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Archivio Maggio 2007

Rapporto zoomafia 2007.

31 Maggio 2007 Commenti chiusi


Il Rapporto zoomafia 2007, presentato dalla LAV, fornisce i dati relativi allo sfruttamento illegale degli animali, un affare da circa 3 miliardi di euro, che va dalle corse dei cavalli al commercio di animali, passando per il bracconaggio e i canili lager.

Gruppo d’Intervento Giuridico

www.ansa.it 30 maggio 2007
ANIMALI: RAPPORTO ZOOMAFIA, BUSINESS DA 3 MLD EURO

(ANSA) – ROMA – Sfruttamento illegale degli animali: una ricca fonte di reddito per la criminalita’ organizzata, per un business ogni anno stimato in circa 3 miliardi di euro. Il dato arriva dalla fotografia scattata dalla Lav nel ”Rapporto Zoomafia 2007”, presentato a Roma. ”Rispetto ai primi rapporti lo scenario e’ mutato – spiega Ciro Troiano, responsabile Osservatorio nazionale Zoomafia della Lav – prima la vera emergenza erano i combattimenti, ora c’e’ quella delle corse ippiche clandestine. Il problema principale che emerge e’ quanto il maltrattamento sia legato a reati associativi”. Ecco i principali dati del rapporto Lav:
- CAVALLI: business stimato in circa 1 miliardo di euro. Bloccate dalla polizia nel 2006 sette corse illegali, sequestrati 143 cavalli, 273 persone denunciate e 53 arrestate, sequestro di un ippodromo, 3 maneggi e oltre 10 mila confezioni di farmaci e sostanze vietate per doping, utilizzato sia nelle gare clandestine sia in gare ufficiali
- CUPOLA DEL BESTIAME: dalle truffe ai danni dell’Erario, della Ue e dello Stato, al traffico illegale di medicinali, furto di animali da allevamento, oltre a falsificazione di documenti sanitari, fino ai reati di procurata epidemia e diffusione di malattie infettive, attraverso la commercializzazione di carni e derivati provenienti da animali malati. Un business, secondo la Lav, da almeno 400 milioni di euro l’anno. Parallelo e’ il fenomeno del furto di bestiame, con circa 100 mila animali coinvolti l’anno. Fiorenti anche le sostanze anabolizzanti, per un valore totale di 800 mila euro;
- BRACCONAGGIO: coinvolge non solo i bracconieri ma anche trafficanti di armi modificate, chi affitta postazioni di caccia e commercia animali: vivi, come nei mercati di Ballaro’ a Palermo e di Via Brecce a Napoli, dove ogni settimana sono venduti uccelli con un guadagno di circa 250.000 euro l’anno per ciascun mercato; morti, imbalsamati o per l’alimentazione umana, per un valore di circa 5 milioni di euro
- TRAFFICO FAUNA ESOTICA PROTETTA: interessa circa un terzo del commercio legale, per un valore di circa 500 milioni di euro l’ anno. Sequestrate oltre 23.000 confezioni di cerotti cinesi preparati con parti di leopardo e cervo (valore circa 50.000 euro), 277 borse e portafogli di pelle di pitone e varano (valore circa 10.000 euro), oltre 100 pelli intere di coccodrillo, alligatore, tegu argentino e varano, oltre a circa 300 kg di pezzi di pelli delle stesse specie (valore complessivo circa 50.000 euro)
- CANI: dai Paesi dell’Est arrivano circa 30 mila cuccioli importati illegalmente ogni anno in Italia, mentre il business legato alla gestione di canili ”lager” e sui randagi viene stimato intorno ai 500 milioni di euro l’anno. Sul fronte dei combattimenti si verifica l’esportazione dei cani verso i Paesi dell’Est. Nel 2006 sono 8 le persone denunciate in Italia, con 3 interventi della Polizia che hanno portato al sequestro di 7 pit bull. Si registra comunque un calo delle segnalazioni di lotte tra cani (poco meno di 30)
- MARE: giro di affari annuo di circa 300 milioni di euro attraverso il traffico di datteri di mare, o di ricci, oltre al sequestro nel 2006 di piu’ di 800 km di reti spadare. Senza sosta, riferisce la Lav, la ”guerra” nella Laguna veneta tra pescatori di vongole e forze dell’ordine, che ha portato all’ arresto di circa 50 persone in un anno. Affari che fruttano ad una sola barca circa 500 euro a notte e in un anno, ad una sola societa’ di pescatori, un milione e 500 mila kg di vongole avvelenate (valore di 10 milioni di euro).

ma ci sono anche notizie positive:

A.G.I., 30 maggio 2007

MALTRATTA CANE, MESSO ALLA PROVA DA GIUDICE DIVENTA CINOFILO

- Catanzaro, 30 mag. – Nel settembre 2005 aveva ridotto in fin di vita un cane randagio a Catanzaro: dopo averlo preso a calci, gli si era scagliato contro con un’autovettura, lasciandolo tramortito per terra. Il giudice del Tribunale per i Minorenni dei capoluogo calabrese, Giuseppe Spadaro, noto cinofilo ed appassionato di cani, che lo ha processato, gli ha proposto un progetto di messa alla prova, che prevedeva un’attivita’ di volontariato nell’Oasi Canina di Contrada Malucano del vicino Comune di Caraffa di Catanzaro. Il ragazzo perplesso ha accettato ma, col passare dei mesi, si e’ sempre piu’ reso conto della sofferenza di questi animali al punto tale da divenire uno dei volontari piu’ attivi. L’esperienza di volontariato deve essere stata significativa per il giovane, tant’e’ che, anche dopo la chiusura favorevole del procedimento penale a suo carico, ha deciso di continuare a svolgere tale attivita’. L’imputato e’ stato prosciolto per esito ampiamente positivo della messa alla prova, cui il giudice lo aveva sottoposto.

(foto C.B., archivio GrIG)

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Chi vuole il nucleare in Italia?


Nel disegno di legge Bersani spuntano emendamenti per promuovere il carbone pulito e l?energia nucleare. Vigiliamo!

Gruppo d’Intervento Giuridico

Da www.archivionucleare.com del 26 maggio 2007
Ddl Energia – si promuove l? energia nucleare?

Nei giorni scorsi è accaduto un fatto passato inosservato presso la Commissione X (Industria, commercio, turismo) del Senato: l? opposizione di centrodestra mentre si discuteva il disegno di legge Bersani sull? energia (il cosiddetto ?Ddl Energia? del ?pacchetto Bersani?) è riuscita a far passare alcuni emendamenti per promuovere il carbone pulito e l? energia nucleare.

Avete letto bene: energia nucleare.
Ma andiamo con ordine e spieghiamo prima di più su quanto accaduto relativamente all? Atto del Senato n. 691 – XV Legislatura – per la liberalizzazione energia elettrica e gas naturale.
Il 13 luglio 2006 è stato assegnato alla X Commissione permanente (Industria, commercio, turismo) del Senato della Repubblica, in sede referente, il disegno di legge concernente ?Delega al Governo per completare la liberalizzazione dei settori dell? energia elettrica e del gas naturale e per il rilancio del risparmio energetico e delle fonti rinnovabili, in attuazione delle direttive comunitarie 2003/54/CE, 2003/55/CE e 2004/67/CE?.
Tale disegno di legge attribuisce al Governo un? ampia delega a rivedere l? intera normativa sull? elettricità ed il gas, dando contestuale completa attuazione agli indirizzi europei in materia (sintetizzati in tre direttive) non ancora interamente recepiti ed al fine di promuovere la liberalizzazione dei settori dell? energia elettrica e del gas naturale.
Ma non solo, infatti al governo sono stati affidati anche deleghe per intervenire al fine di incentivare lo sviluppo delle fonti rinnovabili, il perseguimento dell?efficienza energetica (c.d. ?certificati bianchi?), il contenimento della dispersione energetica degli edifici, incentivi per l?uso di veicoli efficienti dal punto di vista energetico e di biocarburanti.
Ora il testo inizialmente proposto dal Governo, per via di emendamenti, ha subito nella X Commissione permanente (Industria, commercio, turismo) del Senato nuove modifiche e tra queste modiche è interessante notare quella dell? art. 6 lettera b.
Testo originario d? iniziativa del Governo:
2. L?esercizio della delega di cui al comma 1 avviene nel rispetto dei seguenti princìpi e criteri direttivi:
[?]
b) promuovere la realizzazione di un mercato concorrenziale dell?offerta di energia elettrica e di gas naturale che tenga conto delle esigenze di diversificazione delle fonti e delle aree di approvvigionamento e della sostenibilità sotto il profilo ambientale;
[?]
Testo attualmente proposto dalla Commissione (in corsivo sono indicate le differenze):
2. L?esercizio della delega di cui al comma 1 riguarda i seguenti oggetti e avviene nel rispetto dei seguenti princìpi e criteri direttivi:
[?]
b) promuovere, mantenendo comunque inalterati gli attuali tetti antitrust stabiliti per i settori dell? energia elettrica e del gas naturale senza introdurne di nuovi, la realizzazione di un mercato concorrenziale dell? offerta di energia elettrica e di gas naturale, che tenga conto delle esigenze di diversificazione delle fonti e delle aree di approvvigionamento e della sostenibilità sotto il profilo ambientale, in particolare determinando condizioni favorevoli all? installazione di impianti per la produzione di energia elettrica mediante carbone pulito e mediante energia nucleare; determinare, attraverso l? attività di negoziazione e stipula da parte del Governo di accordi internazionali, condizioni favorevoli per la promozione di società italiane che intendano investire in impianti situati all? estero per la produzione di energia a combustibile nucleare, partecipando inoltre alle iniziative comunitarie in materia di sicurezza, ricerca e sviluppo per la produzione di energia, anche attraverso centrali a combustibile nucleare localizzate in ambito comunitario;
[?]
La settimana prossima il testo del disegno di legge sarà in Senato. Probabilmente questo ?incidente di percorso? sarà risolto con un nuovo emendamento (che abolirà il passo del disegno di legge che favorisce il nucleare) prima della votazione finale.
Il presidente della Commissione Aldo Scarabosio (Forza Italia) ha parlato di questo emendamento come un mezzo per ripristinare il nucleare in Italia. Tuttavia il comportamento del centrodestra sembra più motivato da un voler far osturzionismo (legittimo osturzionismo del resto) perchè sarebbe stato più logico da parte del centrodestra favorire il nucleare quando era al governo ed aveva ampia maggioranza nel Parlamento.
Per leggere ulteriori informazioni sull? Atto del Senato n. 691 della XV Legislatura relativo alla Delega al Governo per completare la liberalizzazione dei settori dell? energia elettrica e del gas naturale e per il rilancio del risparmio energetico e delle fonti rinnovabili, in attuazione delle direttive comunitarie 2003/54/CE, 2003/55/CE e 2004/67/CE:
- dati generali Atto del Senato n. 691 – XV Legislatura
- differenze del testo proposto da Governo e quello modificato dalla Commissione
(nella pagina che appare, cliccare sul menù a sinistra su ?DISEGNO DI LEGGE? per far visualizzare il testo del disegno di legge) .

(il simbolo è preso da www.monicafrassoni.it)

Riferimenti: Archivio Nucleare

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Palazzone con vista Saline, offerta speciale !


Su segnalazione di vari residenti le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d’Intervento Giuridico hanno inviato (30 maggio 2007) un esposto all’Assessore regionale dell’urbanistica, al Servizio tutela del paesaggio, al Sindaco di Cagliari, al Soprintendente per i beni architettonici e paesaggistici perché non venga rilasciato il necessario permesso di costruire in favore di un progetto per la realizzazione di un palazzo ad uso residenziale nel lotto (superficie complessiva mq. 783) posto in Via Gallinara n. 18 per conto della Casa Immobiliare s.a.s., previa demolizione della villa attualmente esistente. Infatti, con voto a maggioranza della Commissione edilizia del 23 marzo 2007 sarebbe stata autorizzata con condizioni la realizzazione di un palazzo di 7 piani fuori terra (altezza mt. 22). L’area ricade in zona “B 5” del piano urbanistico comunale – P.U.C. vigente (indice fondiario di 5 mc./1 mq., volumetria massima realizzabile mc. 3.915). Il progetto appare in totale distonia rispetto agli edifici contigui, in contrasto con quanto previsto dall’art. 75, comma 2°, delle norme di attuazione del P.U.C. (deliberazione Consiglio comunale n. 66 dell’11 aprile 2006), che prevede l’armonizzazione da parte della Commissione edilizia dei nuovi edifici a quelli contigui preesistenti. Soprattutto l’area in argomento ricade nella fascia di rispetto di mt. 100 dal limite perimetrale delle Saline, qualificate dal piano paesaggistico regionale – P.P.R. (approvato con deliberazione Giunta regionale n. 36/7 del 5 settembre 2006 e promulgato con decreto Presidente Regione 7 settembre 2006, n. 82) quali “bene identitario” (aree di insediamento produttivo di interesse storico-culturale) ai sensi delle norme tecniche di attuazione del P.P.R. (artt. 5, comma 5°, e 9 e allegato 3, con predetto vincolo fino all’adeguamento del P.U.C. ai sensi degli artt. 48, comma 1°, e 49, comma 1°, lettera a). Insomma, sarebbe l’ennesimo “palazzone” frutto di quella speculazione immobiliare che a Cagliari, in qualsiasi zone della città, sembra farla da padrona. Amici della Terra e Gruppo d’Intervento Giuridico (foto L.C., archivio GrIG)

Immigrazione: Sardegna ?a rischio?.


Riceviamo da una frequentatrice gallurese del blog e pubblichiamo volentieri. Comunque può tranquillizzarsi un pochino: le nostre “mele marce” non sono razziste, basta vedere come hanno trattato Titti Pinna (sardo) o come, in un passato non molto lontano, hanno trattato Farouk Khassam (di origine araba). Non fanno differenze. Nè di origine, nè di religione. Sono sempre comportamenti da delinquenti. E come tali vanno trattati.

Gruppo d?Intervento Giuridico

Mi rivolgo a voi in quanto vi seguo da tempo e vedo che trattate con obiettività temi anche molto controversi, pur senza rinunciare a dire la vostra come è giusto che sia. Vi segnalo un fatto a mio giudizio molto grave. Un omicidio a danno di un immigrato colpevole di voler lavorare e di lavorare duro. Per me la cosa è ancora più grave perché accaduta nella nostra Isola, terra di emigranti che si sono dovuti spaccare la schiena in mezzo mondo per trovare il loro futuro. Spero che mi ascoltiate e diate risalto a un fatto di sangue che non fa onore a noi Sardi ma che è bene che conosciamo. Grazie.

Maria Maddalena P. , Olbia

da La Nuova Sardegna, domenica 27 maggio 2007

Quel rumeno lavorava troppo «Ucciso dai colleghi sardi». Arrestati tre uomini del paese. Uno è fratello dell?indagato per l?assassinio del forestale. Silvia Sanna

PADRU. Lui dormiva, ma quando quei tre hanno bussato ha aperto la porta senza esitare. Danut Milea si fidava dei colleghi appena conosciuti. Non immaginava che erano lì per fargliela pagare, per punire l?invasore arrivato dall?Est. Sono di Padru i presunti assassini dello stalliere rumeno, ucciso il 22 aprile scorso. Danut aveva una sola colpa: la grande voglia di lavorare. C?è una famiglia in cella, per il delitto commesso nell?agriturismo ?Il cavallino?, in località Boltei, a pochi chilometri dal paese. Gavino Pau, 25 anni, lo zio Sergio Pau, 45, e Renzo Becconi, 32, sono stati arrestati su richiesta del pubblico ministero Paolo Piras e del procuratore capo Giuseppe Porqueddu: l?accusa è di omicidio volontario aggravato dalla premeditazione, sequestro di persona e violenza privata. Nel carcere sassarese di San Sebastiano, per detenzione illegale di armi, è finito anche Filippo Pau, 76 anni, padre di Sergio e nonno di Gavino. Nel suo ovile sono stati ritrovati una pistola e due fucili, tutti con matricola abrasa e calibro compatibile con l?arma che ha sparato. Nipote di Filippo e fratello di Gavino è Marco Pau, il manovale di 26 anni arrestato per l?omicidio di Paolino Serra, l?ex forestale ucciso a fucilate nella borgata di Sa Serra il 12 febbraio scorso: agli inquirenti disse di avere sparato perché era stanco di essere spiato. C?è anche un altro legame di parentela: Renzo Becconi è il genero di Mario Nieddu, il titolare dell?agriturismo, la persona che aveva chiamato Danut Milea a lavorare nella sua azienda. Nieddu era rimasto ben impressionato dal rumeno, conosciuto appena qualche giorno prima dell?omicidio. 38 anni, sposato, due bambini di 3 e 6 anni, aveva lasciato il suo paese perché aveva un disperato bisogno di soldi. Erano bastati due giorni di prova per convincere Mario Nieddu che quel giovane dall?aria timida con gli animali ci sapeva fare. Per questo gli aveva offerto un posto come stalliere. C?era un progetto, in cantiere: organizzare escursioni a cavallo nella tenuta di Boltei e in un?altra che il titolare dell?agriturismo possiede a Monti Nieddu. Sabato 22, il giorno dell?omicidio, i documenti per l?assunzione erano già sul tavolo di un commercialista: Danut avrebbe guadagnato 600 euro al mese, più vitto e alloggio. Quello che lui probabilmente considerava un ottimo compenso, per alcuni colleghi di Padru era invece una miseria. Forse è stato questo a provocare la follia omicida, insieme alla disponibilità di Danut Milea, pronto a ubbidire gli ordini, a scattare come una molla non appena Mario Nieddu lo chiamava. Gli assassini avevano paura di perdere, per colpa del nuovo arrivato, l?impiego in azienda. Un movente ancora più assurdo se si considera che i tre presunti killer lavoravano saltuariamente nell?agriturismo. Il più assiduo era Gavino Pau, una specie di factotum, che però presto sarebbe stato assunto come operatore ecologico dal Comune. Gli altri due, Sergio Pau e Renzo Becconi, avevano invece un altro lavoro: nell?azienda di Nieddu facevano solo extra, evidentemente ben pagati. Denaro in più a fine mese al quale non erano disposti a rinunciare. Danut Milea è comparso nell?agriturismo sabato 14 aprile, una settimana prima del delitto. L?aveva accompagnato lì il cugino Lorenzo, 26 anni, rumeno anche lui, da sei mesi badante di un anziano a Padru. Lorenzo era stato il contatto tra Danut e Mario Nieddu, che si era rivolto a lui dicendogli che cercava uno stalliere. Pare che i Pau e Becconi l?abbiano guardato storto sin dall?inizio. Un?insofferenza cresciuta a poco a poco, esplosa quando il giovane si è trasferito a Boltei, nella casupola messa a disposizione dal titolare. Sabato notte sono andati a prenderlo. L?hanno portato via in pigiama, legato mani e piedi. Non si sa ancora dove sia avvenuta l?esecuzione: due colpi di pistola, prima alla schiena, poi quello mortale alla tempia. Il cadavere è stato abbandonato in località L?Agru, sei chilometri dall?agriturismo. A trovare il corpo di Danut Milea è stato l?allevatore Paolino Ventroni, che domenica mattina era andato in campagna per accudire le bestie. La sua telefonata alle forze dell?ordine si è incrociata con quella di Mario Nieddu, che non trovando lo stalliere a Boltei aveva dato l?allarme. La pista del regolamento di conti tra rumeni è stata accantonata quasi subito. L?ombra del caporalato, di un?organizzazione dedita allo sfruttamento dei lavoratori dell?Est, si è dissolta sotto il peso delle intercettazioni ambientali, che inchioderebbero i padresi di fronte alle loro responsabilità. Chiacchiere in libertà, nelle quali gli indigeni si confidano tra loro e dicono che non si può aspettare: lo straniero invasore va eliminato.

Più di cento i giovani dell?Est.
Da Bucarest al piccolo centro gallurese un flusso costante.

PADRU. L?aveva detto, il sindaco Gavino Mandras: «I rumeni stanno diventando troppi. Non c?è lavoro per tutti, questo non è l?Eldorado. Bisogna stare attenti: la situazione potrebbe degenerare». Mai, però, il sindaco avrebbe pensato che i killer di Danut Milea potessero portare cognomi padresi: «Qui la gente è ospitale – aveva commentato il giorno dopo il delitto -, i forestieri sono accolti con gentilezza e rispetto, si aprono le porte, si stringono rapporti di amicizia. A volte si arriva anche al matrimonio: negli ultimi mesi, sono stati un paio quelli tra padresi e rumene». Facile che possa succedere, in un paese di 2109 abitanti dove almeno un centinaio arrivano dall?Est. Il 5 per cento della popolazione parla rumeno: un numero cresciuto dal 1º gennaio 2007, quando l?ingresso nell?Unione Europea ha spezzato le catene e dato il via libera all?arrivo ufficiale degli stranieri. I rumeni non più clandestini trovano lavoro nelle campagne, negli agriturismo, nelle imprese della vicina Olbia. Molte donne si riciclano come badanti di anziani: guadagnano circa 600 euro al mese. I soldi bastano per pagare l?affitto a Padru e nelle nove frazioni, e avanza anche un piccolo malloppo da spedire a casa. Sinora, il microcosmo dell?Est era stato ben tollerato. Mai un episodio di violenza, neppure un segnale di fastidio nei confronti dei nuovi arrivati. La vicenda di Danut Milea spalanca scenari inesplorati. Se le accuse mosse nei confronti degli arrestati saranno confermate, allora la prospettiva dovrà cambiare radicalmente. Il giorno dopo il delitto, il paese aveva già archiviato la storia come un regolamento di conti tra stranieri, nell?ottica di una guerra tra poveri che in Gallura cercano di restare a galla. Tutti, sindaco compreso, presero le distanze da un?altra ipotesi: che Danut Milea, arrivato appena da una settimana, potesse avere dato fastidio a qualcuno del posto. Gavino Mandras ha sollecitato alle autorità un censimento, per stabilire con certezza quanti rumeni vivono a Padru, che cosa fanno esattamente, da quale serbatoio economico attingono. Intanto, all?interno della comunità dell?Est, la paura sale. La sensazione di non essere del tutto graditi si legge negli occhi di Lorenzo, il cugino di Danut. Lui, che a Padru abita e lavora da sei mesi, subito dopo il delitto ha confessato il disagio, la voglia di scappare, di fare le valigie e tornare a casa. Prendendo le distanze dal paese in passato famoso per le bombe e che vanta il record degli omicidi in Gallura (due dall?inizio dell?anno). Un piccolo paese che oggi si scopre anche intollerante.

(foto V.N., archivio GrIG)

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Processo per la lottizzazione nello Stagno di Porto Pino. La difesa.

29 Maggio 2007 Commenti chiusi


Nuova udienza del processo per la lottizzazione sull’isolotto di Corrumanciu, nello Stagno di Porto Pino (Sant’Anna Arresi). Buona lettura…

Gruppo d’Intervento Giuridico e Amici della Terra

da La Nuova Sardegna, 29 maggio 2007

«La concessione edilizia è legittima». Parla la difesa al processo per le trentasei villette di Corrumanciu. Mauro Lissia

CAGLIARI. La concessione per le trentasei villette di Corrumanciu, a Porto Pino, è legittima e la società ?L?Isolotto? aveva tutte le autorizzazioni necessarie per costruire il villaggio: l?ha sostenuto ieri mattina davanti ai giudici del tribunale Gianfranco Trullu, il difensore di Fulvio Pilloni, direttore dei lavori e imputato di violazione delle norme ambientali insieme al titolare dell?impresa ?L?Isolotto?, Francesco Monti. Mentre Massimino Paolo Granella, capo dell?ufficio tecnico comunale di Sant?Anna Arresi, deve rispondere di abuso d?ufficio. L?avvocato Trullu ha ribattuto punto per punto alle tesi dell?accusa, sostenuta dal pubblico ministero Daniele Caria, partendo dalla valutazione della distanza dal mare: i trecento metri che segnano la fascia di inedificabilità assoluta, per il difensore vanno calcolati dalla linea di battigia e non dal margine dello stagno di Corrumanciu, entro cui si trova il villaggio. Peraltro – ha insistito l?avvocato – l?area non fa parte del demanio marittimo e lo stagno non è incluso nelle zone umide previste dalla convenzione di Ramsar. E Corrumanciu non è un?isola, come ha insistito l?accusa, perchè l?acqua dello stagno non comunica liberamente col mare ma solo attraverso canali realizzati artificialmente. Infondata – per il difensore – anche l?accusa legata all?esistenza del parco geominerario, contestata in aula dal pubblico ministero: non è mai stato costituito il comitato scientifico, il solo organo titolato a decidere. Quindi non c?è neppure il vincolo, così come manca il regolamento di attuazione del parco, una carenza che a giudizio del legale rende inefficace qualsiasi divieto.
Il 15 maggio scorso, a conclusione della requisitoria il pubblico ministero Daniele Caria aveva chiesto la condanna del capo ufficio tecnico di Sant?Anna Arresi Paolo Massimino Granella a un anno di reclusione, sei mesi per l?amministratore dell??Isolotto srl? Francesco Monti e per Pilloni. Per l?accusa la costruzione del villaggio è totalmente abusiva. Una richiesta di risarcimento era arrivata anche dalla parte civile, patrocinata dall?avvocato Carmela Fraccalvieri per il Gruppo di intervento giuridico e gli Amici della Terra, le associazioni ecologiste autrici dell?esposto che ha dato origine all?inchiesta.
La discussione andrà avanti il 18 giugno con l?arringa dell?avvocato Guido Manca Bitti. Poi la prima sezione del tribunale – presidente Francesco Sette, a latere Giampaolo Casula e Giovanni Massidda – dovrebbe andare in camera di consiglio per la sentenza.

(foto S.C., archivio GrIG)

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Caro Beppe Grillo che vuoi fare allora sull’Anfiteatro romano di Cagliari ?


nuova lettera aperta a Beppe Grillo sull’Anfiteatro romano di Cagliari.

Caro Beppe Grillo,

ti scrivo nuovamente in rappresentanza delle associazioni ecologiste sarde Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico per ricordarTi un fatto che in qualche modo ti coinvolge. Te l?ho già segnalato lo scorso 20 aprile, ma non è arrivata alcuna risposta da parte Tua. Desidero premettere che tutti noi siamo molto interessati alle Tue importanti campagne per una migliore gestione della ?cosa pubblica? e degli interessi della collettività. Sul nostro blog (http://gruppodinterventogiuridico.blog.tiscali.it/) abbiamo inserito il link del Tuo sito fra i ?links amici? proprio per affinità di obiettivi. Devi sapere che, fra le mille azioni ed iniziative per la salvaguardia ambientale e la tutela dei diritti civili, da lunghi anni ci stiamo battendo perché l?Anfiteatro romano di Cagliari, il più importante monumento di epoca romana della Sardegna ed uno dei soli tre anfiteatri romani scavati nella roccia tuttora esistenti, sia restituito alla sua naturale essenza di bene culturale e sia fruibile come tale. Da sette anni, infatti, è deturpato da un allestimento ligneo (noi lo chiamiamo ?legnaia?) pagato con i nostri soldi per delle fallimentari stagioni liriche di qualche anno fa. Bene, devi sapere anche che questa ?legnaia? è abusiva. Sì, la sua autorizzazione paesaggistica è scaduta da quattro anni: l?ha confermato l?Assessorato regionale dei beni culturali ? Servizio tutela del paesaggio (nota n. 20297 del 17 aprile 2007) dopo nostra denuncia dello scorso 27 gennaio 2007. Dopo numerosi esposti, le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico, con l?esposto del 26 gennaio 2007, hanno chiesto per l?ennesima volta al Ministero per i beni e attività culturali, Direzione regionale per i beni culturali ed ambientali, Soprintendenze per i beni ambientali ed archeologica, Assessorato regionale dei beni culturali, Comune di Cagliari (il titolare dell’opera) la rimozione della persistente ?legnaia? dall?Anfiteatro romano, ormai palesemente illegittima: questa volta, però, è stata interessata anche la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Cagliari per le eventuali ipotesi di reato. Ed è stato chiesto anche il sequestro preventivo, visto che si sta preannunciando la nuova stagione estiva ?abusiva?. Il Sindaco di Cagliari Emilio Floris ha fatto capire che la ?legnaia? sarà tolta, con calma, in autunno. Insomma, si continuerà a mantenere una struttura abusiva, si continuerà un comportamento illecito, ma solo per un altro po?. E in questa nuova stagione è in programma anche un tuo spettacolo, il prossimo 13 giugno 2007: perché non intendi spostarlo in un?altra sede ? Non renderti utile alla poco nobile causa degli ?abusivi? ! Se vuoi, possiamo fornirti tutta la documentazione inerente la vicenda, che troverai raccontata in http://gruppodinterventogiuridico.blog.tiscali.it/sr3264484/ . Con i migliori auguri di buon lavoro, a presto, ciao,

Stefano Deliperi

(foto da www.beppegrillo.it)

Riferimenti: la vicenda della "legnaia" sull’Anfiteatro romano

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Amorevoli feeling fra Università e speculazione immobiliare.


Riceviamo e pubblichiamo molto volentieri.

Gruppo d’Intervento Giuridico e Amici della Terra

Se ci fossero ancora dei dubbi in merito al feeling Crenos – Stim/Chia Invest basterebbe gustarsi il breve filmato sul Convegno “Sardegna Sostenibile” scaricabile dal sito http://spol.unica.it che si chiude indicando il modello Chia Invest come un modello da esportare in tutta la Sardegna !
Semplicemente…vergognoso e da voltastomaco !
Cordiali saluti,

Raffaele Deidda

(foto S.D., archivio GrIG)
Riferimenti: il Crenos appoggia il Chia Laguna Resort

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Villa romana di Sant’Andrea, quarto mondo della cultura.


La Soprintendenza per i beni archeologici ha risposto (nota prot. n. 3294 del 10 maggio 2007) all?esposto inoltrato il 12 aprile 2007 dalle associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico contro la penosa situazione di degrado in cui versa tuttora la villa romana sul litorale di Sant?Andrea, in Comune di Quartu S. Elena (CA), da anni in affidamento all?Amministrazione comunale.

La Soprintendenza condivide ?le apprensioni per i ruderi della Villa romana? e conferma il sostanziale stato di abbandono dopo il primo intervento di demolizione della ?seconda casa? sopra realizzata, di pulizia e di scavo effettuati nel 2000. ?L?area, già recintata, è ora priva di protezioni e, in occasione degli ultimi sopralluoghi congiunti effettuati, si è constatato il crollo di una parte della volta del grande ambiente interrato, sul quale si sarebbe dovuti intervenire almeno con alcune misure minime di sicurezza, in attesa di stilare un progetto di più ampio respiro?. Con nota n. 3150 del 17 aprile 2003 la Soprintendenza autorizzava, sul piano archeologico, il Comune di Quartu S. Elena per la realizzazione del progetto di salvaguardia del Nuraghe Diana (III lotto), che prevedeva, fra gli obiettivi (ma non fra gli interventi) la tutela dei ruderi della villa romana. Tuttavia non è stato fatto assolutamente nulla, con il risultato di accentuare il degrado di un rilevante patrimonio archeologico, potenzialmente valido anche sotto il profilo della fruizione turistica.

Ripercorriamo le incredibili vicende di quest?area archeologica.

Lungo il litorale di Sant?Andrea, in Comune di Quartu S. Elena, in parte sulla terraferma ed in parte sotto pochi centimetri d?acqua, sono presenti i resti di una delle rare villae costiere romane del Mediterraneo. Si tratta di un complesso residenziale-produttivo con ambienti termali, un piccolo approdo e, quasi certamente, un impianto di acquacoltura risalente al II-IV sec. d. C. Nel XVI secolo sui ruderi della villa romana venne realizzata la torre costiera di S. Andrea nell?ambito del sistema di difesa spagnolo contro le incursioni barbaresche. Un vero condensato di storia e di testimonianze archeologiche che ha resistito ai secoli, alle intemperie, alle scorrerie piratesche, alle guerre, ma non riuscì ad opporsi a quella melma cementizia montante che è la speculazione edilizia alla quartese. Infatti, nel 1965, una carica di esplosivo distrusse la torre costiera e consentì la realizzazione di un bel terrazzamento sul quale venne edificata una residenza stagionale, una ?seconda casa?, per intenderci. Ogni commento è superfluo.

Sul finire degli anni ?70 del secolo scorso, la dott.ssa Donatella Salvi (Soprintendenza archeologica di Cagliari) compì e studi e rilievi di caratteri archeologico sul sito (?Ruderi romani a Sant?Andrea ? Cagliari? in Mondo Archeologico, n. 25, marzo 1978), successivamente ripresi nella letteratura scientifica ma soprattutto fondamentali per l?apposizione del vincolo archeologico con il decreto ministeriale del 10 luglio 1982 ai sensi della legge n. 1089/1939. Nonostante il provvedimento di tutela, i gravi atti di manomissione e di degrado continuarono: l?allora Assessore comunale all?Urbanistica, Mario Murgia, il 14 maggio 1992 denunciò alla Soprintendenza Archeologica, alla Capitaneria di Porto ed alla Procura della Repubblica presso la Pretura di Cagliari la realizzazione abusiva sui ruderi della villa romana e nel demanio marittimo di un passaggio per mezzi pesanti ottenuto con asportazione e dragaggio di materiale, uno sbarramento-banchinamento a mare per costituire ricovero barche. Tali lavori abusivi, denunciati alla Magistratura successivamente anche dalla Soprintendenza Archeologica e dalla Capitaneria di Porto per quanto di loro competenza, hanno causato considerevoli danni al patrimonio archeologico.

