Il popolo non deve sapere…

Interessante inchiesta di Gianluca Di Feo, sulle pagine de L’Espresso, su un certo modo di far politica che finisce per interessare la Magistratura. Questa volta è il turno di amministrazioni guidate da esponenti del Partito Democratico. La Sardegna è un’isola felice, come sembra indicare L’Espresso? Personalmente lo spero, tuttavia vari Presidenti sono indagati, con procedimenti penali in corso. Certo è che il centro-destra non può festeggiare: a Cagliari vicende sono di casa nelle aule di giustizia ed affidamenti diretti complessivi per 243.000 euro alla stessa "cooperativa sociale", come quelli recentemente fatti dal Comune di Cagliari, non sembrano certo un esempio di sana amministrazione pubblica. Poi non ci si deve meravigliare del clima di sfiducia verso ‘ste Istituzioni.
Stefano Deliperi

da L’Espresso, 4 dicembre 2008
Compagni Spa.
Firenze, Napoli, Roma, Genova, Perugia. L’ondata di inchieste mostra il potere dei comitati d’affari. E rischia di travolgere le giunte rosse. Ora il Pd si trova a fare i conti con gli scandali. Gianluca Di Feo
Quel parco "mi fa cagare da sempre". Quando il sindaco di Firenze vuole cancellare 80 ettari di alberi, unico polmone previsto tra fiumi di cemento ligrestiano, per inserire lo stadio di un imprenditore amico e per farlo è pronto a "smitizzare il parco e dire che questo è tutto contro una certa sinistra", allora è il segno che non si tratta solo di una questione morale. Da Firenze a Napoli, da Genova a Perugia, da Crotone a Trento, dall’Aquila a Foggia le inchieste giudiziarie che continuano ad abbattersi sulle giunte rosse aprono una questione più profonda: mettono in discussione la capacità di costruire il futuro delle città italiane. Più delle dimensioni degli illeciti, spesso poche migliaia di euro, sorprendono i loro effetti: le opere inutili e i cantieri eterni figli di questa malapolitica che ama il cavillo come strumento di potere. Più che le guerre intestine tra correnti del Pd, stupisce la capacità di impastare ogni genere di interesse privato in danno del bene pubblico: trasversalità e consociativismo sono mode condivise con la destra e con speculatori d’ogni risma. Le giunte traballano sotto il peso di intercettazioni che svelano intrallazzi più che tangenti: i pm contestano contributi elettorali, come le cene dei Ds pagate con i 250 mila euro che sarebbero stati estorti ai broker dal presidente del Porto di Napoli; sponsorizzazioni, come quella del gruppo Ligresti all’opuscolo sulla crociata anti-lavavetri dell’assessore fiorentino Graziano Cioni; oppure incarichi professionali smistati a figli, amici e compari. È una Via Crucis di piccoli episodi, spesso di dubbia rilevanza processuale, e di grandi favori intrecciati in consorterie dove la politica giustifica il disprezzo di qualunque regola, etica o penale, arrivando a negare il buonsenso. Le parole di Leonardo Domenici, presidente di tutti i sindaci italiani, sul parco da cancellare e "smitizzare" testimoniano un male che va oltre la corruzione addebitata ai due assessori di Palazzo Vecchio in rapporti troppo intimi con Salvatore Ligresti. Inutile invocare la questione morale. Finora c’è stata a malapena una questione legale. Si muove solo la magistratura, che arresta o manda avvisi di garanzia. La segreteria nazionale non interviene e i vertici locali si barricano dietro la presunzione di innocenza: rinviano qualunque valutazione alla sentenza definitiva e così proseguono sulla stessa strada con le stesse persone. Persino le dimissioni arrivano solo se inevitabili. E la valanga che rischia di sommergere la sinistra toscana ha smascherato figure molto differenti. Ci sono i piccoli Machiavelli di Palazzo Vecchio, maestri dell’intrigo e dell’intesa sottobanco, circondati da una corte di professionisti. Il provvedimento del giudice è spietato nelle imputazioni: l’assessore Gianni Biagi costringe la Provincia a entrare nel progetto Castello e costruire la nuova sede sui terreni di Ligresti. Lo fa – scrivono – con ogni mezzo, arrivando a sfruttare la suo carica per intimidire ogni immobiliarista e impedire soluzioni alternative. I magistrati lo accusano di avere amputato pezzi di parco per consentire altre colate di cemento, di avere fatto passare in secondo piano le opere di urbanizzazione, ossia gli impianti per migliorare la vita dei cittadini. In compenso, infila architetti suoi amici, con parcelle da mezzo milione di euro per progetti che i tecnici di Ligresti predicono come inutili ("Finirà che vi paghiamo e li buttiamo"). Il risultato finale è un mostro, il progetto urbanistico che determina lo sviluppo di Firenze assomiglia "a una discarica", affollata di uffici e abitazioni, dove i palazzi di Provincia e Regione fanno strage di alberi e poi si inserisce anche lo stadio voluto da Diego Della Valle con rischi di ingorghi epocali. Se Biagi si è dimesso, lo ‘sceriffo’ Cioni invece promette battaglia. È l’altra faccia dello scandalo: il barone rosso, arrogante, populista, con un feudo che garantisce voti. "Chi ha la puzza sotto il naso, cambi mestiere. Io sto con chi combatte", lo difende pubblicamente uno dei suoi consiglieri. Ma Cioni è anche la storia del Pci fiorentino: da 35 anni passa da una poltrona all’altra, dalla Provincia al Comune, poi Montecitorio, il Senato e di nuovo al Comune dove puntava adesso alla fascia di sindaco. Ha conquistato la platea nazionale lanciando il celebre regolamento contro mendicanti e lavavetri. Poi lo hanno intercettato mentre rassicurava gli uomini di Ligresti: "Sto lavorando per voi". In cambio lo ‘sceriffo’ chiede e ottiene in un paio di minuti da Fondiaria un contributo di 30 mila euro per i 200 mila opuscoli che pubblicizzano la sua tolleranza zero. Chiede un premio, ottenuto, e una promozione, in valutazione, per il figlio che lavora proprio per Fondiaria. Chiede e ottiene al prezzo politico di 600 euro mensili una casa di oltre sette vani "di pregio e in centro" per una sua amica. Alza il telefono per tutto. C’è da mettere la parabola di Sky nell’appartamento della sua amica? Chiama direttamente il braccio destro di Ligresti, Fausto Rapisarda. Il capoufficio sgrida suo figlio e lo rimprovera per i ritardi? Il papà assessore mobilita Rapisarda, la voce del padrone, che bacchetta il capoufficio e poi blandisce il rampollo: "Mi telefoni per qualunque cosa". Per Cioni non c’è il partito né il Comune, ma uno schieramento che chiama "la famiglia". Né