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Lingue tagliate per il dio petrolio.

 

 

La Saras, attraverso i suoi avvocati, chiede il sequestro (unitamente al risarcimento danni) del film autoprodotto, "Oil" di Massimiliano Mazzotta, pellicola che cerca di raccontare la vita quotidiana degli abitanti di Sarroch (CA), a stretto contatto con la realtà industriale del polo della raffinazione del petrolio del gruppo Saras. In numerose occasioni le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d’Intervento Giuridico hanno svolto varie azioni in campo legale per spingere le amministrazioni pubbliche competenti ad adottare provvedimenti finalizzati al miglioramento della qualità dell’aria.  Pochi risultati, finora, mentre il quadro sanitario appare piuttosto preoccupante, soprattutto per i bambini.

Amici della Terra e Gruppo d’Intervento Giuridico

 

qui il video

 

da La Nuova Sardegna, 17 maggio 2009

IL CASO.  La Saras chiede il sequestro del documentario sulla raffineria: salta la proiezione a Cagliari. Mauro Lissia

CAGLIARI. Si intitola ‘Oil, la forza devastante del petrolio, la dignità del popolo sardo’. È un film-documento di 70 minuti sulla grande raffineria di Sarroch, sul colossale indotto economico che rappresenta e sui timori che la circondano da sempre. Firmato e prodotto a proprie spese dal regista leccese-milanese Massimiliano Mazzotta, doveva essere proiettato venerdì scorso alla sala Nanni Loy dell’Ersu.  Ma la notizia di un ricorso per sequestro giudiziario presentato in via d’urgenza dagli avvocati Angelo Luminoso e Guido Chessa Miglior per conto della Saras ha fatto saltare la data allestita dall’associazione studentesca Pesa. L’istanza cautelare è stata respinta dal giudice civile, che per ora non ha ravvisato motivi per bloccare la diffusione del documentario e ha convocato le parti per il 20 maggio. Nel frattempo Oil è stato proposto ieri a San Sperate al circolo Gramsci e verrà rilanciato a Cagliari stasera, alle 20.30 al teatro civico all’aperto di Castello. Un appuntamento che a questo punto assume significati particolari.  «Siamo rimasti stupiti di quest’iniziativa – avverte Antonio Caronia, docente di comunicazione multimediale all’Accademia delle Belle Arti di Brera, che collabora col regista – perchè il documentario è equilibrato, per quasi un quarto del tempo registra la posizione di quattro dirigenti Saras».  Parla però anche dei rischi per la salute degli abitanti di Sarroch, che una ricerca epidemiologica condotta da Annibale Biggeri dell’Università di Firenze sembra confermare: alterazioni del dna, quelle che Saras ha sempre negato ribattendo nel corso degli anni con ricerche di pari autorevolezza.  Ma ad infastidire i vertici della raffineria sarebbero altri passaggi, di cui i legali della Saras chiedono «l’eliminazione dal contesto del film», come quello in cui scorrono le immagini del funerale di un giovane operaio che lavorava in un’azienda esterna, morto di cancro a 31 anni, alternate ai fotogrammi di un Massimo Moratti sorridente. Mancherebbero poi le liberatorie dei quattro dirigenti che hanno accettato di parlare dell’impianto di Sarroch davanti alla telecamera. Mentre ad accrescere il taglio critico del lavoro sono le testimonianze di operai e abitanti di Sarroch, preoccupati per i rischi – finora mai dimostrati inoppugnabilmente – che la presenza della raffineria provocherebbe per la loro salute.  Niente che abbia fatto sobbalzare sulla sedia gli spettatori, almeno finora. Ma quanto basta a mettere in moto i legali dei fratelli Moratti, che chiedono la condanna di Mazzotta, il risarcimento dei danni e la restituzione di materiale utilizzato per la produzione.  Ma perchè questo tentativo di fermare la proiezione di un film ormai già diffuso? L’ufficio comunicazione della Saras: «All’Ersu così come a tutti gli altri organizzatori che ci hanno invitato alla proiezione del documentario abbiamo risposto allo stesso modo, declinando l’invito. Per una ragione semplice, c’è un ricorso all’esame del giudice civile e mercoledì prossimo ci sarà l’udienza».  Quindi nessun tentativo di censura ma una contromossa legale per limitare i danni d’immagine che il documentario – a giudizio degli avvocati della Saras – potrebbe provocare.  Dall’altra parte, nell’entourage del regista, ogni commento viaggia sui binari della pacatezza: «Per ora il giudice non ha bloccato il film e credo che nessuno possa rilevare contenuti diffamatori nel lavoro di Mazzotta – spiega Caronia – poi naturalmente aspettiamo una pronuncia definitiva. Intanto andiamo avanti».

