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Calamità “innaturale” di Capoterra, autunno 2008: 11 indagati.

alluvione, Capoterra, 2008

alluvione, Capoterra, 2008

La Procura della Repubblica presso il Tribunale di Cagliari, coadiuvata dal nucleo investigativo del Corpo forestale e di vigilanza ambientale, ha chiuso le indagini sulla calamità innaturale dell’autunno 2008 nel territorio comunale di Capoterra: indagate 11 persone, fra cui il sindaco Giorgio Marongiu, funzionari tecnici del Genio civile (Sergio Virgilio Cocciu, Raffaella Serra, Antonio Deplano, Giambattista Novella), della Protezione civile (Sergio Carrus) e del Comune di Capoterra (Italo Deiana), l’allora presidente (Giovanni Calvisi) e responsabile della sicurezza (Giampaolo Cilloccu) della Cooperativa Poggio dei Pini, un impresario (Ettore Corongiu) e un progettista (Enrico Montaldo). Prosegui la lettura…

Dissesto idrogeologico a Capoterra, quanti padri ignoti.

Il nefasto annullamento dei Piani territoriali paesistici ci fece trovare privi di paracadute la notte del 31 dicembre del 2003. Il congelamento delle proposte edificatorie era infatti legato ai Ptp.  Così aveva parlato nei tragici giorni dell’autunno 2008 il sindaco di Capoterra Giorgio Marongiu, quasi per giustificare l’alluvione di cemento sulla piana e sui fiumi capoterresi.  Alluvione di metri cubi che aveva determinato l’alluvione di quei troppi corsi d’acqua che si sono ripresi violentemente lo spazio rubato loro con prepotenza dalla speculazione edilizia con l’aiuto determinante di una pianificazione urbanistica disegnata su misura.   

alluvione, Capoterra, 2008

alluvione, Capoterra, 2008

 ”

 

Non aveva detto che quei piani territoriali paesistici – P.T.P. vennero annullati (1998, 2003), su ricorso degli Amici della Terra, dai Giudici amministrativi perché accoglievano affettuosamente proprio miriadi di Prosegui la lettura…

La spiaggia La Cinta (San Teodoro) dopo l’alluvione.

La Cinta, controcorrente

Chioschi ed aree attrezzate a Mare Pintau?

Niente pace a Mari Pintau, ora è il turno delle ruspe!

Come ti “costruisco” una sciagura prossima ventura. A Capoterra, tanto per cambiare.

E tre, in un mese e mezzo. Calamità innaturali continue.

29 Novembre 2008 Commenti chiusi

Capoterra, speculazioni non solo sul territorio, anche sui rimborsi.

La “capitale del Mediterraneo” rischia una nuova pesante “calamità innaturale”.

Sardegna, “calamità innaturale” continua.

Mari Pintau, dall’estate cafona all’autunno alluvionato.

Quando un sindaco non la racconta tutta.

Arriverà un po’ di giustizia per il disastro innaturale di Capoterra ?

Storia di una “calamità innaturale” annunciata, Capoterra.

Alluvione nel Cagliaritano, la solita “calamità innaturale”.

L’alluvione della Val Pellice.

 

Tra il 27 e il 30 Maggio 2008 la zona occidentale del Piemonte veniva colpita da piogge molto intense, che andavano a interessare un territorio che nelle settimane precedenti aveva già visto cadere una quantità d’acqua superiore alla norma. I dati pluviometrici registrati in quei giorni dalla rete dell’ARPA Piemonte mostrano quantitativi di pioggia particolarmente elevati in alcune valli delle Alpi Graie e Cozie (val Pellice, Val Germanasca, Val Chisone, Valli di Lanzo) e soprattutto intensità orarie (pioggia caduta in un’ora) particolarmente elevate nella mattinata del 29. I tempi di ritorno dell’evento (ossia la distanza temporale tra eventi di quella entità prevista usando tecniche statistiche, in pratica ogni quanti anni c’è da attendersi che si verifichino fenomeni con quelle caratteristiche) variano da 20 a oltre 50 anni a seconda delle vallate. La zona più colpita è stata quella della Val Pellice. In sole 24 ore il pluviometro posto in località Bobbio Pellice registrava ben 312 mm di pioggia (che significano 312 litri d’acqua per ogni metro quadro di terreno). Considerando l’intervallo temporale 27-30 Maggio il totale ammontava a 426mm. Questo quantitativo rappresenta la piovosità media annuale di Cagliari.

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Alluvione di rifiuti a Napoli.

L’alluvione di Firenze, 40 anni or sono…..

