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Ridi, che la crisi è passata!

   

 

Il Censis (Centro studi investimenti sociali, fondazione riconosciuta con D.P.R. 11 ottobre 1973, n. 712) presenta il 43° rapporto sulla situazione sociale nel Paese (anno 2009) e la finestra è aperta su un panorama di crisi profonda.   Come già emerso nel 42° rapporto sulla situazione sociale del Paese (anno 2008) e nel rapporto Istat 2007Certamente è frutto delle devastanti contingenze finanziarie internazionali, tuttavia è anche frutto della sfiducia sempre più forte nelle così dette Istituzioni, cioè in amministrazioni pubbliche che moltissimo potrebbero fare per incentivare l’economia reale ed i servizi ai cittadini. Un esempio fra i tanti: fra le motivazioni della riforma Gelmini per l’istruzione c’è l’esigenza di recuperare soldi in tutti i modi per investimenti.  E lo si è fatto tagliando migliaia di posti di lavoro e peggiorando, di fatto, un fondamentale servizio alla collettività. Contemporaneamente, senza un briciolo di pudore, il Governo ha ripristinato tutti i fondi per le scuole private (120 milioni di euro) in precedenza tagliatiComplessivamente vengono erogati annualmente alle scuole private fondi pubblici pari a circa 500 milioni di euro (dati 2005), alla faccia dell’art. 33 della costituzione che consente "ad Enti e privati di istituire scuole ed istituti di educazione senza oneri per lo Stato".    Fondi che dovrebbero esser destinati a migliorare quella scuola pubblica, dove oggi spesso i bimbi si portano dietro anche la carta scottex, la carta igienica e i bicchierini di plastica.   Per non parlare delle spese, tanto esose quanto poco trasparenti, per il funzionamento di molti organi elettivi oppure i sistemi molto opachi di attribuzione di incarichi o conferimenti di consulenze

Gruppo d’Intervento Giuridico

 

 

A.N.S.A., 4 dicembre 2009

Censis, 30% famiglie stenta a fine mese.

Oltre un milione in povertà alimentare, 760 mila posti persi per la crisi.

ROMA – Più di una famiglia su quattro arriva a stento a fine mese. E per coprire le necessità quotidiane è costretta ad ingegnarsi attingendo così ai risparmi accumulati nel tempo, dilazionando i pagamenti o chiedendo un prestito. A guidarle, una comune strategia: tagliare su tutto, mettendo al bando gli sprechi e ridefinendo i propri consumi. In una corsa sempre più alla ricerca delle offerte e dei prezzi più convenienti, in cui anche il carrello della spesa e la casa diventano low cost. Mentre si dice addio ai vizi che costano troppo, sigarette in testa. A fotografare "la stressata resistenza" delle famiglie italiane ma anche le nuove abitudini su cui la crisi le ha instradate è il rapporto 2009 del Censis dedicato alla situazione sociale del Paese. Dall’indagine emerge che il 28,5% delle famiglie ha avuto difficoltà a coprire le spese mensili con il proprio reddito. Un dato che si confronta, al contrario, con un 71,5% che invece dichiara di avere un reddito sufficiente, con una quota che sale quasi al 79% nel nord-est e scende al 63,5% al sud.

SOLO 2% DICHIARA REDDITI SOPRA 70MILA EURO.
Un paese dall’alto peso fiscale e da una ricchezza spesso occulta. L’Italia è al sesto posto in Europa per peso dell’imposizione fiscale sul Pil, con una incidenza del 42,8% a fronte di una media europea del 39,8%. Però solo il 2,2% dei contribuenti (893.706 in valore assoluto) dichiara un reddito che supera i 70.000 euro annui, circa il 50% degli italiani presenta redditi che non vanno oltre i 15.000 euro e il 31% dichiara tra 15.000 e 26.000 euro. A dirlo è il 43/o Rapporto del Censis sulla situazione sociale del Paese. Il reddito medio dichiarato è di 18.373 euro pro-capite: si va da un massimo di 20.851 euro nel Nord-Ovest a un minimo di 14.440 euro al Sud. La provincia con il valore più alto è Milano, con una dichiarazione media di 24.365 euro, l’ultima è Vibo Valentia, con 12.199 euro per contribuente. Inoltre, secondo le stime del Censis, l’economia sommersa si aggira intorno al 19% del Pil. Con la crisi tale quota potrebbe essere aumentata, sostiene il rapporto, raggiungendo un valore di 275 miliardi di euro.

PIU’ DI 1 MLN FAMIGLIE IN POVERTA’ ALIMENTARE.
In Italia ci sono un milione e 50 mila famiglie in condizione di "povertà alimentare", pari al 4,4% del totale, con un divario territoriale enorme tra Nord e Sud: lo afferma il Censis nel suo Rapporto annuale sulla situazione sociale del Paese, presentato oggi. Secondo l’analisi del Censis, frutto di una elaborazione del Censis su dati della Fondazione per la sussidiarietà e dell’Istat, ci sono regioni come Veneto, Toscana, Lazio e Trentino Alto Adige che hanno quote di famiglie in povertà alimentare sotto al 3% e altre come Calabria, Basilicata e le due isole che, invece, presentano valori nettamente più elevati (dal 6,2% al 10,8%). Il disagio sociale è quindi fortemente territorializzato, dice il Censis, che pubblica anche una graduatoria delle province dalla quale emerge che il gap tra Centro-Nord e Sud-isole è marcato e relativo a tutte le dimensioni del disagio considerate, da quelle private (consumi e reddito) a quelle di natura collettiva, come le infrastrutture. Le province più problematiche risultano Palermo, Agrigento, Matera, Lecce, Caserta, Crotone, Vibo Valentia e Caltanissetta; al contrario, Trieste, Aosta, Belluno e Siena sono le province con livello di disagio sociale più basso.

