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Per non dimenticare mai. Il giorno della memoria.

 

 

 

Il 27 gennaio è il giorno della memoria.  Per non dimenticare mai quello che è accaduto anche in Italia. Proponiamo (da www.olokaustos.org) tre storie di persone qualsiasi che hanno vissuto la shoah sotto diversi aspetti: un banale e burocratico carnefice, un ebreo tanto illuso quanto ottuso, un ebreo ribelle alla sua sorte segnata.

Gruppo d’Intervento Giuridico

 

                                 

Erich Neumann

Figlio di un industriale, Erich Neumann, nacque a Forst, in Lusazia, il 31 maggio 1892 in una famiglia evangelica, poteva aspirare a una istruzione universitaria. Dopo la maturità, studiò giurisprudenza ed economia politica alle Università di Friburgo in Brisgovia, dove aderì all’associazione studentesca Rhenania, di Lipsia e di Halle. Il 10 agosto 1914 Neumann entrò nel 2° Reggimento Cacciatori a cavallo, di cui fece parte fino al 20 ottobre 1917.

Dopo essere stato gravemente ferito alla mano, fu decorato con la croce di ferro di 2′ classe, congedato dall’esercito col grado di sottotenente della riserva e assegnato, il 25 gennaio 1918, al governo di Stettino come consigliere di 4" classe per completare la sua formazione di funzionario statale. Nominato consigliere di 3" classe nell’ottobre 1920, entrò come ausiliario nel ministero degli Interni prussiano e lavorò poi a Essen nell’Ufficio della circoscrizione. Nell’ottobre 1923 diventò consigliere di 2′ classe. Tornato a Berlino nel dicembre 1924, entrò come ausiliario nel ministero del Commercio e dell’Industria prussiano. Nel novembre 1926, dopo aver accumulato numerose esperienze, si trasferì a Freystadt, in Slesia, diventando presidente della giunta regionale. Dopo due anni di servizio, il 10 ottobre 1928, diventato ormai direttore di divisione di ministero, fu richiamato al ministero prussiano dell’Industria e del Commercio. Nel settembre 1932, quando il governo prussiano guidato dai socialdemocratici era ormai caduto ed era stato sostituito da un governo di commissari statali, Neumann fu chiamato al ministero di Stato prussiano "per speciali prestazioni di servizio". L’11 febbraio 1933, a pochi giorni dalla nomina a ministro di Franz von Papen, riuscì a salire di grado diventando direttore generale di ministero.  Quanto alla sua futura carriera, Neumann se la garantì il 10 maggio 1933 entrando nella NSDAP (tessera n. 2645 024) e aderendo alle SS {tessera n. 222 014). Il 15 settembre 1933 divenne membro del consiglio di Stato prussiano. Nel 1936 Hermann Goering, che, dopo l’estromissione di von Papen, era diventato capo del ministero prussiano, fece entrare l’esperto funzionario ministeriale nell’Ufficio del Piano quadriennale da lui diretto – il centro organizzativo dell’economia di guerra – egli affidò uno dei compiti più ardui, la direzione del settore Divise.  Incurante della ferita riportata in guerra, Neumann si sottopose, nel 1935, nel 1936 e nel 1937, a brevi periodi di addestramento nella Wehrmacht, dove servì nel IX Reggimento di Cavalleria di stanza a Fürstenwalde, ottenendo il grado di sottotenente della riserva.  Più rapida fu la sua carriera nei ranghi onorari delle SS. Il 13 agosto 1934 fu nominato Sturmbannführer, nel 1936 Obersturmbannführer, nel 1938 Standartenführer e nel 1939, prima dello scoppio della guerra, Oberführer. All’epoca aveva già ottenuto (luglio 1938) uno dei due posti di segretario di Stato presso il responsabile del Piano quadriennale (il secondo era occupato da Göring con Paul Korner).  In quella veste, egli intensificò i suoi rapporti con l’industria; divenne vicepresidente del consiglio di vigilanza della Kontinentale Oel AG e secondo vicepresidente del consiglio di vigilanza della Deutsche Revisions- und Treuhand-AG, entrambe con sede a Berlino.  Era membro dell’ Accademia di diritto tedesco e faceva parte del comitato di diritto comunale e amministrativo di quest’ultima. Per i suoi meriti nell’organizzazione dell’economia bellica, Neumann ricevette, nel 1941, la croce al valor militare di l" classe. In veste di partecipante alla conferenza del Wannsee, il segretario di Stato di Goering rammentò l’esigenza di utilizzare ebrei nell’industria bellica e Heydrich promise che ne avrebbe tenuto conto, come del resto era avvenuto fino a quel momento. Sebbene questo suo richiamo, che venne messo a verbale, non potesse essere considerato una obiezione al programma di sterminio, Robert M. W. Kempner se ne ricordò al momento dell’interrogatorio di Neumann a Norimberga.  Con il venir meno dell’influenza di Goering e del suo Ufficio del Piano quadriennale nell’ambito dell’economia di guerra, e a fronte dell’affermarsi di un nuovo metodo per entrare in possesso di divise, vale a dire l’espropriazione e il saccheggio, il posto di segretario di Stato di Neumann divenne superfluo. Nel 1942 egli abbandonò la carriera statale, caso unico nello stato nazista, e divenne direttore generale del Deutscher Kalinsyndikat GmbH. Con l’assenso di Himmler, necessario per via dei complessi rapporti con l’estero, egli divenne anche membro del consiglio consultivo della banca Conti. Morì di malattia nel 1948 prima che gli fosse intentato alcun processo.

