Greenpeace contro il carbone, ma ambigua sull’eolico selvaggio.

Ennesima azione di Greenpeace contro l’uso del carbone. Questa volta in Sardegna, a Fiume Santo (Porto Torres). Siamo d’accordo avverso l’utilizzo dell’inquinante carbone. Ma – ancora una volta – utilizza l’argomento per la sua campagna in favore delle centrali eoliche da piazzare dappertutto, secondo gli interessi degli industriali del vento rappresentati da quell’A.N.E.V. con la quale i rapporti sono strettissimi. Talvolta ha pure provato a gabellare per buoni sondaggi che dicevano l’esatto contrario di quel che sosteneva. Ci dispiace proprio, ma non ci convince minimamente. La Sardegna il suo contributo nel campo dell’energia eolica lo sta già dando, ma in un ambito di leggi e regole. Il far west è solo occasione di speculazione e di interessi poco puliti. La scorsa settimana un parco eolico, quello di Ploaghe (SS) è stato posto sotto sequestro penale insieme ad altri sei realizzati dalla medesima Società nel Mezzogiorno. Indaga la Procura della Repubblica di Avellino. Vi sarebbe una truffa ai danni dello Stato e dell’Unione europea di centinaia di milioni di euro. Strano, molto strano, che Greenpeace non se ne sia accorta…..
Gruppo d’Intervento Giuridico e Amici della Terra
da www.rainews24.rai.it/, 19 ottobre 2008
Attivisti di Greenpeace sono entrati stamani nella centrale a carbone di Fiume Santo (guarda il video), in provincia di Sassari, oggi proprieta’ di E.On, per protestare contro i piani di espansione del carbone della Regione Sardegna e chiedere invece di rilanciare l’eolico nell’isola, creando cosi’ oltre 7.000 nuovi posti di lavoro entro il 2020. Ne da’ notizia la stessa organizzazione, precisando di aver bloccato il nastro trasportatore della centrale, impedendo cosi’ il rifornimento dell’impianto. L’attivita’ di oggi rappresenta la seconda tappa di un tour contro il carbone della Artic Sunrise in Italia, avviato giovedi’ scorso a Civitavecchia e che punta a diffondere in Europa il messaggio di una "rivoluzione energetica pulita", in vista della Conferenza sui Cambiamenti Climatici dell’Onu del prossimo dicembre. Fonti rinnovabili ed efficienza energetica, secondo Greenpeace, sono fondamentali per ridurre le emissioni di Co2 e creare nuove opportunita’ di lavoro. "Non e’ accettabile che le regioni facciano dei piani energetici in contrasto con gli impegni internazionali dell’Italia – afferma Giuseppe Onufrio, direttore delle Campagne di Greenpeace Italia – la Sardegna deve rivedere la proposta di piano regionale e togliere ogni limite all’eolico. Questa fonte puo’ dare occupazione sicura e pulita in Sardegna. L’ostilita’ di Soru all’eolico blocca 7.000 posti di lavoro per far spazio al carbone". La Sardegna, sottolinea Greenpeace, e’ una regione strategica per lo sviluppo dell’eolico in Italia. Nel 2007 la potenza eolica complessiva sull’isola ha raggiunto i 367 Mw, ma secondo il rapporto presentato recentemente da Anev potrebbe invece installare, nel pieno rispetto del paesaggio e dell’ambiente, circa 1.750 Mw, dando occupazione a oltre 7.000 persone e producendo circa 3 miliardi di kilowattora (il 25% del consumo interno della regione). Prodotta con il carbone, questa energia emetterebbe oltre 2 milioni di tonnellate di Co2 all’anno.
da La Nuova Sardegna, 11 ottobre 2008
Parco eolico sotto sequestro. Ploaghe, l’indagine partita da Avellino riguarda una truffa per fondi milionari ottenuti dalla Ue. Pier Luigi Piredda
PLOAGHE. Il parco eolico di Ploaghe è stato messo sotto sequestro dalla magistratura di Avellino. Un provvedimento giudiziario che sarebbe collegato a un’ inchiesta che la Procura della Repubblica della Campania sta portando avanti da alcuni anni e che riguarderebbe una truffa relativa al conseguimento di cospicui finanziamenti della Comunità europea per centinaia di milioni di euro. Il sequestro è stato eseguito nei giorni scorsi dalla guardia di finanza. Le fiamme gialle sono intervenute contemporaneamente in altri sei parchi eolici realizzati nel sud Italia, oltre a quello di Ploaghe, a Camporeale e Partinico in provincia di Palermo, a Vizzini e Militello in provincia di Catania e infine a Carlentini in provincia di Siracusa. I parchi eolici sequestrati dalle fiamme gialle sono stati tutti realizzati con finanziamenti comunitari attraverso la Legge 488 e il provvedimento disposto dalla magistratura di Avellino ha colpito oltre 170 turbine. Gli uomini della guardia di finanza arrivati dalla Campania e, logicamente, supportati dai colleghi del gruppo provinciale di Sassari, si sono presentati nel parco eolico di Ploaghe che è dislocato in tre punti strategici e particolarmente esposti ai venti dominanti: Monte Ledda, Monte Pilosu e Riu Tortu nei quali sono attivi una ventina di generatori, tutti dotati delle sofisticate attrezzature per farli funzionare e trasformare l’energia del vento in energia elettrica. Il campo eolico di Ploaghe si vede dalla «Carlo Felice» viaggiando in direzione di Cagliari, è posizionato in un punto strategico da cui si domina il paese e tutta la piana. Realizzato da breve tempo e non ancora completamente concluso, è di proprietà della Società IP Maestrale Sardegna, di cui è rappresentante legale un avvocato di Ercolano. Una volta eseguito il sopralluogo, i finanzieri hanno affidato l’intera struttura, che avrebbe un valore stimato intorno ai venti milioni di euro, in custodia giudiziaria al responsabile per la Sardegna della IP Maestrale.

