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Poveri Gipeti, nel Sardistàn…

 

 

Non c’è molto da dire sull’ipotesi della morte per avvelenamento di due dei tre Gipeti reintrodotti in Barbagia solo tre mesi fa.  Per cortesia, non si tirino fuori le solite giustificazioni sulla durezza della vita nel mondo agro-pastorale sardo, sulla difficoltà a rimuovere vecchie abitudini o cose simili.  I Gipeti non fanno del male a nessuno, sono una ricchezza per questa maledetta/amata Isola.  Ucciderli non ha e non può avere giustificazioni. E’ un reato.  Usare bocconi avvelenati non ha e non può avere giustificazioni. E’ un reato.  E come tale dev’essere considerato.  E danneggia anche e soprattutto i tantissimi sardi onesti.  Sosteniamo con forza il progetto di reintroduzione del Ripeto e chiediamo che gli avvelenatori siano posti in condizioni di non nuocere. Una cosa simile, come ricordava opportunamente il naturalista e fotografo Domenico Ruju, non è avvenuta da nessun’altra parte.  Ricordiamo che, grazie all’iniziativa PIC INTERREG III A "Balbuzard", la Provincia di Nuoro in collaborazione con la Provincia dell’Ogliastra ha avviato il progetto di reintroduzione del Gipeto (Gypaetus barbatus) che, finalmente, è ritornato in SardegnaNidificante fino agli anni ’70 del secolo scorso, condotto all’estinzione da un assurdo bracconaggio ed erratico successivamente (grazie ad individui giovani provenienti dalla Corsica) viene ora reintrodotto sul SupramonteE dobbiamo fare di tutto perché vi rimanga definitivamente.

Lega per l’Abolizione della Caccia, Amici della Terra, Gruppo d’Intervento Giuridico

P.S.  alle tartarughe marine, in Calabria, è andata molto meglio. Sono nate oltre 140 tartarughine Caretta caretta sulla spiaggia di Sant’Andrea Apostolo dello Jonio. 

Qui uno splendido video del Gipeto realizzato sui Pirenei.

 

da La Nuova Sardegna, 26 agosto 2008

È strage di gipeti: dopo Balente muore Sandalia.
Nuovo ritrovamento a pochi giorni dalla scoperta della carcassa: è avvelenamento. Brusco stop al progetto di reintroduzione dell’avvoltoio nelle montagne del Supramonte e del Gennargentu: trovati i resti di un altro dei tre grandi rapaci liberati.
  Maria Giovanna Fossati

È strage di gipeti in Barbagia: dopo il rinvenimento di Balente nel Bruncuspina avvenuto mercoledì scorso, stavolta i segnali rilevati tramite il collare radio satellitare hanno portato sulle tracce di un’altra carcassa in stato di decomposizione, restituendo Sandalia, l’altro gipeto privo di vita, rinvenuto nelle campagne di Desulo. Se qualche giorno fa la causa di morte del primo rapace poteva destare dei dubbi, ora, con due gipeti morti, lo scenario delle ipotesi appare circoscritto. Ad abbattere i due rapaci, non può che essere stata la mano dell’uomo e la parola più usata è: avvelenamento. Forse in maniera non mirata, visto la pratica diffusa in Barbagia, che utilizza veleni contro cani randagi e volpi, in genere con antiparassitari e topicidi. Il responso scientifico dei veterinari dell’istituto zooprofilattico di Sassari, dove si eseguono le autopsie, non è ancora giunto al tavolo delle istituzioni, ma gli addetti ai lavori parlano chiaramente di azione dell’uomo sui volatili.  Ma il progetto di reintroduzione del gipeto in Sardegna, partito tre mesi fa nel monte Subiu a Orgosolo, non si fermerà con la morte dei due esemplari su tre: lo dice l’assessore all’Ambiente della Provincia di Nuoro Rocco Celentano, che ieri mattina in Provincia ha convocato un vertice al quale sono intervenuti tra gli altri, l’assessore all’Ambiente della provincia d’Ogliastra Luigi Lai e il responsabile scientifico del progetto Carlo Murgia: «L’amarezza è tanta, ma il progetto andrà avanti – spiega Celentano – magari con un’opera di sensibilizzazione ancora più forte che convincerà anche i più scettici». Quanto alle cause di morte dei volatili l’assessore dice: «Secondo le nostre valutazioni in via preliminare, non può essere stata una causa naturale, ma dobbiamo attendere il responso scientifico che confermi o meno la nostra ipotesi». Luigi Lai aggiunge: «La Provincia di Nuoro e d’Ogliastra, l’associazione venatoria, l’Ente Foreste e tutti gli altri partner del progetto intendono portare a termine secondo i tempi previsti il progetto. Ci attiveremo subito con la Regione, la commissione Ambiente, qualora arrivino risultati che confermino le nostre ipotesi, per un disegno di legge che scoraggi chi mette a punto strategie violente contro i volatili o altri animali».  L’operazione di reintroduzione dei gipeti – tre in totale: ma uno di essi che si credeva una femmina, Rosa ’e Monte, è un maschio e oggi è l’unico superstite – salutata 3 mesi fa da un bagno di folla a Orgosolo, ha avuto i riflettori puntati della comunità scientifica internazionale e per Carlo Murgia continueranno ad essere puntati, poichè l’operazione andrà avanti: «Non è certo nostra intenzione scoraggiarci. Queste cose accadono purtroppo non solo da noi: è successo nelle Alpi che qualche gipeto sia stato abbattuto, è successo in Spagna – dove i cacciatori si sono quotati per acquistare nuovi gipeti – e succede oggi in Sardegna. Mi aspetto un colpo di reni della popolazione che condanni questi gesti e incoraggi il progetto ad andare avanti con nuovo e se possibile maggiore vigore». Sulla morte dei due rapaci sono in corso le indagini del Corpo Forestale della Sardegna.

