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Intercettazioni, affari, energia eolica. Su Annozero.

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Video del servizio di Dina Lauricella sull’affare dell’energia eolica in Sardegna, il ruolo della politica, le indagini, in onda giovedi 27 maggio 2010, su Annozero (Rai 2, ore 21.05) nell’ambito della puntata su “Giustizia e libertà”, sulla libertà d’informazione e il ruolo delle intercettazioni.  Abbiamo cercato di dar loro una mano.  Buona visione!

Gruppo d’Intervento Giuridico

qui il servizio integrale (su Youtube non possono essere inseriti più di 10 minuti di video) “La cricca del vento”, di Dina Lauricella

(foto da mailing list ecologista)

  1. 12 Aprile 2011 a 16:18 | #1

    da La Nuova Sardegna, 12 aprile 2011
    PROCURA DI ROMA. Eolico, altri sei mesi di indagini.

    CAGLIARI. Il capitolo sardo dell’inchiesta sulla P3 ha una nuova scadenza: settembre. La procura della Repubblica di Roma ha ottenuto la proroga per altri sei mesi di indagini sull’eolico sospetto in Sardegna. Oltre a Flavio Carboni, gli altri indagati per corruzione sono il presidente della Regione Ugo Cappellacci, l’ex assessore all’urbanistica Gabriele Asunis, Marcello Garau, già dirigente del comune di Porto Torres, l’ex consigliere provinciale Pinello Cossu, l’ex commissario dell’Autorità d’ambito Franco Piga ed Ignazio Farris, ex presidente dell’Agenzia regionale per l’ambiente.
    Questa tranche dell’inchiesta ruota intorno alla nomina di Ignazio Farris all’Arpa, che – secondo l’accusa – fu voluta da Carboni attraverso Denis Verdini del Pdl, per avere in futuro una «sponda» negli impianti eolici in Sardegna.
    Come noto, Cappellacci – interrogato l’anno scorso – ha sempre negato di aver “raccolto le pressioni politiche”, per poi dire, in un’intervista al Corriere “tutt’al più sono stato un babbeo: ho ascoltato chi non doveva essere ascoltato”.

  2. 4 Aprile 2011 a 15:52 | #2

    da L’Unione Sard, 3 aprile 2011
    Ecco cosa voleva Flavio Carboni. Interrogato Boi, cognato di Farris vicino a Fri-El. (Anthony Muroni)

    Un riscontro testimoniale, forse il primo capace di corroborare un quadro di indagini che fin qui si è in gran parte basato sulle intercettazioni telefoniche. In quest’ottica i magistrati romani che indagano sull’affare-eolico in Sardegna hanno acquisito un verbale d’interrogatorio, condotto dal nucleo regionale del Corpo forestale di Cagliari, che vede protagonista il progettista sardo Francesco Boi, collaboratore del colosso nazionale Fri-El.
    Boi, che è cognato dell’ex direttore generale dell’Arpas Ignazio Farris (indagato per corruzione, segnalato a Cappellacci, che lo ha nominato, dal coordinatore nazionale del Pdl Denis Verdini, a sua volta raccomandato dal faccendiere sardo Flavio Carboni), sentito su altre vicende avrebbe confermato agli inquirenti di essere entrato in contatto con Carboni e il suo gruppo. Non solo: di aver incontrato l’uomo d’affari in una località del centro Sardegna (presumibilmente Macomer), assieme a Ignazio Farris. Qual è stato il tema di quell’incontro? Una richiesta di collaborazione e l’affidamento dell’incarico di opzionare alcuni terreni nella zona del parco dei Sette Fratelli (in territorio di Burcei) e nel Nuorese, allo scopo di impiantare alcuni parchi eolici.
    Una conferma che i magistrati giudicano importante per il quadro accusatorio da loro delineato: la nomina di Farris all’Arpas, infatti, viene giudicata centrale per spiegare il piano che Flavio Carboni avrebbe ordito per by-passare le leggi vigenti in materia di impianti eolici.
    Dei contatti tra Carboni, Farris e Boi, del resto, si trovano numerose tracce negli atti fin qui depositati dal procuratore capo Giancarlo Capaldo e dal pm Rodolfo Sabelli, titolari dell’indagine.
    Di Francesco Boi si parla, ad esempio, a margine dell’incontro svoltosi nello studio del senatore Marcello Dell’Utri di via Senato, a Milano, presenti Carboni e i vertici del colosso energetico Fri-El, rappresentato da Josef Gostner. Dagli atti risulta che l’incontro si sarebbe svolto il 20 ottobre 2009 e sarebbe stato finalizzato a ottenere dal gruppo con sede a Bolzano la cessione del 50 per cento delle quote sulle iniziative imprenditoriali in corso in Sardegna. Si parla di 6 progetti per parchi eolici, per i quali Carboni assicura una buona riuscita, in virtù delle sue “entrature” politiche. E la presenza di Dell’Utri sembra proprio finalizzata ad avallare questo tipo di garanzia. Tanto che l’ipotesi è: «Fri-El mette a disposizione i progetti, le opzioni sui terreni e le autorizzazioni paesaggistiche ottenute e noi trattiamo con la politica. Alla fine dividiamo gli utili al 50 per cento».
    Carboni, poche ore prima del vertice, ne parla al telefono con Ignazio Farris: «Ora ci vediamo con i tedeschi». E l’altro risponde: «Ma firmate anche i contratti?». Carboni glissa: «No, no, in via Senato non si può firmare. Ci spostiamo al mio albergo, qualche passo più in là».
    Alle 10.43 dello stesso giorno Carboni improvvisa una sorta di radiocronaca dell’incontro, sempre al telefono con Ignazio Farris.
    Carboni: «Pronto, sono qua col proprietario della Fri-El, non sapeva nemmeno dove doveva venire. Non sa nemmeno chi è il senatore».
    Farris: «Ma guarda che gliel’avevano detto».
    Carboni: «Mi dice che non sa nemmeno chi è il senatore, ce l’ho qua davanti a me».
    Farris: «Non è passata la comunicazione, probabilmente».
    Carboni: «Mi stavano dicendo che hanno sei cose in Sardegna. E poi tuo cognato, Francesco Boi, lavora per loro?».
    Farris: «Sì, ha fatto delle cose per loro».
    Della riunione svoltasi il 20 ottobre a Milano è informato anche Boi. I carabinieri del comando provinciale di Roma, che ascoltano le telefonate di Ignazio Farris, se ne accorgono alle 15.28 di quello stesso pomeriggio. L’allora direttore dell’Arpas dice di aver saputo i contenuti dell’incontro e il cognato mostra di essere già informato, probabilmente dai vertici Fri-El.
    Boi: «Allora sì, ho sentito qualcuno e pare che sia andata abbastanza bene. Cioé, hanno discusso per ore. Le basi sono state gettate».
    Farris: «Allora adesso si firma, si firma».
    Boi: «Adesso c’è da firmare! Da trovare un accordo mi stava dicendo che sia corretto per entrambe le parti e che si impegnino a rispettarlo perché, ci si tiene molto a questo che vengano rispettate. lo gli ho detto che se continuerò a essere interessato della questione io stesso mi farò strenuo difensore della correttezza della cosa! È stata, insomma, questa è la parte integrante della cosa!».
    Farris: «Intanto io oggi ho fatto una mossa fondamentale, che poi ti racconterò, senza la quale non va in porto nulla».
    Si tratta di una delle conversazioni più indizianti nei confronti di Farris. Il riferimento (lo si evince da una precedente telefonata con Carboni) è all’incontro avuto quella stessa mattina con l’allora assessore regionale all’Urbanistica Gabriele Asunis (a sua volta indagato), nel corso del quale «gli ho fatto capire quale sia il problema da risolvere. Gli ho detto “Gabrie’, l’hai capita bene la questione? Allora siamo andati a vedere le delibere precedenti, a vedere dove bisogna tagliare. Ora sta facendo una verifica accurata, con un avvocato».
    Agli atti c’è anche una conversazione dell’8 febbraio 2010 tra Farris e Boi, che sembra avallare quanto dichiarato da quest’ultimo nel corso dell’interrogatorio dei giorni scorsi. Farris dice di essere stato contattato «dal nostro amico da Milano» il quale gli ha detto che «che probabilmente giovedì viene l’amministratore». I due riflettono sull’opportunità di far firmare i contratti per il giorno successivo «e però i contratti non possono chiaramente essere firmati giovedì, lui arriva giovedì, quindi bisogna prenotarsi per venerdì, tu come sei messo venerdì?». Boi risponde che sarà difficile organizzare tutto per venerdì: «E come faccio io? Mica li posso adesso raccogliere e organizzare tutto a venerdì così», e che lui non ha ancora parlato di cifre «e che, no anche perché parlato di di importi di niente non, non mi son permesso di dire nulla».
    Un’altra delle conversazioni più indizianti per Ignazio Farris: secondo i magistrati, confermerebbe il suo ruolo di consulente personale di Carboni, in spregio della funzione pubblica in quel momento ricoperta, in qualità di direttore dell’Arpas.

  3. 16 Febbraio 2011 a 22:19 | #3

    da L’Unione Sarda, 16 febbraio 2011
    Carboni, spuntano le bonifiche. Il valore dei terreni e il ruolo di Farris e Cossu. (Anthony Muroni)

    I media nazionali non ne parlano più da mesi, eppure l’attività istruttoria nell’inchiesta su P3 ed eolico in Sardegna non è terminata, registrando anzi l’apertura di un nuovo fronte nel settore delle bonifiche ambientali nel Sulcis e nel basso Oristanese. In questi giorni il procuratore aggiunto di Roma Giancarlo Capaldo e il suo sostituto Rodolfo Sabelli hanno ripreso in mano tutta la documentazione che riguarda Flavio Carboni e la sua rete di contatti, amicizie e rapporti finanziari in Sardegna. E, per non lasciare niente al caso, hanno stabilito un contatto operativo con i loro colleghi cagliaritani, che negli ultimi mesi hanno avviato un’indagine ad ampio raggio sul business delle energie rinnovabili. Così i magistrati della Capitale hanno incontrato il procuratore capo Mauro Mura e il sostituto Daniele Caria, con i quali hanno vicendevolmente scambiato le informazioni fin qui raccolte.
    L’IPOTESI Sotto la lente d’ingrandimento, è noto, ci sono i fatti che hanno fatto finire sotto inchiesta lo stesso Carboni (che è accusato di violazione della legge Anselmi sul divieto della ricostituzione della loggia P2 e di un’infinità di altri reati) insieme al coordinatore nazionale del Pdl Denis Verdini, il suo compagno di partito Marcello Dell’Utri, il presidente della giunta regionale Ugo Cappellacci, l’ex assessore all’Urbanistica Gabriele Asunis, l’ex direttore dell’Arpas Ignazio Farris, l’ex consigliere provinciale del Sulcis Pinello Cossu, l’ex commissario dell’Autorità d’ambito Franco Piga, l’ex consulente Arpas Marcello Garau. Tutti, a vario titolo, sono sospettati di aver avuto parte nel piano criminoso che Carboni (e i suoi complici Martino e Lombardi, grazie ai finanziamenti di alcuni imprenditori romagnoli) avrebbero architettato per mettere le mani sullo sfruttamento delle energie rinnovabili nell’Isola.
    L’ACCUSA Secondo la ricostruzione dei carabinieri del nucleo provinciale di Roma, fatta propria dai procuratori Capaldo e Sabelli, la nomina di Ignazio Farris all’Arpas sarebbe stata decretata da Cappellacci a seguito di forti pressioni arrivate dal coordinatore del Pdl Denis Verdini, al quale sarebbe stata sollecitata da Carboni. Ad ammettere che è andata proprio così, nel corso dell’interrogatorio-fiume di inizio luglio 2010 davanti ai magistrati romani, è stato lo stesso governatore. Al quale viene contestato di aver utilizzato per la nomina una procedura fuorilegge, completamente diversa da quella che era stata usata nella scorsa legislatura dal suo predecessore Renato Soru. Accusa respinta da Cappellacci, che sostiene di aver seguito le indicazioni arrivate dai suoi uffici.
    LA DOMANDA Accertato che la nomina di Farris all’Arpas è stata voluta da Carboni (e Verdini) la domanda centrale nell’ottica dell’indagine è: perché il faccendiere di Torralba teneva tanto ad avere un suo uomo di fiducia ai vertici dell’agenzia regionale dell’Ambiente? Quell’indicazione era davvero finalizzata al progetto per mettere le mani sul business dell’eolico (che pure era nelle mire di Carboni, visto che sui suoi contatti su questo fronte sono piene centinaia di pagine di intercettazioni telefoniche e ambientali) o c’era dell’altro?
    IL DUBBIO I difensori, nel corso delle udienze svoltesi davanti al Tribunale della libertà in questi mesi, hanno più volte ricordato che l’Arpas era solo uno dei 18 soggetti che avevano competenza sul rilascio di autorizzazioni in materia di energie rinnovabili, sentendosi rispondere dalla Procura che dalle intercettazioni risulta anche che il clan Carboni abbia fatto pressioni (in questo caso inutili) su Cappellacci perché venisse cambiata la legislazione in materia e all’agenzia diretta da Farris fosse assegnato il potere di rilasciare l’autorizzazione unica.
    LA NOVITÀ Dopo il vertice tra le Procure di Roma e Cagliari, l’orizzonte di Capaldo e Sabelli si è allargato all’affare delle bonifiche ambientali. Le indagini svolte in questi mesi dall’autorità di Polizia giudiziaria cagliaritana (in particolare del Corpo forestale e di vigilanza ambientale) hanno permesso di portare alla luce altri legami tra Carboni, Farris e Pinello Cossu. Quest’ultimo (zio di Antonella Pau, amica dell’uomo d’affari di Torralba) è l’anello di congiunzione tra i primi due, nel senso che ha provveduto a metterli in contatto. E, secondo quanto sostenuto da Carboni, lo ha anche sponsorizzato per la direzione Arpas.
    LA PROCEDURA Perché questa nuova ipotesi? Il ruolo dell’agenzia regionale dell’ambiente è centrale nelle procedure di bonifica e “caratterizzazione”: si tratta di quello studio che deve essere effettuato su un’area per capire se contiene agenti inquinanti, in quale modo deve essere risanata e le procedure per la sua “restituzione”. L’agenzia che era diretta da Farris, insomma, aveva il potere di sancire che un determinato sito (un tempo industriale o minerario) era stato o meno risanato dal suo utilizzatore. Va da sé che riuscire a evitare ingenti spese di bonifica può creare un effetto moltiplicatore del guadagno: chi dovesse acquistare terreni da bonificare lo farebbe a un prezzo vantaggioso. Una procedura obbligatoria in tutto il Sulcis, nella zona di Guspini e nel basso Oristanese, da quando (a metà degli anni ’90) l’allora ministro dell’Ambiente Altero Matteoli istituì il Sin: sito di interesse nazionale.
    L’AFFARE Se l’Arpas è l’organismo unico, dalla Regione preposto a stabilire la bontà delle procedure, a effettuare quelle bonifiche doveva essere il consorzio Tea (Territorio, Ambiente, Sviluppo), presieduto da Pinello Cossu. Proprio lui, nominato da Cappellacci nel 2009 alla guida dell’organismo voluto da Soru per superare la precedente gestione affidata a un’associazione temporanea d’imprese.
    L’INDAGINE Ecco il nuovo fronte dell’indagine: capire se Cossu, Carboni e Farris hanno avuto contatti a proposito delle bonifiche e qual è il ruolo svolto nella vicenda dall’ufficio del commissario per l’emergenza ambientale nel Sulcis. Struttura presieduta da Cappellacci e che viene governata secondo i dettami imposti dalla precedente Giunta regionale, con una sola eccezione: i componenti di quegli uffici sono stati sollevati dall’incompatibilità con le funzioni in altre realtà che, a vario titolo, si occupano di bonifiche. Uno dei fronti di verifica sarà presumibilmente questo: capire se qualcuno abbia esercitato il ruolo di controllato e controllore. Il fascicolo aperto a Cagliari a seguito di un esposto anonimo è per ora contro ignoti, senza indagati. L’accelerazione arrivata dopo lo scambio di informazioni tra Procure potrebbe portare a dare nome e volto ai possibili responsabili di comportamenti illeciti.

  4. 23 Dicembre 2010 a 15:21 | #4

    A.N.S.A., 23 dicembre 2010
    P3, concessi i domiciliari a Carboni. L’imprenditore era stato arrestato per violazione della legge sulle società segrete.

    ROMA – Il gip del Tribunale di Roma Giovanni De Donato ha concesso gli arresti domiciliari all’imprenditore Flavio Carboni coinvolto nell’inchiesta sulla cosìdetta P3. Il magistrato ha accolto l’istanza presentata dai difensori di Carboni, gli avvocati Renato Borzone e Anselmo De Cataldo, sulla quale la Procura aveva espresso parere favorevole.
    I termini di carcerazione per Flavio Carboni, arrestato l’8 luglio scorso, scadevano il 7 gennaio. L’imprenditore, di origine sarda, era stato arrestato assieme ad Arcangelo Martino e Pasquale Lombardo per violazione della legge Anselmi sulle società segrete.

  5. 25 Novembre 2010 a 15:36 | #5

    da La Nuova Sardegna, 25 novembre 2010
    Inchiesta P3, Carboni puntava alle bonifiche, indagini sul ruolo dell’Arpas.
    Non le pale eoliche, ma gli ettari delle zone industriali e minierarie del Sulcis Iglesiente e del Guspinese. Pronte magari ad accogliere alberghi di lusso piuttosto che impianti di energia rinnovabile. È il nuovo fronte investigativo nel “caso P3”. Secondo la procura di Cagliari il controllo dell’Arpas era probabilmente finalizzato a condizionare le bonifiche dei terreni. Al centro degli accertamenti, oltre a Flavio Carboni, i suoi collaboratori Ignazio Farris e Pinello Cossu (non indagati). (Elena Laudante)

    CAGLIARI. Non il vento ma la terra. Non le pale eoliche, ma gli ettari delle zone industriali e minierarie del Sulcis Iglesiente e del Guspinese. Pronte, chissà, ad accogliere alberghi di lusso piuttosto che impianti di energia rinnovabile. Ma la parola d’ordine è sempre la stessa: bonifiche.
    È solo un’intuizione quella che muove gli inquirenti, ora sulle tracce di un sottobosco poco esplorato e molto redditizio come quello del risanamento delle terre del Sulcis Iglesiente e del Guspinese. Un risanamento imposto per legge a chiunque voglia comprarle per convertirle, in qualsiasi modo: dal turismo alle rinnovabili. È una premessa doverosa per capire su quali direttrici si sposti l’indagine della procura della Repubblica di Cagliari, aperta dal procuratore capo Mauro Mura e dal sostituto Daniele Caria in tempi non sospetti, in estate.
    Al centro degli accertamenti affidati al Corpo Forestale, più che Flavio Carboni ci sono i suoi collaboratori locali, Ignazio Farris e Pinello Cossu (non indagati), coloro che secondo la procura romana supportano l’imprenditore di Torralba nell’affare sporco dell’eolico.
    Mettiamo da parte queste ipotesi investigative (tutte da provare), per volgere lo sguardo altrove. All’Arpas, anzitutto. E poi al Consorzio Tea, che si occupa di bonifiche, presieduto da Pinello Cossu, zio dell’amica di Carboni, Antonella Pau.
    Partiamo dall’Agenzia regionale per la Protezione dell’Ambiente, presieduta dal 2009 da Farris (ex dirigente della provincia di Cagliari). Quando scoppia la bomba della P3 – aprile – con la diffusione delle prime indiscrezioni sull’indagini del procuratore romano Gian Carlo Capaldo, l’Agenzia è chiamata in causa come se avesse un ruolo nell’iter autorizzativo per gli impianti eolici. Ma non ce l’ha, se non in piccolissima parte. È invece centrale il suo ruolo nelle procedure di “caratterizzazione” e bonifica.
    La caratterizzazione è lo studio che deve essere effettuato su un’area per capire se contenga agenti inquinanti. Ha il potere di sancire, l’Arpas, che un determinato sito un tempo industriale o minerario è stato bonificato bene oppure no da chi lo ha comprato. O al contrario, che non necessita di alcun, costoso, intervento.
    Perché questo tipo di risanamento comporta oneri elevatissimi. Ed evitarlo crea al contrario un effetto moltiplicatore del guadagno: chi dovesse comprare terreni da bonificare lo farebbe a un prezzo vantaggioso, proprio in virtù della bonifica obbligatoria perché l’area – tutto il Sulcis più il Guspinese – è stata Sito di interesse nazionale (S.i.n.). Zona, cioè, da ripulire dall’eredità di fabbriche e carbone.
    Se l’Arpas è l’organismo super partes, dalla Regione preposto a stabilire la bontà delle procedure, ad effettuare quelle bonifiche c’è un consorzio creato nel 2006 (Giunta Soru) dall’unione di privati – la Ati Ifras – e Igea, ente di interventi geo ambientali. Si chiama Consorzio Tea (Territorio, Ambiente, Sviluppo), e secondo quanto ricostruito dagli investigatori è presieduto da Pinello Cossu. Ovviamente essere a capo di un consorzio non è reato. Non è chiaro se al vaglio degli investigatori ci siano procedure specifiche, determinati casi che destano sospetto.
    Di certo però c’è che la procura – al momento senza ipotesi di reato, col cosiddetto fascicolo “atti relativi” – sta cercando di capire se si tratti di una vera triangolazione: il presunto interesse di Flavio Carboni per i terreni del Sulcis e di Pula emerso dalle intercettazioni della procura di Roma; la posizione chiave di Farris all’Arpas; il ruolo di Cossu al Consorzio Tea. In questi giorni sono iniziate le audizioni testimoniali, più volte è stato sentito il consigliere comunale di Portoscuso, Angelo Cremone (Idv), ambientalista di ferro.
    Inoltre gli inquirenti vogliono capire come e dove vadano i soldi stanziati per le bonifiche, fondi pubblici che però riguardano solo il parco Geominerario (ovviamente escluso dalle mire di imprenditori privati). Per rendere l’idea, basta l’ultima cifra stanziata per l’anno finanziario 2009 dalla legge regionale di bilancio: 7 milioni e 500 mila euro. Soldi che potrebbero essere stati spesi dalla Regione in modo assolutamente indipendente da Arpas e Tea, sotto l’egida del Commissario per l’emergenza ambientale relativamente alle aree minerarie del Sulcis Iglesiente e del Guspinese, il Governatore Ugo Cappellacci.

    qui gli articoli de La Nuova Sardegna sul tema: http://lanuovasardegna.gelocal.it/context-nav/carboni

  6. 22 Novembre 2010 a 0:32 | #6

    da L’Unione Sarda, 21 novembre 2010
    “Sull’eolico l’indagine non è finita”. Parla il procuratore Capaldo: presto novità e altri interrogatori. Entro un mese le novità nell’inchiesta che preoccupa la politica nazionale e regionale. Forse nuovi interrogatori per Carboni, Verdini e Cappellacci. (Anthony Muroni)

    ROMA. Al primo piano del corpo C della grande città giudiziaria di piazzale Clodio non tramonta mai il sole. Nell’ufficio del procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo è un continuo andirivieni, la luce è sempre accesa. Si suona il campanello e si fa una lunga anticamera, su un divanetto di fronte alle scrivanie di due collaboratori. Qua non ci si è fermati nemmeno nella settimana di Ferragosto, quando anche i cronisti erano costretti a bivaccare in un corridoio lungo, spoglio e privo di appoggi. In un’aria resa irrespirabile dalla calura e dalle facce scure degli indagati che, quasi ogni giorno, facevano capolino da quell’ufficio. Il vero “sancta sanctorum” dell’inchiesta su P3 ed eolico. Il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo è un uomo tanto mite d’aspetto e di carattere quanto martellante e deciso nel portare avanti interrogatori e indagini. Cortese e disponibile con i giornalisti, ma implacabile nel chiudere i rapporti se qualcuno tradisce la parola data o si macchia di una qualche scorrettezza. Agli atti, sempre la scorsa estate, una sua tagliente smentita di un’intervista mai rilasciata, che era stata capace di sollevare un polverone politico. Ora, incassata la decisione favorevole del tribunale del Riesame (che ha sostanzialmente accolto l’impianto accusatorio da lui istruito), accetta di fare il punto della situazione sull’indagine. A proposito della quale, come è nel suo stile, non scucisce nemmeno una novità. Parla con l’autorevolezza che gli deriva da un’esperienza trentennale, con uno stile asciutto e diretto: «Niente informazioni specifiche sull’inchiesta in corso, naturalmente».
    Con Carboni in carcere le indagini proseguono?
    «Proseguono, anche se non si sono mai fermate».
    Che tempi ci sono per arrivare alla chiusura dell’inchiesta?
    «Faremo il punto tra un mese, poco prima delle vacanze natalizie. In quel periodo saremo in grado di stabilire se è necessario continuare nell’attività d’indagine o se si può già arrivare, magari in tempi brevi anche se non immediati, alle richieste di rinvio a giudizio».
    Quali saranno i prossimi atti? Ci sono in vista nuovi interrogatori?
    «In queste ore siamo impegnati nell’analisi dell’ordinanza emessa mercoledì dal tribunale del Riesame. Quando avremo finito di studiarla stabiliremo se è necessario procedere a nuove audizioni. E nel caso le calendarizzeremo già la prossima settimana».
    Carboni e Lombardi verranno nuovamente interrogati?
    «Ancora non lo sappiamo. Ma credo che prima della chiusura delle indagini un altro passaggio con loro sarà necessario farlo».
    E il governatore Cappellacci e gli altri indagati sardi?
    «Vale quello che le ho detto prima: appena avremo valutato i vari passaggi contenuti nell’ordinanza emessa dal Riesame capiremo se è necessario ottenere nuovi chiarimenti».
    Ma è vero che la tranche d’inchiesta che riguarda l’eolico è ormai da considerarsi chiusa?
    «Non direi proprio, tutt’altro. Non abbiamo mai smesso d’indagare e in queste settimane sono in corso una serie di nuove verifiche. Crediamo che su quel fronte le cose da scoprire siano ancora diverse».
    A che proposito?
    «No comment, naturalmente».
    Il Riesame ha sciolto i dubbi della Cassazione in merito all’utilizzabilità delle intercettazioni?
    «Mi pare lo abbia fatto in maniera inequivocabile. Noi eravamo sulle tracce degli indagati, non su quelle dei parlamentari».
    Ma chiederete alle Camere di poter utilizzare quelle conversazioni?
    «Certamente sì. Stiamo preparando la richiesta di autorizzazione da presentare sia alla Camera dei Deputati che al Senato. Si tratta di materiale che può aiutare a completare un quadro indiziario che è già sufficientemente chiaro».
    Qual è la cosa che l’ha colpita di più in questa e altre indagini sulla corruzione?
    «Come ho avuto modo di dire già in un’altra occasione, mi ha colpito il fatto che alcuni indagati mostrino una totale insensibilità rispetto all’illegalità da loro commessa, quasi che non percepissero proprio il senso. Colpisce come una attività illegittima, ripetuta nel tempo e diffusa, possa far perdere di vista ciò che è lecito e quello che invece non lo è. C’è chi si è stupito: mi arrestate ora, ma queste cose le faccio da decenni. E le fanno tutti».

    Di più il procuratore Capaldo non vuol dire, convinto anzi di aver sottratto anche troppo tempo alle sue riunioni con gli altri investigatori. Anche perché da quell’ufficio passano non solo i destini dell’indagine su eolico e P3 ma anche quelli dei casi Marrazzo, Finmeccanica e Mokbel. Tutti trattati con la medesima prudenza. E con la faccia di un buono che cammina su gambe che, con la teoria dei cerchi concentrici, marciano sempre a passo spedito verso l’obiettivo dell’indagine. Spesso colpendolo in pieno.

    La chiave di tutto si trovava già in uno stralcio dell’intervista rilasciata a L’Unione Sarda nello scorso giugno, venti giorni prima gli arresti di Carboni, Martino e Lombardi. Chi conosce bene Capaldo giura che niente è cambiato.
    Lo scenario tratteggiato dall’indagine è inquietante. Ci sono parti che non conosciamo?
    «Molto è stato reso noto, ma ci sono anche cose che non sono uscite. Ma devo rilevare che non tutto è stato riportato in maniera corretta. Anche se capisco che sia normale, visto che abbiamo a lungo protetto la segretezza del fascicolo. C’è da capire se le parti sbagliate o incomplete sono state “confezionate” così in maniera involontaria. O scientemente». A buon intenditore poche parole.

    Ora gli investimenti immobiliari.Le verifiche sull’eventuale riciclaggio dei soldi non si sono mai fermate.

