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Finalmente a Quirra qualcosa, forse, si muove!

 

prova a fuoco missile Zefiro, Quirra

prova a fuoco missile Zefiro, Quirra


Da anni impegnati nella ricerca della verità con i pochi mezzi propri delle associazioni ecologiste, esprimiamo il nostro apprezzamento e sostegno alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Lanusei (OG) e al titolare dell’Ufficio Domenico Fiordalisi per aver avviato con decisione – dopo anni di sostanziale insufficiente impegno da parte delle amministrazioni pubbliche e della magistratura competenti – le indagini sullo strano inquinamento di Quirra.

Speriamo che si faccia finalmente chiarezza, senza allarmismi né volontà persecutoria. Per giustizia nei confronti delle decine di vittime militari e civili.

Amici della Terra e Gruppo d’Intervento Giuridico

da La Nuova Sardegna, 22 gennaio 2011

Quirra, l’inchiesta è per omicidio plurimo.  L’operazione della Procura di Lanusei blocca tutti i bombardamenti nel poligono. Grande attesa per le analisi sui blindati messi sotto sequestro dalla squadra mobile di Nuoro e dai vigili del fuoco. Prosegui la lettura…

Quirra, leucemie e linfomi: vogliamo la verità!

Qualche nuovo spicchio di verità riprende a venir fuori sullo strano inquinamento a Quirra.   Secondo un’indagine ancora non consegnata da parte dei Servizi veterinari delle Aziende USL n. 8 (Cagliari) e n. 3 (Lanusei), sarebbero numerose le malformazioni animali in zona e ben il 65% degli allevatori di Quirra si sarebbero ammalati di leucemie e linfomi.

Una conferma di quanto sostenuto più volte dalla ricercatrice  Antonietta Morena Gatti, direttrice del Laboratorio dei biomateriali dell’Università di Modena ed uno dei maggiori esperti in materia di nanopatologie. Particelle infinitesimamente piccole (le nanoparticelle) di materiali esplodenti e di metalli, quali il tungsteno, possono provocare tumori gravissimi e, forse, malformazioni.  

E’ il caso di vederci chiaro, finalmente ed una volta per tutte, con trasparenza e senza guardare in faccia a nessuno.   Lo sosteniamo da tempoProsegui la lettura…

Quirra e Le Iene.

Bambini avvelenati.

Nei bambini e negli adolescenti italiani aumentano i nuovi malati di cancro.

Munnezza nordista e tumori napulitani.

Un po’ di chiarezza su malformazioni e tumori, please.

Epidemia di tumori in Italia.


Secondo una recente indagine, in Italia l’aumento dei tumori è a livelli da epidemia. Rispetto al passato, si registra un aumento preoccupante di casi di linfomi, leucemie, mesoteliomi, sia negli adulti che nei bambini, sopratutto nelle località vicine a stabilimenti industriali ma, anche, nei centri urbani congestionati dal traffico automobilistico, e sommersi dai veleni emessi dagli impianti di riscaldamento.

Gruppo d’Intervento Giuridico

da www.corriere.it del 24 maggio 2007
L’indagine del L’Espresso
«Crescita dei tumori a livello di epidemia»
Sempre di più i veleni che si disperdono nell’aria, nell’acqua e nel terreno: dal traffico all’inquinamento. Le angoscianti statistiche

ROMA – «In Italia la crescita dei casi di tumori è a livelli da epidemia». Così «L’Espresso», in un articolo che sarà pubblicato nel numero in edicola venerdì. Basta guardare i numeri «e confrontare i dati degli anni Ottanta con le analisi più recenti- segnala il settimanale- tra il 15 e il 20% in più i casi di linfomi e leucemie; i mesoteliomi che esplodono (più 37% nelle donne e più 10 negli uomini); poi la mammella (più 27), il cervello (tra l’8 e il 10), il fegato (tra il 14 e il 20)». Se si guarda ai bambini, «la statistica diventa angosciante- aggiunge l’Espresso- il confronto tra la fine degli anni Settanta e la fine degli anni Novanta mostra risultati spietati».
Usando come campione la Regione Piemonte, «si scopre un’impennata del 72% del neuroblastoma, del 49% nei tumori del sistema nervoso centrale, del 23% per le leucemie».

