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Tre operai morti alla S.A.R.A.S.: la Procura della Repubblica chiede i rinvii a giudizio.

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L’indagine per il tragico incidente sul lavoro del 26 maggio 2009 nella raffineria della S.A.R.A.S. s.p.a. di Sarroch (CA) vede ora la conclusione. La Procura della Repubblica presso il Tribunale di Cagliari ha chiesto il rinvio a giudizio di Gianmarco Moratti, presidente del Consiglio di amministrazione, Dario Scaffardi, direttore generale, Antioco Mario Gregu, direttore delle operazioni industriali, Guido Grosso, direttore della raffineria, Antonello Atzori, responsabile dell’Area produttiva, Francesco Ledda, rappresentante legale della ditta d’appalto Co.Me.Sa.

Mentre sta per arrivare il sequel del film documentario Oil, oggi a Cagliari viene presentato l’interessante libro “Nel Paese dei Moratti” di Giorgio Meletti, in questi giorni in libreria per i tipi di Chiarelettere.  Racconta proprio la storia di tre morti sul lavoro, un contesto sociale ed economico, un mezzo disastro ambientale.

Gruppo d’Intervento Giuridico

 

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da La Nuova Sardegna, 28 ottobre 2010

Caso Saras: «A giudizio 4 dirigenti e l’azienda». Cagliari, la richiesta della Procura per la morte dei tre operai. Elena Laudante

CAGLIARI. Nessun ripensamento, la procura di Cagliari è certa che la responsabilità per le tre vittime della cisterna Saras sia dei vertici del colosso. Lo dimostra il fatto che i magistrati Maria Chiara Manganiello ed Emanuele Secci hanno firmato la richiesta di rinvio a giudizio senza modificare una virgola del capo d’accusa. Processo per tutti, hanno chiesto i pm, e per l’azienda di Gianmarco Moratti come responsabile amministrativo: «Non ha adottato l’organizzazione del lavoro capace di prevenire la tragedia». Le famiglie di Bruno Muntoni, Luigi Solinas e Daniele Melis saranno parte civile. L’istruttoria successiva alla fine delle indagini non ha spostato di una virgola le convinzioni della pubblica accusa. La tragedia del 26 maggio 2009, quando i tre operai della ditta d’appalto Co.Me.Sa. morirono soffocati nel polmone d’acciaio del Mild Hydro Cracking, a Sarroch, è figlia dell’incuria. La sicurezza sul posto di lavoro non fu garantita. Sono quattordici gli errori individuati dai consulenti dei pm in un documento spietato, errori posti a base delle contestazioni ai quattro dirigenti Saras imputati di omicidio colposo assieme al capo della Co.Me.Sa.: Dario Scaffardi, direttore generale, Antioco Mario Gregu, direttore operazioni industriali, Guido Grosso, direttore raffineria, Antonello Atzori, responsabile Area produttiva, Francesco Ledda, rappresentante legale Co.Me.Sa.. Dall’inchiesta era già uscito Giannino Melis, caposquadra, ora viene scagionato anche Vincenzo Meloni, capocantiere. Fu Luigi Solinas ad entrare nell’accumulatore D106 che lui e i suoi colleghi dovevano lavare, convinti che la procedura di bonifica con azoto fosse finita. Invece nel polmone, la cui bocca di lupo era aperta, da un tubicino fuoriusciva ancora il letale gas cha brucia l’ossigeno. Non c’era nessun cartello o segnale di pericolo. Quando Solinas si infilò nell’apertura, non aveva con sé il rilevatore d’ossigeno che gli avrebbe salvato la vita. Lunghissimi attimi, forse minuti, trascorsero da quando Luigi era sparito – risucchiato dalla cisterna – al momento in cui Muntoni e Melis si accorsero della sua assenza. Ebbero la sventura di cercarlo proprio lì: del resto nessuno si aveva realizzato che quella cisterna si era trasformata in una tomba. Moriranno anche loro, caduti come mosche d’autunno dentro la cisterna senza ossigeno. La Saras ha già chiesto alle famiglie – tutelati da Mario Maffei, Carlo Monaldi, Mauro Cuccu, Ettore Cinus e Giampaolo Manca – di avanzare una richiesta di risarcimento, informale. Ma poi non se n’è fatto nulla. Se ne parlerà all’udienza preliminare.

