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Post Taggati ‘morte’

Ancora soldati italiani morti in Afghanistan.

E' guerra, ma sottovoce..per non disturbare...

Sono ormai 34 i soldati italiani morti nella guerra non dichiarata in Afghanistan.  Si conoscono i loro nomi, ma non si conoscono bene i motivi per cui  sono morti e l’Italia è impegnata da anni in un conflitto armato senza fine. Sì, certo, forti ragioni umanitarie per creare le condizioni di un decente vivere civile in un Paese martoriato da decenni.  Ma soprattutto ragioni strategiche dell’alleato U.S.A. Almeno un po’ di ipocrisia di Stato dovrebbe venir meno…

Gruppo d’Intervento Giuridico

A.N.S.A., 9 ottobre 2010

Afghanistan: quattro italiani uccisi, un ferito. Un quinto e’ ferito ed e’ in gravi condizioni. Prosegui la lettura…

Morire nel deserto. Un po’ grazie anche all’Italia.

         

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Morte per una “canna”.

Pena di morte, il primato della Cina.

 

La Cina è un Paese in grande crescita e detiene, anche quest’anno un triste primato, relativo al numero di esecuzioni capitali: 5.000, di cui 13 minorenni, nel 2008 e, per agevolare i paesi lontani dalle città, ha creato anche la pena di morte a domicilio, eseguita all’interno di un autobus che gira per tutto il Paese. Seguono, ai primi posti, l’Iran, l’Arabia Saudita, la Corea del Nord, gli Stati Uniti. Fortunatamente, alcuni Stati, come il Togo, il Burundi, il New Mexico, hanno deciso di abbandonare la pratica della pena di morte.

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Un testamento biologico.

Basta ! Lasciatela in pace !

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Impiccagione a metà, barbarie totale.

La Corte di cassazione sulla “non vita”, per Eluana.

L’impossibilità di morire ?

Un’esecuzione a un euro.

Lasciatela morire in pace.

Approvata dall’O.N.U. la moratoria sulla pena di morte !

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La risoluzione contro la pena di morte andrà in discussione all’O.N.U.

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Pena di morte e Giustizia americana. Giustizia?

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Ora, almeno, riposa in pace.

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Pena di morte sì, pena di morte no…


Pubblichiamo un piccolo dossier sulla pena di morte e sull?ipotesi, avanzata dall?Italia, di moratoria internazionale con l?auspicio di poter stimolare qualche riflessione. Naturalmente interventi e commenti sono i benvenuti. Un ampio dossier è sul sito web dell?A.N.S.A. (www.ansa.it).

Gruppo d?Intervento Giuridico

A.N.S.A., 18 GENNAIO 2007

MORATORIA, SI’ UNANIME DAI MINISTRI DELLA GIUSTIZIA DELL’UE.

E’ un placet all’ unanimità quello che i ministri della Giustizia europei riservano alla proposta italiana del Guardasigilli Clemente Mastella affinché sulla moratoria della pena di morte i 27 Paesi Ue facciano risuonare all’unisono la propria voce nel palazzo di Vetro delle Nazioni Unite.

L’occasione per l’Italia di tornare a far pressing politico – parallelo al lavoro della diplomazia – è la riunione informale dei ministri della Giustizia e degli Interni europei, a Dresda (Germania), nel corso della quale il vicepresidente della Commissione Ue Franco Frattini propone di indire per il 10 ottobre prossimo la giornata europea contro la pena di morte. E, sempre in giornata, un altro segnale di appoggio all’iniziativa italiana viene da Strasburgo, dove sette degli otto presidenti dei gruppi del Parlamento europeo, che complessivamente rappresentano 758 deputati su 785, hanno sottoscritto una proposta di moratoria delle esecuzioni capitali da far approvare in sede di Onu. L’offensiva dell’Italia per fermare la mano del boia va dunque avanti.

