I rottami radioattivi arrivano dalla lontana Ucraina ?

Le ultime ipotesi danno come provenienti da Paesi dell’ex Est europeo, precisamente dall’Ucraina, i rottami ferrosi contaminati da Cesio 137 in viaggio per la Sardegna (alla Portovesme s.r.l. di Portoscuso) e bloccati a Brescia. Non possiamo che ribadire a gran forza la richiesta di attivazione dei controlli ambientali pubblici dell’A.R.P.A.S. sull’arrivo di queste "materie prime secondarie" a rischio. Oppure il Sardistàn deve diventare in modo strisciante una pattumiera per materiale radioattivo ?
Amici della Terra e Gruppo d’Intervento Giuridico
da La Nuova Sardegna, 27 ottobre 2007
I rottami di ferro radioattivi sono forse arrivati dall’Ucraina. Per il consulente del Wwf Vincenzo Migaleddu l’uso del Cesio 137 nella sanità è ormai marginale. Piero Mannironi
BRESCIA. I rottami contaminati dal Cesio 137 finiti nelle fornaci delle Acciaierie Venete, a Sarezzo, arriverebbero da un paese dell’Est europeo. Molto probabilmente dall’Ucraina. Cioé dove, nell’aprile del 1986, a Chernobyl, avvenne il più grave incidente mai occorso a un impianto nucleare civile.
Il procuratore della Repubblica di Brescia Giancarlo Tarquini e il suo sostituto Paolo Abbritti continuano a mantenere una linea di estrema prudenza e di grande riservatezza. Non confermano e non smentiscono, ma si limitano a un secco «no comment» che non ammette repliche. Anche gli 007 dei Noe e dei Nita restano abbottonati. L’unica concessione è una battuta: «Per ora non escludiamo nulla. Il carico contaminato potrebbe essere arrivato dall’estero, ma non abbiamo ancora abbandonato l’ipotesi che si tratti di macchinari sanitari italiani mandati alla rottamazione». Come dire: stiamo ancora cercando di capire e comunque non escludiamo alcuna ipotesi, ma anche che non possiamo parlare. Eppure, al di là delle scarne dichiarazioni rilasciate dagli investigatori, da questa indagine blindata qualcosa comincia a filtrare. La pista ucraina, per esempio, sarebbe in questo momento ritenuta molto credibile. Se venisse confermata, allora vorrebbe dire che quel container che stava per arrivare nel Sulcis, alla Portovesme srl, conteneva dunque fumi di acciaieria radioattivi. Probabilmente alle Acciaierie Venete di Sarezzo è entrato un carico di metallo che arrivava da una centrale nucleare in fase di rottamazione di un paese dell’ex blocco sovietico. Ma potrebbe trattarsi anche di rottami ricavati da quelle centinaia di mezzi utilizzati per spegnere l’incendio del secondo reattore nella centrale di Cernobyl nell’ottobre del 1986, quando una nuvola di Cesio 137 si spostò su mezza Europa. Si tratta di camion, pullman, ruspe, mezzi cingolati, elicotteri e semplici automobili che ancora oggi sono accatastati in immense discariche radioattive a cielo aperto.