Dove aumentano i casi di cancro? «In tutta Italia- indica l’articolo- con una concentrazione micidiale in 54 aree che comprendono 311 comuni». Queste zone di crisi «disegnano una radiografia della Penisola avvelenata che corre da Pieve Vergonte, un paese all’ombra della fabbrica Enichem nel profondo Nord della provincia di Verbania, alla punta inferiore della Sicilia, con Gela e il suo petrolchimico voluto da Enrico Mattei per regalare un futuro industriale all’isola». Una «via Crucis che segna sempre nuove tappe, perchè traffico automobilistico e impianti di riscaldamento diffondono minacce crescenti nei centri urbani congestionati, perchè proliferano ovunque nuovi strumenti tecnologici di cui si ignorano i danni a lungo termine e perchè la devastazione dei suoli provocata da discariche clandestine immette nella catena alimentare sostanze nocive che finiscono sulla tavola degli italiani».

I VELENI – Addirittura, riferisce ‘l’Espresso’, secondo il ministero dell’Ambiente i veleni che si disperdono nell’aria, nell’acqua e nel terreno «partono da una galassia di 9 mila piccole Seveso, intorno alle quali rischiano la contaminazione dai sei agli otto milioni di abitanti». Ma l’onda lunga di questa contaminazione, «attraverso l’inquinamento delle falde che portano l’acqua nelle nostre case, della catena alimentare, delle nubi tossiche che si spostano coi venti, riguardano, di fatto, tutti noi». «Chi vive in una città inquinata ha un 25% di rischio in più di avere un tumore al polmone, chi fuma ha un rischio del 900% in più- sintetizza all’Espresso Annibale Biggeri, epidemiologo dell’Università di Firenze- tuttavia, al traffico e all’inquinamento siamo esposti tutti e quindi, benchè il rischio individuale sia basso, l’impatto dell’inquinamento sulla salute pubblica è tutt’altro che irrilevante. E contrariamente al fumo è anche involontario».

Secondo le stime di Paolo Crosignani, epidemiologo dell’Istituto dei tumori di Milano, nel capoluogo lombardo «dei circa 900 tumori al polmone all’anno, più di 200 sono da attribuire alle polveri generate dal traffico e dai riscaldamenti- riferisce l’Espresso- ma il rapporto più allarmante è stato presentato l’anno scorso dall’Ufficio ambientale dell’Organizzazione mondiale della sanità di Roma, che nelle 13 città più grandi d’Italia ha stimato 8 mila morti all’anno per gli effetti cronici dell’inquinamento atmosferico, di cui una parte non irrilevante viene giocata dai tumori ai polmoni (750 casi all’anno) e alle vie respiratorie, leucemie da benzene e linfomi».

ONDE ELETTROMAGNETICHE – Ce n’è anche per le onde elettromagnetiche. «L’aumento delle leucemie infantili potrebbe essere collegato all’esposizione cronica ai campi elettromagnetici, sia a quelli ad alta frequenza dei ripetitori radiofonici e televisivi, sia a quelli a 50 Hertz delle linee elettriche- scrive l’Espresso- il condizionale, in questo caso, è d’obbligo». Per verificare questa ipotesi Pietro Comba, direttore del reparto di Epidemiologia ambientale dell’Istituto superiore di sanità, «sta conducendo uno studio su 354 abitanti di Longarina (Ostia Antica) le cui case distano meno di cento metri da un elettrodotto- riferisce il settimanale- una prima parte dell’analisi ha riscontrato un piccolo aumento di tumori, sia leucemie, al pancreas e allo stomaco, nella popolazione più vicina alla linea elettrica». Fra qualche mese saranno disponibili anche i dati sugli altri disturbi. E passando ai campi ad alta frequenza, «qualche sospetto aleggia anche sull’uso intensivo dei telefonini, sospettati dei tumori al cervello, al nervo acustico e alle ghiandole salivari, e sui quali è in corso lo studio Interphone, coordinato dall’Agenzia del cancro di Lione e di cui si aspettano i risultati per la fine dell’anno».

