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S.O.S. Terra ! Speciale cambiamenti climatici e sviluppo sostenibile.

 

 

Un importante dossier de L’Espresso su sviluppo sostenibile e cambiamenti climatici.   Buona lettura…

 

Gruppo d’Intervento Giuridico

 

 

da L’Espresso, 29 novembre 2007  

Missione terra.   Amartya Sen

Lo sviluppo è compatibile con la conservazione dell’ambiente? Un Nobel dice di sì. E in questo articolo spiega come la crescita dei diritti umani e della democrazia aiuti un’economia sostenibile e responsabile per l’equilibrio del pianeta.  L’articolo è tratto dal ‘Rapporto sullo sviluppo umano 2007-2008′ dell’Undp (United Nations Development Programme) intitolato ‘Lotta ai cambiamenti climatici: solidarietà umana in un mondo diviso’.

 

In che modo lo sviluppo umano si lega alle nostre preoccupazioni per l’ambiente in generale e ai cambiamenti climatici in particolare? Nelle discussioni politiche, le abitudini consolidate ci inducono a considerare le esigenze di sviluppo e la conservazione dell’ambiente in termini più o meno antagonistici. L’attenzione spesso si concentra sul fatto che molte dinamiche che aggravano la situazione dell’ambiente nel mondo, tra cui il riscaldamento globale e altri indizi allarmanti di cambiamenti climatici, sono legate all’intensificazione dell’attività economica, come la crescita industriale, l’aumento dei consumi energetici e dell’irrigazione intensiva, l’abbattimento di alberi a fini commerciali e altre attività tendenzialmente collegate all’espansione economica. A livello superficiale, il processo di sviluppo può apparire responsabile dei danni ambientali. D’altro canto, gli ambientalisti sono spesso accusati dagli entusiasti dello sviluppo di essere ‘antisviluppo’, in quanto il loro attivismo sovente assume la forma di una certa opposizione nei confronti di processi che possono aumentare i redditi e ridurre la povertà, a causa del loro presunto impatto negativo sull’ambiente. Le linee dello scontro possono essere più o meno nette, ma è difficile sfuggire al senso di tensione presente, a vari livelli, tra i promotori della riduzione della povertà e dello sviluppo, da un lato, e i sostenitori dell’ecologia e della conservazione dell’ambiente, dall’altro.

L’approccio basato sullo sviluppo umano offre qualche argomento che ci permetta di comprendere se questo conflitto apparente tra sviluppo e sostenibilità ambientale sia reale o immaginario? La logica dello sviluppo umano può offrire un contributo enorme, adottando la prospettiva centrale che considera lo sviluppo come espansione della libertà umana effettiva, che di fatto è il punto di partenza di tale logica. In questa prospettiva più generale, la valutazione dello sviluppo non può prescindere dal prendere in considerazione la vita che le persone possono condurre e le libertà reali di cui possono godere. Lo sviluppo non può essere esaminato soltanto in termini di miglioramento di oggetti utili inanimati, come un incremento del reddito nazionale lordo (o dei redditi personali). Questo è l’elemento fondamentale che la logica dello sviluppo umano ha introdotto nella letteratura sullo sviluppo sin dai suoi esordi, e questa intuizione riveste importanza critica oggi per fare chiarezza riguardo alla sostenibilità ambientale. Una volta che si riconosce la necessità di considerare il mondo nella prospettiva più ampia delle libertà effettive degli esseri umani, diventa immediatamente chiaro che lo sviluppo non si può separare dalle preoccupazioni ecologiche e ambientali. Infatti, componenti importanti delle libertà umane, e ingredienti fondamentali della qualità della vita, dipendono totalmente dall’integrità dell’ambiente, tra cui l’aria che respiriamo, l’acqua che beviamo, il contesto epidemiologico in cui viviamo, eccetera. Lo sviluppo deve comprendere l’ambiente, e la convinzione che lo sviluppo e l’ambiente debbano essere in contraddizione tra loro non è compatibile con i principi fondamentali della logica dello sviluppo umano.

