Sempre affascinante la “Cagliari da bere”…

Nuova puntata presso il Palazzo di Giustizia della sit-com sulla Cagliari da bere nota come processo Ranno. Molto pesanti le richieste di condanna da parte del pubblico ministero dott. Giangiacomo Pilia. Se fossero confermate le accuse in sede di giudizio, si avrebbe proprio un bel quadretto su come viene gestita la res publica nella nostra Città e nella nostra Regione.
Gruppo d’Intervento Giuridico
da La Nuova Sardegna, 25 novembre 2009
Cagliari. L’intreccio politico-affaristico rivelato dalla promotrice finanziaria Gabriella Ranno.
Fideuram, il pm chiede 14 condanne. Dieci anni per gli ex assessori Pirastu e Carboni e per Asunis (ex Arst). Mauro Lissia
CAGLIARI. È caduta l’accusa di corruzione per l’imprenditore edile Peco Soldati, che resta imputato di riciclaggio. Saltano per insussistenza anche quattro fatti di corruzione per Giorgio Asunis e due per Antonio Medardi. Altri 49 reati che riguardano dieci imputati svaniscono a causa dei tempi lunghi della giustizia: prescritti. Il resto dell’impianto accusatorio per il pubblico ministero Giangiacomo Pilia ha retto pienamente alla prova dell’istruttoria dibattimentale malgrado i vuoti di memoria e le contraddizioni in cui è precipitata Gabriella Ranno, capofila della truffa agli enti strumentali della Regione e teste centrale della Procura. Il conto finale del processo Fideuram è dunque salatissimo, com’era facile prevedere dopo quasi due anni di udienze infuocate davanti al tribunale: 14 richieste di condanna, una posizione interamente prescritta e un «non doversi procedere» per un imputato deceduto nel corso del procedimento. Forse un record assoluto in Sardegna per i casi di reati contro la pubblica amministrazione e insieme la conseguenza giudiziaria di una vicenda esemplare di clientelismo eletto a prassi politica. Le richieste di pena più pesanti per gli ex assessori regionali di Forza Italia, Andrea Pirastu e Marco Carboni: dieci anni di carcere. Stessa richiesta per Giorgio Asunis, ex amministratore dell’Arst. Ma al di là delle posizioni individuali le quattro ore di requisitoria – insieme alla memoria di settanta pagine consegnata dall’accusa al tribunale e alle parti – confermano la ricostruzione originaria di un intreccio affaristico-sentimentale che nasce dalla relazione fra l’ex assessore regionale all’industria Andrea Pirastu e la Ranno, continua con i contratti d’investimento in fondi comuni che la promotrice finanziaria riesce a imporre ad enti e organismi regionali – Igea, Coopfin, Isola, Arst – grazie all’aiuto del compagno, si chiude con l’arresto della professionista e infine deflagra con i sedici verbali-confessione della bionda responsabile delle relazioni istituzionali Fideuram. Verbali che contengono una sequenza di pesantissime e in parte documentate chiamate in correità («non mi farò mollare» aveva annunciato alla Nuova Sardegna la Ranno, all’alba dell’inchiesta) che trascinano nei guai giudiziari trentaquattro notabili della politica e della sottopolitica di centrodestra, numero poi dimezzato dal gup Alessandro Castello all’udienza preliminare. Controllato nei termini e volutamente pacato nei toni, il pm Pilia si è rivolto al tribunale – presidente Claudio Gatti, a latere Cristina Ornano e Francesco Pintori – per mettere in fila secondo un ordine cronologico e insieme logico i fatti raccolti dalla Guardia di Finanza in due anni di indagini estremamente complesse. Il punto fermo, provato dagli atti e dalle ammissioni della Ranno, è la mole di contratti d’investimento in Fonditalia «viziati da false garanzie – ha spiegato Pilia – e da false rendicontazioni» con «proposte esorbitanti rispetto al mercato» che manifestano la «condotta fraudolenta» della professionista ma anche di chi la spalleggiava. Tra il 1997 e il 1998 la Ranno era una promotrice come altre e poteva contare «su un esiguo portafogli clienti». La sua esplosione professionale coincide con l’avvio del rapporto sentimentale fra lei e Pirastu: «È lui che la introduce negli ambienti che contano, lui le presenta amministratori e direttori di enti pubblici». Nel giro di due-tre anni la Ranno mette insieme un portafoglio contratti da 70 milioni di euro e incassa provvigioni per otto milioni. Poi, travolta da promesse di rendimento che in certi casi sfiorano il 20 per cento annuo, la promotrice si perde nel marasma delle richieste di rientro, restituisce capitali prendendo i soldi dai conti di altri clienti. Il lenzuolo finanziario s’accorcia e infine si strappa, lasciando in vista quella che si rivela essere una truffa colossale. La promotrice di successo scivola su se stessa e si ritrova sola di fronte alla legge. Per il pm «tutti gli investimenti agganciati dalla Ranno sono riconducibili a persone vicine a Pirastu». Amministratori di enti targati Forza Italia come Marco Carboni «che diventerà assessore dopo aver agevolato il megacontratto Arst» o come Giorgio Asunis, Franco Martucci, Carlo Boi, Antonio Luigi Medardi, Francesco Masia e Gonario Gianoglio. Gli altri sono piccole rotelle del meccanismo, compresi i responsabili locali della rete promotori Fideuram. I pesci grossi – hanno sostenuto i difensori, nel corso del dibattimento – andavano cercati altrove, magari nella sede centrale della banca. Il 15 dicembre la discussione prosegue con gli interventi delle parti e dei responsabili civili. La sentenza è prevista per fine marzo.
(foto S.D., archivio GrIG)




che squallida storia..e chi ci ha rimesso sono state le nostre tasche, come sempre.