“La posta in gioco è altissima, la nostra è una battaglia irrinunciabile per il progresso dell’umanità”, dice il Guardasigilli Mastella ai ministri europei all’indomani dell’atroce esecuzione del fratellastro dell’ex rais Saddam Hussein, e nel giorno in cui in Iran sono eseguite quattro impiccagioni mentre in Giappone vengono confermate due sentenze di condanna a morte. Mastella chiede ai colleghi di “contribuire a loro volta agli sforzi dei rispettivi governi” per sospendere le esecuzioni capitali nel mondo. Concordano il ministro della giustizia tedesco, Brigitte Zypries, e quello portoghese, Alberto Bernardes Costa, in rappresentanza, rispettivamente, dell’ attuale presidenza di turno europea e di quella futura. Nessuna obiezione e, quindi, secondo Mastella la proposta italiana si può dare per accolta all’unanimità. Ma trattandosi di un consiglio informale, i ministri riuniti a Dresda non hanno assunto alcuna deliberazione. Se ci saranno posizioni differenziate tra i paesi Ue sulla moratoria della pena di morte, non è escluso che emergeranno nel corso della riunione dei ministri degli esteri che si terrà a Bruxelles il prossimo 22 gennaio.

La strada è ancora lunga e in salita. Scottano ancora i fallimenti del 1994 e del ’99 in Assemblea generale delle Nazioni Unite. L’Italia non vuole commettere gli errori del passato: per una risoluzione sulla pena di morte servono numeri (97 voti favorevoli su 197 Paesi membri) che ora non ci sono. Meglio quindi limitarsi a proporre un dibattito. Lo sa bene un democristiano navigato come Mastella: “un passo alla volta: i voti vanno contati”. A colpirlo, oggi, durante il suo intervento a Dresda, è stata la coccarda appuntata sulla giacca del collega bulgaro (per la prima volta presente a un consiglio Gai) che ha così voluto richiamare l’attenzione sulla condanna a morte decisa dalla giustizia libica nei confronti di cinque infermiere bulgare e di un medico palestinese accusati di avere infettato con il virus dell’Aids centinaia di bambini libici.

NAPOLITANO: L’ITALIA CONTRARIA A OGNI PENA MORTE

Giorgio Napolitano si e’ fatto carico di esprimere lo sgomento e l’orrore con cui l’Italia tutta ha accolto la notizia dell’esecuzione di Saddam Hussein, impiccato all’alba. Lo ha fatto con una nota ufficiale del Quirinale, che esprime la piu’ netta ”contrarieta” alla scelta di far pagare sul patibolo le colpe riconosciute dai giudici.

”Interpretando i sentimenti profondi del popolo italiano e gli alti valori morali e giuridici della Costituzione,il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano conferma – si legge nella breve nota dell’ufficio stampa del Quirinale – la contrarieta’ del nostro Paese ad ogni sentenza di morte ed esecuzione capitale”.

Una presa di posizione misurata nel tono, ma dura nella sostanza. Non si cita il nome dell’ex dittatore iracheno, ne’ il soggetto a cui si vuol far sapere che l’Italia la pensa in un’altro modo. Non e’ necessario, servirebbe solo a rendere ancor piu’ aspra la contrapposizione. I capi di Stato devono contemperare il dovere di rappresentanza dei ”sentimenti profondi” del proprio popolo, con gli obblighi della diplomazia, che impone forma e senso di opportunita’. Contro l’esecuzione si erano mobilitati in tanti. Fra gli altri, l’Unione Europea, con il suo alto rappresentate Solana, il Vaticano.

Per l’Italia, il premier Romano Prodi, ieri sera aveva invocato pieta’ e saggezza, in nome della volonta’ di pace, e dopo l’esecuzione ha constatato con amarezza il prevedibile aumento della tensione in un’area gia’ cosi’ critica. In numerosi Paesi esponenti politici e di governo hanno espresso considerazioni analoghe a quelle di Prodi, mentre i capi di Stato sono rimasti in silenzio. Formalmente, lo ha fatto anche Napolitano, ma quella nota la dice lunga sul suo intimo convincimento.

