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L’onesto Bertolaso, l’onestissimo Berlusconi.

tabella spese G8 La Maddalena-L'Aquila

tabella spese G8 La Maddalena-L'Aquila

Nuova inchiesta de L’Espresso sui costi pazzeschi della riunione G 8 fra La Maddalena e L’Aquila.  Acquisti ed affidamenti diretti, sprechi e soliti noti.  E’ una vera e propria offesa all’intelligenza degli italiani (quelli che ce l’hanno e che sono onesti) la litanìa Berlusconi-Letta-Bertolaso sull’assoluta correttezza e trasparenza dell’operato per la riunione italiana del G 8 del 2009.  Quando si leva di torno ‘sta gente? Mai troppo tardi…

Gruppo d’Intervento Giuridico

qui Un bel sistema di “ordinaria corruzione”, “gelatinoso”. (su questo blog, 13 febbraio 2010)

da L’Espresso, 25 febbraio 2010

Un G8 da 500 milioni. Tra la Maddalena e L’Aquila speso oltre mezzo miliardo per tre giorni di vertice. Con appalti affidati ai soliti amici. Ecco la lista di tutti gli sprechi della megalomania del premier. Primo Di Nicola

VIDEO ESCLUSIVO. La busta ‘profetica’ sugli appalti di Fabrizio Gatti

Il vertice G8 più caro della storia: oltre mezzo miliardo di euro per soli tre giorni di riunioni. Una follia mediatica per assicurare una platea tra i grandi della Terra al capo del governo Silvio Berlusconi nel momento di massima crisi per lo scandalo Noemi. Cinquecentododici milioni 474 mila euro, per la precisione, è la somma finale pagata dagli italiani per quel summit trasferito a L’Aquila dall’8 al 10 luglio 2009. E, mentre i terremotati abruzzesi soffrivano nell’afa delle tendopoli, gli uomini di Guido Bertolaso spendevano 24 mila euro in asciugamani, 22 mila 500 euro in ciotoline Bulgari d’argento, altri 350 mila per televisori Lcd e al plasma e 10 mila euro per i bolliacqua del the. Alla faccia degli intenti frugali, che avevano convinto a rinunciare alle strutture della Maddalena per testimoniare la solidarietà dei Grandi alle vittime del sisma, non si è risparmiato su nulla.
Il gran banchetto. Eppure per dotare l’isola sarda di alberghi, sale conferenze, porti e giardini erano già stati bruciati 327 milioni 500 mila euro. Fondi che ora gli atti dell’inchiesta della Procura di Firenze rileggono in una chiave diversa, descrivendoli come il banchetto di una “cricca” tutta presa dalla spartizione di appalti senza concorrenza e senza trasparenza. I magistrati hanno arrestato i protagonisti di quelle opere: Angelo Balducci, Fabio De Santis e Mauro Della Giovampaola, ai vertici della struttura di Bertolaso che ha gestito l’affare, e il costruttore rampante Diego Anemone, dominus di queste opere. Ma lo stesso numero uno della Protezione civile è sotto inchiesta, come altri tecnici e imprenditori impegnati nei cantieri sardi. Tutte le opere della Maddalena sono diventate inutili quando il premier ha deciso di cambiare scenario e spostare la riunione internazionale all’Aquila, tra le macerie e i senzatetto. Una mossa di grande effetto mediatico, che ha ridotto a zero il rischio di manifestazioni no global e ha anche azzerato l’agenda dei lavori, sottraendo in nome del lutto il premier al rischio di insuccessi diplomatici o di imbarazzi per lo scandalo di escort e festini presidenziali. Il tutto a carissimo prezzo: altri 184 milioni 974 mila euro bruciati per le tre giornate abruzzesi. In tutto, appunto, oltre mezzo miliardo: il tributo dei contribuenti italiani al vertice più folle, costoso e inutile della storia recente. E come nell’assegnazione delle opere della Maddalena, anche scorrendo la lista dei lavori per l’Aquila le sorprese abbondano.  Ci sono anzitutto i soliti noti del ristretto giro di Palazzo Chigi e che tra i clienti privilegiati di tutti gli eventi internazionali non mancano mai. Come Relais le jardin che per oltre un milione di euro si è aggiudicata la fornitura del servizio di catering per i banchetti organizzati per i capi di Stato. Solo che Relais non è una società qualsiasi: appartiene alla famiglia di Stefano Ottaviani, sposato con Marina Letta, figlia di Gianni, l’onnipotente sottosegretario alla presidenza del Consiglio. O come la Triumph dell’immancabile Maria Criscuolo, incaricata dei materiali per giornalisti e delegazioni estere e del servizio di interpretariato con un compenso di un milione 250 mila euro.

tabella spese G8 La Maddalena

tabella spese G8 La Maddalena

Colpo Grosso. Altro caso in cui i legami con la presidenza del Consiglio contano eccome è quello di Mario Catalano. Famoso come scenografo di “Colpo grosso”, la prima scollacciatissima trasmissione andata in onda sulle tv private negli anni Ottanta, Catalano è già stato premiato dal Cavaliere a inizio legislatura con una ricca consulenza a Palazzo Chigi dove cura l’immagine del premier e gli eventi pubblici in cui è coinvolto. Ma evidentemente la prebenda non basta ed ecco infatti Catalano accorrere tra le macerie dell’Aquila per le performance del presidente. Con l’incarico di verificare, vai a capire perché proprio lui, la piena applicazione della legge 626 che regola la sicurezza sul lavoro. Il tutto per altri 92 mila euro. Chi invece ha conquistato a sorpresa la vetrina del G8 è Giulio Pedicone, titolare della Pedicone Holding e della Las Mobili, azienda abruzzese che fabbrica attrezzature per uffici. Imprenditore venuto dal niente, Pedicone ha visto la sua carriera coronata dal vertice dove la Las è stata chiamata direttamente e senza alcuna gara a fornire mobili per circa 300 mila euro. Gli uomini di Bertolaso non ammettono dubbi sul fatto che ciò è avvenuto «dopo un’approfondita indagine di mercato». Altrettanto sicuro però è che della Pedicone Holding, titolare del 64 per cento della Las, dal 2007 è sindaco supplente Gianni Chiodi, commercialista con studio a Teramo in società con Carmine Tancredi (a sua volta cugino di Paolo, senatore del Pdl), ma soprattutto presidente della Regione Abruzzo dal dicembre 2008 e commissario delegato all’emergenza terremoto e alla ricostruzione.

In alto le bandierine. Il legame con il governatore è solo una delle note singolari in una lista della spesa sterminata. Dei circa 185 milioni divorati dal summit, 52 milioni 666 mila euro sono stati utilizzati da Bertolaso in parte per investimenti in «infrastrutture tecnologiche» e il resto in «spese di funzionamento » ossia per forniture e servizi, dalla ristorazione alle bandierine per le auto. Altri 43 milioni 807 mila euro se ne sono andati invece per rimborsare gli interventi fatti da altre amministrazioni, come la Guardia di Finanza che ha ospitato la sede del G8, o il Provveditorato alle opere pubbliche per il Lazio, Abruzzo e Sardegna che ha curato l’adeguamento della scuola sottufficiali e del minuscolo aeroporto di Preturo assieme alla realizzazione della strada per Coppito. Infine ulteriori 88 milioni 500 mila euro sono stati stanziati dal ministro dell’Economia Giulio Tremonti ai dicasteri della Difesa e degli Interni, oltre alle Capitanerie di porto, per finanziare la cupola protettiva che ha difeso quei tre giorni di incontri: una triplice barriera di sicurezza in cielo, mare e terra. Insomma, una vera abbuffata. Nella quale si sommano pure le spese per il logo della manifestazione (22 mila euro); le prese elettriche; i pennoni portabandiere e le bandiere (155 mila); 30 distruggi-documenti come nei film di 007 (13 mila euro); asciugamani elettrici; stampe (126 mila); tessuto e divise per steward e hostess (18 mila euro); altre divise non meglio specificate (54 mila euro) e persino la fornitura di tessuto e adesivi per personalizzare le transenne dentro e fuori la caserma di Coppito e i contenitori per la raccolta differenziata. Altra follia da oltre 20 mila euro. Ma gli aspetti suggestivi non sono finiti. Una “spesa infrastrutturale” di Bertolaso viene considerata la copertura (anche con fondi extra budget G8, non è chiaro) di una lacuna da sempre lamentata dai guidatori sull’autostrada Roma-Aquila- Pescara da anni gestita in concessione da Carlo Toto, l’ex proprietario di AirOne. Il problema? Su questa autostrada era pressoché impossibile ascoltare Isoradio, la rete Rai con le notizie in tempo reale sul traffico. Ma alla vigilia del G8 ecco entrare in azione Bertolaso. Certo ai pendolari abruzzesi costretti a fare la spola con la capitale pesava viaggiare senza le informazioni sul traffico. E qualcuno deve avere pensato che anche i cortei blindati dei Grandi avevano bisogno dei bollettini sulle code lanciati da Onda verde: così Isoradio è stata installata lungo tutta l’autostrada dalle cento gallerie a spese della Protezione civile. Un regalo a Toto che vanifica l’accordo tra Rai e società autostradali che pure obbligherebbe la prima a reperire le frequenze e le seconde a garantire l’acquisizione e la manutenzione degli impianti.

rendering progetto albergo ex Arsenale

rendering progetto albergo ex Arsenale

Scuola modello. Singolare anche la sorte dei quasi 29 milioni rimborsati dalla Protezione civile per le spese di “investimento” eseguite da altre amministrazioni pubbliche. Ben 23 milioni se ne sono andati per gli interventi nella scuola sottufficiali delle Fiamme Gialle. In questa caserma serrata da alte mura che si sviluppano su oltre due chilomentri per 45 ettari si sono concentrati i lavori per creare gli ambienti del vertice inclusa la ristrutturazione di 1.090 stanze nelle quali hanno soggiornato i leader e i loro staff. Sono stati ritinteggiati la decina di edifici che la compongono; è stata installata una rete in fibra ottica; sono stati sistemati oltre 120 mila metri quadrati di verde; piantati alberi ad alto fusto; le camere sono state arredate al top, dotandole di tv, telefoni e ogni altro tipo di comfort (di cui adesso godrebbero i senzatetto del sisma). Ma ci sono stati pure i lavori radicali negli impianti: l’adeguamento della rete di distribuzione dell’energia elettrica, la manutenzione delle apparecchiature da cucina e persino la messa a punto della pressione dell’acqua.

lavori per il G8, La Maddalena

lavori per il G8, La Maddalena

Soldi ben spesi? I restauri in genere valorizzano gli investimenti immobiliari. Ma qui è diverso. La caserma non è di proprietà dello Stato: con le cartolarizzazioni volute dal vecchio governo Berlusconi per reperire denaro fresco per le casse pubbliche, è stata venduta nel 2004 e appartiene ora a un pool di banche e istituzioni finanziarie come Immobiliare Sgr spa, Imi, Barclays Capital, Royal Bank of Scotland e persino Lehman Brothers. A loro lo Stato paga ogni anno 13 milioni di euro di affitto. Un canone ragguardevole, che nel 2009 si è arricchito anche dei vantaggi conseguenti ai faraonici lavori di adeguamento pretesi dall’impresa B&B Berlusconi-Bertolaso sulla struttura. Opere dispendiose a fronte delle quali la proprietà non si è lasciata intenerire. Il pool ha preteso dalla Protezione civile due regali polizze assicurative. Una per la completa copertura dei rischi infortuni dei partecipanti al vertice (Ati Willis spa, 50 mila euro): non fosse mai che Obama scivolasse dalle scale. L’altra polizza per risarcire gli eventuali attacchi terroristici alla caserma nonostante caccia supersonici, missili terra-aria e migliaia di uomini in armi. Non solo, a G8 terminato hanno ottenuto il totale ripristino dei luoghi, ossia il ritorno delle sale da summit al loro compito di scuola militare costato altri 4 milioni di euro. Con tanti saluti ai terremotati aquilani che continuano a protestare per le carenze della ricostruzione e vogliono rimuovere da soli le macerie. Immergersi nella lunga catena di 145 fatture saldate dalla Protezione civile per l’evento fa scoprire più di una nota stonata. Lussi e sprechi che poco si addicono a un vertice spostato tra i terremotati in nome della sobrietà e della solidarietà. In una regione che aveva pianto almeno 308 morti per il sisma e doveva restituire una vita dignitosa a 80 mila senzatetto, i gadget delle grandi occasioni paiono affronti. Trascurando le ciotoline d’argento Bulgari gentile omaggio per i capi di Stato, si va dalle 60 penne “edizione unica” fornite da Museovivo al costo di 26 mila euro e utilizzate dai leader solo per apporre il loro prezioso autografo sui trattati. Ci sono poi la fornitura di poltrone Frau per le sedute di quei tre giorni e costate 373 mila euro; gli addobbi floreali per 63 mila euro; la pellicola protettiva per il rivestimento degli ascensori (9 mila); i portablocchi notes forniti dalla rinomata Pineider al prezzo di 78 mila euro.
Premier in primo piano. E non è finita. Si possono forse trascurare le grosse commesse nelle quali primeggiano Selex e Seicos (Finmeccanica) per le forniture tecnologiche relative alla sicurezza (oltre 18 milioni di euro) con la centrale di coordinamento delle forze schierate, Telecom per gli apparati telefonici(12 milioni) e Limelite per la realizzazione dell’areagiornalisti (altri 2 milioni)? E poi: Studio Ega per l’accoglienza e prenotazioni alberghiera delle delegazioni (2 milioni e mezzo); Tecnarr per l’allestimento della sala conferenze (quasi 2 milioni); Semeraro per gli arredi (1 milione 700 mila euro); Composad per i frigoriferi e altri arredamenti (1 milione 500 mila euro); Jumbo grandi eventi per le prenotazioni e il trasporto delle delegazioni (1 milione 200 mila euro). Per non parlare della D and d lighting & truck, sponsorizzatissima a Palazzo Chigi per soddisfare tutte le esigenze sceniche e televisive del premier: al G8 è stata premiata con una commessa di un milione 700 mila euro per la fornitura di attrezzature tecniche.

LEGGI Tv e cd d’oro, l’elenco dei costi più incredibili

G8, di Miquel

G8, di Miquel

VIDEO ESCLUSIVO La busta ‘profetica’ sugli appalti di Fabrizio Gatti

L’ITALIA DEL MALAFFARE Nel Pantheon delle bustarelle di G.Di Feo e S. Maurizi SPECIALE La nuova Tangentopoli

(tabelle da L’Espresso e da La Nuova Sardegna, rendering progettuale da www.protezionecivile.it, foto da L’Espresso)

  1. 22 Giugno 2010 a 15:26 | #1

    A.N.S.A., 22 giugno 2010
    Appalti: Authority lancia l’allarme corruzione, annienta gli onesti.
    L’organo di vigilanza: “Si annientano gli onesti”. Inchiesta G8, chiesto rinnovo misure cautelari.

    ROMA – La Procura di Roma ha formulato la richiesta al Gip di rinnovo delle misure cautelari nei confronti dei quattro, dei sette indagati, nell’inchiesta sull’appalto della scuola marescialli dei carabinieri di Firenze. Riguardano l’ex presidente del consiglio superiore dei lavori pubblici Angelo Balducci, quello della Toscana, Fabio De Santis, l’imprenditore Francesco Maria De Vito Piscicelli e l’avvocato Guido Cerruti.
    Le richieste dei magistrati romani, l’aggiunto Alberto Caperna e i sostituti Ilaria Calò e Roberto Felici, hanno interessato non solo i tre indagati, De Santis (tuttora in carcere), Piscicelli (ai domiciliari) e Cerruti (sottoposto ad obbligo di dimora), dal cui ricorso in Cassazione é scaturita la competenza romana sulla vicenda, ma anche Balducci, il cui difensore aveva evitato il ricorso alla Suprema Corte. Per tutti il reato ipotizzato è di corruzione. Il gip avrà ora tempo fino al 30 giugno per decidere sulle richieste, pena la revoca delle misure stesse per scadenza dei termini.

    L’ALLARME DELL’AUTHORITY – “Il mancato rispetto delle regole e la presenza radicata e diffusa della corruzione è causa di una profonda e sleale alterazione delle condizioni concorrenziali che può contribuire ad annientare le imprese oneste, costringendole ad uscire dal mercato”. E’ l’allarme lanciato dal presidente dell’Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici, Luigi Giampaolino, che nella relazione annuale al Parlamento, sul 2009, ha rilevato “l’insorgere, all’interno della pubblica amministrazione, di gravi episodi di corruzione ed illegalità”.

    DA G8 A ABRUZZO, TROPPI LAVORI IN EMERGENZA – “Il sistematico ricorso a provvedimenti di natura emergenziale” preoccupa l’Autorità di vigilanza sugli appalti che, nella relazione annuale al Parlamento, si è soffermata sul’affidamento di lavori pubblici gestito dalla protezione civile, dai “grandi eventi” (G8, mondiali di nuoto, celebrazioni per l’Unità d’Italia…) al terremoto in Abruzzo. C’é “il timore”, avverte l’Authority, di “una sistematica ed allarmante disapplicazione delle norme del codice degli appalti”. Per l’Autorità “il continuo riproporsi dell’emergenza” fa cadere i requisiti di eccezionalità e imprevedibilità, che giustificherebbero poteri straordinari e ordinanze in deroga alle regole su procedure di gara a affidamenti, e comporta “una dilatazione dei tempi dell’intervento straordinario oltre ogni riferimento logico e funzionale legato all’emergenza stessa”.
    La nozione di “grande evento”, sottolinea poi l’Autorità, “é stata applicata a fattispecie assai disomogenee e in ogni caso prive dei requisiti di imprevedibilità e urgenza”. Nella relazione annuale L’Authority ha preso in esame anno per anno, dal 2001, l’andamento degli appalti gestiti “in regime di emergenza” con ordinanze di protezione civile. Ed ha rilevato una “tendenza all’incremento” raggiungendo nel 2009 il picco più alto per numero (49 ordinanze) e spesa globale (3,94 miliardi). Picco che “si giustifica prevalentemente” con l’emergenza del terremoto in Abruzzo. Negli ultimi dieci anni, sottolinea il presidente dell’Authority, Luigi Giampaolino, “una fetta rilevante di spesa pubblica è stata impiegata per per investimenti relativi a contratti sottratti in tutto o in parte non solo all’osservanza delle procedure previste dal Codice dei contratti degli appalti ma, in alcuni casi di non poca rilevanza e specialmente nell’ambito dei “grandi eventi”, anche ad ogni attività di rilevazione e controllo da parte dell’Autorità di vigilanza”.

    37 MLD DEBITI P.A.,FINO 22 MESI PER PAGARE – I tempi di pagamento da parte della pubblica amministrazione “oscillano in un range che va da un minimo di 92 giorni ad un massimo di 664″. Lo indica l’Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici di lavori, servizi e forniture che, nella relazione annuale al Parlamento, stima in “circa 37 miliardi di euro, pari al 2,4% del Pil” la “la presunta esposizione debitoria ” della P.A. Di cui “una parte consistente deriverebbe dalla gestione del sistema sanitario e dalla raccolta dei rifiuti solidi urbani”. Intanto la crisi non ha frenato i contratti pubblici pubblici che, nel 2009, considerando le gare di appalto di importo superiore a 150mila euro, hanno raggiunto un importo di 79,4 miliardi di euro, pari al 6,6% del Pil. Rispetto all’anno precedente c’é stato un aumento del 4,8%. (+2,6% in termini reali). L’impatto sull’occupazione, diretta e indiretta, “sarebbe dell’ordine di 32mila unità”, che può arrivare a 50mila “se si aggiungono gli effetti di moltiplicazione sulla domanda interna”.
    E quanto ai primi tre mesi del 2010, da primi dati l’Autorità ha registrato un incremento dell’11% (a quota 17,3 miliardi) rispetto allo stesso periodo del 2009. La stabilizzazione della domanda, sottolinea il presidente dell’Autorità, Luigi Giampaolino, “ha attenuato l’intensità della relazione, incrementato la dotazione infrastrutturale del Paese e contenuto i costi occupazionali della crisi”. Ma “la portata positiva di tale incremento di domanda è stata indubbiamente limitata dal diffuso problema dei ritardati pagamenti”, causa “di pesanti implicazioni sull’equilibrio finanziario e, quindi, sullo sviluppo stesso sia delle imprese che del mercato”. Quello dei ritardi dei pagamenti, ricorda l’Authorità, è una problematica particolarmente avvertita ” dalle piccole e medie imprese in un momento di crisi economica e di maggiori difficoltà per l’accesso al credito.

  2. 18 Giugno 2010 a 22:10 | #2

    A.N.S.A., 18 giugno 2010
    “Cricca attuava sistema spregiudicato”.
    I pagamenti sono avvenuti a Roma, per questo il trasferimento alla procura della Capitale.

    ROMA – “Utilizzazione spregiudicata di un sistema di relazioni professionali e personali” nell’ambito di un “sistema di potere” nel quale, ai pubblici funzionari, “appare normale accettare e sollecitare utilità di ogni genere e natura da parte di imprenditori del settore delle opere pubbliche”. Con queste parole la Cassazione – nelle motivazioni depositate oggi e relative all’udienza dello scorso 10 giugno che ha traslocato a Roma l’inchiesta fiorentina sul G8, confermando le misure cautelari per gli indagati – definisce gli affari della ‘cricca’, sottolineandone la “complessiva rilevanza penale” e confermando la necessità e “l’urgenza” delle misure cautelari emesse dalla Procura di Firenze per corruzione. Nel capoluogo toscano, intanto, è continuata l’attività giudiziaria (con perquisizioni e sequestri di files) alla ricerca di prove nuove in grado di radicare la competenza a Firenze perchè la decisione della Cassazione – lo scrivono in sentenza gli stessi supremi giudici – si riferisce “allo stato degli atti” esaminati il 10 giugno e a “imputazioni provvisorie” che potrebbero essere modificate all’udienza con rito abbreviato fissata per il 6 luglio a Firenze. Appare, comunque, in salita la ‘battaglia’ dei magistrati toscani per tenersi l’inchiesta sull’appalto da 200 mln di euro per la costruzione della scuola dei marescialli dei carabinieri. Ad avviso della Suprema Corte, infatti, l’accordo fiorentino del 18 febbraio 2008 nel quale l’imprenditore Francesco De Vito Piscicelli (in veste di ‘rappresentante’ di Angelo Balducci e Fabio De Santis, gli alti funzionari detenuti a Prato e Sollicciano) ha pattuito con il costruttore Riccardo Fusi un compenso in denaro in cambio del rientro della sua impresa nel cantiere della scuola marescialli, è solo un “tassello” a fronte di una serie di “dazioni” avvenute a Roma. Nella capitale, ricorda in proposito la Cassazione (sentenza 23427), De Santis ha accettato l’orologio da cinquemila euro; la sua stessa nomina a Provveditore delle opere pubbliche per Toscana, Umbria e Marche è maturata a Roma come “corrispettivo” per “l’attività illecita e strumento per proseguire” nell’obiettivo della scuola marescialli. E sempre a Roma si è realizzata la consulenza, dall’importo “in bianco”, per l’avvocato Guido Cerruti. Ma la ‘cricca’, aggiunge la Cassazione, lavorava anche su altri “eventi” non solo su quello che stava a cuore a Fusi. Insomma, stando così le cose, per i supremi giudici “è conseguente la competenza territoriale dell’autorità giudiziaria dove risultano concretizzati i corrispettivi”. E oggi a Piazzale Clodio sono arrivati, da Firenze, i faldoni di questa inchiesta e il ‘trasloco’ – spiega sempre la Cassazione – riguarda anche la posizione di Piscicelli che aveva chiesto il rito abbreviato e che, secondo la Procura fiorentina, non avrebbe potuto traslocare anche lui. Dunque nella Procura guidata da Giuseppe Quattrocchi non dovrebbe più rimanere nulla. “Probabilmente la Cassazione – ha commentato Quattrocchi – ha individuato l’ipotesi di corruzione contratta a Firenze e poi l’ha proiettata sugli altri fatti che si sono verificati altrove” ma, ha aggiunto, “esiste una problematica giuridica che conosciamo bene e sulla quale la nostra Procura sarà ancora in grado di dire la sua”.

  3. 18 Giugno 2010 a 15:55 | #3

    era ora.

    da La Stampa, 18 giugno 2010
    Anemone non può più lavorare per lo Stato. Per le aziende di Anemone scatta il divieto di lavorare per lo Stato. Il riesame ha negato la scarcerazione ad Angelo Balducci. Il Tribunale: Balducci e De Santis per adesso rimarranno in carcere.