da La Nuova Sardegna, 20 ottobre 2008
Come e perché la giunta regionale guidata da Soru arrivò alla decisione di porre un tetto di 550 megawatt alla produzione di energia. Ma la Sardegna era il far west del vento. Erano state progettate 88 «wind farm» per un totale di 2.814 aerogeneratori. Nell’isola si sarebbe concentrato il 75% dell’industria eolica Il business dei certificati verdi. Piero Mannironi
SASSARI. L’obiettivo politico dei "guerriglieri verdi" di Greenpeace è molto chiaro: aumentare la pressione per accelerare la rivoluzione copernicana nella produzione di energia. Cioé la liberazione dalla schiavitù del petrolio e del carbone, sviluppando le cosiddette fonti rinnovabili. La parola d’ordine di questa campagna degli ambientalisti è «No carbone». Ma sarebbe più giusto aggiungere: «Sì al vento». Sfumatura non da poco, questa, perché proprio la scelta di campo segna in qualche modo una discriminante, un confine, tra due scuole di pensiero che si sono sviluppate in questi anni nel mondo ecologista. Legambiente, per esempio, è alleta di Greenpeace nel sostenere con molta determinazione la scelta dell’eolico. Si tratta di una premessa necessaria per arrivare a focalizzare meglio il problema delle scelte energetiche nello scenario sardo. Oggi Greenpeace parla apertamente di «ostilità all’eolico da parte del governatore della Sardegna Renato Soru» e chiede la rimozione del "tetto" dei 550 megawatt di energia da produrre con le "wind farm", le fattorie del vento. Ma gli ecologisti dimenticano come si sia arrivati a quel blocco e, soprattutto, cosa sia accaduto in Sardegna durante il precedente governo Berlusconi. Solo un dato per capire: nell’isola si sarebbero dovuti produrre 2.000 dei 2.500 megawatt che erano stati fissati come traguardo da raggiungere entro il 2012, seguendo le direttive del protocollo di Kyoto. Insomma, una percentuale pari al 75% della produzione nazionale di energia eolica. In questo scenario, la Sardegna era diventata così la terra promessa per le imprese e i gruppi industriali che avevano deciso di investire nel vento. All’origine della scelta strategica del governo Berlusconi, gli studi effettuati sulla forza e sulla continuità del vento. Ma ci si era dimenticati di due piccoli, importanti, particolari. Il primo è che si sarebbero create foreste di giganteschi aerogeneratori in luoghi di pregio paesaggistico e il secondo è che si sarebbe arrivati a una produzione di energia elettrica superiore a quella trasferibile con i cavi. Se si fossero concretizzati tutti i progetti, nell’isola ci sarebbero stati 88 parchi eolici per un totale di 2.814 torri. Per capire l’enormità del dato, basti pensare che si sarebbe avuta la media di un aerogeneratore per chilometro quadrato, mentre in Germania (il paese europeo dove è maggiormente sviluppata la produzione di energia elettrica dal vento) la media è di una torre ogni 23 chilometri quadrati. Per cui, quello che sulla carta era un processo virtuoso, si dimostrò nella realtà qualcosa di diverso e di più complesso. E poi c’è una domanda: perché nei primi anni Duemila la Sardegna era diventata un potentissimo magnete che attirava giganti come Enel, Gamesa, Falck e Saras, ma anche gruppi più piccoli? La risposta è da ricercare nei cosiddetti "certificati verdi". Una sorta di bonus che, in alcuni casi, poteva arrivare perfino a raddoppiare i ricavi della vendita di energia. Questi certificati corrispondono a una certa quantità di emissioni di CO2: se un impianto produce energia emettendo meno CO2 di quanto avrebbe fatto un impianto alimentato con fonti fossili (petrolio, gas, carbone ecc.) allora il gestore ottiene dei certificati verdi. Il problema è che i certificati sono titoli negoziabili e possono essere rivenduti a industrie o attività che sono obbligate a produrre una quota di energia mediante fonti rinnovabili, ma non lo fanno. Insomma, l’incentivazione che diventa affare. In questo scenario diventavano convenienti anche impianti poco produttivi (cioé alimentati da venti al di sotto dei sei metri al secondo), in funzione solo 1.000 ore l’anno. Tra i movimenti ambientalisti si creò una spaccatura culturale: da una parte chi vedeva, e vede, nel vento la soluzione migliore e chi invece non si mostra ideologicamente contrario, ma propone cornici di regole e programmazione generale nei processi di produzione di energia pulita. In questa situazione magmatica e confusa la giunta Soru pose uno stop, usando la legge regionale numero 8 del 2004 (la cosiddetta salva coste) come una diga. Fu soprattutto l’allora assessore all’Ambiente Tonino Dessì a ottenere così il blocco di un bando per l’installazione di aerogeneratori che avrebbero dovuto produrre ben 900 megawatt. Una moratoria contro la quale sono arrivarono le spallate violente di Greenpeace. Alla fine del 2006 la giunta Soru aggiustò il tiro, socchiudendo la porta all’eolico. Negli studi sul piano energetico regionale era infatti spuntata la deroga: «L’eventuale crescita degli impianti eolici deve soddisfare le condizioni del piano paesaggistico… e le proposte di sviluppo che vengono prese in esame si estendono su siti già compromessi o degradati nei pressi delle aree industriali principali».La filosofia è insomma quella di uno sviluppo delle "wind farm" all’interno di regole precise di salvaguardia paesaggistica. Ma su una cosa gli ambientalisti hanno oggi perfettamente ragione: l’utilizzo del carbone e degli olii combustibili è devastante per l’ambiente e si è troppo indietro nello sviluppo delle fonti rinnovabili.
