Il lavoro uccide l’uomo. Letteralmente.

Centinaia di morti bianche all’anno, al primo posto fra i Paesi industrializzati. E’ un altro dei record del made in Italy. Un record di cui andare poco fieri.
Gruppo d’Intervento Giuridico
da La Repubblica, 4 ottobre 2008
In dieci anni 15mila morti. Lo scorso anno 235 vittime nel solo settore delle costruzioni. Colpa di controlli inesistenti e normative "carta straccia", come quella sull’uso del casco. Quei cantieri senza regole, così si muore di lavoro in Italia.
MILANO - Più in alto sali sui ponteggi e più le vite da cantiere ti sembrano storte. Più le guardi, dalle piattaforme, dai piloni, dalle travi di acciaio, dalle passerelle che scricchiolano e danzano come ballerine scalze sotto le suole indurite degli scarponi, e più la paura ti sbatte addosso la sua cupa ombra. Lo stesso schiocco di qualcosa che si crepa e poi cede. Milano, le quattro del pomeriggio. Una pioggia sottile cade sugli edifici squadrati della Bicocca. No, non sono "gli uomini su trave" di Charles C. Ebbets questi operai che camminano sullo scheletro di un palazzo in fondo a viale Piero e Alberto Pirelli. Degli undici lavoratori immortalati nella mitica fotografia "Lunch a top a skyscraper" mentre pranzano su una putrella a 244 metri d’altezza, al 69° piano del Rockefeller Center, questi non hanno le coppole né i sorrisi incoscienti. Sotto di loro non ci sono le strade della New York del 1932, in pieno slancio post Grande Depressione: sotto di loro c’è un torvo caposquadra calabrese. Un omone ruvido, con pochi capelli e un vocabolario greve. "Allora, testa di c…, la portiamo su sta roba o no?", grida a un manovale romeno anche lui stempiato. "Sì capo", fa lui aggrottando le sopracciglia. Vorrebbe mandarlo a quel paese, ma non può perché lavora in nero, e in nero e per cinque euro rischia la vita. La maglietta verdone stinto. Con sopra disegnate due ali angeliche e la scritta Fbi. I jeans, i guanti. Basta. Capelli a spazzola scuri. Ma come?, le teste di chi lavora in cantiere non dovrebbero essere tutte uguali? Cioè: una calotta di plastica rinforzata, quasi sempre gialla. Se qui alla Bicocca, a Milano, in Italia, si rispettassero le norme di sicurezza, se qualcuno (l’impresa) le imponesse ai dipendenti e qualcun altro (lo Stato, gli ispettori dell’Asl, dell’ufficio del lavoro, le forze dell’ordine) controllasse se questo avviene, il romeno Adrian e il suo capoccia – lavora anche lui, certo – a vederli dalla pancia del cantiere o dall’alto dovrebbero sembrare tanti play mobil. E invece no.
Ognuno qui lavora in totale libertà: senza casco, senza cinture. Si arrampicano come uomini ragno sulla facciata, abbracciano tavole di ferro, botole, pali lunghi due metri. Li fissano dentro la morsa dei cavi d’acciaio. A venti metri da terra. Ancora dieci metri e fanno la piattaforma sospesa nel vuoto di Barberino del Mugello. Fanno la morte. Se voli giù da queste altezze nemmeno ai miracoli ti puoi aggrappare. Vederli camminare tra i correnti del ponteggio, contare i passi degli schiavi dell’edilizia mentre si muovono attraversando in larghezza i piani. I dettagli, allora. Quelli sì diventano importanti. C’è un piano. Non tutto ma una buona parte. Saranno una decina di metri, i più esposti al vento che adesso tira e solleva la calce e rovescia i teli di plastica che coprono gli attrezzi da lavoro, una betoniera, la carriola, un blocco di casseforme. Su questo piano mancano le "mantovane", che sarebbero le barriere contro la caduta di massi, mattoni o altro. A volte la vita te la salva un parapiede. Ma quando c’è da tagliare sui costi la prima cosa su cui si taglia è la sicurezza. E la manodopera. Altro che cartellini, altro che metal detector nei cantieri, o i carabinieri. "L’esercito, i paracadutisti, perché non li mandano dove vedono queste porcherie sui ponteggi" dice un anziano signore che passa qui di fronte e piega verso l’università nel silenzio che nel tardo pomeriggio avvolge i viali perpendicolari del quartiere Pirelli. Siamo alla Bicocca, la Défense di Milano. Il futuro prima del futuro, i grattacieli degli uffici, la cittadella universitaria. Mica un cantiere sperduto dell’hinterland. "Questo governo sta dando l’idea di allentare la vigilanza sui cantieri – ragiona Paola Agnello Modica della segreteria nazionale della Cgil, esperta di sicurezza – In un paese in cui i furbi sono considerati ganzi, la vigilanza, i controlli servono ancora di più. E invece che succede? Succede che coi tagli alla Sanità ci sarà una bella riduzione dei dipartimenti di prevenzione delle Asl, vale a dire quelli che fanno vigilanza preventiva nei luoghi di lavoro". Non ha un granché del ganzo, il capoccia che spara ordini a Adrian e agli altri operai. Lo sarà, forse, l’imprenditore che lo ha messo lì a comandare. Chissà se, banalmente, si rende conto che con le passerelle rese scivolose dalla pioggia il rischio di volare nel vuoto aumenta. Chissà cosa pensa se e quando legge da qualche parte che, nel 2007, 1260 persone non sono più tornate a casa dal lavoro (1,370 è la media degli ultimi anni, nei quali c’è pur stato un lieve calo).