                                   

Chaim Rumkowski.

Nacque in Russia a Ilino, un piccolo villaggio presso la città di Velikie Luki nel 1877. Giovanissimo seguì la famiglia a Lodz. Lavoro – con scarsa fortuna economica – come commerciante. Per alcuni anni fu direttore dell’Orfanotrofio Ebraico di Helenowek, vicino a Lodz. Nel 1937 venne eletto tra i dirigenti della locale Comunità ebraica in rappresentanza del partito sionista dal quale ben presto si staccò. Quando i tedeschi occuparono Lodz l’8 settembre 1939 sciolsero la Comunità , crearono uno Judenrat e il 13 ottobre ne nominarono Rumkowski capo. Rumkowski ebbe pieni poteri sul Ghetto e lavorò in stretto contatto con la Gettoverwaltung (l’amministrazione tedesca del ghetto) diretta da Hans Biebow. Il Ghetto di Lodz rappresentava per i tedeschi una utile fonte di lavoro coatto praticamente gratuito. Così a Rumkowski venne dato l’ordine di costruire fabbriche ed organizzare il lavoro degli ebrei. Vi si dedicò con un impegno sbalorditivo: furono create più di 100 fabbriche dipendenti dalla amministrazione tedesca. Convinto che il lavoro avrebbe portato gli abitanti del Ghetto a divenire indispensabili all’economia tedesca, si trasformò in un vero dittatore all’interno del ghetto. In realtà la sua strategia si rivelò fallimentare. Quando – alla fine del 1941 – venne creato il campo di sterminio di Chelmno i tedeschi imposero imponenti deportazioni Rumkowski dovette personalmente "selezionare" gli ebrei non abili al lavoro o comunque superflui. Nei primi sei mesi del 1942 vennero deportate a Chelmno 55.000 persone e qui uccise. Tra il 5 ed il 12 settembre i tedeschi deportarono altre 20.000 persone, questa volta senza che a Rumkowski fosse chiesto di redigere la lista. L’azione, di una brutalità inaudita, anziché convincere Rumkowski delle intenzioni dei tedeschi, lo indusse a rafforzare la sua illusione che il lavoro avrebbe salvato la rimanente popolazione del Ghetto. Verso la fine della primavera del 1944 i tedeschi decisero di liquidare definitivamente il ghetto e fu Rumkowski a "selezionare" le persone destinate alla morte.  Altre 7.176 persone vennero deportate ed uccise a Chelmno. Tuttavia le operazioni procedevano troppo a rilento per le SS, i sovietici avanzavano e il Ghetto era ancora in vita. Così all’inizio di agosto lo Judenrat venne sciolto, le fabbriche chiuse e si diramarono ordini per la deportazione. Rumkowski fu ancora una volta strumento dei tedeschi facendosi portavoce degli ordini e spingendo gli ebrei a ubbidire. Tuttavia – sperando in una rapida avanzata sovietica – gli abitanti rifiutarono di consegnarsi e adottarono tutte le tecniche possibili per ritardare le operazioni. La tanto attesa offensiva russa però si arrestò e i tedeschi ebbero il tempo di catturare casa per casa gli ebrei. Alla fine dell’operazione erano state catturate 74.000 persone che vennero inviate ad Auschwitz. Lo stesso Rumkowski venne deportato il 30 agosto 1944 e inviato immediatamente alla camera a gas.

