
La massima Istituzione elettiva sarda, il ?parlamento? isolano, costa la bellezza di 103 milioni di euro per il 2007. Costano gli ?onorevoli? regionali, costano i dipendenti (pur ignorandone gli stipendi), costano le onorevoli pensioni. E i costi lievitano: + 41 % in sette anni. Gli incrementi più lievi dal 2004, forse determinati dall?austerità del Presidente della Regione Soru. Il solito ?dittatore? Soru. Quello di cui non si rendono conto nei ?palazzi? della politica romana o cagliaritana è la nuova marea di rabbia montante, istintiva, ?di pancia?, di strati sempre più vasti della popolazione contro quelle che vengono vissute come situazioni di vero e proprio ingiusto privilegio. Non è ?odio di classe? d?antan, è rabbia interclassista, trasversale e spesso meritocratica. Rabbia che sale verso ?i politici? e tutto quanto viene ritenuto a loro connesso: ?esperti?, consulenti, portaborse, addetti a qualcosa. Assunti direttamente, per cooptazione del ?sistema?. Peggio ancora, quando misteriosamente ?sparisce? qualsiasi visibilità all?indicazione dello svolgimento di prove selettive o concorsuali: nasce molto più che un sospetto. Quando poi divengono conosciuti i prescelti, dal sospetto si passa apertamente alla rabbia e all?invettiva. La rabbia oggi sale in particolare in chi si è sacrificato, ha studiato, si è laureato, si è specializzato e ? illuso ? sperava di farsi strada soltanto per la propria preparazione, per il proprio lavoro. Perché ?esiste la meritocrazia?. Invece si accorge, nei vari campi, che ?mani pulite? è stato un ciclone giudiziario, tanto forte quanto avversato. Quanto oggi quasi dimenticato. E tanti di questi, magari con il loro inutile ?master? in tasca, stringono i denti in un call center in attesa di tempi migliori. Ne conosco più d?uno. E a loro non basta, sotto elezioni, essere imbonìti dal paladino di turno dei precari. Magari assiso, a qualche titolo, nel medesimo augusteo “palazzo”. Non è più epoca di facili tribuni della plebe. Alle tante persone comuni ed oneste questo malcostume disgusta. L?interesse su questi temi è molto più alto di quello su argomenti come la ?democrazia violata?, su cui si scaglia magari il docente universitario amorevole verso la propria prole e ignaro che il suo Rettore è Magnifico da un tempo immemorabile. Potere cristallizzato che regna qual bonus pater familias sul sapere e sulla relativa elargizione. A pagamento. Ed è già qui, nelle aule universitarie, che i primi ?germi? della futura ?rabbia? hanno il loro, a tratti tranquillo ed a tratti magmatico, ?brodo di coltura?. Questa ?rabbia? è destinata a crescere, ma pochi se ne sono accorti. Tranquilli, se ne accorgeranno e non sarà un disegno ?fumettaro? ad annunciarlo?..
Stefano Deliperi
da L?Altravoce (www.altravoce.net), 23 maggio 2007
Lo scandalo del Consiglio d’oro. Costa 103 milioni di euro, il 40 per cento in più dal 2001. Giorgio Melis
Sapete quanto costa all’anno ciascun consigliere regionale a ogni sardo, compresi pensionati, ottuagenari, bambini e neonati ? Appena 64 euro all’anno, circa 120mila delle vecchie lirette. Una bazzecola: all’apparenza. Ma moltiplicato per un milione 600 anime nuragiche, arriviamo a quasi 103 milioni di euro, oltre 200 miliardi di lire.
Cifra enorme, per mantenere i nostri 85 onorevoli e il personale dell’assemblea ? Sembrerebbe di no, con la girandola di miliardi che ruotano attorno al pianeta Regione. E invece sono tanti, uno sproposito. Per alcuni ottimi, anzi pessimi, motivi. Neanche dieci anni fa, bastava l’equivalente di cento miliardi (di lire) per far marciare (al rallentatore) il parlamentino. C’è stato quasi un raddoppio. Giusto per rimanere agli anni recenti, nel 2001 era costato 73 milioni di euro. Per il 2007 si è toccata quota 103 milioni: trenta in più del 2006. Un aumento in sette anni del 41 per cento, una media del sei per cento annuo, mentre il tasso di inflazione era della metà e anche meno. Ci sono raffronti che rendono ulteriormente scandalosi questi numeri. Ogni consigliere regionale costa 1,2 milioni di euro alla collettività sarda. Ogni deputato poco di più, 1,49 milioni (totale: 750 milioni per 630 rappresentanti di Montecitorio) e ogni senatore 1,67 (totale: 527 milioni per 315 eletti a Palazzo Madama). Con una differenza abissale. Camera e Senato svolgono un’attività spalmata su un Paese di 60 milioni di abitanti, hanno impegni e doveri di rappresentanza nel mondo, una burocrazia privilegiata ma di alto rango professionale, devono curare palazzi storici con oneri enormi. E la vita a Roma, per gran parte dei parlamentari trasfertisti, costa molto più che a Cagliari per due terzi dei consiglieri che risiedono in città o provengono dal resto dell’isola.
Il costo procapite dei consiglieri, che operano su base regionale, dovrebbe essere di molto inferiore a quello di senatori e deputati: invece la differenza è minima. A conferma che il costo del palazzo di via Roma non è solo eccessivo ma intollerabile. L’odore dei (troppi soldi) che vi circolano manda sempre un sentore sempre insostenibile e impunito. Anche perché solo pochissimi, fra i tanti consiglieri che abbiamo interpellato nei precedenti servizi mostra qualche sensibilità e l’urgenza di ridurre uno scialo indecente mentre il livello delle povertà cresce in tutta l’Isola.