I CODICI FALSIFICATI. L’inchiesta ha comunque sicuramente messo a fuoco due fatti. Il primo è che il carico contaminato ha viaggiato con codici di identificazione falsi. Un metodo semplice e allo stesso tempo efficacissino adottato dai trafficanti di rifiuti pericolosi. Il sistema è stato già scoperto in almeno due occasioni. L’ultima, proprio pochi mesi fa, nell’ambito di un’inchiesta condotta dalla magistratura napoletana che ha portato al sequestro preventivo di ben sei aziende, due delle quali proprio nel Bresciano. Tra gli indagati alcuni big della siderurgia lombarda come Giambattista Chiodi, presidente della Faeco, la sua fedelissima manager Cristina Mazzucchelli e Giovan Battista Brunori, titolare della Ferriera Valsabbia. Il meccanismo scoperto dai carabinieri del Noe era questo: un’azienda campana, la Commet di Frattaminore (Napoli) vendeva alle acciaierie del nord Italia rottami di ferro provenienti dalle autodemolizioni senza alcun trattamento preventivo. Senza cioé eliminare elementi fortemente inquinanti come il policloro bifenile. La Commet assegnava a questo materiale un codice falso che lo «declassificava». Così quei rottami potevano viaggiare tranquillamente per tutta l’Italia senza alcun controllo e, soprattutto, eludendo tutti i costosi protocolli di sicurezza. Delle vere e proprie bombe ecologiche. Un sistema nel quale tutti ci guadagnavano: chi gestiva il traffico dei rottami e gli imprenditori che li acquistavano a un prezzo molto conveniente. Molto più inquietante l’altro caso in cui è stata scoperta la modifica dei codici e sul quale ha indagato la procura della Repubblica di Rovigo. Un caso che coinvolgeva anche la Portovesme srl. Nel corso della bonifica delle ex Accierie San Marco di Loreo, in provincia di Rovigo, i rifiuti costituiti dai fanghi di abbattimento e fumi che si trovavano in quell’area, erano stati in parte stati smaltiti proprio a Portovesme. Ecco cosa c’era scritto nell’esposto inviato alla magistratura veneta: «Il destinatario ha provveduto al recupero di detti rifiuti, contrassegnando l’operazione con R4, di cui all’allegato c) del decreto legislativo e cioé riciclo, recupero dei metalli e dei composti metallici. Dalla corrispondenza intercorsa con il primo destinatario di detti rifiuti, cioé la Nuova Esa, si è osservato quanto segue: il rifiuto è stato dapprima identificato con il codice CER 100204, ed era destinato allo smaltimento (operazione D15), poi il rifiuto ha cambiato codice e criterio di prevalenza ed è diventato CER, destinato alla Portovesme srl per il recupero. Le analisi allegate hanno evidenziato la natura tossico nociva del rifiuto per la presenza di piombo, cromo totale e cadmio oltre i limiti».
L’ALLARME DI VIGNA. Il secondo punto fermo dell’inchiesta della procura di Brescia è che i carichi radioattivi erano stati schermati con il piombo. E’ stato solo per un semplice caso, infatti, che nella discarica di Ponte Nossa, vicino a Bergamo, sia stato rilevato il micidiale Cesio 137. E anche il portale radiometrico dell’acciaieria bresciana è stato ingannato dal piombo. Facile pensare, quindi, che se il container bloccato a Genova fosse arrivato a Portovesme avrebbe molto probabilmente superato i controlli sulla radioattività. Mettendo insieme questi due punti fermi dell’indagine di Brescia, appare evidente che dietro questo traffico illecito si nascondano spregiudicati faccendieri che hanno saputo organizzare e pianificare il viaggio del carico radioattivo. Un mondo oscuro al quale, secondo una denuncia dell’ex procuratore nazionale antimafia Pier Luigi Vigna, «la mafia si offre come struttura di servizio per il trasferimento di materiali nucleari». Il riferimento esplicito dell’alto magistrato era proprio alle centrali dell’est europeo che venivano dismesse e poi cannibalizzate. Ma il traffico di rottami radioattivi non è un fenomeno nuovo. Se ne è cominciato a parlare fin dal 1990, cioé subito dopo la caduta del muro di Berlino. Un fenomeno carsico che va avanti, difeso dal silenzio e da una rete di interessate complicità, per poi emergere quando si verifica l’«incidente». Come quelli clamorosi del maggio 1997 alla Alfa Acciai di Brescia (rottami provenienti dall’Ucraina), del 13 gennaio 2004 alla Beltrame di Vicenza (dagli Usa) e, per finire, nei giorni scorsi alla Acciaierie Venete (ancora una volta Ucraina). Un "incidente" molto grave, passato quasi sotto silenzio, si è verificato nel 2001 nei cantieri navali Morini di Ancona: erano state rinvenute lamiere radioattive provenienti da due colate della fonderia Makstil di Skopje, in Macedonia, dove c’era stata la fuga di una sorgente di Cobalto 60 importata dalla Bulgaria.
