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Un bel po’ di gas per Portoscuso…

17 Settembre 2009

 

Grazie a Tore Casanova, carlofortino, possiamo mostrarvi una consueta immagine di Portoscuso avvolta dalla nube di fluoro che persiste, nonostante l’intervento dei tecnici esperti del gruppo Alcoa.  L’ A.R.P.A.S., i Carabinieri del N.O.E., la Provincia di Carbonia-Iglesias sono intervenuti tempestivamente, ma l’inquinamento continua…

Gruppo d’Intervento Giuridico

 

 

(foto T.C., archivio GrIG)

  1. gruppodinterventogiuridico
    24 Ottobre 2009 a 17:05 | #1

    da La Nuova Sardegna, 24 ottobre 2009

    PORTOSCUSO. Fluoro, contestati i dati dell’Arpas che giudica i valori nella norma. (Erminio Ariu)

    PORTOSCUSO. I dati forniti dall’Arpas sull’accertamento in atmosfera del fluoro uscito dalle celle elettrolitiche di Alcoa contestato dagli abitanti di Paringianu e dai consiglieri comunali di Portoscuso. I dubbi emergono a seguito di una verifica incrociata tra le condizioni meteorologiche del periodo e la posizione della strumentazione dei tecnici dell’Arpas. I valori contestati provengono dalle centraline sistemate a Portoscuso e Paringianu e sono riferiti al 23, 24 e 25 settembre. Per tre giorni, secondo l’archivio meteo di Decimomannu, le condizioni meteorologiche non erano adatte ad accertamenti in atmosfera. Pioggia e vento, anche secondo gli abitanti di Paringianu, avrebbero inficiato la validità dei dati. «Infatti – denuncia Angelo Cremone, consigliere comunale dell’opposizione – in quei giorni è certo che ci sia stata forte pioggia e temporali. Il vento era quello di levante e le centraline a Paringianu non erano in posizione corretta per rilevare le quantità di fluoro che uscivano dalle celle elettrolitiche di Alcoa. Acqua e vento quindi potrebbero aver condizionato i valori, risultati sotto i limiti di legge, ma sempre preoccupanti. Ci chiediamo: perché sono state effettuate analisi in simili condizioni?» Dai dati forniti dall’ufficio meteorologico, in alcuni momenti, si riscontravano raffiche di vento superiori a 24 km/h. Pertanto, se ci fosse stato del fluoro nell’aria, sarebbe stato indirizzato dalla parte opposta rispetto alle centraline. «Chiediamo alle autorità sanitarie, all’assessore regionale all’ambiente e alla sanità – insiste Cremone – che si apra un’inchiesta sul metodo di lavoro dell’Arpas che dichiara di non disporre di strumentazione adatta a rilevare nell’aria la presenza di fluoro ma alla fine propone alla provincia Carbonia-Iglesias dati che si considerano a norma». Gli abitanti di Portoscuso suggeriscono anche di sottoporre Igea e i chimici della società pubblica ai prossimi controlli.

  2. gruppodinterventogiuridico
    25 Settembre 2009 a 17:03 | #2

    da La Nuova Sardegna, 25 settembre 2009

    La relazione inviata ieri dai tecnici dell’Arpas. Alcoa, inferno in fabbrica oltre i veleni anche i pericoli.

