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I “padroni del vapore” sono sempre uguali…

 

La multinazionale delle telecomunicazioni Motorola ha uno dei più importanti centri di ricerca sulle tecnologie avanzate a livello internazionale in Italia, il Centro di Ricerca e Sviluppo di TorinoVi lavorano circa 370 dipendenti, in grandissima parte altamente specializzati.    Ha deciso di chiuderlo, dall’oggi al domani, ufficialmente per un cambio di piattaforma operativa Ne abbiamo parlato nei giorni scorsi ed ha avuto l’interesse di chi vi lavora.    Abbiamo ricevuto una voce di dentro.   E la pubblichiamo.   Sotto sotto, pare che il vero motivo sia l’apertura di analoghi centri di ricerca in Cina, dove il costo del lavoro è infinitamente minore.   Centinaia di lavoratori di riconosciuta alta professionalità ed un pezzo dell’hi-tech italiano, ben inserito in un tessuto economico-sociale di elevato rilievo, rischiano di esser buttati dalla finestra se entro 75 giorni non si troverà un acquirente.     Benefici della globalizzazione.   Speriamo di poter contribuire, nel nostro piccolo, a mantenere ed a far prosperare una realtà di grande rilievo della ricerca tecnologica avanzata italiana ed europea.

Gruppo d’Intervento Giuridico

 

Il caso Motorola Torino negli ultimi giorni sta avendo un certo risalto in ambito nazionale. Effettivamente è un interessante caso di studio che offre spunti di riflessione sul tipo di cultura manageriale che potrebbe prender piede in tempi di crisi.

I fatti: lunedì 3 Novembre un alto manager proveniente da Chicago annuncia ai dipendenti, durante un frettoloso "town-hall" il brutale smantellamento di tutta la struttura europea di ricerca e sviluppo della divisione Mobile Devices (cellulari). Saltano 4 centri: Basinkstoke (UK), Aalborg (Danimarca), Rennes (Francia) e Torino. Fino al mese prima, Motorola discuteva con l’amministrazione comunale di Torino su come reperire locali aggiuntivi e continuava ad assumere fino a 15 giorni prima dell’annuncio. Il giorno dell’annuncio della chiusura era il primo giorno di lavoro per due persone.     Il centro Motorola di Torino è, dei quattro europei, quello che all’azienda costa meno, intorno ai 30 milioni di Euro (in Italia gli stipendi sono più bassi) e quello sicuramente di punta in termini di esperienza (è pienamente operativo dal 2001, gli altri tre solo dal 2005/2006), "expertise" (si sviluppano tutte le "componenti" di un telefono cellulare: la parte elettronica, quella meccanica e quella SW) e numero di prodotti realizzati.

Se si pensa che un cellulare di fascia media e di medio-basso successo (1 milione di pezzi venduti) può tranquillamente produrre un profitto (guadagno, non ricavo) di 30-40 milioni di Euro si capisce che quei 30 milioni sono un ottimo investimento (il centro Motorola di Torino è in grado di progettare due cellulari di fascia alta all’anno) si può escludere che quello finanziario sia il vero motivo che ha determinato la decisione di chiuderlo. Tanto più che, se è vero che la divisione cellulare di Motorola registra pesanti perdite da circa 1 anno e mezzo (circa 300 milioni di Euro a trimestre) è altrettanto vero che la posizione di cassa della azienda è più che buona. Nessun rischio di bancarotta imminente quindi (rischio che invece corre la General Motor, 2.5 miliardi di rosso nell’ultimo trimestre e cassa quasi vuota) e, visto che nei piani dell’azienda c’è un sostanzioso rilancio per la fine del 2009, avrebbe perfettamente senso far leva su un centro di sviluppo ben collaudato.  La decisione di spazzare via dall’oggi al domani il centro di Torino appare pertanto difficilmente comprensibile se si segue una logica di buona condotta aziendale ed è lecito a questo punto ipotizzare che altri fattori abbiano avuto un ruolo in questa decisione. Ad esempio, si potrebbe pensare che, in una situazione che vede gli USA attraversare una crisi nera, sia finanziaria che industriale, con conseguenti licenziamenti di massa, si sia valutato non più politicamente sostenibile dirottare risorse al di fuori degli USA. A parte, ovviamente, quelle da destinare all’Estremo Oriente. Certo, nelle "factory" cinesi la qualità e il "know how" lasciano ancora molto a desiderare, ma vuoi mettere 10 ingegneri al costo di uno? 

