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Osservazioni nella procedura di V.A.S. sul piano energetico regionale.

 

 

Le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d’Intervento Giuridico hanno inviato, in data odierna, uno specifico atto di "osservazioni" nell’ambito della procedura di valutazione ambientale strategica – V.A.S. relativa al piano energetico ambientale regionale all’Assessorato regionale dell’industria, al Servizio S.A.V.I. dell’Assessorato regionale della difesa dell’ambiente e – per conoscenza – alla Commissione europea ed al Ministero dell’ambiente.  Il testo (in gran parte frutto dell’analisi ed elaborazione svolta dal dott. Vincenzo Migaleddu, responsabile regionale dell’associazione Medici per l’ambiente – ISDE, che ringraziamo) è riportato di seguito.

osservazioni

Premessa.

Il documento di sintesi del P.E.A.R.S. della regione Sardegna si caratterizza per la mancata adesione ai criteri di pianificazione dello sviluppo sostenibile ed in particolare non tiene conto dei carichi ambientali e sanitari che certe scelte possono comportare, ben sapendo che la procedura della V.A.S. (Valutazione Ambientale Strategica) comporta la necessità di integrare alle scelte del Piano Energetico anche quelle ad implicazione ambientale: noi aggiungiamo anche quelle sanitarie. Saranno fatte alcune considerazioni di tipo generale, settoriale ed una sintesi finale.

Considerazioni generali.

Nella parte introduttiva del Piano regionale ci si riferisce alla normativa internazionale U.E. riguardante le azioni tese a promuovere il contenimento delle emissioni (locali e globali).A tale riguardo, va messo in evidenza che non emerge il contributo della regione Sardegna per il raggiungimento dell’ obiettivo di riduzione del 6,5% delle emissioni CO2 che lo stato Italiano si era impegnato ad accogliere con il Protocollo di Kyoto; rispetto ,poi, alle più recenti deliberazioni della U.E. il Piano è ben lontano da una programmazione che permetta una riduzione del 20% di emissioni, una produzione del 20% da energia rinnovabile ed il raggiungimento di un risparmio energetico del 20%.

L’analisi del sistema produttivo e gli indicatori riportati non sono omogenei e quindi non sono attendibili. Un esempio: in Sardegna il dato attuale del rapporto (kg /kWh) tra emissione di CO2 e kWh prodotto, assume valori variabili da 0,8 a 1,1 in tre diversi contesti dello studio. Nel rapporto ENEA – "Energia ambiente 2004" -nel commentare il bilancio d’energia complessivo, si osserva che il coefficiente d’efficienza energetica è in Sardegna solo di 0,61, mentre il dato medio nel paese è di 0,70. Vengono riportati però anche gli altri indicatori che servono ancor di più ad interpretare le caratteristiche del sistema produttivo della Sardegna.

Indicatori d’efficienza energetica e consumi unitari                  Sardegna                   Italia

Intensità energetica finale del PIL  tep/M€                                         147,9                          121

Intensità elettrica del PIL    MWh/M€                                               496,6                           277

Intensità energetica nell’industria rispetto al valore aggiunto  tep/M€    599,2                        ~190

Intensità energetica nei trasporti rispetto al  PIL tep/M€                        54                            ~35

Consumo energia elettrica per unità di lavoro  MWh/addetto                  98,90                       ~26

Consumo energetico per unità di lavoro industria   tep/addetto               21,88                         ~7,5

Intensità elettrica nei consumi nelle famiglie    MWh/M€                      136,6                         ~95

Consumi energetici finali per abitante   tep/abitante                                2,04                          ~2,7

Intensità elettrica-carbonica del PIL rispetto alla CO2 (stima)  ton/M€  ~456                          ~220

Fonte: Enea 2004

E’ evidente come la presenza di industrie energivore (che assorbono circa la metà del consumo energetico giornaliero ~ 600MW) imponga alla Sardegna:

a) di produrre manufatti e semi-lavorati ad alto contenuto energetico e basso contenuto lavorativo e professionale, con ulteriore esportazione indiretta di energia;

b) l’assenza di industrie a valle nelle produzione di base.

Ilrestante tessuto produttivo soffre per: 

a) l’elevato costo energetico di produzione che, in assenza di metano, impone l’impiego quasi esclusivo di combustibili fossili(petrolio e carbone);

b) i trasporti che nella regione risultano energeticamente molto più onerosi rispetto alla penisola.

Tale condizione sembra destinata a peggiorare in relazione alla corsa alla produzione in esubero di quote sempre maggiori di Energia Elettrica (EE), con la contemporanea realizzazione del cavo SaPeI (500-1000 MW). In tal modo si potrà liberare parte della "riserva" per produrre più energia e incrementare ulteriormente l’esportazione. Ciò nonostante, dai dati della produzione elettrica riportati nel piano, non si evidenzia che già oggi l’isola è esportatore d’energia (il 7,02% della produzione nel 2002, il 3,78% nel 2003, il 5% nel 2004, 6% nel 2005 e 7%nel 2006 su circa 13.031 GWh/a), nonostante il vincolo della riserva di potenza dell’80% (~1400 MW) determinato del nostro relativo isolamento (vedi collegamento con la penisola attraverso il SACOI da 300 MW e con la Corsica attraverso il SARCO 50 MW).

Sebbene la produzione di EE sia superiore a quella della richiesta interna nell’isola, il prezzo del MWh è mediamente superiore del 30-35% a quello del resto del Paese. Se ciò dipendesse dall’alto costo della produzione dell’energia, in Sardegna verrebbero meno i presupposti economici che consentono l’attuale esportazione di EE e la programmazione del raddoppio di tale esportazione, così come traspare dagli obbiettivi del PEARS. Nel documento di sintesi manca un’analisi di tale fenomeno seppur si individui la riduzione del prezzo dell’energia come obbiettivo.

In particolare, non vengono presi in esame i bassi costi di produzione relativamente all’impiego prevalente di combustibili fossili (TAR, Carbone, derivati dal petrolio); si invoca per abbattimento del prezzo dell’EE l’impiego del metano che nella realtà farà aumentare i costi di produzione, come si intende spiegare in seguito. Non si fa nessun riferimento alla grande quantità di EE che viene acquistata a tariffe incentivate(circa il doppio del prezzo corrente attraverso i meccanismi del CIP6 ed i certificati verdi ) in quanto prodotte da fonti assimilate. La prevalenza di tali produzioni che godono della priorità di dispacciamento e del non obbligo di regolazione, portano alla turbativa di mercato che vede scaricati su quello dell’Isola gli alti costi di acquisto da parte dell’ Acquirente Unico/GME con un prezzo del MWh superiore a quello della penisola. L’ assenza dell’obbligo di regolazione porta inoltre alla bassa qualità del servizio energetico che vede infatti nell’isola il record di interruzioni improvvise (oltre 250 min/anno contro i 7 min/anno della Lombardia).         Ciò aggiunge per le imprese come per le famiglie un ulteriore costo di gestione, legato alla maggiore usura de sistemi di produzione, delle apparecchiature, degli utensili e delle fonti luminose. La difficoltà di inserimento in rete della produzione da vere FER (fonte energia rinnovabile) non va ricercata dunque nella necessita di preservare la stabilità delle rete già minata dalla produzione in esubero da FEA (fonti energetiche assimilate).

