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Abbasso la squola !

 

 

Dopo il ritorno del grembiule a scuola, notizia non malvagia, il Ministro della pubblica istruzione Maria Stella Gelmini pensa però di massacrarne la qualità.  Accentuando un disegno di questi ultimi anni. Gli 87 mila insegnanti in meno previsti in tre anni non sono che la punta di un iceberg dove una pretesa migliore gestione non si concilia con una vera razionalizzazione della spesa. Il Ministro dell’istruzione annuncia una riduzione del 7% della spesa. "Il 97% delle risorse è bloccato dagli stipendi", ha detto. E aggiunge: "Come si può altrimenti investire nel merito?"   Quel merito che lei evidentemente conosce molto bene, almeno da quando – per aver meritatamente migliori possibilità di superare l’esame di Stato – andò a sostenere, dalla natìa Brescia, il concorso per l’accesso alla carriera forense nella magnanima sede di Catanzaro.   La scuola pubblica avrebbe bisogno invece di maggiori e mirati investimenti, reale razionalizzazione delle spese, migliori servizi di accoglienza ed attività formative.   Accade anche che gli scolaretti si debbano anche portare la carta igienica da casa, non vedano un personal computer manco per sbaglio in cinque anni, facciano magari solo un’ora di inglese alla settimana, nessuna di educazione fisica, ma ben due di religione.   Una buona scuola pubblica è la base per una buona società.   A meno che il disegno non sia quello di favorire ancor più le scuole private, in primis quelle confessionali.  Dopo il sostegno finanziario pubblico degli ultimi anni, si vuole sempre più creare una scuola buona (quella privata) solo per ricchi ed una mediocre (quella pubblica) per i poveracci ?

Gruppo d’Intervento Giuridico

 

P.S.  non è male ricordare che "Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato. La legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad esse piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali" (art. 33, commi 3° e 4°, cost.).

 

A.N.S.A., 4 settembre 2008 

SCUOLA: TAGLIO DI 87 MILA POSTI IN TRE ANNI.

ROMA – Nella scuola ci sarà un taglio intorno al 7% della spesa che si traduce in 87 mila posti in tre anni. Lo ha detto dai microfoni di Radio anch’io il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini ribadendo che razionalizzare la spesa è un percorso obbligato. "Occorre reinvestire ma se non ci sono risorse come si fa? Come si fa a investire nel merito se il 97% delle risorse è bloccato negli stipendi?" Ha osservato il ministro sottolineando come, ad esempio 10 mila edifici scolastici che non sono sicuri avrebbero bisogno di investimenti.  Occorre passare a un organico funzionale, afferma Gelmini.  "In Italia – ha detto – c’é questa stranezza dell’organico di fatto e di quello di diritto, che tra l’altro complica ai provveditori il proprio lavoro all’inizio di ogni anno scolastico. Parlando con i sindacati ho riscontrato un certo consenso per passare invece all’organico funzionale e quindi passare dal finanziamento del costo storico a quello del costo standard per alunno". Gelmini ha quindi ricordato che l’Italia in Europa, nell’ambito Ocse, è in linea per quanto riguarda la spesa dell’istruzione in percentuale sul pil (3.5) ma sul fronte della spesa per studente va invece ben oltre la media europea. Il ministro ha inoltre sottolineato la necessità di rivedere le classi di concorso e anche gli ordinamenti.  "Non verrà meno il tempo pieno, anzi riusciremo, non spendendo più soldi, ad aumentare lo spazio ad esso riservato", ha detto Gelmini. "Il governo si rende conto – ha detto il ministro – che nelle famiglie ci sono difficoltà economiche e che la maggior parte delle mamme lavora. In questo modo – ha aggiunto riferendosi all’introduzione del maestro unico – non solo manterremo il tempo pieno ma riusciremo a migliorare il servizio estendendolo a un numero maggiore di classi". Gelmini, quanto alla didattica, ha assicurato che non ha nessuna intenzione di riduzione le ore di italiano e di matematica "ma voglio sottolineare che la qualità della scuola non dipende dal numero di ore che si trascorrono in classe ma dalla qualità della didattica. Non a caso – ha aggiunto – i paesi migliori nelle classifiche internazionali Ocse-Pisa sono quelli che hanno il minor numero di ore. Certamente comunque – ha concluso – su materie fondamentali come italiano e matematica non lesineremo le ore".

