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La grande “truffa” dell’8 per mille.

euroSi avvicina la scadenza della famigerata dichiarazione dei redditi e ancora una volta saremo chiamati a mettere o meno una crocetta su una casella importante ma sottovalutata, quella dell’otto per mille. Ebbene, per quanto non sia una scelta di vitale importanza, vi siete mai chiesti come funziona realmente il meccanismo fiscale del cosiddetto “otto per mille”? Quanto costa la Chiesa cattolica ai contribuenti italiani? Chi gestisce il fiume di denaro che passa ogni anno dalle casse dello Stato alle istituzioni ecclesiastiche? Chi controlla le modalità di spesa di tutti questi soldi? E come vengono usate queste enormi risorse economiche che hanno ormai superato abbondantemente il miliardo di euro all’anno?

A cui bisognerebbe aggiungere per correttezza il cumulo di vantaggi fiscali concessi al Vaticano e oggi al centro di un’inchiesta dell’Unione Europea: il mancato incasso dell’Ici, l’esenzione da Irap, Ires e altre imposte, l’elusione consentita per le attività turistiche e commerciali, i mancati pagamenti dei servizi idrici e fognari, l’evasione tollerata delle tasse sui rifiuti, fino all’occhio di riguardo dell’Agenzia delle Entrate sui redditi prodotti da istituzioni religiose. Per un totale di circa 4 miliardi di euro l’anno: più o meno mezza finanziaria. Una somma (è la stessa Conferenza episcopale italiana a dichiararlo) che solo in minima parte viene destinata ad interventi di carità e di assistenza sociale.

La decisione dello Stato italiano di finanziare le confessioni religiose, in primis la Chiesa cattolica, è una scelta che la Costituzione forse consente, ma di sicuro non impone. Siamo di fronte, pertanto, ad una scelta puramente politica e come tale discutibile, sovvertibile. In Inghilterra, ad esempio, nonostante la Chiesa anglicana sia religione di Stato, nessun finanziamento pubblico è riconosciuto alle confessioni religiose, nella convinzione che la funzione sociale di promozione della religione non sia una competenza propria dello Stato e quindi i suoi costi non possono essere fatti ricadere sull’intera collettività. Decisione illuminata.

La Stato italiano, invece, fin dal 1886, e poi in via definitiva dai Patti Lateranensi del 1929, ha erogato un reddito per il sostentamento dei preti cattolici. Quando nel 1984 il nuovo Concordato tra Stato e Chiesa cattolica ha abolito questo sistema per introdurre un contributo statale diretto alla Santa Sede (affidato e ripartito poi dalla Conferenza Episcopale Italiana), occorreva trovare uno strumento per garantire una quantità di denaro pari a quella sino ad allora necessaria al sostentamento del clero. Furono così introdotte due diverse forme di finanziamento pubblico della Chiesa cattolica: le offerte dei fedeli (deducibili sino a 1021 euro) e la quota dell’otto per mille dell’Irpef dei contribuenti italiani.

Mentre l’apporto delle donazioni dei fedeli si è rivelato modesto (una ventina di milioni di euro), ogni anno la quota dell’otto per mille Irpef che viene assegnata alla Conferenza Episcopale Italiana cresce a ritmi elevatissimi, sia in termini relativi (passando dall’80% a quasi il 90%), che in termini assoluti (dai 450 milioni di euro del 1995 a circa un miliardo di euro attuale).

Successive modifiche legislative hanno esteso ad altre confessioni religiose il diritto a concorrere alla ripartizione dei fondi derivanti dalla quota dell’otto per mille (l’Unione Chiese Cristiane Avventiste del 7° giorno, le Assemblee di Dio in Italia, la Chiesa Evangelica Valdese, la Chiesa Evangelica Luterana in Italia, l’Unione Comunità Ebraiche Italiane).

In pratica lo Stato italiano ha scelto di finanziare la Santa Sede attraverso la rinuncia di una parte del denaro raccolto con il pagamento dell’Irpef, l’imposta sul reddito delle persone fisiche. Questi soldi vengono accantonati in un fondo, poi ripartito tra la Chiesa Cattolica, lo Stato e le altre confessioni religiose che concorrono alla ripartizione del denaro.

La ripartizione del denaro tra i soggetti concorrenti avviene secondo la percentuale di contribuenti che annualmente hanno espresso la preferenza per l’una o per l’altra confessione religiosa al momento della dichiarazione dei redditi.

Il meccanismo è apparentemente semplice: il contribuente può optare per destinare il suo otto per mille ad uno tra i soggetti che hanno stipulato una convenzione con lo Stato Italiano, per scopi sociali o benefici o di sostegno religioso. Oppure può omettere la destinazione, pensando magari di lasciare la somma allo Stato, sempre per scopi sociali.

Sembra una cosa semplice e pulita: danno i soldi a chi decidete voi… più bello di così!

E invece no. Perché le cose vanno diversamente. Infatti circa il 70% dei contribuenti (circa 30 milioni) non esprime esplicitamente la scelta di un destinatario, ritenendo così di lasciare la somma allo Stato. E qui sta il trucco: perché questo 70% non va allo Stato! Viene invece distribuito, praticamente a nostra insaputa, di nuovo  tra i soggetti concordatari (non tutti!) secondo le stesse percentuali con cui sono state effettivamente destinate le somme per cui è stata fatta un’opzione esplicita. In pratica, le preferenze espresse vengono usate per spartire anche la somma per cui non è stata espressa alcuna preferenza! Diabolico!

Dunque, chi non esprime la scelta a favore di un soggetto verserà comunque il suo otto per mille ed esso sarà ripartito sulla base delle scelte espresse dagli altri. E siccome quasi il 90% di chi firma sceglie la Chiesa cattolica, allora il 90% del nostro otto per mille finisce alla Chiesa cattolica.

E poiché il gettito complessivo dell’otto per mille di tutti gli italiani ammonta a quasi 1 miliardo e duecento milioni di euro: il 90% di esso (cioè un miliardo di euro) se ne va alla Santa Sede, tramite la Conferenza Episcopale Italiana.

Di questo perverso meccanismo, che rasenta la truffa, i contribuenti italiani non sono affatto informati e i Governi che si sono sin qui succeduti, per ragioni che non é difficile individuare, si sono ben guardati dal farlo, favorendo la crescita del numero di persone che non esprimono una scelta anche attraverso modulistiche poco chiare.

Lo Stato, peraltro, è uno dei soggetti cui può essere destinato l’otto per mille. Ma mentre la Chiesa cattolica, ogni anno, attua una massiccia campagna di propaganda sui media dal valore di alcuni milioni di euro, il Governo, al contrario, rinuncia sistematicamente a farsi propaganda, così determinando una costante diminuzione dei contribuenti che lo scelgono come destinatario.

In tale maniera il Governo italiano ogni anno “gioca a perdere”, arrecando una danno al bilancio dello Stato di centinaia di milioni di euro.

C’è inoltre da aggiungere che la Chiesa cattolica utilizza la maggior parte dei fondi che riceve dall’otto per mille per finalità religiose e non assistenziali o benefiche. In particolare, quasi l’80% viene speso per il sostentamento al clero, per i fondi alle diocesi, per la costruzione di nuove chiese, per i costi della Sacra Rota, per le attività della CEI, ecc. Nonostante ciò gli spot televisivi che solitamente accompagnano la campagna pubblicitaria della CEI continuano ad indurre i cittadini a pensare che i soldi vengano spesi prevalentemente per interventi caritativi e contro la fame nel mondo, mentre in realtà è ad essi destinato appena il 20% dell’intero raccolto. La stessa CEI  dichiara per il 2010 la seguente distribuzione di utilizzo: 450 milioni di euro per esigenze di culto e pastorale, 357 milioni per sostentamento del clero ed appena 230 milioni per interventi caritativi. Dunque la fetta più grossa serve a sostentare l’apparato del clero ed il loro personale di servizio.

