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Italiani più poveri, “governo ladro”, buoni e pessimi esempi.

il nuovo premier britannico David Cameron va al Parlamento

il nuovo premier britannico David Cameron va al Parlamento

 Con una delle sue immancabili giravolte, il premier Silvio Berlusconi, autodefinitosi il miglior presidente della storia d’Italia ma famelico di nuovi poteri, ha dimenticato le sue martellanti iniezioni di ottimismo sullo stato economico dell’Italia e ha annunciato una manovra finanziaria da macelleria sociale.   Blocco dei contratti, tagli, abolizione di province e chi più ne ha più ne metta.   Come al solito, pagano la crisi i lavoratori, soprattutto quelli a reddito fisso, e chi ha meno disponibilità economiche.  

Mentre il primo annuncio del nuovo governo conservatore-liberale britannico è il drastico taglio delle auto blù con un risparmio annuo di 2,8 milioni di sterline (4,7 milioni di euro), non si toccano le pingui disponibilità finanziarie di Presidenza del Consiglio dei Ministri e della Protezione civile, of course.

Per le sole 626.760 auto blù (un numero superiore a quello dei sette Paesi più industrializzati messi insieme) la Presidenza del Consiglio spende ben 9 milioni di euro all’anno.

Obiettivo: 24 miliardi di euro e la riconduzione al rapporto fra indebitamento pubblico e P.I.L. sotto il 3% entro il 2012, come stabilito dal trattato di Maastricht.

Eppure una sana gestione delle finanze pubbliche è possibile.  Qualche esempio di taglio virtuoso?  Eccoli:

*  programma del ritorno al nucleare: costo stimato di 70 miliardi di euro;

ponte sullo Stretto di Messina: costo stimato di 5 miliardi di euro;

*  risparmi sui “grandi eventi” gestiti dalla Protezione civile.

Qualche esempio di denaro pubblico gestito male?   Eccoli:

*  programma riunione G 8 a La Maddalena – L’Aquila: 512.474.178,00 euro;

rimborsi spese elettorali in favore dei partiti: 503 milioni di euro;

vaccini in gran parte inutilizzati contro il virus H1N1: 24.080.000,00 euro;

finanziamento alle scuole private: 500 milioni di euro;

costi senza controlli dei Consigli regionali: non quantificabili con esattezza.

Si potrebbe continuare per ore…

Gruppo d’Intervento Giuridico

 da Il Secolo XIX, 25 maggio 2010

Stop alle auto blu, i politici vanno in bus.

Niente più auto private e autisti perennemente a disposizione dei politici. D’ora in poi, infatti, ministri e sottosegretari, «quando possibile», dovranno andare al lavoro a piedi, in autobus, in metro o in treno – in seconda classe. Il colpo mortale alle auto blu governative – le ecologiche Toyota Prius – viene dal governo britannico in persona. Che nel dare inizio ai tagli alla spesa pubblica, aprendo i cancelli, di fatto, a un periodo di austerity, ha voluto dare per primo il buon esempio. Questione di soldi, dunque, ma anche questione di stile.«In futuro – ha dichiarato il segretario generale del ministero del Tesoro, il liberal-democratico David Laws – nessun ministro avrà un’auto dedicata o un autista, se non in occasioni eccezionali». Già David Cameron mesi fa aveva dichiarato guerra all’ingente voce di spesa destinata ai trasporti di lusso dei ministri del Regno che «girano in auto guidate da chauffeur come fossero membri della famiglia reale». Stando a Laws, i tagli permetteranno dei risparmi di 2,8 milioni di sterline all’anno, pari a circa un terzo del budget del Government Car Service. «Ministri e sottosegretari – ha continuato Laws – dovranno camminare, prendere i mezzi pubblici o dividere un’auto».

Angelo Balducci

Angelo Balducci

Come comuni pendolari, insomma. Gli unici che conserveranno auto e autista, per ragioni di sicurezza, saranno il primo ministro David Cameron, che in Parlamento si reca comunque a piedi, il ministro della Difesa Liam Fox, il ministro dell’Interno Theresa May e quello degli Esteri William Hagu.

da www.governo.it

Consiglio dei Ministri n.95 del 25/05/2010

La Presidenza del Consiglio dei Ministri comunica:

il Consiglio dei Ministri si è riunito oggi, alle ore 19,30 a Palazzo Chigi, sotto la presidenza del Presidente, Silvio Berlusconi.

Segretario, il Sottosegretario di Stato alla Presidenza, Gianni Letta.

Il Consiglio ha approvato un decreto-legge che contiene misure finalizzate alla stabilizzazione finanziaria e alla competitività economica.

La manovra nel biennio avrà effetti finanziari strutturali per complessivi 24 miliardi di euro. Obiettivo degli interventi è ricondurre il rapporto tra indebitamento e PIL nel 2012 al di sotto del 3%, come previsto dal Trattato di Maastricht.

La manovra è incentrata su tagli alla spesa pubblica, su una riduzione dei costi della politica e della pubblica amministrazione. Dal lato delle entrate, le misure si concentrano sul contrasto all’evasione fiscale e contributiva. Viene decisa la partecipazione dei Comuni alla lotta all’evasione, a fronte di un maggiore introito sulle somme recuperate. Rafforzate le verifiche incrociate fra Inps e Agenzia delle Entrate e introdotta la tracciabilità attraverso le fatture telematiche, mentre sono escluse nuove imposte o aumenti di quelle esistenti.

Sono inoltre previsti interventi fiscali a beneficio delle reti d’impresa; per la prima volta, un regime di fiscalità di vantaggio per il Mezzogiorno; misure per ridurre il peso della burocrazia; il rifinanziamento del Fondo per le infrastrutture; norme in materia di procedure fallimentari.

In materia di previdenza è prevista la riduzione delle finestre di uscita. Definite con il decreto misure contro i falsi invalidi. Sul fronte del pubblico impiego si stabilisce il congelamento per tre anni dei trattamenti economici, mentre viene introdotto un taglio per le retribuzioni pubbliche più elevate.

E’ stato altresì prorogato di ulteriori 60 giorni il termine per la fissazione di misure contro l’abusivismo nel settore del noleggio con conducente e dei taxi, al fine di dare seguito ai lavori dell’apposito tavolo tecnico istituito presso il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti.

Il Consiglio ha altresì esaminato talune leggi regionali, ai sensi dell’articolo 127 della Costituzione

La seduta ha avuto termine alle ore 20,50.

Silvio Berlusconi e Guido Bertolaso

Silvio Berlusconi e Guido Bertolaso

A.N.S.A.

, 26 maggio 2010

Manovra: ok del governo. Stop stipendi P.A. 4 anni. 2 articoli in 100 pagine. Provvedimento avrà impatto di 12 mld nel 2011 e altrettanti nel 2012.

ROMA  – Il Consiglio dei ministri ha dato via libera, salvo successive intese per perfezionare il testo, al decreto legge sulla manovra finanziaria 2011-2013. Lo si apprende da fonti governative. Un centinaio di pagine per un totale di 22 articoli. E’ la ‘consistenza’ della manovra economica. La manovra dà un messaggio chiaro: lo Stato deve costare meno ai cittadini, ha detto il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, al termine del Cdm. Si tratta – ha aggiunto il premier – di una manovra europea, taglia le spese, colpisce l’evasione fiscale e non aumenta le tasse. Non e’ una finanziaria punitiva.

TUTTE LE MISURE DELLA MANOVRA – Dai tagli ai ministri, passando alle finestre per la pensione fino ai pedaggi per i raccordi autostradali. Via inoltre alle Province più piccole, cioè quelle sotto i 220.000 abitanti che non confinano con Stati esteri e non ricadono in Regioni a statuto speciale. Spunta anche una tassa fino a 10 euro che può essere introdotta per ‘Roma Capitale’. Mentre non ci sono più le misure sui giochi che avrebbero previsto una stretta sul gioco clandestino, ma che, nonostante le anticipazioni, non sono state inserite nella manovra. Il ‘mix’ di misure per correggere i conti appare ormai tracciato. Ecco misure principali della manovra:

- SUBITO STOP CONTRATTI PUBBLICO IMPIEGO. Stop agli aumenti degli stipendi dei dipendenti pubblici già a partire da quest’anno. Il congelamento vale quattro anni, fino al 2013.

- TAGLI AI MINISTERI, GIRO VITE SU AUTO BLU. La sforbiciata é del 10% ma su formazione o missioni si arriva al dimezzamento della spesa. Arriva anche un giro di vite sulle auto blu.

- GLI ESCLUSI: PRESIDENZA CONSIGLIO E PROTEZIONE CIVILE: Saltano dal testo i tagli alla Presidenza del Consiglio e i limiti alla Protezione Civile.

- TAGLI AI PARTITI. Cala del 20% (e non viene dimezzato come inizialmente ipotizzato) il contributo per le spese elettorali.

- PAGAMENTI E TRACCIABILITA’. Tetto a 5.000 euro (e non 7.000 come da prime ipotesi) per i pagamenti in contanti. Obbligo di fattura telematica oltre i 3.000 euro.

- ARRIVA BANCOMAT P.A.. Addio ai libretti di deposito bancari o postali. In compenso arriva la carta elettronica istituzionale per effettuare i pagamenti da parte delle P.a..

- COMUNI E LOTTA EVASIONE: I comuni che collaboreranno incasseranno il 33% dei tributi statali incassati.

- TASSA SU ALBERGHI PER ROMA CAPITALE: Arriva un ‘contributo di soggiorno’ fino a 10 euro per i turisti negli alberghi di Roma per finanziare ‘Roma Capitale’. Protesta Federalberghi. Il Sindaco, Gianni Alemanno, parla di “notizie imprecise”.

- STANGATA SU MANAGER E STOCK OPTION: Salgono le tasse sulle stock option ma anche sui bonus dei manager e dei banchieri che eccedono il triplo della parte fissa della retribuzione.

- TEMPI SPRINT PER CARTELLE. L’accertamento e l’emissione del ruolo diventano contestuali rendendo più corto il tempo per contestazioni e ricorsi.

- CONDONO EDILIZIO E CASE FANTASMA. Confermata invece la sanatoria sugli immobili fantasma. Si ipotizza però un ampliamento di questa norma. Come in tutti i condoni la proposta potrebbe arrivare in Parlamento. La sanatoria andrà fatta entro il 31 dicembre.