SCUOLA, TRA CARO LIBRI E VOTI SI ATTENDE LA PRIMA CAMPANELLA.

La prima campanella squillera’ in Lombardia l’8 settembre, l’ultima in Sicilia, il 17 settembre.  E gli alunni lombardi saranno proprio i piu’ ”secchioni”, visto che per loro l’anno scolastico sara’ il piu’ lungo, terminando il 16 giugno 2009 – unica regione italiana – contro il 6 giugno di Abruzzo, Calabria, Emilia Romagna.  A rispondere all’appello saranno quasi 9 milioni di alunni italiani, divisi in poco meno di 8 milioni nelle scuole statali e circa un milione nelle istituzioni scolastiche non statali; gli stranieri dovrebbero essere poco piu’ di 600 mila.  Tante le novita’ che attendono gli alunni. A cominciare dai piccoli delle elementari, che riavranno il maestro unico. Per ora sara’ introdotto solo nella prima classe del ciclo ed entrera’ a regime gradualmente. Tornano anche il voto in condotta, i voti espressi in decimi, l’educazione civica e il grembiule.  La questione economica è senz’altro quella che impensierisce di più i genitori. Le associazioni dei consumatori parlano di caro tutto, dai libri agli zaini. Anche il ministero prende le sue precauzioni e inserisce nel decreto legge sull’istruzione l’impegno ad adottare i libri di testo pubblicati da editori che manterranno invariato il contenuto del quinquennio.

 

da L’Altravoce, 4 settembre 2008

Abbasso la ‘squola’ pubblica: tagli con l’accetta più il maestro unico. Contro l’amara ricetta del governo è rivolta anche dei sindacati sardi. Cinzia Isola

