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Quando un giornale “inventa” un clima di paura.

uomo wc

 

A Cagliari da qualche giorno è arrivato un gruppo di 700 migranti.   Una parte delle migliaia che sono giunti nelle ultime settimane a Lampedusa.  Il Governo ha pensato bene di dislocarli in alcuni centri del Mezzogiorno d’Italia, nessuno nella padania del Ministro dell’interno leghista Maroni.

700 disperati che cercano un futuro migliore a rischio di finire in fondo al mare, a rischio di esser rispediti indietro senza tanti complimenti.    Quasi certamente sono tutti tunisini, non sono profughi in fuga dalla Libia o da altre guerre.  Sono semplici clandestini.  Dopo l’identificazione avranno un permesso di soggiorno valido per un anno e andranno chissà dove.

Difficile che rimangano in Sardegna perchè lavoro non ce n’è.  La situazione è criticabile sotto moltissimi aspetti, in primo luogo l’impreparazione e le incertezze di un Governo impegnato allo spasimo soltanto nel fare gli interessi del suo premier, anche i più miserabili.      Ma non è questo il punto.

Finora non c’è stato il benchè minimo problema di ordine pubblico, parecchi cagliaritani hanno portato ai migranti generi di conforto e vestiti, non c’è in città alcun clima di paura.

Eppure il quotidiano diretto dal mitico direttore a scabecciu spara a palle incatenate. Da giorni bombarda inchiostro sulla carta, fra i tanti: “Arrivano altri 1200 tunisini. La prossima settimana a Cagliari, Monastir, Chilivani e Torregrande” (L’Unione Sarda, 9 aprile 2011), “Profughi in arrivo? La Sardegna protesta” e ancora “Donna cagliaritana denuncia: aggredita da un gruppo di tunisini” (L’Unione Sarda, 10 aprile 2011), pur essendoci le smentite drastiche del Governo e non essendoci prove di alcuna aggressione o risse a cui il quotidiano fà ampi riferimenti. E un bel sondaggio fà da ciliegina sulla torta.

Cagliari, l'Elefante sulla Torre

Cagliari, l'Elefante sulla Torre

Perchè voler alimentare un preteso clima di terrore?   Chi ci guadagna?   Anche questo è un modo per sostenere la candidatura perbenista di Massimo Fantola (centro-destra) alle prossime elezioni comunali cagliaritane?

L’Ordine dei Giornalisti non muoverà paglia, ma queste rimangono cronache squallide nei contenuti e nei fini.

Stefano Deliperi

(immagine pubblicitaria, foto S.D., archivio GrIG)

  1. 23 Aprile 2011 a 14:24 | #1

    chissà che cosa scrivevano i giornali tunisini del primo ’900…

    da La Nuova Sardegna, 23 aprile 2011
    Ma all’inizio del Novecento i clandestini erano i sardi che sbarcavano in Tunisia. (Paolo Matteo Chessa)