    PORTOVESME. Sono stati notificati, ieri mattina, all’amministrazione provinciale Carbonia-Iglesias, ai carabinieri del Noe, alla stazione forestale e di vigilanza ambientale di sant’Antioco, all’assessorato regionale igiene e sanità e al dipartimento di prevenzione dell’azienda sanitaria di Carbonia, i risultati delle analisi effettuate nello stabilimento Alcoa e all’esterno della zona industriale di Portovesme sulla presenza in atmosfera di acido fluoridrico. Dati tutti relativi alle campionature effettuate tra il giorno l0 settembre e il 19 settembre dai tecnici del dipartimento Arpas di Portoscuso. Il primo rilievo fatto dall?Arpas riguarda il fatto che su 328 celle presenti in sala elettrolisi quasi una sessantina di queste erano state escluse dal ciclo produttivo per anomalie di marcia: «E questa relazione è sintomo di una situazione di instabilità nel ciclo produttivo e di una evidente difficoltà gestionale da parte dei tecnici impiantisti di processo dello stabilimento». Le osservazioni fatte, secondo l’Arpas puntavano a misurare la concentrazione di fluoruri totali immessi in atmosfera e non solo lo ione fluoruro, derivante dall’acido fluoridrico. Arpas sottolinea che le disposizioni di legge impongono la tolleranza di 2.2 microgr/Nmcubo e nella campione 3353 si è arrivati ad oltrepassare 5.5 microgr/Nmcubo di HF. Gli accertamenti fatti sono indubbiamente complessi ma sinteticamente l’Agenzia regionale per la protezione ambientale sostiene che alcuni campioni prelevati hanno evidenziato valori superiori a 20 microgrammi /Nmcubo limite della concentrazione media nelle 24 ore. Ora dopo questo rapporto le decisioni passano di competenza della Provincia che dovrà, dopo attenta verifica e con rigore scientifico, decidere sul da farsi. Alcoa continua intanto a riconoscere che per riportare alla normalità lo stabilimento occorreranno almeno altre 4 settimana, ma non ha ancora annunciato se le celle in avaria saranno fermate per evitare l’aggravarsi della situazione ambientale. Si spinge sull’acceleratore al massimo per tenere alta la produzione ma dal sopralluogo dei tecnici Spresal e dei funzionari della Asl alcune celle continuano a marciare senza protezione e quindi «è presente un’apertura nel vuoto che espone i lavoratori a pericoli di caduta nel vuoto. I grigliati dei pavimenti presentano cavità pericolose – certificano gli esperti della Asl 7 – e si è rilevato inoltre che il sistema di caricamento di allumina e fluoruri tramite carro-tramoggia, in alcune postazioni, risultano non essere in buono stato di efficienza in quanto si verificano notevoli perdite e diffusione nell’ambiente di lavoro delle polveri e di materiali». Un quadro quindi poco rassicurante soprattutto per i lavoratori. Intanto, arriva una conferma ufficiale: la prima cella è saltata la mattina dell?8 agosto e in quell’occasione una nube gialla aveva avvolto l’impianto. Ma solo recentemente Alcoa ha ammesso l’incidente tecnico. Il coperchio della cella esplosa si è disintegrato provocando la fuoriuscita di gas nocivi. Si sta andando avanti così da 45 giorni.

  3. gruppodinterventogiuridico
    23 Settembre 2009 a 18:13 | #3

    da La Nuova Sardegna, 23 settembre 2009

    PORTOVESME. Nube tossica, continua l’allarme nel Sulcis. (Erminio Ariu)

    PORTOVESME. L’impressionante nube tossica che si è levata dallo stabilimento Alcoa di Portovesme continua a inquietare le popolazioni del Sulcis Iglesiente, soprattutto dopo che l’Arpas ha rilevato vicino alla fabbrica concentrazioni di fluoro anche cinque volte superiori alla norma. Si attendono ora i dati sulla presenza di PM-10, anidride solforosa e Ipa, mentre l’Asl 7 ha deciso di avviare un’indagine epidemiologica. Intanto, nessuna decisione da parte della Provincia. L’assessore Bruno Pissard ha deciso di temporeggiare chiedendo ai responsabili dell’Agenzia regionale per la protezione ambientale dati certi. «Ci hanno mandato un dato solo su un punto definito – ha riferito – e questo non può essere un elemento attendibile per valutare l’eventuale danno ambientale e per consentire ai tecnici della Provincia di assumere decisioni conseguenti». Pissard si è poi detto sorpreso perchè l’Arpas ha contestualmente trasmesso i dati agli organi d’informazione e agli organi di controllo. L’unico dato reso noto proviene dall’accertamento fatto in località Eca de Chiccu Sedda a circa un chilometro dalla fabbrica.

