per il controllo delle infestanti e delle crittogame e per il trattamento delle colture cerealicole nel periodo 15 marzo ? 31 agosto.
D) AMBIENTI COSTIERI CON PRESENZA DI COLONIE DI UCCELLI MARINI ? divieto di accesso alle colonie per tutto il periodo riproduttivo delle specie oggetto di tutela comportante il divieto di ormeggio, sbarco e transito a meno di 100 metri dalla costa, di arrampicata e di svolgimento di attività speleologiche (restrizioni differenziate nel periodo a seconda delle specie coinvolte; ad es. per la Berta Maggiore nel periodo 15 aprile/15 ottobre ? per il Falco della Regina dal 15 giuno al 30 ottobre, ecc?.); divieto di introduzione di cani, gatti e altri carnivori nei periodi critici del ciclo delle specie; interdizione del transito di petroliere entro le 12 miglia dalla perimetrazione delle zps fatte salve le norme di sicurezza; divieto di pesca con tramagli e palamiti entro 500 metri dalle colonie di Marangone dal ciuffo.
E) ZONE UMIDE ? divieto di caccia sulle specie ornitiche; impedimento di tutte le attività di realizzazione e/o manutenzione di manufatti e connesse a pratiche agricole quali: taglio, sfalcio, trinciatura, incendio, diserbo chimico, lavorazioni superficiali del terreno della vegetazione spontanea arborea, arbustiva ed erbacea nella fascia di rispetto peristagnale nel periodo 1 marzo/15 agosto; divieto di introduzione di specie ittiche alloctone; divieto di svolgere attività di addestramento di cani da caccia con o senza sparo; rispetto degli artt. 105 e 106 parte III del D.L. che disciplinano gli scarichi delle acque reflue industriali ed urbane e degli artt. 22 e 40 del piano di tutela delle acque; regolamentazione delle attività sportive (footing), ricreative (fotografia naturalistica) e di monitoraggio scientifico durante il periodo riproduttivo delle specie.

(foto S.D., archivio GrIG)

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Il petrolio finisce e arrivano le ?transition towns?.


La notizia ci viene segnalata da Samir Villani, che ringraziamo: in Gran Bretagna nascono le “transition towns”, città ecologicamente sostenibili, dove non dovrebbero circolare auto, plastica, cibi esotici. Insomma, una sorta di ritorno al passato che pare difficilmente attuabile ma, può essere un modo per iniziare e ripensare i nostri centri urbani. www.corriere.it 20 aprile 2007 I primi progetti: energia dal sole e riscoperta degli antichi mestieri Petrolio al bando, ecco le «transition town» Sempre di più in Gran Bretagna le città che puntano ad una riconversione ecologica eliminando auto, plastica, viaggi aerei… di Paola De Carolis LONDRA (Gran Bretagna) – Come proiezione è preoccupante: tra cinque anni avremo consumato metà delle riserve naturali di greggio. Questo, almeno, è quanto sostiene Rob Hopkins, docente universitario e fondatore di un movimento che in Gran Bretagna e in Irlanda sta prendendo piede a ritmo sostenuto. Si chiama Transition towns (www.transitiontowns.org) e l’obiettivo è di convertire centri abitati a un’esistenza ecologica che faccia a meno del petrolio e dei suoi derivati. Niente auto, insomma, e niente plastica, addio cibi esotici in arrivo dall’altro capo del mondo, addio partenze in aereo. «GOVERNO ASSENTE» – «Il governo parla di riforme verdi, ma alla fine non cambia niente», ha sottolineato Hopkins in una recente intervista al Guardian. «Il nostro movimento è per chi è stanco di aspettare e alle parole preferisce misure concrete». Un richiamo che la gente ha sentito. Perché è questa la differenza tra Transition Towns e altre organizzazioni che si battono per una maggiore sensibilità ecologica. Il gruppo di Hopkins passa la palla ai cittadini. Che siano loro a movimentare il governo dando il la e avviando iniziative efficaci e a basso costo. PRIME ESPERIENZE - Apripista è stata Kinsale, in Irlanda, dove l’iniziativa, partita l’anno scorso, ha ottenuto anche il sostegno finanziario del Comune (che ha contribuito con una cifra moderata, 5.000 euro, ma «è sempre meglio di niente», sottolinea Hopkins). Le abitudini maturate nel corso di mezzo secolo non si cambiano da un giorno all’altro, ma tentar non nuoce. Così i Transition Townies – questo il nome di coloro che aderiscono al movimento – stanno facendo una campagna educativa nelle scuole per convincere istituti e studenti della necessità di raggiungere le aule non su quattro ruote, ma due: in bicicletta. E perché no, dato che grazie a Transition Towns ci sono oggi a Kinsale più piste ciclabili dell’anno scorso? Non è che l’inizio. Perchè come in tutti i centri "transizione" – e sono già diversi, Totnes, Falmouth, Moretonhampstead, Lewes, Ottery St Mary, Stroud, Ivybridge, Lampeter, nonchè il quartiere di Brixton a Londra e l’intera città di Bristol – l’accento non è solo sul trasporto, ma anche su tecniche di agricoltura sostenibili, sul consumo di prodotti locali, sull’energia alternativa. SOLE E ANTICHI MESTIERI – A Totnes, nel Devon, l’obiettivo è di installare, entro luglio, pannelli solari su 50 abitazioni, un esperimento che se avrà successo verrà esteso a tutta la cittadina. E dato che la presenza di greggio e petrolio ha da una parte semplificato la vita, ma dall’altra «creato una generazione che ha dimenticato arti antiche», ecco una serie di seminari per «rieducare la gente ai mestieri dei loro genitori». Come crescere le verdure nell’orto, come bruciare la legna nel modo meno dannoso per l’ambiente, come fare il pane, come rammendare le calze, come cucinare usando solo prodotti stagionali: dal giardino alla tavola, in pratica, senza bisogno di supermercati, di cipolle spagnole o fragole cilene. COMUNITA’ E APPARTENENZA – Secondo Duncan Law, "townie" volontario di Brixton, si tratta di un progetto che crea un senso di comunità e di appartenenza. «In genere il messaggio sull’ambiente è esclusivamente negativo, la filosofia di Transition Towns invece è positiva, nel senso che tutti possiamo fare qualcosa e, nel nostro piccolo, cambiare il mondo. In un quartiere come Brixton, dove non c’è un grande senso di solidarietà e ci sono vicini di casa che si conoscono appena, un’iniziativa che unisce la gente nel bene comune non può che essere benvenuta». (foto www.kinsale.ie)

120.000 volte grazie !


Il ?blog? del Gruppo d?Intervento Giuridico ha superato le 120.000 ?visite?. Grazie !!!!!
E? una piccola soddisfazione che condividiamo con tutti voi che lo frequentate e contribuite a rendere vivo e vitale con articoli, foto, interventi, commenti questa ?nicchia ecologica? dell?informazione verde. Cercheremo di fare sempre di meglio, con l?aiuto di chiunque voglia partecipare e darsi da fare e con l?obiettivo di fare qualcosa di buono per questa Terra.
Questo ?blog?, lo ricordiamo, è di parte e non lo nascondiamo. E? la vetrina pubblica del Gruppo d?Intervento Giuridico, così come della Lega per l?Abolizione della Caccia, degli Amici della Terra e di tante altre realtà ecologiste ed animaliste. Ma è anche luogo di informazione e confronto e l?alto numero di contatti e commenti, per una piccola ?vetrinetta? dell?informazione ambientale come la nostra, lo testimonia. Le porte sono sempre aperte a tutti.

Diamo qualche ?numero?. Dall?11 dicembre 2005 oltre 120.000 contatti, un piccolo ?record? di 1.025 ?visite? in un giorno. Siamo sempre sulla media di 500 ?clik? giornalieri. Per noi non è poco. 717 articoli, 2.263 commenti. Gli articoli più letti sono ?L?altra metà del cielo conosce l?inferno in terra, in Cina, ad esempio??, sulla difficile condizione delle bambine in Estremo oriente (1.510 ?visite?), ?La Conservatorìa delle coste della Sardegna? su realtà e possibili sviluppi del nuovo organo gestionale costiero (1.139 ?visite?), ?Il Conservatorio delle coste, l?Agenzia per la salvaguardia delle coste sarde? sulla presentazione dell?indagine di ricerca sul nuovo strumento tecnico-amministrativo per la gestione dinamica dei ?gioielli? costieri (835 ?visite?), ?Tuvixeddu day de nos?atrusu?, sulla vicenda della nota area archeologica cagliaritana (762 ?visite?), ?Il piano paesaggistico regionale della Sardegna è stato approvato? (674 ?visite?), ?Carloforte isola del cemento ?? (641 ?visite?), ?Renato Soru si ricandida. Una novità ma non tanto una sorpresa? (614 ?visite?) e ?Ma si può morire in pace? (469 ?visite?) sul drammatico caso Welby e sulle difficili problematiche della ?buona morte?. Questi gli argomenti più frequentati: la speculazione e l?abusivismo edilizio (11.450 contatti su 99 articoli), la Conservatorìa delle coste (2.895 contatti su 11 articoli), le disposizioni di svendita dei demani civici (1.253 contatti su 6 articoli), le aree minerarie dismesse (1.644 contatti su 18 articoli), la pianificazione paesistica (3.751 contatti su 30 articoli), lo stato dell?arte dei diritti umani, con particolare riferimento all?infanzia (8.882 contatti su 78 articoli), le tematiche dell?energia (1.790 contatti su 19 articoli), la gestione dei rifiuti (1.820 contatti su 19 articoli), i cambiamenti climatici (799 contatti su 9 articoli), la caccia ed il bracconaggio (3.507 contatti su 37 articoli), la tutela delle aree archeologiche (4.090 contatti su 29 articoli).

Gruppo d’Intervento Giuridico

(foto L.C., archivio GrIG)

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Energia eolica con intelligenza.