Una voce di dentro

 

Il caso Motorola Torino a "L’Infedele" 

Al TG5 

Ad Annozero  

Al TG3, titoli

Al TG3, servizio

Matrix, http://it.youtube.com/watch?v=R0gClDAocbs

Salario annuo medio lordo di un ingegnere (5 anni di esperienza) nel campo hi-tech: Italia: 30mila Euro, Spagna: 42mila Euro, Francia: 40mila Euro, Germania: 50mila Euro, Danimarca: 65mila Euro, Usa: 60mila $, Cina: 7mila Euro.  

 

  1. 25 Settembre 2009 a 16:57 | #1

    A.G.I., 24 settembre 2009

    ANNOZERO: CASO NORTEL DA SANTORO, IN DIRETTA DAL TETTO.

    Roma, 24 set. – Ad Annozero diretta dal tetto della sede della Nortel Italia a Roma, dove da cinque giorni e’ in atto la protesta dei 38 lavoratori messi alla porta dalla multinazionale di telecomunicazioni. Gli ingegneri (ma anche esperti di marketing e di comunicazione) hanno appeso le gigantografie dei figli alla facciata della sede di via Grotta Perfetta e due di loro da lunedi’ dormono in tenda per protestare contro chi “licenzia” il loro futuro. “Gli ingegneri quando si arrabbiano fanno gesti estremi; non sono solo gli operai che si arrampicano sui tetti”, ha commentato il giornalista che ha curato il servizio passando la parola a Michele, impiegato della Nortel in attesa della lettera di licenziamento. “Abbiamo un grosso problema di aritmetica di base”, ha spiegato, “abbiamo un’equazione: c’e’ il capitale, c’e’ il management, ci sono i lavoratori che hanno il know how. Nel momento in cui si decide di ristrutturare e di cambiare strada, cosa legittima per un’azienda, improvvisamente da questa equazione scompare una variabile soltanto, che e’ quella dei lavoratori”. La Nortel, societa’ multinazionale canadese produttrice di tecnologie e apparati per le reti di comunicazione telefoniche e Internet fisse e mobili, ha deciso di rinunciare al futuro industriale monetizzando completamente i propri asset e modificando radicalmente il contesto delle vertenze per i licenziamenti nei paesi europei e in Italia, e ha avviato il 2 luglio una procedura di licenziamento collettivo per 38 lavoratori su 81 distribuiti tra le sedi di Roma e Milano. Questo nonostante la filiale italiana della Nortel continui a generare fatturato e profitti in costante crescita negli ultimi tre anni, e sebbene al 13 luglio la situazione di cassa di Nortel in Italia sia stata pari a 18 milioni di dollari. Per saperne di piu’ sulla protesta, http://nortelitaliainlotta.blogspot.com