Lo Stato stesso è poco trasparente nel divulgare la destinazione della propria quota, in parte destinata alla Protezione Civile, ma per quasi la metà surrettiziamente elargita alla Chiesa cattolica attraverso il restauro di beni ecclesiastici.

Altri enti, invece, pubblicano on line i bilanci ufficiali e completi dell’impiego della somma ricevuta (tra i più precisi c’è da segnalare la Chiesa Valdese che oltretutto destina l’intera somma a scopi sociali, senza utilizzarla nemmeno in parte per il proprio sostentamento).

Dunque, che fare con la prossima denuncia dei redditi?

Fosse per me, abolirei l’intero meccanismo dell’otto per mille e che ciascuna Chiesa si faccia finanziare volontariamente dai propri adepti. Ma allo stato attuale ciò non è neanche preventivabile.

Personalmente avrei gradito che il mio otto per mille andasse a finanziare la ricerca, di cui c’è un gran bisogno in Italia, con i nostri ricercatori migliori costretti ad andare a lavorare all’estero, invece che destinarlo a questa o quella Chiesa che comunque rappresenta solo una parte della società. Oppure che il mio obolo venisse utilizzato per progetti mirati e programmati dallo Stato: per la serie quest’anno costruiamo un ospedale in Ciad, un orfanotrofio nel Sudan, cento pozzi d’acqua in Nigeria, ecc. Pensate che bello! Messa così l’Italia da sola potrebbe risolvere il problema della fame nel mondo. Dico, stiamo parlando di un miliardo di euro all’anno, mica bruscolini! Ne fai di cose utili con tutti questi soldi, se utilizzati per bene. Pare che però anche questa non sia una scelta possibile…

E allora fate quello che vi pare!

Se vi va, se siete cattolici e se vi fidate, destinate il vostro otto per mille alla Chiesa Cattolica e tanti saluti! Ma se il meccanismo della distribuzione occulta non vi va (d’altronde perché dovrebbe piacervi un meccanismo così poco trasparente, anche se siete cattolici?), se volete vederci chiaro sull’impiego (perché non dovreste pretenderlo, anche se siete cattolici?), e se non volete ritrovarvi quei soldi, i vostri soldi,  spesi, magari in occasione del prossimo referendum su aborto, pacs, pillola, fecondazione assistita, cellule staminali, ricerca genetica, ecc., o per “illuminare” le coscienze (anche se probabilmente la vostra coscienza funziona bene da sola, anche se siete cattolici)… dateli magari ad un’altra confessione religiosa di cui vi fidate.

Scegliete magari un soggetto che non incameri la somma per scopi di propaganda o per pagare se stesso e vi lasci verificare l’uso fatto. A me piace la serietà della Chiesa Evangelica Valdese, prima di tutto perché è la più laica delle Chiese. Poi perché i suoi esponenti sono persone che si sostentano col proprio lavoro e non ricevono alcuno stipendio. Poi perché storicamente sono stati sempre perseguitati dalla chiesa cattolica. Inoltre i valdesi riconoscono l’omosessualità ed il divorzio, tanto da avere tra i “pastori” donne, uomini, e gay, sia sposati che divorziati. I poi i “pastori” non sono nominati, ma vengono eletti ogni due anni dai fedeli. In secondo luogo, perché la somma ricevuta dalla Chiesa Valdese non può essere usata per alcuna attività religiosa, ma esclusivamente per progetti sociali, assistenziali e culturali. Ogni anno viene pubblicato un resoconto molto dettagliato delle spese, che elenca tutti i progetti finanziati e la relativa spesa. Per quanto riguarda l’Italia negli ultimi anni i finanziamenti sono stati ripartiti in questo modo: 32,90% (cultura, pace e diritti umani), 24,65% (anziani e sanità), 17,80% (bambini e giovani), 18,36% (occupazione, assistenza sociale), 6,49% (rifugiati, migranti e nomadi).

Hanno scelto di devolvere il loro otto per mille alla Chiesa Valdese uomini di cultura come Paolo Flores d’Arcais, Umberto Eco, Margherita Hack, Vasco Rossi, Giorgio Bocca, Simone Cristicchi, Andrea Camilleri, Dario Fo, Michele Santoro, Oliviero Toscani, Franca Rame, Ferzan Ozpetek, Lidia Ravera, Umberto Galimberti, Lella Costa, Luciano Canfora, Bernardo Bertolucci, Mario Monicelli, Eugenio Lecaldano, Gennaro Sasso e tanti altri.

Voi fate ciò che volete. L’importante è non dimenticare di barrare una destinazione esplicita: ricordate che la vostra firma non sposta solo il vostro otto per mille, ma anche quello di chi non ha scelto nulla!

A me avrebbe anche fatto piacere darli allo Stato per la Protezione Civile, ma a parte il fatto che il 50% della quota statale finirebbe sempre e comunque a beneficio della CEI, non vorrei proprio che il mio otto per mille servisse per pagare i massaggi a Bertolaso e ai suoi amici al Salaria Sport Village…

Bruno Caria

Amici della Terra

P.S.    Per chi volesse approfondire l’argomento consiglio la lettura dell’articolo “Otto per mille, ovvero come lo Stato sottrae ogni anno 1 miliardo di euro agli italiani per darli alla Chiesa cattolica”, di Mario Staderini. Lo trovate qui di seguito. Buona lettura.

Chiesa romanica, Tuscania

Chiesa romanica, Tuscania

OTTO PER MILLE, OVVERO COME LO STATO SOTTRAE OGNI ANNO 1 MILIARDO DI EURO AGLI ITALIANI PER DARLI ALLA CHIESA CATTOLICA.

Com’è possibile che lo Stato italiano decida di sottrarre più di 1 miliardo di euro l’anno dal gettito derivante dall’Imposta sul Reddito delle Persone Fisiche pagata dai contribuenti per versarlo nelle casse della Conferenza episcopale Italiana?

È la storia del cosiddetto otto per mille, esempio pacchiano di fiscalità creativa finalizzata a creare tra i cittadini un’illusione democratica: che i fiumi di denaro che ogni anno finiscono alla Chiesa cattolica siano frutto di una scelta volontaria degli italiani. Ogni anno, invece, l’otto per mille dell’Irpef del 100% degli italiani, indipendentemente dalla loro volontà, viene sottratto alla fiscalità generale per essere destinato alla diretta gestione di sette soggetti: la Chiesa Cattolica, l’Unione Chiese cristiane avventiste del 7° giorno, le Assemblee di Dio in Italia, la Chiesa evangelica valdese, la Chiesa evangelica luterana in Italia, l’Unione comunità ebraiche italiane, lo Stato.

Il gettito complessivo derivante dall’otto per mille dell’Irpef versato dagli italiani viene ripartito tra i sette soggetti aventi diritto sulla base delle percentuali delle scelte espresse dai contribuenti al momento della dichiarazione dei redditi, e le quote di coloro che non effettuano una scelta sono comunque assegnate sulla base delle medesime percentuali. Insomma, si vincola il denaro del contribuente alle scelte religiose degli altri.