Greenpeace lancia la campagna ?Non c?è vento da perdere? per sponsorizzare la realizzazione di centrali eoliche in Sardegna, anche per raggiungere l?obiettivo della riduzione dell?effetto serra del 20 % entro il 2020 nel territorio dell?Unione Europea. Secondo Greenpeace si devono realizzare 1.500 torri eoliche in Sardegna con un enorme vantaggio occupazionale (?per ogni megawatt installato si creano due posti di lavoro, senza contare l?indotto?). Non si capisce proprio da quale studio scientifico vengano queste valutazioni. Greenpeace, insieme ad altre associazioni ambientaliste, ha stipulato il 25 ottobre 2005 un protocollo d?intesa (?Patto per Kyoto?, vds. http://www.anev.org/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=69) che prevede la promozione dell?energia eolica con l?A.N.E.V., l?associazione che raggruppa gli ?imprenditori del vento?, ovviamente disinteressati alla realizzazione delle centrali eoliche, e questa, evidentemente, è la loro linea.

Non siamo d?accordo. Greenpeace, per quanto riguarda la Sardegna, dà una risposta sbagliata (centrali eoliche a gò gò) ad un problema reale e serio (effetto serra). In Sardegna sono piovute, grazie ai forti incentivi economici e fiscali allora presenti e al redditizio commercio dei ?certificati verdi? (la quota del 2 % di energia prodotta da fonti rinnovabili che ogni prodottore deve dimostrare per poter accedere alla vendita dell?energia al G.R.T.N.), ben 88 istanze di centrali eoliche per 3.765 megawatt pari a 2.814 aereogeneratori (dati Servizio V.I.A. Assessorato difesa ambiente R.A.S., 2004). La più alta concentrazione in Italia. Centrali eoliche progettate dappertutto: sulle creste del Limbàra, sul Gennargentu, sui Sette Fratelli, in aree ad alta densità di testimonianze archeologiche. Per pochi soldi ai Comuni ed ai proprietari terrieri. Più volte senza nemmeno prevedere la necessaria fase del decommissioning, lo smantellamento al termine del ciclo produttivo. I posti di lavoro prodotti dalle centrali eoliche realizzate sono ben lontani dalle ottimistiche previsioni di Greenpeace: solo alcuni addetti per la gestione degli impianti e nulla più. Basta andare a vedere quello che realisticamente hanno messo nero su bianco le aziende proponenti nei procedimenti di V.I.A., per giunta divenuti obbligatori soltanto a partire dal 2004. L?attuale quadro normativo regionale vigente prevede, in sostanza, la potenziale ubicazione delle centrali eoliche nelle aree industriali e in quelle comunque già compromesse per una potenza di circa 550 megawatt.

Gli Amici della Terra e il Gruppo d?Intervento Giuridico ritengono che si deva dare una risposta equilibrata e ambientalmente sostenibile alla necessità di ridurre del 20 % l?effetto serra a livello nazionale e comunitario. Ogni regione dovrà fare la sua parte, deve essere predisposto un piano nazionale delle energie alternative e la Sardegna non dev?essere trasformata in una selva di torri eoliche, in una ?piattaforma di produzione energetica? per interessi imprenditoriali ed energetici che con la Sardegna hanno poco a che fare. Questo non vuol dire esser favorevoli all?uso sconsiderato dei combustibili fossili e del carbone in particolare. Solo un idiota può pensarlo. Significa, invece, che l?Italia e la Sardegna in particolare devono ?uscire? più rapidamente possibile dall?attuale fase energetica transitoria verso un uso sempre più pronunciato delle fonti rinnovabili, in particolare il fotovoltaico ed il solare termico. Fase transitoria attuale che vede, purtroppo, ancora l?uso del carbone, estratto dall?unica miniera italiana in attività, quella di Monte Sinni ? Seruci (Gonnesa ? Carbonia), gestita dalla Carbosulcis s.p.a. e oggetto di un bando internazionale. Attività mineraria che vede non ?pochi posti di lavoro?, come affermato da Greenpeace, ma centinaia di addetti che non possono certo essere buttati sulla strada dall?oggi al domani, così come sistemi industriali (il polo di Portovesme) che attraversano già una pesante crisi. Significa anche che devono essere potenziati i controlli ambientali dell?A.R.P.A.S. e che devono essere effettivamente irrogate le sanzioni a chi vìola la legge. Significa che chi ha inquinato deve pagare, tutto. Tuttavia l?utilizzo del carbone Sulcis, pur avverandosi le migliori ed ottimistiche previsioni della ricerca avviata sull?eliminazione delle emissioni di Co 2, fatto che allo stato non appare per niente certo, comporterebbe sempre la necessità di ampie discariche per i residui di processo vetrificati, alla lunga non sostenibile.

In queste direzioni e con le necessarie modifiche, a nostro parere, deve andare anche il piano energetico regionale, attualmente in fase di discussione.

Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico

da La Nuova Sardegna, 21 aprile 2007

Greenpeace dice sì all?eolico.
Parte la campagna ?Non c?è vento da perdere? Oggi la marcia Nulvi-Ploaghe, domenica Buddusò-Alà.

CAGLIARI. Una maratona di cinquanta chilometri per rilanciare in Sardegna l?idea dell?energia eolica, bloccata dal nuovo Piano energetico della Regione. L?associazione Greenpeace sbarca nell?isola con lo slogan ?Non c?è vento da perdere? e organizza una corsa speciale con l?obiettivo di sensibilizzare il consiglio e la giunta regionale della Sardegna sui temi ambientali. Due le tappe della corsa, alla quale parteciperanno una ventina di atleti, tra i quali Francesco Galanzino, uno dei più quotati maratoneti italiani. La prima è prevista per oggi, da Nulvi a Ploaghe, mentre la seconda si svolgerà domenica prossima tra Buddusò e Alà dei Sardi, proprio dove dovrebbe sorgere il maggiore parco eolico della Sardegna. «Che – denunciano i responsabili dell?associazione ambientalista – dopo regolare autorizzazione è stato bloccato dalla moratoria imposta dalla Regione».
Secondo Greenpeace, la Sardegna non può perdere il treno dell?eolico, anche alla luce dell?obiettivo unilaterale da poco assunto dall?Unione europea, che impone entro il 2020 la riduzione del 20 per cento delle emissioni di gas a effetto serra. «Da questo punto di vista – ha spiegato ieri mattina a Cagliari Giuseppe Onufrio, direttore delle campagne di Greenpeace – il Piano energetico adottato dalla giunta regionale guidata da Renato Soru, con il blocco sostanziale dell?eolico e il rilancio del carbone, si presenta come un progetto killer». Dello stesso avviso Francesco Tedesco, responsabile del settore ?Enegia e clima? di Greenpeace. «Ci troviamo davanti – ha detto – a un Piano regionale che si pone in netta contraddizione con gli obiettivi dell?Unione europea e di Kyoto. Purtroppo la Regione Sardegna ha intrapreso una politica energetica volta a salvaguardare pochi posti di lavoro nelle miniere del Sulcis, quando invece sfruttando appena il tre per cento del proprio territorio con l?eolico l?isola potrebbe generare energia per la metà del suo fabbisogno e diventare leader delle energie rinnovabili nel Mediterraneo». Secondo l?associazione ambientalista, le pale sarebbero in grado di creare in Sardegna anche occupazione. «Abbiamo calcolato - ha concluso Tedesco – che per ogni megawatt installato si creano due posti di lavoro, senza contare l?indotto». A giudizio dell?associazione Greenpeace la Sardegna potrebbe tranquillamente accogliere millecinquecento pale senza che questo generi alcun effetto negativo sul paesaggio. Ora si tratta di vedere come reagiranno la giunta regionale e lo stesso governatore che, sull?eolico, la pensano in modo diametralmente opposto.

(foto da mailing list ambientalista)
Riferimenti: scheda Energia eolica: dipende da dove e come?

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Beppe Grillo, non avallare l’Anfiteatro romano trasformato in legnaia !


lettera aperta a Beppe Grillo sull’Anfiteatro romano “fatto a legnaia”.

Caro Beppe Grillo,

ti scrivo in rappresentanza delle associazioni ecologiste sarde Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico per segnalarTi un fatto che in qualche modo ti coinvolge. Desidero premettere che tutti noi siamo molto interessati alle Tue importanti campagne per una migliore gestione della ?cosa pubblica? e degli interessi della collettività. Sul nostro blog (http://gruppodinterventogiuridico.blog.tiscali.it/) abbiamo inserito il link del Tuo sito fra i ?links amici? proprio per affinità di obiettivi. Devi sapere che, fra le mille azioni ed iniziative per la salvaguardia ambientale e la tutela dei diritti civili, da lunghi anni ci stiamo battendo perché l?Anfiteatro romano di Cagliari, il più importante monumento di epoca romana della Sardegna ed uno dei soli tre anfiteatri romani scavati nella roccia tuttora esistenti, sia restituito alla sua naturale essenza di bene culturale e sia fruibile come tale. Da sette anni, infatti, è deturpato da un allestimento ligneo (noi lo chiamiamo ?legnaia?) pagato con i nostri soldi per delle fallimentari stagioni liriche di qualche anno fa. Bene, devi sapere anche che questa ?legnaia? è abusiva. Sì, la sua autorizzazione paesaggistica è scaduta da quattro anni: l?ha confermato l?Assessorato regionale dei beni culturali ? Servizio tutela del paesaggio (nota n. 20297 del 17 aprile 2007) dopo nostra denuncia dello scorso 27 gennaio 2007. Dopo numerosi esposti, le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico, con l?esposto del 26 gennaio 2007, hanno chiesto per l?ennesima volta al Ministero per i beni e attività culturali, Direzione regionale per i beni culturali ed ambientali, Soprintendenze per i beni ambientali ed archeologica, Assessorato regionale dei beni culturali, Comune di Cagliari (il titolare dell’opera) la rimozione della persistente ?legnaia? dall?Anfiteatro romano, ormai palesemente illegittima: questa volta, però, è stata interessata anche la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Cagliari per le eventuali ipotesi di reato. Ed è stato chiesto anche il sequestro preventivo, visto che si sta preannunciando la nuova stagione estiva ?abusiva?. E in questa nuova stagione abbiamo saputo che è in programma anche un tuo spettacolo, il prossimo 13 giugno 2007: spostalo in un?altra sede, non renderti utile alla poco nobile causa degli ?abusivi? ! Se vuoi, possiamo fornirti tutta la documentazione inerente la vicenda, che troverai raccontata in http://gruppodinterventogiuridico.blog.tiscali.it/sr3264484/ . Con i migliori auguri di buon lavoro, a presto, ciao,