    L’assessore provinciale all’Ambiente contesta le procedure nell’analisi sulla qualità dell’aria. «Un allarme ingiustificato dell’Arpas sulla scorta di dati ancora imprecisi».

    PORTOVESME. Nessuna decisione da parte della Provincia, attraverso l’assessorato all’Ambiente, a conclusione delle verifiche del materiale cartaceo ricevuto dall’Arpas sulle analisi effettuate nelle centraline circa la presenza di fluoro nell’aria e nel reparto celle. L’assessore Bruno Pissard, proprio per la mancanza di elementi oggettivi e riscontri scientifici dovuti per legge, ha deciso di temporeggiare pretendendo dai responsabili dell’Agenzia regionale per protezione ambientale dati certi. «Ci hanno mandato un dato su un punto definito- ha riferito Bruno Pissard – e questo non può essere un elemento attendibile per valutare l’eventuale danno ambientale e per consentire ai tecnici della Provincia di assumere decisioni conseguenti. Si ritiene doveroso sottolineare il comportamento poco opportuno del Direttore generale dell’Arpas, che ha contestualmente trasmesso i dati agli organi d’informazione e agli organi di controllo evidenziando solo alcuni aspetti particolarmente negativi in un determinato luogo». Pissard non va oltre con i commenti ma appare decisamente contrariato per la traiettoria che si sta facendo seguire all’informazione su questa preoccupante vicenda che riguarda innanzitutto la salute dei lavoratori della fabbrica di alluminio primario e della popolazione. L’unico dato reso noto proviene dall’accertamento fatto in località Eca de Chiccu Sedda a circa un chilometro dalla fabbrica. E all’interno del reparto? Una zona poco interessata dai venti prevalenti e soprattutto da quelli che, per settimane, hanno spirato a Portovesme. Intanto cominciano ad emergere fatti ancora più preoccupanti. Esperti esterni non nascondono che le conseguenze per la salute delle persone potrebbero essere pesantissime. «Intanto occorre sapere – precisa un chimico – se nella sala celle c’è presenza di fluoro o di fluoruri. Comunque per accertare la presenza dell’elemento chimico o di un suo composto basta disporre di una pompa aspirante e poi passare in laboratorio. E’ certo che la fuoriuscita di fluoro provoca anche piogge acide e la formatine di acido fluoridrico che è un composto subdolo perché, sul momento non irrita la pelle ma si fa sentire quando raggiunge le ossa». Ma il sospetto che oltre al fluoro ci siamo anche altre sostanze particolarmente nocive arriva dai delegati delle Rappresentanza Lavoratori Sicurezza in un documento presentato ad Alcoa, all’Arpas stessa e all’azienda sanitaria 7 di Carbonia. In piena tempesta, Stefano Lai e Massino Cara hanno chiesto all’azienda accertamenti sanitari: «Perché la grave situazione ambientale del reparto sala elettrolisi di questi mesi, ha verosimilmente modificato le condizioni di rischio nel reparto. Chiediamo che tutti gli operai diretti e indiretti vengano sottoposti ad accertamenti che consentano di verificare gli indici di assorbimento di fluoro e Ipa (Idrocarburi policiclici aromatici). E’ verosimile che in un processo ad alte temperature, con celle scoperte, dal fondo catodico si liberino oltre al fluoro anche percentuali di Ipa». La Rls di fabbrica pertanto ha chiesto una ricerca di fluoro nelle urine, attraverso la fluoremia, e di eseguire l’immunocito test, marcatore tumorale del carcinoma alla vescica. Note dello stesso tenore erano state inviate al servizio sanitario della Regione agli ispettori Upg e all’azienda. L’impegno dei delegati della Rls si ferma ai cancelli della fabbrica, ma nessuno, fino ad oggi, in forma ufficiale, si è preoccupato della salute degli abitanti di Portoscuso e di Paringianu.

