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Avvelenati dall’infinitesimamente piccolo.

 

Interessante intervista pubblicata su La Nuova Sardegna (autore Piero Mannironi) alla ricercatrice  Antonietta Morena Gatti, direttrice del Laboratorio dei biomateriali dell’Università di Modena ed uno dei maggiori esperti in materia di nanopatologie. Particelle infinitesimamente piccole (le nanoparticelle) di materiali esplodenti e di metalli, quali il tungsteno, possono provocare tumori gravissimi e, forse, malformazioni.   E’ il caso di vederci chiaro, finalmente ed una volta per tutte, con trasparenza e senza guardare in faccia a nessuno.   Lo sosteniamo da tempo.   Infatti le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d’Intervento Giuridico in diverse occasioni se ne sono occupate, ma tuttora non vi sono risultati certi e definitivi. L’Assessorato regionale della difesa dell’ambiente (nota prot. n. 15565 del 29 aprile 2004) e l’Azienda U.S.L. n. 8 (nota prot. n. 2942/95 del 23 aprile 2004) hanno risposto con una voluminosa serie di documentazioni alla richiesta di informazioni a carattere ambientale inoltrata (nota del 17 marzo 2004) dalle associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d’intervento Giuridico e rivolta alle amministrazioni pubbliche competenti (Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio, Assessorato regionale della difesa dell’ambiente, Aziende USL n. 8 e n. 3, Comuni di Villaputzu e di Escalaplano) sulle insorgenze tumorali e sulle malformazioni verificatesi nell’area di Quirra, vicino al Poligono Sperimentale e di Addestramento Interforze, nei Comuni di Villaputzu e di Escalaplano. Specificamente era stato richiesto:

* dati e/o statistiche relative ad indagini e/o rilevamenti della presenza di sostanze tossiche a terra e/o nel sottosuolo nei territori comunali di Villaputzu e di Escalaplano, a decorrere dall’1 gennaio 1980;

* dati e/o statistiche relativi a casi di aborti terapeutici e nascite con bambini presentanti malformazioni e handicap fisici relativi a soggetti residenti nei territori comunali di Villaputzu e di Escalaplano a partire dall’1 gennaio 1980;

* dati e/o statistiche relativi alle cause di mortalità di soggetti residenti nei territori comunali di Villaputzu e di Escalaplano a partire dall’1 gennaio 1980;

* eventuali indagini epidemiologiche svolte riguardo insorgenze tumorali nei Comuni di Villaputzu e di Escalaplano finalizzate all’individuazione delle cause e relative al periodo decorrente dall’1 gennaio 1980.

Già nella primavera del 2002 vennero effettuate analoghe richieste e le Aziende USL competenti comunicarono che gli accertamenti epidemiologici ed i monitoraggi ambientali erano in corso. A distanza di diversi anni – con numerose notizie stampa in merito – vi sono dati definitivi ?  Dalle risposte pervenute sembra proprio di no.  Ancora. 

Infatti, con deliberazione Giunta regionale n. 2/1 del 21 gennaio 2003 era stato fatto il punto dello stato di attuazione del programma di interventi relativo alla "compromissione ambientale del Salto di Quirra" stabilito con la precedente deliberazione n. 8/3 del 14 marzo 2002.                 I risultati sono stati i seguenti:

•·                     era stato avviato il programma per la valutazione del rischio chimico-tossicologico per la prevenzione della salute della popolazione all’esposizione di alte concentrazioni di metalli pesanti (importo 130.000,00 euro) da parte del P.M.P. dell’Azienda U.S.L. n. 8;

•·                     era stata avviata l’indagine da parte dell’Istituto zooprofilattico sperimentale della Sardegna sulla catena alimentare al fine di evidenziare eventuali presenze di metalli pesanti ed arsenico oltre i limiti di legge (importo 59.000,00 euro);

•·                     i primi dati raccolti dal Servizio igiene pubblica dell’Azienda U.S.L. n. 8 esclusivamente sui dati relativi ai ricoveri ospedalieri dei residenti nel Comune di Villaputzu (in particolare fra il 1998 ed il 2001) non avrebbero evidenziato alcuna anomalìa, tuttavia dovrebbero essere completati da specifica indagine epidemiologica sulla popolazione interessata al fine di verificare eventuali patologie direttamente collegabili alla presenza dell’attività mineraria e dei relativi residuati (importo complessivo 150.000,00 euro);

•·                      è stato accelerato il monitoraggio delle acque superficiali ai sensi del decreto legislativo n. 152/1999 e successive modifiche ed integrazioni dell’area in esame (avviato nel marzo 2002 in tutto il territorio regionale) ed è stata realizzata una stazione di prelevamento sul Rio Quirra: in merito non sarebbero stati evidenziati inquinamento da arsenico a valle del Rio Corr’e Cerbu;