La propria contrarieta’ alla pena di morte, Napolitano l’aveva manifestata lo scorso settembre con un messaggio di adesione alla Festa della Toscana, istituita dalla Regione per ricordare, il 30 novembre di ogni anno, la storica ricorrenza dell’abolizione della pena di morte e della tortura, avvenuta il 30 novembre 1786, da parte del Granducato di Toscana, primo Stato al mondo a farlo. Una contrarieta’ radicata nell’art. 26 della Costituzione (”Non e’ ammessa la pena di morte, se non nei casi previsti dalle leggi militari di guerra”) e in campagne di alto valore morale e politico per la moratoria delle esecuzioni in tutto il mondo, di cui l’Italia e’ stata protagonista di primo piano e alle quali il predecessore di Napolitano, Carlo Azeglio Ciampi, ha dato adesione piena e incondizionata, definendo la pena di morte indegna di un paese civile. Fra l’altro, dopo la condanna, Ciampi chiese esplicitamente alla Turchia di non giustiziare Ocalan, di rispettare le grandi tradizioni del cristianesimo e dell’ umanesimo che sono alla base della nostra cultura.

USA: 30 ANNI FA RIPRESERO LE ESECUZIONI

Sono trascorsi 30 anni esatti da uno dei più clamorosi ‘passi indietro’ della storia americana: l’esecuzione nello Utah del condannato a morte Gary Gilmore dopo dieci anni in cui l’applicazione della pena capitale era stata sospesa. Un decennio di speranze poi risultate vane. Alle otto del mattino del 17 gennaio 1977 il plotone era schierato: cinque uomini, cinque armi, una carica a salve per lasciare l’illusione che qualcuno potesse non aver esploso il colpo mortale. Il condannato era dietro un vetro con un bersaglio appuntato sul petto.

E le sue ultime parole passarono alla storia: “Facciamolo!” (Let’s do it), disse. La Corte Suprema degli Stati Uniti aveva reintrodotto la pena di morte pochi mesi prima della controversa esecuzione avvenuta nel penitenziario di Salt Lake City. Con la sentenza della Corte Suprema del 1976 l’America tornava ad uccidere legalmente con iniezioni letali, sedia elettrica, camera a gas, impiccagione o fucilazione. Una decisione che è ancora in vigore a tutt’oggi nonostante l’aumento progressivo delle polemiche sulla legittimità delle esecuzioni.

Gilmore, 36 anni, pregiudicato e in libertà vigilata, era stato condannato per l’omicidio del manager di un motel in una cittadina dello Utah. Fu ed è un caso emblematico per alcuni risvolti della giustizia americana. Non solo Gilmore fu il primo giustiziato dopo la reintroduzione della pena capitale, ma si batté affinché tra la condanna e l’esecuzione trascorresse meno tempo possibile. Riuscì nel suo intento.

La sentenza fu eseguita solo sei mesi dopo l’omicidio grazie alla determinazione dello stesso condannato nel non avvalersi di appelli e ricorsi tipici del sistema giudiziario americano e che, secondo alcuni, fanno di questo una “ruota della fortuna legalizzata” nella definizione dello scrittore Truman Capote. Da allora negli Stati Uniti il boia non si è più fermato e in 28 anni e 11 mesi si è raggiunta quota 1.000 nel numero dei giustiziati, per un totale di 38 dei 50 stati dell’Unione in cui la pena di morte è legale: a passare anche lui alla storia, il due dicembre 2005, fu Kenneth Boyd, condannato per omicidio e morto in un penitenziario della Carolina del Nord dopo un’iniezione letale.

GERARCHI AL PATIBOLO IN IRAQ, CAPPIO DECAPITA AL TAKRITI

La condanna a morte inflitta a due coimputati di Saddam Hussein nello stesso processo che ha già portato al patibolo l’ex presidente iracheno è stata infine eseguita all’alba di oggi: in questo caso i diritti dei condannati “sono stati rispettati”, hanno detto le autorità irachene, anche se per uno di essi, forse a causa dell’ inesperienza del boia, l’impiccagione si è accidentalmente tramutata in decapitazione. I due ex gerarchi – Barzan al Tikriti e Awad al Bandar – sono stati messi a morte nello stesso luogo dove il 30 dicembre è stato impiccato Saddam Hussein, un edificio che ai tempi del regime ospitava la sede dei servizi di informazione militari. Tutti e due indossavano la tuta arancione dei condannati e, come l’ex dittatore, hanno rifiutato il cappuccio nero sulla testa, che poi hanno però dovuto accettare perché imposto loro dal boia.

