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Appello per la tutela delle coste e dei beni ambientali sardi

Una proposta di legge urbanistica da rivedere profondamente.

Referendum contro la legge salva-coste, inutile buffonata.

Approvati altri piani di gestione delle aree S.I.C.

Proposta di legge urbanistica regionale sarda, da approfondire e modificare.

Il P.P.R. in vetrina al Consiglio d’Europa, il progetto Janas supera la procedura di V.I.A.

Un bel passo in avanti per la rete ecologica regionale.

Piano regionale sulla gestione dei rifiuti, valutazione ambientale strategica.

Referendum sul piano paesaggistico regionale. Opinioni a confronto. Bye, bye alle urne…

Il Consiglio di Stato dà una sberla al referendum sfascia-coste.

L’Assessore regionale dell’urbanistica Sanna spara a zero contro l’andazzo dell’edilizia sarda.

Il T.A.R. Sardegna si pronuncia sul piano paesaggistico regionale e su Tuvixeddu.

Difendiamo il piano paesaggistico regionale della Sardegna !

“Sa die” de nos’atrusu, le coste, il referendum.

Ulteriori sentenze del T.A.R. Sardegna sul piano paesaggistico regionale.

Mauro Pili & co. vogliono proteggere le coste..con il cemento…

Ancora sentenze del T.A.R. Sardegna sul piano paesaggistico regionale.

Piano paesaggistico regionale: il T.A.R. si pronuncia sui primi ricorsi.

A volte ritornano..e ritornano ancora?

C?è caldo. E si vede. Cronache dal Sardistàn.

Davanti al T.A.R. Sardegna in difesa del piano paesaggistico regionale ? P.P.R.

La Provincia è il notaio sulle intese sul piano paesaggistico regionale ?

Attuazione del piano paesaggistico regionale – P.P.R., le intese Regione ed Enti locali.

Giudizio di parificazione del rendiconto regionale 2006. Parla la Corte.


Le Sezioni Riunite della Corte dei conti per la Regione autonoma della Sardegna hanno ritenuto di sospendere il giudizio di parificazione del rendiconto regionale 2006 e di sollevando una questione di costituzionalità in materia di copertura di alcune partite di spesa.

Il giudizio di parificazione del rendiconto generale dello Stato e dei rendiconti generali delle Regioni a statuto speciale è una delle competenze ?storiche? della Corte dei conti (legge n. 800/1862, artt. 38 e ss. del regio decreto n. 1214/1934), con prassi e contenuti naturalmente evoluti nel tempo. Sostanzialmente costituisce un giudizio di ?regolarità? contabile-finanziaria del rendiconto nel suo complesso e nelle sue singole parti riferite alla complessiva gestione. Nel corso dell?esame la Corte dei conti valuta anche gli aspetti più generali della generale attività gestionale dello Stato o delle Regioni a statuto speciale, segnalando problematiche e suggerendo soluzioni.

La Corte costituzionale dovrà rispondere fondamentalmente ad un paio di domande: la questione sollevata riveste importanza risolutrice per portare a termine il giudizio di parificazione del rendiconto regionale 2006 ? E, naturalmente, la questione sollevata è fondata ?

Gruppo d?Intervento Giuridico

da L?Altravoce (www.altravoce.net), 28 giugno 2007

Corte dei conti contro la Regione: per le entrate a futura memoria giudizio sospeso sul bilancio 2006. Botta a Soru, decide la Consulta.

È la prima volta nella storia dell’autonomia sarda: la Corte dei Conti ha sospeso il giudizio sul rendiconto generale della Regione Sardegna 2006 e lo ha rimesso alla Corte Costituzionale. Il ricorso alla Consulta riguarda solo una parte, la più controversa fin dall’inizio della manovra di bilancio, che nel suo complesso è stato dichiarato regolare. La Corte costituzionale dovrà verificare la legittimità di tutte le norme relative all’anticipazione nella Finanziaria 2006 delle risorse dovute dallo Stato in base all’accordo sulle cosiddetta ?vertenza entrate?. La clamorosa decisione – la prima di questo genere in Sardegna, come si è detto – è giunta dopo una lunga, argomentata e severa requisitoria (contro la Regione) del procuratore regionale Mario Scano. Conclusa con il giudizio di formale regolarità del conto di bilancio, «fatta eccezione per la partita, dell’importo di un miliardo e mezzo di euro, iscritta nello stato di previsione dell’entrata, accertata e trasportata ai residui attivi della competenza 2006 in carenza di alcuna ragione giuridica del relativo credito nei confronti dello Stato». Insomma si tratta delle maggiori entrate per la Regione derivanti dall’accordo col Governo ma operative a partire dal 2009: Soru ha voluto inserirle nel bilancio del 2007 e nei residui attivi del bilancio 2006, al quale la Corte dei conti ha negato la ?parificazione?, appunto ritenendo immotivata la retroattività sull’anno scorso. Una valutazione dai toni duri, che equivalgono a ben più di una bacchettata politica al presidente della Regione.
La mossa di Soru era stata contestatissima fin dall’inizio, specie dall’opposizione. Ma aveva lasciato dubbiosi o decisamente contrari anche molti esperti (incluso l’ex assessore alla programmazione Francesco Pigliaru). La decisione politico-contabile aveva tuttavia avuto luce verde dal Governo, che l’aveva considerata compatibile: in particolare dopo un serrato confronto tra Soru e il ministro per le Regioni Linda Lanzillotta.
Ma ora la Corte dei conti regionale ha rimesso tutto in gioco, sospendendo la ?parificazione? e impugnando il bilancio davanti alla Corte costituzionale, che deciderà in maniera definitiva se le norme contestate siano o meno legittime. Nel secondo caso si dovrebbero riscrivere parti importanti della Finanziaria 2007, approvata già in grande ritardo.
La manovra del 2007 comunque non è toccata dalla decisione della magistratura contabile, che interviene solo in sede di verifica a posteriori: infatti il verdetto di oggi riguarda la ?certificazione? del bilancio 2006. Ma certamente si apre un caso politico e tecnico molto serio, che sarà risolto dalla Consulta. Sono ovviamente scontate le contestazioni dell’opposizione, che fino all’ultimo aveva negato la legittimità dell’impostazione ?a futura memoria? delle entrate, data direttamente da Renato Soru come assessore ad interim del bilancio e della programmazione dopo le dimissione di Pigliaru. Comunque Soru ha incassato senza mostrare preoccupazione il giudizio della Corte dei conti, rispettandolo ma minimizzandone la portata. «Sarà utile un chiarimento definitivo della Corte Costituzionale», ha commentato a caldo il presidente della Regione. «La Corte dei Conti ha sospeso il giudizio chiedendo un parere della Consulta sulle previsioni della legge di contabilità e bilancio, previsioni che erano contenute nelle leggi di contabilità presentate nei decenni precedenti. Noi abbiamo apportato delle innovazioni e la Corte, che ha anche sottolineato gli aspetti positivi, si pone dubbi di costituzionalità gia’ superati dal Governo che, a suo tempo, aveva deciso di non fare ricorso». Secondo il procuratore Mario Scano, «l’anticipazione al 2006 di risorse finanziarie spettanti alla Regione negli anni 2013-2015, e che attengono alla competenza degli esercizi medesimi, si risolverebbe in una palese elusione del principio dell’annualità del bilancio, sancito dall’articolo 81 della Costituzione». Il magistrato contabile ha sottolineato che «si tratta di regola fondamentale cui sono conformate, oltre che tutte le leggi di approvazione dei bilanci pubblici, sia la legge di contabilità statale sia quella di contabilità regionale».
Nel sottolineare «la presenza di profili di disallineamento della norma dallo Statuto di autonomia», Scano ha ricordato che per la Regione tale disposizione «deve intendersi quale operazione finanziaria straordinaria finalizzata alla copertura di una quota parte del disavanzo di amministrazione». Questa operazione finanziaria – ha aggiunto – «assolve al dichiarato scopo di bilanciare almeno in parte il disavanzo finanziario, la sua rappresentazione (iscrizione) nel bilancio annuale di previsione si traduce in un’allocazione, dagli affetti asimettrici delle relative poste che è tale da influire sulle risultanze definitive della gestione finanziaria 2006». Scano ha anche precisato che «ormai da decenni le sezioni riunite della Corte dei Conti della Sardegna hanno rilevato l’irrazionalità della ricorrente iscrizione di poste per la regolazione di avanzi o di disavanzi finanziari». Ha poi aggiunto che «l’importo di 1.500 milioni di euro stanziato nello stato di previsione dell’entrata dell’assessorato alla Programmazione viene portato a residui attivi venendo così a incidere sul relativo carico. Ne deriva – ha osservato il magistrato – che, a causa della sfasatura contabile di queste allocazioni, l’accertamento del credito privo di ragione giuridica si riverbera sia sulla risultanze del conto del bilancio sia, con effetto permanente, sull’ammontare dei residui attivi». Ancora più dura nei confronti della Regione era stata la relazione sul rendiconto generale del consigliere della Corte dei Conti Nicola Leone, che tra le altre cose ha contestato l’accertamento delle entrate da parte della Regione tramite legge, affermando che, invece, «l’accertamento, come è noto in tutti i manuali di contabilità pubblica, senza eccezione alcuna, è l’attività con cui si accerta che il soggetto pubblico ha diritto a riscuotere una certa somma (diversa cosa è il momento in cui la riscossione seguirà)».
Nella relazione, il consigliere della Corte dei Conti ha ricordato «che il bilancio pubblico comprende tutte le entrate e tutte le spese che si prevede di accertare e di impegnare nel corso dell’esercizio di riferimento. Se fosse possibile – osserva – inserire nel bilancio di competenza somme relative ad esecizi successivi, oltre che il principio della competenza sarebbe violato anche il principio di veridicità del bilancio e quello della sua trasparenza». Il magistrato ha sottolineato che «se esiste un obbligo giuridico a pagare, e le somme accertate non rientrano nella competenza dell’esercizio di imputazione, il bilancio è a rischio e l’amministrazione è esposta a procedure esecutive». Leone ha pertanto concluso che il contestato accertamento di entrata «è sprovvisto di copertura finanziaria» in quanto «non vi è alcuna entrata che possa essere accertata per quel titolo nel corso dell’esercizio 2006». Il consigliere della Corte dei Conti ha infatti sottolineato che l’entrata prevista «potrà essere accertata se e in quanto essa effettivamente maturi a carico del bilancio statale, per ciascuno degli esercizi 2013, 2014 e 2015 e per l’importo annuo di 500 milioni di euro».
I primi commenti dell’opposizione sono venuti da Giorgio La Spisa, capogruppo di Forza Italia in Consiglio. «L’illegittimità dell’anticipo di entrate prevista nel bilancio 2006 e ripetuta in quello del 2007 era ed è palese a qualunque persona di buon senso. Ma in un mondo, e soprattutto in una Regione, in cui il buon senso è sempre più merce rara, stava entrando nella mentalità comune che tutto fosse possibile». La Spisa incalza poi affermando che «il giudizio espresso dalla Corte dei Conti riporta con i piedi per terra la maggioranza di sinistra del Consiglio regionale che spudoratamente aveva avallato la decisione del presidente della Regione. Il fatto è talmente grave da essere unico nella storia dell’autonomia regionale. Un altro record negativo che sancisce il fallimento del governo della sinistra in Sardegna».

da www.regione.sardegna.it, 28 giugno 2007

Soru: “Il risanamento è dovuto ai debiti delle Giunte precedenti”.
In merito alla sospensione del giudizio di parificazione del bilancio regionale da parte della Corte dei Conti, il Presidente della Regione ricorda il positivo pronunciamento dello Stato e che nella relazione della stessa Corte è rimarcata la netta inversione di tendenza della politica della Regione.

CAGLIARI, 28 GIUGNO 2007 – “E’ per colpa dei disavanzi e dei debiti delle Giunte precedenti, arrivati a quasi 6 miliardi e mezzo di euro, che siamo costretti a fare uno sforzo di risanamento che ha destato qualche perplessita’ nella Corte dei Conti”. Il presidente della Regione, Renato Soru, difende l’operato della Giunta ricordando anche che il Procuratore generale della Corte, Mario Scano, ha sottolineato nella sua requisitoria di stamattina la “netta inversione di tendenza che l’esecutivo ha impresso alla politica economica e finanziaria della Regione, con particolare riguardo a un effettivo controllo delle entrate e delle spese”.

Nel ricordare la sospensione del giudizio di parificazione del bilancio regionale da parte della Corte, Soru ha ribadito che lo Stato, dopo aver chiarito gli obiettivi del bilancio, non ha piu’ impugnato il provvedimento ritenendolo legittimo dal punto di vista costituzionale. Il presidente della Regione ha inoltre sottolineato come non sia stata messa adeguatamente in evidenza “la notevole azione di risanamento” attuata dalla Giunta, che e’ stata sottolineata anche dalla relazione delle sezioni riunite.

Il Presidente Soru ha poi ricordato i debiti per 3 miliardi di euro e gli altri 3,2 miliardi da pagare per mutui contratti dalle Giunte precedenti. “Per risanare il disavanzo pregresso – ha spiegato – abbiamo riqualificato la spesa e non abbiamo piu’ contratto nuovi mutui, preferendo rallentare la spesa e utilizzare le maggiori entrate conquistate nella vertenza con lo Stato. La decisione della Corte non deve farci perdere di vista l’impegno di maggiore severita’ per diminuire i debiti ereditati dal passato, e il dubbio di costituzionalita’ non deve far perdere di vista lo sforzo straordinario per porre rimedio al disastro di bilancio lasciato dalla precedente legislatura. Questa azione della Regione e’ stata riportata nelle relazioni della Corte dei Conti, che hanno evidenziato lo sforzo per un maggiore rigore”.

Soru ha anche detto che l’anticipazione delle risorse per 500 milioni nell’ultimo bilancio e’ di fatto corretta, in quanto si riferisce alla transazione con lo Stato relativa all’Iva degli anni 2004, 2005 e 2006. “Si tratta di un credito certo. La Corte ha soltanto messo in evidenza una discrasia temporale, facendo riferimento alla Finanziaria dello Stato approvata formalmente l’1 gennaio 2007. In realta’, la legge regionale e’ stata approvata il 28 dicembre, due settimane dopo l’approvazione della Finanziaria nazionale da parte della Camera. Quindi la Regione ha agito correttamente nella sostanza”.

Soru ha risposto alle critiche degli esponenti del centrodestra, dicendo che “gli ultimi che possono parlare sono quelli che hanno avuto responsabilita’ nella Giunta precedente”. A chi gli chiedeva cosa fara’ la Regione se la Corte Costituzionale giudichera’ illegittima la legge regionale che autorizza le anticipazioni delle risorse, Soru ha risposto che “allora sarebbe necessario un assestamento di bilancio. Ci indebiteremmo facendo ricorso a nuovi mutui, proprio come hanno fatto le Giunte del passato”.