Stefano Deliperi

Qualche aggiornamento sulla vicenda dell?Anfiteatro:

mentre l?associazione Memoria Milites, nell?ambito della manifestazione ?Monumento Aperti?, domenica 29 aprile 2007 (ore 17) proporrà nientemeno che combattimenti di gladiatori nell?Anfiteatro romano (La Nuova Sardegna, 25 aprile 2007), il sindaco Floris e l?assessore ai lavori pubblici Lorrai interpretano a modo loro la normativa sulla tutela paesaggistica e affermano che l?autorizzazione paesaggistica per la ?legnaia? non è scaduta (L?Unione Sarda, 25 aprile 2007). Forse durerà fino al ritorno dell?Impero di Roma sui fatali Colli… Massimo Palmas, presidente di ?Sardegna Concerti?, che organizza gli spettacoli all?Anfiteatro, dice ? ovviamente ? che tutte le manifestazioni estive (Beppe Grillo compreso) devono farsi, poi si vedrà (L?Unione Sarda, 26 aprile 2007). Dice di aver informato il comico genovese (?abbiamo trasmesso a Beppe Grillo tutti i documenti?) e che ?voci incontrollate rischiano di danneggiare la prevendita?. Peccato che qui ci siano atti amministrativi e norme di legge, non banali ?voci incontrollate?. Infine, Massimo Rombi, il coordinatore (?organizer?) del Gruppo d?incontro Beppe Grillo di Cagliari, afferma: ?sono stato contattato da un caporedattore del Sardegna per una dichiarazione ufficiale di Beppe Grillo sulla questione. Ho quindi inviato un messaggio a Beppe Grillo e allo staff per metterli al corrente della situazione e attendo una loro risposta. Vi ragguaglierò in merito nei prossimi giorni.? (http://beppegrillo.meetup.com/31/messages/boards/view/viewthread?thread=2987543).

a beneficio del sindaco di Cagliari Emilio Floris

Regio decreto 3 giugno 1940, n. 1357 (Regolamento per l’applicazione della legge n. 1497/1939 sulla protezione delle bellezze naturali)

- omissis -

articolo 16
- omissis -
L’autorizzazione vale per un periodo di cinque anni, trascorso il quale, l’esecuzione dei progettati lavori deve essere sottoposta a nuova autorizzazione.

Decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42 e successive modifiche ed integrazioni (Codice dei beni culturali e del paesaggio)

- omissis -

articolo 158 (disposizioni regionali di attuazione)
1. Fino all?emanazione di apposite disposizioni regionali di attuazione del presente codice restano in vigore, in quanto applicabili, le disposizioni del regolamento approvato con regio decreto 3 giugno 1940, n. 1357.

(foto da mailing list sociale)
Riferimenti: dibattito nel Gruppo d’incontro Beppe Grillo – Cagliari

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La ?legnaia? che deturpa l?Anfiteatro romano è abusiva !


L?Assessorato regionale dei beni culturali ? Servizio tutela del paesaggio (nota n. 20297 del 17 aprile 2007) ha confermato quanto sostenuto dall?esposto-denuncia degli Amici della Terra e del Gruppo d?Intervento Giuridico dello scorso 26 gennaio 2007: l?allestimento ligneo, la nota ?legnaia?, che copre l?Anfiteatro romano di Cagliari è privo di autorizzazione paesaggistica, è abusivo.

Infatti, l?Assessorato reg.le P.I. e BB.CC. – Servizio tutela paesaggio aveva rilasciato il nullaosta paesaggistico n. 9164 del 30 novembre 1998. Ora, l?autorizzazione paesaggistica perde efficacia con lo scadere del periodo di cinque anni dall?emanazione (artt. 16 del regio decreto n. 1457/1940 e 158 del decreto legislativo n. 42/2004 e successive modifiche e integrazioni). Il Servizio tutela paesaggio ha confermato ?che .. non ha emanato provvedimenti ulteriori rispetto alla nota n. 9164 del 30.11.98 e che alla data odierna non risultano pervenute ulteriori istanze di autorizzazione?. Tuttavia non ha ancora preso alcun provvedimento per la rimozione coattiva.

Dopo numerosi esposti (l?ultimo del 16 maggio 2005), le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico, con l?esposto del 26 gennaio 2007, hanno chiesto per l?ennesima volta al Ministero per i beni e attività culturali, Direzione regionale per i beni culturali ed ambientali, Soprintendenze per i beni ambientali ed archeologica, Assessorato regionale dei beni culturali, Comune di Cagliari (il titolare dell’opera) la rimozione della persistente ?legnaia? dall?Anfiteatro romano, ormai palesemente illegittima: questa volta, però, è stata interessata anche la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Cagliari per le eventuali ipotesi di reato. Ed è stato chiesto anche il sequestro preventivo, visto che si sta preannunciando la nuova stagione estiva abusiva.

L?Anfiteatro romano (uno dei tre soli anfiteatri romani scavati nella roccia ancora esistenti) riveste le caratteristiche di ?bene culturale? ai sensi degli artt. 10 e ss. del decreto legislativo n. 42/2004 ed è tutelato con vincolo paesaggistico ai sensi dell?art. 142, comma 1°, lettera m, del decreto legislativo n. 42/2004. Ai sensi dell?art. 20 del decreto legislativo n. 42/2004, ?i beni culturali non possono essere distrutti, danneggiati o adibiti ad usi non compatibili con il loro carattere storico o artistico oppure da recare pregiudizio alla loro conservazione?.

L?intervento di allestimento ligneo, definito in tutti gli atti disponibili ?temporaneo e reversibile?, risulta autorizzato con condizioni sul piano della tutela archeologica con note Soprintendente Beni Archeologici n. 7252/1 del 14 ottobre 1998, n. 8840 del 9 novembre 1998, n. 9373 del 25 novembre 1998, n. 8989/1 del 23 dicembre 1999 (relativa alle modalità del rilievo archeologico, che presuppone la completa rimozione degli interventi) n. 9170 del 30 dicembre 1999 (individuazione dei 44 punti di appoggio ed ancoraggio) e n. 3375/1 del 16 maggio 2000; d?altra parte, la Soprintendenza per i beni Archeologici non poteva non autorizzare un intervento relativo ad ?usi non compatibili con il ? carattere storico od artistico oppure tali da creare pregiudizio alla ? conservazione o integrità? ex art. 21 del decreto legislativo n. 490/1999 allora vigente (Cass. pen., sez. III, 19 gennaio 1994, n. 2288). Analogamente l?Assessorato reg.le P.I. e BB.CC. – Ufficio tutela paesaggio aveva rilasciato il nullaosta paesaggistico n. 9164 del 30 novembre 1998 ex art. 151 del decreto legislativo n. 490/1999 allora vigente ?visto il carattere di amovibilità e temporaneità dell?intervento? ed il medesimo Consiglio comunale aveva approvato il progetto definitivo ex art. 42 della normativa di attuazione. P.R.G. allora vigente (deliberazione n. 21 del 23 febbraio 1999) con la considerazione che ?il progetto è costituito essenzialmente da strutture di adeguamento quasi interamente amovibili ad eccezione di alcuni locali (servizi igienici, n.d.r.) di modesto volume?. L?intervento comunale di allestimento ligneo ha beneficiato di un finanziamento pubblico di 6,5 miliardi complessivi di vecchie lire ai sensi della legge n. 270/1997 e della legge regionale n. 30/1993 condizionato all?utilizzo dell?intervento medesimo per almeno 5 anni, scaduti nel 2005.

Il T.A.R. Sardegna, con sentenza del 24 febbraio 2006, accoglieva, poi, le ragioni del Soprintendente per i beni archeologici che chiedeva la rimozione dell?allestimento ligneo Il Comune di Cagliari ha perso il ricorso. Infatti, con la nota n. 6735 del 9 ottobre 2000 il Soprintendente Archeologico di Cagliari invitava il Comune di Cagliari ?a provvedere, con la consentita sollecitudine, alla restituzione del monumento alla naturalità del contesto archeologico e perciò a rimuovere tutte le impalcature lignee relative alla platea ed al palco, nonché alle gradinate delle estremità settentrionale, orientale e occidentale e delle relative vie di fuga, fatti salvi gli apprestamenti idonei a consentire l?agibilità dell?edificio alla visita del pubblico ? e quanto altro necessario a garantire, sul piano della sicurezza, il rispetto della normativa vigente?. Detta nota veniva dall?Amministrazione comunale cagliaritana impugnata davanti al T.A.R. Sardegna con l?esito sostanziale di fermare fino al momento attuale qualsiasi operazione di rimozione di quello che doveva essere un allestimento amovibile e temporaneo.

Qualche settimana fa, da un esame degli archivi della Soprintendenza archeologica cagliaritana, emergeva che l?Anfiteatro romano sarebbe di proprietà dello Stato e non del Comune di Cagliari, mentre nel gennaio scorso il Soprintendente per i beni archeologici di Cagliari Vincenzo Santoni annunciava di aver chiesto al Ministero per i beni e le attività culturali l?apposizione del vincolo storico-culturale. Va certo bene, ma non è la cosa più urgente.

Ora non ci sono più ?ostacoli? per la rimozione della persistente ?legnaia? dall?Anfiteatro romano, ormai palesemente illegittima: anche dopo il pronunciamento del T.A.R. Sardegna l?Amministrazione comunale del sindaco Floris non ha fatto nulla. Continuerà a fare orecchie da mercante ? Decenza e rispetto della legge vorrebbero l?avvìo, senza ulteriori indugi, delle procedure per la rimozione dell?allestimento ligneo e la restituzione dell?Anfiteatro romano alla natura di bene culturale archeologico ed alla piena fruizione pubblica. Ora, insieme alle pubbliche amministrazioni competenti, se ne interesserà anche la magistratura. E auspichiamo un sequestro preventivo, un provvedimento cautelare per evitare ulteriori rischi per il bene culturale.