    PERUGIA. No al commissariamento ma divieto per quattro delle sei aziende che fanno parte del gruppo di Diego Anemone di lavorare con la pubblica amministrazione per otto mesi. Sarebbe questa – secondo quanto si apprende – la decisione del gip di Perugia Massimo Ricciarelli in merito alla richiesta della procura del capoluogo umbro di nominare un commissario per le imprese del costruttore considerato figura centrale dell’inchiesta sugli appalti per i Grandi eventi. Il divieto di contatto non riguarderebbe le due aziende sportive che per la procura perugina fanno riferimento ad Anemone. Su di esse il gip non si è infatti ancora pronunciato.
    Il tribunale di Firenze ha rinviato intanto al prossimo 6 luglio il processo per la presunta corruzione sull’appalto per la Scuola marescialli dei carabinieri, tra i filoni dell’inchiesta sui Grandi Eventi, riservandosi di decidere sulla questione della competenza territoriale solo dopo aver acquisito le motivazioni con cui il 10 giugno scorso la Corte di Cassazione ha disposto il trasferimento degli atti da Firenze a Roma. Le motivazioni infatti non sono ancora disponibili e il presidente del collegio della prima sezione del tribunale di Firenze, Emma Boncompagni, ha letto in aula l’ordinanza dalla quale emerge che i giudici fiorentini «per avere tutti gli elementi utili» ai fini della decisione hanno necessità di attenderle. Il rinvio è stato deciso anche tenendo conto delle eccezioni sollevate dalle difese sulla competenza territoriale.
    L’udienza si era aperta con la comunicazione alle parti di un’altra decisione molto attesa, cioè quella del tribunale del riesame di Firenze che ha confermato l’arresto in carcere per Angelo Balducci e Fabio De Santis, respingendo così l’appello degli avvocati dei due imputati contro la conferma dell’ ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip Rosario Lupo il 4 marzo scorso. Poi ha tenuto banco il confronto tra le parti sulla competenza territoriale. I pm – in aula c’erano il procuratore Giuseppe Quattrocchi e i sostituti Luca Turco, Giuseppina Mione e Giulio Monferini – hanno ribadito che la competenza è radicata nel capoluogo toscano; dello stesso parere l’avvocatura dello Stato parte civile per la presidenza del Consiglio. Invece, per i difensori di Angelo Balducci, Fabio De Santis e Guido Cerruti (presente in aula solo De Santis) la Cassazione ha chiarito che la competenza territoriale è a Roma.
    I pm hanno depositato una memoria dicendo che «non ci sono colpi di scena nè colpi di teatro: la procura ha portato avanti un ragionamento lineare nel quale si è convinta della necessità di poter richiedere le misure cautelari per alcuni indagati», in quanto si riteneva competente territorialmente per farlo. Per l’accusa, inoltre, ci sono stati «plurimi episodi di corruzione» e «vi è stata una premessa corruttiva, con molti episodi avvenuti a Roma» ma «il patto corruttivo si è consumato il 18 febbraio 2008 a Firenze». L’incontro avvenne a Firenze fra gli imprenditori Riccardo Fusi e Francesco Piscicelli, entrambi indagati, con il secondo, dicono i pm, «intermediario» di Fusi con Balducci e De Santis. Secondo l’accusa l’incontro fu decisivo nell’obiettivo di far riottenere alla società Btp di Fusi il cantiere della scuola avvalendosi di pubblici funzionari come Balducci e De Santis. E anche le testimonianze rese ai pm dal cognato di Piscicelli, Pierfrancesco Gagliardi, avvalora l’ipotesi che il patto corruttivo si sia stabilito in quella circostanza.
    Di altro avviso i difensori per i quali «l’eventuale corruzione sarebbe stata consumata in episodi avvenuti a Roma». L’avvocato Roberto Borgogno, difensore di Angelo Balducci, ha elencato una dozzina di incontri a Roma tra gennaio 2008 e gennaio 2009 ma poi ha evidenziato che a Firenze il 18 giugno 2008 ci fu «l’unico incontro che non vide protagonisti i pubblici ufficiali» indagati nell’inchiesta cioè Balducci e De Santis. «Sarebbe il primo caso di corruzione per rappresentanza», ha ironizzato il legale aggiungendo che «le condotte per un eventuale accordo corruttivo sono avvenute a Roma» e definendo «infondata» la posizione della procura fiorentina sulla competenza. Così, anche dopo che il pm Luca Turco ha informato l’aula che la procura ha trasmesso a Roma copia degli atti ma non il procedimento, a fine udienza il rinvio al 6 luglio ha messo d’accordo tutti, pm e difese. «È una decisione ragionevole, bisogna aspettare le motivazioni della Cassazione», hanno detto i magistrati Luca Turco e Giuseppina Mione, uscendo dal tribunale. Per Alfredo Gaito, legale di De Santis «è stata una giusta cautela». Gabriele Zanobini, difensore di Balducci, ha parlato di «anticipo della decisione che non potrà essere diversa dal trasferimento degli atti a Roma».

  4. 17 Giugno 2010 a 16:32 | #4

    da L’Unione Sarda, 17 giugno 2010
    Arsenale, così De Pascale vinse la gara.
    Incarico per 15 milioni, in altre due occasioni preceduto da Anemone e da un impresario cagliaritano.

    Nel fascicolo agli atti dell’inchiesta fiorentina su G8 e Grandi eventi ci sono anche le pratiche per l’assegnazione del secondo lotto di opere bandite sull’isola di La Maddalena. Quelle che sono state eseguite con procedura speciale, sotto il controllo della Struttura di missione coordinata da Guido Bertolaso e Angelo Balducci, preparatorie al vertice tra i Grandi del mondo che si sarebbe dovuto svolgere in Sardegna nell’estate 2009 e che venne invece spostato a L’Aquila.
    L’ARSENALE. Dalle carte spunta anche la procedura seguita per assegnare i lavori di ristrutturazione e adeguamento impiantistico di alcune zone della foresteria e di vari edifici dell’Arsenale (per un totale di 15 milioni e 200 mila euro), assegnati all’impresa cagliaritana Pellegrini srl. Quella di proprietà di Maurizio De Pascale, presidente dell’Ance regionale, è stata l’unica azienda sarda a poter eseguire opere a La Maddalena. E, va precisato, i riferimenti nell’inchiesta non sono legati a scorrettezze nell’aggiudicazione della gara (che è stata vinta regolarmente dall’impresa cagliaritana) ma esclusivamente finalizzati a descrivere il modus operandi dei funzionari statali.
    L’APPALTO. I carabinieri del Ros di Firenze ricostruiscono così la vicenda: il 28 marzo il soggetto attuatore Angelo Balducci fissa in dieci giorni la scadenza dei termini delle domande per partecipare all’appalto. A seguire la procedura sono i soliti Fabio De Santis e Maria Pia Forleo, che invitano cinque imprese. Fra queste la Pellegrini di De Pascale.
    L’AGGIUDICAZIONE. Il 7 aprile, come previsto, nella sede della Struttura di missione della Ferratella vengono aperte le buste: sono presenti De Santis, la Forleo, Francesco Santini, il lussurgese Francesco Pintus e Roberto Di Mario. L’offerta migliore è quella dell’azienda sarda, che propone un ribasso del 4,25 per cento, piazzandosi davanti alla società di Piscicelli, che si ferma al 3 per cento.
    LA PELLEGRINI. Di seguito, il rapporto dei carabinieri contiene una sorta di radiografia dell’impresa cagliaritana: «La Costruzioni Pellegrini – scrivono i verbalizzanti – ha sede a Cagliari in via Sauro 9 ed è stata costituita nel giugno 1987. Il suo capitale sociale è di 500 mila euro, così ripartito: 450 mila della finanziaria Depafin srl (all’80 per cento di Maurizio De Pascale e al 20 della moglie Raffaella Pellegrini), 40 mila di Maurizio De Pascale e 10 mila di Raffaella Pellegrini».
    LE SCONFITTE. Nelle gare per altri due lotti il presidente dell’Ance è costretto ad abbassare la testa: in una viene preceduto dall’Ati Nuove Infrastrutture (di Diego Anemone), nell’altra dalla Opere pubbliche spa (solo omonima di quella di Piscicelli), di proprietà della famiglia cagliaritana dei Gariazzo (originaria di Carloforte), da tempo con interessi a Roma. Nella prima gara, quella vinta da Anemone, De Pascale non si presentava da solo ma in associazione temporanea d’impresa con la Tepor spa, di proprietà dell’imprenditore 74enne Antonio Sedda, originario di Paulilatino.
    I MESSAGGI. Il rapporto dei carabinieri non chiarisce quali siano i collegamenti con altri stralci d’inchiesta già emersi. C’è, infatti, traccia di un contrasto tra Anemone (finito in cella con l’accusa di essere il dominus degli cricca, insieme ad Angelo Balducci e Fabio De Santis) e De Pascale, proprio sulla suddivisione della torta degli appalti: è il presidente dell’Ance a lamentarsi via sms, accusando l’impresario romano di volersi limitare a concedergli un sub-appalto, ricordando che c’era un impegno per «dividere alla pari». A quel punto l’interlocutore, per ritorsione, avrebbe cercato di escluderlo dalla lista delle imprese da incaricare. Ma un ulteriore sms di De Pascale riportò il sereno: « È una settimana che ti cerco. Fissami un incontro urgente. Non voglio rovinare un’amicizia solo per un’incomprensione ».
    A. MUR.

    «Mi occupai soltanto dei costi troppo alti di La Maddalena».

    PERUGIA «Non mi sono mai occupato della gestione degli appalti, con la sola eccezione di quelli per il G8 che doveva tenersi alla Maddalena». È quanto avrebbe affermato il capo della protezione civile Guido Bertolaso interrogato martedì dai pm di Perugia titolari del fascicolo sulla cosiddetta cricca. Ai magistrati il sottosegretario ha riferito che per il vertice in programma in Sardegna si accorse che i costi stavano lievitando. «In quel caso intervenni», avrebbe detto, «sostituendo come soggetto attuatore Fabio De Santis, che a sua volta aveva preso il posto di Angelo Balducci, con Gian Michele Calvi, nel novembre del 2008». Per il resto degli appalti, Bertolaso ha riferito ai pm perugini che a occuparsene era l’allora presidente del consiglio superiore pubblici Angelo Balducci.
    Sulla casa di via Giulia a Roma ha poi svelato che fu il cardinale Crescenzio Sepe, a lungo al vertice di Propaganda Fide e oggi arcivescovo di Napoli, a indirizzarlo dal professor Francesco Silvano, collaboratore dell’organizzazione religiosa, che poi gli mise a disposizione l’appartamento. I pm hanno poi contestato a Bertolaso le dichiarazioni dell’architetto Angelo Zampolini, che gli inquirenti sospettano abbia riciclato denaro per Diego Anemone. È stato lui ad aver detto di aver pagato l’affitto della casa di via Giulia (per conto del costruttore, è il sospetto di chi indaga) senza però fornire date. Il capo della Protezione civile ha comunque negato che ciò sia avvenuto quando soggiornava nell’abitazione. Di questa Bertolaso ha ribadito di avere pagato le bollette ma non l’affitto.

  5. 16 Giugno 2010 a 14:09 | #5

    da La Nuova Sardegna, 16 giugno 2010
    L’ombra della cricca sulla Sassari-Olbia. In un rapporto del Ros sulla nuova quattro corsie spuntano i nomi di Fusi e Piscicelli. Da alcune intercettazioni emergono i movimenti dei due imprenditori per accaparrarsi il mega appalto. (Roberto Morini)

    SASSARI. Le mani della cricca sulla Sassari-Olbia. L’inchiesta fiorentina sul G8 alla Maddalena e sulle grandi opere legate al 150º dell’Unità d’Italia riserva ogni giorno una sorpresa. L’ultima arriva dal rapporto del Ros consegnato il 7 giugno scorso alla Procura di Firenze.
    Il capitolo è intitolato «La comune partecipazione della Btp Spa e del Consorzio stabile Novus alle gare di appalto indette per l’aggiudicazione di 8 lotti per il completamento della Olbia Sassari, come opere complementari del programma del vertice G8 alla Maddalena». E ha al centro la ricostruzione dello stretto rapporto di affari costruito tra due dei protagonisti della cricca che ha imperversato sugli appalti italiani negli ultimi anni: Francesco De Vito Piscicelli, attraverso il consorzio Novus, salito agli onori delle cronache per le risate notturne alla notizia del terremoto dell’Aquila, e Riccardo Fusi, fiorentino, titolare della Btp, in stretti rapporti con Denis Verdini, coordinatore nazionale del Pdl, coinvolto in questa inchiesta, ma anche in altre come quella sul comitato di affari per l’eolico in Sardegna.
    Il rapporto dei carabinieri del Raggruppamento operativo speciale ricostruisce i dialoghi tra i due a partire dall’agosto del 2008, quando fu pubblicato il bando per il primo lotto della Sassari-Olbia: 9 agosto 2008, lotto 6, base d’asta 63 milioni e mezzo. Sono solo le 10 del mattino della pubblicazione quando Piscicelli chiama Fusi per prendere accordi e fare l’offerta insieme. Secondo gli inquirenti tra Fusi e Piscicelli «è stato stretto un accordo più generale per il quale il primo ha posto a disposizione la sua struttura imprenditoriale e il secondo le sue entrature presso i funzionari degli uffici ministeriali». I due quindi procedono in stretto accordo, con una serie fitta di telefonate, nelle quali è chiaro che Piscicelli, dà le istruzioni a Fusi su come presentare la candidatura congiunta. Le telefonate si infittisocno di nuovo l’11 agosto, quando viene pubblicato il bando relativo agli altri 7 lotti della Sassari-Olbia e alla nuova sede dell’autorità portuale di Olbia.
    Negli stessi giorni di agosto 2008 anche qualche imprenditore sardo si informa sugli inviti alla gara. Michele Denti telefona a Fabio De Santis, soggetto attuatore. Ma non sa che i giochi sono fatti. Non sa, per esempio, che Fusi è già entrato nel grande gioco dalla porta principale quando ha partecipato alla gara per i lavori al forte Carlo Felice della Maddalena con un ribasso inferiore a quello con cui poi la Giafi di Valerio Carducci si aggiudicherà la gara. Quella di Fusi, secondo i carabinieri del Ros, è una «offerta di appoggio», suggerita da Piscicelli «con la concreta prospettiva, nell’immediato futuro, di ottenere l’aggiudicazione di qualcun degli appalti che stanno per andare in gara».
    Il gioco sembra fatto. Lo fa saltare in aria solo lo scippo: dopo lo spostamento del G8 arriva il «definanziamento», come lo chiamano gli inquirenti, della Sassari-Olbia.
    E non saranno soddisfatti nemmeno gli appetiti cresciuti intorno al Betile, il Museo mediterraneo dell’arte nuragica e dell’arte contemporanea di Cagliari, mai realizzato, ma nel 2007 già entrato nella lista dei 17 grandi lavori che Angelo Balducci vuole gestire con gare d’appalto dall’iter molto particolare.

  6. 10 Giugno 2010 a 21:38 | #6

    A.N.S.A., 10 giugno 2010
    Inchiesta G8: Cassazione, competenza da Firenze a Roma.
    La Cassazione ha deciso di trasferire il processo per l’inchiesta ”Grandi Eventi” accogliendo il ricorso degli indagati.

    ROMA – La Cassazione ha deciso di trasferire il processo per l’inchiesta del G8 ”Grandi Eventi” dalla procura di Firenze a quella di Roma. E’ stato cosi’ accolto il ricorso dei legali degli indagati Fabio de Santis, ex provveditore alle opere pubbliche della Toscana, dell’imprenditore Francesco Piscicelli e dell’avvocato Guido Cerruti.
    Con questa decisione la Suprema Corte ha disatteso le indicazioni della Procura del Palazzaccio, rappresentata da Luigi Riello, che aveva chiesto di confermare la competenza della Procura di Firenze G8 ”Grandi Eventi”, relativa all’appalto per la Scuola dei Carabinieri. Se gli atti fossero rimasti a Firenze automaticamente, per i tre indagati, e anche per Balducci, si sarebbero protratti i termini di custodia cautelare.

    LEGALI DE SANTIS, ORA CHIEDIAMO SCARCERAZIONE – “Con un’istanza che rivolgeremo sia alla magistratura di Roma che a quella di Firenze chiediamo la scarcerazione di Fabio De Santis a seguito della decisione della Cassazione perché essendo venuta meno la fissazione dell’udienza direttissima del 15 giugno, per il trasferimento del procedimento a Roma, sono ampiamente scaduti i termini di detenzione preventiva”. Lo sottolineano gli avvocati Remo Pannain e Alfredo Gaito, difensori di De Santis, l’ex procuratore alle opere pubbliche della Toscana detenuto a Sollicciano. I legali spiegano inoltre che De Santis potrebbe anche essere scarcerato stasera su decisione della stessa magistratura fiorentina, ma non ritengono “probabile” questa ipotesi.
    Oltre che per De Santis, le misure cautelari sono state emesse dalla magistratura fiorentina anche per l’avvocato Guido Cerruti che ha solo l’obbligo di firma e l’imprenditore Francesco Piscicelli che ha gli arresti domiciliari. Nella stessa inchiesta è stata emessa la custodia cautelare in carcere anche per Angelo Balducci, ex presidente del Consiglio superiore dei lavori pubblici. Il suo difensore Franco Coppi aveva deciso di non presentare ricorso alla Suprema Corte: adesso il trasferimento degli atti a Roma dovrebbe avere effetti anche per Balducci nel senso che anche per lui dovrebbe venire meno la misura detentiva emessa dalla magistratura fiorentina.
    ”Finalmente e’ stata ripristinata, dalla Cassazione, la legalita’ violata e adesso si mettera’ un po’ d’ordine in questo procedimento che presenta troppe incongruenze”. Cosi’ gli avvocati Pannain e Gaito hanno commentato la decisione emessa dalla Sesta sezione penale della Suprema Corte.

  7. 9 Giugno 2010 a 14:49 | #7

    da Il Corriere della Sera, 9 giugno 2010
    Casa all’estero per Bertolaso ricerche in Costa Azzurra. L’alloggio citato in alcune intercettazioni telefoniche. (Fiorenza Sarzanini)

    ROMA—Una casa all’estero a disposizione di Guido Bertolaso. La traccia per gli investigatori è arrivata ascoltando alcune intercettazioni telefoniche. E adesso la ricerca della dimora si concentra in Costa Azzurra, visto che nei colloqui si parla di Montecarlo. Chiarimenti saranno chiesti allo stesso capo della Protezione civile che sarà nuovamente interrogato la prossima settimana. L’inchiesta dei magistrati di Perugia appare entrata in una fase cruciale: dalla Banca d’Italia sono arrivate una cinquantina di segnalazioni per «operazioni sospette » riconducibili al costruttore Diego Anemone e agli altri componenti della «cricca» effettuate tra San Marino e il Lussemburgo. Ai professionisti che hanno avuto rapporti con loro sono stati invece revocati tutti gli incarichi. Tra i primi a farne le spese, l’avvocato Edgardo Azzopardi che grazie ai suoi contatti con l’allora procuratore aggiunto Achille Toro, sarebbe riuscito ad avvisare che «guai giudiziari sono in arrivo ».
    Il rifugio estero
    Sono centinaia le conversazioni che erano nel fascicolo e sono state trascritte nelle ultime settimane. In alcune si fa riferimento esplicito a una casa che si trova all’estero messa a disposizione di Bertolaso da Anemone. Il capo della Protezione civile non ne ha parlato nel suo precedente interrogatorio, ma questo non appare indicativo visto che aveva omesso di raccontare anche dell’appartamento di via Giulia e del contratto di consulenza che l’imprenditore aveva stipulato con sua moglie. L’ipotesi degli inquirenti è che possa essere intestata a una società e per questo sono state disposte visure sulle imprese eventualmente utilizzate per l’acquisto. I pm Sergio Sottani e Alessia Tavernesi ne chiederanno conto allo stesso Bertolaso, convocato per contestargli quanto emerso sui pagamenti dell’affitto di via Giulia. Dopo l’ammissione dell’architetto Angelo Zampolini che ha raccontato di aver versato il canone con i soldi consegnati da Anemone, è stato il proprietario del pied à terre a confermare come fosse proprio l’architetto ad eseguire i versamenti in contanti.
    Tracce di altri versamenti arrivano dalle verifiche sui conti correnti gestiti dal commercialista Stefano Gazzani e intestati a prestanome. Tra loro, il suo collaboratore Fernando Mannoni e la segretaria di Anemone, Alida Lucci. Decine di milioni di euro sarebbero stati movimentati dal professionista che nel suo archivio custodiva anche una lista con una trentina di nomi di privati e istituzioni —tra gli altri l’Inps, il Viminale e il ministero della Difesa — dove le imprese Anemone portarono a termine svariati appalti. La donna è stata ascoltata nei giorni scorsi, ma ha rifiutato di fornire elementi sostenendo che «tutte le pratiche sono regolari». Per ricostruire i passaggi del denaro sarà dunque depositata una nuova richiesta di rogatoria in Lussemburgo che nelle scorse settimane ha già fornito collaborazione comunicando quanto era stato accantonato sui depositi esteri di Balducci e del commissario per i Mondiali di nuoto Claudio Rinaldi: tre milioni al primo, due al secondo.
    L’amico di Toro
    Revoca dell’incarico, senza pagamento dei compensi. Dopo l’allegra gestione di Balducci e dei suoi collaboratori più stretti, alla Ferratella — la struttura che gestisce i lavori per i “Grandi Eventi” — sembra essere arrivato il momento dei tagli. E uno dei primi a essere mandato via è stato Edgardo Azzopardi, l’avvocato accusato di aver ottenuto notizie sulle indagini in corso dall’ex procuratore aggiunto di Roma Achille Toro, a sua volta indagato per corruzione e rivelazione di atti. Il legale era amico di famiglia del magistrato, parlava con suo figlio Camillo che incontrò anche il 30 gennaio scorso, poco prima che scattassero gli arresti ordinati dal giudice di Firenze. Proprio quel giorno, sottolineano gli inquirenti, avvisò dei guai giudiziari in arrivo, usando un linguaggio in codice: «Piove, speriamo che non ti piova anche dentro casa». Azzopardi aveva ottenuto due contratti di consulenza per 200 mila euro: per l’Auditorium di Firenze e la Mostra del cinema di Venezia. Sono stati annullati entrambi. «Non ho ritenuto che ci fossero gli estremi per continuare — chiarisce Giancarlo Bravi, dal primo aprile nuovo responsabile della struttura—e posso dire che sono già una decina gli incarichi annullati con un risparmio di 500 mila euro. Voglio precisare che non si tratta soltanto di persone finite nelle indagini, perché non è stato questo il criterio utilizzato. Il mio obiettivo è abolire gli sprechi, per questo andrò avanti». Nelle conversazioni intercettate Azzopardi invitata il figlio di Toro, Stefano, a presentare una fattura per farsi pagare il 50 per cento dei compensi. «Non risulta che Toro abbia avuto incarichi — chiarisce Bravi—ma verificheremo se ha lavorato in società con Azzopardi».

  8. 2 Giugno 2010 a 10:47 | #8

    A.N.S.A., 2 giugno 2010

    Bertolaso respinge illazioni.Il capo della Protezione Civile replica alle parole di Zampolini.

    ROMA- L’appartamento di via Giulia “mi venne messo a disposizioni gratuitamente da un mio amico personale che, come ho già detto, non era Diego Anemone”. Così il capo della Protezione Civile Guido Bertolaso replica alle parole dell’architetto Zampolini che ai magistrati di Perugia avrebbe detto di aver pagato lui l’affitto al capo della Protezione Civile. Bertolaso “esclude” anche che quell’immobile quando lui vi andò nel 2003 fosse stato appena ristrutturato e ribadisce “di non aver mai conosciuto l’architetto Zampolini”. “Ho già chiesto ai magistrati di Perugia di poter essere ascoltato su questa e le altre vicende che mi riguardano appena possibile”.
    “Non posso che riconfermare quanto comunicato al momento dell’uscita della cosiddetta lista Anemone – ha aggiunto Bertolaso – e ribadisco che mi sono avvalso di un appartamento a via Giulia a Roma, per un breve periodo, verso la fine del 2003 ben prima quindi di qualsiasi rapporto di lavoro, ancorché indiretto con l’impresa Anemone”. Un appartamento, dice Bertolaso, che “mi venne messo a disposizione gratuitamente da un mio amico personale che, come ho già detto non era Diego Anemone”. Il capo della Protezione Civile esclude poi che l’appartamento “fosse stato appena ristrutturato” e conferma “di non ricordare di aver mai conosciuto l’architetto Zampolini”. Bertolaso non fa il nome dell’amico che gli ha prestato l’appartamento “per non esporlo alla macelleria mediatica in atto – dice – ma ho già chiesto ai magistrati di Perugia di poter essere ascoltato su questa e sulle altre vicende che mi riguardano. appena possibile”. “In quella sede – conclude – fornirò tutti gli elementi necessari a sgomberare definitivamente il campo da tali illazioni e confermerò ai magistrati anche l’immediata disponibilità della persona che mi ha prestato l’appartamento di via Giulia a fornire tutti i chiarimenti del caso”.

    ILLAZIONI,STOP A MACELLERIA MEDIATICA – Si tratta di “illazioni” che chiarirò al più presto “fornendo tutti gli elementi necessari a sgomberare definitivamente il campo”. Così Guido Bertolaso definisce le affermazioni dell’architetto Zampolini secondo cui l’appartamento a via Giulia dove Bertolaso soggiornò per un periodo fu pagato dall’architetto di Anemone. Bertolaso ha anche detto di non voler fornire il nome dell’amico che “gratuitamente” gli prestò l’appartamento “per non esporlo alla macelleria mediatica in atto”.