Il Presidente della Regione ha sintetizzato in una sola frase la conferenza stampa di oggi: “Praticamente la Corte dei Conti sta dicendo che i debiti del centrodestra occorre pagarli contraendo nuovi mutui e non anche risparmiando sulle entrate future. La discussione di stamattina è esattamente questa”.

da La Nuova Sardegna, 29 giugno 2007

Contestata la posta di 1,5 miliardi di euro che verrà incassata nel 2013. Atti alla Consulta. «No alle entrate future nel bilancio regionale». Soru: una decisione assurda. In questo modo ci costringono a contrarre nuovi mutui. I giudici contabili: non è stato rispettato il criterio dell?annualità. Augusto Ditel

CAGLIARI. Una giornataccia, per Renato Soru. La Corte dei Conti ha bacchettato il governatore e la sua finanza creativa, dopo l?iscrizione nel bilancio 2006 dela posta di un miliardo e mezzo di euro, soldi che finiranno nelle casse regionali solo a partire dal 2013, per tre esercizi. Convinti che non sia stato rispettato il principio costituzionale dell?annualità del bilancio, i giudici contabili hanno trasmesso gli atti alla Consulta. Un Soru imbufalito in serata si è scagliato contro la decisione della Corte. Non è bastato, al presidente della Regione, il giudizio positivo dei giudici contabili sull?inversione di tendenza riscontrata nel bilancio 2006, nel cui consuntivo figurano entrate per 8,2 miliardi di euro, residui attivi per 6,2 miliardi e 7,5 miliardi di residui passivi. «Per la gestione delle entrate si è evidenziato in sede previsionale finale un incremento dell?entrata complessiva dell?esercizio 2006 rispetto al precedente – ha sottolineato la relatrice della Sezione di Controllo, Valeria Mistretta, presentando il rendiconto generale della Regione – e gli accertamenti sono cresciuti del 18,19% rispetto all?esercizio precedente. Dati positivi, contrariamente a quanto verificato nei due passati esercizi, anche per quanto concerne i parametri relativi al ricorso al mercato». Il relatore Nicola Leone ha analizzato l?attività legislativa (21 le norme approvate dal Consiglio regionale) e ha sottolineato che «il governo regionale ha attuato una notevole azione di risanamento del bilancio basata sulla riduzione degli sprechi e sulla riqualificazione della spesa, anche attraverso una limitazione delle spese correnti, nonchè sul controllo del livello di indebitamento».
Il rilievo. L?apprezzamento della Corte per il nuovo corso della Regione è stato però vanificato dalla contestazione del procuratore regionale della Corte dei Conti, Mario Scano, secondo il quale «si provvede alla copertura parziale del disavanzo di amministrazione con l?impiego di risorse finanziarie previste in conto degli esercizi dal 2013 al 2015, per una quota di 500 milioni di euro per anno. Questa disposizione risulta inapplicabile visto che, relativamente all?anno finanziario 2006, non sussiste alcun credito della Regione nei confronti dello Stato. Secondo Scano «l?anticipazione al 2006 di risorse finanziarie spettanti alla Regione negli anni 2013-2015 e che attengono alla competenza degli esercizi medesimi si risolverebbe in una palese elusione del principio dell?annualità del bilancio sancito dall?art. 81 della Costituzione». Di qui la decisione di trasmettere gli atti alla Corte Costituzionale, che non deciderà prima di tre mesi. La giunta regionale, insomma, non avrebbe dovuto iscrivere a bilancio (lo ha fatto anche in quello del 2007) le somme che incasserà solo negli anni 2013, 2014 e 2015. Per ridurre il disavanzo, al contrario, avrebbe dovuto contrarre dei mutui. Una strada, questa, indicata dall?ex assessore alla Programmazione Francesco Pigliaru, dopo le sue dimissioni dall?incarico.
La replica. Renato Soru è letteralmente infuriato e non esita a contestare la decisione dei giudici contabili, i quali, per la prima volta nella storia dell?autonomia, hanno assunto questo atteggiamento. «Non sono per nulla d?accordo – ha dichiarato alla ?Nuova? il presidente della Regione, che ieri ha assistito in religioso silenzio alla seduta della Corte dei Conti, insieme con il presidente del consiglio regionale Giacomo Spissu – su una decisione che stride fortemente con la politica del rigore e della riduzione dell?indebitamento voluta dal governo, dal ministero dell?Economia e dalla Ragioneria. In virtù di finti formalismi impostati sulla contabilità, la Corte dei Conti ci rimprovera per non aver acceso nuovi mutui, in netto contrasto con quanto invece viene richiesto dallo Stato sulla riduzione dell?indebitamento. L?anticipazione delle risorse – ha proseguito Soru – per 500 milioni nell?ultimo bilancio è corretta: si riferisce alla transazione con lo Stato relativa all?Iva del 2004, 2005 e 2006. Si tratta di un credito certo, tant?è che il governo ci ha dato il via libera, riconoscendo la straordinarietà delle ragioni che ci hanno indotto asd assumere quella decisione». E se la Consulta riterrà illegittima la legge regionale che autorizza le anticipazioni delle risorse? Renato Soru ha risposto così: «Sarà necessario un assestamento di bilancio. Vorrà dire che ci indebiteremo facendo ricorso a nuovi mutui proprio come hanno fatto le giunte del passato».

Una decisione senza precedenti nella storia dell?autonomia. Antonio Sassu

Per la prima volta nella storia dell?autonomia regionale la sezione sarda della Corte dei Conti non ha parificato la finanziaria regionale e l?ha rinviata, per un giudizio definitivo, alla Corte Costituzionale. Non si tratta, come si può capire, di un giudizio di natura politica ma di una valutazione tecnica. Secondo la legge non è possibile scrivere in bilancio spese per le quali non è prevista la copertura certa. Siccome sono state inserite quali residui attivi del 2006 entrate statali certe, ma non esigibili, poiché la loro riscossione è prevista negli anni futuri, si è violato il principio della annualità del bilancio. Il Governo aveva ?superato? tale difficoltà con un giudizio politico e aveva dato il via libera alla Giunta Soru quasi legittimandola a considerare i crediti come esigibili. D?altra parte il comportamento del presidente Soru intendeva rendere immediatamente fruibili i vantaggi per la comunità sarda connessi alle attese entrate. I magistrati contabili, al contrario, attenendosi agli aspetti strettamente tecnici, non hanno certificato il bilancio del 2006 e hanno ritenuto di dover rimettere la decisione alla Consulta. Più discutibile sembra il riferimento alla violazione del principio di veridicità e di trasparenza del bilancio. Comunque, in un regime democratico le soluzioni anche fra organi istituzionali dello Stato si risolvono in questo modo. Ciò riflette il normale bilanciamento tra poteri dove un corretto rapporto presuppone la collaborazione nel rispetto dei reciproci ruoli. Lo stesso Presidente della Giunta regionale non ha mostrato grande preoccupazione di fronte al giudizio della Corte dei Conti che, peraltro, ha riconosciuto le forti innovazioni che ci sono state. Ma, ora, come cittadini sardi, cosa ci attende per il bilancio preventivo 2007 ? . Quali servizi dovranno ancora essere sacrificati, essendo noi creditori dello Stato ?

da L?Altravoce (www.altravoce.net), 29 giugno 2007

Uno smacco personale e politico. Soru-panzer, peccato di arroganza. La faccia tosta del Polo: ieri faceva debiti, ora strilla. Giorgio Melis

Neanche a Renato Soru i conti quadrano quando trasforma le proprie convinzioni e volontà imperative in certezza e verità: benché animato da generose intenzioni, pretende di farne ?legge? indubitabile, anche contro la legge formale e il parere dei giuristi. C’è tutto il personaggio – tetragono, assertivo, tenace fino alla testardaggine senza dubbi – nell’imposizione di una manovra di bilancio che la Corte dei conti ha giudicato di dubbia costituzionalità, chiedendo un parere di legittimità alla Consulta. Sconsigliato da molti e ben più esperti di lui in contabilità pubblica. Contestato duramente dalle opposizioni, che stavolta nella polemica astiosa avevano calato motivazioni più che fondate. Purtroppo per lui, confortato dal parere del ministro delle Regioni, Linda Lanzillotta, moglie di un costituzionalista ed ex ministro eccellente come Franco Bassanini. Così Soru è andato avanti come un panzer, solo contro tutti come al solito: ma l’infallibilità è dogma limitato anche per la Chiesa. E lui è andato a sbattere contro la dottrina e la prassi che la Corte dei conti ha interpretato con rigore e anche severità.
Tuttavia non ci accodiamo al coro di accuse e condanne contro il presidente della Regione. Non spariamo anche noi su Soru, anche se ha quasi certamente sbagliato di grosso. Voler arrivare prima a un grande obbiettivo: azzerare con un colpo da prestigiatore, tra il creativo e l’azzardo, l’enorme voragine lasciata in amara eredità alla sua Giunta dal centrodestra. Quelli che oggi strillano, tra il 2001 e il 2005 avevano decuplicato il debito della Regione, da 370 e 3.500 milioni di euro. Questo non lo dice Soru. Lo ha documentato, anche dopo le dimissioni da assessore al bilancio, l’economista Francesco Pigliaru e lo hanno confermato i riscontri di tutti gli organi tecnici. Tuttavia il salto senza rete dal trapezio finanziario era rischioso oltre ogni prudenza, e parrebbe destinato allo schianto al suolo: in termini d’immagine e di sconfitta (provvisoria ? Improbabile) politico-isituzionale. Non avrà ricadute pratiche gravi ma è un altro vulnus per la sua immagine di governante. Soru aveva imposto, da assessore ad interim del bilancio, di iscrivere subito tra i fondi disponibili gli stanziamenti sicuri, ma a futura memoria, derivanti dal fondamentale successo nella vertenza-entrate con lo Stato. Voleva evitare di contrarre nuovi mutui, e pagare i relativi interessi, per non appesantire le casse regionali di altra zavorra piombigna: oltre quella lasciata dal malgoverno del Polo. Non c’è imbroglio e tantomeno truffa, come gridano scompostamente esultanti senza pudore gli assedianti della destra. Hanno avuto ragione e Soru torto: nei mezzi, non nel fine, che era e resta condivisibile ma non poteva e doveva essere perseguito con atti impropri: alla Tremonti. L’esito comunque non assolve il Polo. Semmai ne sottolinea ed esalta le responsabilità pregresse, che gravano come un macigno nel presente. Facile gridare allo scandalo dall’opposizione dopo aver prodotto, sgovernando, il disastro scaricato sui successori, che devono affrontarlo in stato di necessità. Perciò non ci uniamo al tiro a segno di cecchini squalificati che sparano all’unisono sul pianista. Questo per dovere di giustizia: a ciascuno il suo. A Soru la colpa di un errore serio, autolesionistico. E grave: per la prima volta in oltre mezzo secolo di autonomia, il bilancio della Regione non è stato ratificato dalla Corte dei conti che, è d’obbligo ricordarlo, aveva duramente contestato la finanza allegra e avventuristica del centrodestra. C’è uno smacco personale, politico e istituzionale, che va censurato come si conviene: senza indulgenze. Una botta durissima che offusca un fatto decisivo: il bilancio regionale è stato in larga parte risanato in tre anni. Pretendere di farlo risplendere a debito zero con una scorciatoia improbabile, cacciandosi in un vicolo cieco, è stato un azzardo che si ritorce contro l’autore. Non bastano le buone e migliori intenzioni, che lastricano anche l’inferno della finanza pubblica. I mezzi devono essere correttamente rapportati anche e soprattutto al fine, specie se è buono. Soru ha la proterva capacità non di sbagliare, che è fisiologica quando non c’è malafede (e questo nessuno può negarlo se c’è di onestà intellettuale nell’azzannamento politico). Il guaio è che nell’errore persevera, non diabolicamente ma perche è la sua natura. Continua a sbagliare nel non-ascolto di pareri e persone prestigiose, fuori dai giochi sporchi. Continua a credere che ogni sua idea, e ne ha avuto di grandi e ed eccellenti, automaticamente diventi l’unica giusta e santa, verità rivelata, certezza dogmatica: automaticamente buona ?legge? perché scaturita dal suo pensiero e dalla sua volontà. Governare non è solo comandare, si è detto altre volte. È confrontarsi alla pari, accettando le buone ragioni dell’interlocutore qualificato. Non concludere sempre: «mi contraddici, dunque sbagli e io faccio come avevo già deciso». Questo è un limite grave e insuperabile nell’esercizio dell’arte del buon governo. Limite caratteriale che diventa boomerang contro se stesso ma anche, ciò che più conta, in danno dell’istituzione di cui è a capo pro tempore.
Quali conseguenze, se la Corte costituzionale confermerà il giudizio della Corte dei conti che contesta quelli di Soru ? Per l’anno in corso poco o nulla. Ma si dovrà fare un assestamento di bilancio. La prima sentenza non sospende la Finanziaria appena approvata, e purtroppo con grave ritardo evitabile. Servirà un assestamento, con la rimozione dalle entrate di quei 500 milioni a futura memoria iscritti improvvidamente, senza recepire pareri contrari quasi unanimi. Quei fondi depennati dovranno essere coperti con nuovi mutui e relativi interessi. Una strada obbligata che Soru non avrebbe voluto percorrere, in controtendenza alla linea del Polo che ne ha abusato in passato, creando un indebitamento abnorme. Decuplicato in cinque anni, è bene ridirlo dopo averlo scritto non a posteriori ma durante lo sfrenato sperpero e scialo di denaro pubblico da Floris a Masala passando per Pili. Tanto il debito non era ?a pronti?: altri avrebbero poi dovuto estinguerlo al posto degli scialacquatori. Come l’immane montagna del deficit nazionale scaricato sulle future generazioni. Dunque nuovi mutui, appesantimento della cassa regionale. Ma era probabilmente inevitabile, a meno di tagli fino all’osso nella spesa. Dunque tanto valeva prendere il toro per le corna, senza cacciarsi in un empasse masochistico.
C’è una morale amara e insieme positiva, in questa vicenda. Non sempre ma abbastanza di frequente, i controlli servono e funzionano. La Corte dei conti ha fatto il suo dovere, benché talvolta nel recente passato sia stata più indulgente e clemente contro ben altri misfatti regionali. La morale va però estesa anche a un altro, bruciante fronte. La magistratura contabile non ha competenza sul Consiglio regionale. Perciò l’autocontrollo immaginario dell’assemblea ha provocato lo scandalo dei costi-record della Sardegna fra tutte le altre Regioni. Anzi, senza un poco di clamore pubblico la situazione – stabilizzata da qualche anno ma a livelli di costo intollerabili – sarebbe peggiorata secondo il trend dissipatorio all’insegna del «tanto paga Pantalone». Nessun giustificazionismo per Soru. Ma neanche, per quanto attiene il Consiglio, per la gestione di Efisio Serrenti. Durante la quale, col sostegno determinante del Polo ma anche nell’inerzia del centrosinistra, il costo del Consiglio è letteralmente esploso, aumentando del 40 per cento in un quinquiennio. Assolutamente in linea con la crescita dell’indebitamento in Regione: due amministrazioni separate, stessa logica sfrenata di dissipazione nel segno del Polo. Per questo gridi pure ma non s’allarghi: i suoi vecchi conti, che ammorbano il presente, lo inchiodano e deve ancora saldarli politicamente. Non più ?meglio Soru? ma certo ancora ?peggio Pili?.

da www.regione.sardegna.it, 29 giugno 2007

La Regione: grave l’attacco della Corte dei Conti.
“Credo che la Corte dei Conti abbia fatto un attacco politico alla Regione”. Così il Presidente della Regione, Renato Soru, commenta la sospensione del giudizio da parte dell’organo contabile che ha deciso l’invio alla Corte Costituzionale del bilancio 2006 della Regione.

CAGLIARI, 29 GIUGNO 2007 – “E’ stato un attacco politico grave – ha spiegato Soru – e l’ho già detto ai diretti interessati e lo ribadisco”. Il Presidente della Regione ha parlato di “volontà di protagonismo eccessiva”, non più in linea coi tempi e nemmeno coi compiti attribuiti alla Corte dei Conti. “Un protagonismo che non aiuta – ha aggiunto – la trasparenza dell’attività della pubblica amministrazione e la corretta informazione dell’opinione pubblica, anzi rischia di inquinarla, vanificando così la possibilità di trasferire alla pubblica opinione la corretta informazione sugli sforzi di risanamento dell’amministrazione regionale”.