Gruppo d?Intervento Giuridico e Amici della Terra

(foto da commons.wikimedia.org)

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Il Poetto e lo sciagurato ripascimento in Tribunale.

20 Aprile 2007 Commenti chiusi


Presso il Tribunale penale di Cagliari si è tenuta un?altra udienza del processo sul “ripascimento” della spiaggia del Poetto, nel quale siamo costituiti parte civile. Buona lettura…

Amici della Terra e Gruppo d’Intervento Giuridico

da La Nuova Sardegna, 20 aprile 2007

Processo Poetto. In aula la relazione scientifica del consulente dei pubblici ministeri. La Provincia volle la sabbia grigia
«Il colore corrisponde alle indicazioni del capitolato». Difformi dall?appalto la granulometria e la composizione.
Mauro Lissia

CAGLIARI. La sabbia del ripascimento è in gran parte diversa da quella originaria del Poetto per granulometria e composizione mineralogica, è diversa anche nel colore ma in questo caso l?errore commesso si trova nel capitolato d?appalto. Dalla lunghissima audizione in tribunale del perito incaricato dall?accusa Gianni Lombardi, geologo dell?università La Sapienza di Roma, emerge per la prima volta fra proiezioni di diapositive, slides e immagini di laboratorio un dato finora molto controverso: l?amministrazione provinciale guidata da Sandro Balletto ha sbagliato, quella che l?ha preceduta è comunque responsabile di una grave leggerezza. Sono le analisi scientifiche eseguite dall?équipe di Lombardi a confermarlo: «Solo il sessanta per cento del materiale prelevato nel fondale marino e sversato sull?arenile corrisponde ai parametri indicati nel capitolato – ha detto il perito, rispondendo alle domande dei pm Daniele Caria e Guido Pani – e nell?analisi della composizione mineralogica è emersa la presenza di una quantità eccessiva di carbonato di calcio e di feldspati in rapporto a quella dei quarzi». «Il colore invece – ha spiegato il consulente – rientra nei parametri del capitolato». Ma a elaborare il capitolato, cui l?impresa era obbligata ad attenersi, è stato l?assessorato ai lavori pubblici di Giacomo Guadagnini. E in quel capitolato si chiedeva una sabbia grigio chiaro – ha affermato Lombardi – indicata con precisione all?interno del sistema dei colori di Munsell. Grigio chiaro, non bianco candido come quella originaria. Comunque con tonalità che all?esame spettrografico compiuto dal laboratorio di Lombardi risultano adeguate alle specifiche dell?appalto. Paradossalmente dunque – se gli esami scientifici hanno un valore – è stata la Provincia a scegliere di trasformare la cartolina storica del Poetto: da bianco e grigio chiaro. Se poi non è stata una scelta, di certo – così è emerso con chiarezza in aula – è stato commesso un errore grossolano. Certo non l?errore decisivo, che per l?accusa resta legato alla scelta di prelevare la sabbia dal mare in appena quindici giorni e di non interrompere il disastroso intervento malgrado gli esiti visibili. Comunque una svista importante, legata a ragioni ignote e inesplorabili. Ragioni che l?avvocato Pierluigi Concas ha cercato di indagare con una sequenza di domande cui il perito ha dato risposte esplicite: «Trovare una sabbia uguale a quella originaria, con l?85% di quarzo e il 15% di feldspati, era praticamente impossibile – ha detto Lombardi – la soluzione sarebbe stata di fare delle miscele». La Provincia – ai tempi dell?amministrazione Scano – aveva individuato alcune cave nella zona di Maracalagonis, vicino a Gannì, che in base alle analisi risultavano molto simili a quelle del Poetto. Su questo punto però l?avvocato Concas ha ottenuto una conferma importante: nei vari passaggi documentali la percentuale di componenti chimico-mineralogiche delle sabbie di cava si modifica radicalmente. Prima non erano compatibili, poi lo diventano. E? stato Lombardi a dare certezza a questo sospetto, come se la Provincia avesse aggiustato i dati per non perdere il finanziamento europeo. La Protezione civile infatti era stata categorica: il ripascimento del Poetto si può fase soltanto se c?è la sabbia adatta. La Provincia – gestione Guadagnini-Scano – rispose indicando le sabbie di cava, quelle che avevano passato l?esame degli esperti. Ieri però, davanti al tribunale, il perito dei pubblici ministeri ha svelato un aspetto in parte inedito: quella sabbia non esisteva, il bianco del Poetto era sostanzialmente irripetibile a meno di complesse operazioni di ricerca e di miscelazione. Sabbie simili a quella del vecchio Poetto si trovano nei deserti dell?Africa: la scelta di importarla era stata valutata e poi abbandonata per ragioni di costi. Alla fine prevalse l?opzione meno sicura, quella che si è rivelata la più dannosa per il litorale della città. Si va avanti il 27 aprile.

(foto S.D., archivio GrIG)

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Tortolì si fa i D.I.C.O. in casa: arriverà la scomunica ?

20 Aprile 2007 Commenti chiusi


L’amministrazione comunale di Tortolì (OGL), guidata da Marcella Lepori, ha adottato il regolamento sull?istituzione del Registro delle unioni civili. I D.I.C.O. de nos’atrusu. Se saranno buoni come i culungionis lo vedremo, ma fin da ora va sottolineato il coraggio innovativo della decisione. Sempre che non li scomunichino tutti…

Gruppo d’Intervento Giuridico

da La Nuova Sardegna, 20 aprile 2007

Tortolì dice sì ai Dico. Istituzione del registro delle unioni civili approvato il regolamento in Consiglio. Lamberto Cugudda

TORTOLÌ. Non senza qualche polemica, nella seduta tenutasi mercoledì pomeriggio, così come proposto dal sindaco Marcella Lepori, il consiglio comunale, con i voti favorevoli della maggioranza di centrosinistra e sardista ha approvato il regolamento sull?istituzione del Registro delle unioni civili (i cosiddetti Dico in salsa tortoliese). Al Registro, così come è stato più volte spiegato, potranno iscriversi solo le coppie di conviventi (anche omosessuali) che lo chiederanno espressamente. La convivenza dovrà essere reale e verificata sulla base dei controlli dei vigili urbani Il Registro comunale delle unioni civili non sarà consultabile dal pubblico e avrà soltanto fini amministrativi. Per il vice sindaco-assesore ai Lavori pubblici, Daniele Murru, si è tratta di un atto di grande civiltà: «Oltretutto con questo Registro sulle convivenze di fatto, si viene incontro a delle forti esigenze della comunità di Tortolì-Arbatax. Non riesco proprio a capire certe critiche che sanno tanto di pura strumentalizzazione, anche perché si potrà iscrivere soltanto chi lo richiederà espressamente». La minoranza consiliare comunale di centro-destra ha contestato tale approvazione. Il consigliere Fausto Mascia (La Civica) si è detto, per l?ennesima volta «favorevole alla famiglia tradizionale». Il suo collega Ennio Mascia non si è detto contrario alle convivenze di fatto e al loro riconoscimento: «Quello che contesto è l?inutilità di questo Registro, a livello comunale, delle unioni civili. Non credo proprio che possa dare corpo a dei reali diritti successori, patrimomiali o altro. Si sarebbe dovuto attendere una legge a livello nazionale e poi magari farla propria, anche in tempi molto stretti».
L?iniziativa voluta dalla maggioranza comunale di centro-sinistra e sardista, nell?ultima settimana ha fatto molto discutere. Ma ha trovato l?approvazione anche di qualche elettore dell?area della Casa delle libertà, che si è dichiarato favorevole a una scelta di civiltà, che recepisce delle esigenze molto sentite dalla società.

(foto S.D., archivio GrIG)

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Quartu S. Elena: terra di abusi edilizi e di abusivi. Si inizia a far qualcosa ?


In questi giorni scorsi il sindaco di Quartu S. Elena Luigi Ruggeri ha annunciato che il Comune sta provvedendo a notificare i primi 70 provvedimenti di avvio del procedimento di acquisizione al patrimonio comunale (legge n. 47/1985 e successive modifiche ed integrazioni, legge regionale n. 23/1985) di altrettanti abusi edilizi per mancata osservanza del precedente ordine di demolizione. In tutto sarebbero 210 i casi, tutti relativi ad abusi conclamati a partire dall?1 aprile 2003. Attendiamo i relativi sviluppi: se si proseguirà e si andrà fino in fondo contro l?abusivismo edilizio quartese, l?amministrazione comunale avrà tutto il nostro plauso ed il nostro appoggio.

Tuttavia, è da anni che si parla di impegni concreti ed efficaci, senza però vederne l?attuazione. Nel gennaio 2007 il Consiglio comunale di Quartu S. Elena si è occupato dell?abuso edilizio realizzato sulla costa di Terra Mala dall?assessore comunale alla cultura Tonio Pani. Un fatto ordinario per Quartu, l?abusivismo edilizio. Quasi un titolo di merito. Nel giugno 2006 sempre il Consiglio comunale quartese aveva anche modificato il regolamento edilizio consentendo il cambio di destinazione d?uso agli immobili abusivi condonati, provvedimento che, accompagnato dal perdurante blando impegno contro l?abusivismo edilizio, non fa che accrescere gli incentivi all?illegalità ed al degrado ambientale.