da La Nuova Sardegna, 21 ottobre 2008
Sull’eolico è scontro tra gli ambientalisti. Critiche ai «guerrieri dell’arcobaleno»: rappresentano noti interessi industriali. Gianni Bazzoni
SASSARI. Il carbone da solo è come calimero il pulcino nero, quello che nessuno voleva fino al lavaggio in lavatrice. E la Sardegna che corre il rally dell’energia cercando di viaggiare a una velocità non pericolosa, ogni tanto deve difendersi dall’accusa di essere un’isola-carbonara. Tutto nasce dal Sulcis e finisce a Fiume Santo, anche se le due realtà quasi si ignorano. L’incursione spettacolare di Greenpeace, domenica ha colto tutti di sorpresa, ha puntato il dito sul carbone e sulla giunta regionale che l’ha sdoganato come «fonte pulita» perchè utilizzabile con «tecnologie avanzate». E ha sostenuto l’eolico come unica bandiera, forse trascurando alcuni aspetti che riguardano specificamente le recenti vicende accadute in Sardegna. Tralasciando temi che per anni hanno impegnato in un confronto, spesso aspro, la stessa Regione, i produttori di energia, gli enti locali e le associazioni ambientaliste. Così il Gruppo di intervento giuridico e gli Amici della Terra hanno sottolineato con toni critici l’azione domenicale di Greenpeace, generando un confronto a distanza che vede lontane le due associazioni (che pure hanno come fine comune quello della tutela dell’ambiente). «Siamo d’accordo avverso l’utilizzo dell’inquinante carbone – ha detto Stefano Deliperi – ma ancora una volta Greenpeace utilizza l’argomento per la sua campagna in favore delle centrali eoliche da piazzare dappertutto, secondo gli interessi degli industriali del vento rappresentati da quell’A.N.E.V. con la quale i rapporti sono strettissimi. Ci dispiace proprio, ma non ci convince minimamente. La Sardegna il suo contributo nel campo dell’energia eolica lo sta dando, in un ambito di leggi e regole. Il far west è solo l’occasione di speculazione e di interessi poco utili. La scorsa settimana un parco eolico, quello di Ploaghe è stato posto sotto sequestro penale insiene ad altri sei realizzati dalla stessa società nel Mezzogiorno. Indaga la procura della Repubblica di Avellino. Vi sarebbe una truffa ai danni dello Stato e dell’Unione europea di centinaia di milioni di euro. Strano, molto strano, che Greenpeace non se ne sia accorta». Le tre righe scritte dall’assessore regionale all’Ambiente Cicito Morittu, che hanno soddisfatto il commando venuto dal mare, tra l’altro c’erano già nell’intesa sottoscritta a Roma, il 10 gennaio 2007, dal presidente Renato Soru, l’assessore all’Industria Concetta Rau e i massimi dirigenti di Endesa (allora titolari dell’impianto di Fiume Santo). «Ricerca e applicazione di nuove tecnologie per la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, quali l’eolico, il solare termico e fotovoltaico». Poi si era aggiunta anche l’avveniristica iniziativa di Carlo Rubbia, premio Nobel per la fisica nel 1984, e per anni al «lavoro» in Sardegna, con il solare termodinamico, che cattura l’energia solare con gli specchi parabolici per immagazzinarli in un fluido salino compatibile per l’ambiente. Peccato che quell’impianto non sia mai partito in Sardegna e che Carlo Rubbia oggi sia stato chiamato a realizzarlo in Spagna. La Sardegna (e Fiume Santo è coinvolto direttamente) però ha individuato e perseguito alcuni obiettivi prioritari: l’interconnessione energetica con le reti del continente attraverso il cavo sottomarino Sapei, per ricevere e trasmettere energia; realizzazione del metanodotto (Galsi) dall’Algeria, già in fase di costruzione; energia a costi compatibili per supportare le produzioni energivore di Porto Torres e Portovesme; nuove tecnologie per impiegare le riserve strategiche del carbone del Sulcis. E entro il 2020 il raggiungimento del target 20-20-20 deciso dall’Unione europea (ridurre le emissioni del 20 per cento, aumentare nella stessa misura la quota di energia rinnovabile e migliorare l’efficienza energetica). Insomma, non è l’anno zero come ogni tanto si cerca di fare credere. E a Fiume Santo – dove c’è un accordo firmato che prevede investimenti per oltre 500 milioni di euro, l’eliminazione dei vecchi gruppi 1 e 2 a olio combustibile (già in deroga e che sarebbero dovuti sparire dal febbraio 2008), l’utilizzo del metano dal 2012 (quando dovrebbe essere disponibile), l’ipotesi di un polo metanifero e un nuovo gruppo lontano dalla spiaggia (viene liberata un’area di 20mila metri quadrati), l’abbattimento delle due ciminiere (sostituite da una più piccola) – si gioca la partita più complessa di tutta la sfida energetica sarda. Un concetto che riguarda da vicino anche i tedeschi di E.On, freschi proprietari dell’impianto più importante dell’isola, dove hanno ereditato la centrale ma anche impegni già assunti che hanno confermato di voler rispettare.