Un’illusione, quella indotta, che necessita di disinformazione, se è vero che il 70% dei contribuenti italiani non effettua nessuna preferenza sebbene i loro soldi siano comunque destinati alla ripartizione; di propaganda, come testimoniano i milioni di euro spesi annualmente dalla Chiesa cattolica in spot pubblicitari al fine di convincere quanti più contribuenti possibile a preferirla nella destinazione dell’otto per mille; di scelte antigiuridiche, come quella dello Stato di accettare di concorrere con gli altri nella ripartizione dei fondi ma di rinunciare a fare propaganda per se stesso; di colpevoli inerzie, con un gettito complessivo dei fondi derivanti dall’otto per mille cresciuto da 250 a 1200 milioni di euro in poco più di dieci anni ed una Commissione governativa che, istituita allo scopo di rivedere ogni tre anni l’aliquota, non ha portato ad alcuna riduzione.

L’otto per mille è un meccanismo figlio del Nuovo Concordato del 1984 che si è via via esteso ad altre confessioni religiose, in una sciagurata rincorsa ai privilegi degli altri che ha portato alla solidarietà coatta tra chiese: è innegabile che la possibilità di sostenere i costi del proselitismo si ripercuote direttamente sull’ampiezza della propria capacità d’azione. Un sistema che, nutrendosi delle violazioni ai principi costituzionali, ha avuto l’effetto di negare ai cittadini italiani il diritto di libertà religiosa e di coscienza, e al tempo stesso di garantire alla Conferenza episcopale italiana e alle gerarchie vaticane un potere senza precedenti.

1. CHE COS’É L’OTTO PER MILLE

Ogni anno lo Stato italiano finanzia direttamente la Chiesa cattolica attraverso l’assegnazione di una parte del denaro incassato con le tasse pagate dai cittadini. Nel 2003 la cifra ha superato 1 miliardo di euro. Il sistema attraverso cui questo finanziamento avviene è il cosiddetto “otto per mille”: l’otto per mille rappresenta la quota dell’Irpef (imposta sul reddito delle persone fisiche) che ogni contribuente italiano versa annualmente allo Stato e che la legge 20 maggio 1985, n.222 dispone che sia sottratta alla fiscalità generale per essere invece destinata, in parte a scopi di interesse sociale o di carattere umanitario a diretta gestione statale e in parte a scopi di carattere religioso a diretta gestione della Chiesa cattolica. Successive modifiche legislative hanno esteso ad altre confessioni religiose il diritto a concorrere alla ripartizione dei fondi derivanti dalla quota dell’otto per mille. Alla Chiesa cattolica e allo Stato si sono così aggiunti: l’Unione Chiese cristiane avventiste del 7° giorno, le Assemblee di Dio in Italia, la Chiesa evangelica valdese, la Chiesa evangelica luterana in Italia, l’Unione comunità ebraiche italiane. In pratica, una quota pari all’otto per mille dell’Irpef di tutti gli italiani viene annualmente ripartita tra la Chiesa cattolica, lo Stato e le altre confessioni religiose secondo la percentuale di contribuenti che ha espresso la preferenza per l’una o per l’altra al momento della dichiarazione dei redditi.

2. PERCHÉ LO STATO ITALIANO FINANZIA LE CHIESE?

Innanzitutto una precisazione: la scelta dello Stato italiano di finanziare le confessioni religiose, in primis la Chiesa cattolica, (effettuata con l’introduzione del sistema dell’otto per mille attraverso il Nuovo Concordato del 1984 e la conseguente legge 20 maggio 1985, n.222) è una scelta che la Costituzione consente ma non impone. Siamo di fronte, pertanto, ad una scelta puramente politica e come tale discutibile, sovvertibile. In Inghilterra, ad esempio, nonostante la Chiesa anglicana sia religione di Stato, nessun finanziamento pubblico è riconosciuto alle confessioni religiose, nella convinzione che la funzione sociale di promozione della religione non sia una competenza proprio dello Stato e quindi i suoi costi non possono essere fatti ricadere sull’intera collettività.

Lo Stato italiano, dunque, tra i diversi modi con cui atteggiarsi nei confronti del bisogni religiosi dei cittadini, ha scelto di sottrarre alla fiscalità generale una considerevole somma di denaro pubblico per finanziarne la soddisfazione. E ha individuato nelle confessioni religiose i soggetti istituzionalmente preposti alla soddisfazione di tali esigenze e per questo ha destinato alle chiese il denaro pubblico dell’otto per mille dell’Irpef.

Chiarita la politicità – quindi la opinabilità – della scelta dello Stato di finanziare le confessioni religiose, occorre ora sfatare un luogo comune che stenta a scomparire, ovvero che la ragione del finanziamento pubblico alla Chiesa cattolica sia storica, rispondendo cioè all’esigenza di risarcire la spoliazione dei beni ecclesiastici avvenuta nel 1861 con la formazione del Regno d’Italia.

A seguito dei Patti Lateranensi stipulati con Benito Mussolini nel 1929, infatti, oltre a vedersi riconosciuta la sovranità sul territorio della Città del Vaticano, la Chiesa cattolica ha goduto di una serie di privilegi economici: per comprendere l’enorme entità dell’intervento finanziario dello Stato a favore della Chiesa cattolica basti pensare che, ad esempio, sino al 31 dicembre del 1986 lo Stato italiano ha pagato direttamente – attraverso il sistema cosiddetto della congrua - lo stipendio mensile e i relativi costi previdenziali ed assistenziali dei circa 30.000 preti cattolici presenti allora sul territorio italiano. Insomma, se qualche questione economica era rimasta aperta dopo l’unificazione d’Italia, settant’anni di contributi hanno sicuramente pareggiato il conto.

La ragione storica, semmai, è quella per cui la pervasività del potere clericale, esercitato anche attraverso i privilegi economici riconosciuti per legge, ha fatto si che prevalesse l’orientamento politico favorevole al finanziamento pubblico della Chiesa cattolica.

Comunque, una volta deciso di continuare a finanziare in qualche modo il Vaticano, ed essendo la Costituzione repubblicana del 1945 fondata su principi quali la libertà religiosa e l’uguaglianza delle confessioni religiose, ci si è trovati costretti ad estendere anche alle altre confessioni religiose parte dei benefici economici riconosciuti alla Santa Sede. E per questo è stato inventato il sistema dell’otto per mille, un meccanismo che in realtà ha garantito alla Chiesa cattolica una posizione dominante che le assicura annualmente una cifra 5 volte superiore a quella che incassava con il sistema di finanziamento precedente.

San Pietro

San Pietro

3. COME FUNZIONA L’OTTO PER MILLE?

Ogni anno l’otto per mille dell’Irpef del 100% dei contribuenti italiani viene sottratto dal bilancio dello Stato per essere destinato ai sette soggetti che concorrono alla sua ripartizione per gestirli a scopi umanitari, sociali e religiosi. L’otto per mille del 100% dei cittadini: indipendentemente da qualsiasi espressione di volontà, infatti, la quota di ciascuno di noi viene comunque assegnata ai fondi da destinare agli scopi religiosi. I contribuenti italiani non sono chiamati a nessuna decisione di spesa, in quanto l’entità della tassazione (l’otto per mille dell’Irpef, appunto) è fissata a priori. Ad essi viene, in realtà, lasciata la scelta di decidere in che percentuale la somma complessiva verrà ripartita tra i soggetti destinatari. La ripartizione dei fondi totali, infatti, avviene sulla base delle scelte espresse dai contribuenti in sede di dichiarazione annuale dei redditi: la scelta può essere effettuata tramite un foglio aggiunto alla modulistica preparata dal Ministero dell’economia (modello 730, Unico, etc…), sul quale si può apporre una firma in corrispondenza della casella relativa alla chiesa preferita.