Secondo il Presidente della Regione – che si è detto tranquillo per la decisione che prenderà la Corte Costituzionale criticando “l’esultanza” dell’opposizione – la Corte dei Conti è “un istituto della parificazione del nulla, ormai superato, senza futuro”. “Sono d’accordo con l’opinione di chi, come il prof. Cassese, ritiene superato questo istituto e ne ha chiesto l’eliminazione, come ha ricordato il nostro consulente prof. Carrozza. Verrà un momento che anche in Sardegna, come nelle altre regioni d’Italia, non si farà più questo giudizio. Tra l’altro ieri non c’è stata neanche unanimità – ha aggiunto Soru – e pur in presenza di pareri discordi tra la Procura e la Corte, si è deciso, con una leggerezza eccessiva, di prendere un provvedimento che si sapeva avrebbe suscitato molte perplessità nell’opinione pubblica. La Corte avrebbe dovuto usare maggior prudenza”.

Il Presidente della Regione ha spiegato di aver indetto questa conferenza stampa per “fare chiarezza con i sardi” all’indomani della decisione della Corte Conti. “La Corte Costituzionale ci darà ragione – ha detto Soru – il bilancio è questo, in piena legittimità, per noi non cambia nulla. Si è parlato del bilancio del 2006 e si è sospesa la parificazione perché la Corte ha eccepito l’iscrizione di 500 milioni di Iva dovuti per gli anni 2004, 2005 e 2006 che ci sono stati riconosciuti finalmente dallo Stato, con ritardo, a seguito della vertenza entrate, e che opportunamente la Regione ha messo nel bilancio del 2006. La Corte ha ritenuto, sbagliando grossolanamente, e ne sono totalmente convinto, io e i consulenti della Regione, senza tener conto del parere espresso dagli uffici nei giorni scorsi, poiché lo Stato questi 500 milioni li pagherà in 20 anni, si sarebbe dovuto iscrivere non tutti nel 2006, ma di anno in anno.

Questa posizione della Corte è diversa dalla posizione espressa nella requisitoria del procuratore Scano. La Corte dei Conti ieri si è mostrata con due volti e con due opinioni, ma è chiaro che l’opinione definitiva la darà la Corte Costituzionale e noi siamo tranquilli, perché ci renderà giustizia”. Per quanto riguarda poi l’anticipazione delle entrate per il finanziamento del disavanzo, Soru ha ribadito che “la discussione non riguarda il finanziamento per il disavanzo del 2006, che è stato di appena 140.000 euro dopo che appena due anni prima la Regione, in un solo anno, aveva un disavanzo di 1,3 miliardi. Ma quel miliardo e mezzo di cui si è discusso ieri – ha concluso Soru – riguarda il disavanzo che la Regione ha accumulato prima, dal 2000 al 2004, con una serie di deficit che sono cresciuti in maniera esponenziale grazie ai buchi, ai disastri lasciati dal centrodestra”.

da La Nuova Sardegna, 3 luglio 2007

La Corte dei conti smentisce il presidente.
Leone minaccia di querelare il governatore: «Soru non sa distinguere tra pm e giudice». Il consigliere relatore usa toni durissimi per replicare: «E? preoccupante che il capo dell?esecutivo sia privo di alcune nozioni di base che l?hanno fatto trascendere».
Alfredo Franchini

CAGLIARI. In principio era una terribile bacchettata che la Corte dei conti aveva inferto alla Regione sospendendo il bilancio 2006, rinviato al giudizio della Costituzionale. Poi c?era stata la reazione del presidente, Renato Soru, che non voleva passare per un seguace di Tremonti e della «finanza creativa» con le accuse ai giudici contabili e, in particolare, al consigliere Nicola Leone. Ieri la replica di quest?ultimo che, in una lettera di chiarimento, minaccia addirittura una querela a Soru. Insomma, lo scontro istituzionale si fa sempre più aperto.
Quando le sezioni riunite decisero di chiedere un parere alla costituzionale, Soru rilevò una diversità di vedute tra il Procuratore generale, Mario Scano, e il relatore consigliere Nicola Leone, il quale, peraltro, aveva fatto alcune osservazioni sostanziali, (come quella sulle entrate «a futura memoria»), ma aveva riconosciuto che la Regione stava risanando il bilancio. A Soru non era bastato e nel denunciare il presunto «attacco politico» dei giudici contabili aveva puntato l?indice su Nicola Leone: «Mi risulta che il giudice Leone abbia sbagliato diverse volte», aveva detto, «costringendo diversi comuni a difendersi a spese dell?erario e in altre occasione il giudice Leone è stato affrettato e la sua posizione si rivelerà affrettata anche stavolta». La replica ha toni durissimi: «Sarebbe bastato al presidente Soru la riflessione che la Corte fa parte del sistema di «checks and balances» su cui si regge ogni moderna democrazia per evitare di trascendere. A titolo personale, e salva tutela in altra sede, mi corre l?obbligo di chiarire che per molti anni ho insegnato che chiunque può divenire amministratore pubblico, se ha delle idee e su quelle ottiene il voto dei cittadini. Trovo preoccupante che il presidente della Regione sia privo di alcune nozioni di base e gli sfugga la distinzione tra pubblico ministero e giudice. Quando parla di decisione presa non all?unanimità credo si riferisca a quella che è stata avvertita come una posizione diversa del procuratore regionale Scano, rispetto alla decisione delle sezioni riunite della Corte dei conti». Nicola Leone ricorda l?iter del documento contabile, passato al vaglio della sezione di controllo il 13 giugno. Fu approvata la relazione con magistrati in parte diversi da quelli che compongono le sezioni riunite e la proposta di relazione fu trasmessa alla Regione che è poi intervenuta all?adunanza pubblica, con il presidente Soru e con alcuni assessori e dirigenti. In quell?occasione la Regione ebbe modo di esprimere il proprio punto di vista come fecero i magistrati che avvisarono la Regione dei loro dubbi di costituzionalità su una legge regionale. «Quando i giudici hanno tali dubbi», chiarisce Nicola Leone, «devono rimettere la questione alla Costituzionale e la rimessione è obbligatoria. Soru ha sentito il bisogno di attaccarmi sul piano personale dimenticando che le Sezioni riunite sono costituite da 7 magistrati e attribuendomi un potere che non ho». Il magistrato spiega di voler chiarire la propria posizione «salvo tutelarsi in altra sede» e in un altro specifica che per la Corte «decideranno un eventuale intervento gli organi competenti». Se la sospensione del bilancio non c?era mai stata nella storia dell?isola, uno scontro istituzionale di questa portata era immaginabile. Nicola Leone conclude che «senza inutili modestie la stima che ho ottenuto nel corso del mio servizio quale Pm contabile, in diverse Procure, mi consentono di continuare a svolgere il servizio con fierezza».
La decisione di «censurare la censura», Soru non l?ha presa a caldo: giovedì, subito dopo la riunione pubblica della Corte dei conti, aveva fatto dichiarazioni soft. A 24 ore di distanza che cos?era cambiato ? Soru aveva spiegato di essere stato confortato nelle sue convinzioni dal parere di alcuni giuristi. Da qui le accuse di protagonismo e persino il giudizio poco lusinghiero sulla Corte: «Ma quale giudizio di parificazione del bilancio ? Aveva un senso quando c?era il controllo preventivo. Sono d?accordo con chi ha chiesto di eliminare la Corte dei conti per quanto riguarda la parificazione del bilancio».

(foto S.D., archivio GrIG)

Riferimenti: relazione per la parifica ? Sez.ne controllo

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Proposte per il calendario venatorio regionale sardo 2007-2008.


Domani si riunisce il Comitato Faunistico Regionale, presso l?Assessorato regionale alla Difesa dell?Ambiente per discutere e approvare il nuovo calendario venatorio per l?annata 2007/2008.

Purtroppo, anche quest?anno, causa i ritardi colposamente e dolosamente messi atto, si approverà un calendario ancora svincolato da dati di censimento in gran parte incompleti, oppure assenti, che ci spingeranno a richiedere l?applicazione del principio della cautela, per le specie oggetto di caccia. Le proposte che i rappresentanti designati dalle associazioni WWF, Amici della Terra, Italia Nostra e Legambiente (in rappresentanza del mondo ambientalista regionale) avanzeranno nella riunione di domani sono:

1. pernice e lepre sarda: moratoria di almeno un anno o misure più restrittive rispetto allo scorso anno sia per i tempi (4 mezze giornate sino alle ore 14,00) che per il numero di capi abbattibili (massimo 2 pernici per giornata e 2 lepri per stagione) in quanto gli esemplari negli ultimi anni si sono drasticamente ridotti a causa dell?eccessiva pressione venatoria, come sottolineato anche dai comitati provinciali faunistici di Oristano, Sassari, Cagliari e dalle indagini faunistiche realizzate dall?Istituto Regionale Fauna Selvatica (IRFS) dell?Assessorato regionale Difesa dell?Ambiente.
2. Cinghiale: la caccia venga limitata a soli 2 mesi (dicembre-gennaio o metà novembre/metà gennaio anche perché sin dal 1997 l?ex Ufficio Regionale Fauna Selvatica aveva evidenziato uno squilibrio nel prelievo sia sotto il profilo venatorio che sanitario con una percentuale di capi abbattut iadulti del 61 % contro il 39 % dei capi giovani, in contrasto con quanto oggi viene definito prelievo ben equilibrato (90 % giovani, 10 % adulti).
3. Allodola: si evidenzia in tutta Europa (Italia compresa) un calo progressivo dovuto non solo alla caccia ma anche alla modificazione e all?inquinamento (pesticidi) degli habitat; anche in Sardegna gli Alaudidi sono in spaventoso calo, soprattutto la Calandra, spesso confusa con l?Allodola, e pertanto se ne propone l?esclusione dal calendario venatorio o, in subordine, un periodo più restrittivo di caccia (fine dicembre )come per il Merlo, nel rispettivo della normativa nazionale.
4. Pavoncella: questa specie è indicata come VULNERABILE nell?ultima analisi internazionale sullo status delle popolazioni e tutte le popolazioni di limicoli sono in spaventoso calo in Europa-Russia (da qui provengono le popolazioni svernanti-migratrici in Sardegna); pertanto viene proposta l?eliminazione dal calendario venatorio o la riduzione dei capi abbattibili (massimo 3 a giornata).
5. Anatidi: lasciare inalterato il numero dei capi abbattibili per giornata (massimo 10 per giornata), specificando il riferimento al Germano Reale ed al Fischione; limitazione di max 5 capi abbattibili per giornata per le altre specie di anatidi cacciabili (codone, mestolone, moretta comune, moriglione ed alzavola). Da notare che tutte le popolazioni di Anatidi (ad eccezione di Fischione e parzialmente di Germano reale)sono in evidente calo e meriterebbero una severa limitazione.
6. Tortora (Streptopelia turutr): eliminazione temporanea dal calendario venatorio in attesa di un censimento sullo status della popolazione presente in Sardegna. Recentemente in Sardegna, sul campo, è stato notato che la Tortora è soppiantata dalla abbondante specie della Tortora dal collare e anche in Europa è ormai considerata in costante declino.

Vista l?attuale carenza di pianificazione faunistico-venatoria (strumento decisivo per la piena applicazione della legge regionale n. 23 del 1998 sulla disciplina dell?attività venatoria), sarà proposto che ogni singolo cacciatore non superi il numero di 20 capi abbattibili per giornata. Inoltre, si richiede la specificazione del divieto di caccia alla volpe in contemporanea a quella al cinghiale, onde evitare il rischio di uso della munizione spezzata nella caccia al cinghiale.

Per l?esperienza passata e considerate alcune anticipazioni provenienti dai pareri espressi dai Comitati provinciali faunistici di Cagliari (conferma del calendario dello scorso anno) e del Sulcis-Iglesiente (cinque giornate intere di caccia alla nobile stanziale dall?alba alle 11.00 e dalle 15.00 al tramonto e conferma per il resto), oltre che dagli Uffici interni all?Assessorato regionale alla Difesa dell?Ambiente, sarà sostanzialmente confermato il calendario venatorio dello scorso anno.

Paolo Fiori, componente ecologista del Comitato faunistico regionale

(foto S.D., archivio GrIG)

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Consiglio regionale della Sardegna, i costi della politica?


Ecco un po? di costi della politica regionale: perché in Sardistàn ?sta politica costa molto di più ? Forse alcune frustate (virtuali) non farebbero male. Buona lettura?

Gruppo d?Intervento Giuridico

da L?Altravoce (www.altravoce.net), 27 giugno 2007

Clamoroso: il Consiglio sardo costa il doppio e anche il triplo di quelli del ricco Nord. E ai nostri onorevoli meno tasse. Giorgio Melis

Sardegna parsimoniosa. Risparmiosa. Sobria. Non è Sud profondo, scialacquatore di soldi pubblici, borbonico e dissoluto. Siamo sardi, fate largo ai virtuosi. Non è questa l’immagine e l’idea che gli altri italiani e noi stessi abbiamo dei nostri costumi ? Certo che lo è: distinti e distanti dai meridionali, come sempre ci ritengono al Centro-Nord. E allora ? Un falso clamoroso, la verità è l’opposto. Uno scandaloso primato: incredibile da credere, amaro ma doveroso da denunciare. La politica sarda è la più dissipatrice, spendacciona fino all’esagerazione: molto più, fatte le debite proporzioni, di quelle siciliana e campana. Quasi da non credere ai propri occhi e ai numeri. Premessa troppo lunga ma indispensabile per dar conto di un’emozione negativa quando si credeva di averle viste tutte. Subito un esempio. Il Consiglio regionale della Sardegna, per una popolazione di un milione e 600 mila abitanti, 85 consiglieri e 160 dipendenti, costerà nel 2007 quasi 103 milioni di euro. La Lombardia – la regione più sviluppata, ricca e popolosa, con quasi nove milioni e mezzo di abitanti, 90 consiglieri e 283 dipendenti – spenderà per il suo Consiglio appena 71 milioni di euro: il 30 per cento in meno della Sardegna. Semplicemente incredibile.

Dopo aver frugato per settimane nelle pieghe del bilancio sardo, scoprendo e disvelando una realtà pazzesca, con picchi vertiginosi (la buonuscita di 700 mila euro al segretario generale andato in pensione), credevamo di aver toccato il fondo. Con una temeraria convinzione: sarà dappertutto così, più o meno, il costo della politica è altissimo ovunque: la Sardegna non può essere il peggio, starà nell’aurea medianità e mediocrità. E abbiamo deciso di confortare questa presunzione andando a cercare, con fatica e decine di telefonate, fax ed email, il riscontro nelle altre regioni.
Dopo i primi accertamenti, si è pensato a un errore. E giù altre verifiche. Fino a doversi arrendere a un’evidenza oltraggiosa per il livello di reddito, le condizioni sociali, l’economia disastrata dell’isola. Solo nella politica, nel costo del Consiglio regionale, la Sardegna straccia tutte le altre regioni. Una realtà sfuggita perfino alle lente ustoria di quanti (i senatori Salvi e Villone in un libro-inchiesta micidiale, il giornalista Gian Antonio Stella che spopola col suo bestseller ?La casta?) hanno scandagliato a 360 gradi il sottobosco della politica istituzionale e partititica. Non hanno pensato di fare il raffronto realizzato da noi, con risultati davvero sconvolgenti. Oggi lo proponiamo con le regioni del Nord popoloso, sviluppato e produttivo. Nei prossimi giorni lo estenderemo alle regioni del Centro-Sud e infine alle altre a statuto speciale come la Sardegna.