    Flavio Carboni è ufficialmente nullatenente. Ma quelli che la procura di Roma ha identificato come suoi prestanome negli ultimi affari (l’amica iglesiente Antonella Pau e l’ingegnere-autista reatino Pino Tomassetti) potevano contare su molto denaro sonante. Tanto da proporsi (inutilmente), in contemporanea con l’affare-eolico e i finanziamenti in arrivo da Forlì (da qui l’ipotesi di riciclaggio), di acquistare 110 ettari a Pula e di fare altri affari immobiliari del Sulcis.
    Sembra quasi incredibile, questo rincorrersi di frenetiche attività in tutta Europa, concentrate nell’ultimo biennio: gli appalti per le ferrovie in Lombardia, i casinò online in Campania, le discariche nel Lazio, le auto di lusso e i panfili in Emilia, l’eolico (e le speculazioni immobiliari) in Sardegna e persino nella Repubblica balcanica del Montenegro.
    Degli investimenti immobiliari, probabilmente con i capitali “drenati” attraverso l’affare-eolico, i pm Capaldo e Sabelli hanno trovato traccia nelle carte sequestrate nel corso dell’inchiesta romana sulla P3. Investimenti tentati sul litorale di Pula e forse anche nel Sulcis, sui quali le indagini proseguono in queste settimane.
    Al centro delle verifiche c’è sempre la giovane iglesiente Antonella Pau (nell’informativa dei carabinieri viene definita la compagna di Carboni, in carcere da luglio per lo scandalo eolico): i pm della procura di Roma in questi giorni stanno esaminando i contenuti del rapporto chiesto alla Polizia valutaria sul suo conto.
    Il quadro, secondo la relazione fatta predisporre dalla Procura nell’ambito delle indagini sull’appalto-eolico, è presto fatto: nel corso del 2009 sul conto corrente di Antonella Pau sono stati versati 6,1 milioni di euro, mentre si sono registrate uscite per 4,7. Nel primo semestre dell’anno in corso il saldo è stato negativo: poco più di un milione in entrata e 2,2 in uscita. Per un totale di 7,1 milioni di versamenti e 6,9 milioni di prelievi e pagamenti. Cifre effettivamente sproporzionate, se si pensa che l’unica attività ufficiale della donna (la società immobiliare Xenia Real Estate, con sede in via dei Pisani a Iglesias) non ha praticamente fatto registrare movimenti.

  7. 19 Novembre 2010 a 15:26 | #7

    da L’Unione Sarda on line, 19 novembre 2010
    P3, nuova ipotesi investigativa: Dell’Utri e Verdini soci nell’eolico? Il tribunale del Riesame anticipa quelle che potrebbero essere le nuove frontiere di un’inchiesta che non smette di riservare sorprese. (Anthony Muroni)

    Anche il senatore Marcello Dell’Utri e il coordinatore nazionale del Pdl Denis Verdini erano della partita-eolico, non solo in veste di amici e sponsor di Flavio Carboni, ma in qualità di suoi soci. A ipotizzarlo, nell’ordinanza che ha confermato la custodia cautelare in carcere per il faccendiere sardo, è il tribunale del Riesame di Roma. Che anticipa, in maniera persino irrituale, quella che potrebbe essere la nuova frontiera di un’inchiesta che da ormai sette mesi squassa la politica nazionale e regionale.

    I TESTIMONI. L’ipotesi, riferita ai pm Capaldo e Sabelli dagli imprenditori forlivesi Ragni, Cosmi e Alberani («Carboni ci disse che Verdini e Dell’Utri dovevano essere soci in iniziative legate all’eolico in Sardegna») è stata smentita dallo stesso coordinatore del Pdl nel corso del suo interrogatorio del luglio scorso: «L’uomo “verde” del quale Flavio parla al suo collaboratore Piana nel corso di una conversazione telefonica dell’agosto 2009, al quale era stata promessa una sua partecipazione nell’affare legato alle energie rinnovabili, non ero io. Al massimo poteva essere Gino Mariotti, che aveva difficoltà economiche e per il quale avevo chiesto aiuto a Carboni». E quando i pm gli contestano che anche il governatore Cappellacci ha lasciato intendere di un suo coinvolgimento nel piano-eolico, Verdini ne prende atto ma replica: «A Ugo mi sono limitato a chiedere di stare a sentire cosa voleva Carboni. Con Flavio ho mantenuto i rapporti soprattutto per via del legame che lo univa a Dell’Utri e allo stesso Cappellacci».

    L’INDAGATO VERDINI. Contro Verdini, mostrando di non credere alla sua ricostruzione, il giudice Muntoni (che ha motivato l’ordinanza firmata in accordo con gli altri componenti del collegio, Franca Amadori e Fabio Mostarda) rileva anche altri indizi: «Colpisce la tortuosità con la quale Carboni ha finanziato la Società Toscana di Edizioni, anche in considerazione delle dichiarazioni rilasciate dal forlivese Ragni e dagli altri finanziatori per la partita eolico – scrive il magistrato – i versamenti sono stati giustificati con la volontà di acquistare per due milioni di euro parte di un terreno per il quale Antonella Pau (compagna di Carboni) possedeva solo un contratto di compravendita a un prezzo inferiore di quello che Ragni doveva acquistare. Operazione conclusa con la promozione dello stesso imprenditore di Forlì a un ruolo di primo piano del Pdl romagnolo».

    IL CASO EOLICO. Nell’ordinanza sono anche richiamati i capisaldi della tranche sarda dell’inchiesta romana su P3 ed eolico, noti da mesi: le pressioni di Carboni a Verdini (e di quest’ultimo su Cappellacci) per la nomina di Ignazio Farris alla direzione dell’Arpas, il tentativo di far cambiare alla Giunta regionale la normativa in materia di autorizzazione unica sul rilascio delle concessioni per l’eolico, il ruolo dell’ingegner Franco Piga (che sarebbe stato l’uomo delegato dal governatore a tenere i rapporti con Carboni) e dell’ex assessore regionale all’Urbanistica Gabriele Asunis, i movimenti di Pinello Cossu e Marcello Garau (uomini di fiducia dell’uomo d’affari di Torralba, in carcere dai primi di luglio), i vertici nella casa romana di Verdini.

    LA REGIONE. C’è anche un passaggio nel quale il giudice Muntoni cita i comportamenti di Cappellacci, stigmatizzandoli e definendoli illeciti: «La documentazione acquisita dal pm presso la Regione evidenzia che la nomina di Farris all’Arpas è avvenuta sulla base della mera verifica della sussistenza del titolo formale richiesto dalla legge regionale, quindi senza alcuna valutazione comparativa condotta sulla base dei titoli posseduti dai numerosi aspiranti. L’elenco formato dalla commissione tecnica di valutazione è consistito non già in una graduatoria formata sulla base di punteggi attribuiti secondo criteri predeterminati ma in un mero elenco di candidati idonei. Va rilevato, ai fini della valutazione della legittimità di questa procedura, che la legge 6 del 2006 stabilisce che la nomina del direttore dell’Arpas debba avvenire con procedura a evidenza pubblica – scrive il magistrato nell’ordinanza – come osservato nella ricostruzione della vicenda, la nomina di Farris risulta essere stata disposta dalla Giunta regionale in violazione dell’articolo 323 del codice penale, in ragione delle pressioni esercitate da Carboni e dai suoi sostenitori e sodali».

    LE ACCUSE. Il Riesame ha posto anche altri punti fermi, che a suo avviso risultato ampiamente provati nei confronti dei tre indagati principali: l’esistenza di un sodalizio segreto che interferiva sull’esercizio di funzioni costituzionali, il fine di personale arricchimento e rafforzamento del potere, la permanenza di un vincolo associativo tra i sodali di particolare fisionomia, struttura e fine criminoso. Un quadro particolarmente dettagliato, che ora dovrà affrontare un nuovo passaggio davanti alla Corte di Cassazione. Anche perché pare certo che i difensori di Carboni e Lombardi, come da loro già preannunciato, non si arrenderanno.

  8. 18 Novembre 2010 a 15:30 | #8

    da Il Fatto Quotidiano, 17 novembre 2010 (http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/11/17/inchiesta-p3-restano-in-carcere-flavio-carboni-e-pasquale-lombardi/77317/)
    Inchiesta P3, restano in carcere. Carboni e Lombardi: “societas sceleris”.

    Restano in carcere Flavio Carboni e Pasquale Lombardi, indagati nell’inchiesta sulla ‘P3?. Lo ha deciso il Tribunale del Riesame presieduto da Guglielmo Muntoni che ha respinto i ricorsi dei difensori. Per Carboni l’istanza era stata presentata dall’avvocato Renato Borzone, mentre per Lombardi aveva fatto ricorso l’avvocato Corrado Oliviero.
    I due legali avevano sostenuto il venir meno dell’esigenze cautelari, la non utilizzabilità delle intercettazioni tra i due indagati e soggetti politici nonché le precarie condizioni di salute dei loro assistiti. A disporre una nuova pronuncia del Riesame era stata la Corte di Cassazione che il 9 settembre scorso, accogliendo una istanza delle difese, aveva stabilito la necessità di un nuovo esame da parte del Tribunale della libertà dei ricorsi (respinti nel mese di luglio) in diversa composizione del collegio.
    Flavio Carboni, faccendiere sardo già condannato a otto anni e 6 mesi per la vicenda del fallimento del Banco Ambrosiano, è stato arrestato l’8 luglio scorso nell’ambito dell’inchiesta sull’eolico in Sardegna e su un presunto comitato d’affari che avrebbe gestito l’assegnazione di una serie di appalti pubblici. Secondo gli inquirenti, questo comitato era gestito da Flavio Carboni. Insieme a lui furono arrestati il geometra Pasquale Lombardi, ex esponente della Dc, e l’imprenditore napoletano Arcangelo Martino, scarcerato il 28 settembre scorso.
    Nell’ordinanza di arresto Il gip Giovanni De Donato scrive: “I tre indagati erano legati in un’associazione per delinquere diretta a realizzare una serie indeterminata di delitti. Tale associazione era caratterizzata ‘dalla segretezza degli scopi’ e volta a condizionare il funzionamento degli organi costituzionali nonché degli apparati della pubblica amministrazione”. Secondo il provvedimento del tribunale del Riesame di Roma “la P3 era ed è in grado di interferire, spesso determinandole, sulle scelte di organi costituzionali e di pubblica amministrazione”. Dagli atti “emerge un concreto, attuale, e molto allarmante pericolo di reiterazione del reato” per cui “appare assolutamente necessario impedire che la prosecuzione dell’attività delittuosa della ‘societas sceleris’ in contestazione condizioni ulteriormente gli equilibri istituzionali e l’affidabilità sociale e istituzionale di istituzioni pubbliche, anche di livello costituzionale, fra cui d’importanti uffici giudiziari”. ”L’organizzazione occulta era in grado di agire in autonomia, indipendentemente dai suoi referenti politici. Gli indagati appaiono spesso collegati a specifici ambienti politici dai quali sono comunque autonomi, tanto che possono anche agire conflittualmente, come accaduto nella vicenda Caldoro, rispetto ai medesimi ambienti politici quando i rispettivi interessi non collimino o configgano”.
    Secondo il riesame,Nella stessa inchiesta è accusato di riciclaggio il coordinatore del Pdl Denis Verdini: secondo il giudice incontrò Carboni per stabilire un tentativo di avvicinamento ai giudici della Consulta. Secondo le ricostruzioni tra settembre e ottobre 2009 Carboni, Lombardi e Martino tentarono di avvicinare i giudici della Corte Costituzionale per influenzare il giudizio sul lodo Alfano. L’episodio si intreccia col tentativo dei tre di ottenere la candidatura dell’ex sottosegretario all’Economia, Nicola Cosentino, alla carica di presidente della Regione Campania, in cambio appunto degli interventi compiuti sulla Corte Costituzionale.
    In riferimento alle condizioni di salute di Carboni, il tribunale spiega che “emergono patologie per le quali gli accertamenti peritali disposti hanno attestato la compatibilità delle stesse con il regime carcerario condizionata al fatto che questo sia realizzato” in una struttura carceraria adeguatamente attrezzata.
    L’avvocato Renato Borzone che con il collega Adelmo De Cataldo, assiste Flavio Carboni ha commentato: “Non mi aspettavo nulla di diverso. D’altra parte in un paese borbonico come l’Italia la concezione della custodia cautelare può essere questa: la pena prima del processo. Nel merito il legale ha specificato: “Rileviamo come si continui a ritenere esistente un’associazione segreta nonostante le chiare risultanze liberatorie e le dichiarazioni scagionanti di Arcangelo Martino ( il terzo indagato nella vicenda)”. Secondo Borzone infatti “Martino è stato liberato non perchè ha collaborato ma perchè secondo il parere della Procura sono venute meno le esigenze cautelari in modo oggettivo. Evidentemente le esigenze cautelari sono uguali per tutti gli indagati ma per alcuni sono più uguali degli altri”.

  9. 28 Ottobre 2010 a 15:03 | #9

    da La Nuova Sardegna, 28 ottobre 2010
    Asunis e Piga, incontri e contatti sospetti.
    I ruoli dell’ex assessore e del commissario che ha lasciato l’Ato.

    ROMA. Piccole e grandi novità dagli atti depositati in questi giorni dai pm romani. Non emergono soltanto altri particolari sui principali accusati. Tra le persone sottoposte ad accertamenti rimaste finora in un relativo cono d’ombra, si delineano con maggiore definizione le posizioni processuali di Franco Piga e Gabriele Asunis. Il primo, ex commissario dell’Autorità regionale d’ambito, indicato per questa carica dalla Giunta Cappellacci, è l’unico tra gli indagati che ha deciso di dimettersi dopo aver ricevuto l’avviso di garanzia. Ingegnere, nato a Padria 57 anni fa, Piga risiede nel capoluogo dell’isola. Asunis, 59 anni, cagliaritano, anche lui ingegnere, era invece assessore regionale all’Urbanistica sino all’ultimo rimpasto nell’esecutivo di centrodestra. Entrambi sono chiamati in causa dalla magistratura con l’accusa di aver tentato di favorito i presunti maneggi di Carboni in possibili appalti e affari da organizzare in Sardegna.
    Dall’ordinanza di custodia cautelare che nei mesi scorsi ha portato in cella – con l’«instancabile Flavio» – Arcangelo Martino e Pasquale Lombardi erano già emerse conversazioni intercettate dagli investigatori che non deponevano a favore dell’incarico di pubblico funzionario svolto da Piga. In particolare, il riferimento è ad alcune telefonate con l’ex direttore dell’Arpas, Ignazio Farris, e con l’amico di Carboni Pinello Cossu, anche loro sotto inchiesta. Colloqui altrettanto sospetti gli inquirenti addebitano ad Asunis nei mesi che hanno portato alla nomina di Farris alla direzione dell’Arpas.
    Dalle carte messe a disposizione del gip e della difesa dal procuratore aggiunto di Roma Giancarlo Capaldo e dal sostituto Rodolfo Maria Sabelli spunta fuori ora che è stata disposta una perquisizione negli uffici di Piga. Col sequestro di computer, portatili e «memorie di massa», poi sottoposti alle analisi del Reparto tecnologie informatiche del raggruppamento per le investigazioni scientifiche dei carabinieri. Agli atti risultano quindi i particolari dell’interrogatorio di Cappellacci sul suo ruolo. Il presidente della Regione, rispondendo ai pm, si limita a poche battute. «Non mi consta che Franco Piga abbia ricevuto da Carboni un incarico specifico né Piga si è fatto latore presso di me d’istanze di Carboni», dice il governatore.
    Quando a metà maggio Piga si è dimesso, ha rilasciato a sua difesa una dichiarazione molto chiara nella sua essenzialità: «Vista la vicenda che mi coinvolge, nell’esprimere la massima fiducia nell’autorità giudiziaria e mettendomi a completa disposizione per chiarire la mia estraneità, lascio l’incarico pubblico perché me lo impongono ragioni di opportunità e senso di rispetto per l’ente e per l’amministrazione regionale».
    Nelle carte si accenna poi rapidamente a Gabriele Asunis: sia nell’interrogatorio di Cappellacci sia a proposito del convegno con autorevoli magistrati promosso a Santa Margherita nel settembre 2009 dal trio finito in carcere. Altri particolari dà il co-indagato Ignazio Farris. Il quale prima dice di essersi riferito a lui e al governatore quando in una telefonata dai toni oscuri intercettata dai carabinieri parla «dei due grandi». E poi, incalzato dai pm sul significato di altre conversazioni registrate in vista di quella tre-giorni vicino a Pula, conclude: «Parlo del “richiamo lì a Forte Village” per riferirmi al fatto che in occasione del convegno sul tema del federalismo fiscale, non ricordo se Cappellacci o Asunis, confermarono a Cossu il loro interessamento per la nomina a presidente dell’Ente foreste, che però non arrivò nemmeno in seguito».
    Insomma, anche per le figure non di primo piano nell’inchiesta, un quadro da ricostruire e valutare in tutti gli aspetti. Con segnali criptici, intrecci da riannodare, trame ancora da svelare per intero. La prossima tappa dell’inchiesta, forse, permetterà di fare piena luce sugli aspetti inquietanti di una storia di per sé complessa e sfaccettata. (pgp)

  10. 28 Ottobre 2010 a 15:02 | #10

    da La Nuova Sardegna, 28 ottobre 2010
    «Eolico? Non ne so nulla». Così Verdini si dissocia da Carboni e Cappellacci.

    ROMA. Eolico e P3: dalle nuove carte depositate dai pm emerge, per la prima volta pubblicamente, la «versione di Denis». Ovvero la posizione ufficiale dell’indagato Verdini, leader del Pdl, ex banchiere ai vertici del Credito cooperativo fiorentino. Il quale – per le centrali del vento – prende le distanze da Cappellacci e Carboni. Braccio destro di Berlusconi, come l’altro suo amico Marcello Dell’Utri rimasto invischiato nelle trame della loggia segreta, Verdini si è sempre detto estraneo ai fatti. Ora è possibile sapere il perché. Ai pm, nell’interrogatorio del 26 luglio scorso, chiarisce circostanze, intrecci, legami. La sua è una difesa strenua. Ma i magistrati lo sorprendono spesso su posizioni diverse rispetto ad altri protagonisti finiti nella bufera giudiziaria provocata dagli appalti sull’energia del vento. E non mancano di rilevare contraddizioni. Soprattutto nel filone isolano. Di particolare interesse i contatti con l’imputato considerato il regista di mille affari Carboni e col governatore Cappellacci, anche lui sottoposto ad accertamenti nella stessa inchiesta.
    DENIS VERDINI è nato cinquantanove anni fa a Fivizzano, in provincia di Massa Carra. Risiede a Firenze. Ma com’è ovvio opera principalmente a Roma. All’inizio dell’interrogatorio viene perciò identificato «a mezzo tessera della Camera dei deputati n. DEI6101007, rilasciata il 10 febbraio 2009». Come prassi vuole lui precisa di non avere soprannomi. Spiega di essere sposato. Chiarisce che a suo carico ci sono altri procedimenti (di sicuro il riferimento è allo scandalo sul G8 mancato alla Maddalena e sui grandi appalti collegati alla Cricca della Ferratella nella Protezione civile, il solo trait d’union fra i due filoni sviluppatisi in Sardegna, ndr). Ma Verdini puntualizza di non aver mai subìto condanne. E rispondendo alle domande dei carabinieri e dei finanziari, che partecipano numerosi all’incontro disposto dai magistrati romani, specifica di avere conseguito la laurea, di potersi definire «benestante» e di essere proprietario d’immobili. Al colloquio assiste l’avvocato, Francesca Coppi, delegata dal legale di fiducia dell’ex banchiere, Marco Rocchi.
    Conversazioni. I magistrati battono sul tasto delle intercettazioni ed esibiscono i risultati degli accertamenti su conti riconducibili al coordinatore del Pdl. Gli stessi che portano al Giornale di Toscana (nel suo vertice Verdini ha ruolo dirigenziale) e all’ipotesi che nel 2009 Carboni potesse finanziare un’edizione sarda del quotidiano: è in questa circostanza che il deputato sostiene di aver conosciuto l’imprenditore sassarese con radici familiari a Torralba.
    Soldi. Dato che i soldi depositati per l’«asserito aumento di capitale» nel quadro societario del giornale fanno capo alla compagna (Antonella Pau) e all’autista-factotum (Giuseppe Tomassetti) di Carboni, Verdini deve precisare che dietro l’operazione in sostanza altri non c’era che lui, Flavio, l’infaticabile tessitore di trame. E aggiunge: «Tengo a dire che la scrittura privata redatta lo scorso anno non ha collegamento col contratto datato 8 settembre 2004 stipulato fra me e Massimo Parisi da un lato e la Ste dall’altro (cioè la società editrice del quotidiano, ndr)». Infatti questa volta «s’intendeva realizzare l’ingresso formalmente di Pau e Tomassetti, nella realtà di Flavio Carboni, nel capitale della Ste». «Tuttavia – continua Verdini – non era possibile far figurare il versamento di 2.600.000 euro in conto capitale, perché, in questo modo, la quota capitale di spettanza della Cooperativa nuova editoriale sarebbe scesa al di sotto della soglia del 51 per cento essenziale perché la società potesse beneficiare dei contributi all’editoria per circa 2.500.000 euro all’anno». Mentre in proposito i pm decidono di sollecitare chiarimenti da parte del governo (non si sa con quali esiti), sul punto Verdini conclude dicendo che, dopo l’avvio dell’inchiesta Formato G8, aveva ritenuto d’informare Flavio che non avrebbero potuto più avere rapporti commerciali. Ammette infatti di sapere che in passato l’«uomo più assolto d’Italia», come si autodefinisce Carboni, aveva avuto più di un guaio giudiziario. «Ma del resto – rimarca – telefonate simili le feci ad altri miei amici con i quali ho commentato la mia disavventura giudiziaria». E precisa ai magistrati che per questo «non abbiamo ancora definito con Carboni gli accordi circa il suo intervento nel capitale della Ste».
    Arpas. Nega dunque, Verdini, ciò che invece i pm affermano nell’ordinanza di custodia per l’affarista sardo, Lombardi e Martino: ossia che quell’aumento di capitale servisse a mascherare l’interesse per gli appalti sull’eolico in Sardegna. Ma è proprio questo il tema toccato subito dopo dagli inquirenti. E così l’ex banchiere spiega: «Nell’estate del 2009 Carboni iniziò a rivolgersi a me e al senatore Dell’Utri allo scopo di ottenere un nostro interessamento con Cappellacci per sostenere la candidatura di tale Ignazio Farris, persona che non conoscevo, alla direzione dell’Agenzia regionale per la protezione ambientale. Infatti Carboni mi disse che la nomina gli era stata promessa, senza dirmi esattamente da chi, ma che fino a quel momento non era stata fatta». Dopo aver precisato che solo perciò mise in contatto l’imprenditore col presidente, esclude qualsiasi suo altro coinvolgimento nella partita delle rinnovabili. E a riprova di tutto conferma che nell’ormai famoso pranzo del 13 dicembre 2009 con Dell’Utri e Cappellacci a Suelli era convinto si dovesse parlare solo di politica. Circostanza smentita da altri indagati.
    Riunioni. Se l’interrogatorio si sposta poi su faccende campane sospette e sulle presunte pressioni indebite sulla Corte costituzionale, prima Verdini dà altri particolari sulle relazioni intrattenute in quei mesi con alcuni degli accusati nell’isola. Dice fra l’altro: «Non ho condiviso con Carboni alcun interesse societario su progetti nell’eolico… ricordo vennero a casa mia diverse persone che io non conoscevo, insieme con lui e Dell’Utri, fra loro anche una signora. Nell’occasione parlammo della politica nel Forlivese e del possibile ingresso di quelle persone nel coordinamento provinciale del Pdl. Adesso mi rendo conto che si trattò solo di un espediente di Carboni e di quelle persone per ottenere dalla mia banca finanziamenti che comunque non furono concessi». E ancora: «Diverso tempo dopo gli altri, arrivò anche Cappellacci, per parlare con me di questioni politiche…». E di fronte alla contestazione di telefonate registrate che sembrano di segno differente prosegue: «Il motivo per cui non ho troncato all’epoca con Carboni era sia nel rapporto che avevo nel tempo costruito con lui sia soprattutto nel legame che univa Carboni a Dell’Utri e allo stesso Cappellacci, il quale continuava a riceverlo e a dargli ascolto». E a una domanda del suo avvocato durante l’interrogatorio risponde così: «Cappellacci non mi ha mai dato riscontro circa i suoi incontri con Carboni né gli ho mai chiesto nulla».
    Allusioni. Nega infine di conoscere qualcuna delle società legate a Carboni nell’ambito delle iniziative per le fattorie del vento. E quando i magistrati osservano che però di lui si parla in una conversazione intercettata a proposito della Karios (o della Karis), con Carboni replica al suo interlocutore in maniera criptica affermando “diciamo che sono quelli che ha ordinato Verdini”, sostiene di non saperne nulla. E, piuttosto seccamente, conclude: «Posso solo ipotizzare che il riferimento al mio nome fosse usato dal Carboni per millantare, cosa che ho riscontrato in diverse sue telefonate».

  11. 24 Ottobre 2010 a 23:14 | #11

    da La Nuova Sardegna, 24 ottobre 2010
    Quel pranzo misterioso a Suelli. Verdini: non sapevo di Carboni, forse l’invitò Dell’Utri. L’ex banchiere L’incontro era stato organizzato solo per discutere di questioni politiche. (Pier Giorgio Pinna)

    ROMA. Riunione politica o vertice sugli appalti per l’eolico in Sardegna? Nelle nuove carte depositate dai pm romani emergono altri particolari sul pranzo del 13 dicembre 2009 a Suelli.
    E dalla risposta a quest’interrogativo dipende la definizione di uno spartiacque. Lo spartiacque che un domani i giudici delineeranno tra l’attività (lecita) di un gruppo di esponenti politici del Pdl e gli affari (illeciti) di chi tirava a spartirsi commesse legate alle centrali del vento. In altri termini: hanno ragione Denis Verdini, Ugo Cappellacci, Marcello Dell’Utri e altri indagati nello scandalo della P3 a dire che quel giorno si parlò soprattutto di problemi politici o gli inquirenti a dedurre dalle intercettazioni, dalla presenza di Flavio Carboni e da altri elementi di prova che si discusse di eolico in maniera non trasparente? Dopo la pubblicazione delle telefonate tra l’affarista sassarese e alcuni dei protagonisti della riunione nella Trexenta, è così di estremo interesse conoscere quali sono state le spiegazioni fornite ai pm dagli indagati.
    Riferendosi al summit di Suelli, il presidente Ugo Cappellacci a domanda risponde: «Ricordo che mi fu chiesto da Verdini o da Dell’Utri di fare una riunione che si è poi tenuta il 13 dicembre. Nell’occasione, i due parlamentari mi trasferirono le lamentele di Carboni sul solito tema delle competenze dell’Arpas». Ovvero l’Agenzia regionale per la protezione ambientale: alla sua direzione l’onnipresente imprenditore di Sassari con radici a Torralba aveva voluto andasse Ignazio Farris, finito a sua volta al centro di accertamenti perché dalla sua posizione avrebbe dovuto favorire i presunti complici.
    All’inizio dell’interrogatorio Denis Verdini dà invece una versione differente. E dice che la riunine era stata organizzata «per discutere con Cappellacci di questioni politiche mentre non era previsto un incontro con Carboni». «Dunque per me l’arrivo di Carboni, forse avvisato da Dell’Utri, fu imprevisto – aggiunge – In quella circostanza Carboni mi disse che il progetto di Cappellacci nel settore delle energie alternative contrastava con i suoi piani industriali. Per cui, in sostanza, voleva sapere da Cappellacci, in anticipo, quali sarebbero stati gli indirizzi della giunta regionale onde orientare le sue scelte sugli investimenti futuri. Al riguardo lo invitai a nominare un tecnico perché valutasse la questione, alla quale io, lo sottolineo ancora, ero estraneo e disinteressato, anzi seccato dalle sue continue insistenze». «Quando, nel dicembre 2009, chiesi informazioni a Carboni di quali fossero i suoi progetti, mi parlò di investimenti per parecchi milioni. La cosa non mi convinse: quei piani risultavano generici e fumosi, privi di riferimenti concreti a società, a terreni dove realizzare le pale, a capitali e a terzi investitori», afferma ancora Verdini.
    Di fronte alle diverse argomentazioni del governatore e ai pm che glielo fanno notare chiarisce: «Prendo atto delle dichiarazioni di Cappellacci in ordine ai contatti con me. Ribadisco che non gli ho rappresentato alcun diretto interesse nel progetto eolico, ma mi sono limitato a chiedergli di stare a sentire cosa voleva Carboni». E circa altre contraddizioni con la versione data da Farris aggiunge: «È vero: chiesi a Carboni se disponeva dei terreni dove realizzare le pale, ma solo perché non ne potevo più dei suoi discorsi e volevo capire cosa aveva in mano, quali erano obiettivi e reali prospettive».
    Infine, Marcello Garau: consulente sassarese dell’infaticabile tessitore di trame a suo tempo assolto dall’accusa di omicidio per la morte del banchiere Roberto Calvi, all’epoca lavorava per il Comune di Porto Torres. Nel suo interrogatorio chiarisce ai magistrati: «Nella prima fase della riunione Carboni, Cappellacci, Verdini e Dell’Utri s’incontrarono da soli, e non so cosa si siano detti. Poco prima di pranzo siamo stati chiamati anche io e Franco Piga (ex commissario regionale dell’Autorità d’ambito, l’unico che ha deciso di dimettersi dopo l’avviso di garanzia. ndr). Nell’occasione Carboni non sembrava soddisfatto: si parlò di politica energetica e qualcuno, non so se Piga o Cappellacci, disse che non erano possibili i protocolli di intesa con società che non dessero garanzie di rilevante competenza tecnica e solidità economica. Preciso che alla riunione del 13 dicembre partecipò anche il professor Tola, di Sassari, un mio amico esperto di energia che però non è intervenuto nella discussione».