La presenza di una produzione da grossi impianti (superiori ai 100-150 MWe di potenza) porta una ulteriore vulnerabilità del sistema elettrico isolano. Solo l’introduzione di un sistema di generazione distribuita(GD) dell’energia elettrica da fonti energetiche primarie di tipo rinnovabile, quali sole e vento, diffuse sul territorio, consentirebbe il raggiungimento dell’obiettivo comunitario del 20% da FER; il sistema dovrebbe essere costituito da unità di produzione di taglia medio-piccola (da qualche decina/centinaio di kW a qualche MW), connesse,di norma, ai sistemi di distribuzione dell’energia elettrica (con 2003/54/CE) e ciò consentirebbe:

a) di avvantaggiarsi della flessibilità delle tecnologie GD di produrre potenza in periodi favorevoli e di espandere rapidamente la potenza stessa in risposta a richieste maggiori;

b)  di usare i generatori esistenti di emergenza per fornire potenza durante i periodi di punta;

c)  di fornire i fabbisogni di elettricità e calore e vendere elettricità;

d) di migliorare l’ affidabilità e la qualità dell’energia consumata.

Su tali problematiche e soluzioni il PEAR non fa cenno. Tra gli obbiettivi quello dell’"autonomia energetica mediate fonti fossili" si propone la costruzione di nuovi impianti di grossa taglia che prevedono un prevalente uso massiccio di carbone importato (Sulcis e Fiume Santo, utilizzato con tecnologie più o meno efficienti ma non tra le migliori).         La riduzione delle emissioni di gas-serra regionali del 20% entro il 2020, pari a un taglio di 7,2 milioni di tonnellate, diventa in tal modo irraggiungibile, esponendo la fragile economia della società sarda ad ulteriori costi a causa delle ennesime procedure di infrazione che l’ UE automaticamente aprirebbe.

L’ obiettivo del Piano relativo al "sostegno del Sistema produttivo industriale e carbonifero dell’area Sulcis-Iglesiente", appare di sapore autarchico , datato e lontano dalle più moderne concezioni di risparmio energetico. La necessità di supportare una produzione energivora come quella dell’alluminio è nel PEARS il presupposto per la produzione di ulteriore EE da fonti fossili, solo in parte locali. La riduzione dei consumi energetici del 20% al 2020 non può essere raggiunta puntando solo sulla riduzione dei consumi energetici di tipo domestico (vedi certificazione energetica delle nuove costruzioni), ma deve partire dalla riconversione di un sistema produttivo a bassa efficienza come la produzione di alluminio dalla bauxite.

L’alluminio è un materiale totalmente riciclabile. Il suo recupero e riciclo, oltre a evitare l’estrazione di bauxite (più produzione annua di 1 500 0000 ton/anno di rifiuti speciali pericolosi, quali i fanghi rossi), consente di risparmiare il 95% dell’energia richiesta per produrlo, partendo dalla materia prima. Infatti per ricavare dalla bauxite 1 kg. di alluminio sono necessari 14 kWh, mentre per ricavare 1 kg. di alluminio nuovo da quello riciclato servono solo 0,7 kWh di energia. Il riciclo dell’alluminio costituisce un’importante attività economica, che dà lavoro a molti addetti: l’Italia è il primo produttore europeo di alluminio riciclato ed il terzo nel Mondo. Una nuova quota di tale produzione e occupazione dovrebbe essere assegnata alla Sardegna: ciò garantirebbe con maggiore efficacia il raggiungimento dell’ obiettivo della stabilità "socio-economica"della comunità dell’isola.

La mancanza di competenze multidisciplinari nella stesura del PEARS emergere chiaramente nell’assenza di una seria analisi sui costi sanitari delle attuali strategie industriali ed energetiche. Fra tutte le normative considerate nella stesura del piano mancano quelle che saldano le attività produttive ed energetiche alle ricadute sulla salute dei cittadini, attraverso il cambiamento della qualità dell’aria. Non viene dunque preso in considerazione il D.Lgs 351/99 "attuazione della direttiva 96/66 CE in materia di valutazione e gestione dell’ambiente aria".  Tale norma, seppur non recente, si ritrova ancora inapplicata nell’isola per quanto riguarda l’art 1-finalità, lettera d), che impone di mantenere "la qualità dell’ aria ambiente ,laddove è buona e migliorala negli altri casi". E’ noto come un sistema regionale di centraline di rilevazione efficiente ed efficace sia ancora progettualità sulla carta, mentre nei fatti si ritrovino "controllati" che si controllano con centraline proprie.

I dati del registro Tumori della provincia di Sassari sull’elevata incidenza di tumori tra i lavoratori dell’area industriale di Porto Torres, nono sono confortanti; quelli più recenti che riguardano l’incremento annuo dei tumori nella prima infanzia e nell’adolescenza nell’intera provincia di Sassari,caratterizzati da incidenze superiori al 2% dell’incremento annuo della penisola (1% negli altri paesi europei ; 0,7 negli Stati Uniti), sono anch’ essi significativi per le ricadute di un certo sistema industriale sulla salute delle fasce biologicamente più vulnerabili della società; l’esistenza di dati solo per la provincia di Sassari dimostra l’arretratezza del sistema sanitario regionale che anche l’ultima gestione non è riuscita a sanare. Invero, i dati biostatistici sulle 18 aree a forte impatto ambientale sono frutto dell’impegno dell’ultimo Assessorato alla sanità, anche se a tale impegno non ha fatto seguito una adeguata progettualità di prevenzione primaria inserita nel piano sanitario regionale. Tra i dati raccolti in queste aree della Sardegna (circa 900 000 persone) il sesso maschile mostra un tasso di mortalità indicizzato per età per mille abitati per anno, più elevato rispetto all’intera penisola italiana, Val Padana compresa (84.4 v/s 80.8). Il rapporto Censis del dicembre 2007 riporta altri dati su cui riflettere; tra questi, un rilievo particolare merita l’indicatore sintetico della salute che come si osserva, ci vede all’ultimo posto nel paese.

Nonostante come possiamo osservare l’indicatore dell’offerta sanitaria non ci colloca ancora all’ultimo posto.

All’interno dello stesso rapporto, l’indicatore sintetico socio-economico, colloca la Sardegna al quattordicesimo posto tra le venti (20) regioni dello stato italiano. Nel PEARS si fa riferimento solo al mantenimento del livello socio economico raggiunto, ma non si fa riferimento ai "costi esterni" socio-sanitari che le popolazione sono costrette a sopportare in relazione all’impatto ambientale che alcuni tipi di attività produttive con elevata produzione di emissioni inquinanti determina. Un’impostazione culturalmente arretrata che non tiene conto della sostenibilità dei modelli di sviluppo proposti.

E’ in corso, nella Comunità Europea, ad opera della stessa Commissione Europea, l’elaborazione di strumenti utili per il calcolo di tali "costi esterni" socio sanitari anche in termini monetari. Essi sono l’EPER (European Pullulant emission Register) e l’externE. Il primo raccoglie i dati dai siti dove sono presenti attività con emissione di inquinanti e il secondo fornisce supporti informatici (Ecosense e RiskPoll) utili all’elaborazione dei costi "esterni". E’ evidente che ciò può avere un’ efficacia limitata se gli amministratori locali non danno vita ad efficienti agenzie locali di controllo ambientale (ARPA) e non impostano un Servizio Sanitario più moderno e attento alle condizioni di degrado ambientale che favoriscono l’insorgenza delle malattie (Tumori, malattie cardiovascolari, bronco-polmonari, infettive ,degenerative del SNC).

ANALISI DELLA RETE E ANALISI PER SETTORE.

Interconnessione con reti trans-europee: elettrodotti e metanodotto.

La posa dell’elettrodotto sembra non tener conto del PEARS e viceversa: la disponibilità di un’interconnessione da 1000 MW modifica sostanzialmente il bilancio energetico della Sardegna.