IL NATURALISTA DOMENICO RUIU.  «Ora salviamo Rosa ’e Montes». Il piano di ripopolamento non va fermato.  Domenico Ruju (fotografo e naturalista)

«Se è veleno presto toccherà a Sandalia…». Sono stato facile profeta. La notizia è arrivata mentre preparavo un pezzo sulla morte di Balente. Scrivevo dei dubbi sulla causa della morte, sulla drammaticità dell’eventuale abbattimento diretto, fucilata o altro, ma anche, malu su rubu pejus su teti, dell’incubo del veleno. Il colpo di Sandalia è arrivato quando ancora non ci eravamo ripresi, un colpo da ko.    La tragedia del veleno ha spezzato il sogno. Perché è stato un sogno vederli volare, loro due sempre insieme, leggiadri e leggeri, acrobati nati. Curiosi della gente che li osservava ammaliata e stupita, che loro andavano a sorvolare da vicino e osservavano con uguale curiosità. Sono molti gli escursionisti che hanno avuto la sorte di incontrarli e porteranno per sempre l’emozione di quell’incontro. Facevano già i gipeti veri, sollevando ossa e lasciandole cadere sulle rocce per spezzarle e mangiarle più comodamente. Ho visto Balente onorare il suo nome (dopo il tormentone dell’aggressione subita da Rosa’e Monte nel nido, fonte di facile ironia) e trasportare in volo e per un lungo tratto una carcassa quasi intera di pecora. E ho sentito i primi fischi di richiamo, gioiosi e penetranti, che rallegravano i grandi spazi del Gennargentu. La loro tomba. Del veleno, con preoccupazione, ne avevamo parlato già durante la presentazione del progetto a Su Gologone, in una sala gremita e fremente di aspettative. Veleno ancora utilizzato come rimedio estremo da chi, esasperato per danni subiti dal bestiame ad opera delle volpi o, più spesso, dei cani randagi. Senza dare nessuna giustificazione a chi eventualmente ha preparato le micidiali esche, tuttavia va ancora una volta rimarcato che il problema è reale, pur se riguarda situazione ben localizzate, quelle appunto dove gravitano branchi di randagi, che quando predano lo fanno per puro istinto primordiale, uccidendo molto più di quello che occorre loro per mangiare.. Danni che una cronica lacuna delle legge regionale sulla caccia continua ad ignorare, prevedendo risarcimenti solo per quelli causati dagli animali selvatici. Così la soluzione spiccia, con le tragiche conseguenze che probabilmente abbiamo sotto gli occhi, viene affidato all’esca avvelenata. Non avendo a disposizione veleni di forte efficacia, ci si arrangia in qualche modo, concentrando porcherie letali in piccoli brandelli di carne e ossa. Una vera leccornia per i gipeti…  L’Assessorato alla difesa dell’Ambiente della Provincia di Nuoro, dopo il ritrovamento di due aquile avvelenate, ahimè sempre nel Gennargentu, si è fatto promotore di precise richieste a livello regionale per la modifica e l’adeguamento della normativa e per l’istituzione di un fondo specifico per il risarcimento di simili danni. Non è servito a niente, come non sono serviti a niente le centinaia di seminari e convegni, in cui tra l’altro si insisteva moltissimo sulle tematiche delle esche avvelenate, tenuti in tutta la provincia in previsione della liberazioni dei gipeti. Tutto da ripensare, tutto da fare. Intanto probabilmente abbiamo stabilito uno record che ci fa poco onore: in 25 anni di rilasci non si è mai verificata una simile disfatta ad appena due mesi dall’involo dei gipeti. Succede proprio nel momento in cui sulle Alpi si festeggia la completa riuscita del progetto (uno dei più importanti realizzati a favore di una specie selvatica) e si proclama conclusa la fase dei rilasci in quanto sono già nati in natura gipeti di terza generazione (cioè nipoti dei primi gipeti liberati e quindi figli dei primi esemplari nati in natura). Non ci facciamo bella figura, a livello internazionale.  Adesso però dobbiamo preoccuparci di Rosa’e Monte. La finta femmina è un pelandrone e per sua fortuna non si è allontanato da Su Biu! La sua indolenza sinora lo ha salvato. Ma non tarderà a cercare altri orizzonti e magari farà rotta dove ha visto allontanarsi gli altri. Forse è il caso di studiare il sistema per catturarlo e tenerlo al sicuro in attesa di tempi migliori. Lo dobbiamo fare per lui, per evitare il naufragio totale del progetto e soprattutto per quei bambini che guardavano con occhi sognanti i gipeti che venivano loro presentati in quel magico mattino di maggio. Che sembra lontano un secolo. Dobbiamo farlo per lasciare uno spiraglio alla speranza e per evitare che quel sogno si trasformi in un incubo totale.