AREE A RISCHIOAree siderurgiche e chimiche, porti e raffinerie: qui si concentrano gli eccessi di mortalità per malattie respiratorie, per tumori alla laringe e ai polmoni, al fegato, alla vescica, leucemia e linfomi, riferisce l’articolo. «Lo raccontano gli studi sempre più numerosi sulle acciaierie di Genova, Piombino e Taranto, sui petrolchimici siciliani di Gela, Priolo e Augusta- elenca il settimanale- così come sulle raffinerie di Sarroch, Porto Torres e Portoscuso in Sardegna». La mappa d’Italia »si riempie di zone rosse- si legge nell’articolo- alcune retaggio di scelte industriali che appartengono al passato, altre invece ancora attive». Quante? «Le aree critiche destinate alle bonifica, sono 54 a livello nazionale, per un totale di 311 comuni- elenca Comba all’Espresso- a queste si aggiungono migliaia di altri siti che compongono una fitta geografia del rischio, fatta soprattutto da impianti chimici, siderurgici, discariche e siti di produzione dell’amianto». La faccenda «è terribilmente complicata- riconosce l’Espresso- anche dal fatto che, in genere, il tumore colpisce decenni dopo l’esposizione pericolosa, e questo non facilita il lavoro». Il caso esemplare è l’amianto, «che può provocare il mesotelioma quarant’anni dopo- spiega Benedetto Terracini, decano degli epidemiologi ambientali e direttore di Epidemiologia & Prevenzione- l’Italia, pur avendo bandito nel 1992 questa fibra, continua ad avere un migliaio di morti l’anno». Secondo il Registro nazionale mesoteliomi, i morti dovrebbero cominciare a calare fra cinque-dieci anni, ma dal 1970 a oggi l’amianto ha falciato almeno 30 mila vite, conclude l’Espresso.

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da L’Espresso (versione integrale), 24 maggio 2007

Sos cancro. di Luca Carra e Daniela Minerva

Leucemie. Tumore al polmone, seno, colon, fegato… I malati in Italia sono aumentati in 20 anni del 10, 20, 40 per cento. Ecco tutte le cifre. La mappa delle zone più esposte e le cause.

C’è la percezione comune, quella che li registra in crescita costante senza riuscire a dare una spiegazione. E ci sono gli specialisti, quelli che cercano di evitare il panico e offrono lunghe dissertazioni tecnico-statistiche per definire quello che sta accadendo. Ma i dati raccolti da ‘L’espresso’ non lasciano dubbi sulla realtà: in Italia la crescita dei casi di tumori è a livelli da epidemia.

Basta guardare i numeri e confrontare i dati degli anni Ottanta con le analisi più recenti. Tra il 15 e il 20 per cento in più i casi di linfomi e leucemie; i mesoteliomi che esplodono (più 37 per cento nelle donne e più 10 negli uomini); poi la mammella (più 27), il cervello (tra l’8 e il 10), il fegato (tra il 14 e il 20).

Se si guarda ai bambini, la statistica diventa angosciante: il confronto tra la fine degli anni Settanta e la fine degli anni Novanta mostra risultati spietati. Usando come campione la Regione Piemonte, si scopre un’impennata del 72 per cento del neuroblastoma, del 49 per cento nei tumori del sistema nervoso centrale, del 23 per cento per le leucemie. Una contabilità terribile, resa meno drammatica solo dai migliori risultati nelle guarigioni, grazie alla diagnostica precoce e alle terapie. Questi i numeri, presentati nel grafico alle pagine 32 e 33. Ma se si analizza l’avanzata del male con i meccanismi d’inchiesta bisogna porsi altre due domande, dove e perché, che aprono scenari ancora più inquietanti. Dove aumentano i casi di cancro? In tutta Italia, con una concentrazione micidiale in 54 aree che comprendono 311 comuni. Nella mappa tracciata da ‘L’espresso’ queste zone di crisi disegnano una radiografia della Penisola avvelenata che corre da Pieve Vergonte, un paese all’ombra della fabbrica Enichem nel profondo Nord della provincia di Verbania, alla punta inferiore della Sicilia, con Gela e il suo petrolchimico voluto da Enrico Mattei per regalare un futuro industriale all’isola.

C’è la percezione comune, quella che li registra in crescita costante senza riuscire a dare una spiegazione. E ci sono gli specialisti, quelli che cercano di evitare il panico e offrono lunghe dissertazioni tecnico-statistiche per definire quello che sta accadendo. Ma i dati raccolti da ‘L’espresso’ non lasciano dubbi sulla realtà: in Italia la crescita dei casi di tumori è a livelli da epidemia.