  12. 24 Ottobre 2010 a 23:12 | #12

    da La Nuova Sardegna, 24 ottobre 2010
    Carboni, vorticosi passaggi di denaro. Ricostruiti nei dettagli i conti di moglie, compagna, factotum, amici e soci. (Rita Di Giovacchino)

    ROMA. Dietro tutto alla fine, nella colossale partita della loggia segreta, c’è sempre il business del vento in Sardegna.
    Un obiettivo che Carboni non ha mai perso di vista. Ma quando si dice eolico, si dice soldi e nelle carte della P3 c’è il quadro completo del frenetico movimento di assegni attraverso cui l’infaticabile Flavio era riuscito a raggranellare quei 3 milioni e 800mila euro necessari a mettere in moto l’affare delle pale a vento. «Serve grana», aveva detto senza troppi giri di parole il 16 novembre 2009 a Fabio Porcellini, professionista di Forlì. Tre giorni dopo per essere più chiari: «Una parte va a Roma». Possiamo partire da questa telefonata, ormai famosa, per riprendere il filo che consente di ricostruire il complicato circuito di quei 4 milioni, rintracciati dai carabinieri di Roma e poi dalla polizia valutaria della Finanza, che come cani da tartufi hanno seguito la pista del denaro e l’incastro di società che dall’isola portavano a Forlì, nello studio di un giovane professionista di buona famiglia. Tra queste la più importante è la Sardinia Reneweble Energy Project srl, fondata nel 2009 per assemblare i soldi.
    Le signore. Dietro la rete di conti correnti, assegni circolari di piccolo taglio, bonifici in entrata e in uscita tra banche di Iglesias, Cagliari, Padova, per poi finire nel grande imbuto del Credito cooperativo fiorentino di Verdini, c’è una piccola holding formato famiglia che non ha mai abbandonato Flavio. La moglie Maria Laura Scanu Concas, l’autista factotum Giuseppe Tomassetti, l’eterna fidanzata Antonella Pau e perfino Vittoria Sirigu, madre di quest’ultima. Le donne sono le uniche di cui si fida il Vice Re di Sardegna, non battono ciglio quando si tratta di movimentare assegni milionari che poi rientrano, nel giro di poche ore, attraverso misteriosi passaggi che hanno fatto perdere il sonno anche agli uomini dell’Unità investigativa di Bankitalia. Per mesi Carboni ha lavorato a quelle, che il gip De Donato ha definito linee di finanziamento. Che hanno i nomi di Fabio Porcellini, del suocero Alessandro Fornari, di Matteo Cosmi, unico a essere invitato da Verdini a Roma per discutere della Sardinia Renewable.
    I trasferimenti. C’è una prima tranche di assegni circolari sul conto di Antonella Pau, da cui vengono prelevati 430mila euro. Oltre la metà è poi negoziata nella banca di Verdini (prima quota di quegli 800mila euro versati alla Società editrice toscana). La seconda operazione viene realizzata sul conto della moglie di Carboni, Maria Laura Scanu Concas. Si tratta di due bonifici da 500mila euro della Sardinia Renewable (200mila finiscono ancora nella banca di Verdini). Ancora bonifici nel novembre 2009. Ma non bastano, e scatta la famosa telefonata: «Ci serve grana». Il 18 novembre arrivano altri soldi. Il primo bonifico è di 997mila e 400 euro, l’altro da 845mila, versati sul conto di Pau che a ruota stacca 8 assegni, da 12mila 499 euro. Anche questi finiti nella banca di Verdini.
    Società. Ma chi c’è dietro la Sardinia Renewable con sede legale a Forlì, in piazza Ordelaffi 4, nello studio di commercialisti appartenenti alla famiglia Fornari? Si scopre che la srl ha un capitale sociale di 20mila euro ed è controllata dalle finanziarie Glasspack e Real Estate (la prima è amministrata da Fornari, la seconda da Porcellini), sempre in piazza Ordelaffi 4. Ed è allora che i pm s’imbattono in Matteo Cosmi, un mediatore d’affari, anche lui molto conosciuto a Forlì. Cosmi il 21 ottobre 2009 partecipa a uno degli incontri organizzati da Verdini con Carboni, ma il suo ruolo è chiaro soltanto quando gli inquirenti s’imbattono in un teste chiave. Si chiama Cristiano Ragni, è un gallerista di Forlì in affari con Carboni e con qualche grande della finanza. Perfino Arturo Ferruzzi, il re del grano di Ravenna.
    Contatti con S. Marino. Ragni ha emesso assegni circolari per 270mila euro in favore di Carboni, la Gdf lo sente il 12 agosto. Ed è allora che spunta la pista che conduce alla piccola repubblica. Ragni lì è di casa e ammette: «Il capitano reggente di San Marino, Francesco Mussoni, mi chiese di conoscere il senatore Marcello Dell’Utri, io l’ho chiamato, lui ha accettato, di tale circostanza ho informato Carboni ma non mi risulta che poi l’incontro sia avvenuto». È però Carboni a muoversi. Racconta ancora Ragni: «Mi chiese d’incontrare Gabriele Gatti, allora ministro delle finanze a San Marino, ma io ero contrario. Credo si sia rivolto ad altri. Qualcuno mi disse che si erano poi incontrati Dell’Utri, Gatti e Carboni a San Marino. Penso sia stato Cosmi a metterli in contatto». San Marino, l’ultimo approdo della P3. Insomma, dall’utima puntata sulla loggia segreta, spunta la variabile, imprenditore di Forlì, con un ruolo nel Pdl locale e ponte con le banche sanmarinesi.

  13. 24 Ottobre 2010 a 23:05 | #13

    da La Nuova Sardegna, 23 ottobre 2010
    Cappellacci: per Farris pressioni di Verdini e Dell’Utri. I particolari dell’interrogatorio. «Carboni mi portò da Caracciolo, allora editore della Nuova». Inchiesta sull’eolico, gli incontri del governatore con Marcello Dell’Utri e con altri indagati. (Pier Giorgio Pinna)

    ROMA. Ammette che l’indicazione per la nomina di Ignazio Farris a direttore dell’Arpas «venne dell’onorevole Denis Verdini». Rammenta di aver partecipato a diverse riunioni con personaggi che sarebbero poi diventati protagonisti nello scandalo della P3. Parla dei rapporti intrattenuti con Flavio Carboni, l’uomo entrato e uscito da tutti i misteri italiani dagli anni Settanta a oggi. Ma ribadisce la sua estraneità a maneggi e irregolarità.
    I dettagli dell’interrogatorio del governatore Ugo Cappellacci, nel pomeriggio del 16 luglio scorso a Roma, emergono dalle carte depositate in queste ultime ore dai pm della capitale. Carte che contengono conferme e qualche novità, almeno per chi non aveva ancora avuto modo di vedere gli atti processuali. Ecco appunto i passi più significativi del colloquio avuto con i magistrati dal presidente della Regione, sentito come indagato nell’inchiesta sull’eolico nell’isola.
    A proposito dell’ex dirigente Arpas, come lui sottoposto ad accertamenti, Cappellacci è prodigo di particolari. «Non è vero però – sottolinea il governatore – quanto avrebbe dichiarato Farris per cui la sua nomina rientrava nella quota riconosciuta a Pinello Cossu (altro indagato come presunto complice di Carboni, ndr) o comunque nella quota di mia spettanza. Cossu non aveva peso politico tale che gli potessero essergli attribuite quote. Non so dire invece se e quale ruolo abbia avuto Carboni».
    E ancora: «Sono stato oggetto di pressioni che miravano a fare gestire all’Arpas il procedimento per il rilascio per l’autorizzazione unica». Queste pressioni «venivano trasferite a me da Verdini e talvolta dal senatore Marcello Dell’Utri: consistevano nella richiesta di dare ascolto alle istanze di Flavio Carboni». «Voglio precisare che se la nomina di Farris non creava problemi al mio progetto sulle energie rinnovabili, diverso discorso va fatto sul regolamento in quanto Carboni chiedeva – prosegue Cappellacci – che fosse dato un maggior ruolo all’Arpas. E premeva per la conclusione di un accordo di programma con la Regione presentandosi come rappresentante di grosse società del settore».
    Il governatore aggiunge di averlo incontrato la prima volta soltanto nell’autunno del 2008: «Prima lo conoscevo solo di nome – sostiene – Mi fu presentato dall’assessore regionale all’Urbanistica Gabriele Asunis (altro indagato, ndr). Il quale mi propose di organizzare un incontro con il principe Caracciolo che diceva fosse grande amico di Carboni allo scopo di migliorare il rapporto fra me e la Nuova Sardegna, appartenente al gruppo Repubblica-L’Espresso. In effetti fu organizzato un pranzo nell’abitazione romana di Caracciolo a cui parteciparono anche Asunis e Dell’Utri. E mi fu riferito che, dopo tale circostanza, vi era stato un input in quel senso al direttore della Nuova Sardegna, da parte della proprietà del giornale».
    Nell’interrogatorio si parla poi del convegno promosso al Forte Village nel settembre 2009. Cappellacci spiega ai pm di aver dato il patrocinio della Regione e un contributo di 50mila euro perché l’iniziativa era organizzata «da una associazione culturale» e «soprattutto per il prestigio dei partecipanti». «Ricordo che Carboni fu presente a un pranzo e a una cena e che girava per i tavoli – aggiunge – Fu in quella occasione che incontrai per la prima volta Farris. Nella stessa circostanza mi vennero presentate due persone indicatemi come il giudice Lombardi e l’avvocato Martino». E cioè i presunti complici nella P3 di Carboni, come lui accusati di aver tentato di avvicinare alcuni dei magistrati al congresso per condizionare nomine al Csm ed esercitare indebite pressioni sulla Corte costituzionale nella sentenza sul Lodo Alfano. «Escludo però di aver dato assicurazioni a Pinello Cossu» durante la tre giorni a Santa Margherita di Pula, circa la sua nomina a presidente dell’Ente foreste», conclude il governatore sul punto.
    Nuove domande riguardano incontri e colloqui con gli altri indagati «È improbabile che sia stato a casa Verdini il 26 novembre 2009 – precisa infine Cappellacci rispondendo a precise domande degli inquirenti – Quel giorno mi trovavo a Roma, ma presi parte ad un corteo dell’Alcoa, terminato il quale mi recai al ministero dello Sviluppo economico dove rimasi sino a tardi».
    «Il 9 dicembre 2009 ero effettivamente a Roma, ma ho avuto impegni tutto il giorno e non credo di essere andato da Verdini anche se non posso escluderlo», continua. E aggiunge: «Ricordo che mi fu chiesto da Verdini o dal Dell’Utri di fare una riunione a Cagliari, il 13 dicembre: nell’occasione, i due parlamentari mi trasferirono le lamentele di Carboni sul solito tema delle competenze dell’Arpas».

  14. 24 Ottobre 2010 a 23:03 | #14

    da La Nuova Sardegna, 23 ottobre 2010
    Carboni resta in carcere: slitta tutto al 4 novembre Nuovi indizi contro di lui. Il Riesame rinvia la decisione sulla scarcerazione Ma la Procura deposita altre tremila pagine contro la loggia segreta. (Rita Di Giovacchino)

    ROMA. Per Flavio Carboni ancora qualche giorno di attesa: un’indisposizione del presidente del Tribunale del Riesame, Guglielmo Muntoni, ha fatto slittare al 4 novembre la decisione sulla sua scarcerazione. Non sarà tempo sprecato: nelle tremila pagine depositate quasi in zona cesarini dalla Procura romana ci sono ancora molti aspetti ancora inediti in questa strana storia della P3. Se i magistrati romani conoscono tutto o quasi del passato di Carboni, poco sanno del presente. Se non per quello che sta emergendo da questa inchiesta sulla loggia segreta che cerca di sospingerlo in un angolo, proprio ora che aveva chiuso i conti con il passato: ad aprile scorso era stato assolto al processo per l’omicidio di Roberto Calvi.
    L’ultima accusa, la più grave dagli anni dell’Ambrosiano. Ma questo non ha mai scalfito la fama di spericolato uomo d’affari che lo ha sempre accompagnato, né la consistenza dei suoi patrimoni e neppure la solidità delle relazioni politiche, i progetti faraonici che ancora insegue nonostante la tarda età e i disturbi di cuore.
    Ecco, nelle tremila pagine depositate in questi giorni, c’è un’ intercettazione che aggiorna il suo ritratto e che val la pena di leggere. Risale al 26 giugno scorso, una decina di giorni prima che venisse arrestato. La conversazione si svolge tra Riccardo Piana – l’amministratore che gestisce tutti i suoi beni, amico e factotum – e tal Vilmer Travagliati. Si parla di varie cose perfino di un progetto che interesserebbe la British Petrolium nei guai per l’inquinamento del Golfo del Messico. A un certo punto Piana dice: «…tu non ti puoi immaginare, vivo di relazioni… non puoi immaginare che fucina di lavori… io gestisco la discarica di Calancoi, i suoi terreni a Cala di Volpe e quelli a Porto Rotondo… Tutto quello che è di Carboni è gestito da me come asset patrimoniale…». Poi aggiunge: «Tra me e lui c’è un’amicizia storica… io l’ho appoggiato quando nessuno lo appaggiava… bisogna che tu sappia che nel 1982 gli hanno sequestrato 780 milioni di dollari. Parliamo di cifre importanti». Travagliati appare molto interessato: «Bisogna che ci vediamo una volta di queste». L’altro incalza: «Non puoi immaginare le ricchezze depositate all’estero, perché ecco contro di lui tutte cazzate, 28 processi e 28 assoluzioni. L’hanno fatto per fermarlo, ci sono molti soldi depositati all’estero, non è roba sporca… il frutto della parte più oscura della finanza italiana». Piana si entusiasma: «Che piaccia o no è ancora il viceré della Sardegna, è lui che determina tante cose e io gestisco i suoi beni, ricordati erano 125 società prima del casino di Solidarnosc». Del resto c’è sempre stato il sospetto che fosse proprio Carboni il custode di una parte delle immense ricchezze inghiottite dal Banco Ambrosiano.
    E fa sorridere Denis Verdini quando racconta di essere rimasto colpito dai rapporti familiari che intercorrono tra Flavio e Dell’Utri. I due sono amici da oltre trent’anni, dovrebbe saperlo il coordinatore del Pdl, anche Marcello negli anni Ottanta sbarcò in Sardegna grazie a lui. Sono talmente in intimità – si scopre da un’altra intercettazione ambientale – che Dell’Utri si era di recente fatto prestare 120mila euro da Carboni, senza preoccuparsi troppo di quando glieli avrebbe restituiti. A settembre scorso – Flavio è già in carcere da due mesi – Dell’Utri ne parla al forlivese Cristiano Ragni, preocupato che qualcuno scopra quel passaggio di soldi non giustificabile. Perché, a cosa servivano i 120mila euro?
    Un altro capitolo sul «viceré della Sardegna» viene dalla nomina di Ignazio Farris a presidente dell’Arpas. Le ansietà di Verdini, le critiche di Garau. A parlare sono i protagonisti. Farris spiega al pm Capaldo di aver conosciuto Carboni tramite il suo vecchio amico Pinello Cossu, che è poi zio di Antonella Pau, la fidanzata di Flavio. Tutti e due lo avevano messo a parte del progetto di fargli ottenere una nomina politica a direttore dell’Arpas. Cosa che non lo stupì: «Mi ero già occupato dell’ambiente, avevo i titoli necessari», afferma deciso. Ci sono sì le ostilità di alcuni assessori – tra questi ancheo quello all’Ambiente – ma a risolvere il problema ci aveva pensato Verdini che aveva imposto a Cappellacci di rispettare la divisione in quote per la distribuzione degli incarichi. «Una sola volta sono stato in casa di Verdini a Roma – spiega -. Carboni mi disse che dovevo spiegargli che non era possibile presentare la bozza del progetto in quel momento, prima che venissero individuati i terreni e prima che fosse attuato il documento sull’attuazione unica». Insomma Denis premeva… Ma sentiamo come racconta più o meno le stesse vicende Marcello Garau, un esperto di energie rinnovabili. «Conobbi Farris a metà del 2009 tramite Carboni, appresi che era stato nominato presidente dell’Arpas. A me non sembrò che avesse le competenze necessarie. Più avanti mi fece avere la bozza del suo progetto… mi sembrò sconclusionata e inconcludente».

  15. 22 Ottobre 2010 a 15:00 | #15

    da L’Espresso, 22 ottobre 2010
    Lombardo: ‘Qui c’è la cricca’.
    In Sicilia esiste un gruppo dedito alla sistematica spoliazione della regione. Che fa capo a due potenti ministri: Angelino Alfano e Stefania Prestigiacomo. La durissima accusa del governatore che ha appena rotto con Berlusconi. (Roberto Di Caro)

    Altro che cricca. Quello che qui denuncia Raffaele Lombardo, presidente della Regione Sicilia, è senza mezzi termini un gruppo “dedito alla sistematica spoliazione della Sicilia, in proprio e per conto terzi”. È la storia dell’isola dai tempi in cui, leggasi Cicerone, il proconsole Verre rubava il grano, per Roma e per sé, attacca Lombardo. Solo che ora i proconsoli in questione si chiamano Angelino Alfano, ministro della Giustizia, Stefania Prestigiacomo, ministro dell’Ambiente, Pino Firrarello, senatore Pdl nel collegio di Acireale e sindaco di Bronte. In ballo ci sono miliardi di euro, 5 o 6 solo nella partita dei quattro termovalorizzatori cancellati da Lombardo a Palermo Bellolampo, Augusta, Paternò nel Catanese e Casteltermini nell’Agrigentino. Nonché il futuro politico dell’isola del 61 a 0 per un centrodestra che ora si ritrova fuori dal potere. E chi ha provocato un tale sconquasso? Un signore che nell’ufficio catanese della Regione dove lo incontriamo s’è portato il busto in bronzo di Mario Scelba, “che conoscevo bene e per il quale ho fatto la campagna delle europee del ’79″, racconta addentando fichi d’india bastardoni di Belpasso.

    Tra lei e il Pdl è ormai guerra all’ultimo sangue.
    “Se trascorressi 15 giorni a spasso per Kabul mi sentirei in vacanza, tanto la mia vita è complicata: me ne stanno facendo vedere di tutti i colori. Ma qualunque cosa ordiranno, vado avanti su questa strada. Compromessi zero. Tant’è che ho varato una giunta di tecnici sostenuta da Mpa, Fli, Udc di Casini, Api di Rutelli e dal Pd: almeno dalla sua ala antimafia, maggioritaria”.

    Contro ha il Pdl, il suo ex-alleato Gianfranco Micciché, il Pid di Totò Cuffaro fuoriuscito dall’Udc e, nel Pd, il senatore Vladimiro Crisafulli e l’ex-sindaco di Catania Enzo Bianco.
    “Crisafulli e Totò Cuffaro sono fratelli siamesi. Bianco ce l’ha con me perché nel 2005 l’ho fatto perdere appoggiando Scapagnini sindaco a Catania. Micciché ha ricucito col Cavaliere ma non può tornare a casa perché lo aspettano per fargli la festa gli Alfano, Schifani e dintorni: così s’è inventato Forza del sud, sorta di “sindacato giallo”: meridionalista a parole, giura fedeltà eterna a Berlusconi, quindi in fondo alla Lega”.

    Scusi, anche lei, il suo Mpa, ha votato la fiducia.
    “Ma con un distinguo che pesa una tonnellata: è l’ultima volta, se il governo non attua i punti del programma per il Sud”.

    Fiscalità di vantaggio, infrastrutture… Ci crede?
    “Dire che ho qualche dubbio è un eufemismo. Il primo tradimento è stata la norma che consente di abbassare le tasse alle Regioni con i conti a posto: per noi equivale a una “fiscalità di svantaggio”. Ma noi e i finiani siamo diventati decisivi per la vita del governo stesso”.

    Se si vota a primavera, con Fini, Casini, Rutelli?
    “La strada è quella. L’ho detto anche a Berlusconi, e mi ha risposto…”.

    Mi faccia indovinare: “Restiamo amici”?
    “Esatto. Sul piano personale, perché no?”.

    Raffaele Lombardo Raffaele Lombardo Però i suoi uomini le muovono guerra totale. Con il ministro della Giustizia Alfano vi siete presi a male parole. Lui: “Vergogna nazionale”. Lei: “Si occupasse delle agende dei suoi sodali. Cambi amici o almeno ministero”.
    “Già. E siccome, in Sicilia non è così facile cambiare amici…”

    Berlusconi ventila che possa diventare premier.
    “E Alfano è sceso in campo in prima persona: in Sicilia deve avere solo vassalli, e un presidente autonomista gli rompe i giochi. Ascarismo, si chiama questa struttura culturale e psicologica: campieri che vessano i siciliani per presentarsi a Roma, col cappello in mano, a riscuotere dai padroni”.

    E Stefania Prestigiacomo, che il suo senatore Giovanni Pistorio chiama ministra…
    “Per la devastazione dell’ambiente”.

    Ecco, appunto. È arrivata nella valle del Dittaino portandosi dietro il Ros e il “capitano Ultimo”: contro la discarica lì prevista dalla sua giunta.
    “Già, il Ros è molto attivo, da qualche tempo, in Sicilia…”.

    Troppo? È il Ros che indaga a Catania su di lei per concorso esterno in associazione mafiosa.
    “Non so, così leggo sui giornali, quasi tutti i giorni dal 29 marzo, quando pensavano di far cadere l’Assemblea e impedirmi di votare la Finanziaria, poi con la falsa notizia della richiesta d’arresto”.

    Dice la ministra che lei “ha posto sotto accusa le pale eoliche anziché la mafia”.
    “Ma brava! Pure i sassi sanno che mafia e eolico vanno a braccetto. Credo sia stato Tremonti a definire quello dell’eolico il più grande malaffare degli ultimi cinquant’anni. La tangente corrente per una quarantina di pale era di un milione di euro, e i politici da strapazzo si sbracciavano per promuoverne ovunque. Noi l’abbiamo bloccato. Crede non mi sia costato?”.

    Su che cos’altro vi state scontrando?
    “La Prestigiacomo è molto affezionata ad alcune realizzazioni nella sua area di Augusta. In particolare a un rigassificatore a Priolo, Erg, cioè Garrone, più Shell, e a un termovalorizzatore”.

    E voi il rigassificatore non lo volete?
    “Quell’area è una specie di Delta del Niger, solo che noi non sequestriamo i tecnici delle multinazionali. C’è ancora qualche migliaio di posti di lavoro, ma quanti morti per tumore, vite spezzate, città cancellate! Lo facciano, il rigassificatore, ma mettano in sicurezza la fatiscente raffineria, e interrino quell’enorme ferraglia per tre quarti dei suoi 40 metri, come ha fatto l’Enel a Porto Empedocle. E poi, lo vogliono costruire davvero in mezzo a raffinerie dove, se si aprisse una crepa, una fiammella farebbe esplodere un’area di 50 chilometri?”.

    E il termovalorizzatore?
    “È uno dei quattro decisi nel 2002 dalla giunta Cuffaro: che noi abbiamo archiviato perché erano la quintessenza di affarismo illecito, bassa politica e mafia”.

    Accusa pesante. La può documentare?
    “Ci ha pensato la commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite nel ciclo dei rifiuti, la Pecorella (qui il testo della relazione ndr). “In Sicilia il settore dei rifiuti è organizzato per delinquere”; “la criminalità organizzata ha un’area di contiguità estesa e consolidata, interi settori delle professioni, della politica e della pubblica amministrazione”, “gare apparenti, in cui tutto era deciso prima a tavolino”, “società collegate a soggetti della criminalità organizzata…”".

    Fatti specifici, per favore.
    “Paternò, provincia di Catania, contrada Cannizzola. Tale Alessandro Di Bella compra a un’asta nel ’96 un terreno per 200 milioni. Col progetto di termovalorizzatore vende un ottavo di quel terreno, che dunque ha pagato sui 26 milioni di lire, per 26 milioni di euro: del gruppo faceva parte anche Altecoen, che gli inquirenti hanno accertato essere legata alla mafia”.

    E chi sarebbe questo Di Bella?
    “Uomo di Firrarello e dunque di Alfano. Al cento per cento. E sulla mafia mi vengono a rompere i cosiddetti…”.

    Ci sono delle intercettazioni…
    “Voglio vedere se c’è un solo mio dialogo da cui emerga che ho un rapporto men che legittimo e trasparente con chicchessia, o dove concordi atti anche solo irregolari. Lo escludo”.

    È indagato anche suo fratello Angelo, per presunti rapporti con il boss Vincenzo Aiello.
    “Mio fratello, che è stato mio segretario, deputato regionale e ora nazionale, incontra chi lo chiede, come facevo io quando ne avevo il tempo. Il bersaglio sono io”.

    Non mi farà litanie sulla giustizia a orologeria!
    “Sa quando comincia la mia vicenda giudiziaria? Quando assesto un colpo micidiale sul piano dei rifiuti. Bloccati i termovalorizzatori, una partita da 5-6 miliardi di euro, mi ritrovo sul tavolo la richiesta dell’Agenzia regionale rifiuti, diretta da un uomo dell’ex-presidente Totò Cuffaro, di rimborsare comunque le aziende, la Falck e le altre scelte nella gara fasulla di cui parla Pecorella, per le spese che avrebbero sostenuto nei siti dove dovevano sorgere i termovalorizzatori: un conto da 329 milioni”.

    E lei blocca anche questi rimborsi?
    “Certo. I siti sono stati a stento spianati e recintati. A Paternò scopro che 26 milioni di lire sono diventati 26 milioni di euro. Non ci vuole molto a capire che c’è del marcio. Non so cos’abbia fatto in merito la Procura di Catania: credo nulla”.
    Però sta indagando la Procura di Palermo.
    “Alla quale abbiamo presentato un dossier di 19 pagine. Organizzati per bruciare 2,7 milioni di tonnellate di rifiuti, contro 2,4 che la Sicilia produce, i termovalorizzatori avrebbero cancellato la raccolta differenziata, perno del nostro piano rifiuti. Costruiti con la finanza di progetto, per pareggiare i conti degli investitori avremmo dovuto o raddoppiare le tariffe, qui dove la gente non ha di che comprarsi il pane, o pagare la differenza come Regione: visto che l’ho trovata mezza fallita, che avrei dovuto fare, vendere Palazzo d’Orleans?”.

    Il capo della Protezione civile Guido Bertolaso ha avanzato l’ipotesi di commissariamento della gestione rifiuti in Sicilia.
    “Lui, la Prestigiacomo e il presidente del Consiglio tornano a battere sui termovalorizzatori col pretesto della mancata consegna del nuovo piano dei rifiuti. Beh, gliel’abbiamo spedito venerdì 15, via mail alle 3.05 di notte, dopo che mi sono letto e rivisto 120 pagine più 300 di allegati”.

    Altri campi di battaglia?
    “Quanti ne vuole. C’era il Cas, Consorzio autostrade siciliane. Un ente colabrodo, parliamoci chiaro. Ma sette mesi fa, dopo due anni di tentativi impugnati dal Tar, ero riuscito a commissariarlo, avviando un radicale risanamento. A quel punto i ministri Matteoli e Tremonti hanno revocato la concessione al Cas”.

