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Italiani, dovete “ingoiarvi” il nucleare, ubbidite!

         

 

Nessuna spiegazione, nessuna obiezione, secondo il Governo Berlusconi, gli italiani devono ingoiarsi il ritorno del nucleare senza fiatare.  Pericoli ambientali, sprechi di enormi risorse economiche, affarismo, democrazia.   Il Nostro Presidente del Consiglio Berlusconi e i suoi supporters se ne fregano.   Solo una durissima opposizione potrà impedirlo.

Gli Amici della Terra (promotori dei referendum anti-nucleari del 1987) e il Gruppo d’Intervento Giuridico ritengono che sia da respingere questo "ritorno" del nucleare in Italia, più imposto che voluto. Sostengono, invece, la ricerca e la promozione delle energie alternative e rinnovabili, in primo luogo quelle di fonte solare (energia solare termica, energia solare termodinamica, energia solare fotovoltaica). Hanno quindi promosso la seguente petizione:

Al Presidente del Consiglio dei Ministri,

i sottoscritti cittadini italiani chiedono al Governo di non costruire nuove centrali nucleari e non riattivare quelle vecchie dismesse. Il problema della loro sicurezza e della gestione e smaltimento delle scorie è grave ed irrisolto. Chiedono invece il potenziamento della ricerca e della produzione di energia da fonte solare. 

Già 3.785 italiani l’hanno sottoscritta (1.546 sulla piattaforma petizioni Tiscali): è disponibile su www.firmiamo.it. Per sottoscrivere basta ciccare sul seguente link:

                             No all’energia nucleare, sì all’energia solare !  

Fermiamo questa folle corsa verso il nucleare, facciamo la nostra parte.

Gruppo d’Intervento Giuridico e Amici della Terra

 

da La Nuova Sardegna, 5 febbraio 2010

Nucleare, offensiva del Governo. Impugnate davanti alla Consulta le leggi di tre regioni del «no».

IL RITORNO DELL’ATOMO. Per Scajola «pericolosi precedenti» Errani: «Scelte unilaterali e d’autorità». Natalia Andreani

ROMA. Sulla carta si persegue l’intesa con il territorio. Ma non sembra ispirasi al dialogo il ricorso alla Consulta, deciso ieri mattina dal consiglio dei ministri, in tema di nucleare. Il mandato riguarda l’impugnazione delle leggi regionali con cui Puglia, Basilicata e Campania hanno detto "no" all’installazione di nuove centrali atomiche sui loro territori. «Leggi che hanno il solo fine di agitazione e propaganda e che, al di là del merito, hanno il piccolo difetto di essere in contrasto con la Costituzione», ha dichiarato il ministro per gli Affari regionali Raffaele Fitto, mentre il titolare dello Sviluppo economico, Claudio Scajola, ha parlato di un ricorso «necessario per questioni di diritto e di merito». «Dobbiamo evitare che si creino pericolosi precedenti», ha aggiunto Scajola bacchettando le regioni ribelli. L’iniziativa decisa dal governo non poteva che provocare una levata di scudi tra gli amministratori regionali, gli enti locali, le opposizioni parlamentari e le associazioni ambientaliste. Tra le voci più critiche, quella del presidente della Conferenza delle Regioni, Vasco Errani, che invita l’esecutivo a scoprire le carte e a rivelare subito, prima del voto di marzo, i nomi delle località destinate ad accogliere i primi quattro impianti. «È stato il governo ad avere innescato un conflitto istituzionale imponendo scelte unilaterali e d’autorità. Non è così che si fanno le scelte importanti per il paese», ha detto Errani ricordando che undici Regioni sono già ricorse alla Consulta (la pronuncia è attesa a giugno) contro la legge che di fatto le esclude da ogni decisione finale sulla localizzazione dei siti. Legge che nel nome dell’interesse nazionale prevede anzi la militarizzazione dei cantieri. «Siamo davvero alla caduta della maschera, e noi saremo la regione più disobbediente del Paese», ha dichiarato il presidente della Regione Puglia, Niki Vendola, mentre in trincea è scesa anche la leader radicale Emma Bonino. «Sul nucleare il governo mostra la sua vera faccia. Va avanti a testa bassa con atti di prepotenza, atti intimidatori, altro che federalismo», ha detto la candidata del centrosinistra alla Presidenza della Regione Lazio insistendo invece sulla necessità di lavorare per un’economia verde. Ma di «miope arroganza istituzionale» parla anche il responsabile ambiente del Partito democratico Ermete Realacci. «Questo approccio non farà che portarci in un vicolo cieco. Perchè non sarà con la forza che si farà digerire agli italiani una scelta costosa, sbagliata e già vecchia», accusa Realacci. Dal governo viene «l’ennesimo atto dittatoriale», denuncia anche il senatore dell’Italia dei valori, Felice Bellisario, mentre il leader del movimento Antonio Di Pietro annuncia che stamattina comincerà la raccolta popolare di firme per stoppare le ambizioni nucleari del premier Berlusconi. Premier che si è reso responsabile di un altro «atto fascista, un atto fuori dalla democrazia», dice il presidente nazionale dei Verdi, Angelo Bonelli, commentando il ricorso alla Consulta. «È sempre più evidente – aggiunge – che il progetto è quello di imporre le centrali