Se a Roma si comincia a tremare, Cagliari se la dorme e se la gode.
Nessuna iniziativa per rispondere all’insofferenza popolare, sempre alta ma ora al picco del rigetto, è stata non presa ma neanche discussa dalla presidenza del Consiglio. Tout va bien, madame la marquise: prendi i soldi, porta a casa e chissenefrega di chi protesta. Il muro di gomma rintuzza l’indignazione che col tempo e per stanchezza rinuncia a farsi sentire, ogni volta frustrata. Ma il vento comincia a cambiare e soffia di nuovo un risentimento di massa contro i costi di una politica di nuovo delegittimata, autoreferenziale, arrogante, che ci confeziona e ci impone anche i candidati designati da venti persone in tutta Italia e che gli elettori non possono neanche scegliere in una lista aperta. Il troppo stroppia e l’allarme-denuncia del libro subito bestseller di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella (?La casta. Come i politici italiani sono diventati intoccabili?), l’allarme lanciato da D’Alema e ribadito da Sergio Romano sul Corriere della Sera, sono piombati come un macigno nella scena italiana, moltiplicando i cerchi concentrici che hanno messo sul chi vive la politica.
Sfiducia nel Parlamento al 70 per cento: e per il Consiglio sardo come va ?
I sondaggi di Ilvo Diamanti su Repubblica (domenica) e di Renato Mannheimer sul Corriere (ieri) ha dato convergenti e conclusivi risultati sul gradimento del Parlamento e dei politici. La sfiducia ha raggiunto punte del 70 per cento (sotto sono solo le banche), l’insofferenza e il ?menefreghismo disprezzante? (definizione di Giuseppe De Rita, fondatore del Censis) sono cresciuti in misura esponenziale. Fino a far temere che abbiano ragione D’Alema e Sergio Romano (ma anche molti leaders che convengono sull’allarme) che domenica hanno evocato la possibilità di un rigetto popolare in grado di provocare un nuovo collasso della politica come nel 1992, all’implosione di Tangentopoli per il ciclone Mani Pulite.
Ieri è intervenuto Fausto Bertinotti, per il quale il rischio «è già in atto», ed ha invocato riforme e radicali interventi sui costi della politica: crescendo, «alimentano la sfiducia dei cittadini». Anche il governo, che pure aveva tagliato del dieci per cento le indennità dei ministri, ha in animo di proporre un provvedimento organico per limitare le spese della politica. Il ministro Santagata chiederà che le indennità parlamentari siano depurate di quelle accessorie (esentasse) e portate a massino di 6-7 mila euro mensili certi, con taglio dei vitalizi e delle pensioni d’oro. Ci sono proposte anche più radicali, che riguardano gli appannaggi per i vari livelli della rappresentatività politica (regionali, provinciali, comunali e circoscrizionali), che assieme alle società miste pubblico-private hanno enormemente dilatato il ceto politico e l’enorme prelievo di denaro pubblico, in aggiunta ai rimborsi elettorali senza controllo. Tutta una serie di misure che abbiamo caldeggiato da tempo su questo giornale, con qualche risposta positiva e un compatto muro di silenzio e indifferenza da parte della massa dei consiglieri e dei politici sardi. Soldi ben spesi e pochini davvero sarebbero da investire per misurare il gradimento della nostra assemblea e delle altre dove si è sviluppato enormemente un professionismo politico avido e senza altra motivazione che guadagni indebiti. Se il Parlamento non va oltre un 30 per cento di consenso, quello del nostro parlamentino sarà probabilmente anche inferiore. Quotidiani, tv e imprenditori privati sardi finanzino questa ricerca, visto che il pubblico trova soldi per ogni causa ma si guarda bene dal testare gli umori dei cittadini.
Grande scialo e impennata dei costi, dal 2001 al 2003 nel Consiglio d’oro.
E torniamo dunque al nostro palazzo dorato-fumé del Consiglio regionale. Quest’anno il bilancio fa segnare un lievissimo aumento: appena trecentomila euro in più rispetto al 2006, a quota 102 milioni 900 mila euro. Non è un caso. E’ che i segnali sono arrivati, anche con le ripetute e vaste proteste e la raccolta di firme per una legge di iniziativa popolare (prontamente insabbiata) per dimezzare le indennità dei consiglieri. Sforare ancora oltre i 102 milioni 600 mila euro del 2006 dev’esser parso rischioso e si è pigiato sul freno. Come era già avvenuto nel 2004 e 2005, con incrementi limitati, benché i consiglieri fossero passati da 80 a 85. Insomma, c’è stata una svolta virtuosa , e bisogna renderne merito, dall’inizio della legislatura: forse influenzata e nel segno dell’austerità adottata da Renato Soru alla Regione. Ma non basta aver bloccato la deriva dello scialo precedente, davvero clamoroso. Sarà pura, dannata e sfortunata coincidenza, ma le impennate pazzesche nel costo del Consiglio sono coincise con gli anni del malgoverno del centrodestra alla Regione e del Consiglio, sotto la presidenza dell’ineffabile Efisio ?Moro Seduto? Serrenti. Dal 2001 al 2004, il Consiglio è passato da un costo di 73 a 99 milioni di euro, un salto di 26 milioni che grida vendetta. Purtroppo nessuno può legalmente invocarla perché il Consiglio è autogestito e sfugge ad ogni controllo della Corte dei conti o di altre istituzioni. Ma per essere credibili, gli eredi in carica di quella voragine finanziaria dovrebbero istituire una commissione d’inchiesta interna per spiegare ai sardi come è potuta accadere e dove sono finiti i fondi di quell’innalzamento tellurico in tre anni. L’assemblea è tenuta a dare spiegazioni ai sardi. Ma forse non si troverà un solo consigliere disposto a chiederle per conto dei cittadini e nessuno diventerà una biblica statua di sale per essersi voltato a fissare quel saccheggio recente.