 

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Il paese dei Moratti, dove tutti sono fedeli alla divinità petrolio. Oggi a Cagliari viene presentato il libro di Giorgio Meletti sul rapporto tra la dinastia dei petrolieri e la Sardegna.   Mauro Lissia

A nove mesi dalla morte di Daniele Melis, sua sorella Sofia, poco più che ventenne, lo ricorda su Facebook con queste parole: «Ciao Dani, a oggi sono passati nove mesi che non ti vedo più neanche di sfuggita. E’ assurdo sapere che per il resto della mia vita non ti vedrò più, è assurdo che per sentirmi un po’ meglio debba andare a trovarti in un cavolo di cimitero, mi manca tutto di te, il tuo sorriso, i tuoi occhi… mi manca come solo tu mi chiamavi Poppy. Posso solo ricordarti!!! Ceeeee Dani, ma te lo immagini??». Daniele è uno dei tre operai della ditta Comesa morti asfissiati il 26 maggio 2009 nell’accumulatore D-106 che dovevano bonificare all’interno della Saras. Gli altri due sono Bruno Muntoni e Gigi Solinas. Nelle 234 pagine scritte per l’editore Chiarelettere – «Nel paese dei Moratti, Sarroch-Italia, una storia di ordinario colonialismo» – il giornalista cagliaritano Giorgio Meletti ricostruisce quella giornata tragica, le ore che l’hanno preceduta e le vicende giudiziarie che seguono. Ma con un’efficace sovrapposizione di piani narrativi riesce a mettere in relazione le vite semplici di tre famiglie sarde da mille euro al mese coi mondi lontani della politica e dell’alta finanza, in un confronto che emerge ad ogni pagina tra la quotidianità faticosa di chi lavora fra minacciosi impianti d’acciaio e l’enfasi paternalistica di chi il lavoro lo dispensa come se fosse un generoso omaggio, secondo quello che Meletti definisce capitalismo coloniale. Quei mondi lontani e inconciliabili finiscono per incontrarsi a un funerale, nel buio di una sciagura che provoca conseguenze diverse: se tre famiglie hanno perduto un figlio o un fratello, i Moratti si sono giocati un brandello della propria immagine di industriali buoni e attenti al sociale. Il libro viene presentato oggi alle 17,30 a Cagliari nell’aula magna dell’istituto Eleonora d’Arborea dall’autore con il presidente dell’associazione «Articolo 2» Renato Chiesa, gli avvocati Mario Maffei e Carlo Monaldi e il segretario regionale della Cgil Enzo Costa. E’ un saliscendi di realtà contrapposte. Al racconto dettagliato di quel giorno, fra la spensieratezza del prima e la disperazione cupa del dopo, Meletti alterna dati che pesano più delle parole: da una parte i fratelli Moratti commossi al funerale dei tre dipendenti («il giorno più triste nei miei settantatrè anni di vita», ammette il presidente Giammarco) e dall’altra i ventidue milioni di euro investiti per accrescere la sicurezza della raffineria tra il 2005 e il 2008 («quattro mesi dello stipendio di Mourinho») a fronte degli 818 spesi per finanziare i successi dell’Inter («c’è un dovere sociale che si accompagna alla presidenza di una grande squadra», dice Massimo Moratti in un’intervista al Sole 24 ore) e dei duecentoventinove incassati come profitto personale. Per ogni euro di stipendio netto lasciato in Sardegna – scrive Meletti – i Moratti ne portano tre a Milano. D’altronde la Saras è un epicentro di contraddizioni, che il giornalista del «Fatto» fa emergere con una ricerca attenta di testimonianze e anche con la semplice trascrizione del dibattito in corso da anni su Facebook: lavoro sicuro e conseguente benessere per duemila persone secondo una parte di Sarroch, fonte di inquinamento e di pericoli per un’altra. Sfruttamento di stampo coloniale per la fazione più estrema che però – sostiene un operaio di destra – rappresenta soprattutto chi non è stato assunto nello stabilimento. E i Moratti? Nel mezzo, a incassare milioni. Eppure quando l’operaio Luca Melis, fratello di una delle vittime, denuncia la precarietà della sicurezza in raffineria, i due industriali milanesi lo ascoltano