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Lettera aperta a Marco Travaglio sull’Anfiteatro romano di Cagliari.

Anfiteatro romano con allestimento per spettacoli, Cagliari

Anfiteatro romano con allestimento per spettacoli, Cagliari

Caro Marco Travaglio,

sei una delle poche voci in Italia che continua con grande coraggio e determinazione a denunciare pubblicamente la commedia del malaffare che si rappresenta ogni giorno in questa nostra Italia, gli attori, i canovacci con cui si muovono.     Giovedi 26 agosto sarai a Cagliari, all’Anfiteatro romano, con la tua chiacchierata teatrale “Promemoria – 15 anni di storia d’Italia ai confini della realtà”.   

Ci sei già venuto, il 10 luglio 2009.  E oggi, come allora, ti ricordo con questa lettera aperta che la legnaia, quel pesante allestimento in legno e metallo per gli spettacoli, è abusiva.   Da anni è priva di autorizzazione paesaggistica.   Doveva essere temporanea ed amovibile e invece sta lì da quasi 10 anni ad occultare ed ammorbare il più importante monumento romano della Sardegna, uno dei soli tre anfiteatri romani scavati nella roccia tuttora esistenti.     Il Comune di Cagliari potrebbe montare l’allestimento in forma speculare, con il monumento sullo sfondo, una quinta scenografica unica quanto splendida.  Ma non lo fa. 

Inoltre, gli affidatari a titolo gratuito del povero Anfiteatro e alcuni dirigenti comunali sono indagati dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Cagliari proprio per vicende relative all’uso del bene culturale.

Per conto delle associazioni ecologiste Gruppo d’Intervento Giuridico e Amici della Terra ho denunciato più volte alle amministrazioni pubbliche ed alla magistratura competenti l’intera vicenda.   Finora molte parole, molte orecchie da mercante, ma pochi fatti. E’ una difficile e dura battaglia.      Naturalmente posso fornirti tutta la documentazione del caso.        Certo, è un caso piccolo e provinciale, ma fino ad un certo punto.   Tenere il tuo spettacolo altrove o, almeno, una tua parola in proposito, sarebbe molto importante.

Con i miei più cordiali saluti.

Stefano Deliperi

 (foto S.D., archivio GrIG)

  1. 29 Agosto 2010 a 15:10 | #1

    e Marco Travaglio ha parlato della “legnaia”, come aveva promesso? Boh…

    da La Nuova Sardegna, 28 agosto 2010
    L’Italia senza bussola raccontata da Travaglio. La serata con il giornalista all’anfiteatro romano di Cagliari. «Promemoria», per non smarrire anche la speranza. (Enrico Pau)

