I “signori del vento” all’assalto della Sardegna.
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Ampia inchiesta di Pier Giorgio Pinna per La Nuova Sardegna sulla ripresa dell’assalto dei signori del vento alla Sardegna. Dalla cricca del vento ai semplici speculatori dei certificati verdi, questa gente riesce anche a rovinare e sporcare una fonte di energia pulita.
Gruppo d’Intervento Giuridico e Amici della Terra
da La Nuova Sardegna, 6 marzo 2011
La sfida in volata dei Signori del vento. Riparte la costruzione di centrali per afferrare gli ultimi incentivi e certificati verdi. Pier Giorgio Pinna
SASSARI. I Signori del vento sferrano l’attacco finale nell’isola. Rush sulla terraferma con una grande marcia per chiudere i progetti rimasti a metà: la potenza delle torri potrebbe triplicare, da 453 megawatt si passerebbe prima a 786 e poi a 1.265. E offensiva via mare con una rispolverata ai masterplan per l’off-shore. A fronte di 27 mega impianti in funzione (su 242 in tutt’Italia), complessivamente sono 34 le nuove domande. E non è detto che siano le ultime: la foresta di pale minaccia di allargarsi sui crinali di pari passo alle ipotesi d’invasione con muraglie lungo le coste. Così ambientalisti e comitati locali contari a programmi di energia alternativa giudicati troppo invasivi sollevano dubbi e motivi d’allarme. Ma come mai riprende la corsa da Far West? Due le ragioni. La prima è che il governo vuole tagliare il valore dei contributi verdi e i finanziamenti milionari ai progetti: gli incentivi diventeranno mobili, flessibili, più equi. Un primo taglio c’è già stato: meno 22% di incentivi all’eolico come previsto dal decreto legislativo del governo sulle rinnovabili. Un provvedimento che ha provocato la rivolta delle imprese, che si appellano a Napolitano chiedendogli di non firmare. La seconda ragione è una conseguenza indiretta della bocciatura fatta dal Tar della delibera Cappellacci sullo stop a 10 impianti. Non solo hanno via libera le società interessate agli investimenti: il precedente, facendo cadere l’impalcatura per il passaggio alla gestione regionale delle rinnovabili, riapre la strada a chi è rimasto a guardare. In questo quadro, dunque, la deregulation è ancora possibile. E tanti cercano di approfittarne subito, vedendo nei vincoli del piano paesaggistico noiosi ostacoli burocratici. I primi a tentare di riprendere il cammino bloccato per un anno sono i vincitori del ricorso. La Green Energy Sardegna a San Gavino Monreale. La Das Villacidro. La Pmb Engineering a Iglesias. L’Energetica Sarda tra Sassari e Porto Torres. La Fonteolica srl a Gonnesa. La Fera srl nella Nurra, a Badde Trippida, sempre nel Sassarese. Ravano Green Power a Suni. Fw Power ancora vicino a Porto Torres. Aper, produttori di energia e il gruppo di 8 imprese associate capeggiato da Anev nell’off-shore. Certo, la Regione può rivolgersi al Consiglio di Stato. E quindi, prima del giudizio di secondo grado, nessun privato ignora gli inviti alla prudenza che arrivano dai suoi avvocati. Anche perché il governatore Cappellacci e l’assessore all’Ambiente Oppi hanno assicurato che, sul piano strettamente politico, adotteranno contromisure per evitare scempi e devastazioni del paesaggio. Ma è altrettanto sicuro che lo spiraglio per quei 10 progetti ha di molto alleviato i pensieri di altri Signori del vento.