Si scrive razionalizzazione, ma si legge tagli al personale e alla qualità della scuola in ogni ordine e grado. Con un disegno preciso: mercificare l’istruzione per produrre studenti clienti. Quelli che, come in un supermercato sceglieranno come, ma soprattutto quanta, acquistarne. Chi potrà, riempirà a piacere la propria dispensa culturale. Per gli altri il discount della scuola pubblica servirà a garantire la facciata dell’accesso alla formazione gratuita e libera per tutti: giusto per non bruciare in piazza, nel rogo del sistema scolastico, anche la Costituzione e i principi dei padri fondatori.  Il ritorno al maestro unico, il più classico dei ritorni al passato, è solo l’ultimo atto di una progressiva e calcolata condanna a morte della scuola pubblica. In termini quantitativi e qualitativi: meno insegnanti, meno pluralità e vivacità educativa. Per essere chiari: chi vuole di più deve pagarlo. Più che un invito alla multicolor offerta degli istituti privati, un obbligo morale per tutti quei genitori consapevoli che il mercato del lavoro, ma non solo, chiederà merce di qualità da esibire nel banchetto della disperata ricerca di un impiego.   Altro che tagliare: ci vorrebbero più insegnanti e sempre più qualificati e preparati. Questo si, sarebbe razionale: investire in discipline spendibili praticamente una volta terminato il percorso formativo. Le competenze linguistiche ne sono un drammatico esempio: il mercato privato non offrirebbe tanti corsi se la scuola pubblica assolvesse al suo compito. E la scuola sarda? Arranca. Tra dispersione scolastica, sempre ad alti livelli, e tagli al personale. Un mix vincente per delineare una strategia perdente.  Qualche cifra può aiutare a comprendere meglio la portata del collasso annunciato: in Sardegna sono oltre il 20% i giovani tra i 18 e i 24 anni in possesso della sola licenza media. E se si stima che circa l’83% dei giovani si iscrive alle scuole superiori, la mortalità, già dopo il primo anno, raggiunge la soglia del 30%. Dall’altra parte dei banchi le cose non vanno meglio: «Nel giro di sei-sette anni il personale è passato da 34mila a 23mila unità», denuncia Peppino Loddo, Cgil scuola. «In un solo anno la riduzione ha prodotto 1281 posti di lavoro in meno».Ieri mattina è iniziata ufficialmente la mobilitazione contro i tagli e il decreto del ministro all’istruzione Mariastella Gelmini che, introducendo il maestro unico, di fatto taglia il corpo docente di un terzo.   Due i fronti di lotta: no allo smantellamento dei C.t.p (centri territoriali permanenti), no al maestro unico. Ieri mattina, un centinaio di manifestanti, tra docenti e allievi dei centri territoriali permanenti, ha protestato a Cagliari, sotto la sede della Direzione scolastica regionale, contro lo smantellamento dei corsi per l’Educazione degli adulti. Al sit-in organizzato dalla Cgil, hanno aderito anche Cisl, Cobas e Gilda: per protestare contro il ridimensionamento dei centri di Cagliari e provincia, e quelli del Sulcis-Iglesiente e Medio Campidano che, assieme, offrono formazione a un’utenza di oltre tremila studenti, tra i 16 e gli 80 anni. I centri territoriali permanenti, istituti nel 1997, si occupano di istruire e formare adulti con corsi sia per il conseguimento della licenza media che per l’apprendimento della lingua italiana per gli stranieri e di alfabetizzazione linguistica e informatica.   Per la scuola pubblica, in particolare quella dell’infanzia, i tagli sono poi invocati in nome del progressivo calo demografico. «Le scuole non possono essere fatte dal personale». Ovvero: «se non ci sono bambini», i tagli sono inevitabili, ha avuto modo di osservare il direttore generale della Sardegna Armando Pietrella. « Le argomentazioni di Pietrella fanno torto alle persone intelligenti», ha replicato Peppino Loddo, «solo in minima parte i tagli possono attribuirsi al calo degli studenti». Sul fronte del maestro unico, invece, per il sindacalista della Cgil, ci sono due versanti di ragionamento: una riduzione quantitativa e una qualitativa. «Il maestro "tuttologo"non era più adeguato: la scuola deve insegnare molti linguaggi e strumenti agli allievi per offrirgli una ricchezza multidisciplinare del sapere». In questo modo, invece, «se qualcuno vuole, deve comprare il sapere».  E qui dalla scuola divisa in classi si passerà alla scuola di classe: «Mettere l’istruzione in mano al mercato, significa che chi può la comprerà e chi non ha i mezzi resterà tagliato fuori dal mercato dell’istruzione». E mentre i sindacati si appresta a chiedere conto alla Regione sulle iniziative che intende portare avanti in difesa della scuola sarda, dal mondo politico arrivano i primi attestati di solidarietà per la battaglia appena intrapresa: il gruppo di Rifondazione comunista-sinistra europea regionale e l’opposizione comunale di centrosinistra hanno espresso, in distinte iniziative, solidarietà ad allievi e docenti penalizzati dal ridimensionamento dei Centri territoriali permanenti presenti in Sardegna.   «La ministra avvocata Maria Stella Gelmini», ha scritto in una nota del consigliere Ciriaco Davoli, «non fa altro che ubbidire e mettere in pratica, persino nei dettagli, un progetto di smantellamento, pezzo dopo pezzo, del nostro sistema scolastico». In comune ci si appella al sindaco del capoluogo Emilio Floris: «Chiediamo che l’esecutivo comunale assuma tutte le iniziative politiche necessarie nei vari livelli istituzionali e amministrativi», scrivono Massimo Zedda, Ninni Depau, Claudio Cugusi, Radhuan Ben Amara, Claudia Zuncheddu, Raimondo Perra e Gialeto Floris, «affinché vengano scongiurati i tagli che colpiscono duramente l’integrazione scolastica degli studenti diversamente abili e la formazione riservata agli adulti in città».