 

da La Nuova Sardegna, 19 maggio 2009

IN CASTELLO. Il film sulla Saras: vietato il dibattito.  Gli organizzatori si difendono: «Mancava un contraddittorio corretto». Mauro Lissia

CAGLIARI. Niente presentazione e veto assoluto sul dibattito per ‘Oil’, il film-documento sulle industrie di Sarroch proiettato domenica sera al teatro cabriolet del Castello davanti a un pubblico debordante, che alla fine ha tributato un grande applauso al regista e produttore Massimiliano Mazzotta. Bloccata la data programmata per venerdì alla sala Nanni Loy dell’Ersu causa il ricorso in via d’urgenza presentato dai legali della Saras al giudice civile per ottenere il sequestro del documentario, a imporre prudenza agli organizzatori del terzo appuntamento – l’associazione Atrio – è stata una telefonata arrivata dagli uffici dell’amministrazione comunale. Una richiesta di chiarimenti sul contenuto del lavoro proposto da Mazzotta, che l’organizzazione ha ritenuto giustificata: «Si tratta di uno spazio pubblico – ha spiegato Alessandro Inghilleri – e mi sembra normale che il Comune chieda informazioni. Il dibattito è stato escluso perchè i rappresentanti della Saras non hanno ritenuto di partecipare a causa del contenzioso in corso. Sarebbe mancato il contradditorio». Niente contradditorio per il rifiuto della Saras, niente dibattito a fine proiezione: «Per noi era importante rispettare l’appuntamento e che il film venisse visto» ha detto ancora Inghilleri. Importanza che all’Ersu, il giorno prima, non è stata giudicata prevalente sui rischi del tutto teorici legati all’esistenza di una controversia civile. Qui almeno non è arrivata la censura, peraltro neppure richiesta dai legali Saras che si sono limitati a seguire le vie del diritto.  Ed è sul confronto giudiziario che si sposta ora l’attenzione generale, cresciuta probabilmente proprio a causa dell’iniziativa legale assunta dai vertici della raffineria: se fino a qualche giorno fa il documentario di Mazzotta non aveva raggiunto picchi ragguardevoli di visibilità, ora il regista dovrà far fronte a numerose richieste di proiezione che già domenica fioccavano a conclusione della serata. Mercoledì i legali della Saras Angelo Luminoso e Guido Chessa Miglior si troveranno davanti al giudice insieme a quelli di Mazzotta – Alberto Cocco Ortu, Paolo Grasso e Giorgio Fornari – che si sono costituiti in giudizio con una comparsa estremamente conciliante: massima disponibilità a restituire all’azienda dei Moratti documenti e materiali ricevuti in prestito per la realizzazione del film, mentre restano da esaminare gli aspetti sui quali la Saras chiede l’intervento del magistrato. Passaggi ritenuti lesivi, malgrado la gran parte delle informazioni sull’attività della raffineria siano state fornite davanti alla telecamera proprio dal responsabile della comunicazione Giorgio Zonza e da altri tre fra dirigenti e tecnici cui un intervistatore invisibile ha posto domande apparse equilibrate. Il documentario suona certamente come una denuncia di situazioni in gran parte da chiarire, come la proliferazione di morti per malattie tumorali che alcuni abitanti di Sarroch hanno confermato. Un numero di decessi che il ricercatore fiorentino Annibale Biggeri, sia pure con estrema prudenza, ha messo in relazione con l’attività degli stabilimenti industriali attorno al paese. Biggeri ha parlato di alterazioni del dna, quelle che Saras ha sempre negato ribattendo con ricerche scientifiche di pari autorevolezza. Nel documentario anche fotogrammi di festeggiamenti organizzati dai Moratti per il centenario dell’Inter e alla Saras, in contrasto netto con gli scenari inquietanti che Mazzotta ha filmato dentro e fuori la raffineria.