    Spiegazione? Dov’è l’inghippo?
    “L’Anas, con un progetto di finanza, sta per realizzare la Ragusa-Catania: il privato che se lo aggiudicasse avrebbe diritto di prelazione nella prossima privatizzazione del resto della rete, potendo poi imporre per trent’anni le tariffe che vuole. E chi partecipa, oltre all’Impregilo, a quel progetto di finanza? Un gruppo che fa capo all’onorevole Vito Bonsignore, Pdl: nonché, guarda caso, cugino del senatore Firrarello”.

  16. 22 Ottobre 2010 a 14:39 | #16

    da L’Unione Sarda on line, 22 ottobre 2010
    È all’estero il tesoro di Flavio Carboni.
    Intercettato l’amministratore di tutti i suoi beni: «Flavio è il vero viceré di Sardegna». I terreni in Costa Smeralda e i soldi all’estero. (Anthony Muroni)

    Un prestanome, su tutti. Il principe dei prestanome, a disposizione di colui che si è autoproclamato “viceré di Sardegna”. Avrebbe soprattutto risvolti comici la nuova intercettazione (contenuta tra le 800 nuove pagine depositate mercoledì dalla Procura romana nell’inchiesta P3 ed eolico) che svela i contorni degli affari di Flavio Carboni, se non si trattasse di un racconto chiaro e analitico di quelle che sono le attività del faccendiere sardo. Rivelazioni che il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e il sostituto Rodolfo Sabelli, davanti al Tribunale del Riesame, metteranno oggi al centro della loro richiesta di conferma della custodia cautelare in carcere per Carboni.

    L’INTERCETTAZIONE. È il 26 giugno 2009 quando Riccardo Piana, principale collaboratore dell’uomo d’affari di Torralba, rivela a un interlocutore telefonico (tale Travagliati) di essere il gestore di tutti i beni patrimoniali di Flavio Carboni. Più nel dettaglio Piana sostiene di condurre la gestione della discarica di Calancoi, dei terreni di Porto Rotondo e di quelli di Cala di Volpe. Sempre lui aggiunge di essere a conoscenza degli immensi capitali all’estero riconducibili a Carboni e di essere consapevole che tali profitti sarebbero il frutto della parte più scura della finanza italiana: «Lo faccio da 15 anni, non da ieri, quindi è un’amicizia storica che c’è tra me e Flavio. Siccome io l’ho aiutato quando nessuno lo appoggiava per il crack dell’Ambrosiano, lui è stato riconoscente. Rimane ancora, che piaccia o no, soprannominato il viceré della Sardegna, voglio dire quindi è lui che determina tante cose, io gestisco dei suoi beni e dei suoi asset. Erano 125 società prima del casino, ora l’unica cosa è svincolare questi capitali immensi che ha bloccato in giro per il mondo, perché è stato più fermato che altro».

    GLI AFFARI. Carboni soldi ne maneggia di continuo. E tanti. Le carte depositate mercoledì, utili alla Procura in vista dell’udienza in programma oggi al Tribunale del Riesame sull’istanza di scarcerazione di Flavio Carboni e Pasquale Lombardi, sono piene di cifre e passaggi di denaro.

    IL PRESTITO. Il più imbarazzante è quello che il senatore del Pdl Marcello Dell’Utri (a sua volta indagato nell’inchiesta P3) ha confidato appena un mese fa a Cristiano Ragni, gallerista forlivese amico del faccendiere sardo: «Andai a trovarlo nel suo ufficio al Senato – ha raccontato lo scorso 24 settembre il mercante d’arte ai carabinieri – per chiedergli cosa pensasse della situazione di Carboni. Mi rispose che occorreva aspettare che uscisse dal carcere. Disse anche di essere preoccupato per un prestito di 120 mila euro fattogli da Flavio e non interamente restituito. Diceva che c’era il rischio che quel flusso di denaro potesse essere rintracciato e che, nel caso, non avrebbe avuto la possibilità di giustificarlo».

    I FAVORI. A questo incontro, sempre nell’ultimo mese, ne sarebbe seguito un altro a Milano, voluto sempre da Ragni al fine di ottenere dal senatore Dell’Utri un vertice con il presidente di un istituto che gestisce immobili di edilizia popolare a Milano. Appuntamento chiesto per conto dell’altro forlivese Alessandro Alberani (a sua volta a lungo in contatto con Carboni), interessato alla vendita di alcuni appartamenti di sua proprietà. ANTHONY MURONI

  17. 22 Ottobre 2010 a 14:20 | #17

    da La Nuova Sardegna, 22 novembre 2010
    Il tribunale del riesame decide su due ricorsi: sulla salute e sull’uso delle intercettazioni.
    P3, forse oggi Flavio Carboni torna libero. I verbali di Cappellacci: «Pressioni di Verdini per la nomina di Farris all’Arpas». (Rita Di Giovacchino)

    ROMA. Oggi Flavio Carboni, in carcere dal 7 luglio scorso, potrebbe tornare a casa. Se non da uomo libero, almeno ai domiciliari. Molto dipenderà da come il Tribunale del riesame valuterà due ricorsi che, solo per caso, saranno discussi nello stesso giorno. Uno riguarda le condizioni di salute dell’imprenditore sardo che ha ormai 78 anni e non può resistere oltre al regime carcerario. Più dura si annuncia la battaglia sul quesito posto dalla Cassazione.
    I giudici qualche settimana fa diedero ragione all’avvocato della difesa Renato Borsone in merito all’inutilizzabilità delle intercettazioni che coinvolgono parlamentari, rinviando gli atti ai giudici di merito.
    I pm Giancarlo Capaldo e Rodolfo Sabelli hanno colto la palla al balzo per rovesciare sul tavolo del collegio una valanga di atti istruttori, svolti nei mesi passati. Interrogatori, informative dei carabinieri e della Guardia di Finanza, nuove intercettazioni. C’è tutta la volontà di dimostrare che non c’è più bisogno delle intercettazioni perché in questi mesi le indagini hanno ampiamente dimostrato la consistenza delle ipotesi accusatorie nei confronti di sottosegretari e alti magistrati coinvolti in un vortice di scambi di favore che ruotano tutti attorno “a Cesare, al vice Cesare e a tutti i tribuni”, proprio come scherzosamente spiegava Carboni ad Arcangelo Martino. Per chi avesse dimenticato Cesare sarebbe Silvio Berlusconi.
    Molte di queste carte sono circolate ieri a Roma. Tra queste c’è anche l’interrogatorio del Governatore Cappellacci di cui non si era mai conosciuto il testo. E le cose non stanno proprio come ce le hanno raccontate finora. Non sapevamo ad esempio che a un certo punto della lunga notte di piazzale Clodio, il governatore della Sardegna è stato costretto a dichiarare: «Effettivamente l’indicazione per la nomina di Ignazio Farris a direttore generale dell’Arpas venne dall’onorevole Denis Verdini…».
    E poco dopo incalzato dai pm ha ammesso: «E’ vero sono stato oggetto di pressioni che miravano a far gestire all’Arpas il procedimento per il rilascio per l’autorizzazione unica. Tali pressioni venivano trasferite a me da Verdini e qualche volta anche da Dell’Utri». E pensare che proprio attorno alla nomina di Farris si giocano tutte le tesi dell’accusa: Verdini ci teneva molto alla realizzazione degli impianti eolici, anche per risanare la situazione del suo Credito fiorentino che versava in cattive acque. Tra i documenti depositati c’è poi una lunga informativa di Bankitalia sui flussi bancari che dalla Toscana porterebbero all’estero per poi tornare in Sardegna. Come Cappellacci conobbe Flavio Carboni nell’autunno 2008 era invece già noto: «Mi fu presentato dall’assessore Asunis il quale mi propose un incontro anche con il principe Caracciolo…». C’è anche un’agenzia che a tarda sera rivela come Carboni intrattenesserapporti di buon livello, anche trasversali. Quella volpe di Verdini fa intendere ai pm «che dalla confidenza dimostrata ritiene che Dell’Utri conoscesse Carboni da molto tempo anche se non so dire esattamente da quando e non so dire la natura dei loro rapporti». La loro amicizia è noto risale ai primi anni Ottanta, quando Carboni fece da intermediario per Olbia 2.
    La dichiarazione fa parte dell’interrogartorio del 26 luglio scorso, quando il coordinatore nazionale del Pdl fu ascoltato come indagato nell’inchiesta sulla P3. Verdini, in particolare, ha spiegato ai pm Capaldo e Sabelli, che Carboni gli fu presentato nell’aprile del 2009 da alcuni imprenditoritoscani e che il suo intento era di pubblicare un giornale in Sardegna. «Il mese successivo – dice – ci fu un altro incontro al quale, oltre a Carboni, prese parte Marcello Dell’Utri: «In quell’occasione Dell’Utri si espresse favorevolmente sulla proposta editoriale di Carboni». Ma fu nell’estate del 2009 racconta ancora Dell’Utri che Carboni «iniziò a rivolgersi a me e a Dell’Utri allo scopo di ottenere un nostro interessamento presso il presidente della Regione Sardegna Ugo Cappellacci, per sostenere la candidatura di tale Ignazio Farris, persona che io non conoscevo alla carica di direttore generale dell’Arpa Sardegna. Carboni mi disse che la nomina di Farris gli era stata promessa, senza dirmi esattamente da chi». C’è poi l’ex assessore napoletano Ernesto Sica che vanta invece di «aver ricattato Berlusconi per la compravendita dei voti al Senato», quando cadde il governo Prodi. «A farmi assessore è stato Berlusconi».
    Infine c’è il pacco dono al presidente della Cassazione Vincenzo Carbone.
    La telefonata è tra lui e Pasquale Lombardi. L:Presidente scusami, prima cosa…C. Dimmi. L. Io ho mandato un pacco ma il portiere me lo ha restituito, lo faccio riportare al portiere?
    C.Sì, volentieri, figurati
    L. Alla portineria di Roma non c’era nessuno…domani mattina…. Un’altra cosa mi ha chiamato Peppino dice… è arrivato dal Consiglio dei Ministri. C. Non è arrivato niente, dillo a Peppino, io sono prontissimo ho già convocato tutto appena arriva qualche carta…

  18. 21 Ottobre 2010 a 15:50 | #18

    A.N.S.A., 21 ottobre 2010
    P3: Marra si è dimesso dalla magistratura.
    Il presidente della corte d’Appello di Milano: “Mai venuto meno ai miei doveri”.

    ROMA – Il presidente della Corte d’Appello di Milano, Alfonso Marra, si è dimesso dalla magistratura. E’ quanto si è appreso al Csm, dove oggi il magistrato era stato convocato per rispondere delle contestazioni che gli vengono mosse nell’ambito di una procedura di trasferimento d’ufficio. Procedura che era stata aperta dopo che il nome di Marra era comparso nelle carte della Procura di Roma che indaga sulla P3 e che ad agosto aveva sentito il presidente della Corte d’Appello di Milano come testimone.
    Nemmeno 20 giorni fa 200 magistrati di Milano in una riunione indetta dall’Anm locale e alla quale erano presenti i vertici nazionali del sindacato delle toghe avevano chiesto a Marra di fare un passo indietro, insomma di lasciare la poltrona che occupa dal 3 febbraio scorso; il tutto per l’imbarazzo provocato dalle intercettazioni dell’inchiesta della Procura di Roma sulla P3 dalle quali emergerebbero le pressioni esercitate da uno dei componenti della “Loggia”, Pasquale Lombardi, per favorire la nomina di Marra al vertice dell’ufficio giudiziario milanese. Proprio per questa vicenda a luglio il Csm aveva aperto nei confronti di Marra la procedura di trasferimento d’ufficio.

    MARRA: MAI VENUTO MENO AI MIEI DOVERI.
    “Non sono mai venuto meno ai miei doveri”. E’ quanto scrive il presidente della Corte d’Appello di Milano, Alfonso Marra, nella lettera con cui ha rassegnato le dimissioni dalla magistratura. La missiva è stata consegnata al Csm dal collega Pier Camillo Davigo, che difendeva Marra nella procedura di trasferimento d’ufficio.Marra rivendica di aver esercitato il suo ruolo di magistrato sempre con “disciplina ed onore” ed esprime “sgomento” per la situazione in cui si è venuto a trovare. E contesta anche il Csm, sostenendo che la procedura di trasferimento è stata aperta nei suoi confronti fuori dai casi previsti dalla legge.
    “Temo che nella situazione creatasi la mia permanenza alla presidenza della Corte d’Appello di Milano possa incidere sul buon andamento dell’amministrazione giudiziaria e sull’attività degli organi di autogoverno”, scrive ancora Marra.affermando di aver
    chiesto “il collocamento a riposo per anzianità con decorrenza immediata”. “Mi sgomenta che colleghi con i quali ho condiviso anni di impegno e ai quali sono legato da reciproca conoscenza – prosegue il magistrato – possano avere di me l’immagine di una persona disposta a sacrificare la propria libertà ed indipendenza per ottenere e mantenere una carica. Preferisco farmi da parte e riservare loro quel ricordo di affetto e colleganza che più di ogni cosa oggi mi costerebbe rinnegare”. Nella lettera comunque Marra si dice sicuro che “il tempo ristabilirà la verità”.

    ANM MILANO: UN GESTO DI RESPONSABILITA’.
    “Un gesto di responsabilità”. Così Manuela Massenz, presidente dell’Anm di Milano, definisce le dimissioni dal suo incarico rassegnate ufficialmente da Alfonso Marra, presidente della Corte d’Appello di Milano, dopo che il suo nome era comparso nelle intercettazioni dell’ inchiesta sulla cosiddetta P3. L’Associazione Nazionale Magistrati milanese qualche settimana fa, dopo un’assemblea a cui avevano preso parte moltissimi tra giudici e pm aveva ‘sfiduciato’ Marra e gli aveva chiesto di fare un passo indietro. Oggi ormai l’ex presidente ha formalizzato le sue dimissioni e, data l’età raggiunta, dovrebbe andare in pensione.

  19. 18 Ottobre 2010 a 15:35 | #19

    da La Nuova Sardegna, 16 ottobre 2010
    P3, accuse di corruzione per Carbone. All’ex primo presidente della Cassazione contestati i rapporti col sodalizio occulto. Quando il magistrato chiedeva al telefono: «E io cosa faccio?»
    (Annalisa D’Aprile)

    ROMA. «Assicurarsi una vecchiaia serena esercitando in cambio il potere della sua posizione di presidente della Corte di Cassazione». È con l’accusa di corruzione che Vincenzo Carbone, ex potente toga, coinvolto nell’indagine sulla cosiddetta P3, finisce nel registro degli indagati. Un’iscrizione che dalla Procura di Roma arriva insieme a un invito a comparire per spiegare il suo intervento in almeno due procedimenti pendenti davanti alla Suprema Corte.
    Nel mirino del procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e del sostituto Rodolfo Sabelli, l’intercettazione in cui Vincenzo Carbone domanda a Pasquale Lombardi – il geometra-giudice tributario arrestato per violazione della legge sulle società segrete insieme a Flavio Carboni e Arcangelo Martino – «e io cosa faccio?», intendendo dopo la pensione. Lombardi lo rassicura dicendo che intanto «a Giacomino gli ho fatto prevedere altri tre anni». Il riferimento è a Giacomo Caliendo, sottosegretario alla Giustizia, e all’innalzamento di tre anni dell’età pensionabile dei magistrati, legge varata di lì a poco.
    In cambio, secondo i pm, Carbone (come da richiesta di Lombardi) si adopera per anticipare in Cassazione l’udienza per la discussione dell’ordinanza di custodia cautelare di Nicola Cosentino, l’ex sottosegretario all’Economia (a sua volta indagato nell’inchiesta P3) che i magistrati di Napoli vogliono arrestare per rapporti con i Casalesi. Il secondo intervento di Carbone riguarderebbe invece, il rinvio (sollecitato sempre da Lombardi) della causa tra Mondadori e l’Agenzia delle Entrate. Carbone, per i pm, «accettava da Lombardi la promessa di futuri incarichi da ricoprire al tempo del suo collocamento a riposo, previsto a luglio 2010». Circostanze confermate anche da Martino, l’unico dei tre sodali che sta collaborando con la giustizia. «A breve» fa sapere Paola Balducci, legale di Carbone, sarà fissato l’interrogatorio in Procura: «Abbiamo tutto l’interesse a chiarire», precisa.
    Non ha invece nessuna intenzione di presentarsi dai magistrati aquilani Denis Verdini, convocato nel capoluogo abruzzese per lunedì 18 ottobre. Il coordinatore del Pdl, indagato nell’ambito dell’inchiesta G8 Grandi eventi (ed anche in quella sulla P3), è accusato di abuso d’ufficio insieme all’ex presidente della Btp, Riccardo Fusi, e all’imprenditore aquilano Ettore Barattelli, presidente del Consorzio Federico II. È proprio Fusi a chiamare in causa Verdini rivelando di aver chiesto aiuto al banchiere politico per ottenere appalti per la ricostruzione.

  20. 7 Ottobre 2010 a 15:09 | #20

    da La Nuova Sardegna, 7 ottobre 2010
    Inchiesta eolico-P3, indagato anche Asunis. Concorso in corruzione l’accusa per l’ex assessore regionale. (Umberto Aime)

    CAGLIARI. Non ci sono più dubbi: anche l’ex assessore all’Urbanistica Gabriele Asunis è indagato nell’inchiesta della Procura di Roma sulla P3, sull’eolico in Sardegna e sulle ingerenze della cricca Carboni nella politica. Dopo mesi di smentite, sono arrivate le conferme del coinvolgimento giudiziario di chi faceva parte della giunta Cappellacci-uno, in quota Pdl. La prima conferma è che, in settimana, a Gabriele Asunis è stato notificato l’avviso di proroga delle indagini per altri sei mesi, firmato dal Gip su richiesta della Procura. Stesso avviso è stato consegnato a tutti gli altri indagati, Cappellacci compreso. La seconda conferma sta nel fatto che l’avvocato Massimiliano Ravenna – da sempre legale di fiducia dell’ex assessore – ha depositato la nomina (il conferimento dell’incarico) nella cancelleria della Procura di Roma. Invece ad Asunis finora non è stato notificato l’avviso di comparizione per essere interrogato. Sono queste le due uniche notizie confermate da più fonti, a Roma, mentre sull’ipotesi di reato contestata ad Asunis si sa soltanto che è generica: concorso in corruzione. Niente di più ci sarebbe scritto nella proroga. Con Gabriele Asunis – licenziato da Cappellacci pochi giorni fa prima del rimpasto – aumenta così la pattuglia degli indagati sardi. Oltre al fondatore della P3 Flavio Carboni, arrestato a luglio per aver violato la legge Anselmi-P2, ma il provvedimento è stato annullato dalla Cassazione, e al presidente della Regione (abuso d’ufficio e corruzione) nel registro ci sono anche: Ignazio Farris, ex presidente dell’Arpas Sardegna, Pinello Cossu, ex assessore provinciale del Pdl, Franco Piga, ex numero uno dell’Autorità d’ambito regionale, e Marcello Garau, anche lui un ex dopo essere stato licenziato dall’Ufficio tecnico del Comune di Porto Torres. Secondo la Procura, ognuno di loro – da Cappellacci a Garau – avrebbe avuto un ruolo nell’imporre la nomina di Ignazio Farris all’Agenzia per l’ambiente e anche nel tentativo di indirizzare gli appalti per l’eolico verso le società sponsorizzate da Carboni. Vicende intricate, ma in questo intrigo che parte avrebbe avuto Asunis? Sarebbe stato lui – sostiene la Procura – il primo anello di congiunzione tra Carboni e Cappellacci, presentando il mediatore al governatore. Cosa sia accaduto dopo all’interno di questo terzetto, subito allargato agli altri indagati, lo sanno solo i magistrati, che hanno scoperto diverse cene sospette in cui il menu non era certo l’unica carta interessante sul tavolo. Mentre, escluso il mediatore di Terralba, considerato il burattinaio della P3, la pattuglia degli indagati sardi non è coinvolta nel capitolo dell’inchiesta che riguarda le interferenze dell’associazione segreta nella politica. Sono cioè i tentativi di addomesticare il Lodo Alfano (la sospensione dei processi penali a carico delle alte cariche dello Stato poi bocciato dalla Corte costituzionale), appoggiare la carriera dei magistrati amici, produrre dossier falsi contro gli avversari di partito, più altri affari ancora misteriosi. Gli indagati nazionali sono Denis Verdini, coordinatore del Pdl, Marcello Dell’Ultri, senatore del Pdl, il tributarista Pasquale Lombardi e l’imprenditore Arcangelo Martino, quello che prima di essere scarcerato ha detto: «Chi era il nostro Cesare? Silvio Berlusconi».

  21. 24 Settembre 2010 a 15:30 | #21

    da La Nuova Sardegna, 24 settembre 2010
    La Regione commissaria i Consorzi industriali Il Pd: «Ombre della P3». Silvio Lai: «Sarebbe un favore per Verdini e soci». (Filippo Peretti)

    CAGLIARI. Se la giunta Cappellacci decidesse di commissariare i Consorzi industriali non darebbe solo un altro colpo alle autonomie locali, ma farebbe sorgere il sospetto di voler «rendere disponibili per i commensali di casa Verdini i preziosi terreni necessari alla speculazione dell’eolico e alle risorse della P3». Il j’accuse è di Silvio Lai, segretario del Pd.
    Due giorni fa era stato lo stesso Silvio Lai a dare la notizia che gli otto Consorzi industriali, uno per provincia, sono a rischio commissariamento «come già successo alle Asl». «Il disegno di legge – aveva detto il segretario regionale del Pd – è stato presentato martedì in Consiglio e giustifica l’operazione dicendo di voler fare la riforma. Ma se per le Asl il Tar le ha dato ragione, non così potrà essere per i Consorzi industrali: le competenze sono infatti degli Enti locali. Province e Comuni non starebbero certo a guardare.
    Il ddl della giunta propone lo scioglimento degli organi dei Consorzi e la nomina di «un commissario straordinario incaricato di operare sulla base delle direttive della giunta».
    Ieri Silvio Lai, impegnato a Roma nella direzione nazionale, ha rincarato la dose. E ha dato una motivazione non solo politico-istituzionale. «La proposta di commissariamento – ha dichiarato il segretario del Pd – deve preoccupare amministratori e opinione pubblica non solo per le implicazioni politiche e giuridiche». Ha quindi ribadito che «con questo atto di arroganza e di neocentralismo regionale, così come fatto per l’Autorità d’ambito dell’acqua e le Asl, la giunta lede il diritto e le prerogative degli Enti locali, cioè i soggetti che hanno il diritto di esercitare il governo di questi organismi in quanto titolari delle aree». Invece di pensare ai commissariamenti, in questi diciotto mesi la giunta, secondo Lai, avrebbe dovuto occuparsi di rendere pienamente operativa la riforma dei Consorzi industriali, che risale a solo due anni fa, realizzata con una legge approvata dopo una lunga discussione nella commissione competente e con un consenso ampio nel Consiglio regionale. «La larga convergenza di forze – ha ricordato Lai – era dettata dal fatto che si trattava di un tassello del federalismo interno».
    Il ddl sul commissariamento ha messo in allarme il Pd per due ragioni. La prima è che il commissariamento viene ipotizzato «dopo il risultato elettorale che ha confermato il centrosinistra alla guida di quasi tutte le Province e dei principali Comuni capoluogo, titolari delle aree industriali». E’ cioé «un atto che vanifica e stravolge il risultato della consultazione elettorale e quindi la volontà dei cittadini». La seconda ragione dell’allarme del Pd è il vero obiettivo dell’operazione, allarme che si legge nei ripetuti riferimenti di Lai ai terreni di proprietà dei Consorzi industriali. Perché questa attenzione ai terreni? «Forse per evitare che possa rientrare dalla finestra – ha risposto Lai – ciò che è uscito dalla porta grazie al tempestivo intervento della magistratura». Il segretario del Pd ha così parlato chiaramente dell’inchiesta romana sulla P3 che vede indagati, tra gli altri, il presidente Ugo Cappellacci, il coordinatore nazionale del Pd Denis Verdini e il discusso uomo d’affari Flavio Carboni. «L’opinione pubblica e la magistratura non potrebbero che pensare ad un nuovo tentativo di rendere disponibili per i commensali di casa Verdini – ha aggiunto Silvio Lai – i preziosi terreni necessari alle speculazioni dell’eolico e delle energie alternative, e per esse le risorse della P3. Pertanto è necessario che la giunta si fermi e ritiri l’inaccettabile proposta. Altrimenti sia il Consiglio regionale a fare scelte nette per allontanare ogni minimo sospetto e timore che possa esserci altro oltre alle nuove poltrone da mettere nel piatto della spartizione regionale del lunghissimo e indecente rimpasto».

  22. 15 Settembre 2010 a 14:21 | #22

    da Il Messaggero, 14 settembre 2010
    P3, spunta una pista Spoleto: si indaga sui fondi per Cappellacci. (Valentina Errante)

    ROMA – Ci sono le indagini sulla campagna elettorale del presidente della Sardegna, Ugo Cappellacci, e c’è la pista che porta in Umbria, a Spoleto. Perché adesso il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e il pm Rodolfo Sabelli, titolari dell’inchiesta sulla P3 e sul business dell’eolico in Sardegna, vogliono stabilire se l’apporto di Flavio Carboni all’elezione di Cappellacci in Sardegna nel 2009 sia stato soltanto di tipo politico, così come il faccendiere ha sostenuto durante il suo interrogatorio davanti ai magistrati. Il sospetto è invece che Carboni abbia finanziato economicamente la campagna elettorale in cui Cappellacci si confrontava con Renato Soru. A confermarlo potrebbe essere Pinello Cossu, ex assessore provinciale, zio di Antonella Pau, la compagna di Carboni, e finito sott’accusa nell’inchiesta sull’eolico. Così come sul registro degli indagati per l’eolico è stato iscritto il nome un altro sponsor di Cappellacci, Franco Piga, il presidente dell’Ato che faceva parte del comitato elettorale di Cappellacci e ne gestiva i fondi. Il sospetto dei pm è che il buon esito dell’elezione, con la nomina del candidato di riferimento alla carica di presidente, fosse funzionale al piano della P3 e alla buona riuscita dell’affare eolico in Sardegna.
    Ma c’è anche la pista dei soldi che porta in Umbria. Perché è certo che nel business del vento, Carboni volesse coinvolgere anche il presidente della Banca Popolare di Spoleto, Giovannino Antonini. Un elemento emerso dalle intercettazioni sulle quali adesso il banchiere, convocato dai pm, dovrà rispondere come testimone. La prima telefonata nella quale salta fuori il nome di Antonini è del 26 agosto 2009. Carboni parla con Gino Mariotti della Karis, la società che ha presentato le richieste di autorizzazione per gli impianti eolici, e Mariotti dice: «Tale Antonini sarebbe disponibile per una di quelle operazioni chiuse, no? Esce e rientrano, con gara, no? Essendo una cooperativa quelli che comprano, ci sono già i contratti». L’8 febbraio Carboni e Marcello Dell’Utri parlano del banchiere. Carboni dice al senatore del Pdl: «Devo rivedere quel signore di prima, Antonini, del quale ti volevo parlare. Può essere utile, posso venire con lui? Diciamo che gli sto chiedendo di entrare a far parte, diciamo così». E Dell’Utri risponde: «Del contesto». «Del contesto, ecco del contesto. Posso venire con lui? Posso venire?». dice Carboni. E Dell’Utri: «Puoi venire, puoi venire con lui se tu ritieni». Carboni: «No è utilissimo, perché vuole stare, vuole collaborare». E il senatore chiude: «Benissimo, benissimo».
    Antonini viene citato anche in una terza telefonata, quando Carboni conversa con un certo Paolo, sedicente “maggiore del X Reparto Tuscolano” e sostiene di essere stato contattato perché rintracciasse il faccendiere per mediare un finanziamento dalla banca popolare di Spoleto. I contenuti di tutte le conversazioni sono state smentite da Antonini. Il banchiere ha sostenuto di non conoscere né Carboni né Dell’Utri. Non sapeva forse che agli atti c’è una sua intercettazione con Carboni. Era il 14 febbraio e il faccendiere gli chiedeva: «Senti amico mio, volevo dire dell’incontro statunitense col presidente sardo. Ecco, grosso modo lo collochi quando? Il 20 avevi detto. Verso, mi stavi dicendo ieri tra il 18 e il 20. Ho capito male? A marzo?». Cappellacci negli Usa è andato davvero, ma a maggio.