- PER PENSIONE INVALIDITA’ SALE A 80%. Sotto questa soglia niente benefici. Previsti anche 200.000 controlli in più.

- IRAP ZERO PER NUOVE IMPRESE SUD. Le regioni del Mezzogiorno avranno la possibilità di istituire un tributo proprio sostitutivo dell’Irap per le imprese avviate dopo l’entrata in vigore del dl con l’opportunità di ridurre o azzerare l’Irap.

- RETI IMPRESA E ZONE ‘ZERO BUROCRAZIA’: Tremonti annuncia la creazione di reti d’impresa, per ottenere benefici fiscali e migliorare la capacità di incidere sui mercati, ma anche zone a burocrazia zero, nelle quale per aprire un’attività ci si potrà rivolgere ad un solo soggetto.

Firenze

Firenze

- STOP TURN-OVER P.A. Confermato per altri due anni.

- TAGLI ANCHE A MAGISTRATI. Lo stipendio verrà decurtato per il 10% nella parte eccedente gli 80.000 euro. Taglio del 10% anche per i magistrati del Csm.

- MANAGER P.A., SFORBICIATA 5-10%. Sotto i fari gli stipendi oltre i 90.000 e oltre i 130.000 euro.

- INSEGNANTI SOSTEGNO. Congelato l’organico. Non ci sarà il blocco del turn over per l’Università.

- DIVIDENDI A RIDUZIONE DEBITO. A partire dal 2011 500 milioni di dividendi che arrivano dalle società statali saranno impiegati per la riduzione degli oneri sul debito pubblico.

- TAGLI A COSTI POLITICA PRO CASSA INTEGRAZIONE: Le riduzioni di spesa che decideranno il Quirinale, il Senato, la Camera e la Corte Costituzionale, nella loro autonomia, serviranno a finanziare la Cassa Integrazione.

- PENSIONI: Rinvio delle finestre per il pensionamento e per il riordino degli enti. La novità è invece l’accelerazione dei tempi per l’aumento dell’età pensionabile a 65 anni per le donne dipendenti del pubblica amministrazione che avverrà a gennaio 2016.

- DEFINANZIAMENTO LEGGI INUTILIZZATE: Si recuperano risorse attraverso il definanziamento degli stanziamenti improduttivi. Saranno destinate al fondo ammortamento dei titoli Stato.

- TAGLIA-ENTI: Vengono soppressi Ipsema,, Ispel e Ipost. Ma anche l’Isae, l’Ice e l’Ente italiano Montagna. Salta o viene ridotto inoltre il finanziamento a 72 enti.

- CONTROLLO SPESA FARMACI: Acquisti centralizzati per le asl per trattare meglio il prezzo con i fornitori e interventi sui farmaci con una modifica delle quote di spettanza dei grossisti e dei farmacisti sul prezzo di vendita al pubblico delle specialità medicinali di classe a.

- 13 MLD DA AUTONOMIE TERRITORIALI: Alle Regioni vengono chiesti tagli per oltre 10 miliardi in due anni (2011 e 2012); ai Comuni e Province vengono chiesti risparmi di 1 miliardo e 100 nel 2011 e 2 miliardi e 100 nel 2012.

- PEDAGGI SU RACCORDI PER AUTOSTRADE: Si inserisce la possibilità di ‘pedaggiamento’ di tratti di strade di connessione con tratti autostradali.

- ADDIO A SIR E REL: Addio al Comitato Sir costituito per gli interventi nei settori di alta tecnologia e che prese in carico le società chimiche di Nino Rovelli, ed anche alla Rel, la finanziaria pubblica costituita qualche anno più tardi per sostenere il risanamento dell’industria elettronica.

l'ex Ministro dello sviluppo economico Claudio Scajola, quello che non sa chi gli paga la casa...

l'ex Ministro dello sviluppo economico Claudio Scajola, quello che non sa chi gli paga la casa...

A.G.I., 25 maggio 2010

BERLUSCONI,  PIU’ POTERI, cosi’ non posso operare.

Roma, 25 mag. – “Presidenzialismo o no, tocchera’ agli organi direttivi del mio partito assumere una decisione. Io mi adeguero’”. Lo dice Silvio Berlusconi rispondendo a Bruno Vespa che per il libro “Nel segno del Cavaliere” gli chiede se preferisca nella riforma costituzionale maggiori poteri al primo ministro o un capo dello Stato con poteri operativi come in Francia. E’ la maggioranza, osserva Vespa, che dovra’ fare la prima proposta. Il problema centrale delle riforme e’ in ogni caso l’aumento dei poteri del premier. “Fa parte della riforma della seconda parte della Costituzione che abbiamo in programma – risponde Berlusconi – riforma necessaria per rendere efficace ed incisiva l’azione del governo, dotando il presidente del Consiglio di poteri che oggi non ne ha, mettendolo sullo stesso piano dei suoi colleghi in tutto il mondo”. Berlusconi ribadisce quelle che a suo parere dovrebbero essere le prerogative del premier per rafforzarne il ruolo: “Nominare i ministri, dar loro istruzioni vincolanti e sostituirli se non funzionano. Oggi il presidente del Consiglio e’ appena un ‘primus inter pares’ – ripete – Soltanto con l’autorevolezza personale riesco a supplire a poteri che si limitano di fatto soltanto alla stesura dell’ordine del giorno delle sedute del Consiglio dei ministri”.  In Gran Bretagna il primo ministro puo’ decidere la data di scioglimento della Camera e scegliere la data delle elezioni.  E’ immaginabile da noi qualcosa del genere?, chiede Vespa “Soltanto in questo modo il premier ha un potere reale di condurre la politica del suo governo – risponde Berlusconi – Sarebbe un passaggio forte, ma non voglio creare problemi con l’opposizione e percio’ non insisto”.  Quale sistema la convince di piu’ tra quelli europei?, chiede ancora Vespa. “Sono aperto a qualunque soluzione possa rendere il Paese piu’ governabile. Mi limito a chiedere di poter operare, visto che ogni giorno devo constatare di non poterlo fare”.

cascata dei Sette Fratelli, S. Pietro Paradiso

cascata dei Sette Fratelli, S. Pietro Paradiso

Il Rapporto Istat 2009.

A.N.S.A., 26 maggio 2010

“Bamboccioni” per forza non scelta ma necessità. Istat: figli costretti a vivere con i genitori per problemi economici. Cala potere d’acquisto.

ROMA – L’Italia ha il più alto numero di giovani che non lavorano e non studiano. Si chiamano Neet (Non in education, employment or training) e nel nostro paese sono oltre 2 milioni. Per questo, ha il primato europeo. Hanno un’età fra i 15 e 29 anni (il 21,2% di questa fascia di età), per lo più maschi, e sono a rischio esclusione. Lo denuncia l’Istat nel rapporto annuale presentato oggi. Questi giovani sono coinvolti nell’area dell’inattività (65,8%). Il numero dei giovani Neet è molto cresciuto nel 2009, a causa della crisi economica: 126 mila in più, concentrati al nord (+85 mila) e al centro (+27 mila). Tuttavia il maggior numero, oltre un milione, si trova nel Mezzogiorno. Fra i Neet si trovano anche laureati (21% della classe di età) e diplomati (20,2%). E’ un fenomeno in crescita; nel 2007 (dati Ocse), l’Italia già registrava il 10,2% di Neet contro il 5,8% dell’Ue). Chi sono i giovani Neet? Sono coloro che perdono il lavoro e quanto più dura questo stato di inattività tanto più hanno difficoltà a rientrare nel mondo del lavoro. Tra il primo trimestre del 2008 e lo stesso periodo del 2009 la probabilità di rimanere nella condizione di Neet è stata del 73,3% (l’anno precedente era il 68,6%), con valori più elevati per i maschi residenti al nord. Alla più elevata permanenza nello stato di Neet si accompagna anche un incremento del flusso in entrata di questa condizione degli studenti non occupati (dal 19,9% al 21,4%) ed una diminuzione delle uscite verso l’occupazione.

FIGLI NON PIU’ BAMBOCCIONI, FORZATI VIVERE CON GENITORI – A casa con mamma e papà ma non più per scelta né per piacere. I ‘bamboccioni’ lasciano il posto ai conviventi forzati con i genitori, costretti dai problemi economici. Nonostante le aspirazioni, i 30-34enni che rimangono in famiglia sono quasi triplicati dal 1983 (dall’11,8% al 28,9% del 2009). Rilevante è anche la crescita dei 25-29enni, dal 34,5% al 59,2%. Nel complesso, i celibi e le nubili fra i 18 e 34 anni che vivono con i genitori sono passati dal 49% al 58,6%. L’Istat, nel rapporto annuale, afferma che in sei anni (dal 2003 al 2009) sono calati di ben nove punti i giovani (18-34 anni) che per scelta vogliono vivere nella casa dei genitori: la prolungata convivenza dei figli con genitori dipende soprattutto da questioni economiche (40,2%) e dalla necessità di proseguire gli studi (34%); la scelta vera e propria arriva solo come terza battuta (31,4%), era la prima qualche anno fa. In particolare, la percentuale di giovani che dichiara di voler uscire dalla famiglia di origine nei prossimi tre anni cresce dal 45,1% del 2003 al 51,9% del 2009, aumentando di più tra i 20-29 anni che tra i 30-34 anni. Il calo è registrato soprattutto nelle zone più ricche del Paese (-16 punti nel nord-est e -13 nel nord-ovest), dove la propensione ad essere ‘bamboccioni’ era maggiormente segnata nel passato. Tra le motivazioni economiche, spiccano le difficoltà nel trovare casa (26,5%) e quella di trovare lavoro (21%).

Pettirosso

Pettirosso

VERSO CONSOLIDAMENTO RIPRESA, MA NON PER COSTRUZIONI – La ripresa si avvia verso una fase di “progressivo consolidamento” nei prossimi mesi in tutti i settori “ad eccezione delle costruzioni” che restano a picco, in Italia così come in altri Paesi europei quali Francia e Spagna. Lo afferma il Rapporto annuale dell’Istat sulla situazione del Paese nel 2009, avvertendo tuttavia che il recupero dei livelli pre-crisi, a partire dalla produzione industriale, non sarà rapido. Il settore delle costruzioni, fortemente colpito dalla recessione, non mostra segnali di recupero e anzi, dice l’Istat, “non sembra avere ancora toccato il minimo ciclico”: per i Paesi dell’Unione monetaria a gennaio-febbraio 2010 l’indice ha segnato un calo congiunturale del 2,9% sul bimestre precedente.