lui né gli altri indagati temevano la legge, sembravano sentirsi protetti. L’inchiesta del nuovo procuratore capo Giuseppe Quattrocchi e le registrazioni del Ros li hanno spiazzati. È uno choc, che rischia di abbattere il mito dello sviluppo sostenibile toscano, di uno stile di vita capace di coniugare progresso e tradizione costruito dal Pci in mezzo secolo di governo. Gli eredi di questa tradizione sembrano avere smarrito il contatto con la realtà della città. Progettano opere discusse e discutibili come la linea tramviaria. Infilano nei contratti pubblici società personali, come quella del capogruppo Alberto Formigli: il consiglio comunale che ha respinto le sue dimissioni si è trasformato in una rissa. E l’inchiesta è solo agli inizi. Ogni giorno il Ros va in altri uffici a setacciare capitolati: ci sono accertamenti su decine di progetti di Comune, Regione e Provincia con migliaia di telefonate scottanti da analizzare. Insomma, in Toscana si prepara un inverno di passione. A Napoli il dramma si è già materializzato nella scelta estrema di Gianni Nugnes, l’ex assessore che si è ucciso dopo l’arresto per i disordini contro una discarica. Un politico che restava ancorato alla sua Pianura, il quartiere con il record di edifici clandestini. Dicono che si sia sentito isolato, chiuso in un angolo per le scelte di suoi ex colleghi. Come Enrico Cardillo, potente assessore al Bilancio, che con le sue dimissioni pare cercare riparo per sé e per il sindaco Rosa Russo Iervolino dal prossimo tsunami giudiziario. In due anni la giunta Iervolino ha già perso sette assessori, tutti azzoppati dalla magistratura e finora sostituiti con personaggi di alto livello. Le anticipazioni del ‘Mattino’ prefigurano un nuovo terremoto in quei palazzi infausti per la sinistra, dove solo dieci mesi fa naufragò il governo Prodi. Questa volta l’epicentro dovrebbe essere in municipio, tra le poltrone della Margherita. Al centro delle indagini c’è il potere di Alfredo Romeo, un superstite della vecchia Tangentopoli partenopea diventato il monopolista nella gestione di immobili pubblici e considerato vicino all’area di Francesco Rutelli. Il gruppo Romeo ha una rete di relazioni che arriva ovunque: cura persino la manutenzione del Quirinale, del Senato e del ministero dell’Economia. Gli hanno affidato centinaia di migliaia di case popolari e gran parte delle cartolarizzazioni: nel 2001 è stato pure incaricato di vendere lo stadio Olimpico. Gli atti giudiziari lo accusano di aver osato l’impossibile: fa lavori abusivi nella sua splendida villa di Posillipo e quando la procura mette i sigilli al cantiere, lui va avanti. E quando la magistratura lo denuncia, secondo un’inchiesta appena chiusa, un importante giudice si sarebbe mosso per convincere i colleghi ad archiviare la pratica. Ma la questione Romeo potrebbe non essere solo campana. Le sue aziende arrivarono sul Campidoglio negli anni di Rutelli. Poi dalla giunta Veltroni hanno ottenuto il mega-appalto da 650 milioni per la manutenzione stradale, sospeso a fine agosto da Gianni Alemanno con il risultato di lasciare le strade costellate di buche e cantieri che hanno inghiottito fiumi di denaro. Sono disastri che mostrano come il problema non è solo etico: la malapolitica produce arretratezza, servizi inefficienti, sprechi. Se nel Lazio ci fosse un sistema moderno di smaltimento dei rifiuti, la convivialità alla vaccinara tra l’assessore Mario Di Carlo, già numero uno della Margherita, e il monopolista delle discariche forse avrebbe suscitato meno clamore. Invece di emergenza in emergenza la spazzatura dei romani continua a marcire nell’orrido di Malagrotta. O lo spettacolo finale del centrosinistra abruzzese, dove alla vigilia del voto la maggioranza colata a picco dall’arresto di Ottaviano Del Turco corre ad assumere in pianta stabile schiere di portaborse. Non ci sono pregiudiziali etiche: le porte restano sempre aperte per presunti corrotti o tangentisti. Quando al sindaco pd di Perugia Renato Locchi i magistrati hanno chiesto se aveva incontrato un costruttore, finanziatore della sua campagna, poi arrestato per mazzette e scarcerato, lui risponde: "Il fatto che sia stato 50 giorni in cella non significa che non possa continuare a svolgere il suo lavoro". Anche a Trento la presunzione di innocenza ha un sapore beffardo. Prima delle elezioni un’inchiesta ha coinvolto i vertici dell’Autostrada A22, ipotizzando reati bipartisan: c’era un uomo di Forza Italia ma anche il presidente Silvano Grisenti, legatissimo al governatore pd della Provincia, Lorenzo Dellai. Grisenti viene accusato di corruzione, turbativa d’asta, tentata concussione per sponsorizzazioni e contratti da assegnare a società di suoi familiari: è l’uomo della ‘magnadora’, la mangiatoia. Una grana a poche settimane dalle elezioni? Dellai l’ha trasformata in un punto di forza, costringendo l’indagato a dimettersi senza se e senza ma. La condanna politica ha trasmesso negli elettori un’immagine di pulizia, contribuendo alla vittoria del centrosinistra. Ma lunedì 1 dicembre, tre settimane dopo il voto e 70 giorni dopo le dimissioni, si scopre che Grisenti ha ottenuto un incarico nell’ente presieduto da Dellai: un ufficio creato su misura per coordinare i programmi di cooperazione internazionale. "Ha il pieno diritto di tornare al lavoro", ha spiegato Dellai, citando la Costituzione. Sintetico il commento dell’interessato: "Ho una famiglia numerosa". ‘Tengo famiglia’ è un argomento che funziona meglio dell’indulto: fa perdonare tutto. Così come si chiude un occhio per cavalleria sulle frequentazioni femminili. A Foggia, per esempio, il sindaco è sotto processo per i favori concessi alla sua "segretaria particolare". L’ha assunta nello staff, con stipendio di 3.500 euro al mese, l’ha poi nominata nel consiglio d’amministrazione di una municipalizzata, ma la signora avrebbe continuato a usare beni del Comune senza titolo: solo di telefonino 6 mila euro di bolletta. Per difenderla il sindaco, sempre secondo i magistrati, avrebbe anche falsificato documenti. Peccati veniali? Orazio Ciliberti è sotto processo per questa storiaccia e per un’altra vicenda, ma rimane primo cittadino, membro della Costituente del Pd e vicepresidente nazionale dell’Anci. Restano relegati in periferia anche i peccati d’omissione, veri o presunti. A Crotone la procura ha preso di mira Europaradiso, il faraonico insediamento turistico dove si sarebbero concentrati