•·                     è stato effettuato uno screening su un campione di n. 150 volontari (50 % residenti civili, 50 % dipendenti militari e delle Società Socam e Vitrociset) residenti nella zona di Quirra: fino al 13 novembre 2002 "non è emersa alcuna patologia immediatamente correlabile all’inquinamento", tuttavia l’indagine è stata limitata (vds. nota Azienda U.S.L. n. 8 prot. n. 2942/95 del 23 aprile 2004) di fatto a sole 131 persone;

•·                     con deliberazione Giunta regionale n. 39/46 del 10 dicembre 2002 è stato concesso un finanziamento di 150.000,00 euro al Comune di Villaputzu per la realizzazione del piano di caratterizzazione (art. 17 del decreto legislativo n. 22/1997 e successive modifiche ed integrazioni, D.M. n. 471/1999) dell’area (la cui realizzazione è stata affidata dall’Assessorato regionale della difesa dell’ambiente alla Progemisa s.p.a. nel luglio 2002);

•·                      i Comuni di Villaputzu e di San Vito hanno adottato ordinanze contingibili ed urgenti (rispettivamente la n. 20 del 14 novembre 2002 e la n. 41 del 5 agosto 2002) relative al divieto di utilizzo di ampie aree lungo il corso del Rio Corr’e Cerbu a partire dalla miniera dismessa di Baccu Locci (circa 8 km.).

L’Azienda U.S.L. n. 8, dopo le indagini effettuate, ha sottolineato che "è evidente la necessità di sviluppare ulteriormente l’osservazione epidemiologica ed ambientale con uno studio sia retrospettivo che prospettico" .             Il P.M.P. dell’Azienda U.S.L. n. 8 (nota prot. n. 2626 del 27 febbraio 2003), al termine di un’indagine preliminare condotta con prelievi di terreno e sedimenti nell’alveo e nelle vicinanze del Rio Corr’e Cerbu e del Rio Quirra, afferma di aver riscontrato l’assenza da contaminazione da "uranio impoverito", mentre sono risultati presenti "quantità elevate di metalli pesanti ed in particolar modo di arsenico" (fino 1.402 milligrammi/kg. In campione di terreno agricolo senza sedimenti prelevato alla confluenza del Rio Quirra con il Rio Corr’e Cerbu) lungo tutto il corso del Rio Corr’e Cerbu, anche nei campioni di acqua prelevati: "il quadro ambientale … appariva molto critico per l’alta potenzialità dei metalli tossici capaci di interessare anelli decisivi della catena alimentare".      Il medesimo P.M.P. afferma di ritener necessario il completamento di tutte le indagini ambientali in materia per averne un quadro affidabile. 

Bisogna completare, quindi, i programmi di indagine ed i tempi appaiono fin troppo lunghi per tematiche così importanti.                    Sembra ancora una volta doveroso ricordare che le indagini sanitarie ed epidemiologiche, nonché i monitoraggi ambientali, devono essere continui, efficaci, trasparenti e pubblici soprattutto quando si riferiscono a "dubbi" sanitari per la popolazione e ad aree di rilevante interesse ambientale.  Nell’ottobre 2007 l’allora Ministro della difesa Arturo Parisi, sardo, ha dichiarato che "In questo quadro sarà possibile avviare un monitoraggio sistematico del poligono di Salto di Quirra",  aggiungendo che "l’Italia non ha mai fatto uso di armamento ad uranio impoverito, né risulta che nel nostro poligono possa essere stato utilizzato da altri".  Nei giorni scorsi, l’attuale Ministro della difesa Ignazio La Russa ha riconosciuto la rilevanza del problema ed ha ottenuto uno stanziamento di 30 milioni di euro da parte del Governo per indennizzi in favore dei militari colpiti da simili eventi tumorali.   Tutto questo deve essere fatto con la massima serietà, senza sensazionalismi da un lato e senza sospetti di insulse accuse di "boicottaggio" ai danni di chicchessìa. La salute della popolazione e la sicurezza ambientale valgono immensamente di più che qualche ventilato "investimento turistico"…..  