DA UE 400 MLD A FAMIGLIE E IMPRESE IN BIENNIO CRISI - Nel biennio 2008-2009 i paesi europei hanno destinato risorse per circa 400 miliardi di euro, ossia il 3% del Pil dell’Ue, a imprese e famiglie. E’ uno dei dati contenuti nel Rapporto annuale dell’Istat sulla situazione del Paese, in cui da un lato si riconosce che la recessione ha avuto una durata “relativamente breve” – circa un anno, tra la primavera 2008 e la primavera 2009 – anche grazie ad un intervento di “contenimento senza precedenti da parte delle autorità di governo”. Dall’altro, tuttavia, sottolinea ancora il Rapporto, le misure anti-crisi hanno spinto in alto la spesa e provocato “un notevole peggioramento a medio termine dei conti pubblici”.

IN ITALIA PRESSIONE FISCALE A 43,2%, SALE STACCO UE – La pressione fiscale in Italia è salita al 43,2% nel 2009, aumentando di tre decimi di punto rispetto all’anno precedente (42,9% nel 2008) e ampliando lo stacco di oltre tre punti percentuali con la media Ue che l’anno scorso si è attestata al 39,5% (dal 40,3% del 2008). E’ quanto si evince dal Rapporto annuale dell’Istat. “Caso unico” tra le grandi economie, sottolinea l’Istituto nazionale di statistica, nel Paese risultano in forte crescita le imposte in conto capitale (per quasi 12 miliardi di euro), sospinte da circa 5 miliardi di euro per il cosiddetto ‘scudo fiscale’ e dal versamento una tantum per l’imposta sostitutiva di alcuni tributi. E’ invece calato del 4,2% il gettito delle imposte indirette (già diminuito del 4,9% nel 2008), del 7,1% quello delle imposte dirette e dello 0,5% quello dei contributi sociali effettivi.

POTERE ACQUISTO SCIVOLATO SOTTO LIVELLO INIZIO 2000 – Nel 2009 il potere d’acquisto pro capite italiano è scivolato sotto il livello del 2000. Lo rileva il Rapporto annuale dell’Istat presentato oggi alla Camera. In particolare, al netto dell’effetto dell’aumento di popolazione, la discesa del potere d’acquisto delle famiglie è stata di circa 3 punti percentuali in un biennio, “con un profilo simile a quanto accaduto nella crisi del 1992-93″. La riduzione del reddito pro capite nel 2009 è risultata del 2,3% rispetto al 2000 che, in altri termini, è corrisposto ad una perdita di oltre 300 euro per abitante ai prezzi del 2000. I consumi, tuttavia, ne hanno risentito comparativamente meno perché contestualmente si è registrata una riduzione della propensione al risparmio, scesa al 14% dal 14,7% del 2008, al di sotto dei livelli di tutte le altre maggiori economie dei paesi dell’Unione monetaria.

15% FAMIGLIE IN DISAGIO ECONOMICO, UNA SU 4 AL SUD – Oltre il 15% delle famiglie vive in condizioni di disagio economico, con una percentuale che supera il 25% nel Mezzogiorno; una su tre non riesce a sostenere spese impreviste, quasi una su due non può permettersi una settimana di ferie lontano da casa, mentre ci si indebita sempre più. E’ la fotografia scattata dal Rapporto annuale dell’Istat sulla situazione del Paese nel 2009, presentato oggi alla Camera. La crisi, tuttavia – viene evidenziato – ha colpito le famiglie che già stavano peggio, tanto che la maggior parte (il 60%) di quelle in condizioni di disagio economico lo era già nel 2008. Da un lato, infatti, la percentuale delle cosiddette famiglie ‘deprivate’ risulta essere nel 2009 pari al 15,3%, un valore sintetico sostanzialmente stabile rispetto all’anno precedente. Ma scorrendo le singoli voci di disagio, tra il 2008 e il 2009 si nota come sia cresciuto il numero delle famiglie indifese nel far fronte a spese impreviste (passate dal 32% al 33,4% nella media nazionale), quelle in arretrato col pagamento di debiti diversi dal mutuo (dal 10,5% al 13,6% di quelle che hanno debiti) e quelle che si sono indebitate (salite dal 14,8% al 16,4%). Allo stesso modo sale al 40,6% (dal 39,4% del 2008) la quota di famiglie per cui una settimana di ferie in un anno lontano da casa è solo un miraggio. Ma non manca neppure chi, allo stremo, dichiara di non aver avuto avuto almeno una volta nel corso dell’anno soldi per acquistare cibo: la media risulta pari al 5,7% (dal 5,8% del 2008) ma al nord si sale dal 4,4% al 5,3%. E ancora: cala leggermente la quota di famiglie che non può permettersi di riscaldare adeguatamente l’abitazione (10,7% dall’11,2% del 2008), benché – viene rilevato – i prezzi al consumo del gas e dei combustibili liquidi siano diminuiti rispettivamente dell’1,5% e del 20%. Si riduce anche la percentuale di famiglie che riferisce di essere in arretrato con il pagamento del mutuo (dal 7,6% al 6,4%) e con il pagamento dell’affitto (dal 14% al 12,5% del totale in affitto). Scende, infine, dal 17,3% al 15,5% la quota dei nuclei familiari che dichiara di arrivare con “molta difficoltà” a fine mese. L’acquisto degli abiti necessari resta invece difficile per il 17,1% delle famiglie, in calo rispetto al 18,5% dell’anno precedente; per l’8,7% (dall’8,3%) lo sono le spese per i trasporti.

CRISI HA COLPITO LAVORO MA CIG HA FRENATO EMORRAGIA – Il “massiccio ricorso” alla cassa integrazione guadagni ha “contenuto l’effetto della crisi sui posti di lavoro” e ha “frenato, soprattutto nell’industria, l’emorragia occupazionale”. Lo rileva l’Istat nel Rapporto annuale sulla situazione del Paese nel 2009, ricordando che lo scorso anno si è registrata la prima caduta dell’occupazione in Italia dal 1995, con una riduzione degli occupati di 380 mila unità (-1,6%), soprattutto tra gli uomini (-2%; donne -1,1%). Il picco del ricorso alla cig è stato segnato nel terzo trimestre del 2009, quando si è passati ad un valore medio del 9,5% nelle imprese con almeno dieci dipendenti. Incremento che si è accompagnato ad una crescita “in misura significativa” delle risorse impiegate e destinate al sostegno di lavoratori e famiglie: per la cassa integrazione guadagni sono aumentate di oltre 1,5 miliardi di euro, per l’indennità di disoccupazione di circa 2 miliardi e di altri 1,5 miliardi per il bonus straordinario per le famiglie a basso reddito. In totale, oltre 5 miliardi di euro in più rispetto al 2008. L’Istat parla, dunque, di due fondamentali ammortizzatori sociali: la cig, che ha mitigato l’impatto sulla perdita di reddito salvaguardando in particolare i capifamiglia, e la famiglia stessa, con i giovani che sono stati in assoluto i più colpiti dalla crisi ma che, proprio per questo, hanno contenuto le ripercussioni sui genitori.

OCCUPAZIONE FEMMINILE PEGGIORA, IN CALO NEL 2009 – Si aggrava la condizione lavorativa delle donne italiane. Con la crisi – afferma l’Istat nel rapporto annuale – le lavoratrici del nostro paese peggiorano una “criticità storica”: il loro tasso di occupazione nella fascia 15-64 anni è sceso nel 2009 al 46,4%, oltre 12 punti percentuale in meno della media nell’Ue (58,6%). Fra il 1996 e il 2008, l’occupazione femminile era passata dal 38,2% al 47,2%. Lo scorso anno, questa tendenza si è interrotta registrando un meno 0,6%. Nell’Ue, l’Italia è migliore solo a Malta (37,7%) In particolare, è il Mezzogiorno – che ha assorbito quali la metà del calo complessivo delle occupate (-105 mila donne) – a segnare fortemente il passo. In quest’area, per ogni 100 donne occupate nel primo trimestre 2008, a distanza di un anno 14 sono transitate nella condizione di non occupate (10 nella media italiana). Il tasso di occupazione femminile nel Mezzogiorno è del 30,6% contro il 57,3% del Nord-Est. Si è poi ulteriormente abbassato il tasso di occupazione delle donne con titolo di studio inferiore al diploma di scuola media superiore (solo il 29% delle donne con licenza media ha un’occupazione); nel Mezzogiorno supera di poco il 20%. Solo le laureate riescono a raggiungere i livelli europei, ma non le giovani che invece incontrano difficoltà all’ingresso del mercato del lavoro. La presenza di figli si conferma un deterrente al lavoro: nella fascia 25-54 anni, assumendo come base le donne senza figli, i tassi di occupazione sono inferiori di 4 punti percentuali per quelle con un figlio, di 10 per quelle con due figli, di 22 per quelle con tre o più figli. Tale andamento – sottolinea l’Istat – non si riscontro nei principali paesi europei. Sotto la media Ue anche il ricorso al part-time. Lo utilizzano il 28,2% delle italiane contro una media del 28,9% in nella Ue; in Germania è il 46,7%, nel Regno Unito il 37,9%, in Spagna il 21,7%.

Garzetta

Garzetta

IN CALO POPOLAZIONE ATTIVA, -11% ENTRO 2051

CRISI PESANTE PER STRANIERI,CALO OCCUPAZIONE E’ DOPPIO – La crisi pesa di più sui lavoratori stranieri che italiani. Il tasso di occupazione dei primi è infatti calata nel 2009 a ritmi doppi rispetto ai secondi. Per gli italiani – rileva il rapporto annuale dell’Istat – infatti il tasso di occupazione (56,9%) è diminuito nel 2009 di oltre un punto percentuale, mentre per gli stranieri la flessione è stata più che doppia (dal 67,1% del 2008 al 64,5% dell’anno scorso). Anche il tasso di disoccupazione, è maggiore per gli stranieri, 2,7 punti (11,2%) in più rispetto a 0,9% degli italiani (7,5%). Per gli stranieri, l’aumento della disoccupazione (+77 mila) e dell’inattività (+113 mila) è avvenuto in presenza di un aumento dell’occupazione (+147 mila), concentrata nelle professioni non qualificate e in quelle operaie, dove la presenza di stranieri è già alta. Per l’Istat, ciò vuol dire che “anche nella crisi, gli immigrati non occupano i posti degli italiani. Continuano a rispondere alla domanda di lavoro non soddisfatta dalla manodopera locale”.