Le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico, dopo un accurato lavoro conoscitivo svolto dal prof. Antonello Fruttu, inoltrarono il 3 febbraio 1998 un circostanziato esposto alle pubbliche amministrazioni competenti per far recuperare alla salvaguardia ed alla fruizione pubblica l?area archeologica. Nel mentre si diffondevano in quei giorni insistenti voci di un interessamento di un noto personaggio della politica regionale per l?acquisizione della ?seconda casa? con imbarcadero archeologico. L?esposto ecologista ebbe effetti insperati.

La Soprintendenza archeologica (nota n. 1022/1 del 12 febbraio 1998) confermava l?alto valore culturale dei ruderi romani, una delle poche Villae rimaste sul mare in tutto il Mediterraneo, certamente meritevole di un accurato lavoro di indagine archeologica finalizzato al recupero, alla salvaguardia ed alla successiva fruizione collettiva. L?Assessorato regionale P.I. e BB.CC., competente in tema di tutela paesaggistica, comunicava (nota n. 1340 del 24 febbraio 1998) invece che la richiesta ecologista di informazioni ed intervento era ?stata formulata in modo troppo generico e che, pertanto, al fine dell?individuazione e successiva messa a disposizione della documentazione richiesta, si rende necessario specificare di quali atti viene richiesta la riproduzione?. Ora, visto che nella citata richiesta si chiedeva ?l?invìo … di copia delle necessarie autorizzazioni amministrative (concessioni demaniali, nullaosta paesaggistici, concessioni edilizie, ecc.) rilasciate in favore delle strutture edilizie citate? e che le ?strutture edilizie citate? nell?esposto sono la ?villa romana? (o meglio i suoi ?ruderi?) e la ?residenza stagionale? (o ?seconda casa?) sopra costruita, nelle stanze dell?Assessorato regionale, dovevano certo atleticamente chiedersi se ci interessavano le autorizzazioni relative all?edificazione della ?residenza stagionale? o quelle della ?villa romana?. In quest?ultimo caso ci saremmo dovuti rivolgere all?imperatore Diocleziano, contemporaneo del costruttore della ?villa?…..

Fortunatamente c?è chi si è mosso in modo diverso: grazie all?intervento della Capitaneria di Porto di Cagliari, la Soprintendenza per i Beni Archeologici e il Comune di Quartu S. Elena poterono rientrare in possesso della struttura edilizia (1999), insistente sul demanio marittimo, e provvedere alla relativa demolizione ed a una successiva, parziale, campagna di pulizia e di scavi (i resoconti sono in D. Salvi, ?Atti del Convegno internazionale Stabile: storia e architettura?, Ministero B.A.C., 2000). Tuttavia, una volta terminata (2000), nonostante varie assicurazioni pubbliche, il sito di interesse archeologico non è stato in alcun modo valorizzato e nemmeno posto in condizioni minime di salvaguardia e di sicurezza, come è agevole verificare. In ormai diversi anni il Comune di Quartu S. Elena, oggi consegnatario del sito archeologico e dell?area demaniale, per quel che si sa, non è stato minimamente in grado di tutelarla e valorizzarla correttamente.

Per porre fine a questo incredibile stato di degrado, le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico hanno inoltrato un nuovo esposto (12 aprile 2007) al Ministero dei beni culturali, agli Assessori regionali dell?urbanistica e dei beni culturali, al Corpo forestale e di vigilanza ambientale, al Direttore regionale per i beni culturali e paesaggistici, al Soprintendente per i beni archeologici di Cagliari, al Sindaco di Quartu S. Elena e, per opportuna conoscenza, alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Cagliari.

L?area in argomento ricade nel demanio marittimo, è tutelata con vincolo paesaggistico e storico-culturale (decreto legislativo n. 42/2004 e successive modifiche ed integrazioni), mentre la fascia costiera dei mt. 300 dalla battigia è tutelata con specifico vincolo di conservazione integrale (legge regionale n. 23/1993). Nel piano paesaggistico regionale ? P.P.R., recentemente approvato con deliberazione Giunta regionale n. 36/7 del 5 settembre 2006, l?area appare ricompresa nell?ambito di paesaggio costiero n. 1 ?Golfo di Cagliari? (art. 14 delle norme tecniche di attuazione) ed è classificata ?insediamento archeologico?. Pur essendo il Comune di Quartu S. Elena provvisto di P.U.C. definitivamente approvato ed in vigore, si applicano per tale ambito di paesaggio costiero le disposizioni cautelari provvisorie (art. 1 della legge n. 1902/1952 e successive modifiche ed integrazioni) di cui all?art. 15, comma 3°, delle norme tecniche di attuazione del P.P.R.

Appare decisamente auspicabile la realizzazione di una campagna di scavi archeologici finalizzata alla successiva definitiva realizzazione di interventi di protezione e di fruizione pubblica, comprendenti la rimozione dei fattori ostativi (costruzioni, detriti, ecc.), la predisposizione degli opportuni sistemi di protezione e sicurezza dei ruderi di interesse archeologico, la sistemazione di adeguati materiali illustrativi, ecc. Iniziando con qualche poco dispendioso intervento mirato, si potrebbe tutelare il patrimonio culturale e fornire un richiamo turistico in un litorale fin troppo ?massacrato? dal cemento, spesso illegale.

Gruppo d?Intervento Giuridico e Amici della Terra

(foto S.D., archivio GrIG)

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Italia spezzata in due dalla ‘monnezza…


Rifiuti campani in Romania: una “questione morale”.

Roma, 28 maggio 2007. – Con la proposta di inviare i rifiuti in Romania, che alcuni esponenti della maggioranza promuovono e che il Ministero dell?ambiente sta perseguendo, l’emergenza campana, oltre che questione politica assume i contorni di ?questione morale?.

Già inviare i rifiuti in Germania ha costituito, a parere mio e dell?Associazione che dirigo, una vergogna nazionale di cui è responsabile l?intera classe politica e i governi di destra e di sinistra. Ma almeno la Germania è un paese ricco e attrezzato, capace di farsi pagare, di accettare o di rifiutare.

Ora, con la Romania, tocchiamo il fondo. Che Europa andiamo mai a costruire dove i Paesi più ricchi scaricano i loro servizi più sporchi sui Paesi più poveri ? Che politica ambientale è mai questa, che aggiunge ai danni provocati dai rifiuti, in patria e fuori, anche i costi diretti e quelli ambientali e sociali del trasporto a lunga distanza ?

Se i cittadini campani e le forze politiche come Rifondazione e i Verdi si ribellano ad ogni soluzione, anche di emergenza, perché temono danni alla salute, perché la salute dei Romeni non suscita in loro, e nel Governo, alcun interesse ?

Conto che il Presidente della Repubblica, unico politico campano ad assumere posizioni razionali in questi giorni, voglia ancora intervenire per scongiurare una esportazione di ?made in Italy? che non ci fa onore.

Rosa Filippini
Presidente degli Amici della Terra/Italia

A.N.S.A., 27 maggio 2007

RIFIUTI: STOP A TRENI PER PARAPOTI, RISOLVE NAPOLITANO

MONTECORVINO PUGLIANO (SALERNO) – Per quasi tre ore, come tre anni fa, hanno diviso in due l’Italia. I cittadini, il loro ‘no’ alla riapertura della discarica di Parapoti, nel Salernitano, come nel giugno 2004, lo hanno affidato ad una protesta estrema, il blocco della circolazione ferroviaria. Ed é dovuto intervenire il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, per mettere la parola fine ad una protesta e, forse, anche ad una storia lunga più di vent’anni.

La storia è quella della discarica di Parapoti, nel comune di Montecorvino Pugliano (Salerno). Per affrontare l’emergenza rifiuti in Campania, il commissariato straordinario aveva deciso di riaprirla, dopo che, nel febbraio 2005, un decreto ne aveva disposto la chiusura (la discarica era aperta dal 1996 mentre in un altro sito, Colle Barone, nello stesso comune, sono stati sversati rifiuti dagli anni ’80). Una decisione che ai cittadini del Salernitano proprio non e’ andata giù. Da qui il blocco, giorni fa, dell’accesso alla discarica con un presidio permanente. Da qui la decisione, oggi, di occupare i binari, poco dopo le ore 12, lungo la linea Tirrenica in località Pagliarone e all’altezza dell’aeroporto di Pontecagnano. Ci sono mamme sui binari, perfino bimbi. C’é un prete che guida la recita del rosario, forze dell’ordine. Ci sono anche 10 treni bloccati e centinaia di passeggeri che protestano per ritardi di 2-3 ore.

Al centro della protesta la “mancanza di fiducia” verso il commissario Bertolaso che “già una volta aveva assicurato che Parapoti non sarebbe stata più utilizzata” e, di conseguenza, la paura che i 20 giorni di riapertura possano essere molti di più. Ecco perché oggi il loro appello i cittadini lo hanno voluto lanciare al Presidente Napolitano, “l’unica persona di cui ci fidiamo”. In un tam tam di telefonate, il sindaco di Montecorvino Pugliano, Domenico Di Giorgio, e la ‘pasionaria’ della protesta, Rosetta Sproviero, che al momento del blocco si trovavano davanti alla discarica, hanno ripetuto a tutti le loro richieste: la riapertura della discarica per non oltre venti giorni e l’eliminazione di Parapoti dai siti che in futuro potranno essere di nuovo utilizzati. Ma su una richiesta hanno più di tutte puntato: un impegno, anche verbale, da parte del Capo dello Stato, che tali richieste potessero essere accolte. E il segnale del Capo dello Stato è davvero arrivato, con una telefonata, poco prima delle 15. Quando il sindaco di Montecorvino Pugliano ha risposto al telefono, la voce gli tremava e aveva le lacrime agli occhi.

“Ci perdoni presidente per quanto sta accadendo – ha esordito il sindaco – ma mi creda è l’unica persona in cui questa gente crede, noi ci fidiamo di lei”. “Questa gente – ha poi continuato il sindaco rivolgendosi al Capo dello Stato – ha chiesto solo che questi venti giorni di riapertura non si trasformino in 23 anni”.

Richieste, speranze, verso le quali il Capo dello Stato, secondo quanto riferito da Di Giorgio, si è mostrato sensibile.

“Ci ha detto che le nostre richieste saranno accolte – ha poi detto ai cittadini il sindaco – e che domani saranno formalizzate in un incontro con Bertolaso”.

La Sproviero, parla della “fine della storia che forse arriva”. Ma intanto il presidio resta. I cittadini, alcuni perplessi per questa tregua, ancora non ci credono e la fine della storia di Parapoti vogliono vederla: nero su bianco.Intanto stasera, in segno di ringraziamento, messa davanti alla discarica.

PIANO PER LIBERARE NAPOLI, MA SI BLOCCA ACERRA

NAPOLI – Tre, quattro giorni. Tanti ne servono per completare la pulizia delle strade di Napoli alle prese con un’emergenza rifiuti senza fine. A terra, nonostante l’operazione straordinaria di rimozione dei rifiuti in corso, rimangono altre 1500 tonnellate. Ma se in città si cerca di tornare lentamente alla normalità la situazione complessivamente rimane grave come testimoniano i soliti roghi di rifiuti, la scorsa notte 107 gli interventi dei vigili del fuoco in città e provincia, e le tensioni che ancora si registrano nel Napoletano. Ad Acerra, in particolare, i manifestanti da stasera bloccano le operazioni di conferimento dei camion carichi di rifiuti nel sito che raccoglie l’immondizia di Napoli. Il blocco del conferimento regolare rischia di far saltare il piano e di rendere molto più complicata la strategia di uscita dall’emergenza. A Napoli in tre giorni gli operai della Asia hanno raccolto circa 1400 tonnellate di spazzatura accumulate nelle scorse settimane e le hanno sversate nel sito provvisorio di stoccaggio allestito nei pressi del costruendo termovalorizzatore di Acerra, riaperto nei giorni scorsi. Le 1400 tonnellate che invece vengono prodotte quotidianamente nella città di Napoli, sono destinate ai due impianti di cdr di Giugliano e Caivano. Secondo stime dell’Asia, l’azienda speciale del comune di Napoli che si occupa della raccolta, devono essere rimosse altre 1500 tonnellate di arretrato, distribuite in quasi tutti i quartieri. Un’ operazione, lasciano capire i tecnici dell’Asia, che potrà essere ultimata nel giro di tre-quattro giorni continuando però a mettere in campo tutti gli uomini ed i mezzi disponibili, e sempre che non vi siano ulteriori problemi nelle attività di stoccaggio. Proseguono intanto, nonostante gli appelli di istituzioni e strutture scientifiche, gli incendi di cassonetti: oltre 107 interventi sono stati eseguiti la scorsa notte dai vigili del fuoco del comando provinciale di Napoli per spegnere i rifiuti dati alle fiamme. Le richieste sono giunte, per lo più, da alcuni comuni della provincia, come Casoria, Frattamaggiore e Cercola. E un uomo di 60 anni è stato denunciato dai carabinieri a Cercola (Napoli) proprio perché sorpreso a incendiare rifiuti. In provincia resta alta la tensione ad Acerra, dove il sindaco, Espedito Marletta, ha convocato una seduta della giunta municipale dinanzi ai cancelli dell’area a ridosso del costruendo termovalorizzatore dove dovranno essere stoccate oltre 30mila tonnellate di spazzatura. In serata alcune centinaia di manifestanti si sono opposti con un sit-in ai camion in procinto di sversare nel sito provvisorio di Acerra (Napoli). Il sit-in è stato organizzato dove avvengono le operazioni di pesa dei convogli e ha determinato notevoli rallentamenti per le operazioni di conferimento fino a determinarne il blocco.

A.G.I., 27 maggio 2007

L’emergenza rifiuti in Campania. Chiama Napolitano: rimosso il blocco sui binari.

Alle 14,47 il Presidente della Repubblica ha chiamato al telefono il sindaco di Montecorvino Pugliano, Domenico Di Giorgio, intrattenendosi con lui per oltre dieci minuti e convincendolo a far desistere i manifestanti dal blocco della tratta ferroviaria Salerno-Reggio Calabria. Il sindaco Di Giorgio, visibilmente commosso, quasi in lacrime, ha esordito dicendo: “mi perdoni per quanto sta accadendo ma, mi perdoni, lei e’ l’unica persona in cui questa gente crede e di cui si puo’ fidare”. “Noi ci fidiamo di lei, grazie Presidente, questa gente chiede solo dopo 23 anni di avere qualcuno in cui credere e che questi 20 giorni (il limite temporale indicato da Bertolaso per la riapertura di Parapoti) non diventino altri 23 anni. E’ una comunita’ che ha pagato tantissimo e ha il diritto di poter vivere come gli altri”. A questo punto Napolitano ha parlato per circa 2 minuti dicendo, ha affermato il sindaco, che avrebbe garantito il rispetto degli impegni presi. La risposta di Di Giorgio e’ stata: “anche noi ci prendiamo il nostro carico, nonostante tutto”. La fine della comunicazione e’ stata accompagnata da un lungo sospiro di sollievo del sindaco che ha detto al Presidente prima di attaccare: “lei mi rende l’uomo piu’ felice di questo mondo e mi rende di nuovo orgoglioso di essere italiano”.
“E’ finito un incubo”. Cosi’ ha esordito il sindaco di Montecorvino Pugliano, Domenico Di Giorgio, subito dopo la telefonata con il Capo dello Stato, parlando ai manifestanti seduti sui binari che hanno risposto con un grido di gioia. Di Giorgio ha riassunto la telefonata con Napolitano convincendo tutti di rimuovere immediatamente il blocco ferroviario. Tutti insieme si sono poi recati alla discarica di Parapoti per improvvisare una piccola festa. Erano centinaia le persone che avevano bloccato il traffico per protestare contro la riapertura della discarica di Parapoti a Montecorvino Pugliano. Gia’ due anni fa, nell’estate del 2005, un’analoga protesta paralizzo’ il traffico ferroviario nord-sud per tre giorni. La protesta era nata dopo la decisione del commissario straordinario dell’emergenza rifiuti della regione Campania, Guido Bertolaso, di riaprire il sito per far fronte alla nuova emergenza che sta colpendo la regione. Nella discarica, chiusa un anno e mezzo fa, da ieri sono tornati al lavoro alcuni mezzi per approntare il sito che gia’ da questa notte dovrebbe ricevere i primi rifiuti.

(foto da www.ilquaderno.it)

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Liberato Titti Pinna!


Finalmente, una buona notizia, per i familiari dell’allevatore rapito otto mesi fa, e per tutti i sardi!

Gruppo d’Intervento Giuridico

WWW.ANSA.IT 2007-05-28 09:26
LIBERATO L’ALLEVATORE TITTI PINNA

CAGLIARI – L’allevatore Titti Pinna rapito il 19 settembre dello scorso anno a Bonorva, nel sassarese, e’ libero. Non si conoscono per ora le circostanze dell’episodio. Si sa solo che in questo momento l’uomo si trova coi carabinieri che lo stanno accompagnando in ospedale Ghilarza (Oristano).
EX OSTAGGIO STA BENE
E’ molto provato e stanco, ma e’ stato in grado di raccontare subito la sua avventura agli investigatori. Giovanni Battista Pinna dopo essere stato trovato dai Carabinieri dello Squadrone Cacciatori di Sardegna durante un rastrellamento nelle campagne di Sedilo e’ stato accompagnato prima al Centro Addestramento della Polizia di Stato di Abbasanta, dove e’ stato visitato da un medico. Dopo la visita il medico ha disposto comunque ulteriori accertamenti che saranno eseguiti nell’ospedale di Gliarza, dove l’ex ostaggio e’ stato accompagnato dai Carabinieri del Comando provinciale di Oristano.

www.adnkronos.com
Aveva gli abiti stracciati e le catene addosso
Liberato l’allevatore Titti Pinna

L’uomo, rapito il 19 settembre scorso a Bonorva, nel sassarese, si è presentato questa mattina presso una fabbrica di pietre in località San Basilio in provincia di Oristano. E’ ora all’ospedale di Nuoro per controlli. Il padre: ”Sono veramente felice”
Oristano, 28 mag. (Adnkronos/Ign) – E’ finalmente libero l’allevatore Titti Pinna, rapito il 19 settembre scorso nel sassarese. L’uomo si è presentato questa mattina alle 8.30 presso una fabbrica di pietre in località San Basilio, nella periferia di Sedilo, in provincia di Oristano.

Con gli abiti stracciati e le catene addosso, Giovanni Battista Pinna si è presentato al proprietario della fabbrica spiegando chi fosse. Immediatamente sono stati avvertiti i carabinieri della Compagnia Ghilarza (Oristano) e il 118. Come spiega all’ADNKRONOS proprio il titolare della fabbrica che lavora pietre, un uomo “si è presentato in cantiere questa mattina, intorno alle 8.30, dicendomi: ‘Sono Pinna’. A quel punto l’ho riconosciuto. Era visibilmente provato, ma in buone condizioni. Per il resto non posso dire nulla, i carabinieri me l’hanno vietato”.

Visibilmente provato, con i capelli e la barba lunghi, Titti Pinna è arrivato all’ospedale di Nuoro a bordo di un’autoambulanza insieme al comandante provinciale dei carabinieri di Oristano, il tenente colonnello Giuseppe Palma per sottoporsi ad alcuni controlli. I carabinieri assicurano che le condizioni generali dell’allevatore sarebbero comunque buone. Ad accoglierlo un lungo e commosso applauso. Sul posto sono giunti anche i parenti dell’uomo, il comandante provinciale dell’Arma, colonnello Salvatore Favarolo, e il capo della squadra mobile Fernando Rossi.

Secondo le prime indiscrezioni, Pinna si sarebbe liberato da solo. Nelle prossime ore sarà comunque ascoltato dai magistrati della dda di Cagliari. A quanto si apprende da fonti investigative, inoltre, è nelle vicinanze della cava di pietre in cui è stato trovato questa mattina l’ultima ‘prigione’ dove sarebbe stato tenuto sequestrato l’allevatore. I carabinieri confermano che è un ovile nei pressi di Sedile.

La liberazione ha reso ”veramente felice” il padre di Titti Pinna, che all’ADNKRONOS ha dichiarato: “Sono veramente felice. Purtroppo, non sono ancora riuscito a parlare con mio figlio, perché non ero in casa quando ha chiamato. Però ci ha parlato mia figlia e la madre. A loro ha detto che è libero e sta bene. Adesso so che l’hanno trasportato in ospedale: io non potrò andarci perché devo rimanere con mia moglie che è malata. Andrà mia figlia a prenderlo”.

Da L?Altravoce, martedì 29 maggio 2007

Ora prendeteli: il sequestro non deve pagare più.
Titti non perdoni, sono belve.
di Giorgio Melis

Non è la solita liberazione. È una resurrezione. Perché quasi tutti, inclusi i servizi segreti, davano Titti Pinna morto e sepolto magari subito dopo un finto sequestro o un omicidio camuffato da rapimento. Hanno (abbiamo) sbagliato tutti o quasi. Tranne la famiglia, che – spes contra spem – non si è mai arresa. Ha continuato a credere e sperare. Ora si capirà se fosse la forza di un sentimento più forte di ogni apparenza e realtà. O un minimo di consapevolezza, qualche modesta prova che ha resistito alla prova della disperazione, della smentita che per otto mesi i fatti contrapponevano alla speranza.
Era sequestro e come. Un sequestro all’antica. Con la pacata, inesorabile ferocia dei rapimenti di prima dell’era industriale di Mesina e degli altri tristi epigoni dell’orgolese troppo osannato, anche adesso. Sequestri di campagna, spietati. Senza truculenze gratuite e inutili. Ma senza concedere nulla. Senza esporsi a niente di tecnologicamente sensibile e rintracciabile, a intercettazioni ambientali e telefoniche.
È stata rispolverata la vecchia tecnica collaudata, impenetrabile o quasi. Un uomo gettato in una tana, con un collare di ferro al collo e una pesantissima catena. Senza potersi muovere, lasciato nella sporcizia di un buco infame, senza spostamenti o con quelli minimi. Lo hanno trattato come un animale. Come si fa con i cani dei pastori legati a una corda corta: per incattivirli, per farli dipendere in maniera totale dal padrone e cancellargli perfino la pulsione a scappare o reagire.
Anche senza brutalità fisiche, è un atteggiamento da belve umane per degradare fisicamente e psicologicamente un uomo, farne un oggetto, spegnerne lo spirito. A Titti Pinna, sorretto dalla fede (e dev’essercene voluta davvero tanta per resistere) si attribuisce già una volontà di perdono. Lo faccia pure, cristianamente, nel suo intimo. Ma non una parola pubblica di comprensione, figurarsi di perdono, per questi figuri senza umanità. Niente buonismo di facciata, e nessuno neppure lo solleciti con domande idiote, per favore.
Bisogna solo prenderli: a qualunque costo. Per dimostrare che il sequestro, anche in questa subdola, modernissima forma antichissima, non paga in alcun modo. Dopo dieci anni di tregua, ne è stato organizzato e attuato freddamente uno predisposto come anomalo rispetto a tutti gli ultimi: incluso quello spettacolare di Silvia Melis. Anomalo fino a convincere tutti, fin dalle prime fasi, che non fosse il solito rapimento ma un delitto perfetto, senza cadavere e senza sospettabili. Dunque per far abbandonare ricerche e indagini, con l’astuzia fredda di cui sono capaci i reprobi tra ovili, paesi e città.
Per sviare qualunque sospetto, lasciando passare il tempo con una strategia d’attesa lucida e senza un cenno di impazienza. Per poterla fare franca dopo la sortita finale fuori tempo massimo, realizzare l’incasso e poi l’eventuale rilascio (ma siamo sicuri che ci sarebbe stato?).
Il massimo della modernità è nel ritorno radicale alle pratiche più remote e sicure, inabissandosi nelle primitive tecniche del sequestro pastorale. Ne richiama tanti altri, a metà degli anni sessanta, soprattutto nella Sardegna centrale, tra Margine e Campeda (Neoneli, Abbasanta, Macomer, Santulussurgiu, Bortigali): prima di Mesina e dell’orgia dei rapimenti dalla Barbagia fabbrica di banditi che spaziavano nella modernità dalla Costa Smeralda fino alle porte di Cagliari.
Ne ricordo uno successivo, seguito da vicino, come molti altri, che richiama questo di Titti Pinna. La vittima fu il commendator Mario Mereu, industriale vinicolo prelevato nella sua casa sull’Orientale, quasi al bivio per Jerzu. Lo tennero, senza mai spostarlo, in un anfratto dove non si stava in piedi né si potevano fare due passi. Per mesì, in una tana di roccia. L’ostaggio ne uscì distrutto, costretto per mesi a letto prima di poter riacquistare l’uso della gambe.
Con Titti Pinna si è fatto un salto indietro di oltre 40 anni. A un primitivismo premeditato e attuato senza sbavature. L’allevatore di Bonorva si è salvato solo perché giovane e forte. Ma quando un uomo esce dalla prigionia con 25 chili in meno. Con gli occhi quasi coperti da un velo, lui che nelle foto aveva uno sguardo azzurro e saettante. Con un barbone e capelli che richiamavano Saddam Hussein tirato fuori dalla buca in cui si era sepolto. O come i banditi sardi ottocenteschi feriti e uccisi in qualche ?caccia grossa? come ai cinghiali. Il sollievo di saperlo e vederlo vivo è stato inizialmente offuscato dalla visione di questo pezzo d’uomo accasciato sulla barella, nel volto i segni di una prova terribile. Documento vivente della mostruosità del sequestro.
Un uomo incatenato tenuto a vegetare per otto mesi senza contatti e notizie del mondo e, pare, ridottissimi con questi carcerieri dal cuore di tenebre. Perdonarli? L’ergastolo è l’unica ricompensa accettabile. Hanno rubato a Titti (che buffo questo diminutivo così gentile e eppure adatto a un omone con gran sorriso e occhi scintillanti!) otto mesi di vita che valgono, per crudeltà, dieci anni. Ma pensate, rabbrividendo, cosa possono essere i miliardi di secondi tormentosi di oltre 240 giorni vissuti nell’angoscia di una solitudine assoluta, irrimediabile, con l’umiliazione del collare di ferro e la catena.
Il sequestro può essere peggio di un omicidio ripetuto all’infinito, ogni giorno. Quello di Titti è uno di questi, e ci vorrà una grande forza d’animo per superarne il trauma anche per un uomo fortissimo come l’allevatore.
Ancora non è chiaro se davvero i carcerieri l’abbiano lasciato andare perché sentivano sul collo i carabinieri in battuta. È consolidata la misura di sicurezza per cui l’ostaggio viene rilasciato molto lontano dalla ?cella?, per non compromettere i carcerieri e i loro complici. Se davvero Titti Pinna è stato tenuto prigioniero i quell’ovile di Sedilo, la posizione del proprietario e del servo pastore, i due sedilesi arrestati, non solo potrebbe farsi pesantissima ma determinante per le indagini. Confermerebbe l’ipotesi di un rilascio obbligato e imprevisto. Se le indagini confermassero questo punto, una grande smagliatura si aprirebbe nel perfetto ?ritorno al passato? dei sequestri, con un epilogo potenzialmente esiziale per i rapitori.
Quanto al riscatto, si saprà o si capirà presto se fosse stato già pagato o ancora da versare. Ma a questo punto conta solo che Titti Pinna sia vivo e libero. Quando tutti lo davano (lo davamo) per morto subito dopo la cattura. Anche padre Salvatore Morittu, bonorvese e legatissimo alla famiglia. Lo aveva lasciato intendere in un articolo scritto alcuni mesi fa per il nostro giornale e lo ha confermato in un’intervista ieri.
Comunque sia, la liberazione dell’allevatore mette fine a una ridda di voci, qualcuna forse messa in giro ad arte, e avventurosamente ripresa. Anche dai servizi segreti, secondo un reportage pubblicato alcuni mesi fa e che a tutti parve un invito ufficioso ma sostanziale a mettersi l’anima in pace. Invece così non era. Ed è parso di cogliere una sfumatura di dissenso su quello scoop fortunatamente falso nelle prime dichiarazioni del generale Gilberto Murgia. Ricordando che i carabinieri non condividevano quella sortita e non avevano mai interrotto indagini e ricerche.
Più fantasiosa e avventurosa la notizia, rilanciata con eccesso di disinvoltura, di una fuga amorosa con una rumena. Povero Titti Pinna, proposto come un fuggiasco d’amore mentre marciva nella sua orribile prigione. A parte la smentita della donna improvvisamente coinvolta, rintracciata da ?Chi l’ha visto??, un tocco di grottesco gossip in un dramma che poteva essere una tragedia. Ora è tutto alle spalle, ma qualche propalatore di falsità dovrà fare una robusta autocritica.
Mentre davvero un grande, commosso applauso va alla famiglia dell’allevatore, esteso a tutta Bonorva. I parenti non hanno mai mollato: anche quando sono rimasti soli per la rassegnazione di tutti. Non solo per la convinzione e determinazione durante otto mesi di angoscia. Anche per la lezione di sobrietà e dignità che hanno dato dopo il rilascio di Titti. Poche parole essenziali, e poi la porta fermamente chiusa in faccia ai troppi curiosi e a insopportabili domande routinarie del tipo: li perdonerete?
L’unico perdono, ribadiamo, è l’ergastolo. Perciò bisogna prenderli a tutti i costi: pare che si sia già sulla strada giusta. Per Giovanni Battista Pinna detto Titti. Per le sue sofferenze. Per dare una mazzata ai beccai del sequestro che ripropongono la piaga più orrenda della criminalità sarda dopo dieci anni di pausa. Le indagini sono in buone mani: il procuratore Mauro Mura è un esperto su cui contare. Avendo al fianco – oltre Paolo De Angelis e Gilberto Ganassi – l’esperienza di Mario Marchetti, che ha una motivazione in più: è bonorvese e conosce benissimo Titti Pinna.

(foto A.F., archivio GrIG)

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Il mercato sull’ambiente…

27 Maggio 2007 Commenti chiusi


Un interessante articolo sulla compravendita di “quote” di gas serra. Insieme ai “certificati verdi” che testimoniano le quote di energia prodotta da fonti alternative (certificati necessari per accedere al mercato dell’energia), dànno un’idea del poderoso giro di interessi intorno alla produzione di energia ed alla lotta ai cambiamenti climatici. Buona lettura…

Gruppo d’Intervento Giuridico

da L?Altravoce (www.altravoce.net), 27 maggio 2007

Le quote di gas serra comprate e vendute al mercato europeo delle emissioni.
Paesi e imprese verso gli obiettivi di Kyoto.
Laura Monni

In linea con gli impegni sanciti dalla ratifica ed entrata in vigore del Protocollo di Kyoto, l’Unione Europea ha istituito, con la direttiva 2003/87/CE, un sistema per lo scambio di quote di emissione di gas serra all’interno della Comunità, denominato Emission Trading Scheme (ETS). Il fine è quello di promuovere la riduzione delle emissioni attraverso l’introduzione di meccanismi flessibili, secondo criteri di efficacia dei costi ed efficienza economica. La direttiva, nonostante richiami esplicitamente nel preambolo il Protocollo di Kyoto e ne sia, di fatto, uno strumento attuativo, né è sostanzialmente indipendente. Ciò può essere dedotto esplicitando le principali differenze tra il sistema internazionale (IET), definito dal Protocollo di Kyoto, ed il sistema europeo (ETS) in termini di soggetti coinvolti, tempi di attuazione e obbligatorietà.
I soggetti abilitati allo scambio di quote nel sistema internazionale (IET) sono gli Stati nazionali, ossia quelli compresi nell’Allegato B del Protocollo. Nel sistema previsto dalla direttiva comunitaria, i soggetti che possono partecipare sono tutte le persone (giuridiche e fisiche) all’interno della Comunità, e le persone dei Paesi Terzi che abbiano sottoscritto un accordo bilaterale. Per quanto riguarda i tempi di attuazione, l’International Emission Trading (IET), entrerà in vigore solo a partire dal 2008, mentre l’Emission Trading Scheme è entrato in vigore il primo gennaio 2005. Con riferimento all’obbligatorietà, sebbene i due sistemi siano vincolanti per specifiche categorie di soggetti, il livello di obblighi previsto dal sistema europeo ETS è sicuramente più definito e strutturato del sistema internazionale IET. Questo è desumibile dal meccanismo sanzionatorio esistente e ben disciplinato dalla direttiva europea a fronte di una ?punibilità? dichiarata, ma scarsamente strutturata nel Protocollo di Kyoto. Gli impianti che producono gas serra e il sistema delle quote Il sistema europeo per lo scambio di quote di emissione è caratterizzato da diversi elementi. Per prima cosa il campo d’applicazione che è esteso alle attività ed ai gas elencati nell’allegato I della direttiva; in particolare alle emissioni di anidride carbonica provenienti da attività di: combustione energetica, produzione e trasformazione dei metalli ferrosi, lavorazione prodotti minerari, produzione di pasta per carta, carta e cartoni. La direttiva prevede un duplice obbligo per gli impianti da essa regolati: la necessità per operare di possedere una autorizzazione all’emissione in atmosfera di gas serra a cui corrisponde un certo numero di quote di emissione; l’obbligo di rendere alla fine dell’anno un numero di quote (permessi) d’emissione pari alle emissioni di gas serra rilasciate durante l’anno. L’autorizzazione all’emissione di gas serra viene rilasciato dalle Autorità competenti previa verifica da parte delle stesse della capacità dell’operatore dell’impianto di monitorare nel tempo le proprie emissioni di gas serra.
Le quote di emissione sono rilasciate dalle Autorità competenti all’operatore di ciascun impianto regolato dalla direttiva sulla base di un Piano Nazionale di Allocazione (PNA); ogni quota dà diritto al rilascio di una tonnellata di biossido di carbonio equivalente. Il Piano Nazionale di Allocazione, cuore del sistema, viene redatto seguendo i criteri previsti dalla direttiva stessa; questi ultimi includono coerenza con gli obiettivi di riduzione nazionale, con le previsioni di crescita delle emissioni, con il potenziale di abbattimento e con i principi di tutela della concorrenza. Il PNA prevede l’assegnazione di quote a livello d’impianto per periodi di tempo predeterminati.
Il processo decisionale è affidato all’autorità competente e le fasi principali sono: la definizione della quota totale di emissioni da assegnare a livello nazionale, l’assegnazione delle quote per settore e, infine, l’attribuzione delle quote ai singoli impianti che devono rispettare i vincoli posti dalla direttiva. Da questo processo decisionale deriva il contenuto principale dei piani, in cui sono presenti anche diverse informazioni riguardo la metodologia di assegnazione e di ripartizione delle quote che è stata seguita. La Commissione Europea ha pubblicato delle linee guida per assistere gli stati membri nella redazione dei PNA; nonostante il suo supporto ci sono state grandi difficoltà nella predisposizione dei piani, specie nel calcolo delle quantità di emissioni e nell’attribuzione delle quote ai singoli impianti. Le quote, una volta rilasciate, possono essere vendute o acquistate. Tali transazioni possono vedere la partecipazione sia degli operatori degli impianti soggetti alla direttiva, sia di soggetti terzi (imprese, enti locali, organizzazioni non governative, singoli cittadini); il trasferimento di quote viene registrato nell’ambito di un registro nazionale. Il Registro è una banca dati elettronica, standardizzata e sicura, che consente la gestione delle quote di emissione e il meccanismo di scambio delle quote stesse. Il sistema è formato dai Registri Nazionali dei 25 Stati membri della Comunità Europea interconnessi tra loro attraverso un Registro centrale a livello europeo, denominato catalogo indipendente comunitario delle operazioni, per evitare che si verifichino irregolarità e garantire la compatibilità delle operazioni con gli obblighi derivanti dal Protocollo di Kyoto.
Concretamente il sistema prevede che l’Autorità Nazionale Competente (ANC) apra un conto nel Registro nazionale per ogni impianto che ricade nell’ambito di applicazione della direttiva ET; in seguito riporti su ciascun conto le quote stabilite in base al Piano Nazionale di Allocazione. Le quote possono essere trasferite tra i diversi conti, all’interno dello stesso Registro o tra Registri diversi. La supervisione dell’ANC è concentrata sulla conformità degli operatori con le condizioni della loro autorizzazione, sulla verifica delle loro emissioni, e sulla restituzione delle quote dovute. Oltre agli impianti sottoposti ad obblighi di riduzione, ogni persona o altra organizzazione interessata a comprare o vendere quote sul mercato, può aprire un conto nel Registro, questo per facilitare la partecipazione delle associazioni ambientaliste o di chiunque voglia certificare un’attività a emissioni zero. La restituzione delle quote d’emissione è effettuata annualmente dagli operatori degli impianti in numero pari alle emissioni reali degli impianti stessi.
Le emissioni reali utilizzate nell’ambito della resa delle quote da parte degli operatori sono il risultato del monitoraggio effettuato dall’operatore stesso e certificato da un soggetto terzo indipendente accreditato dalle Autorità competenti. La mancata resa di una quota d’emissione prevede una sanzione pecuniaria di 40 euro nel periodo 2005-2007 e di 100 euro nei periodi successivi; le emissioni oggetto di sanzione non sono esonerate dall’obbligo di resa di quote. Il sistema europeo prevede l’istituzione di una serie di meccanismi di verifica, attraverso il ricorso a verificatori indipendenti. L’esperienza del primo anno di funzionamento dei mercati della CO2 ha portato alla creazione di un mercato delle emissioni globale, che utilizza gli strumenti tipici dei mercati finanziari. L’ulteriore sviluppo dei mercati spot e di altri strumenti di risk management hanno permesso al mercato di svilupparsi e di collocarsi a fianco degli altri mercati già maturi. I partecipanti al mercato sono le grandi compagnie, i brokers, le banche e i fondi d’investimento. I più attivi sono le imprese che operano nel settore energetico, sia perché hanno grandi quantità di permessi da scambiare, sia perché sono già esperte nel trading.