 

Amici della Terra e Gruppo d’intervento Giuridico

 

 

da La Nuova Sardegna, 9 gennaio 2009

«Le nanoparticelle uccidono come i proiettili».  Parla la dottoressa Antonietta Gatti, ricercatrice dell’università di Modena. L’esplosione di bombe ad alta tecnologia crea temperature altissime che vaporizzano il bersaglio, creando polveri sottilissime.  Piero Mannironi

MODENA. La soluzione del mistero è nell’immensamente piccolo. Dietro la morte e la sofferenza dei militari ammalatisi di tumore, dopo essere stati in teatri di guerra o aver lavorato nei poligoni, ci sono particelle di metallo di dimensione nanometrica capaci di superare non solo la barriera polmonare e quella intestinale, ma perfino di penetrare nel nucleo delle cellule. Come micidiali proiettili invisibili, capaci di uccidere lentamente. E sempre le nanoparticelle sarebbero responsabili delle nascite di bambini deformi. Come è accaduto negli anni Ottanta a Escalaplano. Ne è convinta Antonietta Morena Gatti, fisico e bioingegnere, direttore del Laboratorio dei biomateriali dell’Università degli studi di Modena.  E’ stata proprio lei, nel 1999, a coniare il termine «nanopatologie», con l’intenzione di includere in una categoria specifica le malattie che si sospetta siano causate dalle nanoparticelle. Antonietta Gatti è stata consulente della Commissione parlamentare d’inchiesta sull’uranio impoverito e ha trovato dall’esperienza sul campo il conforto alle sue teorie.  Dopo anni di incomprensioni, di sospetti, di dispute scientifiche e, per dirla tutta, anche di non pochi freni politici, la dottoressa Gatti ha oggi ottenuto una grande vittoria. Le sue teorie sulle nanoparticelle, e quindi le nanopatologie, sono stata infatti riconosciute dal governo, che ha stanziato 30 milioni di euro per risarcire i militari ammalatisi dopo le missioni in teatri di guerra o in poligoni di terra.
 - Dottoressa Gatti, le dichiarazioni del ministro della Difesa La Russa sembrano finalmente dare ragione a chi, come lei, da anni ha trovato risposte scientificamente fondate sull’escalation di alcuni tipi di tumore sui militari che si sono trovati in teatri di guerra e nei civili che vivono in ambienti fortemente inquinati. E’ soddisfatta?
 
«Direi proprio di sì. Il lavoro che ho condotto insieme ad altri scienziati è stato riconosciuto come valido ed è stato accettato il concetto che le esplosioni di bombe ad alta tecnologia creano temperature di combustione molto elevate, oltre i tremila gradi, che aerosolizzano tutta la materia del bersaglio, creando così polveri di dimensioni anche submicroniche, che possono venire inalate o ingerite con il cibo contaminato».
 
- Bombe all’uranio impoverito?
 
«Sì, ma anche al tungsteno. Ma c’è dell’altro: gli esperimenti che ho fatto a Baghdad hanno infatti confermato la creazione di nanoparticelle anche dopo l’esplosione di ingenti accumuli di bombe tradizionali. Il problema è il calore generato dalle esplosioni».
 
- Il problema è quindi estensibile ai poligoni?
 
«Certo, l’ha riconosciuto lo stesso ministro La Russa. Prima di continuare vorrei però dire che sono molto soddisfatta anche per i militari malati, ai quali è stata restituita la dignità».
 
- Alcuni studi internazionali hanno già riconosciuto un rapporto di causa effetto tra l’inquinamento ambientale bellico e le patologie manifestatesi sui militari. Parlando dei poligoni, lei come consulente della Commissione parlamentare d’inchiesta, è stata nel Salto di Quirra, dove esiste un’escalation di tumori impressionante…
 
«Guardi, l’epidemiologo dell’Asl di Cagliari mi ha detto che non esistono degli eccessi. C’è dunque qualcosa che non torna. Sono convinta che si debba approfondire seriamente la questione e che quei numeri vadano rivisti».
 
- C’è poi il caso di Escalaplano, sul quale nessuno ha indagato: almeno tredici bambini nati con gravi deformità alla fine degli anni Ottanta. Pensa che ci sia una relazione con le attività del vicino poligono?
 
«Per me, quanto accaduto a Escalaplano ha una spiegazione. Non è un caso, non è un qualcosa che è avvenuto per caso, ma è la conseguenza di qualche cosa. Attualmente sto lavorando, come mia missione personale, proprio sui bambini malformati. E ho già presentato un anno fa, in un congresso internazionale a Vienna, i miei studi e i miei risultati. All’interno di questi bimbi malformati, che non sono mai stati esposti all’inquinamento ambientale, perché hanno vissuto nove mesi dentro al corpo della madre, io ho trovato tracce di inquinamento».
 
- Può esserci stata una trasmissione di nanoparticelle attraverso il liquido seminale dei padri?
 