gli interessi della nuova mafia calabrese. I pentiti hanno parlato di summit tra emissari delle cosche e i dirigenti locali del Partito democratico: il capogruppo Giuseppe Mercurio si è dimesso dopo un avviso per concorso esterno in associazione mafiosa. Il problema è che questo scenario era stato denunciato un anno fa da Marilina Intrieri, all’epoca parlamentare Pd, per cercare di bloccare l’ingresso nelle liste dei nomi vicini ai clan. Si rivolse a Marco Minniti, all’epoca sottosegretario agli Interni e oggi ministro ombra, e a Marina Sereni, vicepresidente dei deputati Pd. Spiega Marina Sereni: "Vista la gravità di quanto sosteneva, le dissi di rivolgersi alla magistratura". Il Pd non c’entra: l’etica non riguarda il partito, ma è compito esclusivo delle procure. E allora a cosa si riduce la politica? Perché tutta la mappa dell’Italia rossa è costellata di inchieste che rischiano di esplodere o che hanno sfiorato il sistema di potere passato dal vecchio Pci al Pd. Prendete l’Umbria. Il sindaco di Perugia nello stesso verbale in cui difendeva la presunzione di innocenza del costruttore inquisito, parla delle sue frequentazioni con Carlo Carini, il re dell’asfalto. Nello scorso maggio Carini è finito in manette assieme ad altri 30 tra impresari e funzionari di Regione, Provincia e di alcuni comuni. Tre assessori provinciali hanno presentato le dimissioni, subito respinte. Le intercettazioni hanno fatto emergere una cupola che dominava i lavori stradali e che si compiaceva di usare il lessico mafioso: "Sì, sono il capo dei capi". Nessuno ha collaborato, l’istruttoria non è arrivata ai piani alti: è rimasta una storia di geometri. Almeno per ora. Genova invece si è appena ripresa dallo choc per la retata che a maggio fece traballare il sindaco Marta Vincenzi e le tolse letteralmente il sonno: "Quei cattivi guaglioni mi hanno pugnalato a tradimento". Gli investigatori sono partiti dal municipio e adesso scavano nelle attività di altri enti. Il peggio è passato? I magistrati potrebbero regalare un brutto Natale al centrosinistra ligure: è in arrivo la chiusura delle indagini, che toglierà il segreto su molti dossier. La storia è nota. Un industriale della ristorazione cerca di mettere le mani nel piatto delle mense cittadine, 26 mila pasti al giorno, e vuole "oliare il meccanismo". Sono finiti in carcere il portavoce della Vincenzi e due consiglieri comunali mentre due assessori indagati si sono dimessi. Solo pochi giorni fa è stato pubblicato il verbale di Massimo Casagrande, l’ex consigliere arrestato, che ricostruisce l’inizio della trama: "Era ancora in corso la campagna elettorale della Vincenzi. Roberto Alessio si dichiarò disponibile a dare un contributo. Ventimila euro. Nel frattempo chiese un nostro interessamento…". Rispetto a questi scandali, la crisi sarda è storia diversa: è la sfida finale tra due modi di fare politica e costruire il consenso. La pancia del Pd si è mossa contro Renato Soru per logiche di partito più che affaristiche: l’entroterra non interessa ai palazzinari da spiaggia. Ma l’abitudine di trasformare i capanni agricoli in casette è diffusa nell’isola tra tutti i ceti urbani e rurali. Un mondo che Antonello Cabras, l’antagonista di Soru, conosce bene: è stato segretario del Psi negli anni Ottanta, poi presidente della Regione e parlamentare ds. Soru invece vola alto e vuole chiudere il suo impegno di tutela ambientale: le dimissioni dimostrano che è pronto a tutto, anche a proseguire senza il Pd. E il maltempo furioso di questi giorni, con alluvioni e frane, concretizza gli effetti disastrosi del ‘mattone ovunque e comunque’, diventando una sorta di spot per Soru. ‘Piove, governatore virtuoso’, ironizzano i suoi fan: forse l’unica eccezione alla slavina morale del centrosinistra.
ASCOLTA: LE INTERCETTAZIONI SULLO SCANDALO DI FIRENZE
DOCUMENTI: Il parco? Meglio lo stadio. Le accuse dell’assessore
LEGGI: Quei corrotti vanno trattati da mafiosi. Giudici contro
APPROFONDIMENTO: Fantasma Tangentopoli

da La Nuova Sardegna, 6 dicembre 2008
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Atto d’accusa del centrosinistra che rimprovera alla giunta Floris di danneggiare la città. «Sono spreconi, clientelari e poco trasparenti». Polemica conferenza stampa dei gruppi d’opposizione: non si discute più niente. «Vanno avanti solo a colpi di affidamenti diretti». Pablo Sole |
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Soldi veri per utenti virtuali. Zedda (Sd): «Con Second Life spese sproporzionate». |
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Quando spariscono le delibere. «Gli atti non sono messi a disposizione dei cittadini». |
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In via Roma il costo è aumentato del 40 per cento. «Parcheggi diminuiti per dribblare le leggi». |

(foto da http://espresso.repubblica.it/, E.R., S.D., archivio GrIG)




qui il comunicato stampa della Procura della Repubblica di Napoli su indagini ed arresti in Campania relativi a reati contro la pubblica amministrazione.
ma qualcuno disse no.
Appaltone strade Roma: Alemanno disse no a Romeo. (Tiscali Notizie,17/12/2008)
Gravi inadempimenti e inadeguata programmazione degli interventi. Per questo motivo il sindaco di Roma Gianni Alemanno decise nel novembre scorso con un’ordinanza la revoca del cosiddetto “maxi appalto” alla Romeo Gestioni Rti, raggruppamento temporaneo di imprese che fa capo all’imprenditore Alfredo Romeo (oggi arrestato nell’ambito del’inchiesta napoletana sugli appalti nel capoluogo campano) per la manutenzione delle strade romane.
La revoca di quello che veniva chiamato appaltone, non solo per la consistenza dei compiti previsti dal contratto ma anche e soprattutto per gli emolumenti corrisposti che si aggiravano sui 45 milioni di euro, fu uno dei primi atti amministrativi di una certa importanza predisposti dal sindaco Alemanno. E arrivò con le prime piogge nella capitale. Nell’ordinanza del 14 novembre scorso, a seguito delle precipitazioni che spinsero il presidente della Regione Lazio a proclamare lo stato di calamità naturale, infatti si osserva che “in occasione dell’evento calamitoso sono emersi gravi inadempimenti della società che non avendo provveduto alle attività preventive di manutenzione necessarie a garantire il deflusso delle acque dalle caditoie …ha aggravato il dissesto stradale e ingenerato condizioni di elevatissima pericolosità” per automobilisti e pedoni.