La parte del leone a consiglieri e dipendenti, più i gruppi: 85 milioni di euro.
Nei prossimi giorni vedremo nel dettaglio e nel trend degli ultimi anni le voci del bilancio consiliare. Per il momento limitiamoci ai grandi numeri di quest’anno. La parte del leone la fanno i dipendenti, che incidono per quasi 42 milioni di euro: 34 milioni 903 mila per quelli in servizio e sette milioni per quelli in quiescenza. Ci sono trattamenti specie pregressi di enorme favore, appetibili da grandi dirigenti industriali.
Se Giacomo Spissu si lasciasse convincere dalla furente richiesta di trasparenza che viene dai cittadini, pubblicherebbe su internet e distribuirebbe l’elenco con le retribuzioni non solo dei consiglieri ma anche di tutti i dipendenti. Sono soldi pubblici su cui abbiamo il diritto di sapere tutto soprattutto perché sfuggono interamente al controllo istituzionale e sociale. Chissà che Spissu, il muto di Sassari, e altri dell’ufficio di presidenza non avvertano che i sardi non accettano più questa opacità omertosa che il Parlamento nazionale ha da tempo cancellato.
La seconda grande voce di spesa sono naturalmente i consiglieri. Quelli in carica costeranno 22 milioni e 895 mila euro, quelli cessati dal mandato 16 milioni 750 mila euro. Per un totale di oltre 39 milioni di euro. Altra voce pesante e molto controversa le erogazioni ai gruppi consiliari: cinque milioni 860 mila euro, che in gran parte servono a finanziare i partiti e i singoli senza alcun controllo. C’è una chicca, infine, tralasciando altre voci. Diminuisce costantemente e si è ridotto a soli 50 mila euro lo stanziamento per il difensore civico. Dovrebbe essere e non è mai potuto diventare l’ombudsman scandinavo, il tutore dei cittadini. È significativo, quasi una metafora coerente, dell’andazzo che domina nella casa dorata di via Roma.
24 maggio 2007
Consiglio, todos onorevoles, 160 dipendenti di lusso. Reddito medio: 110mila euro. Giorgio Melis
Todos onorevoles nel Consiglio regionale: dorato per gli eletti, quasi platinato per i 160 dipendenti. A sorpresa – carta canta – sono privilegiati quasi più dei rappresentanti del popolo. Sapete quanto guadagna mediamente ciascuno di loro? La bellezza di 110mila 625 euro lordi all’anno. All’ingrosso, circa 220 milioni riportate in lire per la comprensione di tutti. Per i loro stipendi e indennità varie, l’assemblea ha sborsato, nel 2006, 17milioni 700mila euro e più meno la stessa cifra verserà nel 2007. In più, spende tra i sette e gli otto milioni di euro (14-15 miliardi di vecchie lire) come proprio contributo per il trattamento di quiescenza e assistenza (pensioni ed altro) dei dipendenti. Ai quali versa annualmente, come anticipazione dell’indennità di fine rapporto, altri otto milioni e mezzo di euro. In totale, l’erogazione per il personale – tra stipendi, indennità, contributi per il fondo pensioni e anticipi sulle liquidazioni – ha raggiunto l’anno scorso la sciocchezzuola di 34 milioni 903 mila euro: circa settanta miliardi in vecchie lire.
Cifra da capogiro, per appena 160 persone. Verrebbe da scusarsi con gli onorevoli nel mirino: al confronto, non sono molto più remunerati. Ma, vuoto per pieno tra passato e presente, sono ugualmente responsabili. È stata l’assemblea, negli anni, a firmare contratti e prebende tanto sontuose e stenderci sopra un pietoso velo che, sollevato, suscita non poco sgomento e altrettanto scandalo. E anche sul bilancio di quest’anno tutti d’accordo, neanche un voto contrario. Per i consiglieri, l’anno scorso sono stati erogati quasi 22 milioni di euro, più 5 milioni e 860 mila euro per i gruppi. In tutto neanche 30 milioni. È vero che sono 85 contro i 160 dipendenti, ma alla fin fine rischiano ogni cinque anni di tornare a casa, mentre i faraonici emolumenti del personale durano vita (lavorativa) natural durante, proiettandosi in relative, doviziose pensioni arricchite dall’assemblea. Forse per gli addetti ai lavori, per chi ha accesso alle carte e per i pochi curiosi che provano a lanciare un fascio di luce nell’oscurità dei conti consiliari, non è una sorpresa: benché si sappia da sempre che il personale del ?parlamentino? ha un trattamento privilegiato. Ma per il grande pubblico e anche per chi si è soffermato sulla contabilità consiliare però abbagliato dalle indennità degli onorevoli, è quasi una rivelazione. Un colpo di teatro sconcertante: a fronte del quale si resta increduli: facendo e rifacendo somme, moltiplicazioni e divisioni per paura di un errore marchiano. Nessun errore. Chapeau ai signori impiegati, funzionari e commessi del Consiglio: hanno livelli di retribuzione media di gran lunga superiori a quelli dei vituperati regionali degli assessorati e degli enti. Non siamo ancora in grado di fare una comparazione ma la faremo presto. Lo scandalo non è solo in questa scoperta. Indigna di più che questa realtà rimanga quasi nascosta, clandestina: grazie alla complessiva opacità, mancanza e rifiuto di trasparenza che il Consiglio ha calato come una cortina fumogena sui conti degli onorevoli e, di sponda, su quelli del suo personale: parrebbe una sorta di incestuosa complicità. Resa doppiamente intollerabile dal fatto che nessuno, in particolare la Corte dei conti – che per quanto può fa le pulci alla spesa pubblica – ha diritto di controllo. Quindi tutti al riparo da ogni denuncia che pure non risparmia i grandi boiardi pubblici e privati. Oggi registriamo le reazioni di alcuni esponenti dell’Ufficio di presidenza del Consiglio allo sciorinamento dei panni in euro dell’assemblea. Ma ancora nessuno, e tanto meno la presidenza silente, ha preso un’iniziativa nella direzione che andiamo sollecitando da mesi. Aprite porte e finestre, spalancate le vetrate affumicate del palazzo di via Roma: e pubblicate su Internet, distribuite pubblicamente i tabulati dei compensi di onorevoli e dipendenti. Ogni motivazione addotta per giustificare le cifre è inattendibile, insufficiente, finché non si farà chiarezza massima sull’uso di denaro pubblico sottratto al controllo sociale e di altri organi istituzionali. Il bunker va scoperchiato perché tutti possano guardarci dentro. Fino a quel punto, nessuno può dirsi irresponsabile di fronte all’opinione pubblica nel dilapidamento incontrollato di soldi della collettività sarda. Nella quale, non va sottolineato per demagogia o populismo ma per rispetto della realtà, ci sono centinai di migliaia di persone che vivono con 10-12 mila euro all’anno: contro la media di 110 mila del personale consiliare.