 

da L’Unione Sarda, 27 agosto 2008

Ucciso dal veleno anche l’ultimo gipeto. Bruncuspina. Ritrovata ieri la carcassa del terzo avvoltoio liberato appena tre mesi fa dalla Provincia nel Supramonte di Orgosolo.     Salvatora Mulas

Anche l’ultimo dei gipeti ha smesso di volare sui cieli limpidi del Gennargentu. Ieri, poco prima delle 14, "Rosa ‘e Monte" è stato ritrovato, dal Corpo forestale e da alcuni dipendenti della Provincia di Nuoro, privo di vita sulle rocce del Bruncuspina, poco distante dal luogo dove hanno trovato la morte i suoi due compagni di avventura: "Balente" e "Sandalia". Finisce così, ingloriosamente, un progetto durato quattro anni, costato globalmente quasi un milione di euro e di cui restano solo magliette e cappellini, distribuite dalla Provincia anche lo scorso 25 maggio, quando a Montes sono stati liberati i tre gipeti davanti a un folla in festa composta soprattutto da bambini delle scuole. Un sogno spezzato nel peggiore dei modi, anche perché se ormai si aspetta solo l’esito delle analisi per ufficializzare l’avvelenamento, è fortissimo il sospetto che qualcuno abbia voluto uccidere deliberatamente gli avvoltoi.   L’ultimo allarme, dopo il ritrovamento nei giorni scorsi delle prime due carcasse, ieri mattina è stato lanciato dalla Svizzera dove vengono letti i dati del radio segnale che avrebbe dovuto monitorare gli spostamenti dei tre avvoltoi grazie a un collarino applicato sul collo dei volatili. Segnale fermo nello stesso punto da alcuni giorni, nel Bruncuspina. Eppure si diceva che "Rosa ‘e Monte", non si era mai mosso dal Supramonte, a differenza dei suoi compagni frequentatori dei monti tra Fonni e Desulo dove avevano attirato l’attenzione di tanti turisti. Anche i più ottimisti, a tre mesi e un giorno esatti dalla reintroduzione, si sono dovuti arrendere. E prendere atto di una realtà che rischia di essere amarissima perché non ci può essere nulla di casuale nell’improvvisa e rapida scomparsa dei tre esemplari a pochi giorni l’uno dall’altro e per di più in un raggio di appena 500 metri. Esclusi i colpi d’arma da fuoco partiti dal fucile di qualche bracconiere, restano due ipotesi: le esche avvelenate, arma letale nella lotta contro il randagismo potrebbero essere stata una delle cause già richiamata dal fotografo naturalista Domenico Ruiu che giusto ieri aveva lanciato un disperato appello per la salvezza di "Rosa ‘e Monte" paventando come causa dell’imminente estinzione il veleno «utilizzato», secondo Ruiu, come rimedio estremo da chi, esasperato per danni subiti dal bestiame ad opera delle volpi o, più spesso, dei cani randagi. Danni che una lacuna delle legge regionale sulla caccia continua ad ignorare, prevedendo risarcimenti solo per quelli causati dagli animali selvatici. L’assessorato provinciale all’Ambiente della Provincia di Nuoro, dopo il ritrovamento di due aquile avvelenate, si è fatto promotore di precise richieste a livello regionale per la modifica e l’adeguamento della normativa e per l’istituzione di un fondo specifico per il risarcimento di simili danni. Non è servito a niente».  A non credere alle esche avvelenate, respingendo anche le accuse lanciate ieri dal Gruppo di intervento giuridico e Amici della terra, sono i pastori. Salvatore Gregu, allevatore di Fonni e vicepresidente della Coldiretti nuorese ricorda gli sforzi fatti dalla sua organizzazione per vedere risarciti i danni alle greggi ad opera di randagi, rifiuta l’ipotesi del veleno fai-da-te. «È da tempo che gli allevatori non utilizzano questa pratica contro il randagismo. Oggi – dice Gregu – è difficile procurarsi la sostanza letale, nessun veterinario te la prescrive e nessuna farmacia la vende. Non credo quindi che questa sia stata la causa della morte dei gipeti». Rimane il dubbio ancora più atroce in questa vicenda: e se a stroncare la vita dei giovani gipeti fosse l’avvelenamento del carnaio dal quale essi si cibavano? Il giallo rischia di sfociare nella cronaca nera, mentre in Barbagia tanti ragazzi girano indossando le colorate magliette della "Operazione Gipeto".

       

 

(foto da http://sardegnambiente.it/, http://www.lanuovasardegna.it/)

 

  1. C.M.
    4 Settembre 2008 a 13:15 | #1

    La Nuova Sardegna, 4/9/2008

    Progetto Gipeto, ancora una volta prevalgono gli egoismi.