FORMAZIONE’CRITICA’,4.6 MLN LAVORATORI SOTTOINQUADRATI – La formazione è un capitolo pieno di carenze in Italia. Non riesce ad incidere nell’inclusione sociale; sul conseguimento dei titoli superiori continua a pesare una “forte disuguaglianza” legata alla classe sociale della famiglia di provenienza degli studenti. Ciò – ritiene l’Istat – blocca la mobilità sociale. Un esempio. Nel periodo 2004-2009 la quota di lavoratori diplomati passa dal 44,5% al 46,6% e quella dei laureati dal 14% al 17,2% ma “l’incidenza delle professioni qualificate e tecniche rimane sostanzialmente stabile acuendo il divario fra domanda ed offerta di lavoro degli occupati con medio-alto titolo di studio”. Nel 2009, circa 16,5 milioni di occupati (72,4%) svolgono una professione adeguata al livello d’ istruzione, 1,7 milioni (7,4%) ha un lavoro relativamente più qualificato mentre il 20,2% (4,6 milioni) è sottoinquadrato. Rispetto al 2004, il fenomeno del sottoinquadramento interessa oltre un milione di persone in più. Quasi la metà dei sottoinquadrati sono giovani, con 15-34 anni; in termini relativi, l’incidenza che svolgono un lavoro non adeguato al proprio livello di istruzione è del 31% (+6,8% rispetto al 2004). Il fenomeno dei sottoinquadrati si registra nei lavori meno tradizionali: il 46,9% degli occupati a termine, il 40,1% di quelli in part time e il 30,5% nelle collaborazioni. In generale, i livelli d’istruzione degli italiani sono “critici”. Nel 2009, circa il 10% ha solo la licenza elementare o nessun titolo, il 36,6% la licenza media, il 40% il diploma e il 12,8% la laurea. Il 7,7% degli iscritti alle scuole superiori nel 2008-2009 ha ripetuto l’anno; il 12,2% degli iscritti al primo anno abbandona il percorso di studi, il 3,4% lascia al secondo anno. Nel Mezzogiorno sono del 14,1% e 3,8%. Nel 2009, oltre 1.2 milioni dichiara di non aver letto neanche un libro e di non aver mai utilizzato il pc. La non lettura coinvolge 4 ragazzi su 10; circa il 20% non usa il pc. La propensione alla lettura è condizionata dalla famiglia: i lettori superano il 72% se uno dei due genitori è laureato, se entrambi leggono. Anche l’utilizzo del pc avviene in casa, a scuola coinvolge appena 4 bambini su 10. La posizione dell’Italia poi nell’alta formazione “é distante” da quella di altri importanti paesi europei: nel 2007 hanno conseguito un titolo terziario circa 60 persone ogni mille giovani (20-29 anni), a fronte dei 77 della Francia e di oltre 80 del Regno Unito e della Danimarca. Anche i titoli nelle discipline tecnico-scientifiche collocano l’Italia sotto la media Ue (12,1 a fronte di 13,8 per mille 20-29 anni), poco al di sopra di Spagna e Germania. Il numero dei ricercatori a tempo pieno nelle imprese è salito di appena il 14% tra il 1990 e il 2008, contro il 40% della Germania. Nello stesso periodo, in Francia il numero dei ricercatori è raddoppiato e in Spagna triplicato.

- L’Italia si conferma uno dei paesi più vecchi d’Europa e quello con uno dei più bassi indici di natalità. Lo squilibrio generazionale “é tra i più marcati d’Europa”. Nei prossimi decenni, la popolazione attiva è destinata a ridursi: si stima che arriverà entro il 2031 a 37,4 milioni ed entro il 2051 a 33,4 milioni. La popolazione in età attiva passerebbe così dal 65,8% di oggi al 54,2% entro il 2051. Nel rapporto annuale dell’Istat, si afferma che la questione demografica “desta grandi preoccupazioni”. L’Italia, dopo la Germania, è il paese più anziano d’Europa; risente in particolare di un squilibrio generazionale: il rapporto di dipendenza tra le persone in età inattiva (0-14 anni e 65 anni e più) e quelle in età attiva (15-64 anni) è passato dal 48 al 52% in dieci anni per effetto del peso crescente delle persone anziane (da 27 ogni 100 in età attiva nel 2000 a 31 nel 2009). Il rapporto fra le persone over 65 e quelle in età 0-14 anni (indice di vecchiaia) è di 144. Era 127 nel 2000. Tenuto conto che l’indice di fecondità (1,41 figli per donna; in Italia il tasso di natalità nel 2008 è di 9,6 per mille; sta meglio solo di Austria, 9,3 per mille, e di Germania, 8,3 per mille) risente positivamente della popolazione straniera, per l’Istat questo squilibrio è destinato ad aumentare raggiungendo a metà secolo un indice di vecchiaia di 256 (112 punti in più). Ciò vuol dire – sottolinea ancora l’Istat – che è da considerare prioritario l’investimento nei giovani per assicurare la sostenibilità del paese nel futuro. Fra l’altro, si va verso un aumento della speranza di vita: nel 2050 84,5 anni per gli uomini, 89,5 per le donne. Tra oggi e il 2051 si prevede una diminuzione di circa 400 mila giovani under14 (passeranno dal 14 al 12,9% della popolazione; saranno 7,9 milioni). Mentre gli anziani, dovrebbero raggiungere i 20,3 milioni. Un residente su cinque avrà più di 64 anni. I grandi anziani, oltre gli 85 anni, saranno il 7,8% del totale (4,8 milioni).

 

 (foto da http://cdn.picapp.com, www.ansa.it, mailing list sociale, S.D., archivio GrIG)

  1. 18 Novembre 2010 a 18:22 | #1

    A.N.S.A., 18 novembre 2010
    Cei: finanziamenti a scuola paritaria. Mons. Crociata, fanno risparmiare allo Stato 5,5 mld di euro.

    ROMA, 18 NOV – ‘Finanziamento alla scuola, buono scuola e detrazioni fiscali’ sono i provvedimenti ‘nel breve termine’ che la Cei chiede alla ‘legislazione statale’ per garantire risorse alle scuole paritarie. Lo spiega il segretario della Cei, monsignor Crociata. In Italia, afferma, ‘la presenza delle scuole paritarie fa risparmiare ogni anno allo Stato 5 miliardi e mezzo di euro, di fronte a un contributo dell’amministrazione pubblica di poco piu’ di cinquecento milioni’.

  2. 12 Novembre 2010 a 15:29 | #2

    e alle scuole paritarie (cioè scuole private) andranno ben 245 milioni di euro, come l’anno scorso, in palese contrasto con l’art. 33 Cost.

    A.N.S.A., 12 novembre 2010
    Fondi scuole paritarie salgono a 245 mln.
    Ieri dalle Regioni e dai Comuni era arrivato un secco no al maxiemendamento.

    ROMA – Arrivano 245 milioni per le scuole paritarie. E’ l’effetto della riformulazione del comma 47 del maxiemendamento del Governo. Ieri l’ipotesi era che i fondi potessero arrivare massimo a 150 milioni. Questa scelta – spiega il viceministro Giuseppe Vegas – “é per andare più o meno in pari con il livello di finanziamenti del 2009″.

  3. 9 Settembre 2010 a 14:25 | #3

    da La Nuova Sardegna, 9 settembre 2010
    IL COMMENTO. QUANDO LA STUPIDITÀ RISCHIA DI VOLGERE IN TRAGEDIA.
    Nel Paese sacche di disagio dove può germogliare la violenza. (Luigi Irdi)

    Fuori da ogni ipocrisia bisogna dire che sicuramente c’è chi ha sogghignato alla notizia della contestazione violenta subita dal segretario della Cisl Raffaele Bonanni alla festa del Pd di Torino, così come altri avranno apprezzato i fischi al presidente del Senato Schifani o al vecchio sindacalista Franco Marini. E invece c’è pochissimo da ridere.
    Nel caso di Bonanni, poi, ben oltre i fischi, che in un dibattito pubblico possono perfino trovare spazio, si è trattato di una autentica aggressione fisica che ha costretto il segretario della Cisl a lasciare il palco. I sindacalisti sono figure importanti. Sono persone che hanno fatto la storia dei diritti dei lavoratori, che per essi spendono spesso la loro vita. Per questo è molto più grave la contestazione, soprattutto se violenta, nei confronti di un sindacalista che di un politico di mestiere.
    I sindacalisti sono stati ammazzati dalla criminalità organizzata, dalle squadracce fasciste al servizio dei grandi proprietari terrieri e, nel nostro Paese, dalle Brigate Rosse che pensavano di fare la rivoluzione sparando a tradimento a galantuomini come Guido Rossa, l’operaio e sindacalista Cgil dell’Italsider di Genova assassinato nel 1979. E’ solo il caso di ricordare che solo due anni prima, nel 1977, Luciano Lama era stato scacciato a sprangate dall’università di Roma e negli anni immediatamente successivi l’Italia avrebbe conosciuto il terrorismo brigatista.
    Sarebbe consolante liquidare l’episodio di Torino come l’iniziativa sciagurata di un pugno di idioti, ridurlo a un problema di ordine pubblico, e forse le cose stanno proprio così. Ma sarebbe anche irresponsabile non capire che, anche se l’Italia di oggi non è più quella degli anni ’70 con le sue alte tensioni sociali, basta poco perché il confine tra pratica politica democratica e istituzionale e linguaggio della prepotenza salti.
    Forse i telegiornali non ce le mostrano, ma esistono larghe fasce sociali del Paese in grande difficoltà in cui una rabbia sbrigativa può fare presa. E esiste già un filo di violenza sotterranea e diffusa che si manifesta in mille comportamenti testimonianze di una scarsa tenuta delle regole di convivenza e di una bassissima soglia di legalità.
    Non aiutano da questo punto di vista gesti clamorosi e inutili come la disdetta unilaterale del contratto dei metalmeccanici da parte della Federmeccanica, non aiuta soprattutto una politica che dedica la maggior parte delle sue energie a tentare di liquidare l’avversario fisicamente, a colpirlo perché è considerato di volta in volta un usurpatore o un traditore. Non aiuta l’informazione ridotta a propaganda, l’evocazione della piazza come vendicatrice di torti, né coloro che persino in occasioni come queste riescono con la dichiarazioncina di rito, a piegare un episodio di stupida violenza a ragioni di bottega politica.
    Quasi sempre la violenza è figlia dell’ignoranza o della stupidità o delle due insieme e non c’è appello alla responsabilità che possa convincere un vero stupido.
    Ma è quando lo stupido si convince che la violenza, sia essa fisica o verbale, brutale o raffinata, è la soluzione più efficace, e soprattutto l’unica, che la stupidità volge infine in tragedia.