Gli onorevoli rischiano ogni cinque anni, i dipendenti incassano per una tutta la vita.
L’opacità sui dipendenti, uguale e solidale con quella verso se stessi, sembra una copertura, infine autolesionistica, dei consiglieri. I quali hanno sì emolumenti e indennità faraoniche (specie quelle accessorie, del tutto esentasse), più privilegi vari, e finanziano la propria attività e quella dei partiti con i versamenti ai gruppi. Ma devono affrontare ogni cinque anni la sfida elettorale e spendere una parte del peculio per sostenere il consenso, con o senza voto di scambio. Una buona parte – i trasfertisti – deve spendere per mantenersi a Cagliari. Non si ammazzerà di lavoro ma comunque deve impegnarsi anche in ore e giornate di normale riposo per i dipendenti. I quali non patiscono lo stress da rielezione, vivono nelle loro case in città, ignorano cosa sia il controllo di produttività, l’ipotesi di cassa integrazione o licenziamento. Sono al di sopra di ogni ogni rischio: intoccabili.
È giusto che le persone qualificate abbiano un trattamento adeguato anche nel pubblico. Ma non con le enormi disparità rispetto agli omologhi della Regione. Sono riparati e coperti da ogni colpo di vento che fa tremare e nevrotizza la maggioranza dei lavoratori in tempi di flessibilità e precarietà totalizzanti. Niente moralismo, per carità. Ma senza un minimo di giustizia sociale, non solo la politica viene delegittimata. Specie quando i privilegi prelevati dalle tasche dei contribuenti e sulla pelle dei cittadini normali offendono la condizione della generalità degli altri.
I numeri valgono più di ogni considerazione. Il costo individuale degli 85 consiglieri sul totale della spesa complessiva a loro favore è di 257mila euro all’anno rispetto a quella globale di 21 milioni 980mila euro spesi nel 2006 (sarà uguale nel 2007). Il costo individuale dei 160 dipendenti, sui 34 milioni 903mila euro erogati per loro dal Consiglio, è di 218mila 915 euro annui, sempre per il 2006. Il dato più eclatante restano i 110mila 625 euro di stipendio e indennità lordi percepiti mediamente da ciascuno. Quanti sono i sardi che non dico sfiorano ma neanche si avvicinano a queste remunerazioni al coperto da ogni rischio?
I privilegi non finiscono a fine mese: aspettando la pensione, si arrontonda con il Tfr.
Ma oltre i sontuosi guadagni mensili e annuali, il personale del parlamentino fruisce di altri privilegi davvero significativi. Papà Consiglio è generoso anche a futura memoria, quando i suoi dipendenti saranno pensionati: sempre privilegiati, naturalmente. Li soccorre per la vecchiaia come un generoso genitore ricco, anche se i soldi non sono suoi ma nostri. Nel tempo, l’assemblea ha deciso di contribuire agli istituti di previdenza e i fondi di quiescenza del proprio personale con erogazioni favolose. L’anno scorso, come negli anni passati e futuri, ha versato sette milioni e 800 mila euro (circa 15 miliardi di lire, per intendersi). Una robetta da poco, quasi 48 mila euro per ogni dipendente: circa 93 milioni in lire. Beati coloro che si vedranno le pensioni soccorse così prodigalmente, integrando i loro versamenti su guadagni vertiginosi.