                                            

Abba Kovner.

L’attività politica prima della guerra. Abba Kovner (1918-1988) nacque a Sevastopol, in Russia e si trasferì a Vilna per compiervi gli studi superiori. La sua attività politica iniziò prestissimo come membro del movimento sionista giovanile Ha-Shomer ha-Tsa’ir. Nel periodo dell’occupazione sovietica della Lituania, quando tutte le organizzazioni politiche furono sciolte operò in clandestinità.
L’appello alla rivolta.  Quando i tedeschi occuparono la Lituania e Vilna, Kovner si sottrasse all’arresto rifugiandosi in un convento domenicano. Rientrato nel Ghetto ebbe notizia dei massacri e decise che soltanto la resistenza armata avrebbe potuto salvare la comunità. Organizzò un gruppo denominato He-Haluts e scrisse un documento divenuto famoso nella riunione della notte del 31 dicembre 1941. L’appello lanciato agli abitanti del Ghetto diceva:

«Non lasciamoci portare al macello come pecore! Giovani Ebrei! Non credete a chi vi incanta: degli 80.000 ebrei della "Gerusalemme lituana" non ne rimangono che 20.000. Ci hanno strappato sotto i nostri occhi genitori, fratelli e sorelle.  Dove sono le centinaia di persone condotte a lavorare dagli sgherri lituani? Dove sono le donne e i bambini portati via, nudi, in quell’orribile notte? Dove sono gli ebrei catturati durante lo Yom Kippur? E dove sono i nostri fratelli del secondo Ghetto?  Di coloro che hanno lasciato la porta del ghetto non è ritornata una sola persona. Tutte le strade della Gestapo finiscono a Ponary. E Ponary è la morte!
Voi che ancora dubitate, smettete di illudervi! I vostri figli, i vostri mariti e le vostre mogli non vivono più. Ponary non è un campo. Là sono stati fucilati 15.000 esseri umani. Hitler è deciso a cancellare gli ebrei dall’Europa. Il destino ha voluto che gli ebrei lituani fossero i primi della lista. Non lasciamoci portare al macello come pecore! E’ vero: siamo deboli e indifesi. Ma la risposta al nemico non può che essere una sola: Resistenza! Fratelli è meglio cadere combattendo per la libertà che sopravvivere per grazia degli assassini. Resistenza! Resistenza sino all’ultimo respiro!»

Dal ghetto alla foresta.   L’appello di Kovner cadde nel vuoto. la maggior parte della comunità di Vilna si era aggrappata alla speranza che il capo del Ghetto, Jacob Gens dava loro: sino a che il ghetto fosse stato una fabbrica al servizio della Germania i tedeschi non avrebbero liquidato gli ebrei. Kovner aderì con i suoi all’FPO (Fareynegte Partizaner Organisatsye) che riuniva tutte le diverse formazioni di resistenza del ghetto. Quando Gens accettò di arrestare il capo dell’FPO Yitzhak Wittenberg e consegnarlo ai tedeschi nel luglio 1943, Kovner venne nominato comandante dell’FPO mentre un primo nucleo di combattenti al comando di Josef Glazman, comandante in seconda, lasciava il ghetto per rifugiarsi nella foresta. Kovner, che aveva assunto il nome di battaglia di "Uri" rimase nel Ghetto sino al settembre 1943. Quando fu chiara l’intenzione tedesca di eliminare il Ghetto, Kovner e i suoi si rifugiarono nella foresta di Rudninkai. Benché il gruppo di Glazman fosse stato annientato dai tedeschi, Kovner prese il comando del gruppo partigiano "Nekama" ("Vendetta") e continuò a combattere sino alla liberazione di Vilna nel luglio 1944. A fianco di Kovner combatterono due donne ebree partigiane: Rozka Korzka e Vitka Kempner che, in seguito sarebbe divenuta sua moglie.
Il dopoguerra.     Dopo aver raggiunto la Brigata Ebrea che si trovava in Italia, a Treviso nel 1945, Kovner arrivò in Palestina dove progettò e cercò aiuti per una serie di piani destinati ad uccidere esponenti nazisti e delle SS. Arrestato dagli inglesi raggiunse nuovamente la Palestina nel 1946.
Dopo la guerra del 1948 si ritirò nel suo Kibbutz di di Ein ha-Horesh dove iniziò una carriera di scrittore che lo avrebbe portato ad ottenere premi letterari e la carica di presidente degli scrittori d’Israele.
Fondò il Moreshet, l’istituto di ricerche sull’Olocausto di Givat Haviva.