In particolare verrebbe meno il presupposto per cui la Sardegna debba essere considerata un sistema isolato e quindi il fatto che vi sia ancora la necessità di una riserva minima di potenza pari all’ 80%.

Non viene specificato se questo elettrodotto porterà energia elettrica verso l’Italia attraverso la Sardegna partendo dall’Algeria, come riportato da lanci di agenzia alla firma dell’ accordo italo-algerino (citato da fonte ministeriale tra GRTN e l’algerina Sonelgaz) o sia piuttosto un secondo cavo; la disponibilità (eventuale) di una seconda interconnessione da 1000 MW conferma una ulteriore modifica del bilancio energetico della Sardegna e gli obbiettivi del PEARS che vedono ulteriori incrementi della produzione energetica. L’ assenza di chiarezza conferma l’incapacità dei decisori politici regionali di programmare la strategia di una propria politica energetica e la sostanziale subordinazione a decisione esterne. Inoltre il passaggio di un elettrodotto con le caratteristiche ora descritte ha sicuramente un impatto rilevante sull’ "estetica" del paesaggio dato che comporta la posa di un gran numero di tralicci di alta tensione. Infine l’alto numero di tralicci creerebbe notevoli problemi relativi ai campi elettro-magnetici indotti, particolarmente in prossimità di centri abitati.

Il metanodotto attraversa la Sardegna ma non è costruito per la Sardegna: la sua capacità di trasporto (8-10 miliardi di m3/anno) supera abbondantemente le richieste del settore civile e industriale Sardo (poco meno di un miliardo di m3/anno). Il piano prevede un impiego di 2 miliardi di m3/anno di metano nell’isola; l’ eccedenza dovrebbe servire per la produzione d’energia elettrica per la quale sarebbe necessario un impianto a ciclo combinato a gas naturale (GNCC) con potenza superiore ai 600 MW. Gli investimenti nella produzione d’energia elettrica, come previsti dal Piano, sono poco strategici, piuttosto tesi allo sfruttamento immediato del carbone; oppure, nella peggiore delle ipotesi, all’utilizzo di un metano reso disponibile da un’eventuale centrale di rigassificazione di GNL progettata ad hoc. Vengono totalmente trascurati l’impatto ambientale che la costruzione del metanodotto avrebbe sul territorio e tutti i problemi relativi alla gestione futura di un’infrastruttura che, bisogna ricordarlo, è potenzialmente pericolosa, a partire dalla stazione di compressione di Spiritu Santu ad Olbia, alta 15 metri e che dovrebbe estendersi su 19 ettari. I vantaggi economici del metanodotto sono tutti da dimostrare; nessuna delle regioni dell’Italia meridionale in cui passa un grosso metanodotto può vantare un miglioramento delle proprie condizioni di sviluppo (economico o, in particolare, industriale) come conseguenza della disponibilità del metano. Per quanto riguarda gli usi civili, va ricordato come, a distanza di molti anni dalla costruzione di un metanodotto, in Sicilia ed in Calabria, a causa della mancata realizzazione delle infrastrutture locali, meno del 40% delle famiglie abbia accesso all’uso del metano.

Combustibili fossili.

Se si tiene conto che al consumo medio giornaliero può far fronte una produzione media di 1200 MW (picco massimo ~1.750 MW) e che tale produzione si aggira quotidianamente, peraltro,su ~2000 MW, ci si rende conto che la linea SA-CO-I che unisce l’isola alla penisola italiana attraverso la Corsica lavora prevalentemente in uscita, esportando per una potenza di ~800MW: dunque, come possiamo osservare nella tabella successiva, una grande quantità di energia resta in riserva. In verità,specialmente nelle ore notturne, quote di energia vengono importate in Sardegna per mantenere la stabilità della rete ed in particolare della frequenza della corrente alternata (50hz): stabilità non sempre presente a causa della scarsa regolazione della qualità dell’EE messa in rete dai produttori nell’Isola. Nella tabella successiva si rileva come per potenza siamo oltre l’80% di riserva richiesto per un sistema isolato.

L’energia viene prodotta quasi esclusivamente con combustibili fossili.

Carbone – In attesa del metano, l’unica cosa certa del PEARS è la programmazione delle nuove centrali a carbone con costi di produzione più bassi della metà rispetto al metano e che potranno produrre ben più delle nostre necessità, destinando buona parte dell’energia all’esportazione . Quindi quando potremmo disporre del metano il mercato sardo dell’energia sarà saturo, e diverrà improponibile la realizzazione di nuove centrali a metano NGCC. Non sono ancora chiare le strategie di E.ON subentrato di recente ad Endesa a fiume Santo. E’ comunque probabile che Enel ed Endesa abbiano esercitato pressioni sulle amministrazioni locali allettandole con investimenti di molte centinaia di milioni di Euro che miravano a monetizzare i profitti sul breve periodo; la costruzione di una centrale a carbone rispetto ad una a metano ha un costo più elevato, ma il costo di produzione dell’energia è molto più basso e quindi immediatamente remunerativo.  Questo spiega, come prevede il PEARS, la corsa alla produzione di EE da carbone. Per quanto riguarda le emissioni di gas clima alteranti il PEARS pianifica invece un sostanziale raddoppio delle emissioni di CO2 rispetto al 1990, in aperta violazione degli accordi internazionali dell’Italia per Kyoto.Secondo gli stessi dati contenuti nel PEARS, infatti, le emissioni sarde di CO2 ammontavano nel 1990 a 16,8 milioni di tonnellate (Mt), salite a 24,6 nel 2000 (+ 46% in dieci anni). Secondo le proiezioni del PEARS entro il 2015 le emissioni dovrebbero arrivare di 27 Mt considerando interventi di efficienza; senza di questi interventi il livello salirebbe a 29 Mt di CO2. Se a questo incremento aggiungiamo il costo dei crediti di CO2, necessari per compensare le maggiori emissioni che si dovranno pagare in applicazione delle norme della CE inerenti al Protocollo di Kyoto e che vengono scaricati in bolletta, la convenienza all’impiego del carbone è solo per il produttore d’energia.

L’uso del gasolio/oliocombustibile comporta costi di produzione più elevati tanto che le centrali alimentate in tal modo fanno parte della "riserva" o vengono attivavate in ore di punta o in emergenza quando si può spuntare un prezzo più remunerativo.

Tra i combustibili fossili sicuramente meno costosi troviamo i residui di raffineria/"tar", impiegato per l’impianto Sarlux; anzi la sua combustione addirittura evita gli alti costi per lo smaltimento che graverebbero sul processo di raffinazione. Secondo le norme del CIP6/92 l’energia prodotta viene assimilata a quelle da fonti rinnovabili e viene acquistata a prezzo incentivato; secondo le decisioni ministeriali, che il PEARS ignora, tale produzione continuerà ad avere le incentivazioni e la priorità di dispacciamento fino al 2020. Una incentivazione privata e non sociale che vede scaricati sul mercato isolano, attraverso la bolletta, gli alti costi di acquisto nel "borsino dell’energia" dove valgono i criteri della zone di mercato (la Sardegna, settima zona, fa registrare i prezzi più alti).   Come già scritto nelle condirezioni generali i costi "esterni" in termini di aumento della morbilità o mortalità, seppur a carico dei cittadini, non vengono mai presi in considerazione. In Sardegna per l’assenza di un efficace sistema di monitoraggio delle emissioni e delle ricadute sanitarie (il registro tumori è presente solo nella provincia Sassari) è più facile scaricare sulla collettività i "costi esterni" dell’inquinamento; la valutazione dell’ influenza negativa dell’inquinamento industriale sulle altre attività produttive tradizionali quali l’allevamento e l’agricoltura, non viene presa neanche in considerazione. Da un calcolo approssimativo (approssimative per difetto sono le dichiarazioni per autocertificazione sulle emissioni) i  "costi esterni" dell’inquinamento si aggirano in Sardegna intorno agli 800 milioni di Euro. Gli estensori del piano non solo non considerano questi costi, ma sembrerebbero considerare gli obiettivi dei protocolli internazionali (come quello di Göteborg o di Kyoto) delle costrizioni cui sottomettersi a malincuore, che contrastano con "le esigenze generali d’equilibrio socio economico" e quindi da realizzare "compatibilmente" con queste ultime.  Se nel PEARS è presente un richiamo formale ai valori di emissione di CO2 e delle emissioni acidificate a cui il protocollo di Kyoto e Göteborg fanno riferimento, mai vengono citati i particolati in quanto contenenti non solo sostanze che possono avere un’ azione irritante e/o pro-flogistica (solfati, nitrati), ma anche cancerogeni (metalli pesanti, idrocarburi policiclici aromatici). Mai viene fatto un riferimento all’assenza di un serio controllo istituzionale sull’emissioni.