  

da La Nuova Sardegna, 20 maggio 2009

La lente della Procura sulla raffineria. Due magistrati al lavoro dopo il documentario sull’attività della Saras. Mauro Lissia
 CAGLIARI. ‘Oil’, il documentario sulla Saras prodotto dal regista Massimiliano Mazzotta, ha suscitato l’attenzione della Procura della Repubblica, che ha aperto un fascicolo sull’attività della raffineria e sulle presunte conseguenze per la salute degli operai e degli abitanti di Sarroch. E’ stato il procuratore capo Mauro Mura – che non ha voluto confermare al cronista l’avvio di un’inchiesta giudiziaria, comunque a livello di atti relativi – a vedere direttamente il lungometraggio in una delle proiezioni pubbliche. Subito dopo sono stati incaricati due sostituti – Emanuele Secci e Maria Chiara Manganiello – che dovranno valutare se gli elementi d’informazione contenuti nel film siano fondati e se possano emergere ipotesi di reato, che in questa fase non vengono indicate. Il primo passo dell’indagine sarà con ogni probabilità l’acquisizione di una copia del dvd prodotto da Mazzotta. Il secondo l’esame della relazione scientifica elaborata dal ricercatore fiorentino Annibale Biggeri, che con estrema prudenza ma con inedita determinazione sembra fornire preoccupanti conferme ai timori espressi nel corso degli anni dagli abitanti di Sarroch: la percentuale di morti per malattie tumorali intorno alla zona industriale, dove operano anche altre aziende oltre la Saras, sarebbe al di là della media sarda. Biggeri ha parlato con insistenza di alterazioni al dna riscontrate fra gli operai Saras e nella popolazione dell’area, alterazioni che secondo i dati edpidemiologici disponibili accrescerebbero il tasso d’incidenza di alcune malattie.  «Qui a Sarroch ormai si muore solo di cancro, si muore di malattia…» hanno detto alcuni giovani protagonisti del documentario. Altre persone – che nel film sono state rese irriconoscibili per ragioni ovvie, nel volto e nella voce – hanno parlato di pericoli gravi per la salute legati soprattutto al trattamento degli ultimi residui del tar, quanto resta degli oli combustibili dopo la gassificazione, all’interno dell’impianto Sarlux, controllato dalla Saras. Testimonianze forti nella loro genericità, che però assumono un peso diverso se confortate dagli esiti di un lavoro scientifico da considerarsi serio e attendibile come quello condotto da Biggeri, cui il regista milanese ha fatto riferimento nel suo film-documento.  I vertici della Saras hanno sempre smentito con decisione l’esistenza di pericoli per la salute legati all’attività produttiva dell’impianto di raffinazione. Nel corso degli anni – lo stabilimento è stato inaugurato nel 1965 – altre rilevazioni epidemiologiche condotte dall’università di Cagliari e da autorevoli centri di ricerca hanno dato ragione all’azienda dei fratelli Moratti, i cui investimenti sulla sicurezza e sulla prevenzione sono stati sempre molto alti. Le parole chiare di Biggeri e l’accuratezza documentale con cui è stato realizzato il film hanno però indotto il capo della Procura a disporre approfondimenti. Un atto dovuto in presenza di elementi almeno in apparenza nuovi.  Il direttore della comunicazione Saras, Stefano Filucchi, manifesta assoluta tranquillità: «Abbiamo un grande rispetto per l’autorità giudiziaria e tutti i dati sulla nostra attività sono a disposizione». Aggiunge Filucchi: «La raffineria ha avuto la registrazione Emas dall’Ispra, il maggior istituto che si occupa di sicurezza ambientale e grazie a quella ci è stata confermata per otto anni l’autorizzazione ambientale Aia, prima raffineria in Italia, con controlli continui da parte dell’Arpas regionale cui ci sottoponiamo volontariamente».  Intanto stamane si farà l’udienza davanti al giudice Vincenzo Amato dopo il ricorso per sequestro giudiziario del film presentato dai legali del gruppo Saras, che chiedono l’eliminazione dal film di alcuni passaggi ritenuti lesivi e la restituzione di materiale fornito dalla Saras al regista. Oggi saranno sentite le parti.

