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La nuova economia, allo sfascio. Cioè nulla di nuovo.

 

 

Quello che sta accadendo a livello mondiale in campo economico non è certo una sorpresa. La speculazione finanziaria si è comportata come un immane pozzo senza fondo che ha ingoiato ricchezza reale, spesso di semplici risparmiatori, in cambio di ricchezza fittizia. Alla fine la bolla di sapone è scoppiata.  C’è chi parla di una crisi peggiore della "grande depressione" del 1929.    Certamente la crisi Parmalat in confronto era uno scherzo.  E le colpe delle canaglie saranno pagate da un’enorme ceto in crescita di nuovi poveri, i cui diritti sono quasi senza difesa.  Prepariamoci.

Gruppo d’Intervento Giuridico

 

 

 

da L’Espresso, 10 ottobre 2008

Crack. Chi paga il crollo delle borse. Il terremoto finanziario prodotto dalle banche rischia di contagiare l’economia reale. Togliendo ossigeno alle aziende. Mentre all’orizzonte appare lo spettro di una grave recessione. Che minaccia soprattutto i lavoratori dipendenti.     Vittorio Malagutti, Luca Piana

Venerdì 3 ottobre, quando Sergio Marchionne ha affrontato i giornalisti pronosticando una possibile revisione al ribasso degli obiettivi di bilancio della Fiat per il 2009, mancava ancora un week end al diluvio universale. Il lunedì successivo, mentre le Borse di tutto il mondo venivano sommerse da un’ondata di vendite, le residue speranze di Marchionne hanno subìto un altro duro colpo. Tempo poche ore e, martedì 7 ottobre, Bmw e Opel hanno annunciato nuovi tagli di produzione, mentre i mercati finanziari venivano colpiti (e affondati) da nuovi pesanti ribassi. Il segnale non poteva essere più chiaro. L’industria automobilistica, da sempre uno dei termometri più affidabili dell’andamento dei consumi, ha preso atto che la crisi sarà ancora più dura del previsto. È un copione prevedibile: la finanza malata (a dir poco) contagia l’economia reale. Solo che prima del terremoto dei giorni scorsi pochi avevano realizzato fino in fondo quale fosse la gravità della malattia. Semplificando al massimo si può dire che in circolazione c’è sempre meno denaro disponibile per investimenti produttivi. Le banche centrali fanno quello che possono per pompare risorse fresche nel sistema. Dopo l’intervento d’emergenza della Bank of England e del governo di Londra, anche la Banca centrale europea – insieme alla Fed americana – si è infine decisa a tagliare i tassi d’interesse. Per l’Europa si scende di mezzo punto, al 3,75 per cento. Nonostante tutti questi sforzi, però, le fonti di liquidità per le imprese restano a secco, o quasi. Le banche si tengono ben stretti i residui capitali di cui dispongono. E quando li danno in prestito, esigono tassi d’interesse ben più elevati del recente passato. Per i pessimisti a oltranza neppure un intervento in extremis della Banca centrale europea per ridurre i tassi sarebbe in grado nel breve termine di rimettere in moto il sistema. E allora si capisce perché, in Borsa e anche fuori, analisti e grandi investitori seguono con grande attenzione le mosse dei gruppi più esposti sul fronte dell’indebitamento. Non è un caso, per esempio, che nei giorni della bufera sul listino, mentre finivano sotto attacco le grandi banche (a cominciare, in Italia, da Unicredit), proprio quello di Telecom Italia sia stato tra i titoli più penalizzati tra quelli non finanziari. Oltre alle manovre della speculazione hanno pesato i timori per l’equilibrio patrimoniale del gruppo, che ha appena varato una ristrutturazione che prevede il taglio di 5 mila dipendenti entro la fine del 2010. Per l’amministratore delegato Franco Bernabè, che già deve gestire una situazione patrimoniale negativa per 37,2 miliardi, i prossimi mesi non saranno esattamente i migliori per trovare i quattrini indispensabili per finanziare lo sviluppo, anche se in Borsa si vocifera dell’intervento di nuovi grandi soci (libici o russi). D’altra parte, sulle linee di credito già disponibili finiranno per pesare maggiori oneri per interesse per effetto dell’aumento del costo del denaro.   Il caso di Telecom Italia non è isolato. Per restare nel novero delle grandi imprese nazionali, nei giorni scorsi (giovedì 2 ottobre) il numero uno dell’Enel Fulvio Conti ha scelto di uscire allo scoperto con una lunga intervista al ‘Sole 24Ore’ nel tentativo di raffreddare le preoccupazioni del mercato per il peso dei debiti accumulati negli anni scorsi per finanziare nuove iniziative ed acquisizioni all’estero, prima tra tutte la spagnola Endesa. Poi ci sono le aziende che nel recente passato hanno cavalcato l’onda del denaro a buon mercato per realizzare acquisizioni finanziate in gran parte a leva, cioè facendo ricorso ai crediti bancari. È il caso di Valentino, salito agli onori delle cronache nei giorni scorsi per il divorzio non proprio indolore tra la grande griffe tricolore e la stilista Alessandra Facchinetti. Ma i dubbi degli analisti non riguardano solo l’evoluzione creativa della maison. Per comprare Valentino, messo in vendita dal gruppo Marzotto, il fondo di private equity Permira ha fatto ricorso a prestiti bancari per oltre 2 miliardi. E adesso questi debiti gravano sull’azienda di moda. Non è proprio la situazione ideale in una fase di aumento del costo del denaro e di possibile calo nei consumi innescato dalla recessione. In questi giorni ogni imprenditore con un minimo d’esperienza sa che i tempi si stanno facendo duri, se non durissimi. Lo confermano i dati ufficiali della Banca d’Italia. Due anni fa, sull’intero stock di debiti contratti con gli istituti di credito, le imprese italiane pagavano un interesse medio di poco superiore al 4,5 per cento, un livello che si era mantenuto più o meno stabile dagli ultimi mesi del 2003. Già alla fine dello scorso mese di agosto, ancor prima che la crisi finanziaria americana si avvitasse con il fallimento della banca d’affari americana Lehman Brothers, il tasso medio era però salito in maniera cospicua, raggiungendo il 6,26 per cento.   