Duecentotrentacinque croci, sempre l’anno scorso, nel solo settore delle costruzioni, di fatto il più pericoloso. Nei cantieri si muore soprattutto perché si cade (42,55%), perché si è travolti da mezzi meccanici (20,85%) o da materiali da lavoro (14,89%). Chi esce in posizione orizzontale dai bacini dove si costruisce ha in media 37 anni: e visto che in Italia campiamo in media 79,12 anni, l’incidenza delle morti bianche comporta una perdita di vita pari a 42 anni. "Il testo unico sulla sicurezza è purtroppo ancora inapplicato – dice Marco di Girolamo, segretario milanese della Fillea – Oggi nessuno controlla l’idoneità tecnico-professionale delle imprese che operano nei cantieri e quella dei lavoratori autonomi. E così il rischio di incidenti aumenta". Se ne fregano beatamente, delle leggi, quelli che lavorano e fanno lavorare ogni giorno in parziale o totale insicurezza. Se non ci credete fateci caso: quando siete in macchina e passate davanti a un cantiere "in chiaro" buttate l’occhio. È nettamente più probabile vedere operai, muratori, carpentieri, che non indossano il casco che il contrario. È un metodo empirico facile facile, ma rende l’idea. Lo specchio di quello che vedete sono le gelide statistiche sulle morti bianche e il lavoro nero: 15 mila morti in dieci anni. Quattro al giorno. Uno ogni sette ore. In Europa ogni 3,5 minuti muore un lavoratore. E noi siamo al primo posto tra i paesi con il nostro stesso livello di industrializzazione.
Non fa ridere pensare che
in Italia il lavoro uccide più della Guerra del Golfo: e non è una metafora. Periodo 2003-2006: 5252 italiani morti sul lavoro. Periodo 2003-2007: 3520 militari della nostra coalizione caduti nel conflitto mediorientale. Ce li teniamo stretti i nostri primati: così come i mercati delle braccia, la vendita di uomini schiavi che i caporali comprano per pochi euro l’ora e buttano nei cantieri. Vanno in scena ogni mattina all’alba, impunemente, questi mercati.
L’edilizia in Italia da lavoro a 1,6 milioni di persone (parliamo solo di operai, manovali, muratori, carpentieri): stime attendibili dicono che quasi la metà lavorano in modo irregolare. E che il 42 % sono immigrati. Chi insegna la sicurezza a un manovale moldavo o boliviano che non spiccica una parola di italiano? Dov’è la formazione? Meglio sfruttarlo per pochi euro, in nero, zitto e lavora!, e se cade dal ponteggio, se l’impalcatura crolla, altri sono pronti a subentrare nella catena. E gli ispettori del lavoro? "L’ultima direttiva del ministro Sacconi li riduce a consulenti d’impresa – dice Walter Schiavello, segretario nazionale Fillea Cgil – e così non li mette in condizioni di reprimere eventuali irregolarità. Sono molto preoccupato per la deregolamentazione, l’allentamento delle sanzioni e dei controlli", aggiunge annunciando lo sciopero nazionale per martedì di tutto il settore edile. Dopo i morti del Mugello, nell’ennesimo triste giorno del cordoglio e delle dichiarazioni congiunte, guardi dall’alto il buco nero del lavoro che uccide. Potrebbe benissimo essere questo cantiere della Milano evoluta. Pensi agli "uomini delle travi" che settantasei anni fa a Manhattan mangiavano seduti nel vuoto a 244 metri d’altezza. Quell’immagine sta diventando l’icona della memoria di chi ha perso la vita lavorando. Loro almeno riuscivano a sorridere.