  4. gruppodinterventogiuridico
    22 Settembre 2009 a 17:32 | #4

    da La Nuova Sardegna, 22 settembre 2009

    Incontro promosso dalla Provincia con i rappresentanti dell’Azienda e dei sindacati sul caso Alcoa. Il fluoro cinque volte oltre la norma. L’Arpas ha riscontrato il dato nell’area vicina all’impianto di Portovesme. Il componente sarebbe presente con 140 microgrammi per metro cubo nelle emissioni in atmosfera (Erminio Ariu)

    PORTOVESME. Un silenzio preoccupante, rotto solo nel tardo pomeriggio dalla nota inviata dall’Arpas alla Provincia. L’agenzia regionale dell’ambiente ha rilevato una concentrazione di fluoro pari a 124 microgrammi per Normalmetrocubo (mentre è prevista una soglia massima di 24 microgrammi) nelle rilevazioni fatte sul passaggio della nube dell’Alcoa. Nell’era della comunicazione, dell’informatica e della tecnologia avanzata, all’Arpas, dipartimento di Portoscuso, occorrono mesi per riferire alle autorità sanitarie e all’assessorato provinciale all’Ambiente quale è il tasso di inquinamento proveniente dai prelievi dell’aria antistante lo stabilimento Alcoa. Ieri, quando ancora dei dati non c’era traccia, l’assessore provinciale all’Ambiente Bruno Pissard ha puntato l’indice contro l’Agenzia regionale per la difesa dell’ambiente. Un confronto aperto quello che la Provincia ha cercato di intavolare con i rappresentanti dei lavoratori che, senza peli sulla lingua, hanno accusato apertamente l’azienda, di avere trascurato le questioni ambientali per preferire il risparmio. Bruno Pissard, ancora una volta si è mostrato disarmato e ha denunciato il comportamento dell’Arpas: «Mi risulta che le centraline sistemate nello stabilimento e fuori dalla fabbrica – ha spiegato Bruno Pissard – non rilevano la presenza del fluoro e questo preoccupa perché è in ballo la salute dei lavoratori e della gente che vive a Portoscuso e Paringianu. Quanto all’ultimatum notificato ad Alcoa era un atto dovuto perché i funzionari della Provincia devono rispettare le disposizioni di legge». A fianco dell’assessore c’era il direttore del settore ambiente Palmiro Putzulu che ha riferito di dover lavorare con gli occhi bendati per l’atteggiamento assunto dall’Arpas. Il reparto elettrolitico è gravemente malato anche se il direttore dello stabilimento Marco Guerini, e il responsabile delle manutenzioni e della produzione Sergio Vittori, hanno ribadito costantemente che la situazione è nettamente migliorata. «Allo stato attuale – ha precisato Marco Guerini – sono ferme 60 celle. L’Arpas è venuta più volte ad ha attestato che le condizioni sono migliorate. Il personale che opera nel reparto sta lavorando senza sosta ma non sappiano di preciso quando si tornerà alla normalità. Abbiamo anche dato incarico ad una ditta privata di effettuare analisi e controlli». Incarico, questo, di nessuna efficacia perché i soli dati ritenuti attendibili sono quelli dell’Arpas. Fino ad oggi quindi a tutela della pubblica salute ci sono state le osservazione visive, senza alcun dato scientifico complessivo. Escono fluoruri ed altri inquinanti gli interventi riparatori tardano. Nel mirino anche per Cgil, Cisl e Uil è la conduzione tecnica della fabbrica. «C’è stata e c’è ancora una grave carenza nella conduzione tecnica – ha precisato Rino Barca della Cisl territoriale -. Non è da oggi che chiediamo uno screning per i lavoratori e investimenti i più massicci per ridurre i tempi del disagio provocato dalle emissioni gassose». Il dissenso contro il modo di agire di Alcoa è diffuso. «Non nascondiamo la realtà – ha detto chiaro e tondo Angelo Diciotti, della segreteria provinciale Cub -, perchè in quel reparto, oltre agli gas, c’è fluoro e lo sanno tutti. Ebbene, dico con cognizione di causa che ancora oggi l’azienda sta cercando di salvare le celle, per risparmiare, invece di fermarle a tutela della salute della gente». Non meno tenero è Massimo Cara, della Rls di fabbrica: «All’Arpas abbiamo inviato richieste pressanti per accertare quanto stava accadendo in questo stabilimento, da almeno due mesi. Ebbene non ci ha mai risposto nonostante per legge il nostro apporto non può essere trascurato». Poi in serata è stata resa ufficiale la nota dell’Arpas: concentrazioni di fluoro cinque volte superiori alla norma sono state rilevate a pochi metri dallo stabilimento, in località Eca de Chiccu Sedda (in direzione del vento al momento del prelievo).

