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Cagliari da bere, pesante condanna.

Cagliari, Torre di S. Pancrazio

Cagliari, Torre di S. Pancrazio

Ultima puntata presso il Palazzo di Giustizia della sit-com sulla Cagliari da bere nota come processo Ranno.  Accolte, in sostanza, le richieste di condanna da parte del pubblico ministero dott. Giangiacomo Pilia.  Confermate le accuse in sede di giudizio, emerge proprio un bel quadretto su come viene gestita la res publica nella nostra Città e nella nostra Regione.

Gruppo d’Intervento Giuridico

da La Nuova Sardegna, 2 giugno 2010

Dieci condanne per il caso Fideuram.  Cagliari, otto anni agli ex assessori regionali Pirastu e Carboni. Giuseppe Centore

CAGLIARI. Colpevoli tutti, tranne madre e sorella di Gabriella Ranno. Secondo i giudici del tribunale di Cagliari, presidente Claudio Gatti, a latere Cristina Ornano e Francesco Pintori, intorno alla promotrice finanziaria ruotava un sistema truffaldino che ha utilizzato soldi pubblici per compiere manovre più che spericolate attraverso gli affari “sicuri” che la promotrice Fideuram (uscita dal processo con un patteggiamento a 4 anni) proponeva ai vertici di enti regionali. Pesanti le condanne inflitte ieri in un’aula delle grandi occasioni. Il tribunale ha accolto le ragioni della accusa, anche oltre le richieste del pm Giangiacomo Pilia, perché per alcuni reati diversi imputati sono stati assolti e per altri non si è proceduto per prescrizione. Per quelli rimanenti le condanne sono state pesanti. E così l’ex assessore regionale all’Industria, Andrea Pirastu, già fidanzato della Ranno (accusato di associazione a delinquere, corruzione, peculato, falso e riciclaggio) è stato condannato a 8 anni; Carlo Boi, ex commissario Isola (accusato di peculato, falso, truffa, turbata libertà d’incanti e riciclaggio), ha avuto 7 anni e diecimila euro di pena pecuniaria; per Marco Carboni, ex assessore regionale ai Trasporti (accusato di corruzione, peculato, truffa, falso, turbata libertà d’incanti, riciclaggio e calunnia), la condanna è stata a 8 anni; Franco Martucci, ex commissario Emsa (peculato) ha avuto 4 anni; Giorgio Asunis, ex presidente dell’Arst (corruzione, truffa, falso, turbata libertà d’incanti), ha avuto 6 anni e otto mesi. Pirastu, Asunis e Carboni hanno avuto anche l’interdizione perpetua dai pubblici uffici, ma hanno avuto come parziale consolazione il dissequestro dei beni, precedentemente disposto dalla Procura.

Cagliari, Torre dell'Elefante

Cagliari, Torre dell'Elefante

L’imprenditore Francesco Soldati (riciclaggio) è stato invece condannato a 4 anni; Antonio Medardi, ex presidente CoopFin è stato condannato a 5 anni e sei mesi: era accusato di corruzione, peculato e turbata libertà d’incanti. Francesco Masia, ex presidente Arst, è stato invece condannato a 5 anni e ottomila euro di multa: era accusato di concussione e riciclaggio. Gonario Gianoglio, anche egli ex presidente CoopFin, accusato di peculato e turbata libertà d’incanti, ha avuto una condanna a 4 anni. Prescrizione dei reati invece per i manager Fideuram, Pierre Paul Vacca, Fabrizio Contri, Renato Sala. Per loro, come per Pirastu, è caduta l’associazione a delinquere; sono rimasti in piedi solo i reati di falso e truffa. Infine Adriano Confalone, cugino della Ranno, condannato a cinque anni, pena più elevata dei quattro chiesti dalla Procura: per lui sono rimaste le accuse di peculato, riciclaggio e turbata libertà d’incanti. La maggior parte degli imputati è stata anche condannata al risarcimento dei danni a favore dell’Arst, di CoopFin e della stessa Fideuram. Assoluzione invece per Elsa Girolama Ranno (sorella di Gabriella), accusata di ricettazione e riciclaggio, e per Elisabetta Confalone (madre), accusata di riciclaggio. I giudici hanno disposto l’invio della testimonianza dell’ex consigliere regionale di Forza Italia Giorgio Corona all’ufficio del pm. Si ipotizza la falsa testimonianza.

Cagliari, l'Elefante sulla Torre

Cagliari, l'Elefante sulla Torre

LA TECNICA. Il modello della truffa è sempre lo «schema Ponzi».