Tra richieste di Valutazione d’impatto ambientale (Via), integrazioni dei programmi originari e passi avanti nei contatti con le amministrazioni dei centri coinvolti nei piani di sviluppo energetico c’è un piccolo universo in fase d’avvicinamento al traguardo finale: la costruzione di maxitorri e megapiattaforme. La Falck Renowables a giorni entrerà in produzione, con la centrale più grande d’Europa, tra Buddusò e Alà dei Sardi: masterplan già definito molto prima di qualsiasi bufera giudiziaria, con popolazione concorde nel sostenere il progetto. Sempre ferme dopo un intervento della Forestale, invece, le pale, una trentina, installate sull’altopiano di Campeda, nel territorio di Bonorva. Intanto, non lontano da Stintino e dalla Pelosa, arrivano richieste per nuovi generatori. Altre analoghe riguardano diverse zone nel nordovest dell’isola. Gli uffici tecnici di comuni delle Barbagie, del Campidano e del Sulcis sono subissati da domande. Uno dei maggiori investimenti, proprio nell’Iglesiente, ma stavolta in area industriale: la Portovesme Srl stanzia 300 milioni per raddoppiare il sistema dell’elettrolisi e passare all’autoproduzione pulita. Di fronte a tutto questo fervore d’iniziative, gli ambientalisti sollevano un «ma» grande come un grattacielo: «ma» che se ne fa la Sardegna di tanta energia? Soprattutto di fronte al fatto che le imprese dell’isola continuano a pagare tariffe tra le più alte del Mediterraneo. La spiegazione è semplice: a guadagnarci sempre, grazie ai finanziamenti pubblici e ai certificati verdi, sono esclusivamente i privati. E che gli affari li facciano soltanto loro, o quasi, risulta chiaro da poche cifre. Oggi l’isola è del tutto autonoma rispetto alla rete nazionale. Puo contare all’incirca su 2.200 megawatt, ogni giorno ne impiega di solito 1.730 (e la notte solo 1.300). Col potenziamento del cavo Sapei tra Punta Tramontana e la Toscana – via Corsica – non ne potrà comunque esportare più di mille. A chi gioverà allora tenere immagazzinati altri 800 mw originati dall’eolico? Certo non alla collettività. Specie se quegli 800 mega andranno a sommarsi alle migliaia derivati da altre rinnovabili e dal rafforzamento già in atto nella produzione da fonti tradizionali. In definitiva, aveva visto giusto Renato Soru quando tentò di limitare lo sbarco, spiegando di non aver mai permesso a persone come Flavio Carboni di avvicinarsi alla Regione. «Al momento del mio insediamento, nel 2004, trovai 87 richieste d’autorizzazione per un totale di 3.750 megawatt – ha più vole ripetuto l’ex governatore – Noi abbiamo bloccato, indicato regole, fissato a 500 mw un tetto complessivo per l’eolico nell’isola. Sempre cercando di tutelare l’ambiente e la pubblica amministrazione».
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Balascia, maxipale tra i nuraghi. Rispunta un vecchio progetto, Sos ambientalista. Il sindaco di Oschiri. Valuteremo bene la situazione e a ogni modo chiediamo già ora alternative precise.
OSCHIRI. L’altopiano di Balascia è di nuovo in pericolo. L’oasi naturalistica, violata anni fa dalla costruzione di strade e dal cemento gettato per le fondamenta delle maxipale, rischia un altro assalto. Tra Oschiri e i rilievi del Limbara, hanno il loro habitat da sempre specie protette della flora e della fauna, ci sono sei nuraghi, sopravvivono importanti testimonianze geologiche. Eppure, come se il tempo si fosse fermato per poi ripartire all’improvviso, il processo di rilancio del vecchio progetto per la centrale eolica di Enel Green Power adesso si è rimesso in moto. La società, una delle più quotate d’Europa, ha presentato la richiesta di Via, la valutazione d’impatto ambientale. Gli oppositori hanno ancora pochi giorni per i ricorsi. Ma già si sta muovendo un ampio fronte ambientalista: l’obiettivo è quello di bloccare per la seconda volta il masterplan.