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(foto C.B., archivio GrIG)

 

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  1. monica
    4 Settembre 2009 a 21:31 | #1

    http://gilioli.blogautore.espresso.

    repubblica.it/2009/09/04/%c2%abvoglia

    -inibire-la-proiezione-del-film%c2%bb/

    Pare che il presidente dell’Inter stia imitando il suo collega del Milan.Infatti i fratelli Moratti il 7 agosto scorso si sono rivolti al tribunale al Tribunale Civile di Cagliari per censurare in tutta Italia il film “Oil”, un documentario sulla Saras, il loro impianto petrolifero in Sardegna. L’atto di citazione, firmato dagli studi Chessa Miglior e Luminoso di Cagliari, oltre ai danni «patrimoniali e non», richiede al tribunale di inibire l’ulteriore proiezione, comunicazione e diffusione del documentario».Ma siccome non bastava, il 2 settembre scorso hanno anche scritto agli organizzatori di una rassegna dove il film doveva essere proiettato (il Festival internazionale del reportage ambientale di Genova) invitandoli a soprassedere, e facendo capire che se lo proiettano si beccano una citazione anche loro.Il film di Massimiliano Mazzotta racconta con testimonianze e dettagli l’inquinamento provocato dalla Saras a Sarroch (in provincia di Cagliari), l’aumento di malattie respiratorie nella zona dell’impianto e i rischi che corrono i lavoratori. Meno di cinque mesi fa alla Saras sono morti tre operai in un incidente sul lavoro nell’impianto di desolforazione. La solidarietà di questo blog, per quello che può valere, a Massimilano Mazzotta e al suo avvocato Giuseppe Fornari.

  2. gruppodinterventogiuridico
    25 Maggio 2009 a 23:42 | #2

    e a Sarroch respirano ricchi e felici a pieni polmoni…

    da La Nuova Sardegna, 24 maggio 2009

    Mauro Cois, primo cittadino, non invidia chi vive di solo turismo: meglio la Saras.

    «Siamo felici e c’è la salute…». Dei 5200 abitanti il 70% timbra nelle fabbriche. L’economia agricola è stata spazzata via quarant’anni fa dalle raffinerie della famiglia Moratti. (Umberto Aime)