  23. 14 Settembre 2010 a 15:02 | #23

    da La Stampa, 13 settembre 2010
    Gli affari della P3, in arrivo nuovi avvisi di garanzia. La Procura di Roma non intende ascoltare il premier come persona informata sui fatti. (Francesco Giorgetti)

    È l’inchiesta che probabilmente ha generato più attenzioni di tutte quante quelle esplose nell’ultimo anno, quella condotta dalla procura di Roma sulla cosiddetta P3. L’ultimo boatos riguardava una supposta convocazione di Berlusconi come testimone. Ma la smentita della procura al riguardo è nettissima: la notizia dell’audizione del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, come testimone è «infondata». Di più: «La procura – scrivono il procuratore capo Giovanni Ferrara e l’aggiunto Giancarlo Capaldo – segnala come tali notizie siano del tutto infondate e frutto di mere illazioni giornalistiche. Nello stesso tempo la Procura non può non rilevare l’assoluta gravità, per il serio nocumento alle indagini della illegittima diffusione del verbale delle dichiarazioni rese il 19 agosto 2010 dall’indagato Arcangelo Martino e la ferma intenzione di accertare le relative responsabilità penali. La Procura di Roma continuerà a svolgere il suo ruolo con la consueta serietà e determinazione e senza alcun pregiudizio». Fine dei boatos. Almeno per ora perché già s’intravede una spaccatura tra magistrati, chi contrarissimi alla convocazione e chi magari possibilisti.
    Questioni di tattica giudiziaria. L’inchiesta sulla P3, infatti, va maneggiata con cura in quanto punta decisamente all’intreccio tra politica e affari. Il business dell’eolico in Sardegna chiama pesantemente in causa il Governatore dell’isola, Ugo Cappellacci. E l’intreccio di interessi tra imprenditori sardi raccolti da Flavio Carboni e Denis Verdini, in quanto editore del Giornale di Toscana, interessato a reperire fondi freschi da nuovi soci e magari anche ad avviare un’edizione in Sardegna, porta poi l’inchiesta al cuore del Pdl. La presenza di Marcello Dell’Utri in pranzi di lavoro assieme ad alti magistrati e promotori dell’ipotizzata associazione segreta, dà ulteriore pepe a questa inchiesta.
    E ora che cosa potrebbe accadere? Scontato che Silvio Berlusconi non sarà chiamato a testimoniare (il procuratore capo è nettamente contrario) e che nemmeno si ravvede su che cosa i magistrati potrebbero interrogarlo (sulle azioni di tre persone che nemmeno erano in collegamento con lui?) il fronte più caldo è legato alla possibile iscrizione al registro degli indagati di diverse persone finora interrogate come testi. Il sottosegretario Giacomo Caliendo risulta indagato. Ma è sul destino di Arcibaldo Miller, ad esempio, il capo degli ispettori al ministero della Giustizia, che incombe questa inchiesta. Oppure su Cappellacci. E su certi esponenti del passato Consiglio superiore della magistratura, che al telefono concordavano con il «signor nessuno» Pasquale Lombardi le nomine a uffici delicatissimi. O ancora sull’ex presidente della Corte di Cassazione, Vincenzo Carbone, che dimostrava un’imbarazzante familiarità con Lombardi. E ancora è «alla riflessione» il ruolo di Roberto Formigoni che proprio a Lombardi, Martino e Carboni chiedeva aiuto per sbloccare la situazione della sua lista alle scorse amministrative. Infine c’è lo sgomento di Stefano Caldoro, Governatore della Campania, infangato con un vergognoso dossier di calunnie, che ha scoperto di avere abbastanza nemici in casa, e s’attendeva un sostegno maggiore da Roma che non è mai arrivato. C’è abbastanza, insomma, perché questa inchiesta sia da considerare molto scomoda al vertice del Pdl.

  24. 13 Settembre 2010 a 14:10 | #24

    da Il Corriere della Sera, 13 settembre 2010
    “Verdini e Dell’Utri interessati all’eolico”. La ricostruzione. L’ex assessore Martino: «Era un’occasione molto importante di investimento». (Giovanni Bianconi)

    ROMA — Davanti ai magistrati che l’hanno inquisito per corruzione e associazione segreta, il coordinatore del Popolo della libertà Denis Verdini ha smentito ogni collegamento con le manovre di Flavio Carboni per arrivare ai finanziamenti delle energie alternative in Sardegna. «Non ho condiviso con Carboni alcun interesse nell’eolico», disse al procuratore aggiunto di Roma Capaldo e al sostituto Sabelli nell’interrogatorio del 26 luglio scorso. Già allora alcuni imprenditori romagnoli coinvolti dall’imprenditore-faccendiere nella raccolta di fondi da investire in Sardegna avevano sostenuto il contrario, e le loro dichiarazioni furono contestate dai pubblici ministeri a Verdini. Ma il deputato-indagato insisté: «Prendo atto, ma non è vero che io e Dell’Utri siamo stati soci di alcuna iniziativa riguardante l’eolico».
    Ora a contraddire il coordinatore del Pdl si aggiungono le dichiarazioni di Arcangelo Martino, uno dei tre arrestati per la presunta «associazione segreta» (insieme a Carboni e Pasquale Lombardi) che il 19 agosto, dopo quaranta giorni di carcere, ha reso un nuovo interrogatorio cambiando atteggiamento e versioni. L’ex assessore socialista, che ha rivelato di aspirare a un seggio di senatore con il partito di Berlusconi, ha raccontato che nel primo incontro a casa di Verdini, presenti Carboni e Dell’Utri, si discusse proprio di impianti eolici. «Ho sentito Carboni parlare con costoro — sostiene Martino riferendosi a Verdini, Dell’Utri e al governatore della Sardegna Ugo Cappellacci —, sottolineando il suo forte interesse all’energia eolica che costituiva, a suo avviso, un’occasione molto importante di investimento». Subito dopo aggiunge due particolari che si riferiscono agli esponenti politici del Pdl: «Compresi che Verdini era direttamente interessato al successo dell’iniziativa di Carboni dai suoi interventi con Cappellacci. Dell’Utri ascoltava in silenzio, ma era a tutta evidenza favorevole alla positiva conclusione di quanto andava chiedendo Carboni. Il Carboni sottolineava l’importanza economica dei risultati che si sarebbero potuti ottenere».
    Che l’imprenditore sardo, già condannato per il crac del Banco Ambrosiano, fosse interessato a guadagnare soldi dall’energia eolica sulla sua isola è stato lui stesso ad ammetterlo. Ma mentre lui sostiene che era tutto regolare e proprio Cappellacci ha reso vane le sue iniziative, secondo l’accusa ci furono interventi illeciti attraverso nomine pilotate e denaro versato e movimentato nella banca di Denis Verdini, il Credito cooperativo fiorentino. Di qui l’ipotesi di corruzione, che gli inquisiti respingono. La conferma di Martino all’interessamento «diretto» di Verdini nell’eolico è un ulteriore riscontro per la Procura, che per lo stesso reato ha spedito un avviso di garanzia anche al presidente della Regione sarda Ugo Cappellacci. Fra gli elementi contestati c’è la nomina di un funzionario fortemente appoggiato da Carboni, Ignazio Farris, alla guida dell’Azienda per la protezione dell’ambiente, richiesta anche da Verdini. In mezzo alle centinaia di intercettazioni telefoniche agli atti dell’inchiesta ce n’è una del 27 agosto 2009 in cui l’imprenditore condannato per bancarotta chiama Farris dall’ufficio milanese del senatore Dell’Utri, dopo aver parlato con Verdini per sollecitare l’investitura del suo amico che ancora non era avvenuta. «Ciao Ignazietto, son qui col senatore, sto parlando di te, ho già parlato con Verdini… abbiamo chiamato Ugo», diceva Carboni. Il quale riceveva subito dopo una telefonata da Cappellacci, che lo rassicurava sulla nomina: «È tutto a posto… Il provvedimento ha efficacia dal primo settembre».
    Anche il presidente della Sardegna, nel suo interrogatorio, ha negato accuse e trame con Carboni. Ma sul rapporto fra i due, ora, ci sono le parole di Arcangelo Martino che parlando della prima riunione a casa del coordinatore del Pdl ha detto ai magistrati: «Ho incontrato nell’atrio Lombardi con Carboni. Suonando a casa di Verdini abbiamo saputo che dovevamo aspettare un poco, in quanto Verdini era impegnato con Cappellacci. A questo punto solo Carboni entrò subito, mentre io e Lombardi abbiamo atteso una decina di minuti. Poco dopo siamo stati ammessi anche noi a casa di Verdini, dove vi erano Verdini, Dell’Utri, Carboni e Cappellacci con alcune persone che lo accompagnavano, probabilmente dei suoi collaboratori. In questa occasione ho sentito Carboni che, rivolgendosi a me e Lombardi e riferendosi a Cappellacci che si trovava a colloquio con Verdini e Dell’Utri, diceva che Cappellacci era un uomo suo, in quanto lui aveva contribuito alla sua elezione in modo determinante».

  25. 11 Settembre 2010 a 14:20 | #25

    da L’Unione Sarda, 11 settembre 2010
    “Vi racconto tutto su P3 ed eolico”. Ecco le verità di un pentito ai pm Flavio Carboni e Arcangelo Martino.
    Nell’interrogatorio del 19 agosto l’imprenditore Martino, arrestato assieme a Carboni e Lombardi, ha cambiato versione. Carboni? “Il leader del comitato d’affari”. Il “Cesare” delle intercettazioni? “Berlusconi”. Cappellacci? “Un uomo di Carboni”. (Anthony Muroni)

    ROMA Cesare? Era Silvio Berlusconi. Cappellacci? Un uomo di Flavio Carboni. L’ex assessore campano Sica, transitato dal Pd al Pdl? Un uomo capace di corrompere i senatori che sancirono la caduta del governo Prodi.

    LE RIVELAZIONI. Non c’è andato giù leggero Arcangelo Martino, l’ex assessore socialista del Comune di Napoli (dall’8 luglio in carcere per l’inchiesta P3), nell’interrogatorio dello scorso 19 agosto. Un verbale dai contenuti esplosivi, la cui segretezza è stata fin qui custodita gelosamente dalle parti in causa, nel quale l’indagato interpreta la parte del pentito. Anche se non lo fa fino in fondo, tanto che il Gip Giovanni De Donato gli ha negato gli arresti domiciliari, arrivando a ignorare il parere positivo del procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo.

    CARBONI È IL LEADER. Di certo c’è che l’imprenditore napoletano collabora su tutta la linea con la Procura: parla dei suoi rapporti con lo stato maggiore del Pdl, cita anche qualche contatto con il Pd, e in sostanza avvalora la tesi che una società segreta finalizzata a fare affari e a condizionare organi costituzionali esistesse davvero. Dipinge Flavio Carboni come la mente del gruppo e ritaglia per Pasquale Lombardi (per entrambi la Cassazione ha disposto l’annullamento dell’ordinanza di custodia cautelare, stabilendo che in attesa del pronunciamento del Riesame debbano rimanere in carcere) un ruolo di tramite verso il mondo della magistratura. Mentre, per quel che lo riguarda, si limita a recitare la parte dell’uomo politico decaduto che voleva tornare in auge e che, per questo, accetta di percorrere un tratto di strada assieme a Carboni e Lombardi.

    IL RUOLO DI CESARE. Ai giudici, che gli chiedevano di chiarire una volta per tutte il linguaggio criptico utilizzato nelle telefonate con Lombardi, l’imprenditore napoletano ha regalato un intero manuale d’istruzioni: «Cesare? Era il presidente Silvio Berlusconi. Il vice-Cesare? Marcello Dell’Utri». Una rivelazione-bomba, con conseguenze che Martino si affretta ad allontanare da sé: sarebbe stato un codice utilizzato da Carboni e Lombardi, del quale lui era semplicemente a conoscenza. E quando ci si riferiva al “maresciallo”, si intendeva identificare il generale della Guardia di Finanza Giovanni Mainolfi, che aveva chiesto a Lombardi un aiuto per essere trasferito da Napoli.

    CAPPELLACCI. Del governatore sardo Martino parla a proposito dei vertici a casa Verdini, ai quali avrebbe partecipato almeno tre volte. Racconta che, nella prima occasione, fu costretto a fare anticamera, in quanto il coordinatore nazionale del Pdl era impegnato in riunione con Cappellacci. Ad entrare fu solo Carboni, mentre Martino e Lombardi dovettero aspettare in strada per una decina di minuti. Subito dopo furono ammessi a Palazzo Pecci Blunt, dove trovarono Verdini, Dell’Utri, Carboni e Cappellacci, accompagnato da alcuni suoi collaboratori. «In questa occasione ho sentito Carboni che, rivolgendosi a me e a Lombardi, e riferendosi al governatore sardo, diceva che era un uomo suo, in quanto lui aveva contribuito in maniera determinante alla sua elezione». Poco dopo, alla presenza di Verdini, Dell’Utri e Cappellacci, lo stesso Martino avrebbe sentito Flavio Carboni sottolineare il suo forte interesse agli investimenti sull’energia eolica, che a suo avviso costituiva un’occasione molto importante. «Compresi che Verdini era fortemente interessato al successo dell’iniziativa di Carboni dai suoi interventi su Cappellacci. Dell’Utri ascoltava in silenzio, ma era in tutta evidenza favorevole alla positiva conclusione di quanto andava chiedendo Carboni». E sempre il faccendiere sardo, secondo Martino, sottolineava l’importanza economica dei risultati che si sarebbero potuti ottenere.

    LA CADUTA DI PRODI. Parlando dei suoi rapporti con Ernesto Sica, l’ex esponente del Pd, passato al Pdl e in corsa per la candidatura alla presidenza della Regione Campania per il centrodestra, Arcangelo Martino riapre la partita del gennaio 2008, quando il governo Prodi venne sfiduciato dal Senato. «Sica mi disse che conosceva bene Berlusconi, che aveva dormito parecchie volte nella sua casa di via del Plebiscito e che ne venne allontanato da Bonaiuti e Ghedini, che sarebbero stati gelosi di lui». Di più: lo stesso Sica disse che l’attuale premier doveva a lui la caduta di Prodi, in quanto convinse alcuni senatori del centrosinistra a votare la sfiducia. Questo dietro l’esborso di denaro, che gli sarebbe stato messo a disposizione da un imprenditore campano. Tra i nomi anche quello del senatore a vita Giulio Andreotti e quello del suo collega (iscritto al gruppo dell’Ulivo) Beppe Scalera. A Martino i suoi contatti avrebbero anche mostrato dei fogli con gli estremi dei bonifici in favore di Scalera e di altri suoi colleghi. È lo stesso imprenditore napoletano a svelare che Berlusconi non teneva in alcuna considerazione Ernesto Sica: «Lo riteneva un ricattatore e, come tale, inaffidabile».

    L’ENTOURAGE. Martino parla di vertici periodici tra lui, Carboni e Lombardi e altri personaggi di spicco del mondo politico e giudiziario. Una importante riunione si svolse al ristorante Tullio, nella zona di piazza Barberini: presenti il sottosegretario Caliendo, i magistrati Martone, Miller e Gargani, i deputati Renzo Lusetti (Pd) e Nunzia Di Girolamo (Pdl): «In quell’occasione si parlò di lodo Alfano e poi di un’operazione a favore della Mondadori». Il riferimento era al contenzioso fiscale di 450 milioni di euro, che opponeva l’azienda di Segrate all’Agenzia delle Entrate. Lombardi si offrì di contattare qualche suo amico in Cassazione ma, a quanto seppe poi Martino, non riuscì a fare nulla. Anche se la decisione sul contenzioso fu spostata dal giudice al quale era stata originariamente assegnata alle Sezioni unite.

    I COSTI. Per entrare a far parte del “gruppo” Martino avrebbe sostenuto costi ingenti: al procuratore aggiunto Capaldo ha detto di aver sborsato 40 mila euro come contributo al convegno sul federalismo fiscale, svoltosi in Sardegna nel settembre 2009. E di aver pagato lui i voli privati che hanno portato a Cagliari i presidenti delle Regioni Lombardia e Campania Formigoni e Bassolino. «Non sapevo nemmeno qual era il tema del convegno – ha confessato, candidamente – a me interessava solo farmi conoscere in ambienti elitari, in quanto era un mio obiettivo riuscire a ottenere dal Pdl un seggio di senatore, per completare e appagare la mia voglia di fare politica».

  26. 5 Settembre 2010 a 15:17 | #26

    da La Nuova Sardegna, 5 settembre 2010
    Inchiesta sulla P3, il ruolo della misteriosa donna di Flavio Carboni. I magistrati ritengono che sui suoi conti bancari siano passati centinaia di migliaia di euro. (Umberto Aime)

    IGLESIAS. Nella lista nera, quella degli indagati, non c’è. Per la Procura, è solo «una persona informata dei fatti». Dei fatti e dei conti di Flavio Carboni. Il suo nome è Antonella Pau, 44 anni, nata a Sinnai, residenza a Iglesias, casa a Cagliari, villetta nell’isola di Carloforte. È lei la compagna di chi è in manette per lo scandalo della P3. Nei faldoni della Procura di Roma e nelle intercettazioni, chilometriche, la sua entità-identità appare spesso. Tra i personaggi di seconda fila è uno dei più gettonati. Ma di lei la folla sa poco o nulla. In giro non c’è una sua foto, meno che mai insieme a colui col quale convive e divide gli affetti – quando è in Sardegna – dalla fine degli anni novanta. Brunetta, capelli a caschetto, occhi castani, è appena più alta di Flavio Carboni, che all’uno e settanta non arriva.
    Fra i due è più marcata la differenza d’età, trentatré anni, ma l’anagrafe conta poco o nulla quando c’è affinità di coppia. Scrivere «complicità» oggi non si può, l’inchiesta è in corso e sul tavolo ballano ancora molti reati penali. Tutti comunque solo sulle spalle del suo Flavio, nessuno è in carico a questa quarantenne, che da tempo ha preso il posto di Maria Laura Scanu Concas, l’ex moglie, nel cuore di Carboni.
    Chi è Antonella Pau? Le sue amiche la descrivono così: carattere forte ma equilibrato, ipercinetica, secondo altri, ma sempre di poche e misurate parole, o neanche una quand’è a braccetto del compagno-convivente. Brava e diligente, in casa ma soprattutto fuori. Antonella ha due fratelli, Annamaria e Gianfranco, vive spesso con il padre Nino, falegname in pensione, e la madre Vittoria Sirigurdello, che si occupa della casa. Casa che non è una villa come potrebbe e dovrebbe essere visto lo sfarzo romano di Carboni, grandi alberghi, uffici prestigiosi e milioni in tasca. No, a Iglesias, in via Pescivendoli, strada dal nome popolare e popolano, c’è un palazzotto anonimo su due livelli: pianoterra, non abitato, e piano rialzato, vissuto. È in questa cucina che il presunto burattinaio della P3 ha parlato da uomo libero una delle ultime volte. Era il 16 maggio di quest’anno: Flavio Carboni capotavola, la famiglia Pau schierata a Est e Ovest. Chi era presente, ricorda bene l’affabulatore rispondere, calmo e sereno, alle domande che ruotavano intorno a un’inchiesta giudiziaria agli inizi, ancora lontana dai botti estivi, e di cui l’indagato del tempo diceva: «Come al solito, sono stato informato dai giornali, non dalla magistratura». Per poi passare in rassegna tutti i suoi 27 anni di processi: «Che hanno lasciato il segno più che altro sul fisico, molto meno sulla fedina penale, perché i giudici sanno leggere le carte e hanno capito che sono un imprenditore e che fare l’imprenditore non è un reato». Con un umano omissis sulle condanne per due bancarotte fraudolente (Ambrosiano e Tuttoquotidiano) e una montagna di assegni a vuoto. Quel giorno, a casa Pau, Carboni parlò anche dei faccia a faccia col governatore Ugo Cappellacci, per replicare secco: «Scusi, ma anche qui dove sta il reato?». Parole, frasi e opere allora sottolineate, ribadite e confermate, con segni del capo e battito di ciglia, da una Antonella Pau attenta, puntale e giustamente protettiva nei confronti di chi, nella discussione, aveva gettato persino un bel po’ del suo curriculum sanitario: tre infarti, tre by-pass. Comunque e sempre una questione di cuore. Da quel pomeriggio di maggio, si sa, molto è cambiato: l’8 luglio Carboni è stato arrestato per aver violato la legge Anselmi, quella che vieta le società segrete, rinchiuso a Regina Coeli e poi trasferito nell’ospedale-carcere di Viterbo. È detenuto da un mese per questo reato capofila, cioè le interferenze nello scheletro dello Stato e della Regione Sardegna, con un corollario penale che va dalla corruzione al riciclaggio. Ed è dai primi di luglio che Antonella Pau si vede molto meno a Iglesias. In una sorta di «Chi l’ha visto?» popolare, è stata via via segnalata a Roma, Cagliari e Carloforte dove oggi vivrebbe all’ombra di un cugino prete. Così di lei parla senza mai sparlare, va detto, la gente del quartiere, che non mette in fila particolari nuovi, ma solo quelli conosciuti e scontati. Come lo è l’arcinota parentela della famiglia Pau con l’ex assessore provinciale Pinello Cossu, politico in attività del centrodestra, consigliori locale di Carboni nelle nomine e nei progetti utili a far decollare l’eolico in Sardegna e nel Sulcis soprattutto, anche lui ora indagato a Roma. Su questo intreccio di parentele, amicizie e fidanzamenti, c’è solo un chiacchiericcio nuovo: Carboni ha conosciuto prima Antonella o prima Pinello? Sulla risposta il rione è diviso, ma nessuno si strappa le vesti e alla fine la gossipata è liquidata con un distaccato «sono fatti loro». Stessa moderata tensione è palpabile, quando scatta la voglia di capire attraverso quali arti e virtù il non più giovane Carboni abbia conquistato a suo tempo un’allora trentenne. Per strada qualcuno ricorda, ammirato, i modi garbati, roba d’altri tempi, del corteggiatore attempato. Altri elencano i suoi pegni d’amore spediti da ogni angolo del mondo, ma la maggioranza punta sul fascino, auto-prodotto, della storia avventurosa vissuta dall’uomo di Torralba. Da quando faceva lo spallone, il portavalori clandestino, dall’Italia alla Svizzera al suo ingresso nella società dei potenti, con in mezzo centinaia di aneddoti e bizzarrie: «Era un piacere ascoltarlo», dice chi, all’epoca, era ammesso alle performance del narratore di se stesso. Il vociare del popolo è tutto qui, non per omertà ma solo perché Iglesias da sempre è il rifugio di Carboni dopo le faticacce romane. Lui e lei: una coppia discreta, in via Pescivendoli. O nella parallela via Dei Pisani, dov’è domiciliata la Xenia Real Estate – «compravendita di beni immobiliari da effettuarsi su beni propri e altrui» – unica società della galassia Carboni in cui Antonella Pau ha un ruolo. È lei sin dall’inizio, primavera del 2009, l’amministratore delegato, controlla il 98% delle azioni, le briciole sono in mano al fratello Gianfranco. Cos’è la Xenia Real Estate: un pacco pieno, o vuoto, oppure è una scatola cinese? Chissà, la Procura di Roma risponderà presto al quesito. Il resto del racconto-profilo su Antonella Pau è affidato tutto alle carte giudiziarie e agli estratti conto. Soprattutto ai secondi, sequestrati a più riprese nella filiale dell’Unicredit, in via Matteotti. Su quel conto – ha scritto il magistrato preliminare nell’ordinanza anti-P3 – sono passati quasi tutti i soldi impegnati e investiti da Carboni nell’associazione segreta. Mai piccole cifre, ma 850mila euro, in assegni circolari, tra giugno e settembre del 2009, versati dagli amici romagnoli del mediatore, quelli interessati alle wind farm in Sardegna. A novembre sullo stesso conto sono transitati un milione di euro e altri 850mila, accreditati subito dopo una telefonata intercettata sull’asse Roma-Forlì, con Carboni che ordinava all’amico e commercialista Fabio Porcellini: «Ci serve la grana». Nella contabilità bancaria di Antonella Pau dunque è passato un tesoro, che poi – sostiene la magistratura – ha preso molte strade, tutte misteriose, ma soprattutto quella che porta al Credito cooperativo fiorentino, la banca di Denis Verdini, il coordinatore nazionale del Pdl, anche lui indagato per la «P3». Soldi puliti o soldi sporchi? I pubblici ministeri sono convinti che «con quei milioni Carboni abbia finanziato l’associazione segreta, alimentato società di copertura e soprattutto oliato il sistema delle tangenti». Operazioni sempre mascherate, scrive ancora la Procura, e in un caso anche con la partecipazione personale di Antonella Pau. È lei, nell’estate del 2009, l’inviata speciale a Campi Bisenzio, nel salone del Credito cooperativo. A raccontare per primo agli investigatori i particolari di quella visita inaspettata, è stato il vicedirettore della banca fiorentina, Maurizio Morandi: «Quel giorno la signora Pau, accompagnata da Pierluigi Picerno, legale rappresentante della Ste (società editrice del «Giornale della Toscana», controllata da Denis Verdini) si è presentata con 250mila euro in assegni circolari. Fu Picerno a dirmi che la signora, insieme a un altro socio (Giuseppe Tomassetti, factotum di Carboni), doveva entrare a far parte della Ste. Fu invece la signora a dirmi che il denaro proveniva da una disponibilità economica familiare, che era un’imprenditrice con interessi in Sardegna e aveva intenzione di replicare lì un’iniziativa editoriale come quella del Giornale della Toscana». Per l’accusa, quel giorno si concretizzò un primo passaggio di tangenti da Carboni a Verdini e al Pdl toscano dopo l’interessamento del parlamentare all’affare eolico in Sardegna. E questa lettura, nei fatti è un atto d’accusa che configurebbe diversi reati. Reati invece mai pensati e tanto meno commessi secondo la parte avversa, gli indagati: «Quello era solo un versamento, il primo, destinato all’acquisizione del 30% della Ste in base a una scrittura privata del 2004. In totale due milioni e 600mila, a favore della società e destinati anche al controllo di tre stazioni radio-televisive», ha detto Verdini al magistrato prima e in conferenza stampa poi. Sono due verità inconciliabili. Qualunque sia quella definitiva, è chiaro che quel giorno Antonella Pau doveva diventare un socio di minoranza della Ste, dunque una novella editrice. Proprio per questo, incuriosisce eccome quella sua frase detta in banca: «Voglio replicare, nell’isola, l’esperimento del Giornale della Toscana», che poi è un dorso regionale de «Il Giornale» della famiglia Berlusconi. La domanda è scontata: in quei mesi Antonella Pau, o per lei Carboni, si preparava davvero a dare alle stampe una sua edizione locale? Chissà. Certo, l’editoria non sarebbe stata una novità per il mediatore-convivente dopo l’esperienza di Tuttoquotidiano e la partecipazione azionaria a La Nuova Sardegna («I giornali sono un mondo diverso al quale io tengo moltissimo», ha detto nell’interrogatorio di luglio) ma per Antonella Pau sarebbe stata sì una novità assoluta. Ecco perché la Procura crede che quell’operazione Iglesias-Campi Bisenzio avesse ben altri retroscena. Penali? Ci sono poi diverse intercettazioni in cui compare il nome della quarantenne di Iglesias. In una prende contatti con la segreteria di Cappellacci e secondo gli investigatori «con quella telefonata, prese avvio l’attività preparatoria della riunione, nella casa cagliaritana di Carboni, in via De Magistris, a cui il 13 settembre del 2009 parteciperanno Cappellacci e l’assessore regionale all’Urbanistica, Gabriele Asunis, per discutere di Ignazio Farris destinato all’Arpas».
    Uno dei tanti vertici carbonari, cioè organizzati da Carboni, fino a quello sontuoso del 13 dicembre, a Suelli, con la presenza anche di Denis Verdini e del senatore del Pdl Marcello dell’Utri. Ma a Suelli non c’è traccia di Antonella Pau, che invece aveva messo tutta se stessa in un sms (intercettato) il 10 novembre. Quel giorno, lettera dopo lettera, è lei a non trattenere lo sdegno per la marcia indietro di un imprenditore romagnolo dagli investimenti-grana: «L’Alberani non fa più nulla… dopo che gli abbiamo sistemato la moglie, questa è la ricompensa. Siamo stati traditi, siamo arrabbiati ma come al solito Flavio non reagisce». E sono proprio quei siamo – ripetuti e sospettosi – che prima o poi dovrà chiarire in Procura. A quel punto, convocata a Roma, sarà costretta ad abbandonare il rifugio scelto dal giorno dell’arresto di Carboni. «Antonella, chi l’ha più rivista?» dall’8 luglio in poi.