centrale eolica Macchiareddu
Balascia è un caso emblematico. Il complesso granitico custodisce uno scrigno segreto di bellezze senza prezzo. Dall’altopiano si ammira un panorama mozzafiato, a 360 gradi: il Limbara, le Bocche, le vette della Corsica, il golfo dell’Asinara, il lago Coghinas, le piane di Ozieri e Oschiri. Tra boschi, elicriso, eriche, corbezzoli e sorgenti, una chiesetta meta di culto. Da millenni abitano da queste parti le rarissime lucertole del Bedriaga, martore, sparvieri, aquile reali. L’area area, sottoposta a una lunga serie di vincoli ambientalistici e archeologici, si trova proprio dinanzi a una zona d’interesse comunitario e rientra a nel parco del Limbara. Ma attorno all’altopiano, dal 2003, si è scatenato un conflitto, politico e giudiziario. Tutto dopo la presentazione dei primi piani Green Power. La società, qui vicino, ha realizzato la grande centrale del vento tra Erula e Tula, e un’altra in Alta Nurra. In tutt’Italia gestisce 31 complessi in grado di sviluppare una potenza complessiva di 445 mw. Su Balascia – alla fine di un batti e ribatti che ha visto contrastare le maxipale prima da WWF, Italia Nostra e movimenti locali per la difesa del territorio, l’ex governatore Renato Soru e poi la magistratura – il versante delle indagini penali si è risolto con un paio di oblazioni da duemila euro e la cancellazione delle ipotesi di reato. Sul campo, invece, sono rimaste, inalterate, le polemiche. Anche perché nel 2007 il Consiglio di Stato ha ribaltato la precedente sentenza del Tar, consentendo nei fatti un nuovo via libera alla società. Che infatti il 25 gennaio ha fatto pubblicare sui quotidiani la richiesta di Via e ripreso l’iter: 22 aerogeneratori, per un totale di 18,7 megawatt, allaccio alla stazione Coghinas. Così oggi, mentre si organizzano comitati per presentare le domande di opposizione, le associazioni ecologiste Gruppo d’intervento giuridico e Amici della Terra ribadiscono «la netta contrarietà all’eolico selvaggio». Aperto a diversi sviluppi, il sindaco di Oschiri, Piero Sircana, ex consigliere provinciale, alla guida di una giunta di centrosinistra con l’appoggio d’indipendenti: «Come amministrazione abbiamo avuto incontri con dirigenti di Enel Green Power a fine 2010, ma non ci siamo ancora espressi. Si è parlato della convenzione, che comunque andrà rivista». Quindi – è l’ovvia domanda – pensate di andare avanti nella trattativa? «Lo ripeto: si vedrà – è la replica del sindaco – La mia personale opinione è che lo stato dei luoghi a Balascia sia stato compromesso con i lavori del passato, e che siamo già circondati da crinali di altri comuni invasi da pale ben visibili e impattanti. È corretto comunque riservare a Balascia la giusta attenzione. Ma dobbiamo pensare ai nostri bilanci in difficoltà. Così, se il progetto non procederà, chiederemo senz’altro alternative concrete, a partire dal ripristino ambientale». Insomma, lo scontro originario pare destinato a ripetersi. Nel frattempo, però in questa stessa parte dell’isola sono sorti due mega-impianti eolici. Una è appunto la centrale di Tula, costruita da Green Power con una potenzialità per alimentare una città come Olbia. L’altra, quella da primato europeo della Falck Renewables, vicino a Buddusò. E allora, a prescindere da soluzioni tecniche sempre possibili, perché causare un sovraccarico nella magliatura di rete verso il Coghinas? E perché produrre tanta energia non esportabile? «In ogni caso – è la conclusione di Stefano Deliperi a nome del Gruppo d’intervento giuridico – proporremo un atto con le osservazioni nello specifico al procedimento di Via: a nostro avviso non sono state rispettate le procedure di pubblicazione del progetto e dello studio d’impatto ambientale sul sito internet della Regione».

l'eolico in Sardegna
E dopo la P3 compare la P4. Le indagini napoletane s’intrecciano con quelle sarde Attesa per il vaglio delle posizioni di Carboni e Cappellacci. Accertamenti sull’asse Roma-Cagliari. Si punta verso filoni inesplorati. Rita Di Giovacchino