Basta guardare i numeri e confrontare i dati degli anni Ottanta con le analisi più recenti. Tra il 15 e il 20 per cento in più i casi di linfomi e leucemie; i mesoteliomi che esplodono (più 37 per cento nelle donne e più 10 negli uomini); poi la mammella (più 27), il cervello (tra l’8 e il 10), il fegato (tra il 14 e il 20).

Se si guarda ai bambini, la statistica diventa angosciante: il confronto tra la fine degli anni Settanta e la fine degli anni Novanta mostra risultati spietati. Usando come campione la Regione Piemonte, si scopre un’impennata del 72 per cento del neuroblastoma, del 49 per cento nei tumori del sistema nervoso centrale, del 23 per cento per le leucemie. Una contabilità terribile, resa meno drammatica solo dai migliori risultati nelle guarigioni, grazie alla diagnostica precoce e alle terapie. Questi i numeri, presentati nel grafico alle pagine 32 e 33. Ma se si analizza l’avanzata del male con i meccanismi d’inchiesta bisogna porsi altre due domande, dove e perché, che aprono scenari ancora più inquietanti. Dove aumentano i casi di cancro? In tutta Italia, con una concentrazione micidiale in 54 aree che comprendono 311 comuni. Nella mappa tracciata da ‘L’espresso’ queste zone di crisi disegnano una radiografia della Penisola avvelenata che corre da Pieve Vergonte, un paese all’ombra della fabbrica Enichem nel profondo Nord della provincia di Verbania, alla punta inferiore della Sicilia, con Gela e il suo petrolchimico voluto da Enrico Mattei per regalare un futuro industriale all’isola.

Secondo le stime di Paolo Crosignani, epidemiologo dell’Istituto dei tumori di Milano, nel capoluogo lombardo dei circa 900 tumori al polmone all’anno, più di 200 sono da attribuire alle polveri generate dal traffico e dai riscaldamenti. Ma il rapporto più allarmante è stato presentato l’anno scorso dall’Ufficio ambientale dell’Organizzazione mondiale della sanità di Roma, che nelle 13 città più grandi d’Italia ha stimato 8 mila morti all’anno per gli effetti cronici dell’inquinamento atmosferico, di cui una parte non irrilevante viene giocata dai tumori ai polmoni (750 casi all’anno) e alle vie respiratorie, leucemie da benzene e linfomi. E per difendersi da cancerogeni come il benzene e al formaldeide non vale la regola di chiudersi in casa, anzi. Da uno studio condotto da Salvatore Tirendi del Joint Research Commission di Ispra, emerge infatti che le concentrazioni di questi veleni aumentano dentro agli edifici. In particolare la formaldeide ha concentrazioni indoor sette, otto volte superiori, essendo presente nei truciolari dei mobili, nella carta e in molti oggetti domestici.

Per questo, sigarette e diete eccessivamente carnivore non bastano a spiegare l’epidemia.”I nuovi casi aumentano costantemente da cinquant’anni”, spiega Renzo Tomatis, che ha diretto l’Agenzia del cancro di Lione (Iarc) dal 1982 al 1993, e che ora presiede l’Associazione internazionale medici per l’ambiente (Isde): “Quelli dei bambini soprattutto, crescono di più dell’1 per cento all’anno. I tumori con una forte componente ambientale superano il 50 per cento del totale”. A Tomatis si deve il vasto programma di ricerca dello Iarc, che ha passato in rassegna centinaia di sostanze, eleggendone circa 400 al ruolo più o meno certo di cancerogeno ambientale. Così abbiamo scoperto il collegamento tra pesticidi, che entrano nella catena alimentare di tutti, e tumori della mammella, del sistema nervoso centrale, del pancreas, di linfomi, sarcomi e leucemie. “Quattrocento sostanze note sono un’inezia, se pensiamo che le sostanze chimiche oggi in circolazione sono circa 60-70 mila, di cui sappiamo ben poco”, continua Tomatis.