  27. 4 Settembre 2010 a 14:32 | #27

    da La Nuova Sardegna, 4 settembre 2010
    Roma. Ribaditi i contatti con Cappellacci e le lamentele nei suoi confronti. Carboni 4 ore sotto torchio «Nessun comitato d’affari».
    EOLICO. Ascoltato in cella alla presenza dei difensori Chiesta ancora una volta la scarcerazione. (Rita Di Giovacchino)

    ROMA. Nega tutto Flavio Carboni, tre mesi di carcere lo hanno fiaccato ma non piegato. «La P3 non esiste, credetemi, non c’è nessuna associazione segreta». «E non c’era nulla di illegittimo e di segreto neppure in quegli incontri in casa di Denis Verdini ai quali mi sono trovato a partecipare», ha detto e ridetto anche ieri, per quattro ore, di fronte al procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo, che è tornato per la seconda volta nel carcere di Regina Coeli. Dove il finanziere sassarese si trova dall’8 luglio scorso con l’accusa di violazione della legge Anselmi, corruzione, partecipazione ad associazione segreta e per delinquere.
    Un interrogatorio, sollecitato dagli avvocati della difesa Renato Borzone e Anselmo De Cataldo, che in realtà non ha spostato di un centimetro la situazione.
    La riunione del 23 settembre 2009 a palazzo Pecci Blunt, nell’abitazione romana del coordinatore del Pdl, c’è stata, ha ammesso l’affarista. C’erano anche il senatore Dell’Utri, l’imprenditore Arcangelo Martino, il giudice onorario Pasquale Lombardi, il sottosegretario alla giustizia Giacomo Caliendo e anche il sostituto pg di Cassazione Martone. Ma erano tutti lì riuniti per valutare la candidatura a presidente della Regione Campania dello stesso Miller, ritenuto più idoneo di altri per l’incarico. «Un progetto naufragato perché lui non era interessato – ha aggiunto Carboni – Sì, è vero, si è parlato anche del Lodo Alfano, ma perché era l’argomento politico del giorno. Nessuno ha mai accennato a pressioni o interferenze sui giudici costituzionali».
    Una versione, quella della candidatura Miller, già sostenuta dal sottosegretario Caliendo cui gli inquirenti non credono affatto. In una informativa i carabinieri del Nucleo investigativo scrivono: «Non ci sono mai state nella casa di Verdini candidature alternative a quella di Nicola Cosentino». Come dimostrano le pressioni esercitate sul presidente della Cassazione Antonio Carbone perché il ricorso dell’allora viceministro (contro l’ordine d’arresto della Procura di Napoli) venisse al più presto discusso.
    Ma soprattutto dalle manovre che hanno accompagnato i tentativi di delegittimazione di Caldoro, unico candidato ufficiale designato dal Pdl. Chi indaga ritiene che quel vertice servisse a pianificare tutte le manovre per avvicinare i giudici della Consulta che avrebbero dovuto pronunciarsi sulla costituzionalità del Lodo Alfano.
    Buona parte dell’interrogatorio è stata poi dedicata all’affare eolico che ha visto Carboni protagonista. Era importante verificare alcune circostanze, anche in vista del nuovo interrogatorio di Ugo Cappellacci, previsto per metà settembre. Il governatore della Sardegna è indagato in questo filone per abuso d’ufficio e corruzione.
    A dire di Carboni c’è stato un solo incontro in casa di Verdini nel dicembre 2009. Alla riunione partecipò anche Cappellacci nei confronti del quale anche stavolta Flavio Carboni non ha risparmiato critiche: «I miei interessi erano soltanto quelli di un imprenditore che si trova a operare in un situazione normativa difficile, Cappellacci non si decideva ad applicare la legge Soru, colmando un vuoto di regolamento che la giunta regionale da lui guidata avrebbe potuto sbloccare con l’approvazione di una delibera».
    Insomma, tutto si è svolto secondo un copione già noto. Gli avvocati Borzone e De Cataldo sono tornati alla carica con un’altra richiesta di scarcerazione. In una nota fanno sapere: «Carboni ha risposto alle domande degli inquirenti soltanto perché la difesa intende verificare la credibilità della Procura quando afferma che non usa la custodia cautelare per ottenere ammissioni dagli indagati. Se questo fosse vero, dopo l’interrogatorio di oggi appare assurdo mantenere in carcere un quasi ottantenne cardiopatico e già colpito da vari infarti. Carboni ha confermato l’inverosimiglianza dell’addebito di associazione segreta, fornendo molti particolari agli inquirenti. Che ora, col giudice, dovranno far sapere se la loro concezione di carcerazione preventiva è quella propria di una democrazia occidentale».
    Sembra che i legali di Carboni – in vista del ricorso in Cassazione programmato per il 9 settembre prossimo – stiano valutando se presentare un’istanza al gip. Anche se l’ipotesi di scarcerazione al momento appare remota sia per Carboni che per gli altri due arrestati. Ovvero il giudice onorario Pasquale Lombardi e l’ex assessore Arcangelo Martino, che sono stati riascoltati nelle scorse settimane.
    Un giro di approfondimento, con i personaggi chiave dell’inchiesta, che i pm hanno condotto nella speranza di raccogliere nuovi elementi. Speranza per ora delusa sebbene il materiale nelle loro mani sia oggetto di valutazione in questi giorni per stabilire gli sviluppi dell’inchiesta. Non si escludono nuove scosse. Altri nomi eccellenti potrebbero aggiungersi alla lista degli indagati. Che già conta l’ex sottosegretario all’Economia Nicola Cosentino; l’attuale sottosegretario alla Giustizia Giacomo Caliendo; il coordinatore del Pdl Denis Verdini; il governatore della Sardegna Ugo Cappellacci e il senatore Pdl Marcello Dell’Utri. È comprensibile che gli inquirenti in questa fase delicatissima vogliano prevenire il pericolo di inquinamento delle prove e dunque non abbiano in mente di disporre scarcerazioni.

  28. 27 Agosto 2010 a 14:00 | #28

    da La Nuova Sardegna, 27 agosto 2010
    La strana storia dell’ “amico Pino”. Ritratto del factotum di Flavio Carboni. Giuseppe Tomassetti si spaccia per ingegnere ma non risulta iscritto all’albo. (Rita Di Giovacchino)

    ROMA. Giuseppe Tomassetti, detto Pino, è entrato nell’affare eolico dalla porta di servizio ma potrebbe uscirne con un ruolo di primo piano. Autista della signora Pau o factotum di Flavio Carboni, i più sono incerti tra le due definizioni che poco si addicono a un cinquantenne distinto che ama definirsi «ingegnere» (benché il suo nome non risulti dall’albo professionale). Poco male, nella storia della P3, ci sono già falsi giudici e falsi avvocati, ci può stare anche un falso ingegnere. E quello del «tuttofare» non esclude titoli, è mestiere antico, quasi feudale, sancisce un ruolo di sudditanza rispetto al Signore-padrone che in questo caso, vedi il destino, è Flavio Carboni. Uomo potente tra i potenti l’imprenditore di Torralba è riuscito a salire tutti i gradini di un’infinita scala che lo ha portato a sedersi al tavolo che Silvio Berlusconi riserva a pochi, fedelissimi amici. Di questo molti sono convinti. Ed è proprio lui a confidare euforico al figlio Diego: «Sono oggi più potente che negli anni Ottanta». Quando frequentava Roberto Calvi (prima che finisse impiccato sotto il Ponte dei frati neri).
    Tutta questa premessa serve in realtà a definire quali siano gli specialissimi rapporti che legano, da quattro anni a questa parte il sardo Carboni a un sedicente ingegnere, nativo di Rieti ma romano di adozione. Ma soprattutto quale sia il reale ruolo di quest’ultimo nella tortuosa vicenda di assegni, banche e società più o meno fittizie che di qui a poco potrebbero costargli accuse da galera. Il «carissimo amico Pino» o «il mio fraterno amico», come suole presentarlo Flavio, secondo i carabinieri del Nucleo Investigativo tanto per cominciare risulta titolare di due società, la Karis e la Karios 32. Nella stessa informativa i militari lo indicano come uomo «riconducibile a Verdini, sempre che non sia lo stesso Verdini». Che cosa significa? È stato Verdini a presentare Tomassetti a Carboni? Oppure Tomassetti, oltre a fare da prestanome di Carboni, si è prestato a coprire operazioni finanziarie del politico fiorentino? Di certo il nome di Tomassetti, insieme a quello di Antonella Pau, spunta a sorpresa in una vicenda che risale al 2004, all’interno di una complicata transazione immobiliare finita nei bilanci della Società editrice come ammanco da 2 milioni e 600mila euro, poi trasformato in credito verso terzi. Terzi che finora non hanno nome.
    Fatto è che nel 2004 Carboni non conosceva ancora Verdini e l’eolico non era neppure nella mente di Dio. L’«affare», secondo gli inquirenti, «sembra essere collegato» a un più recente intervento del Tomassetti teso a rilevare «un credito connesso a un preliminare di acquisto». Questi due milioni e 600 mila euro sono una vicenda spinosa per Verdini e nelle carte delle indagini la cifra ritorna spesso sotto varie forme. Come investimento complessivo che Carboni avrebbe voluto fare per entrare nella società editoriale di Verdini, anticipando 800mila euro nel 2009? O come plusvalenza dell’affare immobiliare a favore Società toscana editrice?. E nel 2009 spuntano anche quei 16 assegni circolari, da 12 mila euro, intestati a Tomassetti ma incassati da Verdini grazie a un fax (di Carboni) con cui veniva spedita una fotocopia del documento di identità del factotum. Fax grimaldello grazie al quale l’allora presidente del Credito Cooperativo Fiorentino il 2 ottobre 2009 poté accedere agli sportelli della sua banca e incassare. Scrivono i carabinieri: «È l’ipotesi più verosimile».
    La storia del fax ha tenuto banco durante l’interrogatorio fiume di luglio. Ma Verdini è apparso confuso tanto che gli avvocati si sono riservati di inviare una memoria scritta. Resta il sospetto che il factotum fungesse da schermo a un rapporto d’affari tra lui e Carboni nelle due società (delle dieci conteggiate finora) che avrebbero dovuto entrare nell’affare dell’eolico. E ciò spiegherebbero meglio le pressioni sul presidente della regione Sardegna Cappellacci per il via libera al business dell’energia eolica. Non un «favore» tra amici, ma un preciso interesse verso un business da 10 milioni di euro di cui almeno due, come si evince da una telefonata tra Carboni e l’imprenditore forlivese Porcellini, «pronti subito».
    Poco loquace, devoto, riservato, onnipresente, l’autista della signora Pau (e la signora Pau medesima) per un certo periodo è stato costretto a indossare anche i panni di editore del giornale Toscano. Dicono che Pino da Rieti sia riuscito in poco tempo a guadagnare la totale fiducia di Carboni, anche come efficiente segretario dell’ufficio di via Ludovisi 22, che a dire degli investigatori è stato in passato una sede della P2. Che sia oggi la sede della P3? Autista, prestanome, segretario e un po’ anche guardiaspalle. È stato lui nel gennaio 2010 a scoprire una microspia nella Mercedes con la quale scorrazzava a Roma il suo datore di lavoro. Gli investigatori intercettano una telefonata a tal Gigio da Terracina: «Te volevo fa’ vede’’na cosa che ho trovato in macchina… mi sembra tanto di quelle cose che facevamo…». Quando? Come? Che mestiere fa Pino Tomassetti?

  29. 23 Agosto 2010 a 15:01 | #29

    da La Nuova Sardegna, 23 agosto 2010
    P3, a settembre sviluppi anche nell’isola. Non si blocca il lavoro dei magistrati romani. Si definisce la posizione di Cappellacci. I conti segreti a San Marino e il crac della holding nautica di Rimini E si torna a parlare degli affari a Olbia 2. (Rita Di Giovacchino)

    ROMA. Otto mesi di indagini, uno stillicidio di rivelazioni, poi arresti, intercettazioni, interrogatori. Alla fine anche il governatore Cappellacci è stato indagato per concorso in corruzione e abuso di ufficio. Poi all’improvviso, sul business dell’eolico in Sardegna, è sceso il silenzio.
    Nessuno si illuda, l’inchiesta non sta per inabissarsi nei fondali sabbiosi del Porto delle nebbie, come qualcuno ancora chiama il Tribunale di Roma, Il procuratore della Dda Giancarlo Capaldo, abbandonato anche dal fedele Sabelli, ha continuato a lavorare a pieno ritmo anche ad agosto, chiuso nella sua stanza, nel deserto di piazzale Clodio. Nonostante sia alle prese con altre importanti indagini, dicono che la sua attenzione sia sempre incentrata sui misteri della Società Segreta.
    L’indagine, partita dai progetti di impianti nel Sulcis, ha portato sulle tracce di una «rete», tesa a condizionare politica e affari, che vede insieme esponenti di governo, alti magistrati e faccendieri di ogni risma. Un’organizzazione che, secondo gli inquirenti, ricorda molto la P2. «È necessaria una pausa di riflessione», ha spiegato Capaldo ai giornalisti nell’accomiatarsi per la pausa estiva. Decisione ragionevole visto che l’affaire eolico può far saltare, alla ripresa di settembre, quanto resta degli equilibri di governo. Ma lo stop all’attività istruttoria ha di fatto bloccato ogni iniziativa dei tre arrestati. Scalpita nel carcere di Viterbo Flavio Carboni, che ha 78 anni e tre by pass. Protesta per le gambe gonfie e bluastre, chiede nuovi accertamenti alle coronarie. Ma l’unica cosa che è riuscito a ottenere è stato il trasferimento in ospedale, dove ha trascorso il Ferragosto piantonato dagli agenti. L’uomo d’affari di Torralba non smette di stupire. Il suo nome è emerso a sorpresa da un altro scandalo di questa folle estate, il crac della holding nautica di Rimini. Un intrigo da 100 milioni, tra barche fantasma, investigatori corrotti e il misterioso suicidio di un ex generale della Finanza. A metterlo nuovamente nei guai ancora una telefonata con Denis Verdini. Carboni vanta la sua nuova barca, un Berram, lo scafo che i magnati americani usano per la pesca d’altura in Florida. Un giocattolo da due milioni di euro. Come l’ha avuto, in cambio di cosa? Chi lo sa? L’uomo da cui l’ha avuta, in cambio di non precisati favori, è scomparso, insieme ai suoi panfili fantasma. Si chiama Marco Lolli, 45 anni, fino a pochi mesi fa considerato il maggior commerciante di barche di lusso, la Rimini Yacht che nel 2007 ha fatturato 32 milioni di euro. Poi è successo qualcosa e ora è indagato per truffa e falso a piede libero, nonostante ciò ha preferito prendere il largo e non si tratta di una metafora.
    La truffa consisteva nel cedere la stessa barca a più armatori, in cambio di contratti leasing, naturalmente contraffatti. Lui incassava, agli armatori restava in mano un pezzo di carta privo di qualsiasi valore. Quale sia stato il ruolo del buon Flavio non è chiaro, certo è che lui la barca l’ha avuta. E come se la vantava con Denis! Ma intanto resta dentro, può inquinare le prove. Così la pensa il gip Muntone che ha confermato l’ordine d’arresto della Procura di Roma. E in carcere restano anche Pasquale Lombardi da Cervinara, gran tessitore di convegni (con cui adescare magistrati) e di trame, nonché Arcangelo Martino, il più giovane dei tre. Quest’ultimo è amico ed ex sodale in tangenti di Benedetto Letizia, il papà di Noemi, la ragazzina che fece infuriare Veronica e indurla a chiedere il divorzio da Silvio.
    Fatto è che i nostri tre vecchietti tutto sono tranne che sfigati. Quanto è emerso dal 7 luglio, giorno del loro arresto, ha portato molto lontano. Dalle indagini scaturisce l’affresco di un «sistema» con un vertice romano al più alto livello immaginabile. Quel Cesare – che un’informativa dei carabinieri identificava con il premier – non è Silvio Berlusconi (il pm Capaldo non ne è convinto), ma certamente è persona a lui vicina. Come vicini al premier sono anche il senatore Dell’Utri, Verdini e lo stesso Carboni che a Berlusconi ha aperto le porte della Sardegna fin dai tempi di Olbia 2. Prima ancora di essere convolto nell’acquisto di Villa Certosa.
    Insomma gli inquirenti stanno rileggendo in questi giorni le pagine dell’eolico sotto una nuova luce. Personaggi come Ignazio Farris – nominato dal governatore Cappellacci presidente dell’Agenzia Regionale dell’Ambiente due anni fa, in pieno agosto – e Pinello Cossu, ex consigliere provinciale del Sulcic per l’Udc, potrebbero essere pedine di un più vasto scacchiere, ben al di là delle pale a vento, merce di scambio in una rete di favori che ha come terminale la criminalità organizzata. La prossima settimana il quadro sarà completo e ad ognuno sarà assegnato il suo ruolo. Anche a personaggi minori come Paolo Tomassetti, il factotum di Carboni, o Antonella Pau, sua attuale compagna, nei guai per assegni a loro intestati, poi confluiti su conti correnti aperti ad hoc presso il Credito Cooperativo fiorentino. La banca di Verdini, oggi commissariata su richiesta della Banca d’Italia per mancato rispetto delle norme antiriciclaggio, sta mettendo tutti nei casini. Nello stesso tritacarne sono finiti gli «imprenditori forlivesi», che per il progetto eolico hanno versato una tangente di 4 milioni di euro, e «gli amici di Napoli» anche loro interessati al business delle pale. Il capofila dei napoletani è tal Pasquale Di Martino, un personaggio legato al clan Sarno di Ponticelli.
    Per molti è in gioco la violazione della legge Anselmi. Anche Ugo Cappellacci rischia di essere indagato per appartenenza alla P3? Nel corso dell’interrogatorio fiume di luglio il governatore si è difeso con argomenti solidi. Ma su di lui non pende soltanto il sospetto di essersi prestato alle manovre di Carboni – lui si è difeso auto-flagellandosi («Sono stato un babbeo») – quanto quello di aver svolto il ruolo di referente in Sardegna di quell’ala del Pdl facente capo a Verdini e dell’Utri, ora indicati come i capi della P3. A settembre sapremo.

  30. 23 Agosto 2010 a 14:13 | #30

    da La Nuova Sardegna, 23 agosto 2010
    Tutti pazzi per l’eolico e le grandi opere. Si ricostruisce la trama che unisce imprenditori, magistrati e politici. Le accuse di riciclaggio per la banca fiorentina del coordinatore Pdl.

    ROMA. Di P3 nelle prime pagine dei giornali non parla più nessuno. Peccato perché l’inchiesta, poco prima di Ferragosto, era arrivata a uno snodo cruciale. Sul registro degli indagati stava per finire una seconda manciata di personaggi eccellenti quando all’improvviso il procuratore Capaldo si è chiuso nel silenzio. Tregua ferragostana? E’ stata la prima ipotesi, ma la relazione di Bankitalia, di pochi giorni successiva, sui motivi che hanno indotto a commissariare il Credito Cooperativo Fiorentino, induce a pensare che sia in atto un’imprevista svolta investigativa destinata ad ampliare lo scenario dell’indagine. In effetti gli ispettori di Mario Draghi, scavando nelle voragini dell’ istituto di credito di Campi di Bisenzio, hanno trovato uno «scoperto» da 60 milioni di euro, addebitabile alle disinvolte operazioni di Denis Verdini, che della banca era signore e padrone. Il coordinatore nazionale del Pdl nella concessione di fidi, privi di garanzie, privilegiava amici e amici degli amici. Le contestazioni riguardano per ora solo il reato di riciclaggio, ma dall’indagine di Bankitalia emerge anche uno stretto legame tra l’inchiesta di Roma sulla P3 e quella di Firenze sui Grandi appalti.
    Uno dei beneficiari dei fidi ad personam è stato infatti Riccardo Fusi, noto architetto fiorentino titolare della Btp, un’impresa di costruzione di cui Verdini sarebbe socio occulto (questa almeno la tesi degli inquirenti). Denis presentò Fusi a Letta e questo gli è costato la prima indagine per corruzione. In sintesi prima della relazione di Bankitalia l’intreccio tra l’indagine sulla P3 e lo scandalo che ha coinvolto la Protezione civile era soltanto un’ipotesi, oggi una certezza. E se al momento il trait d’union tra le due inchieste è rappresentato da Verdini – indagato in entrambe per corruzione – la rosa potrebbe allargarsi ad altri personaggi eccellenti. «Siamo di fronte allo stesso sistema di potere», sussurrano i carabinieri. Bisognerà avere pazienza, ma alla fine sarà la nuova P2 a dare la spallata finale, pensano in tanti.
    C’è chi, come il superconsulente informatico Gioacchino Genchi, si dice certo che siano decine i magistrati iscritti alla P3. Chi insegue la pista dei fondi neri, che si nasconderebbe dietro le porte blindate di uffici finanziari di San Marino (di cui solo Carboni avrebbe la chiave). E chi vagheggia intrecci pericolosi tra gli «amici napoletani» di Pasqualino e ambienti del ministero della Giustizia. Non resta che ricostruire i fili investigativi che compongono l’intreccio di questa trama. Linee che convergono su Palazzo Pecci Blunt, l’abitazione romana di Verdini, dove nell’autunno 2009 si sono svolti quegli incontri conviviali che costituiscono l’epicentro dell’inchiesta romana. Incontri utili a fare il punto sulle questioni più urgenti. Dal Lodo Alfano, alla candidatura di Cosentino alla Regione Campania, agli impianti eolici in Sardegna Non episodi separati, ma fotografia di uno stesso sistema di potere. Ospiti fissi Dell’Utri, Carboni, Lombardi oltre naturalmente al padrone di casa. Frequenti le apparizioni di Arcangelo Martino. Poi ci sono l’ex avvocato generale Antonio Martone e il governatore Cappellacci (soltanto due volte), l’ispettore capo degli 007 di via Arenula Arcibaldo Miller e il sottosegretario Caliendo (una volta soltanto). Ebbene tutti (tranne Miller e Martone) sono oggi indagati. Chi per associazione segreta, chi per corruzione, chi per entrambi. A costoro bisogna aggiungere l’ex sottosegretario Cosentino e l’ex assessore Sica, che ai pranzi non andavano ma erano presenti in spirito, considerato che la candidatura di Nic alla presidenza della Campania (resa difficile dalla richiesta di arresto) era per tutti molto importante.
    Il caso Cosentino è forse quello che meglio consente di capire la ragnatela degli interessi in gioco. L’ombra della P3 si allunga sull’emergenza rifiuti in Campania. E secondo un’interrogazione di Luisa Bossa (Pd), nell’intreccio politica, camorra e affari, un ruolo l’ha svolto anche Lombardi, l’ex sindaco di Cervinara, geometra e giudice onorario. Dal 2003 al 2006 Pasqualino fu membro del Consorzio intercomunale dei rifiuti di Caserta, il CE4, dietro cui, secondo i pm di Napoli, manovrava la Eco4, una società di raccolta rifiuti – considerata una creatura di Cosentino – oggetto di varie inchieste culminate con arresti come quello di Claudio De Biase (braccio operativo di Bertolaso in Campania). Di recente il sub-commissario è stato assolto, ma attorno alla Eco4, e altre analoghe strutture, si consumò nel 2008 l’epopea napoletana della «monnezza».
    Scrive Bossa: «Lombardi non poteva essere nominato dal comune di residenza essendo Cervinara lontana dall’area del Consorzio che si trova nel casertano». La presenza di Pasqualino in realtà rivela un sodalizio antico tra lui e Nic. Anche per questo i carabinieri scrivono: «L’unico candidato di cui si è discusso in casa Verdini è sempre stato soltanto Cosentino». Che «o sistema», di cui parla Roberto Saviano, fosse proprio la P3? (r.d.g.)

  31. 22 Agosto 2010 a 18:21 | #31

    da L’Unione Sarda, 22 agosto 2010
    Carboni incastra Verdini. Al telefono con Cossu: «Quelle società le ordinò lui». (Anthony Muroni)

    È stato lui stesso, in una drammatica conferenza stampa nella sede del Pdl, a chiedere a magistrati e giornalisti di leggerle tutte, le intercettazioni. Detto fatto. Da una lettura più attenta emerge che a volere la costituzione di società ad hoc per la gestione dei nuovi contratti per l’eolico in Sardegna fu proprio lui, Denis Verdini. Almeno secondo Flavio Carboni, intercettato al telefono. Il coordinatore del Pdl, indagato per corruzione, riciclaggio e associazione per delinquere, avrebbe così avuto un ruolo diretto nel comitato d’affari e non solo quello di referente politico romano.
    La circostanza trova conferma in un’intercettazione telefonica del 19 ottobre 2009, fin qui rimasta nascosta nelle pieghe delle oltre 15 mila pagine di atti depositate dalla procura di Roma.
    A parlare sono Flavio Carboni e Pinello Cossu ed è il faccendiere di Torralba a fornire al suo interlocutore il nome delle società da utilizzare nell’operazione parchi-eolici: la Karis e la Karios 32 di Milano. Aggiungendo che si tratta di aziende “ordinate” da Verdini. E quando l’allora consigliere provinciale del Sulcis (zio di Antonella Pau, amica dell’imprenditore di Torralba) risponde che i suoi interlocutori gli chiederanno referenze, Carboni rivela che quelle società non hanno storia: sono state create ad hoc, esclusivamente per consentire al gruppo di mettere le mani sull’affare delle energie rinnovabili. E che poco importa se non hanno l’esperienza sufficiente per gestire la produzione di energia: la loro funzione è solo quella di procacciare terreni e autorizzazioni. A produrre ci penseranno poi altri. Non prima di aver pagato dazio.

    CARBONI: «Pronto Pinello buogiorno!».
    COSSU: «Eccomi buongiorno scusami mi hai chiamato, però uh».
    CARBONI: (si sovrappongono le voci, inc) .. sì, sì, sì, benissimo!».
    COSSU: «Ce l’avevo in carico .. ce l’avevo in carico».
    CARBONI: «Sì perfetto! Allora ecco i nominativi sono…..».
    COSSU: «Ascolta, ehh».
    CARBONI: «Ecco».
    COSSU: «Ma il fax con i dati no!?».
    CARBONI: «Sì, ma sono poche parole eh!».
    COSSU: «Ah!».
    CARBONI: «Non è che sia una cosa…».
    COSSU: «Eh, eh!».
    CARBONI: «Lunga se hai una penna ti do i dati sennò ti mando un fax, è lo stesso!».
    COSSU: «Allora adesso cerco una penna sì, sì, sì..eccomi….. perchè mi chiedono ieri io ho cercato di rinviare (inc) una scusa e gli ho detto che ci saremmo visti stamattina».
    CARBONI: «Sì, ma è .. sì! sono società create ad hoc eh! Sono milanesi! Che hanno anche dei .. gli stiamo fàcendo i compromessi per .. le cose di Pula .. e di di (inc) insomma diciamo che sono quelli che ha ordinato Verdini ecco!».
    COSSU: «Va bè! Va bè era per capire. Per far sapere a loro che .. la società insomma…».
    CARBONI: «Ma ti pare sì andiamo .. andiamo insieme, eccola qua!».
    COSSU: «Sì pronti!».
    CARBONI: «Allora si chiama ehh .. K come kursal ecco. Eh .. Karis… abbiamo detto! Ancona Roma lmola Savona! Karis!».
    COSSU: «Ma quello c’è l’ho già!».
    CARBONI: «Eh.. eh e quella è società! E poi c’è l’altra Karios! (inc) Sì, oppure diamo… diamogliene un’altra, Karios!».
    COSSU: «Karios trentadue srl!?».
    CARBONI: «Sì! Ma c’è tutto via Ripa Monti».
    COSSU: «Eh quella c’è l’ho già!».
    CARBONI: «Hai tutto!?».
    COSSU: «Sì, sì, sì».
    CARBONI: «Partita Iva».
    COSSU: «Quella è quella che ha firmato l’ingegnere!».
    CARBONI: «Sì, l’ingegnere».
    COSSU: «L’ingegnere romano l’amico tuo no!?».
    CARBONI: «Sì, ho capito! Sì ma dico li hai tutti e due tu!?».
    COSSU: «Bèh, io ne avevo… senz’altro, questa ce l’ho!».
    CARBONI: «Questa ce l’hai comunque».
    COSSU: «Senz’altro».
    CARBONI: «Ma hai anche la partita Iva, dell’amministratore .. l’indirizzo, la la .. il nome».
    COSSU: «Bèh, quei dati poi li possiamo mettere successivamente, nel momento in cui si va a stipulare loro».
    CARBONI: «Eh, appunto, ecco, corso Venezia 16».
    COSSU: «Già, certo, ascolta. No ma dico loro più che altro mi chiederanno poi un incontro con le società! Fra società!».
    CARBONI: Eh! Eh, ecco, un incontro».
    COSSU: «Capisci!?».
    CARBONI: «Con il rappresentante della società!».
    COSSU: «E in quel momento .. certo! e in quel momento…».
    CARBONI: «Eh quando vogliono! Quando vogliono!».
    COSSU: «Va bèh, adesso io gli do questa cosa .. loro mi chiederanno ma chi è questa società? perché io gli ho detto l’altra volta guardi sono società che si occupano del settore al momento io sto facendo da tramite».
    CARBONI: «Ma sono create ad hoc per il settore! Non hanno una loro anzianità, una loro storia! Nessuna di queste ha storia! Sono società create per queste circostanze dal gruppo di amici che tu conosci! Che sai chi sono!».
    COSSU: «No io .. io tutto questo lo so!».
    CARBONI: «Ehh, allora cos’altro possiamo dire .. sennò».
    COSSU: «E che loro .. loro parlano di una società produttrice .. venditrice di energia».
    CARBONI: «Eh, ma noi non siamo».
    COSSU: «Pensavano che ci fosse dall’altra parte un’altra società con la quale voi».
    CARBONI: «Ma .. il .. il motivo dell’incontro ecco senza soffermarci su questo aspetto. Non è tanto perché siamo della .. della .. della diciamo così dell’alleanza .. perché siamo produttori .. e perchè noi abbiamo un’attività diversa. Ricorda loro qual è il motivo della possibile alleanza».
    COSSU: «Non c’è ombra di dubbio! E dirò anche che noi siamo anche pronti quando loro vogliono! Prima ci danno risposta di questa proposta che io gli consegnerò stamattina e meglio è!».
    CARBONI: «Sì, benissimo caro!».
    COSSU: «Se mi dovessero dire di fare un incontro anche lì con il responsabile».
    CARBONI: «Comunque ce la possiamo fare anche a Roma l’incontro».
    COSSU: «Eh eh, a Roma».
    CARBONI: «Nelle .. nelle nelle sedi giuste o a MiIano, dal senatore. A Milano abbiamo .. abbiamo i nostri riferimenti più importanti!».