                              

La promessa dei bonus non convince i comuni. Stato inadempiente con gli enti locali che ospitano le vecchie centrali. Ancora irrisolto il problema del sito unico nazionale nel quale dovranno essere raccolte le scorie radioattive.

 ROMA. Secondo le carte del governo, i comuni che decideranno di accogliere le nuove centrali nucleari potranno ottenere sostanziosi bonus. Somme ingenti che potrebbero raggiungere anche i dieci milioni di euro l’anno. Promesse per il futuro che non piacciono all’Anci dal momento che i comuni sede di precedenti servitù nucleari stanno ancora aspettando il pagamento di robuste compensazioni pregresse. Soltanto per il periodo 2005-2009, denuncia l’Associazione dei comuni italiani minacciando clamorose azioni di protesta, agli enti locali che ospitano i vecchi impianti spetta la restituzione di una somma compresa fra i 150 e i 180 milioni di euro. E poi restano aperti i problemi dello smantellamento dei vecchi impianti, che continuano a scaldare e devono essere sorvegliati 24 ore su 24, e della rimozione delle tonnellate di scorie che ancora giacciono in depositi non sicuri. Le ostilità sul territorio, mentre il governo sogna di procedere "manu militari", si stanno insomma moltiplicando. Anche e non solo perchè l’esecutivo, pur parlando di grandi campagne informative dedicate alla cittadinanza, ha finora rifiutato di rivelare i nomi delle località destinate ad accogliere i primi quattro impianti frutto dell’accordo di partenariato fra Enel e la francese Edf. Un silenzio che, secondo molte forze politiche, resterà tale fino alle elezioni regionali di marzo. I criteri per la scelta dei siti sono stati elencati più volte e non sono mai variati nel tempo. Come i precedenti i reattori Epr hanno bisogno di grandi quantità d’acqua e di un terreno a bassa sismicità, preferibilmente non soggetto a inondazioni e scarsamente popolato. Nella mappa dei luoghi papabili ci sono dunque i comuni che già ospitavano gli impianti chiusi dal referendum del 1987, vale a dire Trino Vercellese, Caorso, Garigliano e Montalto di Castro. Ma tra le candidature, secondo le denunce dei Verdi, rientrano anche Termoli (provincia di Campobasso), Porto Tolle (provincia di Rovigo), Monfalcone (provincia di Gorizia), Chioggia (provincia di Venezia), Scanzano Jonico (Matera), Palma (Agrigento) e infine Oristano. Una lista fin troppo lunga alla quale, secondo indiscrezioni, andrebbero aggiunte anche un paio di località pugliesi. Nel conto, ovviamente, deve poi entrare la costruzione del deposito nazionale delle scorie che il governo ha affidato alla Sogin, ma sul cui progetto gravano immensi problemi tecnici. Problemi che allo stato non hanno trovato soluzioni definitive in nessun paese del mondo. I nodi riguardano anche la tecnologia degli impianti Epr che, per quanto di nuova generazione, non sarebbero proprio al massimo livello. Di recente le autorità per la sicurezza di nucleare di Francia, Finlandia e Regno Unito hanno ad esempio imposto ad Areva di modificare i software di gestione delle centrali dopo avere scoperto che questi non offrivano sufficienti garanzie in caso di emergenza. Intoppi su intoppi che portano a tempi sempre più lunghi e a costi sempre più elevati. (n.a)

 

L’ANALISI. Le ragioni del business prevalgono sull’efficienza e sulla sicurezza. Vittorio Emiliani