Il territorio comunale di Quartu S. Elena continua a presentarsi come la “capitale” dell?abusivismo edilizio in Sardegna. Una delle ?capitali? dell?abusivismo edilizio in Italia. Di fatto è l?unico Comune sardo ad avere la “mappa” pressochè completa dell?abusivismo edilizio sul proprio territorio: sono risultati (1995 – termine operazione condono legge n. 47/1985) circa 10.400 casi di abusivismo (al 3° posto in Italia per numero di casi, dopo Napoli e Gela), dei quali 127 “insanabili parziali” e ben 486 “insanabili totali”. Ben 2.858 casi di abusivismo per mc. 739.007 di volumetria complessiva sono risultati nelle zone “F” (turistiche) costiere ed altri 1.336 casi nelle zone “E” (agricole) per mc. 490.971 di volumetria complessiva. Dopo il secondo condono edilizio (leggi nn. 724/1994 e 662/1996) i casi di abusivismo “insanabili totali” sono scesi a 147, gli “insanabili parziali” a 72. Fra i casi più eclatanti di abusivismo edilizio in aree di rilevante interesse ambientale a livello regionale si devono ricordare i 190 edifici abusivi dentro il parco naturale di Molentargius ? Saline (Cagliari ? Quartu S. Elena). Negli ultimi anni l?Amministrazione comunale ha predisposto 29 piani di risanamento ancora in gran parte inattuati, sono cresciuti a dismisura gli òneri economici collettivi per dotare dei necessari servizi (depurazione, acqua, energia elettrica, smaltimento rifiuti, scuole, ecc.) gli “abusi condonati” per una spesa complessiva stimata in oltre 222 milioni di euro, a fronte di circa 18/20 milioni di entrate derivanti dalle oblazioni di legge. Riguardo l?ultimo condono edilizio (2003-2004) sono state presentate oltre 3.500 istanze di condono relative ad altrettanti abusi edilizi, dato di notevole rilievo visto che a livello nazionale le domande sono state 102.126 (dati Confedilizia). Al Comune di Cagliari, ad esempio, le istanze presentate sono 2.300. Si deve ricordare che, neppure sotto il mero profilo finanziario, il condono edilizio è stato vantaggioso: nel 1985, a fronte di una previsione di entrata di 2.995 milioni di euro, le entrate effettive furono pari al 58 %, nel 1994, a fronte di un gettito previsto di 2.531 milioni di euro, le entrate effettive furono del 71 %, attualmente, a fronte di una previsione di entrata pari a 3.165 milioni di euro, si stimano solo il 40 % di entrate effettive.

La situazione non è, purtroppo, migliorata con gli anni a seguire. Nel 2004 sono stati accertati ben 420 casi di abusivismo edilizio nel solo territorio comunale di Quartu S. Elena. Nell?agosto 2005 sono stati riscontrati ben 25 casi di abusivismo edilizio totale in area costiera (Flumini). Nel 2006 le strutture comunali hanno riscontrato circa 450 nuovi abusi edilizi, totali e parziali. A maggio 2006 il Corpo forestale e di vigilanza ambientale ha posto sotto sequestro penale tre villette abusive nella pineta di Baia Azzurra (Is Mortorius). Nel novembre 2006 il Nucleo di vigilanza edilizia della Polizia municipale ha posto sotto sequestro a Costa di Sopra una lottizzazione abusiva con 27 lotti già predisposti, di cui 15 già edificati.

Nel dicembre 2005 l?Amministrazione comunale dichiarava di voler migliorare la vigilanza sul territorio coinvolgendo una non nota associazione ambientalista per svolgere controlli e segnalazioni. Lo stesso sindaco Ruggeri annunciava che presto sarebbero state messe in campo tutte le iniziative di legge contro l?abusivismo edilizio. Compresa l?acquisizione al patrimonio comunale e la demolizione ed il ripristino ambientale, così come prevede la legge. Dopo più di un anno non si è visto ancora nulla.

L?unica vera soluzione per affrontare efficacemente il fenomeno è portare a compimento i procedimenti amministrativi di acquisizione gratuita al patrimonio comunale degli abusi edilizi riscontrati e non demoliti dai trasgressori e di demolizione di quelli non compatibili con le norme di salvaguardia ambientale, in primo luogo dove sussistono vincoli di conservazione integrale (es. la fascia costiera dei 300 metri dalla battigia marina). Da più di dieci anni le “ruspe della legalità” hanno i motori spenti. Altrimenti saranno soltanto miseri palliativi, oltraggi alla legalità ed all?ambiente e palesi delusioni per i cittadini rispettosi della legge.

Amici della Terra e Gruppo d’Intervento Giuridico

(foto S.D., archivio GrIG)

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Rapporto ecomafie e Sardegna.

19 Aprile 2007 Commenti chiusi


Qualche dato non si comprende da dove sia stato tratto, in qualche caso si ignorano gli indicatori considerati, qualche altro dato è da correggere (soprattutto in tema di abusivismo edilizio), tuttavia il Rapporto ecomafie 2006 disegna in buona sostanza una Sardegna con molti illeciti ambientali. Buona lettura…

Gruppo d’Intervento Giuridico

da L?Altravoce (www.altravoce.net), 17 aprile 2007

Ecomafiosi? No, siamo i soliti furbi. Nelle classifiche dell’illegalità la Sardegna dopo le regioni peggiori. Matteo Bordiga

Nelle classifiche delle illegalità ambientali inseguiamo da vicino le regioni che hanno una pessima reputazione. Ma più che fare affari con le ecomafie, in Sardegna facciamo i furbi: abusi edilizi diffusi, più che vistosi ecomostri; piccole discariche ovunque più che grandi traffici di rifiuti tossici o pericolosi (ma ci sono anche quelli). Insomma: vigilare e reprimere senza allarmismi, lo dicono anche gli ambientalisti.
Il resoconto di Legambiente sulle ecomafie in Italia nel 2006, presentato ieri dal presidente dell’associazione Roberto della Seta, colloca la Sardegna al sesto posto nella classifica generale dell’illegalità ambientale, con 1.787 infrazioni accertate e 1.570 persone denunciate. Un piazzamento che è frutto della media fra l’ottavo posto nella graduatoria delle illegalità nel ciclo del cemento, che riguarda prevalentemente i fenomeni di abusivismo edilizio (397 infrazioni accertate e 621 persone denunciate) e il poco esaltante quarto posto per le illegalità nel ciclo dei rifiuti: situazione notevolmente peggiore rispetto agli anni precedenti, con un numero di infrazioni (373) non troppo lontano da quello registrato dalla regione-apripista, la Campania, con 448 infrazioni segnalate nella gestione dei rifiuti. C’è da preoccuparsi? Non più di tanto, dice l’assessore regionale dell’Ambiente, Cicito Morittu: il dato relativo all’illegalità nel ciclo del cemento «non è drammatico e può essere letto in una doppia ottica: da un lato, ci costringe a costatare che sopravvive l’attività illegale nel campo edilizio. Dall’altro, attesta l’attivismo del Corpo Forestale, sempre più radicato e presente sul territorio, pronto a stroncare sul nascere qualunque abuso». E che dire del poco lusinghiero quarto posto nella graduatoria dei rifiuti? «Sinceramente, a livello regionale in questo settore non ci risulta l’esistenza di un’attività di ecomafia», chiarisce Morittu, aggiungendo tuttavia che «va segnalato il grande lavoro cui, negli ultimi anni, sono state chiamate le forze di polizia e il Corpo Forestale per quanto riguarda la ricerca di discariche abusive, assai diffuse nell’Isola. Vorrei ricordare, inoltre, che un anno fa la Giunta ha inserito nel bilancio 30 milioni di euro da destinare ai Comuni per il progetto ?Sardegna fatti bella?, volto proprio al ripristino ambientale».
Per il presidente di Legambiente Sardegna, Vincenzo Tiana, «ci sono state nell’Isola alcune segnalazioni di traffico illecito di rifiuti, ma non c’è una vera e propria emergenza. Il quarto posto a livello nazionale e il numero di infrazioni pericolosamente vicino a quello della Campania? Bisogna tener presente anche il differente peso dei casi segnalati in Sardegna rispetto a quelli accertata nella regione campana, dove ogni infrazione viene riscontrata su una quantità molto maggiore di rifiuti».
Stefano Deliperi, presidente dell’associazione ambientalista sarda ?Gruppo di intervento giuridico?, sottolinea che «il dato sull’abusivismo edilizio trova riscontro in un’effettiva, recentissima recrudescenza che anche noi abbiamo registrato in questo campo. La ragione principale? Essenzialmente l’insufficiente repressione, ossia il mancato ricorso alle demolizioni. Basta ricordare che, in Sardegna, l’ultima demolizione risale al 1995: inconcepibile, se si considera che oggi, specialmente a Cagliari, si verificano gravissimi casi di abusivismo edilizio. Penso soprattutto a quello che accade all’interno del parco naturale di Molentargius». Anche i numeri di Legambiente sull’attività illegale nello smaltimento dei rifiuti suggeriscono attenzione: «Il trend è quello di una crescita preoccupante», ammette Deliperi, secondo il quale «il vero problema dell’Isola non è rappresentato dalle grosse discariche abusive, che praticamente non ci sono. Piuttosto, è facile imbattersi in discariche piccole e ricolme di rifiuti, disseminate lungo tutto il territorio regionale. Si tratta di pattumiere all’aria aperta che raccolgono in prevalenza gli scarti generati da attività edilizie e di ristrutturazione». Senza dimenticare, ovviamente, l’incuria e la maleducazione dei cittadini: «Un ruolo importante lo gioca anche la vergognosa incultura dei sardi», accusa Deliperi, «abituati ad abbandonare rifiuti nelle zone più battute e frequentate, ossia quelle più affascinanti e ricche di attrattiva dal punto di vista culturale e paesaggistico. Un esempio su tutti? La zona del castello di Acquafredda, a Siliqua, ricoperta da porcherie di ogni tipo. Ma, più in generale, tutte le campagne e le periferie sarde sono disseminate di piccole discariche abusive».

(foto S.D., archivio GrIG)

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Porto Pino, villette in Tribunale !