                         

 (foto da www.olokaustos.org, www.ansa.it, P.F., archivio GrIG)

 

 

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  1. Stefano Deliperi
    31 Gennaio 2010 a 13:58 | #1

    come si vede, c’è estremo bisogno di ricordare.

    da La Nuova Sardegna, 31 gennaio 2010

    Torna Williamson, vescovo negazionista: «L’Olocausto è soltanto una bugia».

    BERLINO. L’Olocausto fu solo una «gigantesca menzogna» che è servita per «creare un nuovo ordine mondiale»: con queste parole il vescovo lefebvriano Richard Williamson si è rivolto per email ai suoi confratelli della Fraternità di San Pio X, tornando a negare la Shoah. A rivelare il contenuto dei nuovi, imbarazzanti, messaggi del prelato britannico è stato lo Spiegel. Nelle mail si usano argomenti simili a quelli del presidente iraniano, Mahmud Ahmadinejad, sostenendo che «i sei milioni di gasati» dai nazisti sono «una gigantesca bugia» e che «grazie ai lager sono diventati i nuovi salvatori (dell’umanità, ndr)». Williamson afferma inoltre che «1,3 milioni di deportati» nei campi di sterminio di Treblinka, Majdanek, Belzec e Sobibor non finirono nelle camere a gas, ma furono trasferiti dai nazisti nei territori dell’Unione Sovietica occupati dalle truppe hitleriane». La rivelazione del settimanale tedesco rischia di aggravare la posizione di Williamson in vista del processo del 16 aprile in cui un tribunale di Ratisbona si dovrà pronunciare sul suo appello contro la condanna a un’ammenda di 12mila euro per le affermazioni negazioniste fatte in un’intervista a una tv svedese. Il settimanale di Amburgo aggiunge che il vescovo lefebvriano continua a rimanere in contatto con alcuni prominenti negazionisti, come lo svizzero Juergen Graf.

  2. Stefano Deliperi
    30 Gennaio 2010 a 18:03 | #2

    Edoardo, sta a noi utilizzarla per ricordare quanto è accaduto, per prendere coscienza del presente e per far in modo che non accada mai più.

  3. Edoardo
    30 Gennaio 2010 a 17:25 | #3

    Stefano: Ti “disturba” che esista una “giornata della memoria” per l’olocausto?

    Edoardo: La giornata della memoria di ieri è utilizzata anche per dimenticare l’oggi.

    Questo, mi disturba.

  4. Stefano Deliperi
    30 Gennaio 2010 a 14:55 | #4

    Edoardo, personalmente non “valuto” e “misuro” la sofferenza umana, ma sono altrettanto convinto che voler a tutti i costi trovare qualcosa di altrettanto “infame” e “spregevole” da voler rendere l’olocausto uno dei tanti “crimini” commessi dall’uomo sia un’operazione tanto sbagliata quanto inutile. L’olocausto è avvenuto e mai era accaduto nella storia umana che uno Stato (la Germania) decidesse di “estirpare” un popolo, una religione dovunque fossero i suoi appartenenti nel mondo. Non c’è una “classifica” dei “crimini” umani. Non c’è e non avrebbe alcun senso. C’è solo l’imbarazzo della scelta: dal genocidio degli Armeni alla persecuzione dei Curdi, dalla persecuzione dei Tibetani al genocidio dei Tutsi. In questo blog ne abbiamo parlato più volte e ne continueremo a parlare, perchè pensiamo che un po’ di conoscenza possa aiutare a non vedere nuovamente crimini già visti. Personalmente penso che il conflitto israelo-palestinese non avrà mai fine (e non finiranno mai le crudeltà da ambedue le parti) fin quando israeliani e palestinesi non avranno ognuno la propria patria, terra e sicurezza. Detto questo non esiste proprio l’equazione ebrei = Israele. Quanti ebrei non hanno nulla a che fare con Israele? Ti “disturba” che esista una “giornata della memoria” per l’olocausto? Credo che “disturbi” in primo luogo gli ebrei. Penso che 6 milioni di loro ne avrebbero fatto volentieri a meno.

