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Tre operai morti alla S.A.R.A.S.: la Procura della Repubblica chiede i rinvii a giudizio.

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L’indagine per il tragico incidente sul lavoro del 26 maggio 2009 nella raffineria della S.A.R.A.S. s.p.a. di Sarroch (CA) vede ora la conclusione. La Procura della Repubblica presso il Tribunale di Cagliari ha chiesto il rinvio a giudizio di Gianmarco Moratti, presidente del Consiglio di amministrazione, Dario Scaffardi, direttore generale, Antioco Mario Gregu, direttore delle operazioni industriali, Guido Grosso, direttore della raffineria, Antonello Atzori, responsabile dell’Area produttiva, Francesco Ledda, rappresentante legale della ditta d’appalto Co.Me.Sa.

Mentre sta per arrivare il sequel del film documentario Oil, oggi a Cagliari viene presentato l’interessante libro “Nel Paese dei Moratti” di Giorgio Meletti, in questi giorni in libreria per i tipi di Chiarelettere.  Racconta proprio la storia di tre morti sul lavoro, un contesto sociale ed economico, un mezzo disastro ambientale.

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Nel Paese dei Moratti. Sarroch-Italia, una storia ordinaria di capitalismo coloniale.

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La raffineria del gruppo Saras s.p.a. di Sarroch (CA) ha emesso 6 milioni di tonnellate di anidride carbonica, 1.330 tonnellate di ossido di carbonio, 4.150 tonnellate di ossidi di azoto, 7.390 tonnellate di anidride solforosa, 25 chili di arsenico, 16 chili di cadmio, 372 chili di cromo, 1.740 chili di nickel, 17 tonnellate di benzene, 223 tonnellate di PM10 nel corso del 2007 (dati: European Pollutant Release and Transfer Register, 2007).    

Ma la realtà non è solo questa.     Di seguito è la premessa (“Questo libro”) dell’interessante libro “Nel Paese dei Moratti” di Giorgio Meletti, in questi giorni in libreria per i tipi di Chiarelettere.  Racconta una storia, tre morti sul lavoro, un contesto sociale ed economico, un mezzo disastro ambientale.   Vale la pena leggerlo.

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Le morti sul lavoro non sono un fenomeno meteorologico. Nel 2009 in Italia sono rimaste per la prima volta sotto quota mille, tre per ogni giorno feriale, e secondo l’Inail (Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro) il calo è dovuto anche alla crisi e al rallentamento dell’economia. Nel nostro sistema, dunque, un certo numero di cadaveri è considerato un naturale prodotto del metabolismo industriale. Prosegui la lettura…

La speculazione eolica in Sardegna: la centrale eolica di Ulassai.

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Un interessante servizio giornalistico (“Vento di mafia”) di Fabrizio Gatti, per L’Espresso (6 maggio 2010) descriveva criticamente anche la centrale eolica di Ulassai (OG), realizzata dal Gruppo Saras s.p.a. Il sindaco di Ulassai ha replicato sul sito web istituzionale del Comune (http://web.tiscali.it/comunediulassai/).   Il nostro inviato speciale Juri Iurato è andato a vedere di persona. Ecco il reportage.

Gruppo d’Intervento Giuridico

 La centrale eolica di Ulassai ha cambiato i connotati di un vastissimo altipiano collocato tra Ulassai e Perdasdefogu.  Una balconata naturale tra le più spettacolari della Sardegna per la sua posizione unica, dove lo sguardo spazia agevolmente dalle cime del Gennargentu al mare d’Ogliastra, dalla costa sud-orientale, con i Settefratelli e Serpeddì visti da un’insolita prospettiva,  a quella dell’oristanese. I vicini “tacchi” posti a oriente dell’altipiano appaiono come una bizzarria della natura, con la le loro forme improvvisamente scoscese contigue all’altipiano dolcemente ondulato. Prosegui la lettura…

“Oil” torna sugli schermi?