Ciò significa che ogni chiesa riceverà una parte dell’otto per mille Irpef in proporzione al numero dei contribuenti che l’avrà preferita firmando nella apposita casella della dichiarazione dei redditi. Ad esempio, se la Chiesa cattolica riceve l’87% delle preferenze si vedrà assegnato l’87% del gettito complessivo derivante dall’otto per mille Irpef di ogni cittadino.

Nel caso che un contribuente non esprima una scelta, l’otto per mille della sua Irpef andrà comunque a formare il gettito complessivo che verrà versato alle confessioni religiose in proporzione alle scelte espresse dagli altri contribuenti.

Come a dire: chi non firma il modulo dell’otto per mille indicando a quale tra i sette soggetti concorrenti vuole siano destinati i fondi, vedrà comunque i suoi soldi assegnati e farà scegliere ad altri a chi debbano andare in prevalenza.

Tale escamotage fa si che la torta da spartire sia molto più grande perché comprensiva anche dell’otto per mille di coloro che non effettuano scelte, che sono la stragrande maggioranza degli italiani. Un esempio concreto: nel 2000 la percentuale degli italiani che non hanno espresso una scelta è stata del 64%, mentre il gettito complessivo derivante dall’otto per mille Irpef ha superato il miliardo di euro. Se non fosse esistito questo escamotage, solo il 36% (coloro che hanno espresso una scelta nella dichiarazione dei redditi) di 1 miliardo di euro sarebbe stato ripartito tra le chiese; un trucco legislativo senza precedenti nel mondo, che consente alle chiese di prendere 630 milioni di euro all’anno da cittadini che non vorrebbero darglieli!

Al tempo stesso, però, colui che indicherà la sua preferenza per una confessione religiosa, ad esempio, per la Chiesa Valdese, non otterrà il risultato che crede, ovvero versare la sua quota interamente alla “sua” chiesa: infatti, se l’87% di coloro che hanno espresso una scelta avrà indicato la Chiesa cattolica, vorrà dire che l’87% della quota di ciascun contribuente (di quello che ha “firmato” per i valdesi come di quello che ha firmato per la Chiesa cattolica e così come di quello che non ha firmato affatto) andrà alla Chiesa cattolica.

In altre parole, il sistema prevede che una minoranza di cittadini (il 36% che esprime una scelta a favore di uno dei sette possibili destinatari) decida per tutti, determinando una specie di premio di maggioranza per la Chiesa cattolica che, avendo una posizione dominante sul mercato delle coscienze, si vede assegnata la quasi totalità dei fondi dell’otto per mille.

Deve essere sottolineato, infine, che la Chiesa evangelica valdese e le Assemblee di Dio in Italia hanno deciso – proprio in considerazione della contrarietà di tale artificio ai principi di libertà religiosa – di non partecipare alla ripartizione dei fondi dell’otto per mille derivanti dall’Irpef dei cittadini che non hanno espresso scelte. Le quote loro spettanti saranno così destinate allo Stato.

4. QUANTI SONO E A CHI VANNO I SOLDI DELL’OTTO PER MILLE?

Il gettito complessivo derivante dall’otto per mille dell’Irpef pagata dal 100% dei contribuenti italiani viene ripartito annualmente tra sette soggetti: la Chiesa Cattolica, l’Unione Chiese cristiane avventiste del 7° giorno, le Assemblee di Dio in Italia, la Chiesa evangelica valdese, la Chiesa evangelica luterana in Italia, l’Unione comunità ebraiche italiane, lo Stato.

Nel 2003 il gettito complessivo dell’otto per mille dei contribuenti è stato superiore ad 1 miliardo di euro, praticamente cinque volte le somme erogate nel 1990, di poco superiori ai 200 milioni di euro.

L’87% del gettito totale dell’otto per mille Irpef viene assegnato alla Chiesa cattolica, mentre il restante 13% viene ripartito tra gli altri sei soggetti, in prevalenza allo Stato.

5. PER QUALI SCOPI VENGONO SPESI I SOLDI DERIVANTI DALL’OTTO PER MILLE?

Nella gestione del finanziamento pubblico dell’otto per mille le confessioni religiose sono vincolate per legge all’utilizzo per scopi predeterminati. La legge dispone che la Chiesa cattolica possa utilizzare i fondi derivanti dall’otto per mille per scopi quali esigenze di culto della popolazione, sostentamento del clero e interventi caritativi; mentre lo Stato italiano può spendere i suoi fondi per scopi di carattere sociale o umanitario. A partire dal 1989, anche le altre confessioni religiose che hanno stipulato Intese con lo Stato italiano hanno via via accettato di partecipare alla ripartizione dell’otto per mille, distinguendosi però per i diversi scopi cui hanno voluto vincolare i loro fondi.

Porta Pia, Roma

Porta Pia, Roma

Il meccanismo dell’otto per mille, in pratica, ha scatenato tra le chiese una corsa ai benefici degli altri, sull’assunto che la disponibilità di mezzi economici considerevoli sia alla base di qualsiasi opera di proselitismo. Occorre sottolineare, però, come alcune confessioni religiose abbiano scelto di vincolare i fondi ad esse spettanti a scopi esclusivamente di carattere umanitario e sociale. I vincoli di destinazione, infatti, sono indicati nelle Intese raggiunte attraverso negoziati bilaterali tra il Governo italiano e le confessioni religiose, per cui si può affermare che le confessioni religiose hanno scelto esse stesse gli scopi per i quali utilizzare i fondi ad esse destinati.

Come risulta dalle ripartizioni annuali solo la Chiesa cattolica e la Chiesa evangelica luterana hanno scelto di utilizzare i soldi dei cittadini per stipendiare il clero e per esigenze di culto quali la costruzione di nuovi edifici di culto, mentre le Assemblee di Dio in Italia, la Chiesa evangelica valdese e l’Unione chiese cristiane avventiste hanno scelto di destinare i loro fondi esclusivamente per interventi sociali e umanitari.

CHIESA CATTOLICA: ?Esigenze di culto della popolazione, sostentamento del clero, interventi caritativi a favore della collettività nazionale o di paesi del terzo mondo.

ASSEMBLEE DI DIO IN ITALIA: Interventi sociali e umanitari anche a favore di Paesi del terzo mondo.

CHIESA EVANGELICA VALDESE: ?Interventi sociali, assistenziali, umanitari e culturali in Italia e all’estero.

CHIESA EVANGELICA LUTERANA: Sostentamento dei ministri di cult, esigenze specifiche di culto e di evangelizzazione, interventi sociali, assistenziali, umanitari e culturali in Italia e all’estero.

UNIONE ITALIANA DELLE CHIESE CRISTIANE AVVENTISTE: ?Interventi sociali, assistenziali, umanitari e culturali in Italia e all’estero.

UNIONE DELLE COMUNITÀ EBRAICHE ITALIANE: Finalità istituzionali dell’ente, in particolare: ?attività culturali, salvaguardia patrimonio storico artistico culturale, interventi sociali ed umanitari volti alla tutela delle minoranze contro il razzismo e l’antisemitismo.

STATO ITALIANO: Calamità naturali, fame nel mondo, assistenza ai rifugiati, conservazione beni culturali.

6. CHI GESTISCE IL MILIARDO DI EURO ASSEGNATO ALLA CHIESA CATTOLICA?

Nel 2003 lo Stato ha sottratto 1 miliardo e 16 milioni dall’Irpef versata dai cittadini italiani per destinarlo alla Chiesa cattolica. In realtà, il destinatario di quei fondi è la Conferenza Episcopale Italiana (CEI), la quale a sua volta distribuirà il denaro alle Diocesi dopo averne pianificato destinazione, criteri e modalità di spesa.

