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Gestione “eco-sostenibile” delle spiagge: sì, ma come ?

 

Riceviamo dal dott. Giovanni Tilocca, geologo libero professionista di lunga esperienza, e pubblichiamo molto volentieri.

                       Gruppo d’Intervento Giuridico        

 

 

Una rapida valutazione tecnica degli 

Indirizzi urgenti per la gestione della fascia costiera

(Deliberazione n. 27/7 del 13 Maggio 2008 della R.A.S.)

ed ulteriori commenti

Giugno 2008

 

Il documento, elaborato dagli Assessorati della Difesa dell’Ambiente e  degli Enti Locali Finanze e  Urbanistica della R.A.S.. è composto di n. 3 sezioni attinenti il tema della Gestione:

•1.      Gestione della Posidonia spiaggiata

•2.      Gestione dei sistemi dunali e degli stagni costieri temporanei

•3.      Gestione dei campi boe per l’ormeggio delle imbarcazioni da diporto

 

e di n. 1 Allegato a contenuto iconografico, illustrante le tipologie tecniche a cui il testo fa riferimento.

Esso viene presentato dalla Deliberazione di accompagnamento come il "frutto del lavoro degli uffici tecnici dei due Assessorati, integrato dalla collaborazione dell’Agenzia della Conservatoria delle Coste". Risulta, tuttavia, da verbale che non sia un documento approvato dalla Commissione scientifica della Conservatoria e non a caso infatti, in più occasioni nell’ultimo mese, abbiamo assistito a convegni e dibattiti in cui appartenenti al mondo scientifico e tecnico hanno preso le distanze da esso (Settimana della cultura scientifica – Monserrato; Presentazione risultati progetto Gerer – Palau).

L’impressione che se ne ricava è che si tratti di un tentativo piuttosto sbrigativo e niente affatto malcelato di dire all’esterno "guardate che sul tema ci siamo". Ma il contenuto è carente, decontestualizzato, superficiale, con diffuse improprietà di lessico tecnico e scritto da una  o più mani che si rivelano a mio giudizio tecnicamente poco competenti (e lo sottolineo perché è ora di sottolinearlo e di farlo presente).

 

CRITICITA’

Eviterò di discutere di Gestione della Posidonia spiaggiata, poiché (anche a voler sorvolare su di un’espressione a dir poco inadeguata sul piano meramente sedimentologico, la quale rinvia ad un approccio al problema men che divulgativo) il mio pensiero faticherebbe ad essere sintetizzato in questa sede (e rimando pertanto a mia precedente nota specifica) e mi limito ad approfondire a partire dal caso della "Gestione dei campi boe per l’ormeggio delle imbarcazioni da diporto".

Il caso è piuttosto serio ed interessante. Si tratta di soluzioni miranti, da un lato, all’introduzione di un uso disciplinato degli specchi acquei demaniali in alternativa o complemento ai porti turistici e, dall’altro, alla tutela dei fondi marini ed in particolare della Prateria di Posidonia.  Premesso che la Regione si è "svegliata" su questo tema ben dopo che lo stesso è stato considerato e sfruttato a fini imprenditoriali dai privati in Gallura NE (vedi richieste di Concessione di Campi boe giacenti o assentite dal Servizio D,P. di Tempio-Olbia), quindi ben oltre la distruzione di ettari di Posidonieto a Cala di Volpe, Pevero, Pitrizza etc. da parte di 40 anni di ormeggi indiscriminati, per prima cosa mi preme dire, che i funzionari regionali, quantunque sviluppino il tema a partire da ovvie e condivise esigenze, essi danno prova nel testo di aderire acriticamente ad un pregiudiziale format tecnico, vale a dire quello di considerare il "corpo  morto" (di fatto una fondazione a  plinto poggiante su di un sostrato) come un oggetto per lo più impattante. L’errore concettuale è per lo meno irritante.  Vediamone le ragioni.