    I progetti di reintroduzione sono in genere molto delicati e difficili; il grado di difficoltà varia in funzione della specie con cui si opera. Il Gipeto, per via della sua biologia e della posizione apicale all’interno della catena alimentare, è una specie particolarmente sensibile e difficile da reintrodurre. Di questo tutti eravamo consci e perciò il progetto è stato preparato con attenzione in tutte le fasi. Il risultato era sotto gli occhi di tutti, con i tre avvoltoi che si erano ormai inseriti perfettamente nell’ambiente naturale, alimentandosi in maniera autonoma nonostante fosse presente nell’area del rilascio un carnaio comunque attivo. Allo stato attuale cosa sia successo ancora non lo sappiamo, tutto lascia presagire che siano stati avvelenati. Le motivazioni invece probabilmente non le conosceremo mai. Qui le teorie si sprecano. C’è chi dice perché si siano nutriti di carcasse avvelenate posizionate per cani randagi (ma vista la virulenza dell’eventuale veleno mi sarei aspettato che venissero ritrovate anche carcasse di volpi e di cani), chi sostiene che invece l’azione fosse diretta proprio a loro in quanto pericolosi testimonial di azioni di tutela e conservazione del territorio (SIC, ZPS), o addirittura quali competitori dell’uomo (predazione di bestiame domestico). C’è addirittura che sostiene il cannibalismo e la carenza di cibo. Eppure la campagna di sensibilizzazione è stata particolarmente robusta e capillare. Sicuramente la più importante fatta in Sardegna per un progetto di conservazione e credo anche nella Penisola. Essa non è avvenuta, come qualcuno imprudentemente sostiene, solo nelle scuole o tramite conferenze stampa, ma nel territorio, con la gente e con i portatori di interessi. Credo che nessuno possa dire che del Gipeto in questi anni non se ne sia parlato e che in maniera diretta o indiretta non sia venuto a conoscenza dell’iniziativa. Del resto la reazione che la morte dei tre animali ha suscitato è sintomatica dell’attesa che si era creata. Possiamo ragionevolmente intuire che siano state sufficienti poche o forse una persona a mandare in fumo il lavoro di quattro anni. Ma si sa, è accaduto in diverse situazioni in varie parti del mondo che un progetto di reintroduzione nelle fasi iniziali sia andato incontro a grosse difficoltà. E’ un rischio calcolato. Nessuno di noi del resto pensava che il lavoro di comunicazione fosse finito con il rilascio dei tre Gipeti, si stava già lavorando alla presentazione di un nuovo Interreg in cui la componente sensibilizzazione avrebbe avuto ancora ampio spazio. Sul versante veleni sono stati acquisiti i pochi dati storici disponibili (dal 2001 al 2006) circa i casi di positività di avvelenamento riscontrata sulla fauna, nel mentre gli assessorati all’Ambiente delle Province di Nuoro ed Ogliastra si sono fatti promotori di indire una serie di incontri sul tema coinvolgendo gli assessorati regionali e gli enti di riferimento. Al fine di conoscere come è stata affrontata tale problematica in Spagna, è stato inoltre invitato a partecipare anche Juan Sanchez, quale esperto della Segreteria europea contro il veleno. Ciò ha consentito di acquisire preziose informazioni e di programmare una serie di azioni che sarebbero state attuate a breve, compatibilmente con i tempi burocratici che il lavorare tra diverse istituzioni comporta. L’opinione comune era comunque di un fenomeno in forte calo. Al di là dell’amarezza per quanto accaduto, mi dispiace molto constatare che il clima che si è venuto a creare non aiuta ad andare avanti. Ancora una volta, quando era necessario mostrare coesione e lungimiranza, sono invece emerse le invidie mal sopite, le contrapposizioni politiche e le strumentalizzazioni. Invece di impegnare tutte le nostre forze ad isolare poche persone, stiamo facendo il loro gioco. Ora si ergono tutti a giudici ed esperti, condividendo in maniera acritica un acre «j’acuse» che arriva d’oltre Tirreno. E’ chiaro che così facendo non si fa altro che invogliare i nostri amministratori ad evitare di assumere iniziative innovative e di alto profilo per il territorio, ma a gestire in totale prudenza l’ordinario ed il quotidiano, sicuri di poter poi camminare tranquillamente vicino ai muretti a secco. Ma la Sardegna non ha bisogno di ciò, ha bisogno invece di scelte coraggiose e condivise. Solo così potremo far capire alla comunità scientifica internazionale che non siamo quelli che qualcuno sta dipingendo a tinte fosche, al contrario siamo pronti a raccogliere la sfida ed andare avanti.

    Carlo Murgia, Responsabile scientifico Progetto Gipeto

  2. giusy barbaricina
    30 Agosto 2008 a 13:04 | #2

    La barbarie degli avvelenamenti (esche, ma anche corsi d’acqua) è pratica antica che ancora resiste. Di solito poi gli avvelenamenti “accidentali” sono un alibi, è proprio quell’animale che vogliono uccidere.Avrei un’idea sul motivo, non so quanto fondata. Oltre all’ignoranza sulla reale dieta dei gipeti, forse gli allevatori non vogliono la distruzione delle carcasse, dato che in molti casi sono previsti rimborsi… non so, è un’idea. Resta l’amarezza per questo sogno svanito.