A ogni lombardo il Consiglio costa 9 euro, ciascun sardo ne deve spendere 64.

Ma è un dato assolutamente omogeneo: ogni confronto vede la nostra assemblea largamente in testa nella disonorevole corsa allo scialo, allo sperpero da nababbi di soldi pubblici in una terra sottosviluppata. La comparazione con la Lombardia dice di tutto e di peggio. Con una popolazione sei volte superiore a quella sarda, il suo Consiglio spende due terzi del bilancio sardo: appunto 71 milioni contro i nostri (scusate: i loro, di onorevoli e dipendenti) 103 milioni. Neanche nove euro di costo per ogni lombardo, contro i 64 euro che il ?parlamentino? isolano costa annualmente a ciascuno di noi. Ma se questo è il paragone più eclatante, rispetto al ricco Nord ci sono altri cinque esempi che propongono un’immagine intollerabile della Sardegna povera, ma che offre ai propri onorevoli trattamenti da sceicchi. Il Piemonte ha appena 63 consiglieri (contro i nostri 85) con quattromilioni e passa di abitanti e 300 dipendenti (contro i nostri 160). Ebbene, il Consiglio regionale di Torino costa appena 71 milioni di euro, 17 euro annui per ogni abitante. L’opulento Veneto (oltre quattro milioni e mezzo di abitanti) ha appena 60 consiglieri e 150 dipendenti ma un bilancio consiliare di appena 50 milioni di euro: meno della metà della Sardegna, con una ?tassa? annua pro capite di dieci euro per ogni residente. Vogliamo continuare ? La ricca Emilia-Romagna (quattro milioni e 151 mila abitanti, appena 50 consiglieri e 200 dipendenti) spende 40 milioni di euro all’anno, contro i 103 del Consiglio sardo. L’austera Liguria, con un milione 609mila abitanti (come la Sardegna) ha limitato i consiglieri a 40 e i dipendenti a meno di 130: spesa annuale, 28 milioni di euro, appena il 36,7 per cento di quanto si spende nel palazzaccio platinato di via Roma a Cagliari.

Meno consiglieri, stesso personale e spesa ridotta nel virtuoso Nord.

Sono cifre che si commentano da sole, gettando un fascio di luce abbagliante sulla munificenza senza paragoni che la Sardegna, con centinaia di migliaia di poveri e disoccupati, offre alla propria impunita classe politica. Un’immagine devastante, insopportabile, che muove allo sconforto e a una reazione furente contro un divario tanto enorme quanto inaccettabile. Forse che a Milano, Torino, Genova, Venezia e Bologna fare politica costa meno ? E perché mai dobbiamo pagare tanto per un Consiglio spesso al di sotto di ogni sospetto e decenza, di fronte all’efficienza, alla serietà e operosità di altre assemblee regionali, che hanno tutte meno (tranne Lombardia e Sicilia) e perfino la metà dei nostri eletti? Il teatrino del vaniloquio, logorroico, nullafacente, rissoso di via Roma, non è lontanamente paragonabile ai Consigli del Nord. Eppure costa dal 30 per cento in più fino al doppio e al triplo di quelli settentrionali.
Ma non si sente una parola di autocritica, un atto per riequilibrare una spesa astronomica rispetto agli altri. Anzi, chi la evoca viene tacciato di qualunquismo, demagogia e scandalismo antipolitico. Chi sono i veri qualunquisti che screditano il mandato parlamentare incassando e facendo spendere il doppio e il triplo dei colleghi che, poniamo a Bologna, da sempre hanno garantito ben altra efficienza e trasparenza all’amministrazione pubblica ? Non sono mancati e non mancano, sul versante del governo, scandali e sprechi in Veneto e in Lombardia. Ma, vuoto per pieno, la resa politica è infinitamente superiore a quella sarda, come il rapporto spesa-beneficio dei Consigli. Che diranno oggi i nostri onorevoli, l’imperturbabile presidente Spissu, i pasdaran improbabili moralisti all’Artizzu e al Sanjust-Robespierre, i campioni della sinistra radicale e della destra già incorruttibile ex missina ? Davanti a un confronto che dovrebbe indurli a vergognarsi e nascondersi, diranno ancora che non sono ultraprivilegiati e costosissimi perfino di fronte ai colleghi lombardi, veneti, emiliani ?

I consiglieri sardi pagano meno tasse di tutti, rivalutando anche la Sicilia e la Campania.

Ora le carte e le cifre sono sul tavolo, le altre le daremo nei prossimi giorni: ancora da soli. Servirebbe una battaglia morale dei cittadini e degli altri e ben più potenti ma silenti organi d’informazione: si limitano a riprendere i risultati delle nostre inchieste senza alzare un dito per rilanciare, aprire un fronte di denuncia e d’attacco e imporre una svolta moralizzatrice. Perché c’è ancora tanto da portare alla luce. Lo faremo ancora con i nostri deboli mezzi, visto che non vengono messi in campo quelli di chi ha ben altra potenza di fuoco. Ma la nostra battaglia si allarga, coinvolge un numero crescente di lettori e cittadini giustamente indignati. E il passaparola ci aiuta a suscitare una mobilitazione che dovrebbe essere generale. Intollerabile l’accettazione rassegnata di troppi, il silenzio che a questo punto diventa connivenza. Come sul fatto, documentato dal Sole 24 Ore, che la media delle trattenute fiscali degli onorevoli sardi è la metà di quella media nelle altre regioni. Ingrassano senza pudore e si smarcano dal fisco che ad ogni contribuente a reddito fisso chiede fino all’ultimo centesimo. Dopo questa e altre puntate, si vedrà che dovremmo chiedere scusa ai politici di Napoli e Palermo, considerati sempre dissipatori a man salva. Lo sono invece, e da Guinness dei primati, i nostri. Altro che austeri, risparmiosi e virtuosi: sono uno scandalo nazionale che tracimerà fuori della Sardegna. Ristabilendo una verità da arrossire al cospetto degli altri italiani.

da L’Altravoce, 28 giugno 2007

Da Roma a Napoli e a Reggio sventola bandiera bianca. Con il Consiglio cassa continua la Sardegna straccia tutti. Giorgio Melis

Roma, Napoli, Bari, Perugia, Reggio Calabria ? Fanalini di coda, trascurabili spenditori di fronte a Cagliari. I loro Consigli regionali, come quelli del ricco Nord, appaiono morigerati, austeri, quasi taccagni di fronte alla munificenza del ?parlamentino? di una Sardegna stenterella: tranne che per coprire d’oro i suoi onorevoli e addetti. I numeri sono schiaccianti, vergognosi. Tutto il Centro-Sud sventola bandiera bianca di fronte alla maglia nera, al primato disonorevole della nostra assemblea. Bilanci da pezze al culo a confronto con l’opulenza di quelli nuragici.
Subito i numeri, che aggravano il record sardo dopo il disastroso confronto col Settentrione. Dato di riferimento, i costi annuali di Cagliari. Spesa annua, 103 milioni di euro per 85 consiglieri regionali e 160 dipendenti, con una popolazione di un milione 600 mila abitanti. E in Campania, la regione più popolosa del Centro-Sud, a Napoli milionaria ? Cifre da pezzenti. Con cinque milioni e 800 mila abitanti, solo 60 consiglieri ma 269 dipendenti, spende 76 milioni di euro, 27 milioni in meno che la Sardegna. E il Lazio, con Roma e tutto quel che significa? Anche lì, roba da poveracci. Cinque milioni e mezzo di anime, 70 consiglieri, 700 dipendenti (tra fissi, precari e lavoratori esternalizzati): ma il Consiglio costa solo 69 milioni di euro, 34 in meno della nostra assemblea.

Roma-ladrona? È Sardegna-pappona, almeno quella politica.

Se Bossi denuncia ?Roma ladrona? non dovrebbe gridare anche Sardegna-pappona, almeno per quella politica ? Mangiasoldi a tradimento. Chissà cosa dirà quando da Cagliari si chiederanno al governo più fondi. Proviamo a immaginarlo? «Ma andate a lavurà o mandateci i vostri onorevoli? Prima tosate loro». Che si vada sopra o sotto la linea gotica, il discorso non cambia: semmai in peggio per noi. La Puglia con oltre quattro milioni di abitanti, 70 consiglieri, cento dipendenti, spende la miseria di 35 milioni di euro all’anno: quasi 70 in meno della Sardegna. Una differenza pazzesca, sulla quale si dovrebbe scavare per denunciare uno scialo nostrano che straccia tutti. Perfino la malandata Calabria, assediata dalla malavitosità politica, è molto meglio della nostra isola. Il Consiglio di Reggio costa 44,9 milioni di euro, meno della metà di quello sardo. Eppure i calabresi sono oltre due milioni, hanno solo 50 consiglieri ma con 170 dipendenti. Scadono a quisquilie le spese dei Consigli regionali delle regioni meno popolose. L’Umbria (815 mila abitanti) spende appena 25 milioni di euro per 30 consiglieri e cento dipendenti. La Basilicata (600 mila persone) 21,5 milioni di euro per 30 consiglieri e 137 dipendenti. Il Molise (322mila abitanti), 30 consiglieri e 90 dipendenti, è al minimo: il suo Consiglio costa appena 12 milioni di euro. La terra di Antonio Di Pietro fa una figura strabiliante a fronte della Sardegna centomiliardaria.

Blair, pensione da 90 mila euro. I nostri onorevoli si sbellicano dalle risate.

Lasciando l’Italia per un momento, ecco un confronto di giornata nientemeno che con Londra. Col solenne commiato dall’inossidabile regina Elisabetta, Tony Blair ha lasciato Downing Street e l’incarico di primo ministro dopo quasi 15 anni. Anche se declinato per la sciagurata guerra in Iraq, era un leader mondiale. Bene, avrà una pensione annuale di 90 mila euro: da capo del governo di Sua Maestà ne guadagnava 180 mila. Una roba che farà sbellicare i nostri onorevoli e molti funzionari. Il primo dei quali (l’ex segretario generale Lorenzo Pirina) se n’è andato in pensione con una buonuscita lorda di 700 mila euro e una pensione che sicuramente Blair potrebbe invidiargli. Ma in fondo era solo il premier del Regno Unito, mica il capo della burocrazia consiliare sarda. Anche la Sardegna è un’isola: ma soprattutto una Bengodi politica, mica sparagnina come quella d’oltre Manica, l’ex più grande impero spalmato in cinque continenti. Paragoni forzati ? E quando mai, semmai per difetto. Anche perché dal palazzo fumée di via Roma non si è levato un sussurro, una parola, un sospiro o un minimo atto di contrizione. Semmai il muro del pianto e di gomma di chi si ritiene bersaglio e vittima di un attacco scandalistico. Romperanno il silenzio di fronte alle veementi domande contestative che (non) saranno brandite dall’informazione isolana ? Prendi i soldi e scappa, ma soprattutto acqua in bocca. Il silenzio è proprio d’oro, in quel palazzo. Ma la collera popolare monta, si propaga anche senza che le nostre tv pubbliche e private dedichino un servizio penetrante o una delle tante trasmissioni di nani, ballerine, buffoni e politicanti che si strepitano addosso per coprire l’urlo dal silenzio delle contrade sarde: non resteranno per sempre mute e rassegnate al peggio.

Il Lazio risparmioso taglia le indennità. Ma la sensibilità non abita a Cagliari.

Non una parola, un atto, una vaga protesta e autocritica, preludio a qualche decisione per depotenziare uno scandalo che comunque monta. Eppure in altre Regioni il problema si avverte, e qualcosa si fa. Con la finanziaria 2007 (approvata a dicembre, nei termini?), il Consiglio regionale del Lazio, pur incomparabilmente più risparmioso di quello sardo, ha provato a sforbiciare qua e là i costi della politica. Decisioni che fanno risaltare la pervicacia dei nostri indifferenti onorevoli. Le indennità dei consiglieri tagliate del 10 per cento: non è tanto ma un grande segnale. Ridotte del 50 per cento le spese di comitati, osservatori e vari organi consultivi. I consigli di amministrazione degli enti pubblici ridotti a solo tre componenti e le loro indennità tagliate del dieci per cento. Le commissioni consiliari limitate a 12. E in Sardegna ? Silenzio, e nebbia attorno ai numeri della vergogna. Avevamo iniziato la nostra inchiesta senza lontanamente immaginare dove ci avrebbe portato, chiedendo che tutte le indennità dei consiglieri (specie quelle esentasse) venissero almeno pubblicate sul sito internet del Consiglio. Figurarsi. Non gli passa neanche per la mente. Continueremo a fare il raffronto tra la Sardegna e le altre regioni a statuto speciale, che hanno la stessa ?anzianità? della nostra ma – Sicilia a parte – sono distanti anni luce finanziari dall’allegra prodigalità nuragica. E chiederemo spiegazioni incalzanti. Non ne avremo dal flemmatico Giacomo Spissu: vicepresidente nell’era rampante del boom spendereccio di Moro Seduto Serrrenti.
Ma Soru perché tace, pur avendo fatto in Regione l’opposto ? Parla di costi della politica inaccettabili e da tagliare: ma genericamente, senza puntare al bersaglio grosso che è anche l’arena dove si tenta di matarlo a giorni alterni. Tireremo le somme dopo aver esposto i bilanci di Sicilia, Friuli, Val d’Aosta e Trentino-Alto Adige. La trasparenza e la sensibilità non abitano nella Sardegna politica. Ma è tempo di imporle a furor di popolo. Mai così pochi hanno incassato troppo da tutti. Non può durare all’infinito. Non con i nostri soldi. Procurade, onorevoles, moderare sa tirannia.

(disegno S.D., archivio GrIG)
Riferimenti: L’Altravoce, i "costi della politica regionale".

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Consiglio regionale della Sardegna, il vero Eldorado?

Finalmente, dopo secoli di ricerche, è stato scoperto il luogo del vero El Dorado..sta in Via Roma, a Cagliari…

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Consiglio regionale, 103 milioni di euro all?anno, senza controlli. Rabbia.


La massima Istituzione elettiva sarda, il ?parlamento? isolano, costa la bellezza di 103 milioni di euro per il 2007. Costano gli ?onorevoli? regionali, costano i dipendenti (pur ignorandone gli stipendi), costano le onorevoli pensioni. E i costi lievitano: + 41 % in sette anni. Gli incrementi più lievi dal 2004, forse determinati dall?austerità del Presidente della Regione Soru. Il solito ?dittatore? Soru. Quello di cui non si rendono conto nei ?palazzi? della politica romana o cagliaritana è la nuova marea di rabbia montante, istintiva, ?di pancia?, di strati sempre più vasti della popolazione contro quelle che vengono vissute come situazioni di vero e proprio ingiusto privilegio. Non è ?odio di classe? d?antan, è rabbia interclassista, trasversale e spesso meritocratica. Rabbia che sale verso ?i politici? e tutto quanto viene ritenuto a loro connesso: ?esperti?, consulenti, portaborse, addetti a qualcosa. Assunti direttamente, per cooptazione del ?sistema?. Peggio ancora, quando misteriosamente ?sparisce? qualsiasi visibilità all?indicazione dello svolgimento di prove selettive o concorsuali: nasce molto più che un sospetto. Quando poi divengono conosciuti i prescelti, dal sospetto si passa apertamente alla rabbia e all?invettiva. La rabbia oggi sale in particolare in chi si è sacrificato, ha studiato, si è laureato, si è specializzato e ? illuso ? sperava di farsi strada soltanto per la propria preparazione, per il proprio lavoro. Perché ?esiste la meritocrazia?. Invece si accorge, nei vari campi, che ?mani pulite? è stato un ciclone giudiziario, tanto forte quanto avversato. Quanto oggi quasi dimenticato. E tanti di questi, magari con il loro inutile ?master? in tasca, stringono i denti in un call center in attesa di tempi migliori. Ne conosco più d?uno. E a loro non basta, sotto elezioni, essere imbonìti dal paladino di turno dei precari. Magari assiso, a qualche titolo, nel medesimo augusteo “palazzo”. Non è più epoca di facili tribuni della plebe. Alle tante persone comuni ed oneste questo malcostume disgusta. L?interesse su questi temi è molto più alto di quello su argomenti come la ?democrazia violata?, su cui si scaglia magari il docente universitario amorevole verso la propria prole e ignaro che il suo Rettore è Magnifico da un tempo immemorabile. Potere cristallizzato che regna qual bonus pater familias sul sapere e sulla relativa elargizione. A pagamento. Ed è già qui, nelle aule universitarie, che i primi ?germi? della futura ?rabbia? hanno il loro, a tratti tranquillo ed a tratti magmatico, ?brodo di coltura?. Questa ?rabbia? è destinata a crescere, ma pochi se ne sono accorti. Tranquilli, se ne accorgeranno e non sarà un disegno ?fumettaro? ad annunciarlo?..