(foto Charles Ebbet)




l’Italia dei record…
A.N.S.A., 9 dicembre 2008
LAVORO: NUOVO MASSACRO, CINQUE MORTI IN POCHE ORE.
VOGHERA (PAVIA) – Si allunga di un altro capitolo, l’ennesimo, il libro nero delle morti sul lavoro in Italia. A quattro giorni dal primo anniversario del rogo della ThyssenKrup di Torino, il Paese torna ad aggiornare un bollettino sempre piu’ simile, sinistramente, a quello di una guerra. Sono cinque le persone ad aver perso la vita – due nel bergamasco, una nel pavese, una nel bellunese ed una vicino a Rieti – mentre altre cinque sono rimaste ferite, una, nel riminese, in modo grave.
Operai come Sergio Riva, 20 anni, morto nella notte in un incidente alla Tenaris di Dalmine, in provincia di Bergamo: l’uomo e’ stato travolto, intorno all’1.30 della scorsa notte, da un pesante cilindro d’acciaio del peso di circa una tonnellata mentre, insieme ad un collega, stava lavorando ad un macchinario che produce tubi. Su disposizione della magistratura i Carabinieri hanno sequestrato l’area del laminatoio Expander, dove e’ avvenuto l’incidente. Riva – inserito in azienda da circa un anno come lavoratore interinale, da poco tempo il suo contratto di lavoro era stato prorogato per altri 6 mesi – viveva a Spirano insieme ai genitori e a due fratelli di 15 e 18 anni, entrambi seminaristi. Giovanissimo – 21 anni, solo uno in piu’ dell’operaio bergamasco – anche Cesare Bertelli, residente a Balossa Biglia nel pavese, morto questa mattina, poco prima delle 8, mentre era al lavoro in una cava di ghiaia alla frazione Torretta di Galliavola. Il ragazzo e’ stato schiacciato dal cassone di un camion, impiegato per trasportare sabbia e ghiaia, che stava sottoponendo a una piccola manutenzione e, per questo, era salito sul pianale del mezzo pesante, dopo aver sistemato il cassone in posizione verticale. Il cassone e’ pero’ scivolato e per il giovane operaio non c’e’ stato scampo. Ancora nel bergamasco, ha perso la vita – nel pomeriggio – un sommozzatore che lavorava nel fiume Brembo, a San Pellegrino, nei pressi della diga insieme ad altri due colleghi. L’uomo sarebbe stato colto da un improvviso malore mentre era immerso nelle acque del fiume, forse a causa della temperatura particolarmente rigida. Portato a riva dai colleghi, nonostante un tentativo di rianimazione, l’uomo e’ morto poco dopo.
Veneta, invece, la quarta vittima degli incidenti sul lavoro. P.F., operaio di 37 di Trichiana – nel bellunese – e’ morto mentre partecipava alla costruzione di uno spazio industriale per la realizzazione di precompressi, a Santa Giustina, sempre in provincia di Belluno. L’uomo sarebbe stato schiacciato da una paratoia di acciaio del peso di varie tonnellate del tipo usato per il contenimento di grandi gettate di cemento. Ad Amatrice, in provincia di Rieti, un operaio e’ morto e due sono rimasti feriti sepolti dal terreno mentre stavano lavorando in un pozzo per l’allaccio alla rete fognaria di un’abitazione privata. Il cantiere e’ stato posto sotto sequestro. Lo scavo, profondo cinque metri e largo quattro – e’ crollato sugli operai, seppellendoli. I vigili del fuoco hanno recuperato i due feriti, uno in maniera grave, mentre per il terzo non c’e’ stato nulla da fare. In una giornata nerissima per il mondo del lavoro, gravemente ferite anche altre tre persone. Intorno alle 10 a Bellaria Igea Marina, nel riminese, Sandro Occhineri, 21 anni originario di Lecce, e’ finito all’interno di una betoniera mentre stava lavorando con una piccola escavatrice Bobcat. La macchina impastatrice del cemento gli ha provocato gravissime ferite: portato all’ospedale Infermi di Rimini, l’uomo e’ stato sottoposto ad una operazione chirurgica per cercare di salvargli la vita e le gambe. Un operaio di 60 anni e’ stato ricoverato in ospedale in gravi condizioni, a Brescia, dopo essere caduto dal tetto di un capannone alto circa sei metri mentre in mattinata un operaio senegalese di 39 anni e’ rimasto ferito a Scanzorosciate nel bergamasco: l’uomo, cui e’ caduto addosso un pesante macchinario, rischia l’amputazione di un dito.