  5. 22 Settembre 2009 a 12:10 | #5

    Eureka: “Primi dati sui controlli ambientali all’Alcoa” da parte dell’ARPAS (http://www.sardegnaambiente.it/

    index.php?xsl=612&s=123916&v=2&c

    =4581&idsito=21).

  6. Bio IX
    20 Settembre 2009 a 23:37 | #6

    Scommetto che, alla fine, rientrerà tutto abbondantemente nei limiti di legge.

  7. gruppodinterventogiuridico
    20 Settembre 2009 a 20:31 | #7

    da La Nuova Sardegna, 21 settembre 2009

    L’assessore provinciale Pissard: «L’Arpas non ci ha mai comunicato nessun dato sulle emissioni di fluoro». Alcoa, il silenzio della Regione. Il sindacato accusa l’azienda: «Gestione legata solo al massimo profitto». Di notte nuvole di fumo escono dalle celle elettrolitiche e si diffondono in atmosfera. (Erminio Atiu)

    PORTOVESME. Bocche cucite all’Arpas e le celle elettrolitiche dell’Alcoa continuano a sputare in aria impressionanti quantità di fluoro. Alcoa, nonostante le verbali garanzie degli ultimi giorni sulla riduzione delle emissioni gassose nell’aria sembra abbia perso il controllo degli impianti. Le osservazioni visive notturne confermano che è in atto un peggioramento della situazione ambientale e verosimilmente anche sanitaria. «Siamo decisamente preoccupati – afferma l’assessore provinciale all’ambiente, Bruno Pissard – perché dall’Arpas non riceviamo alcun documento che attesti le dichiarazioni verbali sul miglioramento della situazione. Fino ad oggi non ci hanno mai fatto recapitare dati analitici che attestino quanto dicono. Ci hanno spiegato che le centraline che rilevano l’eventuale presenza di fluoro, nell’aria, sono dislocate lontano dallo stabilimento e questi controlli vengono effettuati a scadenza mensile. Affermazioni gravi che non spiegano alcunché su questo sta avvenendo». Bruno Pissard rassicura soprattutto i lavoratori che la Provincia non ha come obbiettivo la chiusura dello stabilimento ma è chiaro che, in primo luogo, l’ente intermedio è impegnato a tutelare l’ambiente e soprattutto la salute degli abitanti di Portoscuso e Paringianu. «Siamo completamente disinformati – aggiunge Pissard – nonostante le nostre pressanti richieste ad avere la dovuta documentazione e le conclusioni delle analisi di laboratorio. Non ci vengano a dire che il fluoro non inquina perché nessun essere vivente può respirare per mesi quell’elemento chimico. Tutte le nostre richieste presentate all’Arpas e le risposte che ci sono pervenute sono state inviate alla Procura della Repubblica e all’assessorato regionale all’Ambiente che viene invitato peraltro ad ingiungere all’agenzia regionale per prevenzione dell’ambiente di notificarci i risultati delle analisi di laboratorio». Intanto da due giorni nel reparto elettrolitico sembra si produca più fluoro che alluminio. Un vero disastro che tutti cercano di nascondere per evitare le possibili ritorsioni di Alcoa. Indubbiamente la macchina