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Vento di soldi…

 

 

Interessanti articoli di Mario Pirani su La Repubblica relativi alla selvaggia proliferazione delle centrali eoliche in Italia. Anche in Sardegna la situazione specifica ha presentato forti elementi critici (oggi un po’ meno) ed anche in Sardegna l’A.N.E.V. (insieme anche ad Enti locali e associazioni ambientaliste) ha provato a convincere amministrazioni pubbliche e residenti sulla bontà assoluta degli impianti eolici.   I risultati non sono stati, per fortuna, quelli da loro sperati.

 

Gruppo d’Intervento Giuridico

 

da La Repubblica, 7 aprile 2008

A favore di chi spira il vento? Ragionevoli perplessità per la frenesia per l’eolico, motivata da interessi non sempre nobili.     Mario Pirani

 

"Vento, vento portami via con te…" recitava una celebre canzone degli anni Quaranta che si dice inducesse Mussolini a gesti di scongiuro, dopo un rapporto della polizia in cui si segnalava come spesso il finale venisse cambiato in "… portalo via con te". Quell’aria mi è tornata alla mente leggendo la lettera di protesta inviatami dal segretario generale dell’Anev (Associazione nazionale energia del vento), Simone Togni, che si dice «dispiaciuto», per la mia rubrica intitolata «Il vento soffia miliardi a scapito del paesaggio» ("Repubblica" del 17 marzo u.s.). Eppure è proprio così, checché ne dica il gentile rappresentante dei promotori dell’eolico che mi accusa di «non voler vedere gli aspetti positivi di questa tecnologia pulita… mentre l’unico impatto reale è quello paesaggistico e proprio per combatterlo l’Anev ha sottoscritto un protocollo che impegna i nostri associati al rispetto di regole virtuose, protocollo sottoscritto anche da Wwf e Legambiente».   Dopo aver ribadito con incauta noncuranza che l’unico inconveniente sarebbe quello «visivo» (per cui basterebbe chiudere gli occhi per evitare il fastidio?) lo scrivente cambia le carte in tavola e si produce in una difesa ad oltranza delle energie rinnovabili, su cui siamo cento volte d’accordo, con l’avvertenza, per contro, a non confonderle tutte nello stesso cesto, perché l’eolico, se esteso nelle dimensioni già in atto e, ancor più in quelle annunciate (20.000 pale su piloni di cemento di 120 metri – ma anche di 170 – e conficcati per 25 m nel terreno), devasterebbe il paesaggio italiano, soprattutto quello collinare e dei clivi montani. Bisogna inoltre calcolare che per trasportare turbine e pali occorre una rete di ampliamenti stradali e di nuove arterie dove far passare migliaia di autotreni in andata e ritorno in zone con forti pendii, sovente geologicamente franose, occorrono inoltre scavi per centinaia di chilometri per gli elettrodotti, nuove linee elettriche aeree, cabine, piazzole, installazioni di illuminazione delle turbine per la sicurezza aerea. Tutto a carico della spesa pubblica statale e locale. Una vera e propria follia dietro cui, però, come diceva Shakespeare, vi è sovente una «logica». In questo caso la logica di una fruttuosa speculazione all’italiana, con profitti sicuri per i costruttori e gestori degli impianti e aggravio per le bollette degli utenti sui quali verrà scaricato il sovrapprezzo energetico. In uno studio del Wwf, favorevole in linea di principio ad una razionale utilizzazione dell’eolico si legge: «La valorizzazione dell’energia prodotta da impianti eolici che beneficiano dei certificati verdi (che i produttori di energie alternative possono rivendere alle industrie inquinanti per farle rientrare contabilmente nei parametri di Kyoto, ndr) ammonta a circa 190 euro per mwh (il MegaWatt equivale a 1000 kiloWatt, ndr). In gran parte d’Europa l’incentivazione, ad esempio in Germania, è compresa tra i 55 e gli 87 euro per mwh. L’elevata remunerazione garantita dal meccanismo di incentivazione in Italia ha quindi determinato una corsa all’eolico negli ultimi anni». Su tutto ciò il portavoce dell’Anev tace, ma sorvola anche sul fatto che la vantata Convenzione con le organizzazioni ambientaliste è scaduta e il Wwf non l’ha rinnovata perché, come mi scrive il segretario generale, prof. Michele Candotti, «non ha avuto impatti pratici e non si è arrivati a una posizione comune e ad un consenso sulle linee guida per la localizzazione degli impianti».    Alla lettera è allegato uno studio su quel che sta avvenendo nelle varie Regioni. Cito qualche breve passaggio: «Da un rapido esame su tutti i procedimenti autorizzativi regionali si evince che la potenza eolica installata o autorizzata è stimabile in circa 5000 mw, di gran lunga superiore ai 2500-3000 mw previsti per l’intera Italia… I progetti presentati solo da Sicilia, Calabria, Sardegna, Puglia e Basilicata ammontano ad oltre 12.000 mw!… Se alcune regioni hanno inserito ultimamente dei tetti massimi ciò non ha impedito che venissero approvati impianti in aeree ad alta vulnerabilità ambientale o eccedenti per ben sei volte (Sicilia) le capacità di distribuzione della rete elettrica. Ne emerge un quadro desolante caratterizzato da innumerevoli esempi di malagestione territoriale… con conseguente degrado di siti protetti, la scomparsa di comunità faunistiche di rilievo, l’adulterazione di paesaggi plurivincolati, il degrado di valori storici, archeologici e culturali». A questo punto il Wwf invoca almeno una moratoria per bloccare e regolare la sfrenata "bora" che rischia di devastare il Bel Paese.