Nuova udienza del processo relativo alla lottizzazione realizzata nell’isoletta di Corrumanciu, nel bel mezzo dello Stagno di Porto Pino (S. Anna Arresi). Buona lettura…

Amici della Terra e Gruppo d’Intervento Giuridico

da La Nuova Sardegna, 18 aprile 2007

Udienza. I presunti abusi edilizi a Portopino. Corrumanciu è vincolato ? Chiarimento in tribunale con il Parco geominerario. Mauro Lissia

CAGLIARI. Sarà il commissario del Parco geominerario Giampiero Pinna nelle prossime udienze a chiarire in tribunale se lo stagno di Corrumanciu è compreso nell?area protetta e quindi dal vincolo di inedificabilità assoluta, come sostiene il pubblico ministero Daniele Caria al processo per i presunti abusi edilizi commessi a Porto Pino. E? stato il magistrato dell?accusa ieri mattina a chiedere ai giudici – presidente Francesco Sette, a latere Casula e Massidda – l?audizione di Pinna, che a questo punto potrebbe avere un peso decisivo sulle valutazioni finali del tribunale. Di certo non è agli atti un?autorizzazione rilasciata dall?ente parco, che di quel progetto non aveva con ogni probabilità ricevuto alcuna informazione. Caria, insieme all?avvocato di parte civile Carmela Fraccalvieri – che tutela gli interessi delle associazioni ecologiste Gruppo di intervento giuridico e Amici della Terra - avevano sollevato in udienza la questione legata all?area protetta: sullo stagno e sull?isolotto di Corrumanciu dov?è in costruzione un villaggio turistico graverebbero i vincoli del parco oltre a quelli del piano paesaggistico e delle isole minori. Ma se in aula è nata una controversia tra la difesa – gli avvocati Guido Manca Bitti e Gianfranco Trullu – e l?accusa sul fatto che Corrumanciu sia un isola o no, l?esistenza accertata della tutela destinata alle aree parco chiuderebbe ogni discorso: le case del villaggio ?L?Isolotto? sarebbero state costruite comunque in difformità dalla legge, indipendentemente da qualsiasi autorizzazione. Imputati di aver violato le norme ambientali sono l?amministratore dell?immobiliare ?L?Isolotto srl? Francesco Monti, il direttore dei lavori Fulvio Pilloni e il dirigente dell?area tecnica del Comune di Sant?Anna Arresi Massimino Paolo Granella, quest?ultimo accusato anche di abuso d?ufficio.

da L?Unione Sarda, 18 aprile 2007

Sant?Anna Arresi. Giampiero Pinna teste al processo sulla lottizzazione di Corrumanciu. Andrea Scano

Il processo per la presunta lottizzazione abusiva di Corrumanciu si arricchisce di un testimone eccellente: è il neo Commissario straordinario del Parco geominerario Giampiero Pinna. La sua deposizione avverrà fra un mese ed è stata decisa dalla prima sezione del Tribunale di Cagliari che ieri ha proseguito nel procedimento penale a carico di Francesco Monti, amministratore delegato della Isolotto immobiliare srl, di Fulvio Pilloni, direttore dei lavori, e di Massimo Granella, responsabile dell?Area tecnica del Comune di S. Anna Arresi. Sono tutti accusati, secondo le rispettive competenze, di aver autorizzato o avviato la costruzione di una trentina di villette nell?isolotto di Corrumanciu (nello stagno di Porto Pino) senza le autorizzazioni derivanti dalla tutela paesaggistica. In questa battaglia in prima linea le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico, rappresentate in aula dall?avvocato Carmela Fraccalvieri. La decisione di citare come teste il commissario del Geoparco è maturata mentre veniva ascoltato ieri mattina un ispettore del Corpo Forestale il quale ha ribadito con vigore una tesi che rappresenta una novità rispetto agli atti processuali. Ovvero, sull?isolotto di Corrumanciu peserebbe il vincolo derivante dall?appartenenza al Parco Geominerario. Il che renderebbe l?area pressoché intoccabile. Secondo il teste, inoltre, anche le attività delle saline, dovute al collegamento fra gli stagni, comporterebbero il sussistere di normative e vincoli tali che, secondo il pubblico ministero Daniele Caria, dimostrerebbero l?illegalità di un villaggio sorto al centro dello stagno. Per spazzare ogni dubbio sulle competenze istituzionali, il Tribunale ha così deciso di citare come testimone per la prossima udienza il commissario del Parco Geominerario Giampiero Pinna. A fine maggio la sentenza.

(foto S.C., archivio GrIG)

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Bracconiere al laccio !

18 Aprile 2007 Commenti chiusi


Nuova operazione contro il bracconaggio, questa volta dei Carabinieri: insistere, insistere, insistere !

Lega per l’Abolizione della Caccia, Amici della Terra, Gruppo d’Intervento Giuridico

da La Nuova Sardegna, 18 aprile 2007

Villacidro. Denunciato per le trappole e i fucili. Primula rossa del bracconaggio finisce nel laccio dei carabinieri. Luciano Onnis

VILLACIDRO. Pensionato con il pallino della caccia, soprattutto quella di frodo esercitata con tutta una serie di strumenti che andavano dai fucili di diverso calibro con potenti torce sovrapposte e lacci in acciaio per la selvaggina. Quella che i carabinieri ritengono una sorta di ?primula rossa? del bracconaggio nei boschi del Monti Mannu è incappata nella rete tesa dai suoi ?cacciatori?: G.S., pensionato sessantaduenne di Villacidro, era atteso al varco nei suoi spostamenti sul terreno di caccia e stavolta c?è cascato in pieno. I carabinieri lo hanno trovato con una bisaccia piena di lacci d?acciaio e poi, a seguito di perquisizione domiciliare, tutto l?armamentario per le battute di frodo. Per il presunto bracconiere è scattata una denuncia per caccia di frodo, omessa custodia di armi e munzioni e anche per ricettazione. Dietro casa nascondeva un mini escavatore risultato rubato nel 2002 a un imprenditore edile di Macomer.
Questi i fatti. I carabinieri della compagnia di Villacidro, coordinati dal luogotenente Felice Maccioni, erano a conoscenza della illecita attività di caccia di G.S. e lo hanno atteso al varco alle prime luci dell?alba lungo la strada che porta a un suo podere in località San Sisinnio, alle pendici del Monti Mannu. Nel furgoncino, fra gli attrezzi di campagna, una bisaccia con quarantatre lacci d?acciaio per la cattura della selvaggina. Sono scattate le perquisizioni e nel cortile della casa del pensionato, nascosto fra l?erba alta, un sacco con due fucili calibro 12 (regolarmente denunciati), 186 cartucce a palla unica, ma anche altre munizioni calibro 16, 20 e 28 che lasciano ipotizzare la detenzione di altri fucili, non ritrovati, per l?uso di queste cartucce.

(foto S.D., archivio GrIG)

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Esseri umani – non in vendita.

18 Aprile 2007 Commenti chiusi


Ignoriamo la loro esistenza o fingiamo di non vederli eppure, oggi, i nuovi schiavi sono milioni, fruttano all?economia mondiale circa 32 miliardi di dollari e chiudere un occhio sulle loro non-vite fa comodo anche agli Stati più ?progrediti?.

Gruppo d’Intervento Giuridico

13.04.2007 – Il Consiglio d?Europa propone misure specifiche per proteggere le vittime della tratta di esseri umani
Strasburgo, 13.04.2007 ? Il 19 e 20 aprile, a Berlino, Germania, il Consiglio d?Europa tiene il suo settimo seminario regionale per la lotta alla tratta degli esseri umani, e l?accento è posto sulle vittime. Organizzato con la Fondazione Konrad Adenauer, il seminario, aperto alla stampa, riunirà oltre 200 partecipanti provenienti da 11 paesi europei per analizzare misure specifiche previste dalla Convenzione del Consiglio d?Europa sulla lotta alla tratta degli esseri umani (STCE n° : 197). Non appena la Convenzione verrà ratificata da 10 Stati, le misure da essa previste non solo sanzioneranno i trafficanti, ma proteggeranno anche le vittime ? bambini a volte ? spesso obbligati a vivere prostituendosi o in condizioni di schiavitù. Traumatizzate, senza uno status giuridico e spesso prive delle necessarie competenze linguistiche per sfuggire alla loro sorte, queste persone hanno bisogno di un aiuto immediato. Tra i partecipanti al seminario saranno presenti ufficiali di polizia e rappresentanti che si occupano dell?assistenza alle vittime, rappresentanti delle ONG e funzionari del Consiglio d?Europa e dell?Unità anti-tratta delle Nazioni Unite. La Convenzione esige che un personale preparato e qualificato lavori con la polizia, i servizi sociali, le dogane, i servizi di accoglienza per gli immigrati e le ambasciate o i consolati per identificare e aiutare le vittime in modo più efficace.
Tra le diverse misure specifiche previste dalla Convenzione, possono essere citate le seguenti:
? Ogni bambino vittima della tratta verrà rappresentato da un tutore legale, un?organizzazione o un?autorità incaricata di agire nel massimo interesse del bambino, mentre le autorità procedono a stabilire la sua identità e nazionalità e fanno ogni sforzo possibile per ritrovare la sua famiglia o i suoi tutori.
? Gli Stati sono tenuti a offrire alle vittime condizioni di vita che possano garantire la loro sussistenza. La Convenzione propone un alloggio adatto e sicuro e un?assistenza psicologica e materiale, compreso l?accesso alle cure mediche urgenti.
? Aiuto linguistico e assistenza giuridica devono essere accordati alle vittime, qualora necessario.
? La Convenzione introduce un periodo di recupero e di riflessione della durata di 30 giorni per permettere alle vittime in situazione irregolare di ristabilirsi e di sfuggire all?influenza dei trafficanti e di decidere se cooperare con le forze dell?ordine per aiutarle nella ricerca dei trafficanti.
Fino a oggi, 36 stati hanno firmato la Convenzione e 6 di essi l?hanno ratificata (Albania, Austria, Georgia, Moldavia, Romania e Slovacchia). Non è facile stabilire cifre esatte, ma secondo la stima delle Nazioni Unite, sarebbero da 700 000 a 2 milioni le donne vittime della tratta ogni anno. La cifra aumenta se si aggiungono altre forme di tratta, come il traffico di organi e la tratta di bambini. Il mercato annuale della tratta di esseri umani è stimato attorno ai 32 miliardi di dollari. Altri seminari regionali, che hanno avuto luogo a Bucarest, Riga, Roma, Oslo, Atene e Nicosia hanno già esaminato in che modo le politiche nazionali possono essere adattate per rispondere alle esigenze della Convenzione.