Agli occhi di un non addetto ai lavori può sembrare un’oscillazione da poco. In realtà si tratta di cifre enormi che, mese dopo mese, il sistema industriale è costretto a stanziare per far fronte ai prestiti ottenuti dalle banche. Solo nel 2007 i debiti finanziari delle imprese italiane sono aumentati di ben 128 miliardi di euro, superando la quota mostruosa di 1.100 miliardi, pari al 74 per cento della ricchezza prodotta in un anno nel Paese. E ora, dopo il tracollo dei mercati, la situazione si è ulteriormente aggravata. Il tempo stringe. Come rimedio di emergenza, più che altro un maquillage, si sta pensando di cambiare i criteri contabili con cui vengono redatti i bilanci di banche e aziende. In pratica si dovrebbe accantonare, almeno temporaneamente, il principio del ‘fair value’. Per valutare un’attività in bilancio (titoli, partecipazioni, immobili) non si farebbe più riferimento ai valori di mercato, precipitati ai minimi storici in queste settimane, ma al cosiddetto ‘fundamental value’, un criterio peraltro ancora da definire con esattezza dagli organi di vigilanza.  L’abbandono del fair value sarebbe un intervento eccezionale, l’ennesimo, figlio della crisi drammatica di queste settimane. Su questo tema, nei giorni scorsi si è speso molto il ministro dell’Economia Giulio Tremonti e alla fine, sull’onda della crisi di panico nei mercati, l’Unione europea ha dato via libera al provvedimento. L’effetto immediato sarebbe quello di tamponare falle gigantesche nei bilanci di società grandi e piccole dovute a svalutazioni dell’attivo. Per le aziende però resta il problema di trovare denaro fresco. Nemmeno i clienti più affidabili, quelli che nessun direttore di banca vorrebbe lasciarsi scappare, riescono a strappare le condizioni di fine estate: per avere un prestito è necessario essere disposti a pagare un interesse superiore al 7 per cento, e spesso oltre. Ecco perché Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria, sabato 4 ottobre ha suonato l’allarme. Dopo aver invocato l’intervento pubblico per affrontare la crisi, ha lamentato il ritardo della Banca centrale europea nel ridurre i tassi d’interesse. La situazione, tuttavia, è così delicata che la cautela mostrata da Francoforte non appare immotivata agli occhi degli economisti. Stefano Gatti, che insegna Economia degli intermediari finanziari all’Università Bocconi di Milano, la descrive con un’immagine: "Non basta portare il cavallo di fronte all’acqua perché si disseti. Occorre far sì che beva", dice. Il senso è il seguente. La riduzione dei tassi, decisa mercoledì dalla Bce, renderà il denaro meno costoso. Le banche, tuttavia, per poter trasmettere le risorse ai clienti devono potersi fidare l’una dell’altra. Per l’operatività di ogni giorno, infatti, si prestano fra loro quattrini che, poi, contribuiscono ad alimentare i prestiti concessi alle imprese o i mutui erogati delle famiglie. "Oggi però i banchieri pensano soprattutto a ricostituire le loro riserve di liquidità e nessuno risponde senza pensarci due volte a una richiesta di finanziamento da parte di un’altra banca: i fallimenti hanno compromesso la fiducia", spiega Gatti. Risultato: nessun debitore è considerato privo di rischio e il denaro costa di più. In una situazione come questa sono le imprese stesse ad abbandonare o a rinviare i progetti d’investimento: in un mercato in crisi, ottenere ritorni sufficienti per rimborsare i debiti e pagare interessi più elevati rischia di diventare troppo difficile. A rendere più fosco lo scenario contribuisce anche un altro fattore. Se le banche vivono giorni difficili, per le imprese è arduo trovare alternative alle loro esigenze di finanziamento. La quotazione in Borsa rischia di essere una chimera per lungo tempo. E per l’emissione di prestiti obbligazionari, i cosiddetti corporate bond, non sembra andare meglio. Sul mercato secondario sono al lumicino le contrattazioni di titoli garantiti da istituzioni considerate solide dagli esperti, come ad esempio la banca d’affari Mediobanca. E nessun grande investitore compra a cuor leggero nuovi bond se non ha la garanzia di potersene disfare all’occorrenza sul mercato.Gli imprenditori, però, non saranno gli unici a pagare. Le previsioni più pessimistiche dicono che la crisi si sta già trasformando in una vera e propria recessione. Uno scenario che prospetta fin d’ora pesanti ristrutturazioni industriali che si riverseranno sui lavoratori e sulle famiglie più povere. "Se la crisi finanziaria prevarrà sull’economia reale, lo spettro che numerose aziende saranno costrette ad affrontare è il fallimento", spiega Gatti. I più esposti alla crisi saranno quei produttori che esportano verso gli Stati Uniti, le industrie che fabbricano quei beni che per le famiglie sono un investimento importante, dalle auto agli elettrodomestici, ma anche le aziende che operano nei servizi passeranno un brutto momento. "Una recessione – aggiunge Gatti – non distribuisce mai i suoi effetti in maniera simmetrica: a farne le spese sarebbero soprattutto i lavoratori dipendenti colpiti dalle ristrutturazioni delle imprese". Insomma, piove sul bagnato. I ceti già colpiti nei mesi scorsi dall’inflazione dovuta al rialzo senza precedenti delle materie prime, dal grano al petrolio, saranno chiamati a pagare ancora una volta il conto.