Oil: il film che fa paura alla Saras.

Tre morti alla Saras.

 

Questo pomeriggio, tre operai sono morti negli impianti di Sarroch (Ca) della raffineria Saras, di proprietà della famiglia Moratti. Secondo le prime informazioni, gli operai sono morti per intossicazione da azoto, mentre pulivano la cisterna di un impianto di desolforazione. Si tratta dell’ennesimo incidente sul lavoro in un Paese, come l’Italia che, nonostante il progresso tecnologico, dimostra di essere profondamente arretrato nel garantire la salute e la vita dei propri lavoratori e dimentica che le industrie vanno avanti grazie alle persone non solo grazie alle macchine. Le associazioni ecologiste Gruppo d’Intervento Giuridico e Amici della Terra manifestano tutta la loro solidarietà alle famiglie colpite da questa grave tragedia e ribadiscono, ancora una volta, la necessità di controlli stringenti ed efficaci monitoraggi ambientali da parte della Saras e da parte delle amministrazioni pubbliche, per garantire la sicurezza dei lavoratori, delle loro famiglie e di tutte le persone che risiedono nei pressi della più grande raffineria del Mediterraneo.

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Lingue tagliate per il dio petrolio.

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La vita al cospetto del dio petrolio.

La SARAS supera i limiti per le emissioni in atmosfera.

Il bello del mattone.

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, l’intervento del Collettivo cagliarimonamour. Meditate, gente, meditate…

 

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Saras, incentivi, stipendi, guadagni, emissioni…


Alcuni articoli per avere alcune visuali sul ruolo e le attività della Saras s.p.a., la prima realtà produttiva in Sardegna, ma non solo. Buona lettura…

Gruppo d’Intervento Giuridico

da La Nuova Sardegna, 27 maggio 2007

Saras, aiuti a caro prezzo dallo Stato. Duecento milioni in dieci anni Il sindacato: «Molto meno dell?Eni». Mario Medde: «Contratti trasparenti». Alfredo Franchini