Rilievi pesanti quelli del Campidoglio – Gli uffici dell’assessore ai lavori pubblici Fabrizio Ghera iniziano così a verificare l’effettiva operatività ed efficacia del maxi appalto, stipulato nel dicembre del 2006 durante la giunta Veltroni, e ne danno un giudizio negativo: in quasi due anni dall’avvio è stata eseguita solo il 10% della pavimentazione superficiale delle strade (circa un milione e 300 mila metri quadri nonostante in sede di gara la Romeo avesse preso l’impegno di intervenire nei primi tre anni su 4 milioni di metri quadri), solo il 50% della segnaletica stradale ripristinata (a fronte dell’impegno di un rifacimento dell’intera segnaletica ogni sei mesi), meno del 2% delle caditoie stradali spurgate e disostruite, nessuna manutenzione dei guard rail, disorganizzazione nella programmazione nell’apertura dei cantieri con gravi ricadute sul traffico.
Tutti dati citati in un documento dell’assessorato – Nel quale si rileva anche l’entità economica dell’appaltone e i compiti che la Romeo Gestioni avrebbe dovuto svolgere una volta presa in consegna l’intera rete viaria romana per un totale di 740 chilometri di strade. Il contratto prevedeva un canone trimestrale di nove milioni di euro per la ordinaria gestione e manutenzione, di cui tre milioni finivano ad una sorta di centrale gestita dalla Romeo per informazioni ai cittadini su traffico e viabilità. Ad oggi i canoni corrisposti ammontano a 45 milioni ma per la manutenzione straordinaria l’amministrazione aveva messo a disposizione alla Romeo Gestioni altri 285 milioni di euro. Poi vennero le piogge, le strade allagate e la revoca a firma di firma Alemanno.
e poi ci si meraviglia dell’astensione di quasi un elettore su due in Abruzzo! sai in Sardegna chi andranno a candidare pd e pdl..ciao Simo
dall’ansa di oggi
NAPOLI: ASSESSORI ARRESTATI, COINVOLTI BOCCHINO E LUSETTI
ROMA – Bufera sulla Giunta di Napoli. E’ in carcere l’imprenditore Alfredo Romeo, coinvolto nell’indagine sulla delibera ‘Global service’, approvata dal Comune. Dodici persone sono agli arresti domiciliari: tra essi due assessori della giunta comunale di Napoli, due ex loro colleghi e un ex provveditore alle opere pubbliche. Sono coinvolti anche i due parlamentari Italo Bocchino (Pdl) e Renzo Lusetti (Pd), secondo quanto appreso da fonti qualificate. L’accusa per i due e’ di associazione per delinquere finalizzata alla turbativa d’asta. Secondo quanto appreso, saranno presentate alla Camera di appartenenza eventuali richieste da parte della Procura.L’operazione è stata condotta dalla Dia e dai Carabinieri di Caserta, che hanno eseguito le ordinanze cautelari firmate dal Gip di Napoli, che ha accolto le richieste della Direzione distrettuale antimafia napoletana, guidata dal procuratore Franco Roberti.Tutte le persone raggiunte dalle misure cautelari sono accusate, a vario titolo, di associazione per delinquere finalizzata alla turbativa degli appalti, abuso d’ufficio e corruzione. Nel provvedimento ‘Global service’ era compreso l’affidamento di appalti relativo a manutenzione delle strade e del patrimonio pubblico, nonché la gestione di mense scolastiche.GLOBAL SERVICE, AFFARE DA 400 MLN MAI PARTITO. Un affare da 400 milioni di euro, in realtà mai partito. La delibera sul global service intendeva affidare a un unico gestore, come avvenuto in altre città, l’appalto per una serie consistente di lavori pubblici e manutenzioni di competenza del Comune. La delibera fu varata ma il relativo appalto non è mai partito, a causa della mancanza di copertura finanziaria. Dieci giorni fa, intervistata da Lucia Annunziata a “Mezz’ora”, il sindaco Rosa Iervolino si era soffermata su alcuni passaggi della vicenda. La delibera era stata “sottoposta di corsa ad una commissione contro la corruzione nella pubblica amministrazione, guidata dal prefetto Serra e composta da magistrati. E ci ha detto che andava bene”. Poi era stata anche sottoposta a una commissione di giuristi e alti magistrati, “secondo la quale le norme per la prevenzione degli incidenti sul lavoro non erano ancora forti”. In ogni caso “non abbiamo fatto la gara, non abbiamo fatto assolutamente nulla. E chi vuole imbrogliare non sottopone i documenti approvati a verifiche non dovute”.BOCCHINO DISSE A ROMEO,SIAMO UN SODALIZIO… “Quindi poi ormai…siamo una cosa…quindi…consolidata, un sodalizio, una cosa solida…una fusione di due gruppi”. Così il parlamentare del Pdl Italo Bocchino si rivolge all’imprenditore Alfredo Romeo in una telefonata ritenuta assai significativa dai pm che indagano sulle presunte irregolarità negli appalti del Comune di Napoli. I magistrati sostengono l’esistenza di una “struttura organizzata unitaria” in una “ottica di contiguità, stabile comunanza e reciprocità di interessi che lega tra loro molti degli indagati”. Nella conversazione intercettata vi è la dichiarazione di “un soddisfatto Bocchino – commentano i pm – all’esito del ritiro degli emendamenti più ‘fastidiosi’ proposti dal gruppo consiliare di An con riferimento alla delibera avente ad oggetto il progetto Global Service”.
ARRESTATO SINDACO DI PESCARA, TOTO INDAGATO.