“Sono innocente”, ha urlato Barzan salendo al patibolo, secondo quanto ha raccontato Jaafar al Moussawi, il pubblico ministero del processo che il 5 novembre si è concluso con le tre condanne a morte e con la condanna all’ergastolo per l’ex presidente Taha Yassin Ramadan. Awad al Bander, negli ultimi attimi della sua vita, ha invece scandito “Allah Akbar”. Le due impiccagioni sono avvenute contemporaneamente, ma mentre quella di al Bandar si è svolta regolarmente, ad al Tikriti il cappio ha staccato di netto la testa. Alcuni giornalisti selezionati dalle autorità irachene hanno potuto vedere il filmato girato “per documentazione”, e hanno raccontato che nelle immagini prima dell’esecuzione si vedono i due condannati tremare di paura. Poi si può vedere mentre viene messa loro la corda attorno al collo, e poi le due botole che si aprono contemporaneamente. E ancora, il corpo di al Bandar che dondola appeso alla forca, mentre quello di al Tikriti e in terra, decapitato, con la testa rotolata ad alcuni metri di distanza. In una conferenza stampa il portavoce governativo Ali Debbagh ha voluto ribadire più volte che durante l’esecuzione “non ci sono state violazioni”, che “tutto si è svolto in maniera perfettamente ordinata”.

Il fatto poi che la testa di Barzan Ibrahim al Tikriti si sia “separata dal corpo” è “un evento raro”, ma che può succedere. Accanto a Debbagh c’era anche un consigliere del premier Nuri al Maliki, Bassan al Hussein, che in inglese ha definito “l’incidente” come un evento naturale, che è in fondo “un atto di Dio”. Anche al Hussein ha sottolineato che la gazzarra che c’é stata durante l’impiccagione di Saddam Hussein non si é ripetuta. Questa volta erano presenti solo “un numero limitato di rappresentanti di un comitato responsabile di eseguire la condanna”, oltre a due magistrati e un medico, che hanno dovuto impegnarsi per iscritto a non lasciarsi andare a esclamazioni o a manifestazioni di alcun tipo. Prima dell’esecuzione ai due condannati sono state lette le motivazioni della sentenza con cui sono stati giudicati colpevoli di crimini contro l’umanità, in merito alla strage di 148 sciiti del villaggio di Dujail compiuta nei primi anni ’80 per vendetta dopo un fallito attentato del 1982 all’allora presidente Saddam Hussein.

Barzan al Tikriti, fratellastro dell’ex presidente, è stato tra il 1979 e il 1983 capo dei servizi segreti, per poi diventare ambasciatore dell’Iraq presso le Nazioni Unite a Ginevra. Awad al Bander era invece all’epoca dei fatti presidente del tribunale rivoluzionario, che celebrò una serie di processi farsa agli oppositori del regime – compreso quello a molte delle 148 vittime di Dujail – conclusi per la maggior parte dei casi con condanne a morte. Entrambi saranno sepolti ad Awja, il villaggio alle porte di Tikrit dove è nato e dove il 30 dicembre è stato sepolto anche Saddam Hussein. Mentre la Casa Bianca ha affermato che il governo iracheno “applica la giustizia”, le autorità Usa a Baghdad non hanno voluto commentare l’impiccagione dei due condannati. “E’ stato un processo iracheno, una decisione irachena e una esecuzione irachena”, si è limitato a dire l’ambasciatore americano Zalmay Khalilzad.

IN GIAPPONE SI CONTINUA A CONDANNARE

Il boia giapponese ha ritirato fuori la corda e il nuovo ministro della Giustizia, l’ultraconservatore Jinen Nakase, non dovrebbe fargli mancare il sapone. Con Nakase, uno stretto collaboratore del premier Shinzo Abe, è ora finita una moratoria nelle esecuzioni che era informalmente in vigore dal settembre 2005 per gli scrupoli di coscienza del suo predecessore, il fervente buddhista Seiken Sugiura.