I fattori che determinano il prezzo della CO2

Il prezzo della CO2 dipende da diversi elementi: la politica dell’UE e quella degli Stati nazionali con cui sono stati stabiliti i limiti delle emissioni; i fondamentali di mercato; la differenza tra emissioni che si registrano negli impianti interessati e la quantità di permessi allocata gratuitamente (Cap); la psicologia degli operatori; le scelte delle imprese e i crediti provenienti da investimenti effettuati in progetti realizzati tramite il protocollo di Kioto. Tra i fondamentali di mercato si possono considerare: l’andamento meteorologico, i prezzi dei combustibili, la crescita economica e la diffusione di nuove tecnologie. Uno degli elementi determinanti nella formazione del prezzo della CO2 è la quantità delle emissioni, che è legata ad almeno altri tre fattori. Il primo riguarda il mix di combustibili usato per produrre energia, che è alla base delle emissioni: preferire combustibili fossili, come il carbone, porta ad un maggiore livello delle emissioni rispetto all’impiego dell’idroelettrico e del nucleare. Il mix dipende dal prezzo dei combustibili, soprattutto dal rapporto tra prezzo del gas e prezzo del carbone, che ultimamente sono in forte concorrenza. In futuro si prevede che i prezzi dei combustibili siano influenzati da quelli della CO2: se il prezzo dei permessi aumenta si dovrebbero preferire combustibili più puliti. Non si possono escludere, che in presenza di prezzi delle quote molto elevati nel lungo periodo, effetti di ribasso sul prezzo delle rinnovabili a ragione di una crescita della domanda che, espandendo la scala della produzione, genera in una prima fase rendimenti crescenti ed economie di apprendimento. Il secondo fattore, il livello della produzione, invece è legato a quello della domanda, che a sua volta dipende, oltre che dai prezzi dell’elettricità, dalla crescita economica e dalle condizioni meteorologiche. La crescita economica comporta una maggiore domanda di beni e servizi, aumentando il livello di produzione e, di conseguenza, il livello delle emissioni. D’altra parte il vento, le precipitazioni e le temperature hanno un forte impatto sulle emissioni del settore elettrico. Le temperature invernali ed estive, ad esempio, determinano la domanda di energia per il riscaldamento o il condizionamento, mentre il vento e le precipitazioni influenzano la disponibilità di energia eolica e idroelettrica.
Per quanto riguarda le possibilità di abbattimento delle emissioni – il terzo fattore – esistono diverse soluzioni tecnologiche, dal passaggio a fonti a basso contenuto di carbonio (dal carbone al gas oppure, nel lungo periodo, alle rinnovabili) al sequestro e allo stoccaggio della CO2. La convenienza ad adottare o meno tali opzioni dipende dal confronto tra il costo marginale di abbattimento e il prezzo di mercato della CO2.

I risultati della prima fase e la messa a punto del sistema

In questo primo periodo di funzionamento il mercato dei permessi si è sviluppato: sono aumentati i volumi scambiati, i partecipanti al mercato e la conoscenza del sistema ETS e quest’ultimo ha influenzato direttamente i processi decisionali delle aziende coinvolte e indirettamente quelli delle aziende che ne usano i prodotti. La presenza di piattaforme di scambio in diversi paesi europei dimostra anche l’interesse degli operatori finanziari per il settore, permettendo quindi una diffusione degli scambi.
Si deve cercare di impedire che si creino troppi mercati decentralizzati che circoscrivano le operazioni a regioni limitate, perché, con la fase operativa del protocollo di Kyoto, si punta a realizzare un mercato globale che coinvolga tutti i paesi interessati, abbandonando in questo modo la logica del singolo impianto. Per assicurare maggiore credibilità al sistema si dovrebbe intervenire sui diversi fronti d’azione. Innanzi tutto, la Commissione ha richiesto maggiore coerenza dei Piani Nazionali di Allocazione con la direttiva, in modo da impedire, nella fase II, che coincide con la fase operativa del protocollo di Kyoto, un crollo dei prezzi come avvenuto nei mesi scorsi. I PNA hanno mostrato, nella prima fase che si è appena conclusa, la loro importanza strategica nella riuscita del mercato. Allocazioni troppo generose possono danneggiare il mercato e impedire la realizzazione degli obiettivi della direttiva. In seguito bisognerebbe preoccuparsi di allargare il sistema in modo da comprendere altri settori, come i trasporti, e altri gas, per poter ridurre le distanze tra gli obiettivi generali di riduzione dei gas serra e quelli dell’EU-ETS.
Questo richiederebbe uno sforzo notevole da parte delle aziende per rispettare gli obblighi imposti: il ricorso ai meccanismi flessibili di Kyoto permetterebbe di impedire che l’obiettivo delle riduzioni abbia una connotazione meramente finanziaria, ossia permetta l’acquisto delle quote dai paesi dove le allocazioni sono state più generose o dove sono stati imposti limiti meno stringenti all’utilizzo delle quote. Si arriverebbe, in quel caso, alla situazione in cui la maggior parte delle azioni per la riduzione delle emissioni avverrebbe in paesi terzi, nonostante la disponibilità di quote in eccesso debba dipendere dai differenti costi marginali di abbattimento. L’allargamento del sistema permetterebbe di armonizzare le regole di allocazione per la fase III, a cui l’Unione europea sta già pensando.

(foto da mailing list ambientalista)

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Saras, incentivi, stipendi, guadagni, emissioni…


Alcuni articoli per avere alcune visuali sul ruolo e le attività della Saras s.p.a., la prima realtà produttiva in Sardegna, ma non solo. Buona lettura…

Gruppo d’Intervento Giuridico

da La Nuova Sardegna, 27 maggio 2007

Saras, aiuti a caro prezzo dallo Stato. Duecento milioni in dieci anni Il sindacato: «Molto meno dell?Eni». Mario Medde: «Contratti trasparenti». Alfredo Franchini

CAGLIARI. Ogni mattina decine di petroliere provenienti dall?Oriente attraccano al pontile della Saras a Sarrock. È la prima azienda della Sardegna con un fatturato che sfiora i cinque miliardi di euro. L?attività del gruppo nell?isola rappresenta più di un punto del Pil sardo. La società dei Moratti lavora in Sardegna dagli anni Sessanta e negli ultimi dieci anni, adoperando lo strumento dei Contratti di programma ha ricevuto dallo Stato 200 milioni. In linea – ricorda Giorgio Macciotta che era componente del Cipe che fece quei contratti – con altri investimenti nella penisola.
Il conteggio pubblicato ieri da «Repubblica» ha suscitato scalpore perché risulta che ogni posto di lavoro è costato sino a un milione di euro. Il sindacato sardo, però, opera sùbito una distinzione tra coloro che i soldi li hanno presi e sono scappati e un?azienda che, invece, intende ancora investire nell?isola: «Perché non parliamo dell?Eni che, dopo aver ottenuto ancora più risorse della Saras è scappata da Ottana lasciando dietro solo croci»? chiede il segretario generale della Cisl, Mario Medde I contratti di programma sono un po? l?equivalente della legge 488 che non può essere adoperata per società delle dimensioni della Saras. Nel Mezzogiorno ne hanno usufruito tante aziende tra le quali l?Eni e la Fiat; la Saras ne ha sottoscritti tre e attualmente solo uno è stato chiuso. Si tratta del contratto di programma denominato Saras 1 che risale a quindici anni fa e che prevedeva, accanto ad interventi per la raffineria, iniziative nel settore dell?ecologia marina e l?agroalimentare. In corso d?opera, però, il «Saras 1» subì qualche modifica: scorporati alcuni investimenti, con il project financing, fu costruito l?impianto di rigassificazione con cui l?azienda avvia la produzione di energia elettrica, (la Sarlux che dà lavoro a diverse centinaia di persone). Il passo successivo è stata la cessione al gestore di rete dell?energia elettrica prodotta con gli scarti della raffinazione. La tariffa 136 euro a megawattora è quasi doppia visto che lo standard è di 75 euro. Il costo dei posti è come detto esorbitante, in ogni caso erano previsti 277 nuovi posti e alla fine sono diventati di più: 282. Ci sono poi altri due contratti già sottoscritti e battezzati, con poca fantasia, Saras 2 e Saras 3. Il secondo Cdp è firmato nel 1997 e punta molto sull?innovazione tecnologica ma non riesce a decollare tanto che una delle società portanti del progetto, Atlantis, viene messa in liquidazione. Il terzo programma è di cinque anni fa e prevede investimenti in raffineria con progetti che in realtà non sono mai stati avviati. La Saras ieri ha precisato di aver adoperato uno strumento, quello del contratto di programma, in modo assolutamete trasparente e ha ricordato di aver rispettato sempre alla lettera tutti i dettami previsti. Le variazioni che sono state apportate ai contratti originali – ha spiegato l?azienda – sono sempre state concordate con lo Stato. L?alto costo dei posti di lavoro non è evidentemente un problema dell?azienda: «La spesa massima è stabilita per legge ed esistono parametri europei». La Saras anche grazie a quei contratti di programmi ha consolidato il ruolo di prima raffineria italiana e ora guarda al futuro. La società, infatti, ha una potenza di fuoco da due miliardi di euro da investire tra iniziative e acquisizioni. E si tratta di un «tesoretto» perché i due miliardi esulano dai 600 milioni che erano stati inseriti nel piano degli investimenti 2006-2009 (già utilizzati 108 milioni). Per quanto concerne le acquisizioni, Saras si sta guardando attorno e potrebbe puntare sul Mediterraneo centro-occidentale. Non è tutto. Nella raffinazione, Moratti investirà 150 milioni e consoliderà il businnes dell?energia rinnovabile e del biodiesel. Sul fronte delle acquisizioni «interne» la società di Moratti ha presentato un?offerta per Ies, un operatore indipendente di Genova nel settore della raffinazione. I programmi vanno avanti sospinti dai conti sempre ottimi: nel primo trimestre di quest?anno l?utile netto è stato di settantuno milioni di euro con una crescita del sette per cento.

Giorgio Macciotta spiega le scelte fatte dal comitato interministeriale per la programmazione economica. «Tra le cose più sensate fatte dal Cipe». «Dibattito vecchio, quelle agevolazioni ce le avevano anche in Irlanda». «La centrale Sarlux smaltisce bitume Difendiamo l?ambiente o protestiamo ?»

CAGLIARI. Giorgio Macciotta non riesce a trovare quale sia il problema degli aiuti alle imprese e quindi alla Saras: «La Sardegna è diventata uno dei poli fondamentali della raffinazione italiana. Che cosa vogliamo fare? Vogliamo chiuderlo»? Bisogna chiarisi bene le idee: nella penisola, del resto, gli aiuti alle aziende non sono stati affatto inferiori. «Tutti gli investimenti industriali», spiega Giorgio Macciotta, «stanno dentro a dei massimali. Ora il contratto di programma aveva un punto di grande debolezza, così come i patti territoriali. Mentre la legge 488 prevedeva una gara e vinceva chi offriva di meno, nel contratto di programma si otteneva sempre il massimale. Tanto che nel Cipe, alla fine, stabilimmo una variante per chiudere con l?agevolazione pari a quella spuntata sull?ultima gara della legge 488. Non era più possibile così aggirare il mercato». Macciotta spiega che gli stessi incentivi sono andati, ad esempio, in Irlanda. «Da chi grida allo scandalo sul contratto Saras 1 è stato sottovalutato il significato che questo tipo di contratto ha avuto sul consolidamento della raffinazione. Prendiamo il bitume: andava smaltito con costi ambientali rilevanti e la centrale della Sarlux consente di utilizzare il bitume eliminando i costi di smaltimento. Non è che si può dire di stare attenti all?ambiente e poi protestare per quell?impianto». (Tra l?altro i lavoratori della Sarlux sono aumentati progressivamente e la centrale dà lavoro agli edili). Gli altri contratti di programma che avevamo in carico al Cipe – ricorda Giorgio Macciotta – erano davvero minori. «Il dibattito sul costo dei posti di lavoro è vecchio», spiega Macciotta, «risale all?inizio del piano di Rinascita quando si discuteva se si dovesse investire su industria o agricoltura». «Trovo molto più indecenti», aggiunge Giorgio Macciotta, «alcuni investimenti sul turismo che sono stati devastanti. Bloccai un patto territoriale in Sicilia per un investimento da un miliardo di cui 800 milioni era il costo del capannone di proprietà dello stesso imprenditore. Lo voleva vendere all?azienda»… Macciotta ricorda, a proposito del centro di ricerca saltato, che Battel si è consolidata e il motivo dell?altra iniziativa, quella saltata, è dipesa da motivi di «governance» tra i soci. «Quelli della Saras», conclude Macciotta, «sono i contratti tra i più sensati che siano mai stati fatti dal Cipe. Ci metto insieme quello della Fiat in Basilicata, a Melfi. Anche questo, se coloro che gridano allo scandalo facessero un po? di conti, è costato moltissimo». Tra le altre iniziative positive il polo del divano tra Bari e Matera e il polo orafo di Napoli che fa la formazione professionale per mezza Italia, da Alessandria a Vicenza.

IL SINDACATO. «Ma la Fiat quanto costa ?»
«È una grande realtà industriale e va difesa» . I chimici: «Contiamo di più a livello nazionale».

CAGLIARI. «Tanto chiasso sulla Saras è un po? sospetto: perché la Fiat quanto è costata»? Il segretario generale della Cisl sarda, Mario Medde, non ha dubbi: la maggiore raffineria del Mediterraneo è tradizionalmente e storicamente un punto di riferimento importante per la Sardegna, anche rispetto a tante aziende che hanno carpito risorse e sono andate via. La Saras, al contrario, continua a rappresentare un bene produttivo che va assolutamente difeso per i lavoratori e per la Sardegna in generale».
A giudizio del segretario della Cisl i contratti di programma hanno sicuramente avuto un loro costo ma si tratta di un dibattito che dovrebbe essere stato superato visto che s?era iniziato agli inizi degli anni Sessanta. Allora si discuteva se fosse meglio indirizzare le risorse nel settore industriale o nel comparto agricolo da modernizzare. Poi le cose hanno avuto il loro corso e ora ci sono alcuni punti acquisiti: «Voglio fare una provocazione», afferma Medde, «pensiamo a quello che potrebbe accadere se anche questo investimento produttivo dovesse essere perso. Pensate, invece, a tutti quegli imprenditori che, dopo aver avuto le risorse, sono scappati. Ricordiamoci dei disastri che ha fatto l?Eni in Sardegna. Questi sono gli scandali». Medde nutre dei dubbi su «certe notizie gridate. Non vorrei che si nascondessero disegni occulti perché qui non è in discussione il fatto che la Saras abbia avuto tanti soldi dallo Stato. Gli investimenti e la competizione riguardano altri livelli di responsabilità». La stessa posizione viene dall?interno, dalla categoria dei chimici. Gianni Basciu, sindacalista della categoria, spiega: «L?azienda fa il suo mestiere e il suo interesse, è chiaro. Ma una cosa è sicura: ha sempre distribuito i soldi sul territorio. Prendiamo il Targas: ha dato lavoro a più di duemila persone mentre l?azienda chimica per la quale lavoro (l?Eni, Ndr), smantellava Villacidro e riduceva Macchiareddu». La Saras è un?azienda sarda – è la tesi del segretario dei chimici – ed è bene sottolineare che l?azienda dei Moratti paga le tasse (e tante) in Sardegna. Infine una nota tutta sindacale: «Grazie alla Saras noi chimici», afferma Gianni Basciu, «contiamo un po? di più a livello nazionale».

da L?Altravoce (www.altravoce.net), 21 gennaio 2007

Non c’è soltanto l’effetto serra. Dal cromo al benzene tutti i veleni sparsi dalla Saras. Carlo Manca

Non c’è solo il biossido di carbonio (CO2), responsabile del famigerato effetto serra. Le emissioni del complesso Saras a Sarroch – finito recentemente sotto il riflettore dei media appunto per i dati sull’anidride carbonica – comprendono tutta una serie di nomi che ai più non dicono nulla, ma che gli esperti conosco fin troppo bene. Si va dal monossido di carbonio agli ossidi di zolfo, dal cromo con i suoi composti agli ossidi di azoto, fino al più noto PM10, le piccolissime polveri sottili prodotte dalla combustione e responsabili di patologie dell’apparato respiratorio e cardio-circolatorio. I dati sono quelli raccolti dall’Eper, il registro europeo delle emissioni. Dati autocertificati: i controlli sulle emissioni sono infatti a carico prima di tutto degli stessi impianti; l’azione degli enti pubblici competenti arriva dopo, è in poche parole un controllo degli autocontrolli. C’è poi da notare che il registro europeo rileva 50 sostanze inquinanti, a patto che superino una soglia limite stabilita. Implicitamente, la presenza nel registro significa che questo limite è già stato superato, in caso contrario non ce ne sarebbe traccia.
Un po’ di numeri. Nell’ultimo rilevamento del 2004, la raffineria Saras occupa il secondo posto (su 80 stabilimenti censiti in Italia) per emissione nell’atmosfera di cromo e composti di cromo (2 tonnellate all’anno). Per quanto riguarda il PM10, su 31 stabilimenti censiti, è al terzo posto per quantità di emissioni annue con 275 tonnellate (al secondo posto c’è un’altra vecchia conoscenza dei sardi, lo stabilimento Alcoa di Portovesme). E ancora: il sesto posto (su 305 in Italia) per emissioni di ossidi di azoto con 4.430 tonnellate; il settimo per i composti organici volatili non metanici (1.890 tonnellate); l’ottavo per il benzene (20,40 tonnellate); l’11º per gli ossidi di zolfo (8.180 tonnellate); il 24º per emissione di monossido di carbonio con 1.330 tonnellate; il 36º (su 37 in Italia) per cloro e composti inorganici di cloro con 10,60 tonnellate emesse ogni anno. A questi vanno aggiunti gli scarichi diretti nelle acque: cadmio, cromo, nickel, rame, arsenico, benzene, cianuri, eccetera.
Senza contestare i dati assoluti, che per legge vengono forniti dagli stessi gestori degli impianti, la Saras rifiuta però di comparire ai primi posti tra le aziende inquinanti. «Il registro europeo non prende in considerazione la produzione di tutta una serie di stabilimenti italiani, come per esempio alcune grosse centrali elettriche», afferma Maria Teresa Bocchetta, responsabile delle relazioni esterne dell’azienda, di conseguenza neppure il totale delle emissioni nell’aria sarebbe realistico: «Per quanto riguarda l’anidride carbonica, non viene censito più del 42 per cento di ciò che viene immesso nell’atmosfera». Quindi la Saras contribuirebbe all’inquinamento atmosferico in percentuali molto inferiori a quelle indicate nel registro europeo.
L’azienda, del resto, sostiene di aver ridotto sensibilmente le emissioni negli ultimi anni. Stando ai dati disponibili questo è vero, ma solo in parte. La produzione di ossidi di zolfo, per esempio, che secondo le stime fatte dall’azienda in uno studio di impatto ambientale del 1994 (relative alla somma dell’impianto di produzione di energia elettrica, allora ancora da costruire e oggi in funzione, e della raffineria) sarebbe stata di 17.250 tonnellate per anno, era di 11.700 tonnellate nel 2001 e di poco più di 8.100 nel 2004. Un riduzione dovuta, sostiene la Saras, all’utilizzo di combustibili a minor contenuto di zolfo.
Ma accanto a una analoga (anche se quantitativamente minore) riduzione di ossidi di azoto e monossido di carbonio, sono aumentati rispetto al 2001 i dati di emissione del cromo e dei suoi composti (da 0,373 a 2 tonnellate), del nickel e dei suoi composti (da 2,13 a 2,82 tonnellate), del PM10 (da 230 a 275 tonnellate), e del benzene (da 19,40 a 20,40 tonnellate). C’è poi da notare che, a differenza di altre raffinerie italiane, la Saras non denuncia nessun dato come misurato, ma solo come calcolato o, come nel caso del benzene, stimato. Questo perché, come dicono dall’azienda, i dati sono frutto sia di misurazioni precise fatte ?a bocca di camino? (cioè al momento della emissione delle sostanze nell’aria) sia di stime.
Ma quali sono gli effetti dell’inquinamento atmosferico sulla salute dell’uomo? In linea generale, «sono sostanzialmente di due tipi», spiega Luigi Lai, medico cardiologo e attivista di Legambiente: «Per due terzi l’inquinamento dell’aria è responsabile di malattie cardiovascolari (infarti, ictus), mentre per un terzo è causa di malattie respiratorie e tumori, principalmente al polmone. In più vanno considerati gli effetti molto gravi sui bambini, effetti che possono arrivare a comprometterne in certi casi il corretto sviluppo». Si tratta, insomma, di sostanze tossiche. «Ma tutto dipende dalla loro concentrazione» dichiara Giampaolo Mura, docente del corso di laurea in Ingegneria Chimica dell’Università di Cagliari e anche lui di Legambiente. «Se il biossido di carbonio è responsabile dell’effetto serra ma non ha un effetto sanitario, il monossido di carbonio è un veleno pauroso, è la dolce morte causata per esempio dalle stufe difettose. Gli ossidi di zolfo possono causare asma e problemi respiratori, oltre ai danni ai materiali prodotti dalle piogge acide. I metalli pesanti provocano invece l’insorgenza di tumori, così come il benzene, uno dei cancerogeni più potenti». E il PM10 ? «Ha effetti negativi sulla salute, ma ancora peggiori sono quelli delle particelle più piccole, il cosiddetto PM2.5, che è capace di entrare direttamente nel sangue. Ma per le particelle più piccole non ci sono misurazioni». Secondo Mura, in ogni caso, lo stabilimento della Saras non è responsabile della qualità dell’aria di Cagliari (che occupa da anni la parte bassa delle classifiche, in particolare a causa dei superamenti dei limiti di PM10).
Ma non è detto che a Sarroch si sentano altrettanto tranquilli. Proprio qui l’amministrazione comunale ha commissionato uno studio, coordinato dal professor Annibale Biggeri dell’Università di Firenze, che tra le altre cose ha preso in considerazione i dati Istat sulla mortalità dal 1981 al 2001 e quelli sui ricoveri ospedalieri dal 2001 al 2003. I risultati di una prima analisi statistica sono stati pubblicati col nome di ?Rapporto Sarroch Ambiente e Salute?. Lo studio mostra una maggiore incidenza di patologie tumorali e respiratorie rispetto alla media regionale, ma «individuare una relazione di causa-effetto con le emissioni industriali nella zona è impossibile», dice Biggeri. La ricerca però, in attesa di conoscere tra qualche mese i risultati finali, prosegue.

(foto da mailing list ambientalista, la foto degli impianti Saras potete trovarla in uno dei precedenti articoli)

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Acqua azzurra, acqua chiara…si, ma non dappertutto !

26 Maggio 2007 Commenti chiusi


In sintesi, i dati sulla balneabilità delle acque in Italia. Quelli veri. Poi, fra un po’, arriverà Goletta Verde e il solito carnevale estivo condito con coliformi fecali e streptococchi…

Gruppo d’Intervento Giuridico

A.N.S.A., 25 maggio 2007

PROMOSSO IL 91,3% DELLE ACQUE COSTIERE.

ROMA – Il 91,3% delle acque costiere italiane sono balneabili, mentre il restante 8,7% non soddisfa i requisiti di balneabilità. E’ questo il dato principale dell’annuale rapporto sulle acque di balneazione che riporta i dati su 5.410 chilometri di coste controllate, presentato al ministero della Salute sulla base del monitoraggio gestito dalle agenzie Arpa e dalle aziende sanitarie. La Palma d’oro per la balneabilità va a Friuli Venezia Giulia (100%), Molise (98,1%), Toscana (98%), Liguria (97,6%), Basilicata ed Emilia Romagna (97,3%): sono queste infatti le regioni che hanno la percentuale più elevata di chilometri di costa controllati e balneabili rispetto alla lunghezza della costa. Al contrario, le regioni che hanno la maggiore percentuale di chilometri costieri non idonei alla balneazione sono il Lazio (21%) e la Campania (19,9%). Si tratta, rileva il ministero, di un “risultato importante” se confrontato con la situazione degli anni ’80, quando oltre un terzo delle coste italiane non risultava accessibile ai bagnanti perche’ inquinato. Complessivamente, afferma il ministero “il quadro nazionale appare molto rassicurante anche se si nota un lieve aumento della costa non balneabile (+1,15% in quasi tutte le regioni rispetto alla costa marina da controllare) rispetto allo scorso anno.

I risultati del rapporto si riferiscono a 52 mila 745 controlli su 5 mila 150 punti di prelievo marini, lacustri e pluviali. Le coste italiane occupano 7.375 chilometri di cui 4.941 sono balneabili e 468 vietati per inquinamento (il resto è inaccessibile per altri motivi). I dati, come di consueto, si riferiscono alle analisi del 2006. Il monitoraggio delle acque, precisa il ministero, “é continuo e per questo i sindaci dei comuni possono inibire la balneazione se i risultati, favorevoli in questo rapporto, diventano sfavorevoli”. Quanto al quadro nazionale, tra le regioni con più chilometri costieri non idonei alla balneazione figurano anche Veneto (10,8%) e Calabria (10,1%). Tutte le altre regioni sono al di sotto delle media nazionale di spiagge inquinate che è dell’8,7%.

ROMA E PALERMO BOCCIATE, 6 PROVINCE ‘TOP’.

ROMA – Sei province promosse a pieni voti, con il 100% delle acque costiere balneabili; quattro sono invece le peggiori, con la più alta percentuale di acque inquinate. La palma d’oro per la balneabilità va, dunque, a Lucca, Potenza, Ferrara, Udine, Gorizia e Trieste, mentre bocciate senza appello sono le province di Caserta (67,1% costa inquinata), Roma (44,7%), Palermo (21,6%) e Bari (19,9%). E’ questa la classifica stilata nel Rapporto sulle acque di balneazione 2007 del ministero della Salute. Tra le province che si distinguono per la buona qualità delle acque costiere anche Livorno (99,4%di costa balneabile), Ragusa e La Spezia (99,3%) e Taranto (99,1%). Le regioni ‘migliori’ risultano dunque Friuli (100% costa balneabile), Molise (98,1%), Toscana (98%), Liguria (97,6%), Basilicata ed Emilia Romagna (97,3%).

Le ‘peggiori’ sono invece Lazio (21% costa non balneabile) e Campania (19,9%). Nel dettaglio, i chilometri di costa italiana sottoposti a controllo sono 6.245 (7.375 sono i chilometri totali di lunghezza della costa italiana) di cui 4.941,4 sono risultati balneabili; 1.072 sono invece i chilometri che risultano non controllati, prevalentemente per le caratteristiche orografiche di inaccessibilità della costa stessa; 10 sono i chilometri non sufficientemente controllati; 468,5 sono i chilometri vietati alla balneabilità per inquinamento, di cui la gran parte è costituita da foci di fiume e 882,8 i chilometri di costa con divieto permanente di balneazione per motivi indipendenti dall’inquinamento. Un quadro insomma molto positivo, quello rilevato dal Rapporto ministeriale, anche se si nota un lieve aumento della costa non balneabile (+1,15%) in quasi tutte le regioni. Il che significa che se nel 2005 i chilometri di costa non balneabile per inquinamento erano 420,4, nel 2006 hanno raggiunto quota 468. I controlli italiani, rileva il ministero della Salute, “sono tra i più severi in Europa”, ma “nonostante ciò – è la conclusione positiva del Rapporto 2007 – la balneabilità delle nostre coste è da ritenersi tra le migliori in Ue, essendo superiore al 90% la conformità delle coste marine”.

(foto F.V., archivio GrIG)

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Variante di Is Molas e vendite sulla carta…a rischio e pericolo…


Dal sito www.ismolasresort.com si apprende che ville e villone dell?ampliamento del complesso di Is Molas sono pressoché in vendita. Si vende la pelle dell?orso prima di averlo ucciso. Ma l?orso, oggi, è protetto e la cosa è un po? complicata.

Spesso e volentieri per cercare di far passare un intervento speculativo di ingente volumetria gli investitori ritengono opportuno affidarsi a progettisti di chiara, anzi chiarissima, fama. I mattoni ed il cemento divengono, così, quasi leggiadri ed aerei. Centinaia di migliaia di volumetrie quasi si smaterializzano? E? quello che, forse, hanno pensato, fra le varie cose, i vertici del gruppo IMMSI s.p.a. (il finanziere Colaninno e soci) che, attraverso la controllata Is Molas s.p.a., si è rivolto al notissimo studio di progettazione Fuksass per rimettere mani alla lottizzazione con campo da golf di Is Molas, alle pendici dei Monti del Sulcis ed ai margini della più estesa foresta del Mediterraneo. La realtà appare un pochino diversa: nel corso del 2005, secondo notizie stampa, sarebbe stata convenzionata fra la Is Molas s.p.a. del gruppo IMMSI s.p.a. ed il Comune di Pula una variante al piano di lottizzazione ?Is Molas?. Detta variante, sempre secondo notizie stampa, sarebbe finalizzata alla realizzazione (progetto arch.ti Massimiliano e Doriana Fuksass) di un complesso alberghiero (cinque stelle, 80 stanze + 36 suites), nove residences (298 posti letto complessivi), sala congressi, centro commerciale, piscine, ristoranti, campi da golf per una volumetria complessiva di 428.000 metri cubi (128.000 metri cubi destinati a servizi comuni) su una superficie di 150 ettari ed un investimento complessivo di 130 milioni di euro in cinque anni.

Dopo gli esposti (25 settembre 2006 e 25 marzo 2007) delle associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d’Intervento Giuridico all?inizio di aprile 2007 è arrivata la Procura della Repubblica di Cagliari e la Polizia Giudiziaria per vederci chiaro sulla variante da centinaia di migliaia di metri cubi di volumetrie di Is Molas. Sembra proprio che gli ?zuccotti? di cemento, dall?ispirazione vagamente nuragica, disegnati dai preziosi programmi computerizzati di Fuksass per l?ampliamento di Is Molas del finanziere Colaninno dovranno aspettare un bel po?. Ricordano anche la casetta dei Teletubbies, ma c’è meno verde e non ci sono i conigli. Nemmeno i Teletubbies si sono visti, con grande delusione dei bimbi.