L’ambiente talvolta è erroneamente considerato come lo stato della ‘natura’, rispecchiato da misure quali l’estensione della superficie forestale, la profondità della falda freatica, eccetera. Questa interpretazione, tuttavia, è assai deficitaria per due importanti motivi. In primo luogo, il valore dell’ambiente non può essere inteso solo in termini di ciò che esiste: si devono prendere in considerazione anche le opportunità che di fatto offre. L’impatto dell’ambiente sulla vita umana deve figurare, tra l’altro, tra le considerazioni rilevanti per la valutazione della ricchezza dell’ambiente. Infatti, il lungimirante rapporto della Commissione mondiale per l’ambiente e lo sviluppo, presieduta da Gro Brundtland, ‘Il futuro di noi tutti’ (1987), chiarì questo concetto, concentrandosi sul sostegno volto a soddisfare i ‘bisogni’ umani. In realtà, possiamo andare oltre l’accento posto dal rapporto Brundtland sui bisogni umani e introdurre la sfera più ampia delle libertà umane, in quanto la logica dello sviluppo umano impone di considerare le persone non solo come ‘bisognose’, ma anche come individui che devono vedersi garantita (e se possibile estesa) la libertà di fare ciò che hanno motivo di fare.

 

 

Ogni persona ha ovviamente motivo di soddisfare i propri bisogni, e le applicazioni basilari della logica dello sviluppo umano (per esempio, ciò che si ricava dal semplice indice di sviluppo umano, l’Isu) si concentrano infatti proprio su questo. Tuttavia, la sfera delle libertà può spingersi ben oltre e una prospettiva più completa dello sviluppo umano può tenere conto della libertà delle persone di fare cose che non sono determinate esclusivamente dai loro bisogni. Per esempio, gli allocchi maculati possono non rappresentare, in alcuna forma evidente, un ‘bisogno’ per gli esseri umani, eppure, se questi ultimi hanno motivo di opporsi all’estinzione di tale specie, il valore della loro libertà di conseguire questo obiettivo ponderato può essere la base di un giudizio ragionato. La prevenzione dell’estinzione di specie animali che noi esseri umani vogliamo preservare (non tanto perché abbiamo ‘bisogno’ di questi animali in un senso specifico, ma perché riteniamo che sia una cattiva idea permettere la scomparsa definitiva delle specie esistenti) può essere parte integrante della logica dello sviluppo umano. Infatti, la salvaguardia della biodiversità verosimilmente emerge come preoccupazione nelle riflessioni responsabili sui cambiamenti climatici.

In secondo luogo, l’ambiente non è solo una questione di conservazione passiva, è anche un obiettivo da perseguire attivamente. Non dobbiamo pensare all’ambiente solo in termini di condizioni naturali preesistenti, in quanto l’ambiente può comprendere anche i risultati della creazione umana. Per esempio, la depurazione dell’acqua fa parte del miglioramento dell’ambiente in cui viviamo. L’eradicazione delle epidemie, come il vaiolo (che è già avvenuta) e la malaria (che dovrebbe avvenire molto presto, se riusciremo a rompere gli indugi), è un buon esempio di miglioramento ambientale che possiamo realizzare. Questo riconoscimento esplicito ovviamente non cambia il fatto significativo che il processo di sviluppo economico e sociale, in molte circostanze, può anche avere conseguenze devastanti. Questi effetti sfavorevoli devono essere individuati in modo chiaro e contrastati con fermezza, parallelamente al rafforzamento dei contributi positivi e costruttivi dello sviluppo. Anche se molte attività umane che accompagnano il processo di sviluppo possono avere conseguenze negative, rientra nelle facoltà umane contrastare e prevenire un gran numero di tali conseguenze adottando provvedimenti tempestivi.