  4. 24 Giugno 2010 a 17:32 | #4

    Regioni,no a manovra.
    Regioni pronte a ridare competenze relative al decreto legislativo 112 Bassanini allo Stato.

    ROMA – Le Regioni sono pronte a restituire le competenze relative al decreto legislativo 112 Bassanini allo Stato: è quanto ha affermato il presidente della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, Vasco Errani, in una conferenza stampa.
    Le materie le cui competenze verrebbero restituite allo Stato sono: il trasporto pubblico locale, il mercato del lavoro, la polizia amministrativa, gli incentivi alle imprese, la Protezione Civile, il servizio maregrafico, il demanio idrico, l’energia e le miniere, i trasporti, gli invalidi civili, la salute, le opere pubbliche, l’agricoltura, la viabilità e l’ambiente. “Tutto questo perché – ha spiegato Errani – l’insieme di queste competenze valgono oltre 3 miliardi di euro mentre il taglio previsto nel 2001 è di oltre 4 miliardi di euro”. Errani ha spiegato che questo punto verrà messo all’ordine del giorno della prossima convocazione straordinaria della Conferenza Stato-Regioni.
    “Chiederemo un incontro al premier Berlusconi e ai presidenti di Camera e Senato per illustrare la nostra posizione”: così il presidente della Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome, Vasco Errani, incontrando i giornalisti, che spiega che il confronto serve per valutare le ricadute della manovra sui servizi a cittadini e imprese. “Poi informeremo il presidente della Repubblica”, conclude Errani.

    FORMIGONI, IL GOVERNO SI RIPRENDA LE COMPETENZE – “Di fronte ad un ministero del tesoro così virtuoso secondo il quale è possibile garantire il trasporto pubblico anche con questi tagli, noi ci leviamo il cappello e diciamo: caro governo riprenditi quelle competenze stabilite dalle Bassanini”. Lo ha detto il presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni che ha sottolineato come il documento della Conferenza delle regioni è stato approvato all’unanimità: “Compresi i colleghi Cota e Zaia della Lega”. “Giudichiamo irricevibile – ha affermato Formigoni – questa pretesa del ministero delle finanze di tagliare in maniera indiscriminata i fondi per le regioni e quindi di tagliare i servizi che le regioni non sarebbero più in grado di garantire ai cittadini. Per questo chiediamo che il governo si riprenda la gestione diretta di queste funzioni. Sia quindi il governo a gestire il trasporto pubblico locale, gli aiuti alle imprese e alle famiglie poichè il ministero sembra convinto che treni, autobus e fondi per le imprese si possano garantire decurtando di oltre un terzo le risorse”. “Il nostro – ha aggiunto – è un gesto di grande trasparenza e va nella direzione di formulare delle proposte rispettando i saldi. Il ministero è convinto che si può gestire meglio, lo faccia ma noi siamo convinti che questa manovra se rimanesse inalterata provocherebbe tagli ai servizi insostenibili”. “Non è pensabile – ha concluso Formigoni – che il ministero pensi di individuare gli sprechi fuori di casa sua quando invece i dati dicono che l’aumento del debito in questi anni si deve soprattutto ai ministeri”.

    di Chiara Scalise

    ROMA – La manovra correttiva pesa sulla crescita, producendo un calo del Pil rispetto alle stime precedenti del governo dello 0,5% nel triennio 2010-2012. Il Tesoro, su pressing del Parlamento, fornisce i dati aggiornati e ammette gli effetti negativi nel breve periodo sui conti pubblici del decreto legge varato a fine maggio.
    Dati che però non scalfiscono la certezza del superministro dell’Economia Giulio Tremonti di aver agito nell’interesse dell’Italia scegliendo l’unica strada praticabile: senza “questa manovra – assicura infatti – oltre a non esserci la crescita” assisteremmo “al collasso” dell’intera struttura. Intanto comuni, province e Regioni non mollano e insistono nel chiedere una revisione dei tagli alle autonomie, che rappresentano un capitolo centrale delle misure del governo. E se nella trattativa con i sindaci “qualcosa sembra muoversi”, con le Regioni si alza ancora una volta il livello dello scontro. Dall’incontro con il titolare di via XX Settembre non é arrivata “alcuna apertura”, spiega il presidente Vasco Errani che si dice convinto che “di fatto” si stia rendendo “impraticabile” il federalismo fiscale. La “logica evangelica” sponsorizzata da Tremonti che ha invitato le Regioni più ricche, e quindi anche quelle a Statuto speciale, a “dare di più” non convince i diretti interessati che spiegano di “aver già fatto la loro parte” e bollano come una provocazione le parole del ministro.
    Decisamente meno drammatico l’esito del confronto con i Comuni (che oggi sono scesi in piazza incassando anche la solidarietà del Pd), per i quali secondo quanto riferiscono fonti parlamentari di maggioranza si starebbe ragionando su modifiche alla distribuzione dei tagli: una possibilità allo studio sarebbe quella di penalizzare soprattutto le realtà meno virtuose. Sul tavolo anche la revisione del Patto di stabilità, con l’obiettivo di consentire maggiore flessibilità per le spese per investimenti agli enti locali con in conti in ordine. In attesa che si trovino le intese e che queste vengano tradotte in proposte concrete e messe nero su bianco il Parlamento ha intanto iniziato a votare gli oltre 2500 emendamenti presentati dai gruppi al Senato. I lavori procedono ovviamente al rallentatore come dimostra il fatto che nel corso di un intero pomeriggio non è stata approvata alcuna modifica, neanche quelle sulle quali relatore e governo hanno espresso parere favorevole.
    Domani tra l’altro la commissione Bilancio di Palazzo Madama dovrebbe riprendere l’esame del decreto proprio dalle misure che riguardano le Autonomie locali ma è probabile che i nodi siano rinviati ancora. Oltre alle misure annunciate dall’Esecutivo (innalzamento dell’età pensionabile per le donne nella Pa, revisione del taglio del prezzo dei farmaci) tra i capitoli aperti e sui quali la maggioranza ha intenzione di intervenire c’é il settore della Difesa e della sicurezza. Di questo tra l’altro avrebbero parlato Tremonti e il presidente del Pdl al Senato Maurizio Gasparri nel corso di una riunione al Tesoro nel pomeriggio. Altro tema, quello degli assegni per gli invalidi: un intervento su questo fronte “é una assoluta certezza”, garantisce il relatore al dl Antonio Azzollini. Resta però da studiare quale strumento scegliere: se una semplice marcia indietro, riportando a quota 75% la soglia di invalidità sufficiente a chiedere il sostegno, oppure una via intermedia che metta al riparo dalla stretta solo alcune patologie tra cui i Down.

  5. 23 Giugno 2010 a 17:07 | #5

    Manovra: conta il messaggio o il contenuto?

    Le manovre economico-finanziarie non incontrano mai, in genere, il consenso di tutti. Ma la manovra contenuta nel decreto-legge n. 78 del 31 maggio scorso mi sembra particolarmente problematica e sarebbe buona cosa se ognuno rinunciasse al proprio orgoglio e la discussione parlamentare, senza forzature, riuscisse a migliorarla. Vediamo perché.

    La ragione principale sta nella contraddizione tra il contenuto della manovra e il messaggio che contestualmente viene trasmesso agli italiani. Faccio tre esempi.

    1) È certo buona cosa che, invertendo la direzione intrapresa con lo scudo fiscale (un premio all’evasione), la manovra contenga incentivi ai comuni per la lotta all’evasione e per un maggior impegno nell’accertamento. Ma occorre che, contestualmente, lo stesso messaggio positivo nei confronti del fisco e del significato solidaristico della tassazione provenga dalle persone che ricoprono gli incarichi al vertice dell’esecutivo. Così non è. Qui il contenuto è buono, il messaggio no.

    2) Il decreto-legge prosegue nella politica dei cosiddetti tagli “lineari”, caratterizzati dalla fissazione di percentuali rigide e uniformi di riduzioni di spesa. Così si toglie in pari misura a chi produce e a chi sperpera. Si finisce per premiare le inefficienze e penalizzare i comportamenti virtuosi. A fronte di ciò il messaggio invece insiste (talvolta anche in modo demagogico) su merito, performance, responsabilizzazione. Qui il messaggio è, almeno in parte, buono; il contenuto no.

    3) La manovra taglia i bilanci regionali in modo secco, sino all’azzeramento della parte di spesa regionale non vincolata. Il messaggio ossessivo di questi anni è però il cosiddetto federalismo, che dovrebbe soprattutto responsabilizzare i territori. Cosa impossibile se viene meno la possibilità materiale di una politica di bilancio. Qui, ancora una volta, c’è dissociazione tra messaggio e contenuto: il primo potrebbe essere accettabile (ove chiarito e riportato al suo significato etimologico); il secondo è da evitare.

    Se messaggio e contenuto non si incontrano, il risultato è che invece di concorrere quanti più cittadini possibile a uno sforzo comune, si continuerà a ritenere che le imposte le deve pagare il vicino, che impegnarsi o lasciarsi andare è la stessa cosa, che federalismo significhi egoismo di singoli, gruppi, territori e non un patto comune di crescita e sviluppo. Se poi a tutto questo aggiungiamo il diversivo della discussione sull’art. 41 della Costituzione (ritenuto, senza alcun fondamento, responsabile delle inefficienze e dei ritardi italiani: ma un maggior controllo pubblico sull’economia non è la lezione che ci è venuta dalla crisi mondiale?), è difficile non pensar male: che dietro all’esaltazione della libertà e della concorrenza vi siano soltanto gli appalti in deroga, le cricche e le furbizie di pochi. E la solidarietà muore, come parola e come pratica.

    Una battuta sul metodo. Un decreto-legge zeppo di norme e normette non è il miglior veicolo di una “manovra”. La legislazione troppo abbondante e caotica favorisce i soliti furbi e produce inefficienze. Anche su questo bisognerebbe meditare.