CAGLIARI. Quasi cento udienze in trenta mesi, più di duecento testimoni, decine di migliaia di documenti di indagine. Un collegio che ha fatto letteralmente gli straordinari per assicurare tempi ragionevolmente celeri, vista la complessità del caso. Il cosiddetto processo Fideuram, nel suo primo grado di giudizio, è storia. Tutto ruota intorno alla figura di Gabriella Ranno, deus ex-machina della truffa secondo i suoi detrattori, ingranaggio importante ma non decisivo, secondo l’accusa, di un sistema illecito che illudeva i sottoscrittori degli investimenti con rendite da capogiro. Da quasi cento anni nel mondo si rincorrono casi analoghi, da quando un immigrato italiano negli Usa, Charles Ponzi, mise su un sistema, poi definito appunto schema Ponzi, da ultimo applicato da Bernie Madoff, due anni fa a New York. Lo schema è semplice, banale e sempre identico: al potenziale cliente viene promesso un investimento con rendimenti superiori ai tassi di mercato, in tempi ravvicinati. Dopo poco tempo viene restituita parte della somma investita, facendo credere che il sistema funzioni veramente. Si sparge la voce dell’investimento molto redditizio; altri clienti cadono nella rete. Si continuano a pagare gli interessi con i soldi via via incassati, ma alla fine lo schema si interrompe quando le richieste di rimborso superano i nuovi versamenti. È la fine del sistema e il crollo del castello di carta. Il sistema è ben conosciuto, eppure tutti, ogni volta che succede, cadono dalle nuvole, e quasi mai si fanno male. Ieri in tribunale non è andata così.

(foto S.D., archivio GrIG)

  1. 13 Gennaio 2011 a 14:20 | #1

    da La Nuova Sardegna, 13 gennaio 2011
    “La Ranno è un testimone credibile”. Secondo il Tribunale Andrea Pirastu la aiutava a truffare gli enti soltanto per affetto. (Mauro Lissia)