 

 

da La Repubblica, 17 marzo 2008

Il vento soffia miliardi a scapito del paesaggio.  Mario Pirani

Le energie alternative sono entrate nella campagna elettorale. Il partito democratico ha proposto una serie di misure per incrementarne la produzione e l’uso al fine di arrivare ad avere il 20% di energia di origine eolica e solare. Importante è anche la richiesta di potenziare le infrastrutture di rigassificazione e l’impegno nel nucleare di quarta generazione come anche la volontà di essere presenti nelle partnership internazionali in questo settore. Sono idee che Veltroni non avrebbe potuto sostenere in questi termini se non si fosse liberato preventivamente dai ricatti verdi per affermare un «ambientalismo del fare». Il Pdl che in una prima stesura puntava solo sul ritorno al nucleare, ha, di conseguenza, operato una conversione e nell’ultima versione del programma ha richiamato la necessità di incentivare le fonti rinnovabili: solare, geotermico, eolico, biomasse, rifiuti urbani. Gli uni e gli altri tacciono sulla benzina verde, quella, cioè estratta, da alcol di origine agricola (in Usa, secondo le ultime previsioni dovrebbe arrivare presto al 10%).    Nel valutare il tutto è bene tener presente che l’utilità delle fonti alternative trova tre motivazioni. La prima deriva dal mercato: quando il prezzo del barile raggiunge i 110 dollari con una prospettiva di permanenza a quei livelli, sia per l’aumentata domanda mondiale (Cina, India), sia per un livello di produzione inferiore al passato nei principali paesi del Medio Oriente dove le strutture estrattive sono rimaste quelle realizzate dalle Sette sorelle negli anni Sessanta, ebbene questo crea una situazione in cui diventa conveniente investire nelle fonti alternative. Così non era quando queste ultime avevano in partenza un costo molte volte superiore ai prezzi medi del greggio. L’altra motivazione si riferisce, invece, alla necessità di diminuire le emissioni di gas serra e di raggiungere almeno i parametri di Kyoto. In questo caso occorrono incentivi e convenienze per sopperire ai costi aggiuntivi. La terza motivazione, infine, riflette i pericoli derivanti per l’Occidente dall’avere la grande maggioranza delle sue fonti di approvvigionamento nel Medio Oriente, e, per il gas, in una Russia che apre e chiude i rubinetti secondo le sue convenienze.    Ho tracciato queste schematiche premesse al fine di inquadrare meglio le scelte politiche che oggi denotano un orientamento comune e largamente giustificato, ancorché assai tardivo. A questo punto il pericolo che si delinea è piuttosto l’affermarsi di una ideologia salvifica di ogni genere di energia alternativa. La mancanza di un Piano energetico nazionale che metta a confronto le diverse opzioni, ne valuti l’impatto ambientale, ne fissi le prescrizioni cogenti cui assoggettare le scelte può facilitare – e già se ne vedono ampiamente i segni – scelte speculative, troppo care e soprattutto dannosissime per il territorio. È quello che sta avvenendo con l’eolico a scapito del solare (fotovoltaico, termico e termodinamico), del risparmio e dell’uso più efficiente dell’energia, delle biomasse, della utilizzazione dei rifiuti. Ne consegue che molte regioni del centro-sud, dall’Appennino toscano al Molise, dalla Puglia alla Sicilia stanno per venir cosparse – e, in parte lo sono già – da foreste di torri eoliche di 100-120 metri di altezza – che, rumorosità e conseguente fuga degli uccelli a parte – alterano in modo catastrofico il profilo paesaggistico di alcune delle zone più belle del nostro Paese. Cosa che non va giudicata solo alla luce del valore estetico ma anche di quello economico: il territorio e la sua intelligente valorizzazione è, infatti, oggi l’unico patrimonio davvero concorrenziale dell’Italia. Lo hanno percepito gli autori dei primi ricorsi contro questo scempio: i Biondi Santi produttori del famoso Brunello di Montalcino che, purtroppo a pale già alzate, se lo sono visto accolto anche per il danno che arreca l’imbruttimento della campagna toscana all’immagine internazionale di un vino pregiato. Nel Molise, invece, le pale sono state fermate prima di sconciare gli stupendi resti dell’antica Sepino.    Dietro tutto questo vi è la fame di soldi dei piccoli comuni abbindolati dalla sovvenzioni e, ancor più, i profitti vertiginosi delle industrie produttrici degli impianti eolici, quasi tutte tedesche, spagnole e danesi, che hanno trovato un eldorado non solo nella vendita dell’energia prodotta al prezzo più alto d’Europa ma nel sovraprofitto addizionale di 100 euro per MWh per 15 anni, più i contributi a fondo perduto o a credito agevolato per gli investimenti nel Mezzogiorno. Ecco spiegato il successo del vento. Ma è un successo anche per l’Italia?