(tabella sondaggio A.N.E.V.-Greenpeace, foto da http://www.lanuovasardegna.it/, C.B., archivio GrIG)




Mentre Greenpeace è oramai a pieno titolo il capo-ultrà dell’eolico selvaggio, in Germania l’energia solare è diventata un importante e consolidato elemento di crescita dell’economia. Non sarà che da noi il solare non piace tanto perchè la produzione domestica e diffusa di energia spezzerebbe l’oligopolio dell’energia oggi in mano a poche multinazionali? Oligopolio che, al contrario, l’eolico preserverebbe? Dal sito delle Deutsche Post: “With prices for raw materials rising, particularly oil and gas, and with an increased focus on reducing CO2 emissions in the long term, solar energy has enormous potential for growth in the years ahead,” explained Rafael Schröer, Managing Director of Kyocera Germany.And the high demand for solar power modules is having a direct impact on logistics…” Tutto l’articolo cliccando sul nome
li hanno denunciati: mi pare eccessivo!
La Nuova,22/10/2008
Greenpeace, 16 denunciati.
La Uil critica: se avete idee venite qui a discutere.
PORTO TORRES. Primi risvolti giudiziari dopo il blitz nella centrale di Fiume Santo. Sono stati denunciati alla magistratura, per reati connessi all’iniziativa di protesta, i 16 attivisti di Greenpeace che nel corso della giornata di domenica, con una incursione notturna, avevano occupato la termocentrale, bloccando i nastri trasportatori del carbone utilizzato per l’alimentazione della centrale. Già a mezzogiorno di domenica gli appartenenti all’associazione ambientalista erano stati formalmente diffidati da parte del funzionario della questura presente sul posto e invitati a desistere dall’azione di protesta, lasciando la centrale per consentire il ripristino dell’attività produttiva, avvenuta in tarda serata. Le numerose intimazioni a desistere, avevano reso necessario procedere all’identificazione dell’intero gruppo e dell’equipaggio della motonave “Artic Sunrise”, ancorata a 5 miglia della costa, effettuato dagli uomini della Squadra Nautica di Porto Torres giunto sul posto con una motovedetta. Sulla vicenda c’è da registrare anche la presa di posizione del segretario territoriale della Flaei-Cisl Mario Marras, una posizione fortemente critica nei confronti dell’associazione ambientalista che «sbarca a Fiume Santo e impone il proprio punto di vista: no al carbone». Peccato, sottolinea Marras, che il territorio si batta da anni per raggiungere l’obietivo di migliorare l’ambiente e ridurre le emissioni di CO2. «È anche grazie alle lotte sindacali – aggiunge il dirigente del sindacato – che questi obiettivi sono a portata di mano, proprio attraverso la costruzione della nuova centrale a carbone». Le dichiarazioni sull’energia eolica di Greenpeace poi, aggiunge Mario Marras, fanno a pugni con la realtà. «Il sindacato – conclude il segretario della Flaei-Cisl – dice no a queste manifestazioni che in passato hanno danneggiato il territorio. Se Greenpeace ha argomenti da spendere, che si sieda a un tavolo con gli attori del territorio e si confronti senza colpi di mano». (p.s.)
da La Nuova Sardegna, 21 ottobre 2008
Dubbi sulle strategie del gruppo ecologista.
Appeddu, Confindustria: «Perché il Pvc è scomparso dalle loro battaglie?»