  2. 18 Dicembre 2008 a 16:43 | #2

    Da http://www.blogonomy.it

    «Ho iniziato a lavorare qui nel 2000, quando è stata inaugurata la divisione cellulari, con il compito di farla crescere e ora farei di tutto per non veder morire questa struttura». A parlare così è Massimo Marcarini, direttore del centro ricerche Motorola di Torino, 48 anni, sposato, ingegnere, un passato in Alenia Spazio, per la quale ha seguito progetti anche alla Nasa di Cape Canaveral in Usa. Un professionista di valore, come i suoi colleghi, 370 tra ingegneri e fisici con un’età media di 34 anni, che il 3 novembre scorso, senza alcun preavviso, si sono sentiti dire dalla Motorola di Chicago, che il centro torinese avrebbe chiuso i battenti. Eppure fino a fine ottobre, il centro ricerche di Torino era considerato in espansione, tanto da assumere nuovi professionisti. «Pochi giorni prima dell’annuncio ufficiale della chiusura sono entrati in staff quattro nuovi giovani» ricorda Marcarini. A dimostrazione del fatto che mai come ora le aziende, anche quelle di grandi dimensioni, navigano a vista. Come a dire che, quando i dati di bilancio sono in rosso, la funzione di ricerca e sviluppo e le alte professionalità che, in teoria, in periodi di crisi potrebbero spingere la ripresa aziendale, passano in secondo piano. Alla faccia dei manuali di management che piacciono tanto agli americani.Certo, va detto che nel 2007 Motorola ha visto le vendite dei suoi telefonini in Europa e in Asia calare inesorabilmente, trascinando il giro d’affari verso il basso a 8,6 miliardi di dollari, contro i 9,4 miliardi del budget. E poco conta se in otto anni di vita il centro torinese ha sfornato più di 35 nuovi modelli di cellulari e ha sviluppato la prima fotocamera e il primo cellulare Umts. «Gli ultimi sviluppi erano legati allo smartphone» precisa Marcarini che ora, al di là delle polemiche legate ai finanziamenti pubblici per il centro ricerche, è costretto, con i suoi colleghi, a guardare avanti.«Una decina di persone hanno già trovato un nuovo posto di lavoro, ma io mi auguro che il centro continui a vivere» dice speranzoso. «Magari sotto altre bandiere, del resto il nostro staff ha un’expertise non solo legata al mondo della telefonia: alcuni di noi, per esempio, hanno lavorato anche sul biomedicale».Non a caso già diverse multinazionali di altri settori si sono dette interessate all’acquisto del centro e ne hanno parlato anche al sindaco Chiamparino. Nel frattempo, meglio mettere le mani avanti. Conclude Marcarini: «Il sindacato ha confermato l’intenzione di sollecitare l’intervento della Regione per fare pressione sul ministero del Lavoro e ottenere gli ammortizzatori sociali per tutti i dipendenti». Perché è vero che ingegneri e fisici con un solido background non hanno mai avuto grossi problemi di ricollocamento, ma di questi tempi nulla va dato per scontato.

  3. gruppodinterventogiuridico
    3 Dicembre 2008 a 17:36 | #3

    da La Nuova Sardegna, 3 dicembre 2008

    Parlano i consiglieri comunali emigrati dall’isola. «La multinazionale ci deve ripensare». Non sarà semplice riuscire a salvaguardare la professionalità.

    TORINO. Sotto la Mole le tensioni crescono: sul banco degli imputati, le politiche delle multinazionali. A cominciare, appunto, dalle strategie Motorola. L’altra sera in Comune è stato approvato un ordine del giorno. «In quel documento sollecitiamo l’intervento del ministero del Lavoro per la cassa integrazione e chiediamo all’azienda di non cessare così bruscamente ogni attività», spiega Enzo Cugusi. Cinquantaquattro anni, di Gavoi, Cugusi da tempo siede in consiglio municipale a Torino tra i banchi della Sinistra democratica. «Motorola potrebbe continuare a operare in sinergia con l’università, esattamente com?è successo dal momento in cui è stato fatto sorgere il suo centro di ricerca qui», prosegue Cugusi. Che poi spiega: «Proprio al Politecnico di Torino è stato messo a punto l’algoritmo che ha in seguito dato vita ai telefonini gsm. Esistevano inoltre agevolazioni europee per i distretti industriali a fine anni Novanta in declino come quello piemontese. Motorola sapeva di poter agire in condizioni ideali da queste parti. Oggi che cosa succede all’improvviso? Le moderne tecnologie nella telefonia non funzionano più? Il mercato non tira? In realtà non c’è nulla di tutto ciò. E allora è chiaro che non si può semplicemente restare a guardare mentre un patrimonio del genere si disperde». Anche l’altro consigliere comunale sardo di Torino, Gavino Olmeo, quarantasette anni, origini sassaresi, ex assessore della Margherita nella prima giunta Chiamparino, ora confluito nel Pd, segue la vertenza con attenzione. «Indigna che il management della Motorola abbia preso queste gravissime decisioni proprio allo scadere dei tempi necessari per le ultime agevolazioni pubbliche – afferma Olmeo – La nostra amministrazione ha creato tutte le agevolazioni possibili per consentire l’insediamento e permettere lo sviluppo di un forte know how. Lo stesso insieme di abilità operative che permesso di varare progetti di successo in Italia e nel mondo, con brevetti che hanno fruttato alla società Usa milioni e milioni di utili. Oggi disperdere questo patrimonio è pazzesco: una vera beffa per tutta la realtà produttiva del Nordovest e anche per i tanti nostri conterranei qualificati arrivati qui dall’isola».