Il corpo morto è impattante solo nella misura in cui venga calato in opera nel Posidonieto senza una specifica contestualizzazione dello spazio e/o senza una specifica concessione, più o meno come si faceva assai spesso fino a.. ieri. Il problema pertanto non è la tipologia di fondazione in sé, quanto operare il controllo. Tento di essere più chiaro formulando agli Assessorati la richiesta di esporre quali siano le ragioni tecniche che fanno ritenere a loro il corpo morto così nefasto e le alternative proposte così poco impattanti.

Ciascuna di queste ultime, a titolo di esempio, impone l’infissione nel sostrato (del quale non si prescrive, si badi bene, la necessaria caratterizzazione, quindi, non si comprende come lo si possa ritenere di volta in volta "Sabbioso", "Sabbioso misto a Posidonia", "Franata rocciosa", "Molle", "Sabbioso o Fangoso" (tutte espressioni di nullo significato tecnico) né come tali diciture si ritengano di volta in volta così nette, né quali siano gli elementi discriminanti per assegnare tali definizioni che nulla hanno a che vedere con la pratica delle fondazioni e tanto meno con la "buona pratica") di una fondazione (non il semplice contatto per sovrapposizione) di qualcosa assimilabile ad un "tirante" (la cui posa in opera in fase di esecuzione si associa, ahinoi, a tutta una serie di rischi potenziali quali lo sversamento di olii e, soprattutto il rimaneggiamento dei terreni o delle rocce del fondo marino).

In secondo luogo, a tutt’oggi la pratica della realizzazione di questo tipo di fondazioni marittime, è attuata in totale dispregio delle norme che regolano la progettazione di fondazioni, cioè in totale assenza di prescrizioni tecniche da parte dei Servizi Istruttori Demanio e Patrimonio, territorialmente competenti, concernenti l’indagine geognostica e la caratterizzazione geologica e geotecnica dei terreni (per non parlare di quella idraulico-marittima).

Si può quindi ammettere che vi sia stata responsabilità almeno indiretta degli stessi Servizi se nel recentissimo passato il sistema Manta Ray (qui caldeggiato in quanto, credo caldeggiato a sua volta dal Ministero dell’Ambiente, con gli stessi pregiudizi, per le A.M.P.;  e ciò la dice lunga quanto ad interesse per la contestualizzazione degli ambienti di substrato) ha dato riscontri quanto meno discutibili in termini di sicurezza (ed è del tutto evidente che sia così se nessuno si pone il problema fra gli organi di controllo!). Si portano ad esempio i seguenti riscontri:

 

•1.      già dall’estate del 2006 si ha notizia di distacco dell’ancoraggio dalla sua sede nella rada di Cala di Volpe;

•2.      l’Area Marina Protetta dell’Asinara, attraverso la sua Direzione ha rinunciato a proseguire con l’infissione di Manta Ray a causa della loro manifesta inaffidabilità in quel contesto.

 

Inoltre la Guardia Costiera operante nei settori del Nord Est ha da tempo espresso valutazioni a dir poco critiche con lo stesso sistema di fondazione.

 

E’ del tutto evidente dunque che la Regione con gli Indirizzi urgenti per la gestione della fascia costiera sbaglia a consigliare le suddette soluzioni, posto che di Consigli si tratti. Gli indirizzi infatti finiscono per assumere un carattere quasi prescrittivo dal momento che appare piuttosto improbabile che un privato tenti altre strade tecniche, ovvero osi sfidare un parere d’indirizzo regionale, per giunta interassessoriale. 

Ritengo quindi indispensabile rimarcare l’assoluta necessità dell’apertura di un tavolo tecnico con le professioni interessate e con gli ulteriori Stakeholder. Alla Regione sarebbe bastato farlo con congruo anticipo nel corso dell’inverno per risparmiarsi una simile figuraccia tecnica.