E non c’è solo l’inquinamento chimico: Sappiamo che le radiazioni sono collegate pressoché a tutti i cancri: dalla mammella allo stomaco, al colon, ai linfomi e leucemie. Non solo: l’aumento delle leucemie infantili potrebbe essere collegato all’esposizione cronica ai campi elettromagnetici, sia a quelli ad alta frequenza dei ripetitori radiofonici e televisivi, sia a quelli a 50 Hertz delle linee elettriche. Il condizionale, in questo caso, è d’obbligo. Quindici anni di studi hanno visto un’altalena di risultati positivi e negativi che hanno portato alla disperazione anche i ricercatori più combattivi. Tuttavia, almeno per quanto riguarda i campi magnetici a bassa frequenza qualche certezza c’è: uno studio che ha messo insieme tutte le ricerche suggerisce un collegamento tra i campi e la leucemia, infantile e non, le malattie neurodegenerative e riproduttive, e l’alterazione di parametri immunitari e cardiaci. Per verificare questa ipotesi Pietro Comba, direttore del Reparto di epidemiologia ambientale dell’Istituto superiore di sanità, sta conducendo uno studio su 354 abitanti di Longarina (Ostia Antica) le cui case distano meno di cento metri da un elettrodotto. Una prima parte dell’analisi ha riscontrato un piccolo aumento di tumori, sia leucemie, al pancreas e allo stomaco, nella popolazione più vicina alla linea elettrica. Fra qualche mese saranno disponibili anche i dati sugli altri disturbi.

E passando ai campi ad alta frequenza, qualche sospetto aleggia anche sull’uso intensivo dei telefonini, sospettati dei tumori al cervello, al nervo acustico e alle ghiandole salivari, e sui quali è in corso lo studio Interphone, coordinato dall’Agenzia del cancro di Lione e di cui si aspettano i risultati per la fine dell’anno.

Lo abbiamo detto: districarsi tra le mille cause di ogni singolo tumore è una faccenda a oggi irrisolta. E per anni l’inquinamento è rimasto in secondo piano, per ragioni anche schiettamente scientifiche: “Associare un certo tipo di inquinamento a un tumore è difficilissimo, perché in genere gli inquinanti sono diluiti e poco misurabili”, spiega Stefano Rosso, del Centro di prevenzione oncologica di Torino: “Ecco perché i dati più solidi provengono dalle esposizioni professionali, come nel caso del petrolchimico di Porto Marghera, dove non solo la scienza, ma anche il tribunale ha riconosciuto un legame fra il cloruro di vinile monomero prodotto nell’impianto e gli angiosarcomi del fegato”. Di fatto, gli studi eseguiti su località simbolo, come Marghera o la stessa Seveso, sono la trincea dove, grazie alla concentrazione di inquinanti e a popolazioni ristrette, si riesce a identificare almeno un fattore di rischio e a provarne la cancerogenità. Questi siti bomba, come le discariche della Campania ad esempio, sono vere e propri laboratori di tossicologia e quanto si scopre lì può poi servire a capire qualcosa di più su scala nazionale.

Perché ci possono essere mille motivi per cui a Mauro Mocci, medico di famiglia cinquantunenne di Civitavecchia, è venuto un cancro alla laringe. Certo non per il fumo, perché il dottore non ha mai messo in bocca una sigaretta. Chissà, forse la lotteria di qualche mutazione genetica ha facilitato quel tumore in gola. O magari c’entra il fatto di vivere a Civitavecchia, fra il porto, il cementificio e le centrali dell’Enel, che con 7 mila megawatt di produzione termoelettrica hanno rappresentato per molto tempo il polo energetico più grande d’Europa. Con 52 mila tonnellate di ossidi di zolfo e quasi 3 mila tonnellate di polveri pompate fuori dagli altissimi camini, fino a Roma.

Sta di fatto che il dottor Mocci, ancora prima del suo tumore, qualche sospetto l’ha avuto osservando i crescenti casi di asma nei bambini e negli adulti. Sospetti confermati dai recenti studi epidemiologici del gruppo della Asl Roma-E di Carlo Perucci e Francesco Forastiere, che a Civitavecchia e dintorni ha trovato un eccesso di tumori al polmone e alla pleura. Ma anche asma e insufficienza renale, ricondotta all’inquinamento da arsenico, cromo, cadmio e mercurio di origine industriale.