Per capire la portata di questa scelta del legislatore, crediamo sia utile sapere un po’ di più della CEI. La conferenza episcopale italiana è una persona giuridica di diritto pubblico con sede in Roma e ne sono membri di diritto gli Arcivescovi e i Vescovi. Dal 1984, anno del Nuovo Concordato, è la diretta interlocutrice dello Stato italiano, ed ha il compito di “gestire” direttamente i termini dei numerosi protocolli d’intesa che danno attuazione ad una serie di norme e di benefici previsti negli accordi. Una sorta di governo ecclesiastico, con potere su tutto: definisce il ministero di culto, determina periodicamente l’entità dello stipendio dei preti, autorizza le alienazioni di valore, determina la destinazione dei fondi dell’otto per mille, nomina e conferma gli insegnanti di religione nelle scuole pubbliche. Dunque, considerando che tutte le principali fonti di sostentamento del clero – l’insegnamento della religione nelle scuole pubbliche e i fondi dell’otto per mille – sono gestite direttamente dalla Conferenza episcopale italiana, che stipendierà secondo scelte proprie i preti, si comprende la forza del potere esercitato dalla CEI sugli ecclesiastici. Tanto da far parlare alcuni di “gestione aziendalistica dell’apparato ecclesiastico italiano”, di “sacerdoti ridotti al ruolo di funzionari”.

La scelta del legislatore italiano di avere la CEI quale interlocutrice, affidandogli la gestione delle immense ricchezze derivanti dal finanziamento pubblico favorisce, quindi, il rafforzarsi di un modello autoritario all’interno della comunità ecclesiale. Non va dimenticato, peraltro che, diversamente da quanto prescrive il canone 452 del Codice canonico, il Presidente della CEI non viene eletto (come accade nelle Conferenze episcopali degli altri Paesi del mondo), bensì viene nominato dal Sommo Pontefice, ovvero dal Capo di uno Stato non democratico, la Città del Vaticano, che ha mantenuto intatta la sua origine di stato assoluto, confessionale e addirittura patrimoniale.

Oltre a mantenere i rapporti con le autorità italiane e a gestire la “roba”, i compiti specifici della CEI sono studiare i problemi che interessano la vita della Chiesa in Italia e dare orientamenti nel campo dottrinale e pastorale. Nell’espressione di questo ampio ed ibrido mandato, la CEI prende costantemente posizioni pubbliche di ingerenza nei fatti politici italiani, che trovano ampio risalto negli spazi radiotelevisivi della Rai come nel resto degli organi di informazione. Ne sono un esempio i recenti interventi contro il riconoscimento di diritti agli omosessuali e contro la libertà di ricerca scientifica, nonché il diktat ai parlamentari italiani su numerose questioni legislative (aborto, pillola del giorno dopo, pacs, cellule staminali, procreazione assistita, ecc.).

Dalla dichiarazione resa dall’allora Presidente della CEI, il cardinale Camillo Ruini, il 23 maggio 2003, troviamo conferma che i soldi dell’otto per mille sono spesi anche per “le stesse attività della CEI, convegni, spot pubblicitari…”. Il fatto clamoroso, pertanto, è che lo Stato italiano assegna una valanga di denaro – 1 miliardo di euro l’anno – ad un soggetto che esprime valutazioni e opinioni politiche, la CEI, che ha come Presidente un uomo nominato direttamente dal Capo di uno Stato estero, peraltro non democratico, e che controlla l’erogazione mensile della remunerazione economica ad un esercito di circa 40.000 preti sul solo territorio italiano.

ruderi convento del Carmo, Lisbona

ruderi convento del Carmo, Lisbona

7. L’OTTO PER MILLE: UN POZZO SENZA FONDO. ECCO QUANTO È CRESCIUTO IL GETTITO DAL 1990 AD OGGI

In questi anni il gettito complessivo dei fondi derivati dall’otto per mille Irpef è cresciuto sia in termini relativi che assoluti: rispetto ai valori iniziali si è passati da un’erogazione complessiva intorno ai 250 milioni di euro del 1990 agli oltre 1100 milioni di euro del 2003.

Possiamo pertanto dire con sicurezza che i fondi oggi destinati alle confessioni religiose sono di gran lunga superiori a quelli necessari alla realizzazione delle finalità previste dalla legge. È sufficiente, infatti, prendere in considerazione le spese per il sostentamento del clero, cioè uno degli scopi principali cui devono essere destinati i fondi assegnati alla Chiesa cattolica, anzi, lo scopo per eccellenza visto che il sistema dell’otto per mille è andato di fatto a sostituire il sistema della congrua. Nel 1990, la Chiesa cattolica spendeva per il sostentamento del clero 145 milioni di euro; nel 2003 ha dichiarato di averne spesi 329. Praticamente la somma dedicata a tale scopo è semplicemente raddoppiata in 13 anni; a fronte quindi di un fabbisogno economico cresciuto nella misura del doppio rispetto al 1990, la Chiesa cattolica ha invece quintuplicato gli incassi dallo Stato. L’otto per mille è diventato, oramai, un pozzo senza fondo.

8. SONO PREVISTI MECCANISMI PER RIDURRE LA QUOTA DA DESTINARE ALLE CHIESE? SI. E ALLORA PERCHÉ NON VENGONO ATTIVATI?

Il legislatore, nel prevedere la destinazione di una somma delle imposte statali all’esercizio di scopi sociali, culturali e religiosi, ha determinato la quota di destinazione in virtù di un calcolo previsionale in base al quale la somma destinata alle confessioni religiose corrispondesse agli scopi prefissati dalla legge. In poche parole, la legge ha espressamente vincolato la determinazione dell’aliquota Irpef da destinare a tali scopi ad un’analisi previsionale sul gettito e quindi sulla quantità di denaro necessario alla loro realizzazione.

L’articolo 49 della legge 20 maggio 1985, n.222, infatti, introduce un meccanismo periodico di valutazione dell’entità del gettito al fine di una sua revisione, affidandone l’onere ad una apposita Commissione: “Al termine di ogni triennio successivo al 1989, una apposita commissione paritetica, nominata dall’autorità governativa e dalla Conferenza episcopale italiana, procede alla revisione dell’importo deducibile di cui all’articolo 46 e alla valutazione del gettito della quota IRPEF di cui all’articolo 47, al fine di predisporre eventuali modifiche.”

La crescita del gettito complessivo è stata esponenziale in questi anni, in particolare per alcuni soggetti giuridici titolari della gestione dei fondi assegnati: dal 1990 ad oggi i fondi destinati alle confessioni religiose – in particolare alla Chiesa cattolica – sono quintuplicati e nell’ultimo triennio sono aumentati di oltre un terzo.

Come risulta dagli atti preparatori della legge 20 maggio 1985, n.222, la determinazione legislativa della percentuale dell’otto per mille dell’Irpef fu calcolata dal Governo sulla base della previsione di un sostanziale mantenimento della cifra allora destinata alla Chiesa Cattolica, previsione rivelatasi totalmente errata per difetto: si è passati, infatti, dagli iniziali 210 milioni di euro del 1990 all’attuale miliardo di euro, senza peraltro che siano variate le finalità cui tali somme sono destinate.