    ZAMPOLINI CHIAMA IN CAUSA BERTOLASO, ARCHITETTO FA NOME DI DI PIETRO – Una casa della moglie di Guido Bertolaso e due appartamenti di Propaganda Fide presi in affitto da Antonio Di Pietro: su questo si sarebbe soffermato l’architetto Angelo Zampolini in un nuovo interrogatorio davanti ai pm di Perugia titolari dell’inchiesta sugli appalti per i Grandi Eventi. Zampolini è accusato dai magistrati del capoluogo umbro di aver riciclato denaro che gli inquirenti sospettano provenire da Diego Anemone. Nel nuovo interrogatorio all’architetto, secondo quanto si apprende, è stata mostrata ancora la ‘lista Anemone’ e chiesti chiarimenti sugli oltre 350 nomi che vi compaiono. E in questo quadro che Zampolini avrebbe fatto riferimento al capo della protezione civile e al leader dell’Idv. Gli aspetti che riguardano Di Pietro non verrebbero ritenuti di particolare interesse dagli inquirenti. Più interessante dal punto di vista delle indagini – sempre secondi quanto si apprende – sarebbe considerato invece quanto detto da Zampolini in merito all’appartamento della moglie di Bertolaso. L’architetto avrebbe fatto riferimento ad un suo intervento economico. Nella lista Anemone, Bertolaso viene associato a due appartamenti, uno ai Parioli e l’altro in via Giulia. Per quanto riguarda quello ai Parioli, comprato all’inizio del 2000, il capo della Protezione civile in una conferenza stampa a palazzo Chigi ha detto di avere usufruito di lavori di ditte del gruppo Anemone saldando il conto di 20 mila euro con un assegno, la cui copia è stata anche pubblicata sul sito del dipartimento. Per la casa di via Giulia, Bertolaso ha sempre detto di non avere proprietà lì e di avere usufruito per un periodo di un appartamento prestato da un amico. Zampolini è considerato una delle figure centrali dell’inchiesta in corso a Perugia. Dagli accertamenti è infatti emerso che da lui provenivano gli assegni circolari utilizzati per coprire in parte il costo degli acquisti di case per l’ex ministro Claudio Scajola, per il generale della guardia di finanza Francesco Pittorru e per il genero di Ercole Incalza, funzionario del ministero delle Infrastrutture.

    DI PIETRO, NESSUN APPARTAMENTO IN AFFITTO – “Escludo in modo categorico di aver preso né uno né due appartamenti in affitto da Propaganda Fide né a nome mio né a nome dell’Italia dei Valori. Chiederò agli inquirenti di saperne di più su questa vicenda per poter tutelare il mio nome e quello del partito da eventuali millantatori”. Lo afferma in una nota Antonio Di Pietro, leader dell’Italia dei Valori.

  9. 30 Maggio 2010 a 13:58 | #9

    bene, che aspetta ad andarsene, allora?!

    A.N.S.A., 30 maggio 2010
    Bertolaso: non si resta a oltranza. Protezione Civile, piu’ spazio alle realta’ territoriali.

    LUCCA, 30 MAG – ‘Passare il testimone e’ assolutamente fisiologico. Non si puo’ rimanere ad oltranza in un posto’, afferma Guido Bertolaso. ‘Bisogna prendere atto – spiega il capo della Protezione civile – che sono 9 anni che faccio questo mestiere. Mi pare che abbiamo lavorato parecchio, tutto sommato bene, ma a un certo punto credo che sia naturale passare anche il testimone’. Per il futuro Bertolaso vede nella Protezione Civile con ruolo sempre piu’ attivo delle realta’ territoriali.

  10. 26 Maggio 2010 a 14:28 | #10

    da L’Espresso, 26 maggio 2010
    Coperture eccellenti.
    Indagini insabbiate. Documenti scomparsi. Depistaggi. Per anni la cricca ha goduto di importanti protezioni. Anche nella Guardia di finanza. (Lirio Abbate)

    La saletta del ristorante è appartata, nascosta agli sguardi dei clienti che prendono posto attorno a tavoli rotondi apparecchiati con raffinatezza. È una sera di ottobre di due anni fa, e mentre fuori piove, nella zona riservata di un locale di Roma due imprenditori stringono accordi “scellerati” con un ufficiale della Guardia di finanza. Seduti davanti ai piatti ci sono tre persone: un pezzo della “cricca” formato da Diego Anemone e Piero Murino e un finanziere. Anemone è una delle figure chiave, il fulcro delle inchieste condotte dalle Procure di Firenze e Perugia sugli appalti per i Grandi eventi: dai Mondiali di nuoto di Roma al G8 della Maddalena, fino alle opere per i 150 anni dell’Unità d’Italia. Murino è uno degli imprenditori inseriti negli appalti della Maddalena. I due sono amici e condividono lo stesso linguaggio cifrato: chiamano “brochure” le buste che contengono le mazzette di banconote destinate alle tangenti. Ed entrambi per proteggere le loro attività illecite si affidano a investigatori infedeli, a cui versano grosse somme di denaro.
    Sembra di vederli i tre seduti a tavola che mangiano, bevono e ogni tanto sorridono alle battute che fa l’ufficiale. È proprio indagando su Anemone che i carabinieri del Ros scoprono questo convivio molto riservato, ma ignorano chi sia il terzo uomo. Solo in un secondo momento le intercettazioni svelano la qualifica del commensale: è un finanziere, uno di quelli importanti che avrebbe un ruolo di coordinamento operativo nella capitale, ma di cui non viene fatto mai il nome.
    Adesso sono state avviate indagini per scoprire l’identità di questo ufficiale: gli inquirenti ritengono che sia un tassello fondamentale nell’inchiesta dei pm di Firenze e Perugia. Un’istruttoria nella quale affiorano finanzieri corrotti che spifferano notizie riservate o sono pronti a pilotare indagini, tutto con un unico obiettivo: tutelare gli affari di Anemone. Perché le coperture di questo imprenditore che fatturava 85 milioni di euro all’anno, eseguendo in gran parte lavori tutelati dal segreto di Stato, erano vastissime. Al punto da impedire che una verifica fiscale di routine, avviata il 14 ottobre 2008, creasse problemi al costruttore e agli altri componenti della “cricca”.
    I documenti sequestrati due anni fa dai finanzieri incaricati di quel controllo tributario dimostrerebbero il coinvolgimento di politici, investigatori infedeli e funzionari dello Stato in casi di corruzione. Già all’epoca, ben prima che i cantieri della Maddalena venissero ultimati, si sarebbe potuto scoprire che la moglie di Guido Bertolaso, il capo della Protezione civile indagato a Perugia, e suo cognato, Francesco Piermarini, incassavano somme di denaro dal gruppo Anemone. E lo avevano fatto a partire dal 2004, creando una sorta di conflitto di interessi, visto che molti lavori sono stati affidati dalla Protezione civile all’imprenditore indagato.
    Negli archivi sequestrati dai finanzieri in quell’ispezione fiscale sono state trovate le fatture della famiglia Bertolaso: ma questi documenti sono stati recuperati solo due anni dopo l’inizio della verifica tributaria e subito dopo il trasferimento dell’inchiesta sulla “cricca” da Firenze a Perugia.
    Nelle carte sequestrate nel 2008 c’era già tutto. Le Fiamme gialle avrebbero avuto pure la possibilità di far luce sulle operazioni bancarie sospette, quelle che ora hanno permesso di scoprire gli assegni usati per acquistare la casa di Claudio Scajola, i due appartamenti di un generale della Finanza adesso al servizio segreto civile, quello del figlio dell’ex ministro Pietro Lunardi e un altro della figlia del braccio destro del ministro Altero Matteoli. E nei faldoni rimasti chiusi negli armadi ci sono le tracce di decine di conti correnti ancora da esaminare, con bonifici e pagamenti che potrebbero svelare nuovi casi di corruzione.
    Insomma, una bomba che già nell’autunno 2008 avrebbe potuto mettere in crisi il neonato governo Berlusconi, coinvolgendo ministri di punta.
    Adesso gli inquirenti che indagano sul “terzo commensale” in uniforme hanno il sospetto che l’inchiesta possa essere stata ostacolata dall’esterno e deviata su altre strade per evitare che raggiungesse il cuore della ragnatela creata da Anemone. Un sistema di malaffare difeso da un cordone di protezione così potente da impedire anche un’istruttoria dei carabinieri del Nucleo operativo ecologico, l’unità guidata dal colonnello Sergio De Caprio, meglio conosciuto come il capitano Ultimo che mise le manette ai polsi di Totò Riina.
    Due anni fa i militari dell’Arma avevano avviato indagini in Sardegna su Diego Anemone, Angelo Balducci, Fabio De Santis e Mauro Dellagiovanpaola, ma vennero bloccati – secondo i magistrati di Perugia – dall’allora procuratore aggiunto di Roma, Achille Toro, oggi in pensione dopo che i pm lo hanno accusato di essere stato la talpa di Balducci & c.
    Il Noe chiese più volte alla Procura di poter intercettare gli imprenditori per proseguire l’indagine, ma la richiesta non ebbe alcuna risposta. Poco tempo dopo Achille Toro affidò alla Finanza l’indagine e le Fiamme gialle si limitarono ad effettuare verifiche fiscali e societarie, alcune delle quali non vennero mai chiuse e così l’inchiesta si arenò. Forse perché al servizio di Anemone c’era il finanziere Mario Pugliese che lavorava in un ufficio del Comando generale della Guardia di finanza, il maresciallo Marco Piunti, o il generale Francesco Pittorru, adesso nell’intelligence. Tutti avrebbero ottenuto qualcosa dalla banda, tutti sono stati intercettati con Anemone.
    Ma c’erano anche militari della Fiamme gialle disposti a condurre interrogatori amichevoli ai collaboratori di Anemone chiamati a rendere dichiarazioni sulle verifiche fiscali, “intrattenendoli” negli uffici investigativi solo “con qualche barzelletta”, senza fare domande scomode. Tutti questi retroscena sono stati registrati dai carabinieri del Ros di Firenze che hanno avviato l’indagine sulla cricca.
    I microfoni degli investigatori hanno intercettato anche il momento in cui il 14 ottobre 2008 i finanzieri scoprivano in un computer di Anemone la lista con i 412 casi in cui l’impresa è intervenuta per eseguire lavori nelle abitazioni di politici, investigatori (molti ufficiali della Finanza), funzionari dello Stato e giornalisti. L’elenco dei nomi è comparso solo adesso ed è stato lanciato sulle pagine di molti giornali mettendo insieme situazioni sospette con quelle regolari: nella lista ci sono ospiti di alloggi di servizio ristrutturati a carico dell’istituzione di appartenenza o personalità che hanno pagato per l’intervento dell’impresa edile.
    Una fuga di notizie apparsa particolarmente anomala: gli investigatori sospettano che si tratti di “un’operazione mediatica per tirare dentro un po’ tutti”. Un sospetto condiviso dal procuratore aggiunto di Roma, Giancarlo Capaldo. Che in un’intervista a “Libero” ha poi allargato l’analisi: “Il dato più preoccupante è che ci sono profondi contrasti tra maggioranza e maggioranza, contrasti molto forti che portano alla luce situazioni da accertare penalmente e che se fossero vere sarebbero molto preoccupanti”.
    Come le indagini insabbiate negli scorsi anni, anche la bufera mediatica viene letta dagli inquirenti come un metodo per depistare e proteggere il nocciolo duro del sistema di corruzione. Perché di sicuro alle squadre di investigatori che cercano di far luce sui reati si oppongono altri uomini dello Stato che hanno operato e forse operano per evitare che l’istruttoria vada avanti. Lo fanno per proteggere i propri interessi o per coprirne altri.
    Ma è proprio per questo che i pm ora puntano a identificare questi “complici istituzionali”. Prima che riescano ancora una volta a fermare l’inchiesta o a farla affondare in un calderone di sospetti.

  11. 21 Maggio 2010 a 16:09 | #11

    da Il Sardegna, 21 maggio 2010
    La regata vip coi soldi del Sulcis. La Maddalena. La Vuitton Trophy finanziata con i fondi dirottati dalle bonifiche di iglesiente e guspinese, è bufera politica sulla Regione. (Francesco Giorgioni)

    La nuova bufera politica che soffia su Ugo Cappellacci e la sua giunta corre su un asse che congiunge le due estremità dell’Isola. Il capo di sotto del Sulcis e la sua difficile realtà occupazionale, quello settentrionale di La Maddalena con i suoi sogni di rinascita e i grandi eventi, una tra tutte la Louis Vuitton Trophy al via domani nelle acque dell’arcipelago.
    Il caso nasce da quei 2 milioni e 300 mila euro che la Regione avrebbe estrapolato dai fondi per la bonifica del Sulcis dirottandoli al finanziamento della regata, il tutto sotto la regia del Governo a sua volta messo in mora dalla Corte dei Conti. Sull’argomento sono state presentate due interrogazioni parlamentari: una reca la firma di otto deputati del Pd guidati da Giulio Calvisi, l’altra è stata presentata dal deputato dell’Udc Antonello Mereu. Poi ci sono quelle, rivolte a Cappellacci, da parte del capogruppo Pd in Consiglio regionale Mario Bruno e dal suo vice Giampaolo Diana. La domanda è sempre la stessa: è vero che si è tolto al Sulcis per finanziare una regata vip? Per riassumere il tutto, il finanziamento per la Vuitton Cup doveva originariamente ammontare a quattro milioni, di cui solo 250 mila a carico della Regione. Di questi, 2 milioni e 300 mila euro erano stati stanziati perchè la Vuitton Cup era stato classificato “grande evento”. Il tutto stabilito nell’ordinanza 3838 del governo del 30 dicembre scorso. Ma la regata considerata evento straordinario è finita nel mirino della Corte dei Conti, che il 4 marzo ha decretato la bocciatura del finanziamento. Il governo è allora corso dunque ai ripari con l’ordinanza 3876 datata 11 maggio, recepita lo stesso giorno dalla Regione con deliberazione 18/11 firmata dal vice di Cappellacci Bastianino Sannittu. Attraverso la quale, la Regione ha coperto il “buco” determinato dalla decisione della magistratura contabile pescando nel capitolo delle bonifiche del Sulcis. Dalla Regione in serata, con una nota del portavoce del governatore Alessandro Serra, è arrivata la precisazione. «Non e’ stato compiuto nessuno scippo al Sulcis Iglesiente. Al contrario, su precisa indicazione del presidente Cappellacci, sono stati stanziati ex novo ulteriori 2 milioni e 300 mila euro a favore di tale territorio per interventi urgenti finalizzati a fronteggiare i danni derivanti dall’inquinamento del Sulcis-Iglesiente e del Guspinese». Sarà anche vero ma di certo c’è che, a poche ore dalla presentazione della manifestazione, non si sa ancora chi rappresenterà la Regione a La Maddalena. In un primo tempo avrebbe dovuto presenziare Cappellacci, ma poi il presidente ha ceduto l’onore al vice Sannittu il quale – ufficialmente per un impedimento personale – ha a sua volta rinunciato. Ora in pole position c’è l’assessore ai Trasporti Liliana Lorettu, salvo rinunce dell’ultima ora.
    Come se non bastasse è scoppiato un caso nel caso. Quello legato alla nomina di Luigi Crisponi, candidato presidente del Pdl alle provinciale di Nuoro, delegato da Cappellacci alla funzione di “soggetto attuatore” per la Vuitton Trophy. Una nomina risalente al 23 aprile ma scoperta solo ieri, che il segretario del Pd Silvio Lai e il consigliere regionale Giuseppe Cucca definiscono «inquietante» e «vergogna politica».

  12. 20 Maggio 2010 a 15:07 | #12

    da La Repubblica, 20 maggio 2010
    L’ultima beffa della Maddalena I soldi del Sulcis vanno alla regata vip. Aprono le strutture costruite a tempo di record e poi abbandonate dopo il trasloco del G8. Ma per finanziare l’evento la Regione ha dovuto ricorrere ai soldi destinati alla zona depressa. (Paolo Berizzi, Marco Mensurati)

    LA MADDALENA – Saranno i soldi sottratti al Sulcis, una delle zone più depresse della Sardegna, a far disputare le regate del Louis Vuitton Trophy alla Maddalena. È l’ultima beffa che va in scena sull’isola, già messa a dura prova dallo scandalo G8 e dall’abbandono delle strutture costruite per ospitare i Grandi della terra. E non è la sola: mentre gli edifici dell’ex Arsenale vengono tirati a lucido per l’evento in programma da sabato al 6 giugno, a poche centinaia di metri un’altra eredità del mancato G8 langue nella desolazione. È l’albergo a cinque stelle realizzato nell’ex ospedale militare, ancora abbandonato a se stesso e circondato da erbacce.
    Era il 28 gennaio, quando Repubblica raccontò con un’inchiesta il flop della Maddalena post G8 (trasferito all’Aquila), gli sprechi, lo stato di degrado e di abbandono delle strutture. Da allora a oggi molto è successo. Gli arresti, l’avviso di garanzia a Bertolaso, gli interventi a gamba tesa della Corte dei conti secondo la quale una gara di vela non può essere considerata un’emergenza e un grande evento e dunque non può essere affidata alla Protezione civile. E così, su disposizione del governo, l’organizzazione della Louis Vuitton è passata alla Regione. Fuori Bertolaso, dentro Ugo Cappellacci, il giovane governatore berlusconiano.
    Svolta automatica anche nella gestione economica. Perché uno dei problemi più difficili da risolvere è stato quello dei finanziamenti. Il costo della manifestazione, secondo il preventivo originale, era di 4 milioni di euro. Di questi – diceva l’ordinanza firmata dal premier Berlusconi – 3 milioni e 750mila li avrebbe messi lo Stato attraverso il fondo della Protezione civile “appositamente integrato dal ministero dell’Economia e delle Finanze”, mentre i restanti 250mila li avrebbe sborsati la Regione Sardegna.
    Poi è arrivata la Corte dei conti: una regata non è una catastrofe. I magistrati contabili hanno tagliato di 2 milioni e 300mila euro il contributo statale all’evento, ingarbugliando i piani del governo. Che per rispettare gli impegni presi ha dovuto escogitare un sistema che adesso non mancherà di causare polemiche: i soldi che servono – ha stabilito Berlusconi – verranno presi in “prestito” da quelli riservati alla bonifica del Sulcis, una delle zone più depresse della Sardegna, per la quale esiste un fondo pluriennale finanziato principalmente dall’Europa (ma anche dallo Stato italiano e dalla Sardegna) di oltre 20 milioni di euro.
    Giorgio Greco, ufficio stampa del governatore della Regione, Ugo Cappellacci, ne parla in termini di partita di giro. “Sia chiaro che noi non togliamo i fondi al Sulcis. Si tratta solo di un giro contabile per poter fare questa manifestazione che deve partire tra pochi giorni, ma poi i soldi prelevati verranno nuovamente immessi dal governo”. Una procedura che non convince proprio tutti. Il ragionamento è chiaro: i fondi escono dalle casse a fronte, sostanzialmente, di una semplice promessa. “Che la Sardegna partecipi a un evento internazionale così bello è auspicabile – dice Giulio Calvisi parlamentare sardo del Pd – ma farlo stornando i soldi del Sulcis in un periodo di crisi come questo è assurdo e gravissimo”.
    Intanto, tranne il sole, alla Maddalena è tutto pronto. Ancora 48 ore e poi queste acque cristalline e tutto quello che ci hanno costruito sopra in tempi record (ma sino a ieri senza una destinazione precisa), si scrolleranno di dosso la brutta immagine di sfondo mancato per il vertice dei Grandi della terra. Via la melma che lo infangava, quella delle inchieste giudiziarie sulle consorterie e i maneggi dentro e attorno la Protezione civile. Questo paradiso italiano troverà finalmente una più degna dimensione: quattro barche di Coppa America si sfideranno nei match race mettendo uno contro l’altro dieci equipaggi di cui tre italiani (Mascalzone Latino, Luna Rossa e la rediviva Azzurra).
    Nell’ex Arsenale, quello costato 256 milioni, un tempo sede della Marina, è un brulichio di uomini abbronzati e in cerata, i capoccia della Louis Vuitton sistemano le ultime cose, dispongono, attendono gli ospiti vip che, da domani, dormiranno nelle 95 stanze executive e superior. La suite presidenziale che doveva coccolare Obama, e che era finita nel dimenticatoio, sarà riservata alle riunioni dei team. “Dopo tutto quello che ci è toccato in sorte – tira un lungo sospiro il sindaco uscente Angelo Comiti (tra una settimana si vota) – ora inizia una nuova vita”.
    Peccato che, tra una regata e l’altra, le polemiche siano destinate a continuare. Il 2 febbraio Guido Bertolaso, in visita alla Maddalena, promise che l’hotel ricavato nell’ex ospedale militare sarebbe stato utilizzato per ospitare i team velici. “Faremo una gara d’appalto entro la fine del mese, c’è già una grossa catena alberghiera interessata”, disse. Non è stato fatto niente. La struttura è ancora vuota. Rimasti al palo anche i 200 maddalenini che speravano in un’assunzione dalla Mita Resort (gruppo Marcegaglia), gestore (a prezzi di saldo, per 40 anni) dell’ex Arsenale di proprietà della Regione. Ne hanno chiamati solo un centinaio (pochi gli abitanti dell’isola), assunti a tempo determinato fino a settembre. Poi l’ex Arsenale chiuderà per riaprire ad aprile 2011.

  13. 13 Maggio 2010 a 15:06 | #13

    A.N.S.A., 13 maggio 2010
    NESSUN COMMENTO DELLA DIFESA DI ANEMONE SULLA LISTA.

    Nessun commento da parte dei difensori di Diego Anemone in merito alla lista di oltre 350 nomi di politici, alti funzionari dello Stato e vertici delle forze di polizia trovata nel computer sequestrato nel 2009 al costruttore al centro dell’indagine della procura di Perugia sugli appalti per i Grandi eventi. Il documento non sarebbe comunque tra quelli a disposizione dei legali. Ora sono in molti a tremare nei palazzi della politica: nell’inchiesta della procura perugina sugli appalti spunta una lista di nomi, che sarebbe stata sequestrata dalla Guardia di Finanza in un computer di Diego Anemone nel 2009. Un elenco di oltre 350 nomi tra cui politici, alti funzionari dello Stato e vertici delle forze di polizia che avrebbero usufruito dei lavori eseguiti dalle imprese del gruppo Anemone. E nell’elenco vi sarebbero non solo i nomi dei potenti, ma anche l’indicazione dei lavori eseguiti in alcuni dei più importanti palazzi del potere e in diverse caserme.
    La lista fu recuperata nel corso delle indagini sui mondiali di Nuoto a Roma: allora non aveva avuto particolare rilevanza investigativa, ma oggi, alla luce degli ultimi riscontri ottenuti dagli investigatori sui fondi del ‘riciclatore’ Angelo Zampolini utilizzati per coprire parte dell’acquisto di abitazioni di personaggi importanti tra cui l’ex ministro Scajola, assume tutt’altro rilievo. Nel documento trovato nel computer di Anemone non ci sarebbero invece gli importi pagati per i servizi ottenuti dal gruppo. I magistrati perugini Sergio Sottani e Alessia Tavarnesi vogliono ora chiarire se quei nominativi abbiano avuto lo stesso ‘trattamento’ ottenuto da coloro che sono già stati tirati in ballo da Zampolini: fra gli altri Scajola, Lunardi, Incalza e il generale della Gdf Pittorru.
    Nella lista anche il regista Pupi Avati, che però precisa: “Non ho mai ricevuto regali da Anemone”. Il regista spiega che Angelo Balducci si offrì di procurargli e fargli istallare un montacarichi nella sua casa di Todi, cosa che avvenne nel 2002 o nel 2003 mentre il proprietario di casa era assente. Avati quindi non sa chi effettuò i lavori, ma assicura: “Ho pagato regolarmente” e “sono in grado di esibire (qualora mi venga richiesta) la matrice dell’assegno e il documento relativo”. In procura a Perugia sono convinti che il vero ammontare del giro di soldi messo in moto da Anemone – secondo l’accusa per compensare i funzionari pubblici che avrebbero favorito le aziende della cricca negli appalti pubblici – sia ancora tutto da quantificare e comunque di molto superiore ai quasi tre milioni scoperti su un conto della Deutsche Banke intestato a Zampolini. Un fiume di denaro che gli investigatori perugini stanno cominciando a rintracciare nei 1.143 rapporti bancari, di cui 263 conti correnti, intrattenuti da Balducci, Anemone, dai loro rispettivi familiari, dagli intermediari e dalle società a loro riferibili. Nei prossimi giorni gli ulteriori accertamenti svolti dalla guardia di Finanza su una serie di operazioni sospette segnalate dalla Banca d’Italia, nonché sui conti correnti intestati innanzitutto a Zampolini ma anche ad Alida Lucci, la segretaria di Anemone, dovrebbe cominciare a dare qualche risposta. In sostanza, nella movimentazione di quei conti la procura spera di trovare la ‘prova’ che il denaro sia servito per compensare i funzionari pubblici. Così come dovrà essere ancora chiarita l’ultima delle sei operazioni immobiliari compiuta da Zampolini e già accertate dalla Guardia di Finanza, quella che riguarda l’acquisto di un immobile in piazza della Pigna. E si è fatto sentire il legale di Peter Paul Pohl, l’immobiliarista altoatesino legale rappresentante della Schlanderser Bau Srl, la società che ha venduto l’immobile alla Immobilpigna di cui era legale rappresentante Diego Anemone e fiduciari i due figli di Angelo Balducci, Lorenzo e Filippo. Sostiene l’avvocato Michael Gruener che “il preliminare è stato stipulato il 25 novembre 2003 con l’architetto Angelo Zampolini come acquirente (per sé o per una persona fisica o giuridica)” per un importo di 350mila euro. Il 27 e 28 novembre l’architetto versa sul suo conto rispettivamente 200mila e 100mila euro in contanti.
    Il successivo pagamento – un milione e 100mila – viene fatto il 22 dicembre sempre tramite assegno. Gli investigatori vogliono dunque capire quale sia la provenienza di quel milione e mezzo pagato da Zampolini, convinti che si tratti dei soliti ‘fondi’ neri di Anemone. Il palazzetto di via della Pigna, secondo quanto è stato possibile ricostruire, è stato poi successivamente venduto alla ‘Immobiliare Icr’ e anche su questo atto gli inquirenti vogliono vederci chiaro.