  5. Miryam
    29 Gennaio 2010 a 20:40 | #5

    Caro Edoardo, conosco quanto hai segnalato ma ti esorto a non cadere in un eccesso di “scientificità” nell’affrontare una vicenda mostruosa mai verificatasi prima nella storia umana come lo sterminio premeditato ed organizzato “industrialmente” di un popolo la cui unica colpa era (ed è a quanto pare) di esistere. Negazionisti, Al-Qaeda, neonazisti, imbecilli di ogni nazione e credo religioso che propugnano la persecuzione del “malvagio” ebreo per me sono tutti uguali: gente da isolare e mettere in condizioni di non nuocere. Confondere gli ebrei con lo Stato di Israele è una stupidaggine imperdonabile: quasi tutti gli ebrei amano Israele e riconoscono il diritto all’autodifesa e molti ebrei criticano duramente il suo governo quando viola i diritti civili dei palestinesi. E’ impossibile spiegarlo in poche righe di un commento ed esorto a informarsi per poter avere un opinione più obiettiva. Lo dico per Edoardo e per chiunque e mi scuso per aver preso tanto spazio.

  6. 28 Gennaio 2010 a 22:45 | #6

    Il commento più sentito alla radio, e da me condiviso, è stato: “ricordiamo, perché solo ricordando possiamo impedire che un fatto del genere si ripeta”.

    Gaza è un ghetto, è chiuso dall’esterno su tutti i lati ed è contemporaneo a noi e al nostro sdegno per ciò che è accaduto a Varsavia nel 1942-3.

    Consiglio (anche a Miryam) la lettura di alcuni testi che reputo critici per evitare di cadere nella retorica emozionale e istintiva più deleteria, che rende tutti facilmente riconducibili nel vicolo cieco di una idealizzazione che fa di noi individui manipolabili. Su questo, come su altri argomenti.

    discorsi di Benjamin Fredman (li trovate su internet)

    la pulizia etnica della palestina – Ilan Pappe, Fazi editore

    l’industria dell’olocausto – Norman G. Finkelstein, Rizzoli (bur)

    Riguardo ai negazionisti: da quel che ho letto, la loro posizione è limitata a un concetto miope e quantitativo della tragedia. Secondo loro, i morti non sarebbero sei milioni, e le camere a gas, a dispetto di ogni testimonianza, non sarebbero esistite.

    Per quanto abbia letto e capito, si tratta di argomentazioni estremamente labili, al punto che mi chiedo perché, a questi negazionisti, non venga offerto uno spazio pubblico di confronto. Perseguitarli può rendere loro una inopportuna posizione da martiri.

    Riguardo agli atti teppistici nei confronti della cultura ebraica, vi consiglio di non fare di tutta l’erba un fascio, nel senso che non sempre queste azioni sono riconducibili in modo trasparente a imbecilli o neonazisti o islamici affiliati a improbabili “al-queda” che avrebbero in odio ogni ebreo; anche in Grecia, il 17 gennaio scorso si sono verificati atti che hanno rivelato retroscena meno ovvi di quanto ci si aspetterebbe. Cito: “Sabato 17 gennaio, un gruppo di antisemiti ha dato alle fiamme l’antica sinagoga di Hania, nell’isola di Creta. Migliaia di libri, molti rari incunaboli, sono andati perduti. E’ la seconda volta in tre settimane che la sinagoga viene presa di mira. Il primo attentato avvenne il 5 gennaio”.

    “La polizia ellenica ha identificato i colpevoli, sono «due americani della base USA situata a Souda, due britannici della base NATO e un greco. Come dimostrato dalle telecamere di sorveglianza che si trovano nella stessa strada dove sorge la sinagoga”. La base USA ha rifiutato di dare i nomi dei due colpevoli. L’identità dei perpetratori è trapelata proprio mentre il Dipartimento di Stato si affrettava a diramare un comunicato che allertava i cittadini USA dell’antisemitismo in Grecia”. http://www.ethnos.gr/article.asp?catid=11826&subid=2&pubid

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    Per quanto nemmeno io sia un tifoso di Ahmadinejad, devo rilevare che tutte le volte che i rappresentanti del regime iraniano hanno espresso il loro desiderio riguardo alla fine di israele come stato sionista, sono stati tradotti in modo capzioso secondo cui, essi vorrebbero la distruzione degli ebrei. Naturalmente, chi vuole può verificare che in iran esiste una rispettatissima minoranza ebrea che non subisce discriminazioni.