Stefano Deliperi

da L?Altravoce (www.altravoce.net), 23 maggio 2007

Lo scandalo del Consiglio d’oro. Costa 103 milioni di euro, il 40 per cento in più dal 2001. Giorgio Melis

Sapete quanto costa all’anno ciascun consigliere regionale a ogni sardo, compresi pensionati, ottuagenari, bambini e neonati ? Appena 64 euro all’anno, circa 120mila delle vecchie lirette. Una bazzecola: all’apparenza. Ma moltiplicato per un milione 600 anime nuragiche, arriviamo a quasi 103 milioni di euro, oltre 200 miliardi di lire.
Cifra enorme, per mantenere i nostri 85 onorevoli e il personale dell’assemblea ? Sembrerebbe di no, con la girandola di miliardi che ruotano attorno al pianeta Regione. E invece sono tanti, uno sproposito. Per alcuni ottimi, anzi pessimi, motivi. Neanche dieci anni fa, bastava l’equivalente di cento miliardi (di lire) per far marciare (al rallentatore) il parlamentino. C’è stato quasi un raddoppio. Giusto per rimanere agli anni recenti, nel 2001 era costato 73 milioni di euro. Per il 2007 si è toccata quota 103 milioni: trenta in più del 2006. Un aumento in sette anni del 41 per cento, una media del sei per cento annuo, mentre il tasso di inflazione era della metà e anche meno. Ci sono raffronti che rendono ulteriormente scandalosi questi numeri. Ogni consigliere regionale costa 1,2 milioni di euro alla collettività sarda. Ogni deputato poco di più, 1,49 milioni (totale: 750 milioni per 630 rappresentanti di Montecitorio) e ogni senatore 1,67 (totale: 527 milioni per 315 eletti a Palazzo Madama). Con una differenza abissale. Camera e Senato svolgono un’attività spalmata su un Paese di 60 milioni di abitanti, hanno impegni e doveri di rappresentanza nel mondo, una burocrazia privilegiata ma di alto rango professionale, devono curare palazzi storici con oneri enormi. E la vita a Roma, per gran parte dei parlamentari trasfertisti, costa molto più che a Cagliari per due terzi dei consiglieri che risiedono in città o provengono dal resto dell’isola.
Il costo procapite dei consiglieri, che operano su base regionale, dovrebbe essere di molto inferiore a quello di senatori e deputati: invece la differenza è minima. A conferma che il costo del palazzo di via Roma non è solo eccessivo ma intollerabile. L’odore dei (troppi soldi) che vi circolano manda sempre un sentore sempre insostenibile e impunito. Anche perché solo pochissimi, fra i tanti consiglieri che abbiamo interpellato nei precedenti servizi mostra qualche sensibilità e l’urgenza di ridurre uno scialo indecente mentre il livello delle povertà cresce in tutta l’Isola.

Se a Roma si comincia a tremare, Cagliari se la dorme e se la gode.

Nessuna iniziativa per rispondere all’insofferenza popolare, sempre alta ma ora al picco del rigetto, è stata non presa ma neanche discussa dalla presidenza del Consiglio. Tout va bien, madame la marquise: prendi i soldi, porta a casa e chissenefrega di chi protesta. Il muro di gomma rintuzza l’indignazione che col tempo e per stanchezza rinuncia a farsi sentire, ogni volta frustrata. Ma il vento comincia a cambiare e soffia di nuovo un risentimento di massa contro i costi di una politica di nuovo delegittimata, autoreferenziale, arrogante, che ci confeziona e ci impone anche i candidati designati da venti persone in tutta Italia e che gli elettori non possono neanche scegliere in una lista aperta. Il troppo stroppia e l’allarme-denuncia del libro subito bestseller di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella (?La casta. Come i politici italiani sono diventati intoccabili?), l’allarme lanciato da D’Alema e ribadito da Sergio Romano sul Corriere della Sera, sono piombati come un macigno nella scena italiana, moltiplicando i cerchi concentrici che hanno messo sul chi vive la politica.

Sfiducia nel Parlamento al 70 per cento: e per il Consiglio sardo come va ?

I sondaggi di Ilvo Diamanti su Repubblica (domenica) e di Renato Mannheimer sul Corriere (ieri) ha dato convergenti e conclusivi risultati sul gradimento del Parlamento e dei politici. La sfiducia ha raggiunto punte del 70 per cento (sotto sono solo le banche), l’insofferenza e il ?menefreghismo disprezzante? (definizione di Giuseppe De Rita, fondatore del Censis) sono cresciuti in misura esponenziale. Fino a far temere che abbiano ragione D’Alema e Sergio Romano (ma anche molti leaders che convengono sull’allarme) che domenica hanno evocato la possibilità di un rigetto popolare in grado di provocare un nuovo collasso della politica come nel 1992, all’implosione di Tangentopoli per il ciclone Mani Pulite.
Ieri è intervenuto Fausto Bertinotti, per il quale il rischio «è già in atto», ed ha invocato riforme e radicali interventi sui costi della politica: crescendo, «alimentano la sfiducia dei cittadini». Anche il governo, che pure aveva tagliato del dieci per cento le indennità dei ministri, ha in animo di proporre un provvedimento organico per limitare le spese della politica. Il ministro Santagata chiederà che le indennità parlamentari siano depurate di quelle accessorie (esentasse) e portate a massino di 6-7 mila euro mensili certi, con taglio dei vitalizi e delle pensioni d’oro. Ci sono proposte anche più radicali, che riguardano gli appannaggi per i vari livelli della rappresentatività politica (regionali, provinciali, comunali e circoscrizionali), che assieme alle società miste pubblico-private hanno enormemente dilatato il ceto politico e l’enorme prelievo di denaro pubblico, in aggiunta ai rimborsi elettorali senza controllo. Tutta una serie di misure che abbiamo caldeggiato da tempo su questo giornale, con qualche risposta positiva e un compatto muro di silenzio e indifferenza da parte della massa dei consiglieri e dei politici sardi. Soldi ben spesi e pochini davvero sarebbero da investire per misurare il gradimento della nostra assemblea e delle altre dove si è sviluppato enormemente un professionismo politico avido e senza altra motivazione che guadagni indebiti. Se il Parlamento non va oltre un 30 per cento di consenso, quello del nostro parlamentino sarà probabilmente anche inferiore. Quotidiani, tv e imprenditori privati sardi finanzino questa ricerca, visto che il pubblico trova soldi per ogni causa ma si guarda bene dal testare gli umori dei cittadini.

Grande scialo e impennata dei costi, dal 2001 al 2003 nel Consiglio d’oro.

E torniamo dunque al nostro palazzo dorato-fumé del Consiglio regionale. Quest’anno il bilancio fa segnare un lievissimo aumento: appena trecentomila euro in più rispetto al 2006, a quota 102 milioni 900 mila euro. Non è un caso. E’ che i segnali sono arrivati, anche con le ripetute e vaste proteste e la raccolta di firme per una legge di iniziativa popolare (prontamente insabbiata) per dimezzare le indennità dei consiglieri. Sforare ancora oltre i 102 milioni 600 mila euro del 2006 dev’esser parso rischioso e si è pigiato sul freno. Come era già avvenuto nel 2004 e 2005, con incrementi limitati, benché i consiglieri fossero passati da 80 a 85. Insomma, c’è stata una svolta virtuosa , e bisogna renderne merito, dall’inizio della legislatura: forse influenzata e nel segno dell’austerità adottata da Renato Soru alla Regione. Ma non basta aver bloccato la deriva dello scialo precedente, davvero clamoroso. Sarà pura, dannata e sfortunata coincidenza, ma le impennate pazzesche nel costo del Consiglio sono coincise con gli anni del malgoverno del centrodestra alla Regione e del Consiglio, sotto la presidenza dell’ineffabile Efisio ?Moro Seduto? Serrenti. Dal 2001 al 2004, il Consiglio è passato da un costo di 73 a 99 milioni di euro, un salto di 26 milioni che grida vendetta. Purtroppo nessuno può legalmente invocarla perché il Consiglio è autogestito e sfugge ad ogni controllo della Corte dei conti o di altre istituzioni. Ma per essere credibili, gli eredi in carica di quella voragine finanziaria dovrebbero istituire una commissione d’inchiesta interna per spiegare ai sardi come è potuta accadere e dove sono finiti i fondi di quell’innalzamento tellurico in tre anni. L’assemblea è tenuta a dare spiegazioni ai sardi. Ma forse non si troverà un solo consigliere disposto a chiederle per conto dei cittadini e nessuno diventerà una biblica statua di sale per essersi voltato a fissare quel saccheggio recente.

La parte del leone a consiglieri e dipendenti, più i gruppi: 85 milioni di euro.

Nei prossimi giorni vedremo nel dettaglio e nel trend degli ultimi anni le voci del bilancio consiliare. Per il momento limitiamoci ai grandi numeri di quest’anno. La parte del leone la fanno i dipendenti, che incidono per quasi 42 milioni di euro: 34 milioni 903 mila per quelli in servizio e sette milioni per quelli in quiescenza. Ci sono trattamenti specie pregressi di enorme favore, appetibili da grandi dirigenti industriali.
Se Giacomo Spissu si lasciasse convincere dalla furente richiesta di trasparenza che viene dai cittadini, pubblicherebbe su internet e distribuirebbe l’elenco con le retribuzioni non solo dei consiglieri ma anche di tutti i dipendenti. Sono soldi pubblici su cui abbiamo il diritto di sapere tutto soprattutto perché sfuggono interamente al controllo istituzionale e sociale. Chissà che Spissu, il muto di Sassari, e altri dell’ufficio di presidenza non avvertano che i sardi non accettano più questa opacità omertosa che il Parlamento nazionale ha da tempo cancellato.
La seconda grande voce di spesa sono naturalmente i consiglieri. Quelli in carica costeranno 22 milioni e 895 mila euro, quelli cessati dal mandato 16 milioni 750 mila euro. Per un totale di oltre 39 milioni di euro. Altra voce pesante e molto controversa le erogazioni ai gruppi consiliari: cinque milioni 860 mila euro, che in gran parte servono a finanziare i partiti e i singoli senza alcun controllo. C’è una chicca, infine, tralasciando altre voci. Diminuisce costantemente e si è ridotto a soli 50 mila euro lo stanziamento per il difensore civico. Dovrebbe essere e non è mai potuto diventare l’ombudsman scandinavo, il tutore dei cittadini. È significativo, quasi una metafora coerente, dell’andazzo che domina nella casa dorata di via Roma.

24 maggio 2007

Consiglio, todos onorevoles, 160 dipendenti di lusso. Reddito medio: 110mila euro. Giorgio Melis

Todos onorevoles nel Consiglio regionale: dorato per gli eletti, quasi platinato per i 160 dipendenti. A sorpresa – carta canta – sono privilegiati quasi più dei rappresentanti del popolo. Sapete quanto guadagna mediamente ciascuno di loro? La bellezza di 110mila 625 euro lordi all’anno. All’ingrosso, circa 220 milioni riportate in lire per la comprensione di tutti. Per i loro stipendi e indennità varie, l’assemblea ha sborsato, nel 2006, 17milioni 700mila euro e più meno la stessa cifra verserà nel 2007. In più, spende tra i sette e gli otto milioni di euro (14-15 miliardi di vecchie lire) come proprio contributo per il trattamento di quiescenza e assistenza (pensioni ed altro) dei dipendenti. Ai quali versa annualmente, come anticipazione dell’indennità di fine rapporto, altri otto milioni e mezzo di euro. In totale, l’erogazione per il personale – tra stipendi, indennità, contributi per il fondo pensioni e anticipi sulle liquidazioni – ha raggiunto l’anno scorso la sciocchezzuola di 34 milioni 903 mila euro: circa settanta miliardi in vecchie lire.
Cifra da capogiro, per appena 160 persone. Verrebbe da scusarsi con gli onorevoli nel mirino: al confronto, non sono molto più remunerati. Ma, vuoto per pieno tra passato e presente, sono ugualmente responsabili. È stata l’assemblea, negli anni, a firmare contratti e prebende tanto sontuose e stenderci sopra un pietoso velo che, sollevato, suscita non poco sgomento e altrettanto scandalo. E anche sul bilancio di quest’anno tutti d’accordo, neanche un voto contrario. Per i consiglieri, l’anno scorso sono stati erogati quasi 22 milioni di euro, più 5 milioni e 860 mila euro per i gruppi. In tutto neanche 30 milioni. È vero che sono 85 contro i 160 dipendenti, ma alla fin fine rischiano ogni cinque anni di tornare a casa, mentre i faraonici emolumenti del personale durano vita (lavorativa) natural durante, proiettandosi in relative, doviziose pensioni arricchite dall’assemblea. Forse per gli addetti ai lavori, per chi ha accesso alle carte e per i pochi curiosi che provano a lanciare un fascio di luce nell’oscurità dei conti consiliari, non è una sorpresa: benché si sappia da sempre che il personale del ?parlamentino? ha un trattamento privilegiato. Ma per il grande pubblico e anche per chi si è soffermato sulla contabilità consiliare però abbagliato dalle indennità degli onorevoli, è quasi una rivelazione. Un colpo di teatro sconcertante: a fronte del quale si resta increduli: facendo e rifacendo somme, moltiplicazioni e divisioni per paura di un errore marchiano. Nessun errore. Chapeau ai signori impiegati, funzionari e commessi del Consiglio: hanno livelli di retribuzione media di gran lunga superiori a quelli dei vituperati regionali degli assessorati e degli enti. Non siamo ancora in grado di fare una comparazione ma la faremo presto. Lo scandalo non è solo in questa scoperta. Indigna di più che questa realtà rimanga quasi nascosta, clandestina: grazie alla complessiva opacità, mancanza e rifiuto di trasparenza che il Consiglio ha calato come una cortina fumogena sui conti degli onorevoli e, di sponda, su quelli del suo personale: parrebbe una sorta di incestuosa complicità. Resa doppiamente intollerabile dal fatto che nessuno, in particolare la Corte dei conti – che per quanto può fa le pulci alla spesa pubblica – ha diritto di controllo. Quindi tutti al riparo da ogni denuncia che pure non risparmia i grandi boiardi pubblici e privati. Oggi registriamo le reazioni di alcuni esponenti dell’Ufficio di presidenza del Consiglio allo sciorinamento dei panni in euro dell’assemblea. Ma ancora nessuno, e tanto meno la presidenza silente, ha preso un’iniziativa nella direzione che andiamo sollecitando da mesi. Aprite porte e finestre, spalancate le vetrate affumicate del palazzo di via Roma: e pubblicate su Internet, distribuite pubblicamente i tabulati dei compensi di onorevoli e dipendenti. Ogni motivazione addotta per giustificare le cifre è inattendibile, insufficiente, finché non si farà chiarezza massima sull’uso di denaro pubblico sottratto al controllo sociale e di altri organi istituzionali. Il bunker va scoperchiato perché tutti possano guardarci dentro. Fino a quel punto, nessuno può dirsi irresponsabile di fronte all’opinione pubblica nel dilapidamento incontrollato di soldi della collettività sarda. Nella quale, non va sottolineato per demagogia o populismo ma per rispetto della realtà, ci sono centinai di migliaia di persone che vivono con 10-12 mila euro all’anno: contro la media di 110 mila del personale consiliare.