I RAPPORTI DEGLI 007. Il problema del traffico di rifiuti radioattivi è conosciuto molto bene i nostri servizi segreti che hanno spesso inviato informative al governo: tra il 1992 e il 1998, infatti, il Sisde (il servizio di sicurezza civile) ha accertato ben 173 casi di traffico illecito di materiale nucleare. Nello stesso arco di tempo sono state sequestrate 15 mila tonnellate di rottami ferrosi contaminati, poi rispediti al mittente. Una situazione di rischio molto forte, quindi. Eppure, ignorando incredibilmente questi pericoli e per favorire soprattutto gli industriali dell’acciaio, il governo Berlusconi ha in qualche modo agevolato i traffici di materiali pericolosi: con la legge del 2002 e poi la legge-delega del 2004 ha infatti classificato i rottami ferrosi come materie prime secondarie. Non rifiuti, quindi, ma rifiuti da riutilizzare nei cicli produttivi metallurgici e siderurgici. Vincenzo Migaleddu è un autorevole consulente del Wwf. E’ stato un appassionato animatore del referendum anti-scorie che puntava proprio a difendere la Sardegna dall’ingresso di rifiuti e materiali altamente pericolosi e aveva anche paventato il rischio dell’ingresso di materiali radioattivi nell’isola. «Il Cesio 137 – dice – non esiste in natura, ma è prodotto dalla detonazione di armi nucleari e dai reattori delle centrali nucleari. E’ diventato tristemente famoso nel 1987 con il tragico incidente di Cernobyl. Oggi si dice che il Cesio 137 destinato alla Portovesme, era forse contenuto in apparecchiature medicali. Possibile, ma avrei qualche considerazione da fare. La prima è che il Cesio 137 non si utilizza più nella diagnostica medica da più di trent’anni. Lo si usava soprattutto per verificare se i noduli nella tiroide erano caldi o freddi. Da anni è stato abbandonato e sostituito dal Tecnezio 99m che, pur essendo radioattivo, ha un’emivita molto breve, circa sei ore».
PAURA PER I LAVORATORI. Ma anche dal punto di vista terapeutico il Cesio 137 sembra essere utilizzato molto marginalmente. «Veniva usato nella radioterapia – dice Migaleddu -, ma ora si opta per isotopi radioattivi che potremmo quasi chiamare "ecologici", perché hanno effetti meno dannosi. Per i tumori alla prostata, per esempio, si usa ormai lo Iodio 133». Migaleddu, insomma, non crede molto che il Cesio 137 finito in una delle fornaci delle Acciaierie Venete sia uscito da qualche ospedale. E infatti dice: «Come Wwf e come medici per l’Ambiente abbiamo valutato da tempo il rischio della dismissione delle centrali nucleari. Soprattutto quelle che si trovano nei paesi dell’ex blocco comunista. Faccio una considerazione semplicissima: una centrale nucleare ha una vita media di 17 anni e poi deve essere chiusa e dismessa; nei paesi dell’est Europa sappiamo che, quando le centrali vanno a esaurimento, per dismetterle non si seguono procedure molto ortodosse. Non è una mia opinione, ma è un fatto segnalato sia dai servizi di sicurezza e sia dai carabinieri del Noe». Intanto, a Sarezzo, è stato dato il via libera al piano di caratterizzazione per la bonifica dell’acciaieria contaminata dal Cesio 137. Durerà circa una settimana e, se non ci saranno grossi problemi, gli impianti dovrebbero essere messi in sicurezza. E finalmente si cominciano a conoscere anche i dati sulla gravità della contaminazione: il livello di radioattività registrato nell’impianto di abbattimento dei fumi sarebbe addirittura di oltre settemila Bequerel per metro cubo. Un dato sicuramente preoccupante visto che il livello massimo di radioattività accettato è molto al di sotto dei mille Bequerel per metro cubo. I controlli sanitari hanno interessato tutti i 260 dipendenti della fabbrica, ma in questi ultimi giorni sono concentrati soprattutto su una decina di lavoratori, quelli che sono stati maggiormente esposti alle emissioni radioattive. I medici della Asl di Brescia sono ottimisti, ma fino ad ora non hanno rilasciato alcuna dichiarazione.