    CAGLIARI. Il sostegno di Andrea Pirastu all’attività di promozione finanziaria di Gabriella Ranno era essenzialmente legato al rapporto affettivo, ma non a un interesse economico personale: lo sostengono i giudici del tribunale Claudio Gatti, Giuseppe Pintori e Maria Cristina Ornano nella motivazione della sentenza che ha messo fine al monumentale primo grado del processo Fideuram, il primo giugno 2010. Da assessore all’industria in carica, Pirastu aiutava la fidanzata a piazzare tra gli enti strumentali della Regione contratti a tasso fuori mercato e con garanzie fasulle sul rendimento. Un aiuto pesante se è vero – i conti sono saltati fuori in tribunale e i giudici li richiamano in sentenza – che negli aanni 1999-2000 la Ranno arrivò a gestire un portafoglio da 78 miliardi di lire, maturando provvigioni per almeno 600 mila euro. D’altronde Pirastu conosceva molte persone influenti, che Forza Italia aveva collocato ai ruoli di vertice degli enti. A descrivere durante il dibattimento il meccanismo d’approccio – scrivono i giudici – è stato l’ex consigliere regionale Sergio Marracini, all’epoca presidente dell’Esaf: una telefonata, la presentazione della Ranno, l’offerta di un investimento a tasso elevatissimo coperto da una clausola di garanzia sul rendimento che la promotrice aggiungeva di pugno. E i dirigenti degli enti investivano, malgrado lo statuto lo vietasse tassativamente. Il contratto stipulato con l’Arst viene scelto dai giudici per illustrare il metodo Ranno: sono quasi 15 miliardi di lire che la promotrice porta a casa grazie ai propri rapporti privilegiati con l’ex compagno di scuola Carlo Boi e l’amico Marco Carboni: «Mi rendo conto in tutta sincerità di essere un po’ spregiudicata nei miei rapporti commerciali – dice la Ranno ai giudici in aula e il passo viene riportato nella motivazione – uso tecniche di vendita estreme e generalmente i miei incontri di lavoro sono pilotati da relazioni sociali create preventivamente».
    Il processo, nella stretta sostanza, è tutto qui: la rete di amicizie e conoscenze cui fa capo la Ranno grazie a Pirastu, i generosi investimenti che i vertici degli enti dispongono su fondi Fideuram in spregio totale dello statuto. Favori, regali e profitti nell’orbita dell’allora Forza Italia, tra politici e simpatizzanti di un partito in grande crescita. Poi i conti venivano aggiustati con una rendicontazione falsa, utile ad aggirare i controlli interni all’istituto di credito. L’architettura truffaldina vacilla e crolla quando a settembre 2001, con l’attacco alle torri gemelle, la borsa va giù. Con quella vengono al pettine i nodi di un mercato di investimenti fortemente viziato dalle amicizie politiche più che dall’effettiva redditività dei titoli Fonditalia, quelli che la Ranno vendeva invariabilmente ai clienti. Partono le ispezioni e il gioco viene scoperto, la promotrice reagisce all’isolamento cui i dirigenti coinvolti vorrebbero relegarla e decide di vuotare il sacco. Scoppia il caso Fideuram, il più complesso e clamoroso caso giudiziario-politico degli anni Duemila in Sardegna. Emerge la truffa, le perdite maturate dagli enti e l’inconsistenza della clausola di garanzia che in realtà non garantiva nulla. Alla quale peraltro – scrivono i giudici nella motivazione – nessuno in realtà credeva: serviva soltanto a «precostituire un elemento da far valere all’occorrenza quale prova di serietà, cautela, diligenza in grado di escludere l’elemento soggettivo del reato». Come dire: scoperto il gioco, gli investimenti sarebbero risultati in buona fede perchè protetti dai rischi legati alle variabilità del mercato finanziario. Una garanzia fittizia, sostengono i giudici, da utilizzare come salvagente e per tenere a bada le eventali osservazioni di funzionari corretti. Su questo punto si configura il reato di peculato. D’altronde – è scritto nella sentenza – nessun ente in Italia ha mai investito denaro su fondi a rischio, quindi «non può essere un caso che a cavallo degli anni 1999-2002 ben quattro enti regionali sardi abbiano investito in Fonditalia, collocato da Fideuram, l’astronomica cifra complessiva di 71 miliardi di lire». Non è un caso perchè «tali investimenti furono pilotati e governati dal complesso intreccio di rapporti politici, d’interesse e interpersonali» collegato alla Ranno. E «fu fondamentale la relazione sentimentale tra la promotrice finanziaria e Pirastu» perchè «questo strettissimo rapporto fu la chiave per entrare in ogni ente».
    Fondamentali per i giudici anche i rapporti Pirastu-Ranno-Carboni e Boi per Arst, poi via via quelli con gli altri imputati per la sottoscrizione dei contratti con gli altri enti. «Tutte persone – osservano i giudici – di cultura elevata, laureati, amministratori di aziende pubbliche o di imprese private con pluriennali esperienze di gestione e amministrazione» che non possono certo essere definiti «investitori sprovveduti». A nessuno poteva sfuggire come la Ranno «non potesse mantenere alcuna delle promesse che faceva». Insomma: firmavano un investimento vietato e a rischio sapendo di farlo.
    Per il tribunale Gabriella Ranno è credibile, le sue chiamate in correità hanno retto alla prova del dibattimento. La conferma documentale dei suoi racconti è soprattutto nelle ormai celebri agende personali, che in giudici considerano prova valida e genuina. La Ranno – scrive il tribunale – decide di parlare dopo l’arresto e la detenzione, dopo che il suo mondo dorato fatto di lusso e di frequentazioni alte si è via via dissolto. Prima accusa se stessa, poi coinvolge gli altri, compreso l’ormai ex fidanzato e gli amici: «Nessuna particolare censura – scrivono i giudici – il tribunale ritiene di poter muovere alle dichiarazioni accusatorie della Ranno, sotto il profilo della loro coerenza e della costanza». Come dire che la sua testimonianza è stata decisiva nel processo. Non solo: le sue accuse trovano riscontro puntuale nei circa cinquantamila documenti acquisiti dal pubblico ministero Giangiacomo Pilia nel corso dell’inchiesta giudiziaria.
    I giudici esaminano nella motivazione le posizioni di ciascun imputato e gli incroci di rapporti personali con la Ranno. Emerge così che Marco Carboni aiutò la promotrice a piazzare i suoi contratti fasulli all’Arst perchè puntava a rapporti politici nazionali di primo livello, in testa il ministro Beppe Pisanu che la Ranno conosceva e frequentava attraverso la moglie. Carboni peraltro trova il modo – è scritto nella sentenza – per chiedere all’amica Ranno una ricompensa in denaro per la sua collaborazione: 700 milioni di lire. Ne incassa, secondo i giudici, soltanto 200 in contanti. Qui sta uno dei reati di corruzione che gli sono stati addebitati in sentenza. Gli altri personaggi sembrano volare più basso: alcuni frequentano Mauro Pili, altri si muovono in funzione dei rapporti con Pirastu.
    Il primo giugno dell’anno scorso il tribunale ha chiuso il dibattimento Fideuram con dieci condanne. L’ex assessore regionale all’Industria, Andrea Pirastu (accusato di associazione a delinquere, corruzione, peculato, falso e riciclaggio) è stato condannato a 8 anni. Carlo Boi, ex commissario Isola (accusato di peculato, falso, truffa, turbata libertà d’incanti e riciclaggio) 7 anni, per Marco Carboni, ex assessore regionale ai Trasporti (accusato di corruzione, peculato, truffa, falso, turbata libertà d’incanti, riciclaggio e calunnia) 8 anni. Ancora: Franco Martucci, ex commissario Emsa (peculato) 4 anni, Giorgio Asunis, ex presidente dell’Arst (corruzione, truffa, falso, turbata libertà d’incanti) 6 anni e otto mesi. Per Pirastu, Asunis e Carboni interdizione perpetua dai pubblici uffici e dissequestro dei beni. L’imprenditore Francesco Soldati (riciclaggio) è stato invece condannato a 4 anni, Antonio Medardi, ex presidente CoopFin a 5 anni e sei mesi: era accusato di corruzione, peculato e turbata libertà d’incanti. Cinque anni la pena inflitta a Francesco Masia, ex presidente Arst accusato di concussione e riciclaggio. Gonario Gianoglio, anche egli ex presidente CoopFin, accusato di peculato e turbata libertà d’incanti, condannato a 4 anni. Prescrizione dei reati invece per i manager Fideuram, Pierre Paul Vacca, Fabrizio Contri, Renato Sala. Per loro, come per Pirastu, è caduta l’associazione a delinquere e sono rimasti in piedi solo i reati di falso e truffa. Infine Adriano Confalone, cugino della Ranno, condannato a cinque anni, colpevole di peculato, riciclaggio e turbata libertà d’incanti. La maggior parte degli imputati è stata anche condannata al risarcimento dei danni a favore dell’Arst, di CoopFin e della stessa Fideuram. Ora tutti gli imputati potranno ricorrere in appello contro la sentenza.