    CAGLIARI. Ufficialmente quelli arrivati una ventina di giorni fa in città e sistemati nell’ex caserma dell’Aeronautica di viale Elmas erano 700, uno più, uno meno. Ora nell’isola sono rimasti in pochi, all’incirca un centinaio. Ma altri sicuramente ne arriveranno, forse anche a breve, perché lì, nel loro Paese affacciato sul Mediterraneo, i problemi ci sono ancora tutti. Eccome.
    Tant’è che i tunisini continuano ad abbandonare in tutta fretta la loro terra, puntando verso quell’Europa che ai loro occhi (come d’altra parte accadde anni fa con gli albanesi) appare probabilmente come un Eldorado.
    Ma le notizie di nuovi, inevitabili arrivi, nonostante il valzer di smentite e di implicite conferme, sembravano aver reso ancora più profondo il solco che apparentemente aveva diviso la città – non si sa bene in che percentuale, comunque – tra coloro che fanno onore al secolare senso di ospitalità e tolleranza dell’Isola e quanti invece volevano ricacciare in mare, senza mezzi termini, quelli che per loro erano “ospiti” non proprio graditi.
    Eppure un tempo accadeva l’esatto contrario. Corsi e ricorsi della storia, si dirà. Ovvero, pagine di cronaca ormai sbiadite, di un’epoca in cui a sbarcare sulle spiagge della Tunisia erano gli italiani, considerati guarda caso come veri e propri clandestini, che confluivano lì praticamente da ogni angolo dello Stivale per cercare fortuna.
    Così come d’altro canto facevano gli spagnoli, i tedeschi, gli italo-americani e soprattutto i francesi.
    Quelli che poi, giusto per capirsi, diventarono in numero preponderante e in forza della loro mai rinnegata voglia di “grandeur” trasformarono il loro protettorato sulla Tunisia (e non solo su quella, invero) in una colonia vera e propria, se si preferisce.
    Insomma, per dirla in breve, già dalla fine dell’Ottocento e fino a metà del 1900 il Paese del nord Africa, oggi sconvolto politicamente ed economicamente dalle conseguenze di quella rivolta popolare che ha portato alla caduta dell’ex dittatore Ben Alì, fu letteralmente terra di conquista. Giusto due numeri: nel 1870 gli italiani in Tunisia erano 25mila, nel 1926 quasi 90mila (esattamente 89.216), fino ad aver dato vita oltre ai quartieri “tricolore” nelle principali località a una vera e propria città battezzata La Goletta (dove nacque Claudia Cardinale, tanto per citare una fra le persone italo-tunisine più conosciute), che puntualmente i francesi trasformarono nell’odierna La Goulette.
    E se non proprio in prima fila, ma comunque tra le avanguardie, a quella sorta di pacifica invasione prese parte anche un piccolo esercito di migranti partito alla spicciolata dalla Sardegna.
    Fin qui nulla di straordinario, ovviamente, tenuto conto che l’Italia usciva giusto dalla cosiddetta “Grande guerra”, quella del ’15-18, e si preparava più o meno coscientemente a infilarsi nel secondo conflitto mondiale. Erano appunto gli anni delle migrazioni di massa, soprattutto dal Sud, dove le condizioni di vita non erano certo delle migliori, quantomeno tra le classi meno abbienti.
    Sicuramente gli italiani hanno il merito di aver contribuito in modo tangibile allo sviluppo della Tunisia (verso la quale, nel Ventennio, mostrò interesse anche il fascismo, suscitando forte fastidio nei francesi), ma è innegabile che chi scelse di vivere in quel Paese ebbe il suo tornaconto.
    Che doveva essere abbastanza forte, se è vero come è vero un solo dato: tra le migliaia di italiani che dissero «sì» ci furono anche centinaia di sardi che pur di continuare a vivere e lavorare lì accettarono il diktat della Francia, che dopo gli anni Trenta avviò il processo di naturalizzazione forzata. In breve, tutti i nuovi nati lì da cittadini europei diventavano automaticamente francesi; mentre gli adulti dovettero fare comunque la loro scelta. Molto spesso sofferta. Ecco così che sassaresi, orgolesi, cagliaritani, nuoresi, iglesienti, algheresi e via elencando (vedasi la tabella in alto) videro i loro nomi di battesimo trasformati automaticamente, quasi sempre con veri e propri orrori ortografici, in francese, al pari della loro nazionalità. Insomma, c’era di mezzo la sopravvivenza e in tantissimi preferirono voltare le spalle, diciamo così, alla madre patria e passare sotto la bandiera d’oltralpe. Oggi sono cambiati i tempi e le condizioni: gli italiani in Tunisia sono rimasti pochi ma per quanto se ne sa continuano a essere ben visti. Così come accadeva quando i nostri arrivarono lì a frotte, da clandestini. Chissà, forse oggi bisognerebbe comportarsi come si comportarono all’epoca i tunisini. Fosse solo per sdebitarci.

    E al ritorno conquistarono le terre abbandonate. Nei paesi intorno a Castiadas ridiedero vita alle aziende Etfas nate dalla riforma agraria.