sempre più grande il record del made in Italy!
A.N.S.A., 17 ottobre 2008
ENNESIMA GIORNATA DI STRAGE SUL LAVORO, 8 MORTI.
ROMA, 17 OTT – E’ un interminabile, triste, rosario quello delle vittime sul lavoro: dalla Sicilia al Veneto sono otto le persone morte nei luoghi di lavoro, proprio nel giorno in cui il tribunale di Taranto ha condannato tre dirigenti dell’Ilva e tre di una ditta appaltatrice (assolvendo però il presidente del polo siderurgico pugliese Emilio Riva) con pene fino ad un anno e 4 mesi per la morte di due operai, vittime di un incidente sul lavoro avvenuto il 12 giugno del 2003: due giovani di 24 e 27 anni rimasero schiacciati da una delle gru utilizzate per il movimento delle materie prime.
Sulla catena di morti è intervenuto il presidente del Senato, Renato Schifani: “La drammatica e sconcertante frequenza con cui si ripetono simili episodi desta sdegno in tutti noi. Occorre che le istituzioni tutte e le forze sociali proseguano con la massima determinazione la loro azione per mettere fine a una inaccettabile tragedia”. Prende posizione anche il segretario del Pd che dice: “Cantieri e fabbriche non devono essere luoghi di morte ma posti un cui si vive e lavora. Le norme ci sono si tratta di appilicarle con la necessaria attenzione e se serve severità. Netta condanna poi dal Prc al Governo: “Vergogna, vergogna, vergogna. E’ una strage infinita e il governo continua a non tutelare il lavoro”.
E’ ancora tutta da chiarire la dinamica dell’incidente che a Ragusa ha causato la morte di Giuseppe Tumino, 38 anni, in una piccola fabbrica dolciaria, la Gisal, trovato senza vita intorno alla mezzanotte, ben cinque ore dopo la fine del suo turno di lavoro, quando in fabbrica, che avrebbe dovuto riaprire tra qualche giorno dopo un periodo di chiusura, non c’era nessuno. All’arrivo della polizia, penzolava dall’orlo di una vasca di cioccolata, alta tre metri. Aveva il torace schiacciato. In questa non c’era cioccolata e probabilmente l’operaio la stava pulendo, in vista della riapertura, o provava il funzionamento della macchina utilizzata per mescolare la pasta di cacao. Un operaio, Guido Palumbo, cheera caduto da una scala mentre lavorava in un’officina a Casoria, invece, è morto in nottata al Cardarelli di Napoli. Era dipendente di una ditta di lavorazione del ferro. Sempre in Campania un altro operaio, Massimiliano Strifezza, di 33 anni, è morto in un cantiere edile in località Spineta del comune di Battipaglia (Salerno), schiacciato da un pannello di copertura di un capannone industriale che in quel momento era manovrato da una gru.
A Roveleto di Cadeo, nel piacentino, Luan Qosya, albanese di 38 anni, è rimasto folgorato dall’ alta tensione. L’uomo, dipendente di una ditta lattoniera, si trovava su una piattaforma alzata da un braccio meccanico a circa otto metri da terra e, mentre stava facendo alcune manovre, ha urtato i cavi elettrici ed è piombato a terra. Alla lunga lista si aggiunge Giuseppe Tabone, 57 anni, originario di Gela (Cl) stava lavorando alla ristrutturazione di una casa, a San Vitale Baganza (Parma) quando è caduto dal ponteggio alto sei metri morendo. E’ morto invece travolto dal trattore che stava utilizando sul suo terreno Mauro Strozza, 56 anni, a Barile (Potenza). Il mezzo pesante si sarebbe ribaltato ed è rimasta ferita, in maniera non grave, anche un’altra persona che si trovava accanto alla vittima. Sulla dinamica di questo incidente vogliono però vederci chiaro i carabinieri: la vittima era un pregiudicato e aveva con se una pistola.