In sostanza le Manta Ray (ma ciò è valido anche per tutte le altre tipologie di fondazione) devono essere verificate, e perché ciò accada il progetto deve essere assoggettato alle stesse regole che valgono per tutte le altre opere di fondazione. Pertanto non è tollerabile quel che al momento accade, ovvero che esse siano e siano state installate sulla base dei soli parametri empirici forniti dalla ditta fornitrice. Quindi se le chiodature al fondo dovranno sopravvivere nelle intenzioni del Legislatore sardo, si dovrà esplicitare il concetto dell’obbligatorietà dell’indagine e della caratterizzazione geologica e geotecnica (viene da chiedersi, in ogni caso, se la Manta Ray sia stata progettata per contesti marittimi in s.s. e tanto più per reggere l’ormeggio di imbarcazioni in mare aperto).

Al momento le Indicazioni tecniche (6^ pagina) si limitano a poche cose banali esposte in circa 20 righe che non poche volte utilizzano termini di indiscutibile insipienza tecnica ai fini della funzionalità e della sicurezza della soluzione. Faccio notare che non risulta esservi stata a tutt’oggi una qualunque presa d’atto o di posizione da parte degli Uffici Regionali deputati alle istruttorie su fondazioni e strutture. La cosa è preoccupante ma non sorprende perché è noto ai più che gli uffici non comunicano come dovrebbero.

 

Per quanto attiene alla Gestione dei sistemi dunali e degli stagni costieri temporanei, anche qui mi pare che il testo sia molto eloquente fin dalle primissime righe, quando si dice che le spiagge sono il prodotto di un equilibrio dinamico derivante da numerosi fattori. Fra questi i principali sono: l’apporto  dei sedimenti (limi, sabbie, ciottoli) da parte dei corsi d’acqua, il regime delle correnti marine e dei venti che movimentano le masse dei sedimenti, la vegetazione che colonizza le sabbie contribuendo alla loro stabilizzazione ed accumulo in dune di maggiori o minori dimensioni.

Non si capisce se i due Assessorati intendano parlare di Spiagge della Sardegna o di spiagge in genere. Ad ogni buon conto appare davvero non trascurabile la serie di banalità e di leggerezze tecniche emergente dallo stralcio del testo (ricordiamo che il fatto che si tratti di Indirizzi Urgenti non giustifica l’uso di concetti scorretti o superficiali). Vediamone alcune:

•1.      Con tutta evidenza le spiagge qui evocate sono solo la parte emersa delle spiagge (..la vegetazione che colonizza le sabbie contribuendo alla loro stabilizzazione ed accumulo in dune di maggiori o minori dimensioni.) e questo non è positivo in un testo che prima e dopo discute di Fondi a Posidonie (tanto per fare un esempio). Quindi il Legislatore ignora o fa finta di ignorare che la parte preponderante delle spiagge sarde sia quella sommersa (e ciò appare ambientalmente significativo e discutibile  anche e soprattutto ai fini della Pianificazione d’Utilizzo dei Litorali). Nel testo sarebbe stato corretto parlare dunque di "spiagge emerse", per non dare adito a dubbi o critiche;

•2.      Vorrei invitare i funzionari dei due Assessorati a reperire sul Demanio Marittimo della Sardegna una sola spiaggia ospitante limi (pag. 3) in condizioni di equilibrio; avranno soverchie difficoltà;

•3.      Una parte non certo trascurabile delle spiagge della Sardegna risulta del tutto priva di apporti fluviali, essendo lo stock di sedimenti quasi del tutto vincolato a celle isolate in cui gran parte del budget è di origine, per così dire, fossile;

•4.      Un fattore importante è dato proprio dall’eredità geo-sedimentologica del paraggio, ivi compresa la risultante de posizionale/erosiva dei livelli di stazionamento marino nella risalita post Wurmiana (questo, mi rendo conto è argomento troppo spinto che mette in crisi forse anche qualche geologo, e quindi, non mi dilungo). Ma certo è che, tornando al punto precedente, se non vi fossero sedimenti ereditati e rielaborati in continuazione certe nostre spiagge soprattutto di fondo baia, non sarebbero così bianche.