Anzi, come abbiano visto nel paragrafo precedente, il fabbisogno per il sostentamento del clero cattolico è semplicemente raddoppiato in 13 anni, a fronte di una crescita di cinque volte dei fondi incassati dalla Chiesa cattolica. La concretezza di quanto esposto la si può comprendere nel rilevare che la Conferenza Episcopale Italiana ha destinato a riserva la quasi totalità dell’ultimo aumento annuale della propria quota dell’otto per mille Irpef assegnatole nel 2003 (pari a 80 milioni di euro su 108 milioni di aumento!).

Di fronte a cotanta abnorme crescita del gettito complessivo che annualmente lo Stato versa alle confessioni religiose, sarebbe stata doverosa quantomeno una revisione dell’aliquota Irpef, la quale poteva passare tranquillamente dall’8 al 4 per mille. Così facendo il Fisco avrebbe risparmiato circa 600 milioni di euro all’anno, mentre gli scopi cui la legge vincola la spesa dei fondi destinati alle confessioni religiose avrebbero comodamente potuto essere soddisfatti.

Ebbene, nessuna modifica è stata fatta in 13 anni, ne tantomeno risulta che la Commissione – incaricata di valutare ogni tre anni il gettito complessivo al fine di proporre una revisione – si sia fatta promotrice di proposte di verifica.

D’altra parte, non aiuta a tal fine il fatto che la Commissione sia paritetica, ovvero comprenda un rappresentante del Governo ed un rappresentante della Conferenza episcopale, cioè del soggetto maggiormente avvantaggiato dalla mancata revisione dell’aliquota Irpef. E si sa, solo un santo potrebbe rinunciare a 600 milioni di euro. All’anno.

9. PERCHÉ IL 64% DEGLI ITALIANI NON EFFETTUA UNA SCELTA?

Semplicemente perché non conosce l’effetto della sua “non scelta”. I dati sono incontrovertibili: nelle dichiarazioni dei redditi degli anni scorsi, una media di circa il 60% degli italiani non ha espresso alcuna scelta, cioè non ha indicato nessuno dei sette soggetti cui andranno comunque destinati i suoi soldi. Esattamente 23 milioni di italiani non effettuano alcuna scelta, su di un totale di 36 milioni di dichiaranti.

Il fatto strano è proprio questo: com’è possibile che, sapendo che i propri soldi saranno comunque sottratti alla fiscalità generale per essere destinati a sette soggetti in concorrenza tra loro, due terzi dei contribuenti italiani non effettua alcuna scelta di preferenza? Questione da sociologia delle masse, si direbbe.

La spiegazione, in realtà, è una sola: non conoscono l’artificio per cui anche i soldi di chi non effettua una scelta serviranno comunque a finanziare le confessioni religiose. L’errata convinzione è quella che se uno non esprime una scelta e quindi non firma, non dà il consenso a destinare l’otto per mille della sua Irpef al finanziamento delle confessioni religiose, e che pertanto i soldi rimarranno al Fisco per le spese ordinarie.

La responsabilità di questa disinformazione è tutta del Governo italiano, il quale ha l’onere di rendere noto ai cittadini il reale meccanismo di funzionamento del sistema dell’otto per mille.

I Governi che si sono succeduti dal 1990 ad oggi, nonostante le abnormi percentuali di contribuenti che inspiegabilmente ogni anno non effettuano una scelta, non hanno mai organizzato campagne informative sul tema. Ancora una volta dei dati ci (s)confortano: la percentuale dei contribuenti italiani che non esprimono una scelta è in costante e preoccupante crescita: dal 54,5% del 1996. siamo passati al 64% del 2000 e al 70% degli ultimi anni. Una diminuzione pari a circa il 15%, praticamente oltre 6 milioni di persone in meno. E il dato è in forte decremento.

10. IL GOVERNO NON INFORMA: È LECITO?

L’altissima percentuale di contribuenti che non esprimono una scelta di destinazione dell’otto per mille pare essere un effetto direttamente conseguente all’assenza della doverosa attività informativa da parte del Governo circa le conseguenze della “non scelta”. Tale omissione del Governo risulta ancor più grave se si tiene conto che le modalità con cui vengono raccolte le dichiarazioni dei redditi e la stessa modulistica predisposta dal Ministero favoriscono le non scelte da parte dei contribuenti.

Chiesa di San Nicola, Sassari

Chiesa di San Nicola, Sassari

Innanzitutto, nel modulo per effettuare la scelta della destinazione dell’otto per mille, allegato al modulo della dichiarazione dei redditi pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, non è indicato che fine faranno i soldi di coloro che non effettuano alcuna scelta: si può leggervi solo che “La mancanza della firma in uno dei sette riquadri previsti costituisce scelta non espressa da parte del contribuente”, senza nulla dire però circa il trattamento che avranno le scelte non espresse. Il reale meccanismo è spiegato nel libretto di istruzioni alla dichiarazione dei redditi, ma è stato (in)opportunamente celato nella dichiarazione vera e propria, l’unica ad essere letta dal contribuente in quanto quella ove si appone la firma.

Peraltro, è notorio come molti italiani (ad esempio tutti coloro che hanno un reddito dipendente) si rivolgano direttamente al datore di lavoro, ad un commercialista o a centri specializzati per la compilazione della dichiarazione dei redditi, per cui spesso rimane affidato alla deontologia dell’intermediario la possibilità stessa di conoscere il sistema dell’otto per mille.

Esiste, inoltre, una lunga casistica di contribuenti che sono esentati dall’effettuare la dichiarazione dei redditi, ma ai quali è comunque consentito esprimere una preferenza di destinazione: per loro, l’espressione di una preferenza potrà avvenire solo in presenza di un ruolo attivo, quello di procurarsi il modulo per la scelta dell’otto per mille e poi spedirlo, con ovvio disincentivo all’esercizio di un diritto di cui non si viene neanche messi a conoscenza.

L’assenza di una adeguata attività di informazione da parte del Governo italiano circa il reale meccanismo di ripartizione dell’otto per mille Irpef dei contribuenti rappresenta la causa della costante diminuzione della percentuale di persone che esprimono una scelta per la destinazione dell’otto per mille, nonché una violazione ai doveri di buon andamento ed efficacia della Pubblica Amministrazione.

Tenendo conto inoltre del fatto che gran parte del 70% degli italiani che non esprimono una scelta credono in realtà di lasciare alla fiscalità generale, allo Stato quindi, la loro quota di otto per mille Irpef, il comportamento del Governo che non assicura ai cittadini la reale conoscenza del funzionamento di questo sistema fiscale provoca anche un consistente danno al bilancio dello Stato.

Se consideriamo poi che almeno il 30% degli italiani che non firma il modulo per l’otto per mille in realtà intenderebbe lasciare al Fisco la sua quota di Irpef, ciò significa che l’inerzia del Governo costa al bilancio dello Stato una cifra superiore ai 300 milioni di euro!

11. LA COSTANTE CRESCITA DELLA PERCENTUALE DI FIRME PER LA

CHIESA CATTOLICA : UNA QUESTIONE DI MARKETING E…

La CEI, infatti, ogni anno spende diversi milioni di euro per una massiccia campagna pubblicitaria che le consente, attraverso le principali televisioni ed organi di stampa, di propagandare la sottoscrizione a favore della Chiesa cattolica della quota dell’otto per mille Irpef. Secondo dati dei principali quotidiani nazionali mediamente la Chiesa cattolica spende circa 8 milioni di euro per pubblicità, mentre le altre cinque confessioni religiose tutte insieme spendono 1 milione di euro.