Non basta. Il Consiglio è anche una banca senza restrizioni: cassa continua, bancomat senza limiti. Sta anticipando tutti gli anni una caterva di euro sulle indennità di fine rapporto. Un diritto, sia chiaro. Ma gestito da satrapi. Fino al 2003, queste anticipazioni erano elevate ma forse ancora accettabili. Dal 2004 si sono impennate: più che raddoppiate e continuano a crescere. Erano 8milioni 350 mila euro nel 2006, in aumento per il 2007 a oltre 8milioni 600 mila euro: circa 17 miliardi in lire, per chi è rimasto ai conti andati. Sempre per individualizzare, in media ogni dipendente si è fatto anticipare sul Tfr 53mila 750 euro, più di cento milioni in lire. Tutto in proporzione: stipendi, contributi integrativi per le pensioni, anticipazioni sulla liquidazione, investibili favorevolmente. Ecco, questo è lo scenario un poco sconvolgente che mostra una prima picchiata (altre seguiranno) sul trattamento dei dipendenti dopo quella dedicata ai consiglieri (proseguiremo). Morale della (loro) favola ? Senza invidia, beati loro. Tutto regolare e legale, per carità. Non c’è truffa, imbroglio, appropriazione indebita e tanto meno furto di denaro pubblico: al massimo dilapidato. Ma guardandoci intorno, come tutti i cittadini normali, ci sentiamo ugualmente derubati. Sarà un termine improprio ma è l’unico che viene in mente davanti a uno scippo benedetto dalla politica e dal nostro regale parlamentino. Casa dell’autonomia ? Solo per chi ci sguazza con i soldi nostri, felice, ignorato e impunito. Ora si capisce meglio perché attorno ai concorsi per le assunzioni in Consiglio – non solo per ruolo di vertice: anche per da dattilografo, usciere o impiegatino – ci sia una corrida che finisce sempre in rissa, spesso in brogli, da ultimo in Tribunale. Varcare la soglia del palazzo marron bruciato è meglio che fare bingo. E chi c’è dentro, conoscendo bene la pacchia, è pronto a tutto per sistemare figli, parenti e amici. Sa domu comuna de s’autonomia, parafrasando la disastrosa trovata de sa Limba sarda comuna (altri soldi da sperperare, prebende e greppie da conquistare), avrebbe bisogno di una sana disinfestazione col più potente dei veleni anti-roditori.
Spissu: no comment. I vice e i questori difendono l’assemblea: non è
una macchina mangiasoldi, spese ridotte. Michele Fioraso
Il Consiglio regionale non è un grande rubinetto che continua a perdere soldi pubblici. Questa è l’opinione dei vicepresidenti e dei questori dell’assemblea di via Roma che, pur riconoscendo il costo ingente della struttura consiliare, mettono l’accento soprattutto sul contenimento delle spese in atto già da un paio d’anni. E non chiudono la porta alla possibilità che una nuova legge elettorale porti in dote con sé una riduzione nel numero dei consiglieri regionali. Se il presidente del Consiglio Giacomo Spissu preferisce non rilasciare alcuna dichiarazione sul tema, i suoi vice Eliseo Secci (Margherita) e Nicolò Rassu (Forza Italia) sono più loquaci. Soprattutto Secci invita a fare una prima scrematura dei dati che dicono che l’assemblea regionale, per il 2007, avrà in bilancio 102,9 milioni di euro. «Di questa cifra fanno parte sia i residui attivi sia quelli passivi, cioè le entrate accertate ma non riscosse e le spese non impegnate, sia le spese di investimento: tolte queste ci fermiamo a 97 milioni», dice Secci, che da ex presidente della commissione Bilancio di numeri se ne intende. «Sicuramente la macchina costa di più, ma dobbiamo anche ricordare che nella passata legislatura, per far fronte a un grande deficit di organico sono stati assunti per concorso 40 nuovi dipendenti», sottolinea l’esponente della Margherita. Ma i costi della politica sono «quasi rimasti invariati», perché a fronte dei 5 consiglieri in più entrati in via Roma nel 2004 (in virtù dell’applicazione della legge elettorale nazionale), le indennità si sono ridotte del 10% l’anno scorso. «La spesa è in regresso per costo unitario, del singolo consigliere, ma è la struttura amministrativa a richiedere molti soldi». Però, puntualizza infine Eliseo Secci, non va dimenticato «quanto influisce il Consiglio rispetto al bilancio di competenza della Regione, che ammonta a circa 7 miliardi, cioè l’1 e qualcosa per cento». Sulla stessa lunghezza d’onda anche Rassu, che puntualizza come le indennità permettano l’accesso alle cariche pubbliche di «persone come me, provenienti dal popolo e dalle classi meno abbienti», altimenti impossibilitati «ad affrontare le spese della politica a tempo pieno con un lavoro normale». Perché «la politica non può essere delegata solo a chi ha grosse disponibilità finanziarie, cioè ai ricchi o ai professionisti», ma al tempo stesso un deputato o un consigliere regionale hanno grosse spese da sostenere. Il vicepresidente forzista, eletto nel 2004 nella circoscrizione sassarese, osserva: «Si dice che le indennità dei consiglieri siano esorbitanti, ma io porto l’esempio del sottoscritto, che deve pagarsi l’affitto a Cagliari, deve pagarsi la macchina, deve mangiare a Cagliari, deve pagarsi una segreteria e il personale a Sassari. Gran parte dei soldi vanno via in questo modo. Chi fa politica spende». Però una registratina alla macchina consiliare non sarebbe male: «Funziona sufficientemente bene, ma bisogna iniziare a pensare a una migliore riprogrammazione del personale e degli altri strumenti di cui il Consiglio dispone e ha necessità». Senza escludere una sforbiciata anche al numero dei