Gli onorevoli rischiano ogni cinque anni, i dipendenti incassano per una tutta la vita.

L’opacità sui dipendenti, uguale e solidale con quella verso se stessi, sembra una copertura, infine autolesionistica, dei consiglieri. I quali hanno sì emolumenti e indennità faraoniche (specie quelle accessorie, del tutto esentasse), più privilegi vari, e finanziano la propria attività e quella dei partiti con i versamenti ai gruppi. Ma devono affrontare ogni cinque anni la sfida elettorale e spendere una parte del peculio per sostenere il consenso, con o senza voto di scambio. Una buona parte – i trasfertisti – deve spendere per mantenersi a Cagliari. Non si ammazzerà di lavoro ma comunque deve impegnarsi anche in ore e giornate di normale riposo per i dipendenti. I quali non patiscono lo stress da rielezione, vivono nelle loro case in città, ignorano cosa sia il controllo di produttività, l’ipotesi di cassa integrazione o licenziamento. Sono al di sopra di ogni ogni rischio: intoccabili.
È giusto che le persone qualificate abbiano un trattamento adeguato anche nel pubblico. Ma non con le enormi disparità rispetto agli omologhi della Regione. Sono riparati e coperti da ogni colpo di vento che fa tremare e nevrotizza la maggioranza dei lavoratori in tempi di flessibilità e precarietà totalizzanti. Niente moralismo, per carità. Ma senza un minimo di giustizia sociale, non solo la politica viene delegittimata. Specie quando i privilegi prelevati dalle tasche dei contribuenti e sulla pelle dei cittadini normali offendono la condizione della generalità degli altri.
I numeri valgono più di ogni considerazione. Il costo individuale degli 85 consiglieri sul totale della spesa complessiva a loro favore è di 257mila euro all’anno rispetto a quella globale di 21 milioni 980mila euro spesi nel 2006 (sarà uguale nel 2007). Il costo individuale dei 160 dipendenti, sui 34 milioni 903mila euro erogati per loro dal Consiglio, è di 218mila 915 euro annui, sempre per il 2006. Il dato più eclatante restano i 110mila 625 euro di stipendio e indennità lordi percepiti mediamente da ciascuno. Quanti sono i sardi che non dico sfiorano ma neanche si avvicinano a queste remunerazioni al coperto da ogni rischio?

I privilegi non finiscono a fine mese: aspettando la pensione, si arrontonda con il Tfr.

Ma oltre i sontuosi guadagni mensili e annuali, il personale del parlamentino fruisce di altri privilegi davvero significativi. Papà Consiglio è generoso anche a futura memoria, quando i suoi dipendenti saranno pensionati: sempre privilegiati, naturalmente. Li soccorre per la vecchiaia come un generoso genitore ricco, anche se i soldi non sono suoi ma nostri. Nel tempo, l’assemblea ha deciso di contribuire agli istituti di previdenza e i fondi di quiescenza del proprio personale con erogazioni favolose. L’anno scorso, come negli anni passati e futuri, ha versato sette milioni e 800 mila euro (circa 15 miliardi di lire, per intendersi). Una robetta da poco, quasi 48 mila euro per ogni dipendente: circa 93 milioni in lire. Beati coloro che si vedranno le pensioni soccorse così prodigalmente, integrando i loro versamenti su guadagni vertiginosi.
Non basta. Il Consiglio è anche una banca senza restrizioni: cassa continua, bancomat senza limiti. Sta anticipando tutti gli anni una caterva di euro sulle indennità di fine rapporto. Un diritto, sia chiaro. Ma gestito da satrapi. Fino al 2003, queste anticipazioni erano elevate ma forse ancora accettabili. Dal 2004 si sono impennate: più che raddoppiate e continuano a crescere. Erano 8milioni 350 mila euro nel 2006, in aumento per il 2007 a oltre 8milioni 600 mila euro: circa 17 miliardi in lire, per chi è rimasto ai conti andati. Sempre per individualizzare, in media ogni dipendente si è fatto anticipare sul Tfr 53mila 750 euro, più di cento milioni in lire. Tutto in proporzione: stipendi, contributi integrativi per le pensioni, anticipazioni sulla liquidazione, investibili favorevolmente. Ecco, questo è lo scenario un poco sconvolgente che mostra una prima picchiata (altre seguiranno) sul trattamento dei dipendenti dopo quella dedicata ai consiglieri (proseguiremo). Morale della (loro) favola ? Senza invidia, beati loro. Tutto regolare e legale, per carità. Non c’è truffa, imbroglio, appropriazione indebita e tanto meno furto di denaro pubblico: al massimo dilapidato. Ma guardandoci intorno, come tutti i cittadini normali, ci sentiamo ugualmente derubati. Sarà un termine improprio ma è l’unico che viene in mente davanti a uno scippo benedetto dalla politica e dal nostro regale parlamentino. Casa dell’autonomia ? Solo per chi ci sguazza con i soldi nostri, felice, ignorato e impunito. Ora si capisce meglio perché attorno ai concorsi per le assunzioni in Consiglio – non solo per ruolo di vertice: anche per da dattilografo, usciere o impiegatino – ci sia una corrida che finisce sempre in rissa, spesso in brogli, da ultimo in Tribunale. Varcare la soglia del palazzo marron bruciato è meglio che fare bingo. E chi c’è dentro, conoscendo bene la pacchia, è pronto a tutto per sistemare figli, parenti e amici. Sa domu comuna de s’autonomia, parafrasando la disastrosa trovata de sa Limba sarda comuna (altri soldi da sperperare, prebende e greppie da conquistare), avrebbe bisogno di una sana disinfestazione col più potente dei veleni anti-roditori.

Spissu: no comment. I vice e i questori difendono l’assemblea: non è
una macchina mangiasoldi, spese ridotte.
Michele Fioraso

Il Consiglio regionale non è un grande rubinetto che continua a perdere soldi pubblici. Questa è l’opinione dei vicepresidenti e dei questori dell’assemblea di via Roma che, pur riconoscendo il costo ingente della struttura consiliare, mettono l’accento soprattutto sul contenimento delle spese in atto già da un paio d’anni. E non chiudono la porta alla possibilità che una nuova legge elettorale porti in dote con sé una riduzione nel numero dei consiglieri regionali. Se il presidente del Consiglio Giacomo Spissu preferisce non rilasciare alcuna dichiarazione sul tema, i suoi vice Eliseo Secci (Margherita) e Nicolò Rassu (Forza Italia) sono più loquaci. Soprattutto Secci invita a fare una prima scrematura dei dati che dicono che l’assemblea regionale, per il 2007, avrà in bilancio 102,9 milioni di euro. «Di questa cifra fanno parte sia i residui attivi sia quelli passivi, cioè le entrate accertate ma non riscosse e le spese non impegnate, sia le spese di investimento: tolte queste ci fermiamo a 97 milioni», dice Secci, che da ex presidente della commissione Bilancio di numeri se ne intende. «Sicuramente la macchina costa di più, ma dobbiamo anche ricordare che nella passata legislatura, per far fronte a un grande deficit di organico sono stati assunti per concorso 40 nuovi dipendenti», sottolinea l’esponente della Margherita. Ma i costi della politica sono «quasi rimasti invariati», perché a fronte dei 5 consiglieri in più entrati in via Roma nel 2004 (in virtù dell’applicazione della legge elettorale nazionale), le indennità si sono ridotte del 10% l’anno scorso. «La spesa è in regresso per costo unitario, del singolo consigliere, ma è la struttura amministrativa a richiedere molti soldi». Però, puntualizza infine Eliseo Secci, non va dimenticato «quanto influisce il Consiglio rispetto al bilancio di competenza della Regione, che ammonta a circa 7 miliardi, cioè l’1 e qualcosa per cento». Sulla stessa lunghezza d’onda anche Rassu, che puntualizza come le indennità permettano l’accesso alle cariche pubbliche di «persone come me, provenienti dal popolo e dalle classi meno abbienti», altimenti impossibilitati «ad affrontare le spese della politica a tempo pieno con un lavoro normale». Perché «la politica non può essere delegata solo a chi ha grosse disponibilità finanziarie, cioè ai ricchi o ai professionisti», ma al tempo stesso un deputato o un consigliere regionale hanno grosse spese da sostenere. Il vicepresidente forzista, eletto nel 2004 nella circoscrizione sassarese, osserva: «Si dice che le indennità dei consiglieri siano esorbitanti, ma io porto l’esempio del sottoscritto, che deve pagarsi l’affitto a Cagliari, deve pagarsi la macchina, deve mangiare a Cagliari, deve pagarsi una segreteria e il personale a Sassari. Gran parte dei soldi vanno via in questo modo. Chi fa politica spende». Però una registratina alla macchina consiliare non sarebbe male: «Funziona sufficientemente bene, ma bisogna iniziare a pensare a una migliore riprogrammazione del personale e degli altri strumenti di cui il Consiglio dispone e ha necessità». Senza escludere una sforbiciata anche al numero dei consiglieri, da affidare alla prossima legge elettorale: «Io credo che 70 consiglieri siano sufficienti», sostiene Rassu. «Però è necessario che ogni territorio sia rappresentato, in modo che vengano portate all’attenzione di tutti le esigenze economiche e sociali di quell’area». Rassicurazioni arrivano dal collegio dei questori, coloro che, in base al regolamento, tengono praticamente i cordoni della borsa. Infatti «provvedono alla gestione dei fondi a disposizione del Consiglio» e «predispongono il progetto di bilancio ed il conto consuntivo delle entrate e delle spese e ne sono relatori al Consiglio», come dice l’articolo 9 del regolamento. «Per il 2007 registriamo un lievissimo cambio di rotta e dal 2005 la spesa è tendenzialmente immutata», dice Pietro Pittalis dell’Udeur, entrato in carica pochi mesi fa, al cambio della guardia degli incarichi, insieme a Tore Amadu (ex Udc) e Peppuccio Fadda (Rifondazione). Indubbiamente «i costi sono troppo alti, e sono dovuti in gran parte alle indennità e agli stipendi per il personale. Siamo già intervenuti su alcuni privilegi», aggiunge Pittalis. «Per esempio, i biglietti aerei non sono più nella dispendiosa business class». Ma per affrontare una riforma più ampia del mastodonte burocratico di via Roma «dovremo mettere mano al regolamento di contabilità interno, che ora è fuori da qualsiasi ipotesi di controllo, tanto che neppure la Corte dei conti può verificarlo». Quindi «dobbiamo introdurre dei sistemi di controllo, e anche modificare altre spese che incidono come le indennità di quiescenza». «Il Consiglio regionale è un apparato di grandi dimensioni, e molte delle spese degli ultimi anni hanno puntato all’ammodernamento tecnologico e dell’apparato tecnico», evidenzia Tore Amadu. «Meglio funziona la struttura di supporto, migliore è la tempestività e la qualità della produzione legislativa». Anche l’ex assessore regionale dei Trasporti evidenzia come «negli ultimi tempi abbiamo fatto economia su molti servizi, ma ci sono costi indispensabili come la pulizia e la sicurezza degli uffici, che devono essere garantite». «Bisogna comunque avere il coraggio di ridurre ancora dove questo si possa fare», dichiara. Per esempio, le auto blu sono state praticamente accantonate. Sono a disposizione del presidente dell’Assemblea, dei vicepresidenti e dei questori: «Ma credo di averla usata solo due o tre volte», dice Amadu. Sulla questione del ridimensionamento del numero dei consiglieri, l’esponente uscito poche settimane fa dall’Udc torna sull’esigenza di «rappresentanza dei territori», però «una riduzione è possibile, ma ha bisogno di una modifica istituzionale più approfondita». Indennità, vitalizi e spese di gestione dell’apparato: per Peppuccio Fadda, fresco di passaggio nel neonato gruppo di Sinistra autonomista, sono questi i bersagli principali di una vera «politica di contenimento dei costi». Ma il primo punto è l’asciugamento della classe politica consiliare: «I consiglieri regionali dovrebbero essere 50-60, la Sardegna non ha una popolazione numerosa che giustifichi tanti rappresentanti». Però «il percorso va studiato: è innegabile che dipendenti e consiglieri richiedano una spesa sovradimensionata, e la riorganizzazione richiederà anche una ristrutturazione dell’apparato amministrativo». «Il costo della democrazia, che è giusto, oggi ha un peso insostenibile, poco rispettoso anche nei confronti del momento di profondo disagio sociale che vive la nostra isola», osserva Fadda. «Io vengo dai partiti, ma credo che questi abbiano abusato del potere loro concesso. Ci vuole autocritica e risanamento, perché dobbiamo ricordare che siamo noi al servizio della gente e non il contrario. Siamo qui per dare risposte, dobbiamo ristabilire il ruolo di rappresentanza istituzionale nei confronti di chi ci elegge».

da La Nuova Sardegna, 24 maggio 2007

La politica sarda costa 103 milioni di euro. Un esercito di consiglieri, assistenti, funzionari. I privilegi delle pensioni d?oro.
Alfredo Franchini

CAGLIARI. La casta si è installata nel Regno inerme. Di fronte allo sfarinamento delle istituzioni, alla partecipazione popolare ridotta come non mai e alle assemblee elettive diventate comparse del «teatrone», i costi della politica vanno alle stelle. E stavolta non è demagogia, l?ondata di reazioni rischia di travolgere il sistema così come fece Tangentopoli nel 1992. Un esercito popola le regioni italiane: 19 presidenti (più due delle province di Trento e Bolzano, le più costose in assoluto), 233 assessori, 1.118 consiglieri e diverse migliaia di addetti, capi di gabinetto, assistenti, segretarie, esperti in comunicazione. I costi minimi stimati per le indennità di presidenti, assessori e consiglieri sono intorno ai 220 milioni di euro all?anno: cifra che comprende le indennità di carica e di funzione, al netto quindi delle altre voci accessorie e ulteriori indennità di carica (presidenti di commissione, vice presidenti, segretari del Consiglio regionale) che variano da Regione a Regione. Tutte le indennità sono parametrate a quelle dei parlamentari nazionali: si va così da indennità pari al 60-65 % dell?indennità del parlamentare, fino al 105 % (il caso del presidente della Campania) o al 116 % (il caso del presidente della Lombardia). Un?avvertenza: tutte le cifre vanno moltiplicate per 12 (il numero delle mensilità).

«Ma l?isola ha avviato un ciclo virtuoso».
Soru: «Eliminati gli sprechi e mille poltrone del sottobosco».