Aree siderurgiche e chimiche, porti e raffinerie: qui si concentrano gli eccessi di mortalità per malattie respiratorie, per tumori alla laringe e ai polmoni, al fegato, alla vescica, leucemia e linfomi. Lo raccontano gli studi sempre più numerosi sulle acciaierie di Genova, Piombino e Taranto, sui petrolchimici siciliani di Gela, Priolo e Augusta, così come sulle raffinerie di Sarroch, Porto Torres e Portoscuso in Sardegna. Ed ecco che la mappa d’Italia si riempie di zone rosse. Alcune retaggio di scelte industriali che appartengono al passato, altre invece ancora attive. Quante? “Le aree critiche destinate alle bonifica, sono 54 a livello nazionale, per un totale di 311 comuni”, elenca Pietro Comba: “A queste si aggiungono migliaia di altri siti che compongono una fitta geografia del rischio, fatta soprattutto da impianti chimici, siderurgici, discariche e siti di produzione dell’amianto”.

In Campania, fra Napoli e Caserta, dove uno studio dell’Oms, Istituto superiore di sanità e Cnr di Pisa ha riscontrato nelle popolazioni a ridosso delle discariche abusive gestite dalla camorra, eccessi di mortalità per tumori al polmone, fegato e stomaco: il rischio per alcune malformazioni alla nascita superiore dell’80 per cento la media regionale. Fabrizio Bianchi, responsabile del Programma Ambiente del Cnr che ha firmato l’impressionante studio campano, commenta: “I risultati sono sufficienti per intervenire con piani di risanamento”.

La dottoressa Gloria Costani, che ha in cura un numero straordinario di malati di sarcoma dei tessuti molli, i piani di risanamento li ha visti lì nelle terre del petrolchimico che si affaccia sui laghi di Mantova. Le bonifiche risalgono agli anni Novanta, e oggi le cose vanno un po’ meglio: non c’è più il cloro soda come a Marghera, e l’inceneritore butta fuori un po’ meno diossina che in passato. Ciò non toglie che chi abitava nel raggio di due chilometri dal camino della Enichem aveva un rischio di sarcoma 30 volte superiore. Lo studio lo ha firmato il medico del lavoro Paolo Ricci, direttore dell’Osservatorio epidemiologico, che ha appena concluso una nuova ricerca insieme al Registro tumori del Veneto sui sarcomi dei tessuti molli nella provincia di Venezia, dove tra Marghera e dintorni esistono 33 inceneritori tra industriali, ospedalieri e civili. Risultato: il rischio di sarcoma aumenta con il crescere dell’esposizione alla diossina, per arrivare a un massimo di rischio nella tranquilla cittadina di Dolo, sulla riviera del Brenta, perché il regime dei venti fa ricadere al suolo molti inquinanti proprio da quelle parti.

La faccenda è terribilmente complicata: anche dal fatto che, in genere, il tumore colpisce decenni dopo l’esposizione pericolosa, e questo non facilita il lavoro. “Il caso esemplare è l’amianto, che può provocare il mesotelioma quarant’anni dopo”, spiega Benedetto Terracini, decano degli epidemiologi ambientali e direttore di ‘Epidemiologia & Prevenzione’: “L’Italia, pur avendo bandito nel 1992 questa fibra, continua ad avere un migliaio di morti l’anno”. Secondo il Registro nazionale mesoteliomi, i morti dovrebbero cominciare a calare fra cinque-dieci anni, ma dal 1970 a oggi l’amianto ha falciato almeno 30 mila vite.

Che fare? Il ministero della Salute sta pensando a un programma di interventi. Ma la bonifica delle sorgenti di veleni più pericolose sarà costosa: se ne contano 13 mila. E servirebbero 25 miliardi di euro: 500 euro a testa. Una tassa per la speranza.

(nell’immagine si possono intravedere gli stabilimenti della SARAS di Sarroch – foto C.B., archivio GrIG)

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Tumori al seno, quante vite può costare il ritardo nella prevenzione ?

17 Novembre 2006 Commenti chiusi


Riceviamo e pubblichiamo volentieri da Alba Canu, consigliere D.S. della Provcincia di Sassari.