consiglieri, da affidare alla prossima legge elettorale: «Io credo che 70 consiglieri siano sufficienti», sostiene Rassu. «Però è necessario che ogni territorio sia rappresentato, in modo che vengano portate all’attenzione di tutti le esigenze economiche e sociali di quell’area». Rassicurazioni arrivano dal collegio dei questori, coloro che, in base al regolamento, tengono praticamente i cordoni della borsa. Infatti «provvedono alla gestione dei fondi a disposizione del Consiglio» e «predispongono il progetto di bilancio ed il conto consuntivo delle entrate e delle spese e ne sono relatori al Consiglio», come dice l’articolo 9 del regolamento. «Per il 2007 registriamo un lievissimo cambio di rotta e dal 2005 la spesa è tendenzialmente immutata», dice Pietro Pittalis dell’Udeur, entrato in carica pochi mesi fa, al cambio della guardia degli incarichi, insieme a Tore Amadu (ex Udc) e Peppuccio Fadda (Rifondazione). Indubbiamente «i costi sono troppo alti, e sono dovuti in gran parte alle indennità e agli stipendi per il personale. Siamo già intervenuti su alcuni privilegi», aggiunge Pittalis. «Per esempio, i biglietti aerei non sono più nella dispendiosa business class». Ma per affrontare una riforma più ampia del mastodonte burocratico di via Roma «dovremo mettere mano al regolamento di contabilità interno, che ora è fuori da qualsiasi ipotesi di controllo, tanto che neppure la Corte dei conti può verificarlo». Quindi «dobbiamo introdurre dei sistemi di controllo, e anche modificare altre spese che incidono come le indennità di quiescenza». «Il Consiglio regionale è un apparato di grandi dimensioni, e molte delle spese degli ultimi anni hanno puntato all’ammodernamento tecnologico e dell’apparato tecnico», evidenzia Tore Amadu. «Meglio funziona la struttura di supporto, migliore è la tempestività e la qualità della produzione legislativa». Anche l’ex assessore regionale dei Trasporti evidenzia come «negli ultimi tempi abbiamo fatto economia su molti servizi, ma ci sono costi indispensabili come la pulizia e la sicurezza degli uffici, che devono essere garantite». «Bisogna comunque avere il coraggio di ridurre ancora dove questo si possa fare», dichiara. Per esempio, le auto blu sono state praticamente accantonate. Sono a disposizione del presidente dell’Assemblea, dei vicepresidenti e dei questori: «Ma credo di averla usata solo due o tre volte», dice Amadu. Sulla questione del ridimensionamento del numero dei consiglieri, l’esponente uscito poche settimane fa dall’Udc torna sull’esigenza di «rappresentanza dei territori», però «una riduzione è possibile, ma ha bisogno di una modifica istituzionale più approfondita». Indennità, vitalizi e spese di gestione dell’apparato: per Peppuccio Fadda, fresco di passaggio nel neonato gruppo di Sinistra autonomista, sono questi i bersagli principali di una vera «politica di contenimento dei costi». Ma il primo punto è l’asciugamento della classe politica consiliare: «I consiglieri regionali dovrebbero essere 50-60, la Sardegna non ha una popolazione numerosa che giustifichi tanti rappresentanti». Però «il percorso va studiato: è innegabile che dipendenti e consiglieri richiedano una spesa sovradimensionata, e la riorganizzazione richiederà anche una ristrutturazione dell’apparato amministrativo». «Il costo della democrazia, che è giusto, oggi ha un peso insostenibile, poco rispettoso anche nei confronti del momento di profondo disagio sociale che vive la nostra isola», osserva Fadda. «Io vengo dai partiti, ma credo che questi abbiano abusato del potere loro concesso. Ci vuole autocritica e risanamento, perché dobbiamo ricordare che siamo noi al servizio della gente e non il contrario. Siamo qui per dare risposte, dobbiamo ristabilire il ruolo di rappresentanza istituzionale nei confronti di chi ci elegge».
da La Nuova Sardegna, 24 maggio 2007
La politica sarda costa 103 milioni di euro. Un esercito di consiglieri, assistenti, funzionari. I privilegi delle pensioni d?oro.
Alfredo Franchini
CAGLIARI. La casta si è installata nel Regno inerme. Di fronte allo sfarinamento delle istituzioni, alla partecipazione popolare ridotta come non mai e alle assemblee elettive diventate comparse del «teatrone», i costi della politica vanno alle stelle. E stavolta non è demagogia, l?ondata di reazioni rischia di travolgere il sistema così come fece Tangentopoli nel 1992. Un esercito popola le regioni italiane: 19 presidenti (più due delle province di Trento e Bolzano, le più costose in assoluto), 233 assessori, 1.118 consiglieri e diverse migliaia di addetti, capi di gabinetto, assistenti, segretarie, esperti in comunicazione. I costi minimi stimati per le indennità di presidenti, assessori e consiglieri sono intorno ai 220 milioni di euro all?anno: cifra che comprende le indennità di carica e di funzione, al netto quindi delle altre voci accessorie e ulteriori indennità di carica (presidenti di commissione, vice presidenti, segretari del Consiglio regionale) che variano da Regione a Regione. Tutte le indennità sono parametrate a quelle dei parlamentari nazionali: si va così da indennità pari al 60-65 % dell?indennità del parlamentare, fino al 105 % (il caso del presidente della Campania) o al 116 % (il caso del presidente della Lombardia). Un?avvertenza: tutte le cifre vanno moltiplicate per 12 (il numero delle mensilità).
«Ma l?isola ha avviato un ciclo virtuoso».
Soru: «Eliminati gli sprechi e mille poltrone del sottobosco».