ROMA. Flavio Carboni (foto a fianco) è stato scarcerato il 22 dicembre scorso, alla vigilia di Natale. È stato l’ultimo dei «quattro pensionati sfigati», come definì Berlusconi gli adepti della P3, a tornare a casa. All’imprenditore sassarese va riconosciuto il merito di non aver ceduto di un millimetro rispetto alle accuse mosse dai magistrati romani. I suoi soci, Pasquale Lombardi e Arcangelo Martino, qualche ammissione l’hanno fatta. Lui niente. Ha continuato a sostenere, dall’inizio alla fine, che il progetto eolico in Sardegna era soltanto un buon business e, se non fosse stato per colpa delle indecisioni del governatore Cappellacci, le pale già ruoterebbero vigorosamente su ogni collina distribuendo energia pulita e felicità. Ora che, in sua assenza, tanti piani rischiano di andare in porto, c’è da immaginare quanto Carboni sia di malumore. Anche perché da allora non si è saputo più niente dell’inchiesta che, prima del Rubygate, stava per far saltare il sistema di potere più vicino a Berlusconi. Eppure insieme all’imprenditore sardo restano indagati per costituzione di società segreta, uomini di punta del Pdl, a partire dal coordinatore Denis Verdini. A seguire l’ex governatore della Campania Cosentino, il senatore Dell’Utri, il sottosegretario Caliendo, il consigliere regionale Sica. E per corruzione anche l’ex presidente della Cassazione Vincenzo Carbone. Come andrà a finire? Non si sa. Da settimane si attende che altri personaggi siano formalmente indagati. Ma la decisione slitta di giorno in giorno, forse per i molti impegni su altri fronti di Giancarlo Capaldo e Rodolfo Sabelli, titolari dell’inchiesta. L’attesa è snervante, soprattutto in Sardegna, dove nuovi filoni di indagine sono stati aperti dalla Procura di Roma. Ancora appalti milionari su bonifica e disinquinamento nelle aree industriali dismesse, come nel Sulcis, e altri stabilimenti abbandonati. Un business al quale era interessato Carboni di cui ancora si sa molto poco. È possibile che i magistrati romani (nelle scorse settimane si sono incontrati a Cagliari con amministratori e investigatori locali) stiano aspettando l’esito degli accertamenti compiuti da agenti della Finanza, venuti dalla capitale, prima di interrogare nuovamente Ugo Cappellacci. Legati alla sua sorte sono l’ex commissario dell’Arpas Ignazio Farris, il consigliere regionale Pinello Cossu, l’ingegnere Franco Piga, tutti coinvolti in un modo o nell’altro nelle procedure che dovevano dare il via a tanti impianti. Da un momento all’altro, secondo voci di corridoio, l’inchiesta ripartirà con iniziative clamorose. Da un momento all’altro… ma intanto a Napoli già si scava sulla P4. Un’altra società segreta che ha molti punti di contatto con la P3. E anche qualche indagato in comune.

l'eolico in Sardegna
(immagini da www.lanuovasardegna.it, foto C.B., archivio GrIG)




da La Nuova Sardegna 10 marzo 2011
Elettrodotto da guinness tra Fiume Santo e la penisola È il più profondo del mondo.
Trasporterà mille megawatt. Manca solo un ultimo collaudo Giovedì l’inaugurazione a Latina, svolta sulla gestione di rete. (Pier Giorgio Pinna)
SASSARI. Al traguardo finale l’elettrodotto da guinness. È il più profondo del mondo: in alcuni tratti tocca i 1.640 metri sul fondo del Tirreno. Ed è uno dei più lunghi: 435 km. La posa è stata appena completata. Con l’imminente collaudo del secondo cavo entrerà in funzione.
Il nuovo elettrodotto Sapei collega Fiume Santo con la stazione d’approdo di Nettuno prima e con la centrale di Latina poi. Più che raddoppiate le chance del passato e stabilizzata la rete. L’opera, per la quale Terna ha stanziato dai suoi bilanci 750 milioni, consentirà un flusso di corrente elettrica verso la penisola (e viceversa, se necessario) di mille megawatt. Una potenza ancora limitata rispetto alle iniziative per l’export messe in campo negli ultimi anni tra rinnovabili e fonti tradizionali in Sardegna (se tutti i progetti fossero accolti, si arriverebbe a produrre 5.724 Mw, 4 volte gli attuali consumi). Ma certo un bel passo avanti verso il programma destinato a trasformare l’isola in una delle principali piattaforme energetiche del Mediterraneo.
L’inaugurazione è già fissata: dell’intero progetto, delle prospettive, di tutti i dettagli tecnici si parlerà giovedì prossimo a Latina. A tagliare idealmente il nastro sarà il ministro dello Sviluppo, Paolo Romani. Protagonisti i vertici di Terna: il presidente, Luigi Roth, e l’amministratore delegato, Flavio Cattaneo. Dopo la prima struttura posizionata ormai parecchi anni fa, questo secondo cavodotto permetterà di risolvere una serie di problemi. Ci sarà la possibilità di esportare verso il continente una produzione termoelettrica più stabile e funzionalmente più efficiente, con forte sviluppo e ampio spazio per le energie alternative (dall’eolico al fotovoltaico). Il che, tradotto sul piano del mercato operativo, significa dare in concreto maggiori opportunità agli operatori dell’isola. E, in particolare, meno vincoli nelle trattative d’affari, più sicurezza nella gestione complessiva del sistema, flessibilità nella regolazione della domanda e dell’offerta. In via indiretta, per quel che riguarda il futuro, se le condizioni lo renderanno possibile, c’è un’altra chance per Terna: e cioè la dismissione dell’attuale cavodotto da 200 kv in corrente continua tra Sardegna, Corsica e penisola italiana (Sacoi).