    “Più legge, meno leggi”, scrivevano i vescovi italiani quasi vent’anni fa in un felice documento dal titolo Educare alla legalità: la sua ripresa e aggiornamento potrebbe essere una bella traccia per la politica di oggi, perché diventi capace di rimettere insieme messaggi buoni e contenuti adeguati.

    Renato Balduzzi, Professore ordinario di Diritto costituzionale (Università del Piemonte Orientale) e presidente nazionale del Meic dal 2002 al 2009

  6. 23 Giugno 2010 a 17:06 | #6

    Manovra: conta il messaggio o il contenuto?

    Le manovre economico-finanziarie non incontrano mai, in genere, il consenso di tutti. Ma la manovra contenuta nel decreto-legge n. 78 del 31 maggio scorso mi sembra particolarmente problematica e sarebbe buona cosa se ognuno rinunciasse al proprio orgoglio e la discussione parlamentare, senza forzature, riuscisse a migliorarla. Vediamo perché.
    La ragione principale sta nella contraddizione tra il contenuto della manovra e il messaggio che contestualmente viene trasmesso agli italiani. Faccio tre esempi.
    1) È certo buona cosa che, invertendo la direzione intrapresa con lo scudo fiscale (un premio all’evasione), la manovra contenga incentivi ai comuni per la lotta all’evasione e per un maggior impegno nell’accertamento. Ma occorre che, contestualmente, lo stesso messaggio positivo nei confronti del fisco e del significato solidaristico della tassazione provenga dalle persone che ricoprono gli incarichi al vertice dell’esecutivo. Così non è. Qui il contenuto è buono, il messaggio no.
    2) Il decreto-leggeprosegue nella politica dei cosiddetti tagli “lineari”, caratterizzati dalla fissazione di percentuali rigide e uniformi di riduzioni di spesa. Così si toglie in pari misura a chi produce e a chi sperpera. Si finisce per premiare le inefficienze e penalizzare i comportamenti virtuosi. A fronte di ciò il messaggio invece insiste (talvolta anche in modo demagogico) su merito, performance, responsabilizzazione. Qui il messaggio è, almeno in parte, buono; il contenuto no.
    3) La manovra taglia i bilanci regionali in modo secco, sino all’azzeramento della parte di spesa regionale non vincolata. Il messaggio ossessivo di questi anni è però il cosiddetto federalismo, che dovrebbe soprattutto responsabilizzare i territori. Cosa impossibile se viene meno la possibilità materiale di una politica di bilancio. Qui, ancora una volta, c’è dissociazione tra messaggio e contenuto: il primo potrebbe essere accettabile (ove chiarito e riportato al suo significato etimologico); il secondo è da evitare.
    Se messaggio e contenuto non si incontrano, il risultato è che invece di concorrere quanti più cittadini possibile a uno sforzo comune, si continuerà a ritenere che le imposte le deve pagare il vicino, che impegnarsi o lasciarsi andare è la stessa cosa, che federalismo significhi egoismo di singoli, gruppi, territori e non un patto comune di crescita e sviluppo. Se poi a tutto questo aggiungiamo il diversivo della discussione sull’art. 41 della Costituzione (ritenuto, senza alcun fondamento, responsabile delle inefficienze e dei ritardi italiani: ma un maggior controllo pubblico sull’economia non è la lezione che ci è venuta dalla crisi mondiale?), è difficile non pensar male: che dietro all’esaltazione della libertà e della concorrenza vi siano soltanto gli appalti in deroga, le cricche e le furbizie di pochi. E la solidarietà muore, come parola e come pratica.
    Una battuta sul metodo. Un decreto-legge zeppo di norme e normette non è il miglior veicolo di una “manovra”. La legislazione troppo abbondante e caotica favorisce i soliti furbi e produce inefficienze. Anche su questo bisognerebbe meditare.
    “Più legge, meno leggi”, scrivevano i vescovi italiani quasi vent’anni fa in un felice documento dal titolo Educare alla legalità: la sua ripresa e aggiornamento potrebbe essere una bella traccia per la politica di oggi, perché diventi capace di rimettere insieme messaggi buoni e contenuti adeguati.

    Renato Balduzzi, Professore ordinario di Diritto costituzionale (Università del Piemonte Orientale) e presidente nazionale del Meic dal 2002 al 2009

  7. 1 Giugno 2010 a 15:12 | #7

    qui il testo del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78 “Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitivita’ economica” (http://www.gazzettaufficiale.it/guridb/dispatcher?service=1&datagu=2010-05-31&task=dettaglio&numgu=125&redaz=010G0101&tmstp=1275342842525)

  8. 1 Giugno 2010 a 15:00 | #8

    A.N.S.A., 31 maggio 2010
    Manovra, Napolitano firma il decreto legge.
    Il testo è in Gazzetta Ufficiale. Stralciata lista di 232 enti culturali. Anm pronta a sciopero.

    ROMA – Il parto è stato più travagliato del previsto, ma alla fine il decreto legge che contiene la manovra da 24 miliardi di euro, dopo tre giorni di passione, ha visto la luce. Giorgio Napolitano ha firmato stamani il decreto, dopo che i tecnici di palazzo Chigi sono intervenuti tenendo conto delle osservazioni del Colle, giudicando sufficienti i chiarimenti e le modifiche apportate ieri sera dal governo alla formulazione consegnata sabato mattina al Quirinale. Senza queste modifiche, a giudizio del presidente della Repubblica, l’emanazione sarebbe stata impossibile. Subito dopo, il Capo dello Stato ha lanciato un nuovo forte appello alla classe dirigente politica a “superare sterili contrapposizioni e dannosi particolarismi”.
    Il decreto legge che contiene le misure della manovra è stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale online. “Misure urgenti in materia distabilizzazione finanziaria e di competitività economica” è il titolo del decreto inserito nel supplemento ordinario della Gazzetta che entra in vigore da oggi.
    Di fronte alle richieste del capo dello Stato, il governo ha fatto buon viso. Berlusconi ha messo al lavoro il sottosegretario Gianni Letta e le difficoltà sono state appianate. Fra l’altro, a quel che è dato sapere, è stato eliminato l’elenco di 232 enti culturali privati ipso facto dei finanziamenti pubblici. La lista comprendeva alcune fra le più prestigiose istituzioni e aveva suscitato la rivolta degli interessati e dello stesso ministro della Cultura Bondi. Il taglio da apportare resta, ma a stabilire chi e in quale misura dovrà subirlo sarà il ministro competente sentiti gli esperti. Non è poco. E’ una modalità che va nello spirito che Napolitano suggerisce da almeno una settimana: i ‘sacrifici’ devono essere equi, le decisioni chiare e comprensibili, e possibilmente condivise con le opposizioni parlamentari. Napolitano spinge instancabilmente in questa direzione. Oggi, in un messaggio inviato ai prefetti in occasione della Festa della Repubblica, ha ripetuto “l’auspicio che da parte delle classi dirigenti vi sia uno scatto di consapevolezza della necessità di un impegno condiviso per superare sterili contrapposizioni e dannosi particolarismi. Questo modo di interpretare la responsabilità pubblica – ha aggiunto – è il miglior contributo per riaffermare, nel 150.mo dell’Unità d’Italia, le ragioni dell’unità e dell’indivisibilità della Repubblica”.
    Il capo dello Stato è stato il primo a parlare apertis verbis della inevitabilità di una dura manovra di contenimento delle spese e di stabilizzazione dei conti pubblici. Il primo a usare la parola ‘sacrifici’, e a dire che affinché siano accettate le misure devono essere pienamente comprensibili. Insomma, ognuno deve assumersi le proprie responsabilità. “Il Paese ha bisogno di una buona Amministrazione che – ha detto oggi il presidente ai prefetti – venga percepita nella sua capacità di dare risposte concrete alle esigenze e alle aspettative più avvertite dalle popolazioni, attraverso l’azione di amministratori e funzionari pubblici improntata a trasparenza e sobrietà”. Domani Napolitano offrirà nei Giardini del Quirinale il tradizionale ricevimento per la Festa della Repubblica e invierà un messaggio ai cittadini.

    ANM DA LETTA, ‘I TAGLI SONO INIQUI, ORA SCIOPERO’ – Non incrociavano le braccia da cinque anni. Ma ora i magistrati torneranno a scioperare e stavolta lo faranno contro la manovra economica del governo, che giudicano “iniqua” e “punitiva” nei loro confronti e soprattutto nei riguardi dei giudici più giovani. L’annuncio della linea dura è stata data al termine di un incontro che i rappresentanti di tutte le magistrature hanno avuto con il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta. “Non ci sono spazi di mediazione, siamo pronti allo sciopero” hanno dichiarato i vertici dell’Associazione nazionale magistrati, dando per “sicura” la convocazione di un’astensione dal lavoro, accompagnata anche da altre forme di protesta, a cominciare da uno sciopero bianco. Una prospettiva che impensierisce il governo: non è un caso che una nota di Palazzo Chigi diffusa al termine dell’incontro sottolinea che Letta ha manifestato “particolare attenzione e preoccupazione per le questioni illustrate” dai magistrati, assicurando che “le rappresenterà in tutte le sedi istituzionali”. Mentre il Pdl, con il portavoce Daniele Capezzone, giudica “grave” la decisione dell’Anm, che “anziché contribuire con qualche sacrificio”, difende “una condizione privilegiata”. Per i vertici dell’Anm si è trattato quasi di una scelta obbligata, dopo che sabato il “parlamentino” delle toghe aveva congelato lo sciopero e le altre forme di protesta proprio in vista dell’incontro di oggi e nella speranza di un ripensamento del governo.
    Nei giorni scorsi le toghe si erano rivolte anche al capo dello Stato, inviandogli un documento in cui tra l’altro sostenevano l’incostituzionalità della manovra, perché “mina” la loro indipendenza visto che tocca il meccanismo di adeguamento delle loro retribuzioni, che è stato previsto proprio per evitare che i giudici debbano contrattare con il governo di turno. Ma l’incontro di oggi, accompagnato dalla notizia che Giorgio Napolitano aveva apposto la sua firma alla manovra, ha fatto capire che non c’erano più spiragli. “Abbiamo preso atto della conferma di misure che giudichiamo inique e irragionevoli” ha riferito a fine incontro il presidente dell’Anm Luca Palamara, mentre il segretario Giuseppe Cascini ha parlato di una “particolare volontà di punire la magistratura italiana”: “Avevamo detto sin dall’inizio che siamo pronti ad accettare i sacrifici necessari per far fronte alla grave crisi, purché caratterizzati dall’equità rispetto ad altre categorie. E invece, in questa manovra pagano in pochi, i magistrati più degli altri, e tra loro soprattutto quelli più giovani”. Lo sciopero e altre iniziative di mobilitazione saranno proclamati sabato prossimo dal parlamentino dell’Anm. Magistratura Indipendente, l’unica corrente all’opposizione della giunta guidata da Palamara, vorrebbe una protesta immediata. Considerato, però, che per l’astensione del lavoro é previsto un preavviso di dieci giorni e che con la protesta i magistrati sperano di incidere ancora sulla manovra, che dovrà essere convertita in legge dal Parlamento, è presumibile che la data dello sciopero potrebbe essere fine giugno. Prima, però, partirebbero le altre forme di mobilitazione: assemblee negli uffici giudiziari e forme di sciopero bianco per “dimostrare cosa avverrebbe se i magistrati smettessero di sacrificarsi, svolgendo attività non dovute per far funzionare la macchina giudiziaria”.