A Subbiano (Arezzo) Luca Cerofolini, 30 anni è morto schiacciato dal tronco che stava abbattendo con una motosega. I soccorritori lo hanno trovato agonizzante sotto il pesante fusto: è morto poco dopo. Non stava lavorando, invece, Hind Larabi, 21 anni, marocchina: la giovane donna però è rimasta comunque vittima di un incidente sul lavoro avvenuto negli spazi della ditta ‘Ali Saldature’ ad Arcole (Verona); uccisa sotto una catasta di ferro caduta dal muletto guidato dal fidanzato che la donna era andata a trovare in azienda.
se ne accorge anche il Presidente della Repubblica Napolitano…
A.N.S.A., 12 ottobre 2008
MORTI BIANCHE, NAPOLITANO: TROPPE TRAGEDIE, ORA BASTA.
ROMA – Oltre 1.200 morti in un anno, tre ogni giorno: gli infortuni sul lavoro – seppure in costante calo dal 2000 ad oggi – si confermano una delle principali cause di morte in Italia, con un numero di decessi che è quasi il doppio rispetto agli omicidi. E’ l’allarme lanciato dall’Associazione nazionale fra mutilati ed invalidi del lavoro (Anmil) in occasione della 58/a Giornata nazionale per le vittime celebrata oggi in tutto il Paese. “Basta”, ha detto il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Di fronte alle continue tragedie “é doveroso tenere viva l’attenzione”, ha sottolineato in un messaggio inviato al presidente dell’Anmil, Pietro Mercandelli, “non demordere nell’allarme sulla sua gravità sociale, applicare e migliorare le norme legislative”. Questo, ha proseguito Napolitano, “é un obbiettivo di civiltà che dobbiamo al sacrificio dei tanti caduti, mutilati e invalidi”. Ogni giorno, secondo i dati diffusi dall’Anmil, in Italia si verificano 2.500 incidenti sul lavoro, muoiono 3 persone e 27 rimangono permanentemente invalide. Per questo, un impegno “costante” deve spingere tutti verso una “maggiore attenzione e precauzione”, ha affermato il presidente del Senato, Renato Schifani, richiamando la sicurezza dei lavoratori come “una priorità assoluta per il nostro Paese”. Anche per il presidente della Camera, Gianfranco Fini, il fenomeno delle morti bianche “costituisce un’emergenza sociale assoluta, che offende la coscienza di ognuno di noi ed impone a tutte le istituzioni un deciso impegno volto a porvi urgentemente fine”.
Complessivamente nel 2007 le vittime sul lavoro, secondo gli ultimi dati Inail, sono state 1.210, in calo del 9,8% rispetto al 2006, quando si erano contati 1.341 casi, così come gli infortuni in totale, che l’anno scorso sono stati 912.615, circa 15.500 casi in meno rispetto all’anno precedente. Nonostante le statistiche “dicano che gli infortuni continuano a scendere”, ha rilevato il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, “dobbiamo mantenere alta la guardia rispetto ad un fenomeno che ha una dimensione intollerabile in un paese moderno”, ha detto parlando della necessità di andare avanti con il piano di formazione ed informazione, “diffondendo investimenti” ma anche aumentando i controlli. Quello che ancora manca oggi “é il crollo dei dati, che non c’é perché un fattore culturale lo impedisce”, ha aggiunto il presidente dell’Inail, Marco Fabio Sartori. E’ un piano articolato quello su cui puntare per contrastare il fenomeno, secondo l’Anmil: occorrono più controlli e ispezioni, un “maggior senso di responsabilità” da parte dei datori di lavoro, un “ulteriore sforzo” sul fronte della comunicazione e sensibilizzazione, un intervento “più forte” sulla formazione, a partire dalla scuola, ha spiegato Mercandelli. Proposta subito sostenuta dal segretario generale dell’Ugl, Renata Polverini, che ha annunciato una raccolta di firme per portare la materia nelle aule, sin dalle elementari. Oltre questo, va affrontato anche il capitolo del “progressivo deterioramento dei livelli di tutela indennitaria” per gli oltre 800mila invalidi del lavoro e dei quasi 130mila superstiti delle vittime. Le rendite vanno aggiornate, sono ferme dal 2000, “basti pensare che una vedova percepisce appena 700 euro al mese”, ha aggiunto l’Anmil. Difficile l’utilizzo dell’avanzo dell’Inail, “é nel bilancio dello Stato, con tutti i problemi conseguenti”, ha ricordato Sacconi, “certo i tempi non aiutano”. “Spero si possa fare presto qualcosa”, ha affermato Sartori ma “la situazione economica certo non fa ben sperare”.