 

(slide indagine A.N.E.V., foto C.B., J.I, S.D., archivio GrIG)

  1. marco
    10 Aprile 2008 a 11:06 | #1

    Vi invio quanto raccolto e da me condiviso:

    “Nella Contea di Snyder, Stato della Pennsylvania, Stati Uniti, l’Enel è venuta a investire 100 milioni di dollari, per impiantare quella che, a oggi, è la sua più grande centrale a vento: le 21 turbine in funzione a Snyder da dicembre, infatti, valgono 63 megawatt, quanto basta per alimentare il bisogno di elettricità di 12 mila famiglie americane e di 36 mila italiane, abituate a consumare assai di meno. Una potenza cospicua secondo i parametri italiani, anche se ormai ordinaria, a livello mondiale. Si tratta, del resto, solo di un primo capitolo. In questi giorni, annuncia Tony Volpe, l’amministratore delegato di Enel North America, l’azienda italiana ha fatto partire un’altra centrale eolica, questa volta nel Kansas, da oltre 100 megawatt, che presto potranno diventare 200. Siamo ancora lontani dalle grandi centrali a combustibili fossili: uno solo dei tre gruppi della centrale di Civitavecchia vale oltre 600 megawatt. Ma Civitavecchia va a carbone, invece che con l’energia pulita di Snyder. E le distanze di scala si vanno riducendo. Insieme all’invasività delle turbine a vento. Se questa centrale texana riesce a toccare i 63 megawatt con 21 turbine, invece di 40, è perché costituisce una ‘prima volta’. E’, infatti, il primo impianto commerciale al mondo ad avere turbine alte 105 metri, invece dei normali 80. E’ una differenza importante. Perché, più si va in alto, più il vento è forte e costante. E perché, più si va in alto, più larghe possono essere le eliche che, infatti, qui, hanno un diametro di 90 metri, contro i tradizionali 60. Il risultato è che ognuno dei rotori Enel di Snyder ha una potenza di 3 megawatt, contro gli 1,5-2 megawatt delle altre turbine. L’aumento di potenza è una vittoria della tecnologia e degli ingegneri (della Vestas, il gigante danese dell’industria mondiale del vento, in questo caso), ma anche una conferma dello stadio raggiunto dall’energia eolica. Di solito, i salti di scala (più grande, più grosso) avvengono quando una tecnologia diventa ‘matura’. E, nel caso del vento, dice Volpe, si può parlare ormai di una tecnologia ‘consolidata’. La disposizione delle turbine è minuziosamente studiata al computer per ottimizzare la capacità di prender vento. A volte ce n’è troppo: le turbine si fermano da sole se il vento supera i 90 chilometri l’ora. La velocità ottimale è quella di adesso, 50 chilometri l’ora. Ma il punto chiave, per una centrale eolica, spiega Stephen Pike, il direttore operativo di Enel North America, è che il vento sia costante. Il rischio, infatti, è che ce ne sia troppo quando non serve e troppo poco quando servirebbe. Il suo costo – oggi fra gli 8 e 15 centesimi di dollaro a chilowattora, calcola Volpe – sta rapidamente scendendo verso i 5-6 centesimi di una centrale a gas. Ma la sua erraticità condanna l’energia