da www.nuoveschavitu.it
Nonostante l’universale condanna la schiavitù è una realtà del mondo contemporaneo, un fenomeno complesso e in continua evoluzione. Oggi si parla di milioni di vittime che fruttano all’economia mondiale miliardi di dollari.
Uomini, ma soprattutto donne e bambini sono soggeti a nuove forme di sfruttamento estremo, violazioni dei diritti umani che hanno ambiti e caratteristiche diversi anche rispetto al passato.
Varie sono le forme di sfruttamento: tratta, sfruttamento sessuale donne e bambini, traffico d’organi, lavoro forzato, servitù domestica, servitù religiosa, sfruttamento bambini nei conflitti e per accattonaggio.
Servitù religiosa
Nella regione meridionale del lago Volta, esistono le trokosi. Si tratta di donne, ma più spesso bambine di 4-5 anni che vengono portate ai santuari del dio Tro, una delle divinità del sistema religioso vudù, per espiare colpe commesse dalla famiglia, anche in un lontano passato: debiti, omicidi, furti ecc. Le trokosi passano tutta la loro vita nei santuari, a lavorare i campi dei sacerdoti del dio Tro e quando diventano più grandi ne diventano le concubine. La vita delle trokosi è un?esistenza di stenti: non possono cibarsi di quello che coltivano, vengono spesso picchiate e possono riconquistare la loro libertà solo in tarda età. Si conta che vi siano circa 10-12.000 trokosi in Ghana, ma ve ne sono anche in Togo e in Benin.
Nel Nord del mondo le credenze di stampo medievale sono superate, ma sono molte le vittime di sette e culti religiosi che sfociano in fanatismo, superstizioni e violenze. (vedi “Gli schiavi parlano” di Sandro Calvani, Martina Melis 1999 editore Piero Manni)
Traffico di organi
Nel giro di poche decadi il trapianto è diventato un’operazione con rischi contenuti. Un successo che ha fatto impennare la domanda: nel 2005 negli Stati Uniti più di 16 mila reni sono stati trapiantati, facendo registrare un aumento del 45 per cento rispetto ai 10 anni precedenti. Ma in questo periodo il numero delle persone in lista per un trapianto di rene è salito del 119 per cento mentre oltre 3500 persone sono morte nell’attesa.
In Europa occidentale sono circa 40 mila i pazienti che aspettano un trapianto e dal 15 al 30 per cento moriranno nell’attesa che è in media pari a tre anni in Europa, mentre si prevede che per il 2010 si arriverà ai 10 anni.
Uno scenario che ha favorito il via al traffico degli organi ( il costo di un rene si aggira attorno ai 3000 dollari ) creando vittime in prevalenza nei Paesi più poveri e soprattutto tra i minori.

Uno sguardo alla situazione in diversi paesi.
India
Nell’india più povera, quella dell’entroterra rurale, esistono interi villaggi utilizzati come fonti di organi. Sono i ?Villaggi della speranza? dove i malati provenienti da Europa ma anche dall’India più benestante sono pronti a pagare quanto necessario per ottenere un rene da persone così povere che sono pronte a cederlo pur di vivere.
Nel 1994 la pratica è stata messa fuori legge ma in realtà risulta abbastanza semplice evitare i controlli.

Cina
Una legge del 1984 stabilisce che gli organi dei condannati possono venir utilizzati per il trapianto se il prigioniero da il suo consenso (cosa non troppo difficile da ottenere nelle carceri cinesi). Tutto deve essere fatto in segretezza per evitare l’eventuale cattiva immagine che ne deriverebbe rendendo così anche difficile identificare i partecipanti a questa attività. Le esecuzioni vengono programmate proprio per andare incontro alle esigenze del mercato. Per Amnesty International sono circa 10 mila le esecuzioni all’anno con conseguente espianto.
Albania e paesi dell’est Europa
Anche il Albania si è sviluppato un importante giro di sfruttamento che avrebbe portato alla scomparsa di 2 mila bambini solo per il traffico di organi con destinazione Italia e Grecia dove si arriva a pagare 30 mila euro per un fegato.
Mozambico
Le suore di Santa Maria hanno denunciato anche con prove fotografiche il ritrovamento di cadaveri di bambini senza fegato, pancreas, cuore, occhi, organi sessuali.
Il fatto che parte della polizia protegga gli artefici di questi delitti farebbe spiegare la lentezza delle indagini. Alle persone che venivano incarcerate bastava pagare una cauzione per uscire.
Le Autorità ammettono le strane sparizioni che sono avvenute soprattutto nelle città di Maputo ma minimizza la situazione.
Afghanistan
Centinaia di bambini afgani, di età compresa fra i 4 e i 10 anni, sono stati uccisi per il traffico d’organi. Un cuore fruttava dai 25 ai 30 milioni, la metà un rene o una cornea
Brasile
Anche i bambini brasiliani sono vittime di questo traffico. Sotto finte adozioni bambini malati di AIDS veniva portati via per poter ottenere i loro organi.
Lavoro forzato
Lavoro forzato è ogni lavoro o servizio imposto sotto minaccia di sanzioni e per il quale la persona non si è offerta spontaneamente” (Convenzione 20 dell’organizzazione internazionale del lavoro).
Una persona diventa lavoratore forzato quando il suo lavoro è richiesto in cambio di un prestito in denaro per il quale viene costretto a lavorare sette giorni su sette con una retribuzione minima o nulla. Secondo Anti-slavery sono 20 milioni le vittime del bonded labour, 12 milioni secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil): intere famiglie che lavorano in condizioni inumane nelle zone agricole dell’Asia del sud, bambini trafficati nell’Africa occidentale , uomini impegnati nelle fazende brasiliane (I nuovi schiavi del lavoro. Nelle fazende del Parà e dell’Amapà, Brasile 1980-1998) e donne esportate per schiavitù sessuale e domestica in Europa. L’Oil sottolinea come il lavoro forzato sia presente sotto diverse forme in tutti i continenti, in tutti i paesi e in tutti i sistemi economici.

Una condanna universale
Nel 1815 per la prima volta a schiavitù è condannata in Europa con la “Dichiarazione relativa all’abolizione universale della tratta degli schiavi“.
Nel 1926 la Società delle Nazioni elabora per la prima volta la definizione giuridica internazionale della schiavitù.
Nel 1948 la “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo” approvata il 10 dicembre 1948 dall’Assemblea generale dell’ONU afferma, nell’articolo 4 “nessuno deve essere tenuto in schiavitù o servitù; la schiavitù e il traffico degli schiavi devono essere proibiti in tutte le loro forme”.
In seguito sono state redatte numerose convenzioni .
Il processo di abolizione del commercio degli schiavi iniziò con la sollevazione degli schiavi che ebbe luogo nell’isola di Santo Domingo nella notte tra il 22 e il 23 agosto 1791. Il primo paese che abolì questa pratica fu la Francia rivoluzionaria, nel 1791 (ma successivamente revocò l’abolizione) seguita da Danimarca nel 1792, dalla Gran Bretagna nel 1807, dagli Stati Uniti nel 1808, dall’Olanda nel 1814, dalla Svezia nel 1815. Gli ultimi sono stati nel 1962 l’Arabia Saudita e nel 1981 la Mauritania dichiarò illegale il commercio degli schiavi.

(foto www.cloudappreciationsociety.org)
Riferimenti: Consiglio d’Europa

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Rete NATURA 2000, contestazioni interessate e strumentali !


In questi ultimi mesi, soprattutto in Ogliastra, nelle Isole sulcitane e in Gallura, si sono levate proteste contro la realizzazione dei siti di importanza comunitaria ? S.I.C. e le zone di protezione speciale ? Z.P.S., relative all?attuazione della rete Natura 2000 prevista dalla direttiva ?habitat? (la n. 92/43/CEE sulla salvaguardia degli habitat naturali e semi-naturali, la fauna e la flora) e dalla normativa nazionale di attuazione (il D.P.R. n. 357/1997 e successive modifiche e integrazioni) e dalla direttiva n. 79/409/CEE sulla tutela dell?avifauna selvatica. I motivi sono sempre gli stessi, quelli che hanno comportato pesanti battute d?arresto nella politica di realizzazione delle aree protette nazionali (il parco nazionale del Gennargentu ? Golfo di Orosei) e regionali: le proteste di parte del mondo venatorio contro i necessari divieti di caccia e, in minima parte, la regolamentazione della pesca (a Carloforte e S. Antioco).

Ancora una volta per interessi mìopi quanto strettamente minoritari e particolari la Sardegna dovrebbe essere pesantemente penalizzata in termini di tutela ambientale e accesso a cospicui fondi comunitari: infatti le attuali e le nuove programmazioni aventi sostegno finanziario comunitario sono strettamente legati alla realizzazione della rete Natura 2000. Non solo: la Commissione europea sta per procedere davanti alla Corte di Giustizia europea per ottenere una seconda condanna per carente attuazione delle direttive in materia di salvaguardia degli habitat.

Le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico stigmatizzano e sottolineano la pretestuosità di tali proteste, ancor più per il fatto che gli Enti locali sono coinvolti pienamente nella fase della pianificazione gestionale dei S.I.C. e delle Z.P.S. (la misura 1.5 ?rete ecologica regionale? del P.O.R. Sardegna 2000-2006 vede impegni finanziari in tal senso di decine di milioni di euro) e nella successiva attività di gestione. Invitano quindi lo Stato e la Regione autonoma della Sardegna a svolgere per intero e senza tentennamenti i compiti attuativi delle normative comunitarie sulla salvaguardia degli habitat (direttiva n. 92/43/CEE) e sulla tutela dell?avifauna selvatica (direttiva n. 79/409/CEE) per l?effettiva costituzione della rete Natura 2000.

Gruppo d’Intervento Giuridico e Amici della Terra

(foto C.B., archivio GrIG)

Riferimenti: scheda sulla Rete Natura 2000

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ENEA e carbone, Giano bifronte era un dilettante !