30 Ottobre 2006 Commenti chiusi


In questo periodo, nel 1966, Firenze venne travolta dall’Arno. Volontari e solidarietà da tutto il mondo vinsero una drammatica corsa contro il tempo per salvare un patrimonio storico-artistico unico. E’ e rimane un esempio di quello che possiamo e dobbiamo fare per la nostra Terra.

Gruppo d’Intervento Giuridico

A.N.S.A., 29 ottobre 2006

QUARANTA ANNI FA L’ALLUVIONE DI FIRENZE

FIRENZE – Sono passati 40 anni dal 4 novembre del 1966, quando la furia del fiume mise in ginocchio Firenze in poche ore. Dalle 5 del 3 novembre, per 18 ore consecutive, caddero sul capoluogo e sul territorio provinciale (per un totale di 9.000 chilometri quadrati) 20 centimetri di pioggia.

Sotto i ponti di Firenze passarono oltre 400 milioni di metri cubi d’acqua e, nella notte del 4 novembre, l’Arno straripo’. I fiorentini si svegliarono sommersi dal loro fiume e, nonostante i molteplici gesti eroici che si consumarono durante la piena, le vittime furono 29. L’acqua e il fango penetrarono ovunque, nelle chiese, nei musei, nelle biblioteche danneggiando irreparabilmente un ingente patrimonio d’ arte di inestimabile valore.

Comincio’ cosi’ la corsa per cercare di salvare il salvabile e per aiutare la citta’ in ginocchio. Determinante fu l’aiuto di migliaia di volontari da tutta Italia e da tutto il mondo, i cosiddetti ”Angeli del fango”.

CON ‘ARNUS ’06′ AL VIA CELEBRAZIONI
Con l’esercitazione della protezione civile “Arnus 2006″, che si svolge oggi a Firenze, si sono aperte le iniziative per ricordare il 40/o anniversario dell’alluvione. Centinaia di persone, appartenenti a tutte le strutture e forze operative operanti nel Comune, si sono mobilitate per far fronte ad una simulata esondazione di due torrenti.

Oggi la città è certamente più pronta che in passato a far fronte ad emergenze di questo tipo, ma il 4 novembre del 1966, la furia del fiume la mise in ginocchio in poche ore. A Firenze arrivarono migliaia di volontari da tutto il mondo, i cosiddetti “Angeli del fango” ora tra i tanti protagonisti delle manifestazioni che sono state organizzate in questa settimana per ricordare il 40/o anniversario.

Oltre 2.000 ex “angeli” saranno a Firenze il 4 novembre per ricordare quel momento: assieme a loro sono attesi il senatore Ted Kennedy, il vicepremier Francesco Rutelli, i ministri per l’Ambiente Pecoraro Scanio e quello per i rapporti con il Parlamento Vannino Chiti, il direttore della protezione civile Guido Bertolaso. Fra gli oltre 100 eventi in programma, numerosi sono quelli rivolti al mondo dell’ arte come la mostra fotografica di David Lees (dal 3 al 7 novembre nella sala d’Arme di Palazzo Vecchio) e la presentazione del restauro della decima formella della Porta del Paradiso del Ghiberti (il 3 novembre al Museo dell’ Opera del Duomo).

Il 4 novembre sarà il giorno del ricordo: lo aprirà la messa in Duomo celebrata dal cardinale Ennio Antonelli e lo chiuderanno la ‘Petite messe solemnelle’, eseguita dai solisti del Maggio musicale fiorentino diretti dal maestro Giuseppe Mega, e il recital di Marco Paolini, Sandro Lombardi e Anna Meacci al Teatro Verdi.

Il 5 novembre verrà proiettato nel Salone dei Cinquecento il film documentario ‘Alluvione di Firenze’ di Franco Zeffirelli e il 6 novembre, al Teatro Puccini, il cortometraggio ‘Firenze alluvionata’ di Flavio Carbone. Il 7 novembre verrà inaugurata l’esposizione al Museo dell’Opera in Santa Croce delle opere danneggiate e restaurate dall’Opificio delle Pietre Dure, e l’11 novembre arriveranno i sindaci di New Orleans (questi porterà una jam session nel quartiere di San Lorenzo), Dresda, Budapest e Venezia per la firma dell’accordo sulla salvaguardia dell’ambiente (nel Salone dei Duecento).

A chiudere le manifestazioni, nella basilica di Santa Croce, l’esecuzione della ‘Nona’ di Beethoven. Per l’ occasione i ponti dell’ Arno saranno illuminati con luce diverse.