Nel riflettere sulle misure che si possono adottare per arrestare la distruzione dell’ambiente, dobbiamo individuare interventi umani costruttivi. Per esempio, livelli più elevati di istruzione e di occupazione femminile possono contribuire a ridurre i tassi di fertilità, il che a lungo andare può attenuare le pressioni sul riscaldamento globale e la crescente distruzione degli habitat naturali.  Analogamente, l’espansione dell’istruzione scolastica e il miglioramento della sua qualità possono renderci più sensibili all’ambiente. Una migliore comunicazione e mezzi di informazione più fecondi possono renderci maggiormente consapevoli della necessità di una riflessione improntata all’ambiente.  Infatti, la necessità della partecipazione pubblica riveste importanza cruciale per garantire la sostenibilità ambientale. Altrettanto essenziale è evitare di ridurre importanti questioni di valutazione umana, che esigono riflessioni e considerazioni sociali deliberative, a questioni strettamente tecnocratiche basate su calcoli stereotipati. Per esempio, esaminiamo il dibattito in corso sul ‘tasso di sconto’ da applicare per bilanciare i sacrifici attuali e la sicurezza futura. Un aspetto essenziale di tale sconto è la valutazione sociale dei vantaggi e delle perdite nel tempo. In definitiva, si tratta di una questione che richiede una profonda riflessione e che deve essere oggetto di discussione pubblica, più che di un esercizio inteso a trovare una soluzione meccanica sulla base di una semplice formula.

 

Forse la preoccupazione più significativa deriva dall’incertezza inevitabilmente associata a qualsiasi previsione futura. Un motivo per essere prudenti in merito all”ipotesi migliore’ riguardo al futuro è la possibilità che, se imboccassimo la direzione sbagliata, il mondo che finiremmo per avere potrebbe essere estremamente precario. Vi è persino il timore che ciò che si può impedire ora possa diventare praticamente irreversibile in assenza di misure preventive immediate, a prescindere da quanto le generazioni future possano essere disposte a spendere per rimediare alla catastrofe. Alcuni di questi eventi nefasti potrebbero rivelarsi particolarmente perniciosi per i paesi in via di sviluppo (per esempio, regioni costiere del Bangladesh o l’intero arcipelago delle Maldive potrebbero essere sommersi a causa dell’innalzamento del livello dei mari).

Sono questioni di importanza fondamentale per l’analisi e la discussione pubblica, e lo svolgimento di un dialogo pubblico costituisce un elemento significativo dell’approccio basato sullo sviluppo umano. La necessità di tali discussioni pubbliche è tanto importante per affrontare i cambiamenti climatici e i pericoli per l’ambiente quanto lo è per affrontare i più classici problemi della privazione e del persistere della povertà. Ciò che caratterizza gli esseri umani, forse più di qualunque altra cosa, è la nostra capacità di pensare e di parlare gli uni con gli altri e di decidere che cosa fare e poi farlo. Dobbiamo fare buon uso di questa capacità umana per eccellenza, sia per un sostegno ragionato a favore dell’ambiente sia per l’eradicazione coordinata della povertà e delle privazioni vecchio stile. Lo sviluppo umano entra in gioco in entrambi i casi.

 

      

Ecobomba Indonesia.     Gigi Riva

La corsa a disboscare Sumatra libererà 49 miliardi di tonnellate di CO2. Un disastro senza precedenti. Per produrre olio di palma destinato anche all’Italia.

 

Riau è un puntino sulla carta geografica, una provincia dell’Indonesia laggiù, in mezzo all’isola di Sumatra. Dovremmo abituarci a familiarizzare con quel nome esotico e non per immaginarci vacanze in un Paradiso. Quando si degrada, il Paradiso perduto diventa minaccia globale, nel Pianeta interdipendente. Se si distrugge, come sta succedendo, la torbiera di Riau, poco più di 4 milioni di ettari, la stessa estensione della Svizzera, si liberano nell’aria 49 miliardi di tonnellate di anidride carbonica, cioè l’equivalente di emissioni di gas serra di tutta la Terra per un anno. Il dato, clamoroso, è di Greenpeace. Se si teme possa essere di parte, è confermato dagli scienziati indipendenti dell’Ipcc (Comitato intergovernativo sul cambiamento climatico), un organismo delle Nazioni Unite. Cosa possiamo fare qui per quello che succede là? Semplice: ridurre l’uso dell’olio di palma. O non usare olio di palma che arriva dall’Indonesia. Quale connessione c’è tra la torbiera e l’olio di palma è domanda che merita una spiegazione larga.