SASSARI. Non è con una toccata e fuga che si risolvono temi così complessi come quello dell’energia. Il blitz di Greenpeace a Fiume Santo, anche se molto coreografico ed efficace sotto il profilo mediatico, non convince per niente sindacati e Confindustria, ovvero quegli operatori che sullo sviluppo del territorio ci lavorano da anni. Uno dei più scettici sui metodi e sulle azioni di Greenpeace è Arnaldo Melissa, segretario generale della Uil. «Questi ambientalisti si comportano come se qui in Sardegna non ci fosse un governo capace di elaborare scelte e strategie, e come se noi sardi fossimo un popolo di imbecilli. Arrivano con le loro funi, si appendono, non conoscono la situazione, non portano alcun dato e alcuna analisi, e penzolando a mezz’aria pretendono di sindacare sul futuro e sulla sovranità di un’isola. Mi pare che un’operazione simile l’abbiano fatta qualche giorno fa a Civitavecchia, ma mi risulta che la gente li abbia cacciati in malomodo. I sistemi usati da Greenpeace possono fare clamore, ma spesso sono giudicati superficiali e sgraditi». Non convince, per esempio, l’identità stessa dell’associazione, non troppo trasparente, a metà tra il volontariato la ricca multinazionale della comunicazione. «Mi chiedo: per quale ragione spingono così tanto per l’eolico e non per il fotovoltaico? E’ un atteggiamento che mi insospettisce, che mi fa pensare che dietro possano esserci altri interessi. E poi: gli attivisti chi rappresentano e cosa vogliono ottenere? A pensarci bene si tratta di un centinaio di esponenti a livello mondiale, un numero ben poco significativo, ma che riesce comunque, con azioni clamorose fine a se stesse, a far parlare di sè». E lo fa in modo chirurgico, colpendo mai a caso e in momenti ben precisi: «Mi preoccupa il fatto che l’occupazione della termocentrale sia avvenuta quando a Fiume Santo verrà costruito il quinto gruppo, che si aggiungerà agli altri quattro già esistenti (due a olio combustibile e due a carbone) e sarà venti volte meno inquinante rispetto agli altri impianti. Mi sembra inopportuno protestare contro gli investimenti di E.Ol per potenziare le proprie tecnologie». E proprio su questo tema punta il dito Antonio Rudas, segretario genarale della Cgil. Dice: «La posizione di Greenpeace sulla necessità di puntare sulle fonti rinnovabili è assolutamente condivisibile. Tuttavia le politiche alternative di sviluppo, devono essere perseguite con giudizio e razionalità, senza ideologismi o estremismi che avrebbero come solo effetto quello di peggiorare l’attuale situazione. Infatti bloccare gli investimenti a Fiume Santo sarebbe un grave errore: determinerebbe non solo la perdita di centinaia di posti di lavoro, ma non migliorerebbero nemmeno le attuali condizioni di impatto ambientale». Gli investimenti sulla termocentrale dunque non si toccano. «Occorre invece accelerare i tempi per la riconversione degli attuali impianti, in modo tale da consentire una migliore efficienza produttiva in grado didiminuire le attuali emissioni, comprese quelle di CO2». Rudas allarga il discorso anche sugli altri fronti: «Si dovrebbe intervenire anche sul comparto dei trasporti che in Sardegna è pressoché monopolizzato dalla gomma. Basti pensare che solo il 6% delle nostre merci viaggia su rotaia: basterebbe migliorare questa infrastruttura per cancellare gli effetti che l’attuale centrale di Fiume Santo ha sull’ambiente». E ancora: «Sarebbe anche auspicabile, così come abbiamo già chiesto al presidente Soru, che il gettito fiscale prodotto dalle attività di E.On rimanesse nel territorio, anche per concorrere a finanziare un programma di bonifiche e di miglioramento ambientale». Ma il più critico nei confronti di Greenpeace è forse Franco Apeddu, di Confindustria: «E’ un’associazione che ha una metodologia di azione molto particolare: innanzitutto la sua attenzione si sposta sempre su temi caldi che investono grossi interessi. Faccio un esempio: se anni fa Greenpeace si batteva contro il Pvc, ora che il Pvc non rappresenta più una risorsa di ricchezza è scomparso dalle battaglie. Il mirino si è spostato sul carbone e sul nucleare». Ma anche il modo di affrontare il problema dell’effetto serra presenta contraddizioni: «Si parla tanto del nuovo gasdotto e del potenziale del metano. Eppure nessuno dice che l’effetto serra del metano è 30 volte superiore a quello del CO2. Esempio: le emissioni di metano prodotte dagli escrementi dei bovini è più devastante di tutti i gas prodotti dai trasporti globali del pianeta. Ma fare campagne contro le vacche e i buoi non sarebbe intelligente sotto il profilo mediatico». Anche la ricetta degli ecoambientalisti per ridurre l’inquinamento lascia molti dubbi: «Tutti sanno che le rinnovabili non possono fare più di tanto e non possono sostituire le fonti primarie di energie. Allora l’effetto serra si contrasta sia evitando gli sprechi, risparmiando sul calore e sull’elettricità. Ma si combatte soprattutto con l’ammodernamento delle strutture produttive delle centrali esistenti, sostituendole con altre ad alto rendimento». Il gruppo 5 di Fiume Santo, per fare un esempio, che avrà un rendimento superiore del 50 per cento rispetto ai vecchi impianti a olio combustibile.