 

da http://www.ilcorriere.it/, 4 settembre 2008

La ministra moralista da Brescia a Reggio Calabria: così la Gelmini nel 2001 diventò avvocato l’esame di abilitazione all’albo dove tutto era facile.  Gian Antonio Stella

Novantatré per cento di ammessi agli orali! Come resistere alla tentazione? E così, tra i furbetti che nel 2001 scesero dal profondo Nord a fare gli esami da avvocato a Reggio Calabria si infilò anche Mariastella Gelmini. Ignara delle polemiche che, nelle vesti di ministro, avrebbe sollevato con i (giusti) sermoni sulla necessità di ripristinare il merito e la denuncia delle condizioni in cui versano le scuole meridionali. Scuole disastrose in tutte le classifiche «scientifiche» internazionali a dispetto della generosità con cui a fine anno vengono quasi tutti promossi. La notizia, stupefacente proprio per lo strascico di polemiche sulla preparazione, la permissività, la necessità di corsi di aggiornamento, il bagaglio culturale dei professori del Mezzogiorno, polemiche che hanno visto battagliare, sull’uno o sull’altro fronte, gran parte delle intelligenze italiane, è stata data nella sua rubrica su laStampa.it da Flavia Amabile. La reazione degli internauti che l’hanno intercettata è facile da immaginare. Una per tutti, quella di Peppino Calabrese: «Un po’ di dignità ministro: si dimetta!!» Direte: possibile che sia tutto vero? La risposta è nello stesso blog della giornalista. Dove la Gelmini ammette. E spiega le sue ragioni. Un passo indietro. È il 2001. Mariastella, astro nascente di Forza Italia, presidente del consiglio comunale di Desenzano ma non ancora lanciata come assessore al Territorio della provincia di Brescia, consigliere regionale lombarda, coordinatrice azzurra per la Lombardia, è una giovane e ambiziosa laureata in giurisprudenza che deve affrontare uno dei passaggi più delicati: l’esame di Stato. Per diventare avvocati, infatti, non basta la laurea. Occorre iscriversi all’albo dei praticanti procuratori, passare due anni nello studio di un avvocato, «battere» i tribunali per accumulare esperienza, raccogliere via via su un libretto i timbri dei cancellieri che accertino l’effettiva frequenza alle udienze e infine superare appunto l’esame indetto anno per anno nelle sedi regionali delle corti d’Appello con una prova scritta (tre temi: diritto penale, civile e pratica di atti giudiziari) e una (successiva) prova orale. Un ostacolo vero. Sul quale si infrangono le speranze, mediamente, della metà dei concorrenti. La media nazionale, però, vale e non vale. Tradizionalmente ostico in larga parte delle sedi settentrionali, con picchi del 94% di respinti, l’esame è infatti facile o addirittura facilissimo in alcune sedi meridionali. Un esempio? Catanzaro. Dove negli anni Novanta l’«esamificio» diventa via via una industria. I circa 250 posti nei cinque alberghi cittadini vengono bloccati con mesi d’anticipo, nascono bed&breakfast per accogliere i pellegrini giudiziari, riaprono in pieno inverno i villaggi sulla costa che a volte propongono un pacchetto «all-included»: camera, colazione, cena e minibus andata ritorno per la sede dell’esame. Ma proprio alla vigilia del turno della Gelmini scoppia lo scandalo dell’esame taroccato nella sede d’Appello catanzarese. Inchiesta della magistratura: come hanno fatto 2.295 su 2.301 partecipanti, a fare esattamente lo stesso identico compito perfino, in tantissimi casi, con lo stesso errore («recisamente» al posto di «precisamente», con la «p» iniziale cancellata) come se si fosse corretto al volo chi stava dettando la soluzione? Polemiche roventi. Commissari in trincea: «I candidati – giura il presidente della «corte» forense Francesco Granata – avevano perso qualsiasi