    BERLUSCONI, INCHIESTE? NON E’ TANGENTOPOLI, MA CHI SBAGLIA FUORI – Silvio Berlusconi torna sulle inchieste che hanno coinvolto membri dell’esecutivo ed esponenti della maggioranza. Incalzato da alcuni imprenditori che nel corso della cena offerta dal presidente del consiglio a Palazzo Grazioli gli ricordavano le numerose inchieste emerse in questi mesi, il Cavaliere, a chi gli faceva notare che qualcuno parla di nuova Tangentopoli, ha replicato con un ragionamento che alcuni dei presenti hanno così riassunto: sono vicende che finché riguardano il comportamento dei singoli, fra l’altro tutte da dimostrare, non possono indebolire il governo che c’é, é solido e andrà avanti. Certo, ha aggiunto il premier, se dovesse emergere che qualcuno ha sbagliato ne pagherà le conseguenze con l’uscita dal governo o dal partito. Nel corso di questo ragionamento, secondo uno dei presenti, Berlusconi si sarebbe detto deluso dall’ex ministro Claudio Scajola.

    MANCINO: NESSUN REGALO DA ANEMONE – ”Il signor Anemone non mi ha fatto alcun regalo”. Lo ha dichiarato il vicepresidente del Csm Nicola Mancino, con riferimento a notizie apparse su alcuni quotidiani. “A seguito della mia nomina a ministro dell’Interno nel 1992 – ha precisato Mancino – vennero commissionati dal Sisde all’impresa del signor Diego Anemone lavori di messa in sicurezza dell’appartamento da me allora abitato in locazione a Roma in corso Rinascimento 11. Si trattò essenzialmente della blindatura di porte e di finestre”. “Nel 2004-2005 una volta trasferitomi in via Arno, feci eseguire, a mie spese, – ha proseguito il vicepresidente – modesti lavori di messa in opera di due librerie a muro e di un armadio anch’esso a muro: fu naturale per me rivolgermi ad un’impresa che godeva della fiducia d’istituzioni prestigiose, e perciò dava garanzie di affidabilità. Ribadisco che da me l’imprenditore Anemone non ha avuto alcun tipo di protezione né io ho avuto da lui alcuna ‘regalia’, come si è scritto”. “Poiché si fa riferimento anche ad altri immobili, è bene precisare che, quando la società del gruppo Pirelli, proprietaria dell’immobile di corso Rinascimento, mise in vendita gli appartamenti, io acquistai quello da me locato, intestandolo a mia figlia. – Ha detto ancora Mancino – successivamente, per comprare un appartamento in via Arno mia figlia ha venduto quello di corso Rinascimento, mentre mia moglie ed io abbiamo venduto il nostro appartamento di Avellino”.

    BOSSI, NUOVA TANGENTOPOLI? SPERO NO, MA STRANO.
    Il Governo rischia per altre inchieste? “Se portano via tutti i ministri sì… Ma fin quando ci siamo io, la Lega e Tremonti, il governo non rischia, non lo buttano giù”. Così il leader della Lega Nord, Umberto Bossi, al termine del Consiglio dei ministri risponde ai cronisti in merito al possibile coinvolgimento di membri del Governo nell’inchiesta sul G8. Il Senatur non esclude però un piano per destabilizzare l’esecutivo e ai cronisti che gli chiedono se teme che ci sia un disegno risponde così: “Mi sembra un po’ strana, un po’ preparata, ho questa impressione… Spero di no, spero di no”. Una nuova Tangentopoli? “Non lo so, spero di no – conclude Bossi scherzando – La situazione è brutta. Meglio prendersi un appartamento in affitto con qualche bella donna…”.

    Appalti: Bersani, si vada in fondo o corruzione dilaga.

    ROMA – “Bisogna andare assolutamente a fondo perché con tutta evidenza non si tratta di una somma di casi ma di un meccanismo che ha origini in un’intenzionalità politica di allargamento di appalti riservati e fuori gara in un’applicazione distorta delle direttive comunitarie”. Il segretario del Pd Pier Luigi Bersani nega cautele o timori del Pd rispetto all’inchiesta G8. “Il governo – ha spiegato Bersani – lasci fare alla magistratura il suo compito e dica che cosa pensa del meccanismo perché su questo il Pd andrà a fondo altro che cautela”. Il governo, aggiunge il leader Pd, “deve mettere mano all’impianto altrimenti la corruzione dilagherà”.

  14. 10 Maggio 2010 a 15:13 | #14

    E il sottosegretario-commissario-dominus Guido Bertolaso dice che vendersi per 50 mila euro è da accattoni. Se lo dice lui…

    da La Nuova Sardegna, 8 maggio 2010
    Bertolaso prende le distanze da Anemone. In diretta tv da Palazzo Chigi il capo della Protezione civile respinge tutte le accuse.
    «Vorrei scrivere a Clinton: caro Bill abbiamo un problema in comune che si chiama Monica». (Nicola Corda)

    ROMA. «Mi ha scritto Clinton per farmi i complimenti su Haiti ed io volevo dirgli: caro Bill, abbiamo un problema in comune che si chiama Monica». La conferenza stampa della difesa di Guido Bertolaso si apre con una battuta infelice e si chiude con una decisamente pesante.
    «Ho letto che si parla di 50 mila euro, francamente sarebbe un po’ umiliante». In mezzo a queste due «perle» un’ora e passa di difesa su tutto ciò che giornali e intercettazioni hanno già mostrato dell’inchiesta sui grandi eventi, dai presunti favori sessuali alle carte che lo vorrebbero connivente con Anemone e soci.
    Già, Diego Anemone che sarà scarcerato domani, e davanti ai magistrati ha fatto in questi mesi scena muta, Bertolaso ammette di conoscerlo dal 1999, e prima di lui il padre.
    «L’ho detto anche ai magistrati, rapporti sempre trasparenti. Non è stato lui a darmi dei soldi ma io e per la precisione per dei lavori di falegnameria che fece nella casa di mia moglie nel 2006: gli diedi un assegno da 20 mila euro della mia banca».
    Ancora Anemone che affidò un progetto per il «verde» dell’ormai famoso Salaria sport village alla moglie architetto di Guido Bertolaso. «E lei alla fine staccò una fattura per 25 mila euro, iva compresa».
    Il capo della Protezione civile vuole allontanare i sospetti che lo dipingono in affari con la cricca.
    I costi per il G8 de La Maddalena invece, quelli sono sì cresciuti, «ma meno di ciò che volevano gli imprenditori». La stima di quei preliminari salita da 300 a 600 milioni euro diede il via all’allontanamento prima di Balducci e poi di De Santis.
    «Quando nel settembre del 2008 affidai l’incarico di soggetto appaltatore all’ingegner Calvi, si scese di parecchio: un controllo chiodo per chiodo, mattonella per mattonella, alla fine tutto costerà 410 milioni euro».
    Dopo quasi dieci anni di rapporti, Bertolaso si accorge che i fratelli Anemone non sono degli imprenditori modello e dopo la tentata cresta del G8 maddalenino «all’Aquila non ebbero neppure un appalto».
    «Ma non ho mai avuto la sensazione di essere stato ricattabile», neppure leggendo le famose intercettazioni sulle massaggiatrici del Salaria sport village. Bertolaso mostra sms e le conversazioni dietro alle quali si parlerebbe di favori sessuali con la brasiliana Monica. «Mi fece vedere le stelle è vero…. e te credo mi ha sconocchiato come si dice a Roma…. niente perizoma, niente champagne solita saletta, solito lettino».
    Dimentica solo di dire che erano le undici di sera e che i fratelli Anemone hanno esplicitamente parlato di una festa a sorpresa organizzata per lui.
    «Vi sembra che vado a fare sesso a pagamento in un posto dove ha lavorato mia moglie?», chiede Bertolaso ai cronisti.
    Si mostra addolorato e amareggiato solo per quegli imprenditori spregiudicati che hanno sporcato la felpa blu della Protezione civile, che lui indossa in qualsiasi occasione pubblica.
    «Tutte queste cose le ho dette ai magistrati di Perugia e aspettavo l’archiviazione che invece non è arrivata».
    Restano oscuri i motivi di una difesa strenua, quella di ieri, con tanto di conferenza stampa autorizzata in tutta fretta da Berlusconi, a tre mesi dall’avvio dell’inchiesta sui lavori per il G8.

  15. 10 Maggio 2010 a 15:04 | #15

    da Repubblica, 10 maggio 2010
    Protezione civile, Bertolaso vicino all’addio.
    IL CASO. Gabrielli al Dipartimento dopo l’estate. Il passaggio di consegne fra settembre e la fine dell’anno. L’entourage dell’attuale capo parla di decisione presa da tempo. La Procura indaga sulla consulenza alla moglie e sui lavori al cognato avuti da Anemone.

    ROMA – Guido Bertolaso lascia la Protezione civile. Questione di pochi mesi, probabilmente già a settembre, e il suo futuro vicecapo dipartimento, l’attuale prefetto de L’Aquila Franco Gabrielli, che assumerà l’incarico il 14 maggio, ne prenderà il posto. L’entourage di Bertolaso parla di decisione presa da tempo, prefigura un passaggio delle consegne più lungo e indica dicembre come mese dell’avvicendamento. Ma l’accelerazione dell’inchiesta di Perugia e la tensione provocata nel governo dalla goffa conferenza stampa di venerdì scorso con annesso incidente diplomatico con gli Stati Uniti, potrebbero rendere i tempi assai più brevi. È un fatto che la conferma di una decisione ormai presa l’ha data lo stesso Guido Bertolaso ieri a Udine intervenendo a un dibattito per i 34 anni dal sisma del Friuli.
    “Gli uomini passano – ha detto – la Protezione civile, con il suo straordinario bagaglio di esperienza, resta. Non è un mistero per nessuno che già mesi fa dissi di voler lasciare la Protezione civile. Poi mi fu chiesto di rimanere vista l’emergenza per il terremoto dell’Aquila. Ora che al Dipartimento è arrivato il mio vice penso di poter lasciare”.
    Nel dibattito con Giuseppe Zamberletti, ex Commissario straordinario per il terremoto in Friuli, Bertolaso ha fatto un cenno alla cronaca usando alcuni aneddoti. “Zamberletti – ha spiegato – venne “trombato” e non fu rieletto mentre stava ancora lavorando a una delle tante emergenze affrontate. Il suo successore, Guido Barberi, a dieci anni di distanza, sta ancora aspettando giustizia per il cosiddetto scandalo Arcobaleno. Non vi annoio – ha aggiunto Bertolaso – con le questioni che mi riguardano perché le conoscete. Oggi non si può contrastare l’immediatezza e la velocità dell’informazione. Basta una fotografia messa su YouTube per annullare il lavoro di mesi e per rovinare le persone. Ma gli uomini passano e debbono passare. L’importante è che resti la Protezione civile”.
    Le parole di Bertolaso riconfermano il nervosismo di questi ultimi giorni e testimoniano la delicatezza delle questioni che in questo momento lo assediano. Le consulenze della moglie per il costruttore Diego Anemone, il lavoro del cognato Francesco Piermarini sempre per il costruttore nei cantieri del G8 della Maddalena e quindi a L’Aquila, sono entrambe oggetto di un’indagine che non promette di concludersi di qui a poche settimane (proprio venerdì scorso Bertolaso si era pubblicamente lamentato del fatto che a distanza di tre mesi la sua posizione di indagato per corruzione a Perugia non fosse stata ancora archiviata).
    Il compito che si prepara per il suo successore Franco Gabrielli (già direttore del Sisde nei due anni del governo Prodi) indicato dal Consiglio dei ministri un paio di settimane fa, è tutt’altro che semplice. Eredita una macchina rodata ma costruita a immagine e somiglianza dell’uomo che ne è stato il padrone per anni. Non sarà quindi soltanto una questione di lustro e di onore da restituire alla Protezione civile ma di uomini e di strutture da ridefinire. Senza contare che le indagini su quanto accaduto in questi anni di gestione Bertolaso potrebbero riservare ancora molte sorprese. (r. c.)

  16. 10 Maggio 2010 a 14:55 | #16

    da L’Unione Sarda on line, 10 maggio 2010
    Appalti e G8, c’è un’altra pista sarda. Nell’inchiesta sulla spartizione degli appalti del G8 spuntano intercettazioni legate a un telefono intestato a una società cagliaritana. (Anthony Muroni)

    ROMA Ci sono anche i tabulati di un terzo cellulare riconducibile all’azienda cagliaritana “Ing. Raffaello Pellegrini srl” tra quelli finiti sotto la lente d’ingrandimento della procura di Firenze a proposito dell’inchiesta sugli appalti del G8. Dopo quelli in uso a Mauro Della Giovanpaola (finito in carcere, uscito solo ieri) e Francesco Piermarini (il cognato del capo della Protezione civile Guido Bertolaso), gli investigatori fanno ora riferimento a quello consegnato a Riccardo Micciché, ingegnere di 36 anni. Professionista incaricato di rappresentare la struttura commissariale delle Grandi opere a La Maddalena e poi scelto dal ministro Sandro Bondi come direttore dei lavori per il restauro degli Uffizi a Firenze, nell’ambito dei festeggiamenti per i 150 dell’Unità d’Italia. Il tutto all’interno di un’inchiesta che sta continuando a svelare intrecci di società, consulenze, nomine ministeriali e raccomandazioni. Tutto all’ombra della cricca che gravitava attorno alla struttura commissariale della Protezione civile, spesso incaricata dalle grandi opere.
    I DETTAGLI. L’incarico fatto avere da Bondi al professionista siciliano è finito all’attenzione dei carabinieri del Ros toscano, che nella relazione rilevano come in uso all’ingegnere (con una partecipazione in una società con diversi studi da parrucchiere) ci sia «un’utenza intestata all’impresa Pellegrini di Cagliari, già impegnata in lavori di sub-appalto per conto della società Consortile La Maddalena, riferibile a Diego Anemone». Circostanze già emerse quando scoppiò lo scandalo della cricca che faceva affari spartendosi lavori pubblici e fondi destinati alle grandi opere. E in quell’occasione Maurizio De Pascale, patron della Pellegrini e presidente regionale dell’Ance (l’associazione dei costruttori), chiarì di non sapere chi usasse i telefonini: «So che, per contratto, siamo stati obbligati a fornire ai capi-cantiere sia cellulari che auto, computer e case. Era previsto nel capitolato d’appalto per il G8: quando ci sono stati consegnati i cantieri abbiamo dovuto fornire una serie di benefit».
    SEMPRE LORO. Perché, a proposito di appalti, De Pascale non è stato certo a guardare, essendo riuscito a inserirsi sia nei lavori fatti svolgere dalla struttura commissariale a La Maddalena che in quelli realizzati poi a L’Aquila, dopo il terremoto e prima della riunione dei grandi della Terra. Nell’Isola, in regime di sub-appalto, la sua azienda è riuscita ad aggiudicarsi commesse per oltre 22 milioni di euro, mentre in Abruzzo è arrivata a quota 26 milioni. Nel primo caso 12 milioni per la ristrutturazione di locali per la Marina e 10 per l’edificazione del palazzo delle conferenze nell’ex Arsenale. A L’Aquila, invece, si trattò di costruire poco più di 300 appartamenti, riservati ai terremotati rimasti senza dimora.
    Per quel che riguarda La Maddalena, la magistratura ha trovato traccia di un contrasto tra Anemone (finito in cella con l’accusa di essere il dominus degli cricca, insieme ad Angelo Balducci e Fabio De Santis) e De Pascale, proprio sulla suddivisione della torta degli appalti: è il presidente dell’Ance a lamentarsi via sms, accusando Anemone di volersi limitare a concedergli un sub-appalto, ricordando che c’era un impegno per dividere alla pari. A quel punto l’interlocutore, per ritorsione, avrebbe cercato di escluderlo dalla lista delle imprese da incaricare. Ma un ulteriore sms di De Pascale riportò il sereno: «È una settimana che ti cerco. Fissami un incontro urgente. Non voglio rovinare un’amicizia solo per un’incomprensione».

  17. 4 Maggio 2010 a 15:51 | #17

    storia di un tizio diventato ministro (più volte) nonostante tutto, by Wikipedia

    La carriera e i guai di Claudio Scajola: dai fatti del G8 di Genova al caso dell’appartamento davanti al Colosseo.

    Claudio Scajola è nato a Imperia il 15 gennaio 1948. Coniugato con una docente di storia dell’arte, ha due figli. Si è laureato in Giurisprudenza all’Università di Genova. Dirigente INPDAP, è diventato deputato con Forza Italia (è alla quarta legislatura) e nel 2008 è stato eletto nella Circoscrizione X (Liguria) per il Popolo della Libertà.Dall’8 maggio 2008 è ministro dello Sviluppo Economico nel governo Berlusconi IV. Dal 2006 al marzo 2008 è stato Presidente del Comitato parlamentare per i servizi di informazione e sicurezza e per il segreto di Stato. Nel III governo Berlusconi, è stato Ministro delle Attività Produttive. Nel II governo Berlusconi, ha ricoperto gli incarichi prima di Ministro dell’Interno, poi di Ministro per l’attuazione del programma di Governo. Dal 1998 al 2001 gli è stato affidato il Coordinamento Nazionale di Forza Italia. Dal 1996 al 1998 è stato il responsabile nazionale dell’organizzazione di Forza Italia. E’ stato per due volte sindaco della città di Imperia: nel 1982-83 e nel 1990-95.

    La politica per Scajola è una tradizione di famiglia – Figlio di Ferdinando Scajola, dirigente antifascista dell’Inps e sindaco Dc di Imperia negli anni cinquanta, da ragazzo milita nella FUCI e poi nel Movimento giovanile della Democrazia Cristiana, entrando ben presto nella Direzione Nazionale. Nel 1980 viene eletto nel Consiglio comunale di Imperia. Nell’ottobre 1982 diventa sindaco in sostituzione del dimissionario Renato Pilade, travolto da uno scandalo. E’ il terzo membro della famiglia Scajola a ricoprire, in meno di tre decenni, il ruolo di primo cittadino di quella città. Come il padre Ferdinando, che dovette dimettersi poiché sospettato di aver favorito il cognato per un posto di primario, dopo solo un anno di mandato, Claudio Scajola fu costretto a dimettersi a sua volta, a causa di pesanti accuse giudiziarie. Nella vicenda, relativa all’appalto per la gestione del Casinò di Sanremo, Scajola venne inizialmente coinvolto nelle indagini insieme all’allora sindaco di Sanremo Osvaldo Vento, con l’accusa di tentata concussione aggravata. Venne perciò arrestato il 12 dicembre 1983 su disposizione del procuratore di Milano Piercamillo Davigo, ma alla fine fu prosciolto da ogni accusa di richiesta di tangenti nel 1988 perché considerato estraneo ai fatti. Dal 1990 al 1995 ricoprì nuovamente la carica di sindaco della città.

    A fianco di Silvio Berlusconi – Superando una iniziale diffidenza, aderì nel 1995 a Forza Italia. Ne ottenne da prima l’incarico di coordinatore provinciale e, quindi, nelle elezioni politiche del 1996 venne eletto deputato nel collegio uninominale d’Imperia della coalizione Polo per le Libertà, guidata da Silvio Berlusconi. Nel 1998 durante il primo congresso nazionale del partito, Berlusconi lo promosse coordinatore nazionale. Alle elezioni politiche del 2001, nuovamente rieletto deputato, fece parte dei governi della Casa delle Libertà guidati da Berlusconi. Scajola viene anche nominato ministro dell’Interno.

    Le polemiche sul G8 di Genova – Sotto la sua gestione avvengono i Fatti del G8 di Genova. Dove l’Italia viene messa sotto accusa per le violenze delle forze dell’ordine, da Amnesty International e dal tribunale internazionale per i diritti dell’uomo Nel febbraio 2002. Tali dichiarazioni suscitarono sconcerto e vivaci polemiche. Vittorio Agnoletto, portavoce del movimento no-global, chiese le dimissioni del ministro.

    Il caso Biagi e le dimissioni – Nel 2002 viene assassinato il professore universitario Marco Biagi, consulente del governo. Scajola finisce al centro di polemiche poiché il ministero da lui diretto aveva tolto la scorta allo studioso. Alcune sue affermazioni sulla morte di Biagi inaspriscono le polemiche e portano alle sue dimissioni il 4 luglio 2002.

    Il caso Alitalia – Scajola era ministro dell’Interno da qualche mese quando l’Alitalia affidò ai propri manager il compito di studiare l’istituzione di un volo quotidiano dall’aeroporto di Albenga (33 chilometri da Imperia, città natale del ministro e suo collegio elettorale) a quello di Roma Fiumicino. La nuova rotta, anche grazie all’interessamento del ministro, entrò in funzione Il 17 maggio 2002 e il nuovo collegamento venne presentato ufficialmente dall’amministratore delegato dell’Alitalia Francesco Mengozzi e dal ministro dell’Interno, Claudio Scajola appunto. Ma con la stessa velocità con cui era stato istituito, il collegamento diretto Albenga-Fiumicino venne soppresso dall’Alitalia poco dopo le dimissioni di Scajola dal Viminale. L’ex deputato di Rifondazione comunista Gigi Malabarba presentò una interrogazione parlamentare affermando che il massimo storico di passeggeri registrati su quel volo era stato di 18 unità. “Era un volo ad personam per il ministro Scajola”, sottolineò. Poco dopo il rientro di Scajola al governo, questa volta come ministro per l’attuazione del Programma (28 agosto 2003), ricomparve anche il volo ma non più tra le rotte di Alitalia, bensì con Air One, in regime di continuità territoriale con i contributi dello Stato: un milione di euro che il governo Berlusconi aveva messo a disposizione dei collegamenti aerei fra le aree più “decentrate”, ma anche il volo Air One in seguito venne cancellato nel 2007, quando Scajola non era più al Governo. Nel Governo Berlusconi IV Scajola è ministro delle attività produttive ed il volo Albenga-Fiumicino viene ripristinato.

    Ruoli e incarichi – Viene nominato coordinatore della campagna elettorale di Forza Italia per le elezioni amministrative del 2002 e, nel luglio del 2003, viene reinserito nel governo come ministro per l’attuazione del programma di governo. Nel 2004 il governo lo nomina presidente del comitato per la celebrazione di Cristoforo Colombo. Il partito lo indica come presidente del Comitato di presidenza di Forza Italia. Nel terzo Governo Berlusconi, passa al Ministero delle Attività produttive, mantenendone l’incarico fino al termine del governo. Alle elezioni politiche del 2006 viene rieletto deputato per Forza Italia nelle circoscrizioni Liguria e Puglia. Opta per la Liguria. Nell’estate del 2006 viene nominato Presidente del Comitato parlamentare di controllo sui servizi di sicurezza (COPACO), che diviene COPASIR a seguito della legge di riforma approvata dal Parlamento nel 2007. Confermato deputato nella XVI Legislatura alle elezioni politiche dell’aprile 2008 nella circoscrizione Liguria. Dall’8 maggio 2008 ricopre la carica di Ministro dello Sviluppo Economico nel Governo Berlusconi IV dove propugna tra l’altro la necessità dell’avvio di un nuovo programma energetico nucleare.

    Il caso dell’appartamento a Roma – Nel 2010, in un’inchiesta sul Gruppo Anemone, coinvolto in un’inchiesta che chiamava in causa i vertici della Protezione Civile (secondo la quale il gruppo avrebbe ricevuto appalti pubblici senza regolare gara di appalto), la Guardia di Finanza trova traccia di assegni circolari per circa 900.000 euro provenienti da un architetto del gruppo (Zampolini) destinati, secondo l’architetto e le testimonianze delle proprietarie, a pagare la parte in nero di un appartamento con vista sul Colosseo intestato alla figlia di Scajola.

  18. 4 Maggio 2010 a 15:34 | #18

    e questo qui non sa chi ha comprato la casa di cui è proprietario? Uno di meno.

    A.N.S.A., 4 maggio 2010
    Scajola si è dimesso: adesso potrò difendermi.”Al centro di campagna mediatica senza precedenti”. Procuratore: non è indagato.