    Proprio ieri sera, sul canale “storia” della rai, è andato in onda uno speciale di Minoli datato 1989, utilissimo per capire il ruolo del vaticano, della croce rossa e di Ben Gurion, nei confronti di ciò che accadeva nei campi di sterminio nazisti.

  7. Raffaele Deidda
    28 Gennaio 2010 a 15:34 | #7

    L’umanità del beneConservo ancora il biglietto da visita di Jerzy Junosza Kowalewski,la guida polacca che nell’agosto 1999 mi accompagnò nella visita al campo di sterminio di Auschwitz. Da allora non ho più saputo nulla di Jerzy, che nel 1999 aveva 75 anni. Ho ripensato a lui nel giorno del ricordo delle vittime della Shoah e ho sentito il bisogno di riordinare i miei ricordi personali, per non dimenticare la mia condizione di uomo fortunato per essere nato dopo l’orrore, per non aver vissuto la tragedia che aveva colpito milioni di esseri umani. La visita al campo di sterminio era stata emozionalmente devastante. Chi non è mai stato ad Auschwitz non può forse capire fino in fondo quale disumana, feroce bestialità, si sia dispiegata in quella, come in altre località, dove la belva umana ha potuto compiere un atto così terribile finalizzato alla cosiddetta “soluzione finale”, all’eliminazione fisica di milioni di persone: ebrei, omosessuali, zingari, oppositori politici. Eppure quell’anziano signore polacco, educato, gentile, che padroneggiava diverse lingue straniere, era stato quasi sereno, distaccato, nell’accompagnarmi nei luoghi dell’olocausto. Non aveva manifestato emozioni durante la visita che trasferiva orrore, raccapriccio, e faceva stringere dolorosamente la bocca dello stomaco. Io gli stavo incollato addosso, volevo sapere, capire, volevo avere da un sopravissuto al campo di sterminio la spiegazione, il perché di quella immane tragedia di cui il genere umano dovrà vergognarsi per sempre. A visita finita gli chiesi di raccontarmi ancora, volevo memorizzare nel mio taccuino la storia raccontata da un testimone e fu così che venni a sapere che la storia non è una sola, le storie sono diverse e non sempre vengono raccontate tutte compiutamente. Quelle di Kowalewski sono tante storie, tutte incredibilmente tragiche, da sembrare impossibile che abbiano potuto tutte, davvero, avere luogo. La prima può cominciare nel 1939, quando il giovane Jerzy Junosza torna in Polonia dalla Svizzera, dove aveva studiato e si era laureato. Trovò la casa di Varsavia vuota perché il padre e la madre si erano arruolati nell’esercito polacco mentre l’Armata Rossa, a seguito dell’invasione della parte occidentale della Polonia da parte delle truppe naziste, aveva ripreso possesso delle zone occidentali della Bielorussia precedentemente passate sotto la Polonia. In seguito a questa invasione circa un milione e mezzo di polacchi furono deportati nei campi di lavoro in Siberia e in Kazakistan. Circa ventimila ufficiali e sottufficiali dell’Esercito Polacco furono catturati e imprigionati nei campi di concentramento di Kozielsk, Starobielsk e Ostaszkòw per poi, nel 1940, essere selvaggiamente assassinati nei boschi di Katyn, su ordine di Stalin. Fatto prigioniero dai russi, Jerzy Junosza riuscì rocambolescamente a scappare insieme a tre compagni e a tornare a Varsavia, dove ritrovò i vecchi amici. Partecipò quindi al movimento di resistenza contro gli occupanti nazisti in uno dei reparti più famosi, quello del maggiore Henryk Dobrzanski, noto col pseudonimo di “Hubal”. Fu successivamente arrestato dai tedeschi e rinchiuso nella terribile prigione di Pawiak, dove venne torturato nel corso di estenuanti interrogatori e dove conobbe padre Massimiliano Kolbe, che lo assistette durante la sua permanenza nell’ospedale della prigione. Nel 1942 fu trasferito ad Auschwitz, da cui venne ancora trasferito prima nel campo di concentramento di Lordo-Rosen e poi in quello di Dachau, vicino a Monaco di Baviera. La liberazione avvenne ad opera della 45.ma Divisione di Fanteria USA il 29 aprile 1945. Kowalewski trascorse molte settimane in un ospedale militare americano e, una volta rimessosi, si unì al Corpo d’Armata polacco ed arrivò in Italia. Dall’Italia si trasferì a Londra e da lì in Argentina, dove lavorò per 7 mesi presso il Ministero degli Affari Sociali, fino a quando ricevette la comunicazione della Croce Rossa Internazionale che la sua adorata madre era viva. La prima nave diretta in Polonia lo riportò in patria. Le sue condizioni di vita in Polonia si dimostrarono molto dure, non essendo un membro di partito ed essendo considerato persona di seconda classe. Svolse diversi lavori, anche molto umili, prima di essere assunto presso un’agenzia di viaggi statale. Sposatosi nel 1972 ebbe poi un figlio, colpito dalla poliomelite fin dalla nascita a causa degli esperimenti medici condotti dalle SS sul padre. Da allora Jerzy ha operato come difensore dei bambini nati con un handicap attribuibile alla detenzione dei loro genitori nei campi nazisti. Kowalewski mi aveva anche raccontato della sua collaborazione nel fornire dati e testimonianze a Primo Levi impegnato nella scrittura del libro ‘Se questo è un uomo’, romanzo autobiografico che rappresenta la sconvolgente testimonianza di quanto fu vissuto in prima persona dall’autore nel campo di concentramento di Auschwitz. L’anziano signore polacco mi aveva esibito con orgoglio una cartella contenente gli scambi epistolari con Primo Levi, non nascondeva la soddisfazione di aver anche corretto alcuni errori di datazione e di localizzazione fatti dallo scrittore italiano sopravvissuto alla deportazione. La storia di Kowalesky poteva concludersi così, con la conferma tragica della banalità del male, un male che si annida subdolo nell’animo degli uomini e li rende capaci di nefandezze indicibili. Lo stavo salutando e ringraziando, scambiando con lui la promessa di rivederci o quantomeno di sentirci telefonicamente, quando avvenne il fatto. Una giovane guida, che accompagnava un gruppo in ingresso al campo, chiamava da una distanza di qualche decina di metri con voce concitata Kowalesky, gli chiedeva di non andar via, di aspettare. Nel gruppo da lei guidato c’era un anziano spagnolo, anch’egli sopravvissuto di Auschwitz, che aveva domandato se il suo compagno di prigionia Jerzy fosse ancora in vita. Credo di non aver mai provato un’emozione così forte in tutta la mia vita, nell’assistere all’abbraccio interminabile fra quei due uomini e nel vedere gli occhi di Kowalesky finalmente bagnarsi di lacrime, un fiume irrefrenabile di lacrime, mentre urlava: “Hermano, mi hermano!” Ho lasciato Jerzy Junosza Kowalesky con rimpianto, avrei voluto che mi raccontasse ancora la sua vita, che mi aggiungesse altri dettagli, ma era molto più importante che lui stesse col suo “hermano”. Quante cose avranno avuto da raccontarsi!Tornato in Italia ho ripensato spesso al libro di Anna Harent “La banalità del male”, un male che solo l’umanità del bene è in grado di sconfiggere.