autocontrollo, erano come impazziti». «Come vuole che sia andata? – spiega anonimamente una dei concorrenti imbroglioni -. Entra un commissario e fa: "Scrivete". E comincia a dettare il tema. Bello e fatto. Piano piano. Per dar modo a tutti di non perdere il filo». Le polemiche si trascinano per mesi e mesi al punto che il governo Berlusconi non vede alternative: occorre riformare il sistema con cui si fanno questi esami. Un paio di anni e nel 2003 verrà varata, per le sessioni successive, una nuova regola: gli esami saranno giudicati estraendo a sorte le commissioni così che i compiti pugliesi possano essere corretti in Liguria o quelli sardi in Friuli e così via. Riforma sacrosanta. Che già al primo anno rovescerà tradizioni consolidate: gli aspiranti avvocati lombardi ad esempio, valutati da commissari d’esame napoletani, vedranno la loro quota di idonei raddoppiare dal 30 al 69%. Per contro, i messinesi esaminati a Brescia saranno falciati del 34% o i reggini ad Ancona del 37%. Quanto a Catanzaro, dopo certi record arrivati al 94% di promossi, ecco il crollo: un quinto degli ammessi precedenti. In quei mesi di tormenti a cavallo tra il 2000 e il 2001 la Gelmini si trova dunque a scegliere, spiegherà a Flavia Amabile: «La mia famiglia non poteva permettersi di mantenermi troppo a lungo agli studi, mio padre era un agricoltore. Dovevo iniziare a lavorare e quindi dovevo superare l’esame per ottenere l’abilitazione alla professione». Quindi? «La sensazione era che esistesse un tetto del 30% che comprendeva i figli di avvocati e altri pochi fortunati che riuscivano ogni anno a superare l’esame. Per gli altri, nulla. C’era una logica di casta, per fortuna poi modificata perché il sistema è stato completamente rivisto». E così, «insieme con altri 30-40 amici molto demotivati da questa situazione, abbiamo deciso di andare a fare l’esame a Reggio Calabria». I risultati della sessione del 2000, del resto, erano incoraggianti. Nonostante lo scoppio dello scandalo, nel capoluogo calabrese c’era stato il primato italiano di ammessi agli orali: 93,4%. Il triplo che nella Brescia della Gelmini (31,7) o a Milano (28,1), il quadruplo che ad Ancona. Idonei finali: 87% degli iscritti iniziali. Contro il 28% di Brescia, il 23,1% di Milano, il 17% di Firenze. Totale: 806 idonei. Cinque volte e mezzo quelli di Brescia: 144. Quanti Marche, Umbria, Basilicata, Trentino, Abruzzo, Sardegna e Friuli Venezia Giulia messi insieme. Insomma, la tentazione era forte. Spiega il ministro dell’Istruzione: «Molti ragazzi andavano lì e abbiamo deciso di farlo anche noi». Del resto, aggiunge, lei ha «una lunga consuetudine con il Sud. Una parte della mia famiglia ha parenti in Cilento». Certo, è a quasi cinquecento chilometri da Reggio. Ma sempre Mezzogiorno è. E l’esame? Com’è stato l’esame? «Assolutamente regolare». Non severissimo, diciamo, neppure in quella sessione. Quasi 57% di ammessi agli orali. Il doppio che a Roma o a Milano. Quasi il triplo che a Brescia. Dietro soltanto la solita Catanzaro, Caltanissetta, Salerno. Così facevan tutti, dice Mariastella Gelmini. Da oggi, dopo la scoperta che anche lei si è infilata tra i furbetti che cercavano l’esame facile, le sarà però un po’ più difficile invocare il ripristino del merito, della severità, dell’importanza educativa di una scuola che sappia farsi rispettare. Tutte battaglie giuste. Giustissime. Ma anche chi condivide le scelte sul grembiule, sul sette in condotta, sull’imposizione dell’educazione civica e perfino sulla necessità di mettere mano con coraggio alla scuola a partire da quella meridionale, non può che chiedersi: non sarebbero battaglie meno difficili se perfino chi le ingaggia non avesse cercato la scorciatoia facile?