(foto S.D., archivio GrIG)




da La Nuova Sardegna, 5 gennaio 2010
Genova, bloccato container radioattivo. Rilevate radiazioni di Cobalto 60. Conterrebbe materiali ferrosi o fumi di acciaieria. La Sardegna possibile destinazione finale.
ALLARME AL PORTO. Inchiesta della magistratura. Un robot per verificare il carico.
GENOVA. Un container con 20 tonnellate di materiale ferroso che sprigiona una radioattività 120 volte superiore a quella tollerata, è fermo da luglio nel molo numero 6 del Voltri Terminal Europa, nel porto di Genova. Crescono le proteste, ma anche gli interrogativi sulla sua destinazione.
Questi, in estrema sintesi, i fatti: il 20 luglio dello scorso anno i controlli di routine segnalano un’emissione anomala di radioattività da un container arrivato da Jeddah, in Arabia Saudita, su commissione della multinazionale SV Metal Corporation di Mumbai, che importa ed esporta materiale ferroso. L’armatore che aveva trasportato il container è la Mediterranea Shipping Company e il carico sembra fosse destinato a una società che ha sede vicino ad Alessandria e che gestisce rifiuti e lavori di pulizia. I portuali genovesi che hanno stoccato il container protestano per essere stati tenuti all’oscuro della pericolosità del carico e scioperano. Tre di loro vengono ricoverati in ospedale per motivi precauzionali. Gli accertanti radiometrici identificano la fonte ionizzante in Cobalto 60 e il container viene così isolato sul molo.
Il carico radioattivo viene dimenticato per mesi fino all’altro ieri, quando le proteste dei portuali e di alcuni consiglieri comunali di Sel riaccendono l’attenzione. Il comandante dei vigili del fuoco di Genova annuncia che il container, entro il mese, sarà prima scannerizzato e poi un robot radiocomandato sarà aperto un foro per accertare il contenuto.
Il professor Guido Pedroli, dell’unità operativa di fisica sanitaria dell’istituto oncologico di Milano esclude che il Cobalto 60 fosse destinato ad usi sanitari. «Penso – dice – che sia invece il risultato della fusione di materiali ferrosi».
Finora è un giallo. La procura, che ha aperto un fascicolo, non parla. Impossibile non pensare che quel materiale ferroso fosse destinato a qualche acciaieria italiana. Oppure che contenga polveri di acciaieria da trattare per estrarre residui di metallo. In questo caso, la Sardegna potrebbe essere una delle mete possibili del carico radioattivo. Esiste infatti un precedente: il 12 ottobre del 2007 un Tir contenente un carico di polveri di acciaieria con Cesio 137 venne bloccato al porto di Genova poco prima di imbarcarsi per la Sardegna. Destinazione: Portovesme.
da La Nuova Sardegna, 17 novembre 2007
Nell’acciaieria 120 tonnellate di polveri radioattive.