CAGLIARI. Costi abnormi che, a dar retta ai sondaggi, stanno provocando il rifiuto dei cittadini per questo tipo di politica. L?ha denunciato qualche giorno fa Massimo D?Alema incrociando il fuoco con il libro del momento, «La casta», dedicato ai privilegi dei politici. In Sardegna il sito «l?altra Voce.net», diretto da Giorgio Melis, ha fatto i conti in tasca ai nostri onorevoli e ha quantificato in 103 milioni di euro il costo del Consiglio regionale. Nell?isola ogni consigliere regionale, (e sono 85 come in Lombardia nonostante la differenza di popolazione), costa 1,2 milioni di euro alla collettività, 64 euro per ciascuno di noi residenti. I costi della politica sarda sono cresciuti in modo esponenziale sino al 2004 e sono letteralmente esplosi sotto il governo del Centrodestra: per i consiglieri, ad esempio, si spendevano 17 milioni di euro nel 2001, diventati 19,9 nel 2002; 23,80 nel 2003 e 23 nel 2004. L?anno successivo quella cifra fu sostanzialmente confermata per poi scendere nel 2006 a 21,98 milioni e, infine, 21,89 quest?anno (più 16 milioni spesi per i consiglieri cessati). A dire il vero non si tratta di cifre che in assoluto, da sole, possono imprimere una svolta nel sistema economico sardo ma è una questione di equità: non è possibile, ad esempio, che per tutti gli italiani s?allontani la soglia della pensione mentre per i parlamentari in carica sia iniziato il conto alla rovescia: a loro mancano 523 giorni perché il diritto nella casta matura dopo due anni e mezzo. La Sardegna, non è tra le regioni più spendaccioni e anche tra le speciali le province di Trento e Bolzano hanno costi davvero iperbolici. Soru, da subito, ha limato le spese un po? dappertutto e ora spiega: «C?è un costo davvero troppo alto per l?attività necessaria della politica. Un costo eccessivo per una pletora di organismi che spesso si sovrappongono nelle competenze». Da qui le chiusure e l?accorpamento di enti e dei Consorzi messi in atto nell?isola. Renato Soru tira le conclusioni: «Due anni e mezzo fa c?erano ventiquattro Comunità montane ma ora le abbiamo cancellate; probabilmente se ne ricostituiranno due. C?erano nove enti che si occupavano di agricoltura e li abbiamo trasformati in altrettante Agenzie, da nove consigli di amministrazione siamo scesi a due direttori generali. Avevamo tutta una pletora di enti che si occupavano del turismo, anche questi con tanti consigli di amministrazione, un ente che si occupava di artigianato, un altro ente di promozione dei prodotti agricoli: li abbiamo trasformati in una sola Agenzia che si occupa di promozione». Nel sottobosco degli enti, ha concluso il presidente della giunta, «la Sardegna alla fine si avvicinerà alla cancellazione di circa mille poltrone». A dar retta ai sondaggi, per adesso, tra i cittadini prevale un senso di stanchezza per tutta la politica: costi abnormi e migliaia di persone che vivono dall?attività che dovrebbe essere al «servizio» della gente. Basti pensare anche ai rimborsi elettorali. Sino a qualche anno fa i partiti potevano contare su un euro per ogni voto ricevuto, poi la legge ha rincarato i costi: sempre un euro ma per ogni elettore, astenuti compresi, con la ripartizione della torta in un secondo momento in base alla percentuale di voto. Ora c?è un rischio, ha ammesso Gian Antonio Stella, coautore del libro che sta avendo un successo imprevisto sui politici intoccabili: scivolare nel qualunquismo nonostante la sussistenza oggettiva del problema. «È chiaro che nessuno vuole uccidere i partiti», precisa Stella, «perché, si sa, che la democrazia non sarà perfetta ma è l?unico sistema possibile. Da qui si deve ripartire, facendo pulizia». I metodi non mancano. Nella Grecia di Pericle si stabilì che le cariche, tranne quelle di tipo tecnico, fossero sorteggiate tra tutti i cittadini e chi otteneva un incarico pubblico riceveva solo un?indennità. È chiaramente una strada inconciliabile ma ci dev?essere pure una via di mezzo tra l?idea di Pericle e il professionismo imperante della politica.
da L?Altravoce (www.altravoce.net), 25 maggio 2007
Soru, austerità e trasparenza. I regionali all’attacco: un abisso col Consiglio dei ricchi. Michele Fioraso
«Sono fermamente convinto che il numero dei consiglieri regionali vada diminuito e che le indennità debbano essere chiare, trasparenti e ridotte di molto». A margine della conferenza stampa sulla Finanziaria, il presidente della Regione Renato Soru non elude la domanda sulle intenzioni dell’esecutivo nei confronti degli eccessivi costi della politica. Ma non dimentichiamo l’apparato, rilanciano i rappresentanti sindacali dei dipendenti della Regione, che giudicano «spropositati» gli stipendi dei colleghi che lavorano in Consiglio. Soru ha assicurato che il tema del contenimento della spesa politica è ancora in agenda: «È un ragionamento che si sta facendo nel centrosinistra, credo che presenteremo alcune proposte in tempi sufficientemente brevi. Occorre però dire che non siamo i peggiori: su un quotidiano ho letto che nella Regione Veneto vengano pagati addirittura i funerali», ironizza il presidente. «Sono cose ridicole: non solo i funerali, ma anche i viaggi all’estero, famiglia compresa. Queste sono le cose che si potrebbero eliminare subito: i viaggi, alcuni benefit e una parte delle indennità». L’austerità è stata imposta all’esecutivo regionale. Già in occasione della presentazione della legge statutaria a marzo, Soru aveva ricordato che il governo regionale non fa «regali di Natale, non usiamo carte di credito, non compriamo il catering dai migliori ristoranti di Cagliari per la Giunta, non siamo mai andati in ristorante a spese della Regione». Linea spartana confermata ieri dagli assessori, che ricordano come si stia tagliando tutto il tagliabile, comprese le loro buste paga, ferme a 8.900 euro. La trasparenza però prima di tutto: «Il Consiglio ha già congelato, cioè non ha riassorbito, la crescita dei compensi per i parlamentari dell’anno scorso. In questo momento c’è una discussione in atto sulla diminuzione e ricompattazione delle indennità, che devono essere chiare e trasparenti, e ridotte di molto. In maggioranza si