•5.      Sebbene sia ad esso collegato, ai fini della morfodinamica ben più efficace del regime dei venti (pag. 3) è la risultante dei moti ondosi;

•6.      Le correnti di riferimento specifico per la morfodinamica sono quelle litorali. Le correnti marine (pag. 3) sono una categoria di altro genere.

•7.      Il fattore più importante dell’equilibrio morfodinamico delle spiagge è il trasporto litoraneo. Affermarlo sarebbe stato più sintetico e corretto.

 

Nel testo, viene affrontata in ben cinque righe e mezzo (Indicazioni generali e tecniche)  la tematica degli stagni temporanei (diverse decine in tutta l’isola). Tuttavia non si fa alcuna menzione o riferimento all’interazione degli stagni coi corsi d’acqua. Mi rendo conto che la cosa avrebbe avuto bisogno d’impegno soprattutto se si fosse presa in considerazione anche la più complessa tematica delle Lagune (ricordo che anche le Lagune sono parte del Demanio Marittimo, ai sensi dell’art. 28 del C.N.) qui del tutto disattesa. Non si possono tuttavia giustificare i motivi di tali omissioni.

 

Per quanto attiene all’Allegato iconografico, non si può non notare come si faccia riferimento  come Format al caso di San Teodoro (pag.1 e 2). Forse si sarebbe potuto indulgere anche su altri esempi non fosse altro per il fatto che altri esempi esistono persino da più lunga data (la realizzazione di quello si San Teodoro mi sembra risalga alla seconda metà degli anni ’90), sono e sono stati efficaci. La staccionata che si porta ad esempio non v’è dubbio che funga da dissuasore, ma non vorrei che proprio il comune di San Teodoro si facesse una fama di esempio lungimirante di gestione della spiaggia (lo stato di frequentazione de La Cinta ad Agosto meriterebbe una riflessione in termini di management).

 

CONCLUSIONI

•1.      La Regione non pare essere all’altezza dei temi tecnici che pur con buona volontà intende affrontare in termini di buon senso gestionale;

•2.      Si può ipotizzare che al suo interno gli organici siano sguarniti dal punto di vista delle competenze sull’ambiente fisico;

•3.      in tal modo temi complessi come spiagge, acqua, suolo favoriscono visioni didascaliche o al più contrassegnate da semplicistiche valenze paesistiche;

•4.      anche da tale punto di vista dell’amministrazione del paesaggio tuttavia all’interno degli apparati non sembra sussistere la necessaria dotazione di organico tecnico;

•5.      dal punto di vista della gestione del Demanio Marittimo è del tutto intollerabile che i Servizi Demanio e Patrimonio, territoriali e non, siano per lo più privi di competenze tecniche relativamente agli ambiti di cui vanno ad occuparsi quotidianamente;

•6.      i Servizi Demanio e Patrimonio non si avvalgono nella loro pratica quotidiana neppure del sia pur qualitativo Atlante delle Spiagge della Sardegna, al quale la RAS contribuì negli anni ’90;

•7.      a mio avviso non può continuare a persistere una visione meramente ragionieristica del Demanio;

•8.      la competenza amministrativa della Regione sul Demanio Marittimo sono parcellizzate e sovrapposte e ciò non fa che amplificare il livello confusionale;

•9.      malgrado l’insussistenza di caratterizzazioni scientifiche su tutto il periplo della Sardegna troppo spesso l’Assessorato della Difesa dell’Ambiente fa riferimento a temi critici quali l’erosione costiera (pag. 13 del Rapporto Ambientale 2007 dell’Autorità Ambientale;  pag. 40 della V.A.S. del P.O.  FESR 2007-2013) senza che ciò possa minimamente essere sostenuto da dati di dimensionamento scientifico del problema ma solo in base a sbrigativi assunti. In tal modo si rischia di amplificare criticità allo stato complessivamente embrionale e di tirare la volata alle lobbies ripascimentiste.