    Claudio Scajola si presenta davanti alla stampa e, con voce scossa, annuncia le sue dimissioni. “In questa situazione che non auguro a nessuno io mi devo difendere – si accora -. E per difendermi non posso continuare a fare il ministro come ho fatto in questi due anni”. Scajola ritiene, come ha più volte detto negli ultimi giorni, “di essere estraneo” alla vicenda che lo vuole coinvolto nell’acquisto della casa con fondi neri. “Non sono indagato”, afferma dicendosi certo che la sua innocenza “verrà dimostrata”. Tuttavia, aggiunge “una cosa l’ho capita. Un ministro non può sospettare di abitare in una casa pagata in parte da altri”. Quindi, annuncia, “se dovessi acclarare che la mia abitazione fosse stata pagata da altri senza saperne il motivo, il tornaconto e l’interesse, i miei legali eserciterebbero le azioni necessarie per annullare il contratto”.
    Scajola ribadisce che, come ministro, non può “abitare in una casa pagata in parte da altri” e questa è la motivazione che lo spinge a dimettersi. Per la seconda volta in pochi anni il ministro rassegna dunque le sue dimissioni dal governo, sentendosi “vittima di una campagna mediatica senza precedenti, che non dà tregua né respiro”. Se ne va dal dicastero di Via Veneto “con grande sofferenza”, dopo 10 giorni passati “la notte e la mattina” a compulsare rassegne stampa piene di articoli sulla sua vicenda. “Ho imparato nella mia vita che la politica dà sofferenze – si sfoga – ma ho anche imparato che sono compensate da soddisfazioni. Sò che tutti i cittadini hanno grandi sofferenze e non penso quindi che io solo sto soffrendo, ma mi trovo esposto ogni giorni a ricostruzioni giornalistiche contraddittorie”. Per questo Scajola lascia senza tuttavia sentirsi abbandonato: né dal premier né dai colleghi di governo e di partito. E neppure, persino, dall’opposizione. “Ho avuto attestati di stima da Berlusconi – dice Scajola – al quale sono legato da un affetto profondo da lui ricambiato” ma il ministro dimissionario ha ricevuto “attestati di stima anche dal governo, dalla maggioranza e da tutto il Pdl”.
    E non solo: “Voglio riconoscere – afferma – l’attenzione responsabile e istituzionale della stessa opposizione”. Il ministro, prima di lasciare, vuole tuttavia elencare le cose fatte: un robusto lavoro sul ritorno al nucleare, la riforma degli incentivi, i grandi progetti infrastrutturali per l’energia, i tavoli per le aziende in crisi. “Ho lavorato senza mai risparmiarmi, ne siete testimoni – chiama in causa i giornalisti – ho dedicato tutte le mie energie e il mio tempo, commettendo sbagli ma sicuramente pensando di fare il bene”. Insomma, il massimo che si poteva fare per “risolvere ciò che era possibile”. Ma Scajola oggi si dimette, convinto che “per esercitare la politica, che è un’arte nobile e con P maiuscola, bisogna avere la carte in regola e non avere sospetti”.

    PROCURATORE CONFERMA, MINISTRO NON E’ INDAGATO – Claudio Scajola “si presenterà come persona informata dei fatti e come tale lo sentiremo”: a dirlo, parlando con l’ANSA, è Federico Centrone il procuratore della Repubblica di Perugia facente funzioni. Il magistrato ha quindi confermato che il ministro dimissionario non è indagato.
    Centrone non ha voluto commentare l’annuncio delle dimissioni da parte di Scajola. Riferendosi alla sua decisione ha detto “ne prendiamo atto”. “Si tratta comunque – ha aggiunto – di un atto che non ha riflessi sulla nostra indagine”. Il procuratore facente funzioni è titolare del fascicolo insieme ai sostituti Sergio Sottani e Alessia Tavarnesi.

  19. 3 Maggio 2010 a 14:11 | #19

    straordinario, questo ministro Scajola ;)

    A.N.S.A., 3 maggio 2010
    Scajola, Zampolini: “Portai gli assegni direttamente al ministero”. Di Pietro presenta una mozione di sfiducia.

    Il ministro Claudio Scajola continua ad affermare la sua estraneità a qualsiasi fatto men che regolare ma non accetta di giustificare il suo operato davanti al parlamento, come chiede l’opposizione intimandogli altrimenti di dimettersi. “Noi proveremo ad insistere: Scajola spieghi come sono andate le cose in questa torbida storia”, ma “se il ministro insiste nel suo rifiuto, non resta che una strada”, insiste Angela Finocchiaro, presidente dei senatori del Pd. Una opinione che comincia a farsi strada anche all’interno della maggioranza. “Ferma restando la solidarietà umana, chi è colpito da accuse circostanziate – tali da negare, evidentemente, l’esistenza di un fumus persecutionis – dovrebbe fare un’autonoma riflessione politica, e anteporre alle proprie legittime aspirazioni di esercitare l’azione di governo l’opportunità di fare un passo indietro per il bene del Paese e della maggioranza stessa”, afferma il parlamentare del Pdl Fabio Granata, precisando che si tratta di “un discorso generale”. Mentre la Idv ha addirittura presentato una mozione di sfiducia con l’auspicio “che gli altri non si tirino indietro”. “Politicamente parlando – sostiene il leader dell’Italia dei Valori Di Pietro- è stato preso con il sorcio in bocca: vai a casa Scajola”.

    Zampolini smentisce il ministro – Intanto l’architetto Angelo Zampolini, (con il suo avvocato Grazia Volo a fianco) racconta (verbale del 23 aprile) il ruolo ricoperto nell’operazione immobiliare del 2004 per l’acquisto dell’ormai famoso appartamento al Colosseo. “Il giorno del rogito portai gli assegni circolari direttamente al ministero, dove si doveva stipulare l’atto. Ricordo che erano presenti il ministro Claudio Scajola, le due venditrici e il notaio. Consegnai i titoli direttamente al ministro”, sostiene il professionista. Ovviamente con questa dichiarazione, come mettono in rilievo il Corriere della Sera e Repubblica che la riportano, l’architetto smentisce la versione fornita da Scajola che ha escluso di aver ricevuto altri soldi oltre ai 610.000 euro di cui si parla nel documento notarile.

    Il problema di quei 900mila euro in assegni – Proprio su questa incongruenza si preparano ad affondare le mani i pubblici ministeri di Perugia titolari delle indagini sui grandi appalti, Sergio Sottani e Alessia Tavernesi. In particolare porranno al ministro per lo sviluppo economico, che sarà sentito come persona informata sui fatti, una domanda: “Come spiega quei 900mila euro in assegni circolari provenienti dalla provvista ‘nera’ dell’ imprenditore Anemone – attraverso un conto intestato al “riciclatore” Angelo Zampolini – e perché gli stessi 900mila euro sono stati consegnati a Barbara e Beatrice Papa senza che figurassero nei documenti per l’acquisto dell’abitazione in via Fagutale 2 a Roma, proprio di fronte al Colosseo?”.

    L’indagine dei pm – I pm perugini sono infatti convinti che proprio la procedura seguita da Zampolini per l’appartamento acquistato da Scajola, ma anche per quelli del generale della guardia di Finanza ora all’Aisi, Francesco Pittorru, e del figlio di Angelo Balducci, Lorenzo (anche loro saranno sentiti), sia il modo escogitato dall’architetto per ‘nascondere’ i “delitti contro la pubblica amministrazione” commessi per conto della ‘cricca’ facente capo ad Anemone. In sostanza, è l’ipotesi di lavoro dei pm – che ora attendono la decisione del tribunale del Riesame sulla richiesta di arresto per lo stesso Zampolini, per il commercialista Stefano Gazzani e per il funzionario pubblico Claudio Rinaldi dopo il rigetto del Gip, secondo il quale la competenza territoriale spetta a Roma – il passaggio di denaro sarebbe legato ad irregolarità nell’aggiudicazione degli appalti e non escludono dunque che le operazioni siano state fatte per mascherare delle tangenti.Scajola non risulta indagato – Il ministro delle Attività Produttive al momento non risulta indagato, così come gli altri nomi, alcuni anche di importanti funzionari pubblici, su cui la procura di Perugia sta facendo accertamenti. Ma non è escluso che nei prossimi giorni possano esserci delle novità, anche sulle base delle indagini delegate alla guardia di Finanza sui 240 conti correnti che avrebbe gestito Zampolini, dai quali sono transitati centinaia di assegni per un valore di poco meno di tre milioni, girati a diversi personaggi. A far cadere il velo su questo aspetto è stato un tunisino, Laid Ben Hidri Fathi, indicato come l’ex autista tuttofare sia di Angelo Balducci sia del costruttore Diego Anemone.Messaggi e buste di contenuto sconosciuto – E’ stato lui, sentito il 25 marzo a Firenze, a rivelare di aver avuto, per conto di Balducci, una serie di contatti con “vari soggetti, alcuni dei quali ministri, a cui consegnava – si legge nelle carte dell’inchiesta – messaggi o buste di contenuto sconosciuto”. Buste i cui mittenti erano lo stesso Balducci e Anemone. Fathi ha messo a verbale di aver consegnato a Zampolini 500mila euro in contanti che, a suo dire, sarebbero serviti, insieme ad altro denaro, proprio per l’acquisto dell’appartamento di Scajola.

    Il tunisino fa il nome di Lunardi – Tra i ministri, il tunisino ha fatto anche il nome di Pietro Lunardi, all’epoca dei fatti titolare delle Infrastrutture. Lunardi però si difende e contrattacca: “non ho mai visto e conosciuto” Fathi. L’ex ministro ha invece ammesso rapporti sia con Balducci che con Anemone. In particolare, quest’ultimo si è occupato di “alcuni lavori in campagna da me – ha spiegato Lunardi – interventi specialistici che solo lui poteva fare. Si tratta di lavori che ho regolarmente pagato, le carte lo dimostrano”. Operazioni lecite, prosegue, anche per quanto riguarda l’acquisto di un immobile a Roma di proprietà di Propaganda Fidae. “Ho acceso un mutuo – dice Lunardi – ho i documenti in regola e posso provarlo”.

    Attesi i risultati della rogatoria internazionale – I pm perugini, prima di decidere le prossime mosse, attendono anche i risultati della rogatoria internazionale avviata nei giorni scorsi, poiché dalla Banca d’Italia sono arrivate segnalazioni che riguardano depositi all’estero riconducibili sia a Balducci sia a Rinaldi: la procura del Lussemburgo ha segnalato l’esistenza di conti correnti per 2 milioni e di Balducci per 3, mentre in Svizzera sarebbe stato acceso un contro da Rinaldi la cui entità non è stata accertata.

    Di Pietro: “Preso con il sorcio in bocca” – Non concede attenuanti al ministro Scajola l’ex pubblico ministero Antonio Di Pietro. “Usciamo dal ridicolo e dalla ipocrisia – afferma – Mi pare che ci siano elementi tali per cui, a prescindere dal fatto giudiziario, ci sia una responsabilità politica grossa come una casa”. Il leader dell’Idv lo afferma a Pescara e aggiunge: “Politicamente parlando è stato preso con il sorcio in bocca: vai a casa Scajola”.

  20. 30 Aprile 2010 a 15:18 | #20

    e anche l’incomparabilmente onesto Scajola.

    A.N.S.A., 29 aprile 2010
    Inchiesta G8: Scajola, non mi lascio intimidire. Il ministro dello Sviluppo economico commenta le notizie che lo riguardano a proposito dell’inchiesta sul G8 alla Maddalena.

    ROMA – “Non mi lascio intimidire”. Lo ha dichiarato il ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola commentando le notizie che lo riguardano a proposito dell’inchiesta sul G8 alla Maddalena. “Registro un attacco infondato e senza spiegazione – aggiunge – per una vicenda nella quale non sono indagato, a danno di chi lavora tutti i giorni per difendere, nel suo ruolo, le ragioni e gli interessi del nostro Paese”.
    “Nella vita possono capitare cose incomprensibili. E questa è addirittura sconvolgente. Colpisce con una violenza senza precedenti il mio privato e la mia famiglia”, ha affermato Scajola. “Non sono abituato alla dietrologia – dice Scajola – e quindi non voglio credere che dietro a tutto questo vi siano oscuri manovratori o disegni preordinati”. “Per rispetto alla Magistratura che sta lavorando -prosegue il ministro – non posso dire nulla sul merito di quanto apparso sui giornali. Resta la grande amarezza per il fatto che si sia arrivati a coinvolgere addirittura i miei figli”. “La mia coscienza è pulita. – conclude – Proseguo con la massima serenità il mio lavoro”.

    DI PIETRO, SCAJOLA DEVE RASSEGNARE DIMISSIONI
    “Dopo le vicende del sottosegretario Cosentino, per il quale era stato richiesto persino l’arresto, e di un Presidente del Consiglio, acclarato corruttore di testimoni giudiziari che ogni giorno si fa una legge per non farsi processare – afferma Antonio Di Pietro, leader di Idv – adesso scopriamo che c’é un Ministro della Repubblica che avrebbe ricevuto assegni nell’esercizio delle sue funzioni per comprare immobili con modalità non lecite. Riteniamo che il ministro Scajola debba rassegnare immediatamente le dimissioni affinché da una parte possa difendersi nelle sedi competenti e dall’altra possa evitare di mettere in imbarazzo le istituzioni che rappresenta”.

    BERLUSCONI A SCAJOLA, CARO CLAUDIO VAI AVANTI A LAVORARE
    Caro Claudio, non ti preoccupare e vai avanti nel tuo lavoro. Lo avrebbe detto il premier Silvio Berlusconi al ministro dello Sviluppo Economico Claudio Scajola nel corso di un incontro oggi a palazzo Grazioli. Il ministro sarebbe coinvolto nell’inchiesta sugli appalti per il G8.

    FINOCCHIARO, SCAJOLA CHIARISCA FATTI IN SENATO
    La presidente dei senatori del Pd Anna Finocchiaro ha scritto al presidente del Senato Renato Schifani per chiedergli di invitare il ministro Scajola a chiarire in Senato in merito alle notizie apparse oggi sui quotidiani. “Caro Presidente – ha scritto Anna Finocchiaro – leggiamo sui quotidiani di questa mattina della vicenda che pare interessare il ministro Scajola. Le chiedo, non volendo deliberatamente assumere alcuna iniziativa parlamentare formale, poiché ci troviamo di fronte solo a indiscrezioni giornalistiche, di invitare il Ministro Scajola a venire nell’aula del Senato a chiarire i fatti”.

    INCHIESTA G8 PERUGIA – Ruota intorno a centinaia di assegni circolari emessi dopo che l’architetto Angelo Zampolini aveva versato in banca, in vari periodi, poco meno di tre milioni di euro uno dei nuovi filoni d’inchiesta condotta dalla procura di Perugia sugli appalti per i cosiddetti Grandi eventi. Titoli in parte poi utilizzati – e’ emerso dagli accertamenti – per l’acquisto di vari immobili da parte di altri soggetti. L’ipotesi sulla quale stanno lavorando i pubblici ministeri del capoluogo umbro Sergio Sottani e Alessia Tavarnesi e’ che il denaro per gli assegni sia riconducibile a Diego Anemone, il costruttore considerato una delle figure centrali dell’inchiesta sugli appalti per i Grandi eventi. Per lui ha infatti lavorato Zampolini. Nel corso dell’indagine, gli investigatori hanno raccolto le testimonianze dei proprietari degli appartamenti pagati anche con gli assegni circolari emessi da Zampolini. Dagli accertamenti non e’ risultato alcun rapporto tra questi soggetti e l’architetto.
    Tra le operazioni oggetto del filone d’inchiesta quelle per l’acquisto di case da parte di Claudio Scajola e del generale della guardia di finanza Francesco Pittorru, entrambe risalenti al 2004. Agli atti dell’inchiesta le testimonianze dei proprietari delle abitazioni che hanno sostenuto di avere ricevuto gli assegni circolari come parziale saldo della vendita. Un altro degli assegni di Zampolini oggetto dell’indagine e’ stato invece utilizzato – sempre in base all’indagine – per l’acquisto di un’abitazione del figlio di Angelo Balducci, Lorenzo.

  21. 24 Aprile 2010 a 21:52 | #21

    ..il trionfo dell’efficienza, dell’efficacia, dell’onestà :o

    da La Nuova Sardegna, 24 aprile 2010
    La Maddalena, sì ad altri dragaggi. Dossier conferma: bonifiche a metà, inquinamento ancora da eliminare. Ufficializzate le anticipazioni di Ispra e Arpas, vertice a Roma per intensificare le operazioni. (Pier Giorgio Pinna)

    LA MADDALENA. Le bonifiche nell’ex arsenale si confermano fatte a metà. In un ampio tratto di mare, proprio di fronte al Main Conference, dovranno essere integrate con nuovi risanamenti. I lavori in vista del G8 (mancato) non si sono dunque rivelati sufficienti a eliminare tutti i veleni accumulati per decenni nello specchio d’acqua. Quello stesso punto dove ci sarà una delle tappe delle World Series legate alla Vuitton Cup, in programma tra maggio e giugno. La conferma è arrivata nell’arcipelago a tarda sera da Roma, dopo un vertice tra specialisti tenuto al ministero dell’Ambiente. Ma la notizia non stupisce: dall’Ispra, che ha lavorato sulle verifiche con l’Arpa Sardegna, nelle scorse settimane erano giunte anticipazioni di segno analogo all’assessore provinciale all’Ambiente della Gallura, Pierfranco Zanchetta, del Pd. Ancora oggi in 6 ettari d’acqua i valori d’inquinamento superano i livelli certificati a inizio bonifiche. Chi pensava che idrocarburi, arsenico, amianto, cadmio, piombo, rame, mercurio fossero scomparsi deve desolatamente prendere atto dell’ufficializzazione dei risultati contenuti nel dossier elaborato dagli esperti. Che riguardano in particolare la darsena interna. Dove saranno indispensabili nuovi dragaggi sul fondale per almeno un altro mezzo metro di profondità.
    Nonostante i 31 milioni di soldi pubblici spesi, i recuperi naturalistici dovranno quindi venire rafforzati. Su quest’aspetto le verifiche e i carotaggi dall’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale e dall’Agenzia regionale che nell’isola si occupa delle stesse problematiche non hanno lasciato dubbi. Trivellazioni ed esami in uno specchio d’acqua vasto appunto 60mila metri quadrati hanno permesso di accertare la permanenza di di agenti inquinanti pericolosi. Alla Maddalena, in questi anni, per le bonifiche hanno lavorato decine di (fra loro, il cognato di Guido Bertolaso, Francesco Piermarini). Per condurle in porto è stata costituita un’associazione temporanea d’imprese. Dell’Ati facevano parte la Pietro Cidonio di Roma (come mandatario, socio della Mita Resort controllata dal Gruppo Marcegaglia), la Grandi Lavori Fimavit e la Tepor Spa. Al «soggetto attuatore» iniziale, quell’Angelo Balducci finito in carcere per corruzione il 10 febbraio, sono subentrati prima l’ingegnere di fama internazionale Michele Calvi e poi Nicola Dell’Acqua, altra figura di prestigio. Quest’ultimo è lo stesso specialista che, come nuovo responsabile della struttura di missione, si è fatto promotore del vertice di ieri al ministero.

  22. 12 Aprile 2010 a 21:22 | #22

    non c’era e, se c’era, dormiva :o

    A.N.S.A., 12 aprile 2010
    Inchiesta G8: Bertolaso respinge accuse. Niente favori sessuali, ha detto capo Protezione civile ai pm.

    PERUGIA, 12 APR – Ha negato di avere usufruito di prestazioni sessuali presso il Salaria Sport Village di Roma il sottosegretario Guido Bertolaso. Il capo della Protezione civile e stato interrogato oggi per quasi 5 ore dai pm di Perugia titolari dell’inchiesta sugli appalti per i grandi eventi.
    Durante l’interrogatorio Bertolaso, indagato per corruzione, ha respinto tutte le accuse e rivendicato la correttezza del proprio comportamento, sostenendo di non essersi occupato direttamente degli appalti.

  23. 6 Aprile 2010 a 19:25 | #23

    da La Stampa, 6 aprile 2010
    Quel metodo Bertolaso stoppato dalle inchieste. La bufera sui grandi eventi. (Francesco Grignetti)

    Un anno dopo, affrontate due emergenze terribili (L’Aquila e Haiti) e colpita da uno scandalo micidiale (l’inchiesta sui Grandi Appalti), la Protezione civile si ritrova a fare i conti con sé stessa. I numeri del lavoro fatto in Abruzzo sono imponenti: 70mila persone intervenute a vario titolo nelle attività di sostegno alle popolazioni colpite, con 5.957 tende, 107 cucine da campo, 47 posti medici avanzati e un ospedale da campo. Sono stati costruiti oltre 150 edifici antisismici che danno un tetto a quindicimila persone e casette in legno per altre due-tremila. E ancora si lavora. Già, ma agli occhi degli italiani tutto questo gran lavoro si contrappone all’immagine deleteria dei funzionari pubblici legati ad Angelo Balducci che fanno incetta di «cadeau», escort comprese, a spese di imprenditori compiacenti. Squali, alcuni di questi ultimi, che ridevano tra le coperte pensando al terremoto aquilano che annunciava nuovi appalti.
    E così giunge non inaspettata quella parte del discorso del Capo dello Stato che ha ringraziato sì la Protezione civile per quanto fatto, e i vigili del fuoco, e i semplici volontari, ma non senza sottolineare che questo specialissimo Dipartimento della presidenza del Consiglio «è chiamato a fronteggiare le calamità naturali e ad esse deve dedicarsi, senza perdersi in altre direzioni di intervento pubblico per ovviare alle lentezze di procedure ordinarie non ancora rinnovate e semplificate come è necessario da tempo». Il senso del richiamo di Giorgio Napolitano è evidente. E non è nemmeno la prima volta che il Presidente della Repubblica richiama Guido Bertolaso a dedicare le sue energie alle calamità, che sono il «core business» della Protezione civile, senza lasciarsi invischiare in altre emergenze che poi, a ben vedere, emergenze non sono.
    Che cosa c’entrano con la Protezione civile, infatti, i cantieri per i Mondiali di Nuoto, per le celebrazioni del 150° Anniversario dell’Unità d’Italia o per la costruzione di un Auditorium a Firenze? Certo, in Italia le procedure sono quelle che sono e la scorciatoia di adoperare le «ordinanze» di Protezione civile, il famoso «metodo Bertolaso», è stata fortissima sia ai tempi del governo Prodi, sia con Berlusconi. Quanto però quella scorciatoia fosse deleteria, e foriera di guai, lo raccontano le inchiesta dei magistrati di Firenze, quelle di Roma e ora quelle di Perugia. Dai primi di febbraio ci sono in carcere tre alti dirigenti pubblici e un imprenditore, un gruppo ribattezzato «la cricca» dal gip di Firenze, che sono chiamati a rispondere di corruzione.
    Berlusconi difende Bertolaso a tutto campo: «la realtà dei fatti è incancellabile» sostiene il premier. Eppure per chi ha perduto un proprio caro nel terremoto, e sta ancora elaborando un lutto, è molto difficile da accettare questa doppia faccia della Protezione civile. Così capita che Antonietta Centofanti, animatrice della associazione Vittime della Casa dello Studente, osservi con particolare attenzione il lavoro della magistratura aquilana. Specie quel filone d’inchiesta che tocca da vicino la Commissione Grandi rischi della Protezione civile. «Andava dato lo “stato d’allerta” – dice -. Mi chiedo cos’è successo all’Aquila in quei giorni. Dov’era la Protezione Civile, dov’era lo Stato? Non voglio pensare, come ho letto, che in quei giorni si era troppo occupati a gestire il G8 della Maddalena, che poi si è scoperto avere altri scopi».