CAGLIARI. Ogni mattina decine di petroliere provenienti dall?Oriente attraccano al pontile della Saras a Sarrock. È la prima azienda della Sardegna con un fatturato che sfiora i cinque miliardi di euro. L?attività del gruppo nell?isola rappresenta più di un punto del Pil sardo. La società dei Moratti lavora in Sardegna dagli anni Sessanta e negli ultimi dieci anni, adoperando lo strumento dei Contratti di programma ha ricevuto dallo Stato 200 milioni. In linea – ricorda Giorgio Macciotta che era componente del Cipe che fece quei contratti – con altri investimenti nella penisola.
Il conteggio pubblicato ieri da «Repubblica» ha suscitato scalpore perché risulta che ogni posto di lavoro è costato sino a un milione di euro. Il sindacato sardo, però, opera sùbito una distinzione tra coloro che i soldi li hanno presi e sono scappati e un?azienda che, invece, intende ancora investire nell?isola: «Perché non parliamo dell?Eni che, dopo aver ottenuto ancora più risorse della Saras è scappata da Ottana lasciando dietro solo croci»? chiede il segretario generale della Cisl, Mario Medde I contratti di programma sono un po? l?equivalente della legge 488 che non può essere adoperata per società delle dimensioni della Saras. Nel Mezzogiorno ne hanno usufruito tante aziende tra le quali l?Eni e la Fiat; la Saras ne ha sottoscritti tre e attualmente solo uno è stato chiuso. Si tratta del contratto di programma denominato Saras 1 che risale a quindici anni fa e che prevedeva, accanto ad interventi per la raffineria, iniziative nel settore dell?ecologia marina e l?agroalimentare. In corso d?opera, però, il «Saras 1» subì qualche modifica: scorporati alcuni investimenti, con il project financing, fu costruito l?impianto di rigassificazione con cui l?azienda avvia la produzione di energia elettrica, (la Sarlux che dà lavoro a diverse centinaia di persone). Il passo successivo è stata la cessione al gestore di rete dell?energia elettrica prodotta con gli scarti della raffinazione. La tariffa 136 euro a megawattora è quasi doppia visto che lo standard è di 75 euro. Il costo dei posti è come detto esorbitante, in ogni caso erano previsti 277 nuovi posti e alla fine sono diventati di più: 282. Ci sono poi altri due contratti già sottoscritti e battezzati, con poca fantasia, Saras 2 e Saras 3. Il secondo Cdp è firmato nel 1997 e punta molto sull?innovazione tecnologica ma non riesce a decollare tanto che una delle società portanti del progetto, Atlantis, viene messa in liquidazione. Il terzo programma è di cinque anni fa e prevede investimenti in raffineria con progetti che in realtà non sono mai stati avviati. La Saras ieri ha precisato di aver adoperato uno strumento, quello del contratto di programma, in modo assolutamete trasparente e ha ricordato di aver rispettato sempre alla lettera tutti i dettami previsti. Le variazioni che sono state apportate ai contratti originali – ha spiegato l?azienda – sono sempre state concordate con lo Stato. L?alto costo dei posti di lavoro non è evidentemente un problema dell?azienda: «La spesa massima è stabilita per legge ed esistono parametri europei». La Saras anche grazie a quei contratti di programmi ha consolidato il ruolo di prima raffineria italiana e ora guarda al futuro. La società, infatti, ha una potenza di fuoco da due miliardi di euro da investire tra iniziative e acquisizioni. E si tratta di un «tesoretto» perché i due miliardi esulano dai 600 milioni che erano stati inseriti nel piano degli investimenti 2006-2009 (già utilizzati 108 milioni). Per quanto concerne le acquisizioni, Saras si sta guardando attorno e potrebbe puntare sul Mediterraneo centro-occidentale. Non è tutto. Nella raffinazione, Moratti investirà 150 milioni e consoliderà il businnes dell?energia rinnovabile e del biodiesel. Sul fronte delle acquisizioni «interne» la società di Moratti ha presentato un?offerta per Ies, un operatore indipendente di Genova nel settore della raffinazione. I programmi vanno avanti sospinti dai conti sempre ottimi: nel primo trimestre di quest?anno l?utile netto è stato di settantuno milioni di euro con una crescita del sette per cento.

Giorgio Macciotta spiega le scelte fatte dal comitato interministeriale per la programmazione economica. «Tra le cose più sensate fatte dal Cipe». «Dibattito vecchio, quelle agevolazioni ce le avevano anche in Irlanda». «La centrale Sarlux smaltisce bitume Difendiamo l?ambiente o protestiamo ?»