  8. Stefano Deliperi
    27 Gennaio 2010 a 23:25 | #8

    la persecuzione degli ebrei non ha e non può avere alcuno straccio di parvenza di giustificazione e chi lo pensa è solo un cretino, per voler essere buoni. E come si vede di cretini è ancora pieno il mondo (e le strade di Roma).

  9. gruppodinterventogiuridico
    27 Gennaio 2010 a 23:13 | #9

    A.N.S.A., 27 gennaio 2010

    SCRITTE ANTISEMITE A ROMA – “Olocausto propaganda sionista” e “27/01: ho perso la memoria”. Accanto una croce celtica. Queste le scritte tracciate sul muro accanto all’ingresso del Museo della Liberazione di Via Tasso a Roma. Le scritte, lunghe quasi due metri e realizzate con una bomboletta spray nera, sono state notate questa mattina. Imbrattata anche la targa di marmo posta all’ingresso del Museo. Un mezzo del servizio decoro dell’Ama, l’azienda che si occupa di rifiuti a Roma, ha cancellato con potenti getti d’acqua le scritte antisemite apparse questa notte sull’edificio del Museo storico della Liberazione a via Tasso a Roma. Le scritte sono apparse sull’angolo dell’edificio con via Francesco Berni. “Le ho scoperte io questa notte verso l’una – spiega Agostino, custode del museo da molti anni – ho subito avvisato il commissariato di via Petrarca. Sono solo dei cretini, e forse non bisognerebbe dargli tanta importanza perché è quello che vogliono”.