•10.   su tale ultimo specifico e delicato tema (ripascimenti, dragaggi ed escavi in mare) ci si chiede infine a quali Servizi spettino eventuali istruttorie e/o le convocazioni di conferenze di servizio relativamente ai progetti, data la presenza di numerosi soggetti deputati al momento (Assessorato dei LL. PP.-Servizio Difesa del Suolo? Assessorato difesa dell’Ambiente: Servizio Tutela del Suolo; Servizio Tutela delle Acque; Agenzia ARPAS, Conservatoria delle Coste?).

•11.   e l’autorità di Bacino o Agenzia di Distretto idrografico non ha competenze? Direi di si. La Legge Regionale n. 19/2006 che la Istituisce, infatti stabilisce all’art. 5 che:

1. È istituita un’unica Autorità di bacino per l’insieme dei bacini regionali.
2. L’Autorità di bacino regionale, al fine di perseguire l’unitario governo dei bacini idrografici, indirizza, coordina e controlla le attività conoscitive, di pianificazione, di programmazione e di attuazione, aventi per finalità:
a) la conservazione e la difesa del suolo da tutti i fattori negativi di natura fisica e antropica;

•12.   malgrado la Determinazione 942 del 7 Aprile 2008 appare vergognoso che la rimozione della berma vegetale di Posidonia sia operata mediante appalti ad imprese di pulizia, senza che ciò sia assoggettato ad un progetto quindi a specifiche assunzioni di responsabilità ed a documenti che possano determinare l’acquisizione di informazioni quali-quantitative. Su tale tema di fatto al momento la Regione non ha dati ufficiali e non è in grado di fornire alcun elemento dimensionale. La possibilità di rimozione, a ben vedere, non è neppure agganciata ad una specifica prescrizione che imponga sempre come compromesso fra esigenze turistiche ed esigenze ambientali, l’impiego di macchine separatrici-vibrovagli che intercettino con cernita la frazione minerale sempre massicciamente presente negli accumuli post esecuzione lavori.

•13.   mancano specifiche tecniche su cosa e come si operi negli interventi su falesie (vedremo in altra sede il caso di Alghero-El Tro);

•14.   mancano specifiche tecniche sugli interventi di manutenzione idraulica dei fiumi, a tutt’oggi eseguiti sempre con tecniche invasive e distruttive da macchine scavatrici;

•15.   mancano specifiche tecniche sulla salvaguardia del trasporto solido alle foci dei fiumi;

•16.   manca un piano di salvaguardia dei litorali;

•17.   manca la caratterizzazione batimetrica dei litorali;

•18.   manca la caratterizzazione sedimentologica dei litorali;

•19.   manca la caratterizzazione geomorfologica dei litorali;

•20.   manca il riferimento univoco ad una linea di costa (nelle linee guida del PUL permane il concetto di Linea di Battigia come riferimento per le misure)

•21.   manca la caratterizzazione morfodinamica dei litorali;

•22.   manca la caratterizzazione idraulico-marittima dei litorali;

•23.   la caratterizzazione della franosità delle falesie è insufficiente nel PAI e presumibilmente lo sarà anche dopo l’adeguamento dei PUC ad esso.

 

E tutto ciò nella regione che dispone di circa il 25% del periplo costiero nazionale e che fino ad oggi ha fatto  dei litorali l’elemento mediaticamente più dirompente del suo marketing territoriale.

 

                 Dott. Geol. Phd. Giovanni Tilocca

 

(foto S.D., archivio GrIG)

                       

  1. Carlo Piazzese
    28 Giugno 2012 a 6:47 | #1

    Trovo strano che ci si occupi della Posidonia spiaggiata, dei sistemi dunali e degli stagni costieri temporanei e dei campi boe per l’ormeggio delle imbarcazioni da diporto quando esistono aree di distruzione totale dell’ambiente e per queste si fa ben poco.

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