PESCARA – Oltre ai tre arrestati di ieri sera ci sono altri 35 indagati nell’inchiesta che ha portato al fermo del sindaco di Pescara Luciano D’Alfonso, tra questi ci sono anche Carlo Toto, patron di Airone, ed il figlio di quest’ultimo, Alfonso. L’ha confermato il Pm Gennaro Varone ai giornalisti. Al sindaco di Pescara sono contestati circa 30 capi d’imputazione dalla corruzione in rapporti con imprenditori per lavori pubblici e accordi programma. Il filone degli appalti cimiteriali è solo uno, e Toto è indagato nel filone che riguarda la riqualificazione dell’Area di Risulta dell’ex ferrovia di Pescara. Il sindaco di Pescara era stato raggiunto da un’informazione di garanzia il 3 luglio scorso. Tra i capi d’imputazione anche quello di truffa per distrazione di denaro per pubblicità istituzionale e peculato per beni pubblici: Nel caso dei rapporti con Carlo Toto i giudici contestano l’uso gratuito per viaggi personali di aerei nel capitolo di corruzione per l’Area di Risulta. Il Gip De Ninis deve ancora stilare il calendario degli interrogatori ma si è appreso che sono probabili delle misure interdittive con la sospensione dai pubblici uffici . A determinare la prima parte dell’indagine sono stati alcuni appunti sequestrati all’ex braccio destro del sindaco Guido Dezio, anche lui ai domiciliari, dove sono stati accertati versamenti di denaro di imprenditori con riscontri bancari. Tra i 35 indagati risulterebbero molti imprenditori pescaresi.TOTO INDAGATO PER AUTO, CENE E VACANZE. Viaggi, cene, vacanze, auto con autista per tre anni, finanziamenti a pro loco, associazioni e contributi vari, anche elettorali. Secondo l’accusa sarebbero questi i favori che il patron di AirOne Carlo Toto e il figlio Alfonso – tra i 35 indagati dell’inchiesta pescarese – avrebbero elargito all’ex sindaco di Pescara e segretario regionale Pd Luciano D’Alfonso. E’ quanto si legge nelle carte dell’ordinanza agli arresti domiciliari scritta dal Gip Luca De Ninis. In totale a D’Alfonso e al suo braccio destro Guido Dezio, come ha confermato il capo della Procura Nicola Trifuoggi, “non sono state elargite grandi cifre, siamo nell’ordine dei 200 mila euro”. Ma si tratta di cifre accertate, che si “ritengono date in cambio di atti amministrativi favorevoli”. Nel lungo elenco – che per i pm sono “altra utilità” – figurano viaggi gratuiti con la AirOne tra il 2003 e il 2006 per l’ex sindaco e i familiari sulle tratte Malta e Venezia (per un costo che supera i 28 mila euro); pranzi di lavoro in ristoranti di Roma (904 euro) e Pescara (quasi 11 mila euro); tre anni di auto con autista a carico dei Toto (valore complessivo, 72 mila euro); 7 mila euro per un contributo elettorale alle politiche del 2006. Quello dei contributi ai partiti è un percorso particolarmente seguito dai Pm: “Abbiamo avuto contatti cordiali con i presidenti Bertinotti e Fini, ai quali ci siamo rivolti per avere chiarimenti su contributi leciti, la cui documentazione è depositata alla Camera – ha detto Trifuoggi – ma abbiano anche riscontri di elargizioni ‘in nero’, per i quali il partito non c’entra niente, ma che per qualcuno è stato un benefico”. In cambio, secondo gli inquirenti, D’Alfonso avrebbe dato una promessa di una politica benevola per la Toto spa, soprattutto per quello che riguarda i progetti di project financing per l’Area di risulta dell’ex stazione ferroviaria.PM, SOLDI IN CAMBIO FAVORI – “L’accusa ritiene che sia stato provato il passaggio di soldi in cambio di atti amministrativi favorevoli: sono stati sentiti dei testimoni ma è un’indagine documentale”. Così il Procuratore capo di Pescara Nicola Trifuoggi ha commentato l’inchiesta che ha portato all’arresto del sindaco di Pescara. Al momento la Procura ha accertato tangenti da imprenditori riconducibili all’ex sindaco per circa 200 mila euro “più altri benefici”, come ha detto lo stesso Trifuoggi. La richiesta di arresti domiciliari era stata presentata al Gip Luca De Ninis a metà novembre: il 2 dicembre scorso a D’Alfonso erano stati “correttamente” comunicati i capi di imputazione, una settimana dopo – il 9 dicembre – D’Alfonso si era di nuovo recato dal Pm Gennaro Varone per dichiarazioni spontanee a sua difesa. Ma ieri sera ecco l’arresto ai domiciliari eseguito dalla Squadra mobile: “Perché non stamani? – ha detto Trifuoggi – abbiamo preferito evitare spettacolarizzazioni, anche perché sapevamo che D’Alfonso avrebbe presentato la lettera di dimissioni da sindaco e da segretario regionale del Pd questa mattina. Nel verbale del 9 dicembre, infatti, c’ è scritto che D’Alfonso aveva già dato le lettere di dimissioni al suo avvocato che le avrebbe ufficializzate dopo le elezioni. Ma Procura e Gip evidentemente hanno ritenuto che le dimissioni non fossero sufficienti per evitare gli arresti domiciliari richiesti a novembre”.”Il sistema è tale da avere minato radicalmente la stessa democraticità dell’ amministrazione cittadina”. E’ uno dei passaggi forti dell’ordinanza di arresti domiciliari per l’ex sindaco Luciano D’Alfonso disposti dal Gip Luca De Ninis su richiesta del pm Gennaro Varone. Nell’ordinanza si legge anche che questo “avviene quando l’azione fondata sullo scambio volontà politica – denaro, esautora – di fatto – di competenza gli organi di controllo, i consessi in cui si vota e la stessa libertà morale dei funzionari cui cui competono scelte tecnico-giuridiche necessitate da imposizioni derivanti dal patto corruttivo”.
ARRESTATO AD DI TOTAL ITALIA, COINVOLTO DEPUTATO PD.
ROMA – Un “comitato d’affari” composto da “imprenditori, politici, pubblici funzionari, faccendieri” che ha “praticamente ‘svenduto’ la terra della Basilicata e le sue ricchezze”, trasformando il petrolio, da “grande occasione di sviluppo” per tutta la regione, in “un’occasione di arricchimento” personale. E’ questa la presunta organizzazione per delinquere che la procura di Potenza ritiene di aver smantellato ottenendo dal Gip l’arresto di undici persone. Tra gli arrestati – per presunte tangenti sugli appalti relativi all’estrazione di petrolio in Basilicata, e non solo – l’amministratore delegato della Total Italia ‘Esplorazione e produzione’, Lionel Levha. Coinvolto anche il deputato del Pd Salvatore Margiotta, per il quale sono stati disposti gli arresti domiciliari: la misura cautelare potrà essere eseguita, però, solo se la Camera darà l’autorizzazione. Domiciliari anche per il consigliere provinciale di Matera del Pd, Nicola Montesano. Le misure cautelari sono state ordinate dal gip di Potenza, Rocco Pavese, su richiesta del pm Henry John Woodcock. Le hanno eseguite, in gran parte a Roma, i carabinieri del Noe guidati dal colonnello Sergio De Caprio (il ‘Capitano Ultimo’ che arrestò Totò Riina) e gli agenti della squadra mobile di Potenza, diretta da Barbara Strappato, in collaborazione con la Mobile di Roma e la polizia municipale di Potenza. Sequestrate anche alcune società e compiute numerose perquisizioni, anche all’abitazione e agli uffici del presidente della Provincia di Matera, Carmine Nigro (Popolari Udeur), indagato in relazione all’appalto per i lavori di una strada. La vicenda, ricostruita in un’ordinanza di centinaia di pagine, è complessa e ruota attorno all’imprenditore Francesco Rocco Ferrara, attivo nel settore delle grandi opere pubbliche, uno dei destinatari delle misure cautelari in carcere. Secondo l’accusa, proprio Ferrara e gli imprenditori della sua cordata avrebbero dato vita