In questo giorni l?Assessorato regionale della difesa dell?ambiente ? Servizio S.A.V.I. ha confermato (nota prot. n. 15563 del 16 maggio 2007) che l?intero intervento in progetto dev?essere assoggettato al preventivo e vincolante procedimento di verifica preventiva – ?screening? finalizzato ad accertare se appare necessario dar luogo ad un vero e proprio procedimento di valutazione di impatto ambientale ? V.I.A. Così come richiesto in precedenza dal Ministero dell?ambiente, della tutela del territorio e del mare (nota GAB/2006/12129/MIX del 21 dicembre 2006). E così come richiesto dalle associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico con gli esposti del settembre 2006 e del marzo 2007.

Inoltre, in seguito all?esposto del settembre 2006, il Corpo Forestale e di Vigilanza Ambientale ? Servizio Ispettorato Ripartimentale di Cagliari (nota prot. n. 18474 del 20 marzo 2007) aveva comunicato che l?intervento immobiliare in progetto interessa in parte terreni con macchia mediterranea evoluta assimilabili a bosco (decreto legislativo n. 227/2001) percorsi dal fuoco in data 6 agosto 2000 che, quindi, sono tutelati con divieto di mutamento di destinazione per almeno 15 anni e divieto di edificazione per almeno 10 anni ai sensi dell?art. 10, comma 1°, della legge n. 353/2000 e successive modifiche ed integrazioni. Inoltre ?sono ? in corso di esecuzione gli adempimenti di polizia ambientale di competenza istituzionale?: vuol dire che è stato riscontrato lo svolgimento di lavori non autorizzati ? Non possiamo escluderlo e non ci vuole molto ad immaginarlo?

Ricordiamo che le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico hanno inoltrati due esposti (25 settembre 2006 e 25 marzo 2007) ai Ministeri dell?ambiente e dei beni culturali, al Presidente della Regione, agli Assessori dell?urbanistica, dei beni culturali e della difesa dell?ambiente, al Corpo forestale e di vigilanza ambientale, al Soprintendente per i beni ambientali di Cagliari, al Servizio tutela del paesaggio di Cagliari, al Sindaco di Pula e, per opportuna conoscenza, alla Commissione europea ed alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Cagliari riguardo la variante al piano di lottizzazione Is Molas, sulla quale gli amministratori locali nelle scorse settimane si sono espressi trionfalisticamente affermando l?avvenuta approvazione della suddetta variante con un??intesa? di carattere ?politico? fra Regione autonoma della Sardegna e Comune di Pula.

Alla luce degli ultimi avvenimenti appaiono piuttosto fuori luogo i toni trionfalistici usati dagli amministratori locali pulesi e dalla compagine imprenditoriale interessata.

L?area in argomento è tutelata con specifico vincolo paesaggistico (decreto legislativo n. 42/2004 e successive modifiche ed integrazioni). Nel piano paesaggistico regionale ? P.P.R., recentemente approvato con deliberazione Giunta regionale n. 36/7 del 5 settembre 2006, l?area appare ricompresa nell?ambito di paesaggio costiero n. 2 ?Nora? (art. 14 delle norme tecniche di attuazione) ed è classificata, pro parte, ?area naturale e sub-naturale?, ?aree ad utilizzazione agro-forestale? e ?insediamenti turistici?. Essendo comunque il Comune di Pula sprovvisto di piano urbanistico comunale ? P.U.C. definitivamente approvato ed in vigore, si applicano per tale ambito di paesaggio costiero le disposizioni cautelari provvisorie (art. 1 della legge n. 1902/1952 e successive modifiche ed integrazioni) di cui all?art. 15, comma 3°, delle norme tecniche di attuazione del P.P.R. inoltre, i progetti di interventi turistico-immobiliari e/o di trasformazione urbanistica di tali dimensioni devono essere sottoposti al preventivo e vincolante procedimento di verifica preventiva – ?screening? finalizzato ad accertare se appare necessario dar luogo ad un vero e proprio procedimento di valutazione di impatto ambientale ? V.I.A.

Non sembra proprio che tali ingenti volumetrie siano necessarie per rilanciare l?esistente struttura golfistica, a spese dell?ambiente e del paesaggio. Salvaguardia ambientale e turismo sostenibile non si fanno certamente con centinaia e centinaia di migliaia di metri cubi di cemento?..

Gruppo d?Intervento Giuridico e Amici della Terra

(foto da www.ismolasresort.com)
Riferimenti: Is Molas Resort

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Indice di gradimento del Poetto "ripasciuto".


Vox populi.
(la foto è stata scattata al Poetto, naturalmente)

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Nuovo esposto contro l’ "aliga" alla Sella del Diavolo !


Quanto recentemente dichiarato (fine aprile 2007) dal Comune di Cagliari in relazione all?avvenuta bonifica ambientale ed eliminazione dei rifiuti dalla Sella del Diavolo e da Cala Mosca purtroppo non corrisponde al vero.

Era il primo fondamentale intervento dell?accordo (4 aprile 2006) fra il sindaco di Cagliari Emilio Floris, le Autorità militari, i Dipartimenti universitari di botanica di Cagliari, Novara e Roma per svolgere itinerari turistici e ricerche scientifiche a Cala Mosca, sulla Sella del Diavolo, a Capo S. Elia. Il Comune, per l’attuazione del progetto, avrebbe investito 516 mila euro (fondi legge regionale n. 37/1998, art. 19) e ne dovrebbe investire altri due milioni di euro. Secondo quanto pubblicizzato dai mezzi di informazione, attualmente sarebbero già state effettuate bonifiche ambientali, sistemati cinque sentieri naturalistici, formate sei guide (con un corso universitario di 100 ore) già riunite in cooperativa per escursioni a pagamento e pubblicato l?immancabile libro (curato dai botanici universitari Mauro Ballero e Gerolamo Solina, ?La Sella del Diavolo, un paradiso sul Golfo degli Angeli”). Seguiranno punti informativi, depliants, ecc.

Pur non avendo minimamente coinvolta la Regione autonoma della Sardegna, che beneficerà del trasferimento dell?area al proprio demanio ai sensi dell?art. 14 dello statuto speciale (e che potrebbe decidere tutt?altra cosa), sarà naturalmente tutto vero, ma finora niente di quanto pubblicizzato è stato visto. Soprattutto lasciano increduli le cifre impegnate (oltre 2,5 milioni di euro) di fondi pubblici per interventi che dovrebbero costare molto di meno. La realizzazione ed il mantenimento del noto sentiero ambientale ed archeologico della Sella del Diavolo, promosso dalle associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico, sono costati finora circa 1.500 euro in quattro anni.

Le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico, tuttavia, sono state costrette a presentare al Comune di Cagliari, all?Assessorato regionale dei beni culturali, alla Soprintendenza per i beni ambientali ed il paesaggio, ai Carabinieri del N.O.E., all?Azienda USL n. 8 e, per opportuna conoscenza, alla competente Procura della Repubblica presso il Tribunale di Cagliari una nuova richiesta (esposto del 24 maggio 2007) per la bonifica ambientale dei numerosi cumuli di rifiuti (detriti, rottami, imballaggi, batterie di auto, ecc.) che, in crescente quantità, si ritrovano lungo la strada ? ora pare di pertinenza comunale ? che da Cala Mosca conduce allo stabilimento ?la Paillotte? (ex stabulario) e lungo il sentiero che conduce agli scogli del lato destro della Cala. La situazione appare ora critica anche sotto il profilo igienico-sanitario, soprattutto in piena stagione estiva e per i piccoli bagnanti, nel pieno di un sito che si pretende balneare e turistico.

La A.S.L. n. 8 ? Servizio igiene edilizia, urbanistica, ambienti confinati aveva già chiesto (nota prot. n. 10341 del 4 settembre 2006) alle pubbliche amministrazioni competenti (Comune di Cagliari, Regione autonoma della Sardegna) di effettuare la bonifica ambientale del costone di Cala Mosca, ponendolo in sicurezza e interdicendo l?accesso alle auto, nonché di interdire gli accessi veicolari alle piazzole sul mare e l?istituzione di un servizio di vigilanza contro gli abusi ambientali. Gli operatori della A.S.L. n. 8 ? Servizio igiene edilizia, urbanistica, ambienti confinati, durante il sopralluogo effettuato lo scorso 19 agosto, avevano verificato quanto già denunciato con esposto del 10 luglio 2006 dalle associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico, confermandolo pienamente: ?l?area compresa tra collina e strada ? è diventata un?area di deposito di rifiuti e materiali inerti derivanti da attività edili, anche recenti ? in vari punti il costone di roccia è instabile e le recinzioni poste a protezione non sembrano sufficienti ? verso il mare ci sono alcune piazzole cui è possibile accedere con le auto ? tali zone sono estremamente pericolose ? sono senza protezione? .

L?intera area è tutelata vincolo paesaggistico (decreto legislativo n. 42/2004 e D.M. 26 aprile 1965) ed in parte con vincolo idrogeologico (regio decreto n. 3267/1923 e successive modifiche ed integrazioni), individuata quale sito di importanza comunitario ? pSIC “S. Elia ? Cala Mosca ? Cala Fighera” (codice ITB002243), ai sensi della direttiva n. 92/43/CEE sulla salvaguardia degli habitat naturali e semi-naturali. L?area è, inoltre, individuata quale futura riserva naturale regionale “Capo S. Elia” (legge regionale n. 31/1989 ? allegato A) ed è attualmente in parte demanio militare ? ramo Esercito e ramo Marina, in parte demanio marittimo (artt. 822 e ss. cod. civ.), mentre la strada sopra citata pare trasferita alle competenze comunali.

In ogni caso l?abbandono ed il deposito incontrollato di rifiuti sul suolo, nel suolo, nelle acque superficiali e sotterranee sono vietati dall?art. 14 del decreto legislativo n. 22/1997 e successive modifiche ed integrazioni: il sindaco competente dispone con ordinanza a carico del trasgressore in solido con il proprietario e con il titolare di diritti reali o personali sull?area la rimozione dei rifiuti ed il ripristino ambientale. Trascorso infruttuosamente il termine assegnato, provvede d?ufficio l?amministrazione comunale in danno degli obbligati.

Gruppo d?Intervento Giuridico e Amici della Terra

(foto C.L., archivio GrIG)

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Epidemia di tumori in Italia.


Secondo una recente indagine, in Italia l’aumento dei tumori è a livelli da epidemia. Rispetto al passato, si registra un aumento preoccupante di casi di linfomi, leucemie, mesoteliomi, sia negli adulti che nei bambini, sopratutto nelle località vicine a stabilimenti industriali ma, anche, nei centri urbani congestionati dal traffico automobilistico, e sommersi dai veleni emessi dagli impianti di riscaldamento.

Gruppo d’Intervento Giuridico

da www.corriere.it del 24 maggio 2007
L’indagine del L’Espresso
«Crescita dei tumori a livello di epidemia»
Sempre di più i veleni che si disperdono nell’aria, nell’acqua e nel terreno: dal traffico all’inquinamento. Le angoscianti statistiche

ROMA – «In Italia la crescita dei casi di tumori è a livelli da epidemia». Così «L’Espresso», in un articolo che sarà pubblicato nel numero in edicola venerdì. Basta guardare i numeri «e confrontare i dati degli anni Ottanta con le analisi più recenti- segnala il settimanale- tra il 15 e il 20% in più i casi di linfomi e leucemie; i mesoteliomi che esplodono (più 37% nelle donne e più 10 negli uomini); poi la mammella (più 27), il cervello (tra l’8 e il 10), il fegato (tra il 14 e il 20)». Se si guarda ai bambini, «la statistica diventa angosciante- aggiunge l’Espresso- il confronto tra la fine degli anni Settanta e la fine degli anni Novanta mostra risultati spietati».
Usando come campione la Regione Piemonte, «si scopre un’impennata del 72% del neuroblastoma, del 49% nei tumori del sistema nervoso centrale, del 23% per le leucemie».

Dove aumentano i casi di cancro? «In tutta Italia- indica l’articolo- con una concentrazione micidiale in 54 aree che comprendono 311 comuni». Queste zone di crisi «disegnano una radiografia della Penisola avvelenata che corre da Pieve Vergonte, un paese all’ombra della fabbrica Enichem nel profondo Nord della provincia di Verbania, alla punta inferiore della Sicilia, con Gela e il suo petrolchimico voluto da Enrico Mattei per regalare un futuro industriale all’isola». Una «via Crucis che segna sempre nuove tappe, perchè traffico automobilistico e impianti di riscaldamento diffondono minacce crescenti nei centri urbani congestionati, perchè proliferano ovunque nuovi strumenti tecnologici di cui si ignorano i danni a lungo termine e perchè la devastazione dei suoli provocata da discariche clandestine immette nella catena alimentare sostanze nocive che finiscono sulla tavola degli italiani».

I VELENI – Addirittura, riferisce ‘l’Espresso’, secondo il ministero dell’Ambiente i veleni che si disperdono nell’aria, nell’acqua e nel terreno «partono da una galassia di 9 mila piccole Seveso, intorno alle quali rischiano la contaminazione dai sei agli otto milioni di abitanti». Ma l’onda lunga di questa contaminazione, «attraverso l’inquinamento delle falde che portano l’acqua nelle nostre case, della catena alimentare, delle nubi tossiche che si spostano coi venti, riguardano, di fatto, tutti noi». «Chi vive in una città inquinata ha un 25% di rischio in più di avere un tumore al polmone, chi fuma ha un rischio del 900% in più- sintetizza all’Espresso Annibale Biggeri, epidemiologo dell’Università di Firenze- tuttavia, al traffico e all’inquinamento siamo esposti tutti e quindi, benchè il rischio individuale sia basso, l’impatto dell’inquinamento sulla salute pubblica è tutt’altro che irrilevante. E contrariamente al fumo è anche involontario».

Secondo le stime di Paolo Crosignani, epidemiologo dell’Istituto dei tumori di Milano, nel capoluogo lombardo «dei circa 900 tumori al polmone all’anno, più di 200 sono da attribuire alle polveri generate dal traffico e dai riscaldamenti- riferisce l’Espresso- ma il rapporto più allarmante è stato presentato l’anno scorso dall’Ufficio ambientale dell’Organizzazione mondiale della sanità di Roma, che nelle 13 città più grandi d’Italia ha stimato 8 mila morti all’anno per gli effetti cronici dell’inquinamento atmosferico, di cui una parte non irrilevante viene giocata dai tumori ai polmoni (750 casi all’anno) e alle vie respiratorie, leucemie da benzene e linfomi».

ONDE ELETTROMAGNETICHE – Ce n’è anche per le onde elettromagnetiche. «L’aumento delle leucemie infantili potrebbe essere collegato all’esposizione cronica ai campi elettromagnetici, sia a quelli ad alta frequenza dei ripetitori radiofonici e televisivi, sia a quelli a 50 Hertz delle linee elettriche- scrive l’Espresso- il condizionale, in questo caso, è d’obbligo». Per verificare questa ipotesi Pietro Comba, direttore del reparto di Epidemiologia ambientale dell’Istituto superiore di sanità, «sta conducendo uno studio su 354 abitanti di Longarina (Ostia Antica) le cui case distano meno di cento metri da un elettrodotto- riferisce il settimanale- una prima parte dell’analisi ha riscontrato un piccolo aumento di tumori, sia leucemie, al pancreas e allo stomaco, nella popolazione più vicina alla linea elettrica». Fra qualche mese saranno disponibili anche i dati sugli altri disturbi. E passando ai campi ad alta frequenza, «qualche sospetto aleggia anche sull’uso intensivo dei telefonini, sospettati dei tumori al cervello, al nervo acustico e alle ghiandole salivari, e sui quali è in corso lo studio Interphone, coordinato dall’Agenzia del cancro di Lione e di cui si aspettano i risultati per la fine dell’anno».

AREE A RISCHIOAree siderurgiche e chimiche, porti e raffinerie: qui si concentrano gli eccessi di mortalità per malattie respiratorie, per tumori alla laringe e ai polmoni, al fegato, alla vescica, leucemia e linfomi, riferisce l’articolo. «Lo raccontano gli studi sempre più numerosi sulle acciaierie di Genova, Piombino e Taranto, sui petrolchimici siciliani di Gela, Priolo e Augusta- elenca il settimanale- così come sulle raffinerie di Sarroch, Porto Torres e Portoscuso in Sardegna». La mappa d’Italia »si riempie di zone rosse- si legge nell’articolo- alcune retaggio di scelte industriali che appartengono al passato, altre invece ancora attive». Quante? «Le aree critiche destinate alle bonifica, sono 54 a livello nazionale, per un totale di 311 comuni- elenca Comba all’Espresso- a queste si aggiungono migliaia di altri siti che compongono una fitta geografia del rischio, fatta soprattutto da impianti chimici, siderurgici, discariche e siti di produzione dell’amianto». La faccenda «è terribilmente complicata- riconosce l’Espresso- anche dal fatto che, in genere, il tumore colpisce decenni dopo l’esposizione pericolosa, e questo non facilita il lavoro». Il caso esemplare è l’amianto, «che può provocare il mesotelioma quarant’anni dopo- spiega Benedetto Terracini, decano degli epidemiologi ambientali e direttore di Epidemiologia & Prevenzione- l’Italia, pur avendo bandito nel 1992 questa fibra, continua ad avere un migliaio di morti l’anno». Secondo il Registro nazionale mesoteliomi, i morti dovrebbero cominciare a calare fra cinque-dieci anni, ma dal 1970 a oggi l’amianto ha falciato almeno 30 mila vite, conclude l’Espresso.

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da L’Espresso (versione integrale), 24 maggio 2007

Sos cancro. di Luca Carra e Daniela Minerva

Leucemie. Tumore al polmone, seno, colon, fegato… I malati in Italia sono aumentati in 20 anni del 10, 20, 40 per cento. Ecco tutte le cifre. La mappa delle zone più esposte e le cause.

C’è la percezione comune, quella che li registra in crescita costante senza riuscire a dare una spiegazione. E ci sono gli specialisti, quelli che cercano di evitare il panico e offrono lunghe dissertazioni tecnico-statistiche per definire quello che sta accadendo. Ma i dati raccolti da ‘L’espresso’ non lasciano dubbi sulla realtà: in Italia la crescita dei casi di tumori è a livelli da epidemia.

Basta guardare i numeri e confrontare i dati degli anni Ottanta con le analisi più recenti. Tra il 15 e il 20 per cento in più i casi di linfomi e leucemie; i mesoteliomi che esplodono (più 37 per cento nelle donne e più 10 negli uomini); poi la mammella (più 27), il cervello (tra l’8 e il 10), il fegato (tra il 14 e il 20).

Se si guarda ai bambini, la statistica diventa angosciante: il confronto tra la fine degli anni Settanta e la fine degli anni Novanta mostra risultati spietati. Usando come campione la Regione Piemonte, si scopre un’impennata del 72 per cento del neuroblastoma, del 49 per cento nei tumori del sistema nervoso centrale, del 23 per cento per le leucemie. Una contabilità terribile, resa meno drammatica solo dai migliori risultati nelle guarigioni, grazie alla diagnostica precoce e alle terapie. Questi i numeri, presentati nel grafico alle pagine 32 e 33. Ma se si analizza l’avanzata del male con i meccanismi d’inchiesta bisogna porsi altre due domande, dove e perché, che aprono scenari ancora più inquietanti. Dove aumentano i casi di cancro? In tutta Italia, con una concentrazione micidiale in 54 aree che comprendono 311 comuni. Nella mappa tracciata da ‘L’espresso’ queste zone di crisi disegnano una radiografia della Penisola avvelenata che corre da Pieve Vergonte, un paese all’ombra della fabbrica Enichem nel profondo Nord della provincia di Verbania, alla punta inferiore della Sicilia, con Gela e il suo petrolchimico voluto da Enrico Mattei per regalare un futuro industriale all’isola.

C’è la percezione comune, quella che li registra in crescita costante senza riuscire a dare una spiegazione. E ci sono gli specialisti, quelli che cercano di evitare il panico e offrono lunghe dissertazioni tecnico-statistiche per definire quello che sta accadendo. Ma i dati raccolti da ‘L’espresso’ non lasciano dubbi sulla realtà: in Italia la crescita dei casi di tumori è a livelli da epidemia.

Basta guardare i numeri e confrontare i dati degli anni Ottanta con le analisi più recenti. Tra il 15 e il 20 per cento in più i casi di linfomi e leucemie; i mesoteliomi che esplodono (più 37 per cento nelle donne e più 10 negli uomini); poi la mammella (più 27), il cervello (tra l’8 e il 10), il fegato (tra il 14 e il 20).

Se si guarda ai bambini, la statistica diventa angosciante: il confronto tra la fine degli anni Settanta e la fine degli anni Novanta mostra risultati spietati. Usando come campione la Regione Piemonte, si scopre un’impennata del 72 per cento del neuroblastoma, del 49 per cento nei tumori del sistema nervoso centrale, del 23 per cento per le leucemie. Una contabilità terribile, resa meno drammatica solo dai migliori risultati nelle guarigioni, grazie alla diagnostica precoce e alle terapie. Questi i numeri, presentati nel grafico alle pagine 32 e 33. Ma se si analizza l’avanzata del male con i meccanismi d’inchiesta bisogna porsi altre due domande, dove e perché, che aprono scenari ancora più inquietanti. Dove aumentano i casi di cancro? In tutta Italia, con una concentrazione micidiale in 54 aree che comprendono 311 comuni. Nella mappa tracciata da ‘L’espresso’ queste zone di crisi disegnano una radiografia della Penisola avvelenata che corre da Pieve Vergonte, un paese all’ombra della fabbrica Enichem nel profondo Nord della provincia di Verbania, alla punta inferiore della Sicilia, con Gela e il suo petrolchimico voluto da Enrico Mattei per regalare un futuro industriale all’isola.

Secondo le stime di Paolo Crosignani, epidemiologo dell’Istituto dei tumori di Milano, nel capoluogo lombardo dei circa 900 tumori al polmone all’anno, più di 200 sono da attribuire alle polveri generate dal traffico e dai riscaldamenti. Ma il rapporto più allarmante è stato presentato l’anno scorso dall’Ufficio ambientale dell’Organizzazione mondiale della sanità di Roma, che nelle 13 città più grandi d’Italia ha stimato 8 mila morti all’anno per gli effetti cronici dell’inquinamento atmosferico, di cui una parte non irrilevante viene giocata dai tumori ai polmoni (750 casi all’anno) e alle vie respiratorie, leucemie da benzene e linfomi. E per difendersi da cancerogeni come il benzene e al formaldeide non vale la regola di chiudersi in casa, anzi. Da uno studio condotto da Salvatore Tirendi del Joint Research Commission di Ispra, emerge infatti che le concentrazioni di questi veleni aumentano dentro agli edifici. In particolare la formaldeide ha concentrazioni indoor sette, otto volte superiori, essendo presente nei truciolari dei mobili, nella carta e in molti oggetti domestici.

Per questo, sigarette e diete eccessivamente carnivore non bastano a spiegare l’epidemia.”I nuovi casi aumentano costantemente da cinquant’anni”, spiega Renzo Tomatis, che ha diretto l’Agenzia del cancro di Lione (Iarc) dal 1982 al 1993, e che ora presiede l’Associazione internazionale medici per l’ambiente (Isde): “Quelli dei bambini soprattutto, crescono di più dell’1 per cento all’anno. I tumori con una forte componente ambientale superano il 50 per cento del totale”. A Tomatis si deve il vasto programma di ricerca dello Iarc, che ha passato in rassegna centinaia di sostanze, eleggendone circa 400 al ruolo più o meno certo di cancerogeno ambientale. Così abbiamo scoperto il collegamento tra pesticidi, che entrano nella catena alimentare di tutti, e tumori della mammella, del sistema nervoso centrale, del pancreas, di linfomi, sarcomi e leucemie. “Quattrocento sostanze note sono un’inezia, se pensiamo che le sostanze chimiche oggi in circolazione sono circa 60-70 mila, di cui sappiamo ben poco”, continua Tomatis.

E non c’è solo l’inquinamento chimico: Sappiamo che le radiazioni sono collegate pressoché a tutti i cancri: dalla mammella allo stomaco, al colon, ai linfomi e leucemie. Non solo: l’aumento delle leucemie infantili potrebbe essere collegato all’esposizione cronica ai campi elettromagnetici, sia a quelli ad alta frequenza dei ripetitori radiofonici e televisivi, sia a quelli a 50 Hertz delle linee elettriche. Il condizionale, in questo caso, è d’obbligo. Quindici anni di studi hanno visto un’altalena di risultati positivi e negativi che hanno portato alla disperazione anche i ricercatori più combattivi. Tuttavia, almeno per quanto riguarda i campi magnetici a bassa frequenza qualche certezza c’è: uno studio che ha messo insieme tutte le ricerche suggerisce un collegamento tra i campi e la leucemia, infantile e non, le malattie neurodegenerative e riproduttive, e l’alterazione di parametri immunitari e cardiaci. Per verificare questa ipotesi Pietro Comba, direttore del Reparto di epidemiologia ambientale dell’Istituto superiore di sanità, sta conducendo uno studio su 354 abitanti di Longarina (Ostia Antica) le cui case distano meno di cento metri da un elettrodotto. Una prima parte dell’analisi ha riscontrato un piccolo aumento di tumori, sia leucemie, al pancreas e allo stomaco, nella popolazione più vicina alla linea elettrica. Fra qualche mese saranno disponibili anche i dati sugli altri disturbi.

E passando ai campi ad alta frequenza, qualche sospetto aleggia anche sull’uso intensivo dei telefonini, sospettati dei tumori al cervello, al nervo acustico e alle ghiandole salivari, e sui quali è in corso lo studio Interphone, coordinato dall’Agenzia del cancro di Lione e di cui si aspettano i risultati per la fine dell’anno.

Lo abbiamo detto: districarsi tra le mille cause di ogni singolo tumore è una faccenda a oggi irrisolta. E per anni l’inquinamento è rimasto in secondo piano, per ragioni anche schiettamente scientifiche: “Associare un certo tipo di inquinamento a un tumore è difficilissimo, perché in genere gli inquinanti sono diluiti e poco misurabili”, spiega Stefano Rosso, del Centro di prevenzione oncologica di Torino: “Ecco perché i dati più solidi provengono dalle esposizioni professionali, come nel caso del petrolchimico di Porto Marghera, dove non solo la scienza, ma anche il tribunale ha riconosciuto un legame fra il cloruro di vinile monomero prodotto nell’impianto e gli angiosarcomi del fegato”. Di fatto, gli studi eseguiti su località simbolo, come Marghera o la stessa Seveso, sono la trincea dove, grazie alla concentrazione di inquinanti e a popolazioni ristrette, si riesce a identificare almeno un fattore di rischio e a provarne la cancerogenità. Questi siti bomba, come le discariche della Campania ad esempio, sono vere e propri laboratori di tossicologia e quanto si scopre lì può poi servire a capire qualcosa di più su scala nazionale.

Perché ci possono essere mille motivi per cui a Mauro Mocci, medico di famiglia cinquantunenne di Civitavecchia, è venuto un cancro alla laringe. Certo non per il fumo, perché il dottore non ha mai messo in bocca una sigaretta. Chissà, forse la lotteria di qualche mutazione genetica ha facilitato quel tumore in gola. O magari c’entra il fatto di vivere a Civitavecchia, fra il porto, il cementificio e le centrali dell’Enel, che con 7 mila megawatt di produzione termoelettrica hanno rappresentato per molto tempo il polo energetico più grande d’Europa. Con 52 mila tonnellate di ossidi di zolfo e quasi 3 mila tonnellate di polveri pompate fuori dagli altissimi camini, fino a Roma.

Sta di fatto che il dottor Mocci, ancora prima del suo tumore, qualche sospetto l’ha avuto osservando i crescenti casi di asma nei bambini e negli adulti. Sospetti confermati dai recenti studi epidemiologici del gruppo della Asl Roma-E di Carlo Perucci e Francesco Forastiere, che a Civitavecchia e dintorni ha trovato un eccesso di tumori al polmone e alla pleura. Ma anche asma e insufficienza renale, ricondotta all’inquinamento da arsenico, cromo, cadmio e mercurio di origine industriale.

Aree siderurgiche e chimiche, porti e raffinerie: qui si concentrano gli eccessi di mortalità per malattie respiratorie, per tumori alla laringe e ai polmoni, al fegato, alla vescica, leucemia e linfomi. Lo raccontano gli studi sempre più numerosi sulle acciaierie di Genova, Piombino e Taranto, sui petrolchimici siciliani di Gela, Priolo e Augusta, così come sulle raffinerie di Sarroch, Porto Torres e Portoscuso in Sardegna. Ed ecco che la mappa d’Italia si riempie di zone rosse. Alcune retaggio di scelte industriali che appartengono al passato, altre invece ancora attive. Quante? “Le aree critiche destinate alle bonifica, sono 54 a livello nazionale, per un totale di 311 comuni”, elenca Pietro Comba: “A queste si aggiungono migliaia di altri siti che compongono una fitta geografia del rischio, fatta soprattutto da impianti chimici, siderurgici, discariche e siti di produzione dell’amianto”.

In Campania, fra Napoli e Caserta, dove uno studio dell’Oms, Istituto superiore di sanità e Cnr di Pisa ha riscontrato nelle popolazioni a ridosso delle discariche abusive gestite dalla camorra, eccessi di mortalità per tumori al polmone, fegato e stomaco: il rischio per alcune malformazioni alla nascita superiore dell’80 per cento la media regionale. Fabrizio Bianchi, responsabile del Programma Ambiente del Cnr che ha firmato l’impressionante studio campano, commenta: “I risultati sono sufficienti per intervenire con piani di risanamento”.

La dottoressa Gloria Costani, che ha in cura un numero straordinario di malati di sarcoma dei tessuti molli, i piani di risanamento li ha visti lì nelle terre del petrolchimico che si affaccia sui laghi di Mantova. Le bonifiche risalgono agli anni Novanta, e oggi le cose vanno un po’ meglio: non c’è più il cloro soda come a Marghera, e l’inceneritore butta fuori un po’ meno diossina che in passato. Ciò non toglie che chi abitava nel raggio di due chilometri dal camino della Enichem aveva un rischio di sarcoma 30 volte superiore. Lo studio lo ha firmato il medico del lavoro Paolo Ricci, direttore dell’Osservatorio epidemiologico, che ha appena concluso una nuova ricerca insieme al Registro tumori del Veneto sui sarcomi dei tessuti molli nella provincia di Venezia, dove tra Marghera e dintorni esistono 33 inceneritori tra industriali, ospedalieri e civili. Risultato: il rischio di sarcoma aumenta con il crescere dell’esposizione alla diossina, per arrivare a un massimo di rischio nella tranquilla cittadina di Dolo, sulla riviera del Brenta, perché il regime dei venti fa ricadere al suolo molti inquinanti proprio da quelle parti.

La faccenda è terribilmente complicata: anche dal fatto che, in genere, il tumore colpisce decenni dopo l’esposizione pericolosa, e questo non facilita il lavoro. “Il caso esemplare è l’amianto, che può provocare il mesotelioma quarant’anni dopo”, spiega Benedetto Terracini, decano degli epidemiologi ambientali e direttore di ‘Epidemiologia & Prevenzione’: “L’Italia, pur avendo bandito nel 1992 questa fibra, continua ad avere un migliaio di morti l’anno”. Secondo il Registro nazionale mesoteliomi, i morti dovrebbero cominciare a calare fra cinque-dieci anni, ma dal 1970 a oggi l’amianto ha falciato almeno 30 mila vite.

Che fare? Il ministero della Salute sta pensando a un programma di interventi. Ma la bonifica delle sorgenti di veleni più pericolose sarà costosa: se ne contano 13 mila. E servirebbero 25 miliardi di euro: 500 euro a testa. Una tassa per la speranza.

(nell’immagine si possono intravedere gli stabilimenti della SARAS di Sarroch – foto C.B., archivio GrIG)

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Consiglio regionale, 103 milioni di euro all?anno, senza controlli. Rabbia.


La massima Istituzione elettiva sarda, il ?parlamento? isolano, costa la bellezza di 103 milioni di euro per il 2007. Costano gli ?onorevoli? regionali, costano i dipendenti (pur ignorandone gli stipendi), costano le onorevoli pensioni. E i costi lievitano: + 41 % in sette anni. Gli incrementi più lievi dal 2004, forse determinati dall?austerità del Presidente della Regione Soru. Il solito ?dittatore? Soru. Quello di cui non si rendono conto nei ?palazzi? della politica romana o cagliaritana è la nuova marea di rabbia montante, istintiva, ?di pancia?, di strati sempre più vasti della popolazione contro quelle che vengono vissute come situazioni di vero e proprio ingiusto privilegio. Non è ?odio di classe? d?antan, è rabbia interclassista, trasversale e spesso meritocratica. Rabbia che sale verso ?i politici? e tutto quanto viene ritenuto a loro connesso: ?esperti?, consulenti, portaborse, addetti a qualcosa. Assunti direttamente, per cooptazione del ?sistema?. Peggio ancora, quando misteriosamente ?sparisce? qualsiasi visibilità all?indicazione dello svolgimento di prove selettive o concorsuali: nasce molto più che un sospetto. Quando poi divengono conosciuti i prescelti, dal sospetto si passa apertamente alla rabbia e all?invettiva. La rabbia oggi sale in particolare in chi si è sacrificato, ha studiato, si è laureato, si è specializzato e ? illuso ? sperava di farsi strada soltanto per la propria preparazione, per il proprio lavoro. Perché ?esiste la meritocrazia?. Invece si accorge, nei vari campi, che ?mani pulite? è stato un ciclone giudiziario, tanto forte quanto avversato. Quanto oggi quasi dimenticato. E tanti di questi, magari con il loro inutile ?master? in tasca, stringono i denti in un call center in attesa di tempi migliori. Ne conosco più d?uno. E a loro non basta, sotto elezioni, essere imbonìti dal paladino di turno dei precari. Magari assiso, a qualche titolo, nel medesimo augusteo “palazzo”. Non è più epoca di facili tribuni della plebe. Alle tante persone comuni ed oneste questo malcostume disgusta. L?interesse su questi temi è molto più alto di quello su argomenti come la ?democrazia violata?, su cui si scaglia magari il docente universitario amorevole verso la propria prole e ignaro che il suo Rettore è Magnifico da un tempo immemorabile. Potere cristallizzato che regna qual bonus pater familias sul sapere e sulla relativa elargizione. A pagamento. Ed è già qui, nelle aule universitarie, che i primi ?germi? della futura ?rabbia? hanno il loro, a tratti tranquillo ed a tratti magmatico, ?brodo di coltura?. Questa ?rabbia? è destinata a crescere, ma pochi se ne sono accorti. Tranquilli, se ne accorgeranno e non sarà un disegno ?fumettaro? ad annunciarlo?..