  24. 21 Marzo 2010 a 23:20 | #24

    da La Nuova Sardegna, 21 marzo 2010
    Ex arsenale, la beffa dell’Ici da 400mila euro: a pagare sarà la Regione. (Guido Piga)

    LA MADDALENA. Un vantaggio La Maddalena lo ottiene dall’ex arsenale: 400 mila euro di Ici all’anno nelle casse comunali. Ma per un ente pubblico che ci guadagna, un altro va in perdita: la Regione, che quella cifra dovrà sborsarla. Lo ha decretato Bertolaso nella convenzione con Mita Resort del duo Marcegaglia-Donà Dalle Rose che pagherà solo l’affitto annuale del complesso, 60 mila euro alla Regione. La convenzione è stata sottoscritta dalla protezione civile e da Mita resort il 9 giugno del 2009. Pochi la conoscono. Meglio di tutti Guido Bertolaso, commissario del G8. Le date sono importanti. Il 22 maggio 2009, esattamente un mese dopo il trasferimento del vertice dalla Maddalena all’Aquila, Bertolaso delega Angelo Borrelli per la stipula della convenzione per la gestione dell’ex arsenale con la società di Emma Marcegaglia e di Andrea Donà Dalle Rose. Nonostante non ci sia più l’esigenza di arredare l’hotel e di allestire il porto per il G8, dunque, Bertolaso non torna indietro: Mita Resort, dichiarata aggiudicataria del complesso il 24 marzo 2009, deve continuare a gestirlo. Borrelli è rapidissimo. In appena 18 giorni scrive e fa sottoscrivere, all’Aquila, la convenzione con Mita Resort, che – con un’ordinanza di Berlusconi dell’11 giugno 2009 – otterrà l’ex arsenale non più per 30 ma per 40 anni. «Un regalo» l’ha definito l’avvocato Pietro Corda nel ricorso per l’annullamento del bando di gara fatto al Tar del Lazio per conto dei gruppi Molinas e Peru e Muntoni. Ma in quella convenzione – come hanno scoperto solo da poco i funzionari della Regione – c’è anche di più a favore di Mita Resort. Per decisione di Borrelli, con la copertura di Bertolaso, l’Ici al comune della Maddalena sui 115 mila metri quadri dell’ex arsenale non la pagherà la società, ma la Regione, proprietaria dell’area e delle strutture (27mila metri quadri solo tra hotel, palazzo delle conferenze e area commerciale). Ed è una cifra rilevante quella che finirà nelle casse comunali: 400mila euro all’anno, come ha rivelato l’assessore regionale ai Lavori pubblici Carta.
    Non fosse estremamente seria, sarebbe anche buffa, questa vicenda. Perché la Regione è titolare dell’ex arsenale, ma non ha potuto fare un bando per darlo in gestione, né pretende con forza che venga annullato quello di Bertolaso, anzi lo difende. Perché la Regione riceverà all’anno da Mita Resort solo 60mila euro per l’affitto del complesso e invece sarà costretta a spenderne 400mila in tasse perché così ha deciso proprio Bertolaso. Una perdita di 340mila euro. Una cifra che potrebbe anche crescere quando la Regione diventerà effettivamente proprietaria dell’ex ospedale militare, oggi hotel senza un gestore (lo assegnerà direttamente Bertolaso). E’ un ingente buco nelle casse della Regione, tanto che l’assessore all’Urbanistica Asunis starebbe già lavorando per rifare la convenzione, e accollare i costi a Mita Resort. Alla fine, paradossalmente, a guadagnarci è solo il comune della Maddalena: 400mila euro di Ici, in tempi di tagli, sono un tesoretto fenomenale per le opere pubbliche e i servizi sociali. E pensare che il consiglio comunale, all’unanimità, ha recentemente chiesto per l’ennesima volta che l’ex arsenale passi dalla Regione al Comune. Andasse veramente così, alla fine ci perderebbe. Per ora chi ci perde sono i lavoratori maddalenini, nell’ex arsenale e dintorni. Mita Resort, attraverso il suo veicolo societario Porto Arsenale La Maddalena srl, ha lanciato l’annuncio per la ricerca di personale. Direttore d’albergo, maitre, commis sala, chef de rang, responsabile tecnico del porto, ormeggiatore, nostromo, operaio comune, tutte figure professionali che la società deve assumere subito per la Vuitton Cup programmata alla Maddalena dal 22 maggio al 6 giugno. «Speriamo che siano tutti sardi» ha detto Donà Dalle Rose in un’intervista alla “Nuova”. Sarà difficile che siano maddalenini. La disoccupazione nell’isola c’è, proprio in questi giorni si sta costituendo un’associazione. La guida Marco Poggi, segretario dei Comunisti italiani (dimissionario) che si è alleato con il segretario della Destra, tanto per gradire. Poggi è uno che scrive molti documenti, ora anche il suo curriculum. «Tutti noi disoccupati stiamo mandando i nostri curriculum a Mita – dice insieme a Roberto Siro, precario di Abbanoa -. Ma abbiamo poche, pochissime speranze di essere assunti». Tanto scetticismo è giustificato da una postilla all’annuncio di Mita: «E’ richiesta comprovata esperienza in strutture 4/5 stelle». Alla Maddalena non ci sono hotel con quelle caratteristiche. «Il nostro turismo è molto particolare – spiega Ramon Del Monaco, una vita al Touring Club -. Da noi ci sono i villaggi, come il Club Med, e non c’è mai stato un albergo con più di 3 stelle. Pochissimi sono andati all’alberghiero di Arzachena, temo che pochissimi maddalenini potranno essere assunti nell’ex arsenale». E il settore nautico, niente chance neppure lì? «Prima dell’annuncio, dovevano fare una riunione con i lavoratori della Maddalena. Perché per noi non c’è mai spazio, mai rispetto, ci usano tutti» dicono i fratelli Paolo, Mario e Gianni Loi.

  25. 21 Marzo 2010 a 23:17 | #25

    da La Nuova Sardegna, 21 marzo 2010
    Regione in minoranza dopo l’ultima ordinanza di Berlusconi. Vuitton, dietro Cappellacci è rispuntato Bertolaso. Ironico Calvisi (Pd): il governatore commissario è stato commissariato

    LA MADDALENA. Non è più il commissario, ha ceduto il posto a Cappellacci, ma Guido Bertolaso continua a detenere il controllo della Vuitton Cup. Nello staff che organizzerà la regata alla Maddalena, in programma dal 22 maggio al 6 giugno, la protezione civile ha ancora la maggioranza: su 14 componenti, 2 sono in quota alla Regione e ben 12 alla pubblica amministrazione. Che poi altro non è – come svela la Cgil nazionale in una lettera a Berlusconi datata 17 marzo 2010 – che la struttura di cui è capo Bertolaso. Tagliente il commento di Giulio Calvisi, deputato del Pd, partito che domani presenterà un’interrogazione alla Camera: «Per la Vuitton Cup, Bertolaso è uscito dalla porta ed è rientrato dalla finestra. Di fatto, il commissario Cappellacci è stato… commissariato».
    La Regione ha preso atto di essere stata messa in minoranza qualche giorno fa, durante la prima riunione operativa in vista della Vuitton. I tecnici hanno messo insieme tutte le ordinanze firmate da Berlusconi e hanno capito che le scelte di Cappellacci dipenderanno da Roma. La prima ordinanza sulla regata è del 30 dicembre 2009. Berlusconi nomina Bertolaso commissario. Lo autorizza ad «avvalersi di più soggetti attuatori». Tra questi, anche il capo di gabinetto di Cappellacci, Giandomenico Sabiu, ma solo per i «rapporti con gli enti locali». Per i lavori, Bertolaso può fare affidamento sulla struttura di missione. Ma la “cricca”, travolta dall’inchiesta sul G8, viene fatta fuori da un’altra ordinanza, firmata da Berlusconi il 19 febbraio, 9 giorni dopo l’arresto di Balducci, De Santis e Della Giovampaola.
    Con quell’ordinanza, Berlusconi si preoccupa di sostituire la struttura di missione. E a Bertolaso assegna non più 5 dipendenti della pubblica amministrazione, come stabilito il 30 dicembre, ma ben 12 per portare avanti gli interventi infrastrutturali nell’ex arsenale, la sede della regata. Apparentemente, niente di strano. Deroghe comprese, ormai una costante quando di mezzo c’è la protezione civile. L’assunzione dei 12 dipendenti, «scelti con carattere fiduciario», può non rispettare i vincoli del testo unico sul pubblico impiego e delle finanziarie del 2007 e del 2008. Passano pochi giorni ed ecco un’altra ordinanza di Berlusconi. Il premier detronizza Bertolaso, investito in pieno dall’indagine sul G8, e al suo posto, come commissario della Vuitton Cup, nomina il governatore Cappellacci. Sembra una vittoria dell’autonomia speciale della Sardegna. E’ il 5 marzo. Cinque giorni dopo, Berlusconi firma l’ennesima ordinanza (quando di mezzo c’è la protezione civile, i testi sono controllati da Giacomo Ajello, consigliere giuridico della struttura di Bertolaso). Che cosa stabilisce? Il premier chiarisce che il commissario, Cappellacci, per la «realizzazione degli interventi infrastrutturali si avvale della collaborazione della protezione civile». Tutto torna: i 12 dipendenti in deroga sono dello staff di Bertolaso e, insieme ai due di nomina regionale, formano la squadra per la Vuitton. E Bertolaso è in maggioranza. (g.pi.)

  26. 19 Marzo 2010 a 16:14 | #26

    da La Nuova Sardegna, 19 marzo 2010
    COMMISSIONE D’INCHIESTA. «Irregolari il 20% degli operai del G8».

    ROMA. Quasi il 20% dei lavoratori impiegati alla Maddalena erano “irregolari”: esattamente 98 su 586. Lo ha riferito il sottosegretario al Lavoro, Pasquale Viespoli, rispondendo in commissione alla Camera ad una interrogazione del Pd, sull’esistenza del fenomeno del caporalato e del lavoro nero. Viespoli ha riferito che la Direzione provinciale del lavoro di Sassari ha potuto iniziare la propria attività di vigilanza sui cantieri della Maddalena “solo a seguito del rilascio, il 9 febbraio 2009, del’Nulla osta di segretezza’ (Nos)”; dunque nel periodo antecedente non c’è stato alcun controllo.
    “Dai dati provvisori – ha detto ancora il sottosegretario – forniti dal competente ufficio provinciale del lavoro risulta che sono stati ispezionati 16 cantieri, 8 dei quali irregolari, che le aziende sottoposte ad accertamenti sono state 59, ci cui 17 irregolari, e che è stata verificata la regolarità del rapporto di lavoro di 586 lavoratori, 98 dei quali irregolari e 4 in nero”.
    Inoltre sono stati contestati 109 illeciti amministrativi. Irrogate sanzioni amministrative per 43.083 euro; 156 illeciti penali per 72.716 euro di sanzioni.

  27. 12 Marzo 2010 a 17:41 | #27

    da La Nuova Sardegna, 12 marzo 2010
    Arsenale, il Tar dà ragione alla Marcegaglia. Gestione a Mita per 40 anni: lo Stato fa nove milioni di sconto. E ora il Vuitton Trophy. (Guido Piga)

    LA MADDALENA. «Inammissibile». Giorgio Giovannini, presidente della prima sezione del Tar del Lazio, ci ha messo un anno per stabilire che nessun ricorso può essere presentato contro la gara vinta dalla Marcegaglia per la gestione dell’ex arsenale. La sentenza è arrivata ieri: poche righe per impedire ai gruppi Molinas e Peru e Muntoni di far dichiarare nullo il bando fatto dal commissario del G8 Bertolaso nel febbraio 2009. La srl della Marcegaglia, aggiudicataria del bene per i prossimi 40 anni, potrà dunque cominciare a sviluppare il proprio business. Potrà arredare l’hotel e allestire il porto per il Vuitton Trophy. E, soprattutto, potrà costruire: nell’ex arsenale è infatti possibile edificare ancora 6mila metri quadri.
    La sentenza. L’udienza al Tar del Lazio si è tenuta avant’ieri: 24 ore dopo è arrivata la sentenza. È firmata da Giovannini, da Roberto Politi (estensore) e Elena Stanizzi. Politi non ha dovuto faticare. Visti i ricorsi, viste le memorie difensive, il Tar «dichiara inammissibile il ricorso». Non c’è la motivazione. Arriverà nelle prossime settimane, se non nei prossimi mesi. Solo allora i legali dei ricorrenti, Pietro e Ilaria Corda, decideranno se fare appello al Consiglio di Stato. «Non possiamo sapere perché i ricorsi sono stati giudicati inammissibili – dice Pietro Corda -. È singolare che la decisione del Tar arrivi solo ora, dopo che è stata fatta tutta l’istruttoria».
    Un anno di lavoro. I ricorsi contro la gara fatta da Bertolaso nel febbraio del 2009 per la gestione dell’ex arsenale nell’ottica del G8 del luglio successivo alla Maddalena, sono stati presentati nel maggio del 2009 al Tar del Lazio (prima a quello della Sardegna, per la verità: ma i giudici di Cagliari si sono dichiarati incompetenti). I ricorrenti – la famiglia Molinas di Calangianus, attiva nella gestione di hotel e porti, e il gruppo Peru e Muntoni di Aggius, da decenni nel settore alberghiero – non avevano partecipato alla gara, poi vinta dalla Marcegaglia, e subito l’avevano contestata. Avevano affidato all’avvocato Corda il compito di farla dichiarare illegittima. Volevano che fosse rifatta. Davanti al Tar del Lazio lo scontro (tra i due gruppi galluresi da una parte e il commissario Guido Bertolaso più la Regione dell’era Cappellacci dall’altra) è andato avanti quasi per un anno, con un’infinità di documenti messi a disposizione dei giudici amministrativi.
    Le contestazioni. Nei ricorsi (uguali), l’avvocato Corda ha messo in dubbio numerosi aspetti del bando fatto da Bertolaso, «per conto della Regione». Intanto, il fatto che la Regione (guidata dal vicepresidente Mannoni) non ha mai dato l’intesa a Bertolaso perché pubblicasse la gara per l’ex arsenale. A livello sostanziale, per il legale l’unica società partecipante, Mita Resort, srl di cui è presidente Emma Marcegaglia, non avrebbe dovuto essere ammessa. Nel bando erano richiesti i bilanci degli anni 2005, 2006, 2007. E Mita Resort è nata solo nel 2007. Rilievi che, forse, saranno affrontati dal Consiglio di Stato.
    Il business. Per ora Mita Resort resta titolare dell’ex arsenale, 155mila metri quadri in cui, al posto delle officine, ci sono oggi un hotel da 98 camere, un porto da 300 posti barca, e un centro congressi. Un polo turistico che potrà ulteriormente crescere. Uno, perché la Marcegaglia vuole trasformare l’ex area stampa (la stecca) in residenze (un progetto è stato già presentato al Comune della Maddalena). Due, perché il piano di riconversione in vista del G8, elaborato da Stefano Boeri, ha rispettato il piano paesaggistico di Soru. Tanto che attualmente c’è un’area di 6mila metri quadri ancora edificabile.
    I costi. Il bando prevedeva una gestione di 30 anni, poi diventati 40 con un’ordinanza firmata da Berlusconi dopo il trasferimento del G8 dalla Maddalena all’Aquila. Un regalo, l’ha definito l’avvocato Corda. La Marcegaglia avrà dieci anni in più a disposizione e, per effetto del mancato G8, ha ottenuto dal commissario Bertolaso uno sconto. Inizialmente, avrebbe dovuto versare nelle casse dello Stato (non della Regione titolare dell’area) 40 milioni. Ora, invece, dovrà sborsare solo 31 milioni.

  28. 12 Marzo 2010 a 17:40 | #28

    da La Nuova Sardegna, 12 marzo 2010
    Nuorese accusa Bertolaso: snobbato il mio progetto a costo zero alla Maddalena. L’imprenditore Serafino Musu si prepara a chiedere un risarcimento di cinquanta milioni. (Giovanni Bua)

    NUORO. Fare il G8 a costo zero? No grazie. Così ha deciso il Governo. Almeno a sentire Serafino Cosma Musu, titolare della Edinvest di Nuoro, capofila di una cordata italo-francese. Pronta a trasformare l’ex Arsenale della Maddalena in un polo turistico a cinque stelle. Investendo 700 milioni di euro «privati». In cambio della gestione per 30 anni. Un progetto approvato con la firma di un protocollo di intesa il 29 luglio 2004 e affondato silenziosamente nella «gelatina» della gestione «di emergenza» dell’organizzazione dell’incontro dei grandi della Terra.
    A far tornare tutto d’attualità è la denuncia dell’imprenditore nuorese, che si prepara a chiedere 50 milioni di danni a ministero della difesa e protezione civile. Tutto comincia nel luglio del 2004 con un accordo siglato tra il ministero della difesa (governo Berlusconi, ministro Martino) e il Gruppo di interesse economico europeo, che prevede la realizzazione di un progetto di ristrutturazione a scopi turistici dell’Arsenale della marina militare della Maddalena e la costruzione di una serie di infrastrutture fra cui un porto da 600 posti barca. Costo: 586 milioni, tutti privati. Nel 2005 il gruppo a maggioranza francese si allarga, con l’ingresso della societa Edinvest di Nuoro, di Serafino Cosma Musu. Musu, notoriamente «di sinistra», tornerà utile ai francesi nel 2006. Con le sue ottime «entrature» nel nuovo ministero della difesa (a Berlusconi è subentrato Prodi), guidato da un sardo, Arturo Parisi, e con un altro sardo come sottosegretario, Emidio Casula. Abbastanza per convincere i francesi (su pressione dello stesso Parisi, convinto che a guidare un progetto così importante debba essere un’impresa sarda) a fare Edinvest capofila del consorzio. Secondo il protocollo di intesa, il nuovo Arsenale verrà gestito da una società mista composta all’80 per cento da Sviluppo Sardegna e al 20 per cento dall’Agenzia industrie difesa. Nel marzo del 2007 l’Arsenale della Maddalena diventa di competenza della Regione. «Ma per noi nulla è cambiato – racconta l’impreditore – semplicemente abbiamo dovuto fare un paio di incontri tecnici per ridefinire alcune parti del progetto. Il nostro interlocutore rimaneva comunque il ministero». Poi giugno. Con Romano Prodi che annuncia che l’arcipelago della Maddalena ospiterà il G8. E, per il consorzio di imprese, il terzo adeguamento. Il prezzo passa da 586 a 694 milioni, sempre a carico dei privati. «Il costo totale del nostro progetto è alto perché riguarda tutta l’area dell’Arsenale e non soltanto la parte che si affaccia sul porto turistico, come è stato fatto per il G8 – racconta Musu sulle pagine dell’Espresso in un articolo a firma di Fabrizio Gatti – Noi non facevamo nulla gratis: ci avremmo guadagnato nella gestione trentennale degli affitti, delle concessioni, del mercato immobiliare. Ma lo Stato avrebbe avuto un risultato migliore a costo zero». Il 17 gennaio del 2008 i progetti preliminari sono in gran parte pronti. E Serafino Musu e i suoi collaboratori, si presentano al ministero della difesa. «Ci hanno ricevuto – racconta Musu – e hanno preso visione dei progetti. Il giorno dopo, non senza una certa sorpresa, riceviamo un fax. Il generale di corpo d’armata Biagio Abrate ci comunica che “le ipotesi esplorate nel recente passato con codesta società da parte dell’Agenzia industrie difesa sono considerate superate dagli eventi e, pertanto, non più perseguibili”». «Ci viene poi spiegato – racconta Musu – che, visto che per la gestione è stata delegata la protezione civile, dobbiamo parlare con Bertolaso». Musu non si perde d’animo. Prende contatti con la presidenza del consiglio e, nel giro di un mese, riesce a incontrare Fabrizio Pagani, capo della segreteria del sottosegretario Enrico Letta. Pagani vede i progetti e rassicura Musu: «Ci disse che l’indomani – racconta l’imprenditore – ci avrebbe fissato un incontro con Bertolaso». Musu e i suoi soci l’indomani si presentano nella sede della protezione civile. «Ci sono due saloni vicini – racconta Musu – in uno c’era una riunione in corso. Ci hanno fatto accomodare nell’altro. Dopo un po’ sono arrivati alcuni collaboratori di Bertolaso e ci hanno detto che Bertolaso era dovuto scappare a Napoli per l’emergenza rifiuti. E che potevamo parlare con loro». I progetti vengono mostrati per l’ennesima volta. I collaboratori convengono sul fatto che devono essere visti da Bertolaso in persona. «Abbiamo lasciato i nostri recapiti telefonici – racconta Musu – Da allora siamo stati convocati altre tre volte. Sempre e solo telefonicamente. Nonostante chiedessimo conferme via fax. Che mai sono arrivate. Ogni volta, per un motivo o per l’altro, Bertolaso era assente». Nel mentre il tempo passa. E la cordata di imprese vede i lavori che vengono assegnati. «Un messaggio chiaro – spiega Musu – decidiamo di farci da parte». Si arriva all’agosto del 2009. La Edinvest presenta un atto stragiudiziale di diffida e messa in mora al ministero della difesa e alla protezione civile: chiede un risarcimento di 50 milioni di euro. Il ministero non risponde. Lo fa Bertolaso con un fax. «Spedito però solamente il 9 gennaio 2010 – racconta Musu – il giorno dopo lo scoppio dello scandalo G8 per i lavori della Maddalena costati 500 milioni di euro». Nella comunicazione Bertolaso scrive che il suo dipartimento non ha mai avuto rapporti con la cordata d’imprese. Nel frattempo si apre un filone dell’inchiesta G8 che parte proprio da Nuoro. E i legali della Edinvest predispongono gli atti con i quali denunceranno per danni ministero e protezione civile.

  29. 12 Marzo 2010 a 17:38 | #29

    da L’Espresso, 11 marzo 2010
    Grande evento via col vento.
    L\’esordio del metodo Bertolaso: 100 milioni per l\’America\’s Cup 2005. Con la supervisione di D\’Alì: il padre di Protezione civile spa ora indagato per mafia. (Lirio Abate)

    Sembrano legati da un filo invisibile, ma anche da amicizie e passioni comuni. Come i \’grandi eventi\’. Sono Guido Bertolaso e il senatore del Pdl Antonio D\’Alì entrambi coinvolti adesso in inchieste giudiziarie. Le loro strade si sono incrociate per la prima volta sei anni fa, quando il parlamentare era sottosegretario all\’Interno e all\’epoca fu attivissimo nel convincere Ernesto Bertarelli patron di Alinghi, a portare nel 2005 la Louis Vuitton Acts, la fase preparatoria della Coppa America, nella sua Trapani. Per questo evento vennero messi a disposizione da enti pubblici 100 milioni di euro per realizzare le nuove opere portuali. Si doveva fare tutto in fretta, in deroga a normative ambientali, prima dello sparo di cannone che dava il via alle regate. E così venne inventato il metodo Bertolaso: su proposta di D\’Alì, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi colse al volo l\’occasione per decretare la manifestazione come \’grande evento\’, nominando il capo della Protezione civile quale commissario delegato. Un sistema che permetteva di affidare i contratti senza gara: un modo di operare diverso dagli appalti pubblici dove vince chi offre il ribasso maggiore, qui invece è premiata l\’offerta che piace di più. Un\’operazione che è stata poi replicata per i lavori del G8 de La Maddalena e per la ricostruzione del dopo terremoto a l\’Aquila.

    Ma se il 3 settembre 2004 il consiglio dei ministri dichiarava che la Louis Vuitton Cup Acts era un \’grande evento\’ e dunque si poteva procedere in emergenza con la Protezione civile, adesso sulla stessa manifestazione che si deve svolgere alla Maddalena la Corte dei conti \"dubita\". Per i magistrati contabili la regata non può essere \"riconducibile alla categoria dei \’grandi eventi rientranti nella competenza del dipartimento della Protezione civile\’\". Il motivo è che i \’grandi eventi\’, \"quand\’anche non si sostanzino in calamità o catastrofi, dovrebbero pur sempre riferirsi a situazioni di emergenza che mettano a grave rischio l\’integrità della vita, dei beni, degli insediamenti e dell\’ambiente\". Nulla di tutto ciò, scrive nella sua istruttoria il magistrato Rocco Di Passio, \"sembra possibile ravvisare nel \’grande evento\’ della regata velica Louis Vuitton il cui assoggettamento al decreto della presidenza del consiglio del 30 dicembre 2009 appare dunque fuori luogo\".

    Sei anni fa tutto invece sembrava passare sotto silenzio. Ma in Sicilia un affare da 100 milioni di euro non sfugge ai boss. Un imprenditore, Antonino Birrittella, arrestato per mafia e adesso collaboratore di giustizia, ha raccontato ai magistrati che le imprese vicine ai clan avevano saputo già in anticipo chi si sarebbe aggiudicato i cantieri dell\’America\’s Cup. E le ditte che avrebbero fornito i materiali. Per questo motivo Birrittella sostiene che per prepararsi all\’evento aveva iniziato ad acquistare i mezzi meccanici necessari per essere pronto a cominciare, già alcuni mesi prima dell\’aggiudicazione dei lavori. La previsione, sostiene il pentito, fu rispettata. Su questo grande affare indagò cinque anni fa la Commissione parlamentare antimafia, che nella relazione di minoranza parla proprio di \’condizionamento degli appalti della manifestazione\’ prospettando \’l\’ipotesi di una ingerenza dell\’organizzazione mafiosa\’.

    Fra le imprese che si aggiudicano i lavori di completamento delle opere foranee nel porto di Trapani vi è anche la Coling Costruzioni generali che fa capo alla famiglia Morici, indicati dagli inquirenti molto vicini al senatore D\’Alì.

    Gli affari trapanesi protetti dallo scudo emergenziale della Protezione civile che ruotano attorno all\’America\’s Cup vengono sfiorati subito dalle inchieste su mafia e pubblica amministrazione che nell\’ottobre 2004 portano in carcere il capo del Settore Urbanistica del Comune di Trapani, l\’ingegnere Filippo Messina, accusato di corruzione, falso e turbativa d\’asta. È il vaso di Pandora per gli investigatori: i contatti del tecnico comunale portano a imprenditori, politici e mafiosi. Indagando sul funzionario arrestato, la polizia scopre anche un collegamento con le opere dell\’America\’s Cup. L\’uomo, per motivi che non sono stati mai chiariti, si recava al ministero dell\’Interno nel periodo in cui D\’Alì era sottosegretario. Messina arrivava al Viminale in occasione di riunioni che si tenevano prima dello svolgimento delle gare veliche. All\’epoca a condurre quell\’istruttoria furono i pm Andrea Tarondo e Giuseppina Mione. Ora la Mione è a Firenze e sta coordinando insieme agli altri colleghi della procura l\’inchiesta sui grandi eventi in cui è coinvolto Guido Bertolaso, accusato di corruzione, insieme alla \’cricca\’ di Angelo Balducci, l\’ex presidente del Consiglio del lavori pubblici.

