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Consulenze e collaborazioni esterne affidate dalle pubbliche amministrazioni.

 

 

Crediamo di fare la nostra piccola parte per un’opportuna operazione di trasparenza: qui potete trovare il portale del Ministero per la pubblica amministrazione e l’innovazione con gli incarichi di consulenza e collaborazioni esterne affidati dalle pubbliche amministrazioni.

Gruppo d’Intervento Giuridico

 

 

da www.regione.sardegna.it, 7 luglio 2008

 La banca dati degli incarichi e delle collaborazioni.

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Come previsto dalla legge finanziaria 2007 la Regione ha reso disponibili on-line i dati relativi a tutte le consulenze e le collaborazioni attivate dall’Amministrazione negli anni 2006 e 2007. La banca dati contiene oltre all’elenco dei consulenti e dei collaboratori, anche l’oggetto, l’importo e la durata dell’incarico.
Consulta i dati

Aggiornamento: raccolgo la richiesta pervenuta da Davide. Su questo blog ne avevamo già parlato qui.  La giurisprudenza della Corte dei conti, in sede di controllo ed in sede giurisdizionale, ha elaborato i seguenti criteri generali per valutare la rispondenza a legittimità degli incarichi e consulenze esterne (vds. deliberazione Corte dei conti, SS. RR., 15 febbraio 2005, n. 6):

a)       rispondenza dell’incarico agli obiettivi dell’amministrazione,

b)      inesistenza, all’interno della propria organizzazione, della figura professionale idonea allo svolgimento dell’incarico, da accertare per mezzo di una reale ricognizione,

c)       indicazione specifica dei contenuti e dei criteri per lo svolgimento dell’incarico,

d)       indicazione della durata dell’incarico,

e)       proporzione fra il compenso corrisposto all’incaricato e l’utilità conseguita dall’amministrazione,

f)   proporzione fra il compenso corrisposto all’incaricato e l’utilità conseguita dall’amministrazione. 

L’art. 1, comma 593°, della legge n. 296/2006 (legge finanziaria 2007) dispone: "nessuna consulenza può essere pagata se non sia stata resa nota, con tanto di nome e compenso, sul sito Web dell’amministrazione".   E se l’incarico non viene pubblicizzato, ma viene liquidato il compenso, si determina l’obbligo di restituzione della somma a carico di chi ha disposto il pagamento.     Per chi volesse approfondire, c’è, fra le altre, un’indagine di controllo sulla gestione (legge n. 20/1994 e successive modifiche ed integrazioni) della Corte dei conti – Sezione di controllo per la Regione autonoma della Sardegna sulle risorse umane e le consulenze regionali (deliberazione n. 72/2007 del 23 marzo 2007 e relativa relazione) e la relazione di parifica del rendiconto regionale 2005 (decisione Sezioni Riunite Corte dei conti per la R.A.S. n. 1/2006 del 28 giugno 2006 e deliberazione Sezione del controllo Corte dei conti per la R.A.S. n. 16/2006 del 16 giugno 2006 e relativa relazione). 

                                                    Stefano Deliperi

 

(foto S.D., archivio GrIG)

  1. renate
    15 Novembre 2010 a 11:11 | #1

    Gentili Signori,
    Aggiungevo alla paura del Sig. Davide, ‘nel corso della vita avrò mai un incarico’? In Italia funziona in questo modo, chi denuncia cose vere, di esempi ne abbiamo tanti, viene emarginato.
    Allora, vogliamo capire! sprecano i nostri soldi per rimpinzare le tasche delle fidanzate, figlie a Firenze? Si vuole capire! tutti consigliano il cappotto termico, chi ci dimostra la composizione del prodotto? Nessuno, doniamo il 55% di agevolazione epr arricchire ditte come Biocalce, Keracoll etc. Tagliate anche questo! grazie

  2. Stefano Deliperi
    16 Giugno 2008 a 19:10 | #2

    A richiesta, l’articolo è stato integrato con i criteri di legittimità dell’affidamenti degli incarichi di consulenza e di collaborazione esterna.