Stefano Deliperi

da L?Altravoce (www.altravoce.net), 23 maggio 2007

Lo scandalo del Consiglio d’oro. Costa 103 milioni di euro, il 40 per cento in più dal 2001. Giorgio Melis

Sapete quanto costa all’anno ciascun consigliere regionale a ogni sardo, compresi pensionati, ottuagenari, bambini e neonati ? Appena 64 euro all’anno, circa 120mila delle vecchie lirette. Una bazzecola: all’apparenza. Ma moltiplicato per un milione 600 anime nuragiche, arriviamo a quasi 103 milioni di euro, oltre 200 miliardi di lire.
Cifra enorme, per mantenere i nostri 85 onorevoli e il personale dell’assemblea ? Sembrerebbe di no, con la girandola di miliardi che ruotano attorno al pianeta Regione. E invece sono tanti, uno sproposito. Per alcuni ottimi, anzi pessimi, motivi. Neanche dieci anni fa, bastava l’equivalente di cento miliardi (di lire) per far marciare (al rallentatore) il parlamentino. C’è stato quasi un raddoppio. Giusto per rimanere agli anni recenti, nel 2001 era costato 73 milioni di euro. Per il 2007 si è toccata quota 103 milioni: trenta in più del 2006. Un aumento in sette anni del 41 per cento, una media del sei per cento annuo, mentre il tasso di inflazione era della metà e anche meno. Ci sono raffronti che rendono ulteriormente scandalosi questi numeri. Ogni consigliere regionale costa 1,2 milioni di euro alla collettività sarda. Ogni deputato poco di più, 1,49 milioni (totale: 750 milioni per 630 rappresentanti di Montecitorio) e ogni senatore 1,67 (totale: 527 milioni per 315 eletti a Palazzo Madama). Con una differenza abissale. Camera e Senato svolgono un’attività spalmata su un Paese di 60 milioni di abitanti, hanno impegni e doveri di rappresentanza nel mondo, una burocrazia privilegiata ma di alto rango professionale, devono curare palazzi storici con oneri enormi. E la vita a Roma, per gran parte dei parlamentari trasfertisti, costa molto più che a Cagliari per due terzi dei consiglieri che risiedono in città o provengono dal resto dell’isola.
Il costo procapite dei consiglieri, che operano su base regionale, dovrebbe essere di molto inferiore a quello di senatori e deputati: invece la differenza è minima. A conferma che il costo del palazzo di via Roma non è solo eccessivo ma intollerabile. L’odore dei (troppi soldi) che vi circolano manda sempre un sentore sempre insostenibile e impunito. Anche perché solo pochissimi, fra i tanti consiglieri che abbiamo interpellato nei precedenti servizi mostra qualche sensibilità e l’urgenza di ridurre uno scialo indecente mentre il livello delle povertà cresce in tutta l’Isola.

Se a Roma si comincia a tremare, Cagliari se la dorme e se la gode.

Nessuna iniziativa per rispondere all’insofferenza popolare, sempre alta ma ora al picco del rigetto, è stata non presa ma neanche discussa dalla presidenza del Consiglio. Tout va bien, madame la marquise: prendi i soldi, porta a casa e chissenefrega di chi protesta. Il muro di gomma rintuzza l’indignazione che col tempo e per stanchezza rinuncia a farsi sentire, ogni volta frustrata. Ma il vento comincia a cambiare e soffia di nuovo un risentimento di massa contro i costi di una politica di nuovo delegittimata, autoreferenziale, arrogante, che ci confeziona e ci impone anche i candidati designati da venti persone in tutta Italia e che gli elettori non possono neanche scegliere in una lista aperta. Il troppo stroppia e l’allarme-denuncia del libro subito bestseller di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella (?La casta. Come i politici italiani sono diventati intoccabili?), l’allarme lanciato da D’Alema e ribadito da Sergio Romano sul Corriere della Sera, sono piombati come un macigno nella scena italiana, moltiplicando i cerchi concentrici che hanno messo sul chi vive la politica.

Sfiducia nel Parlamento al 70 per cento: e per il Consiglio sardo come va ?

I sondaggi di Ilvo Diamanti su Repubblica (domenica) e di Renato Mannheimer sul Corriere (ieri) ha dato convergenti e conclusivi risultati sul gradimento del Parlamento e dei politici. La sfiducia ha raggiunto punte del 70 per cento (sotto sono solo le banche), l’insofferenza e il ?menefreghismo disprezzante? (definizione di Giuseppe De Rita, fondatore del Censis) sono cresciuti in misura esponenziale. Fino a far temere che abbiano ragione D’Alema e Sergio Romano (ma anche molti leaders che convengono sull’allarme) che domenica hanno evocato la possibilità di un rigetto popolare in grado di provocare un nuovo collasso della politica come nel 1992, all’implosione di Tangentopoli per il ciclone Mani Pulite.
Ieri è intervenuto Fausto Bertinotti, per il quale il rischio «è già in atto», ed ha invocato riforme e radicali interventi sui costi della politica: crescendo, «alimentano la sfiducia dei cittadini». Anche il governo, che pure aveva tagliato del dieci per cento le indennità dei ministri, ha in animo di proporre un provvedimento organico per limitare le spese della politica. Il ministro Santagata chiederà che le indennità parlamentari siano depurate di quelle accessorie (esentasse) e portate a massino di 6-7 mila euro mensili certi, con taglio dei vitalizi e delle pensioni d’oro. Ci sono proposte anche più radicali, che riguardano gli appannaggi per i vari livelli della rappresentatività politica (regionali, provinciali, comunali e circoscrizionali), che assieme alle società miste pubblico-private hanno enormemente dilatato il ceto politico e l’enorme prelievo di denaro pubblico, in aggiunta ai rimborsi elettorali senza controllo. Tutta una serie di misure che abbiamo caldeggiato da tempo su questo giornale, con qualche risposta positiva e un compatto muro di silenzio e indifferenza da parte della massa dei consiglieri e dei politici sardi. Soldi ben spesi e pochini davvero sarebbero da investire per misurare il gradimento della nostra assemblea e delle altre dove si è sviluppato enormemente un professionismo politico avido e senza altra motivazione che guadagni indebiti. Se il Parlamento non va oltre un 30 per cento di consenso, quello del nostro parlamentino sarà probabilmente anche inferiore. Quotidiani, tv e imprenditori privati sardi finanzino questa ricerca, visto che il pubblico trova soldi per ogni causa ma si guarda bene dal testare gli umori dei cittadini.

Grande scialo e impennata dei costi, dal 2001 al 2003 nel Consiglio d’oro.

E torniamo dunque al nostro palazzo dorato-fumé del Consiglio regionale. Quest’anno il bilancio fa segnare un lievissimo aumento: appena trecentomila euro in più rispetto al 2006, a quota 102 milioni 900 mila euro. Non è un caso. E’ che i segnali sono arrivati, anche con le ripetute e vaste proteste e la raccolta di firme per una legge di iniziativa popolare (prontamente insabbiata) per dimezzare le indennità dei consiglieri. Sforare ancora oltre i 102 milioni 600 mila euro del 2006 dev’esser parso rischioso e si è pigiato sul freno. Come era già avvenuto nel 2004 e 2005, con incrementi limitati, benché i consiglieri fossero passati da 80 a 85. Insomma, c’è stata una svolta virtuosa , e bisogna renderne merito, dall’inizio della legislatura: forse influenzata e nel segno dell’austerità adottata da Renato Soru alla Regione. Ma non basta aver bloccato la deriva dello scialo precedente, davvero clamoroso. Sarà pura, dannata e sfortunata coincidenza, ma le impennate pazzesche nel costo del Consiglio sono coincise con gli anni del malgoverno del centrodestra alla Regione e del Consiglio, sotto la presidenza dell’ineffabile Efisio ?Moro Seduto? Serrenti. Dal 2001 al 2004, il Consiglio è passato da un costo di 73 a 99 milioni di euro, un salto di 26 milioni che grida vendetta. Purtroppo nessuno può legalmente invocarla perché il Consiglio è autogestito e sfugge ad ogni controllo della Corte dei conti o di altre istituzioni. Ma per essere credibili, gli eredi in carica di quella voragine finanziaria dovrebbero istituire una commissione d’inchiesta interna per spiegare ai sardi come è potuta accadere e dove sono finiti i fondi di quell’innalzamento tellurico in tre anni. L’assemblea è tenuta a dare spiegazioni ai sardi. Ma forse non si troverà un solo consigliere disposto a chiederle per conto dei cittadini e nessuno diventerà una biblica statua di sale per essersi voltato a fissare quel saccheggio recente.

La parte del leone a consiglieri e dipendenti, più i gruppi: 85 milioni di euro.

Nei prossimi giorni vedremo nel dettaglio e nel trend degli ultimi anni le voci del bilancio consiliare. Per il momento limitiamoci ai grandi numeri di quest’anno. La parte del leone la fanno i dipendenti, che incidono per quasi 42 milioni di euro: 34 milioni 903 mila per quelli in servizio e sette milioni per quelli in quiescenza. Ci sono trattamenti specie pregressi di enorme favore, appetibili da grandi dirigenti industriali.
Se Giacomo Spissu si lasciasse convincere dalla furente richiesta di trasparenza che viene dai cittadini, pubblicherebbe su internet e distribuirebbe l’elenco con le retribuzioni non solo dei consiglieri ma anche di tutti i dipendenti. Sono soldi pubblici su cui abbiamo il diritto di sapere tutto soprattutto perché sfuggono interamente al controllo istituzionale e sociale. Chissà che Spissu, il muto di Sassari, e altri dell’ufficio di presidenza non avvertano che i sardi non accettano più questa opacità omertosa che il Parlamento nazionale ha da tempo cancellato.
La seconda grande voce di spesa sono naturalmente i consiglieri. Quelli in carica costeranno 22 milioni e 895 mila euro, quelli cessati dal mandato 16 milioni 750 mila euro. Per un totale di oltre 39 milioni di euro. Altra voce pesante e molto controversa le erogazioni ai gruppi consiliari: cinque milioni 860 mila euro, che in gran parte servono a finanziare i partiti e i singoli senza alcun controllo. C’è una chicca, infine, tralasciando altre voci. Diminuisce costantemente e si è ridotto a soli 50 mila euro lo stanziamento per il difensore civico. Dovrebbe essere e non è mai potuto diventare l’ombudsman scandinavo, il tutore dei cittadini. È significativo, quasi una metafora coerente, dell’andazzo che domina nella casa dorata di via Roma.

24 maggio 2007

Consiglio, todos onorevoles, 160 dipendenti di lusso. Reddito medio: 110mila euro. Giorgio Melis

Todos onorevoles nel Consiglio regionale: dorato per gli eletti, quasi platinato per i 160 dipendenti. A sorpresa – carta canta – sono privilegiati quasi più dei rappresentanti del popolo. Sapete quanto guadagna mediamente ciascuno di loro? La bellezza di 110mila 625 euro lordi all’anno. All’ingrosso, circa 220 milioni riportate in lire per la comprensione di tutti. Per i loro stipendi e indennità varie, l’assemblea ha sborsato, nel 2006, 17milioni 700mila euro e più meno la stessa cifra verserà nel 2007. In più, spende tra i sette e gli otto milioni di euro (14-15 miliardi di vecchie lire) come proprio contributo per il trattamento di quiescenza e assistenza (pensioni ed altro) dei dipendenti. Ai quali versa annualmente, come anticipazione dell’indennità di fine rapporto, altri otto milioni e mezzo di euro. In totale, l’erogazione per il personale – tra stipendi, indennità, contributi per il fondo pensioni e anticipi sulle liquidazioni – ha raggiunto l’anno scorso la sciocchezzuola di 34 milioni 903 mila euro: circa settanta miliardi in vecchie lire.
Cifra da capogiro, per appena 160 persone. Verrebbe da scusarsi con gli onorevoli nel mirino: al confronto, non sono molto più remunerati. Ma, vuoto per pieno tra passato e presente, sono ugualmente responsabili. È stata l’assemblea, negli anni, a firmare contratti e prebende tanto sontuose e stenderci sopra un pietoso velo che, sollevato, suscita non poco sgomento e altrettanto scandalo. E anche sul bilancio di quest’anno tutti d’accordo, neanche un voto contrario. Per i consiglieri, l’anno scorso sono stati erogati quasi 22 milioni di euro, più 5 milioni e 860 mila euro per i gruppi. In tutto neanche 30 milioni. È vero che sono 85 contro i 160 dipendenti, ma alla fin fine rischiano ogni cinque anni di tornare a casa, mentre i faraonici emolumenti del personale durano vita (lavorativa) natural durante, proiettandosi in relative, doviziose pensioni arricchite dall’assemblea. Forse per gli addetti ai lavori, per chi ha accesso alle carte e per i pochi curiosi che provano a lanciare un fascio di luce nell’oscurità dei conti consiliari, non è una sorpresa: benché si sappia da sempre che il personale del ?parlamentino? ha un trattamento privilegiato. Ma per il grande pubblico e anche per chi si è soffermato sulla contabilità consiliare però abbagliato dalle indennità degli onorevoli, è quasi una rivelazione. Un colpo di teatro sconcertante: a fronte del quale si resta increduli: facendo e rifacendo somme, moltiplicazioni e divisioni per paura di un errore marchiano. Nessun errore. Chapeau ai signori impiegati, funzionari e commessi del Consiglio: hanno livelli di retribuzione media di gran lunga superiori a quelli dei vituperati regionali degli assessorati e degli enti. Non siamo ancora in grado di fare una comparazione ma la faremo presto. Lo scandalo non è solo in questa scoperta. Indigna di più che questa realtà rimanga quasi nascosta, clandestina: grazie alla complessiva opacità, mancanza e rifiuto di trasparenza che il Consiglio ha calato come una cortina fumogena sui conti degli onorevoli e, di sponda, su quelli del suo personale: parrebbe una sorta di incestuosa complicità. Resa doppiamente intollerabile dal fatto che nessuno, in particolare la Corte dei conti – che per quanto può fa le pulci alla spesa pubblica – ha diritto di controllo. Quindi tutti al riparo da ogni denuncia che pure non risparmia i grandi boiardi pubblici e privati. Oggi registriamo le reazioni di alcuni esponenti dell’Ufficio di presidenza del Consiglio allo sciorinamento dei panni in euro dell’assemblea. Ma ancora nessuno, e tanto meno la presidenza silente, ha preso un’iniziativa nella direzione che andiamo sollecitando da mesi. Aprite porte e finestre, spalancate le vetrate affumicate del palazzo di via Roma: e pubblicate su Internet, distribuite pubblicamente i tabulati dei compensi di onorevoli e dipendenti. Ogni motivazione addotta per giustificare le cifre è inattendibile, insufficiente, finché non si farà chiarezza massima sull’uso di denaro pubblico sottratto al controllo sociale e di altri organi istituzionali. Il bunker va scoperchiato perché tutti possano guardarci dentro. Fino a quel punto, nessuno può dirsi irresponsabile di fronte all’opinione pubblica nel dilapidamento incontrollato di soldi della collettività sarda. Nella quale, non va sottolineato per demagogia o populismo ma per rispetto della realtà, ci sono centinai di migliaia di persone che vivono con 10-12 mila euro all’anno: contro la media di 110 mila del personale consiliare.

Gli onorevoli rischiano ogni cinque anni, i dipendenti incassano per una tutta la vita.

L’opacità sui dipendenti, uguale e solidale con quella verso se stessi, sembra una copertura, infine autolesionistica, dei consiglieri. I quali hanno sì emolumenti e indennità faraoniche (specie quelle accessorie, del tutto esentasse), più privilegi vari, e finanziano la propria attività e quella dei partiti con i versamenti ai gruppi. Ma devono affrontare ogni cinque anni la sfida elettorale e spendere una parte del peculio per sostenere il consenso, con o senza voto di scambio. Una buona parte – i trasfertisti – deve spendere per mantenersi a Cagliari. Non si ammazzerà di lavoro ma comunque deve impegnarsi anche in ore e giornate di normale riposo per i dipendenti. I quali non patiscono lo stress da rielezione, vivono nelle loro case in città, ignorano cosa sia il controllo di produttività, l’ipotesi di cassa integrazione o licenziamento. Sono al di sopra di ogni ogni rischio: intoccabili.
È giusto che le persone qualificate abbiano un trattamento adeguato anche nel pubblico. Ma non con le enormi disparità rispetto agli omologhi della Regione. Sono riparati e coperti da ogni colpo di vento che fa tremare e nevrotizza la maggioranza dei lavoratori in tempi di flessibilità e precarietà totalizzanti. Niente moralismo, per carità. Ma senza un minimo di giustizia sociale, non solo la politica viene delegittimata. Specie quando i privilegi prelevati dalle tasche dei contribuenti e sulla pelle dei cittadini normali offendono la condizione della generalità degli altri.
I numeri valgono più di ogni considerazione. Il costo individuale degli 85 consiglieri sul totale della spesa complessiva a loro favore è di 257mila euro all’anno rispetto a quella globale di 21 milioni 980mila euro spesi nel 2006 (sarà uguale nel 2007). Il costo individuale dei 160 dipendenti, sui 34 milioni 903mila euro erogati per loro dal Consiglio, è di 218mila 915 euro annui, sempre per il 2006. Il dato più eclatante restano i 110mila 625 euro di stipendio e indennità lordi percepiti mediamente da ciascuno. Quanti sono i sardi che non dico sfiorano ma neanche si avvicinano a queste remunerazioni al coperto da ogni rischio?

I privilegi non finiscono a fine mese: aspettando la pensione, si arrontonda con il Tfr.

Ma oltre i sontuosi guadagni mensili e annuali, il personale del parlamentino fruisce di altri privilegi davvero significativi. Papà Consiglio è generoso anche a futura memoria, quando i suoi dipendenti saranno pensionati: sempre privilegiati, naturalmente. Li soccorre per la vecchiaia come un generoso genitore ricco, anche se i soldi non sono suoi ma nostri. Nel tempo, l’assemblea ha deciso di contribuire agli istituti di previdenza e i fondi di quiescenza del proprio personale con erogazioni favolose. L’anno scorso, come negli anni passati e futuri, ha versato sette milioni e 800 mila euro (circa 15 miliardi di lire, per intendersi). Una robetta da poco, quasi 48 mila euro per ogni dipendente: circa 93 milioni in lire. Beati coloro che si vedranno le pensioni soccorse così prodigalmente, integrando i loro versamenti su guadagni vertiginosi.
Non basta. Il Consiglio è anche una banca senza restrizioni: cassa continua, bancomat senza limiti. Sta anticipando tutti gli anni una caterva di euro sulle indennità di fine rapporto. Un diritto, sia chiaro. Ma gestito da satrapi. Fino al 2003, queste anticipazioni erano elevate ma forse ancora accettabili. Dal 2004 si sono impennate: più che raddoppiate e continuano a crescere. Erano 8milioni 350 mila euro nel 2006, in aumento per il 2007 a oltre 8milioni 600 mila euro: circa 17 miliardi in lire, per chi è rimasto ai conti andati. Sempre per individualizzare, in media ogni dipendente si è fatto anticipare sul Tfr 53mila 750 euro, più di cento milioni in lire. Tutto in proporzione: stipendi, contributi integrativi per le pensioni, anticipazioni sulla liquidazione, investibili favorevolmente. Ecco, questo è lo scenario un poco sconvolgente che mostra una prima picchiata (altre seguiranno) sul trattamento dei dipendenti dopo quella dedicata ai consiglieri (proseguiremo). Morale della (loro) favola ? Senza invidia, beati loro. Tutto regolare e legale, per carità. Non c’è truffa, imbroglio, appropriazione indebita e tanto meno furto di denaro pubblico: al massimo dilapidato. Ma guardandoci intorno, come tutti i cittadini normali, ci sentiamo ugualmente derubati. Sarà un termine improprio ma è l’unico che viene in mente davanti a uno scippo benedetto dalla politica e dal nostro regale parlamentino. Casa dell’autonomia ? Solo per chi ci sguazza con i soldi nostri, felice, ignorato e impunito. Ora si capisce meglio perché attorno ai concorsi per le assunzioni in Consiglio – non solo per ruolo di vertice: anche per da dattilografo, usciere o impiegatino – ci sia una corrida che finisce sempre in rissa, spesso in brogli, da ultimo in Tribunale. Varcare la soglia del palazzo marron bruciato è meglio che fare bingo. E chi c’è dentro, conoscendo bene la pacchia, è pronto a tutto per sistemare figli, parenti e amici. Sa domu comuna de s’autonomia, parafrasando la disastrosa trovata de sa Limba sarda comuna (altri soldi da sperperare, prebende e greppie da conquistare), avrebbe bisogno di una sana disinfestazione col più potente dei veleni anti-roditori.

Spissu: no comment. I vice e i questori difendono l’assemblea: non è
una macchina mangiasoldi, spese ridotte.
Michele Fioraso

Il Consiglio regionale non è un grande rubinetto che continua a perdere soldi pubblici. Questa è l’opinione dei vicepresidenti e dei questori dell’assemblea di via Roma che, pur riconoscendo il costo ingente della struttura consiliare, mettono l’accento soprattutto sul contenimento delle spese in atto già da un paio d’anni. E non chiudono la porta alla possibilità che una nuova legge elettorale porti in dote con sé una riduzione nel numero dei consiglieri regionali. Se il presidente del Consiglio Giacomo Spissu preferisce non rilasciare alcuna dichiarazione sul tema, i suoi vice Eliseo Secci (Margherita) e Nicolò Rassu (Forza Italia) sono più loquaci. Soprattutto Secci invita a fare una prima scrematura dei dati che dicono che l’assemblea regionale, per il 2007, avrà in bilancio 102,9 milioni di euro. «Di questa cifra fanno parte sia i residui attivi sia quelli passivi, cioè le entrate accertate ma non riscosse e le spese non impegnate, sia le spese di investimento: tolte queste ci fermiamo a 97 milioni», dice Secci, che da ex presidente della commissione Bilancio di numeri se ne intende. «Sicuramente la macchina costa di più, ma dobbiamo anche ricordare che nella passata legislatura, per far fronte a un grande deficit di organico sono stati assunti per concorso 40 nuovi dipendenti», sottolinea l’esponente della Margherita. Ma i costi della politica sono «quasi rimasti invariati», perché a fronte dei 5 consiglieri in più entrati in via Roma nel 2004 (in virtù dell’applicazione della legge elettorale nazionale), le indennità si sono ridotte del 10% l’anno scorso. «La spesa è in regresso per costo unitario, del singolo consigliere, ma è la struttura amministrativa a richiedere molti soldi». Però, puntualizza infine Eliseo Secci, non va dimenticato «quanto influisce il Consiglio rispetto al bilancio di competenza della Regione, che ammonta a circa 7 miliardi, cioè l’1 e qualcosa per cento». Sulla stessa lunghezza d’onda anche Rassu, che puntualizza come le indennità permettano l’accesso alle cariche pubbliche di «persone come me, provenienti dal popolo e dalle classi meno abbienti», altimenti impossibilitati «ad affrontare le spese della politica a tempo pieno con un lavoro normale». Perché «la politica non può essere delegata solo a chi ha grosse disponibilità finanziarie, cioè ai ricchi o ai professionisti», ma al tempo stesso un deputato o un consigliere regionale hanno grosse spese da sostenere. Il vicepresidente forzista, eletto nel 2004 nella circoscrizione sassarese, osserva: «Si dice che le indennità dei consiglieri siano esorbitanti, ma io porto l’esempio del sottoscritto, che deve pagarsi l’affitto a Cagliari, deve pagarsi la macchina, deve mangiare a Cagliari, deve pagarsi una segreteria e il personale a Sassari. Gran parte dei soldi vanno via in questo modo. Chi fa politica spende». Però una registratina alla macchina consiliare non sarebbe male: «Funziona sufficientemente bene, ma bisogna iniziare a pensare a una migliore riprogrammazione del personale e degli altri strumenti di cui il Consiglio dispone e ha necessità». Senza escludere una sforbiciata anche al numero dei consiglieri, da affidare alla prossima legge elettorale: «Io credo che 70 consiglieri siano sufficienti», sostiene Rassu. «Però è necessario che ogni territorio sia rappresentato, in modo che vengano portate all’attenzione di tutti le esigenze economiche e sociali di quell’area». Rassicurazioni arrivano dal collegio dei questori, coloro che, in base al regolamento, tengono praticamente i cordoni della borsa. Infatti «provvedono alla gestione dei fondi a disposizione del Consiglio» e «predispongono il progetto di bilancio ed il conto consuntivo delle entrate e delle spese e ne sono relatori al Consiglio», come dice l’articolo 9 del regolamento. «Per il 2007 registriamo un lievissimo cambio di rotta e dal 2005 la spesa è tendenzialmente immutata», dice Pietro Pittalis dell’Udeur, entrato in carica pochi mesi fa, al cambio della guardia degli incarichi, insieme a Tore Amadu (ex Udc) e Peppuccio Fadda (Rifondazione). Indubbiamente «i costi sono troppo alti, e sono dovuti in gran parte alle indennità e agli stipendi per il personale. Siamo già intervenuti su alcuni privilegi», aggiunge Pittalis. «Per esempio, i biglietti aerei non sono più nella dispendiosa business class». Ma per affrontare una riforma più ampia del mastodonte burocratico di via Roma «dovremo mettere mano al regolamento di contabilità interno, che ora è fuori da qualsiasi ipotesi di controllo, tanto che neppure la Corte dei conti può verificarlo». Quindi «dobbiamo introdurre dei sistemi di controllo, e anche modificare altre spese che incidono come le indennità di quiescenza». «Il Consiglio regionale è un apparato di grandi dimensioni, e molte delle spese degli ultimi anni hanno puntato all’ammodernamento tecnologico e dell’apparato tecnico», evidenzia Tore Amadu. «Meglio funziona la struttura di supporto, migliore è la tempestività e la qualità della produzione legislativa». Anche l’ex assessore regionale dei Trasporti evidenzia come «negli ultimi tempi abbiamo fatto economia su molti servizi, ma ci sono costi indispensabili come la pulizia e la sicurezza degli uffici, che devono essere garantite». «Bisogna comunque avere il coraggio di ridurre ancora dove questo si possa fare», dichiara. Per esempio, le auto blu sono state praticamente accantonate. Sono a disposizione del presidente dell’Assemblea, dei vicepresidenti e dei questori: «Ma credo di averla usata solo due o tre volte», dice Amadu. Sulla questione del ridimensionamento del numero dei consiglieri, l’esponente uscito poche settimane fa dall’Udc torna sull’esigenza di «rappresentanza dei territori», però «una riduzione è possibile, ma ha bisogno di una modifica istituzionale più approfondita». Indennità, vitalizi e spese di gestione dell’apparato: per Peppuccio Fadda, fresco di passaggio nel neonato gruppo di Sinistra autonomista, sono questi i bersagli principali di una vera «politica di contenimento dei costi». Ma il primo punto è l’asciugamento della classe politica consiliare: «I consiglieri regionali dovrebbero essere 50-60, la Sardegna non ha una popolazione numerosa che giustifichi tanti rappresentanti». Però «il percorso va studiato: è innegabile che dipendenti e consiglieri richiedano una spesa sovradimensionata, e la riorganizzazione richiederà anche una ristrutturazione dell’apparato amministrativo». «Il costo della democrazia, che è giusto, oggi ha un peso insostenibile, poco rispettoso anche nei confronti del momento di profondo disagio sociale che vive la nostra isola», osserva Fadda. «Io vengo dai partiti, ma credo che questi abbiano abusato del potere loro concesso. Ci vuole autocritica e risanamento, perché dobbiamo ricordare che siamo noi al servizio della gente e non il contrario. Siamo qui per dare risposte, dobbiamo ristabilire il ruolo di rappresentanza istituzionale nei confronti di chi ci elegge».

da La Nuova Sardegna, 24 maggio 2007

La politica sarda costa 103 milioni di euro. Un esercito di consiglieri, assistenti, funzionari. I privilegi delle pensioni d?oro.
Alfredo Franchini

CAGLIARI. La casta si è installata nel Regno inerme. Di fronte allo sfarinamento delle istituzioni, alla partecipazione popolare ridotta come non mai e alle assemblee elettive diventate comparse del «teatrone», i costi della politica vanno alle stelle. E stavolta non è demagogia, l?ondata di reazioni rischia di travolgere il sistema così come fece Tangentopoli nel 1992. Un esercito popola le regioni italiane: 19 presidenti (più due delle province di Trento e Bolzano, le più costose in assoluto), 233 assessori, 1.118 consiglieri e diverse migliaia di addetti, capi di gabinetto, assistenti, segretarie, esperti in comunicazione. I costi minimi stimati per le indennità di presidenti, assessori e consiglieri sono intorno ai 220 milioni di euro all?anno: cifra che comprende le indennità di carica e di funzione, al netto quindi delle altre voci accessorie e ulteriori indennità di carica (presidenti di commissione, vice presidenti, segretari del Consiglio regionale) che variano da Regione a Regione. Tutte le indennità sono parametrate a quelle dei parlamentari nazionali: si va così da indennità pari al 60-65 % dell?indennità del parlamentare, fino al 105 % (il caso del presidente della Campania) o al 116 % (il caso del presidente della Lombardia). Un?avvertenza: tutte le cifre vanno moltiplicate per 12 (il numero delle mensilità).

«Ma l?isola ha avviato un ciclo virtuoso».
Soru: «Eliminati gli sprechi e mille poltrone del sottobosco».