e ammettono candidamente di non saperne nulla. E poi annunciano: «Cambierà tutto». Osserva Meletti in un passaggio che riassume in buona parte il senso del suo libro: «C’è qualcosa di stridente, forse di feudale, nel dichiararsi personalmente colpiti dalla morte di tre delle duemila persone a te sconosciute che lavorano in una fabbrica a mille chilometri di distanza dalla tua casa e dal tuo ufficio, unicamente perché quell’azienda è tua. L’angoscia sbandierata dai Moratti avrebbe una ragione se riferita a un senso di colpa, sia pure generico. Al contrario, scopo evidente nella strategia di comunicazione della Saras è far emergere subito, con naturalezza, come un sughero che galleggia per legge di natura, l’idea che la Saras non ha la benchè minima responsabilità dell’accaduto. Per i Moratti allontanare l’ipotesi, seppur vaga, di una colpa dell’azienda dev’essere psicologicamente decisivo». L’inchiesta giudiziaria – annota Meletti – si è chiusa con la richiesta di rinvio a giudizio di sei persone, tra cui i vertici dell’azienda e l’azienda stessa come responsabile civile. Ci sarà un processo a stabilire se le dieci violazioni delle norme di sicurezza scoperte dal perito della Procura Salvatore Giannino sono legate a precise responsabilità individuali oppure alla «maledetta fatalità» di cui la dirigenza Saras si è affrettata a parlare in quei giorni e anche dopo. Certo è che in questo eterno oscillare tra il soffice paternalismo della famiglia Moratti e la realtà cruda di uno stabilimento che attenta dal 1962 alla salute pubblica traspaiono segnali di reticenza che Meletti richiama con determinazione: dal silenzio dei sindacati nazionali, cui fa eccezione soltanto il coraggio del segretario della Cgil sarda Enzo Costa, allo sbrigativo cordoglio della politica, impegnata a mantenere buoni rapporti con la potente famiglia milanese piuttosto che con le maestranze sarde. Chi distribuisce milioni non dev’essere disturbato più di tanto. Ma di questa storia ormai fissata in atti giudiziari Meletti esplora ogni collegamento possibile: dal fallimentare collocamento in borsa delle azioni Saras, sfociato anche quello in un’indagine penale, alla straordinaria sequenza di azioni politiche favorevoli – la celebre delibera Cip 6 del ministro Guido Bodrato – che ha condotto la consociata Sarlux a realizzare l’impianto Targas per produrre energia dagli scarti del petrolio e scaricarne i costi sulle bollette dei cittadini. Fino alla generosità delle banche, che in una stagione di crisi nera del mercato petrolifero concedono ai Moratti un prestito di centosessanta milioni per poter distribuire i dividendi agli azionisti. Per arrivare ai legami tra finanzieri che si premiano l’un l’altro in un crescendo autocelebrativo dai tratti grotteschi. Sullo sfondo di questa storia c’è la fretta. La fretta che impone alla Saras fermate tecniche sempre più brevi, la fretta di operai come Daniele, Bruno e Gigi di concludere il lavoro rapidamente per non sfidare la pazienza gentile dell’azienda, poco disponibile a perdere tempo che significa denaro. La frenesia che ha governato anche i minuti e i secondi seguiti alla morte di Gigi, entrato nell’accumulatore senza sapere che l’azoto usato per facilitarne la pulizia aveva eliminato l’aria interna. Come se la sola salute importante fosse quella della raffineria. «Agli abitanti di Sarroch non può fregare di meno d’essere stati fottuti per tantissimo tempo dalla Saras – dice l’operaio Marco allo scrittore – se per tanto tempo hanno potuto girare coi vestiti firmati, con la macchina bella e con case di centosettanta metri quadri di coperto». Chiedere a Sofia, che il fratello Daniele può incontrarlo solo nel mondo virtuale di Facebook.

 

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«Oil», il regista Massimiliano Mazzotta ha pronto il sequel. Il 13 novembre un estratto alla Cineteca sarda, il dvd in vendita a un prezzo simbolico.