    Gli interlocutori ai quali proporre gli affari sono due società che in quel periodo già operavano in Sardegna nel settore delle energie rinnovabili: la Fonteolica e la Fri-el. Aziende alle quali proporre accordi commerciali basati sul principio che Carboni e il suo gruppo si ponevano come nuovi referenti politici, in grado di ottenere dalla Regione sia nuove autorizzazioni che la gestione di quelle già rilasciate. Dei facilitatori, gli unici in grado di consentire una buona riuscita dell’investimento. Tanto che l’incontro con i vertici della bolzanina Fri-El si svolgono effettivamente a Milano, negli uffici del senatore Marcello Dell’Utri. Recentemente il procuratore aggiunto di Roma Giancarlo Capaldo ha smentito un suo coinvolgimento diretto nell’affare-eolico. Una dichiarazione pubblica che potrebbe anche far parte di una strategia da parte dell’organo investigativo. Perché nell’ordinanza cautelare in carcere per Carboni, Martino e Lombardi si fa invece specifico riferimento all’ipotesi contraria.
    Le società Karis e Karios 32, quelle che secondo l’intercettazione del 19 ottobre 2009 sarebbero state “ordinate” da Verdini e costituite ad hoc per gestire l’affare-eolico, hanno entrambe sede a Milano, in corso Venezia. Gli amministratori delegati si chiamano Massimo Iafisco e Mario Facca. Ma entrambi, per quel che riguarda gli accordi tentati con Fonteolica e Fri-El, non hanno avuto parte: ben presto le società sono passate sotto il controllo diretto del comitato d’affari sardo-romano, vista la nomina a procuratore di Pino Tomassetti. Si tratta dell’ingegnere citato nella telefonata intercettata fra Carboni e Cossu: la procura lo ritiene un prestanome del faccendiere sardo.

  32. 14 Agosto 2010 a 21:43 | #33

    A.N.S.A., 14 agosto 2010
    Bankitalia, rilievi su Ccf. Verdini: nuovo polverone.
    Coordinatore Pdl: insussistenti accuse su conflitto interessi e carenze antiriciclaggio.
    Verdini gia’ sentito da pm Firenze e Roma. Bankitalia, patrimonio Ccf ancora sufficiente.
    (Enzo Quaratino)

    ROMA – Gravi carenze degli organi aziendali, con accentramento dei poteri nelle mani dell’allora presidente Denis Verdini, coordinatore nazionale del Pdl; potenziale conflitto di interesse dello stessoVerdini con la Banca per affidamenti per oltre 60 milioni di euro; impieghi spesso a rischio, concentrati su grandi clienti, in contrasto con gli obiettivi mutualistici dell’istituto.

    Sono queste le linee essenziali della delibera 553 del 20 luglio scorso della Banca d’Italia, che porta la firma del Governatore Mario Draghi – di cui l’ANSA e’ in possesso – inviata al ministro dell’Economia Giulio Tremonti e alla segreteria del Comitato interministeriale per il credito e il risparmio (Cicr), con la quale e’ stata proposta, e poi disposta con decreto del 27 luglio dello stesso Tremonti, l’amministrazione straordinaria del Credito Cooperativo Fiorentino (Ccf), la banca finita anche nell’inchiesta sulla cosiddetta P3. La Banca d’Italia ha anche evidenziato scarsa istruttoria per finanziamenti talvolta con finalita’ sospette; e tardiva applicazione delle norme antiriciclaggio. Ciononostante, il patrimonio del Credito Fiorentino e’ risultato ancora sufficiente, anche se con l’eccedenza in progressiva erosione.

    PRESIDENTE TUTTOFARE E POTENZIALE CONFLITTO INTERESSI – Gli accertamenti ispettivi condotti dal 25 febbraio al 21 maggio scorsi hanno evidenziato un esecutivo della banca ”scarsamente autorevole” e un collegio sindacale ”privo di sufficiente indipendenza”. Il governo societario e’ risultato ”totalmente accentrato” nelle mani del presidente Denis Verdini
    . Indagato in diverse sedi giudiziarie in relazioni a ipotesi di corruzione e riciclaggio, Verdini, sempre secondo Bankitalia, ”ha omesso di fornire piena informativa, ai sensi dell’articolo 2391 del codice civile, circa la sussistenza di propri interessi potenzialmente in conflitto con quelli della banca, per affidamenti complessivamente ammontanti a euro 60,5 milioni”, riconducibili ad iniziative editoriali e immobiliari.

    ANOMALIE E IRREGOLARITA’ – Sono diverse le anomalie e le irregolarita’ rilevate dagli 007 della Vigilanza. Sono stati giudicati ”inadeguati” l’esame preventivo e la successiva gestione dei finanziamenti (uno dei quali ad una societa’ facente capo a
    Verdini) accordati per preliminari di acquisto di immobili o di partecipazioni, la cui compravendita non e’ stata poi perfezionata. Inoltre – secondo gli ispettori – sono stati accordati fidi, per quasi sei milioni di euro, non assistiti da garanzia, a soggetti legati da rapporti di lavoro o di affari con la Bpt (riconducibile al gruppo Fusi-Bartolomei) per finanziare un’operazione sospetta di acquisto di appartamenti da una societa’ controllata dalla stessa Bpt. Infine, sono stati concessi finanziamenti ad alcune cooperative edilizie, di fatto utilizzati, attraverso articolati trasferimenti finanziari, per favorire il rientro di una societa’ affidata dall’istituto fiorentino e in stato di difficolta’.
    GRAVI CARENZE ANTIRICICLAGGIO – Per quanto esistesse una elaborazione trimestrale in materia antiriciclaggio, al Credito Fiorentino le procedure corrette – secondo Bankitalia – sono state di fatto avviate ”solo agli inizi del 2010”. ”Prive di approfondimento – scrive l’Istituto di Vigilanza – sono rimaste talune operazioni volte ad effettuare, con modalita’ anomale e in assenza di registrazioni nell’Archivio Unico Informatico, il trasferimento di un importo di 500 mila euro in favore di due clienti classificati a sofferenza”, uno dei quali sottoposto a indagini per riciclaggio. Inoltre, ”solo nel corso degli accertamenti ispettivi” e in seguito all’avvio di indagini giudiziarie, il Credito Cooperativo Fiorentino ”ha provveduto a segnalare i versamenti per complessivi 800 mila euro in favore di una delle societa’ editoriali riconducibili al dott.Verdini, effettuati nel periodo giugno-dicembre 2009 da soggetti non conosciuti, interessati in iniziative economiche di dimensioni modeste o da tempo cessate”. Verdini, interrogato dai pm di Roma e durante una conferenza stampa, ha sostenuto che quel versamento di 800mila euro rientrava in un’operazione da 2,6 milioni di aumento di capitale del Giornale della Toscana.
    PATRIMONIO BANCA ANCORA SUFFICIENTE – Nonostante dall’ispezione sia emerso ”un grave deterioramento della qualita’ del portafoglio crediti”, il patrimonio del Credito Cooperativo Fiorentino e’ risultato ”ancora sufficiente a garantire i requisiti prudenziali minimi”, anche se si registra una ”progressiva erosione dell’eccedenza, dovuta alle perdite registrate sugli impieghi e alla costante crescita dell’attivo a rischio”. Tale eccedenza e’ stata valutata dagli ispettori di Bankitalia di ”soli 2,9 milioni di euro”. Non la situazione patrimoniale, dunque, ha indotto Bankitalia a chiedere il commissariamento del Credito Cooperativo Fiorentino, ma la gravita’ delle violazioni normative e delle irregolarita’, che hanno determinato un ”progressivo deterioramento dei profili tecnici della banca, compromettendone la capacita’ reddituale e riducendone i margini patrimoniali, a fronte dei livelli crescenti di rischiosita’ dell’attivita’ condotta”.

    VERDINI: CONTRO DI ME ACCUSE INSUSSISTENTI – “Si tratta dell’inizio di un provvedimento amministrativo al quale risponderò puntualmente e adeguatamente nei termini previsti dalla legge. Per quanto riguarda il mio ‘potenziale conflitto di interessi’ nei confronti del Ccf evidenziato nel verbale di contestazione, questo è fondato su ipotesi errate di fatto e di diritto, la cui insussistenza sarà presto dimostrata, in quanto ho sempre operato nella massima trasparenza e nell’interesse della banca”. Lo afferma in una nota Denis Verdini, coordinatore nazionale del Pdl, commentando la notizia dell’ipotesi di un suo conflitto di interessi con il Credito Cooperativo Fiorentino contenuto in un rapporto della Banca d’Italia. “Rilevo altresì – aggiunge Verdini -, in merito al nuovo polverone mediatico che si sta alzando e alle conseguenti strumentalizzazioni politiche, che nella delibera degli ispettori non c’é traccia alcuna delle infamanti ipotesi uscite sulla stampa nei mesi scorsi, tese a individuare nel Ccf un crocevia di tangenti e di malaffare”.
    “In merito alle notizie di agenzia sulle contestazioni di Bankitalia dopo l’ispezione al Ccf”, scrive l’ex presidente del Credito Cooperativo Fiorentino, “rilevo che si tratta dell’inizio di un provvedimento amministrativo al quale risponderò puntualmente e adeguatamente nei termini previsti dalla legge”. Dopo aver negato l’esistenza di un “potenziale conflitto di interessi”, Verdini sottolinea come nella “delibera degli ispettori non vi sia traccia alcuna delle infamanti ipotesi uscite sulla stampa nei mesi scorsi, tese a individuare nel Ccf un crocevia di tangenti e di malaffare”. “Come ho già spiegato ai magistrati – conclude il coordinatore del Pdl -, da tempo non ho rapporti in società operative con l’imprenditore Riccardo Fusi, e i crediti erogati alla Btp sono sempre stati pienamente garantiti. Respingo dunque con fermezza sia le contestazioni sul conflitto d’interessi che quelle relative ad inesistenti operazioni anomale”

  33. 2 Luglio 2010 a 15:00 | #34

    da La Nuova Sardegna, 2 luglio 2010
    Eolico, allarme dei legali della Regione. La delibera che blocca i nuovi impianti giudicata indifendibile davanti al Tar. (Roberto Morini)

    CAGLIARI. In queste condizioni non è difendibile davanti al Tar la delibera con cui la giunta regionale il 12 marzo scorso ha bloccato la realizzazione di impianti eolici nell’isola. La denuncia non arriva dalle aziende interessate né dall’opposizione in consiglio regionale. Arriva dalla direzione generale dell’Area legale della stessa Regione con una lettera inviata il 7 giugno scorso alle direzioni generali della presidenza della Regione e di quattro assessorati. La lettera è giunta sui tavoli del presidente Ugo Cappellacci e degli assessori all’Urbanistica Gabriele Asunis, all’Ambiente Giuliano Uras, all’Agricoltura Andrea Prato e all’Industria Sandro Angioni. Il governatore, gli assessori e i loro staff sono sollecitati a fornire all’ufficio legale «tutti gli elementi necessari al fine di assicurare, per quanto possibile, una compiuta difesa dell’amministrazione regionale», come si legge nella lettera riservata, protocollo n. 5683. Sono almeno nove le società che si sono sentite lese da quella delibera, che la ritengono illegittima e in molti punti incostituzionale, e che hanno presentato ricorso al tribunale amministrativo regionale con la richiesta di annullamento di quell’atto della giunta. Oltre alla Quantas, di cui abbiamo recentemente parlato, ci sono Fw power e Feudi della Medusa, citate esplicitamente nel documento dell’Area legale, e poi Green energy, Energetica sarda, Pmb engeenering, Das Villacidro, Energia alternativa e Fonte eolica. Nove ricorsi che a partire da ottobre verranno discussi direttamente dal nuovo presidente del Tar Aldo Ravalli che, vista la delicatezza del caso, li ha avocati tutti a sé.
    Il 7 giugno eravamo alla vigilia di una delle udienze, quella del 16 giugno, in cui il Tar avrebbe dovuto pronunciarsi sulla richiesta di sospensiva, decisione slittata a ottobre quando si entrerà nel merito dei ricorsi. La direzione generale dell’Area legale, dunque, segnalava «la necessità di acquisire ulteriori elementi di difesa». Spiegava alla giunta che tutte le controparti «contestano la deliberazione n. 10/3 nella parte in cui limita l’installazione degli impianti eolici nel territorio regionale… ai soli impianti destinati a soddisfare il fabbisogno energetico dell’azienda (autoproduzione ed autoconsumo) e di riservare alla R.A.S. la partecipazione al processo produttivo di tale energia attraverso enti strumentali o societari a capitale interamente pubblico». È questo, spiegano i legali della Regione, il punto più debole di quella delibera. Infatti ci sono «numerosi precedenti giurisprudenziali, sia della Corte costituzionale che del giudice amministrativo di primo e secondo grado, che hanno ripetutamente sancito l’illegittimità di previsioni legislative o provvedimentali di altre Regioni che avevano posto limiti alla facoltà di dare corso alle iniziative in materia». Insomma, la Costituzione vieta di bloccare completamente l’iniziativa privata in un settore. In sostanza autorizza la regolamentazione, ma non lo stop e la scelta di delegare ogni iniziativa produttiva, in qualsiasi campo economico, a società a capitale solo publico. In questa situazione, mandano a dire i legali ai politici, dovete fornirci strumenti per la difesa, altrimenti impossibile. Una strigliata specifica è riservata all’assessore Andrea Prato che, per i provvedimenti contenuti in quella delibera relativi al fotovoltaico in agricultura «non ha fornito alcuna delucidazione di tipo tecnico, dichiarando di non aver competenza sul rilascio di autorizzazioni nella materia in questione. Né – si aggiunge – tali spiegazioni sono pervenute da altri uffici». La stessa giunta, evidentemente, si è resa conto di aver fatto un passo sbagliato. Quella delibera forse è stata scritta – come sospettano gli inquirenti – in fretta e furia sotto la pressione dell’inchiesta della Procura di Roma, che puntava i riflettori sui retroscena della legge del 2009 che liberalizzava l’eolico eliminando molti dei vincoli imposti dalla giunta Soru. Una accelerazione fatta per poter dire: noi abbiamo bloccato tutti gli affaristi. Come poi è stato detto. Il risultato è che ora devono correre ai ripari. Così si parla di una nuova delibera che modifichi i contenuti più discutibili di quella del 12 marzo. Lo registrano anche i legali della Regione nella loro lettera: «È stato fatto conoscere che la deliberazione impugnata, unitamente alle linee guida, è in corso di rielaborazione e di modifica». Fateci sapere in fretta cosa intendete fare, dicono in pratica i legali, pressati in quel momento dall’imminenza dell’udienza del 16 giugno. Chiedono dati sugli impianti esistenti e programmati, numeri sulle potenze installate e su quelle necessarie, informazioni sulla produzione assorbibile. Il tutto da usare nella loro missione impossibile. E soprattutto chiedono di fare presto. «Segnalando l’urgenza». Intanto, pronte a passare attraverso le porte che molto probabilmente saranno riaperte dal Tar o da una nuova delibera di giunta, altre società, oltre a quelle che hanno fatto ricorso, si mettono in lista di attesa con i loro progetti di impianti eolici.

  34. 26 Giugno 2010 a 17:11 | #35

    da La Nuova Sardegna, 26 giugno 2010
    Il pm Greco cerca i soldi dell’eolico anche in Svizzera. (Rita Di Giovacchino)

    ROMA. L’inchiesta sull’eolico diventa quasi una gara tra procure. Quella di Roma è in dirittura d’arrivo nel troncone d’inchiesta sugli affari sporchi in Sardegna.
    La Procura di Milano ha appena aperto un nuovo fascicolo su un gruppo di imprenditori del nord interessati a entrare nel business del vento che ha ormai assunto dimensioni nazionali. Ad occuparsene è il pool che fa capo al procuratore aggiunto Francesco Greco, specializzato in reati finanziari. Gli interessi economici averebbero infatti attivato mediazioni istituzionali con un costo molto alto. Un tourbillon di quattrini sui cui movimenti sarebbe più avanti la procura di Milano che avrebbe avanzato rogatorie in Svizzera. L’obiettivo di Greco è capire se nei santuari elvetici si siano costituiti fondi neri destinati a spianare la strada alle imprese interessate alla spartizione della torta.
    Come è ormai chiaro, l’interesse dei vari concorrenti è approdare nelle stanze che contano, come dimostra il capitolo sardo, culminato in una transazione patteggiata nell’abitazione del coordinatore nazionale del Pdl Denis Verdini. Presenti, con il padrone di casa, il governatore della Sardegna Ugo Cappellacci e Flavio Carboni. Ora Verdini e Cappellacci sono indagati per concorso in corruzione, Carboni e altri imprenditori anche per associazione per delinquere. Ma c’è di più. Stando a indiscrezioni, dagli accertamenti in corso al Credito Cooperativo fiorentino, la banca di Verdini, compiuti congiuntamente dalla Gdf e dalla Banca d’Italia, sarebbe emerso che il transito di assegni su conti che in un modo o nell’altro risultano nella disponibilità di Flavio Carboni sia molto levitato. Non più cinque milioni, come accertato inizialmente, ma otto o addirittura dieci. A cosa serviva una somma tanto ingente di denaro messa a disposizione da imprenditori di varie città d’Italia? Il sospetto della Dda di Roma è che Carboni, regista dell’operazione, la dovesse utilizzare per ungere le ruote. C’è però un’altra ipotesi che aggraverebbe la posizione di Verdini – indagato oltre che a Roma anche a Firenze e all’Aquila – ed è che il coordinatore del Pdl abbia in qualche modo imposto a Carboni di far affluire i capitali per il salvataggio della sua banca fortemente esposta nel crac della Btp, la Baldassini Tognozzi Pontello, possente società di costruzione di cui è patron Riccardo Fusi, un architetto amico di Verdini ma che per la Procura di Firenze sarebbe in realtà suo socio in affari.
    Se così fosse si tratterebbe di una tangente ben superiore a quella di 800mila euro che i pm romani hanno già accertato essere transitati da conti intestati alla fidanzata e all’autista di Carboni alla società editoriale del Giornale Toscano (sempre di Verdini). Il salvataggio di una banca e di un giornale in cambio delle pale in Sardegna? Fatto sta che per la prima volta da quando sono trapelate indiscrezioni sull’inchiesta romana, Verdini ha ritenuto necessaria una secca smentita.
    A proposito delle voci sui milioni di Carboni transitato sulla banca di cui è presidente, Verdini in una nota parla di «notizia destituita di ogni fondamento», afferma che «l’insistenza configura una vera e propria aggressione mediatica» e si dice pronto a chiarire la sua posizione nelle sedi competenti e «assolutamente sereno» anche in conseguenza del fatto che «nulla sarebbe emerso dagli accertamenti di Bankitalia». Di analogo tenore è la nota del Credito Cooperativo Fiorentino, che entra nel merito del crack della Btp di Fusi: «La Btp viene definita come un colosso dai piedi d’argilla, facendo così intendere l’alto rischio e il pericolo di perdite a chiunque le abbia concesso crediti. Si è omesso di dire, intanto, che il gruppo Btp, nell’aprile di quest’anno, ha firmato con 54 banche un piano di ristrutturazione finanziaria fondato sulla solidità dei suoi assetti patrimoniali (immobili, partecipazioni, riserve e portafoglio lavori)…». Puntualizzazioni che fanno intuire la forte preoccupazione sui riflessi che la vicenda può avere sulle sorti della banca. Prosegue infatti la nota: «Nel rapporto col gruppo Btp si sostiene che con un trucco architettato attraverso contratti farlocchi si sarebbe indotta la banca a finanziare persone fisiche o società appartenenti alla stessa famiglia. Ogni richiesta di finanziamenti… viene accolta da questa banca soltanto contro garanzie». Un fatto è certo, la procura di Roma sta per chiudere l’inchiesta e presto sarà possibile sapere come stanno davvero le cose.

  35. 10 Giugno 2010 a 15:25 | #36

    da La Nuova Sardegna, 10 giugno 2010
    Il sindaco di Escalaplano: «No alle vostre pale eoliche». E’ polemica: le scelte di Esterzili e Seui ricadono su altri territori.

    ESCALAPLANO. Con l’iscrizione nel registro degli indagati da parte della procura di Roma del governatore Ugo Cappellacci per lo scandalo degli appalti sulle energie rinnovabili nell’isola, il tema dell’eolico è oggetto d’attrito anche nei rapporti tra amministratori civici nel centro Sardegna. Il sindaco di Escalaplano, Vincenzo Demontis, in una nota su carta intestate del proprio comune, si rivolge ai sindaci di Esterzili Pietro Occhipinti e di Seui Giampaolo Desogus esortandoli a desistere dal voler installare nel proprio territorio generatori eolici.
    Secondo il sindaco di Escalaplano, quegli impianti sono distanti dai paesi che li scelgono, ma risultano ben visibili da Escalaplano. «Non fatevi soggiogare dall’egoismo», sottolinea nella sua missiva il sindaco Demontis, riproponendo quanto verificatosi nel parco eolico di «Sa Serra Longa», la cui realizzazione concessa dal comune di Ulassai perché lontana dall’abitato, ha finito per essere realizzata a ridosso di Perdasdefogu. «Ugualmente – continua il sindaco – le orribili pale rotanti, rifiutate dai vostri cittadini con apposito referendum, che vi apprestare a erigere a Orboredu (Esterzili) e Saccolla (Seui), saranno anch’esse nascoste per voi, ma ma non certo per gli escalaplanesi che io rappresento». Per il primo cittadino di Escalaplano risulterebbero di poco conto anche i vantaggi derivanti dall’istituzione dei parchi, destinati a produrre rendiconti economici ed occupazionali insignificanti. «Profitti molto più corposi e cospicui, oltre che dignitosi – afferma ancora il sindaco di Escalaplano – si possono realizzare con iniziative certe come il recupero ambientale del territorio. Vi prego – conclude Demontis con i sindaci dei due paesi confinanti – fermatevi fin che siete in tempo ed evitate lo scempio ambientale di un territorio oggi incontaminato, che tutti ci invidiano, per avere come contropartita i proverbiali trenta denari». Piccate le risposte dei sindaci di Esterzili e Seui alle istanze dei sindaco di Escalaplano. «Non intendo dare seguito alcuno alla lettera del sindaco Demontis – afferma da Esterzili Pietro Occhipinti – Demontis si occupi di quanto succede ad Escalaplano, perché a tutelare il territorio di Esterzili e gli interessi della nostra popolazione ci pensiamo noi. Oltretutto Demontis pone una questione priva di concretezza – conclude Occhipinti – in quanto il territorio di Orboredu su cui è stata impiantato uno strumento per la misurazione del vento, è stato ceduto all’Ente foreste per opere di ripristino arboreo».
    Ugualmente pungente la risposta del sindaco di Seui, Desogus. «Non spetta al sindaco di Escalaplano pronunciarsi sulle nostre scelte amministrative. I piani di energia rinnovabile a basso costo e ad inquinamento zero proposti dal comune di Seui sono all’esame degli organi regionali. Solo in un secondo tempo il problema degli impianti eolici verrà affrontato dal consiglio municipale in assoluta autonomia e senza certo condizionamenti esterni».

  36. 9 Giugno 2010 a 14:37 | #37

    da L’Unione Sarda, 9 giugno 2010
    L’incontro di Pula e i soldi della Regione: i carabinieri tornano in Viale Trento sede della regione in viale Trento.
    L’associazione “Diritti e libertà” spese 134 mila euro per parlare di federalismo fiscale. Il sospetto è che si volessero corrompere i giudici. Verifiche sui 50 mila euro finiti all’associazione di due indagati. (Anthony Muroni)

    Cinquantamila euro della Regione per un convegno sul federalismo fiscale. Un appuntamento che forse è servito per cercare di organizzare un abboccamento con i magistrati cagliaritani, che qualcuno pensava di avvicinare per aggiustare qualche inchiesta.
    L’INCHIESTA. Non ci sono, dunque, solo eolico e soldi da investire e (forse) riciclare. L’inchiesta romana sul comitato d’affari che avrebbe cercato di allungare le mani sul business delle energie rinnovabili nell’Isola non trascura il versante giudiziario. In quest’ottica sono da inserire le continue visite dei carabinieri alla struttura della presidenza della Giunta regionale in viale Trento, alla ricerca di documenti. L’ultima in ordine di tempo nella mattinata di lunedì.
    I DOCUMENTI. I militari del comando provinciale di Cagliari, su delega del pm di Roma Giancarlo Capaldo, in quest’occasione hanno acquisito la documentazione in possesso della struttura regionale sul convegno organizzato dall’associazione “Diritti e libertà” (della quale fanno parte gli indagati Pasquale Lombardi e Arcangelo Martino, amici di Flavio Carboni) a Santa Margherita di Pula nello scorso mese di settembre. Tre giorni di dibattito sul federalismo fiscale, con relatori di eccezione come alti magistrati, rappresentanti dell’Avvocatura dello Stato e governatori regionali.
    I MAGISTRATI. Una delle ipotesi investigative è che quel convegno sia stata l’occasione per cercare di avvicinare alcuni magistrati cagliaritani impegnati in indagini su eolico ed energie rinnovabili. Ora, il nuovo fronte: capire se e in che modo la Regione ha partecipato alle spese per l’organizzazione di quell’appuntamento. La risposta la si trova nelle carte che i carabinieri hanno acquisito: il convegno Cenacolo (questo il nome assegnato dagli organizzatori del Centro studi giuridici per l’integrazione europea, braccio operativo dell’associazione Diritti e libertà), svoltosi al Forte Village tra il 18 e il 20 settembre, è costato 134 mila e 372 euro. Cinquantamila dei quali messi a disposizione dalla Regione.
    LE CIFRE. Il dettaglio è contenuto in una comunicazione che l’indagato Pasquale Lombardi, nella sua veste di segretario e tesoriere del sodalizio che curava il convegno, indirizza alla Regione lo scorso 13 ottobre: sei fatture per complessivi 134 mila euro. Poco più di 47 mila spesi per pagare i soggiorni dei conferenzieri, 10 mila per il deposito della garanzia per l’evento, 18 mila per servizi congressuali e trasferimenti, 16 mila per ristorazione (con la formula Lunch e Dinner), 46 mila per i trasferimenti aerei e 6500 per la pubblicazione degli atti del convegno. Un resoconto minuzioso, che termina con la richiesta di accredito dei 50 mila euro promessi dalla presidenza della Giunta, a titolo di contributo.
    IL GOVERNATORE. Perché, giova ricordarlo, il governatore (indagato per altre vicende nella stessa inchiesta) in quell’occasione fu uno dei relatori. Il contatto per la concessione del contributo sarebbe nato sei mesi prima, in occasione di un precedente confronto pubblico, al quale lo stesso presidente della Regione era stato invitato. «In ragione della mia assenza in quell’occasione, dovuta a un’indisposizione fisica – ha raccontato nelle scorse settimane Cappellacci – mi scusai con i rappresentanti dell’associazione. Che mi proposero di organizzare un analogo appuntamento nell’Isola. Vista la serietà dei temi trattati e il prestigio dei relatori, la concessione di un contributo di circa il 30 per cento delle spese sostenute mi è sembrato doveroso».