La combustione di combustibili fossili, quale si realizza nelle centrali elettriche rappresenta una delle maggiori fonti antropogeniche di inquinanti atmosferici. Fra questi gli idrocarburi aromatici e numerosi elementi metallici (fino a 50 presenti nel carbone e fino a 30 negli oli combustibili).

Quest’ultimi, dopo essere stati mobilizzati dalla combustione del carbone e o dell’olio tendono a condensarsi nelle ceneri volatili (fly ash) e nel particolato le cui dimensioni variano da pochi micron( PM10, PM2,5) a quelle ultrafini (UFP-PM 0,1) e alle nano-particelle (NP) di dimensioni inferiori a 100 nm (nm=nanometro, un nanometro=10-9 metri, ossia 0,001 micron). Considerato che l’area di superficie per unità di massa aumenta con il decrescere della dimensione delle particelle, la concentrazione di elementi metallici e’ maggiore nella loro frazione più fine, submicronica, totalmente respirabile. Analogamente il rapporto fra superficie e numero totale di atomi e molecole cresce in maniera esponenziale con il decrescere delle dimensioni delle particelle, il che spiega perché le NP abbiano un’attività biologica più intense, a parità di massa, di particelle di dimensioni superiori

Per molti degli agenti che compongono l’inquinamento atmosferico, incluso il particolato, non esiste un valore di soglia al di sotto del quale vi sia l’evidenza di un’assenza di rischio. Per il particolato, in specifico, effetti dannosi sono stati riportati per livelli vicini al background naturale che e’ attorno ai 6 microgr/m3 .Il mancato richiamo nel piano alle normative UE e statali sulla salvaguardia della qualità dell’aria, quali il D.Lgs 351/99 "attuazione della direttiva 96/66 CE", è espressione della non conoscenza di come gli impatti ambientali possano influire sulla salute dell’uomo. Per quanto ormai sia ben conosciuta la relazione fra effetti nocivi e dimensioni del particolato, vari studi concordano sull’evidenza che il PM 2,5 sia più nocivo del PM 10, e che la frazione ultrafine, che include le nano particelle, quelle cioè di dimensioni inferiori a 100nm, possa indurre una serie di eventi avversi a livello polmonare e cardiocircolatorio e, verosimilmente, anche a livello di sistemi e organi diversi, incluso il sistema nervoso centrale. In Sardegna ancora non esiste una rete pubblica di monitoraggio della qualità dell’aria distribuita su territorio; timidamente si sta introducendo il rilievo del PM10, mentre del PM2,5 ,del PUF e delle nano particelle si ignora l’esistenza.

Non si investe nella ricerca sui danni alla salute causati dalle condizioni ambientali da combustione mentre si indirizzano risorse per dare credibilità al marketing del "carbone pulito" In tale campo le tecnologiche degli ultimi 20 anni sono prevalentemente indirizzate a migliorare la resa energetica e in parte a migliorare la qualità delle emissioni con l’introduzione dei filtri a manica e scrubber (denitificatori e desolfuratori) che hanno consentito una riduzione delle emissioni di polveri totali, ossidi di azoto e di zolfo. Le problematiche inerenti le poveri fini e ultrafini (PM 2,5 e PM 0,1) e NP rimangono irrisolte; così come quelle relative all’ emissione di arsenico, altri metalli e isotopi radioattivi; Per quanto riguarda l’ipotesi della segregazione geologica della CO2, la Commissione Europea nell’ An energy policy for Europe, presentato il 18 gennaio 2006, ha affermato: «I costi stimati per lo sviluppo della tecnologia CCS – Carbon Capture and Storage – sono superiori ai 70 euro per tonnellata e rendono proibitive le spese per l’applicazione di tale tecnologia su larga scala». La sicurezza del confinamento della CO2 su tempi elevatissimi, prevenendo sia un possibile lento rilascio verso l’atmosfera, sia un rilascio più rapido, per esempio in presenza di eventi sismici, non è dimostrata né dimostrabile.

Fonti rinnovabili e tipologia del sistema e del servizio elettrico.

Abbiamo già scritto dell’estrema vulnerabilità intrinseca di un sistema energetico basato sulla concentrazione di potenza elevata in grandi poli di generazione elettrica; un qualsiasi inconveniente che comporti l’isolamento di un polo produttivo dalla rete per cause tecniche, e/o incidenti può provocare l’interruzione dell’erogazione di energia in vaste aree della regione; abbiamo inoltre già ricordato come la presenza in rete di una grande quantità di energia prodotta senza obbligo di regolazione porti ad un tempo elevato per anno di interruzioni improvvise.

Viceversa, un sistema fondato su reti locali di fornitura di energia prodotta in impianti di piccola taglia, concepito come un sistema di maglie connesse alla rete dello Stato, può garantire la flessibilità, la sicurezza e la continuità non solo sul fronte degli approvvigionamenti, ma anche sul fronte dell’erogazione dell’energia (o meglio dei servizi energetici), ragion d’essere di un sistema che crea le condizioni favorevoli ad una progressiva espansione dell’utilizzo delle fonti energetiche rinnovabili. La richiesta dell’utenza di un servizio di distribuzione più flessibile ed affidabile, nonché ragioni di sicurezza e di interdipendenza geopolitica, spingono in questi ultimi anni verso un modello di generazione distribuita.

Non sembra che il PEARS si muova in tale senso: si punta su nuovi impianti di grande potenza a carbone e si limita l’impiego dell’eolico. Si fa leva sulla percezione negativa dell’impatto visivo sul paesaggio, si tace sull’impatto che le emissioni da combustione creano sulla salute.