Ed è in arrivo anche «Oil, secondo tempo», il sequel del premiatissimo film-denuncia sui pericoli legati all’attività della raffineria Saras firmato dal regista milanese Massimiliano Mazzotta, citato diffusamente anche nel libro del giornalista Giorgio Meletti. Il 13 novembre ne verrà proiettato un estratto di dodici minuti alla Cineteca sarda, a Cagliari, dove il dvd del documento sarà in vendita a un prezzo simbolico. L’attesa a Sarroch è grande perché i contenuti del nuovo lavoro si annunciano piuttosto forti. Fra l’altro il regista ha raccolto la testimonianza dell’operaio Gianluca Fazio, che ha assistito direttamente a tutte le fasi dell’incidente del 26 maggio 2009, sul quale fornisce particolari inediti. Nel trailer anche gli interventi dei giornalisti Oliviero Beha del «Fatto quotidiano» e Walter Galbiati di «Repubblica». Colpito da una sequenza di iniziative giudiziarie avviate dai legali della Saras, che hanno chiesto il sequestro del primo «Oil» e l’hanno citato in giudizio per diffamazione, Mazzotta ha avuto il pieno via libera dal tribunale e ha continuato nella sua coraggiosa ricerca di fatti e testimonianze da raccogliere in un nuovo film, cui ne seguirà una terza su alcuni aspetti internazionali della vicenda. La prima parte è stata quasi un annuncio della tragedia avvenuta appena poche settimane dopo l’uscita del documentario a Cagliari: alcuni operai denunciavano i pericoli che si corrono durante gli interventi di bonifica degli accumulatori. I tre dipendenti della Comesa sono morti proprio mentre cercavano di compiere quell’operazione. Un trailer del nuovo film può essere visto online all’indirizzo www.oilfilm.it, mentre informazioni sulla seconda parte sono disponibili al sito filterkake@oilfilm.it.

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  1. 18 Aprile 2011 a 16:25 | #1

    da La Nuova Sardegna on line, 18 aprile 2011
    Processo per le morti alla Saras, il pm chiede cinque condanne: http://lanuovasardegna.gelocal.it/sardegna/2011/04/18/news/processo-per-le-morti-alla-saras-il-pm-chiede-cinque-condanne-3978379

  2. 18 Aprile 2011 a 15:44 | #2

    da Radio Press, 18 aprile 2011
    Saras: al via oggi il processo per i tre morti del 2009. I 5 imputati per omicidio colposo plurimo scelgono il rito abbreviato: http://www.facebook.com/notes/radio-press/saras-al-via-oggi-il-processo-per-i-tre-morti-del-2009-i-5-imputati-per-omicidio/10150163141693670

  3. 14 Aprile 2011 a 14:37 | #3

    da La Nuova Sardegna on line, 14 aprile 2011
    Tragedia alla Saras, due indagati per la morte dell’operaio. Ci sono i primi due indagati per la tragedia alla Saras dove lunedì è morto un giovane operaio. Si tratta del direttore della raffineria e del direttore tecnico della Star Service. L’ipotesi è di omicidio colposo (Mauro Lissia): http://lanuovasardegna.gelocal.it/sardegna/2011/04/14/news/tragedia-alla-saras-due-indagati-per-la-morte-dell-operaio-3943810

    Il teste: «Era in missione per imparare»
    Nelle parole di Condorelli la ricostruzione dell’incidente.
    IL BILANCIO. Lascia rianimazione l’altro intossicato. (Giuseppe Centore)