CAGLIARI. Giorgio Macciotta non riesce a trovare quale sia il problema degli aiuti alle imprese e quindi alla Saras: «La Sardegna è diventata uno dei poli fondamentali della raffinazione italiana. Che cosa vogliamo fare? Vogliamo chiuderlo»? Bisogna chiarisi bene le idee: nella penisola, del resto, gli aiuti alle aziende non sono stati affatto inferiori. «Tutti gli investimenti industriali», spiega Giorgio Macciotta, «stanno dentro a dei massimali. Ora il contratto di programma aveva un punto di grande debolezza, così come i patti territoriali. Mentre la legge 488 prevedeva una gara e vinceva chi offriva di meno, nel contratto di programma si otteneva sempre il massimale. Tanto che nel Cipe, alla fine, stabilimmo una variante per chiudere con l?agevolazione pari a quella spuntata sull?ultima gara della legge 488. Non era più possibile così aggirare il mercato». Macciotta spiega che gli stessi incentivi sono andati, ad esempio, in Irlanda. «Da chi grida allo scandalo sul contratto Saras 1 è stato sottovalutato il significato che questo tipo di contratto ha avuto sul consolidamento della raffinazione. Prendiamo il bitume: andava smaltito con costi ambientali rilevanti e la centrale della Sarlux consente di utilizzare il bitume eliminando i costi di smaltimento. Non è che si può dire di stare attenti all?ambiente e poi protestare per quell?impianto». (Tra l?altro i lavoratori della Sarlux sono aumentati progressivamente e la centrale dà lavoro agli edili). Gli altri contratti di programma che avevamo in carico al Cipe – ricorda Giorgio Macciotta – erano davvero minori. «Il dibattito sul costo dei posti di lavoro è vecchio», spiega Macciotta, «risale all?inizio del piano di Rinascita quando si discuteva se si dovesse investire su industria o agricoltura». «Trovo molto più indecenti», aggiunge Giorgio Macciotta, «alcuni investimenti sul turismo che sono stati devastanti. Bloccai un patto territoriale in Sicilia per un investimento da un miliardo di cui 800 milioni era il costo del capannone di proprietà dello stesso imprenditore. Lo voleva vendere all?azienda»… Macciotta ricorda, a proposito del centro di ricerca saltato, che Battel si è consolidata e il motivo dell?altra iniziativa, quella saltata, è dipesa da motivi di «governance» tra i soci. «Quelli della Saras», conclude Macciotta, «sono i contratti tra i più sensati che siano mai stati fatti dal Cipe. Ci metto insieme quello della Fiat in Basilicata, a Melfi. Anche questo, se coloro che gridano allo scandalo facessero un po? di conti, è costato moltissimo». Tra le altre iniziative positive il polo del divano tra Bari e Matera e il polo orafo di Napoli che fa la formazione professionale per mezza Italia, da Alessandria a Vicenza.

IL SINDACATO. «Ma la Fiat quanto costa ?»
«È una grande realtà industriale e va difesa» . I chimici: «Contiamo di più a livello nazionale».

CAGLIARI. «Tanto chiasso sulla Saras è un po? sospetto: perché la Fiat quanto è costata»? Il segretario generale della Cisl sarda, Mario Medde, non ha dubbi: la maggiore raffineria del Mediterraneo è tradizionalmente e storicamente un punto di riferimento importante per la Sardegna, anche rispetto a tante aziende che hanno carpito risorse e sono andate via. La Saras, al contrario, continua a rappresentare un bene produttivo che va assolutamente difeso per i lavoratori e per la Sardegna in generale».
A giudizio del segretario della Cisl i contratti di programma hanno sicuramente avuto un loro costo ma si tratta di un dibattito che dovrebbe essere stato superato visto che s?era iniziato agli inizi degli anni Sessanta. Allora si discuteva se fosse meglio indirizzare le risorse nel settore industriale o nel comparto agricolo da modernizzare. Poi le cose hanno avuto il loro corso e ora ci sono alcuni punti acquisiti: «Voglio fare una provocazione», afferma Medde, «pensiamo a quello che potrebbe accadere se anche questo investimento produttivo dovesse essere perso. Pensate, invece, a tutti quegli imprenditori che, dopo aver avuto le risorse, sono scappati. Ricordiamoci dei disastri che ha fatto l?Eni in Sardegna. Questi sono gli scandali». Medde nutre dei dubbi su «certe notizie gridate. Non vorrei che si nascondessero disegni occulti perché qui non è in discussione il fatto che la Saras abbia avuto tanti soldi dallo Stato. Gli investimenti e la competizione riguardano altri livelli di responsabilità». La stessa posizione viene dall?interno, dalla categoria dei chimici. Gianni Basciu, sindacalista della categoria, spiega: «L?azienda fa il suo mestiere e il suo interesse, è chiaro. Ma una cosa è sicura: ha sempre distribuito i soldi sul territorio. Prendiamo il Targas: ha dato lavoro a più di duemila persone mentre l?azienda chimica per la quale lavoro (l?Eni, Ndr), smantellava Villacidro e riduceva Macchiareddu». La Saras è un?azienda sarda – è la tesi del segretario dei chimici – ed è bene sottolineare che l?azienda dei Moratti paga le tasse (e tante) in Sardegna. Infine una nota tutta sindacale: «Grazie alla Saras noi chimici», afferma Gianni Basciu, «contiamo un po? di più a livello nazionale».