eolica ad essere solo un complemento di altre fonti più continue. Può essere, però, un complemento particolarmente robusto. Quanto, lo si capisce proprio qui, a Snyder. In quest’area del Texas, il vento spira, in media, nell’anno, a 30 chilometri l’ora. E questo ha attirato l’attenzione non solo dell’Enel. Le sue 21 turbine-record sono la posta che l’azienda italiana ha gettato sul tavolo di una competizione già accesa, dove, gomito a gomito, si confrontano molti dei protagonisti mondiali dell’energia, come, una volta, si confrontavano trivella contro trivella. Nell’area di Snyder, infatti, le turbine si contano ormai a centinaia. In tutto, sono 1200. Se le considerassimo una unica centrale, ci troveremmo di fronte ad una potenza di 2000 megawatt, quanto una megacentrale a gas o a carbone: l’energia sufficiente per 400 mila famiglie americane e un milione italiane. Il Texas, del resto, si sta affermando come la locomotiva della rivoluzione del vento in corso negli Stati Uniti: con oltre 4 mila megawatt già installati (in Italia sono, in tutto, 603) ha doppiato la California. Altri 1200 sono già in costruzione. E’ qui, un po’ più a nord di Snyder, che la Shell sta progettando di costruire la più grande centrale eolica al mondo, da 3 mila megawatt. Solo per essere, inevitabilmente, scavalcata da un texano purosangue. Vecchia – e famosa – volpe del petrolio, T.Boone Pickens, convinto che il tramonto dell’oro nero sia ormai imminente, si è riconvertito alle energie rinnovabili ed ha annunciato di essere pronto ad investire 10 miliardi di dollari per una centrale eolica da 4 mila megawatt, non lontana da quella progettata dalla Shell. Sono segnali che gli scenari potrebbero mutare rapidamente nell’industria delle energie rinnovabili. Frenata, finora, dall’indifferenza dell’amministrazione Bush per le energie alternative, l’America si sta svegliando. Con 57mila megawatt di energia eolica installati, l’Europa è ancora in testa nella corsa al vento dell’elettricità. Ma gli Usa sono già arrivati quasi a 17 mila megawatt e, presto, potrebbero scavalcare la Germania. Gli effetti della partenza in ritardo sono, peraltro, ancora visibili. Due terzi dei progetti di nuove centrali eoliche in costruzione in Texas sono di compagnie elettriche straniere, soprattutto europee. E il divario è altrettanto visibile sul piano strettamente industriale: solo metà delle centrali già costruite in Texas e un quarto di quelle in costruzione hanno o avranno pale e turbine di tecnologia americana. Vestas (danese), Gamesa (spagnola), Suzlon (indiana) sono le più presenti. Ma quando un gigante economico e tecnico come l’America si mette in moto, è la sua stessa inerzia interna a modificare gli equilibri complessivi. Nel 2007, gli investimenti europei nelle energie rinnovabili, il cosiddetto ‘cleantech’, sono stati solo un terzo degli investimenti Usa. E lo scettico Bush sta per lasciare la Casa Bianca”.

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