    CAGLIARI. I funerali di Pierpaolo Pulvirenti, se il pm darà il nulla osta, si terranno domani mattina a Catania. La salma, accompagnata dai genitori, partirà con un aereo dei Moratti alla volta del capoluogo etneo già stasera. Ad accogliere il ragazzo amici e colleghi. Qui rimarranno rabbia e polemiche su quei maledetti momenti che hanno provocato la morte del giovane operaio.
    Ha lasciato la rianimazione ed è stato trasferito in Medicina Gabriele Serranò l’operaio intossicato dall’idrogeno solforato. I parametri vitali sono nella norma. Luigi Catania, il più anziano ed esperto dei tre, fratturatosi una gamba cadendo da una scala mentre cercava di soccorrere i compagni, dopo essere stato ascoltato dai carabinieri è tornato in Sicilia. Tocca a Innocenzo Condorelli, direttore tecnico della Star Service raccontare come si sono svolti i fatti. «Pierpaolo era a supporto degli altri due, era giovane e inesperto, è salito per vedere come si apre un “passo d’uomo”. Ogni anno portiamo sempre qualche ragazzo nelle raffinerie per fargli vedere come si lavora; lui non era un operativo. Mentre era lì a guardare è stato investito dal gas, mortale anche a dosi molto basse. Con lui il figlio del capocantiere, più esperto, anche se di poco. Catania ha aperto il portellone e la manovra lo ha messo in posizione meno esposta ai fumi e più vicina al punto di fuga. Pulvirenti è stato il primo a ricevere la nuvola mortale ma l’ultimo a essere soccorso, proprio per il ridotto spazio della piattaforma dopo l’apertura dello sportello. Il punto è che il permesso di lavoro non prevedeva l’uso di maschere con i filtri speciali, né la cintura di sicurezza, proprio perché era una operazione sicura, innocua, al punto che vi abbiamo fatto salire un principiante, per fargli fare esperienza. Le maschere speciali erano a terra. Per fortuna che avevano le cinture di sicurezza, perché così i loro colleghi sono riusciti a calare i due feriti più rapidamente». Le dichiarazioni di Condorelli puntano il dito contro un sistema di procedure e controlli giudicato troppo affidato alle macchine e poco agli uomini. «Lavoro dal ’90 in questi impianti e non c’erano certo i quadrivalenti (piccole scatolette salvavita che segnalano i rischi di esplosione o la presenza di gas venefici anche a bassissime dosi): avevamo solo scarpe e casco, ma il caporeparto, e il responsabile dell’impianto seguivano personalmente tutte le fasi di bonifica e messa in sicurezza; erano lì, e se c’era qualcosa di anomalo fermavano tutto. Adesso ci si affida ai rapportini e a protocolli che sono corretti solo in teoria, ma che senza alcuna flessibilità risultano essere un danno, non un vantaggio per i lavoratori. Non può essere il computer a decidere in quanto tempo devono essere eseguite certe operazioni perché le variabili sono infinite. Chiederemo più partecipazione attiva alle decisioni sugli interventi e meno carte». Curiosamente la stessa posizione del sindacato.
    E così a essere in crisi, oltre all’immagine, c’è anche il modello-Saras, che fa della ricerca spasmodica e costante delle migliori condizioni di sicurezza un vanto. Risulta che le procedure di sicurezza negli spazi confinati, quelli ad accesso limitato, erano state cambiate proprio dopo l’incidente di due anni fa. Dall’azienda queste modifiche vengono presentate come un rafforzamento dei vincoli procedurali e operativi: la realtà ha detto l’esatto opposto.

  4. 13 Aprile 2011 a 15:27 | #4

    da La Nuova Sardegna, 13 aprile 2011
    L’inchiesta parte da una bonifica mancata. La Saras non avrebbe ripulito l’impianto prima dell’intervento degli operai siciliani. (Mauro Lissia)