    Non c’é solo la scritta contro il presidente della Comunità ebraica di Roma Riccardo Pacifici al civico 212: questa notte gli esponenti del movimento di estrema destra Militia hanno sistematicamente tappezzato di scritte con spray nero praticamente tutta la lunghezza di via Cavour. Colpendo anche il sindaco definito “verme sionista”. I messaggi sempre quelli: l’odio per l’ebraismo, oggi nel Giorno della memoria. Si comincia con due grandi scritte quasi all’altezza di Santa Maria Maggiore dirimpetto al civico 80: ‘Casa lavoro giustizia sociale’ firmato Militia e un simbolo fascista. Proprio accanto si può leggere ‘Hamas vincera”. Al 178 c’é solo la firma del movimento. Poi al 212 la scritta contro Pacifici; all’incrocio con via di Santa Maria Maggiore c’é uno degli slogan del movimento ‘Vita est Militia’.

    Al 213 poco più in basso, ‘Usa, Israele boia’ sempre firmato Militia. Al 256 invece, accompagnato da una croce celtica e da un simbolo fascista (ma senza la firma Militia) la scritta ‘Pdl vermi’ che sembra vergata con lo stesso spray delle altre scritte e dallo stesso tempo. Accanto comunque c’é un altro slogan del movimento, ‘Osa con noi’ questa volta firmato. Continuando a scendere verso via dei Fori Imperiali la parete più colpita è il contrafforte in muratura di San Pietro in Vincoli. Sulla scalinata appare la firma Militia; accanto la scritta ‘Il Talmud e’ razzismò con il simbolo fascista e la firma del movimento. All’altezza di via dei Serpenti hanno insultato anche il sindaco Alemanno: ‘Alemanno verme sionista vita est Militia’. Ultima scritta, sul muro di una scuola dopo via degli Annibaldi, “A morte Israele vita est Militià quasi al civico 260. Gli operatori del decoro urbano dell’Ama sono al lavoro per rimuovere tutte le scritte.

  10. gruppodinterventogiuridico
    27 Gennaio 2010 a 23:11 | #10

    A.G.I., 27 gennaio 2010

    SHOAH: TEHERAN, ISRAELE VA DISTRUTTO.

    (AGI) – Teheran, 27 gen. – Nel Giorno della Memoria, che nel mondo segna il ricordo dell’Olocausto, la Guida Suprema dell’Iran ha di nuovo invocato la scomparsa di Israele. “Di sicuro”, ha detto Ali Khamenei accogliendo il presidente della Mauritania, Mohammed Ould Abdel Aziz, “verra’ il giorno in cui le nazioni della regione vedranno la distruzione del regiime sionista…I tempi di questa dipendono dal modo in cui le nazioni islamiche affronteranno il tema”. Le frasi di Khamenei, che rilanciano l’appello del presidente Mahmoud Ahmadinejad a “cancellare Israele dalla mappa del mondo” e a interpretare l’Olocausto come un “mito”, sono riportate sul sito web della Guida Spirituale, impegnata con Ahmadinejad a compattare la Repubblica Islamica contro il nemico storico anche per superare le difficolta’ politiche interne. Khamenei ha invitato la Mauritania a troncare definitivamente le relazioni con Israele; una strada che Nouakchott aveva gia’ cominciato a percorrere nel gennaio del 2009 con la sospensione delle relazioni diplomatiche.

  11. Miryam
    27 Gennaio 2010 a 23:10 | #11

    Luka prendi lucciole per lanterne come tanti: io sono ebrea e sono cittadina italiana non israeliana, erano ebrei e italiani i miei quattro parenti divorati dal mostro insieme ad altri sei milioni di ebrei polacchi, tedeschi, russi, francesi, ecc. Israele non esisteva ancora. Gli ebrei sono stati sterminati solo perchè ebrei. Può mettere sullo stesso piano quanto è accaduto solo un ignorante o un idiota. Studia e leggi qualche libro.

  12. luka
    27 Gennaio 2010 a 22:29 | #12

    a israele non è servito molto: basta vedere come tratta i palestinesi

  13. Miryam
    27 Gennaio 2010 a 0:27 | #13

    Grazie per essertela ricordata e per averla voluta ricordare, è ancora lunga la via che porta al superamento dell’antisemitismo e di ogni razzismo e dobbiamo parlare, dobbiamo far conoscere, dobbiamo ricordare e far ricordare perchè il mostro e le tenebre non ritornino fra noi, shalom.

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