elettrolitica – denuncia Roberto Straullu segretario regionale della Uilm – sta funzionando malissimo e per riparare i danni occorre scoperchiare le celle. Questa operazione comporta emissioni di fluoro nell’aria ma non ci sono alternative. E’ fuori d’ogni dubbio che Alcoa, in questi anni ha condotto le celle con la logica del risparmio pensando solo al massimo profitto senza curarsi delle possibili conseguenze. Qui è arrivato il leader massimo della multinazionale americana che ha preannunciato investimenti e cifre importanti per rimettere in carreggiata lo stabilimento ma ha subito messo le mani aventi: ci saranno tagli occupazionali per fare risparmi». Il sindacato è tra l’incudine e il martello ma tutte le sigle e tutti i delegati hanno come obiettivo la continuità produttiva e la salute dei lavoratori e degli abitanti dei due centri che gravitano nelle vicinanze di quei forni impazziti. «Occorre in questo momento fare una scelta – conclude Straullu – Per salvare lo stabilimento occorre, quando le celle entrano in fibrillazione, scoperchiare i forni ma questo comporta sacrifici ambientali. Non spetta al sindacato decidere». Intanto per domani l’assessore provinciale all’Ambiente ha deciso di convocare un assemblea nella sede dell’ente intermedio a Iglesias. «Abbiamo convocato Alcoa, la Rsu di fabbrica i segretari territoriali di Cgil, Cisl e Uil, gli amministratori di Portoscuso e l’Arpas – conclude Pissard – intendiamo ottenere chiarimenti su quanto sta accadendo».

  8. tore
    18 Settembre 2009 a 18:35 | #8

    … la foto è stata scattata la mattina del 14/9/2009.

  9. GF
    17 Settembre 2009 a 18:44 | #9

    Ma che bell’articolo!

    La ASL che cos’è? Uno strumento misuratore della salute delle celle elettrolitiche? E la Provincia? Una clessidra senza sabbia?

    A forza di avere a che fare con macchinari e bilanci si sono dimenticati che li fuori ci sono esseri viventi che respirano sostanze che in natura non dovrebbero respirare in nessuna dose per milione o per miliardo.

    G.F.

  10. gruppodinterventogiuridico
    17 Settembre 2009 a 18:18 | #10

    da La Nuova Sardegna, 16 settembre 2009

    Alcoa non chiude, arriva la tregua. Concesse 24 ore dalla Provincia. Le ipotesi sulla fuga di fluoro. Ci vorrà ancora tempo per accertare eventuali danni sul territorio. (Giuseppe Centore)

    IGLESIAS. La fabbrica ieri non ha chiuso – la Provincia ha concesso un’ulteriore tregua di 24 ore – e forse non chiuderà neppure nei prossimi giorni. La fuoruscita incontrollata di fluoro dalle celle elettrolitiche di Alcoa avrà però serie ricadute sul futuro dello stabilimento e creerà un pesante danno di immagine alla multinazionale statunitense, da anni impegnata a costruire un clima positivo intorno alla fabbrica con diverse iniziative di promozione e solidarietà. Il settembre nero per Alcoa rischia di far cadere tutto ciò come un castello di carte.