ad un’associazione per delinquere, insieme ai manager della Total, una delle società concessionarie delle attività di estrazione petrolifera nella Val d’Agri, per ‘pilotare’ gli appalti relativi al cosiddetto ‘Progetto Tempa Rossa’. Margiotta, in particolare – secondo l’accusa – avrebbe fatto valere il suo potere e la sua influenza di parlamentare e di leader regionale del Pd per favorire l’aggiudicazione degli appalti al gruppo capeggiato da Ferrara, in cambio della promessa di 200mila euro. I dirigenti della Total, dal canto loro (oltre a Levha, le misure restrittive riguardano Jean Paul Juguet, responsabile del progetto ‘Tempa Rossa’, ora all’estero, Roberto Pasi, capo dell’ufficio di rappresentanza lucano e un suo collaboratore, Roberto Francini) avrebbero favorito l’aggiudicazione delle gare a Ferrara e soci: per l’appalto del Centro Oli, in particolare, sarebbero state addirittura sostituite le buste delle offerte. In cambio, sempre ad avviso della procura, sarebbe stato stipulato un accordo commerciale da 15 milioni: tutte le imprese della cordata Ferrara si sarebbero rifornite per cinque anni solo di carburanti e oli lubrificanti della Total. I dirigenti della società, inoltre, sono accusati, in concorso con un funzionario del Comune di Corleto Perticara, in cui ricadono gran parte dei giacimenti petroliferi, di aver imposto condizioni “capestro” ad alcuni agricoltori per la cessione dei terreni di loro proprietà. Custodia cautelare in carcere anche per il sindaco di Gorgoglione (Matera), accusato di aver ricevuto periodiche ‘dazioni’ di denaro in contanti, doni, elargizioni varie e un “oggetto prezioso”, per la sua attività di intermediazione tra i manager della Total e la cordata di imprenditori. Destinatario di un provvedimento di arresti domiciliari è invece Domenico Pietrocola, dirigente dell’Ufficio tecnico della Provincia di Matera, che – sostiene l’accusa – si sarebbe fatto dare da Ferrara 200mila euro nell’ambito di un appalto per lavori stradali in Basilicata. L’on. Margiotta si è subito autosospeso dal Pd. “Lo stupore e l’amarezza – dice – sono enormi; più grande è la certezza di non avere commesso alcun reato. E’ questa consapevolezza che mi dà la forza di affrontare la sofferenza di questi momenti, e mi infonde fiducia: la verità non potrà che emergere, spero prestissimo. Nel frattempo, poiché non voglio che in alcun modo il PD, partito in cui milito e che amo, sia coinvolto in questa vicenda mi autosospendo sin da ora da tutti gli incarichi di partito a livello nazionale e regionale”. Oggi pomeriggio Margiotta era a Montecitorio dove ha ricevuto numerose manifestazioni di solidarietà da parte dei suoi colleghi di partito. “Questo mi conforta molto”, dice ai cronisti. Ai quali ripete: “non capisco come mi abbiano tirato dentro”. Da Total, invece, nessun commento: “L’inchiesta è ancora in corso”, si limitano ad affermare da Parigi.
Domenici denunciato dai giornalisti per diffamazione
Questa mattina, presso il Comando Provinciale dei Carabinieri di Firenze, in Borgo Ognissanti, il giornalista Franco Mariani, che attualmente in seno alla categoria ricopre l’incarico di Presidente Nazionale del Collegio dei Garanti dell’Unione Cattolica Stampa Italiana (UCSI) e di Consigliere Regionale dei Giornalisti Uffici Stampa (GUS) della Federazione Nazionale della Stampa Italiana (FNSI), e con incarico speciale in seno al Consiglio Nazionale GUS, ha denunciato per diffamazione il Sindaco di Firenze Leonardo Domenici per una frase ingiuriosa rivolta contro i giornalisti.
La frase in questione, pubblicata virgolettata dal Corriere Fiorentino, inserto regionale del Corriere della Sera, a pagina 3 dell’edizione di sabato 6 dicembre 2008, è la seguente: “UNA FRASE DEL GENERE LA CAPISCE IL PRIMO GIORNALISTA NON IDIOTA QUINDI FORSE NESSUNO”.
“La decisione di denunciare il Sindaco di Firenze Leonardo Domenici è stata sofferta – ha voluto sottolineare Franco Mariani – in quanto ho cercato di reprimere la rabbia per tale frase offensiva, rimanendo sorpreso anche per il fatto che il Sindaco ha anche diffamato sua moglie, in quanto anche lei è giornalista a La Nazione, ma poi, dopo il comunicato stampa del Comune di Firenze, con la quale si annunciava la possibilità di una querela, non quindi la querela, ma la possibilità, contro il quotidiano La Nazione e i colleghi Giuseppe Mascambruno, quale direttore, e Sandro Bennucci, quale estensore di un articolo sul Sindaco, tra l’altro per niente irrispettoso, ho, a malincuore, deciso, a differenza del Sindaco, non di annunciare ma bensì di presentare denuncia-querela. Saranno i Magistrati a decidere se il Sindaco deve essere condannato per questa non felice e altamente offensiva frase nei confronti di oltre 100.000 giornalisti/cittadini italiani. La critica è un conto, anche perché, grazie a Dio, viviamo in una democrazia e in un paese dove vige la libertà di parola, ma questa non deve mai cedere il posto alla diffamazione, all’ingiuria, alle offese, come ha fatto in questo caso il Sindaco Domenici. Se con la sua frase voleva insultare la moglie, poteva farlo in maniera diversa, tra le mura domestiche. Se invece, come credo, aveva altre finalità dovrà pagarne le conseguenze sia in sede penale che in quella civile”.
E’ un bene che i giornalisti si accorgano del vilipendio del Sindaco e della Giunta nei confronti di chiunque, a torto o a ragione, OSI contraddirli o riferire “oggettivamente” episodi che li riguardano, abituati come erano ad essere “incensati” da certi organi di stampa spesso non a causa di cattiva volontà, ma dei famigerati e veloci “copia ed incolla” dei comunicati di Palazzo Vecchio (ovviamente auto-celebrativi). Da anni i cittadini sono stati fatto oggetto, (senza alcun motivo tranne quello di avere gli occhi aperti e di gridare “al lupo al lupo” ANCHE sul mega progettone tranviario volutamente fatto “passare” per un Lillipuziano momentaneamente travestito da Gulliver) di un’incredibile sequela di insulti, dai vari BISCHERI agli INSIPIENTI di Matulli ai prediletti CULI di Formigli ai FASCISTI e gli HEZBOLLAH con cui sono stati BOLLAH i promotori del referendum, fino al gran finale dell’assessore all’ambiente Claudio del Lungo: “I CITTADINI SALGONO SUGLI ALBERI PER PROTESTA? MEGLIO CHE SCENDANO NELLE FOGNE!” che “presagiva” un altro anno di insulti a gogò che neanche la colombina di San Giovanni. Ora, solidali con i giornalisti, chiediamo se secondo loro i cittadini comuni meritino un eguale rispetto e considerazione quando scrivevano loro degli “sfottò” subiti dagli stessi amministratori che dovevano essere al loro servizio, nella maggior parte addirittura VOTATI da loro (!!!!!), ed invece si vedevano spesso ignorati anche dalla stampa, come se “esagerassero” nelle loro dichiarazioni o fossero solo un gruppetto di esagitati con molto tempo da perdere. Siamo infine un po’ stupiti che sia bastato “così poco” per farli reagire. Ci auguriamo che d’ora in poi, essendo accomunati nella triste esperienza di un Sindaco fin troppo “fumino” decidano di pubblicare occasionalmente anche le “nostre” dichiarazioni e comunicati, con un’altra priorità in mente: l’OGGETTIVITA’ di un fatto, senza binocoli deformati dai propri “credo” ormai sulla via del tramonto definitivo. Agli altri cittadini come noi un’altra domanda: noi che tipo di risarcimento dovremmo chiedere, secondo voi ???? Contiamo sulla bizzarria dei fiorentini “veraci”, per sorridere un po’..