Energia eolica. Nel PEARS si prevedono un massimo di 1100GWh/a per una potenza di 550 MW attraverso Parchi Eolici da localizzare nelle aree industriali. Per l’A.N.E.V. (Associazione Nazionale Energia dal Vento) la Sardegna è una regione strategica per lo sviluppo dell’eolico in Italia, tuttavia si tratta di associazione di categoria degli industriali del settore. Nel 2007 la potenza eolica complessiva sull’Isola ha raggiunto i 367 MW,  nel 2008 si è registrata l’inaugurazione del parco eolico Fri-el Green Power di Campidano di 70 MW, e nei primi mesi del 2009, dovrebbero essere allacciati in rete altri 100 MW a Villaurbana, un progetto di Greentech. In questo modo la potenza eolica installata si avvicinerà al limite di 550 MW.  Secondo le stime A.N.E.V., nell’Isola la crescita dell’eolico potrebbe essere almeno 5 volte tanto: le stime sul potenziale eolico oscillano infatti tra 2.750 e 5.400 MW. Anche assumendo la stima più bassa, la Sardegna potrebbe produrre circa 5,5-6 miliardi di kWh (TWh), pari a circa il 50 per cento degli attuali consumi elettrici totali, che nel 2004 erano di 11,4 TWh; secondo la fonte ANEV, installare entro il 2020 una potenza di 1750 MW, darebbe lavoro a oltre 7.000 persone. Per realizzare questo potenziale,sarebbe necessario circa il 3 per cento della superficie regionale.   In questa visione dell’A.N.E.V. manca palesemente una visione di insieme che armonizzi l’inserimento dell’eolico e delle altre fonti di energia rinnovabile (solare fotovoltaico e termico) nella rete di distribuzione isolana: le alte potenze e le alte produzioni ipotizzate, favorite da forti incentivi pubblici (CIP6 e Certificati verdi) ed anche queste ben superiori a quelle necessarie per l’esigenze dell’isola, vedono sempre la Sardegna come luogo dove cercare opportunità per altri e non per la comunità sarda. Pur tenendo conto dell’importante mancanza dei "costi esterni" socio-sanitari della produzione eolica relativi all’assenza delle emissioni, permangono pesanti quelle relative al "consumo" del bene paesaggio (al 3% del territorio vanno aggiunti le servitù visive relative alle caratteristiche territoriali dei siti).  Tuttavia, con la nota deliberazione Giunta regionale n. 66/24 del 27 novembre 2008 è stato modificato il PEARS portando la potenza "eolica" insediabile fino a 1.500 MW, ben più elevata.  In proposito non si può non osservare che tale modifica comporterebbe – trattandosi di variazione sostanziale – un nuovo procedimento di V.A.S.

Biomassa legnosa/ Rifiuti / CDR.La vicenda dell’inceneritore proposto per Ottana è esplicativa : veniva proposto una CTI (centrale termica integrata) con una potenza di 20 MWe da rifiuti e di 20 MWe da biomasse. Contemporaneamente, nel piano energetico si propongono altre (sette) centrali a "legna" per produrre energia elettrica da localizzare nei comuni con sicuro rifornimento di legna (comuni montani) per una potenza stimata 135 MW e una produzione di 945 GWh/a. Solo per il progetto Ottana, per raggiungere le 300.000 t/a di cui parla il PEAR occorrerebbe tagliare l’intero bosco e non ci si potrebbe certo limitare alle ripuliture: un ritorno ad un triste passato che la storia delle foreste sarde ha conosciuto. Il sospetto di far ricorso a termovalorizzatori alimentati a biomasse per trasformarle in seguito in "eliminatori di rifiuti" (vedi il caso di Brescia), una volta che sia stata constatata l’impossibilità di ottenere le stimate quantità di legname, è confermato analizzando gli atti della gara per la manifestazione di intenti per la costruzione dell’impianto, come risulta dalle dichiarazioni del rappresentante del comune nella commissione di gara e come riportato

nel verbale del consiglio comunale di Ottana : " … Su questo argomento la società vincitrice(URBASER-DI VIZIA) nell all. B) dice una cosa assolutamente illuminante: afferma infatti che la terza linea per le biomasse può anche essere utilizzata per i rifiuti e aggiunge "anche tal quali": capace cioè di bruciare non solo rifiuti derivanti dalla sola frazione secca, ma anche rifiuti tal quali in assenza di raccolta differenziata".

Se consideriamo la combustione di CDR (combustibile da rifiuto) nella sua composizione come riportato dalla tabella seguente, è evidente come la normativa italiana entri in contraddizione con la direttiva 1999/31/CE relativa alle discariche di rifiuti che regola i requisiti operativi e tecnici per i rifiuti destinati alle discariche, al fine di prevenire e ridurre il più possibile le ripercussioni negative sull’ambiente e favorire la riduzione della frazione biodegradabile (non di quella non biodegradabile!), da conferire in discarica nell’arco di quindici anni.

            Composizione tipica CDR.          Fonte: Eni Ambiente (2002)

Frazione del rifiuto                                             [%]

Plastica                                                                23

Carta                                                                    44

Legno                                                                     4,5

Tessuti                                                                  12

Altro                                                                      14

Materiale indesiderato (vetro, roccia, metalli)             2,5

CDR                                                                    100

Il D.lgs 387/2003 - Attuazione della direttiva 2001/77/CE relativa alla promozione dell’energia elettrica prodotta da fonti energetiche rinnovabili nel mercato interno dell’elettricità – con riferimento all’art. 17, include tra le fonti energetiche ammesse a beneficiare del regime riservato alle fonti rinnovabili, la frazione non biodegradabile ed i combustibili derivati da rifiuti disciplinati.

E’evidente che l’inclusione della frazione non biodegradabile dei rifiuti quali la plastica, non rispetta l’obiettivo di eliminare la presenza di sostanze pericolose ai fini della combustione (produzione di diossine furani) e sia finalizzata piuttosto a mantenete un potere calorifico inferiore sufficientemente alto per ottenere un processo di combustione adeguato. Ciò è in contraddizione sia con la direttiva UE che precisa che il rifiuto "…deve essere interpretato in conformità alle finalità risultanti dalla normativa comunitaria, alla luce dei principi di precauzione e di azione preventiva, nonché della salute umana e dell’ambiente" (direttiva 2006/12/CE) che con il D.Lgs. 152/2006 (art. 178) il quale afferma che lo smaltimento del rifiuto debba avvenire " senza pericolo per la salute dell’uomo e senza usare procedimenti o metodi che potrebbero recare pregiudizio all’ambiente".    Le sovrastime di potenze e di produzione che caratterizzano il PEARS in tutte le progettualità di settore, per quanto riguarda gli RSU, mette la Sardegna in condizioni di dover importare i rifiuti per far fronte alle produzioni energetiche.

Questo emergeva già nel progetto CTI di Ottana. Infatti, supponendo che la produzione di 20 MWe da rifiuti derivasse dalla combustione di un CDR con PCI di 3500 kcal/kg in una centrale dedicata avente un rendimento globale del 25 %, sarebbe stato necessario utilizzare una quantità di combustibile pari a circa 275.000 t/anno. La produzione di un CDR di questo tipo comporta una resa ponderale rispetto al rifiuto di partenza che si situa (al massimo) nell’intervallo fra il 30 e il 40%. Per ottenere la quantità di CDR citata sopra, si dovrebbe perciò partire da una quantità annua di RSU tal quale pari a circa 700.000 – 900.000 t. In pratica, per ottenere la potenza richiesta, si dovrebbe impegnare tutta la produzione sarda annua di RSU che è di circa 850.000 t.   Lo stesso ragionamento vale, come abbiamo visto, per le biomasse dove la proposta di impianti superiori al MWe è in contraddizione con la creazione di filiere corte energeticamente e

economicamente sostenibili con conseguente necessità di portare a combustione i rifiuti.

Energia Solare; Solare termico. Il PERS assegna giustamente un ruolo importante allo sviluppo del solare termico all’interno del capitolo sulle politiche per il risparmio energetico, senza peraltro un articolato adeguato programma di sostegno dell’architettura bioclimatica sia con l’adeguamento dei regolamenti edilizi che col potenziamento del recupero dell’architettura tradizionale. E’ puramente teorico il calcolo che prevede nel 2010 un risparmio energetico di ~1.252GWh/ derivante dalla sostituzione dello scaldabagno elettrico con il solare termico per tutte le 570.845 famiglie sarde. Un programma di diffusione dei pannelli solari che non preveda formule d’incentivo economico è destinato rimanere un proposito velleitario.