    SARROCH. C’è chi gli Anni Sessanta se li ricorda bene. Non bisogna essere sul libro paga dell’Inps per mettere assieme un passato oggi impossibile da immaginare. Sarroch allora non era quella che è adesso, uno sky line disegnato solo sui profili aspri delle possenti e fiammeggianti ciminiere della raffineria. L’altra Sarroch, quella dei ricordi, dell’agricoltura e poco più, era anonima e non certo benestante. Ora è questo il Comune più ricco della Sardegna, o quello meno povero, secondo una lettura ottimista (o pessimista) dello studio messo assieme dal Centro di programmazione, dall’Osservatorio economico e dall’Agenzia delle entrate. Prima del 1965, anno inaugurale dell’era del petrolio, la terra degradava dolce, generosa e fertile verso il mare, c’erano le vigne dei marchesi di Villahermosa, i frutteti della gente comune. Oggi è rimasto poco o nulla di quel mondo che, nel 1797, affascinò persino Carlo Felice, re scacciato da Napoleone e rifugiatosi nel suo Regno di Sardegna: a Cagliari d’inverno, a Villa d’Orri, la casa dei Villahermosa, d?estate. Ma è stato un borghese a rivoluzionare tutto da queste parti. Si chiamava Angelo Moratti, dieci anni prima di quel 1965 era stato l’inventore della ‘Grande Inter’: Sarti, Burnich, Facchetti, Bedin, Guarnieri, Picchi… Herrera, l’allenatore. Nella metà degli Anni Sessanta, con tre scudetti e quattro coppe in bacheca, fu sempre lui a voler costruire la raffineria non in Sicilia ma nel golfo scavato dal mare tra Cagliari e Pula, scoperto dalla sponda di un barchino. È da quel giorno che Sarroch ha cambiato anima e pelle, cuore e cervello: oggi c’è la Saras, la Saras e nient?altro, aggiungono i detrattori dell’industria. Forse. Ma è proprio questo intreccio di tubi e valvole, ingoiate e digerite le vigne, ad aver prodotto ricchezza e stipendi mai in discussione. Qui il benessere ormai s’è consolidato. Su poco più di 5200 abitanti, il settanta per cento della forza lavoro censita dal Comune timbra in una delle fabbriche del polo industriale aggrappato alla Saras. Anche il paese è addossato al suo filone d’oro: tra la fabbrica e le prime case c’è meno di un chilometro. Troppo poco, secondo alcuni. Sarà, ma qui è un vivere continuo, in simbiosi, tra petrolio e quotidianità, uno sulle spalle dell’altro, virtù e difetti. Il sindaco Mauro Cois, al suo primo mandato dopo essere stato a lungo assessore nelle giunte di sinistra, lo sa bene: «Oggi è inimmaginabile pensare a Sarroch senza la Saras, ma anche alla Saras senza Sarroch». Impossibile: millecinquecento suoi elettori sono dipendenti della raffineria o delle aziende che ruotano attorno alla creatura della famiglia Moratti. Dov’è la ricchezza? Si vede, è sulle case. Sono pochissime quelle lasciate a metà, incompiute nel tetto e nella facciata, come impone invece la peggiore tradizione sarda, quella che ricorda l’esasperata precarietà. «È vero – dice Mauro Cois – investiamo sul mattone, ma non siamo il paese di bengodi». Modesto. La qualità della vita è buona, i quasi duemila euro che dalla raffineria alimentano in media ogni bilancio familiare servono a far vivere bene e a ‘elevare il gusto urbanistico’, qualche volta persino gridato da chi ostenta la fortuna sbarcata insieme ai Moratti. Lo status sociale tra questi ricchi di Sardegna conta, eccome: ognuno vuole dimostrare che qui sanno vivere al di là delle necessità comuni. I servizi sociali non si occupano di indigenti, senza pane e acqua come accade altrove. Qui, nelle cartelle, le assistenti affrontano solo possibili patologie mentali e conflitti familiari, non si scontrano con il carrello della spesa, vuoto. «Attenti a non santificarci – dice Cois – i nostri problemi li abbiamo e sono quelli di tutti: il malessere giovanile, per cominciare. Anche se quando incontro gli altri sindaci, mi rendo conto che da loro va molto peggio per colpa di alcol, droga e disoccupazione». Petto in fuori e orgoglio di campanile: a Sarroch gli ultimi tre peccati capitale della società moderna sono banditi. Altrove c’è lo spopolamento, l’emigrazione forzata. Qui accolgono persino gli espulsi, i licenziati, dal Sulcis, da Porto Torres e Ottana, con il paese che continua a crescere, a gonfiarsi. Da due anni anche oltre la storica barriera del cavalcavia sulla Sulcitana vecchia, più lontano dalla raffineria, sui terreni del borgo di San Giorgio, il primo nucleo abitato alle pendici delle montagne Arrubiu e Nieddu. Borgo subito tradito per avvicinarsi al mare prima, all’industria poi e infine alla ricchezza. Essere oggi i nababbi di Sardegna, è un vanto ma il prezzo pagato potrebbe essere alto, con l’inquinamento o, come ha scritto un ricercatore fiorentino ripreso dal recente documentario di denuncia Oil, con l’alta percentuale di morti per malattie tumorali intorno alla zona industriale. È così, signor sindaco? «Allarmismi e strumentalizzazioni – dice Cois – non sono accettabili. La verità è che dobbiamo avvicinari il più possibile al giusto equilibrio tra ambiente, salute e raffineria. Possiamo riuscirci, aumentando la rete di monitoraggio. Per questo è importante confrontarci con la Saras senza preconcetti, senza riverenze e, allo stesso tempo. la Saras dev’essere una casa di vetro». L’impresa della famiglia Moratti si vanta da sempre di esserlo, con i suoi certificati ambientali e di sicurezza, con le indagini epidemiologiche dell’università cagliaritana che le danno ragione e smentiscono Oil. Il sindaco conferma: «Nel 2008 su ventidue casi a rischio le centraline dell’Arpas hanno rilevato numeri sempre inferiori e di molto alla soglia d’emergenza. Ebbene sì, viviamo tranquilli ma sulla sicurezza le maglie continuerano a essere strettissime». Ricchi, felici, in buona salute e neanche gelosi, giura Cois: «Non invidio chi oggi vive di solo turismo».