CAGLIARI. Costi abnormi che, a dar retta ai sondaggi, stanno provocando il rifiuto dei cittadini per questo tipo di politica. L?ha denunciato qualche giorno fa Massimo D?Alema incrociando il fuoco con il libro del momento, «La casta», dedicato ai privilegi dei politici. In Sardegna il sito «l?altra Voce.net», diretto da Giorgio Melis, ha fatto i conti in tasca ai nostri onorevoli e ha quantificato in 103 milioni di euro il costo del Consiglio regionale. Nell?isola ogni consigliere regionale, (e sono 85 come in Lombardia nonostante la differenza di popolazione), costa 1,2 milioni di euro alla collettività, 64 euro per ciascuno di noi residenti. I costi della politica sarda sono cresciuti in modo esponenziale sino al 2004 e sono letteralmente esplosi sotto il governo del Centrodestra: per i consiglieri, ad esempio, si spendevano 17 milioni di euro nel 2001, diventati 19,9 nel 2002; 23,80 nel 2003 e 23 nel 2004. L?anno successivo quella cifra fu sostanzialmente confermata per poi scendere nel 2006 a 21,98 milioni e, infine, 21,89 quest?anno (più 16 milioni spesi per i consiglieri cessati). A dire il vero non si tratta di cifre che in assoluto, da sole, possono imprimere una svolta nel sistema economico sardo ma è una questione di equità: non è possibile, ad esempio, che per tutti gli italiani s?allontani la soglia della pensione mentre per i parlamentari in carica sia iniziato il conto alla rovescia: a loro mancano 523 giorni perché il diritto nella casta matura dopo due anni e mezzo. La Sardegna, non è tra le regioni più spendaccioni e anche tra le speciali le province di Trento e Bolzano hanno costi davvero iperbolici. Soru, da subito, ha limato le spese un po? dappertutto e ora spiega: «C?è un costo davvero troppo alto per l?attività necessaria della politica. Un costo eccessivo per una pletora di organismi che spesso si sovrappongono nelle competenze». Da qui le chiusure e l?accorpamento di enti e dei Consorzi messi in atto nell?isola. Renato Soru tira le conclusioni: «Due anni e mezzo fa c?erano ventiquattro Comunità montane ma ora le abbiamo cancellate; probabilmente se ne ricostituiranno due. C?erano nove enti che si occupavano di agricoltura e li abbiamo trasformati in altrettante Agenzie, da nove consigli di amministrazione siamo scesi a due direttori generali. Avevamo tutta una pletora di enti che si occupavano del turismo, anche questi con tanti consigli di amministrazione, un ente che si occupava di artigianato, un altro ente di promozione dei prodotti agricoli: li abbiamo trasformati in una sola Agenzia che si occupa di promozione». Nel sottobosco degli enti, ha concluso il presidente della giunta, «la Sardegna alla fine si avvicinerà alla cancellazione di circa mille poltrone». A dar retta ai sondaggi, per adesso, tra i cittadini prevale un senso di stanchezza per tutta la politica: costi abnormi e migliaia di persone che vivono dall?attività che dovrebbe essere al «servizio» della gente. Basti pensare anche ai rimborsi elettorali. Sino a qualche anno fa i partiti potevano contare su un euro per ogni voto ricevuto, poi la legge ha rincarato i costi: sempre un euro ma per ogni elettore, astenuti compresi, con la ripartizione della torta in un secondo momento in base alla percentuale di voto. Ora c?è un rischio, ha ammesso Gian Antonio Stella, coautore del libro che sta avendo un successo imprevisto sui politici intoccabili: scivolare nel qualunquismo nonostante la sussistenza oggettiva del problema. «È chiaro che nessuno vuole uccidere i partiti», precisa Stella, «perché, si sa, che la democrazia non sarà perfetta ma è l?unico sistema possibile. Da qui si deve ripartire, facendo pulizia». I metodi non mancano. Nella Grecia di Pericle si stabilì che le cariche, tranne quelle di tipo tecnico, fossero sorteggiate tra tutti i cittadini e chi otteneva un incarico pubblico riceveva solo un?indennità. È chiaramente una strada inconciliabile ma ci dev?essere pure una via di mezzo tra l?idea di Pericle e il professionismo imperante della politica.

da L?Altravoce (www.altravoce.net), 25 maggio 2007

Soru, austerità e trasparenza. I regionali all’attacco: un abisso col Consiglio dei ricchi. Michele Fioraso

«Sono fermamente convinto che il numero dei consiglieri regionali vada diminuito e che le indennità debbano essere chiare, trasparenti e ridotte di molto». A margine della conferenza stampa sulla Finanziaria, il presidente della Regione Renato Soru non elude la domanda sulle intenzioni dell’esecutivo nei confronti degli eccessivi costi della politica. Ma non dimentichiamo l’apparato, rilanciano i rappresentanti sindacali dei dipendenti della Regione, che giudicano «spropositati» gli stipendi dei colleghi che lavorano in Consiglio. Soru ha assicurato che il tema del contenimento della spesa politica è ancora in agenda: «È un ragionamento che si sta facendo nel centrosinistra, credo che presenteremo alcune proposte in tempi sufficientemente brevi. Occorre però dire che non siamo i peggiori: su un quotidiano ho letto che nella Regione Veneto vengano pagati addirittura i funerali», ironizza il presidente. «Sono cose ridicole: non solo i funerali, ma anche i viaggi all’estero, famiglia compresa. Queste sono le cose che si potrebbero eliminare subito: i viaggi, alcuni benefit e una parte delle indennità». L’austerità è stata imposta all’esecutivo regionale. Già in occasione della presentazione della legge statutaria a marzo, Soru aveva ricordato che il governo regionale non fa «regali di Natale, non usiamo carte di credito, non compriamo il catering dai migliori ristoranti di Cagliari per la Giunta, non siamo mai andati in ristorante a spese della Regione». Linea spartana confermata ieri dagli assessori, che ricordano come si stia tagliando tutto il tagliabile, comprese le loro buste paga, ferme a 8.900 euro. La trasparenza però prima di tutto: «Il Consiglio ha già congelato, cioè non ha riassorbito, la crescita dei compensi per i parlamentari dell’anno scorso. In questo momento c’è una discussione in atto sulla diminuzione e ricompattazione delle indennità, che devono essere chiare e trasparenti, e ridotte di molto. In maggioranza si discute del contenimento dei costi. Se diminuiranno gli stipendi ai parlamentari, in maniera proporzionale diminuiranno gli stipendi dei consiglieri regionali». Tempi più lunghi per la compressione del numero dei consiglieri, che dagli 80 fissati dall’articolo 16 dello Statuto nel 2004 sono passati a 85 in virtù dell’utilizzo della legge elettorale delle Regioni a statuto ordinario, con l’elezione diretta del presidente. «La legge statutaria non ha potuto diminuire il numero dei consiglieri regionali, perché dobbiamo passare per il nuovo Statuto. Poi la legge elettorale, che spero riusciremo ad approvare, sicuramente sanerà questa situazione». Questi dunque i passaggi nel programma di Soru: «La legge elettorale sarà il primo passo per riportare il numero dei consiglieri a 80, lo Statuto il luogo dove questo numero possa essere ridotto ancora: io sono fermamente convinto che si possa arrivare a un Consiglio più leggero e gran parte della maggioranza è consapevole di questa necessità». Ma in attesa di novità, davanti alle rivelazioni sul trattamento del personale del Consiglio – non c’era segreti, bastava fare due conti – i regionali semplici di viale Trento e dintorni si sentono figli di un dio minore. Retribuzioni avvolte nella leggenda da chiacchiera al bar, quelle del Consiglio, visto che persino due rappresentanti sindacali della funzione pubblica, Giovanni Pinna della Cgil e Davide Paderi della Cisl, ammettono che il contratto di quanti lavorano nel palazzo di via Roma é «un mistero» custodito come il terzo segreto di Fatima. Un contratto – mostro di Loch Ness: «In quindici anni che faccio questa attività, non sono mai riuscito a vederlo», spiega Pinna. «Questa segretezza è una cosa che mi disturba, non ho mai visto il pezzo di carta e non si riesce a sapere quanto prendano», dice ancora il sindacalista. Rispetto alla contrattazione collettiva dei normali lavoratori dell’amministrazione (che sono circa 5.500, tremila dei quali tra presidenza e assessorati e gli altri distribuiti tra corpo forestale, enti e agenzie regionali), quello del Consiglio sembra siglato in un’atmosfera da antichi riti, con «una trattativa diretta tra i rappresentanti dei dipendenti con l’ufficio di presidenza». I delegati sindacali di via Roma, almeno secondo Pinna, sarebbero confinati al ruolo di comparse, o comunque non curano particolarmente la comunicazione coi ?cugini? regionali. «La ricezione è guasta, non so neppure quale sia la base contrattuale: è un argomento di cui non si parla». «Il contratto dei dipendenti del Consiglio è legato alle dinamiche contrattuali di Camera e Senato», aggiunge Paderi facendo riferimento all’autonomia contabile delle assemblee legislative. «Ma mentre in altre Regioni come Friuli o Valle d’Aosta c’è stata un’armonizzazione contrattuale che ha messo i dipendenti dell’amministrazione e dei Consigli nello stesso comparto, da noi rimangono separati e gli stipendi dei consiliari rimangono spropositati».
«È un trattamento-specchio di quello, privilegiato, dei consiglieri regionali, quasi la dimostrazione di una tacita alleanza politico-contrattuale che mette sullo stesso binario politici e maestranze», afferma il sindacalista Cisl. «In un momento di austerità come questo, è qualcosa che davvero suona male». Paderi osserva poi: «Soru ha introdotto tagli e sobrietà a tutti i livelli, ma ancora non siamo riusciti a entrare in quella cattedrale che è il Consiglio». Così un ragioniere di qualifica media con una dozzina d’anni di anzianità guadagna meno di 1.300 euro netti al mese, e la retribuzione media di un dipendente dell’amministrazione regionale si avvicina ai 40 mila euro lordi, composti di 14 mensilità, cui si aggiunge il 38 % di oneri versati dalla Regione. «Sono cifre da comuni mortali», commenta Giovanni Pinna. «Stipendi nella media nazionale, equilibrati», gli fa eco Davide Paderi. Ai 110 mila euro, che nella nostra inchiesta di ieri risulta essere la retribuzione media di un dipendente del Consiglio, forse non si avvicina «neppure un direttore generale con 20 anni di anzianità», osserva l’assessore regionale del Personale, Massimo Dadea.
A parte stanno i dipendenti dei gruppi, una trentina, che «lavorano con un contratto-capestro» per Paderi. Un emendamento del centrodestra alla finanziaria, dichiarato non ammissibile perché presentato fuori tempo, voleva equipararli ai funzionari e promuovere una loro integrazione nel rango. «La differenza di compenso è sicuramente dovuta anche al fatto che lavorino più ore, come abbiamo visto nei giorni scorsi per la discussione della Finanziaria», dice Pinna. «Il personale deve avere una buona preparazione, visto che lavora a più stretto contatto con la classe politica nella sede legislativa». «Difficile capire perché non si possa mettere mano allo stipendio dei dipendenti consiliari», evidenzia Paderi. «Non dobbiamo prendercela con chi sta meglio, ma cercare di far stare meglio chi sta peggio», dice Pinna. E il sindacalista Cisl aggiunge: «O tagliamo o eleviamo la retribuzione di tutti». In ogni caso, secondo Pinna, «i dipendenti del Consiglio non possono essere considerati tra i ricchi d’Italia. Se c’è da tagliare, prima bisogna occuparsi degli stipendi da superenalotto dei politici». Anche se nel pubblico impiego difficilmente merito e capacità vengono premiate, perché «il potere politico vi ha messo mano in lungo e largo attraverso lo scambio di voti».
Difficile anche ottenere una replica dai rappresentanti del personale del Consiglio regionale. Dopo la conclusione della maratona sulla finanziaria, molti sono in ferie per qualche giorno, altri invece si rifiutano di commentare. «Dopo l’uscita del libro di Gian Antonio Stella, ci aspettavamo questi attacchi», dice un’impiegata che preferisce rimanere anonima. «Però noi siamo l’apparato servente dell’organismo politico, e siamo sempre a disposizione». Poi, con il forte ritmo imposto dalla nuova legislatura, commissioni e aula corrono «il lavoro, che spesso è anche fatto di attesa, è aumentato molto».

(disegno S.D., archivio GrIG)
Riferimenti: tabella bilancio Consiglio regionale

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Il mistero del reclutamento di 10 funzionari del Consiglio regionale sardo.


Chi, l?estate scorsa, spese i soldi della raccomandata per spedire la propria domanda di partecipazione al ?reclutamento?, sa che il mistero è fitto, perciò occorre riepilogare le tappe della vicenda, parzialmente rinvenibili sul sito del Consiglio regionale:
L?estate scorsa, agosto 2006, su un quotidiano sardo, venne pubblicato ?l?avviso di reclutamento di n. 10 funzionari consiliari a tempo determinato del Consiglio regionale della Sardegna ? pubblicato sul B.U.R.A.S. del 18 agosto 2006 n. 27? e pubblicato anche sul sito internet del Consiglio. In sintesi, il Consiglio regionale informava i laureati in diverse discipline (Giurisprudenza, Economia e Commercio, Scienze Politiche, Scienze Statistiche) la necessità di predisporre una graduatoria dalla quale attingere candidati da sottoporre a prova selettiva per l?eventuale assunzione a tempo determinato, per periodi di sei mesi, nel IV livello funzionale retributivo dei ruoli del personale, di 10 funzionari consiliari. In pratica, un ambo sulla ruota di Cagliari. Alcuni fiduciosi e speranzosi ?dottori?, tentati dalla vincita, presentarono la domanda di partecipazione al reclutamento. Successivamente, con data 18 gennaio 2007, una speranzosa candidata ricevette la comunicazione proveniente dal Segretario Generale del Consiglio regionale dal seguente contenuto: ?si comunica che la S.V. è stata inclusa al 12° ex aequo posto della graduatoria relativa all?avviso di reclutamento in oggetto, con il punteggio di… Si ricorda che all?eventuale prova selettiva sarà ammesso un numero di cinquanta candidati, o superiore se presenti più candidati classificatisi ex aequo, individuati secondo l?ordine della su citata graduatoria?. Le modalità di comunicazione della data prevista per la selezione sono indicate nel decreto del Presidente del Consiglio del 17 gennaio 2007, pubblicato sul sito internet. In attesa della comunicazione, i dottori aspiranti all?ambo sulla ruota di Cagliari, studiano, e non perdono d?occhio il sito internet del Consiglio, leggono speranzosi le pagine dei quotidiani (a volte, vabè, dimenticano di cercare l?avviso..) finchè un bel giorno, trovano sul sito del Consiglio l?avviso con il quale si indica il giorno in cui verranno abbinati i dati anagrafici agli elaborati? (quali elaborati? Quelli della prova selettiva già svolta in data imprecisata) e i nomi dei vincitori. Ora, la candidata del 12° ex aequo, probabilmente un po? polla e addormentata, si chiede: quando è stata svolta la prova? Dove e quando è stato pubblicato l?avviso? Perché sul sito del Consiglio regionale non c?è traccia della data in questione? Perché tanta solerzia nel dare comunicazione, per posta e individualmente, dell?inserimento nella graduatoria e poi scordarsi di comunicare la data della selezione?

Riferimenti: Consiglio regionale della Sardegna

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Intesa Stato – Regione Sardegna sul piano paesaggistico regionale.


E’ alla firma l’intesa Stato – Regione autonoma della Sardegna sul piano paesaggistico regionale – P.P.R. prevista dal Codice dei beni culturali e del paesaggio (decreto legislativo n. 42/2004 e successive modifiche e integrazioni). Di fatto, si va a blindare il P.P.R. e le sue disposizioni…..