Premessa. Le foreste che ancora esistono trattengono 500 miliardi di carbonio. Le foreste torbiere, in particolare, hanno la prerogativa di immagazzinare carbonio nel primo passaggio della materia organica verso la fossilizzazione che può portare alla trasformazione in carbone o petrolio. Hanno svolto egregiamente questo lavoro nel corso dei millenni. Ora vengono aggredite. Negli ultimi 50 anni circa 74 milioni di foresta indonesiana sono andati perduti. Il ritmo è cresciuto negli ultimi anni (due milioni ogni 12 mesi, l’equivalente del Belgio). Motivo primo: il commercio di legname pregiato. Solo il motivo primo. Ché il peggio succede dopo. Una volta tagliati a raso gli alberi, il terreno viene drenato per la costruzione di canali di trasporto dei tronchi. Nonostante sia vietato, la biomassa residua viene rimossa col fuoco. Gli incendi servono per diminuire l’acidità del terreno, concimano ed eliminano potenziali parassiti. È in quest’ultima fase che vengono rilasciati i gas serra in una quantità stimata all’anno di 1,8 miliardi di tonnellate: il 4 per cento delle emissioni globali da meno dello 0,1 per cento delle terre emerse. Tanto da issare l’Indonesia al terzo posto tra i Paesi inquinanti dopo due colossi come Stati Uniti e Cina. E senza pagare dazio, perché è considerata una nazione in via di sviluppo e dunque non è obbligata a ridurre la quota di gas serra, secondo i dettami del protocollo di Kyoto.

 

Ma torniamo alla foresta. Una volta bruciata, è pronta per nuove coltivazioni. Il business vuole che le più convenienti siano quelle di palme da olio. La palma è una pianta generosa, il corrispettivo vegetale del maiale: non si butta niente. L’olio che se ne ricava ha i più svariati usi: entra nei prodotti alimentari, nei cosmetici. I suoi derivati sono ingredienti comuni nei foraggi compositi e vengono utilizzati da poco, sui larga scala, per i biocarburanti. Negli ultimi dieci anni l’uso di olio da palma, nel mondo, è aumentato del 75 per cento. Nell’Unione europea è raddoppiato fino a coprire il 13 per cento del totale. Per l’eterna legge della domanda e dell’offerta l’incentivo per i Paesi produttori è enorme. E così in Indonesia si procede a ritmi forzati: giù gli alberi, via agli incendi, sotto con le piantagioni. Bastano 4-5 anni per avere palme in produzione. Le esportazioni di olio sono cresciute del 244 per cento dal 2000 ad oggi. Stime prudenziali vogliono che la richiesta di olio da palma raddoppierà entro il 2030 e triplicherà entro il 2050. Ammonisce Nichola Stern, ex vicepresidente della Banca mondiale: "La domanda aumenta e le riserve di carbonio delle torbiere indonesiane precipitano. Ciò che stiamo facendo oggi stende un’ombra che oscura il nostro futuro. Le politiche ambientali devono incentrarsi sui rischi dello sviluppo economico e andare oltre quei cambiamenti marginali che sono diventati il pane quotidiano degli economisti". Tradotto: non bastano soluzioni soft, bisogna procedere con l’accetta (se il termine, nel contesto, non stride…) per ridurre i gas.

 

Paradosso vuole che l’olio di palma fosse stato salutato, agli esordi, come un toccasana per il clima perché, nella versione biocarburante, inquina meno dei combustibili fossili derivati dal petrolio. Utilizzandolo, le aziende hanno diritto ai certificati verdi dell’Unione europea. Non si era tenuto conto dei danni procurati all’origine. Un rapporto dell’Epea (prestigioso istituto internazionale di Amburgo) calcola che, in un periodo temporale di 100 anni, la produzione di biodiesel da olio di palma tratto da una piantagione su torbiera, emette una quantità di anidride carbonica cinque volte superiore di quella delle normali benzine. Ne è consapevole Fabrizio Fabbri, funzionario per l’ambiente della rappresentanza permanente dell’Italia all’Unione europea: "Proprio per questi motivi da tempo ho chiesto di togliere l’olio di palma dal novero dei prodotti che danno diritto ai certificati verdi e di stabilire criteri di sostenibilità ambientale per ogni tipo di produzione".