    L’Italia che racconta Marco Travaglio nel suo “Promemoria” fa paura perché parla di un passato, di una ferita del nostro paese che è ancora aperta, non si è rimarginata, è sempre infetta. La ferita ci ha trasformato in un paese che ha legato i suoi destini a quelli di un uomo le cui radici, anzi le cui antenne, affondano negli anni più oscuri della nostra povera Repubblica. Un paese che gli eroi li lascia uccidere perché non sopporta la verità. Un paese che non vuole ascoltare gli “uomini morali”, “quelli che dicono di no a se stessi” come diceva Pasolini, ma che adora i moralisti, quelli che “dicono di no agli altri”.
    Ad ascoltare Travaglio ci si sente soli, come lui, la cui voce a volte è come quella di Simone del deserto. I suoi racconti li conosciamo, le storie sono sempre le stesse, le abbiamo sentite e lette molte volte, eppure è utile risentirle, non è mai abbastanza. Fa bene Travaglio ha dare un ordine cronologico lucidissimo alla sua rievocazione, al suo romanzo dell’orrore del paese smarrito, del paese perduto, del paese dove dire una cosa non significa più quella cosa, ma qualcos’altro. Travaglio cita una vignetta di Altan: è la sintesi della serata. Il cavaliere nella vignetta ha in mano la banana che il disegnatore ha fatto diventare simbolo del suo potere mediatico, del suo tentacolare conflitto d’interessi e dice “Non ho detto ciò che ho detto, ma se l’ho detto mi sono frainteso”. Ecco la storia d’Italia non deve più essere raccontata può essere solo fraintesa, anche perché non ce la racconta più nessuno, eccetto Travaglio e qualche anima buona che per farlo deve superare l’assordante silenzio delle televisioni, dei telegiornali, sommersi di notizie sulla tintarella. Dalla sua colonna nel suo deserto Travaglio parla alto e chiaro, semina un linguaggio nuovo che per fortuna sta germogliando, sta creando il desiderio di sapere, di conoscere, di capire i fatti.
    All’anfiteatro c’era molto pubblico e lo spettacolo era già passato qui l’anno scorso. Finché la gente avrà voglia di ascoltare forse ci sarà una speranza, l’Italia merita molto di più di quello che ha: una classe politica da operetta, un’informazione che ha paura della verità. I protagonisti del racconto di Travaglio hanno qualcosa di grottesco quando si chiamano Mario Chiesa, Poggiolini, Raggio i “ragazzi” di Tangentopoli. Fanno quasi tenerezza oggi a guardarli da lontano, personaggi di un vaudeville dove il protagonista cerca di gettare il malloppo estorto nel water, mentre la polizia è nello studio. Sono grotteschi, ma fanno ancora incazzare come Craxi, recentemente collocato da Fassino nel Pantheon dei grandi padri del partito Democratico (sic!). “Bottino Craxi” che non è più il pluricondannato costretto a scappare ad Hammamet ma è diventato “l’esule”, la stessa categoria alla quale appartenevano i fratelli Rosselli o Emilio Lussu per fare solo qualche nome. L’esule visse pericolosamente ci racconta Travaglio e i miliardi che raccolse, lo dicono le sentenze, non erano per il partito, ma per mantenere la sua corte sterminata, le sue amanti, gli appartamenti in Costa Azzurra dei suoi figli. Più che personaggi, macchiette, come Cirino Pomicino, “’o ministro”, che salvatosi dall’infarto per miracolo fece un voto alla Madonna, cento milioni da dare a una Chiesa, ma lo fece pagare a un imprenditore del suo giro, costretto a versare per cinque anni dieci rate da dieci milioni per il voto di un altro.
    Caratteri che sembrano quelli di una pochade, entrano ed escono dalle porte sempre con il malloppo in tasca o nel puff, come il mitico Poggiolini che quando vide i due camion della finanza allontanarsi da casa sua carichi di quadri e preziosi, disse “ non sapevo di essere così ricco”. Ma dietro la pochade si nasconde la tragedia, i personaggi tragici sono quelli di Ambrosoli, di Falcone, e di Borsellino che sapeva chi era veramente Mangano lo stalliere di Arcore, lo stalliere senza cavalli, che parlava di in una intercettazione di un “cavallo e mezzo” da portare in albergo: che cosa era? Borsellino aveva capito tutto si oppose al patto scellerato fra la mafia e parti dello Stato e fu ucciso. Il vero protagonista della serata è comunque il Signor B. con una splendida comparsata di Dell’Utri “l’uomo che (sempre per caso) cenava coi mafiosi”.
    Dicono che Travaglio sia ossessionato dal nostro primo ministro, sembra una guerra personale, ma in realtà quella di Travaglio è la voce di un giornalista coraggioso che sogna un paese diverso, e come dovrebbero fare i veri giornalisti è alla ricerca dei fatti e delle troppe verità nascoste. In un paese dove non esistono più le notizie, raccontare i fatti è l’unica rivoluzione possibile.

  2. 8 Luglio 2010 a 20:00 | #2

    Marco Travaglio ha ricevuto la lettera aperta e ha detto di conoscere la vicenda, d’averne parlato nel luglio 2009 dal palco e ha fatto capire che ne parlerà nuovamente.

  3. csf
    7 Luglio 2010 a 23:20 | #3

    … e speriamo che spenda almeno un commento sulla vicenda.

  4. anna
    7 Luglio 2010 a 23:10 | #4

    Spero che Marco Travaglio legga questo articolo. Grazie a voi per il lavoro che portate avanti !!
    saluti Anna

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