    CAGLIARI. L’impianto Dea non era stato bonificato: quando gli operai della Star Service hanno aperto il passo d’uomo per entrare nella colonna sono stati investiti da un micidiale getto di idrogeno solforato, un gas che non doveva esserci perchè non era compito della ditta catanese, ma della Saras ripulire la struttura. È questa la prima conclusione cui è arrivato il sostituto procuratore Emanuele Secci, cui il procuratore capo Mauro Mura ha affidato l’inchiesta giudiziaria per omicidio colposo e lesioni gravi colpose legata alla morte di Pierpaolo Pulvirenti. Il magistrato – lo stesso che ha istruito insieme alla collega Chiara Maria Manganiello il processo per la morte dei tre metalmeccanici, avvenuta il 26 maggio di due anni fa alla raffineria di Sarroch – ha compiuto un sopralluogo insieme al medico legale Roberto Demontis e al consulente per la sicurezza Salvatore Gianino, entrambi già impegnati nel procedimento nato dai morti del 2009. Messa sotto sequestro l’area dell’impianto e acquisiti tutti i documenti in qualche modo legati all’incidente, Secci ha sentito alcuni testimoni: per ora solo compagni di lavoro. Nessun incontro con i dirigenti Saras e per adesso nessuna iscrizione al registro degli indagati. L’autopsia sul corpo di Pulvirenti coi test tossicologici sarà eseguita domani per dare il tempo alla famiglia di nominare un legale e un consulente di parte.
    L’esito non dovrebbe discostarsi dalle prime ipotesi: è certo che l’operaio siciliano ha inalato una quantità importante della sostanza tossica uscita dall’impianto, mentre il compagno Gabriele Serrano l’ha scampata perchè si trovava più lontano e leggermente defilato rispetto al getto di idrogeno solforato. L’autopsia dovrà comunque confermare ufficialmente se sia stata quella sostanza a uccidere l’operaio e non la caduta nel pianerottolo sottostante. Altri accertamenti in corso riguardano la procedura seguita nell’intervento, quanti fossero gli operai della Star Service impegnati e la questione dei permessi di lavorazione, che ha avuto un peso notevole nel procedimento seguito alla tragedia del 2009: a quanto sembra – ma la Procura non ha ancora la certezza – i permessi c’erano e il protocollo sarebbe stato rispettato. Come dire che gli operai erano certi di poter aprire in condizioni di sicurezza il passo d’uomo per avviare l’intervento di manutenzione sui filtri. Restano però molti punti interrogativi sul perchè l’impianto non sia stato bonificato e la Procura dovrà accertare se la circostanza sia la conseguenza di scelte negligenti.
    Il perito Gianino ha esaminato nei minimi dettagli la scena dell’incidente per verificare se siano state rispettate a puntino le norme che regolano la sicurezza negli impianti industriali. Se le sue conclusioni dopo la tragedia del 2009 erano state negative per la Saras, non è detto che questa volta vengano riscontrate le stesse carenze. Per quanto, al primo sopralluogo, niente abbia spiegato il perchè di quella sacca di gas rimasta nel Dea.

    Ridotti i costi di manutenzione. Il nuovo sistema di assegnazione delle commesse. Per il 2011 l’azienda ha previsto un risparmio tra i 20 e i 45 milioni Più concorrenza tra le imprese di servizi. (Giuseppe Centore)

    CAGLIARI. C’è un rapporto tra l’incidente di lunedì e il nuovo sistema di assegnazione delle commesse deciso da Saras, avviato per ridurre ulteriormente i costi di manutenzione? È impossibile dirlo, ma la logica e la dinamica dell’incidente tendono a escluderlo.
    La messa in sicurezza di quella colonna era infatti un “prerequisito” valido a prescindere dal lavoro da fare. Il sindacato comunque sa che la partita delle “migliorie” al sistema delle manutenzioni passa anche per la riduzione dei costi. Risulta al sindacato che Saras sta parcellizzando il più possibile gli interventi da svolgere in appalto, affidandosi comunque alle gare e ai conseguenti ribassi che queste implicano, incrementando il livello di concorrenza tra le imprese di servizi. Il management Saras ha annunciato ai sindacati il varo del “Project Focus”, un programma che mira a raggiungere massima efficienza nella produzione ed efficacia nelle operazioni; questo programma, indirizzato a tutti gli aspetti dell’attività di raffineria ha come obiettivo risparmiare nel 2011 una somma quantificabile tra i 20 e i 45 milioni, tra incrementi di efficienza e riduzione dei costi. Infine un dato sugli investimenti nel settore della raffinazione: 244 milioni di euro nel 2009, 92,5 nel 2010, e come riporta il preconsuntivo per il 2010 «il programma di manutenzione della raffineria nel 2011 sarà più leggero di quello portato a termine nel 2010». Meno manutenzione vuol dire più volumi di produzione, e più utili, per risalire dai 9,5 milioni di euro di perdite dello scorso anno.