  4. gruppodinterventogiuridico
    3 Dicembre 2008 a 17:31 | #4

    da La Nuova Sardegna, 3 dicembre 2008

    Noi sardi della Motorola espulsi dalla new economy. (Pier Giorgio Pinna)

    TORINO. Non è solo la base operaia sarda a venire colpita dalla recessione. Non ci sono tagli unicamente nelle fabbriche d’impronta fordiana, come succede a Porto Torres. La crisi colpisce duro ovunque. Persino i centri ipertecnologici di eccellenza. È il caso degli ingegneri e degli informatici del polo europeo Motorola di Torino, emigrati dalla Sardegna in testa. L’intera vicenda, in Piemonte, si è sviluppata con una accelerazione impressionante, coinvolgendo l’intero apparato per l’ideazione dei cellulari di ultima generazione, e non solo. Il 3 novembre i dirigenti Usa della multinazionale per le telecomunicazioni, attraverso i manager italiani, hanno comunicato la chiusura del centro torinese. Annunciando il licenziamento di 370 tecnici tra i migliori al mondo e rescindendo i contratti di consulenza con altri 130. Due le motivazioni della società, a meno di 10 anni dalla nascita del complesso, fiore all’occhiello della new economy. Prima di tutto, le difficoltà sui mercati. Poi, l’esigenza di riposizionare le progettazioni. Ragioni contestate dagli amministratori del Nordovest e dai responsabili di Cgil, Cisl, Uil. I quali parlano di strategie aziendali adottate nel disprezzo dei risultati qualificanti raggiunti. E ricordano i 10 milioni stanziati per favorire il decollo del centro con infrastrutture e servizi collaterali. La multinazione respinge le accuse sostenendo di non aver ricevuto neppure un euro canalizzato in modo diretto verso i laboratori piemontesi. Ma – in attesa che il 19 gennaio scadano i 75 giorni di tregua previsti per i licenziamenti – Comune, Regione, dipendenti e sindacati sono decisi a dare battaglia. Col sindaco, Sergio Chiamparino, Pd, che minaccia d’incatenarsi per protesta. La pattuglia sarda, nel complesso di piazza Cardinal Massaia sede della fabbrica di prototipi, è formata da una decina di specialisti approdati da diverse aree dell?isola. Dice Gavino Spillo, 54 anni, ingegnere elettronico nato a Sassari, in Piemonte dopo una lunga permanenza, anche per lavoro, a Roma: «Motorola chiude. Molte persone si ritrovano senza un posto. Ognuno con i suoi problemi: la famiglia da mantenere, il mutuo da pagare, la consapevolezza che non sarà facile trovare alternative e che forse sarà ancora più difficile non svendere la propria professionalità. Fin qui niente di diverso da altre situazioni che abbiamo visto e vediamo tuttora». Eppure, secondo Spillo, questo è un caso singolare: «Innanzitutto, per la repentinità della comunicazione: nessuno se l’aspettava, anzi la gente lavorava sodo, e si continuava ad assumere. Poi, per la particolarità del polo: non un’azienda come tante, ma un centro di ricerca hi-tech. Dove quasi tutti sono laureati. Dove sono stati depositati brevetti a decine. E dove, in controtendenza, i cervelli non andavano all’estero ma dall’estero arrivavano. Infine, Motorola contribuiva a diversificare la produzione, in Piemonte molto legata all’auto». In prima fila nella difesa del polo torinese, un dirigente Cgil di origine sarda, Luca Sanna. Con i colleghi Olga Longo (Cisl) e Cosimo Lavolta (Uil) in queste ore cerca di far serrare a tutti le file. Nato a Torino da genitori sassaresi («residenti nel cuore della città, in piazza Sant’Antonio», ricorda con orgoglio), è responsabile per il capoluogo piemontese della Filcams. «I dipendenti Motorola sono stati inquadrati con contratti del settore commercio, e noi che seguiamo il terziario ci stiamo facendo carico della loro situazione», spiega Sanna. «Erano convinti di aver trovato il lavoro della vita, di aver imboccato la strada giusta – aggiunge – Le cose sono andate