 

 

da L’Espresso, 10 ottobre 2008

Lo Statomat ci salverà. Il bancomat di Stato non prevede l’emissione di soldi; fornirà gratuitamente ai passanti bigliettini con peso, altezza e segno zodiacale, massime sulla salute e proverbi.    Michele Serra

 

Lo Stato: chi se ne ricordava più? I governi stavano assistendo del tutto impotenti al tracollo finanziario planetario, quando a qualcuno è tornato in mente lo Stato. Ridotto da anni a pure funzioni di rappresentanza (vertici, cerimonie, inaugurazioni), come un vecchio zio che sa come si fa il nodo alla cravatta, lo Stato era considerato un patetico residuo del passato dai vertici politici e finanziari dell’era liberista. Poi qualcuno ha pensato che questo vecchio signore, pur avendo le tasche vuote ormai da molti anni, avesse il fisico del ruolo (un po’ alla Vittorio De Sica) per metterci la faccia, e potesse tornare buono per allargare il giro degli affari. Vediamo come.
Statomat. È il bancomat di Stato, un utilissimo surrogato che entrerà in funzione quando i bancomat privati, uno dopo l’altro, si spegneranno con un sibilo sinistro. Lo Statomat non prevede l’emissione di soldi (quali, poi?), ma fornirà gratuitamente ai passanti bigliettini con peso e altezza (calcolati a caso) e segno zodiacale, massime sulla salute, proverbi. Ogni 500 clienti, si avrà la sorpresa di vedere uscire dalla fessura dello Statomat una fetta di pane tostato, una bustina di semi di zucca, oppure una presina da forno, un sottobicchiere di cartone e altri utili oggetti per la casa.
Garanzia del risparmio. I vertici europei hanno deciso: sarà lo Stato a garantire i risparmi dei cittadini affidati alle banche. Ma come garantirli, visto che lo Stato è in rosso, e già di suo ha con le banche un debito terrificante? L’ipotesi di farsi prestare soldi a strozzo dai Casalesi è considerata impraticabile, perché i Casalesi, pur disponendo dei 900 mila miliardi di euro necessari, tutti in banconote da 100 euro, pretendevano che i ministri delle Finanze dei vari Stati europei andassero a prelevarli di persona in una sala giochi di Castel Volturno. Gli esperti puntano dunque a un Sdp (sistema debitorio perfetto) nel quale ciascuno dei tre attori (banche, cittadini, Stato) è indebitato fino all’inverosimile con gli altri due, in modo che il primo che si lamenta viene zittito con la speciale formula ‘Senti chi parla’. "Un sistema di soli debiti", ha dichiarato il presidente della società di consulenza Eurofool, "è il migliore possibile, il più equilibrato. In una società di soli indebitati il potere di ricatto di tutti su tutti è fortissimo, e crea vincoli sociali saldi e duraturi. Non è certo un caso che la figura del creditore sia, da sempre, molto impopolare".