    CAGLIARI. Viaggio d’andata carico di speranze, mesto viaggio di ritorno – mezzo secolo dopo – impregnato di amarezza e sicuramente anche risentimento. Storia travagliata degli italo-tunisini, che qualche generazione dopo essere approdati nel Paese del nord Africa tra il 1959 e il 1964 dovettero ripercorrere a ritroso il percorso, stavolta non per scelta bensì per essere stati sostanzialmente espulsi dalla Tunisia dal neo presidente golpista Burghiba, con le sue leggi sulla manodopera europea e sulla nazionalizzazione delle terre agricole. Leggi che colpirono in maniera molto dura soprattutto gli italiani, che diventarono così migranti al contrario, una parte dei quali a metà degli anni Sessanta arrivarono un po’ alla spicciolata in quelle che allora erano lande semidesolate attorno a Castiadas.
    E lì, in quell’ultima propagine del Sarrabus, i “tunisini” – come vennero subito identificati – trovarono subito da fare: lavorando sodo riuscirono a rimettere in piedi un bel po’ di aziende agricole che l’Etfas (Ente di trasformazione fondiaria e agraria della Sardegna, nato nel 1951 per volere dell’allora ministro dell’Agricoltura, Antonio Segni) aveva di fatto abbandonato. Così, via via, cominciarono a cambiare volto luoghi come Camisa, San Pietro e Olia Speciosa, che stavano lentamente trasformandosi in borgate-fantasma. Borgate che oggi fanno parte integrante del “giovane” Comune di Castiadas.
    C’è tuttavia una curiosità: contrariamente a quanto accadde durante la grande migrazione italiana verso il nord Africa, tra i “tunisini di Castiadas” non c’erano sardi tornati in patria. O quantomeno non si hanno notizie certe in proposito. Ciò nonostante questi migranti di ritorno non tardarono a integrarsi in terra di Crabonaxia (come veniva indicata quella parte di Sarrabus che da Villasimius sale verso Castiadas e San Priamo), grazie anche alle genti del luogo che li accolsero senza alcun problema, facendoli sentire a casa.
    Saltando a pie’ pari l’aspetto economico-imprenditoriale (buona parte di quelle aziende ex Etfas sono state trasformate in accoglienti agriturismo), il risultato pratico non tardò a manifestarsi dal punto di vista anagrafico, perché ai tradizionali cognomi della zona si aggiunsero quelli decisamente meno autoctoni, come Bosco, Ciaccio, Cesarò, Garofolo, Internicola, Magro o Paesano, giusto per citare i più noti. Certo, contrariamente ai genitori arrivati nel Sarrabus negli anni Sessanta, oggi i figli sembrano quasi ignorare il francese un po’ spurio dell’epoca e oltre all’italiano parlano disinvoltamente il dialetto crabonaxiaiu, a conferma che ormai di tunisino conservano solo la nomea.

    LE NUOVE IDENTITA’. Salvatore diventò Sauveur e il selargino Cerargino.

    CAGLIARI. Centinaia. O forse migliaia. Difficile dirlo, perché il tempo è trascorso e di molti documenti ufficiali si sono perse le tracce. Una certezza però rimane: tra i tantissimi italiani che optarono per la “naturalizzazione”, diventando di fatto cittadini francesi, pur di poter continuare a vivere in Tunisia, quelli approdati lì dalla Sardegna erano in numero considerevole. Certo, la parte del leone la facevano quelli provenienti da Carloforte e dai centri minerari del Sulcis Iglesiente, ma anche il resto dell’isola era ben rappresentato, con migranti arrivati nel Paese del nord Africa anche dal cuore della Barbagia, Orgosolo compreso. Sardi a denominazione d’origine controllata, che nel breve volgere di qualche anno – vale a dire da quando presero avvio le procedure burocratiche messe in piedi dalla Francia – dovettero abituarsi, in molti casi, allo stravolgimento dei loro nomi di battesimo. Così il caratteristico «Efisio» del Cagliaritano diventò un asettico e quasi impersonale «Ephise», al pari del glorioso «Salvatore» usato in ogni angolo dell’isola trasformato nel quasi incomprensibile «Sauveur». Passi pure per la “francesizzazione” dei nomi di battesimo e per la disinvolta interpretazione dei cognomi da parte dei funzionari d’oltralpe. Ma quando si arriva alle località di provenienza non si può che sorridere per la faciloneria, talvolta grottesca, con la quale le stesse vennero trascritte negli elenchi dei naturalizzati. Probabilmente anche per colpa degli stessi migranti isolani che non essendo proprio acculturati (molti erano addirittura semianalfabeti) si esprimevano prevalentemente in limba, come testimonia l’espressione «Cerargino», che sta a indicare come luogo di nascita, Selargius, alle porte di Cagliari. Difficile pertanto credere che un qualsivoglia gendarme o funzionario francese possa aver utilizzato di sua sponte quella definizione.