  3. gruppodinterventogiuridico
    29 Agosto 2008 a 22:33 | #3

    c’è ancora qualcuno che ha la faccia di dire che i bocconi avvelenati sono stati portati dai giapponesi o che i Gipeti sono morti suicidi? Aspettiamo di conoscere che ne pensa Salvatore Gregu, fonnese e vice-presidente provinciale della Coldiretti. Forse a Fonni i bocconi avvelenati sono un lontano ricordo, ma altrove no. Evidentemente.

    da La Nuova Sardegna, 29 agosto 2008

    Trovati i bocconi avvelenati. Per uccidere i tre gipeti pezzi di carne e carcasse.

    NUORO. «C’è aria di attacco premeditato da parte di chi, per ignoranza, crede che i gipeti mangino gli agnelli vivi». È durissimo Giuseppe Delogu, comandante del Corpo forestale regionale, dopo la scoperta di quelli che per gli investigatori hanno tutta l’aria di essere i bocconi avvelenati che hanno ucciso Balente, Sandalia e Rosa ‘e Monte e il sogno di reintrodurre nell’isola i maestosi avvoltoi. Pezzi di carne, una cornacchia e una pecora, queste ultime legate nello stesso posto: sono le esche trovate dai forestali e inviate all’Istituto zooprofilattico di Sassari. La sconfitta è enorme. Al dispiacere per la morte dei tre bellissimi animali si aggiunge la figuraccia fatta dall’isola, che in pochi mesi ha visto fallire nel peggiore dei modi un progetto internazionale. Le analisi sui gipeti richiederanno un paio di settimane. Altrettanto vale per quelle sulle esche, scoperte dai forestali nello stesso versante del Gennargentu, il bacino del ponte di Aratu, tra Desulo, Fonni e Villagrande, in cui hanno trovato la morte i tre avvoltoi portati dall’Austria e liberati a maggio. Giuseppe Delogu attende le analisi ma ha davvero pochi dubbi: «È quasi sicuramente un avvelenamento: sono morti tutti nello stesso posto, nel giro di pochi giorni e non ci sono segni di arma da fuoco. Difficile immaginare qualcosa di diverso dal veleno. Difficile credere che questo gravissimo atto criminoso non sia connesso al timore, privo di fondamento, che i rapaci possano mangiare gli agnelli. I gipeti si cibano solo di animali morti. Dalle analisi attendiamo di sapere qual è la molecola usata». Per il numero uno del Corpo forestale regionale, i gipeti sono stati avvelenati come alcune aquile trovate morte tempo fa sul Gennargentu. I forestali – dice Delogu – sono perciò impegnati in una corsa contro il tempo per individuare eventuali altre esche avvelenate ed evitare che uccidano altre aquile. Nel frattempo, gli investigatori danno la caccia agli avvelenatori. La morte dei gipeti è accolta con rabbia anche dal mondo venatorio, coinvolto nel progetto. «È intollerabile – dice il rappresentante Franco Brotza – che per colpa di alcuni debba fallire un progetto importantissimo per l’ambiente e la società. Il mondo venatorio si è offerto di contribuire sia economicamente che come mano d’opera volontaria a nuova reintroduzione. Questo nefasto evento serva a catalizzare l’attenzione su un serio problema che affligge il nostro territorio: i bocconi avvelenati sono un serio problema per molte specie di uccelli e di mammiferi ma sono pericolosi anche per i nostri cani».

  4. maria francesca
    29 Agosto 2008 a 12:19 | #4

    è una pessima figura a livello internazionale.

  5. Paolo Fiori
    28 Agosto 2008 a 20:43 | #5

    Senza parole.

    GIPETI MORTI:FORESTALE RECUPERA ESCHE AVVELENATE.

    (AGI) – Cagliari, 28 ago. – Alcune esche avvelenate sono state recuperate dagli uomini del corpo forestale e di vigilanza ambientale della Regione nell’ambito delle indagini sulla morte dei tre gipeti nel Supramonte. I bocconi killer sono stati trovati durante una perlustrazione nell’area dove, nei giorni scorsi, sono stati trovati morti i tre rapaci recentemente reintrodotti dal Wwf. Le esche saranno ora analizzate dall’Istituto zooprofilattico di Sassari. Per gli investigatori della forestale l’episodio ricalca quello che, qualche tempo fa, sempre sui monti del Gennargentu, provoco’ la moria di alcune aquile, vittime anch’esse di bocconi imbottiti di sostanze tossiche. In queste ore gli uomini del corpo forestale sono impegnati nella ricerca di altre esche per evitare la morte di altri animali. (AGI) Vor

  6. gruppodinterventogiuridico
    28 Agosto 2008 a 17:05 | #6

    da La Nuova Sardegna, 28 agosto 2008

    È stata quasi esclusa la pista del bracconaggio, mentre resta tutta in piedi quella dell’avvelenamento. Ancora mistero sulla morte dei gipeti. Il sindaco di Desulo: «Ora bisogna pensare e tutelare la montagna».