da L?Altravoce (www.altravoce.net), 21 gennaio 2007

Non c’è soltanto l’effetto serra. Dal cromo al benzene tutti i veleni sparsi dalla Saras. Carlo Manca

Non c’è solo il biossido di carbonio (CO2), responsabile del famigerato effetto serra. Le emissioni del complesso Saras a Sarroch – finito recentemente sotto il riflettore dei media appunto per i dati sull’anidride carbonica – comprendono tutta una serie di nomi che ai più non dicono nulla, ma che gli esperti conosco fin troppo bene. Si va dal monossido di carbonio agli ossidi di zolfo, dal cromo con i suoi composti agli ossidi di azoto, fino al più noto PM10, le piccolissime polveri sottili prodotte dalla combustione e responsabili di patologie dell’apparato respiratorio e cardio-circolatorio. I dati sono quelli raccolti dall’Eper, il registro europeo delle emissioni. Dati autocertificati: i controlli sulle emissioni sono infatti a carico prima di tutto degli stessi impianti; l’azione degli enti pubblici competenti arriva dopo, è in poche parole un controllo degli autocontrolli. C’è poi da notare che il registro europeo rileva 50 sostanze inquinanti, a patto che superino una soglia limite stabilita. Implicitamente, la presenza nel registro significa che questo limite è già stato superato, in caso contrario non ce ne sarebbe traccia.
Un po’ di numeri. Nell’ultimo rilevamento del 2004, la raffineria Saras occupa il secondo posto (su 80 stabilimenti censiti in Italia) per emissione nell’atmosfera di cromo e composti di cromo (2 tonnellate all’anno). Per quanto riguarda il PM10, su 31 stabilimenti censiti, è al terzo posto per quantità di emissioni annue con 275 tonnellate (al secondo posto c’è un’altra vecchia conoscenza dei sardi, lo stabilimento Alcoa di Portovesme). E ancora: il sesto posto (su 305 in Italia) per emissioni di ossidi di azoto con 4.430 tonnellate; il settimo per i composti organici volatili non metanici (1.890 tonnellate); l’ottavo per il benzene (20,40 tonnellate); l’11º per gli ossidi di zolfo (8.180 tonnellate); il 24º per emissione di monossido di carbonio con 1.330 tonnellate; il 36º (su 37 in Italia) per cloro e composti inorganici di cloro con 10,60 tonnellate emesse ogni anno. A questi vanno aggiunti gli scarichi diretti nelle acque: cadmio, cromo, nickel, rame, arsenico, benzene, cianuri, eccetera.
Senza contestare i dati assoluti, che per legge vengono forniti dagli stessi gestori degli impianti, la Saras rifiuta però di comparire ai primi posti tra le aziende inquinanti. «Il registro europeo non prende in considerazione la produzione di tutta una serie di stabilimenti italiani, come per esempio alcune grosse centrali elettriche», afferma Maria Teresa Bocchetta, responsabile delle relazioni esterne dell’azienda, di conseguenza neppure il totale delle emissioni nell’aria sarebbe realistico: «Per quanto riguarda l’anidride carbonica, non viene censito più del 42 per cento di ciò che viene immesso nell’atmosfera». Quindi la Saras contribuirebbe all’inquinamento atmosferico in percentuali molto inferiori a quelle indicate nel registro europeo.
L’azienda, del resto, sostiene di aver ridotto sensibilmente le emissioni negli ultimi anni. Stando ai dati disponibili questo è vero, ma solo in parte. La produzione di ossidi di zolfo, per esempio, che secondo le stime fatte dall’azienda in uno studio di impatto ambientale del 1994 (relative alla somma dell’impianto di produzione di energia elettrica, allora ancora da costruire e oggi in funzione, e della raffineria) sarebbe stata di 17.250 tonnellate per anno, era di 11.700 tonnellate nel 2001 e di poco più di 8.100 nel 2004. Un riduzione dovuta, sostiene la Saras, all’utilizzo di combustibili a minor contenuto di zolfo.