Comunicato stampa Unaltracittà/Unaltromondo
Inaccettabile l’annunciata latitanza del Sindaco dal Consiglio comunale.
Smentendosi nel giro di 24 ore Leonardo Domenici resta in politica e annuncia che fino al 31 marzo potrebbe non presentarsi in Consiglio comunale per poi candidarsi alle elezioni europee e assumere anche un incarico nazionale nel Partito Democratico. A quanto pare i destini dell’amministrazione fiorentina non interessano più al sindaco, che ricordiamo ha anche la titolarità dell’urbanistica. Il Consiglio comunale è un luogo importante della democrazia ma il sindaco rinuncia a parteciparvi. I problemi della città passano in secondo piano per un primo cittadino che si dichiara proteso alla costruzione del proprio futuro politico. Riteniamo questa una situazione inaccettabile. Se a Domenici non interessa più Firenze in un momento di crisi politico-istituzionale ed economica come questo, si dimetta da Sindaco.
Ho sbagliato l’indirizzo, scusate..
Ciao e buona festa a tutti.
Lo storico «girotondino»
«Questo partito può finire come il Psi»
Ginsborg: nelle amministrazioni pd clientelismo e nepotismo, Cioni un uomo di destra
DAL NOSTRO INVIATO
FIRENZE – Paul Ginsborg è appena tornato nella sua casa d’Oltrarno, dopo quattro mesi a Berkeley. Ha davanti il titolo dell’Espresso “Compagni Spa” che ha fatto infuriare il sindaco di Firenze, e i quotidiani con la foto di Domenici in catene. Cultore di storia repubblicana, «ideologo» della fase nascente dei girotondi e protagonista dell’episodio-simbolo, la disputa con D’Alema al Palasport davanti a migliaia di fiorentini: «Vinsi io, 3 gol a 1. Anche se D’Alema forse non la pensa così». Professor Ginsborg, Cordova dice al «Corriere» che gli scandali di oggi chiudono, sul versante sinistro, il cerchio di Tangentopoli. È così? «Non c’è dubbio che la cronaca di questi giorni vada inquadrata in un contesto storico che comincia nell’89. Allora i postcomunisti non riuscirono ad elaborare un progetto forte che spezzasse l’intreccio tra l’azione politica e il clientelismo. Uno storico male italiano: il rapporto verticale tra patrono e cliente. Gli antichi romani l’avevano codificato. Andreotti lo teorizzò nel ’57, quando disse che la domenica mattina, anziché riposare, lui e gli altri democristiani si prendevano cura delle famiglie disagiate».
D’Alema e Veltroni
La sinistra aveva un atteggiamento diverso? «Non ho mai mitizzato il Pci. E non amo parlare di questione morale. Ma a sinistra questo male veniva studiato: penso al lavoro di Mario Caciagli su Catania, di Percy Allum su Napoli, di Amalia Signorelli sul Salernitano; Chi può e chi aspetta era il felice titolo del suo libro. E a sinistra c’era l’orgoglio della diversità, della fibra morale, della connessione tra etica e politica». C’era. E adesso? «Oggi il rapporto tra patrono e cliente non viene più studiato. In compenso, è fiorito. Il patrono non è più il proprietario terriero che dispone delle cose proprie; è il politico che dispone delle cose pubbliche. Anche molti politici di sinistra». Berlusconi dice che la questione morale riguarda il Pd. «Berlusconi è un grande patrono. Lo dimostra anche con il linguaggio del corpo: ha sempre le mani sulle spalle di qualcuno. Ma il clientelismo e il nepotismo si ritrovano anche nelle amministrazioni del Pd. E non vedo tensione su questo tema al suo interno. Neppure il Pd affronta il grave problema della forma e del ruolo dei partiti. Molti meno iscritti, molto meno consenso. Il partito di massa cede il posto allo staff del leader. Il primo è stato Tony Blair».
Si disse qualcosa di simile del governo D’Alema nel 2000, con Velardi e Latorre. «L’impressione era quella. D’Alema aveva quell’atteggiamento. Ma non solo D’Alema. Se il centrosinistra non cambia direzione, può fare la fine dei socialisti craxiani negli anni ’90». Addirittura? «Se il Pd non si apre alla democrazia partecipata, se non si rivolge ai cittadini e si limita a fare da mediatore, a tenere i contatti con i poteri forti economici, diventa indistinguibile dagli altri partiti. Il clientelismo di Cioni nei suoi meccanismi non è diverso da quello della destra». Che succede a Firenze? «Le racconto un episodio. Quando Domenici fu eletto, fondammo un comitato per lo sviluppo sostenibile dell’Oltrarno. Andammo dal sindaco, portammo proposte per migliorare il traffico e la vita. Lui sembrò disponibile. Distinse tra le cose da fare subito, quelle di medio e quelle di lungo termine. Decise la chiusura temporanea di due strade, un’ora al giorno, per fare andare i bambini a scuola. Buon inizio. Ma tutto finì lì. Fu commissionato a Carlo Trigilia un piano strategico per la città; ma nel 2005 l’intero comitato scientifico si dimise, e oggi l’inquinamento a Firenze è sopra il livello di guardia. Se non hai una visione complessiva della città, finisci per occuparti solo di edilizia, project-financing, poteri forti. Domenici si è comportato come gli altri politici di sinistra con cui abbiamo discusso, da D’Alema a Chiti: ascoltano; spesso ci danno ragione; e poi fanno come se nulla fosse stato. Un muro di gomma».