Brescia, dati impressionanti dopo la bonifica nei forni e nell’impianto d’abbattimento dei fumi. Il container contaminato dal Cesio 137 e destinato alla Portovesme srl resta nei magazzini della fabbrica di Sarezzo. Piero Mannironi
BRESCIA. I risultati della bonifica dei forni e dell’impianto di abbattimento fumi delle “Acciaierie Venete” a Sarezzo, sono impressionanti: oltre 120 tonnellate di polveri radioattive sono state infatti “aspirate” e sigillate in fusti foderati di piombo. Le 120 tonnellate di scorie al Cesio 137 sono state accatastate nello stabilimento, proprio accanto al grosso container contaminato, destinato agli impianti della Portovesme srl e bloccato al porto di Genova, poco prima di essere imbarcato per la Sardegna. Per ora, non ci sarebbe la possibilità di mettere in sicurezza le scorie. Una vera e propria bomba ecologica innescata per i lavoratori, ma anche per tutti gli abitanti di Sarezzo. I lavori di bonifica all’interno della fabbrica sono stati rapidissimi: appena quattro giorni. Sono cominciati infatti sabato scorso e sono stati completati martedì. L’improvvisa accelerazione delle procedure sarebbe nata dalle forti pressioni esercitate sul prefetto di Brescia dai sindacati e dalle maestranze, messe in cassa integrazione dopo la scoperta dell’incidente e il conseguente sequestro degli impianti disposto dalla procura della Repubblica di Brescia. Così, mercoledì mattina, venti operai delle Accierie Venete hanno potuto riprendere il lavoro. Ma si dovrà attendere ancora una settimana per completare la bonifica dell’intera area e arrivare al reintegro di tutte le maestranze. Dopo appena un mese, tutto sembra così tornare alla normalità nell’acciaieria nella quale sono stati bruciati i rottami ferrosi, contaminati dal Cesio 137, provenienti da una repubblica ex sovietica. Sembra dall’Ucraina. Ma restano in piedi alcuni dubbi e soprattutto alcune domande senza risposta. Il primo dubbio è proprio quello delle polveri “aspirate” dai forni e dall’impianto di abbattimento dei fumi. Resteranno infatti all’interno dello stabilimento, stoccate in alcune centinaia di fusti sigillati. Una condizione di rischio continuo, in attesa di una soluzione che per ora non si vede.
Altro dubbio è quello sulle visite mediche annunciate per tutti i lavoratori dello stabilimento, ma che sembra siano state limitate solo agli addetti alle fornaci e all’impianto di abbattimento fumi. Secondo alcune indiscrezioni, la scelta sarebbe nata dalla valutazione che l’esposizione all’irradiamento (e quindi il pericolo di contaminazione da Cesio 137) sia stata limitata solo a poche decine di lavoratori.
E questo è senza dubbio possibile. Ma è nella dinamica stessa degli eventi che affiorano ferite molto gravi alla cosiddetta «filiera della sicurezza». Elementi che forse avrebbero consigliato un’indagine sanitaria più approfondita e più completa. Per esempio: è stata proprio una perdita da un contenitore a segnalare la presenza del Cesio 137 tra i fumi di acciaieria che erano stati trasportati dalle Acciaierie Venete alla discarica di Ponte Nossa, vicino a Bergamo. Naturale quindi chiedersi se non sia più prudente sottoporre ad accertamenti sanitari approfonditi anche gli addetti alla discarica per verificare un possibile avvelenamento radioattivo. In questi giorni di paura e di polemiche è nato un piccolo giallo su un’indagine commissionata dalla Regione Lombardia per verificare i rischi legati alle attività delle acciaierie lombarde. Uno screening considerato necessario soprattutto dopo la serie inquietante di incidenti che hanno drammaticamente dimostrato come nei forni delle acciaierie italiane venga bruciato di tutto. Anche sostanze radioattive, spesso provenienti da paesi dell’est europeo. Per questo progetto di accertamenti chimici e radiologici nelle fabbriche lombarde, erano stati stanziati ben 750 mila euro. Ebbene, di questa indagine non si è saputo ancora nulla. Sul fronte delle indagini, intanto, la procura di Brescia mantiene la linea del silenzio. A distanza di un mese, non ci sarebbero nomi sul registro degli indagati e, quindi, neppure avvisi di garanzia. Ma soprattutto non si sarebbe ancora arrivati a stabilire se, con il codice che li definisce «materia prima secondaria», stiano arrivando da tempo rottami radioattivi a Sarezzo. Un problema, questo, che interessa da vicino anche la Sardegna, visto che i fumi di acciaieria che escono dalle fabbriche del nord Italia vengono poi trasportati nel Sulcis e “trattati” negli stabilimenti della Portovesme srl. Un mese fa dai dirigenti dello stabilimento sardo erano arrivate dichiarazioni rassicuranti: «Le scorie radiottive non avrebbero mai potuto varcare i nostri cancelli perché sarebbero state immediatamente rilevate dal portale radiometrico». Affermazione forse troppo ottimistica, visto che i container contenenti i rottami contaminati dal Cesio 137 erano foderati di piombo, proprio per sfuggire ai controlli. Un accorgimento, questo, che introduce il vero problema. E cioé l’esistenza di ambienti oscuri che lucrano, inserendo nel flusso dei rottami che arrivano dalla cannibalizzazione di impianti industriali dell’est, anche scorie radioattive. Una spaventosa semplificazione nelle procedure di smaltimento illegale di sostanze e materiali pericolosissimi. Si tratta di uno scenario delineato da alcuni anni dai nostri servizi di intelligence e condiviso dall’ex procuratore nazionale antimafia Pier Luigi Vigna che sostiene: «La mafia si offre come struttura di servizio per il trasferimento di materiali nucleari». Il riferimento esplicito dell’alto magistrato è proprio alle centrali dell’est europeo che vengono dismesse e poi rottamate.