    DESULO. «Siamo vivamente preoccupati per la tragica fine dei tre gipeti che avevano trovato rifugio presso le nostre montagne. Appare doveroso attendere l?esito delle analisi per conoscerne le cause. Ma al contempo lancio un appello affinché tutte le problematiche della montagna vengano viste sotto la stessa lente di importanza». Parole di Peppino Zanda, sindaco di Desulo, il paese più prossimo alle vette del Gennargentu più elevato, ove Sandalia, Rosa e Monte e Balente hanno effettuato i loro ultimi voli. Ma è ancora mistero sulla loro sorte. Quasi esclusa la pista del bracconaggio, rimane quella dell’esca avvelenata. Ma su questo fronte tutti procedono con piedi di piombo. Qualsiasi analisi preventiva, senza il riscontro degli esami autoptici sulle povere bestie, appare inutile. I gipeti erano stati avvistati già dai primi di agosto. Avevano lasciato le falde del Supramonte, ove erano stati liberati per spostarsi verso l’interno, verso la sommità dei monti che dominano la Sardegna. Forse per cercare un po’ di cibo, oppure per cambiare aria, fatto sta che i volatili erano stati avvistati a più riprese e fotografati. La notizia si è sparsa in breve tempo e il giorno di ferragosto decine di persone si sono recate a S’Arena, Sa Crista ed Erbas Birdes nella speranza di ammirare i tre gipeti. La loro presenza era stata accolta positivamente un po’ da tutti, anche dagli allevatori che vedevano con favore l’inserimento di queste specie che fungono da spazzini del territorio. Diversi capi di bestiame muoiono a causa degli attacchi di randagi, di malattie o di vecchiaia. E la presenza dei signori dell’aria, avrebbe garantito il completarsi del ciclo ambientale, con l’eliminazione al naturale delle carcasse. Nei bar del paese le bocche sono però cucite: «Tanto la colpa è sempre dei pastori quando succedono queste cose». Ma sono brevi momenti, frasi dette quasi d’impeto per paura di essere additati, per l’ennesima volta, di una colpa storica, quella di essere nemici dei rapaci. «Bisogna osservare – dice il sindaco Peppino Zanda – che la fine di questi rapaci deve far riflettere su tutto il sistema montagna. Il progetto deve essere continuato, e su questo siamo vicini all’assessore provinciale Celentano, alla Regione e al corpo forestale. Ma ci dobbiamo chiedere cosa non ha funzionato se tutti e tre gli animali hanno fatto questa tragica fine». Secondo il sindaco desulese, però, bisogna anche fare un esame profondo della situazione. Esca avvelenata o no, vi sono problemi a monte che devono essere trattati e risolti. «Non ci si deve accorgere delle problematiche dell’interno – prosegue il primo cittadino – solo quando un progetto importantissimo come questo riceve un così duro colpo. Anche perché si discute, giustamente, sul perché della caduta di tre alberi rari, ma non ci si accorge che tutta la foresta sta morendo. È necessario che tutte le categorie, dalla politica, alla società civile, studi il problema in una dimensione globale. Perché, Perché, allo stato attuale, non è solo un problema di proteggere il gipeto o l’aquila. Qui è in gioco la sopravvivenza dell’uomo stesso».

    Il Wwf: «Troviamo le cause o il progetto rischia grosso».

    NUORO. «Se il progetto per la reintroduzione dell’avvoltoio Gipeto in Sardegna avesse seguito con successo il suo percorso, con il pieno adattamento degli esemplari liberati a maggio e la nascita di nuovi piccoli, sarebbe stato un risultato importante sul piano della conservazione dell’ambiente e della biodiversità in Sardegna». Così il Wwf commenta il tragico epilogo della “Operazione Gipeto” che ha visto morire uno dopo l’altro i tre esemplari (Balentes, Sandalia e Rosa ‘e Monte) liberati nel Supramoste di Orgosolo lo scorso 25 maggio. «Purtroppo – dice Wwf -, così non è stato. La barbara usanza di utilizzare i bocconi avvelenati contro le volpi e i cani randagi, ha dimostrato che in Sardegna i tempi non sono maturi per attuare piani di reintroduzione di specie estinte da tempo come, appunto, l’avvoltoio barbuto». L’Associazione ambientalista, pur riconoscendo la validità del progetto ed il rigore scientifico con il quale è stato gestito, ritiene improponibile il rilascio di altri gipeti nell’isola, se prima non verranno rimosse le cause del decesso dei tre esemplari. «In quel caso – conclude il Wwf – si andrebbe ancora incontro a un altro fallimento con l’inevitabile sacrificio di altri animali».