La società si è mossa spiegando di aver tenuto conto specificamente di una serie d’avvertenze per il rispetto dell’ambiente. Sia sul versante della salvaguardia del santuario dei cetacei, che dalle Bocche di Bonifacio si estende lungo le coste di Porto Vecchio e Bastia, sino ad arrivare al mar Ligure, sia per la tutela delle posidonie e della fauna marina.
In quest’opera da record ci sono comunque altre cifre che danno l’idea dello sforzo portato a termine. Intanto il solo cavo sottomarino è lungo 420 km (corrente continua a 500 kv) e ha un diametro di 12 centimetri. I lavori sono stati avviati nell’ottobre del 2006 con indagini geofisiche e geotecniche e, per ridurre l’impatto visivo, si è ricorsi a soluzioni architettoniche altamente tecnologiche. A Fiume Santo e a Latina le stazioni elettriche di conversione sono alte una ventina di metri. Per la realizzazione dell’intero programma sono state coinvolte 177 diverse imprese. E ancora: cinquemila gli elaborati di progetto utilizzati, settemila le tonnellate di capacità della nave posa-cavi, 200mila le giornate di lavoro complessive, 170mila i metri cubi di terreno «movimentati». Insomma, un’opera imponente. E se un domani il suo funzionamento sarà all’altezza della capacità mostrata per superare gli ostacoli in fase di costruzione, i vantaggi economici per l’isola dovrebbero rivelarsi notevoli.
FONTI ALTERNATIVE. Impianti a valanga.
L’assessore Cherchi è stato sentito in commissione sulle rinnovabili. Ha fornito dati di estremo interesse. Eolico: 14 impianti esistenti per 587 Mw, 5 in costruzione per 391 mw, 40 in istruttoria per 1576.50. Solare e fotovoltaico: 7.524 gli impianti esistenti per 97,78 Mw, 41 in corso per 136,23 Mw e 191 in istruttoria, con potenza di 1771,78 Mw. Se fossero rilasciate tutte, arriverebbero a 8.556, per 2.213 Mw. Biomasse: 8 in esercizio per 80 Mw, 14 in istruttoria per 251 Mw. Si potrebbe arrivare a 22 impianti, 444 Mw. Intanto Murgia (Pdl) ha presentato un’interrogazione sul taglio incentivi alle rinnovabili.
Come:
-la speculazione dei boschi, che in meno di mezzo secolo ha disboscato un quarto della superficie dell’Isola;
-lo sfruttamento dei giacimenti minerari che, una volta esauriti, sono stati comprati con i fondi per lo sviluppo;
-la chimica che, concepita sull’onda del Piano di Rinascita ’78, «non ha i mezzi per alimentare i cicli produttivi e ha pianto calde lacrime», avrebbe detto l’ex governatore Baffi.
Ma di quanti altri scempi deve aver bisogno ancora questa Sardegna per smettere di recriminare?
Come scriveva Michele qualche giorno fa, la speculazione eolica ha già devastato troppi paesaggi e luoghi della Sardegna interna.
Uno stravolgimento di montagne e altipiani intollerabile, il Grighine ridotto a un’installazione industriale, Balascia devastata da strade e basamenti, l’altipiano di Campeda violentato dalle torri a pochi km da Badde Salighes, i tacchi di Ulassai deturpati dalle vicine installazioni, le splendide montagne galluresi massacrate da centinaia di pale e decine di chilometri di sbancamenti per nuove strade.
Uno scandalo passato sottosilenzio (con le solite eccezioni di chi, anziché organizzare convegni e seminari per catturare la preziosa benevolenza di amministrazioni pubbliche dispensatrici di consulenze e incarichi, fa azioni concrete) e addirittura supportato da associazioni ambientaliste come Greenpeace e Legambiente, che vanno straordinariamente d’accordo con l’associazione degli industriali del vento (ANEV), quelli che lucrano con l’iperquotazione dei MWh prodotti con l’eolico.
È bene ricordarle continuamente queste cose, perché magari a scempio compiuto toccherà pure sentire le recriminazioni di chi fino al giorno prima tirava la volata agli speculatori.
http://www.youtube.com/watch?v=mwplkbqxmrk
http://www.youtube.com/watch?v=NTeXUPFVPn4