La ASL di Sassari ha finalmente avviato la fase preliminare dello screening per la diagnosi precoce dei tumori al seno. Voluto dalla Regione e previsto da una delibera del luglio 2005, lo screening fa parte del Piano regionale di prevenzione e mette in gioco un finanziamento alla Sardegna di quasi 12 milioni e mezzo di euro per ogni anno di attività programmato (2005/2007). A questo finanziamento si aggiungono oltre 200 mila euro quali risorse aggiuntive per colmare gli squilibri di offerta di prevenzione esistenti tra la realtà sarda e quella delle altre Regioni italiane. Il progetto fornisce indicazioni sull’opportunità di formazione e aggiornamento per medici e altro personale, e prevede che il centro pilota per la messa a punto del sistema screening per il tumore alla mammella sia l’Azienda USL di Sassari (per il colon retto è l’Azienda USL di Nuoro e per il tumore alla cervice uterina quella di Cagliari). Ognuna delle tre procedure dovrà essere riprodotta, una volta codificata e sperimentata, in tutte le ASL della Regione. Il Registro dei tumori della ASL di Sassari diventerà, quindi, il luogo di raccolta di dati finalmente confrontabili in ambito regionale e nazionale. I tempi indicati dal Piano regionale all’Azienda USL di Sassari per l’avvio dei programmi di formazione/aggiornamento e di organizzazione delle strutture (personale, strumenti e software) erano settembre/ottobre 2005. L’avvio a regime dello screening per il tumore alla mammella era previsto per marzo 2006.
Obiettivo dichiarato del Piano regionale di prevenzione era anche quello di costruire un percorso virtuoso di rafforzamento e consolidamento delle risorse tecniche e delle professionalità dentro le strutture pubbliche, così da assicurare negli anni a venire un servizio efficiente ed efficace per la prevenzione del tumore al seno e, sulla scorta delle esperienze delle altre ASL, per le altre tipologie tumorali. Se con oltre un anno di ritardo parte finalmente la fase organizzativa preliminare, dalle informazioni fornite dalla ASL sassarese dobbiamo constatare che è in buona misura affidata a strutture private convenzionate. Anche questa è una scelta politica, certamente diversa dalla filosofia contenuta nel Piano, che indicava come “?le strutture sanitarie regionali siano in condizione di sopportare una riorganizzazione dello screening e l’aumento di carico di lavoro che ne conseguirà”, soprattutto se i finanziamenti sono tali da consentire agevoli interventi sulle apparecchiature e sul personale.
Serve ricordare che nel territorio della Provincia di Sassari operano 8 mammografi (due in Radiologia con circa 5.000 mammografie/anno, uno all’Ospedale di Sassari con circa 800/900 mammografie/anno, due negli ambulatori dell’ex ospedale Conti e di via Tempio, uno ad Ozieri, uno ad Alghero, uno ad Ittiri). Molti di questi impianti sino ad ora sono stati sottoutilizzati rispetto alle potenzialità e alle esigenze di vera prevenzione. Alcuni dati possono chiarire l’urgenza che in Sardegna si realizzino quanto prima, in modo stabile e certo, gli interventi di prevenzione indicati nel Piano, e soprattutto che le strutture Asl siano capaci di intervento per tutti gli anni a venire. I dati riportati di seguito sono quelli elaborati dal Registro dei tumori della USL di Sassari -l’unico esistente in Sardegna – e contenuti nella citata delibera regionale. Mentre nel resto d’Italia le pur alte percentuali di mortalità per tumore restano stabili, in Sardegna la percentuale ha una tendenza in aumento del 2,7-2,9% l’anno, ed ogni anno sono diagnosticati 8.000 nuovi casi di tumore. Il tumore alla mammella rappresenta di gran lunga il tumore più frequente nelle donne, in quanto costituisce il 25% del totale dei tumori. Il numero di casi è massimo nella fascia d’età compresa tra i 50 e i 64 anni, ma è molto elevato anche tra i 40 e i 49 anni. In Sardegna, sulla base dei dati del Registro tumori di Sassari, il rischio cumulativo di sviluppare un tumore al seno tra 0 e 74 anni è pari a 72,5 per mille donne. Negli anni dal 1992 al 2002, in provincia di Sassari si sono ammalate circa 2.700 donne e negli anni 1995-2000 ne sono morte per la stessa causa circa 405 (1.633 a livello regionale), con rapporto mortalità/incidenza di circa 1/3. Nel 1992 si registravano, alla USL di Sassari, 4-5 casi di carcinoma in situ, nel 2002 se ne registrano 50.
In Italia, la sopravvivenza media a cinque anni è in leggero aumento, con differenze significative nelle diverse aree del paese, correlate verosimilmente all’attuazione di iniziative di prevenzione. Si osserva infatti che in Emilia Romagna è pari al 75 %, mentre nella provincia di Sassari è pari al 48 %. E siccome i numeri hanno un significato, dobbiamo rilevare con grande preoccupazione e indignazione che, mentre in Emilia su cento donne che si ammalano 75 sono ancora in vita dopo 5 anni, in provincia di Sassari sono ancora in vita solo 48: ben 27 donne del Sassarese, oltre il dato medio di mortalità raggiunto in Emilia, non sopravvivono. E le cause devono essere evidentemente ricercate nella differente capacità delle strutture emiliane di organizzare e di fare prevenzione adeguata alla realtà. Il fondamentale progetto di screening di prevenzione è stato più volte richiesto dalle donne, dalle loro associazioni, dalle forze sociali e politiche, dagli stessi operatori sanitari che toccano con mano le drammaticità. Il suo ritardato avvio da parte dell’ASL di Sassari, assieme alla tendenza ad allocare fuori dalla struttura sanitaria pubblica alcune funzioni di rilevanza prioritaria, quale ad esempio la prevenzione, esigono una particolare attenzione da parte delle istituzioni locali, che hanno il compito non solo di governare e gestire direttamente le materie di propria competenza, ma anche di vigilare sul territorio, soprattutto quando in discussione vi siano questioni di rilevanza per la salute dei cittadini, donne e uomini.
Ora la ASL 1 annuncia, con le modalità e i soggetti privati che ha scelto, la realizzazione a pieno regime dello screening a partire da gennaio 2007: sta alle Amministrazioni del territorio – regionale, provinciale e comunali – vigilare, ognuno per i propri compiti, sull’evoluzione, i tempi e la qualità ed i risultati dell’indispensabile campagna di prevenzione. Le donne sicuramente lo faranno.