diversamente solo perché a nostro parere l’azienda disinveste in Italia e investe altrove. Siamo convinti infatti che la crisi generale non c’entri proprio nulla. Ecco perché adesso tentiamo di capire se ci possano essere società interessate all’acquisizione o se con l’appoggio del Ministero e della Regione saranno percorribili altre vie». Nel frattempo, ad aggravare la situazione, c’è il fatto che nessuno dei tecnici del centro può beneficiare di ammortizzatori sociali. «Cerco alternative nel Nord Italia – afferma il sassarese Fabio Verdinelli, 37 anni, ingegnere meccanico, prime esperienze alla Saras in Sardegna prima dell’arrivo in Piemonte – Preferirei restare a Torino. Ma mi rendo conto che nel mercato esistono notevoli rigidità. E spesso non ci sono imprenditori disposti a investire in innovazione e moderne tecnlogie. Così alla fine andrò dove mi sarà possibile trovare un’occupazione». Sostiene Juri Iurato, 38 anni, ingegnere elettronico cagliaritano: «Non sono sposato né ho figli. Anche io potrei lavorare altrove. Non avrei difficoltà neppure a tornare in Sardegna se mi si presentasse un?occasione favorevole. Ma non riesco a farmi una ragione del modo nel quale quest’esperienza si avvia a conclusione: disperdere le energie del nostro team mi pare davvero sbagliato». Secondo Iurato, chi ha maturato professionalità in questo settore può trovare posto anche al di fuori di telefonia e tlc: «Per esempio – precisa – nell’elaborazione dei circuiti a radiofrequenza, trasmissione dati a distanza, applicazioni satellitari tv, antifurti e sensori wireless, ossia i sistemi di comunicazione tra dispositivi elettronici che non fanno uso di cavi». «Come altri colleghi sono disposto ad andare via, a questo punto all’estero: anzi nei prossimi giorni avrò un colloquio a Parigi – commenta Mario Demontis, 30 anni, di Sarroch, celibe anche lui – Ma devo sottolineare che finora, come ingegnere delle telecomunicazioni in servizio dal febbraio 2005 a Torino, ho ricevuto solo proposte vergognose. In questa faccenda c’è chi fa sciacallaggio sulla nostra pelle: veniamo licenziati tutti insieme, cioè a centinaia, e allora tante società industriali pensano evidentemente di poterne approfittare abbassando i livelli contrattuali». Conclude Gavino Spillo, il veterano del gruppo dei sardi: «Nonostante tutto, tra noi resta un po’ di ottimismo: un ottimismo che deriva dalla nostra determinazione e dal forte interessamento mostrato dalle istituzioni. Così speriamo che si possa trovare un’alternativa. E che l’insieme delle professionalità sinergicamente aggregate in un decennio non vada disperso dall’oggi al domani».

  5. Titti
    25 Novembre 2008 a 1:42 | #5

    So che Pechino non è più Pechino:è un insieme di nuovi grattacieli,che svettano tra strade senza fiumi di biciclette ma tra intasamenti di macchine e smog.Egoisticamente rimpiango la Pechino che ho conosciuto ma capisco che non si può fermare il progresso.Meno egoisticamente mi auguro che anche le fabbriche abbiano subito un uguale ammodernamento.Una volta gli operai lavoravano in ambienti che ricordavano le vecchie case dei nostri paesi:lampadine di tre watt,una sedia impagliata e una col fondo di legno;nessuno alzava la testa per guardare chi entrava.Ma da quelle mani uscivano piccoli capolavori.Auguriamoci che abbiano perduto un po’ delle loro capacità perchè…..la Cina non è vicina ma è vicinissima.E i cinesi ormai non sono più seduti sulla riva del fiume ad aspettare il cadavere del nemico:è già arrivato dopo essersi suicidato.

  6. Sandro
    24 Novembre 2008 a 13:51 | #6

    Sembra tutto assurdo: un centro di ricerca che funziona e che rende ricca l’azienda viene chiuso per motivi futili sul piano economico. Si farà avanti un compratore? Saluti.

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