  9. 30 Maggio 2010 a 14:03 | #9

    Sandro Bondi, in fondo in fondo, è rimasto “comunista” :P :P :P

    A.N.S.A., 30 maggio 2010
    Manovra, Bondi critico. Idv in piazza con Cgil.
    Partito di Di Pietro invita Pd a “schierarsi con lavoratori”. Bersani: anche miliardari paghino
    Gli anestesisti, a rischio parti senza dolore e aborti. Consumatori propongono contro-manovra. Casini respinge ‘avance’ premier, non e’ una cosa seria.

    ROMA – “Avrei voluto che la decisione sugli enti a carattere culturale fosse stata presa insieme, il Ministero dei beni culturali non doveva essere esautorato”. Così il ministro Sandro Bondi torna, in un’intervista al Gr1, nella polemica sulla manovra economica e l’elenco dei 232 enti, istituti, fondazioni che non avrebbero più il contributo statale. “Io sono in totale sintonia con Tremonti sulle motivazioni che muovono la manovra, per le difficoltà in cui si muove il paese e la necessità di tagli coraggiosi. Molti degli enti che figurano in quell’elenco – aggiunge Bondi – vanno soppressi, ma alcuni come il Centro sperimentale di cinematografia, la Triennale di Milano, il Vittoriale, non possono in nessun modo essere considerati lussi”. Quanto al fatto che il ministero sarebbe stato tenuto fuori dalla scelta, Bondi aggiunge: “Avrei voluto decidere insieme: il ministero non doveva essere esautorato. Ora mi metterò al lavoro con i miei collaboratori per capire quali di quegli enti sono eccellenze e quali sono inutili. Ma la scelta va fatta insieme”.
    IDV IN PIAZZA CON CGIL – ”Il 12 giugno, parteciperemo con grande convinzione alla mobilitazione indetta dalla Cgil e saremo anche a quelle successive, che si terranno in ogni grande citta’ d’Italia. L’IdV si augura che tutta l’opposizione politica, a partire dal Pd, sia da subito e senza tentennamenti a fianco ai lavoratori che si mobilitano”: cosi’ Maurizio Zipponi, responsabile welfare e lavoro dell’IdV. ”La portata antisociale della manovra del governo – aggiunge – ancora tutta da scoprire. Alla certezza di un taglio clamoroso agli organici della scuola, ai precari del pubblico impiego e agli istituti di ricerca si aggiunge, ora dopo ora, la consapevolezza di una enorme manovra finanziaria a danno di 20 milioni di lavoratori dipendenti, ai quali il governo Berlusconi impone una tassa di 6/12 mesi di lavoro in piu’. Nel contempo, i tagli ai costi della politica rasentano il ridicolo Per questo noi dell’Italia dei Valori presenteremo una contromanovra. . Ogni giorno si rafforza la possibilita’ di mobilitare il Paese reale, cioe’ di chi lavora: dai precari, agli artigiani, ai piccoli imprenditori. Solo con un conflitto sociale forte e determinato – conclude – si puo’ invertire la rotta”.
    BOCCHINO (PDL), ANCHE BONDI CRITICA? PROBLEMI SERI – “Se un esponente autorevole del Pdl e del governo come Sandro Bondi dice di non aver saputo e di non condividere i tagli alla Cultura significa che c’é qualcosa di serio che non va”, afferma Italo Bocchino vicecapogruppo del Pdl alla Camera e Presidente di Generazione Italia. “Da un lato – aggiunge – è impensabile tagliare risorse al bene più prezioso del nostro Paese, risorse che si potrebbero recuperare abolendo cose inutili e non strategiche come il Pra, l’agenzia dei segretari comunali o l’Unire, dall’altro è grave che il coordinatore del primo partito della maggioranza, nonché ministro, non fosse stato avvertito e consultato. Siamo dinanzi all’ennesima prova della necessità di una maggiore collegialità nelle scelte politiche del Pdl”.
    BRUNETTA, BERSANI DISCO ROTTO, DICE COSE SUPERFICIALI – Il segretario del Pd, Pierluigi Bersani, “ormai è un disco rotto, che dice cose superficiali e disinformate”. Parte all’attacco il ministro della Pubblica amministrazione, Renato Brunetta, dopo aver letto le interviste oggi del capo dell’opposizione a Stampa e Corriere della Sera (“Solo bugie. A tagliare così sono capaci anche i bambini”). “Bersani è un disco rotto – dice Brunetta ospite domenica di Rtl 102.5 – e anche quando parla della mia riforma si vede che non l’ha letta e non ha studiato. Lui quando sente che gli dico questo si infuria e che faccio il professorino. Mio caro Bersani – conclude Brunetta – se vuoi ti faccio delle ripetizioni sulla mia riforma, sul fisco e su altre cose. Lo so che divento antipatico a dire queste cose, ma davanti a un disco rotto che fa solo demagogia non posso fare altrimenti”.
    BERSANI, PURE I MILIARDARI PAGHINO I SACRIFICI – Un impianto “che non va”, che “bombarda i redditi medio-bassi e gli investimenti, ma non risolve il problema dei conti pubblici” contro la quale il Pd si batterà e “lavorerà in Parlamento, se non mettono la fiducia, per evitare i guai maggiori”. In interviste alla Stampa e al Corriere della Sera, il segretario del Pd Pier Luigi Bersani, critica l’azione del governo e assicura che il suo partito “voterà no” alla manovra. Ci voleva “la riforma del fisco. E spostare il carico su rendite, ricchezze ed evasioni, per alleggerirlo su imprese, lavoro e famiglie”. Il governo, dice, “non ha mai avuto una politica economica ma solo di bilancio. Anche un bambino è capace di fare i tagli lineari”. E poi “sarà pure a trazione Tremonti, ma questi due autisti qui finiranno per sbandare, perché non si è mai visto che al volante si mettano in due”. L’esecutivo, dice il segretario del Pd, “fa come il sarto che sbaglia vestito per due anni consecutivi” e ora corre ai ripari con misure che “peseranno sui cittadini” se “per compensare i tagli gli enti locali metteranno delle tasse. Con una botta così – aggiunge – è ridicolo parlare di federalismo”. E Tremonti ha “una sorta di dissociazione schizofrenica” perché “fa mostra di avere una filosofia cosmica catastrofista e poi segue le indicazioni ottimistiche, azzurrine come il cielo che fa da sfondo alle sue conferenze stampa, di Berlusconi”. Per il leader dei democratici “é giusto intervenire sui parlamentari ma – si chiede – ai miliardari niente? E a proposito di riforme strutturali perché oltre al taglio degli stipendi non approvano la riduzione del numero dei parlamentari?”. E’ evidente, aggiunge, “che questi sono solo segnali per indorare la pillola” di una manovra a cui si è arrivati “ai limiti del quadro istituzionale” e che è giustificata in modo “falso” con le richieste dell’Europa. “L’Ue – attacca Bersani – vuole conti a posto e che non lo siano è responsabilità del governo”. In ogni caso, il Pd aspetta di “vedere le carte, visto che nessuno sa cosa è veramente stato varato dal Consiglio dei ministri”. Poi “andremo alle nostre manifestazioni. Quanto a quelle organizzate da altri”, come lo sciopero generale della Cgil del 12 giugno, “se hanno delle piattaforme coerenti con i nostri programmi ci saremo”.
    FAREFUTURO,INGIUSTI TAGLI INDISCRIMINATI A CULTURA – “Non è possibile, non è giusto, che sul mondo del sapere e della ricerca (un “comparto” che per il nostro paese riveste un’importanza del tutto particolare) si abbatta la scure dei tagli così, indiscriminatamente e senza alcun tipo di discussione preliminare. Senza spazi di riflessione, di confronto, anche all’interno dello stesso ministero”. Così Ffwebmagazine, periodico online della Fondazione Farefuturo, commenta i tagli imposti dalla manovra al mondo della cultura. “Che sia tempo di sacrifici – continua l’articolo – nessuno lo mette in dubbio. E condividiamo tutti l’esigenza di profonde riforme della cultura come quella delle fondazioni liriche ora in Parlamento, e condividiamo tutti l’esigenza di una manovra che – come detto – impone sacrifici a tutti”. “Ma attenzione – si evidenzia – ai tagli indiscriminati alla cultura. Soprattutto se nella lista dei 232 istituti “tagliati”, ci sono anche – questo è il dramma – alcune vere e proprie punte di eccellenza italiana riconosciute da tutto il mondo (qualche esempio: la Triennale di Milano, la fondazione Feltrinelli, il Festival dei Due mondi di Spoleto e la Fondazione Arena di Verona, il Rossini festival di Pesaro, l’Istituto Gramsci di Roma, il Gabinetto Vieusseux di Firenze)”. “Dispiace – conclude Ffwebmagazine – che sia andata così. Dispiace che non ci sia stato il tempo di capire e decidere tutti insieme come e dove tagliare, come e dove eliminare sacche di spreco. E dispiace ancora di più perché rischia di essere un sacrificio, questo, inutile se non controproducente”.

  10. 27 Maggio 2010 a 15:02 | #10

    @paola : sì, è stato varato il nuovo yacht di Piersilvio Berlusconi ad Ancona, presso i cantieri Crn (gruppo Ferretti). E’ lungo 37 mt. ed è costato circa 18 milioni di euro (fonte: http://www.vip.it/varato-lo-yacht-di-piersilvio-berlusconi/). A questo, ovviamente, si sommano le ordinarie spese di gestione. “Suegno” era il nome del precedente yacht, realizzato tre anni fa sempre dagli stessi cantieri. Costo inferiore, solo 10 milioni di euro. Una vera sberla in faccia a chi – la stragrande maggioranza degli italiani – deve sopportare una durissima crisi economico-sociale. Ancora complimenti a chi vota Berlusconi.