    Il senatore Antonio D\’Alì dopo aver perso la carica di sottosegretario è stato eletto presidente della Provincia di Trapani e oggi è a capo della commissione Territorio Ambiente del Senato. I magistrati di Palermo, secondo quanto confermato a \’L\’espresso\’, lo hanno iscritto nel registro degli indagati per concorso esterno in associazione mafiosa. L\’accusa si basa su dichiarazioni di collaboratori di giustizia fra i quali Antonino Birrittella e Francesco Geraci. Quest\’ultimo racconta dei rapporti che vi sarebbero stati fino agli anni Novanta fra il parlamentare e il boss latitante Matteo Messina Denaro. In particolare, la famiglia del capomafia accusato della strage di via dei Georgofili a Firenze è stata in passato al servizio dei D\’Alì nelle loro tenute trapanesi. Ma nel fascicolo sono inserite anche intercettazioni in cui mafiosi parlano tra loro facendo riferimento all\’ex sottosegretario. L\’inchiesta va avanti già da due anni e i termini previsti dalla legge sono praticamente scaduti: la procura starebbe valutando l\’ipotesi di chiederne l\’archiviazione, per poi riaprirla nel momento in cui emergano ulteriori elementi d\’accusa. Resta il fatto che il presidente della commissione Ambiente è ancora indagato per concorso esterno in associazione mafiosa.

    Anche nell\’inchiesta di Firenze sui grandi eventi, i carabinieri del Ros registrano conversazioni in cui si fa riferimento a D\’Alì. È il 2008 quando l\’imprenditore Riccardo Fusi, il patron della Btp parla al telefono con il suo amico Alessandro Biagetti e quest\’ultimo si augura che al ministero delle Infrastrutture vada a fare il vice ministro un suo amico, che potrebbe favorirli in alcuni affari. E cita \’Tonino\’, com\’è chiamato dagli amici il senatore D\’Alì. Erano i giorni in cui si discuteva della nuova squadra di governo. E delle nomine dei vice ministri. Poche settimane dopo la prima intercettazione, sempre Biagetti parla con Fusi e continua a sostenere che uno dei vice ministri di Matteoli potrebbe essere \"il mio amico Tonino D\’Alì, senatore di Trapani, tieni conto che lui è mio fratello\".

    Per il parlamentare trapanese non ci sarà alcun posto nell\’esecutivo di Berlusconi. Ma gli viene riservata la presidenza della commissione Territorio, Ambiente al Senato, la cui attività si incrocerà spesso con quella portata avanti dal capo della Protezione civile, Guido Bertolaso. Il senatore è impegnato nel controllo dell\’operazione pulizia condotta in Campania da Bertolaso come commissario dei rifiuti. E il filo che lega D\’Alì a Bertolaso si allunga anche sulla tragedia dell\’Abruzzo. Il parlamentare indagato per mafia è il relatore del disegno di legge per gli interventi urgenti in favore della popolazione colpita dal terremoto nell\’aprile 2009. Ma soprattutto è sempre D\’Alì ad andare in soccorso di Bertolaso e del governo facendo da relatore in Senato del progetto di legge per trasformare la Protezione civile in società per azioni. Un progetto accantonato solo dopo la retata dei magistrati fiorentini. L\’intervento degli inquirenti però non è piaciuto al senatore, che in aula lo ha criticato apertamente: \"Il Parlamento è stato condizionato nelle sue decisioni da alcuni fattori esterni che non dovrebbero mai condizionare le scelte politiche\". Forse il filo con Bertolaso non è ancora spezzato.

  30. 11 Marzo 2010 a 17:18 | #30

    e stavolta non ci sarà l’onnipresente Protezione civile, speriamo che vada meglio :)

    da http://www.regione.sardegna.it
    Louis Vuitton Trophy: Cappellacci nominato commissario. Il presidente Ugo Cappellacci è stato investito del ruolo di commissario per l’organizzazione del grande evento.

    CAGLIARI, 10 MARZO 2010 – La Sardegna non sarà solo lo scenario in cui si sfideranno gli equipaggi del Louis Vuitton Trophy, ma sarà protagonista dell’organizzazione. Il presidente Ugo Cappellacci è stato investito del ruolo di commissario per l’organizzazione del grande evento. Il governatore, a Roma per il passaggio delle consegne tra l’Unità di missione e l’Anas per la realizzazione della Sassari-Olbia, non ha nascosto la sua soddisfazione: “Questa nomina rappresenta una responsabilità ed un riconoscimento importante per la nostra Regione, chiamata ad organizzare una manifestazione di prestigio, con la quale vogliamo promuovere e far conoscere nel mondo le nostre bellezze naturali, la nostra cultura, la nostra identità”.

  31. 11 Marzo 2010 a 17:14 | #31

    da Tiscali Notizie, 11 marzo 2010
    Inchiesta G8, trecentocinquanta escort a disposizione della cricca degli appalti.

    Spuntano pure le escort nell’inchiesta sugli appalti del G8. Servivano a ricompensare la cricca di Angelo Balducci, Mauro Della Giovampaola e Fabio De Santis per gli appalti ricevuti. Come rivelano oggi il Giornale e La Repubblica si parla di “trecentocinquanta” squillo, ricompensate in media 500/700 euro a prestazione o a “botta” come spiega proprio uno degli indagati le cui telefonate sono state intercettate dagli inquirenti.
    Le escort – Secondo i due quotidiani venivano contattate via Internet o negli ambienti della Roma bene ed erano di diverse nazionalità: russe, brasiliane, ma non mancavano le ragazze dell’est. Le squillo di lusso venivano portate ovunque: ai ricevimenti, alle serate ufficiali, alle inaugurazioni e ai sopralluoghi dei lavori del G8 tra Sardegna, Lazio e Toscana.
    De Santis e le intercettazioni – Al filone delle escort si è giunti attraverso il provveditore delle opere pubbliche della Toscana, Fabio De Santis: secondo le intercettazioni, il funzionario avrebbe avuto incontri con almeno 150 ragazze. Uno di questi viene ricostruito da una telefonata. L’imprenditore Guido Ballari gli aveva organizzato un incontro “a luci rosse” in un appartamento romano, nel quartiere della Balduina. Il giorno dopo i due si sentirono telefonicamente. Ad un certo punto Ballari rivelò a De Santis che erano “stati fortunati”: “Fabio, cinque minuti dopo che sei uscito da quella casa è rientrato il marito”. La donna infatti si prostituiva all’insaputa del coniuge.
    Le prestazioni in Laguna – Sempre attraverso le intercettazioni, rivela Repubblica, gli investigatori sono arrivati a Venezia dove De Santis e Della Giovampaola erano andati al Festival del Cinema. In quell’occasione Diego Anemone aveva incaricato il fratello Daniele di organizzare una serata piccante a entrammbi. Viene contattato Simone Rossetti (lo stesso che organizzava la serata di massaggi al Salaria Sport Village per Guido Bertolaso) che tramite sms risponde: “Due zoccole per Venezia si rimediano, non c’è problema”. Quella serata Diego Anemone pagherà intorno ai 5 mila euro: 1.500 per l’albergo, e 1.500 a testa per le due escort.
    Le indagini sulla cricca ostacolate dai pm Ferrara e Toro – La procura di Roma si spaccò sulla necessità di intercettare Angelo Balducci, Mauro della Giovampaola e Diego Anemone. Come ricostruisce oggi Repubblica il 26 febbraio scorso le indagini vennero ostacolate dal procuratore capo Giovanni Ferrara e dal suo aggiunto Achille Toro per ragioni di “prudenza” e “opportunità politica”. Tre verbali di testimonianza raccolti il 16 febbraio scorso dai magistrati di Perugia e depositati al Tribunale del Riesame chiariscono che cosa accadde. A parlare sono il capitano Pasquale Starace e il tenente Francesco Ceccaroni del Noe, il sostituto procuratore di Roma Assunta Cocomello. ” Il 15 gennaio 2009, nel depositare l’informativa, chiedemmo intercettazioni telefoniche, racconta Starace. Poi le intercettazioni non vennero concesse.
    Le testimonianze – L’11 febbraio 2009, negate le intercettazioni e dopo che l’inchiesta era passata alla Guardia di Finanza, gli ufficiali dell’Arma inviarono una nota riservata al comando dove espressero per iscritto tutti i loro dubbi. Il capitano Pasquale Starace testimonia che tutto si bloccava per contrasti tra magistrati. “Il procuratore capo dr Ferrara e il procuratore aggiunto dr Toro formulavano obiezioni di “opportunità politica” e non di discrezionalità giudiziaria”. Secondo il tenente Francesco Ceccaroni i carabinieri rimasero perplessi perché loro volevano approfondire un’ipotesi di reato e gli veniva risposto che si temeva “il nocumento all’immagine del paese che sarebbe potuto derivare da un’indagine penale su un avvenimento di tale portata”.

  32. 6 Marzo 2010 a 10:53 | #32

    da La Nuova Sardegna, 6 marzo 2010
    Bonifica a metà, c’è ancora inquinamento. Preoccupano le anticipazioni sui dati rilevati in 6 ettari di mare davanti all’ex arsenale. In una vasta zona i carotaggi hanno consentito di accertare livelli più preoccupanti di quelli registrati all’inizio dei lavori. (Pier Giorgio Pinna)

    LA MADDALENA. Bonifiche a metà. In 6 ettari d’acqua di fronte dell’ex arsenale i valori d’inquinamento superano i livelli certificati a inizio lavori. Chi pensava che idrocarburi, arsenico, amianto, cadmio, piombo, rame, mercurio fossero scomparsi deve ricredersi.
    Nonostante 31 milioni di soldi pubblici già spesi, i dragaggi e i recuperi naturalistici in vista del G8 si sono rivelati inadeguati. Tutto come prima? Non proprio. Ma l’eredità di un secolo di veleni lasciata dai cantieri militari non è stata cancellata completamente dal risanamento. La causa? Ancora una volta, forse, dovranno ricercarla i magistrati impegnati a scavare in quell’immenso verminaio che alla Maddalena ha avuto propaggini malsane.
    Boomerang. Ci saranno così inevitabili contraccolpi. A cominciare dalla Vuitton Cup. E a prescindere dal vaglio della Corte dei conti o dalle ultime proposte della Regione per varare comunque la manifestazione sportiva. Le ragioni? Presto dette. La regata avrebbe dovuto avere proprio qui uno dei suoi punti spettacolari. E invece oggi, in un vasto specchio di mare di fronte al complesso passato alla Mita Resort, non lontano dal Main Conference e dall’albergo appena costruito, la situazione per certi versi appare sempre a rischio. Con conseguenze facili da immaginare anche per il Gruppo Marcegaglia o per chiunque gli subentrerà, dato che l’aggiudicazione è al centro di un ricorso davanti al Tar del Lazio (mercoledì 10 la prima udienza).
    Orientamenti. L’indiscrezione sul risultato della bonifica a mare rimbalza da Roma. Si basa su anticipazioni – verbali ma fornite ufficialmente – fatte al termine di complesse analisi da responsabili dell’Ispra. Ossia l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale. Che agisce nell’ambito del ministero di Stefania Prestigiacomo. E che è stato l’ente, insieme con l’Arpa Sardegna, incaricato di vigilare sul risanamento affidato alle società scelte dalla struttura di missione coordinata dalla Protezione civile.
    Indagini. Un apparato travolto dallo scandalo G8. E accusato di essere stato uno dei perni del metodo di corruzione ribattezzato «gelatinoso» daglii inquirenti. Ma che, alla luce degli avvenimenti registrati alla Maddalena, potrebbe essere meglio definito «vischioso». Perché nel dedalo di scorciatoie che portano a corruzione e malaffare, solamente una cosa sembra assodata: a volte, nell’arcipelago, almeno i controllori dei controllori hanno svolto il loro mestiere, facendo riemergere quel che di viscido si voleva tenere sommerso.
    Verifiche. I dati sul grado d’inquinamento mai cessato, almeno in un’ampia zona di mare, risultano da una trentina di carotaggi. Trivellazioni ed esami in uno specchio d’acqua vasto appunto 60mila metri quadrati: più o meno, l’area di fronte al vecchio bacino di carenaggio e all’antico scalo a mare. Ma se nel maggio di due anni fa i prelievi erano stati eseguiti a una profondità di un paio di metri, i nuovi rilievi fatti in questo punto nel novembre scorso e ripetuti nelle settimane successive sarebbero stati portati a termine a mezzo metro dalla superficie. Quindi, com’è intuitivo, con minore ampiezza rispetto ai depositi di agenti inquinanti. Nonostante tutto ciò gli elementi di valutazione scaturiti oggi sono stati ritenuti in questo solo punto più allarmanti di quelli scoperti a metà 2008, durante la fase che con linguaggio tecnico viene chiamata di «caratterizzazione del sito», prima cioè della bonifica. Cifre, raffronti, numeri esatti saranno a ogni modo contenuti in un dossier che l’Arpas e l’Ispra stanno per chiudere e rendere pubblico.
    Uomini e aziende. Alla Maddalena, in questi anni, per le bonifiche hanno lavorato decine di operai e specialisti (fra loro, il cognato di Guido Bertolaso, Francesco Piermarini). Per condurle in porto è stata costituita un’associazione temporanea d’imprese. Dell’Ati facevano parte la Pietro Cidonio di Roma (come mandatario, socio della Mita Resort controllata dal Gruppo Marcegaglia), la Grandi Lavori Fimavit e la Tepor Spa. Al «soggetto attuatore» iniziale, quell’Angelo Balducci finito in carcere per corruzione il 10 febbraio, sono subentrati prima l’ingegnere di fama internazionale Michele Calvi e poi Nicola dell’Acqua, altra figura di prestigio. Entrambi consulenti di Bertolaso, questi ultimi non sono stati toccati dall’inchiesta.
    Effetti collaterali. Nei mesi che hanno preceduto il G8 mancato ci sono stati problemi per lo smaltimento dei rifiuti speciali, con spese per altri 25 milioni. Oltre che difficoltà per il mancato riassetto delle reti fognarie nell’arcipelago, dovuto al dirottamento verso altre opere dell’originario finanziamento di 3 milioni e 800mila euro.
    Esiti. La conclusione di ogni discorso sulle bonifiche appare una sola. Il risanamento ambientale, già completato nella parte a terra, con una presa d’atto che la Provincia Gallura ha comunque giudicato suscettibile di riscontri e verifiche, nelle acque davanti all’ex arsenale ancora compromesse andrà adesso completato, integrato. Se non addirittura ripreso in mano da capo, almeno per individuare le falle. Quelle falle che per essere tamponate necessiterano probabilmente di parecchi altri milioni pubblici.
    Palazzo Chigi. Una soluzione inattesa. Che fa riflettere su un passaggio del discorso pronunciato pochi giorni fa in Parlamento dal sottosegretario Giuseppe Pizza. Rispondendo a un’interpellanza dei deputati sardi del Pd, il rappresentante del governo ha dichiarato testualmente: «Grazie alle accelerazioni consentite dalle norme emergenziali è stato possibile procedere a una bonifica senza precedenti, che ha riguardato i rifiuti speciali pericolosi come eternit, amianto, gomme e olî esausti. Nonché i sedimenti inquinanti nella zona di mare antistante il porto. Valorizzando, finalmente, il territorio dell’isola sarda».

  33. 3 Marzo 2010 a 23:03 | #33

    da La Nuova Sardegna, 3 marzo 2010
    Così la «cricca» si preparava per il G8. Sassari, i carabinieri avevano ricostruito il metodo degli appalti pilotati verso società amiche. Le indagini si erano arenate dopo la trasmissione degli atti alla procura della Repubblica di Roma. (Gianni Bazzoni)

    SASSARI. Non sapevano ancora di avere messo sotto controllo quello che poi è stato definito il «sistema gelatinoso». Ma nel 2008 erano assolutamente certi della scoperta del meccanismo per la spartizione degli appalti per il G8 alla Maddalena. I carabinieri del Nucleo operativo ecologico di Sassari avevano messo a fuoco «il gioco delle buste», i movimenti delle imprese privilegiate (tre o quattro che ruotavano su tutte le opere pubbliche più importanti) e l’ordine di assegnazione. E quando hanno capito quanto era grossa quella storia, gli investigatori sassaresi – alcuni di elevata professionalità e grande esperienza – hanno cominciato a scrivere per chiedere di allargare l’orizzonte e salire la scala che portava davvero in alto. Fino ai palazzi romani, ai piani che contano. Quell’informativa dei Noe presentata alla Procura di Nuoro e poi «trasmessa per competenza» a Roma (dove si è arenata perchè il procuratore aggiunto Achille Toro, poi indagato perchè accusato di essere la «talpa» che informava funzionari pubblici e faccendieri, aveva tolto l’incarico al Noe per affidarlo alla Finanza, favorendo un maresciallo «infedele» al servizio di Anemone) è diventato l’elemento centrale di tutta l’inchiesta sullo scandalo del G8. A riguardarle oggi quelle carte, si capisce quanto fossero avanti gli investigatori sardi, capaci di mettere insieme i fili di un sistema che calcolava tutto. Le imprese «amiche» concorrevano agli appalti ma non entravano mai in conflitto tra loro, facevano offerte concordate perchè tutto era già deciso: a te questo, a me quest’altro e a lui quel che resta. Tutti contenti e senza problemi. E chi non sapeva che il «sistema gelatinoso» era già stato calato anche alla Maddalena restava fuori senza neppure una spiegazione. Tanto a vincere erano sempre loro, gli amici della «cricca» che anche nell’isola si muoveva come se fosse a casa propria. Mosse controllate, fin dal primo appalto di una certa consistenza, quello dell’ex ospedale militare che doveva essere trasformato nell’hotel a cinque stelle per ospitare i capi di Stato. Stanziati 59 milioni di euro, poi saliti a 73, e appalto affidato alla Gia.Fi. che in Sardegna ha già costruito opere come la questura di Sassari e lavorato al carcere di Tempio. L’idea che stia accadendo qualcosa di strano trova conferme immediate e il sistema illegale che muove operazioni da decine di milioni di euro viene monitorato man mano che alcuni imprenditori sardi si infilano nel «canalone» e cercano il passaggio giusto per arrivare a qualche piccola percentuale degli appalti che cambiano il volto delle strutture per il G8 della Maddalena. C’è chi chiede e si offre, e chi risponde e indica la strada da seguire. E su quella strada si piazzano i carabinieri del Nucleo operativo ecologico che tramite la Procura di Nuoro arrivano fino a Roma. L’attesa però sembra non avere fine. Dalla capitale si muove anche il capitano Ultimo, quello della grandi inchieste di mafia e protagonista di arresti eccellenti. Promosso e passato alla direzione nazionale del Noe, l’ufficiale insiste per andare avanti con l’incarico (che poi per delega avrebbe coinvolto anche i colleghi sardi) ma l’affidamento viene revocato quasi subito. Ci sono spiegazioni più o meno convincenti. Perchè quelle opere per il G8 alla Maddalena vengono realizzate con «speciali misure di riservatezza e sicurezza», con l’applicazione di «procedure concorsuali ristrette» e con l’espletamento di gare «tra soggetti idonei in possesso delle riconosciute capacità tecnico-ecnomiche e di qualificazione». La selezione delle imprese è già fatta a tavolino, anche loro «coperte», come i progetti, dal segreto di Stato. Avanti così fino a quando quella informativa del Noe di Sassari, passata via Nuoro, non torna d’attualità e si capisce che tutto è partito da lì. Il «sistema gelatinoso» era già stato scoperto.

  34. 2 Marzo 2010 a 17:21 | #34

    da La Nuova Sardegna, 2 marzo 2010
    Tra la Sardegna e la capitale black- out sugli illeciti nei cantieri.Irregolarità scoperte nell’isola mai ammesse dal governo.
    Duro j’accuse dei parlamentari del centrosinistra. Giulio Calvisi (Pd): colonizzazione fatta da faccendieri. (Pier Giorgio Pinna)

    LA MADDALENA. Non vedo, non sento, non parlo. È sulla falsariga della reticenza che si è costruito un corto circuito tra la Sardegna e Roma sul G8 della Maddalena. Oltre Tirreno il flusso delle notizie s’inabissa.
    Nell’isola infatti c’è chi vede: i carabinieri. Chi sente: i magistrati. Chi parla (e scrive): sindacati, ispettori del lavoro, altri militari. Solo che quando informano alcuni referenti nella capitale ogni cosa si perde in un porto di fittissime nebbie. L’omertà in passato tipica di aree della Barbagia sembra essersi trasferita a Roma. L’unica eccezione nel blackout le denunce dei parlamentari sardi del centrosinistra. Assieme ai tentativi del capitano Ultimo, l’uomo che catturò Riina, per far ripartire le indagini.
    Prima stranezza. Oggi si scopre – quasi per caso e quasi a 2 anni dai primi accertamenti – che maneggi di Balducci, Anemone e presunti soci erano venuti alla luce grazie alle investigazioni del Nucleo operativo ecologico per il centro-nord sardo. E che l’ex procuratore di Roma, poi finito sotto inchiesta proprio perché accusato di essere in combutta con diversi arrestati, ne era stato informato sin da metà 2008. Con un tappo nel recepimento delle comunicazioni, però: prima dell’intervento di Firenze, semplicemente, a Roma non risultano atti giudiziari contro il malaffare nell’arcipelago.
    Seconda stranezza. Sempre dalla Sardegna, molto prima dell’avvio dell’inchiesta sulla corruzione, rimbalza per certa un’altra serie di notizie sull’andamento delle opere pubbliche in appalto. Si dice che vengano violate norme anti-caporalato, infrante regole sulla sicurezza, commessi altri illeciti penali nei cantieri ai danni degli operai. Ma il silenzio dura mesi. E non più tardi di giovedì scorso il sottosegretario Giuseppe Pizza, replicando a un’interrogazione presentata dai deputati sardi del Pd, risponde: «Per quanto attiene alla paventata diffusione del lavoro nero nei cantieri, l’Unità tecnica di missione ha riferito che nessun caso è stato accertato». Non intacca l’inossidabilità del governo la controreplica di Giulio Calvisi. Che poco prima aveva parlato dell’incredibile fenomeno in area sottoposta a segreto militare e che rilancia sostenendo come alla Maddalena si sia consumata «una colonizzazione» da parte di «faccendieri e persone senza scrupoli».
    Terza stranezza. Quel che più sorprende è l’interruzione del flusso di comunicazioni – a Roma e non solo – sulle condizioni degli operai durante bonifiche, sbancamenti, ricostruzione. Anche in questo caso la cronologia è fondamentale.
    Primavera 2008. In maggio alla Maddalena comincia l’attività in vista del G8, fissato per il luglio 2009. La Cgil segnala subito difficoltà: turni non rispettati, presenze sospette nei cantieri, subappalti sui subappalti e tanti altri abusi. I sindacati si rivolgono ad Asl, prefetto, Direzione del lavoro. Per fare i controlli all’interno mancano però i permessi, ossia i Nos o Nullaosta di segretezza. In quei mesi solo la Protezione civile e pochi altri (tra cui uomini dei «servizi») sono così autorizzati a vigilare nell’arsenale e nell’ex ospedale.
    Autunno 2008. In settembre il ministro Sacconi e Bertolaso siglano un’intesa che, fra l’altro, fissa le procedure per le ispezioni. Peccato che gli accertamenti sull’affidabilità ai fine del mantenimento del top secret sul team incaricato dei controlli nei cantieri si protraggano sino a fine anno. Con l’impossibilità di qualsiasi controllo.
    Gennaio 2009. A metà mese queste indagini riservate finalmente si concludono. Gli ispettori ottengono dunque i permessi e poco dopo danno il via ai sopralluoghi.
    Febbraio 2009. Il 6, ricevuto dai sindacati regionali alla Maddalena un dossier sulle irregolarità nei cantieri, Bertolaso scrive alla Direzione del lavoro di Sassari illustrando casi «de relato». Riferendo cioè le irregolarità come denunciate dai dirigenti di Cgil, Cisl, Uil.
    Luglio 2009. I risultati dell’attività svolta nei 5 mesi in cui gli ispettori possono operare (di fatto il lavoro nei cantieri si blocca col trasferimento del G8 all’Aquila) vengono illustrati pubblicamente in Gallura davanti al Cles, il Comitato per l’emersione del sommerso. Già allora il quadro è impressionante: metà dei cantieri fuori norma, un terzo delle aziende irregolare, contratti non rispettati, distacchi anomali di lavoratori, violazioni della sicurezza, multe per quasi 120mila euro. Nulla di più, naturalmente, si sa sul buco nero precedente.
    Quarta stranezza. Come appare ovvio dappertutto tranne che in qualche ufficio romano, le statistiche sugli illeciti sono da tempo allegate ai report della Direzione del lavoro sassarese. Che oggi, al congresso della Cgil gallurese, ripercorrerà ancora una volta le tappe della vicenda. Una storia dove il «non sento – non vedo – non parlo» è l’unica regola davvero rispettata, almeno in certi ambienti della capitale.