‘COSI’ SALVAMMO IL CRISTO DI CIMABUE’

A 40 anni di distanza il simbolo dell’ alluvione di Firenze e della resurrezione della città è ancora il Cristo del Cimabue (1240-1302) che acqua e fango avevano quasi sommerso completamente nel cenacolo di Santa Croce, ma che un restauro difficile, guidato dal professor Umberto Baldini, fece rinascere. Il livello dell’ acqua del 4 novembre 1966 raggiunse i sei metri in città e il complesso religioso che custodiva l’ opera non fu risparmiato.

Dal legno medievale inzuppato di umidità (arrivata al 147%) si era staccato il 70% della pittura e le gravi lacune impedivano una valida lettura dell’ opera. Il disastro, ad un primo momento, aveva due soluzioni: il deposito di quanto rimaneva dell’ opera in uno scantinato della soprintendenza fiorentina e, per chi si accontentasse, le fotografie scattate in precedenza. Invece, il Cristo risorse in modo fedele alle intenzioni del suo autore. Merito di un restauro innovativo da cui scaturì un metodo, ‘l’ astrazione cromatica, che per interventi di questa gravità ha fatto scuola nel mondo e che per la prima volta venne applicato sul campo.

“Fu un lavoro di recupero graduale in cui ci guidò la potenza espressiva di quanto rimaneva dell’ opera originale e che non si faceva ignorare”, ricordano oggi Ornella Casazza e Paola Bracco, all’ epoca giovani restauratrici chiamate ad intervenire nel laboratorio di restauro della Fortezza. Era l’ ultima, decisiva fase, che va dal 1975 al 1976, l’ anno in cui, finalmente, il crocifisso venne riconsegnato alla basilica dopo il restauro. Quella che si preannunciava come una missione impossibile diventò un successo.

“Il Cristo di Cimabue – racconta Ornella Casazza, oggi direttrice al Museo degli Argenti di Palazzo Pitti – poteva finire in un deposito, oppure diventare osservabile come era rimasto, cioé con solo il 30% della pittura che si era salvata, oppure si poteva, grazie alle immagini che avevamo, realizzare una pittura uguale a quello originale cioé fare un falso, un Cimabue-Casazza-Bracco che non avrebbe avuto senso”. “Invece – prosegue la studiosa – la potenza del colore e dell’ espressione era tale da indurci a cercare una soluzione per rendere una visione dell’ opera fedele all’ intenzione dell’ autore”. Così nacque l’ ‘astrazione cromatica’. Lievi pennellate di collegamento da una zona superstite all’ altra permisero di ricomporre le lacune rispettando la visione di chi osserva. Fu questa la soluzione scelta e il colore usato era il risultato della media dei colori dell’ originale.

“Agimmo con un pennellino finissimo – racconta con rinnovato entusiasmo Ornella Casazza – e collegammo le parti rimaste in migliori condizioni alle lacune maggiori. Erano tratti debolissimi e finissimi che non dovevano assolutamente urtare l’ originale ma condurre l’ occhio a cogliere nell’ insieme ciò che Cimabue ci voleva trasmettere. Considerate le condizioni di rovina dovevamo interpretare e restituire all’autore ciò che egli aveva voluto che si cogliesse della sua opera”.

“In modo intuitivo – spiega Paola Bracco che è ancora oggi uno dei ‘pilastri’ del laboratorio di restauro dell’ Opificio delle Pietre Dure – avevamo applicato una legge dell’ ottica. Ce lo riconobbero alcuni fisici che esaminarono il crocifisso nei tempi successivi alla riconsegna. Questo restauro fu una pietra miliare anche per il tipo di approccio. Prima non c’ era l’ analisi delle grandi lacune. Dovemmo analizzare il rimanente e trovare un collegamento che non fosse imitazione di una situazione sul dipinto provocata dall’ evento, dal trauma. Riuscimmo a legare le parti sanificate a quelle perdute”.

Chi, dopo il restauro, guarda la tavola a croce nel suo insieme percepisce una visione simile a quella precedente al danneggiamento e tale da trasmettere la sofferenza del Cristo. Questo è un elemento centrale perché il Cristo di Cimabue, risalente alla fine del ’200, e’ riconosciuto dagli storici dell’ arte come elemento di rottura della tradizione gotico-bizantina e di avvio della grande stagione della pittura fiorentina e italiana. Papa Paolo VI, visitando Firenze alluvionata, parlò dell’ opera di Cimabue come della “vittima più illustre”. Oggi il crocifisso superstite dell’ alluvione si erge alla stessa altezza di 40 anni fa ma è protetto da un congegno a carrucola che, nel caso di nuova esondazione, lo fa alzare fino al tetto mettendolo in salvo.

(foto da mailing list culturale)

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