Solare fotovoltaico; I 150GWh/a per una potenza di 100MWp al 2010, proposti nel piano, necessitano anch’essi di un forte sostegno finanziario pubblico(D.A. 28.07.2005). Anche in questo caso è preferibile finanziare piccoli impianti (con taglie standardizzate e modulari da 2/40 KW) diffusi sul territorio, realizzati da privati cittadini o aziende, piuttosto che impianti fotovoltaici di taglia industriale; abbiamo già scritto come la creazione delle condizioni favorevoli ad una progressiva espansione dell’utilizzo delle fonti energetiche rinnovabili, parta da un modello di generazione distribuita. La diffusione, nelle piccole attività private e nelle famiglie, di una tecnologia legata alle fonti rinnovabili quali il solare, necessita di sostegno finanziario pubblico per creare attenzione e consenso diffuso.

Solare termodinamico. Sono contemplati 320 GWh/a da 80 MW. L’ipotesi appare percorribile se dimensionata e inserita in un programma di ricerca applicata; si tratterebbe di investimenti basati su presupposti scientifici e non assistenziali, come quelli per il sequestro geologico di CO2 .

Energia idroelettrica. La produzione 370 GWh/a da potenza di circa 380 W prevista nel piano, può essere attendibile anche se vanno presi in considerazione sia i fattori metereologici che gli usi multi settoriali della risorsa idrica..

Biocombustibili. Per quanto concerne la coltivazione di prodotti oleaginosi e zuccherini per la produzione di biodiesel e bioetanolo, si ipotizza l’uso di 39.000 ha di terreni incolti e abbandonati. Come in altri settori, si sovra stima la disponibilità di tali colture. Le potenzialità di sfruttamento di questa importante fonte di energia, sono legate ai limiti della nostra agricoltura, agli spazi disponibili, alla frammentazione delle proprietà che impediscono di applicare schemi produttivi più efficaci e rendere la biomassa prodotta in Italia competitiva con quella importata. Restano allora i dubbi sulla opportunità, senza ricadute positive sulla nostra economia, di applicare defiscalizzazioni e certificati verdi a prodotti importati (olio da palma indonesiano, olio vegetale di origine brasiliana etc.), da paesi che spesso non garantiscono il rispetto delle norme ambientali. La Coldiretti, durante il Forum internazionale su cibo ed energia (Venezia 17 aprile 2008) ha lanciato un monito per interrompere le agevolazioni destinate alla costruzione di grandi impianti industriali per la produzione di bioenergia, sostenuta da prodotti di importazione. Infatti, queste ultime hanno dei bilanci energetici e ambientali negativi ai quali si sommano il consumo di carburanti per il trasporto, l’inquinamento e i disboscamenti forestali nei paesi di origine. D’altro canto non sempre i bilanci economici "tornano" per i produttori locali: un ettaro di oleaginosa( girasole) può produrre in condizioni ottimali 3,5 t di semi che, venduti a 20 cent euro/Kg, danno una resa lorda all’agricoltore di 700 euro, a cui vanno sottratti 565 euro di costi totali per una redditività complessiva di 135 euro. L’ alternativa potrebbe essere la produzione di 13,6 quintali di olio raffinato da vendere per la trasformazione industriale, del valore di 856 € (0,48 euro al Kg). A questo calcolo va poi aggiunto il panello di estrazione i cui costi sono, per 20,4 quintali ( al prezzo di vendita di 11 euro a quintale, come da panello di girasole proteico al mercato di Ravenna), un totale di 224 €. Il valore lordo dei due prodotti è quindi di circa 1000 € a ettaro, escludendo le spese di raccolta dei semi e l’estrazione.

Il sistema dei certificati verdi (Decreto Bersani, 16 marzo 1999), prevede un incentivo alla produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili con impianti da almeno 50 MWh (dal 2004). Il prezzo al 31/01/06 di questi certificati è di 0.09 euro/KWh che, se sommato alla remunerazione media di energia elettrica che nel 2005 è stata di 0.08 euro/KWh, dà un importo complessivo di 0.17 euro per KWh.Un fornitore di energia elettrica con gli incentivi di cui sopra, da un ettaro di girasole può ricavare 200 milioni di KJ (olio + stocchi + panello) che corrispondono a 13.800 KWh erogati (1KWh = 3600KJ, e rendimento dell’impianto di cogenerazione = 25% circa) i quali, venduti al gestore di energia elettrica, danno un importo lordo complessivo di 2.300 euro/ettaro. Nel caso che l’ettaro fosse coltivato a sorgo fibroso, la rendita sarebbe addirittura dell’ordine di 5.000 euro. E’ evidente che se i benefici degli incentivi fossero indirizzati ai produttori primari, potrebbero sostenere la redditività del settore agricolo e non solo l’industria di trasformazione. Il progetto Clivati prevede il montaggio ad Ottana di due enormi motori diesel marini che azionerebbero due dinamo che produrrebbero elettricità per 30 MWe o per il doppio, secondo alcune fonti di stampa addirittura sino a 70 MWe. Si tratterebbe di costruire ad Ottana due gruppi elettrogeni giganteschi, alimentati ad olio di palma indonesiano. L’affare risulterebbe favorevole solo da un punto di vista di utile economico del privato, perché pur dovendo acquistare all’estero l’olio di palma, trasportarlo ad Ottana con autobotti da Oristano e quindi in completa diseconomia, il fatto di utilizzare l’olio vegetale permetterebbe di lucrare sulle agevolazioni fiscali e tariffarie legate ai certificati verdi. L’affare dell’olio di palma è ben conosciuto a livello internazionale perché messo in relazione alla progressiva distruzione della foresta pluviale e all’ aumento di emissioni locali e globali diCO2 . La presenza di questi mega bruciatori Diesel potrebbe in futuro favorire l’impiego di oli esausti. Mai viene considerato nel progetto il peggioramento della qualità dell’aria nell’area di Ottana. La necessità di tale produzione viene messa in relazione alla produzione energivora del Pet da parte dell’ Equipolymer: L’ applicazione di una corretta politica di risparmio energetico che veda tale produzione partire dal riciclo del Pet, consentirebbe un risparmio energetico del 70% incrementando i posti di lavoro nella filiera del riciclo.

Sintesi Finale.

Il rispetto degli obiettivi del protocollo di Kyoto e il raggiungimento dei nuovi obiettivi della comunità Europea comporta una revisione delle politiche energetiche finora perseguite con articolazione di obiettivi locali.

1. La realizzazione del cavo SAPEI permetterà di importare l’energia corrispondente alla potenzialità del cavo e ridurrà la necessità della riserva di potenza. Per cui alcune centrali termoelettriche potranno essere chiuse. Va riaffermato il principio che in Sardegna deve essere prodotta l’energia necessaria ai consumi interni; la realizzazione dal covo SAPEI deve essere usato per l’abbattimento dei costi energetici in Sardegna e non per l’ulteriore incremento dei costi "esterni". L’ipotesi di costruzione di nuove centrali termoelettriche deve essere scartata. Ciò consentirebbe l’ immediata riduzione delle emissione del 20% secondo gli accordi internazionali senza incorrere in procedure di infrazione che graverebbero ulteriormente sull’economia sarda.