CAGLIARI. Costi abnormi che, a dar retta ai sondaggi, stanno provocando il rifiuto dei cittadini per questo tipo di politica. L?ha denunciato qualche giorno fa Massimo D?Alema incrociando il fuoco con il libro del momento, «La casta», dedicato ai privilegi dei politici. In Sardegna il sito «l?altra Voce.net», diretto da Giorgio Melis, ha fatto i conti in tasca ai nostri onorevoli e ha quantificato in 103 milioni di euro il costo del Consiglio regionale. Nell?isola ogni consigliere regionale, (e sono 85 come in Lombardia nonostante la differenza di popolazione), costa 1,2 milioni di euro alla collettività, 64 euro per ciascuno di noi residenti. I costi della politica sarda sono cresciuti in modo esponenziale sino al 2004 e sono letteralmente esplosi sotto il governo del Centrodestra: per i consiglieri, ad esempio, si spendevano 17 milioni di euro nel 2001, diventati 19,9 nel 2002; 23,80 nel 2003 e 23 nel 2004. L?anno successivo quella cifra fu sostanzialmente confermata per poi scendere nel 2006 a 21,98 milioni e, infine, 21,89 quest?anno (più 16 milioni spesi per i consiglieri cessati). A dire il vero non si tratta di cifre che in assoluto, da sole, possono imprimere una svolta nel sistema economico sardo ma è una questione di equità: non è possibile, ad esempio, che per tutti gli italiani s?allontani la soglia della pensione mentre per i parlamentari in carica sia iniziato il conto alla rovescia: a loro mancano 523 giorni perché il diritto nella casta matura dopo due anni e mezzo. La Sardegna, non è tra le regioni più spendaccioni e anche tra le speciali le province di Trento e Bolzano hanno costi davvero iperbolici. Soru, da subito, ha limato le spese un po? dappertutto e ora spiega: «C?è un costo davvero troppo alto per l?attività necessaria della politica. Un costo eccessivo per una pletora di organismi che spesso si sovrappongono nelle competenze». Da qui le chiusure e l?accorpamento di enti e dei Consorzi messi in atto nell?isola. Renato Soru tira le conclusioni: «Due anni e mezzo fa c?erano ventiquattro Comunità montane ma ora le abbiamo cancellate; probabilmente se ne ricostituiranno due. C?erano nove enti che si occupavano di agricoltura e li abbiamo trasformati in altrettante Agenzie, da nove consigli di amministrazione siamo scesi a due direttori generali. Avevamo tutta una pletora di enti che si occupavano del turismo, anche questi con tanti consigli di amministrazione, un ente che si occupava di artigianato, un altro ente di promozione dei prodotti agricoli: li abbiamo trasformati in una sola Agenzia che si occupa di promozione». Nel sottobosco degli enti, ha concluso il presidente della giunta, «la Sardegna alla fine si avvicinerà alla cancellazione di circa mille poltrone». A dar retta ai sondaggi, per adesso, tra i cittadini prevale un senso di stanchezza per tutta la politica: costi abnormi e migliaia di persone che vivono dall?attività che dovrebbe essere al «servizio» della gente. Basti pensare anche ai rimborsi elettorali. Sino a qualche anno fa i partiti potevano contare su un euro per ogni voto ricevuto, poi la legge ha rincarato i costi: sempre un euro ma per ogni elettore, astenuti compresi, con la ripartizione della torta in un secondo momento in base alla percentuale di voto. Ora c?è un rischio, ha ammesso Gian Antonio Stella, coautore del libro che sta avendo un successo imprevisto sui politici intoccabili: scivolare nel qualunquismo nonostante la sussistenza oggettiva del problema. «È chiaro che nessuno vuole uccidere i partiti», precisa Stella, «perché, si sa, che la democrazia non sarà perfetta ma è l?unico sistema possibile. Da qui si deve ripartire, facendo pulizia». I metodi non mancano. Nella Grecia di Pericle si stabilì che le cariche, tranne quelle di tipo tecnico, fossero sorteggiate tra tutti i cittadini e chi otteneva un incarico pubblico riceveva solo un?indennità. È chiaramente una strada inconciliabile ma ci dev?essere pure una via di mezzo tra l?idea di Pericle e il professionismo imperante della politica.

da L?Altravoce (www.altravoce.net), 25 maggio 2007

Soru, austerità e trasparenza. I regionali all’attacco: un abisso col Consiglio dei ricchi. Michele Fioraso

«Sono fermamente convinto che il numero dei consiglieri regionali vada diminuito e che le indennità debbano essere chiare, trasparenti e ridotte di molto». A margine della conferenza stampa sulla Finanziaria, il presidente della Regione Renato Soru non elude la domanda sulle intenzioni dell’esecutivo nei confronti degli eccessivi costi della politica. Ma non dimentichiamo l’apparato, rilanciano i rappresentanti sindacali dei dipendenti della Regione, che giudicano «spropositati» gli stipendi dei colleghi che lavorano in Consiglio. Soru ha assicurato che il tema del contenimento della spesa politica è ancora in agenda: «È un ragionamento che si sta facendo nel centrosinistra, credo che presenteremo alcune proposte in tempi sufficientemente brevi. Occorre però dire che non siamo i peggiori: su un quotidiano ho letto che nella Regione Veneto vengano pagati addirittura i funerali», ironizza il presidente. «Sono cose ridicole: non solo i funerali, ma anche i viaggi all’estero, famiglia compresa. Queste sono le cose che si potrebbero eliminare subito: i viaggi, alcuni benefit e una parte delle indennità». L’austerità è stata imposta all’esecutivo regionale. Già in occasione della presentazione della legge statutaria a marzo, Soru aveva ricordato che il governo regionale non fa «regali di Natale, non usiamo carte di credito, non compriamo il catering dai migliori ristoranti di Cagliari per la Giunta, non siamo mai andati in ristorante a spese della Regione». Linea spartana confermata ieri dagli assessori, che ricordano come si stia tagliando tutto il tagliabile, comprese le loro buste paga, ferme a 8.900 euro. La trasparenza però prima di tutto: «Il Consiglio ha già congelato, cioè non ha riassorbito, la crescita dei compensi per i parlamentari dell’anno scorso. In questo momento c’è una discussione in atto sulla diminuzione e ricompattazione delle indennità, che devono essere chiare e trasparenti, e ridotte di molto. In maggioranza si discute del contenimento dei costi. Se diminuiranno gli stipendi ai parlamentari, in maniera proporzionale diminuiranno gli stipendi dei consiglieri regionali». Tempi più lunghi per la compressione del numero dei consiglieri, che dagli 80 fissati dall’articolo 16 dello Statuto nel 2004 sono passati a 85 in virtù dell’utilizzo della legge elettorale delle Regioni a statuto ordinario, con l’elezione diretta del presidente. «La legge statutaria non ha potuto diminuire il numero dei consiglieri regionali, perché dobbiamo passare per il nuovo Statuto. Poi la legge elettorale, che spero riusciremo ad approvare, sicuramente sanerà questa situazione». Questi dunque i passaggi nel programma di Soru: «La legge elettorale sarà il primo passo per riportare il numero dei consiglieri a 80, lo Statuto il luogo dove questo numero possa essere ridotto ancora: io sono fermamente convinto che si possa arrivare a un Consiglio più leggero e gran parte della maggioranza è consapevole di questa necessità». Ma in attesa di novità, davanti alle rivelazioni sul trattamento del personale del Consiglio – non c’era segreti, bastava fare due conti – i regionali semplici di viale Trento e dintorni si sentono figli di un dio minore. Retribuzioni avvolte nella leggenda da chiacchiera al bar, quelle del Consiglio, visto che persino due rappresentanti sindacali della funzione pubblica, Giovanni Pinna della Cgil e Davide Paderi della Cisl, ammettono che il contratto di quanti lavorano nel palazzo di via Roma é «un mistero» custodito come il terzo segreto di Fatima. Un contratto – mostro di Loch Ness: «In quindici anni che faccio questa attività, non sono mai riuscito a vederlo», spiega Pinna. «Questa segretezza è una cosa che mi disturba, non ho mai visto il pezzo di carta e non si riesce a sapere quanto prendano», dice ancora il sindacalista. Rispetto alla contrattazione collettiva dei normali lavoratori dell’amministrazione (che sono circa 5.500, tremila dei quali tra presidenza e assessorati e gli altri distribuiti tra corpo forestale, enti e agenzie regionali), quello del Consiglio sembra siglato in un’atmosfera da antichi riti, con «una trattativa diretta tra i rappresentanti dei dipendenti con l’ufficio di presidenza». I delegati sindacali di via Roma, almeno secondo Pinna, sarebbero confinati al ruolo di comparse, o comunque non curano particolarmente la comunicazione coi ?cugini? regionali. «La ricezione è guasta, non so neppure quale sia la base contrattuale: è un argomento di cui non si parla». «Il contratto dei dipendenti del Consiglio è legato alle dinamiche contrattuali di Camera e Senato», aggiunge Paderi facendo riferimento all’autonomia contabile delle assemblee legislative. «Ma mentre in altre Regioni come Friuli o Valle d’Aosta c’è stata un’armonizzazione contrattuale che ha messo i dipendenti dell’amministrazione e dei Consigli nello stesso comparto, da noi rimangono separati e gli stipendi dei consiliari rimangono spropositati».
«È un trattamento-specchio di quello, privilegiato, dei consiglieri regionali, quasi la dimostrazione di una tacita alleanza politico-contrattuale che mette sullo stesso binario politici e maestranze», afferma il sindacalista Cisl. «In un momento di austerità come questo, è qualcosa che davvero suona male». Paderi osserva poi: «Soru ha introdotto tagli e sobrietà a tutti i livelli, ma ancora non siamo riusciti a entrare in quella cattedrale che è il Consiglio». Così un ragioniere di qualifica media con una dozzina d’anni di anzianità guadagna meno di 1.300 euro netti al mese, e la retribuzione media di un dipendente dell’amministrazione regionale si avvicina ai 40 mila euro lordi, composti di 14 mensilità, cui si aggiunge il 38 % di oneri versati dalla Regione. «Sono cifre da comuni mortali», commenta Giovanni Pinna. «Stipendi nella media nazionale, equilibrati», gli fa eco Davide Paderi. Ai 110 mila euro, che nella nostra inchiesta di ieri risulta essere la retribuzione media di un dipendente del Consiglio, forse non si avvicina «neppure un direttore generale con 20 anni di anzianità», osserva l’assessore regionale del Personale, Massimo Dadea.
A parte stanno i dipendenti dei gruppi, una trentina, che «lavorano con un contratto-capestro» per Paderi. Un emendamento del centrodestra alla finanziaria, dichiarato non ammissibile perché presentato fuori tempo, voleva equipararli ai funzionari e promuovere una loro integrazione nel rango. «La differenza di compenso è sicuramente dovuta anche al fatto che lavorino più ore, come abbiamo visto nei giorni scorsi per la discussione della Finanziaria», dice Pinna. «Il personale deve avere una buona preparazione, visto che lavora a più stretto contatto con la classe politica nella sede legislativa». «Difficile capire perché non si possa mettere mano allo stipendio dei dipendenti consiliari», evidenzia Paderi. «Non dobbiamo prendercela con chi sta meglio, ma cercare di far stare meglio chi sta peggio», dice Pinna. E il sindacalista Cisl aggiunge: «O tagliamo o eleviamo la retribuzione di tutti». In ogni caso, secondo Pinna, «i dipendenti del Consiglio non possono essere considerati tra i ricchi d’Italia. Se c’è da tagliare, prima bisogna occuparsi degli stipendi da superenalotto dei politici». Anche se nel pubblico impiego difficilmente merito e capacità vengono premiate, perché «il potere politico vi ha messo mano in lungo e largo attraverso lo scambio di voti».
Difficile anche ottenere una replica dai rappresentanti del personale del Consiglio regionale. Dopo la conclusione della maratona sulla finanziaria, molti sono in ferie per qualche giorno, altri invece si rifiutano di commentare. «Dopo l’uscita del libro di Gian Antonio Stella, ci aspettavamo questi attacchi», dice un’impiegata che preferisce rimanere anonima. «Però noi siamo l’apparato servente dell’organismo politico, e siamo sempre a disposizione». Poi, con il forte ritmo imposto dalla nuova legislatura, commissioni e aula corrono «il lavoro, che spesso è anche fatto di attesa, è aumentato molto».

(disegno S.D., archivio GrIG)
Riferimenti: tabella bilancio Consiglio regionale

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Per non dimenticare


Ognuno di noi, nella propria vita, combatte quotidianamente delle piccole battaglie personali, ma non bisogna dimenticare chi ne combatte o ne ha combattute di molto difficili…

ANSA, 23 maggio 2007
IN 15 MILA A PALERMO PER FALCONE E BORSELLINO
PALERMO – Sono circa 15 mila, e forse anche più, gli studenti di tutta Italia (e soprattutto quelli di Palermo e della Sicilia) che sono confluiti, con due cortei, in via Notarbartolo, dove è stato allestito un palco con le gigantografie di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, per la commemorazione del 15 anniversario dalle stragi del ’92. La cifra della partecipazione e’ stata appena resa nota dal palco da uno dei giovani organizzatori del corteo studentesco. Poco prima Fabrizio Moro aveva cantato ‘Pensa’ tra gli applausi.

LA CANZONE ‘PENSA’ DIVENTA L’INNO ANTIMAFIA
Fabrizio Moro, il vincitore di Sanremo giovani, ha cantato sul palco allestito davanti l’albero di Giovanni Falcone la canzone “Pensa”, presentata da Maria Falcone come il nuovo inno dell’antimafia. “Una sola canzone non può cambiare le cose – dice Moro – ma può contribuire a creare una coscienza di lotta e di ribellione bisogna cantare con la rabbia e l’orgoglio di chi si ispira ogni giorno nella vita comune a Falcone e Borsellino”. “Ogni volta che affronto una dura prova – conclude il cantante – penso a loro alzo la testa e non ho paura di vivere”.

GRASSO: EROI SEMPRE NEI NOSTRI CUORI
“Paolo e Giovanni ci hanno lasciato un testamento morale di rigore ed equilibrio che non dobbiamo disperdere: vivranno per sempre nei nostri cuori e saranno ricordati ogni anno da chiunque entri in questa aula”. Così il procuratore nazionale Antimafia Piero Grasso nell’aula-bunker dell’Ucciardone davanti ai ragazzi di 172 scuole provenienti da tutte le regioni d’Italia. Grasso ha sottolineato la “straordinaria capacità di Paolo e Giovanni di soffrire e sopportare più degli altri: erano allenati alla lotta, avevano paura dei passi falsi e si difendevano a vicenda”.

”Palermo ha sicuramente una maggiore consapevolezza ma sarebbe stupido dire che i problemi sono stati risolti. Bisogna sforzarsi di continuare perche’ l’esperienza ci insegna che non bisogna mai abbassare la guardia”, ha detto Piero Grasso. Il magistrato ha accompagnato i ragazzi giunti a Palermo da tutta Italia con la nave della legalita’ arrivata a Palermo da Civitavecchia.

RITA BORSELLINO, LA MEMORIA E’ GIA’ FUTURO
”Per questi ragazzi, accorsi a Palermo per ricordare le vittime delle stragi del ’92, la memoria e’ gia’ futuro”. Lo ha detto Rita Borsellino, sorella del magistrato assassinato nel ’92, intervenuta alla manifestazione. ”L’esercizio della memoria – ha aggiunto – per questi giovani e’ un impegno quotidiano. E’ solo una delle tappe di un percorso di legalita’ che le scuole, ormai in tutta Italia, seguono tutto l’anno”.

AYALA, CERCARE VERITA’ COMPLETA SU STRAGI
”Sulla stagione stragista del ’92 siamo ancora alla ricerca della verita’ completa. Molte cose fanno pensare che debba essere fatta luce su molti aspetti”, ha detto il giudice Giuseppe Ayala, che lavoro’ con Giovanni Falcone. ”Non ho mai creduto al terzo livello – ha aggiunto – ma molte cose fanno pensare che nelle stragi ci siano stati altri livelli di responsabilita’ oltre a quelli mafiosi”.

PROCURATORE MESSINEO, EROI E NON VITTIME
”Voglio ricordare Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e gli agenti delle scorte morti nelle stragi del ’92 come degli eroi e non solo come vittime”, ha commentato il procuratore di Palermo Francesco Messineo. ”Sono stati cittadini esemplari che si sono sacrificati per la comunita’ secondo le piu’ alte tradizioni civili”. ”Se la mafia – ha proseguito – come nel ’92, trattasse alla pari con uno Stato debole e confuso il nostro dolore sarebbe senza limiti. E invece dalle stragi molto e’ cambiato. La societa’ civile e lo Stato hanno affrontato l’emergenza con mezzi adeguati nel rispetto dei diritti individuali e senza tentazioni autoritarie”. ”per questo – ha concluso – si sono potuti raggiungere grandi successi anche se la mafia non e’ ancora vinta”.

(foto da archivio ANSA, 23/05/2007)

Riferimenti: IN 15 MILA A PALERMO PER FALCONE E BORSELLINO

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L’ex Ospedale Marino sarà recuperato ?


Aggiudicata la gara per il recupero dell’ex Ospedale Marino, sarà la volta buona ?

Gruppo d’Intervento Giuridico

da www.regione.sardegna.it, 22 maggio 2007

Cagliari, l’ex ospedale Marino affidato all’Ati San Maurizio.
L’associazione temporanea di imprese, che raggruppa il Policlinico Città di Quartu e la Sa & Go Srl di Sergio Porcedda, ha prevalso sulla Prosperius di Firenze. Il progetto prevede la riqualificazione urbanistica della struttura e la destinazione d’uso prevista dalla regione, vale a dire cura, benessere e servizi alla persona. I lavori dureranno 18 mesi.

CAGLIARI, 22 MAGGIO 2007 – L’ex ospedale Marino di Cagliari è stato affidato alla San Maurizio, Associazione temporanea di imprese che raggruppa il Policlinico Città di Quartu e la Sa & Go Srl di Sergio Porcedda. Lo ha stabilito la commissione di gara nominata dall’assessorato regionale degli Enti locali, nel corso della seduta pubblica chiamata a verificare le offerte economiche presentate dalle Società rimaste in gara: la Sa & Go e la Prosperius di Firenze.

La Regione ha scelto l’offerta tecnica proposta dalla società sarda, che ha ottenuto un punteggio di 44,3 punti, mentre per la Prosperius il punteggio si è fermato a quota 34,5. Entrambe hanno offerto il massimo previsto dal canone sulla parte economica: 38.165 euro.

Com’era previsto nella manifestazione di interesse pubblico, la Regione non puntava a fare cassa dall’ex struttura ospedaliera, abbandonata da anni, bensì auspicava la presentazione di un serio progetto di riqualificazione urbanistica della struttura, privilegiando proprio quelle proposte che prevedano destinazioni d’uso legate alla cura, al benessere e ai servizi alla persona, (una beauty farm, un centro benessere), attraverso interventi di ristrutturazione architettonica e funzionale del fabbricato principale e la demolizione di tutte le pertinenze limitrofe allo stesso.

Anche l’assessore regionale degli Enti locali, Gian Valerio Sanna, aveva auspicato il rispetto del delicato equilibrio ambientale e paesaggistico di quella importante parte del litorale cagliaritano. “Le scelte di valorizzazione dell’ex Ospedale Marino devono essere orientate verso destinazioni turistiche non residenziali – aveva più volte sottolineato Sanna – finalizzate alla creazione di centri servizi per le persone, capaci di incrementare l’offerta e l’attività turistica e la qualità dei servizi ai cittadini dell’area cagliaritana durante l’intero corso dell’anno”.

La Sa & Go dovrà avviare la fase della ristrutturazione dell’immobile, provvedere alla gestione e la manutenzione (sia quella ordinaria, sia quella straordinaria da uso improprio) dello stesso bene, per i prossimi 50 anni. I lavori dovrebbe terminare entro 18 mesi.

(foto S.D., archivio GrIG)

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Come ti gestisco le coste n. 17…


Altra udienza presso il Tribunale penale di Cagliari del processo relativo ad una serie di vicende connesse concernenti la gestione delle coste del sud Sardegna negli ultimi anni. Coinvolti funzionari ed amministratori pubblici, imprenditori. La cronaca delle precedenti udienze ed ulteriori informazioni potete trovarle in questo ?blog? (?Come ti gestisco le coste…“, 4 ottobre 2006; ?Come ti gestisco le coste n. 2…?, 17 ottobre 2006; ?Come ti gestisco le coste n. 3…?, 24 ottobre 2006; ?Come ti gestisco le coste n. 4…?, 7 novembre 2006; ?Come ti gestisco le coste n. 5…?, 22 novembre 2006, ?Come ti gestisco le coste n. 6…?, 29 novembre 2006, ?Come ti gestisco le coste n. 7…?, 6 dicembre 2006, ?Come ti gestisco le coste n. 8…?, 17 gennaio 2007, ?Come ti gestisco le coste n. 9…?, 24 gennaio 2007, ?Come ti gestisco le coste n. 10…?, 28 febbraio 2007, ?Come ti gestisco le coste n. 11…?, 13 marzo 2007, ?Come ti gestisco le coste n. 12…?, 28 marzo 2007, ?Come ti gestisco le coste n. 13…?, 3 aprile 2007, ?Come ti gestisco le coste n. 14…?, 17 aprile 2007, ?Come ti gestisco le coste n. 15…?, 9 maggio 2007, ?Come ti gestisco le coste n. 16…?, 15 maggio 2007). Ribadiamo che tutti, naturalmente, beneficiano della presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Non possiamo, però, non evidenziare che le argomentazioni apportate dalla pubblica accusa unitamente a quanto sta emergendo dal dibattimento non possono che suscitare considerazioni piuttosto inquietanti, soprattutto per chi, come noi, da molti anni combatte con tutti i mezzi leciti l’abusivismo e la speculazione edilizia sulle coste sarde ed ha avuto, proprio nel caso principale del quale si discute (il complesso abusivo Tre P s.r.l. sul litorale di Baccu Mandara, Comune di Maracalagonis) un ruolo fondamentale nelle fasi della denuncia e dell’ottenimento della demolizione. Buona lettura?

Gruppo d’Intervento Giuridico

da La Nuova Sardegna, 23 maggio 2007

Licenze facili. Udienza a favore di Alessandro Casu, accusato di abuso d?ufficio.
Svelato in aula il mistero del file. È stato realizzato nel 1999 come sosteneva l?imputato.
Elena Laudante

CAGLIARI. In aula si chiarisce il giallo del file che potrebbe costituire una svolta al processo sulle cosidette licenze facili. Il parere legale dell?Ufficio contratti del comune di Quartu – che avrebbe avallato la scelta di affidare alla Giunta e non al Consiglio la delibera per la gara sulla lottizzazione Santa Anastasia-Fracheri – risale effettivamente al 23 aprile 1999. Era stato l?ex dirigente dell?Ufficio tecnico Alessandro Casu, accusato di abuso d?ufficio, ad esibirlo in aula a sua discolpa. Ma il dubbio sulla successiva creazione, e dunque presunta inattendibilità, era sorto perché non era stato possibile rintracciare la sua data di creazione che sembrava risalire addirittura al 2001. Ma ieri mattina – su richiesta del difensore di Casu Francesco Onnis – il floppy è stato inserito nel computer di udienza ed il file ha svelato l?arcano: è stato realizzato nel 1999. Dunque, sembrano diradarsi i dubbi su quel documento che conferma quanto sostiene Casu, ovvero che la scelta sulla procedura di gara, che poi si concluse con l?affidamento di una lottizzazione gratuita trentennale alla famiglia di Lucio Pani, fu presa sulla base di un parere legale. Particolare burocratico, ma forse in grado di alleggerire la posizione dell?ex dirigente dell?Ufficio tecnico del comune, accusato di abuso d?ufficio per aver «agevolato» la realizzazione del complesso Green Blu di proprietà dei nipoti di Pani. In aula è stato accertato l?autore di quel parere: il segretario generale del comune di Quartu Franco Loria. «Ricordo di aver lavorato su quel parere per 15 o 20 giorni», ha detto il testimone interrogato dal presidente del collegio Francesco Sette. «Non so perché non c?è stato chiesto un parere legale, come la consulente Nicoletta Ornano, ma il referente istituzionale ero comunque io. Probabilmente di pareri ce ne sono altri ma io non lo ricordo».
Il giudice ha chiesto chiarimento su un particolare che può apparire singolare: il file della richiesta del parere da parte di Casu e quello contenente la risposta di Loria erano nello stesso pc. Come mai non erano nei computer dei rispettivi uffici? «Non ne ho idea – ha detto Loria – ma credo che il mio collaboratore Paulis abbia ritenuto utile conservarli entrambi: io il pc neanche lo uso». Particolare che il funzionario Giovanni Paulis ha confermato in aula. Nella prossima udienza del 12 giugno continuano i testimoni a difesa.

(foto C.B., archivio GrIG)

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24 maggio 2007, giornata europea dei parchi.

23 Maggio 2007 Commenti chiusi


Il 24 maggio 2007 è la giornata europea dei parchi, molte manifestazioni in tutta Italia, nessuna in Sardegna. Vorrà pur dire qualcosa. I parchi nazionali dell’Arcipelago della Maddalena e dell’Asinara, pur fra molte difficoltà, stanno trovando una loro strada efficace per la tutela di un patrimonio naturale incomparabile. I parchi regionali di Molentargius – Saline e di Porto Conte sono, di fatto, tuttora solo sulla carta: a Molentargius prosperano abusivismo edilizio, discariche abusive, scarichi e carenza di vigilanza, a Porto Conte stanno finalmente comparendo solo ora i primi cartelli di delimitazione dell’area protetta…..

Gruppo d’Intervento Giuridico

Giornata europea dei parchi - 24 maggio 2007

Europarc
Sezione Italiana
Ministero dell’Ambiente, della Tutela del Territorio e del Mare

tutte le iniziative ordinate per data

24 Maggio 2007, Giornata Europea dei Parchi

Tante iniziative in preparazione dal 19 Maggio al 2 Giugno nei Parchi italiani. Come ogni anno si ripete l’iniziativa della Federazione Europea dei Parchi per ricordare il giorno in cui, nell’anno 1909, venne istituito in Svezia il primo parco europeo. E’ evidente il suo alto valore simbolico e per questo viene celebrata in tutta Europa. In Italia la data del 24 maggio si dilaterà anche quest’anno, a partire da sabato 19 Maggio fino a sabato 2 giugno, per far posto ad un ricco programma che comprenderà incontri, escursioni, mostre ed attività ambientali, a cura dei singoli Enti.

Iniziative nazionali
24 maggio: Parchi a Scuola
2 giugno: I Parchi della Repubblica

Piemonte
Parco Nazionale Gran Paradiso
Parco Nazionale della Val Grande
Parco Naturale Valle del Ticino
Parco Regionale La Mandria
Parco della fascia fluviale del Po – tratto Cuneese
Parco fluviale del Po tratto torinese
Parco Naturale della Collina Torinese
Parco delle Alpi Marittime
Parco Fluviale Gesso e Stura
Parchi e Riserve Naturali Cuneesi
Parco dell’Alpe Veglia e dell’Alpe Devero
Parchi e Riserve Naturali del Lago Maggiore
Parco naturale ed area attrezzata del Sacro Monte di Crea
Parco Burcina Felice Piacenza
Parco Baragge – Bessa – Brich Zumaglia – Mont Préve
Riserva del Sacro Monte della SS. Trinità di Ghiffa
Riserva del Sacro Monte Orta – Monte Mesma – Torre Buccione
In evidenza…

- 10/20 Maggio: “Montagna e natura in città” nei Parchi naturali cuneesi

- 24 Maggio: Convegno “I Parchi locali crescono” nella Provincia di Milano

- Dal 24 Maggio al 5 Giugno: “Di Parco in Parco” nei Parchi Lombardi

- 26 Maggio: Convegno “Conservazione della biodiversità e protezione dei Siti Natura 2000 nel Parco Nazionale della Sila”

- 27 Maggio: Convegno “Parchi per tutti: il diritto di accesso alla natura” al Parco delle Prealpi Giulie

Lombardia
Parco del Mincio
Parco delle Orobie Valtellinesi
Parco Agricolo Sud Milano
Parco Adda Nord
Parco Alto Garda Bresciano
Parco Regionale Spina Verde di Como
Parco Adda Sud
Parco Regionale Campo dei Fiori
Parco Lombardo della Valle del Ticino
Parco Nord Milano
Parco delle Groane
Parco Grugnotorto Villoresi
PLIS del Basso Brembo

Trentino Alto Adige
Parco Naturale Adamello Brenta

Veneto
Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi
Parco Regionale Veneto del Delta del Po
Parco dell’Adige

Friuli-Venezia Giulia
Parco Naturale delle Prealpi Giulie
Parco Intercomunale delle Colline Carniche
Riserva Naturale della Foce dell’Isonzo
Riserva Naturale della Valle Cavanata

Liguria
Parco Naturale Regionale dell’Aveto
Parco Naturale Regionale del Beigua
Parco Naturale Regionale dell’Antola
Parco Naturale Regionale di Montemarcello-Magra
Parco Naturale Regionale di Porto Venere
Riserva Naturale Regionale di Bergeggi

Emilia – Romagna
Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi
Parco Nazionale Appennino Tosco-Emiliano
Parco Regionale dei Sassi di Roccamalatina
Parco dei Cento Laghi
Parco Regionale dei Laghi di Suviana e Brasimone
Parco del Frignano
Parco dei Boschi di Carrega
Parco Regionale del Corno alle Scale
Parco del Delta del Po
Parco dei Gessi Bolognesi e Calanchi dell’Abbadessa
Parco Fluviale Regionale del Taro
Parco Fluviale dello Stirone
Riserva naturale orientata Rupe di Campotrera

Toscana
Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi
Parco Nazionale Appennino Tosco-Emiliano
Parco Nazionale Arcipelago Toscano
Parco di Migliarino, San Rossore, Massaciuccoli
Parco Alpi Apuane
Aree Protette della Provincia di Arezzo
Area Naturale Protetta del Monteferrato

Marche
Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga
Parco Sasso Simone e Simoncello
Parco Naturale del Monte San Bartolo

Lazio
Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga
Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise
Parco Naturale Castelli Romani
RomaNatura
Parco Regionale dell’Appia Antica

Basilicata
Parco archeologico storico naturale delle Chiese rupestri del Materano

Abruzzo
Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga
Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise
Parco Naturale Regionale Sirente-Velino

Molise
Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise

Campania
Parco Regionale del Partenio

Calabria
Parco Nazionale della Sila

Sicilia
Parco Naturale dei Nebrodi
Parco Fluviale dell’Alcantara
Parco dell’Etna
Riserva Naturale Orientata Zingaro

(simbolo ufficiale della giornata dei parchi)
Riferimenti: la rete delle aree protette in Italia

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Edwige Fenech senatrice a vita !


Qualche mese fa le gesta videofoninate (perdonate il penoso neologismo) della nota professoressa di Monteroni di Lecce fecero discutere l?Italia e fecero disquisire e astrologare su presente e futuro della scuola italiana. Non avevamo capito nulla. In realtà la prof stava ? un po? goffamente, per la verità – cercando di soppiantare nell?immaginario collettivo Edwige Fenech, l?icòna nazionale della commedia sexy all?italiana. Alvaro Vitali e Lando Buzzanca saranno inorriditi. Quasi un sacrilegio al quale si può rimediare subito: la Fenech senatrice a vita e non se ne parli più ! Le Istituzioni ne sarebbero onorate, forse anche la C.E.I. tacerebbe.

Gruppo d?Intervento Giuridico

A.N.S.A., 21 maggio 2007

NUOVO VIDEO HARD SCUOLA LECCE, STESSA PROF PROTAGONISTA.

LECCE – Il secondo filmino avrebbe dovuto scagionarla mostrando che ciò che avveniva in classe era frutto dalla goliardia di ragazzi impertinenti. Invece potrebbe essere peggiorata la posizione giudiziaria della professoressa di Monteroni di Lecce già al centro di indagini per corruzione di minorenni,sospesa dall’incarico per due mesi per un video hard finito su internet, e protagonista di un nuovo video messo in rete su Youtube, ma già noto agli investigatori cui era stato consegnato dai difensori della docente quarantenne.

Il filmato, di pessima qualità perché girato con un videofonino, la ritrae mentre è in piedi vicino alla cattedra e parla al cellulare. Da dietro le si avvicina un ragazzo e per due volte mima l’atto sessuale. Il video si conclude con la donna che interrompe la comunicazione, mentre il ragazzo torna a posto. Nel video precedente immesso in rete, e girato da uno studente, si vedeva la professoressa ripresa da dietro mentre era seduta alla cattedra con i pantaloni leggermente calati sulla schiena sino a mostrare il perizoma. Gli studenti, tutti minorenni, le si avvicinavano palpeggiandola mentre lei faceva lezione.

Il secondo video, a quanto si è saputo, era già stato posto nei mesi scorsi all’attenzione del pm inquirente e del giudice per le indagini preliminari dagli avvocati difensori della professoressa prima dell’udienza in cui fu decisa la sospensione dall’incarico per due mesi della donna.

Gli avvocati ritenevano che il filmato potesse testimoniare quanto asserito dalla professoressa dopo la divulgazione del primo filmino, che cioé si trattava di pura goliardia da parte di studenti indisciplinati e non di veri e propri palpeggiamenti.

Questa strategia difensiva, tuttavia, non avrebbe raggiunto il fine che si proponeva, anzi avrebbe peggiorato la situazione dell’insegnante confermando la donna era pienamente consapevole di quanto stava accadendo. Ora il pm Maria Cristina Rizzo cercherà di risalire all’ identificazione di chi ha messo in rete il secondo filmato. La professoressa è indagata per corruzione di minorenne e atti sessuali con minori.

(disegno S.D., archivio GrIG)
Riferimenti: vita e miracoli di Edwige Fenech.

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Circe studierà il clima del Mediterraneo.