  2. 8 Gennaio 2011 a 15:14 | #2

    da La Nuova Sardegna, 8 gennaio 2011
    Addio a Ragazzo, sanità e massoneria.
    Case di cura, hotel e editoria prima del disastro finanziario. (Mauro Lissia)

    CAGLIARI. Grande massone di rito inglese e amico dei massoni che contano, grande assemblatore di interessi legati alla sanità, si è spento a 87 anni Paolo Ragazzo. Era malato da tempo e l’ultimo scorcio della vita l’ha passato in un letto del San Giovanni di Dio. Quasi un paradosso: il re delle cliniche private è andato a morire in un ospedale pubblico e la famiglia ha ringraziato nei necrologi sull’Unione Sarda l’antica concorrenza. Non si può dire che Ragazzo, chirurgo e ginecologo, abbia vissuto invano: dopo una breve esperienza da medico condotto, era presto diventato un imprenditore col camice bianco. Case di cura, hotel in Sardegna e nel Regno Unito, investimenti in Italia e all’estero. Ragazzo fu il fondatore nel 1976 di un giornale modernissimo e di qualità come Tutto Quotidiano, affidato alla direzione del genero Piercarlo Carta, che grazie a un manipolo di giovani cronisti fece mordere la polvere all’Unione Sarda persino nella roccaforte editoriale cagliaritana. Un successo durato qualche anno. Poi l’azienda, infestata da presenze ingombranti dell’affarismo massonico, finì in un crack gigantesco. Con decine di giornalisti a spasso, qualche strascico giudiziario e ombre mai del tutto rischiarate.
    D’altronde Ragazzo non era un editore anche se l’informazione gli piaceva quasi quanto la musica classica e le scarpe bicolore, che si faceva realizzare da un artigiano di Londra («vede come sono belle? E sono talmente comode che posso giocarci a pallone…»). Fu probabilmente per questo, seguendo la passione e l’estetica più che la voglia di accrescere il patrimonio, che nel 1985 – messi da parte i pionierismi del passato – decise di investire una parte dei profitti tratti dalle cliniche in un’emittente televisiva nuova e attrezzata: Sardegna Uno. Dove continuò la tradizione delle sue iniziative imprenditoriali: un periodo stellare e poi la caduta, legata all’approssimativa conoscenza delle dinamiche editoriali e alla fiducia eccessiva che spesso riponeva nei collaboratori. La cessione per pochi spiccioli dell’indebitatissima emittente, compresa la gemella Sardegna Due, segnò per Ragazzo e la sua famiglia il punto cruciale della parabola discendente. Un lento precipitare dovuto all’eclissi dei referenti politici e alla conseguente fine dell’egemonia sanitaria. Ormai lontanissimi i tempi in cui il medico in grembiulino era il primo contribuente cagliaritano, perdute le case di cura, poi un hotel dopo l’altro, poi la villa principesca di Santa Margherita, poi gli immobili all’estero, chi ha raccolto la sua eredità deve oggi fare i conti con guai giudiziari e seri problemi finanziari non ancora risolti. E chi l’ha abbandonato al suo destino da vivo, l’ha ricordato enfaticamente da morto.
    Ora Ragazzo ha raggiunto altrove l’amatissima moglie Laura – scomparsa in un incidente stradale, un episodio che ha segnato la storia della famiglia – e un’epoca di grandi arricchimenti legati alla politica sanitaria se n’è andata con lui.

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