  7. Vania
    28 Agosto 2008 a 16:17 | #7

    che tristezza :/ ciao ciao Vania

  8. gruppodinterventogiuridico
    27 Agosto 2008 a 17:51 | #8

    sono forse venuti dal Giappone per avvelenare i Gipeti ? Oppure si sono suicidati ?

    da L’Unione Sarda, 27 agosto 2008

    Ucciso dal veleno anche l’ultimo gipeto. Bruncuspina. Ritrovata ieri la carcassa del terzo avvoltoio liberato appena tre mesi fa dalla Provincia nel Supramonte di Orgosolo. (Salvatora Mulas)

    Anche l’ultimo dei gipeti ha smesso di volare sui cieli limpidi del Gennargentu. Ieri, poco prima delle 14, “Rosa ‘e Monte” è stato ritrovato, dal Corpo forestale e da alcuni dipendenti della Provincia di Nuoro, privo di vita sulle rocce del Bruncuspina, poco distante dal luogo dove hanno trovato la morte i suoi due compagni di avventura: “Balente” e “Sandalia”. Finisce così, ingloriosamente, un progetto durato quattro anni, costato globalmente quasi un milione di euro e di cui restano solo magliette e cappellini, distribuite dalla Provincia anche lo scorso 25 maggio, quando a Montes sono stati liberati i tre gipeti davanti a un folla in festa composta soprattutto da bambini delle scuole. Un sogno spezzato nel peggiore dei modi, anche perché se ormai si aspetta solo l’esito delle analisi per ufficializzare l’avvelenamento, è fortissimo il sospetto che qualcuno abbia voluto uccidere deliberatamente gli avvoltoi. L’ultimo allarme, dopo il ritrovamento nei giorni scorsi delle prime due carcasse, ieri mattina è stato lanciato dalla Svizzera dove vengono letti i dati del radio segnale che avrebbe dovuto monitorare gli spostamenti dei tre avvoltoi grazie a un collarino applicato sul collo dei volatili. Segnale fermo nello stesso punto da alcuni giorni, nel Bruncuspina. Eppure si diceva che “Rosa ‘e Monte”, non si era mai mosso dal Supramonte, a differenza dei suoi compagni frequentatori dei monti tra Fonni e Desulo dove avevano attirato l’attenzione di tanti turisti. Anche i più ottimisti, a tre mesi e un giorno esatti dalla reintroduzione, si sono dovuti arrendere. E prendere atto di una realtà che rischia di essere amarissima perché non ci può essere nulla di casuale nell’improvvisa e rapida scomparsa dei tre esemplari a pochi giorni l’uno dall’altro e per di più in un raggio di appena 500 metri. Esclusi i colpi d’arma da fuoco partiti dal fucile di qualche bracconiere, restano due ipotesi: le esche avvelenate, arma letale nella lotta contro il randagismo potrebbero essere stata una delle cause già richiamata dal fotografo naturalista Domenico Ruiu che giusto ieri aveva lanciato un disperato appello per la salvezza di “Rosa ‘e Monte” paventando come causa dell’imminente estinzione il veleno «utilizzato», secondo Ruiu, come rimedio estremo da chi, esasperato per danni subiti dal bestiame ad opera delle volpi o, più spesso, dei cani randagi. Danni che una lacuna delle legge regionale sulla caccia continua ad ignorare, prevedendo risarcimenti solo per quelli causati dagli animali selvatici. L’assessorato provinciale all’Ambiente della Provincia di Nuoro, dopo il ritrovamento di due aquile avvelenate, si è fatto promotore di precise richieste a livello regionale per la modifica e l’adeguamento della normativa e per l’istituzione di un fondo specifico per il risarcimento di simili danni. Non è servito a niente». A non credere alle esche avvelenate, respingendo anche le accuse lanciate ieri dal Gruppo di intervento giuridico e Amici della terra, sono i pastori. Salvatore Gregu, allevatore di Fonni e vicepresidente della Coldiretti nuorese ricorda gli sforzi fatti dalla sua organizzazione per vedere risarciti i danni alle greggi ad opera di randagi, rifiuta l’ipotesi del veleno fai-da-te. «È da tempo che gli allevatori non utilizzano questa pratica contro il randagismo. Oggi – dice Gregu – è difficile procurarsi la sostanza letale, nessun veterinario te la prescrive e nessuna farmacia la vende. Non credo quindi che questa sia stata la causa della morte dei gipeti». Rimane il dubbio ancora più atroce in questa vicenda: e se a stroncare la vita dei giovani gipeti fosse l’avvelenamento del carnaio dal quale essi si cibavano? Il giallo rischia di sfociare nella cronaca nera, mentre in Barbagia tanti ragazzi girano indossando le colorate magliette della “Operazione Gipeto”.

  9. gruppodinterventogiuridico
    27 Agosto 2008 a 17:49 | #9

    da La Nuova Sardegna, 27 agosto 2008

    Muore anche Ros’e Monte, gipeti addio.