da La Nuova Sardegna, 31 ottobre 2007
Per i fumi non bastano i controlli privati. Il Gruppo di intervento giuridico chiede che a vigilare sulle materie prime sia l’Arpas.
PORTOVESME. Non possono essere affidate esclusivamente ai “privati” i controlli sulle materie prime che vengono trattate negli stabilimenti di Portovesme. A fare queste considerazioni sono i rappresentanti del Gruppo d’intervento giuridico che sull’importazione di fumi d’acciaieria chiede espressamente che la materia sia di pertinenza degli enti istituzionali preposti alla tutela della salute pubblica. «Due Tir protetti cariche di scorie industriali contenenti isotopi Cesio 137 (materiale radioattivo) – ricorda Stefano Deliperi del Gruppo d’intervento giuridico – stavano per giungere in Sardegna. Questa volta i sistemi di controllo hanno funzionato. Ma è sempre stato cosi ? I sardi, nel 2004, si sono fidati del corretto smaltimento di 300 mila tonnellate all’anno di fumi d’acciaieria. Naturalmente la Portovesme srl, l’azienda che li utilizza quali “materie prime secondarie” giura sul loro corretto utilizzo, Tuttavia sembra che l’unico controllo specifico sulla presenza di elementi radioattivi sia all’entrata dello stabilimento del Sulcis. Un controllo “privato”. Non crediamo possa bastare». In altri termini il Gruppo d’Intervento Giuridico manifesta l’esigenza che certi controlli, altrettante verifiche non siano di esclusiva pertinenza degli utilizzatori delle materie prime che arrivano dalla penisola. «L’agenzia regionale per la protezione dell’ambiente (Arpas) – insiste Stefano Deliperi – deve essere messa in condizioni di svolgere i necessari controlli ambientali. E’ il minimo in una regione civile, Quanto si dovrà aspettare ancora?». Una domanda che la giunta regionale è tenuta a dare soprattutto a garanzia della stessa azienda chimico-metallurgica che negli ultimi tempi è stata sottoposto al tiro incrociato di ambientalisti, politici e di speculatori d’occasione che tendono a crearsi un’immagine a vari scopi. Il portale all’ingresso dello stabilimento deve essere sempre sotto controllo e in questo modo a garantire la correttezza manifestata dall’azienda, avrebbe maggior credibilità perché suffragata da altri riscontri. Le “disgrazie ambientali “ del passato inducono ad imporre rigidi controlli sugli scarti di lavorazione e sulla materie prima provenienti dalle acciaierie. La Rsu di fabbrica attesta che i controlli sono severi soprattutto per prevenire l’ingresso in fabbrica di sostanze radioattive a tutela della salute stessa di chi vi opera. «Non siamo degli irresponsabili – sostengono Tore Cappai (Cgil), Nino D’Orso (Cisl) e Tonino Melis (Uil) – a favorire il trattamento nei nostri impianti di sostanza contaminate da sostanze radioattive: i più esposti alle contaminazioni sarebbero gli operai, cioè le stesse persone addetti ai controlli. E’ chiaro a questo punto che un ulteriore controllo da parte delle istituzioni pubbliche aiuterebbe a fugare dubbi e sospetti. Intervenga l’Arpas con strumenti e apparecchiature adeguate e si faccia in fretta per eliminare ogni dubbio».
Erminio Ariu