Ma accanto a una analoga (anche se quantitativamente minore) riduzione di ossidi di azoto e monossido di carbonio, sono aumentati rispetto al 2001 i dati di emissione del cromo e dei suoi composti (da 0,373 a 2 tonnellate), del nickel e dei suoi composti (da 2,13 a 2,82 tonnellate), del PM10 (da 230 a 275 tonnellate), e del benzene (da 19,40 a 20,40 tonnellate). C’è poi da notare che, a differenza di altre raffinerie italiane, la Saras non denuncia nessun dato come misurato, ma solo come calcolato o, come nel caso del benzene, stimato. Questo perché, come dicono dall’azienda, i dati sono frutto sia di misurazioni precise fatte ?a bocca di camino? (cioè al momento della emissione delle sostanze nell’aria) sia di stime.
Ma quali sono gli effetti dell’inquinamento atmosferico sulla salute dell’uomo? In linea generale, «sono sostanzialmente di due tipi», spiega Luigi Lai, medico cardiologo e attivista di Legambiente: «Per due terzi l’inquinamento dell’aria è responsabile di malattie cardiovascolari (infarti, ictus), mentre per un terzo è causa di malattie respiratorie e tumori, principalmente al polmone. In più vanno considerati gli effetti molto gravi sui bambini, effetti che possono arrivare a comprometterne in certi casi il corretto sviluppo». Si tratta, insomma, di sostanze tossiche. «Ma tutto dipende dalla loro concentrazione» dichiara Giampaolo Mura, docente del corso di laurea in Ingegneria Chimica dell’Università di Cagliari e anche lui di Legambiente. «Se il biossido di carbonio è responsabile dell’effetto serra ma non ha un effetto sanitario, il monossido di carbonio è un veleno pauroso, è la dolce morte causata per esempio dalle stufe difettose. Gli ossidi di zolfo possono causare asma e problemi respiratori, oltre ai danni ai materiali prodotti dalle piogge acide. I metalli pesanti provocano invece l’insorgenza di tumori, così come il benzene, uno dei cancerogeni più potenti». E il PM10 ? «Ha effetti negativi sulla salute, ma ancora peggiori sono quelli delle particelle più piccole, il cosiddetto PM2.5, che è capace di entrare direttamente nel sangue. Ma per le particelle più piccole non ci sono misurazioni». Secondo Mura, in ogni caso, lo stabilimento della Saras non è responsabile della qualità dell’aria di Cagliari (che occupa da anni la parte bassa delle classifiche, in particolare a causa dei superamenti dei limiti di PM10).
Ma non è detto che a Sarroch si sentano altrettanto tranquilli. Proprio qui l’amministrazione comunale ha commissionato uno studio, coordinato dal professor Annibale Biggeri dell’Università di Firenze, che tra le altre cose ha preso in considerazione i dati Istat sulla mortalità dal 1981 al 2001 e quelli sui ricoveri ospedalieri dal 2001 al 2003. I risultati di una prima analisi statistica sono stati pubblicati col nome di ?Rapporto Sarroch Ambiente e Salute?. Lo studio mostra una maggiore incidenza di patologie tumorali e respiratorie rispetto alla media regionale, ma «individuare una relazione di causa-effetto con le emissioni industriali nella zona è impossibile», dice Biggeri. La ricerca però, in attesa di conoscere tra qualche mese i risultati finali, prosegue.

(foto da mailing list ambientalista, la foto degli impianti Saras potete trovarla in uno dei precedenti articoli)

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