  11. 27 Maggio 2010 a 14:47 | #11

    da La Repubblica, 27 maggio 2010
    L’iniquità irresponsabile. (Massimo Giannini)

    “Più di così non si poteva fare”, dice Berlusconi della manovra approvata dal governo “salvo intese”, con una formula da vecchio pentapartito della Prima Repubblica. Almeno su questo il presidente del Consiglio ha ragione: 24 miliardi sono tanti, per un Paese che da una decina d’anni perde competitività e produttività e langue con un tasso di crescita dello 0,5%. Tuttavia meglio di così non solo si poteva, ma si doveva fare. Su questo il premier ha torto marcio.
    Non sono in discussione la necessità politica e l’urgenza economica di questa legge finanziaria fuori stagione, fatta di “sacrifici duri” e varata in corsa “per evitare che l’Italia faccia la fine della Grecia”, secondo la definizione-shock usata tre giorni fa da Gianni Letta. Sono invece in discussione altri due aspetti, non meno essenziali: l’irresponsabilità ideologica e l’iniquità sociale. L’irresponsabilità ideologica è iscritta nel codice genetico del berlusconismo, come forma di negazione della realtà e di manipolazione della verità. Questa “manovra epocale”, o “tornante della storia” secondo la prosa enfatica di Tremonti, è precipitata sul Paese in un improvviso clima di “emergenza nazionale”. Per più di due anni il premier ha raccontato che la crisi non c’è mai stata, o che comunque era già finita. In meno di due settimane si scopre invece che rischiamo la bancarotta. Un drammatico cambio di fase. Per gli italiani è un trauma psicologico, per il governo un cortocircuito politico. L’unico modo per uscirne sarebbe stata una grande operazione di onestà, e dunque una forte assunzione di responsabilità. Berlusconi, in sostanza, avrebbe dovuto presentarsi in tv e dire: signore e signori, i fatti mi hanno dato torto, ho sbagliato la mia analisi sulla crisi, me ne scuso e vi chiedo di fare, tutti insieme, un grande sforzo per salvare il nostro Paese e la moneta unica.
    Questo sarebbe stato un “discorso sul bene comune”, comprensibile e condivisibile. Esattamente quello che è mancato in queste ore, e che deve essersi perduto in questi giorni nell’aspro braccio di ferro tra il premier e il suo ministro del Tesoro. Ieri, in conferenza stampa, Berlusconi ha continuato a negare l’evidenza, segnando una “cesura” arbitraria tra la crisi finanziaria partita due anni fa in America con i mutui subprime, trasformatasi poi in crisi mondiale per le economie reali, e la crisi “speculativa” contro l’euro esplosa in queste ultime settimane. Ha scoperto oggi che “abbiamo un debito pubblico insostenibile per colpa dei governi della Sinistra” (dov’è stato lui dal ’94 in poi, e perché dal 2001 al 2006 ha azzerato l’avanzo primario che Ciampi aveva faticosamente portato al 5% del Pil?). Ha scoperto oggi che “abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità”, e per questo “dobbiamo ridurre la presenza dello Stato in economia”. Una lettura auto-assolutoria, che finge di non vedere le connessioni di questo disastro globale, per occultare le omissioni del governo di fronte ad esso.
    Tremonti, al contrario, non ha mai negato la crisi. Non ha mai nascosto le difficoltà della fase, anche se non ha brillato per originalità delle soluzioni. Davanti all’attacco speculativo contro i debiti sovrani dell’eurozona, e di fronte al perdurare di una recessione ostinata, il ministro è stato coerente. Ha impostato una manovra “pesante”, che riduce in due anni il deficit a colpi di taglio alla spesa pubblica. E l’ha affidata al premier, perché se ne assumesse la responsabilità di fronte al Paese. Ma è esattamente questo che il Cavaliere non può accettare. Che tocchi a lui l’ingrato compito di associare la sua immagine alla parola “sacrifici”. Che tocchi a lui farsi “commissariare” non da Tremonti ma dalla verità, cioè dall’interpretazione che Tremonti dà della crisi. Che tocchi a lui, in definitiva, fare quello che fanno tutti i governanti normali nelle normali democrazie occidentali: spiegare ai cittadini cosa succede, e “rendere conto” delle scelte che si fanno. Tutto questo cozza contro l’ideologia berlusconiana, nutrita di suggestioni narrative e di moduli assertivi che rifiutano a priori il principio di realtà e dunque non contemplano, neanche a posteriori, l’etica della responsabilità.
    L’iniquità sociale di questa manovra discende dalla sua stessa irresponsabilità ideologica. È giusto tagliare la spesa pubblica corrente e improduttiva, che soprattutto i governi di centrodestra hanno fatto crescere in questi anni a ritmi superiori al 2% l’anno. Ma è evidente a tutti che mai come stavolta la stangata è squilibrata e “di classe”. Pesa quasi per intero sulle spalle del pubblico impiego. Nessuno nega le sacche di inefficienza e i relativi “privilegi” che si annidano in questo settore: dall’impossibilità di essere licenziati o cassintegrati ai rinnovi contrattuali spesso superiori al tasso di inflazione programmata. Ma nessuno può negare che i livelli retributivi, nel settore pubblico, siano in assoluto già bassi e spesso bassissimi. Come si fa a chiedere il tributo più doloroso a quei 3 milioni e 600 mila dipendenti pubblici che guadagnano in media 1.200 euro al mese, senza chiedere nulla a chi ha redditi infinitamente superiori nel privato, nelle professioni, nelle imprese? E come si fa a non vedere che Germania, Frangia e Gran Bretagna hanno varato manovre ancora più severe, imponendo lacrime e sangue prima di tutto ai ceti più abbienti e alle banche?
    Ma anche qui, in fondo, c’è una spiegazione ideologica che giustifica la scelta. Si parte dall’assunto forzaleghista che vuole i dipendenti fannulloni per definizione. E dunque, implicitamente, il governo gli propone uno scambio immorale: io ti rinnovo la tua “sinecura”, ma in cambio ti congelo gli stipendi per tre anni. E qui si annida l’estremo paradosso di questa manovra che si profila come una vera e propria controriforma. Con la batosta sul pubblico impiego e la scure sugli enti locali, Berlusconi azzera in un colpo solo le uniche due riforme di cui poteva fregiarsi in questo primo biennio di governo: la riforma del pubblico impiego di Brunetta e la riforma federalista di Bossi. Il decretone di ieri le distrugge entrambe, almeno fino alla fine della legislatura.
    Di buono, alla fine, resta la quantità dei tagli, non certo la qualità. Speriamo che basti a convincere i mercati che noi non siamo tra i “maiali” di Eurolandia. Ma di certo non basta a dire che il Paese “è in mani sicure”. E meno che mai a pensare che “siamo tutti sulla stessa barca”, come ha detto ieri il Cavaliere. In troppi, a partire dagli evasori fiscali che hanno scudato i capitali, non rischiano la pelle in mezzo alla tempesta perfetta. Se ne stanno sul molo, a godersi lo spettacolo.

  12. riccardo
    27 Maggio 2010 a 11:18 | #12

    berlusconi e figli hanno un’impero di che ti stupisci?18 milioni sono niente….

  13. paola
    26 Maggio 2010 a 19:10 | #13

    chiedo conferma mi si dice:
    oggi al cantiere Ferrari di ancona e’ stato varato SEUGNO DUE barchetta da 18 milioni di euro del sig Piersilvio Berlusconi,lo stesso e’ stato portato via a mezzo ruote con grande riservatezza.

    c’e’ chi puo’ confermare

  14. 26 Maggio 2010 a 17:59 | #14

    A.N.S.A., 26 maggio 2010
    Alfano, nessuna ragione per porre fiducia. Il ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo: sono uno strumento straordinario.

    ROMA – Al momento “non abbiamo assolutamente ragione per porre la fiducia” sul disegno di legge sulle intercettazioni. Lo ha detto il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, al termine di un incontro alla scuola superiore di Polizia a Roma. Alla domanda dei cronisti rispetto ai probabili emendamenti al testo, il ministro ha risposto che andrà ad una riunione adesso.

    INTERCETTAZIONI: PRESTIGIACOMO, STRAORDINARIO STRUMENTO – “Le intercettazioni sono un straordinario strumento investigativo. Personalmente ho più volte rappresentato al ministro Alfano di rivedere il testo nella parte che riguardano i reati ambientali. E ho avuto sempre garanzie in tal senso”. Lo dice il ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, a margine della conferenza per la presentazione del primo rapporto sul contrasto all’illegalità ambientale, oggi nella sede del ministero a Roma. D’altro canto, aggiunge Prestigiacomo, “c’é un ordine del giorno approvato alla Camera in cui confido, dal momento che impegna il Governo”. In ogni caso, osserva il ministro, “credo che complessivamente la legge sulle intercettazioni sia equilibrata”.

    PECORELLA: SERVONO, ANCHE A INDAGINI RIFIUTI – “Senza un largo uso efficiente delle intercettazioni telefoniche le indagini, anche quelle sui rifiuti, non sarebbero fattibili”. Lo ha sottolineato a margine di un incontro al ministero dell’Ambiente sul Rapporto relativo alle illegalità ambientali, Gaetano Pecorella (Pdl), presidente della commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti.

    MERLO: RISPETTARE ART. 15 E 21 DELLA COSTITUZIONE – “La revisione, profonda, del provvedimento sulle intercettazioni è sicuramente positivo. E il dibattito acceso all’interno della maggioranza su questo tema altrettanto. Ma nella revisione complessiva di questa proposta bislacca avanzata della maggioranza di governo, non possiamo neanche dimenticare la necessità, altrettanto importante, di rispettare definitivamente e sino in fondo l’art. 21 della Costituzione e anche l’art 15 che attiene al diritto alla riservatezza”. Lo afferma Giorgio Merlo (Pd). “Senza il rispetto, organico, di questi 2 articoli costituzionali è perfettamente inutile parlare di svolta con qualsiasi provvedimento sulle intercettazioni varato dal Parlamento”, conclude.

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