2. Le condizioni di salute della popolazione sarda, particolarmente di quella che vive nelle 18 aree a forte impatto ambientale (oltre 900.000 persone), come rilevato da più studi è evidente compromessa. E’ necessario un serio programma di monitoraggio delle emissioni e delle dismissione delle attività industriali presenti in tali aree. Nei due siti (Porto Vesme e Porto Torres) già riconosciuti come di "interesse nazionale" è prioritaria la pianificazione di un serio programma di bonifica e risanamento ambientale che veda lo Stato come garante per le risorse finanziarie necessarie.

3. La riduzione dei consumi energetici del 20% al 2020 non può essere raggiunta puntando solo sulla riduzione dei consumi energetici di tipo domestico ( vedi certificazione energetica delle nuove costruzioni), ma deve partire dalla riconversione di un sistema produttivo energivoro e a bassa efficienza; la creazione di filiere produttive che partono dal riciclo delle materie (vedi alluminio e Pet) può portare alla creazione di un sistema produttivo con forti ricadute occupazionali e a basso impatto ambientale; tali premesse sono alla base di uno sviluppo diffuso e sostenibile dell’isola.

4. L’incentivo all’impiego di fonti rinnovabili (eolico e solare) deve riguardare prima di tutto unità di produzione di taglia medio-piccola (da qualche decina/centinaio di kW a qualche MW); il raggiungimento di un 20% di produzione da FER deve avvenire attraverso la generazione distribuita(GD) dell’energia elettrica da fonti energetiche primarie di tipo rinnovabile, quali sole e vento, diffuse sul territorio. Tale condizione è il presupposto per un servizio elettrico di qualità non gravato da un elevato numero di interruzione improvvise che caratterizza il servizio odierno .

5. La destinazione sociale e non privata delle incentivazioni (CIP6 e certificati verdi) deve interessare le produzioni da energia assimilata quale indennizzo per i "costi esterni", sanitari e sociali che tali produzioni comportano.

6. la gestione dei rifiuti in Sardegna, adeguando il Piano regionale dei Rifiuti, deve essere indirizzata, tramite la raccolta differenziata, al recupero delle materie; il Piano Regionale dei rifiuti non può essere subordinato al piano energetico, così da evitare errori di sovrastima produttiva che necessita l’importazione di rifiuti extraregionali. La destinazione sociale e non privata delle incentivazione (CIP6 e certificati verdi) deve riguardare anche gli inceneritori attualmente in funzione in Sardegna .

7. La gestione delle biomasse deve essere indirizzata allo sviluppo del settore agricolo e pastorale. La valorizzazione della parte biodegradabile dei rifiuti e delle biomasse deve essere indirizzata prioritariamente alla produzione di compost. La coltivazione e le produzioni di tipo alimentare devono essere incentivate attraverso una politica di commercializzazione a filiera corta nell’ambito di un Piano regionale di risparmio energetico.

Naturalmente si chiede che le descritte "osservazioni" siano motivatamente considerate ai fini dell’adozione del provvedimento conclusivo della valutazione ambientale strategica del nuovo Piano energetico ambientale della Regione autonoma della Sardegna (art. 10, comma 4°, del decreto legislativo n. 152/2006 e successive modifiche ed integrazioni)

Gruppo d’Intervento Giuridico e Amici della Terra

 

 

(foto P.F., S.D., archivio GrIG)

 

 

  1. 29 Aprile 2010 a 15:58 | #1

    da La Nuova Sardegna, 29 aprile 2010
    CHIARA ROSNATI. Ma il combustibile pulito non esiste. Nell’isola continuano ad arrivare progetti senza che ci sia una visione strategica.

    «In Sardegna continuano ad arrivare progetti senza che ci sia una visione strategica generale: in ogni caso parlare di carbone pulito significa mistificare una realtà che a tutt’oggi impedisce di eliminare l’anidride carbonica evitando che si liberi nell’atmosfera». In attesa di conoscere i dettagli dei nuovi piani presentati dalla E.On nel nord dell’isola, si muove con i piedi di piombo Chiara Rosnati, docente di Valutazione d’impatto ambientale all’università di Sassari.
    «Di recente ho seguito i lavori di un convegno nel quale è stato presentato un programma per stoccare la CO2 nei fondali dell’Adriatico, ho poi sentito discutere spesso di altre idee basate su procedure analoghe – spiega la professoressa – Nel frattempo giungono però notizie di nuovi studi, in particolare svizzeri, secondo i quali tecniche del genere sono fonti potenziali di microsismi. La verità è che una cosa è dire con la massima lealtà che ci troviamo ancora in un momento di sperimentazione, un’altra sostenere che certe metodiche sullo smaltimento dell’anidride carbonica possano già trovare soluzioni di successo nell’attuale sistema di produzione industriale».
    «Al di là del problema delle emissioni degli ossidi, che forse potrà trovare una risposta, resta un punto basilare per il momento non superabile sotto il profilo scientifico: la combustione del carbone genera CO2, al momento responsabile dell’effetto serra – prosegue, con estrema convinzione, Chiara Rosnati – Insomma: questi cicli di produzione suscitano ancora grandi perplessità. Spesso non esistono né pubblicazioni né statistiche in grado di cancellare i dubbi. E se non si conoscono progetti a lungo termine per la captazione dell’anidride carbonica, che cos’è tutto questo se non una verniciatura fresca su un problema che resta vecchio e insoluto?».
    «In condizioni del genere, uno non può così dire in astratto di essere contrario o favorevole a un piano come quello della società E. On. – dice la docente – Un fatto comunque lo rammento molto bene: e cioè come sia rimasto nell’aria quel progetto per cui si volevano bruciare i rifiuti a Porto Torres per produrre energia, sottolineando come in questo modo si sarebbero abbattute le emissioni di CO2».
    «Ecco, questa come altre iniziative mi permette di riaffermare ciò che spiegavo all’inizio – osserva ancora Chiara Rosnati – Nell’isola continua a mancare una programmazione di ampio respiro: una strategia che consenta di comprendere esattamente il da farsi sul fronte energetico nel rispetto del territorio e di un’economia davvero sostenibile sul piano ambientale». (pgp)

  2. 29 Aprile 2010 a 15:56 | #2

    da La Nuova Sardegna, 29 aprile 2010
    «Migliorerà l’impatto ambientale». Ecco perché il ministero ha dato il via libera alla centrale a carbone E. On di Fiume Santo. (Gianni Bazzoni)