In Giappone, infatti, è il Guardasigilli a dover controfirmare l’ordine di esecuzione proveniente dai giudici della Corte Suprema (che però come la Cassazione in Italia si pronunciano solo sugli aspetti di correttezza giuridica dei precedenti processi di primo e secondo grado). Ad avere salito tutti e tre i gradini prima del patibolo ci sono una novantina di detenuti, una cifra primato cui è prevedibile si aggiungano presto altri 25 condannati in secondo grado dall’inizio dello scorso anno.

Gli ultimi sono stati oggi due ‘balordi’ della provincia meridionale di Fukuoka, che nel 2002 avevano ucciso due vecchietti per derubarli: avevano sperato di confondere le tracce incendiando l’abitazione, ma hanno commesso così un crimine considerato particolarmente grave in un Giappone ancora devoto delle case in legno.

Generalmente la pena capitale è inflitta nell’Arcipelago solo nel caso di delitti assai efferati: è il caso del santone Shoko Asahara, capo della setta che nel 1995 lanciò un micidiale attacco terroristico con gas nervino nella metropolitana di Tokyo. Alle impiccagioni, che avvengono in un giorno non preannunciato, non sono ammessi testimoni esterni e le autorità nipponiche declinano invariabilmente qualsiasi richiesta giornalistica di presenziare all’esecuzione o di intervistare le autorità competenti.

Nakase, in particolare, non ha accettato di fare alcuna dichiarazione dopo le prime quattro impiccagioni del suo mandato, avvenute proprio a Natale, una data che in Giappone è feriale ma che ha urtato non poche suscettibilità religiose. Anche il nunzio apostolico a Tokyo, l’arcivescovo Alberto Bottari de Castello, si è mostrato scosso in proposito manifestando “sorpresa e dolore”.

E’ una coincidenza di date, ha detto all’ANSA il prelato, che va considerata certamente casuale ma non può non essere oggetto di puntualizzazioni con le autorità nipponiche a occasione data. Di recente anche l’Ue ha compiuto passi per sensibilizzare contro la pena di morte i dirigenti giapponesi, la cui inerzia ha però un sostanziale fondamento: l’opinione pubblica, che in tutti i sondaggi si è mostrata favorevole per oltre due terzi al mantenimento della pena di morte in tutti i casi più gravi di omicidio.

(foto da mailing list umanitaria)

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Minacce di morte ad un ecologista….

1 Febbraio 2006 Commenti chiusi


MINACCE DI MORTE CONTRO ROBERTO GIURASTANTE SEGRETARIO DEGLI AMICI DELLA TERRA TRIESTE

Trieste 29.01.2006 – Un ulteriore atto intimidatorio è stato portato nei confronti degli Amici della Terra di Trieste. Minacce di morte rivolte contro il segretario dell¹Associazione ambientalista Roberto Giurastante sono comparse all¹interno di un centro commerciale nel quale gli Amici della Terra avevano organizzato un’assemblea pubblica per discutere con i cittadini di un progetto ad elevato impatto ambientale sostenuto dal Comune di Trieste e dalla Regione Friuli Venezia Giulia che stravolgerebbe una delle ultime periferie verdi della città giuliana. Le minacce di morte seguono i numerosi atti intimidatori di cui è rimasto vittima il segretario degli Amici della Terra di Trieste, uno degli ambientalisti dell¹Associazione più direttamente impegnato nelle inchieste sul sistema di smaltimento illecito dei rifiuti con connessioni nazionali e internazionali che hanno devastato il territorio della Provincia di Trieste, e in quelle che riguardano i cartelli che controllano gli appalti per i lavori pubblici. Roberto Giurastante è, tra l’altro, l’autore della denuncia che ha portato recentemente al sequestro del terrapieno/discarica di Barcola. L’Associazione, di fronte all’incremento del rischio per le attività svolte, aveva già provveduto nel marzo del 2005 ad informare della delicata posizione di quattro propri rappresentanti, tra i quali il segretario Roberto Giurastante, il Ministero dell¹interno e la D.I.A. (Direzione Investigativa Antimafia).
Piena solidarietà a Roberto Giurastante da parte del Gruppo d’Intervento Giuridico e degli Amici della Terra della Sardegna.