Gruppo d’Intervento Giuridico

da La Nuova Sardegna, 18 febbraio 2007

Un?intesa storica tra Stato e Regione sui beni culturali. Guido Melis

Domani si compirà a Cagliari un piccolo evento storico, di quelli da annotare scrupolosamente nelle future cronologie della Sardegna contemporanea. Il ministro Francesco Rutelli e il presidente della Regione Renato Soru firmeranno infatti, sul nuovo Piano paesaggistico della Sardegna, quella che sarà in assoluto la prima delle «intese» previste espressamente tra Stato e Regioni a norma del testo unico per i beni culturali, il cosiddetto Codice Urbani.
Bisogna subito dire, in proposito, che il Codice, parlando di cooperazione con le Regioni e gli enti locali, ha avuto il merito di rovesciare radicalmente la tradizionale visione gerarchica delle competenze ed anche (conseguentemente) quello di porre per sempre fuori gioco la vecchia concezione antagonistica dei rapporti Stato-Regioni-enti locali. Dominava sin qui, ereditata direttamente dallo Stato liberale e dal fascismo, la tesi secondo la quale le Regioni si potevano tutt?al più contrapporre allo Stato, strappandogli nel caso migliore brandelli di materie, ma solo dopo lunghi ed estenuanti bracci di ferro con i ministeri. Tutta la storia dei rapporti centro-periferia del dopoguerra, specie dopo che negli anni Settanta furono finalmente istituite le Regioni a statuto ordinario, può iscriversi in questo schema «duale», nel quale il fronte delle Regioni premeva per estendere le competenze e i ministeri più o meno alla luce del sole agivano per conservarle. La «filosofia» della nuova legge è viceversa radicalmente rovesciata: «di norma» lo Stato, le Regioni e gli enti territoriali minori ricorrono adesso, per regolare reciprocamente l?estensione dei propri poteri, a forme di accordo cooperativo, puntando quindi espressamente alla collaborazione coordinata tra i vari soggetti nei vari livelli di amministrazione. Accordi, cooperazione, parità. Sono parole chiave del nuovo lessico delle istituzioni. Non solo in Italia, e non solo per i beni culturali, va affermandosi un nuovo modo di regolare i rapporti tra i soggetti istituzionali sul territorio. Alla antica piramide gerarchica, rappresentazione simbolica degli assetti del vecchio sistema (lo Stato in alto, Regioni e gli enti locali in basso) si sostituisce una visione paritaria e orizzontale dei rapporti centro-periferia. A una subordinazione rigidamente gerarchica succede una flessibile collaborazione funzionale. Nel caso sardo la Regione diventa cioè, in senso proprio, collaboratrice paritaria dello Stato (e si badi: su una materia, i beni culturali, sinora di controversa attribuzione), autonoma e attiva all?interno di quella rete dei soggetti istituzionali collocati ai vari livelli della scala territoriale che sempre più va imponendosi come il modo più idoneo per gestire le istituzioni nelle società complesse.
Il fatto che la Regione sarda arrivi per prima su scala nazionale all?intesa di domani, e che ci arrivi per essersi dotata per prima e con preveggenza di un Piano paesaggistico regionale, non è, obiettivamente, un elemento da sottovalutare. Il Piano paesaggistico sardo, oggetto in questi mesi di una martellante campagna ostile e ora persino di una richiesta di referendum abrogativo, è in realtà nient?altro che un moderno strumento di pianificazione non solo urbanistica ma paesaggistico-ambientale, ispirato a una visione generale e complessiva dei problemi e delle loro interconnessioni. Può darsi che se ne possano contestare e persino emendare alcune parti secondarie, ma nel complesso rappresenta uno strumento irrinunciabile, specie in una regione come la Sardegna dove la speculazione, grande e piccola, ha distrutto per decenni intere zone costiere, ha cancellato l?identità di gran parte dei paesi dell?interno, ha messo seriamente a rischio l?equilibrio plurisecolare della natura, ha minacciato i valori fondamentali dell?identità regionale: la quale identità – con buona pace dei suoi tanti padrini per professione -, molto più che nella tutela del ballo tondo e della lingua, si esprime attraverso l?insieme variegato dei valori paesaggistici e antropologici. Quando, come sta accadendo a Tuvixeddu, viene messa a repentaglio la più importante necropoli punica del Mediterraneo, bisogna pure che gli interessi privati trovino una barriera e che si affermi l?interesse generale.

da www.regione.sardegna.it, 20 febbraio 2007

Intesa Stato-Regione sul Piano paesaggistico.
Firmato dal Presidente della Regione Renato Soru e dal Ministro dei Beni Culturali Francesco Rutelli un protocollo d’intesa per l’avvio delle procedure di verifica sulle disposizioni del Piano.

Cagliari, 19 febbraio 2007 – (ANSA) Il ministro dei Beni culturali, Francesco Rutelli, ha firmato stamani a Cagliari con il presidente della Regione Autonoma della Sardegna, Renato Soru, un protocollo d’intesa che avvia, in applicazione del Codice Urbani, le procedure di verifica di conformità delle disposizioni del Piano Paesaggistico regionale, che, al momento, si applicano nella fascia costiera dell’isola. “Spero che molte altre regioni seguano la strada seguita, per prima, dalla Sardegna. In Italia stiamo discutendo spesso delle grandi opere, della Tav e di una serie di altri interventi infrastrutturali. Dovremmo essere più veloci – ha spiegato Rutelli – nell’autorizzare trasformazioni del territorio, indispensabili per la mobilità e per la vita delle persone, e molto più cauti rispetto ai processi di degrado e di cementificazione che si stanno moltiplicando nel nostro Paese”. Rutelli si è dichiarato molto soddisfatto del rapporto di collaborazione instaurato: “La Regione Sardegna ha indubbiamente avviato una svolta nelle politiche della pianificazione territoriale e della tutela del paesaggio. Ha imposto un cambio di rotta coraggioso. Non c’é dubbio che ciò che la Sardegna sta facendo riguarda l’identità più profonda di questo territorio, la tutela delle coste, anche in prospettiva di una politica di sviluppo sostenibile in rapporto con il paesaggio e con i beni culturali esistenti”. Il vice-premier si è soffermato su un aspetto dell’intesa: “Riguarda la semplificazione amministrativa, Non vogliamo aggravare i cittadini, le imprese e le famiglie con ulteriori aggravi burocratici”.

Intesa Stato-Regione sul Piano paesaggistico: conferenza stampa col Ministro Rutelli. Cagliari, lunedì 19 febbraio 2007, sala Giunta.

Presidente Soru:
“Abbiamo firmato l’intesa e la conclusione del lavoro sul Piano paesaggistico, almeno della prima parte. Mentre abbiamo iniziato ad affrontare recentemente il lavoro sugli ambiti non costieri, sugli ambiti interni. E’ un lavoro di cui questa amministrazione regionale è particolarmente orgogliosa, ha visto occupato in maniera straordinaria l’assessorato dell’Urbanistica insieme anche all’assessorato dei Beni culturali. È la prima volta che si fa un Piano paesaggistico regionale, secondo il Codice Urbani in Italia, ed è la prima intesa che si dà sul Piano paesaggistico. Siamo stati molto lieti, molto fortunati, di approfittare di questa visita del Ministro in Sardegna e firmarlo direttamente qui col Ministro, insomma”.

Ministro Rutelli:
“E’ in corso un lavoro molto denso, molto importante, di collaborazione con la Regione Sardegna che ha indubbiamente avviato una svolta dal punto di vista delle politiche della pianificazione territoriale e della tutela del paesaggio, e quello che noi vogliamo riaffermare è la collaborazione perché non c’è dubbio che ciò che la Sardegna sta facendo riguarda l’identità più profonda di questo territorio, la tutela delle coste, anche in prospettiva, una politica di sviluppo sostenibile riguardante la pianificazione territoriale, il rapporto con il paesaggio e con i beni culturali esistenti in questo territorio; le migliaia e migliaia di situazioni dell’età nuragica che sono integrate con la Sardegna e la sua vita attuale rappresentano da sole una sfida straordinaria, le emergenze paesaggistiche e in generale la qualità diffusa di questo territorio.
Quindi siamo al lavoro insieme e penso che si debba dar atto alla Giunta guidata dal Presidente Soru di avere imposto un cambio di rotta, coraggioso, e naturalmente chi è preposto oggi all’applicazione delle prerogative di tutela e alla collaborazione in materia di valorizzazione e di promozione della bellezza della qualità legate alla cultura, non può che collaborare con una Regione che tanto orgogliosamente pone i valori della sua storia, del suo paesaggio, al centro delle politiche di sviluppo economico.
E’ un cammino complesso, naturalmente, perché abbiamo a che fare con tante situazioni pregresse che in parte sono state risolte e in parte lo saranno con l’attività di pianificazione dei comuni, degli enti territoriali, ma esse sempre troveranno la collaborazione e l’impegno del nostro Ministero.
Se posso aggiungere: sono lieto di poter dire queste cose anche nella mia qualità, diciamo, di responsabilità generale nel Governo riaffermando la volontà di cooperare con amicizia con la Giunta regionale della Sardegna”.

Susi Ronchi (Rai):
“Si inizia dalla Sardegna a firmare questa intesa che afferma la collaborazione, quindi, tra Stato e Regione, si inizia dalla Sardegna, perché la Sardegna si è dotata, per prima, tra le regioni italiane, di un Piano paesaggistico ?”

Ministro Rutelli:
“Oggi noi abbiamo firmato un’intesa che stabilisce dei tempi stringenti, sessanta giorni per dare il via libera alla prima fase degli strumenti attuativi e poi un termine successivo per la seconda fase. Nel nostro accordo c’è anche un’intesa riguardante la semplificazione amministrativa che mi pare molto importante, però non vogliamo aggravare i cittadini, le imprese, le famiglie con ulteriori aggravi burocratici, quindi ci sono anche una serie di aspetti che sono quelli concreti che toccano la vita delle persone e c’è, ripeto, una sorta di cammino abbreviato che scaturisce da questa forte iniziativa e forte volontà della Regione Sardegna con cui noi intendiamo collaborare. Spero che molte altre Regioni seguano questa strada. Anche perché, dico una cosa in più. Vede, in Italia noi stiamo discutendo spesso di grandi opere, spesso della Tav, di una serie altri interventi, non in Sardegna naturalmente ma interventi infrastrutturali, la mia personale opinione è che noi dovremmo essere più veloci nell’autorizzare trasformazioni del territorio, indispensabili per la mobilità e per la vita della persone e molto più cauti rispetto a processi di degrado e cementificazione che si stanno moltiplicando nel nostro Paese. La Sardegna ha camminato per prima e io vorrei darle atto, ripeto, con amicizia e apprezzamento di questo lavoro”.

Roberta Mocco (Unione sarda):
“L’intesa che ha firmato oggi è quella obbligatoria prevista dal Codice Urbani. E quest’accordo sulla semplificazione amministrativa è un di più oppure è già previsto dal Codice?”

Ministro Rutelli:
“E’ previsto dal Codice: articolo 143 mi pare. Poi i dettagli tecnici, magari, ve li possiamo dare”.

Andrea Sechi (Videolina):
“Ministro, su Tuvixeddu lei ha auspicato l’applicazione di misure rigide, in effetti così è stato. C’è però il problema di questi licenziamenti per 200 persone, 170 per la precisione: sono partite le lettere di licenziamento”.

Ministro Rutelli:
“Le singole situazioni è giusto che le affrontino le istituzioni del territorio. Sarebbe sbagliatissimo se queste cose vengono dette da Roma sinceramente. Posso dire in termini generali che si possono trovare dei ragionevoli accordi e comunque politiche di sviluppo del territorio portano occupazione nuova e diversa anche quando sono sostenibili dal punto di vista della qualità territoriale, la difesa del paesaggio e dell’ambiente. Quindi credo che si possano trovare le giuste intese. In alcuni casi, qui si tratta evidentemente da parte del sistema territoriale di procedere con degli espropri, e delle compensazioni, e più in generale i valori crescono. Guardi, vorrei sottolineare questo, cito un esempio per tutti, e ne potrei citare decine: negli anni ?60 quando si voleva indicare un luogo indice della povertà del Mezzogiorno, e quando Pasolini doveva andare a trovare un luogo nel quale riprodurre la Palestina all’età di Cristo, si recò a Matera, nel quartiere dei Sassi. Quel quartiere era l’indice stesso della povertà e del degrado, tanto da potere riprodurre un’immagine di duemila anni fa. Nel tempo i residenti hanno tutelato i Sassi nella loro integrità, ci hanno lavorato, oggi il valore immobiliare di chi vive nel centro antico di Matera sono paragonabili a quelli del centro storico di una città ricca: perché è cambiato il mondo, e non è detto che una brutta palazzina sia un valore maggiore di una rilevante attività di tutela e di promozione economica, passatemi solo questo esempio che è un po’, a mio avviso, emblematico di un’epoca che sta cambiando. Ora, questo non significa che si debba bloccare lo sviluppo del territorio, che si debba bloccare l’edilizia, che si debba bloccare la trasformazione: la si deve cercare di fare bene”.

Presidente Soru:
“Posso provare a fare un altro esempio io ? E’ stato detto già nel 2005 che avevamo bloccato la Sardegna perché avevamo fatto il primo intervento di tutela nella preparazione dei Piani paesaggistici regionali. Poi, col senno di poi, le statistiche dell’Istat ci hanno detto che la Sardegna è la regione che ha avuto il tasso di sviluppo più alto dell’intero Mezzogiorno d’Italia nel 2005, quindi in piena sospensione della cementificazione delle coste, contrariamente a tutto quello che si diceva allora.
Circa 170 lavoratori: ma intanto sono sospesi per pochissime settimane, forse avremmo anche potuto fare un pochino prima se i lavori della commissione fossero stati un po’ più celeri. Ma sono sospesi solamente i lavori di alcuni edifici su Tuvixeddu, mentre vengono immediatamente riaperti i lavori del primo tratto di strada verso via Cadello; possono essere attivati i lavori laddove il vincolo non interviene davanti all’Università; sono riattivati immediatamente i lavori del teatro Massimo; sono riattivati tutti gli altri lavori, vengono solamente sospesi i lavori di un edificio. Mi chiedo se il numero degli occupati nella costruzione di uno o due edifici debba essere il fatto preminente di questa vicenda. Anche perché quegli occupati lì possono essere impiegati andando a costruire da qualche altra parte. Noi non diciamo di non costruire, diciamo di decidere assieme dove costruire: costruire laddove è interesse dei privati di costruire ma non contrasta un interesse pubblico importante di tutelare uno dei caratteri fondamentali di questa città. Vorrei dire che se qualcuno un po’ di anni fa avesse sospeso 50 posti di lavoro al Poetto oggi avremmo ancora il Poetto come ce l’avevamo. E allora forse ogni tanto bisogna anche sospendere i posti di lavoro, perché il lavoro è buono, ma non sempre i risultati del lavoro sono altrettanto buoni. E allora bisogna avere il coraggio di sospendere i lavori al Poetto. E vorrei anche dire, se ci fosse una concessione edilizia e 150 lavoratori che devono costruire un villaggio sopra la collina di Barumini, il nuraghe di Barumini, e poi ci accorgiamo che c’è un nuraghe sotto: che facciamo, non sospendiamo i lavori perché ci sono 100 lavoratori? Magari proviamo a trovare un’occupazione diversa per questi lavoratori e aldilà del fatto che ci sia un contratto di programma, concessioni edilizie ecc., credo che la comunità sarda e le istituzioni sarde abbiano il dovere di sospendere i lavori sopra la reggia nuragica di Barumini. E qui abbiamo un valore, per chi lo vuole capire, altrettanto importante della reggia nuragica di Barumini. Questo è il punto”.

(foto L.C., archivio GrIG)

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