«Che nel liquido seminale di alcuni soldati ci possano essere nanoparticelle, è stato provato. Come è certo che questi soldati possano "donare" alla partner queste nanoparticelle inducendo quella che si chiama burning semen disease, la sindrome del seme urente. Per Escalaplano stiamo parlando di qualcosa di diverso. La madre respira o mangia un qualcosa di inquinato da nanoparticelle che passano, attraverso la circolazione fatale, al figlio prima ancora che nasca. E’ una cosa mostruosa».
 
- Come è arrivata a mettere in relazione le nanoparticelle e alcuni tipi di patologie?
 
«Tutto è cominciato per caso nel 1999, quando un nefrologo sbagliò un numero di telefono. Vede, io dipendo da un dipartimento clinico, ho sempre lavorato in ospedale, ma fino ad allora non avevo mai avuto contatti con pazienti, perché lavoravo sui biomateriali. Come le protesi o il cuore artificiale. Ebbene, questo nefrologo, sbagliando numero, mi raccontò di un caso che non riusciva a risolvere. Parlava di una persona che da quattro anni circolava per gli ospedali, con febbri che duravano due-tre mesi, sparivano e poi ritornavano. Nel ’98 era arrivato nel nostro ospedale con un problema di fegato ingrossato e una compromissione renale. Tanto che rischiava di finire in dialisi. Da alcune biopsie fatte sui reni e sul fegato, venne fuori che questo paziente aveva dei granulomi. Io mi offrii di fare, da fisico, un’analisi su quel campione biologico. Così scoprii che, dentro quei granulomi, c’era una polvere sottilissima di materiale ceramico».
 
- A che conlusione arrivò?
 
«Identificando la chimica di quelle particelle, feci un’ipotesi. Chiesi al paziente se aveva protesi dentarie e lui mi disse di sì. Le esaminai e scoprii che erano molto usurate, anche perché, mi disse, nel sonno digrignava i denti. Confrontai allora il materiale delle protesi con le particelle trovate nelle biopsie e arrivò la conferma ai miei sospetti: quell’uomo si era mangiato la porcellana delle protesi. Fu in quella circostanza che capii che polveri sotto una certa dimensione – in quel caso erano sotto i 7 micron – passano attraverso la barriera intestinale, e vanno nella circolazione sanguigna, dove vengono poi filtrate da fegato e reni. Accumulandosi, avevano provocato la granulomatosi».
 
- Quell’uomo guarì?
 
«Sì, dopo aver cambiato protesi dentaria. Ecco, io sono partita da lì, da quel caso. Si era aperta una finestra, ma avevo bisogno di conferme e allora sono andata all’estero. Sa, in Italia quando un bioingegnere dice cose che non sono scritte sui libri, non ha molto ascolto. Ho allora presentato un progetto di ricerca per la comunità europea con dei partner internazionali: il Department of Materials and Metallurgy dell’Università di Cambridge e l’Institute of Pathology presso la Johannes Gutenberg Universitat di Magonza. Abbiamo analizzato più di 800 pazienti e i loro tessuti patologici. I risultati sono tutti in un libro intitolato Nanopathology, che il signor Massimo Carlotto conosce benissimo, visto che ha scritto certe cose nel suo romanzo Perdas de Fogu».
 
- Lei esclude, come agente patogeno, la radioattività dell’uranio impoverito?
 
«Quando siamo andati nei Balcani, le radiazioni non erano significative. Quindi con l’uranio non si poteva spiegare tutto. E poi io personalmente non credo che nei poligoni si sia fatto uso di materiale radioattivo».
 
- Ma l’uranio può essere considerato come un elemento scatenante, capace di produrre nanoparticelle?
 
«Sì, senza dubbio. Anche il tungsteno. Per me il nocciolo del problema è nelle altissime temperature che poi provocano le nanoparticelle».
 
- Lei, in sostanza, parla di inquinamento militare.
 
«Anche. In Sardegna avete, oltre ai poligoni, altri luoghi spaventosi dal punto di vista dell’inquinamento ambientale. Come le aree industriali di Ottana, Portoscuso, Sarroch e Porto Torres. Luoghi nei quali c’è un’incidenza importante di certe patologie. Il filo che unisce il destino dei poligoni con le aree industriali è nelle polveri di un certo tipo».
 
- Prima ha detto che certe particelle possono passare attraversare la membrana cellulare. Possono fissarsi nel Dna? Sarebbe una spiegazione per i bambini di Escalaplano.
 
«Lavorando a un progetto europeo sto vedendo che delle nanoparticelle, se messe a contatto con le cellule, vanno tranquillamente dentro il nucleo. Io le ho fotografate a contatto con il Dna. Non è quindi un’ipotesi, le ho fotografate».

    

(foto da mailing list ambientalista, da www.manifestosardo.org)

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