  3. 16 Giugno 2008 a 11:13 | #3

    Ritengo utile segnalare l’articolo di G.A.Stella sul Corriere. it di oggi: oltre le consulenze, oltre le collaborazioni, oltre tutto ci sono i veri Accozzoli che vengono stabilizzati con una leggina ad hoc….altri invece hanno la strada spianata per… un luminoso futuro di precari della P.A. !

    Veneto, sì ai portaborse a vita

    E Lega e Pd marciano insieme

    Dopo i precedenti di Calabria e Sicilia la leggina che «stabilizza» i collaboratori approda al Nord

    MILANO – Lo fanno in Calabria? «I soliti terroni». Lo fanno in Sicilia? «I soliti terroni». Lo fanno in Campania? «I soliti terroni». Facile, liquidare il tema così. Ma se capita nel Veneto? Ed ecco che l’assunzione dei «portaborse » come dipendenti regionali scatena mal di pancia mai visti. Al punto che il governatore Giancarlo Galan, per protesta, è arrivato a uscire dal gruppo di Forza Italia: «È una leggina vergognosa». Sono anni che i governi, di destra e di sinistra, promettono di mettere la parola fine a questo andazzo. E sono anni che va a finire così. Il punto di partenza è sempre lo stesso: chi viene eletto a una carica pubblica, deputato o presidente provinciale, governatore o sindaco, deve portarsi nella stanza dei bottoni collaboratori di cui si fida. Giustissimo: ognuno ha diritto di circondarsi di uno staff proprio.

    Esattamente il motivo per cui i parlamentari vengono dotati di una somma mensile (4190 euro alla Camera, 4678 al Senato) per assumere «provvisoriamente» uno o due collaboratori, destinati a lavorare a Montecitorio o a Palazzo Madama. «Provvisoriamente », però. Fino alla scadenza del mandato. Sennò a ogni nuova legislatura ogni comunista che si ritrovasse uno staff di berlusconiani o ogni berlusconiano che si ritrovasse uno staff di comunisti dovrebbe chiedere nuove assunzioni. Di più: la macchina statale trabocca già di decine o centinaia di migliaia di dipendenti entrati senza alcuna selezione, alcun concorso, alcuna valutazione professionale. Assunti così, per anzianità di precariato. Nella scuola, nei ministeri, negli enti locali… Perfino al Quirinale, il cuore dell’Italia, non si fa un pubblico concorso (pessimo esempio che Napolitano si è impegnato a correggere) dal 1963, quando era ancora vivo Harpo Marx e Abdon Pamich si preparava alle Olimpiadi di Tokio. Il meccanismo, soprattutto in alcune aree del Paese, è sempre lo stesso.

    L’amico dell’amico, l’elettore che ti ha promesso il voto o il militante di partito vengono assunti «provvisoriamente » senza concorso: perché mai farne uno, se si tratta solo di un «contrattino » di due mesi? Poi il «contrattino » viene rinnovato una, due, tre, quattro volte. E intanto passano i mesi, le stagioni, gli anni. Finché arriva il momento fatidico: i precari vanno stabilizzati. Insomma: l’argine alla periodica assunzione degli «staffisti» sembra puro buonsenso. Pena il rischio che a ogni svolta elettorale entrino senza concorso ondate di portaborse piazzati dai vincitori sulla sola base della tessera di partito. Eppure, le violazioni a questa regola elementare ci sono già state.

    Un esempio? La Calabria. Dove nell’ottobre del 2001 il Consiglio regionale votò all’unanimità (neppure un voto contrario) per incamerare negli organici regionali, a carico delle pubbliche casse, 86 «collaboratori», divisi in due fette: una di funzionari di partito che dovevano essere forniti di uno stipendio fisso e una di fratelli, sorelle, cognati… Una porcheria tale da far insorgere perfino i vescovi calabresi, uniti nel denunciare il «terribile principio » che «l’appartenenza a certe forze » contasse nelle assunzioni «più della competenza». Quattro anni dopo, a maggioranza rovesciata (da destra a sinistra), ecco il replay. Tutto come previsto: «Non posso appoggiarmi solo allo staff messo a disposizione della Regione, mi servono persone di assoluta fiducia» dissero uno a uno tutti i consiglieri. E ottennero altre duecento assunzioni. Di nuovo figli, cognati, cugini… Il rifondarolo Egidio Masella andò più in là: nella prospettiva che un giorno o l’altro sarebbe stata «stabilizzata », assunse la moglie Maria.