17 Aprile 2007 Commenti chiusi


Riceviamo e pubblichiamo volentieri questa segnalazione pervenutaci da un esperto del settore, G. L., e che tocca aspetti piuttosto importanti per l’energia ed il clima, con particolare riferimento alla Sardegna. In proposito stiamo svolgendo una piccola inchiesta per verificare senso, costi e convenienza del ricorso al carbone Sulcis sotto i vari punti di vista. Quanto prima la pubblicheremo. Buona lettura…

Gruppo d’Intervento Giuridico

“Caro Stefano,
ti faccio leggere queste due notizie di oggi: la prima dal sito del Ministero dell’ambiente e la seconda tratta da La Nuova Sardegna, qualcosa non quadra ! Ma l’Enea e, sopratutto la Sardegna, dove vogliono arrivare ? Possibile che l’Enea abbia due versioni a seconda dei committenti ?
Ciao, G. ”

Ministero dell’ambiente, della tutela del territorio e del mare - comunicato stampa del 12 aprile 2007 (www.minambiente.it)

Energia: Pecoraro investire su rinnovabili ed efficienza,carbone pulito è chimera.
?Le fonti rinnovabili e l?efficienza energetica rappresentano il futuro e sono determinanti sia per la lotta ai gas serra che per ridurre la nostra dipendenza energetica mentre il carbone rappresenta il passato e certo non aiuta il nostro paese a rispettare gli impegni del Protocollo di Kyoto?. Lo ha dichiarato il Ministro dell?Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare commentando la presentazione rapporto Enea ?Energia ed Ambiente 2006?.

?Bisogna puntare in maniera decisa ? prosegue il ministro – sulla riduzione dei consumi e sulla diffusione capillare delle energie rinnovabili e pulite. Il carbone pulito è solo una chimera come sostiene il Premio Nobel Carlo Rubbia, perché, ad oggi, non esiste una tecnica che possa rendere ?pulito? l?utilizzo di questo combustibile fossile?.

?Dal Rapporto Enea, come da tutti gli atri autorevoli studi in materia, come il rapporto Ipcc, ? conclude il ministro Pecoraro Scanio ? emerge in maniera lampante che la strada maestra da seguire è quella delle fonti rinnovabili e di una razionalizzazione dei consumi attraverso un?efficace politica per l?efficienza energetica. Questo è l?unico modo per affrontare i cambiamenti climatici che sono una vera e propria emergenza planetaria?.

da La Nuova Sardegna, 17 aprile 2007

Carbonia, iniziativa a quattro per mettere a punto e realizzare il progetto «Fine CO2». Dal carbone energia pulita rispettando l?ambiente.
Una sinergia che coinvolge i ricercatori dell?Ansaldo, Sotacarbo, Enea e Itea. Presentazione con Giuliano Murgia e Concetta Rau.
Erminio Ariu

CARBONIA. Cordata a quattro (Ansaldo Energia, Sotacarbo, Enea e Itea) per realizzare il progetto ?Fine CO2 ? – Flameless Italian No Emission – di anidride carbonica. L?impegno dei ricercatori mira a produrre energia elettrica con l?uso pulito del carbone senza immettere in atmosfera i gas serra. Il protocollo di Kyoto impone ai paesi, compresa l?Italia, che hanno sottoscritto l?accordo di ridurre le emissioni di anidride carbonica nell?aria e la soluzione sembra a portata di mano. Con la nuova tecnologia «Near Zero Emission» che sfrutta sistemi di produzione di energia caratterizzati da emissioni di prodotti che non inquinano l?ambiente e non alterano il clima. Ed è la CO2 a tenere alto l?interesse dei paesi industriali del pianeta per le alterazioni climatiche mentre le polveri sottili, le ceneri, e gli ossido e le anidridi di solfo e di azoto sono l?incubo degli abitanti che abitano nei centri che gravitano nei centri dove sono istallate termocentrali alimentate a carbone. La ricerca ha messo a punto il progetto Isotherm, presentato ieri pomeriggio, a Carbonia, nella miniera di Serbariu alla presenza dell?assessore regionale all?industria Concetta Rau dal pool tecnico delle quattro società coinvolte nell?iniziativa. «Questo processo – ha chiarito ad un pubblico attento, Alvise Bassignano, amministratore delegato di Sofinter (Ansaldo-Energia) – consente di utilizzare carboni di basso rango (Carbone Sulcis o carboni di qualità anche inferiori rispetto a quelli usati nelle centrali Enel) senza immettere in atmosfera i gas della combustione. Brevemente, in un combustore ad alta pressione è possibile catturare l?anidride carbonica e produrre contemporaneamente residui solidi inerti. Scomparsa totale dei metalli pesanti perché, alle alte temperature di processo, si ottiene una sostanza amorfa (vetro) che può essere allocata in discarica». Conti alla mano, oltre alla separazione e allo sconfinamento dell?anidride carbonica i costi di produzione dell?energia elettrica sarebbero inferiori a quelli correnti di oltre il 30 per cento. «Nel combustore – ha spiegato Giuseppe Girardi dell?Enea – viene prodotta una combustione senza fiamma (flameless) ma è un processo perfetto perché all?interno dell?impianto la temperatura, altissima 1500-1800 gradi, è uniforme in tutta la camera di reazione. Quindi si ottiene il massimo rendimento termico e il composto organico totale è 1000 volte inferiore alle tecnologie tradizionali. Insomma si ottengono scorie vetrificate alla base del reattore». I vantaggi di questa tecnologia sono molteplici e i tecnici presenti hanno voluto segnalare anche la possibilità di utilizzo del carbone con una granulometria decisamente superiore a quella che attualmente viene sfornata dai frantoi delle centrali Enel. L?impianto Isotherm, per marciare ha necessità di disporre di maggiori quantità di ossigeno rispetto ai bruciatori tradizionali. «Ebbene i prezzi di questo comburente – ha aggiunto Giuseppe Girardi – sono compatibili con i costi d?esercizio dell?impianto ma i vantaggi sono decisamente importanti».. L?unico inconveniente è dove stoccare l?anidride carbonica sequestrata agli impianti. «La ricerca – ha sostenuto Mario Porcu, presidente della Sotacarbo – ha individuato la possibilità di immagazzinare il gas responsabile dell?effetto serra nei giacimenti di carbone non estraibile, nei giacimenti petroliferi esausti e commercialmente inutilizzabili. Si ottiene in questo modo la risalita di metano». Per realizzare il progetto occorrono 60 milioni di euro e 60 mesi di tempo per la realizzazione- A disposizione, per la prima fase sono disponibili 1.5 milioni di euro mentre per le due fasi successive si richiedono fondi regionali e Cerse a sostegno della ricerca nel settore elettrico. La presenza dell?assessore regionale all?industria Rau e di Giuliano Murgia, presidente di Sardegna Ricerche lasciano intendere che il progetto seguirà un iter rapido.

Progetto carbone. Le imprese che hanno manifestato interesse chiedono tempo per esaminare il piano. Un rinvio sull?acquisto della miniera. Intanto scade la Cig per i 300 degli appalti della centrale. Oggi i sindacalisti a confronto con gli assessori Rau e Salerno.

NURAXI FIGUS. Ancora un rinvio per la privatizzazione della miniera di Nuraxi Figus è stata richiesta dalle società che hanno presentato manifestazione di interesse al progetto integrato carbone-energia-industria. La notizia viaggia come indiscrezione: ma a pochi giorni della scadenza di termini i tre gruppi potenzialmente interessate all?acquisizione e allo sfruttamento del giacimento di carbone del Sulcis hanno proposto un rinvio dei termini per poter valutare meglio il progetto e agire di conseguenza. Negli ambienti interessati, questa richiesta di rinvio appare come elemento positivo perché significa che le multinazionali in campo dimostrano di avere necessità a disporre di ulteriori informazioni tecniche per poi proporre l?offerta alla Regione. La privatizzazione della Carbosulcis è legata a doppio cappio alla vertenza energia e quindi alle prospettive future delle industrie chimiche e metallurgiche di Portovesme. E? quindi grande l?attenzione che il territorio sta ponendo alle sorti della società mineraria che, dopo il via Regione, è riuscita a rilanciare la fase estrattiva e a rispettare il contratto con l?Enel per la fornitura di 300 mila tonnellate /anno di carbone, impegno che avrà copertura per i primi tre anni, poi, proprio secondo la strada intrapresa dalla Regione, si passerà alla fase gi gestione privatizzata. Secondo il ruolino di marcia della miniera per il primo anno di attività le quantità di combustibile solido estratto saranno superiori al budget prospettato nella fase di rilancio. Pare che le società interessate alla privatizzazione abbiano chiesto altri due mesi di tempo per mettere a punto il loro piano industriale e finanziario. Intanto, proprio per i ritardi accumulati in passato, nella mattinata di oggi Cgil, Cisl e Uil territoriali saranno alla Regione per concordare con l?assessore all?Industria Concetta Rau e con l?assessore al Lavoro Maddalena Salerno, la possibilità del rinnovo della cassa integrazione per gli ex dipendenti delle imprese di appalto del cantiere Enel di Portovesme. Sono oltre 300 i lavoratori che hanno concluso il periodo di Cigs o sono alla fase ultima delle liste di mobilità. A questi operai era stato garantito il rientro nel ciclo produttivo con la costruzione della nuova centrale termoelettrica, legata al progetto carbone, ma da oltre tre anni si attende il passaggio del testimone delle competenze gestionali dalle mani della Regione ai privati. Interessati all?acquisizione del cantiere minerario e agli sviluppi dell?iniziativa ci sono anche Portovesme srl e Alcoa che hanno necessità di disporre di energia elettrica a basso prezzo. E siccome, benchè pare qualche passo avanti si stia facendo, è tuttavia non ancora approdato al traguardo anche l?accordo bilaterale Enel-Portovesme srl, il progetto carbone appare oggi la soluzione più concreta ai mali dell?industria territoriale.

(foto G.L., archivio GrIG)

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