(foto A.d.T.)

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Stagione di caccia, stagione di morte…..

31 Gennaio 2006 Commenti chiusi


Il 30 gennaio è terminata la stagione di caccia. Ma il bracconaggio resta incontenibile in diverse aree del Paese, con il corollario di decine di morti e feriti per ?incidenti? con armi da caccia e di circa 100 milioni di animali selvatici abbattuti. Con la fine della legislatura svanisce alla Camera dei Deputati il penoso tentativo di indebolire le sanzioni ai bracconieri, diminuire le specie protette e dilatare la stagione venatoria.

Al tramonto di lunedì 30 gennaio si è conclusa la stagione di caccia 2005-2006. I cacciatori italiani sono passati dai 2 milioni degli anni ?60 del secolo scorso ai 680.000 di oggi: un?attività ormai oggetto della diffidenza quando non del disprezzo della maggioranza degli Italiani, di scarso interesse per i giovani d?oggi, cerca di sopravvivere ai propri errori invocando assurde “deregulations” anziché concorrere alla tutela del patrimonio faunistico.

I dati della stagione di caccia ora terminata attestano una sequenza impressionante di fatti di sangue in incidenti di caccia: 37 morti e 83 feriti per soli episodi correlati all?impiego di armi da fuoco, tra questi 15 persone non cacciatori, recatisi nei boschi o in campagna per altre attività, e rimaste vittime della caccia (1 morto e 14 feriti).

Anche l?alto numero di cacciatori colpiti da infarto nella zone di caccia mentre vagavano con armi cariche dimostra la frettolosità degli esami medici per il rinnovo delle licenze, e l?inadeguatezza del decreto del Ministero della Salute del 26 aprile 1998 sui requisiti psicofisici per esercitare la caccia, che nulla prescrivono in caso di malattie cardiovascolari o propensione all?alcolismo. Non è garantito che maggior rigore venga prestato al preliminare accertamento di turbe psichiche, perlomeno questo obbligatorio, stante l?alto numero di tragedie avvenute nel 2005 connesse all?uso a fini di violenza privata di armi da caccia.

I dati completi sul sito : www.abolizionecaccia.it

Nel frattempo – con la fine della legislatura – si arena, per fortuna, dopo diffuse e vibrate proteste, l?iter parlamentare, in Commissione Agricoltura della Camera dei Deputati, di un testo unificato di 12 proposte di legge cosiddette ?spara-tutto?, sostenute in particolare da un piccolo gruppo di deputati di A.N. e Lega, noti estremisti della doppietta ?sempre, ovunque, e comunque?. Il testo unificato, rimasto in soffitta, contemplava la depenalizzazione del bracconaggio nei parchi e nelle oasi faunistiche, della caccia di frodo in periodi vietati, della crudele uccellagione con le reti, e proponeva addirittura di trasformare in sanzione amministrativa il reato di sparo dagli autoveicoli !

L?insufficienza dell?attività di vigilanza non riesce ancora a contrastare alcune grandi sacche di bracconaggio, come nella provincia di Brescia, nei laghi costieri pugliesi, in alcune zone della Sardegna e nelle lagune venete, compreso in special modo il Delta del Po, dove il 30 gennaio scorso si è svolta a Pila (RO) una manifestazione delle associazioni per la tutela della fauna, che chiedeva di mettere fine alla lucrosa e dilagante caccia di frodo con armi illecite senza limitazioni di colpi e l?esasperato uso dei proibiti richiami acustici a funzionamento elettromagnetico, con conseguenti mattanze di decine di migliaia di uccelli acquatici.

Lega per l’Abolizione della Caccia

(foto L.A.C.)

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