    Gli effetti. È il primo problema, quello che ha allarmato, pur con qualche giorno di ritardo, tutti gli enti interessati: Comune di Portoscuso, Provincia e Regione. La fuorisciuta del fluoro da 55 delle 326 celle elettrolitiche di Alcoa ha creato una sorta di cappa velenosa sopra la fabbrica, solo da poche ore in via di superamento. Il fluoro viene percepito dall’uomo in dosi di 20 parti per miliardo, la sua esposizione massima tollerabile giornaliera secondo il Cdc di Atlanta (l’agenzia governativa Usa dedicata al controllo e alla prevenzione delle malattie) è di 1 parte per milione, e la più bassa dose mortale è pari a 25 parti per milione. Da 1 parte per milione in su il Cdc raccomanda l’uso di respiratori. Da questi dati si capisce l’estrema tossicità del fluoro liberato in ambiente. Il problema per i tecnici di Arpas e Asl che stanno monitorando la sala elettrolisi di Alcoa (e che ieri sera hanno parlato di un leggero miglioramento) è che il fluoro, caldo, dalle celle è salito verso il tetto della sala e da lì è fuoriscito da tutti gli interstizi disponibili; misurare la diffusione nell’aria del fluoro è difficile, perché la differenza di temperatura fa salire il fluoro verso l’alto e così «ad altezza di naso e bocca», come dicono i tecnici della Asl c’è meno fluoro che a tre, quattro metri. Il miglioramento, e lo slittamento dell’ultimatum dato dalla Provincia ad Alcoa, lasciano intendere che la fase dell’emergenza è passata, ma visto che il fluoro non fuoriesce dai camini, dove è facile collocare le sonde per verificarne la densità, valutare quanto sia stato elevato il livello di pericolo e quali saranno le ricadute sul terreno delle emissioni, sarà un lavoro che porterà via settimane.

    Le cause. Le 55 celle fermate, e le altre sotto osservazione, rappresentano il 20 per cento della capacità produttiva di Alcoa. Le celle di Alcoa, grosso modo, sono grandi vasche di materiale refrattario e acciaio su cui è disposta una “suola” di grafite che funziona da catodo perché collegata a un polo negativo di un generatore di corrente continua. Sul fondo si deposita l’allumina, una polvere bianca finissima e la criolite, fusi a poco meno di 1000 gradi. Una barra di carbone viene immersa nel fuso quasi a contatto col fondo, ed è collegata al polo positivo della corrente. L’alluminio, ad altissime temperature, si deposita sul fondo della vasca; ci vogliono due tonnellate di allumina, e soprattutto 25 megawatt di energia elettrica, per ottenere una tonnellata di alluminio. Ognuna delle celle “sospette” è stata studiata con attenzione, per capire perché gli incidenti si siano estesi non a due ma a decine e decine di esse, anche distanti tra loro. Oltre il muro del silenzio aziendale, due ipotesi; la prima è che la barra di carbone (ciascuna pesa oltre 1200 chili) immersa nella cella non fosse del tutto pura, cioè che il carbone acquistato contenesse impurità tali da creare reazioni al momento della fusione rilasciando molto più fluoro del previsto; la seconda punta il dito sulla allumina, altrettanto non pura.

    I costi. Altro che tariffe agevolate! L’incidente delle celle è una mazzata molto forte sui conti dello stabilimento, soprattutto in una fase nella quale il mercato dell’alluminio, come quello di tutti i metalli non ferrosi, è tornato a salire. Dopo aver toccato il punto più basso a metà marzo di 1300 dollari a tonnellata, adesso il prezzo è di 1800, e la tendenza è a salire. Tra mancati guadagni per le produzioni ridotte, manutenzione e ricostruzione delle celle colpite, ad Alcoa questo incidente potrebbe costare 40 milioni di euro. È l’aspetto che più preoccupa i sindacati. Il venir meno in questa fase della sostenibilità economica dello stabilimento, secondo Cgil, Cisl e Uil non deve comportare alcun ripensamento da parte di Alcoa. «Adesso è ora di investire in sicurezza e tecnologie, per non perdere il treno della ripresa mondiale». Speranza, più che certezza.

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