La politica cerca rimedi. Greenpeace agisce. E lo fa in un momento cruciale. Dal 3 al 14 dicembre si terrà proprio a Bali, in Indonesia, il vertice mondiale sul clima per discutere la seconda fase del Protocollo di Kyoto. Ottima occasione per lanciare un allarme dove la battaglia è cruciale. Individuato nella provincia di Riau il luogo dove più copiosi sono gli incendi della torbiera (e dove esiste la più alta concentrazione di carbonio immagazzinato mai riscontrata al mondo), i suoi attivisti hanno impiantato nell’area un Campo di resistenza forestale. Azioni spettacolari e indagini in loco. Oltre ad abbordaggi di navi che portano in Europa l’olio, come è successo ad esempio questa settimana a Rotterdam. Il tutto ha anche prodotto un rapporto scientifico, dal titolo ‘Come ti friggo il clima’ in cui punta l’indice contro la "ristretta squadra di giocatori molto potenti che controllano una grossa fetta del mercato". Anzitutto la Cargill, la più grande società privata del mondo, poi la Adm-Kuok-Wilmar, gigante dei biocarburanti, infine la Synergy Drive, società controllata dal governo malese in grande espansione e che minaccia il primato delle altre due. Il rapporto di Greenpeace si concentra anche sui big dell’agroalimentare che usano l’olio di palma indonesiano per prodotti di largo consumo disponibili negli scaffali dei supermercati: Unilevel (margarina Flora), KitKat, Pringles, Philadeplhia, Gilette, Burger King, McCain, per dire delle più note. La richiesta è semplice: comprate altrove la materia prima e badate non sia a danno del pianeta. Poi la piattaforma che sarà presentata al vertice sul clima: fermare la deforestazione in tutto il mondo; stabilire una moratoria sulla conversione agricola delle torbiere; ripristinare le torbiere indonesiane degradate. Risparmio totale: quattro miliardi circa di anidride carbonica l’anno. Non è risolutivo. Però permette al paziente Terra di liberare un po’ i polmoni.

 

Grandi marchi sotto accusa.

 

E l’Italia? Le nostre imprese acquistano olio di palma in misura sempre crescente da Nuova Guinea (53 per cento), Indonesia (44) e Malesia (2). Il marchio più popolare è quello della Ferrero che, alle accuse di Greenpeace, ribatte: "Dal 2005, coscienti della problematica, partecipiamo al programma ‘Round table on sustainable palm oil’ (Rspo) che si muove per una produzione continua e responsabile nel rispetto delle foreste equatoriali". Fa anche notare che la Rspo fu lanciata dal Wwf. A Greenpeace non basta: "I criteri stabiliti da Rspo non vietano la conversione di foreste in piantagioni di palme". Merloni Progetti viene chiamato in causa per i progetti di biodiesel con la partecipata Nusantara di Sumatra. Ribatte l’ad Marco Marchioni: "Abbiamo quote minime di partecipazione, perché ce lo chiedono, a garanzia, i nostri partner. Noi ci limitiamo a progettare impianti. E stiamo studiando, sempre più, l’utilizzo di oli riciclati o provenienti da grassi animali". Ancora Greenpeace: "Dai documenti ufficiali risulta che Merloni ha un ruolo, oltre che nella progettazione, anche nella gestione degli impianti".

 

(foto da http://www.na.iac.cnr.it/, http://www.blogeko.info/, http://www.difrontealfuturo.net/, http://www.orchideen.ch/)

  1. Simo
    3 Dicembre 2007 a 10:44 | #1

    Indonesia “paese emergente”? Indonesia “disgrazia emergente” piuttosto!

  2. Marcello
    2 Dicembre 2007 a 19:53 | #2

    Quindi, mi pare di capire, sarebbe il caso di far aprire gli occhi sul tanto lodato olio di palma..inquina più del carbone! Fermiamo l’importazione, e la coltivazione, prima di ritrovarci con mezzo Campidano in stile foresta indonesiana.

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