22 Maggio 2007 Commenti chiusi


Il Climate Change and Impact Research è il progetto europeo che si pone la finalità di studiare l?evoluzione del clima nell?area del Mediterraneo, dal punto di vista sia scientifico sia economico e sociale, in linea con lo studio integrato e le conclusioni del Comitato Intergovernativo per i cambiamenti climatici (Ipcc) resi noti durante il vertice di Bangkok (del quale ci siamo occupati in questo blog: http://gruppodinterventogiuridico.blog.tiscali.it/bf3271974/ 4 maggio 2007) qui riportate.

www.adnkronos.com 22 maggio 2007
Dal Portogallo alla Siria, dalla Gran Bretagna a Israele
Parte Circe, il più grande progetto di ricerca sul clima del Mediterraneo
Studiare l’evoluzione del ‘Mare Nostrum’ dal punto di vista scientifico ma anche economico e sociale

Roma, 7 mag. – (Adnkronos) – Studiare l’evoluzione del clima del Mediterraneo dal punto di vista scientifico ma anche economico e sociale. E’ questo l’obiettivo di Circe, il Climate Change and Impact Research: the Mediterranean Environment, il progetto europeo appena lanciato a Bologna presso la sede del Cnr.
Il lancio, avvenuto in concomitanza con la pubblicazione della terza parte del IV rapporto dell’Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change), il Comitato Intergovernativo per i Cambiamenti Climatici. A Bangkok, infatti, sono state rese note le tecniche e le risoluzioni che possano mitigare gli effetti del cambiamento climatico, descritti nei precedenti capitoli di lavoro dell’Ipcc, pubblicati in febbraio e aprile di quest’anno.
E lo stesso metodo di studio integrato dell’Ipcc e’ una delle novita’ introdotte all’interno di un unico progetto proprio dallo staff scientifico multidisciplinare di Circe.
Dal Portogallo alla Siria, dalla Gran Bretagna a Israele, Circe coinvolgera’ ben 65 partner, europei e nordafricani, di cui 62 sono centri di ricerca, che lavoreranno insieme per quattro anni con l’obiettivo di valutare gli impatti climatici nel Mediterraneo e le migliori strategie di adattamento e mitigazione. Di fondamentale importanza sara’ il coinvolgimento delle realta’ locali, dei contadini, dei pescatori, delle aziende che saranno interessate dai cambiamenti climatici nei prossimi anni.
Tramite competenze provenienti da diverse discipline, inoltre, Circe studiera’ le previsioni climatiche nell’area mediterranea in relazione al piu’ vasto cambiamento globale, per capire quale sara’ l’evoluzione delle radiazioni atmosferiche, del ciclo dell’acqua, delle nuvole e degli eventi estremi, come precipitazioni intense o inondazioni. Verranno valutati inoltre gli impatti su agricoltura, ecosistemi, foreste, qualita’ dell’aria e salute umana.
Grande attenzione verra’ data nel corso del progetto di ricerca alle conseguenze economiche e sociali dei cambiamenti climatici. Ed in particolare saranno analizzati gli scenari che riguardano il turismo, il mercato energetico e l’eventuale migrazione delle popolazioni locali, per indicare possibili strategie di adattamento e mitigazione.
Il progetto europeo, finanziato con 10 milioni di euro nell’ambito del VI programma quadro della Unione Europea, e’ coordinato dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv), rappresentato da Antonio Navarra. Le linee tematiche di ricerca di Circe sono tredici, quattro delle quali sono guidate da centri italiani.
”Circe produrra’ ricerca e conoscenza sul clima del Mediterraneo e sui suoi impatti” dichiara Navarra. ”I risultati, frutto della collaborazione tra matematici, fisici, climatologi, agronomi, economisti e informatici, -prosegue lo scienziato italiano- saranno messi a disposizione sia della comunita’ scientifica che dei decisori politici. Con questo progetto, la ricerca diventa strumento per supportare, con i dati scientifici e la previsione di scenari futuri, le azioni di risposta, ovvero le strategie di mitigazione, ai mutamenti indotti dai cambiamenti climatici.”
Molti i partner che concorrono al lavoro del progetto Circe e per l’Italia partecipano, oltre all’Ingv, il Centro Euro-Mediterraneo dei Cambiamenti Climatici, la Fondazione Eni Enrico Mattei, l’Enea (Ente per le Nuove Tecnologie, l’Energia e l’Ambiente), il Cnr (Consiglio Nazionale delle Ricerche), l’Asl di Roma con il Dipartimento di Epidemiologia, le Universita’ degli Studi della Tuscia, de L’Aquila, di Bologna e del Salento e l’Ogs, l’Istituto nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale di Trieste.
E se con Circe si potenzia la ricerca sul clima, molteplici sono le linee di studio intraprese dalla scienza. I nuovi studi sul cambiamento climatico prevedono non solo l’acquisizione e la valutazione di dati scientifici sullo stato fisico del clima mondiale ma anche la previsione di scenari possibili in base all’impatto che il cambiamento esercita su uomo e natura. Le evoluzioni future infatti possono dipendere largamente dalla capacita’ di reagire al cambiamento del clima: e’ fondamentale quindi studiare i metodi e le tecniche di mitigazione, ovvero tutte le risoluzioni possibili in campo politico, sociale ed economico per eliminare o quanto meno ridurre le emissioni di gas serra, responsabili dell’aumento della temperatura sulla Terra.
Una delle novita’ introdotte dal progetto di ricerca europeo Circe, e’ proprio l’integrazione di diverse conoscenze per fornire una valutazione scientifica dei cambiamenti climatici globali in atto, dei suoi impatti e gli eventuali sistemi di mitigazione nel Mediterraneo, in linea con la strategia di studio adottata dal piu’ grande organo mondiale, l’Ipcc appunto.
I capitoli di studio corrispondono ai tre gruppi di lavoro (Working Group – Wg) dell’Ipcc: il Gruppo di lavoro I (Wg I) sul sistema clima e sui cambiamenti climatici, il Gruppo di lavoro II (Wg II) sulla vulnerabilita’ dei sistemi naturali e socio-economici, gli impatti dei cambiamenti climatici e il Gruppo di lavoro III (Wg III) sulle opzioni di adattamento e mitigazione.
L’Ipcc, organo intergovernativo che conta la partecipazione di 100 nazioni con i suoi membri di governo e piu’ di 2000 scienziati, nato nel 1988 e costituito dalle Nazioni Unite e dall’Organizzazione Meteorologica Mondiale, produce periodicamente rapporti internazionali sulla situazione del clima sul nostro Pianeta. Per questo, ogni nazione ha un Focal Point Ipcc che coordina le attivita’ relative all’Ipcc nel proprio paese. La sede in Italia del Focal Point e’ presso il Centro del Mediterraneo per i Cambiamenti Climatici (Cmcc).
Riguardo i Rapporti di Valutazione, quest’anno si stanno pubblicando i capitoli del IV Rapporto, mentre il primo Rapporto e’ stato pubblicato nel 1990, il secondo nel 1995 ed il Terzo nel 2001. Ogni rapporto, inoltre, e’ costruito in base alle precedenti valutazioni fatte dall’Ipcc e, nel caso del IV, incorporando anche i nuovi risultati delle ricerche degli ultimi sei anni, dovuti a un grande numero di dati piu’ nuovi e completi, analisi piu’ sofisticate dei dati stessi, miglioramenti nella comprensione dei processi e la loro simulazione tramite modelli e un’esplorazione piu’ estesa dei gradi di incertezza. Ma Ecco i principali risultati dal Working Gruop I del IV rapporto dell’Ipcc.
Secondo gli esperti del primo gruppo di lavoro, la probabilita’ che l’effetto globale medio delle attivita’ umane dal 1750 sia stato una causa di riscaldamento, e’ del 90-95%. Inoltre, undici degli ultimi dodici anni (1995 -2006) sono stati indicati fra i piu’ caldi mai registrati da quando si hanno misure globali della temperatura alla superficie terrestre (dal 1850).
Negli ultimi 100 anni (1906-2005) hanno ancora verificato gli epserti, la temperatura terrestre e’ aumentata in media di 0,74 ° C e in particolare, negli ultimi 50 anni, e’ salita di di 0,76 °C. Nei prossimi 20 anni, gli scenari mostrano delle proiezioni di un riscaldamento di circa 0.2° C per decade ed il livello medio globale dei mari e’ cresciuto ad un tasso medio di 1.8 mm per anno dal 1961 al 2003.
Importanti anche i risultati raggiunti dal secondo Working Gruoup. Per gli scienziati, riguardo gli impatti del cambiamento climatico su ambiente umano e naturale, allo stato attuale, i dati osservativi su tutti i continenti e la maggior parte degli oceani, mostrano che molti sistemi naturali risentono gravemente dei cambiamenti climatici in corso e in particolar modo dell’aumento delle temperature. Ad esempio molte regioni di permafrost sono in scioglimento e il pericolo valanghe nelle zone montuose e’ in crescita. I tempi naturali e stagionali sono mutati tanto da avere primavere e fioriture precoci, cosi’ come cadute delle foglie in tempi sfasati. Anche gli animali soggetti a letargo o migrazione hanno mutato la loro stagionalita’. E ancora.
Gli impatti del cambiamento climatico su ambiente umano e naturale nel futuro fanno ritenere che nel 2050 la disponibilita’ di acqua aumentera’ dal 10 al 40% alle alte latitudini, mentre diminuira’ in media del 20% circa nelle regioni a basse latitudini e ai tropici, andando a colpire la produzione agricola locale. Le zone colpite da siccita’ aumenteranno in estensione, mentre in altre zone del mondo, soggette a cicli naturali di piovosita’, le precipitazioni abbondanti e frequenti favoriranno il rischio di allagamenti.
Le coste, inoltre, saranno le zone che risentiranno maggiormente dei cambiamenti del clima (soprattutto i delta dei grandi fiumi asiatici e africani) e entro il 2080 diversi milioni di persone dovranno lasciare la propria regione per inondazioni causate dall’innalzamento del livello del mare.
Circa il 20-30% delle specie animali e piante saranno a rischio estinzione se la temperatura media terrestre aumentera’ ancora di 1.5° C. Il cambiamento climatico avra’ poi un forte impatto anche sulla salute umana causando malnutrizione, mortalita’ (dovute a ondate di calore, inondazioni, cicloni, incendi e siccita’) e malattie cardio-respiratorie legate a una concentrazione molto alta di ozono nell’aria.
Nel caso dell’Europa meridionale, per gli scienziati il cambiamento climatico accentuera’ le condizioni di siccita’ e le alte temperature, riducendo la disponibilita’ di acqua, il turismo estivo e la produttivita’ agricola, ma incrementando i rischi per la salute causati da ondate di caldo e incendi spontanei. Ecco, di seguito tutti i Paesi ed i relativi centri di ricerca che partecipano al progetto Circe.
ITALIA
-Ingv (Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia) che ne e’ il Coordinator
-Enea (ente per le nuove tecnologie, l’energia e l’ambiente)
-Fondazione Eni Enrico Mattei
-Cnr (consiglio nazionale delle ricerche) – Istituto Biologia Agro-Ambientale e Forestale, Istituto di Biometeorologia, Istituto di Ricerca Sulle Acque, Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima
-Asl Roma- Dipartimento di Epidemiologia
-Universita’ degli studi della Tuscia
-Universita’ degli studi de L’Aquila- Centro d’Eccellenza Cetemps
-Universita’ degli studi di lecce
-Cmcc (Centro euro-mediterraneo dei cambiamenti climatici)
-Ogs (istituto nazionale di oceanografia e di geofisica sperimentale)
-Alma Mater Studiorum (Universita’ di Bologna) – Dipartimento di colture arboree
SPAGNA
-Universitat de Les illes Balears -Departament d’Economia Aplicada
-Universidad de Alcala -Grupo de Fisica del Clima
-Universitat politecnica de Calalunya -Laboratori d’Enginyeria Marittima
-Universidad de Pais Vasco -Ingeniera Quimica y del Medio Ambiente Escuela Superior de Ingeniera de Bilbao
-Parc Cientific de Barcelona -Laboratori de Recerca del Clima (LRC)
-Universidad Politecnica de Madrid -Department of Agricultural Economics and Social Sciences
-Universidad Complutense de Madrid -Departamento Fisica de la Tierra II
-Fundacion Centro de Estudios Ambientales del Mediterraneo
-Consejo superior de investigaciones cientificas, instituto de ciencias de la tierra, “Jaume Almera” -Instituto de Ciencias de la Tierra “Jaume Almera”
-Universidad de santiago de compostela – Instituto de Estudios e Desenvolvemento de Galicia (Idega)
GRECIA
-University of crete, environmental chemical processes laboratory -Faculty of Sciences, Chemistry Department, Environmental Chemistry Processes Laboratory
-Institute of accelerating systems and applications -University of Athens, School of Physics, Atmospheric Modelling and Weather Forecasting Group
-National observatory of Athens -Institute for Environmental Research and Sustainable Development
-National and kapodistrian university of Athens -Dept. of Hygiene and Epidemiology
-Hellenic centre for marine research -Institute of Oceanography
-Institute of communication and computer systems Economics-Energy-Environment Modelling Laboratory (E3M LAB)
-University of the Aegean -Department of Geography
GERMANIA
-GKSS -Institute for Coastal Research
-Potsdam institut fuer klimafolgenforschung – Department of Global Change and Social Systems
-Max-planck-society for the advancement of science -MPG MPICH: Max-Planck-Institut fuer Chemistry, MPG MPIMET: Department of Atmospheric Chemistry, MPG MPIBGC: Max Planck Institute for Meteorology, Max-Planck-Institute for Biogeochemistry
-Universitaet Hamburg – Research Unit Sustainability and Global Change
-Freie Universitaet Berlin – Institut fuer Meteorologie
-European climate forum
FRANCIA
-Centre de cooperation internationale en recherche agronomique pour le developpement
-Centre national de la recherche scientifique -Laboratoire de Me’te’orologie Dynamique
-Institut du developpement durable et des relations internationales
-Meteo-France
REGNO UNITO
-University of Southampton -School of Civil Engineering and the Environment
-University of east Anglia -School of Environmental Sciences, Climatic Research Unit
-University of Birmingham -Department of Economics
-Stochkolm environment institute – Univeristy of York -Biology Department
-Met office – Research Process
-Natural environmental research council -National Oceanography Centre
ISRAELE
-Ben-Gurion university of the Negev -Dept. of Geography & Environmental Development
-THe hebrew university of Jerusalem – Institute of Plant Sciences and Genetics in Agriculture
-Tel-Aviv University -Department of Geophysics and Planetary Sciences
-University of Haifa -Natural Resource and Environmental Research Center
SVIZZERA
-Paul scherrer institut -Laboratory of Atmospheric Chemistry
-University of Bern -Institute of Geography, Climatology and Meteorology
TUNISIA
-National institute of marine sciences and technologies – Marine Environment Laboratory
-Institut pasteur de Tunis -Department of Epidemiology
PORTOGALLO
-Insituto de ciencia aplicada e tecnologia da facultade de ciencias da universidade de Lisboa
DANIMARCA
-Danish meteorological institute- Danish Climate Centre
ISTITUTI INTERNAZIONALI
-World health organisation, regional office for europe- Global Change and Health Special programme for Health and Environment
-European commission dg joint research centre
AUSTRIA
-University of natural resources and applied life sciences- Department of Water, Atmosphere and Environment, Institute of Meteorology
EGITTO
-Centre for environment and development for arab region and europe
OLANDA
-Vrije univeristeit Amsterdam- Department of Hydrology and Geo-environment
ALGERIA
-Association pour la recherche sur le climat et l’environment- Groupe d’Etudes et recherche Climat Applications au De’veloppement
SIRIA
-The international center for agricultural reserarch in the dry ares- Water Scarcity and Drought Management
Info: www.ingv.it

(foto C.B., archivio GrIG)

Riferimenti: Istituto Nazionale Geofisica e Vulcanologia

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Il campo da golf ?ambientalmente sostenibile? se ne va in Tribunale.


Il 22 maggio 2007, davanti al giudice monocratico Cristina Ornano del Tribunale penale di Cagliari dovranno comparire l?amministratore delegato della Stim s.p.a. Antonio Cavalieri, personaggio notissimo come organizzatore del premio giornalistico Chia, il responsabile dell?ufficio amministrativo della stessa società Piermario Rigoni, l?amministratrice unica della Contact Gestioni Ombretta Frisiera, committente dei lavori, l?esecutore dei lavori Nero Salis e il capocantiere Matteo Pau, difesi dall?avvocato Guido Manca Bitti. Devono rispondere dei lavori abusivi relativi al campo da golf di Chia (Comune di Domus de Maria, CA), la cui realizzazione venne avviata in area agricola tutelata con vincolo paesaggistico, fin sulle rive dello Stagno.

L?area di Chia è tutelata con specifico vincolo paesaggistico (decreto legislativo n. 42/2004 e successive modifiche ed integrazioni) Rientra, inoltre, nell?istituenda riserva naturale regionale ?Capo Spartivento e Stagni di Chia? ai sensi della legge regionale n. 31/1989 (allegato ?A?) ed è contigua al sito di importanza comunitaria (SIC) ?Stangioni de su Sali e di Chia? (ITB04235) ai sensi della direttiva n. 92/43/CEE sulla salvaguardia degli habitat naturali e semi-naturali.

All?avvìo dei lavori, le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico inoltrarono due esposti (18 maggio 2005 e 20 giugno 2005) alle amministrazioni pubbliche (Ministero per i beni e attività culturali, Assessorati regionali dell?urbanistica, dei beni culturali, della difesa dell?ambiente, Comune di Domus de Maria, Servizio tutela del paesaggio, Soprintendenza ai beni ambientali di Cagliari), al Corpo forestale e di vigilanza ambientale, ai Carabinieri del N.O.E. ed alla Magistratura competenti. Risultava rilasciata dal Responsabile Area tecnica del Comune di Domus de Maria soltanto una mera autorizzazione per ?opere di miglioramento fondiario? (la n. 8/05 del 7 febbraio 2005), per di più in piena vigenza dei vincoli temporanei di non trasformabilità del territorio di cui alla legge regionale n. 8/2004, la c.d. legge salva-coste.

Dopo i rapidi accertamenti svolti dal Corpo forestale e di vigilanza ambientale, la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Cagliari dispose il sequestro preventivo dell?area (giugno 2005), successivamente confermato dal Tribunale del riesame e dalla Corte di Cassazione (sez. III, sentenza n. 6444 del 21 febbraio 2006). Nel settembre 2006, su istanza del legale della difesa avv. Guido Manca Bitti, il sito è stato dissequestrato per permettere lo svolgimento di lavori di ripristino ambientale a spese della Stim s.p.a. e sotto la vigilanza del Corpo forestale e di vigilanza ambientale.

Nel piano paesaggistico regionale ? P.P.R. (deliberazione Giunta regionale n. 36/7 del 5 settembre 2006) l?area appare ricompresa nell?ambito di paesaggio costiero n. 3 ?Chia? (art. 14 delle norme tecniche di attuazione) ed è classificata in parte ?area naturale e sub naturale?, ?area semi-naturale?, ?area ad utilizzazione agro-forestale? e ?insediamenti turistici?. Essendo comunque il Comune di Domus de Maria sprovvisto di P.U.C. definitivamente approvato ed in vigore, si applicano per tale ambito di paesaggio costiero le disposizioni cautelari provvisorie di cui all?art. 15, comma 3°, delle norme tecniche di attuazione del P.P.R.

Il 22 maggio 2007 le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico, grazie al prezioso apporto dell’avv. Lia Pacifico, saranno ancora una volta presenti in un aula di giustizia quali parti civili per salvaguardare un patrimonio ambientale continuamente a rischio a causa di una speculazione immobiliare arrembante, anche se, in questo caso, legata ad un gruppo immobiliare che desidera presentarsi come attento alla tutela ambientale con mattoni e campi da golf ed ha trovato ascolto presso ?comitati scientifici indipendenti? composti da docenti universitari e ?esperti ambientalisti? che dovrebbero certificare la bontà progettuale (vds. ?L?insostenibile turismo del golf ??, in http://gruppodinterventogiuridico.blog.tiscali.it/kg3273089/).

Gruppo d?Intervento Giuridico e Amici della Terra

(foto E.D., archivio GrIG)

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Un po? di sano sogno americano !


Qualche spigolatura qui e là per disegnare e colorare alcuni aspetti spesso un po? in ombra del grande sogno americano, il leader sociale mondiale. Buona lettura?

Gruppo d?Intervento Giuridico

da Il Sardegna, 21 maggio 2007

Morire come Terri Schiavo se Bush stacca la spina. Negli Stati Uniti una legge permette ai medici di interrompere le cure a loro discrezione se il paziente non ha un’assicurazione: ma i ?paladini della vita? non protestano, perché gli ammalati in questi casi sono tutti poveri o immigrati. Bianca Cerri

Tutti ricordano Terry Schiavo, una donna in coma irreversibile da 15 anni divenuta un caso politico quando i giudici consentirono ai medici di staccare i macchinari che la tenevano in vita. Pochi sanno invece che la vicenda terrena di Schiavo sarebbe stata molto più breve se la stessa Schiavo non avesse sottoscritto un’assicurazione prima di ammalarsi. Nel caso di Thiras Habtegris, un’emigrata eritrea di 27 anni malata di cancro e priva di copertura assicurativa i medici del Baylor Medical Center di Plano, in Texas, si limitarono a staccare il respiratore mentre la donna era ancora pienamente cosciente avvalendosi del Futile Care Law Act una legge voluta da George Bush all’epoca del governatorato che concede al personale sanitario la più ampia discrezione sul destino dei malati terminali. Forse non è un caso che sia stato scelto un termine come “futile”, capace di evocare anche in italiano accanimento terapeutico e connotazioni morali negative, per una legge che considera i soggetti più vulnerabili come entità astratte di cui lo Stato non può farsi carico. Nel 2005, lo stesso anno in cui morì Terry Schiavo, i medici del Children Hospital di Houston si appellarono al Futile Care Law Act per negare una qualunque forma di assistenza concreta a Sun Hudson, un bambino di sei mesi affetto da nanismo e da una grave forma di displasia dopo aver posto alla madre un inflessibile ultimatum di dieci giorni per trovare una struttura alternativa. Dopo 40 tentativi andati a vuoto, la donna fu costretta a rassegnarsi al distacco dei tubi che tenevano in vita il bambino. Alla Nbc che la intervistava, Wanda Hudson disse piangendo che si era trattato di un omicidio in piena regola. In queste settimane, un’altra donna sta lottando contro i medici del Brackendridge Children Hospital che avevano deciso di staccare i respiratori che tengono in vita il figlio Emilio Lee, un bambino di 16 mesi affetto da una patologia neurovegetativa conosciuta come morbo di Leigh. Per sottrarlo alla voracità del Futile Care Law Act Catarina Gonzales si è rivolta al tribunale chiedendo al giudice di concederle il tempo necessario a trovare una struttura disposta ad accoglierlo. Il termine ultimo è stato fissato all’otto maggio ma se entro quella data Emilio Lee sarà ancora al Brackndridge Children Hospital la ventilazione artificiale verrà sospesa. E mentre gli Stati Uniti hanno appena celebrato il mese di aprile dedicato per tradizione alla lotta contro gli abusi sui minori piangendo le vittime del Virginia Tech, Emilio Lee Gonzales sta vivendo quelli che potrebbero essere i suoi ultimi giorni. Molti americani si chiedono se sia giusto affidare il suo destino ad un atto legislativo. Ma c’è anche una parte dell’opinione pubblica che vede in Catarina Gonzales una prevaricatrice che si diverte ad intralciare la legge con il denaro dei contribuenti. A questa categoria appartengono gli stessi politici che spesso invocano la sacralità della vita e i valori morali riducendoli a prodotti commerciali per pochi privilegiati ai quali nessuna ragazza madre senza mezzi che abbia osato sfidare i padroni della Sanità del Texas per salvare il proprio figlio dovrebbe avere accesso.

Compie dieci anni South Park, la serie tv di disegni animati che con la sua satira ultrascorretta è riuscita a scontentare tutti: cattolici, musulmani, omosessuali, neri e soprattutto genitori.
Un ?cartone? dritto in faccia. (Kyle): ?Cartman, io sono ebreo !?
(Cartman): ?Non devi essere così duro con te stesso !?

Andrea Tramonte

Gli inglesi se la sono presa molto per l?episodio in cui la Regina si spara in bocca, perdendo naturalmente fiumi di sangue blu. I cattolici non hanno perdonato la scena della statua della Madonna con le ?mestruazioni?. I musulmani si sono arrabbiati per la satira su Maometto. Facendo due conti non c?è molta gente che non abbia avuto da ridire su South Park, la serie animata americana che tra pochissimo – di preciso il 23 agosto di quest?anno – compirà dieci anni. Dieci anni di polemiche, risate, attacchi furibondi, sberleffi violenti, affondi nelle ferite che spesso hanno la forma di temi sensibili e difficili come l?omosessualità, la religione, la pedofilia, il razzismo, l?immigrazione? Sempre cercando di non rispettare alcuna sensibilità, di infrangere qualunque tabù, di infischiarsene del politicamente corretto (anche nel linguaggio: con grande scandalo hanno ?sdoganato? il termine nigger, negro, prendendosi l?accusa di razzismo) con un crescendo di attenzione mediatica che non ha eguali nella storia della satira di questi anni. La serie è nata nel 1997 su Comedy Central, con il primo episodio intitolato Cartman si becca una sonda anale. Gli autori Matt Stone e Trey Parker lo avevano anticipato un paio di anni prima con uno special natalizio in cui Babbo Natale e Gesù se le davano di santa ragione per stabilire chi dei due fosse davvero il simbolo della festività. Fin dall?inizio la serie è stata una cosa per certi versi inaudita. Quattro ragazzini di una piccola cittadina di montagna osservano una società, quella americana, piena di persone ottuse, grottesche, senza grazia, intelligenza o speranza. Una serie che scaraventa su qualunque cosa tonnellate di scurrilità, sarcasmo corrosivo e umorismo al vetriolo. Di tutto il letamaio che viene fatto emergere dagli autori alla fine si salvano proprio i bambini. O meglio, alcuni bambini. Come Stan ad esempio, quello corretto e sensibile, o Kylie, ragazzino ebreo alter ego di Matt Stone. Cartman invece è un bambino obeso, cinico, viziato, cattivo e razzista che fin da subito si pone come il personaggio più amato della serie, una specie di specchio deformato dell?americano medio. E poi Kenny, coperto da una tuta che non fa capire nulla di quello che dice e che fino alla quinta serie muore in quasi tutti gli episodi di morte violenta, atroce, per poi tornare nell?episodio successivo come se non fosse successo niente. La serie è stata accusata, nell?ordine: di fomentare la delinquenza giovanile, di sentimenti antiamericani, antireligiosi, di blasfemia, di essere una vera schifezza. E gli autori ? Tra le polemica ci sguazzano, se la ridono soddisfatti. Del resto la serie piace proprio per la schiettezza parossistica con cui si rapporta con il mondo. Chiedetelo ai vari Clinton, Bush, Al Gore, Paris Hilton, Tom Cruise, Scientology, Michael Jackson, Gesù, Benedetto XVI. Proprio per questo in Italia è stato trasmesso su Italia 1 solo fino alla quarta serie, con crescenti censure sul linguaggio scurrile e con l?alleggerimento di certe espressioni, e proteste allarmate delle sempre solerti associazioni di genitori.

A.N.S.A., 20 maggio 2007

IRAQ: BAGHDAD, UCCISI 6 SOLDATI USA
Ordigno esplode a passaggio auto, morto anche interprete

BAGHDAD, 20 MAG – Sei soldati americani e un interprete sono rimasti uccisi ieri da un ordigno artigianale esploso al passaggio della loro auto a Baghdad. Lo ha reso noto l’esercito americano con un comunicato, senza fornire altri dettagli. Dall’inizio dell’invasione, sono almeno 3.418 i soldati americani che hanno perso la vita in Iraq. Dall’inizio del mese di maggio sono gia’ 75.

A.G.I. , 20 maggio 2007

IRAQ: ALTRI 8 MILITARI USA UCCISI, TOTALE MORTI 3. 418.

Baghdad, 19 mag. – Sembra addirittura intensificarsi ulteriormente lo stillicidio di vittime tra le file statunitensi in Iraq: soltanto nella giornata di ieri hanno perso la vita in distinti assalti altri otto soldati americani.
Lo ha reso noto 24 ore dopo il Comando Usa, secondo cui l’episodio peggiore e’ avvenuto a nord-est di Baghdad, dove tre militari sono stati dilaniati dallo scoppio di una bomba, occultata come di consueto lungo il ciglio della strada che stavano percorrendo,e fatta detonare a distanza al passaggio del loro veicolo. Nel centro della capitale, invece, una pattuglia americana e’ caduta in un’imboscata: un commando di ribelli dapprima ha fatto esplodere un ordigno mentre passava, poi ne ha bersagliato a colpi di armi automatiche i componenti, uccidendone due. Sempre a Baghdad un soldato e’ stato crivellato di proiettili mentre era in perlustrazione a piedi.
Piu’ a sud un suo commilitone e’ stato ucciso dall’ennesima trappola esplosiva collocata su una strada, che ha anche provocato il ferimento di due compagni della vittima e di altrettanti militari governativi iracheni. Nella provincia occidentale di al-Anbar l’ottavo americano e’ infine perito in combattimento. In seguito a tali decessi e’ ormai salito ad almeno 3.418, compresi sette dipendenti civili del Pentagono, il numero complessivo delle perdite subite dagli Stati Uniti nel Paese arabo dal marzo 2003, quando scatto’ l’invasione per rovesciare il regime dittatoriale di Saddam Hussein.

(South Park, immagina da www.bloggers.it)

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Quando i "muri" di cemento non disinquinano e l’inquinamento cresce.


Le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico hanno inoltrato (21 maggio 2007) un esposto alle pubbliche amministrazioni competenti riguardo la pericolosa stasi di importanti operazioni di bonifica ambientale a Porto Torres e a situazioni analoghe che si stanno verificando ad Assemini e Portoscuso.

Da vari mesi, infatti, si è creata una forte polemica - che ha coinvolto anche in prima persona rappresentanti istituzionali di primo piano (l?ex Assessore regionale della difesa dell?ambiente Tonino Dessì, direttori generali del Ministero dell?ambiente, parlamentari, ecc.) ? relativa alla realizzazione di sistemi di sbarramento ?fisici? per ?contenere? (ma non ?eliminare?) l?inquinamento industriale prodotto dagli impianti Syndial di Porto Torres e di Assemini e la zona industriale di Portovesme. Il Ministero dell?ambiente, competente in materia di bonifiche di siti inquinati di interesse nazionale (come quelli sardi citati), vuole imporre un bel ?muro? di contenimento fisico, della profondità di almeno 50 metri e della lunghezza di svariati km. Sicuramente un affare per le imprese realizzatrici ed i produttori di cemento, ma tutt?altro che di validità comprovata contro l?inquinamento. Inoltre ? oltre ai pesanti costi economici ? potenzialmente ulteriormente rischioso per la tenuta delle falde idriche. Così lo ha valutato anche uno specifico parere (13 febbraio 2006) del Dipartimento di Ingegneria Ambientale dell?Università degli Studi di Cagliari su richiesta dell?Assessorato regionale della difesa dell?ambiente.

Invece, riguardo lo stabilimento Syndial di Porto Torres, con deliberazione Giunta regionale n. 4/12 del 31 gennaio 2006 è stato espresso il giudizio di compatibilità ambientale condizionato al termine del procedimento di valutazione di impatto ambientale ? V.I.A. riguardo il progetto presentato dall?Azienda per ?impianti tecnologici di emungimento ? trattamento acque di falda?. Con la successiva deliberazione Giunta regionale n. 7/14 del 21 febbraio 2006 è stato approvato (artt. 27-28 del decreto legislativo n. 22/1997 e successive modifiche ed integrazioni) il progetto definitivo presentato dalla Syndial s.p.a. con il rispetto delle condizioni e prescrizioni emerse in sede di procedimento di V.I.A. e in sede di conferenza istruttoria. Con determinazione Direttore Servizio atmosferico, suolo, gestione rifiuti, bonifiche dell?Assessorato della Difesa dell?Ambiente della Regione autonoma della Sardegna n. 304 del 21 marzo 2006 è stato approvato definitivamente il progetto di cui sopra.

Da allora, più di un anno fa, il progetto avrebbe dovuto esser realizzato e il territorio di Porto Torres sarebbe stato meno inquinato.

In sede di conferenza di servizi decisoria del 30 agosto 2006 per la bonifica del sito inquinato di rilievo nazionale di Porto Torres veniva, invece, disposta la realizzazione di un?opera di sbarramento fisico lungo tutto il versante mare dello stabilimento Syndial per impedire la contaminazione veicolata dalla falda verso il litorale marino: con successiva nota ministeriale prot. n. 18989/QDV/DI/VII/VIII del 28 settembre 2006 veniva imposta la realizzazione della suddetta opera di sbarramento entro il termine di 30 giorni dal ricevimento del verbale della conferenza di servizi decisoria. La Regione, con la deliberazione Giunta regionale n. 38/14 del 19 settembre 2006, si è praticamente adeguata.

Con ordinanza n. 1137/2007 dell?8 marzo 2007 il T.A.R. Lazio, sez. II bis, ha, su ricorso della Syndial s.p.a., disposto la sospensione del relativo provvedimento, in quanto ?l?amministrazione? non ha fornito ?elementi istruttori e motivazioni idonei a confortare la determinazione relativa alla fattibilità del sconfinamento fisico, nonché alla richiesta caratterizzazione?. Il Ministero dell?ambiente non ha esperito alcun rimedio giurisdizionale. Quindi, allo stato, il ?muro? ? addirittura privo di alcun progetto definitivo ? non si deve fare.

Inoltre, si è appreso (vds. La Nuova Sardegna, edizione del 20 maggio 2007) che analogo sistema di sbarramento idraulico posto fra gli impianti petrolchimici di Porto Torres ed il mare avrebbe dato risultati positivi in base a perizia tecnica presentata da Giorgio Ferrari, direttore della sezione Inquinamento del magistrato delle Acque di Venezia, da Massimo Gabellini e Antonella Ausili, rispettivamente mineralogo e biologa dell?I.C.R.A.M. su incarico della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Sassari (dott. Incani).

Il Ministero dell?ambiente risulta aver avanzato analoghe istanze per la realizzazione di sbarramenti fisici a mare sia nella zona industriale di Portovesme (Portoscuso) che allo stabilimento Syndial di Assemini, contiguo alla zona umida di importanza internazionale di Santa Gilla, sito di importanza comunitario e zona di protezione speciale, destinata anche a riserva naturale.

Conseguentemente, le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico hanno inoltrato (21 maggio 2007) un esposto al Ministero dell?ambiente, all?Assessorato regionale della difesa dell?ambiente, alle Province di Sassari, Cagliari e Carbonia ? Iglesias, ai Comuni di Porto Torres, Assemini e Portoscuso, alla Commissione Europea e alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Sassari (che ha già in corso un?indagine sull?inquinamento derivante dall?area industriale di Porto Torres) perché venga dato corso alla realizzazione del sistema di sbarramento idraulico previsto per lo stabilimento Syndial di Porto Torres, già fornito delle definitive autorizzazioni ambientali da più di un anno e affinché siano assoggettati al necessario procedimento di valutazione di impatto ambientale altri eventuali ulteriori interventi di bonifica presso gli impianti Syndial di Assemini e presso la zona industriale di Portovesme. E? l?ora di fatti concreti, basta con le chiacchiere.

Gruppo d?Intervento Giuridico e Amici della Terra

(foto S.D., archivio GrIG)

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In difesa del piano paesaggistico: intervento davanti al T.A.R. Sardegna.


Le associazioni ecologiste Amici della Terra, Lega per l?Abolizione della Caccia e Gruppo d?Intervento Giuridico danno sul piano paesaggistico regionale ? P.P.R. approvato nel settembre 2006 complessivamente una valutazione positiva e sosterranno le ragioni della salvaguardia ambientale proprie del P.P.R. con uno specifico intervento ad opponendum (a nome delle prime due, in quanto associazioni di protezione ambientale riconosciute ex art. 13 della legge n. 349/1986) curato dagli avv.ti Carlo Augusto Melis Costa e Guendalina Garau davanti al T.A.R. Sardegna. E? stato inoltrato l?intervento ad opponendum contro il ricorso n. 1019/2006 dei Comuni di Castelsardo, Valledoria, Bosa, Tempio Pausania, Gairo e delle società immobiliari Set s.r.l. e Vibrobeton s.r.l. e la prima udienza è prevista per il prossimo 11 luglio 2007. I primi ricorsi saranno, invece, discussi all?udienza fissata per il 27 giugno 2007. Successivamente, con ogni probabilità, il T.A.R. procederà alla riunione di tutti i ricorsi in un?unica trattazione.