  3. 25 Maggio 2009 a 11:37 | #3

    il Sindaco di Sarroch dichiara che benessere, lavoro, un pezzo di pane, una casa sono garantiti a Sarroch:

    http://ricerca.quotidianiespresso.it/

    lanuovasardegna/archivio/

    lanuovasardegna/2009/05/24/

    SL1PO_SL102.html

    immagini CASA CON VISTA a Sarroch:

    http://www.youtube.com/watch?v=AMaVv59mgfQ&feature=channel_page

  4. gruppodinterventogiuridico
    21 Maggio 2009 a 17:40 | #4

    da La Nuova Sardegna, 21 maggio 2009

    Cagliari, il giudice civile rinvia l’udienza. Il film sulla Saras contestato: a fine mese si decide sul sequestro.

    CAGLIARI. Pochi minuti e rinvio al 29 maggio per l’udienza davanti al giudice civile Vincenzo Amato sul ricorso per sequestro giudiziario del film-documento “Oil” del regista milanese Massimiliano Mazzotta, proiettato fra polemiche e veti l’ultima volta domenica scorsa all’ex teatro civico del Castello. I legali della Saras Angelo Luminoso e Guido Chessa Miglior hanno precisato davanti al magistrato che la richiesta al tribunale civile riguarda il sequestro probatorio del dvd. In sostanza i vertici della raffineria di Sarroch vorrebbero esaminare il contenuto del documentario per stabilire se danneggia l’immagine dell’azienda. L’avvocato Alberto Cocco Ortu, che rappresenta in giudizio il regista-produttore, ha dichiarato la disponibilità a mettere a disposizione della Saras il materiale informativo fornito durante la lavorazione del film di cui i legali hanno chiesto nel ricorso al giudice la restituzione. Per quanto riguarda il dvd l’avvocato Cocco Ortu ha invece preso tempo per potersi consultare con i due colleghi nominati da Mazzotta. Da qui il rinvio a breve deciso dal giudice Amato, che potrebbe preludere a una rapida soluzione della controversia. Sempre che l’ufficio legale Saras non decida di proseguire nell’azione giudiziaria. (m.l)

  5. Billya
    21 Maggio 2009 a 11:19 | #5

    Con i millioni di euro risparmiati, sulla pelle dei Sardi,il sorridente Moratti festeggia lo scudetto dell’inter!!!!

  6. gruppodinterventogiuridico
    20 Maggio 2009 a 17:24 | #6

    da La Nuova Sardegna, 20 maggio 2009

    La lente della Procura sulla raffineria. Due magistrati al lavoro dopo il documentario sull’attività della Saras. (Mauro Lissia)