    Trovati sul Bruncuspina i resti del terzo rapace liberato nel Nuorese. (Maria Giovanna Fossati)

    OLIENA. Quel che resta di quella festosa mattina del 25 maggio al monte Su Biu, che aveva salutato con entusiasmo il rilascio di tre gipeti in Sardegna, sono tre carcasse in stato di decomposizione sui tavoli di marmo del laboratorio dell’Istituto Zooprofilattico di Sassari: dopo Balente e Sandalia, morti a due giorni di distanza l?uno dall?altro nel Bruncuspina, anche Ros’e Monte ha seguito lo stesso nefasto percorso, che l’ha portato nel versante desulese del monte, probabilmente a consumare l’ennesimo boccone avvelenato. Quarant’anni dall’estinzione del rapace, non sembrano essere stati sufficienti a sensibilizzare le comunità della Barbagia sull’importanza della presenza del volatile, ultimo anello della catena alimentare in natura. Fino all’altro ieri Ros’e Monte era il superstite dei tre gipeti rilasciati nei monti di Orgosolo, su cui la comunità scientifica sarda deponeva le speranze per il proseguimento dell’operazione di reintroduzione della specie in Sardegna; da ieri con il ritrovamento della carcassa dell’ultimo rapace sopravvissuto, il progetto gipeto ha subito una battuta d’arresto: anche Ros’e Monte – erroneamente battezzata con un nome femminile, ma i risultati delle analisi hanno accertato che si trattava di un altro maschio – ha seguito la rotta della morte che nel breve volgere di pochi giorni, aveva portato al rinvenimento delle carcasse in decomposizione di Balente e Sandalia, suoi compagni di viaggio e di avventura, con i quali c’era stata una dura ma simpatica competizione dentro il nido; anche lui è stato verosimilmente vittima della trappola dei bocconi avvelenati. Erano i primi giorni di giugno e i tre gipeti avevano dimostrato tutta la loro vitalità, eccetto Balente che a dispetto del nome ha sempre subìto. Poi l’involo un mese e mezzo fa, accompagnato dalla presentazione dello stato dell’arte del progetto dal comitato scientifico sardo a fine luglio, che illustrava la felice esperienza. Fino al 22 di agosto, giorno del rinvenimento della carcassa di Balente, seguita subito dopo da quella degli altri due esemplari. Attentato o fatalità? «Secondo il mio punto di vista è da escludere l’ipotesi dell’attentato – ha commentato l’assessore all’Ambiente della Provincia di Nuoro Rocco Celentano -, è più probabile che i gipeti si siano cibati di bocconi avvelenati destinati a volpi e cani randagi». Avvelenamento dunque, la causa più probabile che ha portato alla morte dei gipeti, anche se non ancora confermata dai veterinari dell’Istituto Zoo profilattico che eseguono gli accertamenti. Per l’assessore all’Ambiente della Provincia di Nuoro, Rocco Celentano, «non bisogna arrendersi a questi episodi, ma prima di ripartire è indispensabile rimuovere gli ostacoli che hanno decretato la fine dei tre esemplari reintrodotti. Tra qualche giorno quando avremo i risultati certi sulle cause della morte – conclude Celentano – faremo il punto della situazione, all’incontro parteciperà anche il presidente della Fondazione internazionale dei gipeti Paolo Fasce». Ieri mattina il satellite, tramite l’apparecchio radio collare sistemato sul rapace, dava segnali preoccupanti su Ros’e Monte, fermo da troppe ore nel Bruncuspina, sullo stesso versante della trappola mortale che qualche giorno prima aveva inghiottito i compagni Balente e Sandalia: la perlustrazione della zona, ha portato sulle tracce della carcassa intorno a mezzogiorno. «Episodi come questo segnano profondamente – ha commentato il sindaco di Orgosolo Francesco Meloni -. C’è il rammarico per la piega presa dal progetto, che oltre al valore scientifico ha un notevole valore simbolico nel campo della valorizzazione dell’ambiente e per la creazione di nuova e qualificata occupazione. Quanto è capitato non deve indurre ad abbandonare la strada perseguita, ma al rilancio del progetto capace di valorizzare l’ambiente, che io considero la vera risorsa dei nostri territori».

  10. Sandro
    27 Agosto 2008 a 9:40 | #10

    Hanno fatto fuori anche il terzo, complimenti. Che male facevano? saluti.

  11. Paolo Fiori
    26 Agosto 2008 a 22:44 | #11

    A.G.I., 26 agosto 2008

    GIPETI TROVATI MORTI: ECOLOGISTI, PUNIRE CHI LI HA AVVELENATI.

    (AGI) – Cagliari, 26 ago. – “Gli avvelenatori dei gipeti reintrodotti in Barbagia devono essere posti in condizione di non nuocere”. Lo Stefano Deliperi del Gruppo d’Intervento Giuridico. Per l’esponente dell’associazione ecologista l’uccisione dei due rapaci non puo’ essere giustificata con “la durezza della vita nel mondo agro-pastorale sardo”, perche’ “uccidere e’ comunque un reato”. I gipeti hanno nidificato in Sardegna fino agli anni Settanta poi sono stati estinti dal bracconaggio. Nei mesi scorsi e stato avviato un programma di ripopolamento in Barbagia con l’introduzione di tre esemplari. Due rapaci, “Balente” e “Sandalia”, sono stati trovati morti, probabilmente avvelenati. Attualmente in vita resta solo un esemplare, “Rosa ‘e Montes”. (AGI) Red

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