Circa 100 ricorsi (altri 62 sono quelli straordinari al capo dello Stato), mentre da varie parti si parlava di addirittura quattrocento. Molti meno di quanti avverso i quattordici piani territoriali paesistici approvati dalla Regione nel 1993 e poi annullati su ricorsi degli Amici della Terra in quanto gravemente lesivi delle prerogative di tutela ambientale. Hanno inoltrato ricorsi amministrazioni comunali (ad esempio Cagliari, Olbia, Arzachena, Carloforte, Tertenia, Teulada, Castelsardo, Bosa, Tempio Pausania, Santa Teresa di Gallura, Budoni, Gairo, Valledoria), ?signori del vento? (la società Bonorva Wind Energy), tanti ?signori del mattone? ed anche tre consiglieri regionali dell?U.D.C. (Roberto Capelli, Sergio Milia e Franco Cuccu). Si sentono defraudati del potere di approvare il piano paesaggistico. Curiosamente la legge assegna, invece, tale potere alla Giunta regionale (art. 11 della legge regionale n. 45/1989 come modificato dall?art. 2 della legge regionale n. 8/2004). Comuni e privati lamentano lo scarso coinvolgimento ed il mancato accoglimento delle proprie ?osservazioni? durante la procedura di approvazione.

Di seguito, per chi volesse approfondire, una scheda sul P.P.R.

Lega per l?Abolizione della Caccia, Amici della Terra, Gruppo d?Intervento Giuridico

PIANO PAESAGGISTICO REGIONALE, LE RAGIONI DEL “SI”.

Le associazioni ecologiste Amici della Terra, Lega per l?Abolizione della Caccia e Gruppo d?Intervento Giuridico dànno del P.P.R. complessivamente una valutazione positiva.

Ricordiamo che la Giunta regionale, con la deliberazione n. 36/7 del 5 settembre 2006, approvava il piano paesaggistico regionale ? P.P.R. Giungeva, quindi, al termine il lungo procedimento che ha visto il parere della Commissione competente del Consiglio regionale, in seguito all?adozione del P.P.R. (deliberazione G. R. n. 22/3 del 24 maggio 2006) e, in precedenza, all?adozione della proposta di piano (deliberazione G.R. n. 59/36 del 13 dicembre 2005), le successive conferenze di co-pianificazione, la presentazione di atti di ?osservazioni? da parte di soggetti imprenditoriali, enti locali, associazioni ecologiste, ecc. In contemporanea i numerosi documenti del piano sono stati pubblicati sul sito web della Regione (http://www.regione.sardegna.it/pianopaesaggistico/) con un bell?esempio di trasparenza istituzionale purtroppo non comune.

I principali punti di forza, positivi, riguardano i seguenti aspetti:

* si deve, in primo luogo, evidenziare che il P.P.R., il primo piano approvato da una regione italiana in applicazione delle previsioni del Codice dei beni culturali e del paesaggio (decreto legislativo n. 42/2004 e successive modifiche ed integrazioni), appare supportato da un?ampia e, sostanzialmente, esaustiva analisi tecnico-scientifica territoriale, ambientale, insediativa (relazioni illustrative, tecniche, del comitato scientifico, 27 schede illustrative degli ambiti costieri) che costituisce la ?motivazione? dell?atto pianificatòrio;

* analogamente appare decisamente congrua la rappresentazione cartografica delle analisi di piano (5 tavole illustrative in scala 1 : 200.000 contenenti rispettivamente la perimetrazione degli ambiti di paesaggio costieri e la struttura fisica, l?assetto ambientale, l?assetto storico-culturale e l?assetto insediativo + 141 carte in scala 1 : 25.000 illustrative dei territori ricompresi negli ambiti di paesaggio costieri + 38 carte in scala 1 : 50.000 relative alla descrizione del territorio regionale non ricompreso negli ambiti costieri, anche in compact disk), supporto connesso ed inscindibile per le norme tecniche di attuazione;

* si conviene con l?individuazione degli ambiti di paesaggio e dei beni paesaggistici (art. 6 delle norme tecniche di attuazione), in particolare con la tipologia delle previsioni di piano, suddivise in prescrizioni dirette e indirette, indirizzi, misure di conoscenza, misure di conservazione, criteri di gestione e trasformazione, azioni di recupero e riqualificazione (art. 10 delle norme tecniche di attuazione);

* particolare importanza positiva assume la disciplina generale degli ambiti di paesaggio, individuati nelle 141 carte in scala 1 : 25.000, dove, nelle aree costiere (artt. 19-20 delle norme tecniche di attuazione), salve specifiche diverse disposizioni di piano, sono consentiti unicamente interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria di consolidamento statico, di restauro, modesti volumi tecnici che non alterino lo stato dei luoghi, interventi consentiti dall?art. 12 (lettere b, e, f, g, h, l, m, p) della legge regionale n. 23/1985, interventi direttamente funzionali ad attività agro-silvo-pastorali che non comportino alterazioni permanenti dello stato dei luoghi o sul piano idrogeologico, interventi di riforestazione, taglio e riconversione colturale, antincendio e conservazione in base al piano regionale antincendi, interventi di risanamento e consolidamento degli abitati e delle aree interessate da movimenti franosi, di sistemazione idrogeologica e di bonifica dei siti inquinati: in sostanza, negli ambiti di paesaggio non è consentito alcun nuovo intervento di trasformazione comportante nuove volumetrie, con esclusione dei citati eventuali modesti volumi tecnici strettamente funzionali alle opere esistenti e senza alterazione dello stato dei luoghi (artt. 12, 15, 19, 20 delle norme tecniche di attuazione);

* vengono in parte eliminati alcuni effetti fortemente negativi determinati dall?applicazione della normativa transitoria: in particolare la possibilità, per i Comuni dotati di piano urbanistico comunale ? P.U.C. di mandare avanti interventi di trasformazione del territorio in base a semplice stipula di convenzione di lottizzazione entro il 24 maggio 2006, anche in assenza di alcun intervento. In questi mesi, infatti, numerosi Comuni dotati di P.U.C. hanno approvato convenzioni di lottizzazione in fretta e furia proprio per anticipare l?entrata in vigore delle norme provvisorie del P.P.R. Fra i tanti casi, a Teulada è stato approvato il piano di lottizzazione presentato dalla soc. Holdima a Porto Tramatzu, pur esistendo un contenzioso societario su chi abbia realmente titolo su quelle aree. A Carloforte hanno rapidamente presentato all?approvazione un piano di lottizzazione sulla collina della Croce. A Castiadas il Consiglio comunale ha lavorato a ciclo continuo per adottare una trentina di piani di lottizzazione in zona costiera ed in area agricola. Ora, però, i comparti privi di titoli abilitativi (permessi di costruire, nullaosta paesaggistici, ecc.) alla data di entrata in vigore del P.P.R. dovranno esser rivisti (art. 15, comma 4°, delle norme tecniche di attuazione) e potranno esser realizzati soltanto previa intesa (art. 11 delle norme tecniche di attuazione) fra Regione, Provincia e Comune interessato;

* analogamente particolare importanza positiva assumono le disposizioni a tutela delle aree agricole: in particolare gli indirizzi vincolanti per la pianificazione urbanistica comunale relativi al mantenimento dell?equilibrio fra gli insediamenti con case sparse ed il contesto ambientale, la facoltà di nuovi edifici a carattere residenziale per i soli conduttori dell?attività agricola, generalmente fuori dalla fascia costiera, in relazione alle caratteristiche geo-pedologiche dei terreni interessati rispetto alle coltivazioni previste e l?estensione minima del fondo di 3 ettari per colture intensive e di 5 ettari per colture estensive (art. 83 delle norme tecniche di attuazione). Si deve rammentare, infatti, che la superficie agricola regionale è drasticamente diminuita soprattutto a causa dei fenomeni di urbanizzazione: in dieci anni, dal 1990 al 2000, si è registrato un calo del 24,7 % (dati ISTAT, 2005). Emblematico il caso delle aree agricole olivetate del Sassarese: fra il 1977 ed il 1998 Alghero ha perso 474 ettari di oliveti su 2.456 (- 19,3 %), Sassari ne ha perso 361 ettari su 4.981 (- 7,2 %), Sorso ne ha perso 342 ettari su 1.611 (- 21,2 %). Soltanto Sennori e Tissi hanno registrato minimi incrementi, rispettivamente di 16 (+ 3,5 %) e di 13 (+ 7,3 %) ettari (dati Università degli Studi di Sassari, cattedra di olivicoltura, 2006). In relazione alla sola Sassari, al 2002 dei 4.620 ettari presenti nel 1977, ne sono risultati ?degradati? (?oliveti radi, con 50-100 alberi per ettaro) ben 562, 27 ettari sono risultati formati da alberi sparsi (meno di 50 olivi per ettaro): grazie a tale indagine condotta con l?ausilio di immagini satellitari si è appurato, quindi, che la perdita complessiva dell?area olivetta fruibile anche a fini economici è stata di ben 926 ettari (- 19 %). E tale perdita è dovuta quasi esclusivamente alla crescita edilizia incontrollata nell?agro;

* la previsione quali ?beni paesaggistici? (artt. 6 e 8 delle norme tecniche di attuazione e parte II del P.P.R.) aventi specifica necessità di conservazione del loro insieme, come ad es. l?area archeologica di Tuvixeddu, e di ?beni identitari? (artt. 6 e 9 delle norme tecniche di attuazione e II parte del P.P.R.) di aree e singoli beni che indichino il senso di appartenenza alla collettività sarda, es. l?archeologia mineraria ed industriale.

I principali punti di debolezza, negativi, appaiono questi:

* permane una normativa transitoria (art. 15 delle norme tecniche di attuazione) che può provocare potenzialmente notevole degrado in fascia costiera, a causa dei numerosi piani di lottizzazione approvati sulla base dei P.U.C. vigenti;

* non appaiono presenti meccanismi procedurali sostitutivi nel caso di mancato adeguamento della disciplina urbanistica provinciale e comunale alle previsioni del P.P.R. (artt. 106-107 delle norme tecniche di attuazione);

* la definizione delle aree semi-naturali (art. 25 delle norme tecniche di attuazione) ricomprende i ?boschi naturali? (leccete, quercete, sugherete e boschi misti, dune e litorali soggetti a fruizione turistica, ecc.), volendo individuare diversa disciplina per le aree ad utilizzazione agro-forestale comprendenti i ?rimboschimenti artificiali?: tale differente classificazione è in palese contrasto con quanto previsto dall?art. 2, commi 1° e 6°, del decreto legislativo 18 maggio 2001, n. 227, norma quadro in materia, che esplicitamente qualifica come ?bosco i terreni coperti da vegetazione arborea associata o meno a quella arbustiva di origine naturale o artificiale, in qualsiasi stadio di sviluppo, i castagneti, le sugherete e la macchia mediterranea?.devono avere estensione non inferiore a 2.000 metri quadrati e larghezza media non inferiore a 20 metri e copertura non inferiore al 20 per cento?? ;

* gli indirizzi del P.P.R. per gli insediamenti turistici prevedono (art. 90, comma 1°, punto 3) un eccessivo premio volumetrico massimo in favore dei titolari di insediamenti turistici nei territori costieri di maggior impatto paesaggistico che acconsentano al trasferimento delle loro strutture verso insediamenti residenziali preesistenti. Un premio volumetrico massimo del 100 % rispetto alla volumetria esistente, da conseguirsi mediante procedure negoziali, appare decisamente eccessivo, in quanto rischia di innescare fenomeni speculativi negli esistenti centri abitati a breve distanza dalla costa (es. Bosa, Posada, Villasimius, Pula, ecc.) con conseguenze non prevedibili sul tessuto storico urbano.

La fascia di salvaguardia costiera, norma di tutela provvisoria di cui alla legge regionale n. 8/2004 (la c. d. legge salva-coste), ora varia nel P.P.R. in funzione della conformazione del paesaggio costiero, in alcuni casi è più profonda, in qualche caso meno profonda dei 2 chilometri. Lungo la fascia costiera sono vietate anche costruzioni in area agricola, a meno che non siano legate all’attività agro-zootecnica, nel caso di ricovero per attrezzi, o nel caso che la residenza in campagna sia strettamente necessaria alla conduzione dell’attività.

Le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico avevano presentato le proprie ?osservazioni? al P.P.R. con atto del 21 marzo 2006. Osservazioni, parzialmente accolte, che hanno puntato a rendere ancora migliore un P.P.R. decisamente improntato ad un?approfondita conoscenza del territorio costiero sardo ed ad una corretta gestione della parte più pregiata dell?Isola. Le ?osservazioni? erano incentrate principalmente su una più puntuale tutela dei demani civici (i terreni ad uso civico, il 15 % della Sardegna), oggi purtroppo oggetto di pericolose disposizioni che ne prevedono di fatto la ?svendita?, sulla salvaguardia di zone umide e dei boschi, sul contenimento delle possibilità edificatorie lungo le coste, sui meccanismi procedurali in caso di inerzia degli Enti locali nelle loro attività di pianificazione urbanistica in attuazione del P.P.R. una volta approvato definitivamente e sulla correzione di alcune discrasie cartografiche (Chia, Portu Malu di Teulada, Porto Conte, Bados e Pittulongu di Olbia, Baccu Mandara di Maracalagonis). Le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico, dopo aver presentato diverse proposte in tema di pianificazione territoriale paesistica, hanno preso parte alla fase delle conferenze istruttorie di co-pianificazione (gennaio-febbraio 2006).

In questi mesi ed anche recentemente sono apparse decisamente ingenerose e confuse tante critiche mosse al P.P.R. da amministratori locali ed associazioni imprenditoriali, mentre demagogiche, elettoralistiche e prive di reale riscontro concreto le proposte referendarie (miseramente naufragate alla prima verifica di legittimità) avanzate da Forza Italia contro un P.P.R. addirittura non definitivamente approvato. Non certo meglio le contro-proposte avanzate dall?on. Paolo Manichedda, le quali sembrano quasi frutto del desiderio di quegli amministratori locali e progettisti alle disposizioni lassiste degli illegittimi piani territoriali paesistici del 1993, annullati su ricorsi ecologisti dai Giudici amministrativi perché l?esatto contrario di una corretta pianificazione paesistica.

Si ricorda, inoltre, che nell?estate 2005 era stata consegnata al Presidente della Regione autonoma della Sardegna on. Renato Soru ed al Presidente del Consiglio regionale on. Giacomo Spissu la petizione popolare per la salvaguardia delle coste sarde promossa dagli Amici della Terra e dal Gruppo d?Intervento Giuridico. Gli aderenti sono stati ben 3.515 e vedono tra di loro parlamentari europei (on. Monica Frassoni), l?intera direzione nazionale degli Amici della Terra (Rosa Filippini, Walter Baldassarri e Maria Laura Radiconcini), personalità della cultura (lo scrittore Giorgio Todde), personalità del volontariato attivo (don Ettore Cannavera), rappresentanti di associazioni ecologiste di tutto il Mediterraneo (Coordinamenti Friends of the Earth dell?Europa e del Mediterraneo, associazioni nazionali aderenti a Friends of the Earth di Francia, Spagna, Cipro, Israele, Palestina, Croazia, Tema Foundation della Turchia, Istria Verde della Croazia, N.T.M. di Malta, C 21 dell?Algeria, Green Action della Croazia, European Geography Association della Grecia, E.N.D.A. della Francia, Green Home del Montenegro, S.P.N.L. del Libano, Link di Israele, E.N.D.A. Maghreb del Marocco, Tunisian Front Organization della Tunisia, Ecomediterrania della Spagna, O.D.R.A.Z. della Croazia, A.P.E.N.A. della Tunisia, A.F.D.C. del Libano, R.A.E.D. dell?Egitto, Ceratonia Foundation di Malta, C.O.A.G. della Spagna, WWF ? programma Mediterraneo dell?Italia, I.P.A.D.E. della Spagna, Forum della Laguna di Venezia dell?Italia, W.A.D.A. del Libano, Associazione per la Wilderness dell?Italia), componenti di formazioni politico-sociali (vari aderenti a circoli di Progetto Sardegna) e, soprattutto, tanti comuni cittadini sardi, di tante altre parti d?Italia e numerosi stranieri. La petizione ha chiesto che il nuovo piano paesistico contenesse efficaci misure di tutela, una fascia di rispetto costiero di almeno 500 metri dal mare e la conservazione integrale dei tratti costieri ancora integri o non compromessi. Si è chiesta, poi, anche l?istituzione dell?Agenzia per la Salvaguardia delle Coste cui affidare l?acquisizione al patrimonio pubblico e la corretta gestione dei tratti di litorale più pregevoli dal punto di vista ambientale e paesaggistico, della quale, recentemente, la Giunta regionale ha avviato la realizzazione con l?istituzione del Servizio della Conservatoria delle coste sarde e poi con l’Agenzia della Conservatoria delle coste. Richieste provenienti dal mondo ecologista internazionale e dalla ?società civile? alla quale la Regione autonoma della Sardegna ha iniziato a dare risposte positive: ora cerchiamo di renderle migliori e più efficaci.

Lega per l?Abolizione della Caccia, Amici della Terra, Gruppo d?Intervento Giuridico

(foto S.D., archivio GrIG)
Riferimenti: piano paesaggistico regionale – P.P.R.

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Cazzuola e mattone, sempre nei sogni di troppi sindaci.


Passano gli anni, migliora la sensibilità ambientale, eppure, in ogni occasione, riaffiora nemmeno molto mascherato il desiderio di betoniere, ruspe, mattoni nelle menti di troppi sindaci sardi. Buona lettura…

Gruppo d’Intervento Giuridico

da L?Altravoce (www.altravoce.net), 19 maggio 2007

I sindaci e l’urbanistica ingessata. Sul Piano paesaggistico chiedono aiuti e più flessibilità. Marco Murgia

C’è chi lamenta la mancanza di fondi per la stesura del piano urbanistico comunale e chi sostiene di averlo già approvato ma di tenerlo in un cassetto in attesa di tempi migliori. C’è chi chiede una full-immersion per i dipendenti comunali, che non sarebbero in grado di stare dietro alle carte della Regione. E c’è chi spiega di essere già in regola, ma di aver dovuto correre tanto dietro ai documenti da non sapere «quanto fiato, come amministrazione, possiamo ancora avere». Sono i sindaci sardi alle prese con il piano paesaggistico regionale.
Quello fra gli amministratori locali e le norme dettate dalla Giunta regionale per la tutela del paesaggio è stato – ed è ancora – un rapporto tormentato: tutti d’accordo sul fine ultimo, preservare il territorio isolano. Meno, e non potrebbe essere altrimenti, sulle modalità di applicazione «di un quadro legislativo che spesso è eccessivamente invasivo», ha sottolineato Tore Cherchi, sindaco di Carbonia, ex deputato di lungo corso e presidente dell’Anci sarda.
Allora quello che serve è il confronto fra le opinioni e le esperienze. Da qui la decisione dell’esecutivo dell’Anci Sardegna di aprire agli amministratori locali la riunione del consiglio regionale dell’associazione. Una scelta importante, così come le adesioni: 170 da tutta l’isola, 130 i sindaci e delegati presenti a Cagliari in un normale venerdì lavorativo. Qualcosa che somiglia agli stati generali degli amministratori locali, considerato che molti centri sono meno interessati a questa tematica che comunque è fondamentale per le zone più popolose dell’isola.
Tore Cherchi, che conosce bene la politica ma soprattutto i problemi e la ricerca delle soluzioni, ha fatto i suoi calcoli. Riguardano la tempistica: «Serve una nostra riflessione collettiva durante la fase di attuazione del Ppr», spiega, «ma soprattutto nella fase di redazione dei piani urbanistici comunali in adeguamento al piano regionale».
Nessun documento da votare al termine dell’assemblea, nessuna riflessione sui risvolti giudiziari («Non è compito dell’Anci risolvere questi problemi»: in ballo, è bene ricordarlo, ci sono diversi ricorsi al Tar). Quello che Cherchi chiede all’assemblea è di «delineare un confronto costruttivo»: spostandolo in avanti e superando le rigidità iniziali, è il senso della sua analisi. Accolto in pieno: è il motivo per cui non siamo qui a parlare dell’ennesima rivolta dei sindaci contro la Regione ma di una discussione serrata insieme all’assessore regionale agli Enti locali Gian Valerio Sanna. Senza dimenticare le criticità: ci sono – tante, a giudicare dagli interventi dei sindaci presenti – ma anche riassumibili in quattro punti fondamentali. Illustrati dal presidente e sottoscritti dai sindaci in sala.
Il primo è tutto incentrato sui tempi della transizione dal vecchio al nuovo sistema normativo. Tempi lenti, secondo Cherchi, rispetto a quella che è «una sfida culturale ma anche organizzativa: gli adeguamenti richiesti sono complessi, non complicati». La differenza è sottile ma significativa: «C’è tutta una serie di passaggi pratici, dall’assegnazione delle competenze alla creazione dell’ufficio per il Piano nei diversi comuni, che non va sottovalutata».
La domanda è ragionevole: «Il sistema amministrativo pubblico ha gli strumenti per affrontare questa sfida?». Le risposte sono due: «La prima è che dovremmo dire ai nostri cittadini che la fase di transizione è molto più lunga di quanto avevamo preventivato». Con tutto quello che consegue: vincoli, edilizia bloccata, cantieri aperti e mai conclusi. La seconda è anche una proposta: «Pensiamo a un work in progress: quindi rendiamo operativo quello che è già pronto per il processo di adeguamento. Nel frattempo lavoriamo sul resto».
Il secondo punto è quello più delicato: «Nella via che stiamo percorrendo serve una maggiore autonomia dei Comuni rispetto alle direttive regionali». In sostanza, chi meglio degli amministratori locali conosce il territorio del proprio comune? Il ragionamento è lineare: «I Comuni devono essere soggetti responsabili». Serve, in praticare, evitare la semplice ratificazione di un provvedimento calato dall’alto. Anche in questo caso i vantaggi sarebbero due: da una parte si eviterebbe «una certa sofferenza da parte delle amministrazioni, che esiste ed è tangibile a prescindere dal colore politico»; dall’altra si eviterebbero i tempi biblici nella formulazione dei Puc comunali: non lo negano gli stessi sindaci, spesso si tende ad aspettare l’intervento risolutore della Regione.
Terzo e quarto punto sono strettamente collegati. Riguardano la politica di salvaguardia attiva del territorio collegata allo sviluppo sostenibile e la necessità di una nuova legge urbanistica. Cioè soprattutto il turismo («La pressione turistica è differente da zona a zona: una regola rigida risponde al meglio a questa situazione?») e il governo e gli interventi edilizi che riguardano quel territorio.
Alla prossima legge urbanistica guarda con attenzione l’avvocato romano Xavier Santiapichi, consulente dell’Anci. Il suo contributo all’assemblea è tutto di carattere tecnico-legale. E il giudizio nei confronti dell’operato della Regione non è certo tenero. A iniziare dal mancato coinvolgimento delle amministrazioni durante la stesura del Piano: «Non c’è stato, in nessuna fase: invece sarebbe dovuto essere importante e soprattutto indiscutibile». Per il giurista il quadro è nero: il ruolo dei Comuni, attualmente, «è quello di cuscinetto fra la Regione e i proprietari che magari per venti anni hanno pagato le tasse su un terreno che ora è bloccato».
Un ruolo che di fatto violerebbe pure la Costituzione: «Non esiste più il rapporto piramidale fra Stato, Regione e Comuni. Anzi, spesso il ruolo dovrebbe essere paritario se non di sussidiarietà da parte della Regione per il Comune». Allora, è il richiamo dell’avvocato, «si dica che il parere del Comune in seno all’Intesa con la Regione può essere vincolante. Ancora di più, l’Anci deve avere un proprio rappresentante al tavolo per la stesura della nuova legge urbanistica».
Proprio la legge urbanistica è uno dei maggiori crucci dell’assessore Sanna: «Al momento della presentazione del Piano paesaggistico avevamo presentato anche la bozza per la nuova legge urbanistica. Quella su cui poggia il Ppr è del 1989, ed è vero che serve aggiornare la strumentazione legislativa per migliorare il rapporto con i cittadini».
Il cruccio maggiore, anzi l’unico. Perché per il resto il rappresentante della Giunta ha le idee chiare. A iniziare dal motivo della norma di tutela del paesaggio: «La Regione ha dovuto varare il Piano perché c’era una norma di portata costituzionale che lo imponeva. E i Comuni devono operare entro i principi che una legge di rango superiore determina». Se è vero che «non c’è per i Comuni una disciplina immodificabile», secondo Sanna è altrettanto sacrosanto che «la Regione non ha una visione strabica del ruolo degli enti locali: con l’autonomia finanziaria si è superato un ritardo storico ma si è anche riconosciuto loro le giuste risorse e la capacità di programmazione».
La risposta è diretta a tutti quei sindaci che avevano fatto notare di non avere gli strumenti in termini di risorse umane e di finanziamenti per adeguare i piani particolareggiati al Ppr, elemento fondamentale per superare i rigidi vincoli imposti dalla Regione. Ma quello che sì è portato avanti, secondo Sanna, è un semplice «criterio meritocratico: chi ha fatto bene finora ha avuto la possibilità di programmare direttamente il proprio territorio».
E gli altri? Nessuno dimentichi che la fase che si sta attraversando è quella della transizione: quindi «non può essere espresso un giudizio solo in riferimento a questa fase del Piano paesaggistico: la Regione ha fatto tutto quello che poteva per accelerare i processi ed eliminare alcuni vincoli». L’obiettivo, però, è un altro. Non ?applicare? il Piano, ma fare sì che siano gli stessi Comuni a fare proprie le nuove norme: «L’approvazione è solo la parte preliminare di un processo culturale che si fonda sul principi dell’autonomia degli enti locali, e non deve essere confusa con una semplice fase di norme transitorie».
Sul mancato coinvolgimento, poi, in molti si erano lamentati per l’eccessiva rigidità dei centri matrice di prima formazione. Sono le delimitazioni che la Regione ha indicato per inquadrare i centri storici: a Cagliari, per intenderci, rientravano nel centro storico indicato da viale Trento anche ampie porzioni dei quartieri di Sant’Avendrace e Bonaria. Con la conseguenza principale, anche in questo caso, del blocco dei cantieri edili in zone che di storico hanno poco o niente.
La spiegazione di Sanna è semplice: «La perimetrazione indicata da noi comprende tutta l’area edificata fino agli anni Cinquanta, per quella che chiamiamo tutela temporanea. I Comuni che già dispongono di un piano particolareggiato possono predisporre la riperimetrazione del centro storico secondo le loro cartografie. E la Regione, ottenuta la documentazione, non può mettere bocca: quindi è una decisione vincolante». Per restare nell’esempio: a Cagliari è successo proprio così,con il Consiglio comunale che ha deliberato diversamente da quanto indicava la Regione.
L’ancora di salvezza, per i 103 Comuni obbligati a fare la pianificazione urbanistica in questa prima fase, c’è ed è pure sostanziosa: «La finanziaria regionale prevede cinque milioni di euro, più uno avanzato dallo scorso anno, destinati proprio a quelle amministrazioni. Lo stesso sarà a disposizione dei Comuni che dovranno farlo successivamente».

(foto S.D., archivio GrIG)

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Miniera di Seruci: carbone o aliga ?


L?Assessorato regionale della difesa dell?ambiente ? Servizio S.A.V.I. ha comunicato (nota prot. n. 14947 del 14 maggio 2007) che il progetto di sistema integrato costituito da un deposito preliminare (operazioni ex allegato B, lettera D15, del decreto legislativo n. 22/1997 e successive modifiche ed integrazioni) e da un deposito sotterraneo tramite iniezioni in profondità per rifiuti pericolosi e non ai sensi del decreto legislativo n. 36/2003 proposto dalla Carbosulcis s.p.a. nella miniera di Monte Sinni ? Nuraxi Figus, in Comune di Gonnesa e Carbonia (Sulcis-Iglesiente), è tuttora sottoposto a procedimento di valutazione di impatto ambientale ? V.I.A., in quanto, in sede di conferenze istruttorie, sono state richieste alla medesima Carbosulcis varie integrazioni ed ?è stato stabilito di escludere dal ciclo di trattamento e conferimento in sottosuolo tutte le tipologie di rifiuti pericolosi?.

Nei mesi scorsi la Carbosulcis s.p.a., gli Enti locali e la Regione hanno dibattuto animatamente sul progetto di stoccaggio di rifiuti di origine industriale, dando per scontato che tutto fosse già deciso. Invece le cose stanno diversamente. La procedura di valutazione di impatto ambientale ? V.I.A. in proposito non risulta tuttora conclusa.

Di che si discute, quindi ? Chi ne ha mai valutato la compatibilità ambientale ?

Le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico sono intervenute (atto di ?osservazioni? del 15 ottobre 2005) nel relativo procedimento di valutazione di impatto ambientale (V.I.A.). L?area costiera di Monte Sinni ? Nuraxi Figus, già interessata da attività mineraria, è tutelata con vincolo paesaggistico, la fascia dei mt. 300 dalla battigia marina è tutelata anche con specifico vincolo di conservazione integrale. L?area, inoltre, presenta numerose testimonianze di epoca nuragica, alcune tutelate con vincolo storico-archeologico nonché con vincolo di conservazione integrale (tombe dei giganti di Punta Seruci, nuraghe e villaggio di Punta Seruci, villaggio nuragico di Punta Maiorchina, nuraghe Ghillotta 1°, tempio a pozzo di Nuraxi Figus), altre non formalmente vincolate (nuraghe Su Arci, tomba dei giganti della Piana di Seruci, nuraghe Ghillotta 2°, nuraghe e struttura pre-nuragica de Is Bangius, nuraghe di Monte Sinni, nuraghe di Nuraxi Figus, nuraghe S?Arena), bisognose di approfondite campagne scientifiche ed interventi di tutela e valorizzazione, quale una delle più importanti aree archeologiche dell?Isola, occasione anche di turismo culturale e benefici economici. L?area rientra, altresì, nel sito di importanza comunitaria (pSIC) ?Costa di Nebida? e rientra, infine, nel piano paesaggistico regionale ? P.P.R., ambito costiero.

Inoltre, la Carbosulcis s.p.a., per quanto si è a conoscenza, beneficia di un mero affidamento della gestione temporanea della miniera carbonifera di Monte Sinni ? Nuraxi Figus, più volte sostenuto finanziariamente con cospicue dotazioni di fondi pubblici, nelle more della presa in consegna delle strutture minerarie del futuro titolare della concessione mineraria, oggetto di bando di gara internazionale per l?affidamento della concessione integrata per la gestione della miniera di carbone e la produzione di energia elettrica (art. 11, comma 14°, del decreto-legge 14 marzo 2005, n. 35, convertito con modificazioni dalla legge 14 maggio 2005, n. 80), non si è avuto modo, quindi, di comprendere a quale titolo possa legittimamente richiedere le autorizzazioni per la realizzazione del sistema integrato di discarica rifiuti, ipotecando la corretta futura gestione della miniera.

Secondo quanto originariamente in progetto, poi, i rifiuti pericolosi e non dei quali è in progetto lo stoccaggio sarebbero provenienti dalla centrale ENEL di Portovesme (gessi dall?impianto di desolforazione, ceneri leggere dalla combustione del carbone Sulcis e di importazione, fanghi degli spurghi degli impianti di pre-trattamento dei fumi in uscita, ceneri leggere provenienti dalla nuova centrale a ?letto fluido?), dagli impianti della Portovesme s.r.l. (scorie della lavorazione primaria e secondaria del piombo, scorie dell?impianto kss, scorie della lavorazione dello zinco dagli impianti Waeltz, fanghi dei processi idrometallurgici dello zinco), dal termovalorizzatore del Tecnocasic s.p.a. (ceneri leggere non inertizzate derivante dall?incenerimento di rifiuti solidi urbani). Non essendo ancora esistente lo specifico piano di coltivazione mineraria, non risulta nemmeno possibile stabilire aprioristicamente i ?vuoti? all?interno della coltivazione dove sarebbero stoccati i rifiuti, a meno che non si intenda subordinare l?attività mineraria a quella di stoccaggio dei rifiuti. Infine, sembra di aver compreso che i suddetti quantitativi di rifiuti pericolosi e non verrebbero stoccati mediante metodologie di ?iniezione?, senza le opportune procedure di inertizzazione e di incapsulamento a tenuta stagna, necessarie per evitare ogni contaminazione del sottosuolo e delle falde idriche in particolare, attualmente ?compresse? dagli impianti di pompaggio della miniera a ? 400 mt. Tale metodologia, se ben si è compreso, rischierebbe di provocare, a medio-lungo termine, effetti potenzialmente disastrosi sul piano ambientale. Come si vede, aspetti di non poco conto da chiarire per evitare un ulteriore inquinamento del basso Sulcis del quale non se ne sente proprio il bisogno.

Inoltre, gli immobili minerari dismessi di Seruci sono oggetto di un bando per la concessione a fini di recupero turistico-ambientale: quale operatore turistico serio vorrà parteciparvi sapendo che a due passi si stoccheranno rifiuti industriali ?

Ci attendiamo da parte del Servizio S.A.V.I. dell?Assessorato regionale della difesa dell?ambiente, dallo stesso Assessore Morittu e dalla Giunta regionale impegni e conseguenti provvedimenti in favore dell?ambiente e della salute pubblica, in particolare nell?ambito del procedimento di V.I.A.

Amici della Terra e Gruppo d?Intervento Giuridico

(foto S.D., archivio GrIG)

Riferimenti: bando per la concessione della miniera di carbone

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