L’impugnazione da parte del governo dei primi tre secchi "no" regionali (Basilicata, Campania e Puglia) incassati in materia di centrali nucleari con altrettante leggi ci dice che è cominciato un lungo e defatigante braccio di ferro. Il decisionismo centralista col quale si tenta di sbarrare il passo ad altri consimili, e già annunciati, "no" (Emilia-Romagna, Marche, Toscana, Umbria, Lazio se rimarrà il centrosinistra) contraddice infatti ogni linea federalista. Non vi sono molti dubbi sul fatto che questa del nucleare sia una materia costituzionale concorrente, della quale cioè lo Stato centrale non ha l’esclusiva. Durante questo braccio di ferro sarebbe invece utile (per il Paese) coinvolgere le comunità locali e regionali in una espansione delle fonti rinnovabili, e invece ciò avviene limitatamente, anzi per il solare (il più congeniale a noi) gli incentivi sono in pericolo. La sola cosa certa è che il governo non ha sin qui risposto ad alcune obiezioni di fondo a una scelta nucleare basata su tecnologie vecchie e costose come quelle utilizzate in Francia dove, fra l’altro, il nucleare è a carico del bilancio della Difesa. Vediamone alcune. La sicurezza, anzitutto: oltre che dagli impianti industriali in se stessi, essa è determinata dalla necessità di disporre di acqua in abbondanza e al tempo stesso però di non sorgere dove vi sono alluvioni. Frequenti invece nei siti padani dati come "probabili", cioè le vecchie centrali di Trino Vercellese e di Caorso nel Piacentino e quella nuova prevista sul Delta polesano. Altro dato di fondo: le centrali nucleari non devono sorgere in zone sismiche e l’Italia è tutta sismica eccettuate la Sardegna, le alte vette alpine e una parte di pianura padana (però alluvionale). Una centrale è prevista a Montalto di Castro (Viterbo), a meno di 20 Km da quella Tuscania colpita nel 1971 da un forte terremoto che provocò distruzione e morte, con più di trenta vittime. Le prime quattro centrali sulle quali punta il governo Berlusconi non saranno pronte prima di un quindicennio e produrranno 6.400 Megawatt, cioè appena il 9,5% del fabbisogno elettrico che si determinerà, in più, da qui a quella data, per di più a un costo complessivo vicino ai 25 miliardi di euro. Esse entreranno dunque in funzione quando saranno ormai prossime le centrali di nuova generazione non più all’uranio. Di questo materiale infatti, che costa sempre di più, fonti autorevoli prevedono l’esaurimento entro 30-40 anni e anche meno. Le centrali di quarta generazione saranno alimentate dal torio, presente in Italia in quantità rilevanti, assai più economico dell’uranio nel senso che, secondo il Nobel Carlo Rubbia, ce n’è dieci volte di più e ce ne vuole molto di meno per ricavare un Gigawatt di energia. Inoltre esso produce scorie assai più ridotte, smaltibili in decenni e non in millenni. Difatti l’altra spinosa questione – forse la più spinosa – posta dal nucleare attuale è proprio quella delle scorie, per ora largamente irrisolta. Perché allora tanta sbrigativa insistenza? In termini di interesse generale, non si riesce a dare una spiegazione. In termini di business probabilmente sì. Ma nessun Paese sviluppato, va detto, si sta comportando come l’Italia.

 

La Lega Nord è a favore del nucleare, ma nel Sudistàn (e le scorie nel Sardistàn)…

Apcom, 5 febbraio 2010

Nucleare, Zaia: Il Veneto ha già dato, mai qui una centrale.

Roma, 5 feb. (Apcom) – No a centrali nucleari in Veneto. Il ministro dell’Agricoltura nonché candidato alla presidenza della Regione, il leghista Luca Zaia, risponde così a chi gli chiede se consentirebbe alla costruzione di siti in Veneto. Secondo Zaia, "il nucleare può essere una strada", ma "il Veneto la sua parte l’ha già fatta". Con "il rigassificatore al largo delle sue coste, e con la riconversione al carbone di Porto Tolle", prosegue il ministro in un’intervista su ‘Il Corriere della Sera’, da quel che ci dicono i tecnici, il nostro bilancio è positivo".  E se il governo le chiedesse di mettersi una mano sul cuore? "Il Veneto – è la risposta di Zaia – la mano sul cuore la mette da sempre. Questo però non significa che continueremo a farlo. Prima dovremmo vedere con dati inoppugnabili che non ci sono alternative in tutte le Regioni in cui il bilancio energetico è negativo. E anche allora, io manterrei le mie più totali perplessità".

                                   

 

 

 

 

(foto da mailing list ambientaliste)

 

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