Si palesa così il motivo per cui la concorrenza tra le confessioni religiose è in realtà viziata in partenza: differenti capacità di spesa determinano differenti capacità di proselitismo. Basti pensare che solo con la crescita dell’1% nella classifica delle scelte espresse, la CEI si ripaga il costo di una faraonica campagna pubblicitaria. Per capirci, la cifra spesa in un anno dalla CEI in pubblicità, 8 milioni di euro, è superiore di gran lunga ai fondi derivanti dall’otto per mille incassati dalle altre confessioni religiose.

Se la posizione dominante della Chiesa cattolica è oramai manifesta, un dato clamoroso deve essere ancora affrontato: lo Stato italiano non spende alcuna somma per fare propaganda per sé, cioè per convincere i cittadini a destinare i fondi dell’otto per mille ai fini sociali, umanitari e culturali cui è vincolata la spesa dello Stato. E ciò costituisce una favore immenso alla Chiesa cattolica ed una sicura spiegazione del perché la percentuale di fondi ad essa spettante è in costante crescita.

12. LO STATO “GIOCA A PERDERE” E NON SI FA PUBBLICITÀ: È LEGITTIMO?

Come abbiamo visto, il modulo per la scelta della destinazione dell’otto per mille Irpef prevede che i contribuenti possano scegliere tra sette soggetti concorrenti, tra cui lo Stato italiano. Lo Stato italiano, anziché mantenere una posizione residuale – come sarebbe accaduto qualora i soldi di coloro che non esprimevano una scelta fossero tornati al bilancio statale, cioè quanto avviene nella cattolicissima Spagna – ha preferito porsi in concorrenza con la Chiesa cattolica e con le altre confessioni religiose. Si è creato, così, un mercato delle coscienze in cui ciascun soggetto avente diritto ai fondi deve cercare di convincere quanti più contribuenti possibile a firmare per lui il modulo di destinazione dell’otto per mille.

Il parametro di giudizio individuato per orientare le scelte dei contribuenti è rappresentato dagli scopi cui sono vincolati i denari dell’otto per mille. Nel caso dello Stato italiano si tratta di finalità universalmente riconosciute come meritorie: la fame nel mondo, l’assistenza ai rifugiati, le calamità

naturali, la conservazione dei beni culturali.

Ma lo strumento per convincere i contribuenti è sicuramente la pubblicità circa le modalità con cui vengono spesi i soldi e l’induzione alla scelta determinata dalla propaganda attraverso i mezzi di comunicazione di massa. Ebbene, mentre la Chiesa cattolica, ogni anno, investe milioni di euro in massicce campagne di propaganda, lo Stato italiano, al contrario, rinuncia sistematicamente a farsi pubblicità così determinando una costante diminuzione dei contribuenti che lo scelgono come destinatario. Il paradosso è che il Governo non fa pubblicità ma accetta che nella “sua” televisione di servizio pubblico, la Rai, si faccia propaganda a favore della scelta per la Chiesa cattolica, cioè di un concorrente. Così facendo, nel 2003 si è toccato il minimo storico della percentuale dei contribuenti che hanno scelto lo Stato: il 10,35%; erano il 13,36% nel 2001. In tale maniera il Governo italiano ogni anno “gioca a perdere”, arrecando una danno al bilancio dello Stato di centinaia di milioni di euro oltre favorire i diretti concorrenti.

Un comportamento, questo, contrario allo spirito della legge e in violazione dei principi costituzionali di buon andamento ed efficacia che devono guidare l’azione della Pubblica amministrazione. Con solo il 5% in più dei fondi dell’otto per mille, ovvero 50 milioni di euro, si potrebbero decuplicare le somme destinate alla fame nel mondo e non si dovrebbe ricorrere al bilancio dello Stato – cioè a nuove tasse – in caso di calamità naturali o di assistenza ai rifugiati.

La situazione descritta è, se possibile, resa ancor più grave dalla consapevolezza che gran parte di quel 70% degli italiani che non esprime una scelta crede in realtà, così facendo, di destinare i soldi allo Stato italiano.

13. COME LA CHIESA CATTOLICA GESTISCE UN MILIARDO DI EURO L’ANNO

Vediamo ora come la Chiesa cattolica gestisce il miliardo di euro all’anno che lo Stato le assegna quale provento del sistema dell’otto per mille dell’Irpef. L’articolo 48 della legge 20 maggio 1985, n.222 vincola la Chiesa Cattolica ad utilizzare i fondi derivanti dall’otto per mille per i seguenti scopi:

a) per esigenze di culto della popolazione;

b) sostentamento del clero;

c) interventi caritativi a favore della collettività nazionale o di Paesi del terzo mondo.

La gestione del denaro pubblico è affidata alla Conferenza episcopale italiana che determina la ripartizione dei fondi tra i tre diversi scopi. La CEI, dunque, ha ripartito 1 miliardo e 16 milioni di euro derivante dall’otto per mille Irpef dell’anno 2003 assegnando 422,5 milioni di euro per le esigenze di culto (pari al 41,6% del totale); 329,5 milioni di euro per il sostentamento del clero (pari al 32,4%); 185 milioni di euro per gli interventi caritativi (pari al 18,2%). I restanti 79,4 milioni di euro (pari al 7,8% dei fondi complessivi) sono stati destinati “a riserva”. E saranno prevedibilmente spesi nei prossimi anni per esigenze di culto.

Tuscania, Chiesa romanica

Tuscania, Chiesa romanica

In definitiva, dei 1016 milioni di euro ricevuti dalla CEI nel 2003, ben il 74% è stato speso per finalità religiose. La percentuale sale all’80% se si considera la cifra al netto del fondo di riserva.

Questo dato è significativo per due ragioni, la prima relativa ad una comparazione con le finalità cui sono destinati i fondi assegnati alle altre confessioni religiose: nessuna di esse, fatta eccezione per la Chiesa evangelica luterana, utilizza i fondi che riceve dall’otto per mille per finalità religiose, ovvero quelle cui la Chiesa cattolica destina l’80% del suo otto per mille. La seconda ragione è che gli spot televisivi che solitamente accompagnano la campagna pubblicitaria della CEI inducono il cittadino a pensare che i soldi vengono spesi prevalentemente per interventi caritativi e contro la fame nel mondo, mentre in realtà solo il 18,2% è ad essi destinato.

14. LA MANCANZA DI CONTROLLI SULLA GESTIONE DEI FONDI

Un’altra questione rilevante è quella relativa ai controlli sulla gestione dei fondi derivanti dall’otto per mille. Siamo di fronte, infatti, alla gestione di un enorme quantità di denaro pubblico da parte di soggetti esterni alla pubblica amministrazione italiana. Il controllo su come vengono spesi i soldi dei contribuenti rappresenta un principio essenziale del nostro ordinamento così come di ogni democrazia. Per controllo intendiamo sia quello delle istituzioni pubbliche – a cominciare dai Ministeri competenti per finire alla Corte dei conti – sia quello dell’opinione pubblica. Sotto quest’ultimo aspetto, occorre sottolineare come il Governo italiano non fornisca in alcun modo informazioni riguardo il gettito complessivo annuo dell’otto per mille Irpef e la ripartizione dei fondi tra le varie confessioni religiose. Nessun sito internet governativo, nonostante vi sia un intero Ufficio all’interno della Presidenza del Consiglio dedicato alla cura delle questioni religiose, rende disponibili ai cittadini tali dati, ne tantomeno una sorta di archivio circa i dati dal 1990 in poi. L’omertà che circonda il sistema dell’otto per mille, pertanto, rappresenta un comportamento costante del Governo: nelle pagine precedenti abbiamo già visto come l’esecutivo non informi adeguatamente i cittadini circa il regime che riguarda chi non firma il modulo dell’otto per mille ne tantomeno assuma iniziative volte a pubblicizzare la sua azione in qualità di soggetto destinatario dei fondi. Di fatto, sui finanziamenti pubblici alle chiese si va configurando una sorta di segreto di Stato non scritto.