  2. 13 Aprile 2011 a 15:15 | #2

    da La Nuova Sardegna on line, 13 aprile 2011
    Rapina alla prostituta, il secondo tunisino denunciato dagli altri profughi (Giuseppe Centore): http://lanuovasardegna.gelocal.it/sardegna/2011/04/13/news/rapina-alla-prostituta-secondo-tunisino-denunciato-dagli-altri-profughi-3934234

  3. 12 Aprile 2011 a 16:16 | #3

    come in un crescendo rossiniano, i titoli di oggi (12 aprile 2011) de L’Unione Sarda salgono ancora di tono: in 1^ pagina “A Cagliari allarme per i tunisini”, in 3^ pagina “Tunisini: molestie, risse, rapine. Lucciola rumena aggredita, a Cagliari è allarme violenza” e ancora “Comprano, ma i soldi finiranno. Commercianti soddisfatti e con qualche dubbio: ‘come faranno dopo?’ I timori di donne e anziani”.
    http://www.unionesarda.it/Articoli/Articolo/219614

  4. 11 Aprile 2011 a 15:34 | #4

    alcuni bevono addirittura vino e birra :o

    da L’Unione Sarda, 11 aprile 2011
    Tunisini a spasso per i mercatini. La domenica cagliaritana di Samir e degli altri ragazzi in libera uscita dal campo di accoglienza. (Francesco Pinna)