da La Nuova Sardegna, 21 ottobre 2008
Sull’eolico è scontro tra gli ambientalisti. Critiche ai «guerrieri dell’arcobaleno»: rappresentano noti interessi industriali. (Gianni Bazzoni)
SASSARI. Il carbone da solo è come calimero il pulcino nero, quello che nessuno voleva fino al lavaggio in lavatrice. E la Sardegna che corre il rally dell’energia cercando di viaggiare a una velocità non pericolosa, ogni tanto deve difendersi dall’accusa di essere un’isola-carbonara. Tutto nasce dal Sulcis e finisce a Fiume Santo, anche se le due realtà quasi si ignorano. L’incursione spettacolare di Greenpeace, domenica ha colto tutti di sorpresa, ha puntato il dito sul carbone e sulla giunta regionale che l’ha sdoganato come «fonte pulita» perchè utilizzabile con «tecnologie avanzate». E ha sostenuto l’eolico come unica bandiera, forse trascurando alcuni aspetti che riguardano specificamente le recenti vicende accadute in Sardegna. Tralasciando temi che per anni hanno impegnato in un confronto, spesso aspro, la stessa Regione, i produttori di energia, gli enti locali e le associazioni ambientaliste. Così il Gruppo di intervento giuridico e gli Amici della Terra hanno sottolineato con toni critici l’azione domenicale di Greenpeace, generando un confronto a distanza che vede lontane le due associazioni (che pure hanno come fine comune quello della tutela dell’ambiente). «Siamo d’accordo avverso l’utilizzo dell’inquinante carbone – ha detto Stefano Deliperi – ma ancora una volta Greenpeace utilizza l’argomento per la sua campagna in favore delle centrali eoliche da piazzare dappertutto, secondo gli interessi degli industriali del vento rappresentati da quell’A.N.E.V. con la quale i rapporti sono strettissimi. Ci dispiace proprio, ma non ci convince minimamente. La Sardegna il suo contributo nel campo dell’energia eolica lo sta dando, in un ambito di leggi e regole. Il far west è solo l’occasione di speculazione e di interessi poco utili. La scorsa settimana un parco eolico, quello di Ploaghe è stato posto sotto sequestro penale insiene ad altri sei realizzati dalla stessa società nel Mezzogiorno. Indaga la procura della Repubblica di Avellino. Vi sarebbe una truffa ai danni dello Stato e dell’Unione europea di centinaia di milioni di euro. Strano, molto strano, che Greenpeace non se ne sia accorta». Le tre righe scritte dall’assessore regionale all’Ambiente Cicito Morittu, che hanno soddisfatto il commando venuto dal mare, tra l’altro c’erano già nell’intesa sottoscritta a Roma, il 10 gennaio 2007, dal presidente Renato Soru, l’assessore all’Industria Concetta Rau e i massimi dirigenti di Endesa (allora titolari dell’impianto di Fiume Santo). «Ricerca e applicazione di nuove tecnologie per la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, quali l’eolico, il solare termico e fotovoltaico». Poi si era aggiunta anche l’avveniristica iniziativa di Carlo Rubbia, premio Nobel per la fisica nel 1984, e per anni al «lavoro» in Sardegna, con il solare termodinamico, che cattura l’energia solare con gli specchi parabolici per immagazzinarli in un fluido salino compatibile per l’ambiente. Peccato che quell’impianto non sia mai partito in Sardegna e che Carlo Rubbia oggi sia stato chiamato a realizzarlo in Spagna. La Sardegna (e Fiume Santo è coinvolto direttamente) però ha individuato e perseguito alcuni obiettivi prioritari: l’interconnessione energetica con le reti del continente attraverso il cavo sottomarino Sapei, per ricevere e trasmettere energia; realizzazione del metanodotto (Galsi) dall’Algeria, già in fase di costruzione; energia a costi compatibili per supportare le produzioni energivore di Porto Torres e Portovesme; nuove tecnologie per impiegare le riserve strategiche del carbone del Sulcis. E entro il 2020 il raggiungimento del target 20-20-20 deciso dall’Unione europea (ridurre le emissioni del 20 per cento, aumentare nella stessa misura la quota di energia rinnovabile e migliorare l’efficienza energetica). Insomma, non è l’anno zero come ogni tanto si cerca di fare credere. E a Fiume Santo – dove c’è un accordo firmato che prevede investimenti per oltre 500 milioni di euro, l?eliminazione dei vecchi gruppi 1 e 2 a olio combustibile (già in deroga e che sarebbero dovuti sparire dal febbraio 2008), l’utilizzo del metano dal 2012 (quando dovrebbe essere disponibile), l’ipotesi di un polo metanifero e un nuovo gruppo lontano dalla spiaggia (viene liberata un?area di 20mila metri quadrati), l’abbattimento delle due ciminiere (sostituite da una più piccola) – si gioca la partita più complessa di tutta la sfida energetica sarda. Un concetto che riguarda da vicino anche i tedeschi di E.On, freschi proprietari dell’impianto più importante dell’isola, dove hanno ereditato la centrale ma anche impegni già assunti che hanno confermato di voler rispettare.
da L’Altravoce, lunedì 20 ottobre 2008
Greenpeace, assalto-bis: a Fiume Santo. «Stop-carbone, solo eolico». Ambiente più grandi interessi. Regione: no Far West. Marco Murgia