  5. 12 Aprile 2011 a 14:52 | #5

    e l’operaio Pierpaolo Pulvirenti, siciliano, nemmeno trentenne, è morto.

    da L’Unione Sarda on line, 12 aprile 2011
    Saras, un’altra tragedia in raffineria. Muore intossicato un giovane operaio: http://www.unionesarda.it/Articoli/Articolo/219679

  6. 11 Aprile 2011 a 21:28 | #6

    e non finisce mai.

    da La Nuova Sardegna, 11 aprile 2011
    Incidente alla Saras, intossicati due operai, sono gravi: http://lanuovasardegna.gelocal.it/sardegna/2011/04/11/news/incidente-alla-saras-intossicati-due-operai-sono-gravi-3919290

  7. 15 Febbraio 2011 a 15:27 | #7

    da La Nuova Sardegna, 15 febbraio 2011
    Il 26 maggio del 2009 persero la vita tre operai. L’accordo sul risarcimento arriva a pochi giorni dall’avvio del processo. Morti alla Saras, cinque milioni alle famiglie. L’incidente nella fabbrica di Sarroch: i Moratti pagano l’importo massimo previsto. (Mauro Lissia)

    CAGLIARI. I familiari dei tre operai morti soffocati nell’accumulatore D106 della Saras il 26 maggio 2009 escono dal processo contro i dirigenti della raffineria e della ditta d’appalto per la quale lavoravano: i legali dei Moratti e quelli delle parti offese hanno raggiunto un accordo di transazione sul risarcimento. In tutto i genitori, i fratelli e le sorelle delle vittime riceveranno cinque milioni di euro, la cifra massima stabilita nelle tabelle del tribunale di Cagliari.
    I Moratti verseranno subito la somma pattuita, che copre sul piano civilistico le posizioni di tutti gli indagati e corrisponde più o meno alla metà dello stipendio annuale dell’attaccante camerunense Samuel Eto’o. Una cifra enorme per chiunque, ma compatibile con la posizione finanziaria degli imprenditori milanesi che grazie a questa scelta strategica terranno fuori dal processo per omicidio colposo plurimo – che riguarda come responsabile amministrativo anche il coamministratore di Saras Gianmarco Moratti – i legali delle famiglie. Nel corso dell’inchiesta giudiziaria seguita all’incidente gli avvocati Carlo Monaldi, Mario Maffei, Mauro Cuccu, Ettore Cinus e Giampaolo Manca erano stati attivissimi nella produzione di documenti, perizie, dati tecnici rivolti a dimostrare quello che poi hanno confermato – secondo la lettura dei pm Emanuele Secci e Maria Chiara Manganiello – le relazioni dei tre periti: la tragedia era evitabile, le responsabilità per la morte di Bruno Muntoni, Luigi Solinas e Daniele Melis ci sono e quindi la vicenda deve essere trattata in un processo penale. Un processo importantissimo in una fase storica in cui, a partire dal caso ThissenKrupp, la sensibilità generale per la sicurezza negli stabilimenti industriali è cresciuta.
    L’accordo extragiudiziale è arrivato a pochi giorni dall’udienza preliminare e non incide sugli aspetti penali: il prossimo 17 febbraio la Procura chiederà il rinvio a giudizio degli indagati e il gup Giorgio Altieri dovrà decidere se accogliere la richiesta. Non c’è aria di riti alternativi: l’orientamento dei difensori, se giudizio sarà, è di andare al dibattimento pubblico. Gli indagati sono il direttore generale della Saras Dario Scaffardi, il direttore operazioni industriali Antioco Mario Gregu, il direttore della raffineria Guido Grosso, il responsabile dell’area produttiva Antonello Atzori e il responsabile legale della ditta Co.me.sa Francesco Ledda. Gianmarco Moratti è chiamato davanti al giudice come responsabile civile, quindi non rischia una sanzione penale.
    La tragedia del 26 maggio 2009, quando i tre operai della ditta d’appalto Co.Me.Sa. morirono soffocati nel polmone d’acciaio del Mild Hydro Cracking, a Sarroch, per i pubblici ministeri è figlia dell’incuria e la sicurezza sul posto di lavoro non fu garantita. Sono quattordici gli errori individuati dai consulenti dei pm in un documento spietato, errori posti a base delle contestazioni ai quattro dirigenti Saras imputati di omicidio colposo assieme al capo della Co.Me.Sa.
    Fu Luigi Solinas ad entrare nell’accumulatore D106 che lui e i suoi colleghi dovevano lavare, convinti che la procedura di bonifica con azoto fosse finita. Invece nel polmone, la cui bocca di lupo era aperta, da un tubicino fuoriusciva ancora il letale gas cha brucia l’ossigeno. Non c’era alcun cartello o segnale di pericolo. Quando Solinas si infilò nell’apertura, non aveva con sé il rilevatore d’ossigeno che gli avrebbe salvato la vita. Lunghissimi attimi, forse minuti, trascorsero da quando Luigi era sparito, al momento in cui Muntoni e Melis si accorsero della sua assenza. Ebbero la sventura di cercarlo proprio lì dove giaceva ormai senza più vita: del resto nessuno aveva realizzato che quella cisterna si era trasformata in una tomba. Moriranno anche loro uno dopo l’altro asfissiati nella cisterna. Appena pochi giorni dopo l’incidente i fratelli Moratti avevano deciso di destinare in ogni caso alle famiglie dei tre operai una sorta di vitalizio a titolo di risarcimento. Hanno rispettato l’impegno, ma da allora ad oggi la situazione è cambiata: da spettatori addolorati di una tragedia i vertici della raffineria di Sarroch ne sono diventati i presunti responsabili.