    Samir Bahar ha ventitré anni e sino all’anno scorso voleva fare l’infermiere. Aveva già iniziato gli studi ed il praticantato all’ospedale di Tunisi, ma li ha interrotti la scorsa estate perché la famiglia non poteva più mantenerlo. L’italiano l’ha imparato guardando la televisione, ma ora sta cercando di raggiungere Lione, in Francia, dove già lavorano due suoi cugini.
    LIBERA USCITA. Ieri mattina, poco dopo le 10 assieme a Chadi e Mohammad (20 anni e 21 anni, che però non parlano una sola parola di italiano), è uscito tranquillamente dalla porta principale del centro d’accoglienza di viale Elmas a Cagliari, dove da mercoledì vive assieme a circa settecento connazionali. «Usciamo a fare un giro» ha detto agli uomini di guardia, «torniamo dopo». Un gesto con la mano ad un volontario, un sorriso e poi a piedi giù lungo via Simeto, dove nella notte qualcuno ha sistemato uno striscione con un ringraziamento ai cagliaritani. «Sono tutti molto gentili, ci stanno aiutando» racconta, accettando di essere accompagnato durante la passeggiata domenicale con gli amici, sotto un sole già estivo. «Qui non fa tanto caldo, da noi a Tunisi siamo già a trenta gradi» sorride, «il nostro viaggio in barca è durato dieci ore e abbiamo pagato circa 300 euro. Da noi non c’è lavoro: prima si poteva lavorare nei cantieri edili perché c’erano molti villaggi per i turisti in costruzione. Ora, invece, è tutto fermo e non ci sono più nemmeno i turisti». Sbucati in via Po, davanti all’ex mattatoio, c’è un affollatissimo mercatino degli ambulanti con bancarelle di frutta e verdura, ma soprattutto oggetti usati e un po’ di vestiario. «Mi sono rimasti 80 euro» svela, «ma mi devono bastare per raggiungere i miei familiari, altrimenti mi prenderei una scheda telefonica nuova per il cellulare, perché qui in Italia la mia non funziona. Molti altri (riferendosi ai suoi connazionali, ndr) stanno spendendo soldi, comprando vino e birra, ma così non va bene».
    CELLULARI. Un giro veloce tra i venditori (i due amici si fermano più volte davanti alla bancarella di un giovane che vende anche delle radioline), ma alla fine nessuno compra nulla. «Ci sono altri bazar?» chiede Samir ad un cagliaritano, sentendosi rispondere che c’è quello di piazza del Carmine: «È ancora presto per rientrare, magari lì trovo una scheda telefonica per il telefonino cellulare». Mancano una manciata di minuti a mezzogiorno quando i tre arrivano in piazza, dove vari ambulanti del mercatino stanno già smantellando dopo una mattinata di vendite. Tra questi, c’è anche qualche senegalese e nordafricano: i tre si avvicinano a loro, per cercare di trovare una sim-card funzionante a poco prezzo, ma alla fine devono rinunciare. «Speriamo di avere il permesso di soggiorno presto» sospira Samir, «gli italiani sono gentili, ma al centro ci sono alcune persone pericolose. Sono già due notti che c’è chi litiga e beve. Noi stiamo lontani, ma bisogna stare attenti». Un saluto, poi i tre rimangono a girare in centro città, tra via Roma e viale Trieste, mentre nell’ex deposito dell’aeronautica di viale Elmas arriva il furgone della mensa e si inizia a distribuire i pranzi.
    All’esterno, alcuni cartelli scritti a mano indicano il punto di raccolta per le buste e i pacchi con abbigliamento e altra merce che i cagliaritani stanno donando, in una continua gara di solidarietà.
    ARRIVA LA BIRRA. Poco prima delle 15, quando già le radioline di molti volontari e qualche vigilante erano sintonizzate per ascoltare la partita del Cagliari, dalla solita breccia nel muro di cinta che in questi giorni ha permesso l’incessante viavai dei settecento immigrati, cinque tunisini hanno fatto entrare nel centro una ventina di bottiglie di birra e qualcuna di liquore. «Bere alcol non è contrario alla nostra religione» si giustifica Karim Hussef, trent’anni già fatti, uno dei tunisini più grandi d’età del gruppo che ha già vissuto a lungo in Italia, «è come per voi italiani: alcuni sono più osservanti alla fede, altri di noi sono cresciuti con le regole occidentali. Ma qui, la sera, in tanti fanno le preghiere». E i soldi per comprare le birre? «Li abbiamo messi un po’ tutti» conclude «queste ora le dividiamo in tanti, mica sono solo per noi. Oggi poi c’è caldo, sembra di stare a casa».

  5. 11 Aprile 2011 a 15:27 | #5

    da La Nuova Sardegna on line, 11 aprile 2011
    Profughi, rapina una prostituta, tunisino arrestato a Cagliari. Uno dei tunisini ospitati nel centro di accoglienza di Elmas è stato arrestato con l’accusa di avere rapinato una prostituta. Nell’episodio sono coinvolti altri due immigrati che sono riusciti a scappare: http://lanuovasardegna.gelocal.it/sardegna/2011/04/11/news/profughi-rapina-una-prostituta-tunisino-arrestato-a-cagliari-3918601

    litigi fra tunisini:

    * http://www.unionesarda.it/Articoli/Articolo/219547
    * http://lanuovasardegna.gelocal.it/sardegna/2011/04/10/news/tensione-tra-i-tunisini-ospitati-nell-ex-caserma-due-accoltellati-3909567

  6. Claudia
    10 Aprile 2011 a 22:10 | #6

    Parlare di giornali e giornalisti, in questo periodo storico, mi sembra eccessivo. Possiamo parlare di organi di partito o di affinità imprenditoriali e, allora, tutto si spiega, si spiega la negazione dei fatti, l’interpretazione della realtà, l’omissione di alcune verità. Fino a quando avremo un uomo che oltre a governare politicamente un Paese lo governa anche mediaticamente, attraverso giornali e televisioni, tutto sembrerà lecito e normale.

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