 

(disegno S.D., archivio GrIG)

  1. titti
    17 Ottobre 2008 a 20:45 | #1

    Se la scuola italiana non è crollata lo si deve a quella parte di insegnanti che hanno lavorato bene e non certo ai vari mimistri che si sono dati il cambio.Di qualunque colore politico fossero,ogni loro intervento peggiorava le cose.Fatevi un rapido ripasso e ricordatevi di quei “saggi”,ben pagati,tra cui Eco,che sapevano fare di tutto ma non capivano un accidente di scuola.Volete consigliare allo stato come risparmiare?Parlategli allora dei docenti di religione scelti dalla chiesa e pagati da noi.A volte chiedono come devono valutare i loro allievi agli altri docenti:infatti non li conoscono ma,democraticamente,hanno diritto ad un voto come chi ha 11 ore.Parlate allo stato dei”progetti”,alcuni,per carità validissimi,ma altri basati su “do ut des” con varie aziende o con parenti.E per svolgere i progetti spesso si usano le ore curriculari e la sera si fa il recupero.Perchè non si controllano le numerosissime assenze di certi docenti,sempre gli stessi,che mancano nei giorni a loro più favorevoli? Chi è stato a permettere il pensionamento dopo neppure 15 anni di insegnamento,tenendo presente che alcune docenti tra maternità sempre a rischio e anno sabatico per i figli, a scuola quasi non c’erano passate?La ministra forse starà sbagliando ma gli altri?O si protesta solo in base al colore politico?

  2. 17 Ottobre 2008 a 12:46 | #2

    no alla riforma Gelmini!!!!

    Scuola, la Regione ricorre alla Corte Costituzionale.

    Con una delibera della Giunta regionale viene sollevata la questione di illegittimità costituzionale sulla recente riorganizzazione della rete scolastica da parte del Governo nazionale. Il decreto del ministro Gelmini non terrebbe conto del fatto che la titolarità dell’assetto del sistema organizzativo e didattico della scuola appartiene alle Regioni.

    CAGLIARI, 16 OTTOBRE 2008 – In una riunione di Giunta straordinaria è stata approvata questo pomeriggio la delibera con cui la Regione Sardegna ha deciso di sollevare questione di illegittimità costituzionale sulla recente normativa del governo nazionale che reca le disposizioni per l’organizzazione della rete scolastica. L’articolo 64, comma 4 del D.L. n. 112/2008 convertito in legge n. 133/2008, viola infatti sia lo Statuto Speciale della Sardegna e relative norme di attuazione sia l’art. 117, commi terzo, quarto e sesto, sia l’art. 118, comma primo della Costituzione e l’art. 10 della L.Cost. n. 3/2001.

    Il decreto voluto dal ministro Gelmini pretende di determinare dall’alto l’assetto ordinamentale del sistema organizzativo e didattico della scuola, senza tener conto che la titolarità di tali prerogative appartiene, per disposto costituzionale, alle Regioni. Oltre alle questioni di legittimità sostanziale, la Regione Sardegna interviene anche in difesa delle proprie prerogative di Regione a Statuto speciale che vantano, proprio in materia di diritto allo studio, una lunga tradizione, risalente alla Legge N. 26 del 1971.

    Da qui la decisione della Giunta regionale, che aderisce all’iniziativa di protesta di altre regioni italiane e sostanzia quando già in precedenza e ripetutamente espresso dall’assessore regionale della Pubblica Istruzione Maria Antonietta Mongiu.

    A sostenere le ragioni della Regione saranno i professori Carrozza e Falcon.