  8. 20 Dicembre 2010 a 16:17 | #8

    da La Nuova Sardegna, 17 dicembre 2010
    Per i tre morti alla Saras processo il 17 febbraio.

    CAGLIARI. C’è la data dell’udienza preliminare per l’incidente con tre operai morti avvenuto il 26 maggio 2009 alla Saras: il 17 febbraio i cinque indagati dovranno presentarsi davanti al gup Giorgio Altieri, accusati di omicidio colposo plurimo dai pm Emanuele Secci e Maria Chiara Manganiello. Sono il direttore generale Dario Scaffardi, il direttore operazioni industriali Antioco Mario Gregu, il direttore della raffineria Guido Grosso, il responsabile dell’area produttiva Antonello Atzori, il rappresentante legale della Comesa Francesco Ledda. Davanti al giudice anche Gianmarco Moratti a rappresentare l’azienda petrolifera come responsabile civile.

  9. 10 Novembre 2010 a 16:19 | #9

    da La Nuova Sardegna, 10 novembre 2010
    Chiazza nera davanti allo stabilimento della Saras.
    La Capitaneria di porto ha bonificato lo specchio d’acqua inquinato: aperta un’inchiesta.

    CAGLIARI. Ieri mattina una chiazza nera è apparsa sullo specchio di mare davanti a Sarroch: per la Capitaneria si è trattato chiaramento di idrocarburi riversati in rada dallo stabilimento di raffinazione Saras. Da ieri gli uomini della Capitaneria di Porto stanno indagando per l’ipotesi di reato di inquinamento. Bisognerà capire solo se doloso oppure frutto di un evento imprevedibile: in entrambi i casi, sanzionato dal codice penale. Per tutta la mattina di ieri, nella rada davanti allo stabilimento dei fratellio Moratti, i mezzi della Capitanieria hanno lavorato per bonificare l’area, che dopo l’intervento senza essere stata completamente ripulita. Le operazioni sono durate sette ore e si sono concluse poco dopo le 14. L’allarme era stato dato alle 7 del mattino alla Centrale operativa della Guardia Costiera che ha disposto l’invio di una motovedetta. Accertata la presenza di chiazze di idrocarburi in sospensione – ha fatto sapere attraverso una nota la Direzione Marittima – la Saras è stata invitata a mettere in atto ogni intervento possibile per eliminare gli effetti inquinanti e prevenire ulteriori sversamenti in mare. Per le operazioni di bonifica sono stati impegnati tre mezzi navali e squadre a terra della Società Battellieri, coadiuvati da una motovedetta e da personale a terra della Guardia Costiera. Gli accertamenti disposti dalla Direzione Marittima e condotti dagli uomini guidati dal comandante Giuliano Martinez puntano ad accertare come e da dove, cioè da quale parte degli impianti di raffineria, gli idrocarburi siano finiti in mare. Poi dovranno verificare se la fuoriuscita – probabilmente agevolata dalla pioggia – fosse o meno prevedibile e dunque evitabile. Solo a quel punto potranno inviare un rapporto alla magistratura, preliminare ad una contestazione ufficiale ai vertici della raffineria.

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