    Non meno incredibili e scandalose, al di là dello Stretto, sono state le ripetute «sanatorie» della Regione Sicilia. Una per tutte, quella di tutti i portavoce di Totò Cuffaro e dei suoi assessori decisa alla vigilia delle elezioni del 2006. Un’infornata che portò l’ufficio stampa della presidenza regionale ad avere la bellezza di 23 giornalisti. Tutti da allora pagati vita natural durante con soldi pubblici senza avere mai superato una selezione che non fosse quella della fedeltà di partito. La solita politica clientelare che ammorba il Mezzogiorno, si sono ripetuti per anni, davanti a casi come questi e altri ancora, i virtuosi teorici della «diversità morale» del Nord. Non è esatto. Basti ricordare la sanatoria per i portaborse del Friuli-Venezia Giulia, sistemati sei anni fa dal centrodestra con una leggina che permetteva di assumere in Regione, senza concorso, chi aveva avuto un contrattino lavorando 120 giorni consecutivi nell’arco dell’ultimo quinquennio. Leggina indigesta almeno a una parte della sinistra, che la denunciò come un sistema per dare una busta paga con soldi pubblici ai collaboratori dei gruppi politici, dei consiglieri e degli assessori. In Veneto no: tutti d’accordo.

    Destra e sinistra. Meglio: quasi tutti. L’estensione ai 52 «portaborse» del progetto di assumere un certo numero di dipendenti indispensabili soprattutto nel mondo della sanità e di stabilizzare un po’ di precari storici, era infatti assente nei piani della giunta. Tanto che, davanti all’insistenza dei partiti, l’assessore Flavio Silvestrin aveva chiesto un parere all’Ufficio legislativo della giunta. Il quale, sulla base della Finanziaria 2008 e di una serie di spiegazioni dell’ex ministro Luigi Nicolais (spiegazioni che avevano bloccato l’anno scorso lo stesso giochino alla Provincia di Napoli), aveva detto no: non si potevano assumere così i portaborse. Verdetto inutile. Perché, sulla base di un parere opposto dell’ufficio legislativo del Consiglio (sic!), i gruppi consiliari sono tornati alla carica. E davanti al rifiuto della giunta di allargare le assunzioni agli «staffisti» («facciano i concorsi, hanno già un 20% di quote riservate… », diceva Silvestrin) hanno promosso un emendamento, voluto in primo luogo da democratici e leghisti, con una sanatoria trasversale che fissa per i portaborse «un’apposita procedura selettiva riservata» che ha tutta l’aria di essere una foglia di fico. Voto in aula, unanimità: 33 voti su 33 presenti. Tutti contenti: basta con gli scontri all’arma bianca! Tutti meno Giancarlo Galan che, dicevamo, ha sbattuto la porta («vergogna!») uscendo dal gruppo forzista e chiedendo l’appoggio di Renato Brunetta. I maligni dicono che, dietro, ci siano anche rancori di altro genere. Sarà. Sui portaborse, però, ha ragione lui. A cosa serve parlare di merito, promettere un ritorno al merito, giurare su una svolta che premi il merito se poi si continua con l’andazzo di sempre?

    Gian Antonio Stella

  4. Davide
    15 Giugno 2008 a 18:04 | #4

    Scorrendo qualche nome ho capito che non avrò mai alcun incarico da nessuna p.a. Vabbè, vedrò di cavarmela in qualche modo con la mia professione. Mi rimane però la curiosità di sapere se è legittimo affidare tanti incarichi esterni e quando….

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