  3. BIONDA BUGIARDA
    11 Settembre 2008 a 19:46 | #3

    l’insegnamento lo fa la qualità dell’insegnante e non la quantità degli insegnanti.Se un bambino impara qualche nozione(anche queste però servono) in meno ma un comportamento migliore e riceve,in tempo di matrimoni in un continuo sfasciarsi,qualche coccola in più crescerà meglio.Per quanto riguarda i voti era ora che ritornassero perchè il 5 è un 5 e basta ma “l’alunno si applica,segue le lezioni ma la preparazione rimane ancora incompleta….”che vorrebbe dire ,ma non si può naturalmente,poverino!cerca di fare del suo meglio ma è poco intelligente è peggio perchè non si capiscono le motivazioni nascoste.Il telefonino da solo non crea bullismo ma genitori,docenti,tv computer e soprattutto la mancanza di dialogo tra adulti e ragazzi che devono aver,indipendentemente dall’età,coccole e sgridate,senza paura.Il famoso pugno di ferro nel guanto di velluto.P.S.Libergilda sei straniera?

  4. 11 Settembre 2008 a 14:59 | #4

    Forse c’è stato un declino di peggioramento della scuola ma non credo che si può risolvendo togliendo le tre maestre.

    Inoltre io considero che avendo 3 maestre era sicuro che le materie venivano svolte tutte.

    Se aiuta la disciplina ben venga con altrettanto i voti.

    Le materie devono seguire anche i propri tempi e non considero che l’insegnamento già dalle elementari devono essere imparati tutti i mezzi a disposizione, se non si impara il computer (che poi non è detto che ce l’abbiano) il bambino si limita a giocare e fa soltanto male.

    Io considero il problema del bullismo una situazione allargata dall’uso di telecamere nei telefonini e per risolvere questo problema devono esserci una scuola oltre a insegnare le materie principali venga mostrato tutto quello che si possa fare fare con le telecamere.

  5. BIONDA BUGIARDA
    5 Settembre 2008 a 1:44 | #5

    Siete così ingenui da credere che la scomparsa della maestra unica fosse il risultato di una organica e nuova visione della scuola? Era un modo occulto per salvare posti di lavoro facendo pesare sui piccoli la scomparsa di un’unica figura che poteva a volte rappresentare un prolungamento della figura materna e alla quale,essendo unica,si affezionavano e ricordavano anche alle medie.Quanto alla carta igenica è meglio portare quella che svolge una sola funzione e non il cellulare spesso usato in modo improprio.Va benissimo il computer ma ormai quasi tutti l’hanno a casa.Spesso a casa non hanno però genitori emozionalmente presenti,ma indaffarati a portare i figli a danza, calcio, nuoto, pallavolo, catechismo, recitazione etc, stressati e con poca voglia di rispondere alle domande-richiesta di coccole.Per queste vanno bene la t.v. e internet.

  6. titti
    4 Settembre 2008 a 20:39 | #6

    Prima di tutto vorrei sapere se mi devo considerare del sud o del centro.Io,comunque,essendomi laureata (…non dico in che anno)in lettere classiche a Cagliari,quando chi voleva trovare la strada facile andava a Genova (Nord quasi Nord?) o in Sicilia,mi sento ,per essere rimasta qui,nordica.E l’Università di Cagliari veniva considerata seria.Adesso non lo so.Però avendo conosciuto una persona che ha scelto la scorciatoia e che culturalmente e nel rapporto con i discenti non era inferiore a me che rimanendo mi sono laureata più tardi,non voglio essere molto critica nei confronti della ministra.Non potrebbe succedere che chi è stata costretta ad espatriare per sostenere un esame,dal cui esito dipendeva l’economia familiare,senta di dover fare qualcosa per (impedire penso sia impossibile)limitare una diversità di trattamento o migliorare le cose ? Se è vero,e non ne dubito,quello che dice Stella sul tutto esaurito negli alberghi in concomitanza del concorso, dove erano i ministri della pubblica istruzione del tempo? Il PDL non esisteva.

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