    SASSARI. Il progetto del nuovo gruppo ultrasupercritico che E.On realizzerà a Fiume Santo è figlio delle intese che la Regione, guidata da Renato Soru, aveva raggiunto con gli spagnoli dell’Endesa, allora proprietari della centrale del nord Sardegna. La firma del protocollo d’intesa è di tre anni fa, a Roma, in coerenza con le linee fissate dal Piano energetico ambientale. Per il territorio del Sassarese porta una ventata di novità sotto il profilo del miglioramento dell’impatto ambientale e visivo, oltre che del valore strategico del polo di produzione energetica.
    Il percorso autorizzativo è stato lungo – fra l’altro il progetto E.On è il primo a superare la verifica di ottemperanza del ministero dell’Ambiente – e ora è pronto per gli ultimi adempimenti che precedono l’apertura dei cantieri dove potranno trovare occupazione un migliaio di addetti. Gli elementi chiave sono sostanzialmente gli stessi, almeno per gli aspetti qualificanti vincolati dallo studio di impatto ambientale appena approvato.
    L’accordo siglato con la Regione (E.On l’ha «ereditato» da Endesa) prevede la demolizione dei due vecchi gruppi a olio combustibile da 320 Mw – entrati in esercizio nel 1983-84 – che saranno sostituiti, appunto, dal nuovo impianto di tecnologia ipercritica a «carbone pulito» da 410 Mw. Le sezioni 1 e 2, si sa, non rispettano i nuovi limiti per le emissioni in atmosfera previsti dalla direttiva 2001/80/Ce entrati in vigore dal primo gennaio 2008. E i tecnici che hanno esaminato il rispetto delle prescrizioni, hanno convenuto che a Fiume Santo l’impatto ambientale migliorerà in maniera considerevole e non solo in termini di emissioni in atmosfera (soprattutto quelle di CO2). L’abbandono definitivo dell’olio combustibile, infatti, comporterà una serie di vantaggi, perché saranno eliminati i rischi legati al trasporto e allo stoccaggio del combustibile. Dal progetto emerge anche una evidente mutazione positiva per quanto riguarda l’impatto visivo: il nuovo gruppo a carbone sarà costruito a fianco degli altri già operativi. La centrale, quindi, si compatta e l’operazione consentirà di svincolare un’area di circa 20mila metri quadrati vicina alla spiaggia di Fiume Santo, verso Stintino. Le due ciminiere attuali, una da 150 e l’altra da 200 metri, saranno rimosse e lasceranno posto a un solo camino da 180 metri.
    Il progetto che E.On realizzerà con un investimento valutato in circa 600 milioni di euro comprende l’installazione di bruciatori a basso tenore di Nox, l’adozione di un reattore catalitico a monte degli elettrofiltri per il controllo degli ossidi di azoto e per la captazione delle polvere nei fumi. Previsto anche un desolforatore a umido calcare-gesso per l’abbattimento dell’anidride solforosa. Un sistema concettualmente analogo a quello attuale, ma giudicato di efficienza più elevata, in grado di assicurare un maggiore abbattimento delle emissioni e una minore produzione «di spurghi di desolforazione da trattare negli impianti appositi».
    È la prima volta nel corso degli anni che il polo energetico di Fiume Santo va incontro a una trasformazione così importante che interessa sia l’impatto ambientale che quello visivo. E non si può dimenticare che nel protocollo Regione-Endesa c’era anche l’impegno a utilizzare il metano entro cinque anni dal momento in cui si renderà disponibile, oltre all’ipotesi di un rigassificatore del quale, però, non si parla più ormai da parecchio tempo. In compenso E.On si sta muovendo sul fronte dell’eolico e del fotovoltaico.

  3. Bio IX
    30 Gennaio 2009 a 13:30 | #3

    Spero di sbagliarmi, ma temo che le Vs. osservazioni (assolutamente condivisibili) non comporteranno, anche stavolta, la modifica del piano energetico regionale.

    A quel punto, che cosa ci resta? La (magra) consolazione di non avvallare, con il nostro consenso, queste scelte assurde (tanto più che provengono da una parte politica che dovrebbe contrapporsi al partito degli inceneritori e delle centrali nucleari), che (per chi le vuole vedere) mostrano già le loro nefaste conseguenze.

    Riporto in proposito il post, pubblicato oggi dal Dott. Stefano Montanari in merito alle recenti vicende modenesi, che calza a pennello.

    Resta da augurarsi che non sia troppo tardi …

    “Anche se non siete modenesi, questo articolo è da leggere: http://www.repubblica.it/2009/01

    /sezioni/ambiente/modena-foresta

    /modena-foresta/modena-foresta.html

    Siamo alla frutta? No: siamo già arrivati al momento in cui si paga il conto e in cui ci accorgiamo che il borsellino è tristemente vuoto.

    Nella loro ormai vistosa inadeguatezza, senza tirare in ballo direttamente quelli modenesi che, probabilmente, nemmeno si rendono conto, molti tra gli amministratori pubblici nostrani sono convinti che l’ambiente sia una scocciatura e basta. Del resto l’ineffabile Di Pietro Antonio è stato chiarissimo quando, in TV, ha detto che le valutazioni d’impatto ambientale (peraltro nella quasi totalità dei casi abbondantemente taroccate o, comunque, molto benevole nei riguardi di chi ci devasta casa nostra) sono un intralcio e basta. E l’altrettanto ineffabile Prestigiacomo Stefania, miracolata ministro dell’ambiente, non è stata certo da meno sponsorizzando entusiasticamente l’ultimo dinosauro veneto. Esistono, poi, progetti di “ricerca” che noi ci paghiamo e che nascono con tutti i crismi della distorsione dei fatti, nati apposta per offrire alibi ai vari figli di Attila. Parlo, per esempio, del progetto “epidemiologico” Moniter con il quale, come ho già scritto in varie occasioni, compreso un capitolo del libro Il Girone delle Polveri Sottili, i sofisti della “scienza” dimostreranno che dagl’inceneritori esce aria di montagna e che chi vuole star sano deve respirare proprio quell’aria.

    Io voglio essere socraticamente convinto che si tratti solo d’ignoranza e nient’altro. Non ci sono dubbi, un’ignoranza gravissima da parte di chi occupa certe posizioni di tanto grave responsabilità, ma non voglio pensare ad interessi personali che ad altre longitudini varrebbero la pena di morte.

    Insomma, che cosa è successo a Modena? Per pareggiare l’inquinamento massiccio (tra l’altro, abbiamo appena più che raddoppiato l’inceneritore, per inutile che sia) ecco che si ricorre ad un escamotage burocratico comprando, ovviamente a spese degl’ignari quanto bovini contribuenti, un bel pezzo di foresta centroamericana in cui, cogliendo l’occasione, si mandano in meritata vacanza un po’ di funzionari accompagnati da qualche giornalista da premiare. Veleno in Valpadana, aria pulita in Costarica e il gioco è fatto: il bilancio è ineccepibile. Probabilmente i nostri amministratori provinciali erano in perfetta buona fede quando pensavano che, rogitato l’acquisto, i loro sudditi potessero, per diritto acquisito, godere di aria proveniente direttamente da laggiù, luminoso esempio di filiera corta. Dopotutto Modena è una città dove la legge è legge, e se la legge stabilisce così?

    Da qualche settimana il mondo ha varcato una sorta di porta dell’inferno, il che era ampiamente prevedibile ed ampiamente previsto da più di qualcuno. Ovviamente, quel qualcuno è stato sbeffeggiato da chi la sapeva ben più lunga. La conseguenza è una crisi economica senza precedenti, almeno in tempi moderni, da cui faticheremo moltissimo a risollevarci, se mai lo faremo. E se lo faremo, questo non sarà senza dolorose amputazioni.

    Ma quello verso cui andiamo incontro è qualcosa d’incomparabilmente più grave e da cui sarà molto, molto difficile risollevarci. Se una crisi economica come quella di cui abbiamo appena visto la soglia ha come conseguenza, al massimo, la povertà soprattutto per il mondo classificato ricco (pur con ricadute globali), l’avvelenamento del pianeta è una forma di suicidio che non risparmierà nessuno e che non avrà antidoti possibili. Molti dei veleni con cui stiamo soffocando la Terra richiedono tempi lunghissimi per degradarsi a qualcosa di meno intollerabile, mentre altri sono eterni e non esiste possibilità di bonifica, naturale o artificiale che essa sia. Nel frattempo, gran parte dell’ecosistema sul cui fragile equilibrio viviamo sarà andato a quel paese per essere sostituito da un altro che non è detto sia compatibile con le nostre esigenze.

    L’unica soluzione è fermarci prima di aver raggiunto il punto di non ritorno. La prima cosa da fare è cambiare con urgenza i timonieri. Lo abbiamo già sperimentato: questi ci hanno condotto alla rovina economica ed ora ci portano a velocità crescente, mantenendoci bendati, verso una camera a gas immensa a dispetto degl’ingenui negazionisti che non mancano nemmeno quando sono coinvolti loro stessi.”

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