OLTRE 760 MILA POSTI PERSI CAUSA CRISI.
Oltre 760 mila posti di lavoro persi in un anno per motivi legati alla sola crisi. A dirlo è il Censis nel Rapporto 2009 sulla situazione sociale del Paese, nel confronto annuo al secondo trimestre. Per l’esattezza, scrive il Censis, sono 763 mila quanti, a causa della crisi, sono rimasti senza lavoro perché licenziati, messi in mobilità, per interruzione dei contratti o per chiusura dell’attività. Un nucleo costituito prevalentemente da dipendenti (83,9%), uomini (56,4%), residenti al nord (42,8%) quanto al sud (37,0%). Circa il 42% lavorava nell’industria della trasformazione (27,1%) e nell’edilizia (15,1%), il 14,5% nel commercio e il 9,1% nei servizi alle imprese. A questa platea "già numerosa – sottolinea ancora il rapporto – si aggiungono quanti, pur occupati, lavorano a regime ridotto": sono risultate circa 310 mila le persone che nella settimana in cui sono state intervistate non hanno lavorato mentre circa 415 mila l’hanno fatto ma per meno ore del solito. Si tratta per lo più di lavoratori dipendenti, in Cassa integrazione o mobilità (quasi 350 mila) e sono concentrati soprattutto al Nord (65,0%), segno di come in quest’area del Paese "il sistema, che pure ha tenuto – viene sottolineato – stia però registrando preoccupanti segnali di affanno".

                             

(foto da mailing list sociale, disegno S.D., archivio GrIG)

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  1. gruppodinterventogiuridico
    18 Dicembre 2009 a 23:01 | #1

    da La Nuova Sardegna, 18 dicembre 2009

    Sardegna persi 17.820 posti di lavoro.

    Ricerca Istat: il mercato si sta deteriorando sempre di più. Ci sono oltre 500mila occupati in meno rispetto a un anno fa.

    ROMA. Oltre 500.000 occupati in meno rispetto a un anno fa e un mercato del lavoro che «continua a deteriorarsi»: i dati diffusi ieri dall’Istat sulle forze di lavoro nel terzo trimestre 2009 fotografano un Paese in cui è più difficile trovare impiego e nel quale cominciano a perdere il posto non solo i precari ma anche coloro che hanno un lavoro «standard», ovvero un contratto da dipendente a tempo pieno e indeterminato.

    E le cose non vanno certo meglio in Sardegna. «Nell’isola, l’industria in un solo trimestre ha perso 17.820 addetti (-4.610 su base annuale) dei quali ben 13.234 nell’industria in senso stretto (-6.662 su base annuale). Ciò evidenzia il perdurare di una crisi che, nella nostra Regione, non ha ancora affievolito la sua spinta», ha dichiarato il presidente di Confindustria Sardegna, Massimo Putzu, commentando i dati Istat. Secondo Putzu, preoccupa in particolare il forte calo dei lavoratori dipendenti «che è collegato ad una significativa flessione di quelli a tempo indeterminato». Il sistema industriale sardo, sostiene ancora il presidente, sembra risentire dell?onda lunga della crisi che sta colpendo duranmente alle sue fondamenta la base produttiva regionale, a partire dalle grandi industrie dei principali siti produttivi dell’isola, con gravi ripercussioni anche sulle piccole e medie imprese. «Questo deve convincere a rafforzare gli sforzi di noi tutti – continua Putzu – per avviare politiche economiche in grado di sostenere adeguatamente il nostro sistema economico». Tornando al campo nazionale l’Istat ha rivisto al rialzo anche i dati sulla disoccupazione di ottobre diffusi nelle scorse settimane, portando il tasso dei senza lavoro all’8,2% (il dato provvisorio era l?8%) e i disoccupati nel mese a 2.039.000 unità (invece di 2.004.000). A ottobre peggiora anche l’occupazione. Secondo i dati non destagionalizzati gli occupati nel mese erano 23.002.000, a fronte dei 23.600.000 di ottobre 2008, con un calo di 598.000 unità (-2,5%, dato rivisto rispetto il -1,7% precedentemente diffuso per il mese).

  2. Ely
    6 Dicembre 2009 a 18:42 | #2

    E come senon bastasse, pare che gli onorevoli parlamentari, si siano persino aumentati di 1300,00 euro il già abbastanza lauto stipendio..è veramente vergognoso, che con tanta povera gente che stenta ad arrivare a fine mese, essi arrivino a percepire in un giorno, la somma che molta gente guadagna onestamente in un mese! solo in Italia, purtroppo, c’è questo divario..negli altri stati europei, i parlamentari arrivano a percepire appena un terzo rispetto a quelli italiani..è veramente iniquo e vergognoso!..buona serata a tutti, Ely.

  3. doddore
    4 Dicembre 2009 a 23:31 | #3

    ride, ride, alla faccia degli stupidi che lo votano e che non si accorgono di non avere pane e vino per mangiare e bere

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