Più vento, meno carbone. Il messaggio delle tute arancioni è chiaro, destinatari il presidente della Regione Renato Soru e il colosso E.On proprietario della centrale elettrica a carbone di Fiume Santo. Niente comunicati stampa, almeno non all’inizio. La richiesta arriva direttamente dal nastro trasportatore e dal braccio meccanico dell’impianto di Porto Torres: assaltati ieri, in pieno stile Greenpeace, con un blitz da terra e dal mare con tanto di arrampicata, caschi di sicurezza, striscioni e trattative. Un assalto-bis dopo quello alla centrale a carbone di Civitavecchia, esaltata dal ministro Scajola – senza polemiche delle altre associazioni ambientali – come esemplare anche per la tutela ambientale. L’incursione è stata ripetuta a Porto Torres, in condizioni diverse e con altre prospettive entro pochi anni: grazie al metano algerino di cui la Sardegna disporrà (ora è l’unica regione esclusa dalla rete nazionale) dal 2012. Ma l’immagine è tutto, lo sanno bene anche gli attivisti dell’associazione ecologista: quindi, per 15 ore, dalle 6 del mattino, anche le forze dell’ordine e l’elicottero della polizia che circondano l’area, garantiscono un grande impatto mediatico. Sino alle 21, quando l’intervento dell’assessore regionale all’Ambiente Francesco Morittu sventa la minaccia del black-out per tre quarti dell’isola: difficile credere che potrebbe accadere, con l’olio combustibile pronto a sostituire il carbone per l’eventuale emergenza, ma di grande impatto mediatico. Scendono, i militanti, e se ne vanno: in buon ordine, con qualche denuncia a carico e una nuova impresa da inserire nel curriculum del gruppo. Fine delle trasmissioni, per questa volta, e arrivederci alla prossima. Se la loro sia una vittoria è difficile da stabilire. Anche in questa occasione, come durante l’ultimo blitz datato novembre 2007 (contro il carbone del Sulcis, quella volta, e di nuovo a favore dell’eolico spinto: obiettivo il palazzo del Consiglio regionale), la Regione ribadisce la propria posizione: bene le wind farm, ma con un mercato dotato di regole certe. Fu Soru, allora, in un faccia a faccia durissimo con la delegazione arancione, a sottolineare che i paesaggi dell’isola non si sarebbero riempiti di pale meccaniche. Ieri Morittu, con poche parole rivolte a Giuseppe Onufri, direttore delle campagne Greenpeace Italia: «Il nostro impegno», dice, «sarà quello di allineare il Piano energetico della Sardegna al rispetto dei parametri europei, con l?obiettivo di superare entro il 2012 la percentuale del 20 per cento di produzione da energie rinnovabili». Basta questo, ai paladini dell’ambiente, per abbandonare l’occupazione. Che è pacifica e spettacolare ma non totalmente vergine: che Greenpeace abbia stretti legami con l’Anev, l’associazione che riunisce le aziende del settore eolico, è risaputo. Lo ricorda Stefano Deliperi, portavoce del Gruppo di Intervento Giurdico-Amici della Terra: «Siamo d’accordo avverso l’utilizzo dell’inquinante carbone», dice, «ma ancora una volta Greenpeace utilizza l’argomento per la sua campagna in favore delle centrali eoliche da piazzare dappertutto, secondo gli interessi degli industriali del vento rappresentati da quell’Anev con la quale i rapporti sono strettissimi. Talvolta ha pure provato a gabellare per buoni sondaggi che dicevano l’esatto contrario di quel che sosteneva». Il riferimento è a una consultazione data in pasto ai giornali il 15 giugno di un anno fa, in occasione della giornata europea del vento: con titoli buoni a favore delle centrali eoliche ma smentiti dall’analisi un minimo più approfondita dei dati raccolti in Italia e nell’isola. «Ci dispiace proprio», continua Deliperi, «ma non ci convince minimamente. Il far west è solo occasione di speculazione e di interessi poco puliti. La scorsa settimana un parco eolico, quello di Ploaghe, è stato posto sotto sequestro penale insieme ad altri sei realizzati dalla medesima Società nel Mezzogiorno. Indaga la Procura della Repubblica di Avellino. Vi sarebbe una truffa ai danni dello Stato e dell’Unione europea di centinaia di milioni di euro. Strano, molto strano, che Greenpeace non se ne sia accorta». Senza dimenticare che «la Sardegna il suo contributo nel campo dell’energia eolica lo sta già dando, ma in un ambito di leggi e regole». È quanto Morittu ha ricordato ieri ai militanti arancioni: «Quando le industrie che producono cemento e laterizi passeranno al metano», con i lavori del Galsi che porterà il gas naturale nell’isola direttamente dall’Algeria che vanno avanti, «e quando le caldaie dei condomini non bruceranno più gasolio, allora le emissioni complessive di Co2 si ridurranno drasticamente. L’obiettivo è di avere energia in più dalle fonti rinnovabili: sfruttare sì le ulteriore potenzialità dell’eolico, che in questo momento non possono superare gli attuali 550 megawatt, ma anche portare avanti lo sviluppo del fotovoltaico, dell’idroelettrico, e soprattutto del solare termodinamico, che sarà la vera risorsa del futuro». Soprattutto non svendere i paesaggi della Sardegna a aziende che nel mercato dei certificati verdi ci sguazzano e non poco: come succedeva sino a quattro anni fa, quando la Sardegna sotto il governo Berlusconi e senza regole per le pale e le turbine stava diventando terra di conquista per miriadi di imprese più o meno affidabili. Roba da Far west, appunto: altro che wind farm.
Troppo facile dire no. E’ neccessario proporre…
Abbiamo bisogno di una fonte di energia sicura ognitempo.
Se le nostre industrie devono pagare la eko tassa bisogna ridurre anche le emissione COx delle nostre centrali a derivato del petrolio.
Solare?
Per far funzionare un pendolino 4400kw ci vogliono 21205 mq di celle, pari a 3,4 campi di calcio, quando c’è il sole e alla potenza massima, 8 ore centrali della giornata.
Eolico?
Resa media 400kw/h ogni stazione, ho indicato media perchè il vento è incostante e sopratutto al mattino e alla sera si calma (dati del costruttore). Per far muovere lo stesso treno ci vogliono almeno 11 stazioni.
Costi?
Nucleare costa meno, tutto compreso acquisto e smaltimento.
Idrocarburi costa 30% piu del nucleare senza contare i danni del gas serra e cambiamenti climatici.
Eolico costa tre volte gli idrocarburi.
Solare costa cinque volte gli idrocarburi, senza contare l’inquinamento che produce durante la costruzione delle celle di silicio.
Questo è un conto sulla carta del formaggio, ma rende l’idea, tutto il resto è filosofia e calcolo politico dei voti.