Domenici si è incatenato sotto «Repubblica». «Mi dispiace, ma non lo vedo come vittima. Preferisco prenderla con leggerezza. Non a caso si è incatenato a Roma; se l’avesse fatto a Firenze avrebbe violato il regolamento del suo assessore Cioni. Vietato disturbare la pubblica quiete, vietato esporre targhe e bacheche senza autorizzazione… C’è però una cosa che mi ha colpito molto del caso Domenici. Il cartello che inalberava». «Sì alla difesa della dignità e dell’onorabilità». «Ecco, la parola chiave è onore. Sento un’eco della vecchia Italia, della profonda cultura mediterranea. L’Italia ha grandi meriti che il mondo anglosassone non ha; ma nei Paesi anglosassoni non ci si appella all’onore maschile. Ci si difende laicamente in tribunale. La stessa eco la sento nel tragico suicidio di Nugnes: un’altra storia che ci riporta agli anni di Tangentopoli. Perché reagire così? Perché non dimostrare la propria innocenza, oppure patteggiare la pena? Siamo tutti esseri umani, non dei, e possiamo tutti sbagliare». Lo scontro tra procure? «Brutto. I giudici non dovrebbero comportarsi così. Molte cose nella magistratura come casta vanno criticate. Ma la sua autonomia è preziosa e va salvaguardata. E gestita in modo responsabile». Bassolino deve andarsene? «Qualsiasi politico indagato, compreso Berlusconi, dovrebbe andarsene. Figurarsi quelli rinviati a giudizio».
Dove sono però i girotondi? E che fine hanno fatto i «ceti medi riflessivi» da lei teorizzati? «I ceti medi riflessivi non sono il Pensatore di Rodin. Si muovono. Ma faticano quando vengono sistematicamente irrisi, come fanno anche molti giornali. In tanti sono caduti nel cinismo, e non si impegnano più. Sarà difficile rianimarli, ma non impossibile». Può riuscirci Di Pietro? «Ho sempre pensato che Di Pietro doveva restare in magistratura. Ora ho cambiato idea. Non appartengo al gruppo di Travaglio, Flores, Di Pietro, ma condivido le loro battaglie. Voi giornalisti lo considerate noiosissimo, ma all’estero il conflitto di interesse resta il primo argomento quando si parla d’Italia». Quindi Veltroni non deve rompere l’alleanza? «Veltroni ha già commesso un grave errore a rompere con la sinistra radicale. Ha ottenuto un vantaggio immediato. Ma poi la sua apertura a Berlusconi non ha portato a nulla. Ora è in arrivo una crisi economica globale di grande drammaticità. O il Pd trova una progettualità forte e ricostruisce un’alleanza alternativa; o entra in un governo d’emergenza nazionale, e allora diventa indistinguibile dalla destra».
Aldo Cazzullo (La Repubblica)
08 dicembre 2008
Ultime del giorno: Il sindaco di Firenze ha cambiato idea, continuerà la sua carriera politica in Europa, e non si presenterà più ai consigli comunali, da qui a Marzo.
Io personalmente non ho più parole, ma vi copio qui sotto un’altra ottima analisi:
http://www.corriere.it/politica/
08_dicembre_08/Ginsborg_pd_psi_cazzullo_
Domenici in catene: un caso di plagio??
Un anno e mezzo fa, centinaia di residenti di Rifredi (Firenze) scesero in strada a protestare pacificamente contro la decisione, peraltro mai comunicata prima a nessuno, di abbattere senza alcun motivo (abbiamo i documenti stessi del Comune che lo attestano) centinaia di alberi sani e maestosi, in alcuni casi centenari e perfino storici (erano un Viale della Rimembranza). In 500 firmarono un esposto ed alcuni si legarono con delle catene agli alberi. Il Sindaco si infuriò, tacciandoli di essere come Hezbollah e Nazi fascisti, spalleggiato dal consigliere Formigli (ora dimessosi) che apostrofò il pubblico presente in Consiglio Comunale dicendo: “Tutto questo casino per 4 signore ingioiellate che non levano il culo dalla macchina!” (nel frattempo il gergo in Consiglio comunale si è fatto anche più ‘colorito’.
Ora il Sindaco, un anno dopo, si lega anche lui con le catene, non un albero, ormai abbiamo capito che li ha tutti in odio (è stato già condannato in Cassazione per aver tagliato degli alberi storici alla Fortezza da Basso per futili motivi, anche se la sentenza è caduta in prescrizione) ma forse anche per non incorrere nell’accusa di plagio da parte dei cittadini fiorentini che rivendicherebbero la paternità di questo gesto teatrale su suolo natio, dato anche il trattamento che subirono, dalle minacce di multe esose (migliaia di euro per interruzione di pubblico servizio) ai severi controlli cui madri e padri di famiglia furono sottoposti, facendoli sentire dei pericolosi terroristi. Comunque, almeno si è saputo che sta bene, che qualcuno lo nutre (gli hanno dato la cioccolata calda), e finalmente lo si vede! No, perchè ‘a Firenze ‘e gli è un pezzo che il Sindaco un si vede!’ e quando molto ma molto raramente compare per pochi attimi in Consiglio Comunale, ‘un fa che spippolare sul telefonino: ‘per forza, a quanto pare (vedi servizio su Espresso) e tocca sempre a lui prenotare al ristorante per tutti (anzi, mancavano Baldassini e Tognozzi, che’ gli avranno preso l’influenza?!. Pero’ un dubbio rimane: ma a chi l’avranno messe in conto le catene?! Eh no, perché a Firenze siamo stufi di pagare il conto e delle cene, e delle scarpe, e dei biglietti della tramvia che ancora la un c’é e già bisogna pagarla anche se un ci si andrà (contratto capestro con la Ratp francese firmato da Domenici). Anche se un centesimo simbolico e lo voglio mettere anch’io apposta per il Sindaco in un maialino di coccio che voglio rompere in Consiglio Comunale: poerino, l’ho sentito che ieri diceva ‘che finalmente ha realizzato il suo sogno di essere nullatenente’. Pensa un po’, e gli ha tutta la vita che un c’ho niente, e ora sta a vedere che pure il Sindaco e mi invidia e devo pure organizzargli una colletta!!!
la Sardegna è diversa? non credo:((
ormai non c’è nessuna differenza fra chi entra nella stanza dei bottoni: sfiducia? è dire poco,è disgusto.
PD: SORU, PARTITO STA DIMENTICANDO IL BENE COMUNE
(AGI) – Roma, 6 dic. – “Il Pd sta dimenticando il bene comune. Ci stiamo dimenticando che esiste il bene comune e nuovi beni comuni”. Lo ha detto Renato Soru in una intervista a Sky Tg24. “La cultura che avremmo voluto far crescere – spiega – stenta ad affermarsi perche’ facciamo fatica a mettere al primo posto il bene comune in luogo degli obiettivi individuali”. Soru a proposito delle sue recenti dimissioni dice che si e’ trattato di “un momento brutto da cui ripartire per ricostruire un patto che e’ stato violato”. Alla domanda se saranno ritirate, risponde: “Dovrebbe essere ritirata la questione di merito, e il merito e’ forte, profondo. In questo momento il nostro
Statuto prevede un periodo di raffreddamento di 30 giorni, la discussione verra’ portata in aula e li’ si trarranno le conclusioni”.