Alba Canu

(foto S.D, archivio GrIG)

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Tumori per "cause ambientali" in Italia.

10 Giugno 2006 Commenti chiusi


da A.N.S.A., 10 giugno 2006, ore 17.38

TUMORI: NEL CORSO DELLA VITA COLPITI 1 UOMO SU 3 E 1 DONNA SU 4
FIRENZE – In Italia l’incidenza dei tumori e’ in crescita e si stima che un uomo su tre e una donna su quattro svilupperanno una patologia oncologica nel corso della vita. Sono alcuni dei dati diffusi stamani dal Cspo, l’Istituto scientifico per la prevenzione oncologica della Regione Toscana, che stamani ha festeggiato i 40 anni di attivita’ durante un convegno a Firenze.

Durante l’ incontro sono stati ricordati anche recenti studi, che sottolineano che l’80% dei tumori sarebbe legato a fattori di tipo ambientale e a stili di vita errati. Primo fra questi il fumo (29%), il consumo eccessivo di alcolici (4%) e l’obesita’ (3%), ma anche il basso consumo di frutta e verdura (3%), la scarsa attivita’ fisica (2%) e l’inquinamento urbano (1%). Tutti fattori che, sommati, sono responsabili del 40% dei decessi per tumore. All’ iniziativa hanno partecipato, tra gli altri, l’ oncologo Sandro Veronesi, Enrico Rossi, assessore alla salute per la Regione Toscana e coordinatore degli assessori regionali alla sanita’, e Marco Rosselli Del Turco, direttore scientifico del Cspo.

‘Le grandi possibilita’ che oggi abbiamo per ridurre l’ incidenza dei tumori nel mondo – ha commentato Rosselli Del Turco – non sono ancora pienamente utilizzate. Per i prossimi 10-20 anni, abbiamo l’ obiettivo, ambizioso ma possibile, di ridurre del 10% tale incidenza nella comunita’, il che significa 25 mila casi di tumore in meno ogni anno in Italia’.

(foto S.D., archivio GrIG)

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