  37. 8 Giugno 2010 a 15:56 | #38

    da Il Sardegna, 8 giugno 2010
    Sequestrati gli atti in Regione.
    Viale Trento. La procura di Roma chiede i documenti sull’evento organizzato da uno degli indagati. L’eolico e il convegno al Forte, sequestrati gli atti in Regione. (Elena Laudante)

    Il convegno organizzato al Forte Village dalla Fondazione Diritti e Libertà che fa capo al centro studi di Pasquale Lombardi – indagato con Flavio Carboni e Denis Verdini nell’inchiesta sull’eolico – sarebbe stato finanziato dalla Regione o da un ente ad essa collegato. Ne è convinta la procura di Roma che ha chiesto i documenti in viale Trento, ufficio Affari generali, forse per aggiungere un tassello ad un quadro investigativo ancora confuso.
    Quel convegno sul federalismo fiscale, che ha portato a Pula il 18 e 19 settembre relatori come il presidente della Corte di Cassazione Vincenzo Carbone, e ospiti quattro governatori regionali tra i quali Ugo Cappellacci, insospettisce sempre di più Giancarlo Capaldo, il procuratore aggiunto capitolino che indaga su un ipotetico comitato d’affari, connubio tra imprenditori a caccia di terra e vento e la corrente del Pdl che fa capo al coordinatore Verdini. Secondo quanto gli investigatori hanno intercettato a maggio 2009, a Pula alcuni indagati – Lombardi, ma anche il suo «amico» Carboni – avrebbero avuto lo scopo di creare relazioni, entrare in contatto con le persone giuste. E cioè, i magistrati cagliaritani che di lì a poco avrebbero iniziato ad indagare su un parco eolico sospetto – almeno secondo gli investigatori -, quello progettato sui terreni dell’ex consorzio Casic (oggi Cacip) dalla società napoletana Vento Macchiareddu Srl. L’intercettazione risale a maggio, in quei giorni la questura di Benevento aveva appena ricevuto dai colleghi di Cagliari il fascicolo sulla Vento Macchiareddu inizialmente trasmesso in Campania dove la società ha sede.
    Ma a questo punto la domanda è un’altra: perché la procura romana vede con sospetto il contributo della Regione Sardegna alla Fondazione che ha organizzato il convegno e dunque a Lombardi? Ferma restando l’estraneità dei partecipanti, ospiti e relatori, sembra che i magistrati attribuiscano al convegno una certa importanza, magari solo per rafforzare l’ipotesi che Carboni – indagato per corruzione – abbia agito da raccordo tra imprenditori interessati al business delle rinnovabili e un ambiente politico-giudiziario che lui aveva il compito di addomesticare a suon di denari e forse di donne. Al convegno l’imprenditore di Torralba uscito indenne dal caso Calvi era il cerimoniere, pronto ad accogliere esponenti politici e a stringere le mani ai giudici, in un clima descritto come molto cordiale. Il trasferimento di fondi dalla Regione potrebbe essere soltanto un tassello nella più vasta ipotesi accusatoria, che finora non sembra particolarmente chiara, anche perché formalmente le carte sono ancora coperte dal segreto istruttorio.
    Nel fascicolo aperto per l’ipotesi di corruzione e abuso d’ufficio sono iscritti i nomi di Flavio Carboni, Denis Verdini, Ugo Cappellacci, Pasquale Lombardi, l’imprenditore napoletano vicino a lui vicino, Arcangelo Martino, l’ex commissario dell’Autorità d’ambito della Sardegna Franco Piga, il direttore dell’Arpas Ignazio Farris e il consigliere provinciale di Iglesias, Pinello Cossu, zio di un’amica di Carboni, Antonella Pau. Secondo indiscrezioni filtrate attraverso la stampa nazionale, Carboni avrebbe avuto 5 milioni di euro messi a disposizione da imprenditori interessati ad impiantare pale eoliche in Sardegna, certi di poter aprire le porte giuste con quei soldi. Per l’accusa, in parte – circa 800mila euro -sono finiti alla banca di Verdini, il Credito Cooperativo Fiorentino dove ad aprile i carabinieri hanno Acquisito assegni per un importo simile. Titoli versati agli sportelli della CCF «dalla signora Pau», aveva spiegato Marco Rocchi, difensore di Verdini. Ovvero Pau Antonella, l’amica di Carboni. Un reticolo molto articolato che per la procura conduce a viale Trento.

  38. 5 Giugno 2010 a 19:45 | #39

    A.G.I., 5 giugno 2010
    MANOVRA: SANNA (PD), DISTRUGGE SISTEMA CERTIFICATI VERDI ENERGIA.

    (AGI) – Cagliari, 5 giu-. “La cosiddetta manovra economica del Governo Berlusconi, porta una disposizione che semidistrugge uno dei pilastri delle politiche italiane a favore delle fonti energetiche rinnovabili, il sistema dei cosiddetti ‘certificati verdi’”. Lo denuncia il senatore del Pd Francesco Sanna. “Le imprese che hanno realizzato i loro investimenti negli anni scorsi (e che ancora non li hanno ammortizzati) rischiano di entrare seriamente in crisi, e con loro l’occupazione stabile e in crescita creata. Quelle che li hanno fin qui programmati e sono sulla soglia della realizzazione, potrebbero bloccare le operazioni finanziarie e autorizzative perche’ tali investimenti diventano – per il cambiamento delle regole del gioco a partita iniziata – improvvisamente non convenienti. Penso, per limitarmi al caso piu’ famoso in Sardegna, ai progetti nel Sulcis della Portovesme srl”.
    “Dalla riforma Bersani (1999) le industrie che producono energia da fonti tradizionali (petrolio, gas, carbone) sono obbligate, in misura via via crescente, a produrre elettricita’ anche con fonti rinnovabili, oppure a farla produrre anche ad altri soggetti, dai quali acquisteranno, per assolvere il loro obbligo, i ‘certificati verdi’ che documentano quella produzione”, ricorda Sanna. “Questa quota e’ pari al 5,3% nell’anno in corso. Ogni anno, e sino al 2013, l’obbligo cresce di 0,75%, per arrivare dunque, se non intercorrono modifiche legislative, al 7,55% nel 2013. Nel 2008, vi e’ stato un picco di produzione energetica da fonti rinnovabili che ne ha reso disponibile una quantita’ superiore a quella minima obbligatoria, ed il Gestore del Mercato Elettrico e’ stato chiamato ad acquistare i certificati in eccesso. Un surplus che con l’incremento delle quote e soprattutto con il loro adeguamento agli obblighi di Kioto e dell’Unione Europea e’ destinato a riassorbirsi rapidamente”.

    MANOVRA: SANNA (PD), DISTRUGGE SISTEMA CERTIFICATI VERDI ENERGIA (2)
    (AGI) – Cagliari, 5 giu. – Secondo il senatore dell’opposizione, la manovra “stravolgera’ in maniera rozza l’unico sistema che – tra l’altro – consente di realizzare insieme l’autoconsumo da parte del sistema produttivo (che il centrodestra ha rifiutato in piu’ occasioni di introdurre come criterio preferenziale di autorizzazione degli impianti) e la negoziazione dei titoli su un vasto mercato di generatori elettrici, contribuendo a una piu’ intensa concorrenza”.
    “Con due righe di decreto legge si distrugge una cornice sperimentata senza introdurre un nuovo quadro di regole”, osserva Sanna, “mentre si aspettano da sette anni le linee guida per le autorizzazioni all’installazione degli impianti da fonte rinnovabile e da mesi le nuove disposizioni sul conto energia a favore delle installazioni domestiche e una nuova rete di misure per impegnare il Paese al raggiungimento degli obiettivi di riduzione dei gas serra per i quali l’Italia si e’ obbligata nei consessi comunitari e internazionali”.

  39. 3 Giugno 2010 a 14:29 | #40

    da Il Messaggero, 2 giugno 2010
    Appalti eolico, a Denis Verdini gli assegni della donna di Carboni. Il politico e l’ex faccendiere fotografati mentre si abbracciano. (Valentina Errante)

    ROMA (2 giugno) – Magistrati, cancellieri ma anche un ex avvocato dello Stato. Tutti davanti al procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e al pm Rodolfo Sabelli per spiegare, come persone informate sui fatti, lo strano iter di una sentenza delle sezioni unite della Cassazione. Ma dalle intercettazioni emerge anche l’interessamento di Denis Verdini, coordinatore nazionale di Forza Italia indagato per riciclaggio e corruzione, a vedere ridimensionata dalla Suprema Corte la posizione di Nicola Cosentino, sottosegretario all’Economia accusato dai pm napoletani di essere ”vicino” ai casalesi. Un tentativo andato a vuoto.
    Va avanti su due fronti l’inchiesta sul business dell’eolico in Sardegna. Da un lato la pista dei soldi, con le presunte tangenti versate non solo dall’autista del faccendiere Flavio Carboni, indagato per associazione per delinquere e riciclaggio, a Verdini. Ma anche dalla compagna di Carboni. Dall’altro i contatti del comitato d’affari con la magistratura. Il sospetto è che l’organizzazione, oltre a controllare grossi appalti, tentasse di condizionare sentenze civili e penali, e addirittura anche le nomine del Csm. Operazioni messe in atto grazie alla mediazione di Pasquale Lombardi, il geometra, applicato come magistrato in alcune commissioni tributarie e finito al centro delle intercettazioni per i suoi contatti con le toghe.
    Agli atti ci sono anche le immagini dell’incontro di Denis Verdini con Flavio Carboni e il presidente della Regione Sardegna Ugo Cappellacci, proprio all’ingresso della residenza romana del coordinatore di Forza Italia. Perché i carabinieri, dopo avere sentito dalle intercettazioni dell’appuntamento nella capitale, pedinavano gli indagati. Un atteggiamento di grande confidenza: in quelle immagini, Verdini e Carboni si salutano amichevolmente, si abbracciano.
    Il punto di partenza sono gli 800 mila euro, 64 assegni da 12.500 euro, versati dall’autista di Carboni su un conto del Credito cooperativo fiorentino. Conto de ”Il Giornale di Toscana” del quale Verdini è presidente, così come è azionista della banca. Gli inquirenti hanno già fatto una rogatoria internazionale, perché quel denaro, poi sequestrato dai carabinieri, sarebbe stato prelevato in una banca di San Marino e, dopo un transito in un istituto di credito emiliano, sarebbe finito proprio sul conto del giornale. Ma la pista che gli investigatori stanno seguendo riguarda una somma più cospicua: i cinque milioni di euro, che alcuni imprenditori avrebbero versato a Carboni come mediatore per investire nell’eolico in Sardegna. E vogliono stabilire se non sia in realtà una tangente poi ”girata” dal faccendiere ai politici.
    All’esame degli inquirenti non c’è solo il versamento effettuato dall’autista di Carboni, ma anche quello di Antonella Pau (non indagata), compagna di una vita del faccendiere e nipote, tra l’altro, di Pinello Cossu, il consigliere provinciale coinvolto nella stessa inchiesta. Soldi che, secondo Verdini, sarebbero serviti per ricapitalizzare “Il Giornale di Toscana”. Le operazioni effettuate da Antonella Pau, portano all’Unicredit di Iglesias. E anche in questo caso, i contanti sarebbero stati trasformati in assegni. Operazioni che però non sono sfuggite al controllo di Bankitalia.
    Ma si va avanti anche sul fronte dei rapporti tra l’organizzazione e la magistratura. Nei giorni scorsi Capaldo e Sabelli hanno interrogato alcuni magistrati, ma anche cancellieri e un ex avvocato dello Stato. A rispondere alle domande come persone informate sui fatti, anche il vicesegretario della Cassazione Francesco Tirelli e l’ex avvocato generale dello Stato Oscar Fiumara. La procura vuole acquisire elementi sul pronunciamento della Suprema corte a sezioni unite civili. Una faccenda della quale gli indagati parlavano spesso al telefono.
    Così come dalle intercettazioni sarebbe emerso l’interesse di Denis Verdini per vedere ”aggiustata” dalla Cassazione la decisione del gip di Napoli che chiedeva l’autorizzazione a procedere per Nicola Cosentino, il sottosegretario all’Economia ed ex candidato alle regionali in Campania, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa per i suoi legami con i casalesi. Un tentativo andato a vuoto, il 2 marzo la Corte Suprema, ha dato ragione ai magistrati napoletani.

  40. 2 Giugno 2010 a 15:43 | #41

    da La Nuova Sardegna, 2 giugno 2010
    Agli atti le foto dell’incontro tra il governatore, il coordinatore del Pdl e Flavio Carboni.
    Il patto sancito nella casa di Verdini. (Rita Di Giovacchino)

    ROMA. Ci sono foto agli atti dell’inchiesta su eolico, affari e politica in Sardegna che sigillano l’incontro avvenuto nella casa romana di Denis Verdini all’inizio dell’estate 2009. Proprio lì, secondo l’accusa, sarebbe stato sancito il patto tra il coordinatore nazionale del Pdl, Flavio Carboni- referente di una cordata di imprenditori interessati al business eolico- e il governatore della Sardegna Ugo Cappellacci che di lì a poco avrebbe sciolto il nodo della nomina di Ignazio Farris a presidente dell’Arpas. Una condizione ineludibile, secondo il faccendiere, come emerge da varie intercettazioni: «Senza Farris non se ne fa niente».
    Ora tutti e tre, come sappiamo, si ritrovano indagati per corruzione. Verdini anche per riciclaggio (gli assegni in odore di tangente sono transitati presso il Credito cooperativo fiorentino, la banca di cui è presidente) e Carboni anche per associazione a delinquere. Un fatto è certo. Nell’autunno del 2009, pochi mesi dopo l’incontro, sarebbero stati versati quegli ottocento mila euro poi finiti nelle casse della Società editoriale fiorentina che finanzia il Giornale toscano.
    Una vicenda ormai nota della quale si apprendono nuovi dettagli. Gli assegni risultano firmati dalla signora Antonella Pau (la compagna del quasi ottuagenario ma infaticabile Carboni), ma girati all’autista del medesimo ormai divenuto a pieno titolo uno degli editori del giornale di cui è proprietario Verdini.
    Ma l’inchiesta si estende anche alla corruzione in ambienti giudiziari. Nel mirino della procura di Roma c’è infatti una sentenza delle sezioni civili della Cassazione su cui si sospettano pressioni per un “aggiustamento”. Una vicenda marginale rispetto al corpo dell’inchiesta ma che svelerebbe il modus operandi della “cricca” facente capo a Carboni. Fatto è che nell’ufficio del procuratore antimafia Giancarlo Capaldo nelle ultime ore sono sfilate una decina di persone tra magistrati, cancellieri e avvocati dello Stato, ascoltati in qualità di testimoni. Tra questi personaggi di primissimo piano come il vicesegretario generale della suprema Corte Francesco Tirelli e l’avvocato dello Stato Oscar Fiumara che, stando a indiscrezioni trapelate dal Palazzaccio, sarebbero pero estranei ai fatti contestati.
    Il sospetto è che dietro il comitato d’affari si nasconda un vero e proprio sistema di potere occulto con addentellati nella politica, nella magistratura, nelle banche. Ma anche in ambienti della criminalità organizzata. Dalle centinaia di intercettazioni emerge in modo ricorrente il nome di Nicola Cosentino, il sottosegretario all’economia accusato dalla procura di Napoli di concorso esterno in associazione camorristica. Una vicenda che sembra destare preoccupazione politica tra vari interlocutori. La richiesta di arresto è stata poi respinta dalla Camera (360 voti a favore, 226 contrari 51 voti in più della maggioranza), l’unico prezzo pagato dal sottosegretario è stata la rinuncia a candidarsi governatore della Campania per il Pdl. Ma il ricorso di Cosentino in Cassazione è stato respinto. La prima sezione penale ha infatti ritenuto valide le motivazioni della procura di Napoli.

  41. 1 Giugno 2010 a 15:39 | #42

    A.G.I., 1 giugno 2010
    EOLICO: CAPPELLACCI, SPETTACOLO TRISTE; FALLIMENTO POLITICA.

    (AGI) – Cagliari, 1 giu. – “Grazie a chi ha voluto confermare la fiducia verso di me. Lo spettacolo cui ho assisto oggi, pero’, e’ triste, la dice tutta sul fallimento della politica. Se dibattito doveva esserci, poteva essere svolto secondo le modalita’ dell’articolo 121: si poteva valutare serenamente, valutare controbattere, evitando qualsiasi tipo di strumentalizzazione”. Parlando dopo gli interventi della sola maggioranza in Consiglio regionale che gli hanno confermato il sostegno (“incondizionato”, ha precisato il capogruppo del Pd Mario Diana), il presidente della Giunta, Ugo Cappellacci ha stigmatizzato cosi’ la reazione delle opposizioni alla scelta di un dibattito limitato a un solo intervento di dieci minuto per ciascun gruppo.
    “L’obiettivo, evidentemente, era un altro: lanciare una sasso nello stagno per far prevalere una realta’ virtuale, giocare per far costruire un titolo di giornale e trasferire la sensazione di ombre e di giochi poco puliti”, ha proseguito Cappellacci.
    “In consiglio, dove ho chiesto io di parlare dopo aver appreso della vicenda dalla stampa, ho voluto trasferirvi due cose: la serenita’ che deriva dall’avere la coscienza a posto e poi di voler ripercorrere con voi i fatti, l’unica cosa che puo’ costituire veirta’ ed essere presa in considerazione”.
    “Diremo no tute le volte che sara’ necessario. Non ho motivo alcuno di vergognarmi, ma ho motivi di essere orgogliosi e anche voi potete avere gli stessi motivi di essere orgogliosi”, ha concluso Cappellacci rivolto alla sua maggioranza.
    Il consiglio sara’ riconvcoato a domicilio. Alle 14 si terra’ la conferenza dei capigruppo.

  42. 1 Giugno 2010 a 15:36 | #43

    A.G.I., 1 giugno 2010
    EOLICO: OPPOSIZIONI, PRONTI A CHIEDERE DIMISSIONI CAPPELLACCI.

    Cagliari, 1 giu. – “Se ci fosse stato consentito il dibattito in Aula, come opposizioni avremmo chiesto le dimissioni del presidente della Regione”. Il capogruppo del Pd in Consiglio regionale, Mario Bruno, parla a nome anche di Sinistra e Idv dopo che i gruppi del centrosinistra hanno abbandonato l’aula per protesta, in quanto non e’ stata accolta la loro richiesta di un ampio dibattito, ai sensi dell’articolo 120 del regolamento consigliare, a seguito delle dichiarazioni del presidente Ugo Cappellacci sulla vicenda dell’eolico.
    In una conferenza stampa improvvisata fuori dalla sala stampa (chiusa durante i lavori dell’Aula), Bruno, Adriano Salis (capogruppo Idv) e Luciano Uras (Comunisti-Sinistra sarda-Rosso Mori), alla presenza dell’ex presidente della Regione Renato Soru, hanno annunciato che predisporranno una mozione, firmata da tutta l’opposizione, sulla politica in materia di energie rinnovabili per sollecitare la presenza del presidente della Giunta in Aula e consentire un “vero dibattito”. Intanto, in Consiglio i lavori proseguono con gli interventi degli esponenti della sola maggioranza.

    EOLICO: OPPOSIZIONI, PRONTI A CHIEDERE DIMISSIONI CAPPELLACCI (2)

    Cagliari, 1 giu. – “Il Consiglio regionale non e’ il surrogato di un tribunale, noi non dobbiamo condannare o assolvere nessuno”, ha sottolineato Uras. “I processi lasciamoli fare ai magistrati”, ha aggiunto Salis, ricordando come se la legge sulle intercettazioni fosse in vigore la vicenda sugli affari nell’eolico non sarebbe ora all’attenzione dell’opinione pubblica. “Chiederemo la convocazione urgente del Consiglio, sperando che il presidente, fra una decina di giorni, non si sottragga al dibattito. Era nostra intenzione intervenire non sull’inchiesta ma sugli atti della Giunta”. “Mi sembra inconcepibile l’atteggiamento del presidente della Regione”, ha osservato Bruno. “Non partecipa, non si presenta in Aula in occasione della discussioni di mozioni importanti e arriva oggi per parlare per dieci minuti senza dibattito. Avremmo voluto entrare nel merito degli atti della sua Giunta, comprese la nomina di Farris all’Arpas”, ha detto in riferimento al dirigente coinvolto nell’inchiesta sul presunto comitato d’affari sugli impianti eolici in Sardegna, “sul perche’ sia avvenuta. Atti politici e amministrativi che avrebbero meritato oggi un dibattito vero”.
    “Cosa c’entra Verdini con l’eolico in Sardegna?”, ha poi concluso Salis, in riferimento alle intercettazioni telefoniche di colloqui fra il coordinatore del Pdl e il presidente della Regione.
    Alle 13 i capigruppo dell’opposizione si incontreranno per concordare il testo della mozione.

  43. 1 Giugno 2010 a 15:36 | #44

    A.G.I., 1 giugno 2010
    EOLICO: SORU, “CONTRAFFAZIONE REALTA’”; BAGARRE IN AULA.
    Cagliari, 1 giu. – “Sembra di essere a una celebrazione solenne; dev’essere data ai consiglieri la possibilita’ di parlare per combattere la contraffazione della realta’ cui abbiamo appena assistito”. L’ex presidente della Regione Renato Soru, dai banchi dell’opposizione in Consiglio regionale, reagisce cosi’, prendendo la parola sull’ordine dei lavori dell’Aula, all’intervento del suo successore Ugo Cappellacci sulla vicenda dell’eolico. L’esponente del Pd ha ribadito la richiesta al presidente del Consiglio regionale, Claudia Lombardo, di consentire la parola a tutti i consiglieri che volessero prenderla. Di fronte al nuovo diniego della presidenza, Soru ha polemizzato rilanciando la richiesta e suscitando vivaci reazioni fra i colleghi della maggioranza. “Non sei a Ballaro’”, gli ha gridato Pietro Pittalis dai banchi del Pdl. La bagarre ha indotto Lombardo a sospendere la seduta, che e’ ripresa poco dopo le 11.
    EOLICO: OPPOSIZIONE LASCIA IL CONSIGLIO REGIONALE PER PROTESTA.
    Cagliari, 1 giu. – “A nome delle opposizioni, annuncio che abbandoniamo l’aula”. L’ha dichiarato il capogruppo di Italia dei Valori in Consiglio regionale, Adriano Salis, alla ripresa della seduta convocata per le comunicazioni del presidente della Giunta, Ugo Cappellacci, sulla vicenda dell’eolico, di fronte al diniego di estendere il dibattito a tutti i consiglieri e non soltanto a un esponente per gruppo. La presidente Claudia Lombardo ha ricordato che l’opposizione avrebbe potuto presentare una mozione per consentire un piu’ ampio dibattito. Idv e Comunisti-Sinistra sarda-Rosso Mori hanno lasciato l’aula subito dopo, mentre esponenti del Pd hanno alimentato la polemica, per poi abbandonare la seduta.
    “Il presidente non si presenta in quest’Aula da mesi”, ha dichiarato il capogruppo del Pd Mario Bruno, ricordando le mozioni presentate dall’opposizione su questioni come il G8 e la nuova strada Sassari-Olbia. “Le comunicazioni sono di particolare rilievo e dovrebbe essere consentito un dibattito vero in Consiglio”.
    A difesa della posizione della Giunta, che aveva richiesto l’applicazione dell’articolo 120 per convocare l’Aula per le comunicazioni del presidente, e’ intervenuto il capogruppo del Pdl, Mario Diana: “Credo sia necessario ascoltare il presidente, come noi abbiamo fatto con Soru quand’era presidente e senza fare gazzarre come queste”.
    Chicco Porcu (Pd) ha chiesto che si discuta la mozione sul G8 presentata dall’opposizione (“anche in quel caso si parlava di cricche interessate ad appalti”) con ampio dibattito e “anche una mozione sull’energia che abbiamo appena firmato e che potrebbe essere discussa, se l’Aula vuole, gia’ adesso”. La procedura, pero’ – come ha ricordato la presidente dell’Assemblea – prevede una votazione per l’inserimento della proposta nell’ordine dei lavori , per la quale e’ richiesta una maggioranza di 4/5.
    “Lei non puo’ essere il censore di tutti in quest’Aula”, e’ intervenuto il vicecapogruppo del Pd, Giampaolo Diana, discutendo con la presidente Lombardo. “Mandiamoli a quel paese e andiamocene”, ha detto, a microfono aperto,un altro consigliere del Pd.

  44. 1 Giugno 2010 a 15:35 | #45

    A.G.I., 1 giugno 2010
    EOLICO: CAPPELLACCI IN AULA, FINITO NEL TRITACARNE MEDIATICO.

    Cagliari, 1 giu. – “Il mio impegno e’ stato sempre quello di governare nell’interesse della comunita’ e del bene comune. Ma improvvisamente su questo lavoro sono state proiettate delle ombre. L’uomo e il presidente si sono ritrovati nel tritacarne mediatico. Di cosa mi si accusa? Non lo so, non ho ricevuto contestazioni formali sul mio operato. Ho appreso dalle ricostruzioni giornalistiche delle indagini in corso”. Cosi’ il presidente della Regione, Ugo Cappellacci, ha esordito in Consiglio regionale convocato su sua richiesta per consentirgli comunicazioni sul suo presunto coinvolgimento in un’inchiesta su un ipotetico comitato d’affari per lo sfruttamento dell’energia eolica in Sardegna. “Sono ipotesi di comportamenti che non mi sono mai appartenuti, non mi appartengono e non mi apparterranno mai. Sono qui davanti a questo Consiglio, con animo sereno, pronto a rappresentare la verita’. Mi presento sereno e a testa alta, eppure il presidente dei sardi e’ stato messo in una vera e propria gogna mediatica. Mi si rinfaccia di aver accolto suggerimenti, visto alcuni individui e aver manipolato graduatorie. Si e’ anche sostenuta la tesi che alcune delibere siano frutto di un ipotetico disegno criminoso e non di una legittima azione di governo. Sono pronto a rendere conto di ogni singolo istante della mia attivita’ di presidente. Niente potra’ distarmi dalla ricerca del bene comune. Le autorizzazioni per l’eolico rilasciate da quest’amministrazione regionale sono pari a zero, quelle future saranno pari a zero, tranne quelle per l’autoconsumo”.
    A inizio seduta il capogruppo di Comunisti-Sinistra sarda-Rosso Mori, Luciano Uras, ha ribadito la richiesta di aprire un dibattito, come sollecitato dall’opposizione nella conferenza dei capigruppo, ma la presidente dell’Assemblea, Claudia Lombardo ha ribadito che sara’ consentito soltanto l’intervento di un rappresentante di ogni gruppo. Poiche’ il presidente ha parlato 13 minuti, tre in piu’ rispetto a quanto previsto, lo stesso tempo sara’ concesso ai capigruppo.

    EOLICO: CAPPELLACCI IN AULA, FINITO NEL TRITACARNE MEDIATICO (2)

    Cagliari, 1 giu. – Il presidente ha poi evidenziato che la precedente legislazione in materia di energia rinnovabili presentava criticita’ e un’eccessiva “discrezionalita’” e spiegato le ragioni dei provvedimenti assunti dalla sua amministrazione. In particolare, Cappellacci ha ricordato come alcune modifiche siano dovute alla necessita’ di dare risposte alla crisi del Sulcis-Iglesiente e di autorizzare la Portovesme srl a realizzare un impianto eolico per le proprie esigenze energetiche e produttive. Le successive delibere – ha poi spiegato il presidente – sono state adottate dopo l’emergere di “forti preoccupazioni per le molteplici istanze per realizzazione di parchi eolici, in particolare off-shore”, di fronte a “inaccettabile ipotesi di speculazione sul nostro territorio, che abbiamo respinto e contrastato con ogni mezzo a disposizione”. “Non ho niente di cui vergognarmi e credo di poter essere orgoglioso di quanto e’ stato fatto”, ha concluso il presidente.

  45. 28 Maggio 2010 a 21:47 | #46

    Grazie! Speriamo serva a far capire quale disastro incombe sulle nostre coste e le nostre aree interne.
    Stefano

  46. elena romoli
    28 Maggio 2010 a 15:12 | #47

    Complimenti anche da Firenze, grazie!

  47. giusy
    28 Maggio 2010 a 9:36 | #48

    Visto anch’io. I tempi erano molto stretti, ma si è capito lo stesso. Bravo Stefano.

  48. Mara
    27 Maggio 2010 a 22:58 | #49

    Buonasera Stefano. Visto il servizio (i tempi ristretti della tv non rendono giustizia) sul magico sfondo del mare di Sardegna. Ancora una volta complimenti e GRAZIE per quanto Lei e i suoi collaboratori state facendo.
    Mara

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