discute del contenimento dei costi. Se diminuiranno gli stipendi ai parlamentari, in maniera proporzionale diminuiranno gli stipendi dei consiglieri regionali». Tempi più lunghi per la compressione del numero dei consiglieri, che dagli 80 fissati dall’articolo 16 dello Statuto nel 2004 sono passati a 85 in virtù dell’utilizzo della legge elettorale delle Regioni a statuto ordinario, con l’elezione diretta del presidente. «La legge statutaria non ha potuto diminuire il numero dei consiglieri regionali, perché dobbiamo passare per il nuovo Statuto. Poi la legge elettorale, che spero riusciremo ad approvare, sicuramente sanerà questa situazione». Questi dunque i passaggi nel programma di Soru: «La legge elettorale sarà il primo passo per riportare il numero dei consiglieri a 80, lo Statuto il luogo dove questo numero possa essere ridotto ancora: io sono fermamente convinto che si possa arrivare a un Consiglio più leggero e gran parte della maggioranza è consapevole di questa necessità». Ma in attesa di novità, davanti alle rivelazioni sul trattamento del personale del Consiglio – non c’era segreti, bastava fare due conti – i regionali semplici di viale Trento e dintorni si sentono figli di un dio minore. Retribuzioni avvolte nella leggenda da chiacchiera al bar, quelle del Consiglio, visto che persino due rappresentanti sindacali della funzione pubblica, Giovanni Pinna della Cgil e Davide Paderi della Cisl, ammettono che il contratto di quanti lavorano nel palazzo di via Roma é «un mistero» custodito come il terzo segreto di Fatima. Un contratto – mostro di Loch Ness: «In quindici anni che faccio questa attività, non sono mai riuscito a vederlo», spiega Pinna. «Questa segretezza è una cosa che mi disturba, non ho mai visto il pezzo di carta e non si riesce a sapere quanto prendano», dice ancora il sindacalista. Rispetto alla contrattazione collettiva dei normali lavoratori dell’amministrazione (che sono circa 5.500, tremila dei quali tra presidenza e assessorati e gli altri distribuiti tra corpo forestale, enti e agenzie regionali), quello del Consiglio sembra siglato in un’atmosfera da antichi riti, con «una trattativa diretta tra i rappresentanti dei dipendenti con l’ufficio di presidenza». I delegati sindacali di via Roma, almeno secondo Pinna, sarebbero confinati al ruolo di comparse, o comunque non curano particolarmente la comunicazione coi ?cugini? regionali. «La ricezione è guasta, non so neppure quale sia la base contrattuale: è un argomento di cui non si parla». «Il contratto dei dipendenti del Consiglio è legato alle dinamiche contrattuali di Camera e Senato», aggiunge Paderi facendo riferimento all’autonomia contabile delle assemblee legislative. «Ma mentre in altre Regioni come Friuli o Valle d’Aosta c’è stata un’armonizzazione contrattuale che ha messo i dipendenti dell’amministrazione e dei Consigli nello stesso comparto, da noi rimangono separati e gli stipendi dei consiliari rimangono spropositati».
«È un trattamento-specchio di quello, privilegiato, dei consiglieri regionali, quasi la dimostrazione di una tacita alleanza politico-contrattuale che mette sullo stesso binario politici e maestranze», afferma il sindacalista Cisl. «In un momento di austerità come questo, è qualcosa che davvero suona male». Paderi osserva poi: «Soru ha introdotto tagli e sobrietà a tutti i livelli, ma ancora non siamo riusciti a entrare in quella cattedrale che è il Consiglio». Così un ragioniere di qualifica media con una dozzina d’anni di anzianità guadagna meno di 1.300 euro netti al mese, e la retribuzione media di un dipendente dell’amministrazione regionale si avvicina ai 40 mila euro lordi, composti di 14 mensilità, cui si aggiunge il 38 % di oneri versati dalla Regione. «Sono cifre da comuni mortali», commenta Giovanni Pinna. «Stipendi nella media nazionale, equilibrati», gli fa eco Davide Paderi. Ai 110 mila euro, che nella nostra inchiesta di ieri risulta essere la retribuzione media di un dipendente del Consiglio, forse non si avvicina «neppure un direttore generale con 20 anni di anzianità», osserva l’assessore regionale del Personale, Massimo Dadea.
A parte stanno i dipendenti dei gruppi, una trentina, che «lavorano con un contratto-capestro» per Paderi. Un emendamento del centrodestra alla finanziaria, dichiarato non ammissibile perché presentato fuori tempo, voleva equipararli ai funzionari e promuovere una loro integrazione nel rango. «La differenza di compenso è sicuramente dovuta anche al fatto che lavorino più ore, come abbiamo visto nei giorni scorsi per la discussione della Finanziaria», dice Pinna. «Il personale deve avere una buona preparazione, visto che lavora a più stretto contatto con la classe politica nella sede legislativa». «Difficile capire perché non si possa mettere mano allo stipendio dei dipendenti consiliari», evidenzia Paderi. «Non dobbiamo prendercela con chi sta meglio, ma cercare di far stare meglio chi sta peggio», dice Pinna. E il sindacalista Cisl aggiunge: «O tagliamo o eleviamo la retribuzione di tutti». In ogni caso, secondo Pinna, «i dipendenti del Consiglio non possono essere considerati tra i ricchi d’Italia. Se c’è da tagliare, prima bisogna occuparsi degli stipendi da superenalotto dei politici». Anche se nel pubblico impiego difficilmente merito e capacità vengono premiate, perché «il potere politico vi ha messo mano in lungo e largo attraverso lo scambio di voti».
Difficile anche ottenere una replica dai rappresentanti del personale del Consiglio regionale. Dopo la conclusione della maratona sulla finanziaria, molti sono in ferie per qualche giorno, altri invece si rifiutano di commentare. «Dopo l’uscita del libro di Gian Antonio Stella, ci aspettavamo questi attacchi», dice un’impiegata che preferisce rimanere anonima. «Però noi siamo l’apparato servente dell’organismo politico, e siamo sempre a disposizione». Poi, con il forte ritmo imposto dalla nuova legislatura, commissioni e aula corrono «il lavoro, che spesso è anche fatto di attesa, è aumentato molto».
(disegno S.D., archivio GrIG)
Riferimenti: tabella bilancio Consiglio regionale
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