Assistenza pubblica. Lo Stato si farà carico dell’assistenza psicologica ai risparmiatori rovinati. Troppo costoso mettere un camper davanti a ogni banca per soccorrere i clienti collassati, lo Stato telefonerà direttamente a casa dei cittadini. Un disco preregistrato leggerà le cifre del debito pubblico, voce per voce, dimostrando che il dramma personale del singolo risparmiatore non è niente di fronte alla catastrofica voragine che sta per inghiottire l’intero paese. Già sperimentato, pare che il sistema sia ottimo: rincuorato, il cittadino sul lastrico si libera dei sensi di colpa e corre felice a sputtanarsi al video-poker i pochi spiccioli rimasti.
Statalizzazione dei debiti. Come già sperimentato con successo nel caso Alitalia, si torna al buon vecchio sistema di intestare allo Stato qualunque azienda fallita, banca in agonia, industria con l’acqua alla gola. "È fondamentale mantenere a livelli esorbitanti il cumulo debitorio dello Stato", spiegano gli esperti del ministero, "perché più enorme è il debito pubblico, meno influisce sul suddetto, in percentuale, ogni singolo debito".
Kit di sopravvivenza. È composto da un amo da pesca con cinque metri di lenza, una ristampa del volume ‘Fossi e canali d’Italia’ e un biglietto d’auguri del ministro Tremonti. Verrà inviato ai correntisti di tutte le banche italiane.

 

(foto da mailing list sociale, disegno S.D., archivio GrIG)

 

  1. titti
    17 Ottobre 2008 a 20:17 | #1

    Qualcuno single? Vista la situazione generale è necessario trovare un’alternativa.Stefano non ti preoccupare,nonostante sia andata in banca,ho ancora voglia di scherzare.E per gli altri che leggono, il blog non ha cambiato”genere”

  2. Stefano Deliperi
    16 Ottobre 2008 a 20:38 | #2

    ma è frequentato da ricconi, Titti ;-) )))

  3. titti
    16 Ottobre 2008 a 11:19 | #3

    Pochi commenti.Ma questo blog è frequentato da poverissimi o da ricconi?

  4. titti
    13 Ottobre 2008 a 15:40 | #4

    Non sono ben aggiornata sull’audience dell’”Isola dei famosi” ma se fosse in salita non mi meraviglierei.Quale modo migliore per imparare a vincere la fame,a ridurre la spesa-abbigliamento allo stretto indispensabile….e anche meno.In pratica l’abbigliamento dei clienti quando escono dalle banche.Con una piccola differenza,che gli isolani al loro ritorno,si ritrovano nelle tasche lasciate a casa un bel po’dei nostri soldi,i clienti escono senza soldi ma con in mano un” bugiardino” che impedisca loro di suicidarsi dentro la banca.Rovinerebbe il buon nome dell’azienda,

  5. Vania
    13 Ottobre 2008 a 10:18 | #5

    “nuovi poveri” dici Stefano? io con i due soldi che riesco a strappare con le unghie e i denti ai miei sfruttatori con i miei lavoretti a termine mi sento tanto una “vecchia nuova povera”!! andrà anche peggio? lo credo anch’io :( ciao ciao Vania (sob!sob!)

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