Chiedo scusa se sono stato troppo schietto, se trovate errori mi scuso ancora…
No Titti, l’olio di lentischio no! Altrimenti radono al suolo la macchia e siamo daccapo!
è l’eolico da far west, quello senza regole e speculativo, che non và bene, Titti. Quello dappertutto e soprattutto dove vogliono gli industriali del vento. Quello buono solo per i loro affari e cattivo per l’ambiente e per i nostri soldi.
Se neppure l’eolico va bene ma dobbiamo ritornare all’olio di lentischio?
La posizione di Greenpeace sull’eolico in Sardegna la ritengo vergognosa. Affermazioni del tipo ” la Sardegna deve rivedere la proposta di piano regionale e togliere ogni limite all’eolico” fanno apparire la filiale italiana di Greenpeace come una mera emanazione dell’ANEV, associazione di industriali che ha fortissimi interessi economici e spinge per trasformare la Sardegna in una piattaforma eolica al centro del Medeiterraneo(eolico=miniera di soldi grazie ai meccanismi di incentivazione). Purtroppo non c’è nessuna ambiguità nelle parole di Onufrio e certamente il fatto che il solare sia puntualmente ignorato fa sorgere pesanti dubbi sulla genuinità di questa campagna. Bisogna stare molto attenti perchè se cambia il quadro politico il pericolo per la nostra isola è di veder distrutto il suo patrimonio paesaggistico-ambientale.
no al carbone e no all’eolico doveglipare!! no al nucleare e alle sue scorie e si al solare!!! ho firmato la vostra petizione e la sto facendo girare ciao ciao Vania
nessuna parola da Greenpeace sull’eolico da far west, si vede che va bene così
ansa,19/10/2008
Finito blitz Greenpeace in centrale sarda a carbone.
CAGLIARI – E’ durata circa 14 ore l’occupazione di una quindicina di attivisti di Greenpeace della centrale termoelettrica a carbone di Fiume Santo, in provincia di Sassari, gestita dalla E.On Italia, la società del colosso energetico tedesco subentrata nella proprietà a Endesa Italia. La situazione si è sbloccata intorno alle 20 quando l’assessore regionale dell’Ambiente si è impegnato “ad allineare il Piano energetico della Sardegna al rispetto dei parametri europei, con l’obiettivo di superare entro il 2012 la percentuale del 20% di produzione da energie rinnovabili”.
Era la dichiarazione formale chiesta dagli attivisti di Greenpeace, impegnati in una campagna contro il carbone e a favore dell’eolico. Il blitz è scattato alle 5:50: lasciata la barca appoggio cinque miglia al largo delle coste turritane, i “corsari” dell’ambiente hanno guadagnato la riva a bordo di gommoni per poi prendere possesso dell’impianto. Nel mirino, i piani di espansione del carbone della Regione Sardegna in contrasto con il rilancio dell’eolico nell’isola caldeggiato da Greenpeace: una fonte che se sfruttata adeguatamente creerebbe – secondo stime dell’associazione – oltre 7.000 nuovi posti di lavoro entro il 2020.
La centrale ha funzionando per tutta la giornata alla minima potenza: l’azione degli attivisti, infatti, aveva bloccato il nastro trasportatore impedendo così il rifornimento del carbone. Cessata l’autonomia, il rischio di black out si poteva scongiurare solo passando all’alimentazione con olio combustibile. Sono state ore di trattative con i dirigenti di E.On fino all’arrivo dell’assessore regionale e del sindaco di Porto Torres e l’incontro che ha siglato la “pace” con gli attivisti. La situazione dentro e fuori la centrale è stata tenuta sotto controllo dalle forze dell’ordine che hanno inviato da Cagliari anche un reparto mobile della Polizia. L’incursione di oggi in Sardegna rappresenta la seconda tappa del tour contro il carbone della Artic Sunrise in Italia, avviato giovedì scorso a Civitavecchia, con l’obiettivo di diffondere in Europa il messaggio di una “rivoluzione energetica pulita”, in vista della Conferenza sui cambiamenti climatici dell’Onu del prossimo dicembre.
La Sardegna, sottolinea Greenpeace, è una regione strategica per lo sviluppo dell’eolico in Italia. Nel 2007 la potenza eolica complessiva sull’isola ha raggiunto i 367 Mw, ma secondo un recente rapporto di Anev, potrebbe installare, nel pieno rispetto del paesaggio e dell’ambiente, circa 1.750 Mw, dando occupazione a oltre 7.000 persone e producendo circa 3 miliardi di kilowattora (il 25% del consumo interno della regione). Prodotta con il carbone, questa energia emetterebbe oltre 2 milioni di tonnellate di Co2 all’anno. Prudente il sindacato.
Secondo il segretario generale della Cgil di Sassari, Antonio Rudas, la posizione di Greenpeace sulle fonti rinnovabili è “assolutamente condivisibile” ma avverte: “le politiche alternative di sviluppo devono essere perseguite con giudizio e razionalità, senza ideologismi o estremismi che avrebbero come unico effetto quello di peggiorare l’attuale situazione”. L’opposizione prende spunto dal blitz degli ambientalisti per rilanciare gli attacchi al governatore Renato Soru: “la produzione energetica da fonti rinnovabili in Sardegna è la più bassa d’Italia, meno del 5% – dice l’esponente dei Riformatori Franco Sergio Pisano – e il piano energetico regionale riserva appena 350 Mw di potenza alla produzione con l’eolico”.