Per quanto riguarda le confessioni religiose le leggi di esecuzione delle Intese e del Concordato prevedono esclusivamente un obbligo di rendicontazione sul modo in cui sono stati impiegati i fondi assegnati annualmente ed un onere a carico delle chiese di rendere adeguata informazione sugli scopi cui il denaro è da loro destinato. Non sono previsti, al contrario, procedure che disciplinino l’assegnazione di tali fondi ai diversi richiedenti.

Con riferimento alla Chiesa cattolica, ad esempio, l’articolo 44 della legge 222/85 dispone che: “La Conferenza episcopale italiana trasmette annualmente all’autorità statale competente un rendiconto relativo alla effettiva utilizzazione delle somme derivanti dall’otto per mille, e lo pubblica sull’organo ufficiale della stessa Conferenza”.

Il rendiconto che ogni anno la Conferisca episcopale italiana pubblica sul suo sito (www.sovvenire.it), pur avendo dei contenuti obbligatori per legge, risulta abbastanza sommario. Le informazioni fornite riguardano infatti i macro settori, ovvero gli scopi per cui sono utilizzati, senza però che sia accessibile la specificazione dei singoli interventi effettuati. In tale maniera non si può comprendere, ad esempio, per quali iniziative di rilievo nazionale sono stati spesi tutti questi soldi, quanto per spot pubblicitari e quanto invece per i costi amministrativi della CEI, per quali convegni e per quali attività.

Sarebbe opportuno anche, ad esempio, conoscere per quali procedimenti (penali, civili, matrimoniali, etc.) sono sovvenzionati con il denaro degli italiani i Tribunali ecclesiastici, e quali opere edili sono state effettivamente realizzate. La lacuna non è di poco conto, soprattutto perché si tratta di un miliardo di euro all’anno.

Le altre confessioni religiose – che però dispongono di cifre modeste, non superiori ai 5 milioni di euro ciascuna – hanno, in tema di rendiconti, atteggiamenti differenti: se la Chiesa valdese (www.chiesavaldese.org) e le Chiese avventiste (www.avventisti.it) si distinguono per il fatto di fornire una dettagliatissima elencazioni delle spese effettuate con i soldi dei contribuenti, molto poco trasparenti sono le Assemblee di Dio in Italia (www.adi.it), la Chiesa evangelica luterana (www.elki.it) e l’Unione delle comunità ebraiche (www.ucei.it).

Alcune confessioni religiose hanno correttamente previsto, invece, sia degli indici di gestione, misuratori in grado cioè di evidenziare quanta percentuale del denaro pubblico è effettivamente stata spesa per gli scopi indicati, sia delle procedure che indicano requisiti e modalità per accedere al finanziamento da parte anche di soggetti anche confessionali.

In conclusione, da quanto sopra esposto risulta evidente il regime di poca trasparenza che circonda tutto quello che accade all’interno del sistema dell’otto per mille. Una situazione che contrasta con il modello costruito dalle leggi, un modello che consenta ai cittadini – oltre che al Ministero dell’interno, organo tenuto a ricevere la rendicontazione – di controllare e verificare come il denaro pubblico è stato speso per le finalità predefinite.

Anche qui vale il principio democratico del conoscere per deliberare: attraverso la conoscenza delle modalità di spesa ma soprattutto della ripartizione dei fondi tra gli scopi predeterminati dalla legge i cittadini italiani si dovrebbero, in teoria, formare un convincimento sul soggetto al quale indicare la propria preferenza nella prossima dichiarazione dei redditi. Ed anche qui, come in molti altri aspetti della vita pubblica italiana, tale diritto è negato in radice.

Tuscania, rosone del Duomo romanico

Tuscania, rosone del Duomo romanico

Nulla si sa, peraltro, di quali controlli il Ministero dell’Interno o altro ramo della pubblica amministrazione effettui sulla rendicontazione annualmente trasmessa dalla CEI e dalle altre confessioni religiose. Una situazione veramente anomala, per la quale 1 miliardo di euro della collettività ogni anno viene speso non si sa bene da chi e in quale modo. Su questo la Corte dei Conti potrebbe avere qualcosa da rilevare.

15. IN SINTESI

Il sistema di finanziamento pubblico della Chiesa cattolica e delle altre confessioni religiose organizzato con il meccanismo dell’otto per mille Irpef non garantisce la libertà religiosa dei cittadini, sancita dall’articolo 19 della Costituzione, in quanto:

1. Il versamento di denaro a favore delle confessioni religiose è obbligatorio per tutti i contribuenti, indipendentemente dalla loro volontà;

2. Le preferenze religiose degli altri cittadini prevalgono sulle proprie scelte religiose, essendo peraltro previsto che anche i soldi di chi non firma per nessuno o firma per altri vadano distribuiti tra tutte le chiese.

3. Il gettito complessivo è cresciuto in maniera abnorme, quintuplicandosi in 5 anni, tanto da rendere necessaria una riduzione della aliquota Irpef dall’8 al 4 per mille: i fondi oggi destinati alle confessioni religiose sono di gran lunga superiori a quelli necessari alla realizzazione delle finalità previste dalla legge.

4.  Il 64% dei 30 milioni di contribuenti italiani non esprime alcuna scelta circa la confessione religiosa cui destinare i suoi soldi, e ciò per l’effetto dell’assenza di informazione da parte del Governo relativamente al reale meccanismo di funzionamento dell’otto per mille e alle conseguenze derivanti dalla mancata scelta.

5. La percentuale di contribuenti che firma a favore della Chiesa cattolica è in costante crescita grazie al fatto che essa spende milioni di euro ogni anno per massicce campagne pubblicitarie sui media e grazie alla rinuncia sistematica da parte del Governo italiano di fare anch’esso pubblicità al fine di convincere i cittadini a destinare agli scopi statali il loro otto per mille.

6. I fondi erogati in favore della Chiesa cattolica sono quintuplicati dal 1990 ad oggi, e l’aumento è stato impiegato principalmente per scopi religiosi (esigenze di culto, nuove chiese, sostentamento del clero, catechesi, attività della Conferenza episcopale italiana).

7. Non esiste un reale sistema di controlli sulla gestione del denaro pubblico speso dalle Chiese ne tantomeno sono resi conoscibili in maniera trasparente i dati ad essa relativi.

Mario Staderini

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(foto P.F., S.D., archivio GrIG)

  1. 12 Luglio 2010 a 16:14 | #1

    uno degli sport umani preferiti è quello di appioppare a Dio e a suo Figlio le peggiori nefandezze umane. La Chiesa è senza dubbio molto “umana”, ma anche sparare nel mucchio non è molto meglio, vero?

  2. mago silva
    12 Luglio 2010 a 15:03 | #2

    la chiesa cattolica non si limita ad incassare l’otto per mille , cercate di immaginare quanti poveri vecchietti e persone timorosi dell’ inferno lasciano alla chiesa tutti i loro beni, dove vanno a finire tanti milioni e milioni di euro? sono donazioni non controllabili. Fino a quando ci saranno fedeli creduloni a un gesu’ cristo figlio di dio che si limito’ a predicare in un paio di km2, la chiesa sara’ sempre una istituzione ricchissima spendendo solo pochi spiccioli per le persone bisognose.

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