  35. 2 Marzo 2010 a 17:20 | #35

    da La Nuova Sardegna, 2 marzo 2010
    G8, a Nuoro la madre di tutte le inchieste.
    Vane le sollecitazioni del Noe e del capitano Ultimo al magistrato Toro, ora sotto accusa. Un’indagine sui rifiuti, una pista che portava alla Maddalena e alla cricca della Ferratella. (Gianni Bazzoni)

    SASSARI. Intercettati per caso. La «cricca» della Ferratella si delineò improvvisamente davanti agli occhi dei carabinieri del Nucleo operativo ecologico di Sassari impegnati in una indagine sui rifiuti nel territorio di Nuoro. Da quell’attività nasce la madre di tutte le inchieste.
    Quando cominciano a girare i nomi dei «pezzi da novanta», i carabinieri del Noe mettono insieme una informativa dettagliata e la presentano in Procura a Nuoro. C’è da saltare sulla sedia a leggere l’elenco di persone al vertice del Consiglio superiore dei Lavori pubblici e di altri importanti uffici che gestiscono la torta degli appalti per il G8 della Maddalena. L’inchiesta, nata in Sardegna, viene portata via in un attimo. «Scippata» senza spiegazioni. Neppure il mitico capitano Ultimo – quello passato alla storia per avere catturato boss del calibro di Totò Riina, e che ora dirige il Noe di Roma – riesce a farsi autorizzare per intercettare quelle persone segnalate dai colleghi di Sassari, tutti imprenditori e funzionari delle opere pubbliche poi finiti in manette: Angelo Balducci, Fabio De Santis, Mauro Della Giovampaola e Diego Anemone. A Roma c’è il procuratore aggiunto Achille Toro (poi indagato perchè accusato di essere la «talpa» che informava funzionari pubblici e faccendieri delle inchieste sul G8), le richieste dell’ufficiale non ottengono risposta. Il magistrato toglie l’inchiesta al Noe e la passa alla Finanza, dove un maresciallo «infedele», al servizio di Anemone, può monitorare tutte le attività. Così la clamorosa inchiesta nata in Sardegna arriva a Roma e rallenta, tanto che viene da pensare che – agendo tempestivamente – gran parte dei traffici e del giro di tangenti forse si potevano evitare. E’ confermato, quindi, che tutto partì da quel lavoro dei carabinieri del Noe di Sassari impegnati a Nuoro (territorio di competenza). C’è qualcosa di poco chiaro su una vicenda di rifiuti, si scava e si ascoltano alcuni personaggi. All’improvviso ne entra in scena uno nuovo che chiama dal sud dell’isola. Si agita, si informa su come si può fare per avere spazio nel giro degli appalti del G8 alla Maddalena. E trova le prime risposte, indicazioni precise. Esce fuori il «castello del potere», bisogna lavorarci sopra, ma è una bomba che può produrre effetti devastanti ai piani alti. I militari del Noe si muovono con cautela: il dossier è ricco di riferimenti precisi. Dalla Procura di Nuoro quella parte, però, viene stralciata dall’indagine sui rifiuti e trasmessa alla Procura di Roma. Oggi si sa che il Noe di Sassari informa – come è normale che fosse – il livello nazionale del Nucleo. Il botto arriverà molto dopo, perchè nel frattempo gli affari vanno avanti con quel sistema che i carabinieri avevano cominciato a smascherare. L’inchiesta nata in Sardegna prende il largo e non tornerà più. E solo oggi si scopre – spulciando le carte nazionali – che i carabinieri del Noe che si recavano alla Maddalena per i controlli sul G8 incontravano le stesse difficoltà degli ispettori della Direzione del lavoro di Sassari. C’era una struttura pronta a «tamponare» le visite indesiderate, gente capace che esibiva lo sbarramento della «segretezza di Stato», che si tutelava mostrando il marchio della presidenza del Consiglio dei ministri. In Sardegna c’era chi aveva già scoperto il gioco degli appalti del G8, ma a Roma erano pronti a frenare.

  36. 1 Marzo 2010 a 22:55 | #36

    da L’Unione Sarda, 28 febbraio 2010
    Quell’hotel senza parcheggi. «L’albergo dopo il G8? Milioni buttati in mare». L’hotel di lusso e la Sassari-Olbia: le telefonate della cricca che aveva in appalto le opere dei grandi eventi, inclusi i lavori in vista del G8 alla Maddalena, da realizzare in Sardegna. (Maria Francesca Chiappe)

    Nell’ottobre 2008, a nove mesi dal G8, alla Maddalena è tutto in alto mare. Intanto i prezzi raddoppiano e i soldi non bastano: «Ci sono 306 milioni e opere per 651, questi sono pazzi».
    Il 10 ottobre 2008 i carabinieri del Ros che indagano per conto della Procura di Firenze sui Grandi Eventi assegnati alla Protezione civile intercettano una illuminante telefonata tra l’architetto Marco Casamonti e l’ingegnere Michele Calvi che, su incarico del capo della protezione civile Guido Bertolaso sta procedendo alla verifica del programma con particolare riferimento alla costruzione dell’hotel di lusso che dovrà ospitare i grandi del mondo.
    Casamonti: questo albergo senza il ristorante e senza la spa, ma la spa si porta dietro i due piani di parcheggi perché abbiamo tolto i parcheggi dalla piazza-mare e stiamo facendo un albergo di 15.000 mq che non ha un parcheggio.
    Calvi: lo so.
    Casamonti: allora io mi sento in dovere, siccome alla Struttura di Missione, a Mauro Della Giovampaola e Fabio De Santis (i due funzionari delle opere pubbliche arrestati il 10 febbraio scorso insieme al presidente Angelo Balducci e all’imprenditore Diego Anemone per i quali ieri il gip di Perugia, dove è stata trasferita l’inchiesta alla luce del coinvolgimento del procuratore aggiunto di Roma Achille Toro, ha emesso una nuova ordinanza di custodia cautelare in carcere) ho prospettato il problema… però ho detto, voglio fare una telefonata anche a Michele…
    Calvi: hai fatto bene a chiamarmi.
    Casamonti: perché sottovalutano secondo me il problema questi qua.
    Calvi: il problema purtroppo è molto più grave di così, e non so come finirà ma finirà entro la settimana perché questi si sono andati ad infilare in una situazione che così com’è non ha soluzione perché ci sono 306 milioni in tutto e ci sono opere per 651.
    Casamonti: gli allarmi che lancio alla Struttura di Missione mi sembra che cadano nel vuoto ed io mi preoccupo di relazionarmi con te perché penso che tu abbia una responsabilità, anche perché, la Struttura di Missione mi chiama per dirmi “ah! ci sarebbe da mettere a posto, Bertolaso vuole mettere a posto la Punta Rossa”.
    Calvi: no, no.
    Casamonti: ed io dico “ma signori prima di ingrandire gli altri lavori finiamo quelli che abbiamo”.
    Calvi: guarda, questi sono pazzi, pazzi scriteriati, allora scusami, ti faccio una premessa così capiamo tutto: io faccio il professionista, progettista, professore universitario, di fare il cane da guardia alla Maddalena è l’ultima delle mie aspirazioni.
    Casamonti: certo.
    Calvi: siccome sono amico personale di Bertolaso e Guido mi ha lanciato un grido d’allarme, io la guardo come piacere personale ad un amico.
    Casamonti: certo certo.
    Calvi: e la devo guardare prima tutto per proteggere lui, perché di fatto lui si sta giocando se stesso, in questo contesto io non sono sicuro come finirà.
    Casamonti: io ti posso dare la garanzia professionale che loro quello che hanno iniziato lo finiscono e lo finiscono bene, mi preoccupa punto di non fare una cosa che sia veramente una cosa… che ci prendono in giro. Insomma, un albergo così che non ha manco una vasca per fare il bagno, che non ha il ristorante.
    Calvi: non è un albergo, è evidente.
    Casamonti: capisci? Allora dico nelle scelte, siccome sono 306 milioni di opere, poi le scelte non spettano a me, però, almeno i parcheggi, almeno il ristorante e la beauty farm. Perché ‘st’albergo, finito il G8, sono x milioni di euro buttati in mare. Queste tre cose bisognerebbe farle, però ovviamente ci sono tante altre priorità, non sta a me giudicare, però ti volevo dire che ho messo in moto tutto per poterle fare.
    Nell’informativa del Ros di Firenze c’è un passaggio anche sulla Sassari-Olbia: il ministro Altero Matteoli durante una visita in Sardegna ha definito la strada «una priorità». Ma la cricca che gestisce insieme a tutti i Grandi Eventi anche i lavori del G8 alla Maddalena non è d’accordo. Il 12 febbraio 2009, quando la Sardegna è immersa nella campagna elettorale, i carabinieri intercettano una telefonata tra Balducci e Della Giovampaola. I due parlano della copertura finanziaria della Sassari-Olbia e del fatto che il ministro Matteoli abbia dichiarato che i soldi sono stati dirottati.
    Della Giovampaola: sto leggendo il giornale, c’è stato una mezza gaffe del ministro ieri sulla Olbia – Sassari, aspetta che ti leggo l’inizio, Scontro del governo sulla Olbia Sassari, in visita elettorale a Sassari il ministro Matteoli ritiene che la 4 corsie sia per la Sardegna opera prioritaria.
    Balducci: a me mi pare, così, è nato un problema senza esserci proprio le motivazioni perché la Olbia-Sassari era nel pacchetto dei fondi Fas ma loro confondono secondo me l’utilizzo dei fondi, cioè la copertura dei fondi della Maddalena è stata fatta con i fondi Fas che sono stati passati al Cipe a suo tempo, quindi, tanto è vero che il Ministro pensava che fosse passata in Consiglio dei Ministri…, il finanziamento per la Olbia-Sassari, invece i fondi destinati ai lavori della Protezione Civile, insomma del G8 e quindi, però, francamente non ho capito questo scontro così.
    Tre giorni prima Ercole Incalza, del Ministero delle Infrastrutture ha chiesto a Balducci notizie proprio copertura finanziaria degli 8 lotti della Olbia-Sassari.
    Incalza: Matteoli voleva sapere, la Olbia-Sassari non è più garantita, no perché era stata una prima tranche di 260 milioni, ma bloccati poi.
    Balducci: per ora no purtroppo, però so che lì dalla Sardegna, Mannoni quello che adesso ha la reggenza, sta facendo di tutto, perché sono fondi loro, sta riuscendo quindi a farsi autorizzare lo sblocco, dovrebbe essere proprio in settimana.

  37. 1 Marzo 2010 a 22:53 | #37

    ennesimo successo del “sistema Bertolaso”, il fai-da-te.

    A.N.S.A., 28 febbraio 2010
    L\’Aquila, 6mila per la rivolta delle carriole. Gli aquilani sgomberano \"da soli\" le macerie di piazza Palazzo.

    L\’AQUILA – Circa seimila persone hanno partecipato alla \"rivolta delle carriole\" a L\’Aquila, la protesta con cui i cittadini intendono portare all\’attenzione delle istituzioni e dell\’opinione pubblica la questione delle macerie non ancora rimosse dal centro, a quasi undici mesi dal terremoto.
    Alcuni manifestanti hanno scaricato i detriti raccolti in zona rossa, a piazza Palazzo, davanti al Consiglio regionale d\’Abruzzo, presidiato da Polizia e Carabinieri che bloccano l\’accesso ai veicoli.
    Una catena umana è stata formata dai cittadini, compresi la presidente della Provincia Stefania Pezzopane e il deputato Pd Giovanni Lolli, per passarsi nei secchi le macerie.
    Sono state anche raccolte 2.800 firme per chiedere l\’istituzione della \’tassa di scopo\’\’. I numeri, per Lolli, sono il \"segnale di una manifestazione nata dal basso e organizzata spontaneamente dalla città e che non si può ricondurre ad alcune movimento politico\". \"E\’ stato emozionante far parte di questa catena e sentire l\’abbraccio della città\" ha commentato Anna Lunadei, professionista aquilana.
    L\’ingresso era inizialmente consentito, data la pericolosita\’ della zona rossa e in particolare di piazza Palazzo, a 45 persone a gruppi di 15. Poi sono riuscite ad entrare oltre 300 persone.
    La manifestazione si è animata dopo che, al passaggio del corteo davanti a uno striscione che segnala i lavori in corso del \"Consorzio Federico II\" – del quale fa parte la società Btp coinvolta nell\’inchiesta della Procura fiorentina sugli appalti per il G8 – i manifestanti hanno sollevato in alto le pale in segno di protesta. Gli aquilani hanno raggiunto le transenne davanti a Piazza Palazzo al grido di \"vergogna vergogna\" e \"L\’Aquila libera\".
    Tra i numerosi striscioni esposti in piazza Duomo spiccano \"ridateci L\’Aquila\", \"sgombriamo le macerie\" e un provocatorio \"sgombriamo i commissari e le macerie ricicliamole\". Altri striscioni e volantini invitano a rivolgere attenzione anche ai numerosi borghi del cratere danneggiati dal sisma. \"Il centro dell\’Aquila è il nostro punto di partenza – spiega Giusi Pitari, tra i promotori della manifestazione -, ma nelle prossime domeniche andremo a far visita ai paesi distrutti della provincia, come Villa Sant\’Angelo\".
    Al di là dell\’intento di protestare contro i ritardi nei lavori di sgombero per restituire il centro storico alla città, oggi all\’Aquila il clima è di festa: ci sono intere famiglie, promotori dei comitati cittadini, palloncini. A svegliare gli aquilani, questa mattina, un sms che recitava, in dialetto, \"sveglia, rizzete e ve\’ a lavora\’ con noi pe\’ sgombra\’ L\’Aquila dalle macerie\".
    \"Vogliamo dire a Berlusconi – spiega il direttore dell\’Accademia delle Belle Arti, Eugenio Carlomagno, presente tra i manifestanti – che così come è stato ben realizzato il Progetto Case, vogliamo uno sforzo ulteriore per il centro storico dell\’Aquila.

  38. 28 Febbraio 2010 a 20:26 | #38

    controlli? Garantisce Bertolaso…

    da La Nuova Sardegna, 28 febbraio 2010
    Cantieri G8, lite sui controlli. La Cisl: “Garantiva Bertolaso”.
    E’ bufera dopo la pubblicazione del dossier dell’ispettorato del lavoro sui cantieri G8. Sull’isola pare che nessuno sapesse che la metà dei cantieri era fuorilegge. La Cisl assicura che a garantire la sicurezza era Bertolaso, ma la Cgil nel 2008 minacciò la chiusura dei cantieri perchè non in regola. (Pier Giorgio Pinna)

    LA MADDALENA. Si sorprende il sindaco della Maddalena, si sorprende la Cisl. Si chiedono, “ma dove erano gli ispettori del lavoro durante i lavori del G8 alla Maddalena?”. La domanda, verrebbe da dire con Lubrano, nasce loro spontanea dopo che la direzione provinciale del lavoro ha scoperto numerosissime irregolarità nella gestione degli appalti ora sotto inchiesta. Una cattiva condotta che, giorno dopo giorno, ha sempre denunciato la Cgil, però. Irregolarità che gli ispettori – come scritto dalla “ Nuova” ieri – hanno potuto accertare solo a partire dal mese di gennaio del 2009, nonostante i lavori fossero cominciati nell’a prile del 2008.

    Perché tanto ritardo? La spiegazione è semplice: perché i lavori per il G8 sono stati coperti dal segreto di Stato e la struttura di missione per lunghi mesi ha impedito l’accesso ai cantieri sia ai funzionari dello Stato sia ai sindacalisti. Già nel maggio del 2008, due mesi prima che cominciassero i lavori per le opere più rilevanti nell’ex arsenale e nell’ex ospedale militare, la Cgil aveva lanciato l’ultimatum: se non ci saranno garanzie – come la presenza degli ispettori del lavoro – bloccheremo i lavori. Nell’a gosto del 2008, sempre la Cgil aveva denunciato che i lavoratori del G8 non si muovevano in sicurezza: spostavano le macerie di amianto con le mani nude, senza mascherina, come dimostrato da un filmato su Youtube. La struttura di missione e il commissario Guido Bertolaso avevano dato rassicurazioni – «vigileremo noi» – ma avevano continuato per la loro strada: nessun sindacalista doveva entrare nei cantieri.
    Il 1 settembre del 2008, nei due cantieri era scattato il piano velocità: 3 turni, lavori 24 su 24. La Cgil era tornata all’a ttacco: i lavoratori non si lamentano del lavoro in sé, ma delle condizioni in cui sono costretti a svolgerlo. «Siamo preoccupati» aveva detto Lorenzo Manca, segretario provinciale della Cgil per gli edili, uno che ha seguito giorno dopo giorno i lavori del G8. Ma, nonostante l’intesa tra ministero del lavoro e struttura di missione, ancora niente ispettori. E operai che lamentavano i turni massacranti («anche 11 ore al giorno» aveva rivelato Manca nell’o ttobre del 2008), i soldi che non arrivano regolarmente (per averli erano dovuti andare a Roma), le buste paga anomale, le pressioni per non incontrare i sindacalisti. Tutte accuse che la Cgil ha sempre reso pubbliche. Tanto che il suo rappresentante alla Maddalena è stato messo sotto inchiesta per violazione del segreto di Stato, e infine qualche giorno fa prosciolto. Ora, quel lavoro svolto dal sindacato con attenzione e scrupolo, trova conferma in quello della direzione provinciale del lavoro. 16 cantieri ispezionati, 8 di questi irregolari. 586 lavoratori verificati, 586 irregolari. Ecco le reazioni. «Si scopre ora, a quasi un anno dalla chiusura dei cantieri, che la metà era fuorinorma? E’ sorprendente: dov’erano gli otto ispettori autorizzati dal ministero del Lavoro a monitorare i cantieri 24 ore al giorno? – attacca il segretario regionale della Cisl sarda, Giovanni Matta -. Abbiamo denunciato queste cose al tavolo con la struttura di missione, e ci è stato escluso qualsiasi problema, lo abbiamo fatto parlando personalmente con Bertolaso.
    Il sottosegretario ci ha sempre rassicurati. Diceva: “garantisco io, fidatevi”. Bene, visto questo ennesimo scandalo sui cantieri, mi viene da dire che abbiamo sbagliato a fidarci». «Da sindaco della Maddalena – dice Angelo Comiti – mi domando dove fossero gli ispettori mentre i lavori erano in esecuzione: durante le conferenze di servizi non si è mai discusso di problematiche inerenti alle irregolarità dei cantieri. Per questo mi chiedo perché, a distanza di un anno, questi elementi vengano presi in considerazione solo ora».

  39. 27 Febbraio 2010 a 13:02 | #39

    da La Nuova Sardegna, 27 febbraio 2010
    G8, per gli operai un arcipelago gulag. La Direzione del lavoro di Sassari ha accertato una montagna di violazioni.
    Metà dei cantieri fuori norma Irregolarità in tre imprese su dieci Edili in nero e spesso con contratti illeciti. (Pier Giorgio Pinna)

    SASSARI. Nuovo scandalo formato G8. Alla Maddalena metà dei cantieri nati sulla scia degli appalti pubblici era fuori norma. Un terzo delle aziende irregolare. Incredibile, poi, la quantità dei riposi fatti saltare agli operai. Migliaia oltre il consentito le ore di straordinario.
    Ancora: contratti non rispettati, distacchi anomali di lavoratori da un’azienda ad altre, violazioni della sicurezza. E l’elenco non è finito: assunti senza osservare le leggi 94 operai (circa un 6º del numero complessivo verificato dagli ispettori), 4 totalmente in nero. Tutto rilevato in poche settimane di controlli.
    Pene. Per sovrapprezzo, multe salate. A fronte di 109 illeciti amministrativi, con contravvenzioni per 43mila euro, e 156 illeciti penali, costati ulteriori 73mila euro. Sanzioni, naturalmente, pagate subito dalle imprese. Tanto, grazie ai milioni versati da Regione e Stato alle società vincitrici di gare ora nella bufera giudiziaria, i soldi erano quelli dei contribuenti. I nostri, insomma.
    Si rivela così un coacervo quasi inestricabile di abusi, irregolarità, vessazioni quello che emerge da appena cinque mesi di controlli assicurati dal servizio di vigilanza per il vertice. Un incarico svolto dai primi di febbraio alla fine di giugno 2009 dalla Direzione provinciale del lavoro di Sassari, competente su tutta l’area del Nord Sardegna. Incarico dunque limitato nel tempo, dato che i lavori alla Maddalena erano iniziati molto prima e si sono di fatto interrotti col trasferimento del G8 all’Aquila.
    Ritardi. «Abbiamo cominciato la nostra attività il 2 febbraio dell’anno scorso, non appena ricevuti i Nos, i nullaosta di segretezza», afferma la responsabile dell’ufficio, Annalisa Massidda, ricordando il top secret fatto calare da Roma in vista dello sbarco dei Grandi. «Se infatti il ministro Sacconi nel settembre precedente ha firmato con la Protezione civile l’intesa che in teoria autorizzava ad agire, l’effettivo via libera ci è arrivato solamente nel gennaio 2009 – prosegue – Da quel momento ci siamo mossi immediatamente, mettendo in campo un team di 15 specialisti per controllare tanti cantieri, soprattutto nell’arsenale e nell’ex ospedale militare».
    Il Cles. Il materiale esito delle ispezioni, proprio nei giorni scorsi, è stato inoltrato al Comitato per l’emersione del sommerso. Un invio certamente non fatto a caso. Le questioni tenute nascoste e poi scoperte dagli ispettori sono state parecchie. Tutte gravi. Ed è di particolare interesse vedere in quali periodi vengono contestate le infrazioni.
    La tempistica. Bonifiche e sbancamenti per il summit sono avviati già a metà 2008. Sin da allora bersagli di critiche da parte dei sindacati regionali. Ma fino a gennaio 2009 la vigilanza di Asl e Direzione del lavoro, come si vede dalle date, si rivela impossibile.
    Bertolaso. Tanto che, il 6 febbraio 2009, in occasione della sua visita alla Maddalena, il capo del dipartimento della Protezione civile riceve un fitto carteggio da Cgil, Cisl e Uil. Faldone nel quale si descrivono fenomeni di sfruttamento della manodopera nell’area sotto la sua diretta responsabilità. È in quella giornata che lo stesso Bertolaso prende carta e penna per informare della situazione appena illustrata dai sindacati la Direzione del lavoro di Sassari, elencando i problemi evidenziati dalle organizzazioni che rappresentano gli operai. Più esattamente, riportando le segnalazioni, Bertolaso scrive di «assunzioni tramite contratti impropri», «pagamenti degli straordinari fuori busta», «casi di lavoro nero e di caporalato», oltre di «quattro licenziamenti senza giusta causa».
    L’Ufficio. La valutazione delle questioni esposte, rammenta il capo della Protezione civile, «rientra nella competenza di codesta Direzione provinciale, sulla cui collaborazione questa Struttura commissariale intende fare particolare riferimento, come sancito nel protocollo dell’11 settembre 2008 tra il ministero del Welfare e il sottoscritto».
    Le date e le procedure sono importanti per comprendere meglio tutti i passaggi. Dopo aver ricordato come l’iter per la concessione dei Nos «si sia recentemente concluso», Bertolaso si augura che sia possibile «la piena applicazione dell’attività prevista, sia in materia di sicurezza sia di verifica del rispetto della normativa contrattuale». «A tal fine ricordo quanto stabilito sulla priorità da conferire alle segnalazioni provenienti dalle parti sociali», conclude.
    Sorveglianza. In realtà, quando questa lettera arriva a Sassari, gli accertamenti sono già cominciati. Con una sorveglianza estesa alle notti (perché i turni desi articolano sulle 24 ore). E allargata al nucleo carabinieri che si occupa delle ispezioni sul lavoro. I controllori restano colpiti dalla maestosità delle opere, dagli strumenti all’avanguardia, dall’estrema celerità. Ma si rendono subito conto delle violazioni. Come spiega la funzionaria Piera Tolu, responsabile dell’area per la vigilanza amministrativa della Direzione provinciale, «di frequente, da parte delle imprese, si cercava d’integrare la carenza di manodopera con una serie di subappalti a cascata». Spesso, da soli, motivo d’illeciti. E ciò senza considerare il precedente periodo privo di controlli esterni: un buco nero da arcipelago gulag.
    Funzionari. A tenere i rapporti per la struttura di missione, in quei 5 mesi, Mauro Della Giovampaola (poi arrestato per lo scandalo). Sempre cortese e cordiale. Ma nei primi tempi gli ispettori vengono fermati all’ingresso, i loro cartellini esaminati a lungo, così come i nullaosta di segretezza. E intanto il tempo passa. «Alla terza volta ho fatto presente a Della Giovampaola che il sistema non poteva continuare – spiega oggi la dirigente Annalisa Massidda – Da allora i nostri ispettori hanno potuto operare senza ritardi». E, viene da rimarcare, con risultati decisamente apprezzabili. Non foss’altro perché solo loro, in un breve periodo d’azione, hanno accertato montagne d’irregolarità.

  40. Benito Azzoni
    27 Febbraio 2010 a 0:41 | #40

    Ero in vacanza in Sardegna e potevo vedere all’orizzonte La Maddalena. Già programmavo di andare a vedere OBAMA di persona. Improvvisamente la notizia: il G8 si fa a L’aquila.
    La domanda spontanea che mi ha turbato tutta l’estate. Ma come, si programmano spese milionarie per un avvenimento importante, e poi si ospitano illustri Capi di Stato dove la Terra trema ogni giorno.
    Sarebbe bastato allora “lucidare” un po’ l’sola e fornirsi di qualche televisore al Plasma, invece di succhiare il sangue dei contribuenti Italiani. E dopo l’esperienza Maddalena – Aquila , si potranno ancora giustificare investimenti da Miracolo Economico al prossimo G8 o G9?

  41. 26 Febbraio 2010 a 19:04 | #41

    Mi pare di aver riconosciuto tra i “fornitori” alcune aziende di proprietà di Berlusconi, più o meno ufficialmente!

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