almeno hanno ritrovato il corpo
(
ansa, 6/10/08
OPERAIO MORTO A GENOVA, TROVATO CORPO
GENOVA – Ci sono volute oltre 48 ore di lavoro per ritrovare il corpo di Nino Emiliano Cassola, l’ operaio di 33 anni precipitato il pomeriggio di giovedi’ in un pozzo profondo 18 metri per l’estrazione del biogas nella discarica di rifiuti di Genova Scarpino.
Le operazioni di recupero dureranno alcune ore a causa della fragilita’ delle pareti del pozzo composto da rifiuti compattati. A ritrovare il corpo dell’ operaio e’ stato uno dei vigili del fuoco che dal momento dell’ incidente stanno lavorando attorno al pozzo. Secondo una prima ricostruzione dell’incidente, Cassola stava seguendo l’infilaggio di grossi tubi di plastica nel pozzo quando e’ rimasto impigliato in un raccordo che l’ha trascinato nel foro, che ha un diametro di circa un metro.
L’incidente e’ avvenuto sotto gli occhi di altri compagni di lavoro. Cassola e’ morto probabilmente subito, asfissiato dai gas che si sprigionano dalla fermentazione dei rifiuti. Gia’ a due metri dalla superficie gli strumenti dei vigili del fuoco misuravano l’assenza di ossigeno. Inoltre la temperatura saliva rapidamente sino a raggiungere i 70 gradi a 18 metri di profondita’. Queste condizioni ambientali e soprattutto l’angustia del pozzo hanno impedito che potessero calarsi dei soccorritori.
I vigili del fuoco hanno dovuto cosi’ scavare con una benna un’ampia voragine accanto al pozzo, facendo attenzione a non provocare frane, fino a raggiungere la profondita’ desiderata. Sul posto si trovano i carabinieri di Sampierdarena e i tecnici dell’ Amiu, la societa’ che gestisce la discarica. Presenti anche i tecnici dell’ Asja Ambiente Italia, la societa’ che ha sede a Rivoli (Torino) per la quale lavorava Cassola e che ha in gestione lo sfruttamento del biogas prodotto dalla discarica di Scarpino.
Il cadavere sara’ messo a disposizione della procura della repubblica, che ha aperto un’indagine per omicidio colposo. La ditta Asja Ambiente Italia ha sostenuto ieri che Cassola non doveva trovarsi accanto al pozzo, il cui scavo e’ affidato ad una ditta appaltatrice che lavora ”in completa autonomia”.
Si cominciasse a controllare e regolamentare i subappalti dati alle cooperative, sono loro che hanno il maggior numero di personale al nero e irregolare. No! le cooperative sono l’espressione di una parte politico-sindacale che va tutelata e difesa,dicono i sostenitori. Le cooperative sono l’inizio della rovina di tutto dalla tutela dei diritti alla tutela del lavoratore come individuo o, per usare una parola che lo nasconde nel nulla, della risorsa, sono le cooperative che hanno creato i lavoratori di serie A-B e C tutto il resto è retorica.Le cooperative fanno il caldo e il freddo che vogliono, non ho mai sentito un vero attacco pubblico e diretto verso queste società di lavoratori padroni(d’altra parte le più importanti appartengono alle categorie sindacali,la CMC di Ravenna, tanto per restare nel settore).Sono loro che ai ribassi delle offerte rispondono con altri ribassi e poi sempre al ribasso subappaltano. La sicurezza di chi lavora è un privilegio di certi dipendenti di certe aziende che se accade una disgrazia le famiglie vengono miliardariamente tutelate e qualcuno va anche in parlamento, ma i più vengono dimenticati in fretta.Il riferimento non è casuale ma intenzionale di come si può e vengono manipolate le situazioni che riguadano tutti a beneficio, purtroppo, di pochi.