    CAGLIARI. ‘Oil’, il documentario sulla Saras prodotto dal regista Massimiliano Mazzotta, ha suscitato l’attenzione della Procura della Repubblica, che ha aperto un fascicolo sull’attività della raffineria e sulle presunte conseguenze per la salute degli operai e degli abitanti di Sarroch. E’ stato il procuratore capo Mauro Mura – che non ha voluto confermare al cronista l’avvio di un’inchiesta giudiziaria, comunque a livello di atti relativi – a vedere direttamente il lungometraggio in una delle proiezioni pubbliche. Subito dopo sono stati incaricati due sostituti – Emanuele Secci e Maria Chiara Manganiello – che dovranno valutare se gli elementi d’informazione contenuti nel film siano fondati e se possano emergere ipotesi di reato, che in questa fase non vengono indicate. Il primo passo dell’indagine sarà con ogni probabilità l’acquisizione di una copia del dvd prodotto da Mazzotta. Il secondo l’esame della relazione scientifica elaborata dal ricercatore fiorentino Annibale Biggeri, che con estrema prudenza ma con inedita determinazione sembra fornire preoccupanti conferme ai timori espressi nel corso degli anni dagli abitanti di Sarroch: la percentuale di morti per malattie tumorali intorno alla zona industriale, dove operano anche altre aziende oltre la Saras, sarebbe al di là della media sarda. Biggeri ha parlato con insistenza di alterazioni al dna riscontrate fra gli operai Saras e nella popolazione dell’area, alterazioni che secondo i dati edpidemiologici disponibili accrescerebbero il tasso d’incidenza di alcune malattie. «Qui a Sarroch ormai si muore solo di cancro, si muore di malattia…» hanno detto alcuni giovani protagonisti del documentario. Altre persone – che nel film sono state rese irriconoscibili per ragioni ovvie, nel volto e nella voce – hanno parlato di pericoli gravi per la salute legati soprattutto al trattamento degli ultimi residui del tar, quanto resta degli oli combustibili dopo la gassificazione, all’interno dell’impianto Sarlux, controllato dalla Saras. Testimonianze forti nella loro genericità, che però assumono un peso diverso se confortate dagli esiti di un lavoro scientifico da considerarsi serio e attendibile come quello condotto da Biggeri, cui il regista milanese ha fatto riferimento nel suo film-documento. I vertici della Saras hanno sempre smentito con decisione l’esistenza di pericoli per la salute legati all’attività produttiva dell’impianto di raffinazione. Nel corso degli anni – lo stabilimento è stato inaugurato nel 1965 – altre rilevazioni epidemiologiche condotte dall’università di Cagliari e da autorevoli centri di ricerca hanno dato ragione all’azienda dei fratelli Moratti, i cui investimenti sulla sicurezza e sulla prevenzione sono stati sempre molto alti. Le parole chiare di Biggeri e l’accuratezza documentale con cui è stato realizzato il film hanno però indotto il capo della Procura a disporre approfondimenti. Un atto dovuto in presenza di elementi almeno in apparenza nuovi. Il direttore della comunicazione Saras, Stefano Filucchi, manifesta assoluta tranquillità: «Abbiamo un grande rispetto per l’autorità giudiziaria e tutti i dati sulla nostra attività sono a disposizione». Aggiunge Filucchi: «La raffineria ha avuto la registrazione Emas dall’Ispra, il maggior istituto che si occupa di sicurezza ambientale e grazie a quella ci è stata confermata per otto anni l’autorizzazione ambientale Aia, prima raffineria in Italia, con controlli continui da parte dell’Arpas regionale cui ci sottoponiamo volontariamente». Intanto stamane si farà l’udienza davanti al giudice Vincenzo Amato dopo il ricorso per sequestro giudiziario del film presentato dai legali del gruppo Saras, che chiedono l’eliminazione dal film di alcuni passaggi ritenuti lesivi e la restituzione di materiale fornito dalla Saras al regista. Oggi saranno sentite le parti.

  7. mmc
    19 Maggio 2009 a 19:04 | #7

    Nell’ormai lontano 1971 il Dr. Beniamino Cervi (ex ETFAS) intentò causa alla SARAS per danni alle colture e ai terreni circostanti gli impianti.

    Purtroppo venne a mancare nel 1974 e non potè vedere conclusa la sua battaglia che in ogni caso finì male per lui e il figlio, il Dr. Giancarlo Cervi.

    Non ostante la mole di dati rilevati dai Cervi con i tecnici incaricati da “Il Resto del Carlino”, la questione venne messa a tacere.

    Non si riesce a reperire quei dati.

  8. chicco
    19 Maggio 2009 a 13:02 | #8

    l’Inter ha vinto lo scudetto, silenzio..

  9. Pina
    18 Maggio 2009 a 22:48 | #9

    Questo Mazzotta non ha capito un fico secco, il popolo sardo non ha dignità e se l’ha mai avuta ormai deve essere finita in fondo al mare.

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